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Luciano Ligabue Il rumore dei baci a vuoto .pdf



Nome del file originale: Luciano Ligabue - Il rumore dei baci a vuoto.pdf
Titolo: Il Rumore Dei Baci a Vuoto
Autore: Luciano Ligabue

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Il libro
« Di fianco al cancello non c’era anima viva. Meglio cosí. Non voleva che qualcuno lo
vedesse piangere» .
Molte cose sorprendono, in queste storie. Il guizzo di una penna capace di delineare una
vita in pochi tratti. La sensibilità dello sguardo. La tenerezza. La capacità di scartare
sempre rispetto all’ovvio. L’intelligenza del dettaglio.
Sono racconti di uomini e donne, di bambini, vacanze, animali, e bilanci, e legami. Si
susseguono come i giorni, inaspettati e pieni.
Luciano Ligabue ha scritto un libro vivissimo e forte, che si legge d’un fiato ma traccia
una scia lunga dentro i pensieri.
Un cane regalato mette a nudo un matrimonio che fa fatica a stare su, e chissà se a Tano
fare il vigile basterà. E il Matto Bedini? Esisterà davvero o saranno le solite chiacchiere
di paese? Di sicuro esistono i due ragazzini che decidono di scoprire finalmente la verità.
Una lettera che un chirurgo forse aprirà, forse no. Che forse gli farà aprire gli occhi su
una storia di quotidiana disumanità, forse no, ma è certo che li farà aprire a noi.
Un’azienda che sta morendo, anche se ha ancora qualcosa da dire, e un fiume che sta
morendo, anche se ha ancora qualcosa da dire. Una vacanza nell’estate piú strana fin qui
e una in pieno inverno, e la scoperta che il passato riesce a ferire nonostante i patti e le
promesse, ma forse non mortalmente. Un comico all’apice del successo che compie una
scelta difficile da capire. Un rapimento per errore che forse non è tanto per errore. Una
moglie già anziana che si è portata dentro tutta la vita un incredibile segreto e adesso lo
svela. O forse no. E quale verde aspetterà il giovane medico per oltrepassare il semaforo
davanti al quale la sua vita sembra essersi tranquillamente assestata? E sarà davvero
morto quel gatto tirato sotto la sera in cui un papà decide che non vuole piú parlare a suo
figlio attraverso lo specchietto retrovisore? E quello scontrino pescato tra i rifiuti, e se…
una delle prossime cinque macchine fosse una golf… Ma questa casa, comunque, non la
vendo.
Ci sono molti tipi di amore, in queste storie. Nessuno facile. Verso i figli, verso i genitori,
verso gli amici, dentro le piú diverse coppie e famiglie. Ma c’è soprattutto tenerezza, nei
racconti teneri come in quelli che colpiscono dritti allo stomaco. E c’è speranza e futuro,
nei finali aperti che lasciano immaginare tante soluzioni possibili. E sempre c’è tenerezza
nello sguardo che l’autore rivolge alle persone, e ai suoi indimenticabili personaggi.

L’autore
Luciano Ligabue è nato a Correggio il 13 marzo 1960. Ha pubblicato la raccolta di
racconti Fuori e dentro il borgo (1997, Premio Elsa Morante), il romanzo La neve se ne
frega (2004) e la raccolta di poesie Lettere d’amore nel frigo (2006). Ha scritto le
sceneggiature di due film che ha diretto, Radiofreccia (1998, ispirato al primo libro di
racconti) e Da zero a dieci (2002). Nel 2004 l’Università di Teramo gli ha conferito la
laurea honoris causa.

Luciano Ligabue
Il rumore dei baci a vuoto
Einaudi

© 2012 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
In copertina: foto PhotoAlto / Wildcard Images.
Progetto grafico: Bianco.
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato,
riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato
in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato
dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto
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autorizzata di questo testo cosí come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul
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sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e
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Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito,
rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto
dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da
quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno
essere imposte anche al fruitore successivo.
www.einaudi.it

EbookISBN 9788858405864

Il rumore dei baci a vuoto

Cane in ritardo
Stava facendo il morto. Con le orecchie immerse nell’acqua, non c’era altro che il
rumore amplificato del suo respiro. Il sole, appassito da una certa foschia, lo colpiva
comunque in faccia. Poi, il campanello esterno suonò a lungo, come se qualcuno
l’avesse già premuto altre volte senza essersi fatto sentire.
Uscí dalla piscinetta e, senza nemmeno guardare, aprí il cancello con il telecomando.
– Non controlli mai chi è prima di aprire? – Busto, indolente, se ne stava immerso alla
gola.
– Naaa, – rispose Tano. Quel centinaio di metri che avrebbe dovuto fare per dare
un’occhiata a chi stava suonando lo aiutavano a, per cosí dire, concedere fiducia al
mondo. Sua moglie gli passò davanti sul trattorino. Sorrideva mentre, fra le sue
ginocchia, il figlio di Busto insisteva per tenere il volante.
– Ma guarda te: è Nicola, – disse una volta notato il muso di una jeep in ingresso. Il
cherokee si avvicinò, l’uomo e la donna dentro salutavano già con la mano. Nicola
parcheggiò fra la ghiaia e il prato, scese e raggiunse la piscinetta. Tano gli andò incontro
con un paio di birre e lo abbracciò.
– Cosa ci fai qui?
Nicola si tolse la maglietta e si stese su una sdraio.
– Facciamo un giro al mare –. Bevve un sorso. Si guardò intorno. – Oh, mi raccomando,
non fatevi scendere l’ernia eh, lavoratori.
– Cosa vuoi da noi, Vivimilano? È domenica, – fece Tano.
– Perché, tieni chiuso il ristorante la domenica?
– No.
– E allora?
– A pranzo ci pensano i ragazzi. Io arrivo per la cena.
– Hai capito come si muove il gualtieromarchesi di Cesena? – Nicola si era rivolto a
Busto appoggiato coi gomiti sul bordo della piscina. Gli aveva strizzato l’occhio.
– Senti, ma lí si tocca dappertutto? – aveva continuato.
Il suo amico aveva risposto con un sorrisetto.

– Ma non c’abbiamo un bel mangiadischi che facciamo andare un po’di Gianni Morandi
o Ranieri? – Nicola con un altro sorriso d’intesa.
– Dovremmo ridere? Le uniche cose degli anni sessanta qui intorno sono le tue battute, –
rispose Tano.
Eccoli lí, pensava, già partiti a fare battutine sui soldi che non spendeva. Questa volta
avevano resistito trenta secondi prima di cominciare. Va bene, era stato fortunato, e
allora? Suo padre gli aveva lasciato una casa di tre piani, tirata su negli anni sessanta,
quindi? Cosa ne sapevano di quanto ci voleva per la sistemata su cui tanto ironizzavano?
Costava meno abbatterla e tirarne su una nuova. In mano loro sarebbe già stata
ipotecata. La fortuna bisogna, poi, sapersela meritare.
Poco ma sicuro avrebbero presto fatto un’altra volta la battuta sul fatto che non si
prendesse un giardiniere. Cosa ne sapevano quei due? Di quel picchio che aveva avuto il
buon gusto di farsi la tana in un albero che, comunque, andava abbattuto. A lui stava
bene sentirlo mitragliare nella pancia di quel tronco. Gli stava bene vedere tutte le fasi
delle piante e dei fiori. Pisciare sull’erba mentre mangiava un’albicocca appena
staccata. Ingaggiare battaglie di nervi con le talpe. Portare a tavola e nella dispensa del
ristorante i risultati dell’orto. Riprovare ancora e ancora e ancora con i merdosi limoni
che non volevano crescere. Doveva essere lui a mettere le mani nel suo giardino, ma
cosa glielo diceva a fare?
E poi, tanto per finire il repertorio, sarebbero passati anche oggi alle battute
sull’arredamento del ristorante. Cosa volevano da lui? Era come gliel’aveva lasciato suo
padre, e allora? Era quasi sempre pieno, no? Piccolo ma pieno. Rinnovare cosa? Perché?
Per chi? Il nome, dicevano, almeno cambia il nome. Ma Ancora Azzurra era quello con
cui tutti lo conoscevano. Mi scusi, sa dirmi dov’è l’Ancora Azzurra? Chiunque avrebbe
saputo rispondere. Solo uno scemo l’avrebbe cambiato, quel nome.
Va bene, la sua era una piscinetta, si toccava dappertutto, ma a lui guardacaso andava
benissimo cosí. La volevano chiamare vasca? Prego. Busto non ci stava sguazzando
dentro? E quel ganassa di Nicola cosa voleva? Uno che gira per Milano con una jeep che
non riesce a parcheggiare mai, solo per guardare tutti dall’alto.
– Come sta? – Nicola invece, improvvisamente serio, si era rivolto a lui indicandogli
Angela laggiú.
– Abbastanza bene, adesso, – gli rispose Tano, un po’ sorpreso. Certo che per far
divertire il figlio di Busto, pensò, sua moglie ne usava di benzina su quel trattorino. – Gli
era molto affezionata. Sai, Blek ha vissuto con noi per nove anni. Comunque sono già
venti giorni. Il peggio è passato.
Busto era uscito dall’acqua e aveva stappato una birra. La marca era quella di un
supermercato. La indicò a Nicola strizzandogli ancora una volta l’occhio.

– Avete cominciato a cercarne un altro?
– Mah, io a quest’ora lo avrei già preso. Però, sai… – indicò Angela, – dice ancora che
Blek non si può sostituire.
– Si dice sempre cosí quando ti muore un cane.
Nel mettersi seduto, Busto si ricordò che la ragazza dell’amico era ancora sulla jeep.
– Senti, ma cosa ci fa Martina ancora in macchina? Guarda che Busto non morde. Al
limite si strofina sulla sua tibia.
– Ah già… Martina, – disse Nicola fingendo di essersene dimenticato.
Con una mano le rivolse il pollice alto, con l’altra la invitò a raggiungerli. Tano e Busto si
chiesero il perché di quel segnale d’intesa. Poi videro Martina, sorridente, scendere con
in braccio un batuffolo nero di una quarantina di centimetri. Sembrava vivace. Anche
Nicola sorrideva mentre guardava il suo amico Tano rimasto lí, incapace di capire. Poi
mise le mani a cerchio attorno alla bocca urlando Angela verso l’altra parte del giardino.
Martina continuava ad avvicinarsi quando il batuffolo le saltò giú dalle braccia e, tutto
sbilenco, cominciò a correre verso di loro. Il trattorino venne spento. Tano continuava a
girare gli occhi dal cane a Martina a Nicola che continuava a chiamare sua moglie.
L’affarino nero arrivò dritto ai piedi del suo amico che si piegò, lo prese in braccio e
glielo mostrò.
– È un labrador. Me l’ha dato un cugino che ne aveva già abbastanza dei tre fratellini di
questo teppista.
A Tano quello non sembrava un labrador.
– Credevo che i cani non ti piacessero.
– Questo sí, – disse Nicola alzandolo in aria.
Nel frattempo era arrivata Martina. Si erano salutati tutti. Si erano chiesti e detti come
andava.
– Bello, eh? – disse lei indicando il cane e guardando Tano.
– Be’, sí, – rispose. Aveva la sensazione che si aspettassero ancora qualcos’altro da lui.
– Ma, scusate, lo tenete in appartamento? A Milano?
Con il sorriso piú largo della giornata Martina prese il cucciolo dalle braccia di Nicola.
Andò verso Tano. Gli diede un bacio sulla guancia, gli lisciò una spalla. Gli mise in
braccio il cane. La coppia di amici, ora, faceva cenno che sí, quei due erano già una

bella combinazione. Il padrone di casa se ne stava lí, imbarazzato, sotto gli occhi di tutti.
Provava tenerezza per quell’affare che gli leccava la faccia ma non riusciva a non
pensare che i labrador non sono cani da guardia. Sempre che quello fosse un labrador.
– Grazie, che sorpresa, – disse finalmente. – Piú tardi potremmo andare tutti a
festeggiare all’Ancora Azzurra.
Nicola gli diede una pacca sulla spalla.
– Dimmi piuttosto dove tieni la canna dell’acqua, che mi ha immerdato l’intero abitacolo
sta bestia.
Angela era arrivata con il figlio di Busto per mano. Nicola e Martina la salutarono a
trentadue denti. Tano si girò. Lei poté finalmente vedere cosa suo marito stesse tenendo
in braccio. Si mise entrambe le mani davanti alla bocca. Cambiò respiro.
– Pronto, Tano, come va?
– Ciao Nicola… come hai fatto a sapere che ero io a chiamarti… ah già il display. Io sto
bene e tu?
– Sto da mulo. Se non faccio un po’ di vacanza schiatto. Dimmi pure, giargiana.
– No, niente, era solo per dirti che il cane l’abbiamo chiamato Neve.
– Come Neve? Ma se è nero.
– Appunto. Per contrasto, capisci?
– Ah… per contrasto… Come sta Angela?
– Bene. Diciamo che sta già piú addosso al cane che a me.
– Se fossi costretto a scegliere farei cosí anch’io.
– Ah, senti, poi c’è un’altra cosa: non è un labrador.
– Come non è un labrador?
– Non è un labrador. L’abbiamo fatto vedere al veterinario e ci ha detto che non lo è. O
meglio, lo è al sessanta, settanta per cento.
– Be’, sessanta, settanta per cento non è poco.
– Non è poco ma non è abbastanza per chiamarlo labrador.

