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MEIN.KAMPF.ADOLF.HITLER .pdf



Nome del file originale: MEIN.KAMPF.ADOLF.HITLER.PDF
Titolo: Microsoft Word - Mein Kampf.doc
Autore: XXXXX

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1

INDICE:
INDICE:..........................................................................................................................................................................2
Capitolo I........................................................................................................................................................................3
Capitolo II.......................................................................................................................................................................8
Capitolo III....................................................................................................................................................................27
Capitolo IV ...................................................................................................................................................................29
Capitolo V ....................................................................................................................................................................33
Capitolo VI ...................................................................................................................................................................37
Capitolo VII ..................................................................................................................................................................44
Capitolo VIII .................................................................................................................................................................53
Capitolo IX ...................................................................................................................................................................56
Capitolo X ....................................................................................................................................................................65
Capitolo XI ...................................................................................................................................................................72
Capitolo XII ..................................................................................................................................................................78
Capitolo XIII .................................................................................................................................................................82
Capitolo XIV .................................................................................................................................................................94
Capitolo XV ................................................................................................................................................................104
NOTE: ........................................................................................................................................................................114

2

Capitolo I
Pensiamo, per un attimo, di quali misere idee siano infarciti, di norma, quelli che vengono chiamati «programmi di
partito», e come, di volta in volta, vengano riadattati alle mutate idee correnti! Bisogna osservare attentamente, come
sotto una lente, le idee centrali delle «commissioni per il programma» dei partiti (in special modo quelli borghesi) per
poter afferrare appieno la consistenza reale di questi aborti politici.
Con questo, gettammo le basi e seminammo le nuove teorie che dovevano distruggere definitivamente quel lerciume
rappresentato sino ad allora da teorie ed opinioni vecchie e per giunta non molto chiare. Era giunto il momento che
energie nuove nascessero e si lanciassero contro la pigra e ormai anemica società borghese, a sbarrare il passo alla
grande marea marxista, e riequilibrare il traballante carro del Destino.
Come appariva chiaro ai più, il nuovo partito avrebbe potuto sperare di acquistare il peso e l'influenza necessaria a
questo titanico combattimento, solo se fin dal suo nascere avesse fatto accendere nell'animo dei suoi proseliti la
certezza di trovarsi di fronte un partito che voleva qualcosa di fondamentalmente nuovo, di un partito insomma, che
non fosse un ennesimo tentativo politico.
Era il 24 Febbraio del 1920 quando tenemmo nella grande sala della Birreria reale di Monaco la prima vera
assemblea del nostro ancor giovane partito, e più di duemila persone approvarono all'unaninimità i venticinque punti
del nostro nucleo politico.
C'è una sola cosa che preoccupa e che spinge alla creazione di nuovi programmi 9 al cambiamento di quelli
preesistenti: l'esito delle future elezioni. Appena nella mente di questi veri e propri giullari del mondo politico s'insinua
il dubbio che il beneamato popolo possa mutare opinione e sfuggire dalle stanghe del carro di partito, loro, non fanno
altro che riverniciare il timone. Vengono chiamati allora quelli che potremmo considerare «astrologi di partito» detti
anche «esperti» o «competenti»; sono in maggioranza vecchi parlamentari rotti a tutte le esperienze politiche, essi
cominciano così a ricordare casi simili, in cui il popolo, stufo, perse definitivamente la pazienza, e suggerendo vecchie
soluzioni, formano «commissioni», tengono d'occhio le reazioni del popolo leggono i giornali e fiutano l'umore della
nazione per sapere cosa voglia mai quest'ultima e di cosa abbia paura Vengono analizzati minuziosamente tutti i ceti
sociali e raggruppamenti professionali; di cui vengono studiati anche i desideri più riposti.
Queste commissioni si riuniscono e rivedono i programmi creandone di nuovi, e facendo questo, detti uomini, mutano
le proprie convinzioni politiche con la naturalezza di un soldato che cambi la propria camicia pullulante di pidocchi In
questi nuovi programmi ciascuno ha la sua parte Il contadino si vede offerta la protezione dell'agricobura, l'industriale
quella dei propri prodotti, viene altresì assícurata al consumatore la difesa degli acquisti e gli insegnanti fruiscono di
aumenti di stipendio, mentre i funzioii,tri vedranno aumentare le proprie pensioni. Lo stato penserà ai bisogni degli
orfani e delle vedove, saranno ribassa,erá ai (e le tariffe sui trasporti e favoriti i commerci, e, per finire, le (asse, se
non abolite saranno almeno ridotte. Capita spesso che un certo strato sociale venga dimenticato o che non si soddisfi
una generale esigenza del popolo, allora viene inserito, a forza nei programmi, tutto quanto possa ancora trovarvi
posto, nella speranza così di soddisfare in qualche modo quell'esercito di piccolo-borghesi e mogli rispettive.
Così agguerriti, fidando nel buon Dio e nella inattaccabile idiozia dell'elettorato si dà inizio alla lotta per la «riforma»
(così viene chiamata) dello Stato. Passata per il giorno delle elezioni e terminato l'ultimo comizio dei parlamentari del
quinquennio, allo scopo di passare dall'addormentamento delle masse ai loro più elevati ed allegri compiti, queste
commissioni si sciolgono, e la battaglia per le nuove condizioni assomiglia alla lotta per la conquista del pane
quotidiano, i deputati definiscono ciò «indennità parlamentare».
Tutte le mattine, il rappresentante del popolo arriva sino alla sede del Parlamento; se non entra, riesce ad arrivare
perlomeno in anticamera dove viene affisso l'elenco dei parlamentari presenti: è su questo elenco, che il nostro,
servendo la Nazione, scrive il proprio nome, ed è per questa fatica enorme, giornaliera, che incassa un profumato
indennizzo. Passati quattro anni, o avvicinandosi sempre più lo scioglimento della Camera, detti signori vengono
sollecitati da un impulso irrefrenabile, al pari della larva che è destinata a trasformarsi in farfalla, codesti vermi di
parlamento abbandonano così il rifugio comune e volano fuori, dal popolo.
Ricominciano nuovamente a parlare agli elettori narrando loro come siano ostinati gli altri, e di come essi abbiano
invece duramente lavorato; succede invece che il popolo, questa massa d'ingrati, invece di applausi lancia sul loro
viso insulti e urla piene di odio. In genere se l'ingratitudine popolare tocca livelli molto alti tocca rimediare con l'unico
toccasana possibile; migliorare ancora i programmi. Perciò la commissione si rinnova e risorge, dando di nuovo vita
all'eterno inganno. Conoscendo bene la testarda idiozia dell'umanità intera non dobbiamo poi stupirci dei risultati. E'
così che il gregge del proletariato e della borghesia rientra nella stalla, tenuto per mano dal nuovo, invitante
programma e dalla stanga, pronto a rieleggere coloro che lo hanno ingannato.

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Con questo, l'uomo delegato dal popolo a rappresentarlo si ritrasforma nelle vesti del verme di parlamento, e riprende
nuovamente a nutrirsi con le fronde dell'albero statale, per iniziare nuovamente il ciclo quattro anni dopo, mutarsi cioè
di nuovo in farfalla.
Non esiste, credo, niente di più pietoso, che l'osservazione di questo fenomeno, dover cioè assistere, impotenti,
all'etemo rinnovarsi di questo imbroglio. Certamente non troveremo mai la forza necessaria a combattere il sempre
più potente e organizzato partito marxista nutrendoci di queste cose! Bisogna però dire che codesti signori non
pensano minimamente a tutto questo. Dando pure per scontata la scarsa intelligenza di questi «maghi» del
parlamentarismo e ammessa la scarsa consistenza del loro livello spirituale; essi non possono lontanamente pensare
di combattere almeno sullo stesso terreno della democrazia occidentale, contro le dottrine socialiste, per le quali detta
democrazia con tutte le sue sfumature non è altro che un ottimo strumento impiegato per immobilizzare l'avversario e
spianare la strada alle proprie ambizioni. Se è vero, come si dice, che una parte dei marxisti cerca di dare a credere,
d'essere le loro teorie strettamente legate con le concezioni democratiche, dobbiamo altresì ricordare che nei
momenti critici, costoro, non hanno mai preso decisioni di maggioranza che fossero conformi alla concezione di
democrazia occidentale.
I marxisti cammineranno a fianco della democrazia sino a quando, per vie traverse, riusciranno a conservarsi
l'appoggio degli intellettuali di tutta la nazione, intellettuali che hanno peraltro la sorte già segnata.
Se questi individui, oggi, riuscissero a convincersi che nel magico crogiuolo della nostra democrazia parlamentare si
potesse formare improvvisamente una maggioranza tale da mettere alle strette il marxismo stesso, questi imbrogli
parlamentari avrebbero un termine. Potremmo così vedere i condottieri dell'internazionale rossa rivolgere roventi
appelli alla massa del proletariato invece che alla coscienza democratica, e la battaglia passerebbe improvvisamente
dalla pesante atmosfera del parlamento, alle fabbriche, nelle strade. Sarebbe la morte della democrazia, e quello che
non riuscì alla disinvolta moralità di questi difensori delle masse, nelle aule parlamentari, riuscirebbe d'un sol colpo ai
martelli delle masse esasperate: queste masse insegnerebbero così alla borghesia come sia idiota riuscire solo a
pensare di poter arrestare la conquista del mondo da parte degli ebrei con il solo strumento della nostra democrazia.
Ho già affermato che bisogna essere ben creduloni per ancorarsi di fronte a un simile avversario a certe regole che
quest'ultimo usa solo a proprio vantaggio, regole che costui ripudierà immediatamente appena cesseranno di essergli
utili.
Tutti i partiti che vengono definiti borghesi considerano «lotta politica» la continua battaglia per conquistare seggi in
Parlamento, mentre le teorie e gli orientamenti vengono mutati secondo il caso. I programmi di questi partiti hanno lo
stesso valore, e dobbiamo valutare le loro forze allo stesso livello. Non sono cioè in possesso di quel magnetismo a
cui le masse ubbidiscono, corroborato da nuove e interessanti teorie accoppiati a una cieca volontà di combattere per
i propri punti di vista.
Ma quando in un momento in cui una delle fazioni, forte delle armi fornitele da una concezione del mondo
assolutamente criminale attacca l'ordine costituito, l'altra fazione potrà difendersi solamente se la difesa è sotto
l'aspetto di una nuova fede, nel nostro caso, di una nuova fede politica; e se al balbettio di una debole forma di difesa
sostituisce l'urlo di guerra d'un eroico e anche brutale attacco.
Perciò, se oggi, i cosiddetti ministri borghesi, muovono al nostro movimento l'ironico rimprovero di «voler fare una
rivoluzione», potremmo dare una sola risposta a questi politicanti da commedia: «Sì, vogliamo recuperare tutto quello
che voi, con la vostra delittuosa idiozia avete perduto. Voi con le vostre teorie d'un parlamentarismo da contadini
avete contribuito a spingere la nazione nell'abisso; ebbene, noi, invece, agendo in maniera offensiva, creando nuove
concezioni del mondo e difendendone con cieco coraggio le teorie principali, innalzeremo per la nostra nazione quei
gradini sui quali essa, un giorno, potrà finalmente salire al sacrario della libertà».
Per questo, quando fondammo il nostro movimento ci preoccupammo innanzitutto che uno stuolo di guerrieri non si
trasformasse in una semplice associazione per favorire gli interessi parlamentari.
Il primo provvedimento preventivo che prendemmo, fu la creazione d'un programma il quale spingesse verso
un'evoluzione che nella sua più riposta bellezza sembrava adatto a rifiutare i meschini e i deboli, cacciandoli da quella
che è oggi la nostra politica di partito. Ma la giustezza del nostro istituto, che bisognasse cioè stabilire per il nostro
programma, obiettivi netti e ben definiti venne ribadita poi dall'avverarsi di quei funesti eventi che portarono al crollo la
Germania.
Dall'avverarsi dell'esattezza delle nostre teorie si dovette così formare una nuova concezione di Stato che è per suo
conto fondamentale elemento per una nuova concezione del mondo.

4

Le parole «popolare» e «nazionale» non chiariscono molto bene il concetto. Oggi moltissime cose che nei loro
obiettivi essenziali divergono enormemente vengono comunemente denominate «nazionale». Perciò prima di
cominciare a chiarire i compiti e le finalità del partito operaio nazional-socialista tedesco vorrei ben chiarire il concetto
di «nazionale» e i suoi rapporti col nostro partito.
Il concetto di «nazionale» appare impostato in modo poco chiaro, aperto a varie interpretazioni e dal significato pratico
praticamente senza limiti perlomeno quanto la parola «religioso». Anche questa parola difficilmente riesce a
rappresentarci qualcosa di preciso sia nel senso spirituale che nell'azione vera e propria. La parola «religioso» diviene
limpida e finalmente comprensibile solo se la uniamo a una certa forma d'azione. Viene data una spiegazione
bellissima ma priva di valore pratico, quando definiamo «profondamente religioso» il carattere d'un uomo. Forse
qualcuno si accontenterà d'una definizione così vaga, che offre loro un'immagine più o meno chiara di uno stato
d'animo. Ma il popolo non è composto da santi, né da filosofi, e per ciascuno questa idea religiosa, del tutto vaga
significherà solamente la libertà nel pensiero e nell'azione individuale, senza peraltro possedere l'efficacia che la più
riposta nostalgia mistica ha quando il purissimo pensiero metafisico cambia in credo religioso ben delimitato;
certamente questo non è il vero scopo, ma il mezzo per raggiungerlo. E questo scopo non è solamente ideale, a
pensarci bene, esso è anche di natura pratica. Dobbiamo convincerci che gli ideali più elevati corrispondono ad una
viva necessità vitale, così come, alla fine, la nobiltà della bellezza più elevata è solo in ciò che è più logico e
conveniente.
La fede innalza l'uomo al disopra della vita animale e coopera a fortificare ed assicurare l'esistenza. Si privi la odierna
umanità dei principi religiosi ed etici, rinvigoriti dalla sua comunicazione; ed aventi per essa il valore di dottrina pratica.
Togliendo l'educazione religiosa senza sostituirle niente di eguale valore: ne conseguirà un danno profondo alle
fondamenta dell'esistenza. Si può decretare che non solo l'uomo vive per essere soggetto ad ideali superiori ma
questi stessi ideali che danno la base della sua esistenza umana. E così il circolo si chiude. Come ben s'intende già
nel termine vago di «religioso» si trovano alcuni contenuti o idee fondamentali, per esempio quella dell'indistruttibilità
dell'anima, della sua eternità, dell'esistenza di un Essere Supremo ecc. Ma queste idee, per quanto persuasive per
l'uomo, sono soggette ad una attenta considerazione dell'uomo stesso e al dubbio se accettarle o respingerle, fin
quando il presentimento o la comprensione sentimentale non assumono il vigore di una fede che esclude ogni
contraddizione. Questo è il primo fra i fattori di lotta che apre un varco all'ammissione di principi religiosi e facílita il.
compito.
Senza una fede decisamente contenuta entro certi limiti, la religiosità imprecisa e multiforme non solo non avrebbe
valore per la vita umana, ma porterebbe, quasi sicuramente, al caos generale.
Ciò che accade per il concetto «religioso» accade anche per il concetto «nazionale». Anche in questo si trovano le
idee di base. Ma esse, anche se (il grande valore, sono, per il loro aspetto, determinate in modo cosi vago da non
superare il valore di una supposizione, se non vengono inquadrate all'intemo di un partito politico. Perché l'attuazione
di ideali che riflettano una concezione del mondo, e delle necessità che ne conseguono non si ottiene in grazia del
sentimento puro né della volontà più riposta dell'uomo in sé, come non si ottiene la libertà, con un generale desiderio
di libertà. No: solo quando la brama ideale all'indipendenza viene resa adatta alla lotta e organizzata in potenza
militare, solo allora la volontà di un popolo può trasformarsi in meravigliosa realtà.
Qualunque concetto del mondo, anche se mille volte giusto e vantaggioso per l'umanità, non avrà alcun valore per la
formazione di un popolo finché i suoi principi non saranno diventati l'insegna di un moto popolare di lotta, e questo
moto sarà solamente un partito fin quando la sua opera non sarà compiuta con la vittoria dei suoi ideali, fin quando i
suoi principi indiscutibili di partito non costituiranno le nuove leggi statali della comunità di un popolo. Ma se il
contenuto vago di una dottrina vuol servire di base ad un futuro sviluppo, bisogna prima di tutto, rendere chiara
l'essenza, la specie, l'estensione di questo contenuto: perché solo su un tale fondamento si può costruire un
movimento capace di produrre nell'intima affinità delle sue idee la forza indispensabile alla lotta.
Con le idee generali si deve formare un programma politico, con una vaga concezione del mondo una decisa fede
politica.
Questa fede, poiché la sua meta deve essere conseguita realmente, non dovrà soltanto essere soggetta all'idea in sé
ma interessarsi anche dei mezzi di lotta che già esistono per portare quest'idea alla vittoria, e che devono essere
usati.
A un concetto morale che deve divulgare l'autore di un programma, deve unirsi quella comprensione realistica delle
cose che è propria dell'uomo politico. Perciò un'idea immortale deve, come stella polare dell'umanità, adattarsi alle
debolezze di questa umanità, per evitare un naufragio a causa della generale inadeguatezza umana.
All'uomo che ricerca la verità deve unirsi l'uomo che ha piena cognizione della psiche del popolo per trarre dal regno
della verità perpetua e dell'ideale ciò che è umanamente possibile a noi poveri mortali, e formarlo.
5

La trasmutazione di un'idea vaga, di una concezione del mondo precisa, in una comunità di individui che credono e
che combattono, circoscritta con esattezza, severamente organizzata, unita di animi e di desideri, è il compito più
rilevante: perché soltanto dalla precisa soluzione di questo problema deriva l'eventuale vittoria.
Per ottenere un tale risultato è necessario che dalla massa di milioni di uomini che hanno più o meno chiaramente il
presentimento o la comprensione di queste idee emerga un uomo. Tale uomo dovrà, con vigore incontestabile,
assieme alle fluttuanti idee della grande massa formare principi ferrei e guiderà la lotta per attuarli finché, dalle onde
di un mare di idee libere, si alzi la rupe bronzea di un'unità di fede e volontà. Il diritto di tutti di operare in questo modo
è fondato sul bisogno, il diritto personale è fondato sul successo.
Se proviamo a tirar fuori dal termine «nazionale» l'intimo significato, arriviamo a questo risultato: l'idea politica oggi
diffusa si fonda sulla concezione che si debba attribuire allo Stato una capacità di creare e civilizzare, ma che lo Stato
non abbia niente in comune con premesse di razza. Lo Stato sarebbe invece il risultato di bisogni economici, o
meglio, il frutto spontaneo di forze e di tendenze politiche. Questa idea di base porta, nella sua manifestazione logica,
non solo a negare le prime forze etniche ma a sottovalutare il singolo individuo. Perché se si nega la diversità delle
razze in relazione alle loro capacità di diventare civili, si deve per forza ricadere in questo grosso sbaglio nel giudizio
dell'individuo.
L'ammissione dell'uguaglianza delle razze diviene il fondamento di un eguale giudizio dei popoli e, per di più, del
singolo. E il marxismo internazionale non è altro che il trasferimento, fatto dall'ebreo Carlo Marx, di una idea che in
realtà c'era già da molto tempo, ad una data professione di fede.
Se non ci fosse stato questo avvelenamento ampiamente divulgato, non sarebbe stato possibile lo sbalorditivo
successo di questa dottrina, Carlo Marx, in verità fu solo uno fra moltissimi, che nella situazione disperata di un
mondo in distruzione, individuò coll'occhio lungimirante del profeta i principali veleni e li trasse fuori, per raccoglierli,
come negromante, in una miscela destinata a distruggere subito la vita indipendente di libere nazioni sulla terra.
Ma fece ciò per giovare alla sua razza. Così la dottrina marxista è l'essenza, la caratteristica tipica della mentalità
corrente. Già per questa ragione è irrealizzabile, anzi comico, ogni combattimento del nostro mondo borghese contro
di esse; poiché anche questo mondo borghese è imbevuto di questi veleni ed ha un concetto del mondo che differisce
da quello marxista solo per sfumature e per individui.
La società borghese è marxista, ma ritiene possibile un dominio di alcuni gruppi umani (borghesia) mentre il marxismo
tende regolarmente a mettere il mondo nelle mani degli ebrei. Invece, l'idea nazionale razzista ammette il valore
dell'umanità nelle sue originarie condizioni di razza.
Concordemente con i suoi principi, essa riconosce nello Stato solo un mezzo per conseguire infine, il fine del
mantenimento dell'esistenza razziale degli uomini. Quindi non ritiene vera l'eguaglianza delle razze, ma ammette che
sono differenti e che hanno un valore maggiore e minore, e da questa ammissione, si sente costretta a pretendere,
conforme con l'eterna volontà che domina l'Universo, la vittoria del migliore, del più forte, la sconfitta del peggiore, del
più debole. E così rispetta l'idea di base della Natura, che è aristocratica e crede che questa legge sia fondamentale
anche per l'uomo più umile. Essa non solo ammette un diverso valore delle razze, ma anche quello dei singoli. Mette
in luce l'uomo di valore e agisce così da ordinatrice, di fronte al marxismo creatore del disordine. Riconosce il bisogno
di idealizzare l'umanità, vedendo solo in questa idealizzazione la base della vita dell'umanità stessa. Ma non può
permettere ad un'idea morale di esistere se questa idea costituisce un rischio per l'esistenza razziale dei sostenitori di
una morale superiore: perché un mondo corrotto «negrizzato» resterebbe per sempre privo dei concetti di
umanamente bello e del sublime, e di ogni cognizione di un futuro idealizzato della umanità.
Cultura e civiltà del nostro continente sono strettamente collegate, con la presenza degli Ariani. Il declino e la
sparizione dell'Ariano riporterebbe sul mondo ere di barbarie.
Distruggere il contenuto della civiltà umana con la distruzione di quelli che la simboleggiano, appare il più
disprezzabile dei delitti agli occhi di un'idea nazionale del mondo. Chi ha il coraggio di alzar la mano sulla migliore
delle creature fatta a immagine di Dìo, pecca contro il munifico creatore e coopera alla espulsione dal Paradiso.
Perciò l'idea nazionale del mondo, corrisponde alla più profonda volontà della Natura, perché ripristina quel libero
scontro delle forze che deve portare ad una prolungata, mutua educazione delle razze, fin quando, mediante il
raggiunto dominio della terra, sia facilitata la strada ad una umanità migliore, la quale possa agire in campi posti al
disopra e al di fuori di essa.
Tutti noi sentiamo che in un lontano futuro gli uomini dovranno trattare tali problemi, che per risolverli sarà scelta una
razza superiore, una razza di padroni, che avrà i mezzi e le disponibilità di tutto il mondo.

6

Com'è chiaro, una determinazione così vaga delle idee di una concezione razzista del mondo lascia ampia possibilità
di interpretazioni diverse. In verità non c'è nessuna delle nuove strutture politiche che in qualche punto non si riallacci
a questa concezione. Ma quest'ultima, proprio per il fatto di avere una realtà propria di fronte a molte altre, rende
chiaro che in questo caso si tratta di concezioni differenti.
Così alla concezione marxista guidata da un organismo supremo unitario, si oppone una mescolanza di concezioni
che già riguardo alle idee colpisce sfavorevolmente al cospetto del chiuso fronte nemico
Non si vince con armi così fragili. Soltanto quando alla concezione internazionale marxista (costituita in politica dal
marxismo organizzato) si porrà contro una concezione nazionale ugualmente e unitariamente organizzata e guidata, e
solo se nelle due parti sarà uguale la forza, nella lotta avrà la vittoria la verità eterna. Ma una tale idea del mondo può
essere attuata sulla base di una esatta espressione di quella: i principi di base di un partito sono, per un partito politico
in sviluppo, ciò che sono i dogmi per la fede. Perciò, per la concezione nazionale del mondo, si deve forgiare uno
strumento che le garantisca la possibilità di avere una rappresentanza combattiva, così Come l'organizzazione
marxista facilita l'avvento dell'Intemazionalismo. Il partito nazional-socialista opera in questo senso.
La determinazione, al servizio di un partito del concetto nazionale è la premessa della vittoria dell'idea nazionale. Ciò
è ampiamente provato da un fatto ammesso, almeno indirettamente, anche dai nemici, di quella intima unione fra idee
e partito. Proprio quelli che continuano ad affermare che la concezione nazionale del mondo non e un'eredità per gli
uomini, ma dorme o «vive» nel cuore di milioni di individui, dimostrano con questa affermazione la verità del fatto, che
la totale accettazione di queste idee per gli uomini, non è sufficiente per ostacolare la vittoria di altre idee,
rappresentate da partiti politici di classe. Se ciò non fosse vero, il popolo tedesco avrebbe riportato una grande
vittoria, invece sta per rovinarsi. Ciò che permise la vittoria dell'idea internazionale fu il fatto che essa era
rappresentata da un partito politico ordinato in gruppi d'aggressione. Ciò che permise la sconfitta dell'idea contraria fu
la mancanza di una rappresentanza unitaria. Un'idea può solo lottare e vincere nella forma ridotta e circoscritta di un
partiio politico, non nella assoluta libertà di interpretazione di teorie politiche.
Per questo motivo ritenni mio dovere quello di tirar i (tori dall'argomento ampio e vago di una dottrina, le idee più
importanti, organizzandole in forma più o meno dogmatica; idee che nella loro evidente delimitazione sono adatte a
dare un'associazione unitaria a coloro che le api covano. Cioè: il partito nazional-socialista recupera i concetti di base
di una idea del mondo vagamente nazionale e, considerando la realtà della situazione, i tempi, gli uomini esistenti la
fragilità umana, crea con essi una dottrina di fed e politica. Questa, in seguito, era, nell'organizzazione severa della
moltitudine degli uomini, la premessa per la vittoria di quest'idea.

