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OLTRE LA FISICA DI STAR TREK L’Ipotesi di Super Spin .pdf



Nome del file originale: OLTRE LA FISICA DI STAR TREK L’Ipotesi di Super Spin.pdf
Titolo: La fisica di star trek.PDF
Autore: Unknown

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OLTRE LA FISICA DI STAR TREK
[L’Ipotesi di Super Spin] {Maggio 1996}
(Corrado Malanga del Gruppo StarGate ed Alfredo Magenta del Comitato Scientifico del CIFAS)
Revised by Luciano Pederzoli

(Tredicesima Revisione – Aprile 2001)

ANTEFATTO
Al di là dello spazio non rimane che il tempo (S. Mannucci)
Il problema dell’esistenza del fenomeno degli Oggetti Volanti Non Identificati
(OVNI) è intimamente legato al fatto che molte testimonianze, raccolte in millenni di
storia dell’umanità , ed in maniera particolare dal 1947 in poi, riportano che gli oggetti
in questione sono capaci di prestazioni eccezionali, che sembrano non rispondere ai
canoni fissati dalla fisica attualmente accreditata. Dal seguente ragionamento:
“ammesso che non siano terrestri, che provengano da altri sistemi solari e che non
siano pure immaginazioni o illusioni ottiche umane, per poter superare in tempi brevi
grandi distanze tra i luoghi di provenienza e il pianeta Terra, questi oggetti volanti
non identificati devono in qualche modo, con qualche trucco, viaggiare a velocità
transluminali;” nasce spontanea la domanda: “com’è possibile superare la velocità
della luce?”
Noi, come quasi tutti coloro che si interessano di fisica, pensiamo che: <la velocità
della luce è un limite invalicabile per gli oggetti fisici che operano nell’universo da
noi definito>, ma siamo anche convinti che: <gli OVNI, siccome sono qui sul nostro
pianeta, in qualche modo ci debbano pur essere arrivati!>
Il filo conduttore di questo ragionamento parte da un presupposto innegabile, che
rappresenta la fondamentale condizione al contorno del suddetto problema fisico.
Al contrario di alcuni scientisti, (per scientisti intendiamo gli operatori del mondo
della scienza, che non vanno confusi con gli scienziati veri creatori della scienza nda.) i quali negano l’esistenza del fenomeno fisico OVNI e sostengono che: “il
fenomeno non esiste, perché la velocità della luce non si può superare e pertanto
nessun alieno potrebbe, per una durata utile, svolgere attività sul nostro pianeta,
essendo impossibilitato ad arrivarci in tempi ragionevoli”, noi crediamo, invece, che:
”siccome ci sono arrivati, in qualche modo avranno pur fatto!”
Sostenere, infatti, che: “gli alieni non sono qui perché non ci possono arrivare”, è
come dire che: “pur esistendo il fenomeno, siccome non riusciamo a spiegarlo,
allora diciamo che non esiste.”
Tale visione del fenomeno fisico risulta errata, perché non tiene conto delle più banali
condizioni al contorno del problema, costituite, invece, dall’evidenza stessa
dell’innegabile esistenza del fenomeno.
L’inaccettabile idea di trasformare la fisica in una religione fatta di dogmi ci trova in
contrapposizione netta con quelle persone che non vogliono far progredire il genere
umano, il quale, essendo intelligente, desidera sempre mettere in discussione le
certezze, sia per verificarne la veridicità sia per migliorare la visione dell’Universo in
cui vive. La fisica moderna non è forse figlia del dubbio? Diceva Albert Einstein:
“Smantellate un luogo comune ed avrete una teoria.”

2

L’IRREVERSIBILITÀ DEL FENOMENO PERCETTIVO
Da Galileo in poi il punto cruciale per la comprensione dell’Universo che ci circonda
è rappresentato dall’osservazione del fenomeno fisico. Non dobbiamo, però,
dimenticare che la comprensione dei fenomeni fisici dipende innanzitutto dalla
descrizione che ne fa il testimone. Se ne deve dedurre, quindi, che il testimone di un
evento OVNI è e rimane il punto chiave di tutta l’indagine sugli OVNI stessi. Quando
uno o più testimoni dicono di essere stati in presenza di un fenomeno di probabile
natura OVNI, dichiarano di aver visto qualcosa che potrebbe, in linea di principio,
essere di estrema utilità allo studioso del fenomeno per tentare di carpirne l’intima
essenza.
E’ a questo punto che scatta, purtroppo, la visione dello scettico o di chi non crede
che si debba perdere tempo nell’analisi di tali questioni. Chi afferma di aver visto un
OVNI viene, nella migliore delle ipotesi, deriso. Il testimone avrebbe visto un
fenomeno che non ha saputo identificare o, ancora peggio, avrebbe assistito ad un
fenomeno, percependolo in modo diverso dalla sua intrinseca natura, ed essendo, di
conseguenza, fuorviato dalle conclusioni corrette sull’accaduto. In altre parole, il
testimone sarebbe stato ingannato dai suoi sensi. Nella problematica OVNI esiste,
quindi, una caratteristica, detta “percezione”, che finora ha rappresentato un grosso
ostacolo all’interpretazione oggettiva del fenomeno stesso.
L’interpretazione di qualsiasi fenomeno fisico da parte di un testimone umano è, in
effetti, soggettiva, e dipende dal suo grado culturale, dal momento in cui viene
effettuata l’interpretazione, dal suo stato di salute e dalla presenza di eventuali stimoli
esterni in grado di alterarne la percezione. Tutte le volte che attraversiamo una strada
il nostro cervello calcola alla perfezione il tempo che impiegheremo per passare
dall’altra parte, programmando anche cosa fare per evitare di essere investiti:
un’operazione che un computer eseguirebbe molto lentamente, mentre il nostro
cervello l’attua in una frazione di secondo. In questo caso si dice che il cervello
umano funziona bene ed è in grado di recepire gli stimoli esterni, visivi ed uditivi,
che gli permettono di fare i suoi calcoli in tempo reale.
La cosa è ben diversa quando il nostro ipotetico testimone ha la disgrazia di vedere
un OVNI. Allora gli si dirà che non ha visto bene, che non ha valutato bene la forma,
la distanza, il colore ed il rumore; gli si dirà che quello che ha visto, tutt’al più, è un
pallone sonda, un elicottero od un “Ufo Solar” (pallone giocattolo di moda dieci anni
fa, ma sempre utile per dare versioni contrastanti o dubitative). L’idea, abbastanza
frustrante e priva di fondamento scientifico, è che il testimone può vedere qualsiasi
cosa, ma non bisogna in ogni caso tenerne conto. Questo è sicuramente il punto
dolente di tutta “l’ovnilogia”, oltre che di tutta la scienza tradizionale, la quale,
secondo tale metodo, dovrebbe rinnegare, insieme al fenomeno OVNI, anche
l’esistenza degli elettroni, mai visti da nessuno, dei fulmini globulari, mai ottenuti in
laboratorio, e di tante altre cose. La scienza ufficiale risponde, però, che, mentre per
gli elettroni e per i fulmini globulari ci sono delle formule che ne descrivono la
possibilità di esistenza, per gli OVNI tutto questo non esiste.

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Questa affermazione attribuisce più credito ad una formula matematica che alla
testimonianza diretta, senza tener minimamente conto del fatto che la formula
matematica può non essere corretta e spesso è clamorosamente sbagliata, anche
quando le misure sperimentali che vengono effettuate sono quasi esatte. E’ infatti
quel “quasi esatte” che risulta essere sovente fonte di errori clamorosi.
Un esempio per tutti è la formula che descrive la legge di gravità di Newton. Questa
risulta sbagliata di poco, ma è totalmente errata nella descrizione di un fenomeno
fisico inesistente, quale quello delle forze. Infatti le forze, per la fisica moderna, non
esistono, come asserì Einstein qualche secolo dopo Newton, definendo, invece,
l’esistenza della piegatura dello Spazio-Tempo. Questo fenomeno, assai strano,
giustifica, decisamente meglio della gravità intesa come forza, il motivo per cui le
mele cadono a terra. Per Newton, infatti, non c’era nessuna ragione per la quale le
mele dovessero cadere sulla Terra, o meglio, fossero attratte da essa, sebbene le sue
formule ne dessero una spiegazione quantitativa: la spiegazione di un fenomeno che,
ahimè, non esisteva.
Partendo da questo punto di vista e volendo rivalutare, agli occhi della scienza, la
figura e le considerazioni dell’Essere Umano in quanto tale e quale testimone di
eventi OVNI e non, abbiamo pensato di esaminare la percezione del fenomeno fisico
basandoci su criteri spazio-temporali. I criteri da noi adottati potrebbero definirsi
storicistici, cioè basati sul fatto che nella storia, pur rimanendo in termini fisici
sempre lo stesso, il medesimo evento viene descritto e percepito in modo assai
differente.
E’ possibile che uno stesso evento sia modificabile dalla storia e nella storia?
La nostra risposta evidentemente è NO! Gli eventi sono, in senso assoluto, sempre gli
stessi, ma sono percepiti in modo differente a seconda delle caratteristiche di un certo
numero di parametri, gli stessi che sono tanto graditi a chi denigra il fenomeno
OVNI: il tipo di cultura del testimone, il suo stato di salute mentale, la sua capacità
percettiva e così via. Ci appare dunque interessante spostare l’attenzione dal singolo
testimone ad una collettività di testimoni. Otterremo, in tal caso, una risposta
statistica basata su grandi numeri e sicuramente in grado di mediare gli errori e le
interpretazioni del singolo. Questo tipo di operazione, però, è stata condotta su scala
spazio-temporale, cioè principalmente nella storia e nei luoghi degli eventi.
Analizziamo un fenomeno fisico che oggi crediamo ci sia noto: il fulmine. Vediamo
come, nella storia, il fulmine è stato descritto e compreso.Innanzi tutto ci fu un
periodo in cui l’uomo, a causa dei suoi scarsi prerequisiti, non era in grado di
accorgersi dei fulmini, anche se, nei cieli di allora, ce ne dovevano essere tanti. In
questa prima fase il fenomeno fisico esisteva, ma non era percepito.

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In un secondo tempo l’uomo alzò la testa al cielo, si accorse che c’era il fulmine e
dentro di sé cominciò ad interpretarlo non come evento naturale, ma come qualcosa
di confuso e in ogni modo di pauroso; si ha, infatti, paura di tutto ciò che non si
conosce, ma la paura diminuisce con il crescere della conoscenza. Poi ci fu chi pensò
ad un fenomeno sovranaturale legato all’umore degli Dei, e chi ad un fenomeno
fisico dovuto ad uno squarcio nella volta celeste. Finalmente qualcuno pensò che si
trattasse di scariche elettriche, la cui vera natura cominciò solo duecento anni fa a
farsi intravedere. Come si può facilmente constatare, da un po’ di tempo a questa
parte nessuno ha più nulla da dire sui fulmini. Le interpretazioni del fenomeno fisico
sembrano cessate, o comunque subiscono piccoli aggiustamenti di minore
importanza, tesi a migliorare l’interpretazione di un fenomeno già abbastanza ben
delineato. Tutte le scoperte che l’uomo ha fatto nella sua storia hanno attraversato un
percorso conoscitivo di questo tipo. La descrizione del fenomeno fisico procede per
gradi, e si basa sulle nostre conoscenze.
Per razionalizzare il processo di interpretazione di un fenomeno, prendiamo il
classico grafico cartesiano, dotato di due assi ortogonali x ed y, e tracciamo sull’asse
y, ad una altezza arbitraria, una linea parallela all’asse x, che rappresenti la
descrizione completa del fenomeno fisico da comprendere (y = y0 = costante = 100%
di correttezza interpretativa), mentre sull’asse x riportiamo il numero di tentativi di
interpretazione del fenomeno. Possiamo notare che la retta y = y0 = costante
rappresenta il fenomeno fisico quale esso è in assoluto (la “costante” significa che un
fulmine è sempre un fulmine, in qualsiasi tempo sia stata fornita una sua più o meno
corretta descrizione). La curva esponenziale crescente, del tipo: y = y0 . (1 – e – k.x)
che tende asintoticamente al valore y0 = costante, rappresenta invece l’interpretazione
che, con il passare dei tentativi, l’uomo ha dato al fenomeno fisico in oggetto.
Tale curva ha inizio nell’istante in cui il fenomeno fisico, che è peraltro sempre
esistito, viene percepito per la prima volta. Quindi essa si accosta sempre più al
valore y = y0 senza raggiungerlo mai, indicando un avvicinamento progressivo ad
una descrizione sempre più calzante del fenomeno. Occorre notare come, con
l’aumento del numero dei tentativi di interpretazione del fenomeno stesso, i progressi
siano sempre più piccoli e non si raggiunga mai la perfezione. Man mano che il
numero dei tentativi di interpretazione, rappresentato da x, aumenta, la curva, pur
avvicinandosi impercettibilmente all’asintoto, rimane a distanza pressoché costante
da esso. Per maggior precisione bisogna specificare che, in realtà , la curva non è
continua, ma discontinua, formata da tanti scalini quanti sono i tentativi di
interpretazione dl fenomeno: l’inizio di ogni scalino rappresenta una nuova
interpretazione e tocca la curva, poi prosegue orizzontalmente, fino alla successiva
interpretazione ed al successivo scalino corrispondente.

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Dunque, non è possibile avere una descrizione rigorosamente esatta di un fenomeno
fisico. La distanza tra osservatore ed osservabile, in termini percettivi, dipende dal
principio di indeterminazione di Heisenberg, che, in questo grafico, trova la sua
giusta collocazione proprio nella distanza finale, pressoché costante, della curva
dall’asintoto, quando x tende all’infinito. Questo principio fa apparire una chimera
matematica la “definizione esatta del fenomeno”, ma ci consente di avvicinarci molto
alla soluzione corretta finale.
La riflessione di carattere generale che nasce dall’osservazione del grafico
dell’interpretazione di un fenomeno fisico in funzione dei tentativi effettuati è la
seguente: Non si torna mai indietro a vecchie idee che siano distanti dalla realtà
più di quanto non si sia distanti nel momento dell’analisi (irreversibilità della
interpretazione). Alla fine si ottiene sempre la quasi esatta interpretazione del
fenomeno fisico in esame.
E’ proprio quest’ultimo punto che oggi ci consente di affermare di aver conseguito
una corretta interpretazione di ciò che stavamo esaminando. Sono decine di anni che
interpretiamo i fulmini nello stesso modo e questo, analizzando il grafico, vuol dire
che i fulmini, con il piccolo margine di incertezza dovuto al principio di
indeterminazione, sono effettivamente come noi li percepiamo e, di conseguenza, li
descriviamo.
Cosa accade al fenomeno-OVNI? La stessa cosa. Gli antichi si sono accorti del
fenomeno che noi definiamo OVNI molti millenni fa ed in quel momento ha origine
la curva che ne descrive la percezione. Inizialmente sono gli dei, poi diventano via
via fenomeni atmosferici, armi segrete, OVNI, macchine volanti aliene, extraterrestri
… asintoticamente fino all’infinito.

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Sono ormai cinquant’anni che chi osserva il fenomeno-OVNI, cioè i testimoni, la
gente comune, possiede i prerequisiti necessari per identificare negli OVNI quello
che in realtà essi sono. Poiché da diverso tempo la descrizione del fenomeno non
cambia più, se non di poco, ne consegue che stiamo percorrendo la parte finale,
asintotica, della curva che descrive il fenomeno fisico, ovvero stiamo descrivendo il
fenomeno-OVNI come in effetti è, con l’approssimazione dovuta al principio di
indeterminazione. Il fenomeno-OVNI è dunque percepito nel modo corretto dal
testimone, che è e rimane il punto chiave di tutta la questione.
La teoria della percezione da noi sviluppata, che peraltro è applicabile a qualsiasi
altro fenomeno fisico, prescinde dalle formule ed afferma che, con il tempo, l’uomo
impara a vedere l’Universo, e ciò che esso contiene, da solo, senza la necessità di
ricorrere a formule. Esse possono, questo è vero, arricchire il numero dei prerequisiti
a disposizione, e quindi velocizzarne la comprensione, ma rappresentano un orpello
assai marginale dell’immaginazione, vera spada di Damocle che pende su chi della
scienza ha fatto una inutile religione.