– Cambia qualcosa, scusa?
– No, però ci tenevo a farti sapere che tuo cugino ha una cagna labrador che,
probabilmente, è stata montata da un terranova.
– Mi sa che a quest’ora se ne sarà accorto anche lui.
– Oh, passate a trovarci quando venite al mare.
– E voi se venite a Milano.
– Adesso, con il cane cosí piccolo, ci muoviamo poco da casa. Comunque se capita
veniamo senz’altro. Ciao Nicola.
– Te saludi, Africa.
Neve si era saldamente piazzato al centro delle attenzioni di Angela. Il fatto che fosse un
bastardo le faceva ancora piú tenerezza. Dai labrador aveva preso il lato giocherellone e
ancora, in materia di affetti, non era un buongustaio: si dava totalmente a tutti.
Figuriamoci a lei. Ma soprattutto era cagionevole di salute, il che glielo rendeva
assolutamente irresistibile.
Tano seguiva un’altra linea sentimentale. Certo, non riusciva a non provare simpatia per i
suoi slanci affettivi, ma quella bestia non era in alcun modo addomesticabile. Non si
contavano piú le volte che aveva provato a insegnargli ad abbaiare alla gente che si
avvicinava al cancello. L’unico risultato era di sentirlo ululare quando qualcuno se ne
andava, una volta che era già fuori. Insomma, al suo meglio avrebbe dato un arrivederci
ai ladri. E cosí, rispetto alla sicurezza in casa, gli amici di Milano in realtà gli avevano
regalato un guaio. Di prenderne un altro, ora, proprio non se ne parlava e quello andava
tenuto.
Le cose venivano anche complicate dalle devastazioni che Neve faceva nell’orto. Non
c’era bastone con cui fargliela capire. E poi, per colpa sua, ogni giorno c’era un litigio
con Angela. Suo padre aveva sempre cresciuto i cani ad acqua e sbobba e quelli erano
sempre vissuti sani e a lungo. Perché il cibo speciale? Perché lo shampoo speciale?
Perché l’osso finto speciale? Perché il collare speciale? Perché i biscottini? Perché il
veterinario ogni due settimane?
– Pronto, Nicola, sono io.
– Uè, Tano, che aria tira a Cesena?
– A dire la verità aria un po’ loffia di bassa stagione. Comunque il ristorante va benino.
– Insomma incassi, eh? Incassi… E dove la spendi tutta sta moneta?

– In buona parte va via col tuo cane.
– Come il mio? Il vostro cane.
– Sí, va be’…
– Spiega: cosa succede?
– Succede che si è messo a perdere il pelo a ciuffi, gli erano venute tutte delle chiazze.
Siamo tornati per la centesima volta dal veterinario che proprio non capiva. Finché con
che cosa se ne esce? Che Neve ha la rogna rossa.
– Oh, merda.
– Solo il termine fa senso, eh? Infatti stiamo molto attenti che non si sappia in giro, che va
a finire che nessuno viene piú all’Ancora Azzurra. In realtà come malattia non è infettiva.
Cioè non ho capito se fra cani se l’attaccano, ma di sicuro – il veterinario me l’ha giurato
su sua madre – non contagia le persone. Ha anche detto che ormai è rarissima, anzi, lui
pensava non esistesse nemmeno piú. Però il nostro cagnolino ce l’ha fatta a resuscitarla e
prendersela. Comunque non è mortale.
– Be’, meno male… almeno quello.
– E cosí siamo qui col cane tenuto in casa, pomate, medicine ficcate nella pappa,
controlli dal veterinario… io che faccio l’amore con una donna che continua a carezzare
un pelo affetto da rogna rossa e costringe pure me a farlo che se no il povero Neve non
si sente amato.
– Mi dispiace.
– Figurati. Ah, senti, di’pure a tuo cugino che la sua cagna forse si è fatta montare anche
da un cavallo perché suo figlio, qua, sta diventando enorme. Inoltre avvisalo che può
darsi che abbia un po’ di rogna rossa in giro per casa. Sembra che sia una malattia
genetica.
– Cioè… non ci si crede… A parte questo come state, Tano?
– Come stiamo? Una meraviglia. Il cane ha qualcuno che pensa costantemente a lui, mia
moglie ha una missione da compiere e io ho il libretto d’assegni sempre in mano.
– Mi dispiace.
– Questo l’hai già detto.
– Dài, vedrai che presto passa tutto.

– Alla prossima.
Quello a casa di Tano e Angela fu davvero un autunno particolare. Prima di tutto ci
furono i ladri.
Era una notte in cui stavano dormendo da un paio d’ore quando Neve cominciò a ululare.
Tano si infilò un giubbotto al volo, prese la mazza da baseball e corse giú ma non trovò
nessuno. Il suo cane continuava ad abbaiare a qualcuno che se n’era andato. Per fortuna
avevano svaligiato soltanto il piano terra dove c’erano quasi solo stanze ripostiglio. C’era
anche l’ufficetto in cui Tano, con la scusa di fare i conti, se ne stava per i fatti suoi e lí, a
dire il vero, avevano fatto fuori il computer, la tele e il videoregistratore. Ma era tutto
materiale comprato di seconda mano diversi anni prima. Insomma, si erano dovuti
accontentare di poco. Questo non impedí a Tano di infuriarsi con l’unico cane in ritardo
in circolazione.
Poi ci fu quell’altro episodio di cui il padrone di casa non seppe mai niente. Angela se lo
tenne per sé. Capitò all’ora di pranzo di un giorno in cui non era andata in ufficio per via
dell’influenza. Suo marito era all’Ancora Azzurra. Stesa sul divano, cotta dalla febbre, a
un certo punto sentí un rumore dal piano terra. Scese a dare un’occhiata e, nell’ufficio di
Tano, trovò Neve accucciato ai piedi di una zingara che teneva in braccio una bambina.
Il cane scodinzolava. La tipa la guardò prima duramente, poi le porse la mano a
chiedere l’elemosina. Angela, spaventata: – Se ne vada. Guardi che faccio scendere mio
marito.
La zingara fece un sorrisetto. Sembrava sapere che non c’era nessun marito in casa. Poi
riprese l’espressione di supplica.
– Come ha fatto a entrare?
La mano col palmo verso l’alto.
– Esca subito o chiamo i carabinieri.
La bambina si mise a piangere. Sua madre cominciò a proferire frasi in qualche lingua
dell’Est che avevano tutta l’aria di essere maledizioni. Neve non faceva che scodinzolare.
– Va bene, l’ha voluto lei –. Angela prese il telefono. Rimase per un po’a guardare negli
occhi la zingara. Fece lentamente il numero dei carabinieri. L’altra non abbassò lo
sguardo, la bambina che continuava a piangere. Al pronto che si sentí dall’altra parte
chiuse la comunicazione, stava tremando. La tipa rimase a guardarla fissa ancora un po’.
Poi si girò di scatto, andò a premere il pulsante che apriva il cancello – sapeva dov’era –
e si avviò verso l’uscita. Angela corse su a recuperare venti euro ma, quando fu di nuovo
sotto, il cancello era chiuso. Non c’era anima in giro. Neve adesso ululava.
Fu, soprattutto, un autunno trascorso in casa. La faccenda della rogna rossa non

permetteva loro di uscire né di invitare nessuno. Per il resto, il ristorante procedeva bene
senza chiedergli troppo e il giardino si allineava alla stagione.
La vera novità fu che Tano e Busto si erano messi a vendere oggetti su e-bay. Andavano
per mercatini dell’usato ogni sabato e domenica mattina. Compravano di tutto: accendini,
mulinelli, soprammobili. Poi mettevano ogni cosa dentro una scatola da scarpe ricoperta
da un drappo di raso e, con la digitale, la fotografavano. Quindi, armati di dizionario
d’inglese, cercavano di comunicare con gli americani mostrando al meglio la loro
mercanzia. La cosa funzionava. Festeggiavano come bambini a ogni chiusura d’asta
favorevole, anche se si trattava di pochi euro.
Fu durante un altro di quei sabati pomeriggio di movimento della loro piccola società che
Angela rientrò con Neve dalla visita al veterinario. La rogna rossa era alle spalle da un
paio di settimane ma, nel frattempo, il cane aveva cominciato a zoppicare. Tano era
felice del suo minibusiness come quando, da piccolo, faceva affari con le figurine o con
i giornalini. Sentí l’aria cambiare dal momento in cui sua moglie passò il cancello. Ebbe
conferma delle sue sensazioni dal tono con cui, una volta entrata in ufficio, gli disse: – Ti
devo parlare.
– Pronto. Chi non muore si risente, eh, Tano?
– Ma cosa parli a fare che chiamo sempre e solo io.
– Purtroppo mi prendi alla sprovvista e al momento non c’ho neanche una scusa buona
da tirare fuori ma se mi dài cinque minuti…
– O cinque giorni…
– No, dài, a parte gli scherzi sono stato davvero impegnatissimo. Comunque nei prossimi
mesi vedrai che recupero. Come state tu e Angela?
– Stiamo.
– E... coso… lí… Neve? Gli è passata quella malattia?
– Ecco guarda, ti chiamavo proprio per questo. Il tuo cane, una volta guarito dalla rogna
rossa, ha cominciato a zoppicare. Io dicevo non è niente, dài Angela. E lei, invece, ma
come non è niente, non vedi come cammina poverino? Morale: arricchiamo sto
veterinario, va’. Lui lo visita e sai che cosa viene fuori stavolta? Malformazione genetica
degenerativa dell’anca. Cioè, o lo fate operare subito o perde l’uso della zampa inferiore
destra. Indovina un po’ com’è andata?
– L’avete fatto operare.
– Bravo. L’abbiamo fatto operare da uno di Parma. Cioè duecento chilometri per
raggiungere il piú vicino fra quelli in grado di fare quel tipo di operazione. Ora siamo qui

con il cane, fasciato a metà, che tutto il giorno vuole giocare e correre mentre noi glielo
dobbiamo impedire per i prossimi due mesi. Proprio per questo abbiamo dovuto
costruire una gabbia speciale, perché non si butti a capofitto in giardino. Costo: mille
euro. Ah, a proposito: l’operazione ne è costata tremila.
– Eh, ma che sfiga…
– Ecco: parlando di sfiga, mi dici come capita che questo si becchi tutte le malattie
genetiche piú strane e sua madre, la cagna di tuo cugino, quella che dovrebbe avergliele
passate, non sembra denotare sintomi?
– Ok, Tano, adesso te lo dico: non c’è nessun cugino ad avermi regalato quel cane. L’ho
comprato io. Avevo saputo di come Angela stesse male per la morte di Blek.
– Cioè, mi stai dicendo che hai pagato per buono un incrocio fra un terranova, un cavallo
e un labrador scemo?
– In effetti quel pezzo di merda che me l’ha venduto mi ha fregato. Ci sono rimasto male
quando mi hai detto che non era di razza. D’altronde è pieno di pezzi di merda in giro.
– Non solo, ti ha anche messo dentro, allo stesso prezzo, una compilation di malattie
genetiche rarissime.
– Va be’, dài, quella è sfiga e basta. Come fa uno a sapere di cosa si ammalerà una
bestiola? E poi lo sai che non mi intendo assolutamente di cani.
– Ma come si fa?
– Come si fa cosa, scusa?
– Come si fa a essere come te? Un cane non si regala, riesci a capirlo? Il cane va scelto
con calma, devi sentire che è lui. E poi devi prendere tutte le notizie che ti servono, visto
che ci passerai insieme sette-otto anni della tua vita. Ma tu, bello bello, senza pensarci un
attimo, non solo decidi di regalarcene uno, ma lo fai senza saperne la benché minima
minchia facendoti ovviamente fregare. Però se fossero cazzi tuoi, pazienza, te lo saresti
meritato, no? Il problema è che sono cazzi miei, quel cane lo hai imposto a me, lo
capisci, vero?
– Fra tutti quelli che avevamo visto era il piú tenero. Ve l’abbiamo regalato veramente di
cuore.
– Mi dovresti fare una cortesia, Nicola: te ne dovresti andare a fare in culo a sangue e
tornare solo quando te lo dico io.
Passò anche quella. Furono due mesi difficili, ma passò. Angela, ormai, aveva messo
Neve davanti a tutto. Quel cane sempre pronto a fare le feste nonostante tutti i guai fisici,

la fascia bianca a coprire per metà il suo pelo nero. Quel cane da obbligare a star
sempre seduto, da costringere a non correre, a non giocare.
Le poche ore che lo mettevano in gabbia ululava e guaiva tutto il tempo e Angela non
resisteva piú e correva a liberarlo. E allora dovevano vigilare su di lui costantemente,
costantemente cercare di farlo stare buono.
Quando ci pensava, Tano trovava che tutto sommato quella di vigilare era un po’una sua
vocazione. Tutto procedeva come gli era stato lasciato. Il ristorante, la casa, il giardino. Il
picchio continuava ad andare e venire. I limoni continuavano a non farsi vedere. Doveva
solo controllare che non ci fosse qualche intoppo nel traffico. Tutto lí.
Comunque, appunto, era passata anche quella e, un quarto d’ora il primo giorno,
mezz’ora il secondo e cosí via, avevano lasciato che Neve si scatenasse nel giardino.
Pian piano, per il sollievo di tutti, il cane smise di zoppicare. Angela chiamò il veterinario
per dirgli che era andato tutto bene. Prenotò la prossima visita.
Fu solo dopo una settimana che l’animale cominciò a posare male la zampa inferiore
sinistra.
– Ammettiamolo, Angela, non è il nostro cane.
– Che cosa stai dicendo?
– Che è un cane sfortunato. Nato sfortunato, cresciuto sfortunato, probabilmente vivrà il
resto della vita sfortunato.
– Quindi?
– Quindi non è giusto che noi due siamo costretti a pagare il prezzo della sua sfortuna.
– Non è che stai parlando del prezzo del veterinario e del chirurgo, vero?
– Dài, Angela. Non ti rendi conto di quanto la nostra vita sia condizionata dai suoi guai?
– Non so di cosa stai parlando. Abbiamo un cane bellissimo, affettuosissimo.
– Senti, io non li tiro fuori altri tremila euro per l’anca sinistra.
– Cosa consigli, allora, che ce ne stiamo qui a guardare fin quando non potrà piú usare
quella zampa?
– No.
– E allora cosa?