7

Capitolo II
Quanto più illogiche sono le condizioni di uno Stato, tanto più astruse, artefatte, inspiegabili sono le definizioni del fine
a cui mira. Che poteva scrivere ad esempio un imperiale regio professore sul significato e sul fine di uno Stato in un
paese la cui organizzazione statale rappresenta il più grande fallimento del ventesimo secolo? Compito questo di
grande responsabilità se si pensa che per il professore di diritto pubblico di oggi prevale il raggiungimento di un fine
determinato sul dovere alla verità.
Già nel 1920-21 i circoli dell'ormai superata società borghese, rimproveravano alla nostra politica di porsi contro allo
Stato di oggi. E perciò i partiti politici di tutti gli orientamenti si sentivano in diritto di combattere e perseguire questo
scomodo annunciatore di una nuova idea. Si tralasciò, intenzionalmente che oggi la stessa società borghese non
esiste e non può essere data una spiegazione unitaria di questa idea. Frequentemente, gli interpreti sono nelle nostre
università in carica di professori di diritto pubblico, la cui mansione più importante è quella di chiarire e spiegare la più
o meno facile esistenza dello Stato che dà loro il nutrimento.
E il fine è questo: serbare con ogni mezzo quella mostruosa organizzazione umana che è lo Stato. Stabilito ciò, non
bisogna meravigliarsi se per risolvere questo problema si evita la realtà dei fatti per tuffarsi in una mescolanza di valori
ideali, di compiti, di scopi «etici» e «morali».
In linea di massima si possono segnalare tre gruppi:
Il gruppo di quelli che vedono nello Stato solamente un associazione di uomini più o meno spontanea sotto un
sovrano potere di impero.
Questo è il gruppo formato dai più. In esso si trovano, specialmente, quelli che hanno il culto del diffuso principio di
legittimità, per loro la volontà dell'individuo non ha alcun significato in questo ordinamento. Essi fondano il diritto
all'inviolabilità di uno Stato solo sul fatto che esso esiste. Per accettare questo delirio delle menti umane bisogna
avere un'adorazione animalesca dell'autorità statale. Nel cervello di queste persone il mezzo si trasforma in fine. Lo
Stato non è più al servizio degli uomini, ma sono gli uomini che vivono per adorare l'autorità statale che racchiude
anche l'ultimo dei funzionari. Finché questo silenzioso, armonico culto non si trasformi in preoccupazione, in disordini,
l'autorità dello Stato c'è solamente per conservare l'ordine e la calma; anch'essa non è più un mezzo, ma un fine.
L’autorità statale deve vigilare per mantenere l'ordine e la calma, l'ordine e la calma devono cooperare per l'esistenza
dello Stato. Tutta la vita deve agire entro questi due poli. In Baviera, queste idee sono molto diffuse e sono
rappresentate dagli artisti politici del Centro bavarese, detto: «partito populista bavarese»; in Austria dai legittimisti
gialloneri, e nel Reich gli elementi conservatori hanno questa concezione dello Stato.
Il secondo gruppo è molto più esiguo: fa parte di esso una categoria di persone che collega alcune limitazioni
all'esistenza di uno Stato. Che richiede non solo lo stesso Governo, ma possibilmente, la stessa lingua, sia pure
soltanto riguardo una generale tecnica amministrativa. L'autorità non è più il solo ed unico scopo dello Stato: ad esso
si unisce quello di operare per il bene dei sudditi.
Nell'idea dello Stato, caratteristica di questo gruppo, s'introducono lentamente l'idea di libertà, nella maggior parte dei
casi una libertà mal compresa. L'organizzazione statale non sembra più intoccabile per il fatto che esiste; ma viene
studiata per accertarne la vantaggiosità. La santità della tradizione non salva dalla critica del presente. Del resto,
quest'idea pretende, innanzitutto, dallo Stato un buon ordinamento economico, perciò esamina i fatti partendo da un
punto di vista realistico, secondo basi generali, vaghe, fondate sulla produttività. I maggiori rappresentanti di queste
concezioni si trovano nella comune borghesia tedesca, soprattutto nei gruppi della nostra democrazia liberale.
Il terzo gruppo è ancora più esiguo.
Esso vede nello Stato un mezzo per attuare le tendenze di potenza politica, per lo più un po' vaghe, di un popolo
compatto e ben caratterizzato da una propria lingua.
In questo caso, il desiderio di una sola lingua statale è giustificato non solo nella speranza di creare a questo Stato un
fondamento per aumentare la sua potenza all'estero, ma anche dall'opinione (errata) di riuscire con ciò a
nazionalizzare lo Stato in una direzione stabilita.
Negli ultimi cento anni fu una profonda pena il dover constatare come questi circoli si divertissero, talvolta convinti di
essere nel giusto, con il termine «germanizzare». lo stesso ricordo che, quand'ero giovane, questa parola portava a
convinzioni fondamentalmente sbagliate.
Anche negli ambienti del pangermanesimo, si poteva udire che, il germanismo d'Austria poteva riuscire benissimo a
germanizzare i paesi slavi austriaci. Questi non comprendevano che si può solamente germanizzare una terra, mai gli
uomini. Ciò che si voleva esprimere a quei tempi con questo termine era soltanto un'imposta, accettazione apparente
della lingua tedesca. E' invece sbagliato pensare che, ad esempio, un Cinese o un Negro diventi tedesco solo perché
impara il Tedesco ed è pronto, per il futuro, ad usare la lingua tedesca, e a dare il suo voto ad un partito politico
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tedesco. La nostra società borghese non ha mai compreso che una tale germanizzazione è, nei fatti, una
degermanizzazione. Poiché se, coll'ingiunzione di usare un linguaggio comune, alcune differenze, finora evidenti, fra
popolo e popolo vengono superate e infine scompaiono, ciò significa il principio di un imbastardimento, e in questo
caso, non una germanizzazione, ma una distruzione delle componenti essenziali germaniche. Troppo spesso nelle
storie succede che un popolo vincitore riesca, con i suoi strumenti di potere, ad ingiungere ai vinti di parlare la sua
lingua, e che, dopo secoli la sua lingua sia parlata da un altro popolo e quindi i vincitori si trasformino in vinti. La
nazione, o più precisamente, la razza non consiste nella lingua, ma soltanto nel sangue. Perciò si potrà usare il
termine «germanizzazione» solo quando si saprà cambiare il sangue dei vinti. Ma questo non è possibile: a meno che
con la fusione di ambedue le razze non si ottenga un cambiamento, cioè l'abbassamento del livello della razza
superiore. La conseguenza ultima di questo svolgimento dei fatti sarebbe perciò l'annientamento di quei valori che un
giorno permisero al popolo conquistatore di vincere. Principalmente le qualità culturali verrebbero distrutte nell'umone
con una razza inferiore, anche se il conseguente prodotto misto parlasse mille volte la lingua della razza che prima
era superiore. Per qualche tempo ci sarà ancora uno scontro fra differenti spiritualità, ed è possibile che la nazione,
ora sull'orlo di un abisso, alla fine dimostri forze culturali eccellenti. Ma queste sono solo le qualità proprie della razza
superiore, oppure bastarde, nelle quali, nel primo incrocio predomina ancora il sangue migliore e cerca di emergere,
mai però risultati finali di un miscuglio, nei quali ci sarà sempre una corrente culturale retriva.
Oggi si deve reputare come una fortuna se la «germanizzazione» dell'Austria di Giuseppe Il non ha avuto buon esito.
Forse, se fosse riuscita, lo Stato Austriaco si sarebbe retto, ma la comunione di lingua avrebbe prodotto un
abbassamento di livello razziale della nazione tedesca. Col passare dei secoli si sarebbe formato un'istinto di branco,
ma il branco avrebbe avuto minor pregio.
Probabilmente sarebbe sorta una nazione-Stato ma si sarebbe rovinato un popolo di grande cultura. Per la nazione
tedesca è vantaggioso che questo processo di unione non abbia avuto successo, se non grazie ad un pensiero
superiore, almeno per la miope grettezza degli Asburgo. Se le cose non fossero andate così, la nazione tedesca non
sarebbe oggi tra i creatori della civiltà. Non soltanto in Austria ma anche in Germania i circoli nazionali hanno idee
analoghe, completamente errate. La politica dei polacchi, accettata da molti, dal punto di vista di una germanizzazione
dell'Oriente si basò, sfortunatamente, su questo ragionamento. Anche in questo caso si pensò di poter
«germanizzare» i polacchi con una operazione esclusivamente linguistica. E l'esito fu penoso: si ebbe una
popolazione di un'altra razza che manifestava in lingua tedesca opinioni senza rapporto con la mentalità tedesca, e
che metteva in pericolo col suo minor pregio la nobiltà e il valore della nostra nazione.
Tremenda è pure la rovina che subi, indirettamente, il germanesirno perché gli ebrei che parlavano tedesco in
America furono confusi per tedeschi dagli americani che non conoscevano le nostre cose. Ma nessuno penserà di
controllare la nazionalità e la provenienza tedesca di questi sporchi immigrati, visto che si esprimono in tedesco. Nella
storia fu vantaggiosamente germanizzata la terra, ottenuta con la lotta dai nostri avi e colonizzata con contadini
tedeschi.
Quando fecero penetrare nel corpo della nostra nazione sangue straniero, contribuirono a quell'infelice frazionamento
del nostro io, che si palesa nel super individualismo tedesco, sfortunatamente e sovente oggi magnificato.
Anche per gli appartenenti a questo terzo gruppo lo Stato è, in un certo senso, fine a se stesso; custodire lo Stato è il
fine ultimo della vita umana. Per finire, si può decretare che queste idee non hanno radicata la convinzione che le
forze che erano la civiltà e i valori si fondano principalmente su basi razziali e perciò che lo Stato deve ritenere suo
compito essenziale la conservazione e l'elevazione della razza, premessa di ogni evoluzione della civiltà umana.
Perciò l'ebreo Carlo Marx poté trarre la conclusione ultima di questi errati concetti stilla sostanza e il fine d'uno Stato:
la società borghese, tralasciando la concezione politica della discriminazione razziale, senza poter trovare un'altra
espressione da tutti approvata, facilitò la strada ad una idea negante lo Stato in sé. Già per questo argomento la lotta
della società borghese contro l'internazionale marxista è ineluttabilmente in via di fallimento. La società borghese ha
da molto tempo perso le basi necessarie a sostenere le sue idee.
Il suo furbo nemico ha capito la fragilità della sua costruzione ed ora la combatte con le armi che esso stesso
inconsapevolmente gli ha dato. Perciò, il compito principale di un nuovo movimento fondato sull'idea razzista del
mondo è quello di operare in modo che la comprensione dell'essenza e del fine della vita dello Stato sia evidente e
unitaria.
Si deve prima di tutto capìre, questo, che lo Stato non rappresenta un fine, ma un mezzo. Esso è la condizione
preliminare per creare una superiore civiltà umana, non è il motivo per cui ciò avviene. Il motivo si trova soltanto nella
presenza di una razza adatta alla civiltà. Anche se ci fossero sulla terra centinaia di Stati-modello, se tramontasse
Ario portatore di civiltà, non sopravviverebbe nessuna civiltà equivalente alla grandezza spirituale dei popoli oggi
esistenti.

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Si può arrivare a dire che l'esistenza degli Stati non impedirebbe affatto l'eventualità della distruzione del genere
umano se si perdessero le capacità superiori e l'agilità mentale, a causa della mancanza di una razza che le abbia in
se. Se, per esempio, oggi la crosta terrestre fosse scossa da un terremoto e dalle acque dell'oceano sorgesse un
nuovo Himalaia, una sola dolorosa sciagura, distruggerebbe la civiltà umana.
Solo l'annientamento dell'ultima razza portatrice di civiltà e degli esseri che la compongono apporterebbe sulla terra lo
squallore. Invece notiamo da esempi presenti che Stati in formazione per la mancanza di superiori capacità
intellettuali degli individui della loro razza non furono idonei a conservare questi ultimi. Come diversi tipi di animali
preistorici dovettero soccombere e sparirono definitivamente, così anche l'uomo deve soccombere, se è privo di una
dataforza spirituale, che sola gli fa trovare i mezzi necessari alla propria sopravvivenza.
Nessuno Stato potrebbe più sopravvivere, si annienterebbero tutti i legami dell'ordine, distrutti i documenti di uno
sviluppo millenario, la terra diventerebbe un solo grande cimitero allagato dall'acqua e dal fango. Ma se da questo
mostruoso caos si salvassero anche solo pochi uomini di una razza che possa ricostruire la civiltà, la terra, anche
dopo secoli, ristabilita la calma, serberebbe le prove di una umana forza creatrice.
Non è lo Stato che forgia un determinato grado di civiltà; esso può soltanto conservare la razza che è la premessa e
la base di quel grado.
In altri casi, lo Stato può continuare ad esistere come tale, per secoli, mentre, siccome non gli fu proibita una
mescolanza di razze, la genialità e l'esistenza di un popolo limitate da questo hanno subito radicali cambiamenti. Ad
esempio, lo Stato presente, può come complesso esteriore, continuare ad esistere per secoli, ma l'avvelenamento
razziale del corpo della nostra nazione crea un declino culturale, che già oggi ci appare disastroso. Quindi, la
condizione preliminare della vita di un'umanità superiore non è lo Stato, ma la nazione, unica capace di portarla.
Questa facoltà è sempre presente e deve essere stimolata all'azione pratica, da determinate condizioni esteriori. Le
nazioni, o meglio, le razze fornite di caratteristiche creatrici hanno insite, nascoste, queste condizioni, anche se in
alcuni momenti situazioni esterne impediscono alle loro buone qualità di attuarsi. Rappresentare come barbari, come
incivili, i Germani dai tempi precedenti il cristianesimo e una inconcepibile stupidaggine. Non furono mai cosi. Ma la
durezza delle condizioni climatiche del nord li obbligò ad un modo di vita che impediva l'attuarsi delle loro capacità
creative.
Ma questa medesima capacità originaria creatrice di civiltà, non deriva esclusivamente dal clima nordico.
Se fossero arrivati nelle terre del Sud dal clima temperato e avessero estratto i primi mezzi dal materiale umano
inferiore, la capacità di cultura, latente in essi, avrebbe creato una meravigliosa fioritura, come per i Greci.
Un Lappone, mandato nel Sud, non sarebbe niente più che un Esquimese creatore di civiltà. No, questa stupenda
forza creatrice èdata solamente all'Ariano, sia che egli l'abbia in potenza, sia che la manifesti, in base alle situazioni
favorevoli o a una Natura sfavorevole. E' conseguenza di ciò questo concetto!
Lo Stato è un mezzo per raggiungere un fine. La sua meta consiste nella conservazione e nell'accrescimento di una
società conducente un'esistenza fisica e morale dello stesso genere. Questa conservazione include la vita d'una
razza e con ciò concede alla razza la libertà di evolvere tutte le qualità latenti in essa. Una parte di esse sarà in
funzione della conservazione della vita materiale, l'altra opererà per l'evoluzione intellettuale.
In verità, però, l'una delle parti crea le condizioni prima dell'altra.
Gli Stati che non operano in questo senso sono esperimenti mal riusciti, fallimenti. Ciò non è modificato dal fatto che
esistono, così come il buon esito di un'associazione di delinquenti non può giustificare la delinquenza o la rapina.
Noi nazionalsocialisti, come portatori di una nuova idea, non dobbiamo metterci mai sul celebre e per di più errato
«terreno dei fatti». Altrimenti non saremmo più i portatori di una nuova concezione ma i «coffies» della falsità di oggi.
Dobbiamo distinguere con massima chiarezza fra lo Stato che è il recipiente e la razza che è il contenuto. E questo
recipiente ha valore solo se sa contenere e custodire il contenuto; altrimenti non ha senso.
Il fine ultimo dello Stato nazionale è quello di serbare quegli elementi di razza originari che, come datori di civiltà,
creano la bellezza e la nobiltà di un'umanità superiore. Noi Ariani, in un'organizzazione Statale possiamo soltanto
vedere il complesso vivente di una nazione: complesso che non solo garantisce il prolungarsi nel tempo di questa
nazione, ma la porta alla suprema libertà evolvendone le qualità spirituali ed intellettuali. Quello che oggi si vuol far
credere uno Stato non è altro che il fallimento di profonde deviazioni umane e porta inenarrabili sofferenze. Noi
nazionalsocialisti sappiamo di essere avversi nella società attuale a questa concezione, e siamo considerati come
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rivoluzionari. Ma le nostre idee e le nostre azioni non devono assolutamente essere causate dall'approvazione o dalla
disapprovazione del nostro tempo, ma dai nostri doveri verso una verità che abbiamo ritenuta valida.
Dobbiamo persuaderci che i posteri, esaminando il nostro operato, non solo lo capiranno ma lo troveranno giusto e lo
loderanno.
Da ciò deriva anche, per noi nazionalsocialisti, la regola per giudicare lo Stato. Il valore d'uno Stato sarà relativo, se
considereremo la singola nazione, assoluto se considereremmo l'umanità in sé. Cioè: la buona riuscita di uno Stato
non deve essere giudicata dal livello della sua cultura e dalla potenza raggiunta in confronto al resto del mondo; ma
solamente dal grado di bontà delle sue istituzioni verso la stessa nazione.
Uno Stato può essere ritenuto perfetto se corrisponde allo stato di vita della nazione che deve rappresentare e se, in
real.ta, proprio con la sua esistenza, conserva in vita quella nazione: qualunque sia il valore culturale di questo Stato
riguardo al resto del mondo. Però lo Stato non ha la mansione di creare capacità, sua mansione è quella di facilitare
la via alle capacità già esistenti.
Invece si può dichiarare cattivo uno Stato, anche se di un elevato grado di civiltà, che ritenga finito il compito di
portatore di questa civiltà nel suo ordinamento razziale. Poiché in questo modo le premesse di un'esigenza futura di
questa civiltà che non creò lo Stato, e che è la conseguenza di una nazione creatrice di cultura assicurata
dall'esistente ordine statale che la riassume in sé. Lo Stato non è un contenuto ma una forma. Perciò, la momentanea
elevatezza della civiltà di un popolo non spiega la bontà di uno Stato in cui vive questo popolo. E' chiaro che un
popolo che abbia raggiunto un alto grado culturale ha maggior pregio d'una tribù di negri: però l'organizzazione statale
di quello, riguardo l'attuazione dei suoi fini, può essere meno valida di quella di una tribù di negri. Il migliore Stato e il
migliore organismo statale non sono capaci di trarre da un popolo le qualità che non ha e che non ebbe mai. Al
contrario, uno Stato cattivo, può distruggere qualità che in principio esistevano, permettendo o agevolando
l'annientamento dei produttori della civiltà della razza.
Per di più, il giudizio sulla validità di uno Stato può essere stabilito, in primo luogo, dal relativo vantaggio che ha per
un determinato popolo, e non dalle qualità che gli sono attribuite nel mondo. Questo giudizio relativo può essere
formulato subito e bene, invece il giudizio sul valore assoluto difficilmente si può dare, poiché è limitato non più solo
dallo Stato ma anche dalla validità e dal livello morale di una nazione. Perciò, se si parla di un supremo compito per lo
Stato, non si deve tralasciare che il supremo compito si trova esclusivamente nella nazione, alla quale lo Stato deve
soltanto facilitare, con la coesione della propria esistenza, una libera evoluzione. E se pensiamo a come debba
essere l'aspetto dello Stato adatto a noi tedeschi, dobbiamo prima capire bene quali uomini lo Stato debba avere e a
quale meta debba tendere. Sfortunatamente, la nostra nazione tedesca non è più basata su un nucleo razziale
organico.
Il processo di fusione dei tanti caratteri primordiali non è tanto evoluto al punto di poter parlare di una nuova razza da
esso costituita.
Al contrario! Gli avvelenamenti del sangue subiti dalla nostra nazione, particolarmente dopo la guerra dei trent'anni,
corruppero non solo il sangue, ma anche l'anima tedesca.
Le frontiere aperte della nostra patria, il fatto di basarsi sull'aiuto di stranieri lungo le terre di confine, ma specialmente
il frequente ingresso di stranieri nel nostro Reieh, ingresso ripetuto, non permisero che si attuasse una totale fusione.
Non si creò una nuova razza ma le caratteristiche razziali rimasero vicine, con la conseguenza che, specialmente nei
momenti sfavorevoli, quando ogni popolo è solito riunirsi, il popolo tedesco si sparpagliò in tutti i versi. Gli elementi
razziali sono differentemente disposti a strati, non solo nelle dìfferenti regioni, ma pure in ogni singola regione. Vicino
a individui nordici ci sono individui orientali, vicino agli orientali dinarici, individui occidentali, e fra tutti, mescolanze
umane.
Ciò causa una profonda rovina: il popolo tedesco è privo di qualunque disposizione innata di gruppo basata sull'unità
di sangue, quella disposizione che nel pericolo preserva dalla distruzione le nazioni, facendo dimenticare le grandi e
piccole divergenze interne e ponendo contro al nemico comune, il chiuso fronte di un gruppo unito.
Nell'intrico delle nostre caratteristiche di razza, che non si fusero, si trova la base di quello che noi definiamo col
termine «superindividualismo»: esso, nei periodi di pace, può essere vantaggioso, e, in fondo, ci portò alla suprei
nazia sul mondo. Se il popolo tedesco, nella sua evoluzione storica, avesse avuto quell'unità di gruppo che ebbero
altri popoli, oggi il Reich tedesco sarebbe padrone del mon(lo.
La storia mondiale avrebbe avuto un altro sviluppo, e nessuno può dire che in questo modo non si sarebbe attuato ciò
che tanti ciechi pacifisti credono di conseguire lamentandosi ed elemosinando: una pace non sostenuta dagli
scodinzolamenti di piagnucolosi discorsi pacifisti, ma basata sulla spada vincitrice di un popolo dominatore che
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s'impadronisce del mondo per l'utilità di una civiltà superiore. Il fatto che non abbiamo avuto una nazione unita al
sangue ci causò profondi dolori. Ha dato citta per viverci, a molti tedeschi \acquisiti, ma ha tolto al vero popolo
tedesco il diritto di comandare. Ancora presentemente il popolo subisce lo strazio di questa decomposizione. Ma
quello che causò sfortuna nei tempi passati, può creare la nostra fortuna per l'avvenire. Poiché, se da una parte, fu
rovinoso il fatto che non si è creata una completa fusione delle nostre caratteristiche primordiali di razza e quindi non
si sia attuata la coesione del nostro popolo, fu, d'altra parte vantaggioso che almeno una parte del nostro sangue
migliore sia rimasto incontaminato e abbia evitato l'abbassamento razziale.
Certamente dalla completa fusione delle nostre caratteristiche di razza originarie sarebbe conseguito un corpo
nazionale unitario, ma esso, come accade per ogni incrocio di razze, avrebbe posseduto minor forza d'incivilimento di
quella che aveva il migliore fra questi elementi originari. E' questo il vantaggio della cattiva riuscita della assoluta
fusione: ancora oggi abbiamo nel nostro corpo nazionale tedesco grandi caratteristiche incontaminate di individui
germanici del nord nelle quali possiamo riconoscere il più pregiato tesoro per il nostro futuro. Nei tempi oscuri in cui
erano sconosciute tutte le leggi razziali, quando il valore di un uomo sembrava simile a quello di un altro, mancava il
preciso discernimento del differente valore delle singole caratteristiche di base. Invece oggi sappiamo che la totale
fusione delle caratteristiche del nostro corpo nazionale, avrebbe (per la coesione che ne sarebbe derivata), causato
forse la potenza esterna, ma avrebbe impedito l'attuarsi dell'ultimo fine dell'umanità, perché quello che fu eletto
chiaramente dal Destino sarebbe morto nella vaga mescolanza di razze della nazione unitaria.
Ma quello che, senza nostro intervento, fu reso impossibile da un destino favorevole, dobbiamo osservare e giudicare
oggi noi, iniziando dalle nozioni ora acquistate. Chi parla di un alto compito sulla terra del popolo tedesco, deve aver
chiaro che questo può soltanto risultare nella creazione di uno Stato che riconosca sua mansione suprema la
conservazione e nell'aumento delle caratteristiche migliori, rimaste incontaminate, della nostra nazione, anzi, di tutta
l'umanità. In questo modo attua, per la prima volta, un elevato intimo fine. Di fronte al comico ordine di garantire la
pace e l'organizzazione per truffarsi scambievolmente, si mostra un compito veramente alto, quello di mantenere e far
progredire un'umanità superiore, data a questo mondo dalla bontà di Dio.
Un ordinamento morto, che esige di restare in vita solo per amore di se stesso, deve trasformarsi in un organismo
vivo che abbia come sola meta di essere utile ad un'idea superiore. Il Reich tedesco, ha il dovere, come Stato, di
contenere tutti i tedeschi, con la missione non soltanto di riunire e conservare in questo popolo le migliori
caratteristiche primordiali di razza, ma di elevarla lentamente ma sicuramente, ad una condizione di supremazia.
Perciò, ad un periodo di immobilità segue un periodo di lotta.
Ma, come sempre ed in ogni fatto, ha efficacia qui il proverbio: «chi si ferma arrugginisce» ed è sempre valido che «la
vittoria sta nella lotta». Quanto più è elevato il fine della lotta che brilla davanti ai nostri occhi, quanto meno la grande
massa ne ha adesso comprensione, tanto più grande è, e lo impariamo dalla storia mondiale, l'esito favorevole: e
questo esito ha maggior pregio quando il fine è chiaramente capito e la lotta è fatta con volontà salda. Per molti dei
funzionari che sono oggi al potere nello Stato puo essere più sicuro il combattere per la conservazione della forma di
governo presente che battersi per uno futuro. Ad essi sembrerà più facile riconoscere nello Stato un'organizzazione
che c'è solo per mantenersi in vita, così come, al contrario, la loro vita appartiene allo Stato, come usano affermare:
come se ciò che è fiorito dalla nazione potesse necessariamente servire ad altro che alla nazione, e come se
l'individuo potesse adoperarsi per altri che per l'individuo. Come ho detto, è logico che sia più comodo vedere
nell'autorità statale nient'altro che lo esplicito complesso di un'organizzazione, piuttosto che la più alta
rappresentazione della tendenza innata di un popolo alla propria conservazione sulla terra. Poiché, nel primo caso,
per questi animi fragili, lo Stato e l'autorità Statale sono fini a se stessi, invece, nel secondo caso sono la meravigliosa
arma adatta alla grande, immortale lotta per la sopravvivenza, un'arma alla quale ogni uomo deve adeguarsi poiché
non funziona senza l'intervento dell'intelligenza ma è la manifestazione di una comune volontà di sopravvivere.
Perciò, nella lotta della nuova idea che obbedisce all'originario significato della realtà troveremo solamente pochi
compagni in un mondo che non solo materialmente, ma sovente per sfortuna, moralmente, è privo di, vigore. Solo
individui eccezionali, vecchi dal cuore giovane e dall'intelligenza rimasta viva, si uniranno a noi da quei ceti, ma non
quelli che riconoscono come missione della propria esistenza di mantenere una situazione già in atto. Abbiamo di
fronte la smisurata 'schiera non tanto dei 'malvagi e dei' cattivi, quanto degli indolenti, degli insensibili, di quelli che si
preoccupano di mantenere in vita la situazione presente. L'urlo di lotta, che fa fuggire gli animi gretti o li intimorisce,
diviene il segno convenzionale per indicare la raccolta dei veri caratteri battaglieri. Ma proprio perché sembra che la
nostra lotta non abbia possibilità di successo, ci appare più grande la nostra alta missione e l'eventualità del
successo.
Bisogna capire questo: quando un popolo mostra una determinata quantità di grossa energia tendente ad un fine, ed
ha evitato l'indolenza delle grandi masse, i pochi diventano padroni dei più. La storia mondiale è creata da gruppi
poco numerosi, se in questi gruppi poco numerosi ha vita la maggioranza della volontà e della forza di decisione.
Perciò, ciò che può sembrare dannoso a molti, è in verità la condizione preliminare della nostra vittoria. Proprio
nell'estensione del nostro compito e negli ostacoli che ci si oppongono, è riposta la possibilità che solo i migliori
combattenti stiano per lottare per esso. E proprio in questa scelta sta la sicurezza di successo.
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Generalmente già la Natura delibera e apporta alcune modifiche nel problema della purezza di razza di creature
terrestri. Essa non predilige i bastardi. Specialmente i primi risultati degli incroci, ad esempio, nella terza, quarta,
quinta generazione, devono soffrire tristemente: non solo non possiedono un valore proprio della più elevata delle
caratteristiche originarie dell'incrocio, ma, essendo privi dell'unità del sangue, mancano anche dell'unità di volontà, di
capacità di decisione, indispensabile per l'esistenza. In tutte le situazioni particolari, in cui l'individuo di razza pura
decide giustamente e in modo unitario, l'individuo di razza mista diventa incerto e prende decisioni non
completamente valide. Ciò spiega una certa inferiorità dell'individuo di razze miste di fronte a quello di razza pura, e in
realtà implica anche la probabilità di un veloce declino. In moltissimi casi la razza sopravvive, mentre il bastardo
muore. In questo bisogna riconoscere una modifica apportata dalla Natura: che spesso si spinge ancora più oltre.
Essa riduce la probabilità di diffusione: distrugge lo sviluppo di altri incroci e li porta alla morte.
Se, per esempio, un essere d'una razza si unisse ad uno di una razza inferiore ne deriverebbe prima un
deterioramento, poi un'infiacchimento di discendenti di fronte ad altri esseri rimasti puri. Se si proibisse alla razza
superiore di apportare sangue nuovo ai bastardi, questi morirebbero per la loro minore capacità di sopravvivenza,
voluta dalla accorta natura o creerebbero, attraverso i secoli, un nuovo miscuglio in cui le singole caratteristiche
primordiali sarebbero fuse a causa dei molti connubi e non sarebbero più individuabili. Così si sarebbe costituita una
novella nazione d'una forza di sopravvivenza simile a quelle delle greggi, ma inferiore per pregio spirituale e
intellettuale in confronto della razza superiore, attiva nel primo connubio. Ma anche qui il risultato misto avrebbe la
peggio nella scambievole lotta per la sopravvivenza, quando si trovasse contro un nemico di una razza superiore
unitaria, incontai i i nata da ogni fusione.
La profonda unità di questo nuovo fine, l'unità da greg,,e costituitasi nei secoli, non sarebbe sufficiente, a seguito (lei
totale decadimento della razza e della diminuita capacità di apprendimento e di creazione a combattere
vittoriosamente contro una razza egualmente compatta, ma più elevata di genialità e di civiltà. Possiamo perciò
formulare questo concetto efficace: qualunque connubio di razza porta inevitabilmente, allo sparire del risultato misto,
fin quan(lo la parte migliore di questo stesso connubio persiste in una compattezza di razza. Il rischio per il risultato
misto, è escluso solo quando la razza superiore s'imbastardisce. Su ciò si basa una lenta evoluzione naturale, che
lentamente, esclude gli avvelenamenti razziali, finché persiste un certo numero di caratteristiche di razza pura e non
avviene più un altro imbastardimento. Quest'evoluzione può crearsi da sé in individui dotati di una profonda tendenza
di razza, che soltanto situazioni particolari o una particolare costrizione ha allontanato dalla strada della naturale
generazione dei puri di razza. Nel momento in cui questa condizione di forza è finita la parte pura spingerà subito al
connubio fra simili impedendo un'altra fusione. E in questo modo i fatti d'imbastardimento passano in secondo piano
se il loro numero non si sia già tanto accresciuto che non sia più possibile una vera resistenza delle caratteristiche
restate pure di razza. L'individuo che ha perso le sue tendenze naturali e non riconosce il dovere ingiuntogli dalla
Natura, generalmente non può più fare affidamento su questa modificazione da parte della Natura, fin quando non ha
rimpiazzato con esatte nozioni l'impulso naturale perduto: è compito di queste allora provvedere all'indispensabile
opera di rimorchio. Comunque rimane il grosso rischio che colui che non vede più, continui a rompere i limiti di razza e
che anche l'ultimo residuo della sua parte migliore finisca col perdersi. In questo caso resta soltanto un miscuglio
come desiderano i celebri miglioratori odierni, che lo considerano l'ideale: ma essa in poco tempo distruggerebbe ogni
ideale del nostro mondo. Certamente: cosi si potrebbe formare un, grosso gregge, ma da una fusione di questo tipo
non proviene mai un individuo portatore di civiltà, creatore o fondatore di civiltà. E allora si potrebbe ritenere finito il
più alto compito dell'umanità.
Chi non desidera che la Terra abbia questo destino deve capire che la mansione dello Stato germanico è
specialmente quella di operare perché sia dato un termine conclusivo ad ogni altro imbastardimento.
La generazione dei nostri deboli odierni griderà contro queste idee e si lamenterà di interventi nei sacrosanti diritti
umani. No, l'uomo ha solo un inviolabile diritto che è poi un inviolabile dovere, quello di operare affinché il sangue si
mantenga incontaminato, perché la sopravvivenza della superiore umanità attui un'evoluzione dell'umanità stessa.
Perciò, uno Stato nazionale in primo luogo dovrà innalzare il matrimonio dal grado di un continuo scandalo per la
razza, e dargli la legittimità di un ordine chiamato a procreare creature fatte a somiglianza del Signore e non aborti fra
l'uomo e la scimmia. La contestazione, non è permessa ad un periodo storico che da una parte dà ad ogni depravato
la possibilità di moltiplicarsi, e dall'altra parte concede che in' ogni drogheria e addirittura nei mercati di strada si
vendano a poco prezzo miscugli per impedire le nascite anche da genitori sani. Nel presente Stato della calma e
dell'ordine, per i rappresentanti di questa bella Società nazionaleborghese, è perciò un crimine ostacolare la
procreazione nei sifilitici, nei tubercolosi, in quelli che hanno malattie ereditarie, nei deformi, nei cretini, mentre
l'interruzione reale della possibilità di procreare in milioni di esseri sani non è ritenuto un fatto riprovevole e non
offende i buoni costumi di questa falsa società, è anzi al servizio della cieca indolenza del pensiero.
Perché altrimenti ci si dovrebbe stancare la mente su questo problema: come si possano formare le condizioni
preliminari per gli alimenti e per l'esistenza di questi individui che, come sani portatori della nostra nazionalità,
dovranno un giorno avere lo stesso compito di fronte alla generazione seguente.

