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LA SICILIA

SABATO 17 NOVEMBRE 2012

il FATTO

.5

Messaggio ai partiti. La nota dopo due

POLITICA

partiti in fermento

ore di vertice con Monti, Schifani e Fini.
Pdl e Pd d’accordo. Ma sulle modifiche
al Porcellum posizioni ancora distanti

Election Day il 10 marzo
dal Colle sì condizionato
I paletti: prima si approvino legge di stabilità e riforma elettorale
YASMIN INANGIRAY

ROMA. Giorgio Napolitano apre all’Election Day: la data potrà essere solo quella del 10 marzo, giorno in cui si svolgeranno, come deciso ieri, anche le Regionali in Lazio, Lombardia e Molise. Un via
libera che il Capo dello Stato è disponibile a concedere, nella sostanza, a due condizioni: l’approvazione della legge di stabilità e le modifiche all’attuale sistema di
voto. L’indicazione del Colle è contenuta
in una lunga nota e arriva dopo oltre due
ore di vertice tra il presidente della Repubblica, il premier Mario Monti e i presidenti dei due rami del Parlamento, Renato Schifani e Gianfranco Fini.
Il messaggio che il Capo dello Stato indirizza ai partiti, dopo le consultazioni
lampo avviate ieri dal premier con Abc e
i contatti informali del Colle, è chiaro: Il
timone per guidare la nave a conclusione della legislatura è nelle sue mani, così come prevede la Costituzione. E l’auspicio è di arrivare a una «costruttiva
conclusione», con l’obiettivo prioritario
dell’approvazione della legge di stabilità. Un richiesta in linea con il pensiero
di Monti. Il presidente del Consiglio considera infatti necessario che questa legge sia approvata senza intoppi e non ha
mai nascosto di essere favorevole all’Election Day.
Non meno importante però è la modifica del cosiddetto Porcellum su cui però
si registrano ancora delle distanze tra i
partiti. Ed è proprio alla “strana” maggioranza che sostiene il governo che il Colle si rivolge chiedendo «la conclusione invano e a più riprese sollecitata - del
confronto in atto da molti mesi per una
riforma della legge elettorale».
Certo, il presidente della Repubblica è
il primo a riconoscere come «i fenomeni
di disagio sociale che si stanno manifestando, sconsigliano un affannoso succedersi di prove elettorali». Ecco perché il
Quirinale resta in attesa di capire quali
saranno ora le mosse dei partiti riservandosi di fare una valutazione generale intorno a metà gennaio. Per dare il via libera formale all’Election Day il 10 marzo lo
scioglimento delle Camere dovrebbe infatti avvenire entro la metà di gennaio
2013.
Lo spiraglio aperto dal Capo dello Stato fa esultare il Pdl: «Si va nella direzione
giusta», dice il segretario del Pdl Angelino Alfano, tra i primi a commentare la
nota del Quirinale. La decisione di votare a marzo tra l’altro consentirebbe all’ex
Guardasigilli di fare le tanto tribolate
primarie del centrodestra. La voce che
circola nel partito però è che la consultazione popolare si svolga solo nelle prime
tre regioni (Lazio, Lombardia e Molise) il
16 dicembre e che poi si decida di non
andare più avanti per mancanza di tempo. A condizionare le scelte del Pdl è l’incognita Silvio Berlusconi, che avrebbe
gradito anticipare ancora di più i tempi e
attende sia le scelte sulla legge elettorale sia l’esito delle primarie del Pd per
decidere del suo futuro. Anche nel Pd la
nota del Colle viene accolta con un giudizio positivo da Pier Luigi Bersani: «Ho appena letto il comunicato e mi pare che la
valutazione sulla data delle elezioni sia
stata fatta nella sede giusta», è il commento del leader del Pd che poi ribadisce
con forza la necessità che sia modificata
la legge elettorale.
Gli occhi dunque sono tutti puntati
sul Senato dove è in corso la discussione
sulle modifiche al Porcellum. L’impegno
ribadito dal presidente del Senato è portare la legge entro la fine del mese in Aula, al voto. Le posizioni tra Pd e Pdl, però,
restano distanti anche se il dossier dell’Election Day potrebbe giocare, finalmente, a favore di un’intesa. Al lavoro il senatore Roberto Calderoli convinto che se
non si riuscirà a superare l’impasse «Napolitano indirizzerà un messaggio ai partiti per chiedere almeno il recepimento
delle indicazioni della Corte Costituzionale sul Porcellum e quindi l’introduzione di una soglia di sbarramento al di
sopra della quale far scattare il premio di
maggioranza».