– Di farlo sopprimere.
Angela provò a contare qualche secondo ma fu tutto inutile, la sua rabbia avrebbe avuto
bisogno di ben altri tempi.
– Non ci posso credere. Chi sei? O meglio, chi sei diventato? No, anzi te lo dico io che tu
non te ne sei accorto: sei un mostro.
– Attenta a non esagerare.
– Esagero? Io esagero? Come si può definire uno che riesce anche solo a pensare di far
ammazzare una creatura come Neve?
– Io non ho detto di farlo ammazzare.
– Ah no? E cos’hai detto? Sentiamo.
– Ho detto di farlo sopprimere.
La rabbia diventò velocemente disprezzo.
– Non so come tu faccia a non provare un filo di vergogna. Neve verrà operato.
L’operazione la pago io facendo tutti gli straordinari che serviranno. Vado io a Parma.
Lo seguo io durante la convalescenza. A te non viene chiesto niente, va bene? La
discussione è chiusa.
Due settimane dopo erano stati dal chirurgo. Tutti e tre. Anche quell’operazione riuscí.
Nei due mesi di convalescenza del cane, Tano recuperò un po’ con sua moglie.
L’operazione l’aveva poi pagata lui. Cominciò anche a lasciarsi andare con Neve. Da
buon vigile doveva preoccuparsi che il traffico scorresse. E nella sua famiglia, perché il
traffico scorresse, doveva amare quel cane. Tutto sommato, ora, non gli costava
nemmeno troppa fatica. Quell’animale era simpatico, quando non gli veniva di pensarlo
tonto. E poi l’aveva preso come un investimento da ammortizzare. Nel giro di un anno
soltanto gli era costato piú dei nove anni di vita di Blek. Ora sentiva che non si sarebbe piú
ammalato e, in qualche modo, avrebbe ripagato negli anni a venire. Se non altro
affettivamente. E poi c’era Angela. La vera certezza del flusso di traffico che era
chiamato a vigilare. Cane compreso.
Adesso era maggio inoltrato. Il campionato aveva già detto la sua. Poco lontano si
cominciava a preparare l’ennesima stagione turistica e gli effetti si sarebbero sentiti
anche sul ristorante. Le temperature erano sopra la media, come se giugno non avesse
saputo resistere. Avevano già riaperto la piscinetta.
Il giardino era al suo meglio. Neve era in salute. Stava mantenendo le promesse del
carattere: era un cane fatto per giocare. Ogni tanto rovinava ancora qualche pianta
oppure rovesciava il tavolino con sopra le bibite. Non aveva piú problemi con le zampe:

camminare scomposto ed essere maldestro rientravano nella sua natura. Tano aveva
imparato a tollerarla quella natura cosí inaddomesticabile, cosí incapace di seguire il
flusso del traffico. Angela, dopo tutte quelle prove, si era avvicinata di piú a suo marito.
Forse aveva la sensazione che adesso la famiglia fosse delineata, completa, comunque
chiara.
Busto andava spesso a trovarli. Suo figlio durante l’inverno aveva imparato a nuotare, la
piscina veniva particolarmente buona. Unico problema: il piccolo si spaventava a morte
ogni volta che Neve gli si avvicinava. La cosa era comprensibilissima: piú o meno alti
uguali, non doveva essere una bella sensazione quella di avere un muso di cane sempre
di fianco alla tua faccia. E poi, neanche a farlo apposta, l’animale gli andava addosso
ogni due minuti e ogni due minuti si dovevano vedere il bambino attaccarsi alle gambe
del padre e Tano accorrere a cacciare Neve. A lungo andare saltavano i nervi ma né il
figlio di Busto né il cane cedevano. Il primo non riusciva a tranquillizzarsi, il secondo non
ce la faceva a giocare da un’altra parte.
Quel sabato pomeriggio erano lí. Il bambino sguazzava in acqua. Neve continuava a
girare attorno alla piscinetta come a volerlo annusare appena possibile, ma il figlio di
Busto si guardava bene dall’avvicinarsi ai bordi. Ogni tanto suo padre o Tano cacciavano
il cane ma quello tornava subito dopo.
– Angela è fuori? – Busto era sulla solita sdraio.
– È con Serena al centro commerciale a farmi sanguinare la carta di credito. Scusa un
attimo.
Tano afferrò il bastone di suo padre e corse verso Neve che stava facendo una buca
nell’insalata cinquanta metri piú in là.
– Va’ via. Va’ via.
Il cane scattò di corsa a fare, come al solito, il giro della casa. Tano col bastone controllò
i danni nell’orto. Alzò le spalle. Si girò e vide a bordo piscina Busto asciugare suo figlio
uscito dall’acqua. Vide che Neve li stava raggiungendo. Si avviò in fretta verso di loro. Il
bambino, come sempre, cercava di proteggersi dietro il corpo di suo padre, Neve non
mollava. Dopo un po’ il figlio di Busto sembrò finalmente calmarsi e affrontare la cosa.
Si mise fermo con gli occhi chiusi. Il cane gli leccò un po’ la faccia. Tano era arrivato da
loro. Brandiva sempre il bastone di suo padre. Neve se ne andò. Busto, con sollievo,
cominciò a vestire il figlio.
– Di’ un po’: ti scrive ancora quel Thomas? – chiese all’amico.
Il cane si era riavvicinato. Il bambino non aveva piú cosí paura.
– Cosa vuole da noi? Che rimborsiamo? Può capitare che un pezzo…

Neve aveva ripreso a leccare la faccia del figlio di Busto.
– … si spacchi nel tragitto Cesena - Saint Louis eh eh…
All’improvviso il cane affondò i denti in una guancia. Il bambino cominciò a strillare, si
attaccò alle gambe di suo padre che, a sua volta, urlava a squarciagola. Tano alzò il
bastone.
– Lascialo! Lascialo! – Se lo avesse colpito, l’animale avrebbe staccato la carne.
Le urla si accavallavano. Nessuno sapeva cosa fare. Busto provava a spingerlo via, ma
davvero non sapeva come togliere il cane di lí mentre sentiva la presa disperata di suo
figlio terrorizzato: c’era un animale alto come lui con i denti piantati nella sua faccia.
Tano continuava a urlare per l’impotenza di non poterlo bastonare. Neve restava cosí,
senza emettere alcun rumore. Il bambino mollò la presa e cominciò ad afflosciarsi a
terra. Nello stesso istante Neve mollò la sua, di presa, e come niente fosse tornò dove
c’era l’insalata. Busto si gettò su suo figlio. Vide che respirava. Vide che i segni sul viso
erano profondi ma non c’erano lacerazioni importanti. Pensò che forse con pochi punti di
sutura si poteva sistemare. Si girò verso il suo amico in piedi di fianco a lui. Gli indicò il
cane.
– Ammazzalo tu prima che te lo ammazzi io!
Tano se ne stava lí, inebetito. Il suo amico corse a prendere dei tovagliolini sul tavolo e
con quelli tamponò la guancia del figlio.
– Ho detto: ammazza il tuo cane!
Busto prese in braccio il figlio e fece per raggiungere la macchina.
– Dove vai? – Il padrone di casa lo stava seguendo.
– Al pronto soccorso, no? Vai subito a far fuori quella best…
Tano, col bastone, gli diede un colpo secco sulla nuca. Il suo amico cadde svenuto. Il
traffico adesso era quasi fermo. Buttò un’occhiata alla guancia del bambino. Con due
punti si aggiustava tutto. Controllò l’ematoma sulla testa di Busto. Con il ghiaccio si
aggiustava tutto. Diede un’occhiata intorno. Il cane continuava la buca nell’orto. I limoni
continuavano a non farsi. L’acqua della piscina era particolarmente calma. Dietro la
fessura di fianco al cancello non c’era anima viva. Meglio cosí. Non voleva che
qualcuno lo vedesse piangere. Non voleva che qualcuno lo sentisse bisbigliare: circolare!
circolare!

Livello: facile
– Quando fai cosí, Manuel, sei inguardabile. È pieno di piagnoni in giro, ma speravo di
averla schivata con te.
– Non sono un piagnone. Devo tornare per le sette, tutto lí.
– Devo tornare per le sette... gnegné.
Manuel pensò che non c’era niente da fare, adesso era davvero incastrato lí in mezzo.
Dietro di lui c’era il disonore vita natural durante, davanti chissà.
– Dài che i miei mi blindano in casa tutta la settimana. Non c’è niente lí dentro.
– E allora se non c’è niente di cosa hai paura? Senti cagone, io vado. Voglio vedere se
son tutte balle quelle che dicono.
Quello che dicevano era che in quel parco e in quella villa, la villa del famoso Matto
Bedini, c’era un mondo a parte. Strumenti di tortura, trabocchetti, tagliole, serpenti e
tarantole, soffitti che si abbassavano, botole che si spalancavano, porte che si sbarravano.
E lui, il Matto Bedini? Si diceva che fosse gobbo ma fortissimo, storpio ma agilissimo.
Il signor Martelli, l’unico in paese a conoscerlo, era il solo a potersi avvicinare alla casa.
Gli portava la spesa ogni tre giorni e gliela lasciava nel bunker ritirando i soldi e il
biglietto con le prossime ordinazioni. Poteva farlo soltanto fra le sette e trenta e le sette e
quaranta del mattino. Altrimenti anche lui, come il resto del mondo, si sarebbe beccato i
pallettoni a sale o, peggio ancora, le zanne di uno dei tre mastini. Il signor Martelli aveva
la consegna del totale silenzio rispetto al Matto Bedini, alla sua villa e al suo parco, e
c’era da dire che, fosse per paura, fosse per motivi suoi, non aveva mai aperto bocca
con nessuno.
Ma il piatto forte delle chiacchiere di paese era il cannibalismo di quell’eremita. Si
diceva che all’interno del bunker frollasse cadaveri sotto sale. Solo qualche bambino di
sei anni avrebbe potuto credere a quella storia, pensava Manuel. Certo che quel parco
cosí fitto... quella villa cosí fatiscente… Forse era solo un problema di incuria.
– Se poi arrivo dopo le otto, mi tengono chiuso per un mese –. Manuel giocava le ultime
carte ma senza contarci piú di tanto. Troppe volte avevano rinviato quel momento.
Troppe volte l’avevano progettato. Bisognava farlo una volta per tutte.
Nello, intanto, aveva scavalcato il fosso ed era già nel parco perché, stranezza nella
stranezza, attorno alla dimora Bedini non c’era alcuna recinzione. Si girò verso l’amico e
gli fece ampi gesti perché lo raggiungesse. Dietro di lui si ergeva la giungla. Ai suoi piedi
il tronco di un albero pluricentenario da poco abbattuto e segato in piú parti.

– Sono già le sei e dieci, non faccio in tempo. Torniamo un altro giorno, dài.
Ma dal parco il suo amico, esaltato, continuava a fargli segno di raggiungerlo. Non aveva
scelta, se non avesse saltato quel fosso se ne sarebbe vergognato per la vita. Lo saltò.
Si acquattò contro un tronco. Ci vorrebbe un machete, pensò, per avanzare. Gli alberi,
altissimi, erano quasi spogli ma la luce non passava ugualmente. Il suo amico, dalla
pianta vicina, continuava a dire:
– Ci siamo. Ci siamo. L’abbiamo fatto.
– Va be’, ce ne possiamo andare adesso?
– Non ci provare, fifone: il bunker e poi la casa. Lo sai bene.
Lo sapeva, lo sapeva bene. Finché si era trattato di progettare, era stato facile dire
entriamo sia nel bunker che nella casa. Ora era tutta un’altra roba.
Diede un paio di occhiate alla villa. Finestre e porte, come sempre, erano sbarrate. Ogni
volta che avevano pattugliato la zona le avevano trovate cosí. E se fosse stata disabitata?
Messa com’era poteva anche esserlo, no? Ma se anche solamente il Matto Bedini non
fosse stato in casa quel pomeriggio? Troppo bello per essere vero.
Nello era partito verso la montagnola. Quello che veniva chiamato bunker ci era stato
ricavato dentro, o forse era stato tirato su e poi avevano fatto la montagnola sopra. Si
trattava comunque della dispensa che i Bedini avevano fatto costruire un secolo prima. A
detta di molti quello era il primo stadio dell’orrore. Lí ci potevano essere gli strumenti di
tortura, lí avrebbero potuto esserci quarti di uomo, o di donna, lí il matto avrebbe potuto
consumare i suoi pasti orrendi. Ma Manuel non aveva sei anni, quindi non arrivava a
pensare a tanto. Certo, si diceva, perché proprio loro due dovevano andare a controllare?
Il suo amico si muoveva a salti, chinandosi su se stesso dopo ognuno. Non poteva che
seguirlo. Cercava di fare attenzione a dove metteva i piedi sperando di evitare gli animali
di cui si diceva, ma quella era una selva inestricabile. Erba, erbacce, felci e sottobosco
arrivavano al ginocchio. Poteva solo posarci un piede alla volta imponendosi di essere il
piú leggero possibile, di non affondarci dentro. E poi pregare pregare pregare.
– Attento, i cani i cani! – gli urlò Nello.
Manuel si buttò a terra, terrorizzato, faccia in giú. Aveva dovuto scegliere fra le tarantole
e le famose tre bestie con cui Bedini spartiva pasti umani. Non ci aveva pensato due
volte, che venissero pure le tarantole e la facessero finita prima di quei cani tremendi e
che lassú in cielo facessero qualcosa perché se usciva di lí avrebbe finito sempre i
compiti prima delle cinque e lavato la macchina una volta al mese a papà e fatto la
spesa per la mamma e buttato via la playstation che se solo ci pensava adesso avrebbe
potuto essere a casa e strapazzarla come voleva semplicemente scegliendo il livello