COME GALILEO VEDEVA GLI OVNI
Sulla base delle considerazioni precedenti, gli autori di questo studio hanno deciso,
nei primi anni novanta, di tentare di risolvere il problema della fisica degli OVNI
partendo dalle evidenze sperimentali. La prima evidenza sperimentale che Galileo
suggerisce di seguire in una indagine scientifica è “l’evidenza testimoniale”. Galileo
dice che, quando si individua un problema fisico interessante, lo si deve osservare
accuratamente, per capire come funziona. Tutto questo, nell’ambito dello studio degli
OVNI, non significa altro che partire dalle osservazioni testimoniali. Le
testimonianze, infatti, hanno un valore incredibile, poiché, se spogliate delle
interpretazioni più o meno esoteriche, contengono il cuore del fenomeno fisico, non
come esso è in realtà , ma come viene percepito dall’uomo. Così come Galileo
concepì l’isocronia del moto di un pendolo osservando un lampadario appeso all’alto
soffitto del duomo di Pisa e misurando la durata delle sue oscillazioni con i battiti del
proprio cuore, (così almeno ci racconta la storia - nda), noi siamo partiti da una serie
di osservazioni sperimentali ed abbiamo tentato di unificarne la chiave di lettura.
LE EVIDENZE FISICHE TESTIMONIALI
Le evidenze fisiche consolidate che ci interessano maggiormente, raccolte in gran
quantità negli ultimi cinquant’anni di osservazioni testimoniali, relative agli OVNI
sono le seguenti:
1. A volte sembrano avere una parte più scura, che è in grado di assorbire tutta la
radiazione luminosa.
2. pesso interagiscono con i radar, producendo anche effetti di deviazione dalla
rettilineità dell’impulso emesso e fornendo posizioni errate dell’oggetto nello spazio
rispetto a più segnalazioni, radar e visuali, effettuate nello stesso istante.
3. Sui materiali terrestri a cui si avvicinano, o con i quali vengono in contatto,
producono variazioni chimico-fisico-strutturali che possono essere spiegate con
l’esposizione di tali materiali a intensi campi e.m. a microonde, capaci, tra l’altro, di
alterare la cristallinità dei terreni su cui vengono segnalati presunti atterraggi.

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4. In loro prossimità gli orologi sembrano subire alterazioni nella misura del
tempo.
5. Fenomeni di deviazione di raggi luminosi, spiegabili con l’effetto Tindall,
vengono rilevati sia al loro arrivo che alla loro partenza.
6. A volte sembrano cambiar forma, contraendosi od espandendosi, oppure
contraendo ed espandendo localmente lo Spazio-Tempo ad essi associato.
7. Non spostano i fluidi in cui sono immersi (aria, acqua) e quindi non producono
onde acustiche.
8. Quasi sempre rivelano un moto di rotazione attorno ad uno degli assi di
simmetria della loro struttura.
9. Non hanno scia, ma talvolta producono la sensazione di abbassamento di
temperatura.
10. Di giorno mostrano una corona luminosa che li circonda.
Queste dieci osservazioni, tutte molto ben documentate in decenni di osservazioni
attendibili, eseguite da piloti dell’aeronautica militare e civile, italiani e stranieri, da
agenti di polizia e carabinieri, da guardie di finanza e da normali cittadini, possono,
secondo noi, essere tutte spiegate utilizzando la chiave di lettura della fisica
relativistica.
Infatti:<supponendo che l’OVNI provochi distorsioni dello Spazio-Tempo che lo
caratterizza, tutti i fenomeni sopra elencati divengono d’un sol colpo spiegabili.
Effettivamente l’oggetto relativistico (tale è, perché, in base alla nostra ipotesi,
esposta avanti più in dettaglio, la sua velocità di rotazione lo rende tale), a cui è
associata una massa, è in grado di distorcere lo Spazio-Tempo. Ciò produce
l’impressione di un cambiamento di forma, provocato dal fatto che, in verità , non è
l’OVNI a cambiar forma, ma è lo Spazio-Tempo occupato dall’oggetto a contrarsi. Il
testimone oculare, il quale, a distanza, è in grado di percepire solo due dimensioni
spaziali ed una temporale, avrà l’impressione che sia l’OVNI a cambiar forma, ma
questa sua osservazione sarà relativisticamente viziata dalla sua percezione.
I fenomeni di luce deviata trovano anch’essi una spiegazione relativistica, fondata su
principi già perfettamente noti alla fisica classica e previsti dalla relatività generale.
Diviene inoltre comprensibile in che modo il tipo di radiazione utilizzata e la
posizione del rivelatore (occhio umano, radar di vari tipi, od altro) siano da mettersi
in relazione con la rivelabilità dell’oggetto relativistico in moto nel nostro spazio.
Così, mentre era visibile un oggetto all’occhio del pilota di un F-16 dell’aeronautica
belga ed al suo radar, che avevano evidentemente la stessa posizione nello spazio
rispetto all’oggetto osservato, il centro-radar di Glons (Belgio) dava segnalazioni
completamente diverse rispetto a quelle dell’F16 ed anche a quelle di un altro centroradar, posto a chilometri di distanza dal primo (vedere ufo-flap belga degli anni
1989/90/91).

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SOLO I FOTONI VANNO ALLA VELOCITÀ DELLA LUCE
Un’altra osservazione interessante si basa sul fatto che, se si vuole trovare un modo
plausibile per andare alla velocità della luce, dobbiamo osservare il comportamento
degli unici oggetti che lo sanno fare nel nostro universo: i fotoni. In questo modo si
ripete ciò che fece Leonardo da Vinci quando decise di provare a volare: guardò e
studiò gli uccelli, perché erano le uniche creature che a quel tempo lo sapevano fare.
Cos’hanno dunque i fotoni che gli altri oggetti non hanno?
In realtà si scopre che la domanda va completamente rovesciata: “per essere
svincolati dai problemi di velocità , cosa non hanno i fotoni, che gli altri corpi
hanno?”
A questo punto la risposta è ovvia: i fotoni, che sono all’esterno dei nuclei atomici e
viaggiano nello spazio, non hanno massa gravitazionale o, se ce l’hanno, deve essere
talmente piccola da contare pochissimo.
In termini relativistici, la differenza che c’è tra spingere un camion rimasto senza
carburante sull’autostrada e spingere un fotone è evidente. Non serve Energia per
mandare il fotone alla velocità della luce, mentre spingere una massa inerziale, una
cosa che pesa, fatta di materiale che deforma lo Spazio-Tempo, è ben altra faccenda.
Tutto ciò che si manifesta con una massa è difficilmente spostabile, poiché,
spostandosi, deve trascinare con sé la buca spazio-temporale che la massa stessa
produce. Ci si può fare un’idea di questo concetto pensando di camminare su una rete
appesa ai bordi, come quella su cui si gettano i trapezisti del circo quando hanno
finito i loro esercizi. Il trapezista, mentre cammina sulla rete, che rappresenta
idealmente il nostro Spazio-Tempo, esegue un grande lavoro e fa fatica, poiché, per
avanzare, deve continuamente tentar di risalire dalla buca nella rete in cui è immerso;
la buca lo segue, poiché egli stesso la produce con la sua massa. I fotoni, che
appaiono come oggetti che non hanno massa gravitazionale, sono, invece, simili a dei
pattinatori: basta un alito di vento per spostarli.
Una errata interpretazione della teoria della relatività nasce dall’affermazione
secondo cui gli oggetti in grado di deformare lo Spazio-Tempo debbono interagire
fortemente con quest’ultimo, tramite energie gravitazionali elevate. Di solito si
associa la deformazione ad una massa elevata e si lega quest’ultima alla presenza di
molta materia. Il pianeta Giove è talmente grosso da provocare una deformazione
considerevole dello Spazio-Tempo su cui poggia, causando, così, la variazione di
rotta dei fotoni che provengono da uno dei suoi satelliti, il quale diventa visibile
all’occhio umano prima che sia uscito da dietro al pianeta stesso.
Se, però, si pensa al Top Quark ed alla quantità di Energia necessaria per spostarlo
(Giga elettronvolt!) si capisce come sia, in un certo senso, più facile spostare un
camion sull’autostrada che un oggetto molto piccolo, composto sicuramente da una
quantità di materia molto inferiore a quella del camion stesso. Possibile che il Top
Quark eserciti sullo Spazio-Tempo una pressione estremamente forte, capace di farlo
affondare in una buca tanto profonda da impedirgli di uscirne?
Qualcuno dirà che la domanda non è pertinente, perché, nel caso del Top Quark, non
sono le forze gravitazionali ad essere messe in gioco, ma altre.

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Secondo la nostra ipotesi: non ci sono forze di diversa natura, ma forze classificate
diversamente dall’uomo, sulla base delle modalità di manifestazione e dell’intensità
della forza stessa.
Inoltre la teoria della relatività non prevede forze, ma solo deformazioni dello SpazioTempo. Le forze sono viste, in realtà , come presenza di buche, di avvallamenti nello
Spazio-Tempo nel quale le cose si muovono e la difficoltà che hanno due oggetti
nell’allontanarsi l’uno dall’altro è vista solo come incapacità degli oggetti stessi di
uscire dalla buca prodotta dalla vicendevole interazione.
Il Top Quark starebbe incollato alla sua posizione perché chiuso in una buca
estremamente profonda, che non può essere provocata dalla quantità di materia che lo
costituisce, ma da un effetto gravitazionale completamente indipendente dalla
quantità di materia. In altre parole qualcosa farebbe apparire il Top Quark molto
pesante e, se così è, la massa appare essere una proprietà assolutamente relativistica,
indipendente dalla quantità di materia, ma derivante da qualche altro effetto nascosto.
In fondo si tratta di vedere gli effetti fisici in un altro modo; infatti chi vuole unificare
la teoria dei campi, quindi delle forze, non riesce a farlo, perché nella sua
descrizione le forze sono diverse e spesso non possono correlarsi. Basta pensare,
invece, che l’unificazione va vista in un’altra ottica. Le forze scaturiscono tutte dalla
stessa causa e provocano lo stesso effetto, cioè la deformazione dello Spazio-Tempo.
Tentare di unificare i campi significa, allora, non solo unificare le forze, che sono
già unificate, ma trovare quella causa comune che produce forze così differenti.
Se vogliamo mandare un oggetto alla velocità della luce dobbiamo, quindi,
trasformare l’oggetto in luce, facendo scomparire l’effetto-massa gravitazionale
dell’oggetto stesso. Tutto ciò e possibile se la massa è qualcosa di apparente, ma non
di intrinseco all’oggetto stesso. Per muoversi alla velocità della luce un oggetto
composto da soli fotoni richiederebbe poca Energia, non sposterebbe il fluido in cui
si muove, perché il fotone non interagisce in modo macroscopico con la materia, non
creerebbe effetti devastanti in accelerazione e consentirebbe, pertanto, variazioni di
velocità istantanee.
Siccome, a nostro avviso, le forze devono avere tutte la stessa natura, che si riassume
nella capacità di deformare lo Spazio-Tempo, qualcosa lega il fotone, cioè il campo
elettromagnetico, al gravitone, cioè alla gravità .
Questi due aspetti della realtà devono essere, quindi, scambiabili l’uno con l’altro,
tenendo presente la legge della conservazione dell’Energia nella sua più ampia
accezione.

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SUPER SPIN HYPOTHESIS
(SSH)
PREMESSA
Partendo da una serie di osservazioni abbiamo inteso riscrivere la descrizione del
nostro universo, tentando una nuova via che non distruggesse nessuna delle leggi
oggi più o meno accertate e verificate, ma le inquadrasse in un’ottica percettiva
differente.
Del resto questa operazione fu eseguita anche, nei confronti della teoria di Newton,
quando Einstein dichiarò che la forza di gravità non c’era, ma esisteva solamente lo
spazio curvo. In altre parole egli affermò che non c’era nessuna ragione perché una
mela cadesse, cioè fosse attratta dalla Terra, se non il fatto che la mela entrava nella
buca spazio-temporale della Terra stessa, provocando un effetto che a noi appariva
come gravità , ma che gravità non era, perché quest’ultima, come tutte le altre forze,
semplicemente non esisteva.
Attraverso la ragione, ed essa sola, non è possibile ottenere verità definitive dice
Kant. Sulla base di tale affermazione proponiamo una nuova ipotesi di lavoro, basata
sia su considerazioni geometriche sia sulla “teoria dei campi”, usata in
elettromagnetismo, che comprende tanto l’aspetto Fisico quanto quello Metafisico.
Bisogna descrivere tutti i fenomeni dell’Universo con un numero di variabili (gradi di
libertà ) piccolo, possibilmente minore del numero delle dimensioni a nostra
disposizione, per non incorrere in quei problemi di insolubilità che oggi impediscono
la soluzione del problema.
Un ulteriore obiettivo che ci proponiamo è l’unificazione di scienza e religioni,
considerando la teologia una branca della fisica. Il tentativo, ambizioso, punta non
solo all’unificazione delle forze, ma alla contemporanea unificazione della Scienza,
che, come Conoscenza, non può che essere globale e quindi interdisciplinare. Inoltre,
questa teoria sembra confermare l’affermazione di Einstein: “Dio non gioca a dadi”.
La SSH, infatti, rispetta le leggi rigorose della rotazione, cioè dello spin, e non si
basa su leggi probabilistiche. La SSH è ontologicamente deterministica ed
epistemologicamente indeterministica, perché l’indeterminismo è nella nostra
conoscenza, non nell’Universo oggettivo.

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ASPETTI FISICI
INTRODUZIONE
Come si diceva, per non incorrere nelle condizioni di insolubilità che attualmente
impediscono la soluzione del problema fisico di base, bisogna descrivere tutti i
fenomeni dell’Universo con un numero di variabili piccolo, possibilmente minore del
numero delle dimensioni a nostra disposizione.
Il nostro modello è confrontabile con lo “spazio delle fasi” di Poincaré e segue anche
“la teoria dei campi”, che è alla base degli studi di Maxwell.
Lo Spazio-Tempo che noi proponiamo è un sistema a tre assi:
uno delle Energie potenziali, uno dello Spazio ed uno del Tempo.
Ciascuno di questi assi (primari) si divide in altri tre assi (secondari).
Nella nostra rappresentazione sono tre gli assi dello Spazio, come sono tre quelli del
Tempo e tre quelli delle Energie, in quanto consideriamo che il parametro che opera
nella fisica dell’Universo sia unico. Di conseguenza, anche se le manifestazioni sono
diverse, la sua rappresentazione è necessariamente identica su tutti gli assi.
Il campo viene considerato come un dominio con un numero finito di gradi di libertà
ed, in particolare, con una rotazione e quindi velocità limite che è quella del fotone,
Quest’ultimo risulta, inoltre, dotato di massa [il cui valore calcolato non è stato
ancora verificato, a causa dei limiti degli apparati di misura (vedi ANNESSO I)].
E’ riconfermata l’invarianza della velocità della luce e si deduce, che esiste un “etere
vettoriale” responsabile di tale limite (vedi ANNESSO II).
La posizione di una particella, in tale dominio, è determinata dalla sua rotazione, o
meglio, dalla sua “Matrice d’effetto” (vedi ANNESSO III).
Viene chiarito il significato di quantizzazione e di continuum spazio-temporale, come
due aspetti conviventi nell’Universo e differenziati solo da assenza o presenza di
misure temporali (vedi ANNESSO IV).
Tutti gli assi, sia quelli primari che quelli secondari, sono disposti ortogonalmente tra
loro e servono a descrivere lo spazio virtuale, ma la loro disposizione non è di tipo
rigidamente grafico, bensì di tipo concettuale. Infine, la scelta dell’ortogonalità degli
assi è puramente formale e la definizione dei tre sottodomini Spazio, Tempo ed
Energia è dovuta alla necessità di simmetrizzare l’Universo, per consentire operazioni
geometriche simmetricamente guidate.

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TRATTAZIONE GEOMETRICA

In questo Universo un punto P è caratterizzato dalle coordinate principali S (Spazio),
T (Tempo) ed U (Energia).
T

á
O
â

t
S
u

P

UFig. 1

Le equazioni geometriche generali che si possono scrivere sono:
(1) OP 2 = u 2 + s 2 + t 2
e
(2)
(3)
(4)

OP’ . sen α = s 
 da cui
.
OP’ cos α = t 

s / t = tg α

ed inoltre
(5)
(6)
(7)

u = OP . sen β 
 da cui u = OP’ . sen β / cos β
OP’ = OP . cos β 

quindi
(8) OP 2 = (OP’. sen β / cos β ) 2 + (OP’. sen α) 2 + (OP’ . cos α) 2
da cui
(9) (OP / OP’ ) 2 = sen2 β / cos2 β + sen2 α + cos2 α

13

perciò, dalla (2),
(10) OP 2 = [ sen2 β / cos2 β + sen2 α + cos2 α ] . ( s / sen α ) 2
oppure, dalla (6),
(11) OP 2 = [ sen2 β / cos2 β + sen2 α + cos2 α ] . [u / (sen β / cos β )] 2
ovvero anche, dalla (4),
(12) OP 2 = [ sen2 β / cos2 β + sen2 α + cos2 α ] . ( t / cos α ) 2
dalla quale, considerando solo i segni positivi, cioè uno soltanto tra gli otto ottanti in
cui si divide lo spazio:
(13) s / u = sen α . cos β / sen β
(14) s / t = sen α / cos α = tg α
(15) t / u = cos α . cos β / sen β
dove, per le coordinate di Lorentz,
(16) s = (s _ v . t) . (1_ v2 / c2)-1/2
(17) t = [t _ (v . s) / c2] . (1_ v2 / c2)-1/2
(18) u = m . c2 . (1_ v2 / c2)-1/2 – m . c2
Ricordiamo che lo Spazio, il Tempo e l’Energia sono qui misurati con lo stesso tipo
di unità di misura. Inoltre, classicamente, il segmento OP e gli angoli α e β indicano,
rispettivamente: (OP) la distanza del punto dall’origine convenzionale degli assi,
(tgα) fornisce la velocità del punto e (β) rappresenta la deviazione dal piano dello
Spazio-Tempo.
Considerando che il segmento OP è ottenuto risolvendo un’equazione quadratica, la
soluzione da noi scelta è, come già detto, quella positiva, che posiziona la soluzione
geometrica in un particolare ottante.