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Ma questo modo di agire è spregevole e senza ideali. Non ci si impegna più ad educare i migliori per le generazioni
seguenti, ma si lascia che le cose seguano il loro corso. Anche le nostre Chiese peccano contro l'immagine Dio,
anche se ne danno risalto al valore, e ciò corrisponde al loro odierno modo di comportarsi: esse si occupano sempre
dello spirito ma permettono che l'uomo, portatore dello spirito, si trasformi in un abietto proletario. Poi ci mostriamo
meravigliati, con facce stupide, della poca autorità che ha oggi la fede cristiana sul nostro paese, sull'ateismo di quella
gente mal fatta nel corpo e quindi anche abbruttita spiritualmente e cerchiamo un equilibrio nel convertire Ottentotti,
ZuIù, con la benedizione della Chiesa. Mentre, grazie a Dio, gli uomini Europei si ammalano di lebbra fisicamente e
spiritualmente, il religioso missionario si reca nell'Africa centrale e crea missioni per i negri: così la nostra civiltà
superiore farà anche li di individui sani, anche se incivili e non evoluti, una sporca razza di bastardi.
Sarebbe più umano e naturale questo: che le nostre due chiese cristiane, piuttosto che infastidire i negri con missioni,
dai negri non volute né capite, insegnassero con bontà e con coscienza ai nostri uomini europei, che quando i genitori
hanno qualche tara è azione più grata a Dio l'aver compassione di un piccolo orfano sano e dargli dei genitori,
piuttosto che generarle un bambino malato, portatore di dolori e di sciagure a sé e ad altri. Lo Stato nazionale deve
riacquistare ciò che nel presente riguardo è tralasciato da tutte le parti. Deve porre la razza alla base dell'esistenza
generale. Deve preoccuparsi di mantenerla incontaminata. Ha il dovere di affermare che il bambino è il bene più
prezioso di un popolo. Deve permettere che soltanto chi non èmalato procrei figli, che sia contro la morale il generare
bambini quando si è malati o difettosi e privarsi di ciò risulta il più alto pregio. Ma, invece, deve essere giudicato
biasimevole portar via alla nazione bambini sani.
Lo Stato deve servirsi, per attuare ciò, delle più moderne scoperte mediche. Deve affermare che è incapace di
procreare chi soffre di una malattia evidente o chi porta tare ereditarie e che quei mali può tramandare ai suoi
discendenti e causare in realtà questa incapacità. Ha il dovere anche di disporre che la fecondità della donna sana
non sia ridotta dall'indecente economia e dalla finanza di un'organizzazione statale che trasforma quella fortuna che è
il bambino in una sfortuna per i genitori. Deve annullare quella indolente, delittuosa insensibilità con cui occupa oggi
delle premesse sociali della grande quantità, dei figli, deve diventare il massimo difensore di questa immensa fortuna
di un popolo. Deve aver cura più del bambino che dell'adulto.
Perciò lo Stato deve apparire come il conservatore di un futuro millenario di fronte al quale la volontà e l'egoismo
dell'individuo non hanno nessun valore e devono sottomettersi.
Chi è malato o indegno di corpo e di spirito non è giusto che riproduca i suoi patimenti nel corpo di un bambino. Su
questo punto, lo Stato nazionale, deve esercitare una grande opera di educazione che in seguito sembrerà un'opera
imponente, più imponente della più grande vittoria dei nostri tempi borghesi. Lo Stato deve, con l'educazione, chiarire
agli uomini che l'essere malati e fragili non è scandaloso, ma solo una sfortuna degna di pietà, che è crimine e
vergogna perdere l'onore e mostrare egoismo perpetuando il male e i difetti in creature senza colpa. E che perciò è
dimostrazione di finezza d'animo, di mentalità evoluta, di generosità degna di stima il fatto che chi non è sano,
sacrificandosi a non avere figli propri, si dedichi con amore e con benevolenza ad un piccolo, sfortunato, sconosciuto
figlio della sua nazione, sano e che promette di diventare in futuro un vigoroso appartenente ad una forte comunità.
Lo Stato deve riconoscere in quest'opera di educazione il completamento spirituale della sua azione pratica.
Deve comportarsi così senza preoccuparsi della comprensione o incomprensione, delle opinioni favorevoli o contrarie.
Basterebbe per seicento anni non permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l'umanità da
un'immane sfortuna e portarla ad una condizione di sanità oggi pressoché incredibile. Quando sarà tradotta in realtà,
consciamente e ordinatamente, e agevolata la facoltà di generare della parte più sana della nazione, si otterrà una
razza, che almeno alle origini, si sarà liberata delle cause del presente abbrutimento fisico e spirituale. Se una
nazione o uno Stato operano in questo senso, si occuperanno poi inconsapevolmente dell'incremento del nucleo della
nazione migliore riguardo alla razza e dell'accrescimento della sua fertilità: e alla fine tutta la nazione avrà il frutto d'un
tesoro razziale generosamente preparato. Per ottenere questo risultato bisogna che lo Stato non lasci al caso la
colonizzazione di paesi conquistati da poco, ma la sottometta a leggi specifiche. Commissioni adatte devono rilasciare
un certificato di colonizzazione ai singoli e il certificato deve essere logicamente collegato con una purezza di razza
da decidere. In questo modo si potrebbero gradatamente creare colonie di secondaria importanza, costituite da
persone di razza pura.
Esse costituirebbero un pregiato tesoro nazionale della comunità popolare; la loro presenza darebbe felicità, fede e
orgoglio a ciascun componente della nazione, ed in esse si troverebbe anche la premessa di una grande, futura
evoluzione della nazione e di tutta l'umanità. Per concludere, nello Stato nazionale, l'idea razzista deve accelerare
l'avvento di quella meravigliosa era in cui gli uomini non si preoccupavano più di allevare cani, cavalli e gatti, ma di
evolvere l'uomo stesso: era che sarà per alcuni di tacito ed assennato sacrificio, per altri di doni e di rinunce gioiose.
Non si può negare che ciò possa avvenire in un mondo in cui centinaia di migliaia di individui restano spontaneamente
celibi, senza nessuna altra costrizione o legame che un comandamento della Chiesa. Non sarà possibile un identico

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sacrificio se al posto di questo comandamento si introduce quello di porre fine al peccato originale ancora agente,
della contaminazione della razza, e di dare al divino Fattore uomini quali esso stesso creò?
Sicuramente lo spregevole numero di piccoli borghesi odierni, non capirà mai queste cose. Le derideranno, o
scuoteranno le spalle curve, o faranno le loro eterne larnentele: «Sarebbe in sé una cosa meravigliosa, ma è
irrealizzabile!». Certamente con voi è inattuabile, il vostro mondo non riuscirà ad attuarla.
Per voi c'è un unico pensiero: la vostra esistenza personale, e un unico Dio: il vostro denaro! Ma noi non ricorriamo a
voi, ma alla grande schiera di quelli che sono poveri poiché la loro esistenza esprima la più grande felicità della terra,
a quelli che onorano non il denaro, ma altri Dei, ai quali dedicano la loro vita.
Prima di tutto ci rivolgiamo al meraviglioso esercito dei nostri giovani tedeschi. Esso cresce in una grande era e
combatterà contro i mali fatti dall'ignavia e dall'insensibilità dei suoi padri. I giovani tedeschi saranno in avvenire i
creatori di un nuovo Stato nazionale, o saranno gli ultimi ad assistere alla definitiva caduta della società borghese.
Poiché, quando una generazione è dilaniata da sbagli che discerne e dichiara propri, e tuttavia, come accade nella
presente società borghese, si limita ad affermare che non è possibile rimediare, è indice che una tale società è
destinata ad estinguersi. Ma è tipico della nostra società borghese proprio questo, che non può ostinarsi a negare la
propria debolezza. Essa deve riconoscere che molte cose sono sporche e mal fatte, ma non riesce a decidersi di
lottare contro il male, ad unire con ferma volontà la forza di un popolo di sessanta o settanta milioni di individui e ad
allontanare un rischio. Al contrario: se ciò accade in altri paesi, si critica stupidamente e si tende a dimostrare che ciò
che è avvenuto è impossibile teoricamente, e ad affermare che è inattendibile il successo.,
Qualunque spunto, anche sciocco, appoggia la loro grettezza di nani e le loro inclinazioni intellettuali. Se, per
esempio, tutto un continente combatte l'alcoolismo onde evitare ad un popolo la rovina di quel vizio, la nostra società
borghese europea non sa far altro che meravigliarsi e tentennare il capo, con un sorriso di superiorità trova comica la
cosa, e questo desta una viva impressione in una società cosi comica!
Ma se ciò è inutile, in qualche parte del mondo si opera contro le intoccabili e nobili leggi generali, e con esito
favorevole, allora come affermai, si dubita almeno dell'esito favorevole e lo si porta ad un livello inferiore, si osa di
opporre principi dell'etica borghese a una battaglia tendente ad annientare un'immensa immortalità.
No, su questo punto non dobbiamo ingannarci, la borghesia odierna ha ormai perso ogni pregio per qualunque
missione dell'umanità, solamente perché non ha qualità, è cattiva: e secondo me, è cattiva non tanto volontariamente
quanto per pigrizia e di tutto quello che ne consegue. Perciò, anche quei circoli politici detti «partiti borghesi» orinai
non sono altro che associazioni di utilità di alcune categorie sociali o gruppi di professionisti, e la loro più alta
mansione è soltanto quella di operare in nome dei propri interessi.
E' chiaro che una siffatta associazione borghese politica è adatta a tutto meno che alla lotta: specialmente quando il
gruppo nemico èformato da masse proletarie e pronte a tutto, non da cauti mercanti.
***
Se accettiamo come primo compito dello Stato, per giovare al popolo, il mantenimento, la cura e l'evoluzione delle
migliori caratteristiche della razza; è evidente che i provvedimenti statali debbono ampliarsi fin dalla nascita del
piccolo figlio della nazione, e che lo Stato debba educare il fanciullo per farne un altro elemento di una continua i
propagazione della razza.
E come, generalmente, la condizione preliminare della capacità di sviluppo spirituale si trova nelle facoltà di razza di
un dato tipo umano, così anche nell'uomo si deve curare e rendere migliore la salute del corpo. Perché lo spiri(o sano
e forte si trova soltanto in un corpo sano e forte. Non nega ciò il fatto che talvolta i geni furono malati o magari infermi.
Sono solo eccezioni che, confermano la regola Ma quando la moltitudine di un popolo è formata da degenerati, è
insolito che da una tale situazione si distingua una grande intelligenza. E anche se avvenisse, le sue opere non
avrebbero buon esito. Il popolo da non poter seguire il volo di una tale aquila. Lo Stato nazionale deve, dopo aver
capito ciò, tendere la sua totale opera d'educazione, in primo luogo non spregevole o non lo capirà o sarà di volontà
così fragile ad imprimere nell'animo semplici nozioni, ma a far crescere corpi sani. Soltanto dopo, in un secondo
momento segue lo sviluppo delle facoltà intellettuali. E a questo punto deve avere la precedenza lo sviluppo del
carattere, della forza di volontà e di decisione e l'educazione deve istruire sulla felicità che può dare la responsabilità:
ultimo posto deve avere l'insegnamento scientifico.
Perciò uno Stato nazionale deve cominciare dalla condizione preliminare che un individuo poco colto in campo
scientifico, ma sano di corpo, di carattere buono e forte, serenamente deciso e di volontà ferma, ha maggior valore
per una comunità nazionale che un fragile, intelligente e ricercato. Una popolazione di uomini colti che in più fossero
pigri pacifisti, tralignati nel corpo e senza volontà non solo non otterrà il paradiso ma non si garantirà neanche la vita
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su questa terra. Non accade di frequente che nelle grosse sciagure sia costretto a cedere quello che sa meno: perisce
quello che dalle sue cognizioni estrae fragili risultati e li attua in modo pietoso.
Se ha valore la frase di Moltke: «col tempo solo il capace ha fortuna», ha certamente valore per la relazione fra corpo
e spirito: anche lo spirito sano, col tempo vivrà, di norma, in un corpo sano. Perciò, l'educazione fisica non è nello
Stato nazionale mansione dell'uomo, o compito che riguarda in primo luogo ai genitori e in secondo o terzo momento
la comunità: ènecessità per l'esistenza del popolo, rappresentato e curato dallo Stato.
Per concludere, anche in questo caso deve esserci una ben stabilita armonia. Un corpo marcio non sarà affatto reso
più bello da un'intelligenza meravigliosa, anzi, il più elevato sviluppo fisico non sarebbe giustificabile se
contemporaneamente quelli che lo portano fossero difettosi, storpi senza volontà, esitanti e vili. Quello che rende
eterno l'ideale di bellezza greco è la splendida armonia di una radiosa bellezza fisica con uno spirito ammirevole ed
una anima pregiatissima.
Già nel presente, per quanto riguarda l'educazione esclusivamente scientifica, lo Stato decide per l'uomo e protegge
gli interessi della comunità, dal momento che, lo desiderino o no i genitori, costringe il bambino a frequentare la
scuola. Egualmente e in misura molto più elevata lo Stato nazionale dovrà un giorno far rispettare la sua autorità di
fronte all'ignoranza o alla mancanza di comprensione da parte degli individui nelle questioni che riguardano la salute
della nazione. Esso dovrà svolgere la sua opera educativa in modo che i giovani vengano curati regolarmente fin da
piccoli, e vengano rafforzati e induriti per la vita futura. Specialmente dovrà fare attenzione affinché non venga
educata una generazione di sgobboni.
Quest'opera di preparazione alla vita e di educazione deve cominciare dalla giovane madre.
Come fu possibile, dopo un'opera diligente di anni, far sparire l'infezione dai parti e limitare la febbre puerperale, così
deve essere possibile fare con un'adeguata educazione delle sorelle e della madre stessa già nella prima infanzia, un
lavoro che sarà un buonissimo fondamento per un ulteriore sviluppo. In uno Stato nazionale la scuola deve lasciar
libero per l'educazione fisica molto più tempo. Non è indispensabile colmare i cervelli giovani di una quantità di nozioni
di cui, come sappiamo per esperienza ricorderanno solo la minima parte e non il necessario ma solo le cose di poco
valore perché il fanciullo non può fare una razionale scelta degli argomenti che gli vengono imposti.
Nei tempi odierni, anche nel programma delle scuole inedie sono destinate alla ginnastica soltanto due ore alla
settimana e la frequenza alle lezioni di educazione fisica non e neanche obbligatoria: ma questo è un grossolano
equivoco, dovuto ad una educazione esclusivamente intellettuale. Non dovrebbe trascorrere neanche un giorno seri/a
che il fanciullo ricevesse almeno un'ora al mattino e una alla sera di educazione fisica, in qualunque tipo di sport e d I
ginnastica.
E bisogna principalmente ricordare uno sport che proprio a molti «nazionali» appare come disprezzabile e incivile. E'
inconcepibile quante idee errate siano sparse sulla boxe nei circoli «colti». E' ritenuto naturale e lodevole che il
giovane impari a tirar di scherma e ne sia orgoglioso, ma la boxe è considerata incivile. Perché? Nessun altro sport i I
sveglia in modo così forte lo spirito d'assalto, richiede così pronta decisione, rende forte ed elastico il corpo.
Se due giovani risolvono coi pugni una contesa non è a (Tatto un atto più grossolano che se la risolvessero con una
scherma raffinata.
E uno che è stato assalito, se combatte contro l'aggressore usando i pugni, non si comporta meno coraggiosamente
che se fuggisse o chiamasse una guardia in sua difesa. Ma il ragazzo giovane e sano impara anche a subire i colpi.
Ciò apparirà incivile ai nostri contemporanei combattenti dello spirito. Ma lo Stato nazionale non ha la mis,,Ione di
crescere una società di esteti pacifisti e di degenei ati: esso non riconosce l'ideale umano in onesti piccoli borghesi, o
in vecchie pure zitelle ma nella coraggiosa personificazione della forza, e in donne adatte a generare uomini.
Generalmente lo sport deve soltanto fortificare e rendere elastico e coraggioso l'individuo ma anche rendere solido il
corpo e insegnare a subire le sfortune.
Se la nostra classe intellettuale non avesse avuto una educazione così raffinata e avesse imparato la boxe, si sai
ebbe impedito ai lenoni, ai disertori e a una tale gentaglia (il fare una rivoluzione in Germania. Poiché la rivoluzione fu
vittoriosa non per gli atti arditi, forti, coraggiosi di quelI I che la facevano ma per la vile commiserevole indecisione di
quelli che dirigevano lo Stato e ne avevano la responsabilità.
Ma i nostri capi spirituali avevano ricevuto soltanto un'educazione spirituale, perciò restarono attoniti quando i nemici
presero non le armi spirituali ma i bastoni.
E ciò avvenne proprio perché la nostra scuola superiore non istruiva uomini ma funzionari, ingegneri, tecnici, chimici,
letterati, avvocati, e perché questa classe intellettuale non si estinguesse, professori.
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I nostri capi spirituali ebbero sempre un comportamento meraviglioso mentre i dirigenti della nostra volontà furono
inferiori ad ogni giudizio. Certo, l'educazione non potrà trasformare un uomo dal carattere debole in un ardito, ma è
anche certo che, un individuo, non vigliacco, è frenato nello sviluppo delle sue capacità se, per errore della sua
educazione, è a priori inferiore ad altri in forza fisica ed elasticità. Nell'esercito si può meglio giudicare quanto la
sicurezza nella forza del corpo sviluppi il coraggio e risvegli l'impulso d'assalto. Pure nell'esercito non si trovano tutti
eroi: ma ce n'è una buona quantità. Se non che, la migliore educazione del soldato tedesco, in periodo di pace diede
a tutto l'immane organismo quell'affascinante opinione della propria superiorità che neanche i nostri nemici credevano
possibile.
Nei mesi estivi e autunnali del 1914 l'esercito tedesco che avanzava diede eterne prove di coraggio e di forza
d'attacco, ciò fu la conseguenza di quella metodica educazione che nei lunghi periodi di pace rese adatti a
inconcepibili prestazioni corpi spesso fragili e impresse negli animi quella fede in sé che non si perse neanche nelle
atrocità delle grandi battaglie. Proprio il nostro popolo tedesco che dopo essersi annientato, viene preso a calci da
tutto il mondo, ha bisogno dell'affascinante forza che può trovare nella fiducia in se stesso.
Ma la fiducia in sé deve venire inculcata fin dall'infanzia del Piccolo cittadino. La sua istruzione e la sua educazione
devono mirare a dargli la sicurezza della sua totale superiorità sugli altri.
Il fanciullo deve ritrovare, nella sua forza ed elasticità fisica, la fiducia dell'invincibilità di tutta la sua nazione. Perché
quella che una volta rese possibile la vittoria dell'esercito tedesco fu la grandissima fiducia che ogni soldato nutriva in
sé e tutti nutrivano nei loro corpi. E ciò che può elevare nuovamente il popolo tedesco è la sicurezza di poter
riconquistare la libertà. Ma questa sicurezza può solo formare la conclusione ultima di uno stesso modo di pensare di
milioni di uomini. Anche su questo punto non dobbiamo illuderci. Orrenda, immane fu la distruzione del nostro popolo,
ed egualmente immane sarà lo sforzo da fare per metter fine a tale condizione di estrema infelicità. Chi pensa che la
presente educazione alla pace e all'ordine possa mettere il popolo in condizioni di rompere in futuro l'od ierno
ordinamento del mondo che significa la nostra estinzione e di buttare in faccia ai nostri nemici gli anelli della catena
della nostra schiavitù si sbaglia. Soltanto grazie ad un'immane brama nazionale di forza, grazie ad un sentito
desiderio di libertà e ad una scatenata passione, sarà riacquistato quello che andò perduto.
Anche l'abbigliamento dei giovani deve conformarsi a questo scopo. E' veramente compassionevole il vedere come
anche i nostri giovani siano soggetti ad una moda folle che rovescia il vecchio proverbio «l'abito non fa il monaco».
Appunto nei giovani l'abito deve essere soggetto allo scopo della sua educazione. Il giovane che d'estate porta lunghi
calzoni, coperto dagli abiti fino al collo, si priva già con il suo modo di vestire della tendenza alla educazione fisica.
Perché ènecessario usare anche l'ambizione e, ammettiamolo anche, della vanità.
Non della vanità di vestirsi con abiti belli che non tutti possono permettersi ma della vanità di avere un bel fisico, ben
fatto, che ognuno può cercare di formarsi. Ciò è utile anche più avanti. La fanciulla deve imparare a riconoscere il suo
accompagnatore. Se ai nostri tempi la bellezza fisica non fosse tenuta in seconda linea dalla nostra moda sciatta, non
avverrebbe che migliaia di fanciulle si innamorassero di repellenti bastardi ebrei dalle gambe storte. E' utile alla
nazione anche questo, che i corpi migliori si uniscano e collaborino a dare nuova bellezza alla nazione. E oggi ci
sarebbe bisogno di ciò più che in altri tempi, perché siamo privi di educazione militare e quindi manca la sola
istituzione che in un periodo di pace sia capace di recuperare ciò che va perduto grazie all'educazione odierna. Un
esito positivo si deve cercare non solo nell'educazione del singolo ma anche sull'autorità che ha nei rapporti tra i due
sessi. La fanciulla preferiva il soldato al civile. Lo Stato nazionale non deve soltanto imporre l'educazione fisica nelle
scuole ufficiali, e vigilarla, ma anche nel doposcuola deve fare in modo che il giovane, finché sta sviluppando il suo
corpo, renda proficuo questo sviluppo.
E' illogico pensare che quando termina la scuola finisca il diritto dello Stato di vigilare i suoi giovani cittadini e ricominci
solo col servizio militare. Tale diritto è un dovere e come tale esiste sempre. Lo Stato attuale non presta attenzione
all'individuo sano, ha delittuosamente tralasciato questo dovere. Esso permette che la gioventù si depravi nelle strade
o nei bordelli, invece di organizzarla e formarne il corpo affinché in futuro nascano da essa uomini e donne sane.
Nel presente può non avere importanza il modo con cui lo Stato svolge questa educazione: importante è che la svolga
e che cerchi le vie adatte.
Così questa educazione, potrà essere, in linea di massima, come un servizio militare prestato più tardi.
Lo Stato nazionale riconoscerà sua mansione non soltanto l'educazione intellettuale, ma anche quella fisica del
doposcuola e la impartirà per mezzo di istituzioni statali.
L'esercito non darà più al giovane, come fino adesso, le cognizioni di base di un semplice regolamento di esercizi, e
non avrà reclute come nel presente: dovrà invece fare di un giovane dal corpo già formato ed educato perfettamente,
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un soldato. Nello Stato nazionale l'esercito non insegnerà più a marciare o a stare sull'attenti, ma sarà la scuola
conclusiva dell'educazione all'amore della Patria. La
giovane recluta imparerà nell'esercito a usare le armi, ma nello stesso tempo dovrà essere preparata per la sua vita
successiva.
E al vertice dell'educazione militare ci deve essere quella che all'esercito precedente fu riconosciuta come
grandissima qualità: alla scuola dell'esercito il fanciullo deve diventare un uomo, non deve solo imparare ad obbedire,
ma anche conquistarsi le condizioni preliminari per comandare in avvenire.
Deve imparare a stare zitto non solo quando è sgridato a ragione, ma anche quando è sgridato a torto. Quando avrà
terminato il servizio militare, gli verranno dati due documenti: il suo diploma di cittadino dello Stato che gli renderà
possibile un pubblico ufficio e un certificato di salute fisica, che gli servirà per provare la sua sanità fisica e la sua
disposizione al matrimonio. Lo Stato nazionale può occuparsi anche dell'educazione delle ragazze partendo dagli
stessi principi che usa per educare i ragazzi. Anche in questo caso si deve dare una preminenza alla educazione
fisica, e soltanto in un secondo tempo ci si deve preoccupare (il progredire le facoltà psichiche ed intellettuali.
***
Soltanto in un secondo momento lo Stato nazionale deve agevolare la formazione del carattere. E' chiaro che le
qualità peculiari dell'individuo sono innate in esso: chi è egoista, resta sempre tale, chi è idealista, lo sarà sempre. Ma
fra i temperamenti delineati con massima chiarezza vi sono milioni di temperamenti, incerti, disorientati, vaghi. Il
criminale nato rimarrà sempre un criminale: ma moltissimi uomini che hanno solo una certa tendenza al crimine
possono trasformarsi, con un'adeguata educazione, in utili componenti della comunità nazionale. Al contrario, una
educazione inadatta, può fare pessimi elementi di caratteri vaghi. Durante la guerra fu spesso lamentato che il nostro
popolo non sapesse tacere. E per questo fu difficile nascondere al nemico segreti anche di grande interesse. Ma
chiediamoci una cosa: che cosa ha fatto prima della guerra, l'educazione tedesca, per insegnare al popolo il silenzio?
E sfortunatamente, proprio nella scuola la piccola spia non fu spesso preferita ai suoi silenziosi compagni? Non si
ritenne e non si ritiene la denuncia come una encomiabile sincerità e il silenzio come biasimevole testardaggine? Si è
forse tentato di rappresentate il silenzio come una meravigliosa qualità virile? No, perché per la nostra moderna
educazione scolastica queste sono stupidaggini. Ma queste stupidaggini costano allo Stato milioni di marchi di spese
giudiziarie, perché il novanta per cento dei processi di calunnia avvengono soltanto perché non si sa tacere. Parole
dette senza pensarci vengono ripetute con altrettanta mancanza di serietà, la nostra economia è ininterrottamente
deteriorata dallo sviluppo di importanti complessi di fabbricazione, e anche silenziosi piani di difesa del paese sono
resi ingannevoli perché il popolo non sa tacere e parla di tutto. Ma in guerra questa facilità a parlare può portare
anche alla perdita di una battaglia e può cooperare all'insuccesso della lotta. Pure in questo caso si deve essere
convinti che non si può fare da vecchi quello che non si è imparato da giovani.
Il maestro non deve cercare di conoscere certi sciocchi scherzi giovanili incoraggiando le denuncie. La gioventù forma
come uno Stato a sé, si trova in una condizione di solidarietà contro gli adulti, e questo è umano. L'amicizia del
bambino di dieci anni col suo coetaneo è più spontanea e profonda che l'amicizia con un adulto. Il bambino che
denuncia i suoi compagni, compie un tradimento, che mostra un temperamento, che in parole povere e riportate su
scala maggiore, corrisponde con precisione «quella del traditore del suo genere».Un ragazzo come questo non può
essere ritenuto: «buono, bravo» ma deve essere considerato di carattere limitato. Per un maestro può essere
vantaggioso usare questi difetti per aumentare la sua autorità, ma così si inculca nei giovani il principio di una
mentalità che in futuro produrrà effetti rovinosi. Sovente una piccola spia diventò un grande mascalzone. Questo è un
solo esempio fra tanti.
Nei nostri tempi, nella scuola, è inesistente l'evoluzione conscia di belle e nobili qualità di carattere. A tale evoluzione
si dovrà dare in futuro un grande valore. Fedeltà, dedizione, silenzio sono i valori di cui una grande nazione ha
bisogno: inculcarli e migliorarli nella scuola è più necessario di molte altre cose che nel presente riempiono i nostri
programmi di insegnamento.
Ci si deve anche occupare di insegnare a rinunciare a noiosi lamenti, ai pianti di dolore, ecc. Se un'educazione
tralascia d'insegnare al fanciullo a subire con dignità i dolori e le ingiustizie, non deve meravigliarsi in seguito, in un
momento critico, per esempio quando il bambino diventato grande andrà al fronte, il servizio postale non sarà utile a
niente altro che a missive lamentose e piagnucolose. Se nelle nostre scuole si inculcasse nei giovani meno nozioni e
maggiore autocontrollo, si sarebbero avuti buoni risultati nel 191518. Così lo Stato nazionale nella sua opera di
educazione deve dare massima importanza, insieme all'educazione del corpo a quella del carattere. Molte malattie
morali che ha la nostra nazione oggi possono essere annientate o molto attenuate da una educazione di questo tipo.
***