facile. Facile come per quei mastini annusare la sua paura e quindi trovarlo, ma non
poteva farci niente e che punizione tremenda, in fondo non aveva ammazzato nessuno,
era in un parco che non aveva nemmeno la recinzione, non se n’erano accorti lassú?
Sentí l’amico ridere. Si girò con la faccia graffiata dalle erbacce. Nello lo stava
indicando spanciandosi. Attorno niente animali. Guardò la casa, nessuna reazione all’urlo
dell’amico.
– Sei proprio un imbecille.
– E tu un coniglio, ma ti vedi?
– Parla piano, deficiente, che col casino che hai fatto è già tanto se i cani non sono
arrivati davvero.
Nello si portò l’indice al naso e riprese ad avvicinarsi alla montagnola. Ora Manuel
pensava solo a fare presto e ad andarsene una buona volta – sempre che se ne fossero
andati prima o poi – da lí. Per cui accelerò il passo, fregandosene se cosí aumentava il
rumore. Arrivò a sorpassare l’amico. Nonostante la fretta e l’agitazione non aveva potuto
fare a meno di notare che su un paio di alberi erano state incise le stesse iniziali: F C.
Non sapeva come si chiamasse di nome il Matto Bedini e quindi non capiva se era una
cosa che riguardasse l’eremita o se mai una coppia di innamorati coraggiosi si fosse
spinta fin dove erano arrivati loro. Ora però era già di fronte al bunker e si era girato ad
aspettare Nello con aria di sfida.
– Cosí mi piaci, – gli disse l’amico appena lo raggiunse.
Il bunker sembrava semplicemente una montagnola con una porta di vecchio legno
massiccio.
– Hai visto? – chiese Nello indicando le iniziali F C intagliate anche lí sopra, in un angolo,
in piccolo.
La maniglia era in ferro e sembrava proprio di un secolo prima. Va bene, ora c’erano
davvero, si trattava di entrare: come avrebbero fatto? Manuel realizzò solo allora, con
sollievo, che non si erano procurati nessun attrezzo per forzare un bel niente. Non
sarebbero entrati e buona lí. Ma fece appena in tempo a rilassarsi su quel pensiero che
l’amico, abbassando la maniglia e spingendo la porta, l’aprí, non era chiusa a chiave.
La vecchia dispensa era completamente al buio. Nello entrò senza indugi. Manuel aveva
avuto il gesto istintivo di trattenerlo per il giubbotto, ma poi se n’era un po’ vergognato e
aveva lasciato l’amico infilarsi in quell’oscurità. La sua apnea continuava mentre, di qua
dalla soglia, non sentiva alcun suono dall’interno del bunker e non riusciva a distinguere
nessuna forma che lo confortasse in qualche modo o lo spaventasse del tutto e cosí sia.

Niente rumori, niente sagome. Niente respiro.
Poi, di colpo, si accese la luce. Il suo amico sorrideva trionfante di fianco all’interruttore.
Il bunker altro non era che un cantinino di pochi metri quadrati. Confetture, pelati, pacchi
di pasta, confezioni di merendine e di pane da toast, formaggi. C’erano, sí, ganci da
macellaio ma reggevano salami, coppe e prosciutti, altro che parti umane. Una cosa era
chiara: quella casa era tuttora abitata.
Presto Manuel notò un osso per terra, sotto il ripiano piú basso. Ebbe un breve momento
di panico ma poi riuscí a pensare che sicuramente era quello di un animale portato lí da
uno dei tre cani. Nello, intanto, si era avvicinato a un cartone e ne aveva estratto una
bottiglia di vino.
– Gliela facciamo? Festeggiamo?
– Mettila giú subito, – disse secco Manuel.
Inaspettatamente il suo amico gli obbedí senza discutere. Poi gli si avvicinò e gli chiese
sottovoce:
– Hai visto anche tu quell’osso?
Manuel sentí gelare nuca e schiena. Il fatto che anche Nello l’avesse notato ci poteva
stare, ma che si facesse vedere cosí turbato…
– Sí, – gli aveva risposto guardandosi bene dal posarci gli occhi sopra di nuovo.
– Secondo te?
– Non lo so.
Nello spense la luce. Uscirono chiudendo la porta alle loro spalle. Ora faceva quasi buio.
Piú buio, comunque, delle normali sere d’ottobre. Inoltre faceva freddo lí in mezzo. Il
sole che non passava di giorno non aveva potuto fare il suo lavoro.
– Andiamo, – disse Nello indicando la villa.
Manuel aveva notato che in quell’andiamo non c’era piú tutta la sfacciataggine di prima.
E adesso la rimpiangeva.
Ancora una volta si spostava quasi correndo, le tarantole le avrebbe calpestate, i serpenti
non avrebbero fatto in tempo a reagire e quei tre mastini di merda facessero un po’
come gli pareva. Se lo volevano pappare? Che venissero fuori e la chiudessero lí. Anche
il suo amico andava di fretta, come non gli aveva mai visto fare.

Arrivarono sul retro della casa. Per un po’ rimasero incollati al muro, riprendendo fiato e
tendendo le orecchie verso le finestre.
Cominciarono a muoversi rasenti alle pareti ma con un occhio alla strada. Quella strada
che avevano lasciato mezz’ora prima e che ora sembrava lontana e vecchia. Si
chinavano ogni volta che dovevano oltrepassare una finestra ad altezza uomo. Manuel si
accorse di schiacciare involontariamente il tasto x con cui, a casa, faceva rotolare il
protagonista di quel gioco di spionaggio.
Finirono di fianco al portone principale. Nello guardò negli occhi il suo amico come a
fargli capire che, se proprio insisteva, avrebbero potuto andarsene. Ah sí? Ora sí? Adesso
Manuel voleva fargliela vedere: l’aveva portato fin lí e di colpo aveva paura? E poi lo
conosceva quello, sarebbe stato capace di accusarlo di non essere andato fino in fondo e
di dargli del cacasotto per l’eternità. Per poi costringerlo a tornare a provarci un’altra
volta. Ma lí non ci sarebbe piú tornato. Non se ne parlava, la si chiudeva adesso, nel bene
o nel male.
La nuova determinazione di Manuel dipendeva anche dal fatto che nessun cagnaccio si
era fatto vivo e a quel punto era chiaro che cani, lí, almeno per il momento, non ce ne
potevano essere. E poi dalle finestre, tutte ancora chiuse, arrivava solo silenzio. Quella
casa sembrava proprio disabitata. Il contenuto della dispensa diceva il contrario? Be’,
allora era disabitata quella sera. E poi lo facesse vedere quel genio come riusciva ad
aprire il portone senza nemmeno un attrezzo.
Ma ancora una volta a Nello bastò abbassare la maniglia e il portone si aprí. Di colpo
Manuel era disposto a ritrattare la decisione di poco prima ma capí che ora era Nello ad
avere cambiato idea a sua volta.
Si trovavano all’interno di un enorme salone. Per quanto riuscivano a distinguere nella
penombra, gli oggetti erano parte d’antiquariato, parte hi-tech. Tutto era molto piú in
ordine di quanto non avessero immaginato. Fortunatamente, però, nessun segno di vita.
Nello con la testa indicò i gradini là in fondo. Si mossero costeggiando il muro interno e
passarono di fianco alla cucina e al bagno di servizio. Nonostante l’oscurità, si percepiva
che in quelle stanze c’era stato qualcuno fino a poco prima.
Ora che erano ai piedi delle scale Manuel non riusciva a non pensare a quanto fossero
stupide quelle prove di coraggio. E a casa c’aveva Iss Pro 2, appena uscito e con solo due
ore di gioco alle spalle. Però non filtravano né luci né rumori nemmeno da sopra, quindi
avrebbe potuto ancora chiuderla da eroe senza conseguenze a parte la punizione per il
ritardo. Salivano i gradini due alla volta, in punta di piedi.
Arrivati al piano di sopra furono costretti a notare che, da ben due porte, filtrava luce.
Nello guardò in faccia l’amico. La paura sembrava finalmente vincere la stupidità o
l’orgoglio o il bisogno di dimostrare chissà che. Visto che quello spiraglio si era aperto
disse:

– Andiamo, dài, è solo uno che vuole vivere per i fatti suoi.
Nello guardò con rassegnazione le porte prima di girare loro le spalle, imboccare le
scale e scendere. Subito Manuel si accodò pensando finalmente, finalmente.
Ma dopo i primi dieci gradini il suo amico ci ripensò di nuovo, risalí le scale e si avvicinò
in un attimo alla prima delle due porte. La aprí appena. Infilò la testa. E poi entrò.
Era stato tutto cosí veloce che Manuel non aveva fatto in tempo a stargli in scia.
Rimaneva lí, appena oltre le scale. Osservava quella porta, ora spalancata. Aspettava un
rumore, un’indicazione. Ma non succedeva niente. Stramalediceva l’amico e intanto
guardava le scale dietro di sé, e come fossero invitanti, e se quello era scemo in fondo
non era colpa sua, le pagasse lui le sue scemenze. Aveva già fatto un paio di gradini
all’indietro, procedendo a gattoni mentre continuava a tener d’occhio la porta, quando da
quella tornò fuori l’amico. Ancora una volta gli faceva cenno di raggiungerlo.
In quella stanza c’erano un centinaio di sculture. Tutte di varie dimensioni ma ognuna
sembrava raffigurare la stessa donna. Nello le stava tastando una a una. Avvicinava
l’orecchio come se avesse potuto ricavarne qualche segreto. Manuel notò che in almeno
tre casi le sculture raffiguravano delle gemelli siamesi e che in altre situazioni i corpi
sembravano molto diversi fra loro ma il volto era sempre lo stesso. Nello lo stava
guardando tenendo le braccia aperte e i palmi delle mani in su come a fare boh. Lui non
sapeva cosa dire né pensare.
Ma il suo amico aveva già imboccato di nuovo la porta. Gli si attaccò, velocemente.
Qualsiasi cosa li avesse mai potuti sorprendere, che almeno fossero in due ad
affrontarla. Si stavano avvicinando all’altra stanza. Ora non c’era scelta: o il Matto Bedini
era fuori con i cani e aveva lasciato un paio di luci accese o era lí dentro.
Quei metri non furono facili da fare. A metà percorso, poi, successe una cosa che non
avrebbe mai pensato sarebbe capitata in vita sua: Nello lo aveva preso per mano.
Quell’incosciente che lo prendeva per mano? Il panico aumentò. Addirittura, appena
giunti di fianco alla porta, i due sentirono di abbracciarsi. Poi decisero di fare quello per
cui erano lí.
Spinsero adagio, e infilarono appena la testa. La stanza era lunghissima, quasi un
corridoio. Pochissimo arredo, pochissimi oggetti in giro. La luce era tanta, però: il posto
sembrava illuminato a giorno. Là in fondo c’era lui.
Era seduto di spalle e sembrava stesse modellando creta. Non era gobbo e, da quel poco
che si vedeva, sembrava piú giovane di quanto non si pensasse. Indossava la maglia di
Tardelli ai mondiali dell’ottantadue. Nella stanza c’era un silenzio irreale. I due si
guardavano come per cercare spiegazioni l’uno dall’altro. Il Matto Bedini si grattò la
nuca, imbrattandosela un po’ di creta. Ecco cos’erano le altre macchie sui capelli.