14

TRATTAZIONE MEDIANTE LA “TEORIA DEI CAMPI”
Cosa, in realtà , definisce un punto nell’Universo, oltre la sua posizione spazio
temporale? Le sue caratteristiche energetiche, quali campo gravitazionale, campo
elettrico e campo magnetico. Dunque si è pensato di poter definire queste tre
caratteristiche dei punti dell’Universo impiegando un solo parametro: la “rotazione”.
Si definisce un qualsiasi luogo di punti dell’Universo come un luogo di punti
caratterizzato da una rotazione attorno ad un asse qualsiasi, con tre componenti
lungo gli assi dell’Energia, del Tempo e dello Spazio, la cui somma non è nulla,
ma costante.
Una matrice d’effetto, del tipo indicato qui di seguito (19), [riportata nell’ANNESSO
III in modo più dettagliato], fornirà la descrizione della quantità di rotazione, mentre
un versore indicherà come è inclinato questo asse nel dominio della figura 1.

(19)

|
|
|

Sx Sy Sz |
Tx Ty Tz |
Ux UyUz |

La direzione della rotazione indicherà anche il tipo di effetto che dobbiamo
attenderci:
• Se la rotazione del punto o del luogo di punti è lungo l’asse dell’Energia avremo
un campo gravitazionale, con piegamento dello Spazio-Tempo in quel luogo di
punti. Tale deviazione sarà proporzionale all’intensità della rotazione, cioè alla sua
frequenza, mentre il senso orario produrrà l’effetto di far apparire il luogo di punti
come massa gravitazionale. L’inversione del senso della rotazione produrrà,
dunque, antimassa antigravitazionale.
• Se la rotazione in senso orario del luogo di punti avviene lungo l’asse dello Spazio,
avremo produzione di campo elettrico, mentre la rotazione in senso antiorario
produrrà anticampo elettrico.
• Se la rotazione in senso orario del luogo di punti avviene lungo l’asse del Tempo,
avremo produzione di campo magnetico e la controrotazione produrrà anticampo
magnetico.
Un luogo di punti qualsiasi potrà , dunque, avere componenti rotazionali lungo tre assi
e potrà manifestarsi come campo gravitazionale e, contemporaneamente, come
campo elettromagnetico.

15

Secondo questo modello, pertanto, non esiste nessuna particella subatomica, ma
soltanto luoghi di punti caratterizzati da un versore e da un vettore rotazionali, tali
da far apparire le particelle così come noi le percepiamo .
Una similitudine, di tipo puramente esemplificativo, può essere fatta supponendo che
una particella elementare, come il protone, sia rappresentata da un vortice nell’acqua
di un lago. L’acqua, a causa della rotazione, si incurva verso il basso, dando
all’osservatore l’impressione che, in fondo alla buca d’acqua, vi sia una massa. In
questo caso risulta evidente che la rotazione produce una forza gravitazionale, in
grado di deformare la superficie dell’acqua. Supponiamo, inoltre, che, accanto al
primo, vi sia un altro vortice più piccolo, il quale, nella similitudine, rappresenti un
elettrone; quando i due vortici si combinano si crea un vortice più grande, che,
sempre nella similitudine, rappresenta il neutrone, la cui velocità di rotazione è la
combinazione delle velocità di rotazione dei due vortici di partenza. In tal modo si
potrebbe visualizzare la creazione di un neutrone, la cui rotazione è uguale alla
combinazione della rotazione del protone e di quella dell’elettrone. Per scomporre la
rotazione del neutrone ed avere nuovamente le due rotazioni componenti (protone ed
elettrone), occorrerà aggiungere una rotazione, o quantità di moto, ortogonale alle
precedenti (dal momento che non produce carica elettrica), che la fisica classica
individua nel neutrino.
Ci sembra interessante notare che, con l’ipotesi della rotazione, si spiegherebbe anche
il fatto che la maggior parte delle forze si presenta sotto forma binaria (attrazione o
repulsione, come, ad esempio, nel caso dei campi elettrici o di quelli magnetici); tale
è, infatti, la rotazione, che può essere esclusivamente oraria od antioraria e si annulla
soltanto quando si inverte. L’attraversamento del punto di annullamento non
comporta l’inversione della rotazione, ma soltanto quella dell’osservatore nello
Spazio-Tempo. Tornando all’esempio summenzionato, la particella in effetti non c’è,
ma esiste solamente il modo in cui essa ruota, il modo in cui, dunque, si manifesta.
Questa ipotesi comporta la conseguenza che si può supporre l’esistenza di una
serie di rotazioni stabili, ma, nello stesso tempo, anche di una serie di rotazioni
instabili, e quindi di breve durata. Queste risonanze di breve durata potrebbero
dare origine ad una serie di masse di valore diverso, ma di vita breve e variabile.
La materia e la luce, il campo magnetico e quello elettrico, con la gravitazione, sono
solo stati in cui l’Universo è localmente percepito da noi osservatori, mentre noi
stessi, ovvero i punti del dominio di figura 1 che caratterizzano i nostri corpi, siamo
soggetti alle medesime leggi, dando origine al principio di indeterminazione di
Heisenberg, secondo il quale, tra un osservabile ed un osservatore, nasce uno strano
rapporto di perturbazione, per cui l’osservatore avrà sempre una visione distorta di
ciò che sta guardando.

16

DEDUZIONI RICAVABILI DALLE DUE TRATTAZIONI

Dalla trattazione geometrica possiamo dunque dedurre che il valore OP/OP’
rappresenta il modulo d’effetto, mentre le tre variabili Ru = senβ / cosβ, Rs = senα
ed Rt = cosα sono i versori d’effetto e la loro azione combinata (ad es.:
[OP/OP’].Ru) rappresenta le rotazioni.
Per la conservazione della quantità di Spin, e delle energie in senso lato, i tre tensori
devono restare costanti e quindi si può scrivere una equazione geometrica scalare:
(20) Ru2 + Rs2 + Rt2 = Costante2
Assumiamo una terna di assi coordinati secondari, ortogonali come quelli primari (S,
T ed U) ed associamola, di volta in volta, a ciascuno dei tre assi principali.
Chiameremo, per comodità , gli assi della terna secondaria x, y e z, senza conferire a
tali denominazioni una automatica connotazione spaziale, ma convenendo che
ciascuno dei tre assi x coincida con quello primario a cui è associato e che gli assi y e
z della stessa terna risultino paralleli agli altri due assi principali. Si può pensare,
quindi, di mantenere costante la somma dei tre spin, ma di alterare il modulo di
qualcuno di essi secondo opportune leggi di simmetria. Gli spin lungo l’asse dello
Spazio x, del Tempo x e dell’Energia x possono essere variati, purché la loro somma
rimanga costante e lo stesso può avvenire per le componenti y e z.
Va sottolineato che, se un corpo si muove nello Spazio in una direzione con una
velocità ed in un’altra direzione con un’altra velocità, si potrà muovere nel Tempo
x ad una velocità diversa di quella del Tempo y; così è importante dividere anche
l’asse delle Energie in tre sottocomponenti, che ci aiutano ad analizzare i problemi
monodimensionali (tre assi) e quelli tridimensionali (nove assi) del dominio S-T-U.
Acquista, quindi, significato fisico diverso anche il principio di De Broglie, per il
quale ad ogni corpo in movimento è associata un’onda. In realtà l’onda associata ad
un corpo avrebbe frequenza pari a quella di rotazione del fenomeno-corpo attorno al
proprio asse nel dominio S-T-U di figura 1.
Ora si può cominciare a capire che, se si potesse prendere un corpo con massa
“m”, cioè dotato di rotazione attorno all’asse delle Energie, e bloccarne la
rotazione attorno a tale asse, per il principio di conservazione dello spin dovrebbe
comparire rotazione lungo gli assi dello Spazio e del Tempo. L’effetto fisico a noi
visibile sarebbe quello di aver trasformato materia in radiazione elettromagnetica,
cioè in luce, ma questa trasformazione otterrebbe proprio lo scopo di convertire
cose pesanti in fotoni. Basterebbe poco, poi, per mandare questi fotoni alla velocità
della luce, visto che non possiedono massa inerziale o che, se la possiedono, come
risulta dalla nostra teoria, il suo valore sembra essere trascurabile.

17

E’ da notare che questo tipo di trasformazione muterebbe sì la materia in luce, ma le
singole proprietà della materia (cariche attrattive e repulsive comprese) rimarrebbero
inalterate, consentendo alla materia di luce di mantenere il proprio stato di
aggregazione.
Si spiegherebbe in tal modo la scarsa interazione di oggetti volanti non identificati
con la materia e gli strani effetti luminosi, senza contare le accelerazioni istantanee,
che solo i fotoni possono realizzare. Effettuato lo spostamento, l’oggetto di luce
potrebbe tornare a manifestarsi come materia, invertendo il fenomeno descritto, ed il
gioco sarebbe fatto.
Con una tecnica analoga alcuni testimoni sostengono di aver attraversato pareti di
luce semitrasparenti, per passare da un locale all’altro all’interno di macchine volanti
aliene. Su questa base si potrebbe dare un’interpretazione completamente diversa al
dualismo particella-onda. Se entrassero in gioco, infatti, delle interazioni rotazionali
di tipo perturbativo, una o più componenti della rotazione totale potrebbero variare,
trasformando, ad esempio, un elettrone in campo elettromagnetico. Anche i fotoni, in
linea di principio, potrebbero essere trasformati in materia, carica o non.
Ammettendo che la rotazione sull’insieme degli assi principali (S, T ed U) non possa
superare il valore di 3 (1/3 per ciascuna delle componenti: x, y, e z), ne
scaturirebbero, rispettando la condizione fondamentale della quantizzazione
dell’Energia, molte combinazioni, ciascuna delle quali darebbe luogo ad una delle
numerose particelle elementari. Queste, suddivise in particelle ed antiparticelle, si
manifesterebbero in numero elevatissimo.
Una prima verifica della validità della SSH, trattata secondo la teoria dei campi,
potrebbe venire dal controllo della correttezza dell’ipotesi di uguaglianza delle
energie elettromagnetica e gravitazionale, che proponiamo come quinta equazione di
Maxwell. Essa è rappresentata dalla:
(21) ∫∫ (E /\ H) ds dt = _ K . m . c2 . [_ sen(ω
ωmt + ϕ m)]
in cui E = Campo elettrico; H = Campo magnetico; S = Spazio; T = Tempo, mentre /\
indica il prodotto vettoriale.
Lo studio dettagliato [riportato nell’ANNESSO I], in determinate condizioni imposte
da considerazioni tecniche, fornisce un valore della massa del fotone dell’ordine di
10-53 Kg, valore, questo, che non è stato ancora possibile verificare con gli attuali
strumenti a disposizione.
Un esperimento, ideato per verificare se la massa del fotone è dell’ordine di
grandezza ipotizzato, sarebbe decisamente auspicabile.

18

LE UNITÀ DI MISURA
In una classica espressione del tipo sen(ùt + ö) la grandezza in parentesi è
evidentemente un angolo formato dalla somma di due angoli, dei quali uno è ö e
l’altro è ùt. Quest’ultimo è il prodotto del tempo per una velocità angolare (ù), che è
definita come ù = dö/dt. Se si ha a che fare con qualcosa che gira a velocità costante,
si può dire che ù = Äö/Ät; in questa espressione Äö rappresenta un angolo finito e Ät
un tempo finito. Se si pone Ät uguale all’unità di tempo (il secondo), ù sarebbe
definita come il numero di giri, ovvero l’angolo (Äö) percorso nell’unità di tempo
(Ät). Poiché dö/dt è il limite di Äö/Ät per t tendente a zero, sarebbe sufficiente
adottare una nuova unità di misura del tempo, rappresentata da dt, in luogo della
vecchia Ät, per far sì che la definizione di ù rimanga la stessa. Essendo dt
infinitamente piccolo, la definizione continuerebbe a valere, istante per istante, anche
se la velocità angolare variasse nel tempo. A velocità costante l’angolo ùt è, quindi, il
prodotto dell’angolo percorso nell’unità di tempo (la velocità angolare ù) per il
numero di unità di tempo (t) trascorse a partire dall’istante di inizio della misura. Se
ù variasse nel tempo, l’angolo sarebbe l’integrale di ù(t) in dt, cioè la somma dei
contributi infinitesimi del valore istantaneo di ù, moltiplicato per il tempuscolo
infinitesimo dt (dimensionalmente non cambierebbe niente).
Supponiamo, ora, di essere sull’asse del Tempo (T) del sistema di riferimento S-T-U:
al posto di t avremmo T ed al posto di ù avremmo ùT , ma ù T rimarrebbe definito,
praticamente, come il numero di giri percorsi, attorno all’asse del Tempo, in una
unità di Tempo, mentre T continuerebbe ad essere il numero di unità di Tempo
trascorse dall’inizio della misura. Analogamente a quanto detto per ù T , sull’asse
dello Spazio avremmo a che fare con ù S.S , in cui ù S rappresenterebbe il numero di
giri percorsi, attorno all’asse dello Spazio, in una unità di Spazio ed S continuerebbe
ad essere il numero di unità di Spazio trascorse dall’inizio della misura. Per ovvie
ragioni anche sull’asse dell’Energia avremmo a che fare con ù U.U , in cui ù U
rappresenterebbe il numero di giri percorsi, attorno all’asse dell’Energia, in una unità
di Energia ed U continuerebbe ad essere il numero di unità di Energia trascorse
dall’inizio della misura.
L’angolo percorso lungo l’asse del Tempo sarà , quindi (ù T.T + öT), quello percorso
lungo l’asse dello Spazio sarà (ùS.S + öS) e quello percorso lungo l’asse dell’Energia
sarà (ùU.U + öU).
L’unità di misura comune, che può essere adottata per lo Spazio, il Tempo e
l’Energia, è pertanto identificabile nella “velocità angolare di rotazione” o
“pulsazione della frequenza di rotazione”. Proponiamo, per questa unità di
misura comune, il termine di ROTONE, da adottare quale Unità di Misura
Universale (UMU).
Poiché ù = 2.ð .f (oppure, se si preferisce, ù = 2.ð .í) , si deduce facilmente che, tra
velocità angolare e frequenza, c’è di mezzo solamente la costante 2 ð, quindi nel
seguito del lavoro verrà spesso utilizzato il termine “frequenza di rotazione” al
posto di “velocità angolare di rotazione” o “pulsazione della frequenza di
rotazione”..

