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L'assenza di rilevanza sociale della narrazione non è certamente sanata dall'asserita
qualità - attribuita dai ricorrenti alla fonte primaria T. - di "personaggio pubblico", cioè di
persona il cui pensiero è comunque oggetto dell'interesse della collettività, a prescindere
dal contenuto e dalle modalità di espressione.
Nel ricorso è richiamata la sentenza delle Sezioni Unite 30.5.01, che indica i criteri in base
ai quali il giornalista deve valutare l'affidabilità dell'interlocutore dell'intervista: deve tener
conto di una scala di valori, scandita secondo la notorietà del personaggio, l'alta carica
istituzionale, la qualità di uomo politico (sia o meno leader), la sua influenza sulla pubblica
opinione. La notorietà del personaggio pubblico in campo politico, scientifico, culturale,
sociale fa assurgere la divulgazione delle sue dichiarazioni ad un indubbio interesse
sociale.
Il richiamo a questo orientamento interpretativo non è confacente al caso di specie. Va
innanzitutto sottolineata la razionale esigenza di non ampliare il concetto - già di per sè di
difficile delimitazione concettuale di apice della vita politica, economica e culturale di un
paese, caratterizzate da fisiologica evoluzione e fluida alternanza di ascesa e di declino. E'
conseguentemente percepibile l'estrema difficoltà dell'interprete nel calibrare
tempestivamente l'individuazione dei soggetti legittimati a diffondere, attraverso interviste,
dichiarazioni astrattamente lesive dell'altrui reputazione.
I giudici di merito - proprio seguendo i dettami della suindicata decisione - hanno
compiutamente esaminato la pubblica rilevanza del contenuto delle dichiarazioni, la loro
plausibilità e il contesto in cui sono state profferite. All'esito di questo esame hanno
razionalmente escluso la T. dal novero dei personaggi pubblici delineati dalla decisione
richiamata (soggetti altamente qualificati, ovvero di indubbio rilievo nell'ambito della vita
pubblica sociale, economica, scientifica e culturale). All'imputata è stato riconosciuto il più
modesto, ma reale, ruolo di sconosciuta cittadina, che ha acquistato notorietà solo grazie
alla rivelazione delle asserite "confidenze" della protagonista di questa triste vicenda.
In conclusione, la sentenza impugnata, seguendo un corretto percorso di ricostruzione
storica e di qualificazione giuridica, avendo escluso che l'intervista abbia assunto il
carattere di un evento di pubblico interesse, legittimante la rimozione dell'antigiuridicità
della condotta dell'autore dell'intervista, ha ritenuto che la propalazione è stata strumento
di ingiustificata diffamazione del querelante.
Sulle determinazione concernenti la responsabilità degli imputati non è quindi
configurabile alcuna censura in sede di giudizio di legittimità.
Quanto alla doglianza relativa al trattamento sanzionatorio del direttore responsabile ed
alla modesta dimensione della motivazione delle sentenze di merito, sia in ordine ai criteri
seguiti nel suo calcolo, sia in ordine alla quantificazione della pena, per reato colposo, in
misura pari a quella inflitta per reato doloso, si osserva che la ridotta dimensione della
parte motiva, attinente al calcolo e all'entità della pena pecuniaria, è giustificata dalla
ridotta dimensione della medesima e quindi corrisponde a un incensurabile esercizio del
potere discrezionale del giudice di merito;
2. la parità di trattamento punitivo per reati di diverso spessore oggettivo e soggettivo è
giustificata - al di là della razionale argomentazione espressa dalla corte territoriale - con
un dato oggettivo: la condotta colposa del direttore responsabile consta di due omissioni
(una relativa all'articolo del S. e una relativa all'articolo della T.). La modalità dell'azione e il
grado della colpa giustificano ampiamente la dimensione della pena, così come fissata dal
giudice nell'esercizio del suo potere discrezionale.
La palese inconsistenza delle censure formulate dai ricorrenti conduce alla declaratoria di
inammissibilità dell'impugnazioni.
Va rilevato che, successivamente alla pronuncia della sentenza di appello, è maturato il
termine di prescrizione che non porta però alla declaratoria di estinzione dei reati.
Secondo un condivisibile orientamento interpretativo, la inammissibilità, conseguente alla
manifesta infondatezza dei motivi, non consente l'instaurazione , in sede di legittimità, di