D’un tratto, da lui, senza che si voltasse, si sentí:
– Hai portato le marlboro, Nello?
Manuel guardò il suo amico a bocca aperta e lui non gli lasciò il tempo di completare
nessun pensiero: prima gli sorrise e poi, rivolgendosi all’eremita, disse:
– Sí.
– Ti dispiace lasciarle sul tavolino, per cortesia? – La voce del Matto Bedini era giovane
e gentile.
– Lo faccio subito, – rispose Nello entrando nella stanza. Estrasse un paio di pacchetti di
sigarette dalle tasche e li mise su un tavolino vicino all’ingresso. Ritirò i soldi che c’erano
sopra.
– Tieni pure il resto –. L’eremita continuava a parlare da là in fondo senza girarsi. Il tono
di voce aveva dentro una qualche specie di allegria.
– Grazie, – disse Nello mentre intascava una somma che era ben piú di un semplice
resto. Poi tornò verso l’amico indicandogli, col dito sul naso, di continuare a tacere.
Manuel non aveva ancora chiuso la bocca. Le cose da pensare erano tante.
– Ci vediamo tra un mese, allora? – chiese il Matto Bedini da laggiú mentre continuava a
manipolare la creta.
– Un mese esatto, – rispose Nello che poi, solo col labiale, disse all’amico: – Non è un
gran fumatore. Una al giorno, piú o meno.
– Grazie, sei sempre molto gentile.
– Posso prendere una scultura? – chiese Nello.
– Prendi pure quella che vuoi.
– Grazie. Ciao.
– Ciao Nello, grazie a te.
Il ragazzo fece ciao con la mano, nonostante sapesse che il tipo là in fondo non l’avrebbe
visto. Poi mise un braccio sulle spalle di Manuel e lo tirò con sé verso la stanza delle
sculture.
– Scusa la messinscena. Era una tentazione irresistibile, – disse Nello a voce bassa ma
con un sorriso e una soddisfazione che avrebbero voluto essere molto piú fragorosi. Il suo

amico non sapeva cosa dire.
– Piú tardi ti spiego tutto. Per farmi perdonare, ti lascio la scultura. Scegli quella che
vuoi.
Manuel sembrava un po’ stordito mentre si aggirava fra quelle figure che ritraevano tutte
la stessa donna. Troppe le emozioni tutte insieme. Anche se una vinceva: si sentiva
leggerissimo. Certo che il suo amico piú tardi gli avrebbe spiegato tutto e avrebbe fatto
bene a essere preciso ed esauriente e a chiedergli scusa altre cento volte. Si soffermò su
una delle statue piú piccole. Era alta trenta centimetri. Un nudo. La donna era davvero
bella.
Mentre usciva con quella in mano, Manuel si accorse che anche sullo stipite erano incise
una F e una C.
– Stai dicendo che in quell’enorme pentolone stava bollendo qualche pezzo di essere
umano?
Era ricreazione. Manuel aveva un po’di compagni di classe attorno: il suo pubblico. Se la
stava godendo. Non rispondere a quella domanda voleva dire incassare consensi.
– Balle, sta dicendo balle, – disse il solito Covezzi.
Lui non raccolse la provocazione e anche quello gli faceva prendere punti.
– Ma è vero che è gobbo e storpio e ha una bocca enorme? – Le facce dei suoi
compagni erano stravolte o ammirate. Qualche scettico.
– Non lo so, l’ho visto da lontano. Credete che sia scemo?
– Ma quindi dici che ha fatto una statua per ogni persona che si è mangiato?
– Parla piano, stupido.
– Be’? Sí o no?
– Secondo me sí, – rispose Manuel con aria vissuta. Li aveva in pugno. Il suo pubblico
pendeva dalle sue labbra.
– E quante statue hai visto?
– Circa duecento.
In parecchi succhiarono l’aria fra i denti.
– Io dico che sono tutte balle. Un cagone come questo qui, ma va’. Non c’è neanche

arrivato a un chilometro dalla villa del Matto Bedini.
Manuel guardò con sufficienza Covezzi. Con calma recuperò lo zaino. Ne estrasse la
statua.
– E questa, secondo voi, cos’è?
Tutti gli altri, guardandola con un brivido, si ritrassero un po’.
Covezzi la prese in mano, la esaminò come a cercare dati che confermassero o
smentissero che veniva da quella casa. Non ne usciva niente. A parte le solite iniziali.
– E queste F C?
– Forse stanno per Fatti Cuocere o per Fuoco Cottura oppure Finalmente Cucinata, che ne
so?
– Sí, oppure Figa Cotta. Ma sicuro. Oh, per chi ci prendi?
Il ragazzino continuava a scrutare la statua e ogni volta che Manuel faceva per
riprendersela se la teneva dietro la schiena.
Poi cominciò a fare cosí piú per dispetto che per studiare la scultura. Cominciarono pian
piano a contendersela. Partí qualche spintone. Arrivarono ad azzuffarsi.
Fra i ragazzi partí un tifo diviso a metà.
Nella concitazione la statua scivolò dalle mani di Covezzi, Manuel si lanciò, cercò di
allungarsi con un piede per attenuarne la caduta, ma non ce la fece.
La piccola scultura, finita a terra, si ruppe in tanti pezzi.
Manuel guardò con disprezzo il suo contendente e poi cominciò a raccoglierli. In uno di
questi trovò, incastrato, un biglietto. Lo estrasse con delicatezza, lo aprí e lo lesse. C’era
scritto:
Ho sempre fame di te.

Pallidissimo, deglutí, mostrò il biglietto agli altri e cercò di dire:
– Visto?

Lo vuole vedere?
Se il professor Dalla Vecchia avesse aperto la lettera che la segretaria aveva messo sulla
sua scrivania avrebbe potuto leggere:
Egregio Professore, non sa quanto mi costi scriverle queste righe. Ma devo farlo.
Mi costerà altrettanto insistere con la sua segretaria fino a quando sarò sicuro che gliela
consegnerà.
Poi dovrebbe venire colpito da non so cosa che la convincesse ad aprirla e a non farsi
scoraggiare dalla sua lunghezza.
Diciamo che se lei è arrivato a leggere fino a qui avrà capito che, se le scrivo, i miei
motivi devono essere davvero validi.
Mi chiamo Alessandro Azzali e, se siamo fortunati, il mio cognome le può produrre
qualche tenue reminiscenza: mio padre è stato suo paziente. Le garantisco che non sto
facendo alcuna ironia. Sono consapevole del fatto che il suo mestiere la mette in
condizione di affrontare troppi casi per poterne ricordare sempre i nomi o le facce. Sono
altrettanto sicuro che per poter procedere al meglio, sia come essere umano che come
chirurgo, le sia necessario non condividere piú di tanto il dolore di tutte le famiglie che
ripongono speranze spesso disumane nelle sue possibilità.
E allora, dirà lei, se non ho colpe di questo tipo da imputarle e se non la sto per
ringraziare per qualcosa – e il tono di questa lettera le avrà già fatto capire che non sarà
cosí – starò per ricordarle qualche suo errore di chirurgo? Nemmeno quello: l’operazione
che lei fece a mio padre fu la migliore possibile.
Sono costretto a raccontarle un po’ della mia storia personale. Lo faccio perché, mi
creda, è qualcosa che si lega all’utilità di questa lettera.
Mio padre si chiamava Antonio Azzali. Aveva deciso di chiamarmi Alessandro perché
voleva che avessi, come lui, le iniziali doppie: diceva che portano fortuna. Era nato in
una famiglia povera. Aveva cominciato a lavorare a otto anni. A diciotto ha conosciuto
mia madre, a ventidue l’ha sposata, a ventiquattro ha avuto me. Sono il loro unico figlio.
Non ce la faceva a lavorare sotto padrone per cui ha impiegato tutta la vita nelle piú
strane occupazioni. Non ha mai fatto niente di veramente illegale, tante volte proprio sul
filo, ma erano tutti peccati perdonabili. In qualche modo doveva pure farci mangiare.
Mia madre viene da una famiglia contadina. Si era messa la tagliacuci in casa e
contribuiva come poteva. Ogni tanto andava a fare le pulizie da qualche conoscente.
Tutta roba in nero. Come si poteva altrimenti?
So quasi di sicuro che mio padre negli anni ha tradito piú volte mia madre e forse, anche
se mi sembra meno probabile, è successo pure il contrario. Ma se li avesse visti

insieme... Credo di essere abbastanza oggettivo nel riportarle la qualità e la forza speciali
del loro stare insieme. Perché la mia sensazione è confortata da quella di un po’ tutti
quanti in paese. Erano una coppia piuttosto popolare.
Avevano affrontato tutte le prove che una famiglia piena di debiti deve affrontare. Ma
avevamo una casa nostra. Avevano deciso, con molta sofferenza di mia madre, di non
avere altri figli per non fare mancare niente a me. E facevano salti mortali perché io
potessi studiare. Mi hanno permesso di laurearmi in architettura. Ora, a trentasei anni,
godo di una discreta fortuna professionale. Tutto quello che sono riusciti a fare l’hanno
fatto insieme. Tutti i giorni.
Certe famiglie capitano. Non era cosí a casa dei miei amici. Non mi sembrava fosse
cosí a casa dei conoscenti che via via frequentavo. Chissà, forse anche lei è stato
fortunato, o bravo, ed è cosí a casa sua.
Mi viene da pensare che, a questo punto della lettera, lei possa essere irritato dal clima
un po’ deamicisiano che può avere percepito nel mio racconto. Però non solo la storia
che le sto raccontando è la pura verità ma sappia che io, da questa parte, trovo piuttosto
sminuente raccontare la vita di mio padre a cosí grandi linee.
Anzi, visto che ci sono, continuerò ad annoiarla ancora un po’. Non per sadismo, ma
perché credo che ogni tanto non le faccia male conoscere la storia di chi è passato sotto i
suoi ferri.
Tre anni fa erano entrati nella villettina che gli avevo progettato e regalato. Per tutto il
tempo in cui l’hanno abitata avevano come paura di sporcare o di segnare qualche muro.
Mio padre lo diceva sempre e a chiunque che suo figlio gli aveva costruito la casa che
voleva. Invitavano sempre gli amici. Non ne uscivano mai. Era stata la ripartenza dopo
la coda di un periodo particolarmente difficile. Se la sono goduta meno di un anno.
Forse troverà sorprendente, dopo tutto quello che le ho detto, che io e Antonio abbiamo
cominciato ad andare d’accordo solo sei anni fa. Non c’entrava l’amore tra padre e
figlio. Quello c’era e basta. C’entrava la diversità delle nature, il modo differente con cui
uno si relaziona col mondo, la generazione d’appartenenza. C’entrava il testosterone, la
competizione inevitabile. Insomma, come dicono, c’entravano probabilmente Freud,
Edipo e compagnia bella. Io e lui abbiamo cominciato a parlarci davvero solo dopo il suo
arresto cardiaco.
Antonio veniva da quattro-cinque anni di comportamento irreprensibile. Gli avevano
trovato il diabete? Be’, lui, mangiatore spettacolare, si era adeguato da un giorno all’altro
alle dosi e alle rinunce richieste. Gli avevano detto che i suoi polmoni erano marci? Be’,
sempre da un giorno all’altro aveva smesso i suoi due pacchetti al giorno di gauloises
fumati per trent’anni. E ora, dopo anni di rinunce e attenzioni, il suo cuore, ironia della
sorte, si fermava? Comunque, logica o non logica, giustizia o non giustizia, era andata
cosí. Ed era stato un colpo forte, uno di quelli per cui ti dicono che sei fortunato se vai

avanti.
E mio padre andò avanti modificando il proprio modo di vedersi, di venire a patti col
mondo, di fare conti diversi con la morte. Fu proprio la sua nuova vulnerabilità che aprí
le trattative del nostro armistizio. Lui ascoltava di piú, apprezzava meglio il mio modo di
essere presente. E questa cosa cambiò il mio modo di esserci. Cambiò tutto. Dal giorno
in cui Antonio ebbe l’arresto cardiaco al giorno in cui morí passarono quattro anni. Quasi
millecinquecento giorni di prudenza, cure, visite, ma anche di vita. Fu grazie a quella
proroga, ad esempio, che poté conoscere il suo unico nipote: mio figlio. Lo vide nascere,
lo tenne sulle ginocchia, ci giocò per quasi tre anni. Non è poco, vero? Vero! Com’è vero
che avrebbe potuto essere molto, molto di piú.
Ora finalmente arriviamo a lei, professor Dalla Vecchia. Piú o meno due anni e quattro
mesi fa mio padre finí sotto i suoi ferri. Eravamo arrivati arrabbiati con la scienza, con la
medicina, con il destino o chi per lui. Nonostante i controlli costanti a cui Antonio si
sottoponeva quasi quotidianamente per via del diabete e del cuore, nessuno gli aveva
diagnosticato per tempo il tumore all’intestino. La sua dottoressa minimizzava
quell’anemia che si continuava a rilevare nelle analisi del sangue. Anche l’aspetto di mio
padre parlava chiaro ma si continuavano a incolpare cuore e diabete.
Non è giusto che si pensi che qualche dottore non dia il meglio di sé? O non sia
abbastanza capace? O compia errori come chiunque? Allora ci risultava difficile non
fare pensieri del genere.
Comunque a quel momento, dopo controlli approfonditi, erano stati trovati il tumore e
una serie di macchie al fegato, nella tac, che potevano anche essere cisti. Queste sono le
condizioni in cui ci siamo conosciuti, professore. Io, mia madre e mio padre con il cuore
in gola per l’operazione – già di per sé rischiosa in un paziente con quei problemi – e per
l’esito della malattia. Se per caso il mio racconto dovesse averle fatto venire in mente
qualcosa, io sono quello che lei prese da una parte, prima di entrare in sala operatoria, e
a cui disse che sí, c’erano rischi in quell’intervento, ma era comunque necessario e poi,
solo dopo che lei avesse aperto, avremmo saputo se la malattia si era diffusa oppure no.
La tac rilevava soltanto formazioni oltre i due centimetri circa.
Uno che fa il suo mestiere lo sa senz’altro come stanno i familiari fuori dalla sala
operatoria. I minuti che diventano giorni. La lettura ansiosa di qualsiasi segnale al
passaggio di ogni infermiere. Credo che ognuno a suo modo preghi. Chi crede in qualche
dio perché gli viene naturale. Chi non crede perché... Perché no? Gli irriducibili si
affidano ai piú strambi riti scaramantici pregando cosí qualche forza che non hanno
identificato. Io e mia madre facemmo l’intero percorso per tutti i centotrentaquattro
minuti dell’intervento. Per me, poi, c’era la complicazione di doverle trasmettere una
fiducia che non sentivo. Poi lei, professore, uscí. E ci terrei molto a ricordarle cosa fece.
Venne dritto verso di noi. Sul suo camice campeggiavano gli schizzi di sangue di mio
padre. Teneva ancora la cuffietta sulla testa. La mascherina abbassata sul collo. Ci disse,

e qui la prego di fare attenzione:
– Lo volete vedere?
Le ripeto con calma la frase che lei pronunciò una volta di fronte a noi:
– Lo volete vedere?
Non disse altro. Glielo lasci ricordare da uno che ha fin troppo presenti quei minuti. Sia io
che mia madre dicemmo di sí. Certo che sí. Quella sua frase per noi voleva dire che
l’operazione era riuscita e che, ci sembrava incredibile, potevamo già vedere Antonio.
Era ovvio che lo volessimo.
La seguimmo in una stanza adiacente alla sala operatoria. Era piuttosto buia nonostante
fosse di primo pomeriggio. Attorno non c’era traccia di mio padre: forse era una stanza
che dovevamo attraversare.
Raggiungemmo insieme un angolo con un piano, un lavello e un bidone. Sul piano c’era
una bacinella che lei ci mostrò: era piena di budella. Nonostante il mio sconvolgimento
ricordo perfettamente tanto la mia incredulità quanto lo stordimento di mia madre.
– Ecco, – lei ci disse mostrandoci una parte verdastra e nera della carne, – questa è la
formazione tumorale.
Mia madre sbiancò. Io ancora non riuscivo a credere che lei ci stesse mostrando la parte
di intestino che aveva asportato a mio padre.
Dentro di me rimbombava la sua frase:
Lo volete vedere?