19

Si deve, infatti, ricordare che la nostra ipotesi è un ampliamento della teoria generale
della relatività , in cui lo Spazio ed il Tempo avevano le stesse dimensioni fisiche. In
questo caso non è la velocità della luce ad assumere valore unitario (c = 1), bensì la
pulsazione della frequenza di rotazione (ω = 1). Anche nel dominio dell’SSH lo
Spazio, il Tempo e l’Energia potenziale hanno le stesse dimensioni fisiche. In altre
parole il campo elettrico, quello magnetico e quello gravitazionale si misurano con le
stesse unità di misura! Questo approccio non deve apparire scorretto, in quanto,
secondo la nostra ipotesi, non c’è differenza tra la massa e la carica di un elettrone,
se non quella di apparire diverse in un dominio geometrico tridimensionale.
Per tentare di chiarire ulteriormente questo concetto, supponiamo che, in un mondo
bidimensionale, caratterizzato quindi da due soli assi cartesiani, sia presente un
oggetto, a forma di segmento di retta, che si stia avvicinando ad un osservatore
puntiforme. Mentre si muove, l’oggetto continua a giacere su di una retta, che passa
per l’osservatore stesso e rappresenta la traiettoria di avvicinamento. Ammettiamo,
inoltre, che l’oggetto a forma di segmento emetta, dalla propria estremità rivolta
verso l’osservatore, un cono di luce il cui asse sia coincidente con quello del
segmento stesso: dal punto di vista dell’osservatore, che non può percepire la
lunghezza del segmento, esso appare soltanto come un punto luminoso. Se fosse
orientato perpendicolarmente alla direzione di avvicinamento, l’oggetto apparirebbe,
invece, come un segmento non luminoso. Nel primo caso l’osservatore può valutare
la velocità di avvicinamento dell’oggetto misurando l’intensità luminosa dell’unico
punto visibile, la quale deve necessariamente aumentare al ridursi della distanza; nel
secondo caso effettua, invece, la valutazione misurando l’aumento della lunghezza
apparente del segmento, mentre questo si avvicina. Dunque lunghezza ed intensità
luminosa possono essere usate per misurare la stessa proprietà , cioè la velocità di
avvicinamento del segmento, ma questo può anche voler dire che lunghezza ed
intensità luminosa sono due aspetti differenti dello stesso fenomeno e quindi possono
essere misurati con le stesse unità di misura, unificando, in tal modo, i due aspetti
apparentemente diversi di quest’ultimo.
Il fatto che su di un asse si percepisca il fenomeno come energetico e su di un altro
come geometrico non toglie al fenomeno stesso la caratteristica dell’unicità , per cui
noi dobbiamo essere in grado di misurarlo a prescindere dalla nostra posizione. Così
facendo acquistiamo la coscienza della relatività del fenomeno e superiamo il
principio di indeterminazione soltanto nel momento in cui ci rendiamo conto che noi
e ciò che stiamo osservando siamo la stessa cosa, come vedremo meglio in seguito.
Secondo la nostra ipotesi esisterebbe un solo modo per misurare una cosa e tale modo
è rappresentato dalla frequenza di rotazione o spin proprio della cosa stessa.
Il fatto che le cose appaiano diverse a seconda di come le osserviamo non vuol dire
che siano veramente diverse e, se non sono diverse, occorre trovare il modo di
descriverle a prescindere dalla loro apparenza, ma solo in relazione alla loro realtà .
Quanti rotoni pesa una mela? Quanti rotoni sono passati da ieri ad oggi? Quanti
rotoni ci separano da Alfa Centauri?
L’SSH unifica un altro campo, quello delle grandezze fisiche.

20

ANNESSO I
IL PRINCIPIO DI (IN)DETERMINAZIONE IN NOVE DIMENSIONI
Secondo noi deve essere completamente riconsiderato il principio di
indeterminazione di Heisenberg, che acquista anche un significato fisico.
L’indeterminazione, infatti, va vista come l’incertezza nella localizzazione,
secondo due assi, di un punto che ruota, percorrendo una circonferenza di
raggio molto piccolo, attorno ad un terzo asse, perpendicolare ai primi due. Un
punto rotante attorno all’asse dello Spazio provoca un’incertezza, sul Tempo e
sull’Energia, pari al doppio del raggio della circonferenza descritta.
Così come esiste un’incertezza descrivibile con la
(31) ∆U . ∆T = h
esisteranno anche incertezze del tipo
∆S . ∆T = qualcosa
e
∆S . ∆U = qualcos’altro.
Le tre incertezze rappresentano, nel dominio di figura 1, oscillazioni attorno ad un
punto. In altre parole un corpo, situato nello Spazio-Tempo-Energia ed
apparentemente fermo, in realtà oscilla, sia nello Spazio che nel Tempo e
nell’Energia, attorno ad un valore che ne rappresenta la posizione media.
Si può vedere cosa accadrebbe, nel dare vita a questi due nuovi principi
indeterminativi, se si assegnassero dei valori sulla base delle dimensioni fisiche delle
grandezze in gioco, utilizzando le unità di misura più piccole e sfruttando le costanti
dell’Universo quali parametri comuni.
Possiamo quindi formulare le seguenti ipotesi:
(32) ∆U . ∆T = h
(33) ∆S . ∆T = c / ν 2 = c / f2
(34) ∆S . ∆U = e2
da cui, per l’ottante del dominio Spazio-Tempo-Energia da noi considerato, possiamo
scrivere;
(35) ∆S / ∆U = c /( h . ν 2) = c /( h . f2) = λ 2 / (h . c)
(36) ∆S / ∆T = e2 / h
(37) ∆T / ∆U = c / (e2 . ν 2) = c / (e2 . f2) = λ 2 / (e2 . c)
ed anche
(38) ∆S = e . λ . [1 / (c . h)]1/2 = (e / f) . (c / h)1/2 = [e2 / (h . c)]1/2. (h / f)
(39) ∆U = (e / λ) . (h . c)1/2 = (e . f) . (h . c)1/2 = [e2 / (h . c)]1/2. (h . f)
(40) ∆T = (λ
λ / e) . (h / c)1/2 = [1 / (e . f)] . (h . c)1/2 = [e2 / (h . c)]-1/2. (c / f)
da notare che
[e2 / (h . c)] = 137,0360 = á = Costante di struttura fine dell’Universo
(vedi anche il capitolo “ALCUNE CONSEGUENZE DELLA SSH”
parte V*) - Considerazioni sulle costanti universali)

21

CONSIDERAZIONI FISICHE SULLA MASSA DEL FOTONE
Partiamo dall’equazione (21) che è una conseguenza delle nostre considerazioni
precedenti. Tale equazione, che è stata proposta come quinta equazione di Maxwell, è
riportata qui di seguito:
(21) ∫∫ E /\ H ds dt = - K m c2 [_ sen(ω
ωmt + ϕ m)]
Essa è, però, di difficile integrazione, a meno di non fare alcune osservazioni,
derivate da quanto abbiamo fin ora detto. Se è vero che lo spin si conserva e se è vero
che una variazione del campo elettrico oppure di quello magnetico,
indipendentemente l’una dall’altra, producono una identica variazione dell‘Energia
potenziale che è legata alla massa del fotone, possiamo riscrivere l’integrale nel
seguente. Indicando più propriamente le densita’ di energie associate al campo
elettrico e magnetico rispettivamente con UE ed UB avremo:
(22) ∫∫ UE /\ UB dS dT = 2 . ∫ [K . m . c2 . sen(ω
ωmm + ϕ m)]dm
Da tale espressione, si ricava:
(23) ½. ∫ (εε0.E2) dS /\ ½. ∫ (B2 / µ0)dT = 2.(h.ν ).[K / (∆
∆T. ∆S)].∫sen(ω
ωmm + ϕ m)dm
Dalla(23) considerando un’onda monocromatica, cioe’ un “treno d’onde” di durata
∆T molto maggiore del periodo T si ricava:
(26) [(εε0 . E2 . B2) / (4 . Kts . h . ν . µ0)] . cos2(ω
ωss) = 2 . sen(ω
ωmm)
Ovviamente cos2(ω
ωss) è sempre positivo e compreso tra 0 ed 1 ma, nel caso del
fotone, il valore dell’angolo è ð/4, quindi cos2(ωss) = cos2(ð/4) = [1 / (21/2)]2 = 0,5;
pertanto la (26) diventa:
(27) [(εε0 . E2 . B2) / (4 . Kts . h . f . µ0)] . (1 / 2) = 2 . sen(ω
ωmm)
Ammettendo che la (21) sia corretta ed imponendo, nella formula (27), i seguenti
valori:
c2 = (108 m s-1)2 = 1016 m2 s-2
Ã¥0 = 8,85419 10-12 F m-1 = [l-2m-1t4i2][l-1] = 8,85419 10-12 s4 A2 m-3 Kg-1
ì 0 = 4ð 10-7 H m-1 = [l2m t-2i-1][l-1] = 12,56637 10-7 m Kg s-2 A-1
e = 1,6022 10-19 C = 1,6022 10-19 A s
h = 6,6262 .10-34 J s = 6,6262 .10-34 Kg m2 s-1
f = 5.1015 Hz = 5.1015 s-1, pari a ë = c / f = 108 / 5.1015 = 5.10-7m = 0,5 ìm
H = 10-6 m-1 A
B = XX Kg A-1 s-2
E = YY m2 Kg A-1 s-3
Ammettendo, inoltre, che l’energia del campo elettrico sia uguale a quella del campo
magnetico, ponendo, per ora, Kts = 1 si ricava:

22

[(εε0 . E2 . B2) / (h . f . µ0)] = 16 . sen(ω
ωmm)
quindi
0,5 . (10-12)2 .(10-6)4 / 8 Kts . (1015) . (6.6210- 34) =
ωmm = 0.94 10-31 Kg e, per angoli piccoli ≅ m

0.94 10-31 / Kts = arcsen(ωmm)

Dunque il fotone avrebbe la stessa massa dell’elettrone, a meno di una costante Kts.
Il calcolo della costante Kts è stato fatto per via indipendente ed è rappresentato dal
più piccolo valore misurabile del Tempo moltiplicato per il più piccolo valore dello
Spazio. Questo rapporto è stato da noi proposto sotto forma di un nuovo principio di
indeterminazione e vale:
c / ν 2 = c / f2 = 108 / (1015)2 = 10-22
Applicando questo valore al calcolo finale si ricava:
0.94 10-31. 10-22 = 0,94. 10-53 = arcsen(ωmm)
da cui,
m = 0.94 10-53 Kg
In effetti ulteriori conclusioni possono essere tratte sfruttando i nostri nuovi principi
indeterminativi, poiché, nella teoria classica:
∆S . ∆(mv) = h
essendo la velocità del fotone costante e pari a c, si può scrivere
∆S . ∆m = h / c
e, sostituendo a ∆S il valore previsto ed in precedenza calcolato, avremo:
∆m = (h . e . λ / c) . [1 / (c . h)]1/2 = (e / f) . (h / c)1/2
Sostituendo i valori riportati nel testo per questa espressione
∆m = 10-46 circa
L’errore commesso sul calcolo della massa del fotone è maggiore della massa stessa,
calcolata in precedenza.
Bisogna notare che è il fotone fermo ad avere queste caratteristiche, poiché il fotone
in movimento ha massa variabile a seconda che l’Energia del suo campo
elettromagnetico sia massima o minima; quando quest’ultima Energia è minima il
fotone appare come massa e, se si potesse misurarla in quell’istante, avrebbe il valore
da noi calcolato, mentre l’energia elettromagnetica sarebbe uguale a zero.
Ne consegue che il fotone presenta il classico dualismo onda-particella e, a seconda
di come interagisce con l’ambiente, può apparire come onda o come massa.
Si può dunque parlare di massa media del fotone pensando che questa vari con legge
sinusoidale tra il valore da noi calcolato e zero: il fotone, dunque, si annichilerebbe e
si ricreerebbe due volte in un periodo, così come previsto da alcuni autori in un
calcolo approssimativo ma efficace (K. Voltamer, M. W. Lerom, J. Chem. Ed., 69,
100, 1992).

23

Inoltre si può dire che il fotone ruota quasi esclusivamente nel piano spaziotemporale e, quando appare come massa con la sua rotazione attorno all’asse
dell’Energia potenziale, lo fa per un tempo talmente breve da impedirne comunque
l’identificazione.
L’elettrone, invece, durante un periodo completo, oscilla “più a lungo” nel piano
dell’Energia potenziale, mostrando una certa massa, oltre che una carica elettrica.
Da questi calcoli si evince che, se sono valide le equazioni (23) o (27), siamo non
solo in grado di conoscere la massa di un fotone, ma possiamo fare alcune
considerazioni interessanti:
-La massa dipende direttamente dal valore del campo elettromagnetico del fotone.
Infatti più è piccolo il valore del campo, più è piccola la massa del fotone. Il fatto
che, in fisica, il fotone venga considerato senza massa, consente di arguire che il
campo elettrico ad esso associato è particolarmente ridotto.
-La massa dipende inversamente dal valore della frequenza ν (od f). Dalla formula si
ricava infatti che la massa del fotone aumenta al diminuire della sua frequenza di
oscillazione. Questo porta alla conseguenza che i fotoni hanno masse diverse a
seconda della loro frequenza di oscillazione.
-La rotazione (pulsazione) ωm, responsabile della massa del fotone, è correlata con π.

24

ANNESSO II
L’INVARIANZA DELLA VELOCITA’ DELLA LUCE
L’esistenza di un limite della velocità della luce e l’individuazione della causa che
produce questo limite sono due problemi che devono essere affrontati dal punto di
vista dell’Ipotesi di Super Spin (SSH).
A tale scopo prendiamo in esame un fotone: il suo aspetto, nel dominio SpazioTempo-Energia enneadimensionale della teoria SSH, è quello di un punto che si
muove orbitando attorno ad un altro punto, il quale sta fermo.
Per definire questo concetto utilizzeremo il termine “rotore”.
Le sue caratteristiche sono le seguenti:
• Poiché un punto che ruota sul proprio asse è geometricamente identico ad un
punto fermo, il punto orbitante attorno ad un riferimento deve essere disassato
rispetto a quest’ultimo: se così non fosse, non si potrebbero avere effetti
visibili.
• Il rotore a cui è associato l’aspetto fisico del fotone possiede due componenti,
lungo gli assi dello Spazio e del Tempo, ed ha una frequenza di rotazione
correlata con le sue caratteristiche fisiche, non ultima la sua velocità limite.
• Il fotone appare come tale solo dopo aver completato almeno un’orbita attorno
al punto di riferimento: soltanto così si può conoscere la sua frequenza di
rotazione ed identificarlo come tale.
Ma come si sposta il fotone nello spazio?
Dalle equazioni di Maxwell si ricava che il fotone si propaga come un’onda
elettromagnetica di tipo sinusoidale, costituita da due campi, quello elettrico E e
quello magnetico H, perpendicolari l’uno rispetto all’altro, che si annullano
contemporaneamente ogni 180°, pari ad una distanza “2R”, ed invertono la loro
polarità ogni 180° (vedi Fig.w)
S

E
H

E
H

T

Fig.w

I due campi componenti l’onda che si propaga sono la rappresentazione, nel dominio
Spazio-Tempo, rispettivamente della rotazione lungo l’asse dello Spazio la quale,
secondo la SSH, “crea il campo elettrico” e della rotazione lungo l’asse del Tempo la
quale, sempre secondo la SSH, “crea il campo magnetico”.

25

Se si vuole rappresentare, nel dominio Spazio-Tempo-Energia di Figura 1, il fotone
privo di massa, esso compare solamente sul piano S-T, in quanto la sua rotazione
secondo l’asse delle Energie risulta nulla, essendo stato appunto supposto privo di
massa; esso sarebbe cioè, nel dominio S-T-U, un disco senza spessore.
(Ciò appare, ai nostri occhi, del tutto utopistico, poiché, se un corpo è caratterizzato
da due rotazioni attorno ad assi perpendicolari, esisterà sempre anche una rotazione
attorno ad un terzo asse, perpendicolare ai primi due: pertanto sembra impossibile
che il fotone non possieda massa, seppur piccola.)
LA FREQUENZA DI ROTAZIONE DEL FOTONE ATTORNO AD UN PUNTO
DEL PIANO SPAZIO-TEMPO È, QUINDI, PROPORZIONALE ALLA
VELOCITÀ DEL FOTONE STESSO ED È TALE VALORE CHE DOBBIAMO
TENTARE DI CALCOLARE.
La rotazione del campo elettrico nel piano S-T, rappresentata in Fig.x, mostra
chiaramente che, dopo un giro completo, che si svolge su di una distanza pari a 4R, il
fotone ha percorso in realtà una lunghezza pari a 2πR lungo l’asse luce.
T

2Ï€R

4R
45°

4R

S

2 2R
Fig.x
S = T = 4 . R . cos 45° = 2 . R . 2
in cui S è lo spazio reale percorso dal fotone, che vale S = 2 . π . R.
Il Tempo può essere ricavato applicando il teorema di Pitagora alla Fig.x :
(4 . R)2 = S2 + T2
S e T sono uguali, poiché il valor massimo della velocità si ha in corrispondenza
dell’angolo la cui tangente vale 1, che rappresenta, in un sistema di assi cartesiani
ortogonali, la retta inclinata a 45°, o “linea di universo” [analogamente ad un
diagramma di Minkowski, in cui la storia di un raggio di luce appare come una retta
inclinata di 45° rispetto all’asse verticale (asse del tempo)].
Pertanto si ricava:
2 . T2 = 16 . R2 da cui T = 2 . R . 2
Quindi la velocità del fotone risulta pari a:
V = (2 . π . R) / (2 . R . 2 ) = π / 2 = π . (1/2)1/2

26

Ma, secondo le equazioni di Maxwell, le rotazioni sono due: una del campo elettrico
ed una del campo magnetico. Quindi la velocità complessiva del fotone risulta essere
composta da una componente temporale VT e da una spaziale VS.
Le due velocità , oltre ad essere ortogonali, devono essere massime in entrambi i
riferimenti, ed uguali (vedere Fig.y).
Vt = Vs = π . (1/2)1/2
VT