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Di massimo valore è l'educazione delle capacità di volere e della determinazione e la cura della gioia della
responsabilità. Un tempo era in vigore nell'esercito il detto che un ordine è meglio di nessun ordine, per la gioventù
deve avere grande importanza questa massima: è sempre meglio una risposta di nessuna risposta. La reticenza nel
rispondere, per il timore di non dire la verità, deve essere più rnortificante d'una risposta sbagliata. Partendo da
queste considerazioni di base si devono educare i giovani al coraggio dell'azione. Si è spesso detto con
rincrescimento che nel novembre e dicembre 1918 tutte le cariche non abbiano fatto il loro dovere, che dal re fino
all'ultimo componente di una divisione nessuno abbia trovato il coraggio di decidere qualcosa con indipendenza.
Questo spiacevole fatto è un ammonimento rigoroso della nostra educazione sbagliata, perché in quella immane
sciagura si è solo manifestato in scala maggiore quello che in piccolo era presente in ogni luogo.
E' il fatto che siamo privi di volontà e di armi che frena qualunque determinazione collegata con un pericolo. Senza
intuirlo, un generale tedesco ha saputo trovare la espressione esatta di questa miserevole mancanza di volontà: «io
agisco solo quando posso calcolare solo sul cinquantuno per cento le possibilità di un buon esito». In questo
«cinquantuno per cento», è basato il dramma del disastro tedesco! Chi richiede al destino l'assicurazione di un buon
risultato, rinuncia da sé al valore di un'azione coraggiosa: che si riduce a questo, che, sicuri che una situazione
presenti un rischio fatale, si opera nel modo che può dare successo. Un malato di cancro che diversamente èconvinto
di morire, non ha bisogno del 51 per cento di probabilità di buon esito per ardire un'operazione. Se questa garantisce
la guarigione con solo un mezzo per cento di probabilità, un uomo coraggioso la sperimenterà: diversamente non
deve lamentarsi perché muore. Ma in generale, la rovina dell'attuale vile mancanza di volontà e di determinazione è
frutto specialmente dell'educazione sbagliata che ci fu data da giovani, i cui risultati iniziali si propagano nell'età
matura e nella mancanza di audacia civile negli uomini di Stato si conclude e si compie. Ha la medesima provenienza
quel sfuggire alle responsabilità che oggi si manifesta. Pure in questo caso lo sbaglio è da ricercarsi nell'educazione
impartita ai giovani, poi invade tutta la vita pubblica e trova il suo eterno completamento negli ordinamenti dei giovani
parlamentari. Già nella scuola si attribuisce più valore alla ammissione, «coraggiosa e piena di rammarico» della
propria colpa e ai «mortificati pentimenti» del piccolo peccatore, che ad una sincera confessione. Questa, a molti
attuali educatori sembra perfino una manifestazione chiara di una incorreggibile bassezza d'animo, e perciò (fatto
inconcepibile!) a molti giovani viene predetto il patibolo per qualità che sarebbero d'ineguagliabile pregio se
costituissero il bene comune di tutta una nazione.
Lo Stato nazionale, come dovrà un giorno curare l’educazione della volontà e la forza di determinazione, così dovrà
inculcare ai piccini la gioia della responsabilità e il coraggio della sincera e leale confessione solo se riconoscerà
come valida questa necessità, dopo, una lunghissima opera educativa, un corpo nazionale non più sottoposto a quelle
debolezze che oggi concorrono, fatalmente, alla nostra fine.
***
L'educazione scolastica scientifica che nel presente forma tutta l'opera educativa fatta dallo Stato, può essere
accettata soltanto con poche modifiche, dallo Stato nazionale. Le modifiche riguardano tre argomenti. Prima di tut, to,
la mente dei giovani, in generale, non deve essere oberata di nozioni che nella proporzione di 93 su 100 sono inutili
per loro e che quindi. essi non ricordano. Particolarmente il programma delle scuole popolari e medie presenta un che
di eterogeneo: in molti argomenti d'insegnamento la materia è tanto ampliata che lo scolaro ne ritiene soltanto una
piccola parte priva di organicità, e che soltanto una frazione di tutta quella quantità può essere utile. D'altra parte
questa frazione non è sufficiente a chi esercita una data professione e si guadagna il suo pane.
Si prenda per esempio un comune funzionario statale che ha fatto il ginnasio o la scuola tecnica superiore, lo si
prende quando ha 35 o 40 anni e si esamini il sapere che un tempo, faticosamente, apprese a scuola. Quanto poco
rimane della materia allora imposta! Certamente ci risponderanno: «Se un tempo si apprendevano molte materie, ciò
non aveva solo il fine di possedere in futuro molte nozioni, ma anche quello di esercitare la memoria, e specialmente
la capacità di pensare di un cervello». Questo in parte è giusi o. Ma c'è un rischio nel fatto che la mente del giovane
sia oberata da cognizioni che raramente riesce a dominare e di cui non sa capire, né riconoscere, l'esatto valore, i
singoli elementi: in genere succede che sia messo in seconda linea e tralasciato non il secondario, ma l'essenziale.
In questo modo va già perduto il fine ultimo di questa grandiosa istruzione: poiché esso non può ridursi a rendere la
mente capace di apprendere, ammassandovi un ingente numero di materie d'insegnamento, ma deve consistere nel
(fare alla vita futura quel tesoro di conoscenza che serve all'uomo e che attraverso l'uomo giova alla comunità. Ma
questa rimane una speranza vana se l'uomo, per effetto della soverchia materia inculcatagli da giovane, in seguito
non ricorda più questa materia e ne ha dimenticato l'essenziale.
Milioni di uomini nel corso degli anni devono apprendere due o tre lingue straniere di cui in seguito si serviranno solo
in piccolissima parte, i più anzi le scorderà completamente, perché di centomila scolari che per esempio imparano il
francese, duemila al più, potranno utilizzare proficuamente questa conoscenza, mentre i rimanenti novantottomila non
avranno mai la circostanza per servirsene. Così hanno impiegato da giovani milioni di ore per una cosa che in seguito
per essi non avrà né importanza né valore. Anche la contestazione che questa materia fa parte della cultura generale
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non è esatta, perché sarebbe giusta solo se gli individui utilizzassero per tutta la vita quello che hanno appreso. In
pratica, per favorire duenúla persone a cui è utile la conoscenza di quella lingua, novantottomila devono essere
obbligate a sprecare tempo prezioso. E in questo caso si parla di una lingua che non si può affermare che eserciti al
ragionamento e all'acutezza il cervello, come accade per esempio con il latino. Perciò sarebbe giustissimo insegnare il
francese agli studenti solo nelle sue linee generali, o meglio nel suo svolgimento interno, introdurli nelle basi della
grammatica francese e spiegare con esempi la pronuncia, la forma di una frase, ecc. Ciò sarebbe sufficiente per l'uso
generale e poiché più semplice da esaminare e da mettere in evidenza, avrebbe più utilità, che imprimere nelle menti,
come si fa oggi, tutta la lingua, che non sarà conosciuta alla perfezione e in seguito dimenticata. E cosi si eviterebbe
pure il rischio che della troppa quantità delle materie la mente non ritenesse altro che frammenti inorganici, perché il
giovane avrebbe appreso solo ciò che è più importante, e sarebbe già anticipata la scissione fra ciò che ha pregio e
ciò che non ne ha. Le basi generali così insegnate dovrebbero essere sufficienti ai più, anche per il futuro, mentre a
quelli che in seguito hanno veramente bisogno di questa lingua permetterebbero di perfezionarsi in essa ed occuparsi
liberamente ad approfondirla. E in questo modo si otterrebbe nel programma d'insegnamento il tempo per
l'educazione fisica, e alle necessità già da noi trattate in altri campi dell'educazione. Specialmente nell'insegnamento
della storia è indispensabile modificare i metodi usati finora. Nessun popolo dovrebbe più del popolo tedesco
apprendere la storia: ma esso ne fa un cattivo uso. Se la politica è storia che si trasforma, la nostra educazione
storica èdiretta dalle caratteristiche dell'opera politica. Anche in questo caso è inutile lamentarsi dei compassionevoli
frutti prodotti dalla nostra politica, se non si è decisi a disporre per una migliore educazione politica. In 99 casi su 100,
il nostro attuale insegnamento della storia ha risultati pietosi. Poche date, anni di nascita e nomi generalmente
rimangono impressi nella mente, mentre manca una linea di indirizzo grande e comprensibile. Tutto quello che è
realmente importante, generalmente viene tralasciato; rimane alle inclinazioni di più o meno talento dei singoli il trame
dalla grande quantità di date e dalla successione degli eventi le ragioni profonde di questi. Si può gridare quanto si
vuole contro questa dolorosa affermazione: ma si leggano attentamente i discorsi fatti, in una sola sessione, dai nostri
signori parlamentari sulla politica, ad esempio, sui problemi di politica estera; si pensi che questi formano (così si
afferma) la parte migliore della nazione tedesca e che in ogni caso molti di essi frequentarono le nostre scuole medie
e parecchi le nostre università, e ci si accorgerà della mediocrità della formazione intellettuale di questi uomini.
Se essi non avessero studiato la storia, ma avessero una tendenza naturale sana, le cose andrebbero meglio e la
nazione ne trarrebbe grande giovamento. Proprio nell'insegnamento della storia occorre restringere gli argo menti. Il
pregio fondamentale sta nel riconoscere le grandi linee dell 'evoluzione storica. Quanto più l'insegnamento rimane
entro questi limiti tanto più si può sperare che l'individuo, dopo, tragga profitto dalle sue cognizioni, e tutti q uesti
vantaggi siano utili alla nazione.
Questo il fine, e lo studio della storia è soltanto un mezio per attuarlo.
Perché non si impara la storia solo per conoscere gli avvenimenti ma per trarne insegnamento per il futuro e per Li
conservazione del proprio popolo.
Ma oggi pure in questo caso il mezzo è diventato il fii e, e il fine è andato perduto. Non si affermi che uno studio
approfondito dalla storia richieda appunto che si ricordino queste date necessarie per determinare la grande linea;
perché il determinare è mansione dei professori della storia. Ma l'individuo comune, normale, non è un professore di
storia. Per lui la storia c'è, solo per dargli quelle conoscenze storiche indispensabili ad assumere una posizione
propria nei fatti politici del suo paese.
Chi desidera diventare professore di storia, può in seguito applicarsi totalmente a questo studio; allora potrà curare
anche i particolari più insignificanti. A ciò però non può essere sufficiente il nostro attuale insegnamento della storia,
che è troppo esteso per l'uomo comune e troppo ridotto per l'erudito di professione. Del resto, lo Stato nazionale deve
disporre che sia scritta una storia del mondo in cui la questione razziale abbia una posizione predominante.
Sintetizzando: lo Stato nazionale dovrà rendere meno cospicuo ma comprendente tutto l'essenziale, tutto lo studio
della scienza. E dovrà, oltre a questo, dare la possibilità di un perfezionamento particolare. Basta che l'uomo riceva
una cultura generale vaga, e sia istruito profondamente e in modo particolareggiato e specializzato solo in
quell'argomento che potrà utilizzare per il lavoro che svolgerà. Quindi una cultura generale dovrebbe essere imposta,
la scelta della specializzazione dovrebbe essere lasciata alla libertà dell'individuo.
Si avrebbe cosi una riduzione del programma scolastico e delle ore di studio per giovare al miglioramento del fisico,
del temperamento, della forza di volontà e di determinazione. Quanto vana sia l'odierna educazione scolastica,
soprattutto nelle scuole medie, quanto poco utile sia per esercitare una professione, è reso chiaro dal fatto che oggi
possono coprire lo stesso ufficio individui che hanno frequentato tre scuole diverse fra loro. Importante è solo la
cultura generica, non l'istruzione particolareggiata. Ma nel caso in cui, come si è già spiegato, è indispensabile una
conoscenza specifica, questa non può essere acquisita nei, programmi scolastici delle scuole medie odierne. Lo Stato
nazionale deve far sparire una volta o l'altra tali inefficaci provvedimenti.

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La seconda modifica nel programma di educazione scientifica deve essere questo per lo Stato nazionale: è tipico
della nostra epoca materialistica ciò che l'educazione scientifica si rivolge sempre più alle materie, positive, ossia alla
matematica, alla fisica, alla chimica. Esse certamente sono indispensabili in un'epoca in cui la tecnica e la chimica
sono predominanti e sono rappresentate nella vita di tutti i giorni dalle loro caratteristiche evidenti; ma è rischioso
basare soltanto su questo l'educazione generale di un popolo. Particolarmente nell'insegnare la storia non si deve
tralasciare lo studio degli antichi.
La storia romana nei suoi caratteri generali è e resta Ia più grande maestra non solo per la nostra epoca, ma per tutte
le epoche. Anche l'ideale della civiltà greca non deve andar perduto nella sua rara bellezza.
Le differenze dei singoli popoli non devono farci scordare la grande comunità di razze.
La lotta che presentemente infuria ha scopi molto grandi: una civiltà lotta per la propria sopravvivenza: una civiltà che
comprende in sé millenni e che contiene insieme l'Ellenismo e il Germanesimo.
Bisogna distinguere con precisione fra la cultura generale e le materie specifiche. Queste ultime rischiano sempre più
di essere soggette a Mammone, quindi la cultura generale deve essere custodita come compenso, almeno nel suo
aspetto più ideale. Pure in questo caso si deve comprendere che industria e tecnica, commercio e artigianato
possono prosperare solo se una comunità nazionale idealistica dà le premesse indispensabili. Ma queste non sono
nel materialismo capacistico, ma nel disinteresse e nella felicità del sacrificio.
***
L'attuale istruzione dei giovani ha come meta principale quella di imprimere nella mente del giovane le noi i i che gli
serviranno per fare la sua strada nella vita.
Ciò è manifestato in queste parole: «il giovane deve diventare in futuro un componente utile della comunità umana».
Ma con queste parole si intende l'idoneità a procurar.i rettamente il pane quotidiano. L'educazione non approfondita
che è data in più dallo Stato borghese ha fondamenti fragilissimi. Siccome lo Stato in sé rappresenta unicamente una
forma, e impresa ardua istruire su questa delN, persone, concedere loro dei compiti, una forma può distruggersi
troppo facilmente. Ma, come notammo, l'idea di Stato vero ha oggi un contenuto preciso. Perciò non resta altro che la
consueta istruzione patriottica. Questa, nella Germania antica attribuiva grandissima importanza alla divinizzazione
(sovente poco assennata per lo più sciapita) di piccoli o piccolissimi protestanti, la cui quantità impediva d i giudicare
la reale grandezza della nostra nazione. Ne dei i vava, nel popolo, una inadeguata conoscenza della storia tedesca,
anche in questo caso, mancava la grande linea. E' chiaro che in quel modo non si poteva giungere a formare una
reale esaltazione nazionale.
La nostra concezione non aveva la capacità di trarre dall'evoluzione storica della nostra nazione, alcuni nomi a
vantaggio del popolo tedesco e di legare cosà, grazie ad una stessa cultura e ad uno stesso entusiasmo, intorno alla
na/,ione un nastro che tutto la unisse. Non si è saputo mostrai e come veri eroi alla vista della generazione attuale gli
individui veramente importanti della nostra nazione, riemetlerli al centro dell'attenzione generale formando così una
mentalità comune e unitaria.
Non si seppe scegliere nelle diverse materie d'insegnamento ciò che ha più valore per la nazione e innalzarlo al
disopra del grado di una spiegazione impersonale, per accendere l'orgoglio nazionale alla luce di così valorosi
esempi. Questo sarebbe sembrato allora un brutto nazionalismo estremista, e sotto questo aspetto sarebbe piaciuto
poco. Il gretto patriottismo dinastico sembrava più bello e tollerabile che l'incauta passione di un profondo orgoglio
nazionale. Quello era sempre disposto a servire, questa in avvenire poteva dominare. Il patriottismo monarchico finiva
in società di veterani, la passione nazionale avrebbe percorso strade difficili da indovinare. Essa è come un pregiato
cavallo, che si fa montare da tutti. Non bisogna meravigliarsi se si scelse di restare lontani da un tale rischio.
Nessuno pensava che un giorno ci sarebbe stata una guerra che, nelle pallottole infuocate e nelle ondate di gas,
provocasse la profonda capacità di resistere alla mentalità patriottica. Ma usando la guerra venne la mancanza di
un'elevato sentimento nazionale che li punii in maniera orrenda. Gli uomini ebbero soltanto poco desiderio di perire
per i re e imperatori, mentre la «nazione» era sconosciuta a quasi tutti. Da quando in Germania è scoppiata la
rivoluzione il fine dell'educazione storica è solo quello di imprimere nelle menti delle nozioni. A questo Stato non serve
l'esaltazione nazionale ma non attuerà mai quello che in pratica vorrebbe. Poiché, come non fu mai un patriottismo
dinastico che seppe opporre forza alla forza in un tempo in cui è Sovrana l'idea nazionale, così, anzi ancora di fini,
non vi può essere un entusiasmo repubblicano. E' certo che il popolo tedesco, sotto il detto «per la repubblica» non
resisterebbe quattro anni e mezzo sul campo di battaglia e soprattutto non vi resisterebbero i fondatori della
repubblica. In pratica questa repubblica può continuare tranquilla, solo grazie alla sua disposizione, manifesta a tutti, a
pagare qualunque tributo o risarcimento al nemico ed a firmare qualsiasi cessione territoriale.

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Essa è accettata dal resto del mondo; come ogni debole è più benvoluto che una persona porta quando è utile. Nel
gradimento dei nemici per questo tipo di governo si trova il più distruttivo giudizio del tipo stesso. Si amava la
repubblica tedesca e le si permetteva di esistere perché non si potrebbe trovare miglior alleato nel lavoro di
assoggettamento della nostra nazione. Solo a questo la repubblica deve la sua sopravvivenza. Perciò essa può fare a
meno di ogni istruzione veramente nazionale il ritenere sufficiente che gli eroi della Reichsbanner urlino «evviva!»;
eroi che, d'altra parte, più che combattere all'ultimo sangue per la bandiera del Reich, fuggirebbero come pecore.
Lo Stato nazionale dovrà combattere per la propria sopravvivenza. Non avrà né proteggerà la propria sopravvivenza
sottoscrivendo piani Dawes. Ma per esistere e per proteggersi saranno necessarie appunto quelle cose che adesso
potrebbero sembrare superflue. Quanto più saranno insuperabili e pregiati il contenuto e la forma, tanto più grandi
saranno la gelosia e la lotta dei nemici. La miglior non consisterà nelle armi ma nei suoi cittadini; lo proteggeranno
non le mura delle fortezze ma i viventi ba,,i ioni di uomini e donne spinti da patriottismo e da fanatia esaltazione
nazionale.
Il terzo punto da accentuare nell'educazione scientifica è perciò questo!
Anche nella cultura lo Stato nazionale deve riconoscere un. mezzo per incrementare l'orgoglio nazionale. Non solo la
storia mondiale ma anche la storia della civiltà deve essere insegnata sotto questo aspetto.
Un inventore deve sembrare di valore non soltanto come inventore ma, ancora di più, come componente della
nazione. L'entusiasmo per ogni grande atto deve rivolgersi in orgoglio del fatto che l'autore appartiene al nostro
popolo. Ma dai tanti grandi nomi della storia tedesca si debbono scegliere i massimi per inculcarli tanto nell'animo dei
giovani, che diventino i sostegni di un fermissimo sentimento nazionale.
L'argomento d'insegnamento deve essere svolto sistematicamente prendendo come fondamenti questi principi,
l'educazione deve essere formata in modo che il giovane, finita la scuola non sia un mediocre pacifista, un
democratico o qualcosa di simile ma un vero tedesco. Finché questo sentimento nazionale sia sincero subito e non
sia solo formale, deve essere inculcata nelle menti dei giovani ancora in formazione, una dura norma di base: chi ama
la sua nazione può soltanto dimostrare il suo amore con rinuncia. Un sentimento nazionale che tenda solo al profitto
non sussiste. E non esiste un nazionalismo che comprenda soltanto delle classi. L'urlare: evviva! non prova niente e
non concede l'appellativo di nazionale, se dietro quel grido non c'è la solerte cura della conservazione di una fiorente
nazione.
C'è ragione di essere orgogliosi del proprio popolo soltanto nel momento in cui non ci si deve vergognare di nessuna
classe sociale. Ma una nazione di cui metà è misera, mal ridotta, o completamente estenuata, dà un quadro talmente
cattivo che nessuno può esserne orgoglioso. Solo se una nazione e completamente sana, nel corpo e nell'anima,
ciascuno puo essere contento di fame parte, e questa gioia può elevarsi à quel sentimento che noi chiamiamo
orgoglio nazionale. E questo alto sentimento sarà sentito solo da chi conosce il valore della propria nazione.
Già nell'anima dei giovani bisogna imprimere la cognizione del profondo legarne del nazionalismo col sentimento della
giustizia sociale. Così si formerà un giorno un popolo di cittadini affiatati e fortificati da un amore e una fierezza
comune, incrollabile e inamovibile in eterno. Il timore che la nostra epoca ha del nazionalismo fanatico è indice della
sua debolezza. Poiché gli manca, anzi non apprezza ogni superlativa forza, esso non puo essere scelto dalla sorte a
grandi opere. Poiché le maggiori rivoluzioni scoppiate sulla Terra non sarebbero state concepibili se avessero avuto
per impulsi non passioni sfrenate, isteriche, ma i valori borghesi della calma e della disciplina. Ma il mondo va
certamente incontro ad un grande cambiamento. E solo ci si può domandare se avra per effetto la salvezza degli arii,
o la diffusione del giudaismo, dell'ebreo errante.
Lo Stato nazionale, dovrà preoccuparsi di formare, per mezzo di un'adatta educazione della gioventù, una
generazione pronta alle eccelse e massime decisioni che allora saranno prese nel nostro mondo. Vincerà quel popolo
che per primo percorrerà questa via.
La totale opera d'istruzione e d'educazione dello Stato nazionale deve trovare il suo culmine nell'inculcare nel cuore e
nella mente della gioventù a lui consegnata, il significato e il sentimento di razza, adeguata all'istinto e al raziocinio.
Nessun fanciullo, nessuna fanciulla, deve abbandonare la scuola senza conoscere perfettamente l'essenza e la
necessità della incontaminazione del Sangue.
Con questo sono definite le condizioni preliminari di un fondamento razzista della nostra nazione, e ulteriormente, è
data la sicurezza della premessa di un successivo sviluppo scientifico culturale. Poiché, in fondo, ogni educazione del
corpo e dello spirito non avrebbe pregio se non giovasse a un'individuo deciso e pronto a conservare se stesso e le
sue tipiche qualità. Diversamente sopraggiungerebbe quello che noi tedeschi dobbiamo già lamentare, senza forse
aver capito completamente l'estensione di questa dolorosa sfortuna: avverrebbe che noi rimarremmo in futuro solo
concime da cultura: non solo dal punto di vista della mediocrità della nostra attuale mentalità borghese, che in un