Com’era possibile che non si fosse preoccupato di specificare l’oggetto di quella frase?
Com’era possibile che si fosse già dimenticato che noi eravamo rimasti indietro rispetto a
quello che lei sapeva? C’è davvero gente che in quei momenti vuole vedere bacinelle
con dentro parti putrefatte di propri cari in fin di vita?
Intanto lei andava avanti facendo scorrere con sicurezza fra le sue mani guantate quella
parte che non era piú di mio padre.
– Vedete? Questi purtroppo sono tutti noduli –. Ce li mostrava facendo ogni volta il gesto
di sbottonare qualcosa. Mia madre era sotto shock. Io ancora oggi non lo so. Le
formazioni di cellule sbagliate che stavano privando mio padre della sua vita.
Lo volete vedere?

– E purtroppo le metastasi sono diffuse un po’ ovunque. Le ho sentite anche nel fegato.

La mia esperienza mi dice che sono un po’ dappertutto.
Mia madre finalmente cominciò a strillare. Io non avevo il tempo di riordinare le idee e
di farle qualche domanda. Lei ci aveva già detto mi dispiace, aveva già vuotato una
parte di mio padre in quel bidone e si era già avviato verso l’operazione successiva. In
fondo lei è chirurgo, no? Ed è nella natura del chirurgo tagliare. Chiesi a un infermiere
un calmante per mia madre. Rimanemmo per circa un’ora seduti in quella stanza. Ci
preparammo per la fase dopo.
Durante la degenza di mio padre ebbi modo di parlare con il dottor Frascari. Mi disse che
lui stesso aveva aperto il proprio fratello e l’aveva dovuto richiudere senza poter fare
niente. Era piú o meno della stessa età di Antonio e il male era grossomodo della stessa
entità. Mi disse che lui aveva deciso, insieme alla sua famiglia, di non fargli fare nessuna
cura. Suo fratello morí un anno e mezzo dopo. Poi Frascari mi spiegò anche che la sua
decisione non andava presa come esempio. Mi spiegò che, però, le statistiche che si
avevano fra le mani non aiutavano a scegliere fra chemioterapia o sistema Di Bella o
altre soluzioni.
Mi consegnò due cartelle cliniche: in una c’era l’effettiva situazione di mio padre,
nell’altra si parlava di una perfetta guarigione grazie all’intervento. La seconda era quella
che avremmo dovuto dare ad Antonio: l’avrebbe controllata senz’altro. Il dottore diceva
che era meglio nascondergli il suo reale stato di salute.
Ero io a dover decidere come poter rallentare la morte di mio padre. Usai tutte le
amicizie. Presi tutte le informazioni. Fortunatamente il mio socio non mi rinfacciava le
assenze al lavoro. Sentii racconti di quasi tutti i viaggi della speranza. Pensai
all’ayurveda. Presi il nome di certi guaritori. Poi decisi che lo dovevano vedere il miglior
oncologo e il piú bravo medico antroposofo cui riuscissi ad arrivare. Erano entrambi a
Milano.
Ho sempre creduto di non sapere raccontare balle. Non prendiamola per una qualità.
Solo pensavo fosse cosí. Be’, se lo è mai stato, adesso non lo è piú: con mio padre ho
imparato bene.
– Sono visite di controllo… è tutta prevenzione... adesso non ci frega piú… forse servirà
un ciclo di chemioterapia per pulire e rinforzare le difese...
Era solo una piccola parte delle bugie di tutti i giorni. Erano bugie le mie risate, le mie
minimizzazioni. Era una bugia il tono della mia voce. Era una grossa, enorme bugia
l’energia che gli mostravo. E, lo vuole sapere, professore? Ero bravo. Perché mio padre
mi credeva. Forse sapeva di essere spacciato ma in ogni caso mi voleva credere.
Alla fine quello che decisi fu di fargli fare la chemioterapia e di fargli assumere, allo
stesso tempo, le medicine naturali prescritte dal medico antroposofo: avrebbero
aumentato i risultati della chemio e ne avrebbero attenuato gli effetti collaterali. Era

quanto suggerivano i due medici di Milano.
Io e Antonio avevamo preso l’abitudine, ogni volta che andavamo da loro, di pranzare o
cenare in un ristorante alla buona vicino a via Mecenate. Lui che si sforzava a trattenersi
seguendo i consigli medici e io che lo spingevo a godersela un po’. A buffet c’era un
prosciutto che si poteva tagliare a mano. Per lui era una specie di sogno. Si alzava a
servirsi da solo un piatto di fette alte un dito. Quei viaggi e quei pranzi sono stati la cosa
che piú ci ha avvicinati nella nostra vita. Mentre gli raccontavo balle.
Il male procedeva vorace. Molto piú veloce di quanto previsto. Non facevamo in tempo
a cominciare un ciclo di cure che bisognava ricoverarlo da voi per qualche altro
problema sopraggiunto. L’ultima volta fu a meno di quattro mesi dalla sua operazione,
professore. Il giorno in cui lo portammo per l’ennesima volta nel suo ospedale mio padre
ebbe la certezza che non ne sarebbe piú uscito.
Quel giorno mi guardò come non avrei mai voluto. Come se non potesse perdonarmi le
mie bugie. Ancora oggi non sono sicuro che l’abbia fatto dopo.
Mia madre già da un po’ non riusciva a reggere il gioco: i segni sulla sua faccia non li
poteva nascondere. Stavo per scriverle che lei sa come sono gli ultimi giorni di vita di
una persona malata di cancro. Però mi tocca ricordarle che, a cinque giorni dalla morte
di mio padre, lei gli fece visita e poi, prendendomi da parte, mi disse:
– Preparatevi al calvario.
Concorderà con me che, per essere uno che aveva già subito tutto lo strazio degli effetti
di quella malattia su suo padre, quella era l’ultima frase che avrei voluto sentire.
D’altronde era suo dovere informarmi per cui non potevo che esserle grato. Sennonché
la sua previsione si rivelò sbagliata. Antonio soffrí, certo, ma morí prima di attraversare
la fase della morfina.
Gli infermieri mi dicevano ogni giorno che ammiravano il suo coraggio e la sua dignità.
Faceva di tutto per non sporcare. Non si lamentava. Non suonava mai il campanello.
Fece cosí fino in fondo.
Mio padre aveva cinquantotto anni quando morí. Lei mi dirà che è pieno di gente che,
purtroppo, se ne va decisamente piú giovane. Io le dirò che, se solo dovessimo affidarci
ai numeri – cioè proprio al minimo, rispetto alle considerazioni su vita e morte –, la
media nazionale prevede quasi vent’anni di piú. Resta il fatto che un caso cosí non ha
caratteristiche per risultarle speciale, quindi perché ho voluto per forza raccontarglielo?
Ma è logico, no? Perché è il mio caso.
Tutto questo è successo due anni fa. Ora le cose vanno abbastanza bene. Abbiamo fatto
come tutti gli altri: accettato l’inaccettabile. Abbiamo aggiunto nuova morbidezza ai
nostri pensieri su fato o disegni cosmici o volere di Dio. In fondo, se la vita compie il

proprio ciclo nella norma, muoiono prima i genitori dei figli, no? Mia madre, che ha
vissuto quasi tutta la vita in funzione di quell’ometto, il primo anno senza di lui sembrava
proprio, in qualche modo, volerlo seguire. Poi mio figlio, le amiche, la sorella, forse
anch’io e, insomma, la vita, le hanno fatto cambiare idea. Per ciò che riguarda lei,
professore, sono addirittura quasi riuscito a perdonarla per avere imposto, a me e mia
madre, un’immagine. Quell’immagine che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni e che
promette di farci visita per il resto della vita: l’immagine di una bacinella che trabocca di
una parte di mio padre che lui mai avrebbe permesso ci venisse mostrata.
Ora, se fosse arrivato a leggere fino a qui per poi non trovare altro che una situazione
uguale a quelle che affronta tutti i giorni, non si capisce perché dovrebbe aprire la busta
che trova allegata.
Glielo dico io perché lo farà: per curiosità.
Arrivederci, professore. E buon lavoro.
Se il professor Dalla Vecchia avesse letto fin lí e deciso di proseguire, avrebbe trovato
allegata un’altra busta con su scritto:
Lo vuole vedere?

Avrebbe aperto la busta e ci avrebbe trovato una fotografia. Il soggetto era il cadavere di
un uomo dentro la sua bara, composto, le mani conserte sotto l’ombelico. La sensazione
di brav’uomo che dà chiunque una volta trapassato.
Addosso aveva un vestito che, nella sua semplicità, sembrava essere il suo migliore di
sempre.

La puzza non passa
Il suo agente glielo diceva da una vita: quando passi da outsider a star, quello è un anno
magico e irripetibile, stai simpatico a tutti, ogni cosa ha un’aria buona. Dopodiché, sali o
scendi, cambia tutto. Ma quell’anno è perfetto.
Era nella camera di un cinque stelle. Quasi mezzogiorno. Appena sveglio. È proprio il
mio anno, pensò.
Si accese una sigaretta. Fissò per un po’ la cimice che alloggiava sul soffitto nella stessa
posizione della sera prima. Poi scosse una spalla alla mora che stava ancora dormendo
di fianco a lui. Gambe lunghe, capelli lunghi, braccia e dita lunghe. Non ricordava il suo
nome, quindi le diceva sveglia e basta. Ogni tanto, mentre continuava a scuoterla, si
soffermava sui rimbalzi del seno. Gnocche cosí non lo guardavano nemmeno col
binocolo fino a poco tempo fa. Se sua moglie l’avesse mai beccato avrebbe dovuto
capirlo. Non si poteva parlare di tradimento: stava solo meritatamente riscuotendo quello
che la vita gli aveva sempre tenuto lontano.
La tipa finalmente diede segni di vita. Cercò inutilmente qualche tenerezza. Nel giro di
pochi minuti lui la fece lavare, rivestire e uscire dalla stanza. Riuscí a non darle il
numero di telefono e se la cavò con un forse alla sua richiesta di chiamarla. Appena lei
uscí si sedette sulla tazza. Stava per lasciarci cadere il biglietto con l’indirizzo e il telefono
quando pensò che glielo avrebbe potuto tenere Rancio. Sua moglie non l’avrebbe mai
trovato e lui se ne sarebbe potuto servire quando le vacche sarebbero state magre.
Quello era il suo anno, lo sapeva bene. E il tuo anno non sai mica quanto ti dura.
Già, Rancio. Doveva vivere il suo anno per poter vedere che esistevano professionisti
come quello. Un autista instancabile che risolveva qualsiasi problema con la security sui
posti, con gli alberghi, con i ristoranti, con qualsiasi voglia gli venisse. Gestiva i gruppi di
fan nelle hall e fuori dai camerini. Sapeva quando essere gentile e quando fermo…
Scattava le foto lui per accelerare le pratiche. Conosceva gli ingressi secondari di
qualsiasi teatro, palazzetto, studio televisivo, stadio. E sembrava sempre indovinare i suoi
desideri prima che glieli esprimesse.
Per un comico che, nel pieno del proprio anno, doveva lavorare cosí tanto ma voleva
anche godere di tutti i benefici possibili, Rancio era il complice perfetto. Gli bastavano
piccoli cenni da dietro il sipario e, sette volte su dieci, si sarebbe trovato la ragazza che
aveva indicato nella propria stanza d’albergo. Rancio l’avrebbe fatta entrare senza
nemmeno farla registrare per evitare qualsiasi prova.
Riaccese il telefonino, sei chiamate perse in memoria. Ne entrò subito un’altra. La
segretaria del suo agente che gli passava il capo. Ecco la lisciatina quotidiana, pensò il
comico. E com’era andato lo spettacolo la sera prima? E c’erano stati problemi? E si era
annoiato la notte, eh, eh? E i dati auditel parlavano chiaro: era uno dei tre comici piú visti
nel programma in prima serata. E allora c’era da riparlare di soldi con la produzione. Ed

