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Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 21-09-2010) 28-12-2010, n. 45560
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
Con sentenza emessa il 6.5.09, la corte di appello di Milano, in parziale riforma della
sentenza 2.3.04 del tribunale della stessa sede, ha revocato la sospensione condizionale
della pena nei confronti degli appellanti S.A. e R.C..
Ha confermato la condanna alla pena di tre mesi di reclusione, inflitta a T.S., la condanna
alla pena di Euro 500 di multa, inflitta al giornalista del settimanale (OMISSIS) S. A. e al
direttore responsabile R.C., nonchè la condanna dei predetti in solido al risarcimento dei
danni e alla rifusione delle spese in favore della parte civile C.R. T.R..
T. e S. sono accusati del reato ex artt. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 perchè, con
l'intervista rilasciata al giornalista e pubblicata sul numero (OMISSIS) del settimanale
"(OMISSIS)", avevano esposto fatti e valutazioni contenuti nell'articolo intitolato "Ultimo
scandalo a (OMISSIS)". ritenuti lesivi della reputazione del C. T. è inoltre accusata del
reato ex artt. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 quale autrice di un articolo, intitolato "Mi
disse: sbattilo fuori dalla mia casa" pubblicato sul medesimo numero (OMISSIS) del
settimanale, contenente fatti e valutazioni ritenuti offensivi della reputazione del medesimo
C..
Il R. è accusato del reato ex art. 57 c.p., in relazione all'art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948,
art. 13 perchè, nella sua qualità di direttore responsabile del periodico suindicato, aveva
omesso di esercitare il controllo sul contenuto degli articoli, necessario ad impedire che
fossero commessi i predetti reati di diffamazione.
Il difensore di S. e R. ha presentato ricorso per i seguenti motivi:
1. vizio di motivazione e violazione di legge in riferimento all'art. 595 c.p..
Il giudice di appello, da un lato richiama la sentenza delle S.U. n. 37140 del 16.10.2001,
che ha stabilito il riconoscimento dell'esercizio del diritto di cronaca al giornalista che
riporti, senza commento, un'intervista in cui l'intervistato rende dichiarazioni lesive
dell'altrui reputazione;
dall'altro non ha riconosciuto l'esimente al giornalista che ha riportato, in maniera del tutto
neutrale e avalutativa, l'intervista della signora T., avente ad oggetto i rapporti tra il
querelante e V.G.F., vedova A., deceduta il (OMISSIS), in circostanze sottoposte al vaglio
della magistratura.
Secondo i ricorrenti, l'esimente del diritto di cronaca va riconosciuto, in quanto:
a) I fatti oggetto dell'articolo sono di interesse pubblico, essendo collegati alla notizia della
morte della Contessa V.A.,che ha avuto ampia eco nella cronaca nazionale con un
quotidiano rincorrersi, sui vari mass media, di notizie attinenti alla sua scomparsa e al
contesto in cui la contessa viveva e che l'aveva condotta ad una (possibile) tragica
determinazione: il suicidio o a una caduta accidentale, dovuta allo stato di alterazione, che
ne aveva grandemente scemato la possibilità di avvedersi di una situazione di pericolo.
Nel caso di specie, l'interesse pubblico alla conoscenza della narrazione contenuta
nell'intervista prevale sull'accertamento della verità dei fatti riferiti, in virtù del rilievo della
posizione soggettiva della dichiarante e del contesto ambientale in cui le dichiarazioni

sono state pronunciate. b) alla T. va riconosciuta la qualità di personaggio pubblico, noto
alle cronache e che aveva vissuto accanto a tutti i personaggi che ruotavano intorno alla
defunta V.A..
Tale circostanza la rendeva testimone diretta dei fatti, così qualificandola, agli occhi del
giornalista, come una tra le migliori e autorevoli fonti di informazione utilizzabili per
riportare all'opinione pubblica il contesto sociale e l'ambiente in cui maturò il tragico
evento.
