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Le vaccinazioni di massa.pdf


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Pagina 12328

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PAOLO DE BERNARDI

Le vaccinazioni di massa:
panacea o strumento maltusiano della tecnocrazia?
In un quotidiano locale si legge che i bambini di una scuola elementare di provincia hanno
confezionato e venduto tante bamboline di pezza, offrendo il ricavato all’UNICEF, che si impegna
ad acquistare da una casa farmaceutica 400 vaccini destinati ad altrettanti bambini africani, e
“liberarli così da moltissime malattie”.
Le osservazioni che stiamo per fare nulla tolgono al valore morale e civico del gesto di tanti
bambini, dei loro genitori e insegnanti. Essi hanno agito in buona fede, credendo sia quello il bene
da farsi, così come avrà certamente agito in buona fede il responsabile locale dell’UNICEF che ha
promosso l’opera buona a favore dei bambini africani.
L’Africa ha trovato sulla sua strada molti benefattori, forse troppi. E paradossalmente stava meglio
quando le sue regioni ricche e selvagge erano percorse dagli “avidi” mercanti d’avorio e schiavi,
prima arabi, poi portoghesi; i quali l’avevano esplorata fin dove il profitto commerciale lo rendeva
conveniente.
Gli “aiuti” verranno ormai alle soglie del sec. XX e saranno innanzitutto di tipo spirituale. I
missionari evangelizzatori portarono il battesimo, col quale dovevano liberare da almeno una delle
due gravi conseguenze del peccato originale : la perdita dell’amicizia con Dio che rende indegni
della grazia. Mentre, per l’altra grave conseguenza che era la morte, quegli stessi missionari non
promettevano ancora nulla .
In epoca coloniale classica, ai primi del Novecento, l’Africa inizierà ad essere “aiutata a
civilizzarsi” con la costruzione di strade, alberghi, ferrovie, scuole, dighe, ecc. anche se -più tardi si
comprese- molte di queste strutture dovevano servire come apparato logistico allo sfruttamento
coloniale; del resto gli stati colonialisti non possono essere paragonati ai missionari; se quelli
portano civiltà, in cambio vogliono qualcosa.
Una terza grande fase di “aiuti” avverrà in concomitanza con la decolonizzazione; intorno agli anni
’70 la FAO promuove anche in Africa la cosiddetta “rivoluzione verde”, quella che doveva
introdurre l’economia agricola di mercato e di “sviluppo”. Un’ economia che ai paesi occidentali
faceva vendere macchine agricole, fertilizzanti, pesticidi,sementi, piani di irrigazione con dighe,
canali, ecc.; mentre i paesi che ricevevano tali aiuti erano messi in condizione di… pagare i debiti.
Per i popoli che videro distrutte le proprie economie di sussistenza ( quelle “primitive”!) “sviluppo”
significò “fame”, oppure “emigrazione”, necessaria a far posto al latifondo (quello che garantisce
“produttività”).
L’Africa così aveva ricevuto: il 1) battesimo, 2) la civiltà 3) lo “sviluppo”. Quest’ultimo avrà, sì,
comportato la fame delle masse, come piccolo effetto collaterale, però aveva consentito di
importare la modernità (le infrastrutture, la telematica), e messo in condizione di pagare parte dei
colossali debiti con la vendita di colture specializzate e molto richieste dai mercati (arachidi, cotone,
tabacco, materie prime, ecc.).
Mancava un quarto fattore. L’Africa non era stata liberata dalla seconda grave conseguenza del
peccato originale: la morte e la malattia; quest’ultima si era affacciata sotto la forma dell’AIDS,
comparso in un’epoca in cui – si dice – il colonialismo era finito per davvero.
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