era già tutto esaurito anche per stasera... E qualsiasi problema parlasse pure con
Rancio... Ed era sicuro di fare quella cosa nel pomeriggio? Sí, era sicuro di fare quella
cosa nel pomeriggio. Si dissero a domani.
Fece doccia e barba e valigia, la televisione accesa sui notiziari locali. Nessun servizio su
di lui. Recuperò il giornale, nel sacchetto di cellophane appeso alla maniglia fuori.
Controllò anche lí: non c’era niente su quello che doveva fare oggi. Bene, pensò, hanno
rispettato l’accordo. Però non c’era niente nemmeno sullo spettacolo della sera
precedente, nonostante il tutto esaurito. Doveva chiamare il suo ufficio stampa.
Il cellulare squillò di nuovo. Era sua moglie. Andava tutto bene a casa. Andava tutto bene
da lui. Si mancavano un po’. Lei gli disse che era fiera di lui per quello che stava per fare
nel pomeriggio. Lui rispose figurati. Si rimandarono al giorno dopo. Accese la seconda
sigaretta della giornata. Scese.
Nella hall Rancio lo stava aspettando davanti a un gruppo di fan che si agitò al suo arrivo.
Il suo collaboratore li fece stare buoni e in fila.
Qualcuno gliel’aveva detto che la comicità era il rock’n’roll del duemila. Firmò gli
autografi, si fece fare le foto. Lasciò la valigia in deposito. Saldò il conto che Rancio
aveva già fatto preparare. Un paio di dediche sulle foto che lo ritraevano e che il suo
complice teneva sempre in tasca per le amiche di quelli alla concierge. Scesero alla sala
ristorante.
– Dormito bene? – C’era un sottinteso nella domanda di Rancio.
– Abbastanza.
– Io l’ho vista attraversare la hall bella pimpante.
– Cosa prendiamo? – chiese il comico mentre gli passava il biglietto con i dati della
ragazza.
Ordinarono tonno, rana pescatrice e una bottiglia di ribolla gialla.
– Allora, dimmi… Per oggi…
– Ho guardato tutti i giornali locali. Nessuno ha scritto della cosa del pomeriggio. Un paio
d’ore fa mi hanno detto che ci sarebbe stato un fotografo ma solo per uso interno. Gli ho
risposto che non se ne parlava.
– Sono incredibili, eh? Prima insistono allo sfinimento: fax, mail, telefonate, e poi fax,
mail, telefonate e poi telefonate, mail, fax. Roba che sembrava che se non ci fossimo
andati, nel loro carcere ci sarebbe stata la rivolta entro sera. Alla fine accettiamo. Anche
se per l’agenzia e per te vuol dire sbattimenti in piú, no? Per me vuol dire comunque
doppio spettacolo, no? Non vogliamo un euro. Non chiediamo rimborsi spese. Nemmeno

per l’agenzia. Nemmeno per te. E, a proposito, ti ringrazio ancora...
– Lo faccio volentieri, – disse Rancio.
– Be’, comunque grazie. Non chiediamo niente, dicevo. Solo il silenzio. Non vogliamo
pubblicità. Deve restare una cosa pulita, solo fra noi che saremo lí. Dovrebbero essere
contenti: vuol dire che lo faccio veramente per i ragazzi.
– Per i responsabili di un carcere minorile è un successo portare uno come te davanti ai
detenuti. Però, se non hanno eco sui giornali, è un successo di cui gli frega poco.
Comunque ho la sensazione che saranno corretti.
– Ti sembrano gente di parola?
– Le garanzie vengono da persone che non conosco. L’unico modo per essere davvero
sicuri che non esca niente è non andare.
Gli suonò di nuovo il telefonino. Era ancora il suo manager.
– Dimmi. Non ci credo. Le prenotazioni del libro già a centoventimila copie? Pazzesco.
Devo proprio sbrigarmi a finirlo –. Intanto masticava il filetto di tonno. Rancio si alzò da
tavola per fermare un gruppo di sei-otto fan che stava entrando nel ristorante.
– Senti, com’è che fai tutto il carino, oggi? Forse perché io so che tu sai che io so? –
Mandò giú il boccone con un paio di sorsi di vino. – Va bene, facciamo il gioco di
dircelo. Sia tu che io abbiamo visto la puntata dell’altra sera. Sia tu che io abbiamo notato
che hanno piazzato il mio passaggio quasi alle dieci.
Rancio teneva larghe le braccia a fare muro. Almeno a pranzo l’artista doveva essere
lasciato in pace.
– Cosa vuol dire era il picco di auditel? Allora cosa succedeva se mi passavano fra le otto
e tre quarti e le nove, scusa? Cosa significa che mi usano per tenere su tutta la puntata?
Arrivavano alcuni flash da oltre il corpo di Rancio.
– E poi vogliamo parlare della presentazione? Hai sentito quella che hanno fatto per Tino
Cappa? Lo so che sei incazzato ma, se sono proprio cosí necessario come dicono, che lo
facciano sentire anche agli spettatori con le loro vocine, no?
Si accese ancora una sigaretta, nonostante il divieto di fumare. Nessuno gli contestò
niente. Rancio era tornato al tavolo.
– Certo che va tutto benissimo ma non è quello il punto. Non c’entra. No. Non voglio che
tu faccia niente con loro. No, ti ho detto di non chiamarli. Siamo o non siamo superiori a
questi giochini? Sappiamo o non sappiamo che gli altri di questi giochini ci vivono? Bene,

io e te lo sappiamo e questo basta. Solo non mi piace che tu mi lecchi il culo invece di
affrontare i problemi in sospeso. Sí, te lo passo, ciao.
Passò il telefono al suo assistente che si alzò e si allontanò. Era come se ogni volta si
bisbigliassero all’orecchio.
Certo che quel Rancio era proprio un professionista, pensava. Addirittura, solo per non
rientrare nel cliché della corte che si sbellica alle barzellette del capo, non rideva mai
alle sue battute. Però, una volta, almeno una volta avrebbe potuto ridere quello stronzo.
Una volta.
Arrivarono al carcere alle quindici come d’accordo. Sulla loro macchina c’era anche il
promoter dello show che avrebbe dovuto fare la sera. Era stato uno dei piú insistenti per
quell’incontro al carcere. Voleva ingraziarsi politicamente qualcuno. Durante lo
spostamento non aveva fatto altro che ripetere del tutto esaurito. E certo che era proprio
una persona di principî a non volere alcuna pubblicità. E comunque poteva stare
tranquillo: non ci sarebbe stato nessun giornalista nel carcere. E certo che un po’ di
visibilità a quelli che lavorano in un carcere minorile sarebbe stata di sollievo. E certo
che i principî sono principî e meno male che qualcuno li ha. Si fermarono di fronte alla
sbarra. Il guardiano disse loro di aspettare l’arrivo di Fanigliulo.
Passarono quindici minuti buoni prima che lo si vedesse sbucare. Il comico, osservando
la sua faccia, la sua camminata e la sua postura, pensò che quel cognome, Fanigliulo, lo
vestiva come un guanto. Entrò bruscamente nella loro macchina senza il minimo cenno
di saluto, dicendo che si sarebbero presentati con calma piú tardi. Fece alzare la sbarra.
Percorsero solo trenta metri dentro una piazzola che faceva da parcheggio. Fanigliulo li
diresse verso un gruppetto di una cinquantina di persone. Per lo piú donne. Il comico capí
che si trattava di parenti e amici del corpo di vigilanza. Si preparò ai cinquanta autografi.
Alle cinquanta foto.
Appena gli fu vicino, il gruppo intero urlò:
– La puzza non passa!!! – Eccolo lí il suo tormentone. Se l’erano preparato quel coro.
Ora erano tutti sorridenti. Lui si trovò costretto a rispondere:
– Nemmeno in questa piazzola.
Ci fu la risata del gruppo.
La puzza non passa. Già la seconda volta che l’aveva pronunciato si era stufato. Non gli
era mai sembrato granché. Però stava funzionando molto piú di quello che a lui
sembrava divertente e di qualità. Tutto quello che aveva scritto e recitato gli sembrava
migliore.
Certo, quando aveva capito che avrebbe potuto funzionare, ci aveva lavorato. Conosceva

le regole per trasformare una battuta in tormentone, le aveva studiate per tanto tempo.
Aveva imparato a fare spazio a quella frase. La pausa perfetta prima e quella perfetta
dopo. Poi l’intonazione, come sempre decisiva: apparentemente uguale ma ogni volta
diversa. Quindi la ripetizione, nel giusto dosaggio. Portare il pubblico a notarla,
affezionarcisi, mandarla a memoria. Infine, una volta che la battuta era attesa, lasciarla
con dovizia, dopo che li si è tirati allo spasimo, quando proprio non ce la fanno piú.
L’orgasmo che finalmente arriva.
Aveva solo due preoccupazioni. La prima: se non riusciva a spiegarsi il successo di
quella frase, come avrebbe potuto scriverne un’altra altrettanto efficace? La seconda:
come uscirne. Perché un comico che deve tutto a un tormentone è un comico che dura
poco.
In realtà questi erano pensieri ancora rimandabili, era pur sempre il suo anno, no?
Nel frattempo gli toccava di fare il buffone per gente che non c’entrava. Fai le facce, fai
le facce. Scrivi la puzza non passa in ogni dedica.
Il promoter si sbracciava un po’come a dirgli di portare pazienza. Rancio li teneva buoni
e cercava di accelerare la pratica. Fanigliulo non perdeva l’occasione di sottolineare a
tutti quei parenti e amici che tipo di regali era capace di fare. E intanto questi chiedevano
autografi anche per altri parenti e amici e Rancio cominciò a tagliare e Fanigliulo a dire
e che sarà mai e il promoter a dare ragione un po’ all’uno un po’ all’altro.
Una volta fatti contenti tutti i presenti, oltrepassarono il primo cancello. Si trovarono in
una stanza che sembrava essere quella di decompressione. Varcarono il secondo
cancello. Ora erano di fronte a un parco di cui Fanigliulo si mise a raccontare la storia.
Poi disse che dovevano attendere lí perché non erano pronti con la stanza dello
spettacolino. Aspettavano un segnale. Fanigliulo ne approfittò per presentarsi dando la
mano al comico, a Rancio e al promoter.
– Mi sembra che non le piacciano i suoi fan.
– Ma cosa sta dicendo, scusi, ho appena firmato un duecento autografi.
– Eh, ma ho visto che a metà si era già seccato.
– Guardi, a parte che lo dice lei che ero seccato, comunque, mi scusi, io sarei qua per i
detenuti.
– Ah già, per loro sí. E per noi niente.
Rancio, con il solito tempismo, subentrò:
– Senta, non mi sembra molto gentile da parte sua. Lei sta ospitando un personaggio che
in questo momento tutti vorrebbero e che invece ha scelto di essere qui a farle una

grande cortesia. Gratis. Oltretutto lo fa pur avendo un altro spettacolo a teatro, stasera.
Avremmo, quindi, dei tempi da rispettare. Se vuole procedere…
– Le ho detto che attendo istruzioni, – chiuse freddamente l’altro.
Il comico si portò una sigaretta alla bocca.
– Qui non si fuma.
– Ma siamo all’aperto.
– Non si fuma.
Passarono un altro quarto d’ora immobili, in attesa. Il promoter si affannava a cercare
qualche argomento. Rancio si imponeva di stare calmo mentre teneva sotto controllo
ogni reazione del suo capo. Finalmente Fanigliulo disse:
– Andiamo da me.
Fece strada verso il suo ufficio. Si mise dietro la scrivania e invitò il comico a sedersi di
fronte a lui. Gli altri rimanevano in piedi. Mano a mano fece entrare agenti, operai e
altro personale del carcere. Ognuno un autografo o una foto o una sbirciatina per vedere
il personaggio famoso. Il quale si stava ripromettendo di resistere ancora e starsene
buono. Durante la sfilata del personale, Fanigliulo gli disse:
– Molto lodevole da parte sua non volere ricavare nessuna pubblicità da questa iniziativa.
– Grazie, – rispose sapendo che non finiva lí.
– Certo che è un po’ meno generoso con noi. Non crede che anche il nostro lavoro
meriterebbe un po’ di attenzione e di visibilità?
Rancio stava per partire ma in questo caso fu il comico a fermarlo.
– Guardi, mi scusi… sicuramente il vostro lavoro merita ogni cosa buona ma non crede
che io possa decidere cosa preferisco fare? Non ho mai reso pubblica nessuna mia
attività benefica e intendo proseguire cosí. D’altronde avevo capito che voleste fare
qualcosa per i detenuti.
– Lo sa che ha la faccia di uno che merita una visitina fiscale? Ho amici nella Finanza
con cui voglio fare due chiacchiere.
Intervenne il promoter:
– Mi scusi signor Fanigliulo, ma mi sembra che stia proprio esagerando.