Vγ max

45°
VS

Fig. y
Vγ max = [π
π2 . (1/2) + π2 . (1/2)]1/2 = π
Facendo riferimento alla Fig.z, lungo gli assi dello Spazio e del Tempo appaiono,
rispettivamente, le componenti dell’energia del campo elettrico (UE) e di quello
magnetico (UB). Il fotone ha le componenti UBS ed UET eguali a zero ed inoltre UBT ed
UES uguali in modulo.
T

Eγ max

UBT
45°

S
UES

Fig. z
Considerando che le due componenti sono ortogonali tra di loro, geometricamente si
può scrivere, ponendo ZS = sen(π/4):
Eγ max = sen(π
Ï€/4) . UES = ZS â‹…UES
Tenendo presente che, UE = ½. ε 0 . E2 ed UB = ½ . (B2/ µ0), si deduce:
UE / UB = (εε0 / µ0) . (E2/ B2)
Poiché, poi, per il fotone il rapporto UE / UB vale 1, possiamo scrivere:

27

E = (µ
µ0 / ε0)1/2 . B
Ma tale formula è uguale a quella ricavata per via geometrica, dove E diventa pari ad
Eγ max solamente se l’angolo è pari a π/4.
Poiché ZS ha le dimensioni di (µ
µ0 / ε0)1/2, che è un’impedenza, si deduce che ZS è
anch’esso un’impedenza.
Pertanto:
Eγ max = sen(π
Ï€/4) . UES = (1/2)1/2 â‹…UES = (1/2)1/2 â‹…UBS = ZS â‹…UES
Le considerazioni che si possono fare sono:
- Il valore (1/2)1/2 ha le caratteristiche di una impedenza (Zs). [Il valore
dell’impedenza nel vuoto vale Z0 = (µ0 / ε0)1/2 = 377 Ω, dove µ0 è la permeabilità
magnetica (numero di linee di forza tra due punti del vuoto) ed ε0 è la costante
dielettrica (numero di punti attraversati o collegati dalle linee di forza)]. Nel
nostro caso i punti collegati da una linea di forza sono due.
- L’energia elettromagnetica di un fotone nel vuoto sembra essere eguale all’energia
massima del campo elettrico, che è uguale all’energia massima del campo
magnetico, in accordo con una perfetta anisotropia del piano spazio-temporale nei
confronti del fotone.
- Nel vuoto per il fotone la velocità della luce nello Spazio-Tempo non può essere
che quella massima, cioè π, così come non può essere infinita la velocità di una
qualsiasi radiazione elettromagnetica poiché anche nella fisica moderna, il vuoto
ha un ben preciso valore d’impedenza. Evidentemente, esiste un etere, il cui
valore sperimentale di impedenza (Z0) è diverso da zero, come risulta anche dai
calcoli teorici.
- La velocità massima possibile per un corpo che non ha massa, ovvero che non ha
componenti rotazionali lungo l’asse dell’Energia potenziale, sarebbe dunque
rappresentata da π (Pi greco). Questo vuol dire che la velocità limite di un fotone
dovrebbe essere 314 159 Km/s , e non circa 300 000.
- Se la velocità della luce misurata fosse realmente inferiore a quella teorica, ciò
starebbe a dimostrare che esiste un piccolo effetto di frame-dragging (circa 14 000
Km/s), dovuto alla distorsione dello Spazio-Tempo. Ma se lo Spazio-Tempo viene
distorto, ancora una volta siamo di fronte all’esistenza di un etere fisico, che
subisce anch’esso una distorsione.
Se tutto ciò è vero, allora la differenza deve essere imputata al fatto che il fotone ha
in realtà una massa piccola, ma presente.

28

In altre parole lungo l’asse dell’Energia potenziale vi è una componente rotazionale,
la quale, con il suo valore, va a diminuire il modulo della velocità finale. (Aumenta il
valore di T necessario perché tutto il percorso 2πR sia compiuto: si è, per così dire,
perso un poco di Tempo per far ruotare anche sull’asse dell’Energia potenziale il
punto che ci appare come fotone).
Esaminiamo adesso l’effetto Doppler. Se un osservatore sta muovendosi con una
componente di velocità nella direzione di un fotone, quando egli incontra
quest’ultimo, che sta viaggiando alla velocità della luce, la frequenza di rotazione del
punto che ai suoi occhi appare come fotone gli sembrerà alterata. Per l’osservatore
cambierà , pertanto, il colore del fotone percepito, ma non la sua velocità nello
Spazio-Tempo, la quale rimarrà , invece, sempre uguale. Facendo riferimento alla
Fig.x diminuisce, infatti, il valore di R e, di conseguenza, si accorciano sia lo Spazio
che il Tempo, rimanendo tuttavia sempre uguali l’uno all’altro, cosicché il loro
rapporto (che è la velocità ) rimane inalterato.
Inoltre occorre notare che le misurazioni da noi fatte per verificare la velocità della
luce vengono effettuate da un osservatore che sta fermo nello Spazio, con il
cronometro in mano, mentre il fotone corre nello Spazio-Tempo. Andando alla
velocità della luce il fotone potrebbe portare con sè una distorsione dello SpazioTempo stesso (frame-dragging), la quale, al suo arrivo a destinazione, falserebbe i
risultati ottenuti. Se il fotone tentasse di andare più veloce, lo Spazio gli andrebbe
dietro, facendolo arrivare sempre in ritardo rispetto alla sua velocità : in altre parole
arriverebbe sempre alla velocità della luce. Tale velocità , intrinseca al fotone, risulta,
dai calcoli testé fatti, superiore a quella che misuriamo. Per come è fatto lo SpazioTempo e per come l’informazione si muove, ruotando intorno a punti adiacenti nello
Spazio-Tempo stesso, il massimo valore possibile per la velocità è pari a Pi greco.
E’ bene ricordare che, per la SSH, lo Spazio, il Tempo e l’Energia Potenziale si
misurano tutti con la stessa unità di misura.
Nel dominio della SSH la velocità è, dunque, adimensionale, ed è definita come
l’apparente variazione di un’informazione lungo uno o più assi del suddetto
dominio.
Così la velocità può essere indifferentemente calcolata su due assi (Spazio e Tempo)
o su di un asse solamente (per esempio quello dell’Energia potenziale, come vedremo
in seguito nell’ANNESSO IV).
In senso più matematico una misura nel dominio SSH si definisce geometricamente
con un angolo il cui valore del seno ne rappresenta, se proiettato sull’asse su cui
facciamo la misura, la misura stessa.

29

ANNESSO III
LA MATRICE D’EFFETTO
ORIENTAMENTO DEGLI ASSI PRINCIPALI E SECONDARI
L’Universo della SSH può essere schematizzato, in prima approssimazione, come un
cono circolare retto, il cui asse è quello dell’Energia; i vertici dei due semiconi che
compongono il cono si toccano nel punto di origine.
Si può pensare che, dal suddetto punto di origine, fuoriescano gli assi dello Spazio
e del Tempo, ortogonali sia l’uno rispetto all’altro sia, ambedue, rispetto a quello
dell’Energia.
In pratica si formano due terne di assi principali, che hanno in comune la coppia
Spazio-Tempo ed i rispettivi assi dell’Energia coincidenti come direzione, ma rivolti
in senso opposto l’uno rispetto all’altro. Per la terna ortogonale principale contenente
i semiassi positivi di Spazio, Tempo ed Energia considereremo valida la regola della
mano destra (Nota 2). Poiché l’altra terna principale ha in comune con la prima gli
assi dello Spazio e del Tempo, ma ha quello dell’Energia rivolto in direzione opposta,
per essa sarà valida la regola della mano sinistra (Nota 2).
A priori non si sa se la sequenza corretta degli assi sia Spazio, Tempo, Energia
oppure Tempo, Spazio ed Energia, quindi occorre considerare le due possibilità di
suddivisione dell’Universo in otto ottanti (quattro quadranti superiori e quattro
inferiori). Questi traggono origine dalla possibile esistenza di semiassi negativi non
solo per l’asse dell’Energia, ma anche per quelli dello Spazio e del Tempo. E’
interessante notare che, ribaltando la sequenza (T-S-U), si ottengono le stesse
configurazioni riportate nella sequenza (S-T-U). Siccome l’adozione del segno
positivo o di quello negativo per l’asse dell’Energia è del tutto arbitraria, se ne
deduce che è indifferente quale delle due sequenze viene adottata come corretta:
pertanto sceglieremo come standard quella della Tav. B, cioè S-T-U.
Gli assi ortogonali secondari, che sono tre per ogni asse principale e che
chiameremo, per comodità, x, y e z, pur senza attribuire a questi simboli il
significato spaziale che di solito li caratterizza, devono rispettare le stesse regole
di quelli principali, ai quali sono paralleli, pertanto seguiranno la regola della
mano destra nel semiuniverso positivo e quella della mano sinistra nel
semiuniverso negativo.
L’Energia potenziale, secondo le convenzioni della Fisica, è negativa, quindi, se il
Semiuniverso “positivo” è quello per così dire “superiore”, il nostro Semiuniverso
dovrebbe essere quello “inferiore”, con l’asse dell’Energia rivolto verso il “basso” e
caratterizzato dalla regola della mano sinistra.
Ciascuna terna di assi secondari ha l’asse x parallelo con verso coincidente con
quello dell’asse principale a cui è associata ed i restanti due assi (secondari)
orientati parallelamente agli altri due assi primari.

30

Le quattro orientazioni prescelte per gli assi secondari relativi all’asse primario S+
(S1, S2, S3 ed S4) si ottengono ciascuna da quella precedente mediante rotazione,
attorno all’asse Sx, di un quarto di giro in senso antiorario, guardando nella direzione
della freccia di tale asse. Si adotta, inoltre, la convenzione secondo cui anche le
orientazioni degli assi secondari relativi agli assi primari T ed U- siano, a parte lo
scambio di assi, inizialmente tali da poter sovrapporre le tre terne secondarie ed in
ciascuna serie l’orientazione seguente si ottenga dalla precedente mediante rotazione
di un quarto di giro in senso antiorario, sempre guardando nella direzione della
freccia del rispettivo asse Tx od Uz.
DEFINIZIONE DELLA MATRICE D’EFFETTO
La matrice d’effetto, mediante le componenti presenti sui nove assi del modello S-TU, produce un tensore, il cui modulo può avere valore massimo uguale ad 1 x 3 = 3
(un valore pari ad 1 su ciascun asse principale) e valore minimo uguale a zero (nessun
effetto presente). Implicitamente si ammette che, se se si ha un effetto uguale ripartito
su tutti e nove gli assi, su ciascuno di essi si avrà un valore di spin pari ad 1/3,
cosicché la somma totale risulterà sempre uguale a 3. Il versore, invece, indicherà il
tipo d’effetto prodotto, e quindi come l’Universo ci appare nel punto caratterizzato da
quel tensore.
Se, per ipotesi:
• la matrice rotazione, lungo lo Spazio-Tempo, valesse π,
• non esistessero altri effetti dispersivi,
• il modulo del vettore fosse inferiore ad uno (ad esempio 0,99),
moltiplicando π per 0,99 e per una costante, che avrebbe il compito di conferire le
opportune dimensioni al risultato, si dovrebbe ottenere, quale effetto finale, la
velocità della luce.
Si potrebbe, in tal modo, verificare se l’effetto del vuoto è ancora una volta nullo
oppure se esiste l’etere e si potrebbe appurare anche se il fotone ha massa oppure no.
Prima di affrontare il calcolo, gli assi S, T ed U devono essere opportunamente
orientati l’uno rispetto all’altro, come indicato nella Tav. E: infatti, non essendo in
gioco dimensioni, ma solo rotazioni, queste ultime si sommeranno vettorialmente.
Le regole sono quelle della somma vettoriale:
a) due vettori paralleli si sommano se hanno la stessa direzione.
b) due vettori paralleli si sottraggono se hanno direzioni opposte.
c) due vettori perpendicolari (per esempio Sx ed Sy oppure Ux ed Sx) si sommano
con la regola dei quadrati: S = ( Sy2 + Sx2)1/2.
Non esistono altre regole, poiché non esistono altri angoli in un sistema totalmente
ortogonale.
Occorre tener presente che, sui nove assi, la somma totale dei valori è sempre uguale
a 3, e vale 1 su ciascuno dei tre assi principali (S-T-U).
La formula generale diventa, quindi:
(1) A = [ (Sx - Tz - Uy)2 + (Sy + Tx - Uz)2 + (Sz - Ty + Ux)2]1/2
Calcoliamo ora la matrice del fotone, per il quale:

31

Sx = Sy = Sz = Tx = Ty = Tz = 1/3
Il fotone, secondo la fisica attuale, non ha massa. Di conseguenza nella nostra
rappresentazione non ha componenti lungo l’asse U, pertanto si può scrivere:
U x = Uy = Uz = 0
Introducendo i valori suddetti nella formula generale (1) si ricava:
(2) A = [(Sy + Tx)2]1/2 = [(1/3 + 1/3)2]1/2 = [(2/3)2]1/2 = 2/3
Attenzione
Anche se il fotone non ha massa, quindi non manifesta rotazione attorno agli assi Ux ,
Uy , Uz ed i valori relativi valgono pertanto zero, bisogna comunque ricordare che:
la nostra ipotesi prevede che il loro contributo alla rotazione non possa
semplicemente sparire, ma debba essere ridistribuito sui sei assi del Tempo e
dello Spazio.
Ciò equivale a dire che
1/3 + 1/3 + 1/3 = 1
deve essere ridistribuito sui sei assi Sx , Sy , Sz , Tx , Ty e Tz , sotto forma di
1 = 1/6 + 1/6 + 1/6 + 1/6 + 1/6 + 1/6
(sei volte 1/6).
Tutto ciò vale se si suppone che il fotone mantenga la simmetria nell’ambito spaziotemporale. Questa condizione è da noi assunta come corretta, tenendo presente
l’anisotropia dello Spazio-Tempo-Energia potenziale (non è comunque detto che ciò
sia vero anche per le altre particelle: in altre parole la densità dell’Universo lungo i
tre assi del dominio SSH, espressa come quantità di rotazione totale, dovrebbe essere
la stessa).
In conseguenza di tali ipotesi la (2) diventa:
(3) A = [(Tx + Sy)2]1/2 = [(1/3 + 1/6 + 1/3 + 1/6 )2]1/2 = 1
La velocità del fotone sarebbe quindi pari a:
A . π . Kd = 1 . π . Kd = π . Kd
e quindi (Nota 3), ponendo Kd = 108 m/s, il valore della velocità della luce
risulterebbe pari a:
3,14159.108 m/s = 314 159 Km/s
La costante Kd contiene le informazioni sulle unità di misura fino ad oggi adottate nel
piano spazio-temporale ed il suo valore è impostato in modo da adattare l’Universo
enneadimensionale a quello a noi noto.
Bisogna infatti sottolineare che, per passare dal sistema SSH, assolutamente
adimensionale, a quello oggi in uso, bisogna sempre moltiplicare i nostri risultati per
una costante che contenga due informazioni:
1. le dimensioni
2. un parametro numerico che permetta di stabilire, in termini matematici, l’ordine di
grandezza dei fenomeni descritti.
Da questo punto di vista il nostro modo di concepire l’Universo prevede che lo
Spazio, il Tempo e l’Energia potenziale “scorrano con la stessa velocità ”, conferendo
totale isotropia all’Universo stesso. Tale affermazione produce la necessità di
adottare delle costanti di conversione, ad esempio per adattare le misure fatte nel
Tempo con quelle fatte nello Spazio o nell’Energia.

32

Se così non facessimo, gli assi del dominio SSH, una volta riferiti a quello di
definizione dell’Universo riconosciuto dalla fisica odierna, non avrebbero uguale
lunghezza.
Se nella fisica tradizionale esiste una misura chiamata J, esisterà anche,
nell’Universo SSH, una rotazione ascrivibile alla misura J, che sarà pari a π
moltiplicato per una costante contenente le informazioni sulle dimensioni e
sull’ordine di grandezza da introdurre e moltiplicato ancora per il contributo della
cosiddetta matrice d’effetto M, che rappresenta la quantità di rotazione globale da
applicare alla rotazione π che descrive il fenomeno.
J = K . π .M

Dai calcoli sopra esposti si evince, inoltre, che il valore della velocità della luce da
noi proposto risulterebbe circa il 5% più alto rispetto a quello attualmente accettato.
Tale circostanza starebbe quindi a significare, secondo la nostra ipotesi, che il fotone
mantiene una certa quantità di rotazione lungo l’asse dell’Energia potenziale,
diminuendo, di conseguenza, il contributo dello spin sul piano spazio-temporale,
caratteristico della radiazione luminosa, e provocando tale differenza.
Nota 1
Ricordiamo che per altra via abbiamo determinato il valore della massa del fotone, che risulta
essere molto piccola (vedi ANNESSO I), come viene evidenziato anche in questo caso.