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componente della razza perduto riconosce esclusivarnente un cittadino perduto, ma dal punto di vista che dovremmo
ammettere tristemente che a dispetto della nostra sapienza e della nostra potenza, il nostro sangue è avviato alla fine.
Unendoci sempre di nuovo con altre razze, eleviamo queste dal loro anteriore grado di civiltà ad un grado superiore
ma decadiamo per sempre.
Del resto, anche questa educazione, nel senso della razza, trova il suo compimento estremo nel servizio militare. E
generalmente il periodo del servizio militare deve essere ritenuto il completamento dell'educazione normale del
tedesco comune. Come l'educazione fisica e morale avrà gran valore nello Stato nazionale tedesco, così avrà gran
valore per esso la scelta degli uomini. A questo riguardo nel presente si agisce con superficialità. In generale, i figli di
genitori che hanno alte posizioni sono ritenuti anche loro degni di un'educazione superiore. Le capacità hanno qui una
posizione subordinata. Le capacità in sé possono essere giudicate relativamente. Un giovane contadino può avere più
qualità di un figlio di genitori occupanti alte cariche da molte generazioni, anche se ha meno cultura generale del figlio
di borghesi. La maggiore condizione di quest'ultimo non ha niente a che vedere con le capacità più o meno grandi, ha
la sua base nella maggior quantità di sollecitazione che il bambino riceve grazie alla sua vasta educazione e
dell'ambiente in cui vive. Se anche il dotato figlio di contadini, fosse cresciuto in tali condizioni, diverse sarebbero le
sue facoltà intellettuali. Oggi c'è un solo settore in cui abbia meno importanza la nascita che le qualità innate: il settore
dell'arte. In questo caso non è sufficiente imparare, ma bisogna avere già capacità insite, che solo in seguito si
svilupperanno più o meno felicemente (e lo sviluppo non potrà riassumersi in altro che nel permettere a qualità
connaturate di esprimersi) il denaro e il capitale dei genitori non contano quasi. E qui è chiaro che il talento non è
legato con gli altri ceti sociali e con la ricchezza. Spesso i più grandi artisti appartenevano a famiglie povere.
E sovente un bambino di paese diventa in seguito un grande maestro.
Non dimostra grande impegno di pensiero la nostra epoca nel fatto che questa massima non venga utilizzata per tutta
la vita intellettuale.
I più credono che ciò che non si può negare nell'arte non si può dire per le branchie scientifiche. Indubbiamente
l'uomo può apprendere determinate capacità meccaniche, così come un accurato addestramento può insegnare ad
un cane mansueto i più svariati esercizi. Come nell'addestra~ mento degli animali non sono le capacità della bestia
che la portano a simili destrezze, così succede pure nell'uomo. Anche all'uomo si può impartire una conoscenza
scientifica senza tener conto di inclinazioni diverse. Ma in questo caso si ha un apprendimento arido e passivo come
nell'animale. Con una adeguata preparazione intellettuale si può dare all'uomo qualunque un'apparenza di intelligenza
più che mediocre: ma sono acquisizioni aride e non fertili. Si formano allora uomini tali che possono essere un pozzo
di scienza ma che nelle situazioni importanti e nei momenti decisivi della vita si lasciano sommergere. Essi continuano
ad aver bisogno di essere guidati anche nelle più piccole incombenze e da soli non sono capaci di contribuire
minimamente all'evoluzione dell'umanità. Questo tipo di conoscenza passiva forzata, è sufficiente solo ad occupare
posti statali, attualmente. E' chiaro che fra i tanti abitanti di uno Stato ci sono talenti per tutti i settori della vita di ogni
giorno. Ed è ovvio che la validità della cultura è tanto più grande quanto più la conoscenza viene stimolata
dall'interesse personale. Generalmente opere creative si hanno soltanto quando la genialità si unisce alla cultura. Con
un esempio illustriamo come l'umanità attuale sbagli in questo senso. Ogni tanto le riviste riportano delle notizie al
piccolo borghese tedesco: un Negro per la prima volta è diventato avvocato, professore, pastore o qualcosa del
genere in un posto o in un altro. Mentre la stupida borghesia accoglie la notizia con sorpresa per un così stupefacente
avvenimento, ammirata per questo strabiliante effetto della pedagogia attuale, l'ebreo astutamente si serve di questo
per convalidare la teoria da inculcarsi ai popoli in merito all'eguaglianza degli uomini. La nostra società borghese e
decadente non si accorge che in questo modo si commette un vero peccato contro la ragione; che è una vera pazzia
quella di istruire una mezza scimmia perché si pensi di aver preparato un avvocato, mentre milioni di membri della
eccelsa razza civile devono rimanere in posti pubblici e miseri.
Si pecca contro il volere di Dio, permettendo che centinaia e centinaia delle migliori creature perdano la loro forza
nell'odierno pantano proletario per istruire a professioni intellettuali, Ottentotti e Zulù. E in questo caso è proprio un
addestramento come per il cane, e non di un «perfezionamento» scientifico. Il medesimo zelo e lavoro rivolto a razze
intelligenti, formerebbe uomini mille volte più capaci a tali prestazioni. Questo fatto sarebbe insopportabile se in futuro
non si trattasse più unicamente di eccezioni, ma già oggi è insopportabile nel caso in cui non il genio e le capacità
insite nell'individuo determinano un'educazione superiore.
Certo, è intollerabile il pensiero che ogni anno centomila uomini senza nessuna capacità siano ritenuti meritevoli di
un'alta educazione, mentre altri centinaia di migliaia pieni di talento non ricevano un'educazione elevata. Inconcepibile
è l'indebolimento che così ne subisce la nazione. Se negli ultimi decenni, s'incrementò molto, specialmente
nell'America del Nord, la quantità delle scoperte importanti, uno dei motivi è questo: che laggiù, un numero di geni
superiore che in Europa, provenienti da classi basse è in grado di ricevere un'educazione superiore. Per inventare,
non sono sufficienti le nozioni inoculate, ci vogliono cognizioni rese vive dall'ingegno. Ma noi diamo poca importanza a
ciò: ci bastano i buoni voti riportati agli esami. Pure su questo punto lo Stato nazionale deve cambiare questo stato di
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cose. Non è sua mansione il garantire una superiorità assoluta ad un dato ceto sociale, ma scegliere da tutti i
componenti della nazione i cervelli migliori e portarli agli impieghi e alle cariche. Esso deve dare al bambino medio,
nella Scuola popolare, una data istruzione, e incanalare il talento sulla strada adatta a lui. E specialmente deve
permettere a tutti i geni di frequentare gli istituti statali dell'insegnamento superiore, qualunque sia la classe sociale da
cui gli studiosi escono. Solo in questo modo. Solo così dalla classe dei rappresentanti di una cultura arida può
prodursi una classe dirigente della nazione veramente dotata. C'è poi un'altra ragione per cui lo Stato deve tendere la
sua opera in questo senso: le classi intellettuali attuali, sono, specialmente in Germania, così chiuse in se e così
inaridite, che sono prive di un reale contatto con i ceti più bassi. Questo fatto ha due effetti negativi, prima di tutto le
classi intellettuali restano prive della nozione e del senso della grande massa. Da troppo tempo fu distrutto per essi il
legame con la massa, perché possano avere ancora l'adeguata cognizione psicologica della popolazione. Non
capiscono più il popolo. In secondo luogo sono privi di un'adatta forza di volontà. Poiché questa è sempre più fragile in
chiusi circoli intellettuali che nella moltitudine del popolo incivile. Ma in realtà noi tedeschi non fummo mai privi di un
erudizione, scientifica: mancò sovente invece la forza di volontà e di determinazione. Quanto più colti erano per
esempio i nostri dirigenti statali, tanto più fragile fu il lavoro da essi compiuto. La preparazione politica, e il rifornimento
tecnico per la guerra mondiale furono inadeguati non perché menti troppo poco erudite dirigessero il nostro popolo ma
perché i dirigenti erano persone troppo erudite, pieni di cognizioni e di spirito, ma mancavano di ogni impulso naturale,
d'ogni forza e coraggio. Fu una sfortuna che la nostra popolazione abbia dovuto lottare per la sua sopravvivenza sotto
il cancellierato di un fragile preudo filosofo. Se al posto di un Bethmann-Hollweg avesse comandato un forte
popolano, il sangue dei nostri coraggiosi granatieri non sarebbe stato versato inutilmente. Così anche l'alta
educazione, esclusivamente spirituale dei nostri capi, fu la miglior alleata della marmaglia rivoluzionaria di novembre.
Questi uomini colti risparmiarono il bene nazionale dato loro, invece di usarlo tutto, e così formarono le premesse
indispensabili al buon esito degli altri. In questo caso la chiesa cattolica può darci un esempio molto utile.
A cagione del celibato dei preti, bisogna scegliere i preti futuri non dal clero, ma dalla grande moltitudine del popolo.
Ma proprio i più non capiscono questo senso del celibato. Esso è cagione della forza sempre viva che è in uso in
quell'antichissima organizzazione. Poiché, per il fatto che questo immane esercito di ecclesiastici si accresce senza
fermarsi sui ceti inferiori del popolo, la Chiesa serba il naturale legame col mondo dei sentimenti del popolo, e si
garantisce un'insieme di forze che si trova soltanto, sotto quell'aspetto, nell'estesa moltitudine del popolo.
Di qui consegue la meravigliosa giovinezza di quell'immensa istituzione la sua elasticità spirituale, e la dura forza di
volontà. Lo Stato nazionale dovrà aver cura nei suoi istituti di in segnamento, che si verifichi un continuo rinnovo delle
classi intellettuali per mezzo di sangue nuovo degli strati più bassi.
Lo Stato ha il dovere di estrarre, dopo aver scelto con attenzione e con zelo dalla massa del suo popolo gli uornini
meglio dotati dalla Natura, e di metterli al servizio della comunità. Perché Stato e funzionari statali non ci sono per
permettere la sopravvivenza a classi prestabilite ma per compiere la opera a loro pertinente. E ciò avverrà solo se, per
rappresentare lo Stato, verranno istruiti, per norma, solo individui capaci di forte volontà. E ciò è valido non soltanto
per tutti i funzionari dello Stato ma anche per la guida spirituale della nazione in tutti i settori. Un motivo della
grandezza della nazione è anche questo; che si riesca a scegliere e a istruire i dotati per i compiti loro pertinenti e
metterli al servizio della collettività nazionale. Se due popoli, che hanno stesse qualità e tendenze, competono, avrà la
vittoria quello che nella sua guida spirituale trova incarnati i suoi migliori talenti, e perderà quello il cui governo
rappresenta solo un enorme rastrelliera comune per certi ceti o strati sociali, senza tener conto delle qualità insite nei
singoli governanti. Certamente, ciò sembra a prima vista inattuabile nel mondo odierno. Si contesterà, per esempio,
che non bisogna pensare che il figlio di un alto funzionario statale diventi artigiano, perché un altro che proviene da
una famiglia di artigiani, sembra più adatto di lui. Questo può essere valido, vista l'attuale valutazione del lavoro
manuale. Ma proprio per questo lo Stato nazionale deve assumere una posizione di base diversa di fronte al concetto
di lavoro. Esso, se serve, con un'educazione secolare, distruggerà l'insensata abitudine di disprezzare l'opera
corporale. Apprezzerà l'uomo non dal tipo della sua attività ma dall'aspetto e dal valore del lavoro fornito.
Ciò sembrerà inconcepibile in un tempo in cui il più stupido riempitore di pagine di giornali ha più valore di un
intelligente meccanico, semplicemente perché lavora con la penna. Ma, come accennammo, questa errata
valutazione non si trova nella natura delle cose fu inculcata artificialmente con l'istruzione e un tempo non c'era.
L'attuale innaturale stato di cose è fondato proprio sulle generali manifestazioni corruttrici del nostro tempo
materialistico. Come linea di base, qualunque attività ha un duplice pregio, uno materiale, uno ideale. Il pregio
materiale sta nel valore che il lavoro ha per l'esistenza della comunità. Quanto più grande è la quantità dei cittadini
che traggono utilità da una data attività, utilità diretta o indiretta, quanto più deve essere considerato il pregio
materiale. Questa considerazione trova espressione reale nel compenso materiale che l'uomo riceve per la sua
prestazione.
A quest'attività esclusivamente materiale si contrappone quella ideale. Questa non si basa sul valore materiale ma
sulla sua utilità in sé. La necessità materiale d'una invenzione può essere maggiore di quella di una prestazione
manuale, ma è certo che la comunità si fonda tanto sulla piccola prestazione quanto su quella grande. Si può
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distinguere materialmente nel giudicare l'utilità del singolo servizio per la comunità e si può manifestare questa
distinzione nel compenso dato; ma idealmente deve dare un ugual valore a tutte le attività, visto che l'uomo si sforza
di dare il meglio di se stesso nel suo settore, qualunque questo sia. Ma il giudizio sul pregio di un uomo deve basarsi
su ciò, non sul compenso accordato.
In uno Stato razionale, si deve operare in modo che all'uomo venga assegnato quel lavoro che corrisponde alle sue
capacità, o, in altre parole, i dotati devono essere istruiti sul lavoro a loro pertinente, ma il talento non può essere
inculcato, deve essere naturale, perché è un dono della natura, non una facoltà acquisita dall'individuo. Perciò, la
totale scala di valori borghese non può regolarsi secondo l'attività data in una certa maniera all'individuo. Perché
quest'attività dipende dalla sua nascita e dall'educazione ricevuta a causa delle sue origini, per mezzo della comunità.
Il giudizio dell'individuo deve essere basato sulla maniera in cui egli diventa adatto alla mansione datagli dalla
comunità. Perciò l'attività che l'uomo fa non è il fine della sua vita ma il mezzo. Egli deve, come uomo, continuare ad
imparare ed a migliorarsi, ma può fare ciò soltanto all'interno della sua comunità di cultura che deve sempre fondarsi
sulla base di uno Stato. Egli deve cooperare per il mantenimento di tale fondamento.
La forma di questo contributo è assegnata dalla Natura. Fondamentale è solo rendere e attuare alla comunità
nazionale ciò che la comunità ha dato all'uomo. Chi si comporta così merita stima e grande reputazione. Il compenso
materiale può essere dato a quello che con il suo lavoro giova alla comunità; ma il compenso ideale sta nella stima
che ognuno può avere, se mette al servizio della propria nazione le qualità che la natura ci donò e che la collettività
nazionale educò e sviluppò. In questo caso non è più biasimevole essere un bravo artigiano: invece è biasimevole
essere un funzionario incapace e rubare al buon Dio il tempo e al buon popolo il pane quotidiano. E allora sarà
considerato normale che non si affidino ad un uomo servizi ai quali è inadatto. D'altra parte, questo tipo di attività dà il
solo concetto del diritto alla totale parità giuridica del lavoro borghese. I nostri tempi si distruggono da soli: permettono
il suffragio universale, parlano d'uguaglianza di diritti, ma non trovano una base etica di ciò. Riconosce nel compenso
materiale l'espressione del pregio di una persona e con ciò aumenta i fondamenti della migliore eguaglianza che
possa esserci. Perché l'uguaglianza non consta e non può constare sull'attività dei singoli in sé; ed è solo attuabile nel
momento in cui ciascuno fa il proprio determinato dovere. Solo in questo modo sparisce, nel valutare un uomo, il
caso, che è opera della Natura, e l'individuo diventa autore del proprio pregio sociale.
Nella nostra epoca, in cui interi gruppi di uomini sanno solo più stimarsi gli uni con gli altri secondo lo stipendio che
ricevono, queste cose non si capiscono. Non per questo noi smettiamo di sostenere i nostri principi. Al contrario: chi
vuole salvare il nostro tempo, malato e corrotto, deve come prima cosa avere l'audacia di riconoscere i motivi di
questa malattia. E di ciò deve curarsi il movimento socialnazionalista: riunire, superando ogni mediocrità
piccolo-borghese, estraendole dalla nostra nazione e incanalare quelle forze che sono adatte a farsi modelli di un
nuovo concetto del mondo.
Si contesterà che normalmente non è facile dividere la valutazione materiale da quella ideale e che la minor stima del
lavoro manuale è il risultato del minor compenso che esso riceve. Si dirà che la ricompensa inferiore è a sua volta
cagione di un minore entusiasmo dell'uomo per la cultura del suo paese, che così si deteriora proprio la cultura ideale
dell'individuo, la quale non ha nulla a che vedere con il suo lavoro.
Si dirà ancora che l'odio per il lavoro manuale ha radice nel fatto che a causa del minor compenso, il grado culturale
dell'artigiano fu reso inferiore: cosa che rende giusta una minore stima generaie.
In ciò, c'è molta verità. Ma proprio per questo dobbiamo impedire in futuro una troppo grande differenza tra le
retribuzioni. Non si affermi che in questo caso avremo servizi meno buoni.
Sarebbe dolorosissimo indice della decadenza di un tempo se la spinta ad una migliore prestazione intellettuale fosse
esclusivamente data da uno stipendio superiore. Se in questo nostro mondo una tale idea fosse sempre stata diffusa,
l'umanità non avrebbe mai ottenuto i suoi pregiati beni scientifici e culturali.
Perché le più grandi invenzioni, le più grandi scoperte, le attività scientifiche più nuove, i più meravigliosi monumenti
dell'umana civiltà non furono dati al mondo dal desiderio di far denaro. Al contrario: sovente la loro origine segnò la
rinuncia alla felicità terrena avuta con la ricchezza. E' possibile che oggi il denaro sia diventato il solo padrone
dell'esistenza: ma in futuro l'uomo tornerà ad adorare più elevate divinità. Nel presente molte cose debbono la loro
vita soltanto alla brama di denaro e delle ricchezze; ma fra esse, molto poche quelle che, se mancassero,
renderebbero più misera l'umanità. La nostra organizzazione ha pure questa missione di presagire una epoca che
darà all'individuo il necessario per vivere, ma terrà salda l'idea che la persona non vive solo per la gioia materiale. Ciò
si esprimerà in una graduazione di qualità, stabilita con senno e che possa garantire anche all'infimo onesto
lavoratore una vita normale, nella sua qualità di uomo e di componente della nazione.
Non si affermi che questo è uno stato ideale che non si può attuare in realtà, e non si attuerà mai. Poiché anche noi
non siamo così stupidi da ritenere possibile di creare in futuro un'epoca perfetta. Però sentiamo il dovere di lottare
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contro gli sbagli noti, di vincere le debolezze, di spingerci con forza verso l'ideale. Già di per se stessa la dura realtà ci
opporrà fin troppi limiti: e proprio per questo l'individuo tenterà di attuare la più alta meta e gli sbagli non devono
allontanarlo dai suoi propositi, così come egli non può privarsi di una Giustizia solo perché anche questa può
sbagliare cosi come non si rinuncia alla medicina solo perché le malattie continuano ad esistere.
Ciò che a quel tempo portò gli uomini a morire non fu i I pensiero del pane quotidiano ma il patriottismo, la certezza
della grandezza di questa, il comune senso della gi della nazione. Solo nel momento in cui il popolo tedesco tralasciò
questi ideali, per accettare le promesse materiali della rivoluzione e smise di combattere, giunse, non I paradiso
terrestre ma al purgatorio della totale disistima della generale povertà. Perciò bisogna prima di tutto opporre ai
rappresentanti dell'attuale repubblica materiale la fede di un Reich ideale.
Bisogna badare a non dare poco valore alla forza di un ideale Se qualcuno è, su questo punto, vile, e se è stato
sol(lato, io gli rammenterò quell'epoca in cui il coraggio fu i dovuto alla totale accettazione della forza degli ideali.

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Capitolo III
Generalmente quell'organizzazione che attualmente viene chiamata Stato conosce solo due tipi di persone: cittadini e
stranieri. Sono cittadini quelli che per la loro origine o per essere stati inclusi in seguito hanno il diritto di cittadinanza;
stranieri sono quelli che hanno questo diritto in un altro Stato. Fra questi vi sono delle apparizioni: gli «apolidi»,
individui che hanno l'onore di non far parte di nessuno degli Stati attuali, e perciò non hanno in nessun posto il diritto
di cittadinanza. Il diritto di cittadinanza si ottiene attualmente nascendo entro i confini di uno Stato. La razza o l'essere
leggittimamente di una nazione non hanno in questo nessun valore. Un Negro, vissuto in precedenza nelle terre di
protettorato tedesco e ora abitante in Germania, genera un figlio che è cittadino tedesco. E cosi qualunque figlio di
Ebrei, o di Polacchi, o di Africani, o di Asiatici può essere sicuramente chiamato cittadino tedesco. Oltre la
cittadinanza ottenuta con la nascita si può diventare cittadini in seguito. Ciò se sussistono svariate premesse, per
esempio, se colui che aspira ad ottenerla non è né un ladro, né un lenone e non costituisce un rischio dal punto di
vista politico, che non sia un onere alla sua nuova patria politica.
Naturalmente la nostra epoca materialistica pensa solo ad un onere finanziario. Anzi per ottenere prima la
cittadinanza è utile che l'aspirante sia un buonissimo pagatore di tasse in avvenire. Considerazioni razziali non vi
hanno la minima importanza.
Ottenere la cittadinanza è come essere ammessi ad un elenco automobilistico. L’aspirante presenta la sua domanda,
si indaga, la domanda viene accettata, e un bel giorno gli si rende noto con una missiva che è divenuto cittadino dello
Stato. E l'annuncio gli è dato in forma comica: a colui che finora è stato uno Zulù si rende noto che «è diventato
Tedesco»!
Questo miracolo viene fatto da un comune funzionario. In pochissimo tempo questo funzionario fa ciò che neanche il
Cielo potrebbe fare. Un segno di penna e un Mongolo diviene un vero «Tedesco». Non soltanto non ci si preoccupa
della razza di quel nuovo cittadino, ma neanche della sua i ntegrità fisica.
Egli può essere anche ammalato di sifilide, tuttavia è bene accetto come cittadino dallo Stato attuale, purché non
costituisca né un peso finanziario né un rischio politico. Così ogni anno quell'essere orribile, cosiddetto Stato, accetta
elementi venefici che non può più allontanare. Il cittadino medesimo si distingue dallo straniero, solo perché può
occupare uffici pubblici, che deve in caso di bisogno fare il servizio militare e che può partecipare in modo attivo e
passivo alle elezioni. Nell'insieme consiste tutto in questo. Perché sovente anche lo straniero ha la protezione (lei
diritti civili e della libertà individuale: per lo meno, così avviene nell'odierna repubblica tedesca. So che queste cose
non si sentono di buon grado: ma non c'è niente di più anormale di più indignante dell'attuale diritto di cittadinanza.
C'è oggi uno Stato in cui si notano già le premesse di i i n'idea superiore: e non è la nostra meravigliosa repubblica
tedesca, ma l'Unione Americana, dove si cerca di ragionare. LUnione Americana non accetta gli individui cattivi
dell'immigrazione, e rifiuta comunemente ad alcune razze ]a concessione della cittadinanza; e con ciò presagisce i
principi ancora fragili d'una idea che è tipica della conce,,,Ione nazionale di Stato.
Lo Stato nazionale divide i suoi membri in tre classi: cittadini appartenenti allo Stato e stranieri.
L’origine dà soltanto appartenenza allo Stato. Questa in sé stessa non rende la possibilità di occupare posti pubblici
né di esercitare un'opera politica, partecipando alle elezioDi . Per ogni membro dello Stato si deve, per principio,
decidere la razza e la nazionalità. Il membro dello Stato può sempre rinunciare ad appartenervi e divenire cittadino
dello Stato la cui nazionalità corrisponde alla sua. Lo straniero è differente dal membro dello Stato solo per questo,
che l'a parte pure di uno Stato straniero. Il giovane tedesco, componente dello Stato ha il dovere di ricevere
l'educazione scolastica obbligata ad ogni tedesco. Così riceve l'educazione indispensabile per diventare un membro
del popolo che ha il senso della razza e della nazionalità. Dovrà in seguito avere una educazione fisica ordinata dallo
Stato e alla fine entrare nell'esercito.
L'istruzione dell'esercito è totale: deve comprendere ogni individuo tedesco e renderlo adatto a far uso delle sue
capacità fisiche ed intellettuali per impieghi militari. Quando il giovane, sano e valoroso, ha finito il servizio militare gli
viene dato il diritto di cittadinanza. E' questo il migliore documento per la sua esistenza terrena. Con esso prende tutti i
diritti del cittadino e ne riceve tutti i profitti. Perché lo Stato deve distinguere chiaramente fra quelli che, come
componenti del popolo, sono autori della sua vita e della sua grandezza e quelli che abitano entro i confini di uno
Stato esclusivamente per proprio vantaggio. Uattestato di cittadinanza deve essere dato con un solenne giuramento
da fare alla collettività nazionale e allo Stato. Questo certificato deve essere come un laccio che tiene unite tutte le
classi che supera tutti gli abissi. L'essere in qualità di spazzino componente di un Reich, è un onore più grande che
essere re in uno Stato Straniero.
La ragazza tedesca è membro dello Stato: solo il matrimonio la rende cittadina. Ma il privilegio della cittadinanza può
anche essere dato alle tedesche, componenti dello Stato, che lavorano.
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A chi non ha valore né volontà, al volgare criminale, al traditore della Patria può sempre essere tolto questo privilegio;
e così ritorna ad essere un comune componente dello Stato.
Il cittadino ha una posizione di rilievo nei confronti dello Straniero. E' il Signore di un Reich. Ma questo alto privilegio
porta con sé dei doveri.

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Capitolo IV
Se lo Stato nazionale, nazional-socialista, riconosce la sua missione nella formazione e nel mantenimento del
rappresentante dello Stato, non gli è sufficiente però favorire gli elementi razziali ed istruirli alla vita reale: è anche
utile che lo Stato armonizzi con questa missione il proprio organismo.
Sarebbe pazzia valutare l'individuo per la razza da cui proviene e combattere l'idea marxista dell'eguaglianza degli
uomini fra loro se non si è decisi a trarre da ciò gli estremi risultati. L'ultimo risultato dell'accettazione del valore del
sangue, cioè dei principi razziali in generale, sta sul singolo. lo, normalmente, devo giudicare in maniera diversa i
popoli basandomi sulla razza da cui provengono; e sullo stesso fondamento devo. giudicare gli uomini all'intemo di
una comunità nazionale. La constatazione che un popolo è diverso da un altro si trasferisce agli uomini di una
nazione, nel senso che una mente è diversa da un'altra necessariamente, poiché anche in questo caso le
caratteristiche del sangue, sono in linea generale, le stesse, ma negli individui sono soggette a mille sottilissime
differenziazioni. Il primo effetto di questa nozione è piuttosto grossolano: consiste nell'incrementare gli elementi, che
all'interno della collettività nazionale, furono riconosciuti più pregiati per la razza.
Questa mansione è piuttosto grossolana perché può essere assolta in maniera quasi meccanica. Meno facile è
scegliere nella comunità le menti veramente dotate intellettualmente e idealmente e assegnare loro quell'autorità che
non solo è diritto di questi animi superiori ma è utile a tutta la nazione.
Questa scelta a seconda delle qualità e facoltà non può essere fatta in maniera meccanica, ma è un'opera di cui si
occupa di continuo la lotta per la sopravvivenza.
Un concetto del mondo tendente a negare l'idea democratica di massa e dare alle persone migliori della nazione
questa terra, deve inevitabilmente obbedire anche all'intemo di questa nazione allo stesso principio aristocratico e
garantire alle menti più dotate il comando e la massima autorità nella nazione di cui si tratta. Con questo, essa non
costruisce sulla concezione di maggioranza ma su quella della personalità.
Chi oggi pensa che uno Stato politico, nazional-socialista, debba distinguersi dagli altri Stati in maniera
semplicemente meccanica per una migliore edificazione della sua econornia, per un minore squilibrio fra povertà e
ricchezza, o per una maggiore partecipazione di estesi ceti alla economia nazionale, o per una retribuzione migliore,
si èfermato in superficie e non ha nessuna cognizione di ciò che è per noi un'idea del mondo. Tutte queste cose non
danno la più piccola sicurezza di stabilità e di grandezza. Una popolazione che si ritenesse paga di queste modifiche
superficiali non avrebbe nessuna sicurezza di vittoria nella lotta totale tra i popoli.
Un movimento che limitasse il suo compito soltanto in un tale giusto adeguamento, non si rafforzerebbe e non
porterebbe nessuna consistente modifica alla situazione esistente, perché il suo lavoro si fermerebbe in superficie. E
al popolo non sarebbe fornita quella profonda preparazione che sola gli permetta di superare le debolezze che
attualmente ci dilaniano.
Forse, per capire meglio ciò, è necessario rivolgere gli occhi ancora una volta sul principio e sulle vere cause dello
sviluppo civile degli uomini.
Il primo stadio che diversificò in modo visibile l'uomo dalla bestia fu quello dell'invenzione. In principio, l'invenzione
consiste nel cercare astuzie o simulazioni adatte a favorire la lotta con le altre creature per la sopravvivenza e a
garantire successo. Queste originarie invenzioni non mostrano visibilmente l'uomo, perché l'osservatore successivo,
l'osservatore attuale ne prende coscienza solo come di fenomeni di massa.
Certa astuzia, certe furbe misure che l'uomo può vedere nella bestia gli si manifestano come un fatto sommano: egli
non è capace di capire il motivo: e se la cava chiamando istintivi questi metodi.
Ma nel nostro caso il termine non soddisfa. Perché chi crede ad uno sviluppo elevato degli uomini deve affermare che
ogni manifestazione del loro impulso vitale e di lotta deve essere cominciato un giorno e che un solo individuo (leve
aver cominciato a manifestare il suo impulso naturale. i Poi questo metodo si ripeté sempre più spesso e si allargò, li
nché passò nell'inconsapevole di tutti i componenti di una (lata razza e venne chiamato «istinto».
E' meno difficile capire e credere ciò nell'uomo. I suoi primi assennati provvedimenti nella lotta contro le bestie furono
certamente, al principio, lavoro di individui forniti d I capacità particolari.
Pure in questo caso la personalità rese possibili determinazioni e attività che in seguito divennero fatti naturalissimi
per tutta l'umanità. Allo stesso modo certi «fatti naturali» dell'arte della guerra sono attualmente diventati il fori(lamento
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di ogni strategia, in principio, dovettero la loro ongine ad una data mente e solo dopo migliaia di anni fui ono accettati
da tutti come sicuramente normali.
L’uomo aggiunge alla sua prima invenzione una seconla: impara a sottomettersi ad altre creature perché lo salvano
nella lotta per la sopravvivenza; impara molte cose; e così ha inizio la vera opera inventiva dell'uomo, oggi manifesta
a tutti.
Le invenzioni materiali, che cominciano dall'uomo della pietra come arma e che portano ad ammansire una bestia,
che danno all'uomo la capacità di fare il, fuoco e concludere nelle meravigliose invenzioni odierne, permettono di
riconoscere chiaramente nell'autore di tante meraviglie, lo uomo, quanto esse più sono vicine ai nostri giorni e quanto
più ne è decisivo il pregio.
In ogni caso, le scoperte materiali che li circondano sono l'effetto della capacità creatrice del singolo individuo.
E tutte queste scoperte cooperano ad innalzare sempre più l'uomo sopra il livello bestiale e a differenziarlo
chiaramente da questo. Sono utili dunque per lo sviluppo dell'uomo, sempre più verso l'alto. Ma pure quello che allora,
come semplice finzione, rendeva più facile all'uomo che cacciava nella foresta primitiva la lotta per la sopravvivenza,
attualmente è utile sotto forma di acute nozioni scientifiche; alla lotta dell'umanità per la propria sopravvivenza e a
creare le armi per le lotte future. Ogni pensiero, ogni scopena umana è utile, nel suo risultato finale, prima di tutto alla
lotta dell'individuo per l'esistenza su questa terra, anche quando il cosiddetto vantaggio materiale di un ritrovato o di
una scoperta o di uno sguardo profondo gettato dalla scienza nell'intima natura delle cose, non è, in quel momento,
percepibile.
Tutto ciò coopera ad innalzare continuamente l'uomo sugli animali, lo rende forte e saldo nella sua condizione e gli
permette di essere una creatura dominante su questo pianeta.
Perciò tutte le scoperte sono l'effetto della capacità creativa di un uomo. Questi individui sono, lo si desideri o no, più
o meno grandi benefattori dell'umanità. La loro attività dà in seguito, a miliardi di esseri umani, mezzi e risorse per
facilitare la lotta per l'esistenza. Così, alla base dell'attuale civiltà materiale notiamo sempre singoli individui, in qualità
di inventori, essi si completano l'uno con l'altro, l'uno continua a costruire sulle basi create dall'altro. La stessa cosa
succede per l'introduzione e l'uso delle scoperte degli inventori.
Perché pure i complessi processi di produzione sono nel loro principio paragonabili ad invenzioni, e quindi derivano
da uomini.
La medesima opera esclusivamente teorica che non è valutabile nei particolari delle future scoperte materiali, sembra
a sua volta, un esclusivo frutto di un singolo individuo. Una collettività umana sembra bene organizzata se rende facile
l'opera di queste capacità creative, se le usa a vantaggio della comunità. Quello che ha più importanza in una
invenzione materiale o teorica è soprattutto l'inventore come uomo.
E' perciò, prima e massima mansione dell'organizzazione, della comunità nazionale, quella di renderlo proficuo per la
nazione. Sì, l'organizzazione deve solo servire ad attuare quest'idea: in questo modo si salva dall'esecrazione del
meccanismo e diventa cosa vivente. Deve tendere ad elevare i geni dalla massa e a sottomettere la massa ai geni.
Cosi l'organizzazione non solo non deve ostacolare i geni ad emergere, ma deve facilitare questo sollevamento,
grazie alla propria formazione e natura.
Per questo scopo deve servirsi della sentenza che per l'umanità la benedizione non fu mai nella massa ma nelle menti
creative che sono perciò i veri benefattori della umanità.
E' nell'utilità dell'umanità garantire loro la dovuta autorità e agevolarne l'attività. Certamente, non si serve a
quest'utilità né la si appaga lasciando dirigere agli inabili e agli incapaci, ma solo concedendo il comando a quelli che I
hanno avuto in dono dalla Natura particolari facoltà. Come affermammo, la dura lotta per la sopravvivenza, pensa a
scegliere questi cervelli. Molti si spezzano e muoiono, pochi sembrano scelti.
Nel settore del pensiero, della creazione artistica e dell'economia quest'opera di scelta avviene anche attualmenle,
anche se, specialmente nell'economia, sia molto intralciata.
L'amministrazione dello Stato e l'autorità manifestata nella forza di difesa ordinata della nazione, sono pure
assoggettate da questo principio.
In ogni luogo è sovrano ancora il principio della personalità, dell'influenza della persona sugli esseri soggetti e della
responsabilità verso i superiori.

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Solo la politica si è accontentata di questa idea naturale. Mentre tutta la civiltà degli uomini è solo la conseguenza
dell'opera creatrice dell'individuo, al comando della collettività nazionale c'è solo il principio dell'importanza
determinante della maggioranza che di là inquina e distrugge l'esistenza della nazione. Anche i risultati distruttivi
dell'opera degli ebrei su altri componenti della nazione si debbono imputare all'immorale tentativo di insidiare il valore
dell'individuo nei popoli di cui è ospite e di tramutarlo in valore delle masse. E in questo modo, il principio ordinatore
dell'umanità varia, si trasforma in principio sterminatore degli ebrei: esso diviene «fermento di disgregazione» di
popolazione e razze e in senso più lato, demolitore della civiltà umana.
Il marxismo rappresenta il tentativo, spostato nel settore della cultura, degli ebrei, di distruggere in tutti gli aspet(i
dell'esistenza umana la predominanza della personalità e (il rimpiazzarla con quantità della massa. A questo corri
sponde in politica il governo parlamentare, tanto fatale, dalle più piccole cellule del. comune, fino al massimo governo
del Reich, e in economia, una forma sindacale che non giova ai reali interessi del lavoro, ma solo agli annientanti
desideri del giudaismo internazionale.
Nel medesimo momento in cui l'economia non è più sottoposta al principio di personalità ed è lasciata all'influsso e
alle forzature della massa, essa deve perdere la sua facoltà di prestazione, che è utile a tutti ed è per tutti valida, e
lentamente disgregarsi.
Le riunioni di fabbrica che invece di salvaguardare gli interessi degli operai, tendono ad influire sulla produzione
medesima, hanno lo stesso scopo annientatore. Recano danno alla produzione totale e perciò anche al singolo.
Perché, col passar del tempo, i membri di una nazione, non restano appagati da sole parole teoriche, ma dalla
ricchezza della vita di tutti i giorni dovute a ciascuno, e dalla concezione che ne deriva, che una comunità nazionale,
garantisce, nel complesso dei suoi compiti, gli interessi dell'individuo. Ha poca importanza che il marxismo, fondatosi
sull'idea di massa, sembri atto ad occuparsi ad evolvere l'economia attuale.
Per un giudizio sulla precisione o imprecisione di questo giudizio non è determinante la prova dell'abilità del marxismo
a conservare ciò che già esiste, ma la prova che esso sia capace di costruire una tale civiltà. Il marxismo potrebbe
mille volte assumersi l'onere di amministrare l'odierna economia senza che un suo probabile buon esito provasse
niente contro il fatto che non riuscirebbe a creare, usando il suo principio, ciò che oggi esiste e di cui esso si
appropria.
E che non ne sia capace, il marxismo, l'ha dimostrato realmente. Non seppe creare in nessun posto una civiltà o
anche un'economia prospera, e non seppe neanche evolvere secondo i suoi principi quelle che già c'erano; già dopo
pochissimo dovette percorrere la strada dell'ammissione del concetto della personalità, alla quale non poté sfuggire
neanche nel proprio ordinamento. L’idea nazionale si differenzia principalmente da quella marxista in questo, che
essa ammette l'importanza della razza e perciò pure l'importanza dell'individuo e ne fa una delle colonne della sua
costituzione. Questi sono i principi più importanti della sua idea del mondo.
Se il movimento nazional-socialista non capisse l'importanza di base di quest'ammissione generale, aggiustasse solo
superficialmente lo Stato attuale e riconoscesse il punto di vista della massa, in pratica sarebbe solo un partito in
concorrenza col marxismo. E non potrebbe chiamarsi un'idea universale.
Se il nostro movimento sociale progettasse solo di impedire alle personalità di evolversi e nel mettere al posto di
questa la massa, il nazional-socialismo medesimo sarebbe avvelenato dal marxismo, come i nostri partiti borghesi. Lo
Stato nazionale deve preoccuparsi del benessere dei Suoi membri, riconoscendo in ognuno e in tutti l'importanza
della persona e incrementando in tutti i settori quell'elevata capacità di produrre che assicura all'individuo, un elevato
grado di compartecipazione.
Deve quindi lo Stato nazionale liberare senza compassione il comando supremo, ossia politico, del principio
parlamentare, secondo il quale la decisione spetta alla maggioranza, cioè alla massa, e mettere al posto di quella il
totale diritto dell'individuo.
Da ciò consegue questa cognizione: la costituzione statale è la forma di Stato più valida e quella che con naturale
certezza, dà valore direttivo e autorità estrema ai migliori cervelli della comunità nazionale. Ma come nell'economia gli
esseri dotati non possono essere scelti dall'alto, ma devono emergere da sé, e come in questo caso c'è una
lunghissima scuola che va dalla piccolissima bottega alla più grossa azienda, una scuola dove la vita promuove e
seleziona; cosi non è possibile che i talenti politici vengano scoperti all'improvviso.
La mente sovrumana non è materia che si adatti all'umanità comune. Lo Stato deve tener legato nel suo ordinamento
il principio della personalità, partendo dal più piccolo organismo della società per giungere all'estremo comando del
Reich. Non ci sono determinazioni di maggioranza, ma soltanto uomini responsabili. Ogni uomo ha vicino dei
consiglieri, ma la decisione è compito di un solo individuo.
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Il principio di base che rese l'esercito prussiano il meraviglioso strumento del popolo tedesco, dovrà essere in futuro il
fondamento della nostra organizzazione statale: autorità di ogni dirigente verso il basso, responsabilità verso i
superiori.
Anche in avvenire non potremo privarci di quelle corporazioni che chiamiamo Parlamenti. Ma allora essi
consiglieranno veramente, mentre un solo individuo, avrà la responsabilità e di conseguenza l'autorità e il comando. I
parlamenti in sé, sono utili perché in essi i cervelli dotati hanno la possibilità di emergere: quella a cui in seguito
potranno essere affidate mansioni di responsabilità.
Consegue questo quadro.
Lo stato nazionale non ha, a partire dal comune, fino al Comando del Reich, corpi responsabili che decidono a
maggioranza di voti, ha solo corpi consiglieri, che aiutano il capo momentaneamente eletto e ai quali il capo divide
l'attività. Questi corpi, secondo la necessità, hanno in dati settori la responsabilità totale, come ha in misura più grande
il capo o il presidente di ogni corporazione.
Lo Stato nazionale non sopporta, per principio, che per un problema particolare (per esempio economico) sia chiesto
un consiglio o una valutazione dei fatti a individui, che per l'istruzione avuta, o per il carattere della loro attività, non
s'intendono di quel problema. Perciò esso dispone e organizza i suoi corpi rappresentativi in camere politiche e
professionali,
Per assicurare una comune proficua opera delle une e delle altre, è sopra di esse un particolare senato, composto dei
migliori membri della nazione. In nessuna camera, in, nessun senato, si fanno mai votazioni. Essi sono organismi di
lavoro e non macchine per votare. Il singolo membro ha voto consultivo, mai decisivo.
Hanno voto decisivo solo i capi responsabili. Questo principio, dell'unione della totale autorità con la totale
responsabilità formerà lentamente una scelta dei capi che è inconcepibile, al tempo del parlamentarismo incosciente.
Così la formazione statale della nazione viene ammortizzata con quella legge a cui la nazione deve già la sua
grandezza nel settore dell'economia e della cultura.
Quanto all'eventualità di attuare questi principi, prego di non scordare che il principio della democrazia parlamentare
decisione di maggioranza, non prevalse sempre, anzi dominò solo in epoche brevissime della storia, che furono
sempre periodi di decadenza di Stati e di popolazioni. Certo, non si deve pensare che una tale modifica si possa
attuare solo con provvedimenti soltanto teorici dall'alto verso il basso, perché essa naturalmente non si deve fermare
alla costituzione Statale e penetrare fino in fondo tutta la legislazione e anche l'esistenza dei cittadini. Uno
sconvolgimento così esteso può solo avvenire grazie ad un moto popolare già basato su quest'isola e perciò portare
già in sé lo stato futuro.
Perciò, il movimento social-nazionalista deve fin da ora fare sue queste idee ed eseguirle praticamente all'interno
della propria organizzazione: potrà così un giorno non ..solo dare allo Stato i principi direttivi, ma mettere al servizio
dello Stato stesso il corpo completo della sua organizzazione statale.