IL CAVALIERE SPARA A ZERO SUL PROFESSORE

Berlusconi: un disastro con questo governo
GABRIELLA BELLUCCI

ROMA. L’attacco al governo Monti, le avances all’Udc, lo
scetticismo sulle primarie del Pdl. C’è questo e molto di più
nell’uscita pubblica di Milano, dove Berlusconi annuncia ad
una signora che va a stringergli la mano: “Vedrà che poco a
poco ritorniamo”.
Parla a ruota libera nel suo regno calcistico, senza sottrarsi
alle domande dei cronisti e senza nascondere di sentirsi in
piena forma. “Stamani ho fatto 72 flessioni, non sono poche
per uno che ha la mia età, 56 anni”, racconta, scherzando
sulla sua classe 1936 e ammiccando a due giornaliste: “Però
mi sento 35 anni e sono disposto pure a provarlo”.
Il tono diventa più serio quando Berlusconi delinea il bilancio
del governo Monti. “I dati dopo un anno sono disastrosi –
sentenzia - credo si debba cambiare assolutamente quella
politica economica imposta dalla Ue e soprattutto
dall’egemonia tedesca”. Sarà questo un motivo per staccare la
spina? “Diciamo che è il nostro segretario che si esprime al
riguardo”, risponde il Cavaliere, scaricando la patata bollente
su Alfano, con l’aggravante di parole molto dubitative sulle
primarie del Pdl. Si faranno? “Adesso vediamo la data che

sarà decisa per le elezioni”. Berlusconi dichiara la sua
preferenza per un Election day in tempi brevi, ma nel
rimettere la scelta alle sedi istituzionali rivela in anticipo
l’incontro che si sarebbe tenuto in serata al Quirinale. Una
gaffe poco apprezzata nelle alte sfere.
Molto ruvido anche il giudizio sulla classe
politica dalla quale sembra chiamarsi fuori.
“Le elezioni siciliane hanno confermato quello
che tutti i sondaggi dicevano e, cioè, che il 70%
degli italiani è disgustato da questi partiti e da
questi protagonisti”. Motivo per cui “bisogna
avere il coraggio di cambiare – dice - vediamo
un po’ cosa si potrà fare da qui al giorno delle
elezioni”. Quanto alle alleanze politiche,
Berlusconi rinnova l’ennesimo appello all’Udc,
“Non credo che Casini voglia rappresentarsi
come un manca parola”, dice, ricordando che il
suo passo indietro è stato funzionale anche
alla ricostituzione del centrodestra. Ma per la
Lombardia non ci sono dubbi: “Auspico che
Pdl e Lega possano riconoscersi in un unico candidato”.
Albertini o Maroni.