MATRICE D’EFFETTO DI UN IPOTETICO FOTONE PRIVO DI MASSA
Il tensore che esprime il tipo di effetto globale della realtà , come noi la percepiamo,
può essere espresso da una matrice 9 x 9 , in cui gli spazi, i tempi e le energie si
sommano vettorialmente secondo le regole geometriche succitate, sulla base
dell’orientamento degli assi.
Volendo, ad esempio, calcolare la matrice di un ipotetico fotone senza massa,
dobbiamo ricordare che le componenti secondo U sono tutte nulle, mentre tutte le
altre componenti valgono 1/3. Assumiamo anche che la rotazione dell’asse
dell’Energia non si ridistribuisca sugli altri assi e si ottengono equazioni come le
seguenti:

Sx + Sx = 1/3 + 1/3 = 2/3
Sx + Sy = [(1/3)2 + (1/3)2]1/2 = 2 /3
Sx + Sz = [(1/3)2 + (1/3)2]1/2 = 2 /3
Sx + Ux = [(1/3)2 +(0)2]1/2 = 1/3
Sx + Uy = 1/3 - 0 = 1/3
Sx + Uz = [(1/3)2 +(0)2]1/2 = 1/3
Sx + Tx = [(1/3)2 + (1/3)2]1/2 = 2 /3
Sx + Ty = [(1/3)2 + (1/3)2]1/2 = 2 /3
Sx + Tz = 1/3 – 1/3 = 0
Ux + Ux = 0 + 0 = 0
Uy + Uy = 0 + 0 = 0
Uz + Uz = 0 + 0 = 0

33

Costruiamo ora la Matrice d’Effetto

Sx

Sy

Sz

Tx

Ty

Tz

Ux

Uy

Uz

Sx

2/3

2 /3

2 /3

2 /3

2 /3

0

1/3

1/3

1/3

Sy

2 /3

2/3

2 /3

2/3

2 /3

2 /3

1/3

1/3

1/3

Sz

2 /3

2 /3

2/3

2 /3

0

2 /3

1/3

1/3

1/3

Tx

2 /3

2/3

2 /3

2/3

2 /3

2 /3

1/3

1/3

1/3

Ty

2 /3

2 /3

0

2 /3

2/3

2 /3

1/3

1/3

1/3

Tz

0

2 /3

2 /3

2 /3

2 /3

2/3

1/3

1/3

1/3

Ux

1/3

1/3

1/3

1/3

1/3

1/3

0

0

0

Uy

1/3

1/3

1/3

1/3

1/3

1/3

0

0

0

Uz

1/3

1/3

1/3

1/3

1/3

0

0

0

1/3

Come si può notare, i valori rappresentano gli spin delle particelle subatomiche a
noi note.
Si constata, inoltre, che questo fotone immaginario non è una particella a simmetria
sferica nel dominio S-T-U. Questo ci consente di affermare che, se la particella fosse
completamente simmetrica, non potrebbe esistere la corrispondente antiparticella,
cioè l’antifotone.
Le particelle che risultano sferiche nel dominio S-T-U non hanno antiparticelle,
poiché la loro immagine speculare risulta sovrapponibile a se stesse.
Non risulterebbe, pertanto, possibile sommare tali particelle alle loro antiparticelle
ottenendo come risultato l’annichilazione totale di tutte le componenti S, T ed U.
Da ciò si potrebbe dedurre che le particelle totalmente simmetriche non esistono,
perché la somma della matrice di una particella asimmetrica con quella della sua
antiparticella DEVE fornire un valore nullo, mentre questo non è vero per le
particelle sferiche. Bisogna, in altre parole, rispettare la simmetria dell’Universo, che

34

possiede un centro di inversione e, per di più, alla fine, è destinato ad annichilarsi;
dobbiamo constatare che non potrebbe farlo in modo completo se non esistesse
l’antiparticella di ciascuna delle sue particelle.
La presenza di una particella totalmente simmetrica creerebbe dunque una
asimmetria nell’Universo.
Un’ultima considerazione è legata al tipo di trattazione che abbiamo usato, la quale
permetterebbe di calcolare gli urti tra particelle sommando le loro matrici. Ciò
consentirebbe di prevedere, da un punto di vista teorico, cosa succede nell’urto, in
modo un molto più semplice di quello utilizzato fino ad oggi.
Nota 2
Ricordare che:
Due assi sono ortogonali se è nullo il prodotto scalare dei versori che li identificano.
Nel nostro caso devono essere pari a zero i prodotti scalari relativi alle coppie di assi S-T , S-U e
T-U. Ovviamente ciò vale anche per ciascuna delle tre terne di assi che identificano le direzioni
spaziali, cioè Sx, Sy, Sz ; Tx, Ty, Tz : Ux, Uy, Uz.
Tra i vettori A e B, che formano un angolo α, il prodotto scalare vale: A.B. cosα
α
Se A e B sono diversi da zero, il prodotto scalare è nullo se α vale, appunto, π/2.
Gli assi generici A, B e C seguono la regola della mano destra se, prendendo, nell’ordine, prima
A e poi B, l’asse C è orientato come il vettore risultante dal loro prodotto vettoriale.
Il vettore risultante dal prodotto vettoriale A ∧ B ha l’orientamento sopra descritto e modulo:
|A ∧ B| = |A| . |B| . senθ
θ
Essendo θ l'angolo compreso tra A e B.
In parole povere, dato un riferimento tradizionale x, y, z di assi ortogonali che rispettano la regola
della mano destra, se prendiamo, nell’ordine, i versori dei semiassi positivi x ed y, il risultato del
loro prodotto vettoriale è il versore de semiasse positivo z.

z

O

y

x
Per la regola della mano sinistra, invece, prendendo, nell’ordine, i versori dei semiassi positivi x ed
y dello stesso riferimento tradizionale x, y, z di assi ortogonali, il terzo versore è quello del
semiasse negativo z.

O

y

x
z

35

Nota 3
Per il Sistema Internazionale di misura (SI) la definizione di secondo (unità di tempo) è:
•

L’intervallo di tempo che contiene 9 192 631 770 (9,192631770.109) periodi della radiazione
corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di
Cesio 133.

Il metro (unità di misura della lunghezza) è, invece, definito come segue:
•

Lunghezza uguale a 1 650 763,73 (1,65076373.106) lunghezze d’onda, nel vuoto, della
radiazione corrispondente alla transizione tra i livelli 2p10 e 5d5 dell’atomo di Cripto 86.

Quest’ultima definizione si basa sulla misura della velocità della luce nel vuoto e sulla formula che
definisce la lunghezza d’onda λ :
λ = c / f oppure λ = c . T
in cui:
f = frequenza dell’oscillazione della radiazione
T = 1/f = periodo dell’oscillazione della radiazione
c = 2,99792.108 m/s = velocità della luce nel vuoto
In pratica si adotta, come ambiente di misura, lo spazio vuoto ed, ammesso che la velocità della
luce in tale ambiente sia costante, si stabilisce che il metro è pari allo spazio che la luce percorre
durante un certo numero di periodi della frequenza campione.
Nulla vieterebbe di dire che, adottati una frequenza campione ed un ambiente campione (lo spazio
vuoto), il metro è lo Spazio percorso dalla luce in un certo numero di periodi di tale frequenza,
mentre il secondo è il Tempo trascorso in un altro numero di periodi della medesima frequenza.
Se per ambedue le unità di misura si adotta come campione la transizione tra i livelli 2p10 e 5d5
dell’atomo di Cripto 86 (4,94886.1014 Hz), la definizione di secondo diventa la seguente:
•

L’intervallo di tempo che contiene 4,94886.1014 periodi della radiazione corrispondente alla
transizione tra i livelli 2p10 e 5d5 dell’atomo di Cripto 86.

La definizione di metro può diventare, invece:
•

Spazio percorso, nel vuoto, dalla luce durante 1 650 763,73 (1,65076373.106) periodi della
radiazione corrispondente alla transizione tra i livelli 2p10 e 5d5 dell’atomo di Cripto 86.

Poiché è stato utilizzato lo stesso campione di frequenza, ambedue le due unità di misura sono
definite come numero di periodi, quindi il loro rapporto può essere espresso come quello tra due
numeri ed essere, pertanto, adimensionale. Il suo valore è:
4,94886.1014 / 1,65076373.106 = 2,99792.108
che coincide con quello della velocità della luce nel vuoto, a parte le dimensioni: queste compaiono
quando si attribuisce al numeratore la dimensione di una lunghezza, cioè di uno Spazio, ed al
denominatore la dimensione di un Tempo.

36

ANNESSO IV
L’UNIVERSO E’ QUANTIZZATO ?
Dall’analisi della teoria e dei tre precedenti ANNESSI appare chiaro che la SSH
spiega perfettamente perché l’Universo è quantizzato, e cosa vuol dire
quantizzazione.
Per la nascita di una teoria unificatrice delle diverse fisiche esistenti un grosso scoglio
è stato rappresentato, finora, dal fatto che, mentre i fisici relativistici pensano che le
grandezze fisiche siano continue, i fisici quantistici le vedono fatte a scalini e parlano
di quanti, di pezzi di Energia interi ed indivisibili, come se fossero mattoni.
Gli orbitali atomici sono quantizzati, cioè un elettrone può stare o in un orbitale con
una certa Energia potenziale, o in un altro orbitale, con un’altra Energia potenziale.
Quello che l’elettrone non può fare è avere un’Energia intermedia ai due stati. E’
come se un palazzo avesse due piani: o si abita di sotto o di sopra, ma non nel mezzo.
Questo significa che l’Energia va a scalini, a quanti appunto, ma vuol dire anche che,
se si accelera una vettura lungo l’autostrada, non si potranno ottenere tutti i valori di
velocità , ma solo alcuni, corrispondenti a quelli permessi dalla quantizzazione.
Chi guida la vettura non se ne accorge, infatti gli sembra di poter accelerare con un
incremento continuo dell’Energia fornita dal motore. In realtà , però, i quanti, o
pacchetti di Energia erogati dal motore, sono così piccoli che, tra l’uno e l’altro, non
si registra apprezzabile differenza. Questa differenza viene invece registrata e diventa
macroscopica quando si va nel mondo del piccolo, nel mondo subatomico appunto.
Allora i diversi stati energetici quantizzati si mostrano e possono perfino essere
agevolmente misurati.
Nella SSH si ipotizza un Universo materiale con sette livelli energetici quantizzati. Ci
dobbiamo chiedere perché esistono e perché sono così fatti.
Bisogna innanzitutto notare che, nel nostro dominio enneadimensionale, i sette piani
energetici sono contraddistinti da frequenze diverse di rotazione attorno all’asse
dell’Energia. Inoltre le varie frequenze di rotazione di tutti i piani dell’esistenza
devono essere multiple di uno stesso valore (2π), perché, se così non fosse, le ruote (i
piani rotanti spazio-temporali dei diversi sottouniversi paralleli) non girerebbero in
modo sincrono, alterando la simmetria dell’intero Universo, e si sa che ciò è
impossibile per i principi della termodinamica classica.
Quindi le rotazioni lungo l’asse del Tempo e dello Spazio devono essere quantizzate.
Nel caso III° del capitolo “ALCUNE CONSEGUENZE DELLA SSH” si vede che,
quando si passa da un universo inferiore ad un universo superiore, le frequenze di
rotazione lungo l’asse delle Energie potenziali e lungo quello dello Spazio aumentano
quantisticamente, mentre la frequenza di rotazione attorno all’asse del Tempo rimane
identica.
In altre parole i sette diversi piani esistenziali sono sincroni nel loro movimento e
quindi il Tempo scorre su di essi con la stessa velocità .
Ma la vera radice della quantistica risiede ancora più a monte, e precisamente nel
fatto che esistono solo tre stati di esistenza: quello caratterizzato dalla non rotazione,
quello caratterizzato dalla rotazione e quello caratterizzato dalla antirotazione.

37

Pertanto l’Universo non è continuo: si presenta, infatti, solamente in tre modi
differenti e non esistono situazioni intermedie. O si è o non si è; nel mezzo non esiste
nulla.
Questa è l’unica spiegazione possibile per dare all’Universo un aspetto quantistico.
Se ci si pensa bene la rotazione è l’unica operazione matematico-geometrica che ha
la caratteristica di essere – , di essere + o di non essere.
Questa condizione è assolutamente necessaria per garantire un centro di inversione
dell’Universo, così come noi lo abbiamo descritto. Se volessimo scendere ancora di
più a fondo, ci accorgeremmo che gli stati quantici dell’Universo non sono tre,
ovvero “più”, “meno” e “zero”, ma solo due, cioè rotazione e stasi (assenza di
rotazione).
La differenza tra rotazione ed antirotazione è puramente simbolica e ci si può
facilmente render conto che dipende dal punto di vista dell’osservatore. Infatti il cono
dell’SSH gira tutto rigidamente, ma, se ci poniamo nel punto d’origine e guardiamo
verso l’alto, notiamo che il semicono contenente l’universo dell’antimateria ruota in
senso opposto rispetto a quello contenente la materia, che vedremmo guardando
verso il basso.
Tale aspetto della questione impedisce, tra l’altro, l’esistenza di un punto di
discontinuità nell’Universo, il quale, pertanto, risulta sempre matematicamente
definibile. Infatti avere dei punti di discontinuità in una funzione che descriva
l’Universo può voler dire che esistono luoghi in cui valgono più leggi
contemporaneamente.
Nel punto di generazione dell’universo e dell’antiuniverso non possono esistere
contemporaneamente una situazione di rotazione ed una di antirotazione, perché
questo violerebbe principi fisici elementari.
Si ha, invece, apparente rotazione od antirotazione soltanto relativamente
all’osservatore. La funzione matematica in quel punto non è discontinua e la sua
derivata ha un valore definibile.
La quantizzazione, dunque, nasce dall’esigenza di differenziare i due soli stati del
“Tutto”, che sono: ruotare o stare fermo, dove stare fermo può avere due significati:
può rappresentare la sovrapposizione di due stati degeneri controrotanti, che si
annullano a vicenda, oppure può essere l’assenza totale di rotazione. Dunque
l’Energia è quantizzata perché i piani, o livelli energetici, dell’esistenza sono
caratterizzati da rotazioni multiple di 2Ï€.
Inoltre la SSH prevede anche una rotazione attorno all’asse del Tempo, la quale
produce, come effetto secondario, il progressivo spostamento dei piani spaziotemporali verso il punto di origine. Questo movimento è continuo e prevede tutti i
valori delle energie intermedi tra un livello e l’altro, calcolati a tempo t1. Ciò che è
quantizzato lo è a causa della differenza tra un livello energetico e l’altro, anche se i
diversi livelli si spostano in un continuum energetico. Dunque ad apparire quantizzata
è la misura della differenza di Energia tra gli stati energetici, mentre gli stati stessi
possono assumere tutti i valori possibili, in modo continuo.
Ciò vale anche per lo Spazio, poiché, all’interno del piano spazio-temporale, esistono
punti, posti a distanze quantizzate, su cui si basa lo stesso tessuto spazio-temporale.