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Capitolo V
Lo Stato nazionale, di cui ho provato a delineare i principi generali, non sarà ancora attuato col solo riconoscimento di
ciò di cui ha bisogno. Non è sufficiente sapere quale forma deve avere lo Stato nazionale.
Ha molto valore il problema della sua origine. Non si deve attendere che i partiti attuali, i quali sono soprattutto
profittatori dello Stato odierno, arrivino da soli ad un rivolgimento del regime, e cambino volontariamente
l'atteggiamento avuto finora. Ciò è ancora più difficile, perché gli elementi che in pratica li guidano sono gli ebrei,
sempre e soltanto gli ebrei.
Se si continuasse come attualmente, un bel giorno gli ebrei distruggerebbero veramente i popoli della terra e ne
diventerebbero padroni.
L'ebreo, perfettamente conscio del suo fine, continua a percorrere con volontà la sua strada di fronte ai milioni di
«borghesi» e proletari tedeschi, che nella maggior parte, per pigrizia, ignavia e scemenza, vanno verso la loro
distruzione. Perciò un partito comandato da lui non può fare altri interessi che i suoi, interessi che non hanno niente a
che vedere con i problemi dei popoli arii.
Quindi, se si vuole tentare di attuare l'immagine ideale dello Stato nazionale, si deve, escludendo le odierne potenze
della vita pubblica, cercare una nuova forza, determinata, e in grado di lottare per un ideale come questo. Perché in
questo caso si tratta di combattere: il primo dovere non è quello di formare una costituzione nazionale dello Stato, ma
quello di annientare gli ebrei. Come accade sovente nella storia, la difficoltà principale non è quella di formare un
nuovo stato di cose, ma creare un posto per esso. Utilità e preconcetti cooperano per formare una moltitudine
compatta e armata e tentano con tutti i mezzi di impedire la vittoria d'una concezione che sia per loro sgradita e
rischiosa.
Perciò, il modello del nuovo ideale, è sfortunatamente obbligato, pur sottolineandone l'aspetto positivo, ad assumere
prima di tutto l'aspetto negativo della lotta, quello che deve portare all'eliminazione della situazione attuale.
Una nuova dottrina, di gran valore e novità, deve, anche se ciò può dispiacere ai singoli, usare per prima arma la
sonda della critica, con severità.
E' dimostrazione di conoscenza incompleta dell'evoluzione storica il fatto che oggi quelli che chiamiamo nazionalisti ci
tengano a dire che non è loro intenzione fare una critica negativa ma solo eseguire un'opera costruttiva. Questi sono
discorsi stupidi, ingenui, degni di «popolari» e dimostrano che in quei cervelli passò senza lasciar traccia anche la
storia della loro epoca. Anche il marxismo aveva un fine, anche esso conosce un lavoro costruttivo. Anche se per
questo intenda solo la costituzione di una tirannia giudaica economica internazionale. Però esso da settant'anni
esercita la critica; una critica sgretolante, annientatrice, finché non ebbe indebolito e portato alla distruzione il vecchio
Stato. E ciò fu normale, logico e razionale. Non è sufficiente per distruggere uno Stato esistente il semplice desiderio
e rappresentazione di uno Stato futuro. Non bisogna pensare che i partigiani o quelli che traggono profitto dalla
situazione già in atto possano essere convinti a mutare idea con la sola constatazione di un bisogno e guadagnati ad
una rivoluzione.
Invece non è difficile che succeda che rimangano, in tal caso, due concezioni diverse, una vicino all'altra e che perciò
la cosiddetta idea del mondo diventi un partito e debba rimanere tale. Perché l'idea del mondo non può sopportare né
ritenersi paga di essere un partito vicino agli altri ma richiede con forza di essere accettata come sola ed esclusiva,
così come richiede che tutta la vita pubblica venga modificata e adattata alle sue idee. Perciò non può permettere che
esista accanto a sé, la situazione precedente. Ciò è valido per le religioni.
Anche il cristianesimo non poté appagarsi di costruire il suo altare: dovette per forza distruggere le are pagane.
Solo cominciando con questa entusiastica intolleranza poté formarsi la fede indiscutibile, di cui l'intolleranza è proprio
la necessaria condizione preliminare. Si può contestare che in questi fenomeni della storia del mondo si tratta
specialmente di una mentalità ebraica: che questo tipo di intolleranza e di fanatismo è tipico degli ebrei. Ciò può
essere verissimo, e si può criticare coll'accorgersi con giustificato dolore che la manifestazione dell'intolleranza e del
fanatismo nella storia degli uomini è un fatto che prima non si era mai verificato: ma con ciò non si modifica niente del
fatto che attualmente tale situazione esiste.
Le persone che vogliono liberare il popolo tedesco dalla sua condizione attuale non devono sforzarsi a pensare
quanto sarebbe meglio se questa o quella cosa non ci fosse, devono cercare la maniera di distruggere ciò che c'è. Ma
un'idea del mondo piena di dannata intolleranza può essere soltanto annientata da un'altra vivificata e spinta da uno
spirito simile, da una simile volontà, da una concezione nuova che sia incontaminata e completamente vera.
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Attualmente l'individuo deve notare con sofferenza, che nel mondo antico, molto più libero del moderno, apparve, con
la venuta del cristianesimo, la prima paura spirituale. Ma non si può obiettare che da quel tempo è pervaso e
dominato da quella oppressione, che solo l'oppressione distrugge l'oppressione, solo la paura, la paura. Soltanto dopo
si può pensare di creare una condizione nuova.
I partiti politici accettano di scendere a patti, le idee de mondo no. I partiti politici contano anche sui nemici, le idee del
mondo dichiarano la propria infallibilità. Pure i partiti politici hanno, alla base, quasi sempre la tendenza a conquistare
per sé il potere: è spesso nascosta in essi una piccola tendenza ad un'idea del mondo. Ma già la limitatezza del loro
programma li priva di quel sentimento eroico che una tale idea richiede. Lo spirito di accordo che vivifica le loro
volontà porta ad essi le teste mediocri e fragili, con le quali non si può cominciare una crociata. Perciò spesso restano
fermi alla loro mediocrità, rinunciano a combattere per un'idea universale, e cercano di ottenere, con la cosiddetta
«collaborazione positiva» in fretta, un piccolo posto nella mangiatoia del governo presente e di rimanervi più tempo
possibile. In questo consiste tutto il loro sforzo. Se un giorno un avversario alquanto feroce li cacciasse dalla
mangiatoia generale tutte le loro attività e idee cercherebbero di avanzare di nuovo, magari con la forza e con
l'inganno, nella mandria degli affamati, per satollarsi nuovamente, a costo magari delle loro più sante idee, all'adorata
fonte alimentare. Sciacalli della politica! Un'idea del mondo non accettando mai di dividere con un altra, non può
accettare di operare insieme ad un tipo di governo che essa disprezza; ma sente il dovere di lottare contro questo
governo e contro tutte le convinzioni dei nemici, con ogni mezzo, e di distruggerle.
Questa battaglia annientatrice richiede campioni decisi, di cui i nemici riconoscono subito la pericolosità e quindi si
legano per difendersi a vicenda, quanto la lotta positiva che sta per far predominare le sue proprie concezioni. Perciò
un'idea del mondo porterà alla vittoria le sue idee se riunirà nelle sue file gli individui più coraggiosi e forti della sua
epoca e formerà loro in una compatta organizzazione guerriera. Ma a questo scopo è indispensabile che essa,
considerando questi individui, scelga dalla propria visione generale del mondo date convinzioni e dia loro un aspetto
atto a servire da professione di fede, nella sua delimitata e precisa brevità, ad una nuova comunità di persone.
Mentre il programma di un partito politico non è altro che il rimedio per un successo nelle elezioni seguenti, il
programma d'una idea universale dichiara guerra alla situazíone presente, al governo presente, insomma ad una
presente idea del mondo.
Non è indispensabile che ogni combattente per quest'idea abbia una cognizione completa delle ultime concezioni,
negli ultimi pensieri dei dirigenti del movimento. A lui è sufficiente sapere con esattezza alcuni, i più grandi punti di
vista; nella sua mente devono essere impressi in modo inalterabile i principi basilari della dottrina, in modo che resti
completamente sicuro della necessità della vittoria del suo movimento. In questo modo, il singolo soldato non viene
istruito sui problemi dell'alta strategia: a lui basta essere educato ad una ferrea disciplina, ad una entusiastica
convinzione del buon diritto e dell'energia della sua causa e alla completa abnegazione ad essa. Lo stesso, deve
succedere nel singolo partigiano di un movimento molto, grande, di grande avvenire, di forte' volontà. Come non
sarebbe valido, un esercito in cui i soldati fossero o credessero di essere generali, così non sarebbe valido un
movimento politico come rappresentante di una idea, se non fosse altro che un unione di individui coscienti. No, ad
esso servono anche i soldati semplici, senza i quali non si attua una profonda disciplina.
Una organizzazione, può soltanto per il suo ultimo essere, sopravvivere, se una grande moltitudine sentimentale è
soggetta ad un più alto comando intellettuale. Un gruppo di 200 uomini d'uguale quoziente intellettuale sarebbe, col
passar del tempo, meno disciplinabile che una compagnia di 190 con un quoziente intellettuale inferiore e 10 di
grande cultura. In ciò trovò un giorno grande vantaggio la socialdemocrazia. Prese i componenti di varie classi del
nostro popolo, già congedati dal servizio militare dove erano già stati educati all'ordine, e li inserì nell'ordine del
partito, egualmente duro. Pure la loro organizzazione formò un esercito di soldati e di ufficiali. L'operaio tedesco, finito
il servizio militare diventò il soldato, il colto ebreo diventò ufficiale: i dirigenti dei Sindacati Tedeschi possono essere
ritenuti il corpo dei sottufficiali. Il fatto, guardato con freddezza dalla nostra borghesia, che fecero parte del marxismo
soltanto le classi incolte, fu in verità la condizione preliminare del trionfo del marxismo.
Perché, mentre i partiti borghesi, nel loro uguale grado intellettuale, formano esclusivamente un gruppo insubordinato
e inabile, il marxismo costituì col suo meno dotato materiale umano, un esercito di soldati di partito, che ora sono
subordinati al loro capo ebreo, così come un tempo erano subordinati al loro ufficiale tedesco. La borghesia tedesca
che non si era mai curata di problemi psicologici, non trovò neanche in questo caso utile pensare all'intimo significato
e nascosto rischio di questo fatto.
Si ritenne, al contrario, che un partito politico costituito solo di uomini delle classi intelligenti, fosse di maggior pregio,
che avesse maggior diritto e maggior possibilità di arrivare al potere che la moltitudine incolta.
Non si comprese mai che la forza di un partito politico non si trova nella grande e singola intelligenza dei componenti
una in una ordinata subordinazione dei componenti verso il comando intellettuale. Ciò che decide è la medesima
direzione.
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Se due eserciti combattono, non trionferà quello dove ogni componente ha la più elevata cultura militare, ma quella
che ha un comando più forte e contemporaneamente la truppa più obbediente, e resa più abile. Dobbiamo sempre
ricordare questo fatto di base quando valutiamo le probabilità di attuare un'idea del mondo. Se per portare un'idea al
trionfo dobbiamo trasformarla in un moto di lotta, è ragionevole che il programma del movimento consideri il materiale
umano di cui dispone. I fini e le idee di comando devono essere stabili, ma il programma e la diffusione devono
essere con talento e con esattezza psicologica adattati alla mentalità di quelli senza il cui aiuto la concezione migliore,
resterebbe sempre una concezione.
L'idea nazionale, se dalla incomprensibile volontà attuale vuole arrivare ad un chiaro trionfo, deve scegliere dal saio
esteso mondo di idee alcune prestabilite sentenze direttive ve, adatte, per la loro essenza e per la loro materia, ad
unire a sé grosse masse di uomini: la moltitudine dei lavoratori tedeschi, quella che, sola, garantisce la eventualità di
una lotta adatta alla nostra concezione. Quindi il programma del nuovo movimento fu riassunto in 25 massime o punti
di base Essi servono a dare all'individuo del popolo, prima di tutto, un'idea generale della volontà del movimento e dei
suoi progetti. Sono, per spiegare, una professione di fede politica, che cerca di diffondere il movimento ed è capace (il
unire gli accoliti con doveri riconosciuti in comune.
In ciò dobbiamo sempre ricordare quanto segue: poiché il cosiddetto programma del movimento è valido nei suoi fini,
tuttavia nel formularsi dovette pensare a caratteristiche psicologiche, potrebbe quindi, a lungo andare, nascere l'idea
che certi propositi si possono formulare diversamente. Ma ogni prova di differente formulazione porta ad un
insuccesso. Perché con essa si tralascia la discussione, cosa che dovrebbe restare ferma ed indistruttibile.
E la discussione, quando un solo argomento perde la certezza, non forma certamente una ulteriore certezza migliore,
ma porta a dispute interminabili e ad un disorientamento totale.
In questo caso bisogna sempre considerare che cosa sia migliore: un'espressione nuova e più felice, che dia motivo
ad una chiarificazione all'interno del movimento, o una formula, forse non ottima, ma che rappresenti un
organizzazione chiusa, indistruttibile e unita. Ogni prova dimostrerà che è preferibile il secondo tra questi due casi.
Perché dove si tratti, nei rivolgimenti, solo superficiali, tali modifiche sembreranno sempre desiderabili e possibili.
Ma alla fine, vista la superficialità degli uomini, c'è sempre un grosso rischio, che gli individui riconoscano
nell'espressione solo superficiale di un programma la missione fondamentale di un movimento. E con ciò si
indebolisce la volontà e la capacità di lottare per l'idea e la opera che dovrebbe rivolgersi all'esterno si perde in lotte
programmatiche interne. In una dottrina che in generale sia valida, è meno rischioso mantenere una formula, anche
se non corrisponde completamente alla realtà, che abbandonare una legge di base del movimento, fino a oggi ritenuta
ferrea, alla disputa generale con i suoi pessimi effetti; ciò poi è addirittura impossibile fino a che un movimento lotta
per il trionfo. Poiché, come si può inculcare ad altri cieca fede nella precisione di una dottrina se con continue
modifiche fatte alla struttura esterna di quella si sparge la perplessità e il dubbio?
L’importante non deve essere mai ricercato nell'espressione superficiale, ma solo nel significato profondo. Questo
significato profondo non varia, e a suo vantaggio si può solo desiderare che il movimento, allontanando ciò che
decompone e provoca dubbio, trovi la forza indispensabile al buon esito.
Pure su questo punto la Chiesa cattolica ci è maestra. Anche se la sua costruzione dottrinale è su molti argomenti in
lotta con le scienze positive e con l'indagine scientifica, essa non è disposta a modificare neanche una parola dei suoi
insegnamenti. Si è accorta che la sua capacità di resistenza non sta in un adeguamento più o meno grande ai
passeggeri risultati della scienza, in pratica eternamente soggetti a cambiamenti, ma nel mantenere saldi i dogmi,
stabiliti e fissati, i quali danno al tutto il carattere d'una fede. E quindi è attualmente più forte che mai. Si può
presagire, che mentre i fenomeni passano, essa, punto fisso nei fenomeni oscillanti, avrà sempre più ciechi adepti.
Chi dunque vuole realmente e seriamente la vittoria di un'idea nazionale, deve riconoscere che per attuare questa
vittoria è necessario un movimento adatto alla lotta e che questo movimento resterà incrollabile. Soltanto sul
fondamento di una indistruttibile certezza e saldezza del suo programma. Il movimento non deve assoggettarsi a fare
concessioni, formulando il suo programma, alla mentalità dell'epoca, ma quando ha trovato un'espressione buona,
deve mantenerla sempre o almeno fin quando abbia ottenuto il trionfo. Prima del trionfo ogni prova di dare spiegazioni
o fare discussioni sull'uno o l'altro argomento del programma distrugge l'unità e la capacità di lotta del movimento
nella Misura in cui i suoi adepti parteciparono ad una tale discussione interna. Poiché' non è provato che una modifica
oggi fatta, non possa essere già domani criticata di nuovo, per trovare dopodomani una sostituzione migliore.
Chi toglie i confini, apre una via di cui si conosce il principio, ma che finisce in un mare senza rive.
Questa fondamentale cognizione deve essere apprezzata nel movimento nazional-socialista. Il partito operaio tedesco
nazional-socialista si formò, col suo programma in 23 massime, un fondamento che deve essere indistruttibile.
Mansione degli attuali e futuri componenti del nostro movimento non può essere la modifica di quelle tesi, ma il
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lasciarle inalterate. Altrimenti, la prossima generazione. potrebbe, con lo stesso diritto, sciupare la propria forza in una
simile opera solamente formale all'interno del partito, invece di fornire al movimento nuovi adepti e perciò nuove forze.
Per la grande moltitudine dei nostri adepti il significato profondo del nostro movimento si troverà meno nell'esattezza
delle nostre massime che nel significato che noi siamo capaci di dar loro. A queste concezioni il nuovo movimento
dovette prima di tutto il suo appellativo, in corrispondenza con essi fu in seguito formato il suo programma e in essi si
basa la maniera della sua diffusione.
Per portare in trionfo le concezioni nazionali, si dovette costituire un partito del popolo, un partito formato non soltanto
di dirigenti intellettuali ma anche di lavoratori. Ogni prova di attuare la concezione nazionale senza una tale
organizzazione battagliera sarebbe attualmente, come fu in passato e sarà in avvenire, destinata ad un esito negativo.
Il movimento ha non soltanto il diritto ma il dovere di sentirsi modello e rappresentante di quella concezione. Come la
concezione di base del movimento nazional-socialista è nazionale, così le concezioni nazionali sono nazionalsocialiste. Però il nazional-socialista se vuole vincere deve constatare ciò e attenersi a questa constatazione con
fermezza. Anche in questo caso ha non soltanto il diritto ma il dovere di far prevalere il fatto che ogni prova di
rappresentare la concezione nazionale all'esterno del partito operaio tedesco nazional-socialista è impossibile e di più
imbrogliona. Se attualmente qualcuno rimprovera al nostro movimento di comportarsi come se «avesse fatta sua» la
concezione nazionale, gli deve rispondere solo cosi: «non solo l'ha fata sua ma l'ha formata per la realtà».
Perché quello che fino ad ora si intende con quest'idea, non era adatto ad avere il più piccolo influsso sul futuro della
nostra popolazione, essendo tutti questi concetti privi di una precisa formulazione. Nella maggior parte erano
cognizioni isolate, senza legame fra loro, più o meno giuste e sovente si contraddicevano, e non mai completamente
collegate fra loro: tanto fragile che non si sarebbe mai potuto costruire su di esse un movimento. Solo il movimento
nazional-socialista fu capace di fare ciò.
Se attualmente tutte le leghe e le associazioni, i gruppi e i gruppetti e anche i «grossi partiti» vogliono chiamarsi
«nazionali» questo è già un risultato del movimento nazional-socialista. Senza la nostra opera a tutte quelle
organizzazioni non sarebbe mai venuta l'idea di pronunciare il termine «nazionale», non si sarebbero messe queste
etichette, e specialmente i loro dirigenti, non si sarebbero mai trovati d'accordo con questa idea. Soltanto la nostra
opera ha trasformato quest'idea in un termine colmo di contenuto, che ora è sulla bocca di ogni tipo di individui.
Specialmente il nostro movimento nel suo efficace lavoro di propaganda, dimostrò e documentò la forza dell'idea
nazionale cosicché, anche gli altri, se vogliono procurarsi seguaci, si trovano obbligati a volere le medesime cose, o a
far finta di volerle. Tali partiti, che fino ad ora assoggettarono tutto ai loro gretti interessi elettorali, anche attualmente
si servono dell'idea nazionale, solo come d'una parola d'ordine superficiale, vuota, con cui provano a indebolire la
forza di adesione che il nostro movimento ha, arruolando i loro stessi adepti.
Perché solo il pensiero di durata e il terrore dell'accrescimento del nostro movimento, spinto da una nuova idea,
movimento di cui intuiscono il valore universale e la rischiosa esclusività, fa pronunciare loro parole che otto anni fa
ignoravano, sette anni fa deridevano, sei anni fa ritenevano idiote, cinque anni fa combattevano, quattro anni fa
odiavano, tre anni fa perseguitavano, e infine, due anni fa accettarono e unendole al loro precedente tesoro di termini,
usarono come urlo di battaglia nella lotta.
Ancora attualmente è utile far notare che tutti questi partiti non hanno la minima cognizione di quello che serve al
popolo tedesco. Ne è prova definitiva la superficialità con cui pronunciano il termine «nazionale».
Non meno rischiosi sono quelli che pretendendo di essere nazionali, vanno in giro creando piani fantasiosi, e di più
non avendo come base altro che qualche idea fissa, che per se stessa potrebbe essere valida ma che non essendo
collegata ad altra è inadatta all'educazione di una grande, unita comunità di combattenti e ancor meno alla
costruzione di essa. Queste persone che in parte con concetti propri, in parte con ciò che ha letto, delineano
malamente un programma sono sovente più rischiosi degli avversari noti dell'idea nazionale. Nel caso migliore, sono
teorici infecondi, ma per di più sono pericolosi spacconi e spesso pensano di poter nascondere, portando una lunga
barba e dandosi l'atteggiamento di antichi Germani, la fatuità spirituale e ideale del loro comportamento e delle loro
capacità.
Perciò, per combattere questi vani tentativi, è bene ricordarsi l'epoca in cui il nuovo movimento nazional-socialista
cominciò la sua lotta.