Nell'intervista, la signora svolge osservazioni e affermazioni fortemente critiche nei
confronti del querelante, ma ciò avviene proprio sulla base del rapporto di conoscenza
diretta dei fatti e quindi in conformità dei criteri sopra descritti. Quanto dichiarato
nell'intervista è riscontrato dalle dichiarazioni testimoniali della T., assunte dall'autorità
giudiziaria, nel procedimento instaurato a seguito della scomparsa della contessa A.,
nonchè dalle dichiarazioni dello stesso querelante, acquisite al processo, che la corte di
appello ha omesso di tenere in considerazione, violando il disposto dell'art. 606 c.p.p., lett.
e).
Per tali ragioni, l'operato del giornalista è esente da censura penale, avendo elementi di
riscontro tali da fargli ritenere putativamente vere le dichiarazioni della T. e in ogni caso
l'intervista va intesa come fatto di cronaca, di interesse per i lettori, in considerazione delle
sopra esposte considerazioni.
2. vizio di motivazione e violazione di legge in riferimento all'art. 57 c.p..
Il direttore R. è stato condannato alla medesima pena inflitta al giornalista S., sebbene la
legge preveda una riduzione della pena sino a un terzo per il reato contestato al direttore
responsabile. Le sentenze di merito omettono di fornire esaustiva giustificazione a questo
trattamento sanzionatorio.
Il primo giudice non fornisce esplicitazione dei criteri adottati nel caso concreto e del
calcolo della pena.
La corte di appello ha affermato l'infondatezza della doglianza, in quanto il riferimento
della legge alla riduzione nella misura del terzo non è alla sanzione concretamente inflitta
all'estensore dell'articolo, ma alla pena astrattamente stabilita per il reato commesso a
mezzo stampa, hi tal modo non esplicita i criteri adottati nel caso concreto e rimangono
irrisolte le doglianze espresse nei motivi di appello: non è indicata la pena base da cui il
giudice ha fatto partire i propri calcoli e come tale pena base sia stata individuata. Si deve
quindi ritenere che manca la motivazione sul trattamento sanzionatorio, sulla cui doverosa
consistenza si è espressa una consolidata giurisprudenza.
I motivi dell'impugnazione sono manifestamente infondati.
La tesi difensiva del S. si incentra innanzitutto sull'asserito interesse pubblico alla
conoscenza dei fatti e delle valutazioni contenuti nell'intervista, interesse che prevale
sull'accertamento della verità di quanto riferito, in virtù del rilievo della posizione soggettiva
della dichiarante e del contesto ambientale in cui le dichiarazioni vengono pronunciate. Va
rilevato che questo assunto non appare fondato nel caso in esame. I giudici di merito nelle decisioni impostate a un unico apparato logico argomentativo - hanno fatto una
ricostruzione storica di questi fatti, fedele alle risultanze processuali, e ne hanno fatto una
valutazione, impostata a lineare razionalità. La coerente conclusione che ne è stata tratta
è insuscettibile di qualsiasi censura in sede di giudizio di legittimità: i giudici di merito
hanno ritenuto l'insussistenza di un interesse pubblico alla conoscenza di quanto narrato

nell'intervista in quanto i fatti attribuiti al C. sono del tutto estranei ai temi dell'indagine
penale, mentre rientrano nella sfera del tutto privata della quotidiana convivenza del
querelante e della signora V.G. F.. Nell'architettura giuridica che si è consolidata nella
giurisprudenza, si delinea quale sia l'interesse pubblico legittimante la rimozione
dell'antigiuridicità della condotta lesiva dell'altrui reputazione: la causa di giustificazione
dell'esercizio del diritto di informazione trova la radice nell'interesse del cittadino di
ottenere notizie e valutazioni idonee a consentirgli di orientarsi, di compiere scelte, di
acquisire ed esprimere opinioni, in maniera consapevole e partecipe.