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Questo accade perché lo Spazio nasce e si estrinseca in quanto la SSH prevede che ci
sia una rotazione attorno all’asse del Tempo, il quale viene così a definirsi. Una
rotazione, che avvenga sia lungo l’asse dell’Energia potenziale sia lungo quello del
Tempo, produce altra rotazione lungo l’asse dello Spazio, che, a sua volta, si
definisce e si quantizza. Il Tempo è continuo, ma, all’interno dei piani dimensionali,
può assumere soltanto ben precisi autovalori, così come avviene per lo Spazio.
Praticamente dall’esterno dei piani dimensionali si ha la percezione del continuum,
ma all’interno tutto si quantizza: Spazio, Tempo ed Energia potenziale.
Possiamo così postulare che:
a Tempo continuo, cioè fra due misure del Tempo nella scala del continuo
eseguite in corrispondenza degli stessi microstati, si verificano fenomeni
continui, che tali appaiono e risultano continuamente misurabili. A Tempo
fermo, cioè in un istante qualunque, invece, microstati diversi evidenziano solo
valori quantizzati, sia per lo Spazio che per l’Energia.
In altre parole, solo quando si quantizza il Tempo si quantizza anche tutto il resto.
Effettivamente la teoria quantistica prevede assenza di misure temporali. Noi
diremmo che le misure vengono eseguite a Tempo costante, cioè in un istante
determinato, quindi tutto ci appare quantizzato.
In sintesi, se tutto si muove, tutto ci appare continuo, ma se tutto si ferma, allora tutto
ci appare quantizzato, come la pellicola di un film: durante la proiezione non
vediamo la quantizzazione, ma a pellicola ferma ci accorgiamo che ci sono
moltissimi fotogrammi e, tra l’uno e l’altro, non esistono altre immagini.
Inoltre, siccome alla fine del tempo tutti i microstati tendono a diventare degeneri,
ovvero tendono a diventare un solo microstato, è evidente che l’aspetto quantistico,
con l’andar del tempo, tende a scomparire.
Nel 1996, Louis Nielsen descrisse, nel suo trattato di cosmologia, basato, tra le altre
cose, sull’esistenza di un etere rigido, un Universo che perde gradatamente gravità ,
proprio come accadrebbe ai nostri microstati (che sono i sette piani dell’esistenza)
che si innalzano verso un punto ad Energia potenziale zero durante lo scorrere del
Tempo. Nel suo sito http://rostra.dk/louis/quant_01.htm l’autore descrive un
Universo in cui sia il Tempo che lo Spazio risulterebbero quantizzati.
Per un’altra teoria, che prevede effetti simili alla SSH (inflazione dell’Universo,
esistenza di un etere, e gravità quantizzata), vedere l’approccio GET (General Ether
Theory) sul sito http://www.cyberpass.net/~ilja/GET/index.html .
Infine risulta assolutamente identica alla nostra teoria quella pubblicata nel 1999 da
Alex Kaivarainen dell’Università di Turku, Finlandia, che è consultabile sul sito
http://www.karelia.ru/~alexk . In questo articolo, dal titolo Dynamic model of
wave-particle duality and superunification, l’autore considera che le onde associate
ad un corpo in movimento (teoria di De Broglie) altro non siano che combinazioni di
due pulsazioni alternative di particelle sub-elementari, composte da fasi ondulatorie e
fasi corpuscolari; ognuno di questi due aspetti rappresenterebbe un semiperiodo
dell’onda di De Broglie. Le risultanti proprietà (tre) di spin, carica e massa
apparirebbero quando non compensate, in un certo punto, da azioni contrarie, le quali
si esplicherebbero nella rotazione, in un senso o nell’altro, attorno ad un asse da parte

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di particelle che comporrebbero l’etere rigido che riempie l’Universo. Questo etere
rigido sarebbe la somma di due tipi di vuoto: uno descritto con particelle che ruotano
in un senso, e l’altro, coesistente con il primo, descritto da particelle che ruotano in
senso opposto. Dove esiste squilibrio appaiono spin, carica o massa.
Il risultato delle due rotazioni in senso inverso produrrebbe, quando in equilibrio, il
cosiddetto etere, formato, in verità , da una superficie di Bosoni (BVB = bi-vacuum
bosons). Il punto di vista di Alex Kaivarainen, sebbene limitato al solo fenomeno
della dualità particella-onda, rappresenta lo stesso nostro modo di vedere le cose.
Dunque l’autore considera la fase corpuscolare (C) e la fase ondulatoria (W), le quali,
come somma, forniscono la fase di De Broglie (B); la SSH considera, invece, la fase
(B) come somma di tre, e non due, rotazioni ed antirotazioni, ciascuna responsabile,
rispettivamente, di Energia, Spazio e Tempo. Tuttavia un esame più attento della
teoria di questo autore porta a concludere che egli ha semplicemente utilizzato
descrittori geometrici differenti dai nostri, ma è partito dallo stesso nostro assunto.

ALCUNE CONSEGUENZE DELLA SSH
I°) LO SPIN SPAZIALE E LA SUA INVERSIONE
Si sa che lo spin è una proprietà che caratterizza alcune particelle elementari, come
l’elettrone, che può averlo di valore pari a + ½o – ½.
Cosa accade quando si ha una variazione di spin, cioè quando si salta da uno dei due
valori quantizzati all’altro?
Non si può pensare che l’elettrone si fermi per un istante, quindi cominci a ruotare in
senso antiorario, poiché questa ipotesi contrasterebbe con il principio di
conservazione dell’Energia legata allo spin stesso: infatti, se l’elettrone smettesse di
ruotare, in quell’istante la sua Energia si annullerebbe.
I calcoli quantomeccanici dimostrano che lo spin, per fare il suddetto salto, varia di
ben 720 gradi, cioè 4π, ma quale significato possa avere il numero 4π nessuno lo sa.
Il modello di figura 2 mostra come l’elettrone, nella SSH, non si fermi mai, ma vari
semplicemente il proprio angolo di rotazione in modo continuo, passando dalla
rotazione lungo l’asse dello Spazio a quella lungo l’asse dell’Energia (tratto 1-2), poi
dall’asse dell’Energia a quello del Tempo (tratto 2-3), quindi dall’asse del Tempo a
quello dell’Energia (tratto 3-4) ed infine dall’asse dell’Energia a quello dello Spazio
(tratto 4-5).
Per l’osservatore posto nello Spazio saranno visibili soltanto le variazioni di rotazione
angolare nello Spazio e nel Tempo e non quelle relative all’asse dell’Energia
potenziale. Tutta la variazione del versore di spin è espressa dal valore di un giro
completo, che, a livello geometrico, è rappresentabile dalla circonferenza del cerchio
di Möbius (vedere Nota 2): proprio 720° (4π), come del resto fa notare il fisico
Giuliana Conforto nel suo libro Scienza Intuitiva (ed. Noesis). La variazione di spin
non sarebbe, quindi, quantizzata, bensì continua e caratterizzata da un tempo di
esecuzione fisicamente non misurabile.

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Questo esempio lascia supporre che il modello SSH possa essere ritenuto valido,
almeno come chiave di lettura alternativa capace di spiegare situazioni che altri
modelli non sono in grado di prevedere.

Nota 2
Ricordare che:
Il nastro di Möbius è formato da un rettangolo allungato, con un lato decisamente più lungo di
quello corto; i quattro vertici sono identificati, in sequenza, dalle lettere A, B, A’, e B’, con A e B
disposti su di uno dei lati corti e le altre due lettere disposte sull’altro lato corto.
A
B’
B
A’
Si uniscono, poi, i due lati corti attorcigliando il nastro su se stesso una sola volta, facendo sì che A
si congiunga con A’ e B con B’. In tal modo si forma un nastro bidimensionale che ha, però, un
solo bordo, seguendo il quale ci si trova sempre al punto di partenza. Infatti, se si parte dal punto A’, che è situato su di un bordo del nastro e si scorre lungo il bordo stesso, dopo un giro (2π) ci si
trova nel punto B-B’, dall’altra parte del nastro rispetto ad A-A’; dopo un altro giro (in totale 4π)
ci si trova nuovamente nel punto di partenza. In pratica una freccia, che abbia la punta in A-A’ e la
coda in B-B’, dopo un giro è capovolta, con la punta in B-B’ e la coda in A-A’, e, dopo un altro
giro, assume nuovamente la posizione iniziale.
Durante un giro (2π) lungo il bordo del nastro, cioè sul piano per così dire orizzontale, la freccia
compie anche un mezzo giro (Ï€) su se stessa, ovvero sul piano verticale; in totale, dopo un giro
completo, per assumere una posizione invertita rispetto a quella iniziale, percorre (2π + π), cioè
360° + 180° , e 720° + 360° (4π + 2π) dopo due giri completi, per sovrapporsi perfettamente alla
posizione iniziale dopo aver compiuto due giri (4π) sul piano “orizzontale” ed un giro (2π) sul
piano “verticale”.

41

II°) IL PROBLEMA DEL SUPERAMENTO DELLA VELOCITÀ DELLA LUCE
Bisogna tener presente che ancora non si è risolto il problema più grosso. Infatti, se
ora è possibile postulare interazioni luce-materia, perché si tratta, in realtà , della
stessa cosa, non si può ancora dire di aver risolto il problema delle velocità
transluminali necessarie ad ammettere la presenza extraterrestre sul nostro pianeta.
Per far questo l’SSH prevede di rivedere la struttura dell’Universo ed il suo
comportamento dal momento della sua creazione a quando Tutto finirà .
L’ipotesi di partenza è la seguente.
Al momento della nascita l’Universo della SSH è puntiforme, in rotazione Brauniana.
Improvvisamente, a causa di una combinazione di risonanze coerenti, si determinano
delle rotazioni discrete ed opposte che creano, per la dualita’ delle forze
elettromagnetiche e gravitazionali, due getti, uno di materia ed uno di antimateria,
che vengono proiettati, in versi opposti l’uno rispetto all’altro, sull’asse delle Energie,
creando una serie di livelli energetici corrispondenti a diversi livelli di rotazione.
Il nostro Universo, infatti, è dissimmetrico, ma si può ragionevolmente supporre che
la dissimmetrizzazione con il tempo diminuisca (terzo principio della
termodinamica). Questo vuol dire che l’Universo è nato totalmente dissimmetrico.
Tuttavia, se si pensa che nell’Universo c’è poca materia, pochissima antimateria e
quasi tutto vuoto, dobbiamo pensare che sia stata creata più materia? O forse è più
semplice pensare che ci sia altrettanta antimateria da qualche altra parte? Ed in mezzo
anche un asse di simmetria?
L’Universo sarebbe solo localmente non-simmetrico, ma tutta la creazione avrebbe
un centro di inversione e quindi un baricentro energetico. Come se il Creatore, o chi
per Lui, avesse titolato tanta NaOH con altrettanto HCl, cioè avesse messo nel
reattore che è l’Universo tanta materia e altrettanta antimateria, ma prima che queste
si annichilassero, producendo solo radiazione di fondo e creando un Universo
totalmente vuoto, abbia spaccato l’Universo in due, a metà precisa, con un metaforico
colpo di accetta. Sarebbero così rimasti due Universi, l’uno immagine speculare
dell’altro, ma il secondo composto di materia, laddove il primo era formato di
antimateria.
Per l’SSH la materia si dispose inizialmente su livelli quantizzati, spaziati sull’asse
delle Energie, che era l’unico asse esistente all’istante iniziale. Dopo un periodo pari
al tempo di Planck, che è estremamente piccolo e per noi non misurabile a causa
dell’indeterminazione di Heisenberg, l’asse delle Energie, a causa delle rotazioni
quantizzate cominciò ad espandersi, dando così l’avvio allo scorrere del Tempo e
creando anche l’asse dello Spazio.
Nel nostro modello l’Universo si espande con velocità tangenziale
(41) V = D . φ
Dove D è la distanza dal centro di rotazione, che si muove lungo l’asse del Tempo
e φ è l’angolo radiale descritto nell’unità di tempo (φ = dωa / dt = velocità angolare)

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Velocità
angolare
Omega

Velocità
angolare Fi

Figura 3

Contemporaneamente il piano universale ruota attorno all’asse dell’Energia, con
velocità tangenziale V = R . ω , dove R è la semiampiezza dell’Universo in
quell’istante, ed ω è l’angolo sotteso, nell’unità di tempo, dalla rotazione attorno
all’asse dell’Energia (ω = dωb / dt = velocità angolare).
Si può notare che la quantità di moto dell’Universo rimane sempre la stessa.
All’inizio si ha una veloce rotazione, attorno all’asse dell’Energia, di materia poco
distante dall’asse stesso, mentre alla fine c’è una lenta rotazione di materia lontana.
Nel frattempo i punti di materia quantizzata comparsi prima dell’inizio della
rotazione attorno all’asse dell’Energia potenziale danno luogo ad una serie di universi
paralleli, che noi ipotizziamo, sulla base delle recenti teorie fisiche, situati
geometricamente ciascuno a distanza diversa dal centro di rotazione, il quale scorre
lungo l’asse del Tempo.
Abbiamo ipotizzato che questi universi siano sette, sulla base del fatto che
l’Universo, così come lo postuliamo, è un frattale, in cui sette livelli energetici
per un protone devono corrispondere a sette piani spazio-temporali per
l’Universo.
La similitudine si basa sulla considerazione che le leggi fisiche devono avere una
logica intrinseca che consenta di supporre una loro reiterazione dal microscopico al
macroscopico con i dovuti aggiustamenti.

43

Questi piani universali sono caratterizzati da contenuti di materia diversi l’uno
dall’altro, che si riducono mano a mano che ci si avvicina all’asse del Tempo.
In tutti questi piani il Tempo ed il suo variare sono in comune (i piani universali sono
isocroni tra loro), ma ciò che è diverso è la quantità di spazio apparente.
Con la nostra ipotesi tutto si riduce di scala dal basso verso l’alto (Vedi figura 3), così
la velocità della luce, pur essendo diversa nei vari universi, appare, a chi è in uno
qualunque di essi, sempre eguale rispetto a quella riscontrata da chi sta in un altro
universo e sempre velocita’ limite in ciascun universo.
In parole povere i luoghi di punti che compongono i vari universi si differenziano per
la loro frequenza di rotazione lungo gli assi dell’Energia e dello Spazio, ma non per
quella lungo l’asse del Tempo, che è comune a tutti.
Gli universi non sono situati fisicamente in luoghi differenti, ma sono tutti nello
stesso posto e risultano a noi invisibili, perché la frequenza a cui vibra la loro materia
è fondamentalmente diversa da quella della nostra, e quindi risulta per noi non
percepibile. E’ come se qualcuno di noi tentasse di vedere le onde radio dei
telefonini: evidentemente ci sono, ma noi non le percepiamo visivamente.
Con il trascorrere del tempo l’Energia si condensa riducendo le rotazioni, gli spazi si
avvicinano l’uno all’altro ed anche sulla base della teoria di Tipler, tutti gli Universi
raggiungono la linea di orizzonte finale per richiudersi nel punto Omega.
La fine dell’Universo avverrà quando tutti gli universi saranno così vicini l’uno
all’altro, sull’asse dell’Energia, da renderne compatibili le frequenze di vibrazione,
consentendo loro di compenetrarsi in una sola realtà . In quel momento non ci sarà più
materia (valore sull’asse U uguale a zero), bensì solo radiazione elettromagnetica, che
si annichilerà con l’antiradiazione elettromagnetica. Non dobbiamo dimenticare,
infatti, che il Semiuniverso speculare al nostro è fatto di antimateria. Mentre il nostro
Semiuniverso, composto da materia, si espande verso l’alto, quello di antimateria
forma, all’opposto, un semicono sempre specularmente corrispondente al nostro e,
nello stesso attimo in cui gli universi di materia si compenetreranno, lo faranno anche
quelli di antimateria ed insieme, materia ed antimateria, trasformate rispettivamente
in radiazione ed antiradiazione, si annichileranno.
L’Universo cesserà , così, di ruotare anche secondo gli assi del Tempo e dello Spazio,
richiudendosi quindi in un solo punto, come quando si spegne il televisore.
Questo modello permette di fare dei balzi che possono solo in apparenza sembrare
transluminali. Si può infatti ipotizzare di poter saltare da un universo più basso ad
uno più alto, seguendo opportune leggi di simmetria. Secondo noi si può accedere ad
un solo punto di un universo più alto, che si ottiene graficamente collegando il punto
di partenza con il centro di rotazione attorno all’asse del Tempo (Figura 4). Infatti il
punto di arrivo è l’unico che contiene tutti gli elementi di simmetria di quello di
partenza. Tornando nell’universo di partenza, invece, si può decidere di scendere in
un luogo di punti coperti da un cono con apertura pari all’angolo ξ sotteso
dall’Universo in quel momento.

44

Figura 4

I salti tra i due universi paralleli vengono eseguiti a tempo costante, come si può
verificare dalla Figura 3, quindi l’effetto relativistico ottenuto è quello di scomparire
da una parte e ricomparire in un’altra, nello stesso universo, a tempo costante, cioè
senza variazione di tempo, ovvero con velocità infinita.
E’ da notare che l’angolo ξ costringe il viaggiatore che passa da un universo superiore
ad uno inferiore a non uscire mai dal sistema, rispettando, quindi, tutti i principi di
fisica corrente.
Va altresì sottolineato che, se vogliamo passare da un universo all’altro, è necessario
modificare in modo uguale ed istantaneamente (a tempo costante) la vibrazione di
tutti i luoghi di punti che compongono il nostro corpo e la macchina volante che ci
circonda, per renderli compatibili con l’universo in cui si vuol entrare, del quale
dobbiamo conoscere in precedenza la frequenza vibratoria.
Come si fa?
Per ottenere il salto dimensionale si potrebbe utilizzare un disco composto di
materiale superconduttore; il disco, possedendo una massa, sarebbe dotato anche
della corrispondente componente rotatoria lungo l’asse dell’Energia potenziale. Se a
questa componente rotatoria si sovrappone una rotazione fisica di uguale frequenza
del disco, quindi una rotazione attorno all’asse dello Spazio, e si sottopone l’insieme
ad un campo magnetico rotante, anch’esso di pari frequenza, nel momento in cui le
tre frequenze coincidono si dovrebbe assistere al fenomeno della mutazione di spin.