CONSIGLIO DI STATO

Voto nel Lazio
congelata
la sentenza Tar

In alto, Giorgio Napolitano. Sopra,
Silvio Berlusconi con un’ammiratrice

Un coro per il Monti-bis. E lui riflette
Ma non è escluso che vada al Quirinale
ROMA. «Lusingato». Chi ha potuto parlare con Mario
Monti descrive così la reazione del Professore ai
tanti inviti di chi, in Italia e all’estero, gli chiede di restare a palazzo Chigi. Magari alla guida di una lista
elettorale in corsa alle prossime politiche. La novità,
per chi lo conosce bene, è che il premier stavolta non
respinge l’appello, ma anzi ci riflette. E anche seriamente.
Inviti a non lasciare palazzo Chigi, secondo diverse fonti, sono arrivati non solo dal
mondo politico e imprenditoriale
Pressing
italiano, ma anche dall’estero. In
dall’Italia e particolare da Washington. E sequalcuno il tema sarebbe stadall’estero per condo
to affrontato in occasione del collola discesa in quio per la rielezione del candidato
democratico alla Casa Bianca. Aucampo del
spici in questo senso sarebbero arriProfessore, che vati anche da altre cancellerie euroda Berlino, a Madrid; passando
non la esclude pee:
per Parigi. Un pressing garbato e
sempre rispettoso del rigido galateo
diplomatico; ma che cresce con l’avvicinarsi del voto.
Pressing ben sintetizzato nell’editoriale del Financial Times in cui John Tornhill scrive che Monti
potrebbe convincersi a entrare nel prossimo esecutivo, forte di un «appeal rivitalizzante in un Paese che
non ne può più delle promesse a vuoto dei politici»
e spinto dal pressante invito delle élite italiane degli

affari «che desiderano ardentemente» un nuovo
mandato per il Professore.
A tutti, riferiscono fonti a lui vicine, Monti ha risposto con la consueta gentilezza, trincerandosi dietro un «vediamo» accompagnato da un sorriso. Un
modo per prendere tempo, senza però chiudere la
porta a questa possibilità: «È vero, stavolta non ha

escluso una simile ipotesi», ammette una persona a
lui vicina, «ma è presto per dire cosa farà».
Tanti sono infatti gli interrogativi ancora aperti che
impediscono al premier di valutare appieno pro e
contro di una scelta che per un lui, abituato ad essere un tecnico super partes, sarebbe «rivoluzionaria».
Il primo elemento da considerare prima di dare il
proprio endorsment ad una lista elettorale è la data
del voto. Fattore non indifferente per il presidente del
Consiglio e che - dopo il vertice al Quirinale - dipende dalla capacità dei partiti di riformare la legge
elettorale. Altrettanto cruciale è l’opinione del capo
dello Stato: «Il presidente tiene in grande considerazione i consigli del presidente della Repubblica. A
maggior ragione lo farà su una questione così importante», conferma una fonte vicina al capo del governo. Anche perché se il professore dovesse candidarsi al Colle potrebbe venir meno un jolly da giocare
nella complicata partita del 2013: sia per la casella di
palazzo Chigi (in caso di impasse elettorale), che
per quella del Quirinale.
Ma c’è un altro elemento che il professore tiene in
grande considerazione: «Se ritenesse che i sacrifici
fatti dagli italiani, e di cui il presidente si sente responsabile, fossero messi in pericolo dal voto, allora
potrebbe davvero “scendere in campo”», spiega una
fonte ministeriale che ha potuto parlare con lui dell’argomento.

MARIO MONTI

ROMA. Bocce ferme fino al 27
novembre. Il Consiglio di Stato ha
sospeso la sentenza del Tar del
Lazio che aveva ordinato alla
Polverini di indire le elezioni
regionali entro oggi. Il
provvedimento cautelare di
secondo grado è solo un atto
provvisorio, in attesa della camera
di consiglio fissata per il 27, alla
quale è subordinata la data delle
elezioni.
“Noi sempre nei tempi e nelle
prerogative previste dalla legge”,
commenta la governatrice del
Lazio, che contro il Tar aveva fatto
ricorso rivendicando il potere di
decidere in autonomia la
scadenza elettorale. Il Consiglio di
Stato, infatti, ha giustificato
l’adozione di un decreto
monocratico (che sospende
immediatamente l’esecuzione
della sentenza del Tar) per ragioni
di “gravità e urgenza”. Vale a dire
che in primo grado si potrebbe
essere verificata un’interferenza
sull’”esercizio del potere di
indizione delle elezioni”. Ma per
capire chi ha torto e chi ragione
bisognerà aspettare la camera di
consiglio, dopo la quale potrà
essere fissata la data del voto.
Dieci giorni duranti i quali anche il
governo nazionale potrà dirimere
la questione dell’Election day, in
parte condizionata proprio dal
voto nel Lazio.
Sul piano politico, anche il Pdl avrà
ora tempo in più per decidere
quale sfidante presentare al
candidato del Pd, Zingaretti. La
scelta è ancora in alto mare, tanto
che non è stato nemmeno deciso
che saranno le primarie a
designare il concorrente o
un’opzione di segreteria.
GA. BE.