Questa giurisprudenza, in molteplici e ricorrenti decisioni, si è espressa sulla funzione di
cardine per le democrazia, svolta dall'informazione: un ordinamento democratico, basato
sulla più attenta vigilanza della pubblica opinione, necessita di un'informazione che investa
tutti i settori dello scibile umano (politica, economia, criminalità, scienza, arte). L'eventuale
lesione di diritti della persona ,in ontologica confligenza con il diritto di informazione, perde
la sua antigiuridicità, ove possa essere giustificatamente invocata la garanzia ex art. 21
Cost.. Va richiamato, a tal proposito, lo stretto collegamento tra diritto di informare e diritto
di essere informati:
in tanto un cittadino può efficacemente esercitare, in maniera consapevole e correlata alla
realtà circostante, il diritto di manifestare il proprio pensiero, previsto dall'art. 21 Cost., in
quanto abbia modo di attingere notizie e valutazioni adeguate e stimolanti a tale fine; in
tanto un cittadino può soddisfare il suo interesse a conoscere, in quanto altri abbiano
esercitato la libertà di comunicare le proprie conoscenze e le proprie opinioni.
Secondo i giudici di merito, l'autore dell'articolo in esame ha realizzato non l'interesse del
cittadino a ottenere un'informazione, che lo renda partecipe alla vita sociale, ma l'interesse
a soddisfare la curiosità sulla vita individuale di altri consociati (nel caso di specie del C. e
della defunta convivente), assolutamente escluso dalla garanzia costituzionale. Questo
giudizio è correttamente fondato sul contenuto delle dichiarazioni riportate ed è
confermato dall'impaginazione, dal confezionamento e dall'ornamento illustrativo
dell'articolo (sono significativi, secondo i giudici, il titolo "Ultimo scandalo a (OMISSIS)", la
foto del corpo schiettamente nudo dell'intervistata). Questi elementi fanno chiaramente
intendere come il giornalista, ben lungi dal voler informare i lettori su una vicenda tragica
(con tutti i risvolti giuridici e giudiziali), abbia voluto unicamente stimolare la loro curiosità
su marginali aspetti - presentati come trasmessivi e scandalosi - della convivenza C. vedova A..
Il giornalista, secondo la corretta valutazione dei giudici, non si è limitato poi a svolgere il
ruolo di terzo "imparziale" della narrazione dell'intervistata, ma ha riportato i fatti descrittivi
di un'indole e di una scelta di vita del tutto screditanti, mediante insinuazioni e riferimenti
del tutto avulsi dalla tragica vicenda della morte della donna.
Dal raffronto tra il contenuto delle dichiarazioni rese in sede di esame testimoniale e il
contenuto di quelle contenute nell'intervista, i giudici hanno poi ricavato una valutazione assolutamente non sindacabile in questa sede - secondo cui le prime sono contenute ed
afferenti alle indagini di organi dello Stato sulla morte della V.G., mentre le seconde sono
volte a mettere in evidenza condotte inappellabilmente screditanti del querelante.
Pertanto nessun riscontro è rinvenibile nei processi verbali delle dichiarazioni testimoniali,
mentre rimane del tutto generica e indimostrata l'asserita conferma scaturente dalle
dichiarazioni dello stesso C..
La narrazione contenuta nell'articolo non ha trovato quindi alcun supporto che ne consenta
il riconoscimento di corrispondenza al vero e, in ogni caso, l'assenza dell'interesse della
collettività alla loro conoscenza esclude in radice la configurabilità dell'esercizio del diritto
di informazione, nella sua forma di diritto di cronaca e di critica.
Le esigenze conoscitive della collettività sono del tutto estranee alle informazioni
concernenti le intemperanze aggressive del querelante, la rozzezza dei suoi quotidiani
comportamenti, le sue carenze fisiche e morali.

L'assenza di rilevanza sociale della narrazione non è certamente sanata dall'asserita
qualità - attribuita dai ricorrenti alla fonte primaria T. - di "personaggio pubblico", cioè di
persona il cui pensiero è comunque oggetto dell'interesse della collettività, a prescindere
dal contenuto e dalle modalità di espressione.
Nel ricorso è richiamata la sentenza delle Sezioni Unite 30.5.01, che indica i criteri in base
ai quali il giornalista deve valutare l'affidabilità dell'interlocutore dell'intervista: deve tener
conto di una scala di valori, scandita secondo la notorietà del personaggio, l'alta carica
istituzionale, la qualità di uomo politico (sia o meno leader), la sua influenza sulla pubblica
opinione. La notorietà del personaggio pubblico in campo politico, scientifico, culturale,
sociale fa assurgere la divulgazione delle sue dichiarazioni ad un indubbio interesse
sociale.