– Senta, adesso è meglio se ci porta dai detenuti, – gli fece Rancio.
– Sta per arrivare il direttore. Dobbiamo aspettarlo. Lo sa che in privato lei sembra molto
poco spiritoso?
– Sfortunatamente anche lei, – ribatté il comico.
– Sí, sí. Secondo me se danno un’occhiata ai conti delle sue serate si divertono un sacco.
Erano a casa sua. Nel mondo delle regole del suo mondo.
– Va bene. Ce ne andiamo, – disse deciso l’assistente prendendo per un braccio l’attore.
– Ecco, bravi, andatevene che nel giro di un’ora organizziamo una conferenza stampa e
spieghiamo a tutti come sia veramente il nostro comico.
Rancio prese da una parte Fanigliulo e partí, gli occhi piantati nei suoi, la voce bassa e
ferma:
– Ascolta, scemo, lo sai cosa ci facciamo con la tua conferenza stampa? Vuoi fare a chi
ce l’ha piú grosso? Una telefonata. Mi basta una telefonata e arriva il tuo direttore, ti
impala, ti scortica, e viene ogni giorno a buttarti il sale addosso.
In quel momento entrarono il prete, la psicologa e l’educatore. Tutti e tre si presentarono
al comico ringraziandolo per essere lí. Poi ognuno si mise a raccontare le iniziative che
era riuscito a mettere in piedi. In modo particolare l’educatore si attardò nel racconto. La
sensazione era che tutto quello che aveva fatto fosse piú per dimostrare la propria
bravura che non l’effettiva utilità. Ci fu un lungo racconto su come aveva pensato che si
dovesse svolgere l’incontro con i ragazzi. C’era tutta una specie di cerimoniale su cui il
comico dovette saltar su:
– Senti, secondo me è meglio se andiamo naturali: tu mi presenti, io faccio quello che
riesco e... speriamo che i ragazzi si divertano, va bene? Inutile che la prepariamo troppo,
no?
L’educatore acconsentí a malincuore. Entrò il direttore, gentile e formale quanto basta.
Si capí che non conosceva il comico ma lo ringraziò sentitamente. Rancio, il suo assistito
e Fanigliulo si guardarono piú volte. Decisero tutti che evitare incidenti era un po’meglio
che finirci dentro. Finalmente si mossero dall’ufficio.
Attraversarono alcuni corridoi. Ogni tanto si trovavano di fronte a porte di ferro che
venivano aperte e subito richiuse a chiave alle loro spalle. L’educatore, la psicologa e il
prete continuavano a parlare del carcere, delle norme di sicurezza, dei settori, dei
ragazzi, delle iniziative di recupero, delle percentuali di recidività. Il direttore ascoltava, o
forse no, camminando con le mani giunte dietro. Ogni tanto il promoter cercava di
attaccare bottone con lui. All’ennesima porta di ferro vennero presi i documenti al

comico, al suo personal manager e al promoter. Poi i tre consegnarono i telefonini.
Fanigliulo ordinò che venissero perquisiti come da prassi ma il direttore intimò di farli
passare.
Nello stanzone in cui entrarono c’era già una ventina di persone sedute ai lati della
pedana che avrebbe fatto da palco. Probabilmente anche loro parenti del personale di
vigilanza o del direttore. Fecero un applauso al comico che si sforzò di non mostrarsi
infastidito da quell’ennesima presenza non prevista. Il promoter, la psicologa, il prete,
Fanigliulo e i due assistenti si accomodarono sulle altre sedie rimaste libere ai lati. Il
direttore venne salutato da tutti i presenti. Si sedette a sua volta. Il comico e l’educatore
erano sulla pedanina. Rancio era di fianco a loro a controllare che tutto procedesse.
L’educatore accese l’amplificatore dietro di loro, prese il microfono, lo provò, quindi
disse:
– Se siamo pronti facciamo entrare i ragazzi.
Il direttore fece un piccolo cenno, il comico fece altrettanto.
Da un’altra porta di ferro laterale entrarono un paio di sorveglianti. Poi, a seguire, i
detenuti. Erano una ventina. Le sedie di fronte alla pedana erano circa quaranta. La fila
piú vicina era a cinque-sei metri. Nonostante questo, i ragazzi si sedettero quasi tutti in
fondo.
– Andiamo, non restate lí. C’è un sacco di spazio qui davanti, – disse l’educatore.
Anche se controvoglia, una parte di loro si avvicinò. Nell’ultima fila rimase un gruppetto.
Il comico pensò che quello al centro potesse essere il capo.
– Allora, cercherò di essere il piú breve possibile, devo però fare una serie di
ringraziamenti. Innanzi tutto al direttore che ha permesso che si svolgesse questa
iniziativa.
Dai presenti ai lati un applauso convinto. Dai detenuti uno stiracchiato.
– Poi alla signora Malanga, nostra psicologa e a don Guglielmi che hanno, insieme a me,
pensato e messo in piedi l’iniziativa.
Un battimani in calare.
– E infine al signor Fanigliulo che si è occupato della parte esecutiva.
Qualche applauso dalle tribunette. Nessuno dai ragazzi. I sorveglianti li spinsero a farsi
sentire.
– Ma, ovviamente, il nostro ringraziamento piú sentito va a questo artista che, venendo
qui dentro oggi, ha dimostrato di avere anche grandi doti umane.

Ci fu l’applauso piú fragoroso. I ragazzi anche in quel caso non seguirono. I secondini
continuarono a incitarli.
– È inutile che ve lo presenti, lo conoscete tutti e fra pochissimo si esibirà. Prima però,
come negli incontri fatti in passato, vi invito ad approfittare della sua disponibilità e a
fargli qualche domanda.
Se ne stavano zitti. Il comico li scrutò. Gli sembrava che nessuno lo conoscesse. Non
erano stati loro a richiedere la sua presenza.
– Andiamo, non fate i timidi, – continuò l’educatore.
C’era il tipo che sorrideva impacciato in prima fila. C’era un gruppetto che sogghignava
come alle elementari. C’era quello che si atteggiava a bravo ragazzo.
– Insomma, siete di fronte a uno che ce l’ha fatta. Non posso credere che non abbiate
nemmeno una curiosità.
Continuavano a restare in silenzio. Il comico prese il microfono dalle mani
dell’educatore:
– Forse volete sapere come sono le tette della presentatrice del mio programma.
Dai lati partí qualche risolino. I ragazzi si fecero attenti. L’educatore si mise a sedere.
– Per voi inarrivabili. Ecco come sono.
Le risate salirono. Scappò qualche sorriso anche ai detenuti.
– In realtà sono inarrivabili anche per me.
Nella tribunetta sembravano già pronti a ridere di qualsiasi cosa, ma il clima si scioglieva
anche in platea. Il comico si mise a camminare avanti e indietro sulla pedanina. Teneva
il microfono lontano dalla bocca, non parlava. Ai suoi lati avvertiva un po’di nervosismo
ma lui continuava a camminare e basta. Avanti, indietro. Sentiva che i ragazzi si
facevano sempre piú attenti. Non li guardava, camminava. Avanti, indietro.
– La puzza non passa, – disse quello che voleva fare il bravo ragazzo, spezzando la
tensione.
Solo allora il comico si fermò. Annusò un po’ l’aria e, dopo la pausa perfetta, disse:
– Nemmeno qui dentro.
Sentí che qualcuno ai lati cominciava ad agitarsi, ma i ragazzi risero quasi tutti.

– I casi sono due: o non vi amate abbastanza... – disse accompagnandosi con un
movimento effeminato. L’approvazione era in crescita.
– … o le docce le ripara Fanigliulo...
Ora i detenuti si lasciarono andare a una risata piena. Anche il loro capo là dietro, se non
altro, sorrideva. Lui non si prese la briga di guardare Fanigliulo, sapeva già com’era la
sua faccia. Dalle tribunette aveva sentito risolini imbarazzati. Il direttore cercava di
trattenersi ma rideva. Rideva proprio.
– … oppure è colpa dell’educatore che sempre ve li promette ma poi non ve li porta mai,
i flaconi di Intimo di Karinzia.
Rancio sembrava meno serio del solito.
Il comico sentiva la situazione in mano. Quando le risate sono a quel punto, diventa tutta
questione di ritmo e di fluidità. Solo adagiarsi su quell’onda buona. Sei stato tu a portarli lí
e ora, lí, è tutto liscio. Tutto fa ridere in quelle condizioni, se c’è ritmo e fluidità.
Fu proprio in quel momento che cominciò a imitare la voce, la postura, i movimenti di
Fanigliulo. Ci fu subito un boato. Eccolo il tormentone della serata: Fanigliulo.
– La puzza non passa... nel mio ufficio...
L’entusiasmo li faceva fischiare. L’imitazione era perfetta.
– ... il dottore ha detto che per la mia aerofagia c’è solo il cemento armato…
Sugli spalti qualcuno aveva cominciato a passarsi il fazzoletto sugli occhi.
– La puzza non passa... nella mia macchina… e pensare che mi va tutto lo stipendio in
arbres magiques.
Guardò Fanigliulo. Fingeva di ridere ma si vedeva quanto lo stesse odiando.
– La puzza non passa... nella mia camera da letto... forse ho l’epidermide un po’pesante.
Non so... mia moglie giura di amarmi... ma allora cara, le dico, se davvero è cosí perché
non ti togli la maschera antigas? Almeno per una notte... Quando mi sveglio e ti vedo non
so mai se è un’esercitazione o se hai lasciato i fornelli accesi apposta.
Il direttore e gli assistenti di Fanigliulo si sforzavano, senza successo, di trattenere gli
sghignazzi, tutti gli altri ridevano a crepapelle. Finalmente anche Rancio. Il comico si
sentiva fortissimo. Da un po’di tempo teneva spettacoli di fronte a migliaia di persone e,
ora, poter vedere ognuna delle facce di quella cinquantina di spettatori gli faceva
apprezzare meglio gli effetti delle sue battute. Poteva verificare ogni reazione.

Per un po’improvvisò sulla base del suo tormentone ma poi lasciò anche quell’appoggio:
improvvisò e basta. Le risate arrivavano come schiaffi d’onda. Quello che secondo lui
era il capo dei ragazzi si tratteneva un po’come a darsi un tono ma, se lo guardava negli
occhi, ci trovava approvazione. Dopo un po’, quando sentí che l’imitazione di Fanigliulo
cominciava a divertire meno, passò a una fase piú tecnica usando pezzi dal suo
repertorio.
L’esibizione non perse d’intensità. Li sentiva. Percepiva tutto. Preparava le battute ancora
meglio del solito. A un certo punto gliene venne una che fece ridere pure lui. Si piegò
sulle ginocchia e dovette fermarsi qualche secondo non riuscendo a trattenersi. Partí un
applauso fragoroso. Si rialzò e se ne uscí con un’altra frase fatta dire da Fanigliulo. Se
possibile si raggiunse un altro picco d’entusiasmo. Poi annunciò:
– E adesso a grande richiesta vostra, anche se non lo sapete, il mio ultimo successo. Una
ballata che si chiama: Si può sapere, cara, perché il mal di testa adesso ce l’ho io?
Cantò quella canzone come aveva già fatto in altri spettacoli. Senza nessuna base sotto.
Questa volta, però, cantava imitando via via l’operatore, la psicologa, il prete e
ovviamente Fanigliulo. Un trionfo.
Finita l’esibizione ci fu un applauso lunghissimo. Lui si sentiva un po’ imbarazzato, non
faceva mai inchini. Non sapeva bene cosa fare. L’operatore rientrò a centro pedana,
prese il microfono e disse:
– Va bene. Ringraziamo di cuore il nostro ospite. È stato sicuramente l’incontro di
maggior successo che abbiamo fatto qui dentro...
– Come mai sei venuto qua? – All’improvviso, il presunto capo dei ragazzi si era alzato in
piedi e aveva preso la parola. Si fece un certo silenzio.
Il comico riprese il microfono.
– Sono qui perché a me è stato detto che voi avete insistito perché io venissi. Non so se
sia andata proprio cosí… Comunque sono già stato a Nisida e al Beccaria.
Il silenzio aumentò. Lui li guardò per un po’ negli occhi e proseguí:
– Se siete qua avete commesso senz’altro degli sbagli. E probabilmente la pena che vi
hanno dato è giusta. Ma credo che non ci sia niente di male ad accelerare di un’oretta,
con qualche risata, l’arrivo del momento del vostro rilascio.
Ci fu un applauso sentito. L’educatore riprese il microfono:
– E ora, uno alla volta, potete venire a farvi fare l’autografo.
Tutti i sorveglianti si fecero ancora piú attenti mentre i ragazzi accerchiavano il comico.

Ci fu un po’ di confusione. Assieme ai detenuti, anche gli altri presenti si fecero avanti
per dediche e foto. Rancio aveva raggiunto il comico dirigendo un po’ la questione. I
sorveglianti si limitavano a dire piano, piano. Lui continuava a essere brillante con
chiunque.
Fu lí, però, che si accorse di avere fatto quel gesto che tante volte gli veniva
inconsciamente. C’è chi non calpesta le righe, chi compie ogni operazione in sette
movimenti, chi irrigidisce di scatto il collo, chi digrigna i denti. Il suo tic era portarsi la
mano sulla tasca posteriore destra a sentire il rigonfio del portafoglio.
Il movimento era stato velocissimo anche quella volta, al punto che solo dopo si accorse
di averlo fatto. Ma sentí salire una vampata di calore: un movimento del genere, in un
posto del genere, in un momento del genere aveva tutt’altro valore. Si stava giurando che
gli era successo senza pensarci. Ora doveva controllare le conseguenze.
Nessuno dei ragazzi nel cerchio attorno a lui sembrava avere notato niente. Nemmeno
gli altri ospiti, né i sorveglianti, né il direttore, né, per fortuna, Fanigliulo. Nessuno lo stava
guardando con un’espressione che glielo facesse pensare. Addirittura nemmeno Rancio.
O forse si era talmente abituato a vederglielo fare che non ci faceva piú caso. No, no,
era inutile sprecare altri pensieri: era vero che c’era stata un po’ di ressa ma non c’era
alcuna intenzione nel suo toccarsi il portafoglio. Doveva smetterla di pensarci.
Quando alzò lo sguardo verso il capo dei ragazzi, però, lo trovò fermo a fissarlo. Il suo
sorriso, ora, era di altro tipo. Quel sorriso non nasceva da alcuna battuta. Né da alcun
compiacimento. Era un sorriso di disprezzo. E da laggiú, per assicurarsi che il labiale
fosse leggibilissimo, gli rivolse, con movimenti lenti ed esagerati della bocca, la frase:
La puzza non passa.

Quindi lo fissò calmo senza regalargli piú, come non lo meritasse, nessuna espressione.
Infine gli diede le spalle. Per sempre.
Nel percorso verso l’uscita il comico ricevette i complimenti di tutti. Il direttore, la
psicologa, il prete, l’operatore lo ringraziarono di nuovo. Il promoter gli disse:
– Spero che ti sia tenuto qualcosa per lo spettacolo di stasera. Scherzo. Complimenti
davvero.
A un certo punto lo avvicinò Fanigliulo che gli disse:
– Allora salutami tanto i miei amici finanzieri quando ti vengono a trovare.
– E tu salutami tanto tua moglie. Dille che anche tutti i miei amici la salutano
affettuosamente. Anche l’intera nazionale italiana di pallavolo. Anche la Folgore…
Rancio si piazzò di fronte a Fanigliulo che era già scattato. Gli mostrò un sorriso di


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