FEDERICO GARIMBERTI

VENDOLA ATTACCA I ROTTAMATORI. MANIFESTO DI BIANCO CON 30 LIBERAL PER BERSANI

Renzi: ci arriveranno frasine e minacce. La Bindi si ricandida
ANNA RITA RAPETTA

MATTEO RENZI

ROMA. Primarie, il countdown è cominciato. Tra meno di dieci giorni si saprà chi
guiderà la coalizione di centrosinistra candidandosi alla premiership del Paese. I
nervi sono tesi. Lo sprint finale è il momento più delicato. «In questi giorni arriverà di tutto: frasine, minacce. L’ultima
settimana è la più difficile», avverte Matteo Renzi parlando ai suoi comitati alla
convention della Leopolda. Il sindaco di Firenze tiene in serbo la sua ‘bomba’, ma teme sorprese. E lancia un monito al partito:
in caso di sconfitta nessuno tocchi i ‘rottamatori’. Promette fedeltà («se perdo non
voglio premi di consolazione»), ma non
vuole vendette. Dopo essere riuscito a
mettere all’angolo D’Alema - che ha promesso di non ricandidarsi (non ha seguito l’esempio il presidente Rosy Bindi che

ieri ha fatto sapere di essere intenzionata
a chiedere al partito la deroga allo Statuto
per potersi ripresentare) - Renzi teme ritorsioni.
Per il momento, deve pararsi dai colpi
sferrati in vista del voto del 25 novembre
dall’avversario Nichi Vendola. Il comitato
del leader di Sel consiglia a Renzi di «dire
ai suoi sostenitori in giro per l’Italia di rispettare le regole, e non facciano come
hanno fatto a Biella con inserzioni pubblicitarie, naturalmente a pagamento, sui
quotidiani, finché non abbiamo protestato. In alcune realtà più che rottamatori,
sembrano furbetti».
Intanto 30 Liberal, esponenti del mondo della politica, della cultura, dell’impresa e delle istituzioni, hanno firmato un
«manifesto» di appoggio alla candidatura
di Pierluigi Bersani alle primarie del centrosinistra. Fra quanti hanno aderito all’i-

niziativa, promossa da Enzo Bianco, presidente dei Liberal Pd, ci sono Ludina Barzini, vicepresidente Liberal Pd, Luigi De Sena, Antonio Maccanico, Adolfo Battaglia,
Franco Battiato, Luigi Nicolais, presidente
del Cnr, Pasquale Pistorio, già vicepresidente Confindustria, l’ambasciatore Roberto Di Leo e ancora Giorgio Bogi e Giuseppe Facchetti.
«Alle primarie del centrosinistra - dice il
manifesto - voteremo Bersani per una ragione essenziale: ha tenuto più unito il
partito e lo sta portando a vincere le elezioni. Ma questa decisione è stata anche
confortata dalla storia personale di Bersani e dal suo impegno».
«Un rinnovamento della dirigenza democratica è d’altronde in corso. Sarebbe
utile si legasse meglio al rinnovamento
programmatico del partito imposto anche
dalla competizione del mondo globale e

dal dinamismo dei Paesi di più recente
sviluppo. Il sostegno del partito alle riforme attuate da Monti ha costituito un grande passo avanti che è stato apprezzato in
tutta Europa ed ha rimesso in moto i processi unitari del continente, conferendo al
Partito Democratico maggiore autorità
nel movimento riformatore dell’Occidente. Resistenze e ideologismi frenanti li osserviamo con coscienza storica, come ultimi figli legittimi di un tragitto ormai
concluso. Più di essi è importante la vittoria alle politiche; e il filo dipanatosi in
questi anni che ha contribuito a salvare il
Paese e rende il Pd capace di imprimere il
proprio segno sulle alleanze politiche e
sulla società», conclude il manifesto.
Da parte sua Beppe Fioroni da Palermo
auspica un’alleanza tra area riformista e
area moderata di cui il premier Mario
Monti «possa fare il direttore d’orchestra».