Il richiamo a questo orientamento interpretativo non è confacente al caso di specie. Va
innanzitutto sottolineata la razionale esigenza di non ampliare il concetto - già di per sè di
difficile delimitazione concettuale di apice della vita politica, economica e culturale di un
paese, caratterizzate da fisiologica evoluzione e fluida alternanza di ascesa e di declino. E'
conseguentemente percepibile l'estrema difficoltà dell'interprete nel calibrare
tempestivamente l'individuazione dei soggetti legittimati a diffondere, attraverso interviste,
dichiarazioni astrattamente lesive dell'altrui reputazione.
I giudici di merito - proprio seguendo i dettami della suindicata decisione - hanno
compiutamente esaminato la pubblica rilevanza del contenuto delle dichiarazioni, la loro
plausibilità e il contesto in cui sono state profferite. All'esito di questo esame hanno
razionalmente escluso la T. dal novero dei personaggi pubblici delineati dalla decisione
richiamata (soggetti altamente qualificati, ovvero di indubbio rilievo nell'ambito della vita
pubblica sociale, economica, scientifica e culturale). All'imputata è stato riconosciuto il più
modesto, ma reale, ruolo di sconosciuta cittadina, che ha acquistato notorietà solo grazie
alla rivelazione delle asserite "confidenze" della protagonista di questa triste vicenda.
In conclusione, la sentenza impugnata, seguendo un corretto percorso di ricostruzione
storica e di qualificazione giuridica, avendo escluso che l'intervista abbia assunto il
carattere di un evento di pubblico interesse, legittimante la rimozione dell'antigiuridicità
della condotta dell'autore dell'intervista, ha ritenuto che la propalazione è stata strumento
di ingiustificata diffamazione del querelante.
Sulle determinazione concernenti la responsabilità degli imputati non è quindi
configurabile alcuna censura in sede di giudizio di legittimità.
Quanto alla doglianza relativa al trattamento sanzionatorio del direttore responsabile ed
alla modesta dimensione della motivazione delle sentenze di merito, sia in ordine ai criteri
seguiti nel suo calcolo, sia in ordine alla quantificazione della pena, per reato colposo, in
misura pari a quella inflitta per reato doloso, si osserva che la ridotta dimensione della
parte motiva, attinente al calcolo e all'entità della pena pecuniaria, è giustificata dalla
ridotta dimensione della medesima e quindi corrisponde a un incensurabile esercizio del
potere discrezionale del giudice di merito;
2. la parità di trattamento punitivo per reati di diverso spessore oggettivo e soggettivo è
giustificata - al di là della razionale argomentazione espressa dalla corte territoriale - con
un dato oggettivo: la condotta colposa del direttore responsabile consta di due omissioni
(una relativa all'articolo del S. e una relativa all'articolo della T.). La modalità dell'azione e il
grado della colpa giustificano ampiamente la dimensione della pena, così come fissata dal
giudice nell'esercizio del suo potere discrezionale.
La palese inconsistenza delle censure formulate dai ricorrenti conduce alla declaratoria di
inammissibilità dell'impugnazioni.
Va rilevato che, successivamente alla pronuncia della sentenza di appello, è maturato il
termine di prescrizione che non porta però alla declaratoria di estinzione dei reati.
Secondo un condivisibile orientamento interpretativo, la inammissibilità, conseguente alla
manifesta infondatezza dei motivi, non consente l'instaurazione , in sede di legittimità, di

un valido rapporto di impugnazione e impedisce di rilevare e dichiarare le cause di non
punibilità ex art. 129 c.p.p., ivi compreso l'eventuale decorso del termine di prescrizione
(S.U. n. 23428 del 22.3.2005;. sez. 2, 21.4.2006, n. 19578).
I ricorsi vanno quindi dichiarati inammissibili, con la conseguente condanna di ciascun
ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000, in favore
della Cassa delle Ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di Euro 1.000 in favore della Cassa delle Ammende.


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