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Capitolo VI
La prima grande riunione del 24 febbraio 1920 nel Salone della Birreria di Corte non aveva ancora spento i suoi echi e
già iniziava la preparazione della seguente. Mentre prima sembrava rischioso il tenere, in una città come Monaco
mensilmente o ogni quindici giorni una piccola riunione, adesso doveva aver luogo settimanalmente una vasta
adunanza di masse.
Noi eravamo presi dal terrore: parteciperebbe gente? Ci ascolterebbe? lo personalmente avevo già a quel tempo la
ferrea sicurezza che le persone, una volta venute, si sarebbero fermate e avrebbero sentito il discorso. Allora, il
Salone della Birreria di Corte a Monaco, per noi nazional-socialisti, acquistò un valore quasi sacro. Ogni settimana
una riunione, quasi sempre in quel luogo e ogni volta la sala era più piena e il pubblico più interessato.
Cominciando dalla responsabilità della guerra, a cui allora nessuno pensava, e passando per i trattati di pace, si parlò
di tutto ciò che era necessario ad esaltare gli animi e a propagandare le idee. Grande e speciale attenzione fu data ai
trattati di pace. Molte cose profetò allora il nuovo movimento alle grandi masse e quasi sempre ha colto il segno.
Attualmente non è difficile parlare o scrivere di tali argomenti. Ma a quel tempo una pubblica assemblea di masse in
cui c'erano non piccoli borghesi, ma proletari agitati, e dove si parlava sul tema: «il trattato di pace di Versailles»
aveva il significato di un attacco alla Repubblica e un carattere di mentalità reazionaria anche se non monarchica. Già
alle prime parole che erano una critica della pace di Versailles, si poteva essere certi di sentirsi contestare con il
convenzionale grido: «E Brest-Litowsk?». E la moltitudine si metteva a far chiasso, finché non aveva più voce e chi
parlava rinunciava al tentativo di convincere.
Si sarebbe voluto sbattere il capo contro il muro, per disperazione di un tale popolo! Esso non voleva sentire né
comprendere che Versailles era uno scandalo e un insuccesso umiliante, che quel trattato era un inconcepibile
ladrocinio del nostro popolo. L'opera disgregatrice del marxismo e la propaganda avvelenatrice degli avversari aveva
levato il senno a quelli. E non si aveva neanche il diritto di lamentarsi. Perché quanto era immane la colpa dell'altra
parte! Cosa aveva fatto la borghesia per mettere fine a quella terribile corrosione, per combatterla, specificando
meglio le cose, facilitare la strada alla verità? Nulla, nulla. Allora io non li ho mai visti, i grandi apostoli attuali della
nazione. Forse discutevano in piccoli gruppi, nelle sale da tè, o nei circoli con quelli che avevano le stesse idee, ma lì
dove avrebbero dovuto essere, fra i lupi, non si arrischiavano mai: a meno che trovassero motivo di urlare coi lupi. lo
però notavo allora chiaramente che per il piccolo gruppo di cui in principio si formò il movimento doveva essere
controllato e chiarito il problema della colpa della guerra per stabilirne la verità storica. Il fatto che il nostro movimento
permettesse alla moltitudine di conoscere il trattato di pace, era una premessa al futuro buon esito del movimento.
Allora le masse riconoscevano ancora in quella pace una vittoria della democrazia, quindi ci fu bisogno di combattere
questa convinzione e inserirsi nelle menti delle persone come avversario di quel trattato, in modo che in seguito,
quando la cruda verità ne dimostrasse tutta l'odiosità, la memoria della posizione da noi presa ci conquistasse la
fiducia del popolo. Già allora nei problemi importanti in cui la mentalità generale percorreva una strada sbagliata, io,
senza preoccuparmi della popolarità, dell'odio, dell'avversione, mi misi contro quella. Il partito nazional-socialista non
doveva essere l'usciere ma il Signore dell'opinione pubblica! Non schiavo ma padrone della moltitudine!
Com'è normale, per un movimento ancora fragile esiste il desiderio di comportarsi come si comporta il nemico che è
più forte e che è stato capace con la sua forza di persuasione di spingere il popolo a decisioni pazze, o ad un
comportamento sbagliato.
Questo desiderio è forte specialmente quando è dettato da particolari motivi sia pure errati, nell'utilità del giovane
movimento. L'indolenza degli uomini cerca allora con tanto zelo tali motivi, e spesso ne trova qualcuno e crede che ci
sarebbe un po' di ragione per partecipare anche dal proprio modo di vedere al crimine commesso dal nemico. In
alcuni casi a me fu necessaria una forza suprema per non permettere che la nave del nostro movimento, seguisse la
corrente fatta ad arte, la corrente generale.
L'ultima volta, quando la nostra dannata stampa, alla quale non interessa affatto la nazione, riuscì a dare al problema
dell'Alto Adige un valore che doveva essere fatale al popolo tedesco, privi di partiti e di padroni, molte persone
riflettenti associazioni cosiddette nazionali, solo per paura dell'opinione pubblica, incitata dagli ebrei, si associarono al
chiasso generale e stupidamente cooperarono a facilitare la lotta contro un movimento di cose che proprio a noi
tedeschi deve sembrare, nella condizione attuale, come il solo raggio di luce in un mondo che tramonta.
Mentre il mondo ebraico internazionale ci disgrega a poco a poco ma sicuramente, i nostri cosiddetti patrioti gridano
contro un individuo e contro un movimento che ebbero il coraggio, almeno in un posto sulla terra, di sottrarsi alla
tenaglia ebraico-massonica e mettere contro una resistenza nazionalistica all'inquinamento internazionale del mondo.
Ma era troppo affascinante, per caratteri fragili, girare la vela a seconda del vento e arrendersi di fronte alle grida della
mentalità generale.
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Perché fu in pratica una resa!
Forse la malvagità umana, l'abitudine a mentire non lo ammetteranno, forse alcuni lo negheranno anche di fronte a se
stessi: ma sicuro è questo, che solo la viltà, il timore del popolo incitato dagli ebrei portò certe persone ad unirsi a
quelli che urlavano.
Tutte le altre ragioni riportate non sono altro che compassionevoli scuse di piccoli peccatori consci del loro sbaglio.
Ci fu bisogno allora di raddrizzare con un colpo energico il movimento, per non permettere a questo orientamento di
distruggerlo. Certamente, non si acquista una buona fama col tentare un tale raddrizzamento nel momento in cui
l'opinione generale, incitata da tutti i capi, avvampa come una grossa fiamma in un solo verso: spesso si corre il
rischio di perire.
Ma nella Storia, non poche persone furono, in occasioni simili, lapidati per un gesto di cui i posteri li ringraziarono in
ginocchio.
Ma un movimento deve pensare ai posteri, non al successo presente.
E' possibile che in momenti come questo ognuno passi ore di disperazione, ma costui non deve scordare che dopo
viene la liberazione e che un movimento che vuole rinnovare il mondo deve servire non al momento che passa ma
all'avvenire. A questo proposito si può notare che in genere i più grandi e più durevoli successi della Storia sono quelli
che al principio non furono compresi, perché erano opposti alla mentalità comune, con i punti di vista e i desideri di
questa.
Ciò provammo già allora, nei primi tempi della nostra apparizione. In realtà non abbiamo cercato il plauso della
moltitudine, ma abbiamo combattuto, in ogni luogo, la pazzia del nostro popolo. Quasi sempre in quel periodo
succedeva questo: io mi presentavo a un'adunanza di uomini che credevano al contrario di ciò che io desideravo dire,
che desideravano il contrario di ciò che io credevo. Allora per tre o quattro ore cercavo di far mutare idea a due o tre
mila uomini, distruggevo a colpo a colpo le basi delle loro opinioni e infine li dirigevo nel campo della nostra
convinzione, della nostra idea.
Allora appresi in poco tempo un fatto fondamentale, cioè togliere subito dalle mani dell'avversario le armi della
obiezione. Ci si accorse presto che i nostri nemici, particolarmente nella persona dei loro oratori che guidavano la
disputa usavano un «repertorio» stabilito. con cui combattevano le nostre affermazioni con alcune repliche sempre
pronte. La compattezza di questa maniera di discutere era data dal fatto che quelli avevano avuto una educazione
compatta e conscia della sua meta. Ed era realmente così. Potemmo qui accorgerci della impensabile disciplina della
propaganda dei nostri nemici, attualmente sono ancora orgoglioso di aver trovato il modo di rendere inefficace tale
propaganda e di vincere con essa quelli che la facevano.
Solo due anni dopo io conoscevo completamente quella arte. Fondamentale era chiarire prima di cominciare e per
ogni discorso, sul momento supposto e sulla caratteristica delle obiezioni che ci si potevano aspettare nella disputa,
per parlarne e combatterle già nel mio primo discorso. A tale scopo era necessario citare già tutte le eventuali repliche
e dimostrarne l'infondatezza; così l'ascoltatore di buona fede (anche se già pieno delle repliche che gli erano state
insegnate) era facilmente reso disponibile, grazie all'anticipata esclusione delle opinioni inculcate nella sua mente.
L'argomento insegnatogli restava confutato da sé ed egli diventava sempre più attento al mio discorso. Per questi
motivi, io già dopo il mio primo discorso sul «Trattato di Versailles», che ancora come istruttore avevo tenuto davanti
all'esercito, cambiai titolo e argomento e trattai di «Trattati di Brest-Litowsk e di Versailles».
Poiché fin dal principio, fin dalle dispute che tennero dietro a quel mio primo discorso, potei notare che gli uomini in
realtà erano completamente all'oscuro del trattato di Brest-Litowsk, mentre l'astuta propaganda dei partiti era riuscita a
presentare come uno dei più vergognosi atti di aggressione del mondo. E' dovuto alla testardaggine con, cui fu
sempre riportata alla moltitudine questa bugia, il fatto che milioni di tedeschi abbiano riconosciuto nel trattato di
Versailles come la giusta punizione del crimine da noi commesso a Brest-Litowsk e, colmi di sdegno, abbiano,
giudicata ingiusta ogni lotta contro Versailles. E questo fu, anche il motivo per cui poté avere il diritto di circolare in
Germania, il termine tanto spudorato quanto mostruoso di «riparazione».
Questa bugia, questa falsità, sembrò a milioni di nostri eccitati concittadini, il compimento di un'elevata giustizia. E'
mostruoso, ma fu così. Lo documenta il buon esito della propaganda da me cominciata contro il trattato di Versailles,
alla quale premisi un chiarimento del trattato di Brest-Litowsk. Paragonai fra loro i due trattati di pace, riga per riga,
dimostrai che l'uno era di una immensa umanità a confronto dell'immane ferocia dell'altro: il risultato fu miracoloso.
Trattai allora quest'argomento in un'adunanza di duemila persone, al cospetto, talvolta di mille e ottocento ascoltatori
contrari. E tre ore dopo avevo davanti a me una moltitudine piena di sacro furore e indignazione. Una grande bugia
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era stata tolta dal cuore e dalla mente di una massa formata di migliaia di uomini, e al suo posto era stasa messa una
verità. I due discorsi su «le vere cause della guerra mondiale» e sui «trattati di pace di Brest-Litowsk e di Versailles»,
furono da me ritenuti allora i più importanti di tutti; perciò li ripetei, cambiandone la forma, dozzine di volte. Così,
almeno su questi argomenti, si diffuse una certa stabilita idea, precisa e unitaria, fra gli individui, da cui il nostro
movimento tolse i primi suoi componenti. Queste assemblee avevano inoltre, per me, il vantaggio di formarmi
lentamente come un vero oratore di comizio: mi assuefeci al rituale da adunanza e ai gesti utili in grossi locali, che
contenevano migliaia di uomini. A quell'epoca (all'infuori, come dissi, in piccoli circoli) non vidi nessun partito istruire il
popolo in questo modo: nessuno di quei partiti che oggi parlano come se fossero stati loro a fare una modifica nella
opinione generale. Ma ciò che allora aveva valore non era questo, ma soltanto per acquistarsi il consenso, con la
propaganda e le delucidazioni, uomini che finora la loro educazione ed il loro temperamento aveva trattenuto tra gli
avversari. Anche il foglio volante ci servi per questa propaganda. Già da militare avevo scritto un foglio volante dove
erano paragonati i trattati di Brest-Litowsk e di Versailles; quel foglio fu diffuso in gran quantità di copie. In ,seguito lo
utilizzai per il partito, anche in questo caso con buon esito. Le prime assemblee erano contrassegnate dal fatto che le
tavole erano ricoperte da ogni tipo di fogli volanti, giornali, libretti, ecc. Però, il valore massimo veniva (lato alla parola.
Questa solo è capace di portare a grandi modifiche e ciò per ragioni generali di carattere psicologico. Tutti gli
straordinari avvenimenti che cambiarono l'aspetto del mondo furono attuati non con gli scritti, ma con le parole. Su ciò
si fece in parte della stampa, una lunga disputa nella quale, si capisce, le nostre acute menti borghesi., avversarono
violentemente la mia tesi. Ma già il motivo per cui ciò accadde confuta gli indecisi. L’intelligenza borghese espresse la
propria disapprovazione su quell'idea solo perché, è chiaro, è priva di forza e di capacità di avere autorità con la
parola sulla moltitudine; perciò essa si è servila sempre più dell'opera di scrittori e ha rinunciato a orazioni veramente
istigatrici.
Ma, col tempo, questo uso, porta inevitabilmente a ciò che oggi è tipico della nostra borghesia, cioè la perdita
dell'intuizione psicologica per operare ed influire sulla folla. L'oratore riceve dalla massa stessa a cui si rivolge una
continua rettifica del suo discorso stesso, perché dal viso degli ascoltatori può sapere se e quanti di essi possono
capire ciò che egli afferma e se le sue parole producano il risultato e l'impressione voluta. Al contrario, lo scrittore non
conosce i suoi lettori. Quindi egli non tende a priori ad una prestabilita massa umana trovantesi di fronte a lui e parla
in maniera vaga.
Con ciò perde, fino ad un certo punto, l'acutezza psicologica e l'elasticità. E perciò un bravo oratore sa scrivere meglio
di quanto un bravo scrittore sappia parlare, a meno che lo scrittore faccia continuamente dei discorsi. Si aggiunga che
la folla in se è indolente, resta legata ai vecchi usi e non prende mano volentieri da sola agli scritti, se questi non
corrispondono a quello che essa pensa e non contengono quello che essa desidera. Perciò uno scritto di una data
tendenza, è, per lo più, letto, da chi ha attrazione per quello. Tutt'al più un foglio volante o un manifesto può, per la
sua brevità, sperare di trovare per un attimo attenzione presso chi ha un'altra idea. Maggiore possibilità ha l'immagine
in tutte le sue caratteristiche, compreso il film. In questo caso c'è ancora meno bisogno di usare l'intelligenza: è
sufficiente guardare, tutt'al più leggere piccoli testi: per questo molti accettano più di buon grado una spiegazione data
con l'immagine che di leggere un lungo libro. L'immagine dà, in poco tempo, quasi di colpo, spiegazioni e cognizioni
che lo scritto permette di ricevere solo da una noiosa lettura.
Ma fondamentale è questo, che non si sa mai in quali mani arrivi uno scritto: e tuttavia deve mantenere la sua
prestabilita compilazione. Normalmente l'impressione è tanto più grande quanto più questa compilazione corrisponde
al grado intellettuale e alla mentalità di coloro che lo leggeranno. Un libro scritto per grandi masse deve perciò tentare
di operare, con lo stile e con l'elevatezza di concetti, in altra maniera che uno scritto destinato a classi superiori.
Solo in questo tipo di capacità di adattamento il libro opera quasi come la parola. L'oratore può parlare dello stesso
argomento di un libro, ma se è un brillante e dotato oratore popolare, non riporterà mai due volte, nella medesima
forma lo stesso argomento, lo stesso contenuto d'idea.
Si lascerà sempre guidare dalla grande folla in modo che gli vengano e gli scorrano con semplicità proprio quelle
parole di cui ogni volta ha bisogno per toccare il cuore degli ascoltatori. Se erra, ha sempre di fronte a sé la rettifica
vivente.
Come affermai, egli può vedere nel cambiamento di espressioni dei suoi uditori se essi capiscono ciò che dice, se
possono seguire l'argomentazione complessiva e se siano persuasi che ciò che sentono è giusto. Se l'oratore si
accorge che non lo capiscono, ripeterà le sue affermazioni in maniera più facile e precisa, in modo che anche il meno
intelligente le possa apprendere. Se vede che i suoi ascoltatori non riescono a stargli dietro, manifesterà le sue idee
con tanta saggezza e lentezza che neanche il più povero di spirito resti indietro.
E se gli sembrerà che gli ascoltatori non siano convinti dell'esattezza di quello che hanno sentito, ripeterà molte volte,
con nuovi esempi i suoi argomenti, dirà egli stesso le repliche non fatte e le confuterà e dividerà finché l'ultimo gruppo
di oppositori dimostri, col suo modo di fare e col cambiamento delle espressioni, che si è arreso d fronte alle prove
portate dall'oratore.
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Spesso bisogna abbattere, nelle persone, preconcetti non basati sulla ragione ma inconsci, fondati solo sul
sentimento. Il distruggere questo muro di istintivo odio, di avversione sentimentale, di dissenso prevenuto è di molto
più difficile che correggere un'idea scientifica difettosa e sbagliata.
Convinzioni false o cultura errata possono essere eliminate dall'insegnamento: la forza del sentimento no.
In questo caso può essere utile solo un appello a queste forze nascoste; e questo appello può farlo l'oratore, mai lo
scrittore.
Ne è documento risolutivo il fatto che, a dispetto di una stampa borghese, molto ben fatta, diffusa in milioni di copie fra
il nostro popolo, la moltitudine diventò nemica dichiarata proprio del mondo borghese. La pioggia di giornali, tutti i testi
pubblicati di anno in anno dagli intellettuali, cadono sui milioni di individui delle classi più basse come l'acqua sul cuoio
unto d'olio. Ciò dimostra che uno di questi due fatti o che la materia di tutti questi libri del mondo borghese è bugiarda,
o che non si può giungere solo con gli scritti al cuore della grande massa. Specialmente se tali scritti sono
psicologicamente così imperfetti come è accaduto finora. Non si contesti (come cercò di fare un grande giornale
tedesco-nazionale di Berlino) che è dimostrato il contrario di questa tesi col fatto che il marxismo ebbe una vasta
influenza coi suoi scritti, specialmente con l'opera fondamentale di Carlo Marx. Questo significa solo appoggiare nella
maniera più superficiale un'idea sbagliata. Ciò che permise al marxismo una incredibile influenza sulle masse, non fu
il pregio formale, scritto, di condizioni ebraiche, ma la miracolosa propaganda verbale che col passar del tempo
conquistò la' grande massa.
In media su centomila operai tedeschi neanche cento hanno letto quel libro, che fu mille volte più studiato dagli
intellettuali e specialmente dagli ebrei, che da veri adepti di quel movimento, provenienti dalle classi più basse. D'altra
parte, Il Capitale non fu scritto per le grandi masse, ma soltanto per la direzione intellettuale della organizzazione
ebraica per la conquista del mondo; organizzazione che poi, fu riscaldata con tutt'altra materia: con la stampa. Perché
questo è ciò che contraddistingue la stampa marxista da quella borghese: la stampa marxista è scritta da istigatori,
quella borghese vorrebbe attuare l'agitazione per mezzo di scrittori.
Il redattore social-democratico, che quasi sempre arriva in redazione dal locale delle assemblee, conosce benissimo i
suoi polli.
Lo scrittorucolo borghese invece, che esce dalla sua stanza di lavoro per presentarsi alla massa, s'ammala già per
l'odore della folla e i suoi scritti non gli sono affatto utili. Ciò che rese ben disposti al marxismo milioni di lavoratori non
è tanto lo stile dei dotti marxisti quanto l'inesauribile e veramente formidabile opera di propaganda di decine di migliaia
d'instancabili agitatori, dal grande apostolo incitatore, fino al piccolo dirigente di sindacato, all'uomo di fiducia e
all'oratore di comizio.
Oltre a ciò, le centinaia di migliaia d'assemblee, dove questi oratori del popolo, saliti sul tavolo di osterie piene di
fumo, ripeterono le loro concezioni alla folla, diedero loro una meravigliosa cognizione del materiale umano e furono
capaci di scegliere le armi migliori per assalire la fortezza dell'opinione pubblica.
E furono utili anche al socialismo le grandissime dimostrazioni di massa, quelle schiere di centomila uomini che
diedero al piccolo individuo meschino la certezza di essere sì un piccolo venne, ma nello stesso tempo un
componente di un grosso drago, sotto l'alito bruciante del quale l'odiato mondo borghese andrebbe un giorno in
fiamme e la dittatura proletaria otterrebbe il trionfo finale.
Da una tale propaganda vennero fuori individui pronti e preparati a leggere scritti socialdemocratici: scritti che, alla
loro volta non sono stampati, ma parlati. Poiché, mentre, nel settore borghese, professori e uomini colti, teorici e
scrittori di ogni tipo talvolta cercarono di parlare, nel marxismo, gli oratori cercano spesso anche di scrivere.
E proprio l'ebreo, che qui si presenta sovente, generalmente e grazie alla sua falsa capacità e classicità dialettica ha,
pure come scrittore, fin l'aspetto di un oratore rivoluzionario che quello di una persona che scrive.
Per questa ragione il campo giornalistico borghese (non considerando il fatto che anch'esso è in gran parte
ebraicizzato e perciò non trova utilità nell'impartire giuste istruzioni alla grande moltitudine) non può influire affatto
sulla mentalità dei più estesi, ceti del nostro popolo.
E' difficile cancellare prevenzioni sentimentali, condizioni d'animo, mentalità e sostituirli con altri; il buon esito dipende
da situazioni e influssi impensabili: l'oratore di intuito sensibile può calcolare tutto questo da ciò, anche l'ora del giorno
in cui il discorso avviene ha un influsso determinante sull'esito di questa. Il medesimo discorso, il medesimo oratore,
lo stesso argomento danno risultati diversissimi alle dieci di mattina, alle tre del pomeriggio, e di sera. Anch'io, agli
inizi, stabilii assemblee per le ore mattutine; rammento, specialmente, una manifestazione, che facemmo, nelle
cantine Kinde di Monaco, per protestare contro la schiavitù di alcuni stati tedeschi. A quell'epoca, quello era il locale
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più grande di Monaco. Per facilitare l'avvento a quelli che erano favorevoli al partito e a tutti quelli che volevano
essere presenti, stabilii la riunione per le 10 antimeridiane di una domenica. La conseguenza fu umiliante, ma anche
molto educativa: il locale fu pieno di impressione profonda, ma lo stato d'animo freddo! Nessuno si entusiasmò, e
anch'io, come oratore mi sentii profondamente addolorato di non essere stato capace di stabilire un'intesa col
pubblico. Penso di non aver mai parlato peggio di allora, ma il risultato sembrò negativo. Completamente scontento
anche se arricchito di un'ulteriore esperienza, uscii dal locale. In seguito ripetei prove di questo tipo, ma sempre con lo
stesso effetto. Di questo nessuno deve stupirsi. Ci si rechi a teatro e si assista ad una commedia alle 3 di pomeriggio
e alle 8 di sera, e si resterà meravigliati dell'impressione e dell'effetto. Un individuo di intuito sensibile, che sappia
spiegarsi questa diversa condizione di spirito, si accorgerà che la rappresentazione fa minore impressione di giorno
che di sera.
E ciò è valido anche per uno spettacolo cinematografico: cosa fondamentale, poiché per il teatro si potrebbe
affermare che di giorno l'attore non si sforza tanto quanto di sera, mentre il film è sempre lo stesso, tanto nel
pomeriggio quanto alle 9 di sera.
No, in questo caso, è il tempo, l'ora, che influisce in un dato modo come su me influisce lo spazio, la sala.
Certe sale lasciano insensibili, per ragioni difficili da capire e impediscono di creare un'atmosfera favorevole. Inoltre
certe memorie, o idee di tradizione, che sono insite nella persona, possono esercitare un influsso sull'impressione
prodotta.
Così, una rappresentazione di Parsifal produrrà in Bayrenth un'impressione diversa che in nessun altro posto del
mondo. Il fascino segreto del teatro «sul colle della pasta» nell'antica città del Margravio non può essere paragonato o
sostituito da altro. In tutti questi casi si tratta di esercitare un'influenza sulla libertà della volontà degli uomini: ciò è
valido specialmente per le adunanze dove ci sono persone di contrarie volontà, che devono essere persuase ad una
nuova volontà. La mattina e durante il giorno, sembra che le forze della volontà umana si ribellino con massima
energia ad ogni prova di imposizione della volontà o dell'idea dell'altro: di sera invece si assoggettano facilmente
all'autorità di una volontà superiore Perché, in pratica, ognuna di queste adunanze costituisce una lotta fra due forze
contrarie. Le qualità oratorie di un carattere di un apostolo e di dominatore saranno più capaci di convincere alla
nuova volontà individui naturalmente più indeboliti nella loro capacità di resistenza, che individui ancora nel completo
possesso delle loro facoltà volitive e intellettuali.
A questo scopo è utile pure l'artificiale e segreta semioscurità delle chiese cattoliche, i ceri accesi, l'incenso, il turibolo,
ecc.
Nella battaglia fra l'oratore e il nemico da convincere, l'oratore si guadagnerà per fasi quella meravigliosa intuizione
delle condizioni psicologiche della propaganda di cui è privo quasi sempre chi scrive. Lo scritto, in genere, per il suo
risultato ristretto, serve invece a mantenere, a rinvigorire e approfondire un'opinione, un modo di pensare già
esistente, un'opinione in atto.
Tutti i capovolgimenti storici veramente grandi non furono provocati dagli scritti: furono, tutt'al più uniti ad essi. Non si
deve pensare che la rivoluzione francese avrebbe potuto aver luogo, se non avesse avuto un esercito di incitatori,
diretti da demagoghi di grande valore, che frustarono e accesero le passioni del popolo afflitto finché ne conseguì
quella terribile cultura vulcanica, che spaventò tutta l'Europa. Così anche, la più grande rivoluzione della nostra epoca,
quella bolscevica in Russia non fu prodotta dagli scritti di Lenin, ma dall'opera oratoria che diffondeva odio, di
moltissimi grandi e piccoli apostoli aizzatori. La moltitudine di analfabeti russi non fu affascinata dalla rivoluzione
comunista leggendo le teorie di Carlo Marx ma dalle promesse di felicità fatte al popolo da migliaia di incitatori,
soggetti a un'idea. E' sempre stato così, e sempre sarà così. E' adeguato ai nostri incorreggibili intellettuali, uomini
che vivono al di fuori della realtà, il pensare che lo scrittore debba inevitabilmente, avere più spirito che l'oratore.
Questa visione dei fatti è manifestata benissimo da una critica del giornale nazionale di cui ho già parlato, il quale nota
che sovente si prova una grossa delusione leggendo il discorso di un grande oratore. Ciò mi ricorda un'altra critica
che mi capitò tra le mani nel periodo della guerra.
Essa faceva un esame particolareggiato dei discorsi di Lloyd George, a quel tempo ministro delle armi e arrivava alla
comica constatazione intellettuale e scientifica, che generalmente il loro argomento era volgare e non originale. Mi
capitarono allora fra le mani, alcuni di quei discorsi, sotto forma di opuscolo, dovetti ridere del fatto che un comune
scrittorucolo tedesco non capisse affatto quelle opere psicologiche eccellenti sull'arte di dominare la folla. Questo
scrittorucolo valutava quei discorsi soltanto dall'effetto che producevano sulla sua insensibilità, mentre il grande
demagogo inglese tendeva esclusivamente a produrre una grande impressione sulla moltitudine dei
suoi uditori e su tutto il popolo inglese dei ceti bassi. Considerati sotto questo aspetto, i discorsi di quell'inglese erano
stimabili, perché attestavano una stupefacente conoscenza dell'animo delle grandi classi popolari. In pratica ebbero
un risultato eccezionale.

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Si paragoni con essi l'inutile balbettio di un Bethmmann-Hollweg. In superficie i discorsi di quest'ultimo erano più dotati
di spirito, ma in pratica dimostravano l'incapacità di Bethmmann-Hollweg di comunicare col suo popolo, che non
conosceva. E tuttavia, la mente da uccellino di uno scrittore tedesco dotato certamente di una elevata erudizione
scientifica, riconosce il pregio spirituale del ministro inglese dall'effetto che un discorso tendente ad influire sulla folla
provoca sulla sua mente inaridita nella scienza pura e lo confronta a quello di un uomo di stato tedesco le cui futili
parole briose trovano in lui un terreno adatto.
Lloyd George non è solo uguale, ma mille volte più dotato di un Bethmmann-Hollweg, come è reso evidente anche da
questo, che i suoi discorsi gli aprivano il cuore del suo popolo e finirono col permettere che quel popolo fosse soggetto
al suo desiderio.
Proprio nella naturalezza delle sue parole, nella novità delle sue frasi, nell'uso di esempi intellegibili, facili da capire
sta la prova della superiore qualità politica di quell'inglese.
Perché non si deve valutare il discorso di una persona di Stato alla sua popolazione dall'effetto che ha su un
professore universitario ma dall'impressione che produce sulla popolazione.
La mirabile evoluzione del nostro movimento che solo pochi anni fa venne fatto dal niente e attualmente è già
considerato degno di essere duramente perseguitato da tutti gli avversari interni ed esterni della nostra nazione, si
deve al continuo riconoscimento e applicazione di queste cognizioni.
Per il nostro movimento, gli scritti hanno valore, ma, nella condizione attuale, sono utili soprattutto per formare
un'educazione eguale e senza dislivelli ai dirigenti alti e bassi e a rendere favorevoli moltitudini nemiche. Non avviene
spesso che un social-democratico persuaso e un comunista entusiasta acquisti un opuscolo o un libro nazionalsocialista, lo legge, e si costituisca con esso un'idea della nostra concezione del mondo, o studi la critica della sua.
Anche i giornali che non fanno parte del partito vengono letti raramente.
D'altra parte, le letture, avvantaggerebbero poco: perché l'immagine generale di una sola copia di un giornale è così
vaga che provoca un effetto così disorganico il quale non influisce affatto sul lettore casuale. E di individui obbligati a
dare valore anche ad un solo soldo non si può pensare, che solo per desiderio di essere oggettivamente illuminati, si
abbonino ad un giornale contrario.
Soltanto chi già fa parte di un movimento leggerà in maniera continuata il giornale del partito, specialmente per
seguire costantemente il partito stesso.
Ben diversamente avviene col foglio volante «parlato». Specialmente se viene regalato, esso capiterà nelle mani di
questo e di quello, e sarà letto con più piacere se nella soprascritta viene trattato con immagini un argomento di cui
tutti si interessano.
Forse il lettore, dopo aver guardato il foglio più o meno velocemente, si sentirà spinto ad una nuova visione, a nuove
idee e la sua attenzione sarà richiamata su un nuovo partito.
Ma in questo modo, anche nelle occasioni migliori, viene data solo una piccola spinta, non si forma però mai il fatto
compiuto.
Perché il foglio volante può soltanto attrarre l'attenzione su un argomento e può destare impressione solo se è seguito
da chiarimenti e istruzioni di base dati al suo lettore. E il dare è e resta mansione delle riunioni di moltitudini.
L’adunanza di masse è utile già per questo, che in essa l'individuo, che in principio, essendo soltanto sul punto di
diventare un membro del giovane partito, si sente isolato e preso dal terrore di essere solo, vede per la prima volta lo
spettacolo di una grande collettività e ne rimane incoraggiato e irrobustito. Un individuo, posto in una compagnia, o in
un battaglione, circondato dai suoi commilitoni, si getterà più di buon grado nella lotta, che se fosse solo. Nelle masse
si sente ben protetto, anche se vi fossero mille prove per pensare il contrario.
Le manifestazioni di massa non solo irrobustiscono l'uomo, ma lo legano e cooperano a formare lo spirito di corpo.
L'individuo che, come primo membro di una nuova dottrina, è esposto, nella sua azienda e nella sua officina, a
pericolosi intralci, ha necessità di essere irrobustito nella persuasione di essere componente e modello di una estesa
collettività.
E soltanto una manifestazione di massa può dargli la certezza dell'esistenza di questa collettività. Se egli uscendo
dalla piccola azienda o dalla grande industria, dove si sente così piccolo, entra per la prima volta in un'adunanza di
moltitudini. L'adunanza di masse è utile già per questo uomini che pensano come lui, se è trascinato dall'affascinante
fanatismo di altre tre o quattro mila persone quando ancora cerca la sua via, se il palese trionfo e il plauso di migliaia
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di uomini dimostrano che la nuova dottrina è valida e gli insinuano l'incertezza sulle idee sinora avute, allora egli
stesso soggiace alla deduzione di quello che noi chiamiamo «fascino della massa».
La volontà, la brama e anche l'energia di migliaia si ammassano su ogni singolo. La persona che è entrata indecisa e
incerta nell'adunanza, ne esce convinta: è diventata componente di una comunità. Il movimento nazionalsocialista non
deve mai tralasciare questo e non deve mai subire l'influenza di quei merli borghesi che sanno tutto, ma tuttavia
hanno rovinato un grande Stato e la loro vita e l'autorità del loro ceto. Sì, sono colmi di capacità, tutto possono e tutto
colpiscono: ma una sola cosa non hanno mai capita, la maniera di non permettere al popolo tedesco di cadere nelle
mani del marxismo. In questo hanno fallito miseramente e il loro orgoglio è pari solo alla loro imbecillità. Questi non
danno importanza alla parola parlata soltanto per questo che, grazie al Cielo, si sono persuasi che le loro ciarle
rimangono del tutto prive di risultato.