45

Analogamente a quanto accade in risonanza magnetica nucleare o protonica, lo spin
totale del disco avrebbe due possibilità di variazione: diventare attivo solo nel piano
Spazio-Temporale o saltare nell’ottante superiore.
Mentre nel primo caso il disco rotante si trasformerebbe in un disco di fotoni, si
prevede che, nel secondo caso, questo salti nel Semiuniverso dell’antimateria
(Energia potenziale positiva). Salti quantici intermedi, caratterizzati da rotazioni sugli
assi dell’Energia e dello Spazio in sincronia tra loro, mantenendo sempre la
frequenza del campo magnetico originario costante, produrrebbero, invece, lo
spostamento del disco su piani dimensionali quantizzati differenti (Figura 4); si
realizzerebbe così, durante la successiva emissione di Energia, la ricaduta nel nostro
piano universale, ma, con opportune modifiche, in un luogo diverso da quello di
partenza, sempre compreso, però, nel piccolo cono (che è rappresentato, in figura, da
una sezione triangolare, poiché, non spostandoci nel tempo, avremmo solo due
dimensioni nel disegno) di figura 4. (Vedi anche, più avanti, il paragrafo EVIDENZE
SPERIMENTALI).
Bisogna infatti ricordare che i diversi piani universali sono isocroni tra loro ed è
per questo motivo che la frequenza di rotazione originaria del campo magnetico
del disco superconduttore deve rimanere sempre la stessa, mentre vengono
modificate, secondo multipli interi di 2Ï€
Ï€, le componenti spaziale ed energetica,
cioè le componenti dei campi elettrico e gravitazionale. Solo rispettando questi
parametri si otterrà l’effettivo spostamento del disco su di un altro piano
universale e non nell’ottante dell’antimateria.
III°) LO “ZERO POINT ENERGY APPROACH” E L’ESISTENZA
DELL’ETERE
Nella SSH non si considerano i fotoni come oggetti isolati e definiti, ma come essi ci
appaiono in base alla risultante di rotazione (un tensore) in un dominio SpazioTempo-Energia enneadimensionale.
In parole povere, se cambia direzione la freccia che caratterizza la rotazione di
quell’oggetto che a noi appare come un fotone, il fotone cambierà aspetto, diventando
per noi materia neutra, oppure materia carica, ovvero antimateria, secondo le leggi di
conservazione dello spin.
Non esistono, dunque, il fotone o la materia, bensì una serie di apparenze, che la
nostra percezione tridimensionale può solo sfiorare. La realtà enneadimensionale
sarebbe, invece, caratterizzata da luoghi di punti che ruotano attorno ad un asse,
orientato in un modo tale da far apparire, a noi osservatori tridimensionali, questa
rotazione come materia, antimateria oppure campo elettromagnetico (cioè fotoni).
Utilizzando le opportune leggi fisiche sarebbe possibile convertire il versore che
caratterizza la rotazione di un gravitone in un versore che lo trasformi, ai nostri occhi,
in un fotone, e quindi far assumere alla materia aspetto e consistenza di luce.
La luce così ottenuta, però, rispettando alcuni accorgimenti fisici, manterrebbe il
precedente stato di aggregazione; sarebbe dunque una materia di luce, che si può
attraversare senza subire danni e si può facilmente mandare alla velocità della luce,

46

senza interferire con l’ambiente. Si potrebbe trasformare in luce solida uno spazio
dove non esiste niente e servirsene per infiniti scopi.
Solo i fotoni possono passare attraverso l’aria senza spostarla, poiché sono quasi privi
di massa inerziale.
Per ottenere questo risultato bisogna tuttavia aver chiara la relazione tra campo
elettromagnetico e gravità , cioè tra luce e materia. Da questo punto di vista l’SSH
fornisce in dettaglio la possibilità di realizzare questo effetto, modificando lo spin (la
rotazione) di un luogo di punti del dominio Spazio-Tempo-Energia che ci appare in
un certo modo, o come materia o come luce, per trasformarlo in un altro luogo di
punti che ci apparirà in modo differente, come luce se prima era materia, oppure
viceversa, senza modificare nessuna delle leggi della fisica odierna e senza alterare
nessuno dei principi finora noti.
In precedenza qualcuno si era già accorto, in fisica, che le cose potevano essere
descritte partendo da questo punto di vista.
I nostri spin hanno molto a che fare con i twistori di Penrose ed Hawking, ma
potrebbero essere paragonati anche ai quaternioni di Maxwell o all’atomo vortex di
Thompson, citati da Hoagland in un suo recente lavoro.
- W.Hawking, R. Penrose, in La natura dello spazio e del tempo, Ed. Sansoni, Milano
(1998).
- R.C. Hoagland, in The Enterprise mission, © (1998) consultabile nel sito
http://www.enterprisemission.com
- S.Weinberg, in Gravitation and Cosmology, Ed J. Wiley, N.York (1972)
- F.J.Tipler, in La fisica dell’immortalità, Ed.Mondadori, Milano (1998)
- T.B.Pawlicki, in Una relazione sulla costruzione di un engine spazio-temporale, nel
sito gopher://wiretap.spies.com:70/00/Library/Fringe/Ufo/build.u
- Sui quaternioni vedere J.C. Maxwell, in A treatise on electricity and magnetism, 1,
1, N.York (1954).
La parte delle nuove ipotesi della fisica moderna che non convince alcuni scienziati è
la ineludibile presenza di un cosiddetto “etere”. Lo Spazio non sarebbe vuoto, ma tra
un corpo e l’altro ci sarebbe una sorta di “etere”, un tipo di materiale invisibile che
farebbe da collante per l’Universo, ma che localmente potrebbe essere luogo di
operazioni di simmetria, una delle quali potrebbe essere la rotazione. Se non c’è
niente, nulla può ruotare, ma la rotazione acquisisce significato se il suo operatore
viene applicato a qualcosa. Più semplicemente: l’operatore + (più), se è applicato ad
una coppia di numeri assume significato, ma se sta da solo non serve a niente.
Esperimenti sulla misurazione della velocità della luce non hanno, finora, messo in
evidenza l’etere. Gli esperimenti fatti dimostrano solo che la luce non interagisce con
questo etere, perché per il fotone esso può risultare quasi trasparente.
La presenza di un “etere” spiegherebbe, invece, come mai certi tipi di informazioni
possano viaggiare nello spazio alla velocità della luce, mentre altri tipi di
informazioni sono trasferite istantaneamente, pur dipendendo sempre dal materiale
con cui è fatto l’Universo. Per esempio il fatto stesso che la velocità della luce abbia
una certa grandezza, sarebbe, secondo alcuni, la prova che i fotoni passano attraverso
un particolare materiale (l’etere), che definisce il modulo della velocità .

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Se questo etere non esistesse, la luce, intesa come informazione, non dovrebbe affatto
propagarsi, per similitudine con quanto accade per i suoni, i quali, in assenza di
atmosfera, non possono propagarsi proprio per la mancanza di un mezzo, l’aria in
questo caso, che funga da supporto al passaggio dell’informazione stessa. Così
nell’aria il suono ha la sua velocità caratteristica (la cosiddetta velocità del suono) ed
anche la luce avrebbe la sua velocità caratteristica nell’etere (la cosiddetta velocità
della luce).
La gravitazione, invece, si espanderebbe praticamente all’istante in tutto l’Universo,
semplicemente perché la gravitazione stessa non è un’informazione che si propaga
attraverso l’etere, ma è prodotta dalla distorsione del piano spazio-temporale. Ciò
comporta che, se dal nulla ipoteticamente si materializzasse un corpo solido nello
Spazio, i suoi effetti gravitazionali di deformazione Spazio-Temporali sarebbero
pressoché immediati in qualsiasi punto dell’Universo.
In realtà , se le cose stessero veramente così, mentre l’informazione viaggerebbe sul
piano Spazio-Tempo alla velocità della luce, la componente lungo l’asse dell’Energia
si propagherebbe quasi istantaneamente lungo l’asse stesso. E’ quel “quasi” a farci
dubitare che le cose stiano realmente così.
Infatti l’elasticità del piano spazio-temporale provocherebbe comunque un ritardo
nella deformazione del piano stesso. E’ come dire che la fisica odierna contraddice se
stessa, poiché ammette l’esistenza di un piano spazio-temporale che può dilatarsi
mentre si deforma e non accetta, nel contempo, la presenza di un etere, ammettendo,
di conseguenza, che l’informazione gravitazionale si presenti con ritardo.
Ma tale ritardo non è previsto dalla teoria della relatività, secondo la quale
l’informazione si propaga istantaneamente lungo l’asse dell’Energia potenziale!
L’SSH, anche in questo caso, chiarisce come stanno realmente le cose. Infatti
abbiamo visto come, sul piano Spazio-Tempo, l’informazione dipenda da 2π cioè
dalla rotazione del luogo di punti associati al fotone, ma dobbiamo ricordare che tale
risultato dipende a sua volta dal fatto che la velocità , nel caso specifico, viene
calcolata in un sistema biassiale, che comprende, appunto, Spazio e Tempo.
Nasce così la limitazione della velocità della luce, ma se si fa il calcolo di una
ipotetica velocità su di un solo asse di propagazione, si constata che essa non presenta
limiti di sorta. (Ricordiamo che la velocità , nel dominio SSH, è adimensionale ed è
definita come l’apparente spostamento di un’informazione lungo uno o più assi del
dominio stesso).
In altre parole quando un rotore si mette in moto, come la rotellina iniziale di una fila
composta da trecentomila rotelline perfettamente rigide, tutte sullo stesso asse ed
ingranate senza giochi, la trecentomillesima rotellina si muoverà istantaneamente,
senza ritardo, mostrando come l’informazione, su di un solo asse, non abbia limiti
nella velocità di propagazione, come invece accadrebbe se avesse due componenti e
si muovesse, pertanto, su di un piano.
Quindi lo Spazio-Tempo è composto di qualcosa e questo qualcosa deve essere
rigido, poiché, se non ci fosse questo qualcosa, non avremmo nessun effetto a
distanza, prodotto dalla gravitazione. Come mettere allora d’accordo le due correnti

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di pensiero, pro e contro l’esistenza di un qualsivoglia materiale su cui poggia
l’Universo?
La teoria della Zero Point Energy (ZPE) ci viene in aiuto, confermando ancora una
volta che l’SSH, essendo una teoria globale, comprende anche questo aspetto della
fisica moderna.
Secondo la teoria della ZPE la carenza di effetti fisici non sarebbe dovuta alla
mancanza di cause, ma alla presenza di un certo numero di cause contrastanti che si
annichilirebbero all’istante. Così, dove non c’è materia, ci sarebbero, in realtà , un
gravitone ed un antigravitone i quali, nello stesso attimo in cui vengono creati, si
autodistruggerebbero. Come risultato finale noi non ci accorgeremmo di questo
problema e per noi la mancanza di forze sarebbe dovuta alla mancanza di qualcuno
che tira una metaforica corda, mentre invece ci sono due contendenti di ugual forza
che tirano la corda con uguale impeto in due direzioni diametralmente opposte.
Il risultato sarebbe lo stesso e la corda rimarrebbe ferma.
Nell’ipotesi SSH il vuoto non ci sarebbe, ma ci sarebbe un insieme di cose e di
anticose che si creano e si distruggono vicendevolmente. Ora, se una cosa è
caratterizzata, nella SSH, da una rotazione in senso orario in una certa direzione, la
sua anticosa sarà caratterizzata da una rotazione in senso antiorario in direzione
opposta. La cosa e l’anticosa sono dunque due vettori che esistono, ma la loro
somma è nulla ed il loro effetto totale è zero. Se applichiamo a questa coppia di
oggetti, e non al NULLA, una rotazione identica a quella che descrive la cosa, come
risultato finale questa rotazione si sommerà al sistema di forze e due cose più
un’anticosa produrranno, come effetto finale, una cosa.
L’effetto fisico della rotazione sarà dunque visibile, perché l’operatore matematico
rotazione avrà agito sulla Zero Point Energy, e non sul NULLA; per di più l’insieme
di cose ed anticose costituirebbe il materiale con cui è costruito l’Universo, ovvero
l’etere della fisica moderna.
La luce solida prodotta dagli OVNI, per esempio, potrebbe essere ottenuta applicando
ad un luogo di punti dello Spazio, caratterizzati dalla presenza di fotoni ed antifotoni
virtuali, la rotazione attorno all’asse dello Spazio e del Tempo che, secondo la SSH,
corrisponde alla formazione di fotoni reali. I fotoni reali distruggerebbero gli
antifotoni virtuali e rimarrebbero dei fotoni virtuali, i quali, in assenza dei loro
antagonisti, diverrebbero reali.
Applicando il concetto di rotazione avremmo, quindi, ottenuto formazione di luce dal
nulla. Trasformare temporaneamente la materia in luce sarebbe altresì un gioco da
ragazzi e si potrebbe non solo mandare un oggetto alla velocità della luce
praticamente senza spese di Energia, a causa della quasi assenza di massa inerziale,
ma anche passare “da una stanza all’altra” della macchina volante, come raccontano
molti addotti, semplicemente trasformando la parete solida della stanza in parete di
fotoni, per poi richiudere il varco luminoso, facendo tornare i fotoni allo stato di
materia, con densità diversa da zero.

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IV°) LA DEVIAZIONE DEL PIANO DELLA LUCE POLARIZZATA
L’ SSH evidenzia una buona descrizione di tutti gli aspetti della realtà locale,
soprattutto di quelli per i quali non esiste ancora una chiara chiave di lettura.
Prendiamo, ad esempio, uno degli aspetti più importanti: la simmetria.
Alcuni esperimenti dimostrerebbero come la simmetria non sia sempre rispettata e
tale problema provoca disagio nella fisica attuale, perché è convinzione comune che
la simmetria finale dovrebbe rimanere costante, in quanto tale proprietà della materia
è strettamente legata alla termodinamica. Infatti si sa che l’Universo perde
asimmetria, diventando sempre più simmetrico (c’è anche una legge secondo la
quale, in qualsiasi reazione chimica, a partire da un composto asimmetrico, si può
ottenere un altro composto, però mai più asimmetrico di quello di partenza).
E’ bene ricordare che, ad una situazione asimmetrica, caratterizzata dalla totale
mancanza di elementi di simmetria, corrisponde un contenuto elevato di Energia
potenziale, mentre ad una situazione simmetrica corrisponde, entropicamente, un
contenuto di Energia potenziale ridotto. Tra i due estremi esistono una o più
condizioni di asimmetria, caratterizzate dalla mancanza di qualche elemento di
simmetria, ma anche dalla presenza di almeno un elemento di simmetria. Per dirla in
parole semplici, nel nostro universo un cubo ha la tendenza, nel tempo, a trasformarsi
in una sfera.
La vita, come noi la conosciamo, esiste solo perché il DNA è una molecola altamente
asimmetrica, composta di glucosidi asimmetrici, che produce aminoacidi asimmetrici.
Ma quando una molecola può essere definita asimmetrica? Quando devia il piano
della luce polarizzata. Questo fatto è da mettersi in relazione da una parte con la
presenza, nella molecola che possiede questa caratteristica, di un centro di inversione
(qualcuno erroneamente dice, di un piano di simmetria) e dall’altra, dalla
conseguenza che la molecola e la sua immagine speculare non sono sovrapponibili
nello spazio e quindi sono due entità differenti.
Dalla SSH si evince abbastanza facilmente come l’Universo, invece, non cambi mai
stato di simmetria, mantenendo sempre un unico elemento di simmetria, che è
rappresentato, guarda caso, da un centro di inversione. Quest’ultimo è il punto in cui
lo Stato fisico e l’anti-Stato fisico si incontrano, è il punto al di sopra del quale esiste
antimateria ed al di sotto materia, è il punto di contatto dei vertici di due semiconi
coassiali (due comuni coni per gelato, con le punte che si toccano), che, alla fine dei
tempi, diventeranno un piano ed un antipiano, i quali, pieni rispettivamente di
radiazione ed antiradiazione, si elimineranno a vicenda, facendo concentrare
l’Universo in un unico punto [Similmente al punto del Confine C di Penrose o al
punto Omega di Tipler].
Durante tutti questi passaggi geometrici il centro di inversione rimane sempre e non
si altera mai. Tutto ciò è in perfetto accordo con la conservazione dell’Energia, visto
che questa è strettamente legata alla simmetria.
Il concetto di Universo della fisica attuale, invece, non è in accordo con la
conservazione della simmetria, perché in esso tutto si simmetrizza e ciò, se da un lato
può essere formalmente in accordo con il concetto di entropia, per cui l’Universo si
deve raffreddare perché è un sistema chiuso in cui l’entropia aumenta sempre, d’altra


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