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Capitolo VII
lo li ho conosciuti, i profeti dell'idea della classe borghese e, lontano dallo stupirmi, capisco il motivo per cui essi non
danno nessuna importanza alla parola parlata.
Nel 1919, 1920 e 1921 sono stato presente ad adunanze cosiddette borghesi. Ebbero sempre su di me l'effetto che mi
faceva da bambino l'olio di fegato di merluzzo che ero costretto ad ingoiare. Bisognava ingoiarlo, avrebbe fatto molto
bene, ma aveva un sapore pessimo. Se il popolo tedesco fosse avvinto con lacci e spinto a forza in queste assemblee
borghesi, se fino al termine di ogni manifestazione le porte fossero serrate e a nessuno fosse permesso di uscire,
queste adunanze, potrebbero forse, tra qualche secolo, portare ad un esito positivo. Quanto a me, devo confessare
sinceramente, che in questo caso non sarei più contento nella vita e non vorrei più chiamarmi tedesco. Ma siccome
ciò, grazie al Cielo, non può avvenire, non è da meravigliarsi che la parte sana e incontaminata del popolo eviti le
riunioni di folle borghesi, come il diavolo evita l'acqua benedetta.
Frequentai allora assemblee di democratici, di componenti del partito popolare e anche di membri del Centro
Bavarese. Ciò che subito mi impressionava era lo stesso genere, la compattezza degli ascoltatori. Di tali assemblee
facevano parte quasi esclusivamente gli iscritti al partito. Non c'era obbedienza e, in generale, ciò era simile più ad un
circolo di annoiati giocatori di carte che all'adunanza di un popolo che da poco aveva fatto la sua maggiore
rivoluzione. E gli oratori operavano in modo di mantenere queste pacifiche tendenze.
Pronunciavano, anzi nella maggior parte dei casi leggevano un discorso nella forma di un vivace articolo di giornale o
di un trattato scientifico, evitavano i termini violenti e ogni tanto inserivano una professionale battuta comica, del quale
il benemerito tavolo della presidenza, come era suo compito, rideva, non forte ma con quel tono basso che è
dimostrazione di raffinatezza
Ah, quel tavolo dei presidenti!
Feci parte una volta di un'adunanza nel locale Wagner di Monaco: in occasione dell'anniversario della battaglia di
Lipsia. Il discorso commemorativo era fatto o letto da un degno anziano signor professore d'Università. Sul palco
c'erano i presidenti. A sinistra un monocolo, a destra un monocolo, e al centro, un tipo privo di monocolo. Tutti e tre in
frac, sicché sembrava un tribunale in attesa di una sentenza di morte, o di un battesimo imponente: in ogni caso, di
una cerimonia religiosa. Il cosiddetto discorso produsse un'impressione disgustosa.
Già dopo tre quarti d'ora tutto il pubblico era in uno stato di sonno, solo interrotto dalla silenziosa uscita di qualcuno,
del chiacchierio delle cameriere e dagli sbadigli dei sempre più numerosi ascoltatori. Tre operai che erano li per
curiosità o per delega ricevuta, si guardavano di tanto in tanto con un risolino di disprezzo mal contenuto e dopo
essersi toccati col gomito, uscirono silenziosamente dal locale. Forse non volevano infastidire. Dopo che il professore,
la cui voce nel frattempo era diventata sempre più bassa, ebbe messo termine alla sua conferenza, si alzò il
presidente dell'adunanza, che era tra i due portatori di monocoli e disse ai “fratelli e sorelle” tedesche intervenuti che
egli era gratissimo e che tutti dovevano essere gratissimi, al professor Tal dei Tali del meraviglioso discorso da lui
fatto. Aggiunse che il discorso aveva entusiasmato, turbato e procurato un'intima felicità, che aveva costituito “un
profondo evento”, anzi un'azione.
Sarebbe significato violare un momento sacro, il far seguire una disputa ad una conferenza così intellegibile; egli era
perciò sicuro d'interpretare il desiderio di tutti i presenti rinunciando alla disputa, invitando gli intervenuti a levarsi in
piedi e ad urlare compatti: “noi siamo un solo popolo di fratelli”. E per finire cominciò a cantare l'inno tedesco. E tutti si
unirono a lui nel canto, e a me sembrò che alla seconda strofa le voci diminuissero, e alla terza questa mia, idea fu
confermata, cosicché pensai che non tutti ne conoscessero perfettamente le parole. Ma che valore ha questo, quando
l'inno sale a Dio da ardenti animi nazional-tedeschi?
Poi l'adunanza si sciolse, cioè ognuno corse alla birreria e al bar o all'aperto.
Si, all'aria aperta e pulita, lontano, lontano da là. Anch'io non volevo altro. E questa era la celebrazione della valorosa
battaglia 'combattuta da centinaia di migliaia di Prussiani e Tedeschi? Quale disonore! Ohibò, ohibò! Certo il popolo
gradisce queste cose: queste riunioni sono pacifiche. E il nostro non ha niente da preoccuparsi riguardo alla pace e
alla disciplina, può essere sicuro che le onde del fanatismo non andranno mai fuori dai limiti del decoro borghese e
che il pubblico, nell'ardore della emozione, non uscirà dalla sala per marciare, ordinati per quattro, nelle strade della
città cantando “Onore alla Germania!” recando fastidi ad una polizia bisognosa di calma, invece di andare al caffè o
alla birreria.
Di cittadini come questi si può essere contenti.
Al contrario, le assemblee nazionalsocialiste non erano per niente calme. Là combattono due idee contrarie, le
adunanze non finivano col canto di un inno patriottico ma coll'entusiastico dilagare di un sentimento nazionale.
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Fin dal principio bisognò introdurre nelle nostre riunioni una disciplina cieca e garantire il potere dei dirigenti delle
adunanze. Perché quello che noi affermavamo non erano deboli chiacchiere di un oratore borghese: erano cose
adatte, per la forma e per l'argomento, a spingere il nemico ad una risposta. E di nemici ce n'erano nelle nostre
riunioni! Sovente entravano in folti gruppi, e tra essi c'erano degli agitatori e su tutti i visi si leggeva l'idea: oggi vi
distruggiamo!
Talvolta furono portati in grosse schiere, dai nostri amici comunisti, colla mansione di sparpagliare la marmaglia
nazionalsocialista e di porre fine a tutta quella storia. E soltanto la forza senza scrupoli dei dirigenti della nostra
assemblea, il feroce intervento dei nostri agenti dell'ordine impedivano che si attuassero le intenzioni del nemico. I
nemici, d'altra parte, avevano ogni motivo per essere irritati.
Il colore rosso dei nostri manifesti li attirava nei locali delle nostre assemblee. La borghesia era spaventata dal fatto
che noi usavamo il rosso dei bolscevichi e vedeva in questo un gesto molto incerto. I nazional-tedeschi si dicevano
l'un l'altro a bassa voce il dubbio che, in fondo, non fossimo altro che una specie del marxismo, o forse soltanto
marxisti, o meglio socialisti sotto falsa spoglia.
Perché finora questi cervelli acuti non hanno compresa la differenza tra marxismo e socialismo.
Quando poi si accorsero che noi nelle nostre assemblee non chiamavano i presenti “signori e signore” ma soltanto
“compatrioti”, e fra noi, ci chiamavamo solo compagni di partito, a molti dei nostri avversari sembrò evidente il triste
prospettarsi del marxismo. Spesso ci piegavamo dal ridere per queste stupide preoccupazioni borghesi, per queste
intelligenti ricerche sulla nostra origine, sulle nostre tendenze, sui nostri fini.
Abbiamo, dopo attenta e oculata riflessione, scelto per i nostri manifesti il colore rosso, per aizzare alla violenza i
partiti di sinistra, per spingere i loro adepti a venire nelle nostre assemblee, magari soltanto per ostacolarle. Così trovammo la maniera di discutere con quegli uomini.
E' utile chiarire il valore, la confusione che dimostrarono i nostri nemici in quel periodo con la loro strategia sempre
indecisa.
Prima impedirono ai loro seguaci di curarsi di noi e di non venire alle nostre assemblee; e, generalmente, furono
obbediti.
Ma siccome, col passare del tempo, alcuni di essi parteciparono, il loro numero cresceva continuamente e divenne
chiaro l'effetto esercitato dalla nostra dottrina, i dirigenti nemici lentamente diventarono nervosi e preoccupati e
decisero che non si poteva in eterno continuare a fare da spettatori al nostro partito, ma era necessario mettergli fine
con la paura.
E allora si verificarono gli inviti di “proletari evoluti consapevoli” di venire in massa alle nostre adunanze, per colpire,
coi pugni del proletariato, la “marmaglia monarchica e reazionaria” nei suoi rappresentanti.
Le nostre adunanze, già 45 minuti prima di iniziare erano piene di operai. Sembravano un barile di polvere con la
miccia accesa, che potesse scoppiare da un momento al' l'altro. Ma i fatti si svolgevano sempre in altra maniera. G
operai entravano come nostri avversari e uscivano, se no come adepti, almeno come critici e dubbiosi della validi
della propria dottrina. Lentamente accadde che, dopo che avevo parlato per tre ore, amici e nemici si univano in una
folla fanatica. E allora non c'era più l'eventualità di danneggiamento.
I dirigenti marxisti cominciarono a preoccuparsi e si volsero nuovamente a quelli che in precedenza si erano dimostrati
contrari a questa strategia e che ora, con qualche motivo giusto, si richiamarono alla loro convinzione, doversi
impedire completamente agli operai la presenza alle nostre assemblee. Gli operai non parteciparono più, o
parteciparono in pochi.
Ma dopo poco tempo il gioco ricominciò. La proibizione non fu osservata, i compagni parteciparono sempre più
numerosi e alla fine trionfarono i partigiani della tattica decisiva. Bisognava annientarci. Quando, dopo due, tre e
sovente otto o dieci comizi risultò evidente che era più facile parlare di annientarci, che farlo, ad ogni nostra
assemblea seguiva un frazionamento delle schiere nemiche; si tornò di colpo al vecchio ordine: “Proletari, compagni e
compagne non partecipate alle adunanze degli agitatori nazionalsocialisti”. D'altra parte, questa strategia indecisa fu
adottata anche dalla stampa comunista. Ora ci si tralasciò completamente, ma subito ci si accorse della inutilità di
questa prova e si provò col contrario, Ogni giorno si parlò in qualche maniera di noi, specialmente per spiegare agli
operai il comico della nostra esistenza. Ma dopo qualche tempo quei Signori dovettero rendersi conto che ciò non ci
danneggiava, anzi ci giovava nel senso che tanti dovettero chiedersi per quale motivo si sprecassero tante parole ad
una manifestazione così comica. Gli uomini s'incuriosirono.
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Allora sventolarono il vessillo e ci dichiararono criminali, malfattori del genere umano.
In molti articoli la nostra delinquenza fu chiarita e sempre nuovamente provata: e si inventarono dal principio alla fine
favole vergognose su di noi.
Dopo poco tempo si convinsero dell'inefficacia di questa tattica, che in fondo, erano utili solo per farci notare da
tutti.
Allora io mi misi in questa opinione: non ha nessuna importanza che ci deridano, che ci insultino, che ci chiamino
pagliacci o criminali: importante è che parlino di noi, che si occupino di noi che gli operai ci vedano come la sola
potenza con la quale, in futuro, si avrà una spiegazione. Un giorno dimostreremo alle critiche della stampa ebraica chi
siamo e che cosa vogliamo.
Certamente, se a quel tempo non ci furono opere di danneggiamento dirette delle nostre assemblee, ciò fu dovuto in
parte alla inconcepibile vigliaccheria dei capi dei nostri nemici. Nelle situazioni critiche, mandavano avanti gli umili e
gli sconosciuti, mentre loro attendevano, fuori del locale, il risultato del danneggiamento.
Noi eravamo quasi sempre ben informati dei progetti di questi signori. Non soltanto perché, per motivi d'opportunità,
mettemmo molti dei nostri adepti dentro le organizzazioni dei comunisti, ma perché gli stessi capi comunisti.
parlavano, a nostro vantaggio, fatto sfortunatamente assai diffuso nel popolo tedesco.
Quando avevano qualche intenzione, non riuscivano a tacere e nella maggior parte dei casi cantavano prima di: aver
fatto l'uovo. Così noi facevamo spesso i più grandi preparativi, senza che i capi comunisti avessero la più piccola
intuizione della loro prossima cacciata.
Dovemmo, a quel tempo, occuparci noi stessi della, protezione delle nostre riunioni, perché non potevamo fare,
affidamento su quella delle autorità.
Anzi i fatti ci hanno dimostrato che la forza dell'ordine era sempre dalla parte degli aizzatori.
Al massimo, l'operazione della forza dell'ordine consisteva nello sparpagliamento dell'assemblea. E questo era il solo
fine e il proposito degli agitatori contrari. Generalmente la forza dell'ordine operò nel modo più terribile e illegale che si
possa concepire.
Se in seguito a minacce i dirigenti politici erano informati che si correva il rischio che un'adunanza fosse boicotto tata,
essi non fermavano quelli che minacciavano: impedivano l'assemblea degli altri, che non avevano colpa. o ,' questo la
forza dell'ordine ritiene di dimostrare grande saggezza: e lo chiama mezzo per prevenire una inosservanza della
legge.
Perciò è sempre possibile ad un criminale impedire a una persona onesta la sua attività politica. Fingendo di favorire
la calma e la disciplina, i funzionari dello Stato si assoggettano al criminale e ammoniscono l'altro a non infastidirlo.
Quando i nazional-socialisti decisero, in alcuni posti, di riunirsi in assemblea e i Sindacati dissero che i loro
componenti lo avrebbero impedito, le forze dell'ordine no si accanirono contro quei furfanti e non li mandarono in
galera, ma ostacolarono l'assemblea.
Sì, l'autorità giudiziaria osò perfino informarci per iscritto sul divieto, spesso, se volevamo evitare tale possibilità
dovevamo fare in modo che ogni intenzione al boicottaggio fosse eliminata all'origine. E dovemmo anche considerare
ciò: qualunque comizio che è protetto soltanto dalle forze dell'ordine, torna a svantaggio degli organizzatori di fronte
alla folla. Le arringhe il cui libero svolgere assicurato soltanto da un massiccio intervento della polizia non convincono
alcuno, perché il presupposto della vittoria sugli echi bassi di un popolo è una forza evidente e presunta. Come una
persona ardita avrà successo meno difficilmente di un vigliacco nel cuore delle donne, così un partito valoroso fa
breccia nel cuore di una popolazione meglio che un partito vigliacco, rafforzato solo dalla protezione delle forze
dell'ordine.
Principalmente per questa ultima ragione il nuovo movimento dovette preoccuparsi di provvedere da sé alla propria
conservazione, a difendersi da solo e spezzare da solo la minaccia nemica
La sicurezza delle adunanze si basò su una direzione forte e adeguata delle stesse adunanze, su una schiera
disciplinare ben articolata. Quando noi nazional-socialisti organizzavamo a quel tempo un assemblea, ne eravamo i
soli dominatori. E continuamente senza sosta affermavamo quel nostro diritto di dominatori. I nostri oppositori
sapevano con sicurezza che gli agitatori sarebbero stati eliminati senza delicatezza, anche se noi fossimo stati solo
12 fra 500.
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Nelle assemblee di quell'epoca, specialmente fuori di Monaco per 15 o 16 nazional-socialisti c'erano 500 o 600
oppositori. Ciò nonostante noi non avremmo sopportato nessuna istigazione e i presenti avevano ben chiaro che noi
ci saremmo piuttosto fatti uccidere che arrenderci.
Spesso un gruppo di nostri alleati fece fronte trionfalmente all'attacco di una chiassosa e insensata maggioranza
comunista. Certamente, in queste situazioni i 15 o 16 nazional-socialisti avrebbero finito per avere la peggio. Ma agli
altri era noto che prima che ciò succedesse, un numero doppio o triplo dei loro sarebbero stati malmenati e questo
pericolo preferivano evitarlo. Abbiamo tentato di apprendere e abbiamo appreso dallo studio della tattica delle
assemblee marxiste e borghesi. I marxisti ebbero sempre una disciplina cieca, cosicché non poteva nascere, almeno"
nella borghesia l'intenzione di mandare all'aria un'assemblea marxista. Invece i comunisti si proposero sempre più di
boicottare le assemblee borghesi. Un po' per volta arrivarono ad una certa destrezza in questo settore, fino al punto di
nominare in alcune zone del Reich, un'assemblea marxista, come una istigazione contro il proletariato. E questo
specialmente quando i capi intuivano che nell'assemblea si sarebbe letto il libro delle loro colpe e rivelato, l'obbrobrio
della loro azione tendente a mentire al popolo e ad ingannarlo. Nel momento che una di queste assemblee veniva
annunziata, la stampa comunista urlava follemente;: queste persone che per principio non rispettano la legge, sovente
ricorrevano alle autorità con minacce e con petulanti richieste di impedire subito “quella istigazione contro la massa
operaia, per sfuggire al peggio”. Essi adeguavano le loro espressioni alla dabbenaggine delle autorità e ottenevano un
buon risultato. Ma se, per caso, c'era un vero funzionario tedesco e non un burattino e non raccoglieva la spudorata
pretesa, faceva seguito la ben nota richiesta a non sopportare una tale istigazione del proletariato e a intervenire a
frotte alla assemblea per “sistemare colla forte mano dell'operaio gli esponenti della borghesia”.
E bisogna essere stati presenti ad una di queste mani stazioni borghesi, bisogna aver visto i suoi dirigenti in tutta
l'ansia di darne prova! Sovente in seguito alle minacce marxiste si desisteva senza dubbio dal tenere la assemblea.
Ma il terrore era sempre tale che invece di iniziare al' 8 si iniziava verso le 9: il dirigente cercava di far crede con
opportunismo ai signori avversi convenuti all'assemblea, che egli e tutti erano contentissimi (vera finzione!) della
partecipazione di uomini estranei alle loro ideologie, perché soltanto chiarimenti scambievoli potevano unire
tendenze contrarie, stimolare la comprensione scambievole avvicinare i nemici. E approfittava dell'occasione per
garantire che non era proposito dei fautori del comizio, allontanare qualcuno dalle convinzioni finora professate. No!
Ognuno poteva scegliere la maniera di andare in Cielo, permettere la stessa cosa agli altri: perciò chiedeva che si
lasciasse libero l'oratore di giungere alla conclusione delle sue dichiarazioni, molto breve, e che non si tenesse la
manifestazione di lotta tra fratelli tedeschi...
Certamente, la maggior parte sinistra del popolo di fratelli non teneva conto di queste parole; l'oratore, ancora prima di
aver iniziato, doveva troncare fra le ingiurie più folli: spesso si otteneva il risultato che egli ringraziava la sorte,
dell'interruzione dell'estenuante procedura.
Cosi, fu un fatto nuovo per i marxisti quando noi nazional-socialisti facemmo le nostre prime riunioni, specialmente la
maniera con cui le facemmo. Essi vennero con la certezza di poter ripetere il giochetto che aveva avuto spesso buon
risultato: “oggi li annientiamo”. Più di uno venendo nelle sale delle nostre assemblee, gridò superbo questa frase ai
suoi compagni, per poi, prima di disturbare per la seconda volta, correre con la sveltezza di un fulmine sulla via! Da
noi già la guida dell'adunanza era completamente diversa. Non pregavamo il pubblico di aver la gentilezza di
ascoltare il nostro comizio, non garantivamo in anticipo completa libertà di obiezione ma decidevamo senza dubbio
che i dominatori dell'adunanza eravamo noi e che perciò ci trovavamo in casa nostra e chiunque ardisse disturbare
sarebbe stato fatto tornare al posto dal quale era venuto!
I toreri delle adunanze borghesi abbandonavano l'arena con grande rumore, a meno che come successe spesso non
cadessero dalle scale con la testa sporca di sangue.
Aggiungevamo che per i disturbatori non garantivamo niente; se fosse avanzato tempo e a noi fosse gradito avremmo
permesso una disputa, altrimenti no e facevamo parlare il compagno di partito.
I nemici restavano meravigliati già di questo. Oltre a ciò avevamo vigilatori del locale severamente organizzati. Nei
documenti borghesi sovente queste prestazioni disciplinari erano formate da signori che pensavano che la loro era
avanzata desse loro un certo diritto al comando e alla stima Ma siccome le folle incitate dai marxisti non si curavano
del comando della stima dell'età della guardia borghese in realtà era inefficace. Fin dall'inizio della nostra opera di
conferenzieri instaurai l'organizzazione di un custode del locale sotto forma di una prestazione disciplinare costituita
principalmente da giovani. Erano in parte compagni da me conosciuti fin dal servizio militare, in parte compagni
giovani di partito conosciuti da poco i quali avevo istruito fin dai primi tempi sul fatto che la paura sì può solo
distruggere con la paura, e che, in questa terra, il trionfo spetta solo ai valorosi e ai decisi; che noi ci battevamo per
una meravigliosa concezione, così grande e alta, da meritare di essere difesa e protetta anche a costo della vita. E si
insegnava anche loro che quando il ragionamento tace e spetta alla forza irruenta la decisione ultima, la migliore arma
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consiste nell'attacco; e che la nostra schiera di disciplina doveva essere preceduta dalla reputazione di costituire non
un circolo da dissertazione ma da un gruppo combattivo e disposto a tutto. I giovani avevano aspirazioni di questo
genere. La gente del nostro tempo che ha combattuto è delusa e irritata, colma di disgusto e di ripugnanza per
l'indolenza borghese. E molti seppero che la risoluzione era stata facilitata solo dalla rovinosa guida borghese della
nostra gente. Anche in quel tempo c'erano pugni pronti a difendere il popolo tedesco ma non c'erano stati cervelli per
usarli. lo vedevo brillare gli occhi dei miei giovani quando parlavo loro dell'utilità della nostra missione, quando
affermavo che tutto il senno di questo mondo rimane inefficace se la violenza non si assoggetta ad esso per
difenderlo ed appoggiarlo, che la dea della pace può soltanto camminare vicino al dio della guerra e che ogni grande
opera, della pace ha bisogno dell'aiuto della protezione della violenza. La convinzione del dovere del servizio militare
nasceva in essa in maniera ben più attiva: non nella manie a, in cui la possedevano vecchie inaridite anime
burocratiche, cioè quella di obbedire al morto comando di uno Stato morto, ma nella convinzione del dovere che grava
sull'uomo di garantire, a costo della propria vita, la sopravvivenza della nazione ora, sempre e in ogni luogo. E i
giovani si offrivano per questo dovere. Come uno sciame di calabroni si gettavano sugli agitatori delle nostre
conferenze, senza preoccuparsi del loro numero superiore, senza temere le ferite né danni sanguinosi, tutti presi dal
desiderio di facilitare la strada alla santa missione del nostro partito.
Già nell'estate del 1920 la schiera della polizia prese, gradualmente una forma ben definita, nella primavera del 1921
si ordinò in centurie divise in gruppi. E questo era assolutamente necessario perché la nostra opera di oratori i era nel
frattempo incrementata di molto. Ci riunivamo sovente nella sala della Birreria di Corte a Monaco, e ancor più spesso
nei vasti locali della città. La sala della Bürgerbräu e quella della cantina Kinde videro, nell'autunno inverno '20-'21
riunioni di moltitudini sempre più estese e la manifestazione era sempre la stessa: le assemblee del movimento
nazional-socialista riunivano tanta gente che nella maggior parte dei casi le forze dell'ordine dovevano proibire
l'ingresso da parte dei convenuti, poiché il locale era subito pieno.
***
L'ordinamento delle nostre schiere di disciplina ci pose davanti ad un dilemma molto importante.
Fino ad allora il movimento non aveva distintivi né vessilli di partito. L'esser privi di questi simboli era svantaggioso per
il presente e insostenibile per il futuro. I danni consistevano specialmente in questo, che i componenti del partito non
avevano un segno esteriore manifestante la loro adesione al nostro movimento, per l'avvenire non si poteva
ammettere la mancanza di un distintivo che avesse il carattere di un simbolo della nostra opera e che come tale
potesse essere contrapposto all'internazionale. lo già da giovane avevo avuto modo di riconoscere e di capire Il valore
psicologico d'un tale segno.
Poi, finita la guerra, fui presente ad una manifestazione marxista massiccia, davanti al Castello Reale e al Lustgarten.
Un mare di vessilli rossi di nastri rossi e di fiori rossi davano un aspetto scatenato a quella manifestazione, alla quale
parteciparono 120 mila uomini. Potei io stesso sentire e comprendere con quanta facilità il popolano si sottometta
all'incanto affascinante di una potente messinscena. La borghesia che nella politica di partito non rappresenta
nessuna idea mondiale, per questo motivo non ebbe un vessillo proprio. Era formata di “patrioti” e perciò usava il
colore del Reich.
Se questi a loro volta avessero rappresentato una data idea, si sarebbe potuto capire che i dirigenti dello Stato
riconoscessero nel vessillo statale anche il rappresentante della loro idea, perché il simbolo di questa era divenuto, a
causa loro, vessillo dello Stato e del Reich.
Ma i fatti non si svolsero in questo modo. Il Reich fu costruito senza cooperazione della borghesia tedesca e il vessillo
fu generato dal ventre della guerra. Perciò fu solo un vessillo di Stato e non significò altro compito di diffondere
un'idea mondiale. In una sola zona di lingua tedesca accadde qualcosa di simile ad un vessillo di partito della
borghesia, nell'Austria tedesca. Là, una parte della borghesia nazionale scelse il proprio vessillo di partito, i colori del
1848, nero-rosso-oro, costituendo così un simbolo che, privo di ogni valore mondiale, ebbe però un aspetto
rivoluzionario nella politica statale. Allora, i più agitati oppositori del vessillo nero-rosso-oro furono (e ancora
attualmente non lo si deve scordare) i social-democratici e i cristiano., sociali cioè i clericali. Essi oltraggiarono e
sporcarono allora quei colori, così come in seguito, nel 1918, portarono nel fango la bandiera nero-bianco-rossa.
Sicuramente il nero-rosso-oro dei partiti tedeschi dell'antica Austria era il vessillo dell'anno 1848, di un anno che fu
bensì meraviglioso ma fu rappresentato dalle più sincere anime tedesche, sebbene non manifestamente l'ebreo
nascosto conducesse l'azione. Così in pratica fino al 1920 nessun vessillo fermò il marxismo, nessun vessillo che
riguardo l'idea e mondo ne fosse il totale contrapposto. La borghesia tedesca nei suoi partiti più validi dopo il 1918
non volle più ad tarsi ad avere come simbolo proprio il vessillo del Reich, nero-rosso-oro, finalmente scoperto: però
non poté porre contro alla nuova evoluzione nessun programma propri per il futuro, o al massimo si propose la
ristrutturazione Reich tramontato. A questo proposito il vessillo nero-bianco-rosso del vecchio Reich deve la sua
rinascita come vessillo dei nostri cosiddetti partiti nazionali borghesi. E' chiaro che il simbolo di una situazione che in
condizioni poco valorose e fra eventi scandalosi, poté essere vinto d marxismo, non può servire da bandiera sotto la
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quale marxismo debba essere a sua volta distrutto.
Quegli antichi e bei colori erano amati e santi quando freschi e giovani furono uniti e così devono rimanere ogni buon
tedesco che abbia lottato sotto di essi e abbia vi` sto molti sacrificarsi per essi ma questo vessillo non può essere
segno per una lotta futura. lo al contrario dei politicanti borghesi ho sempre affermato nel nostro partito che per la
nazione tedesca è un vantaggio l'essersi privati dell'antico vessillo.
L'attuale Reich, che vende sé e i suoi cittadini, non doveva usare la gloriosa eroica bandiera nera-bianca-ossa. Finché
è presente lo scandalo di novembre, conservi il suo aspetto superficiale e non prenda possesso di quello di un
passato onesto. I nostri uomini politici borghesi dovrebbero pensare coscientemente che chi vuole per questo Stato il
vessillo nero-bianco-rosso, ruba al nostro passato. Il vessillo d'allora era adatto per il Reich d'allora, così come, grazie
al Cielo, la repubblica scelse il vessillo adatto a lei. Per questa ragione noi nazional-socialisti non avremmo potuto
accettare nessun segno espressivo della nostra opera nell'innalzare il vecchio vessillo. Perché non vogliamo
resuscitare il vecchio Reich, finito per i propri sbagli, ma creare un nuovo Stato.
Non possiamo rimanere insensibili a quello che fa la repubblica sotto il vessillo proprio. Ma noi dobbiamo essere grati
cordialmente alla sorte di aver protetto il più valoroso vessillo di guerra di tutti i tempi dal servire come lenzuolo alla
più scandalosa prostituzione.
Fummo allora molto presi dalla questione del nuovo vessillo, cioè del suo aspetto. Da ogni luogo venivano proposte,
che manifestavano buoni propositi, ma poco valore.
Perché il nuovo vessillo non doveva soltanto essere il segno esteriore della nostra battaglia, ma anche procurare una
forte impressione negli affissi, nei manifesti, ecc. Chi ha contatti con la folla sa che queste superficiali cose da poco
conto, hanno un valore fondamentale. Una bandiera che esercita una grande impressione può in migliaia di situazioni
dare la spinta iniziale ad occuparsi di un partito. Per tale ragione dovemmo rifiutare le proposte, venute da ogni parte,
di riconoscere uguale, il nostro partito col Vecchio Stato, o meglio, con quei deboli partiti il cui solo scopo è la
ristrutturazione di un regime orinai spento. Inoltre, il bianco non è un colore che ha prodotto grandi entusiasmi. E'
adeguato a pure organizzazioni di fanciulle, non a fanatici movimenti di un tempo rivoluzionario.
Fu anche proposto il nero: era adatto alla nostra epoca luttuosa, ma non aveva in sé nessuna evidente
rappresentazione del nostro partito. E pure questo colore non è sufficientemente travolgente. Il bianco-azzurro, anche
se di meraviglioso effetto estetico, non andava bene, Perché erano i colori d'uno specifico Stato Tedesco di una poco
stimata tendenza a meschinità particolaristiche. D'altra parte, anche questi colori non avevano nessuna particolare
relazione al nostro movimento. La stessa cosa si poteva affermare del bianco-nero.
Al nero-rosso-oro era meglio non pensarci. E neanche al nero-bianco-rosso per le ragioni a cui ho già accennato:
almeno, non nella maniera in cui quei colori erano disposti finora.
Quest'unione di colore è molto più ammirabile di qualunque altra. E' l'accordo più felice che ci sia. lo fui sempre
propenso a mantenere i vecchi colori, non soltanto perché per me, come militare, sono la cosa più santa che conosca,
ma perché anche il loro aspetto esterno corrisponde al mio gusto. Però dovetti rifiutare, senza eccezione, la quantità
di proposte che ci vennero fatte dall'interno del giovane partito e che quasi tutte inserivano la croce uncinata nel
vecchio vessillo. lo stesso, come dirigente, non volli manifestare subito la mia proposta, essendo probabile che
qualcun altro ne facesse una egualmente valida se non migliore.
Infatti, un dentista di Starneberg mandò un disegno, per niente cattivo, molto simile al mio, ma che aveva
un'imperfezione: la croce uncinata, aveva l'uncino curvo ed era inserita in un cerchio bianco. Dopo moltissime prove,
disegnai la forma finale: un vessillo rosso con un disco bianco, al centro del quale era posta una croce uncinata nera.
Dopo molti tentativi trovai anche un dato rapporto fra l'ampiezza del vessillo e quella del disco bianco, così anche tra
la forma e la grandezza della croce uncinata dipinta. Fu insomma il mio progetto. Mi furono proposti subito bracciali
per le schiere di disciplina; una fascia rossa con sopra una croce uncinata nera. E nello stesso modo fu disegnato un
distintivo: un disco bianco in un campo rosso e al centro la croce uncinata. Un orefice di Monaco, Füss, fece il primo
abbozzo appena usabile, e fu assunto.
Nell'estate 1920 il nuovo vessillo fu portato per la prima volta davanti al popolo. Andava benissimo per il nostro nuovo
partito: era originale e puro come quello! Nessuno, l'aveva visto prima: e destò l'impressione di una fiamma ardente.
Noi tutti sentimmo una felicità quasi infantile quando una fedele compagna di movimento fece e consegnò il nuovo
vessillo.
Già pochi mesi dopo, a Monaco, ne avevamo 6 e i sempre maggiori schieramenti polizieschi favorirono la diffusione
del simbolo del partito.
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