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ricordi .pdf



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Ho voglia di scrivere.
leggendo altri libri,guardando un film ,ascoltando una canzone, forse
semplicemente prendendo la metropolitana..... mi è venuta voglia di
ricordare, è non c'è un mezzo piu' bello per ricordare che scriverlo,
attraverso le parole, attraverso un percorso fotografico, riesci a dare un
senso, un colore ai ricordi....
Il titolo? Cento pagine...come ricordi...ed è bello ricordare se sono stati
passaggi positivi della vita....anche se sono convinto che bisogna
mettere tutto nel calderone, passaggi belli e quelli brutti, o meno belli,
ma che comunque fanno parte della vita....
Cento pagine , perché'? Non c'è un motivo preciso
...mi piacerebbe mettere insieme cento mille, duemila ricordi .
Ci sto' pensando da un po', ma forse stamane, proprio oggi, mi è
bastato uscire alla stazione della metropolitana di Montedonzelli per
avere tanti ricordi da...ricordare... come dicevo a Paolo....
Ricordi di quando avevamo più di otto anni.....dieci ….visto che in
questo posto ci son cresciuto......
il super santos. La bicicletta con la '' mazzarella '' del ghiacciolo tra i
raggi per fare la '' marmitta''..(.nemmeno dieci metri riuscivi a fare....)
le figurine dei calciatori...il pacchero, la ''pacchiosa''...il
carruociolo....giochi da strada.....
Ricordi, , autentici, le prime cose che mi sono venute in mente, ne
parlavo subito dopo con Antonio, mio cugino, con il quale si è
condiviso spazi e tempi, uno dei '' complice'' di quei ricordi
si vero, proprio ricordi personali, non ricordi attivati da racconti , ma
ricordi “veri” nel senso comune della parola:
e senza alcun rimpianto...perche' con i rimpianti non si va' da nessuna
parte, appunto nemmeno indietro nel ''ricordare''.

la memoria è piena di fantasie, sogni, immaginazioni –allora non
sapevamo bene la distinzione tra falso e vero...era tutto
normale....adesso, da adulti mica ci è molto chiaro se siamo riusciti a
risolvere l'enigma...la società', la politica, il nostro modo di essere ci ha
proposto un modello sociale, noi l'abbiamo accettato credendo da adulti
che tra vero e falso distinzioni non ve ne fossero...non è che stiamo
consegnando un bel risultato a questi ragazzi.....ci è stato proposto un
modello sociale e culturale fatto di narcisismo ed ipocrisia, l'abbiamo
accettato...tanto pare fosse immune dall'assumersi responsabilita'
verso noi stessi, verso gli altri.....
fortunatamente ho un mare di foto dei ricordi di quei tempi, su questo
diciamo che sono sempre stato immerso in un mondo fotografico.......
la fotografia è bella, ti riesce a ricostruire quell'attimo come presente,
come attuale...come una immagine qualsiasi, una frase che hai letto, un
film, un piano sequenza, una canzone....
Perché ho voglia di scrivere di queste cose queste cose?
Perché è bello ricordare, come dicevo a Paolo, di una adolescenza
costruita su quel campetto targato oggi stazione metropolitana Monte
donzelli... il monastero delle suore alle spalle, dove finiva regolarmente
il pallone, nemmeno piu' il monastero c'è..oggi è targato Ufficio delle
Entrate

Tutto qui....perché' sono cose che scrivo per me....
Super Santos, Super Tele e Tango. Quando era ancora gioco
, quando non esistano play station e smartphone, quando ci
divertivamo all’aperto, c’era un pallone arancione che rimbalzava ...il
super santos
Non servivano campi di calcio in erba curata ...semplicemente un
campetto, fatto di buche, porte segnate con i mattoni, ginocchia
malridotte...che puntualmente quando tornavi la sera a casa,
prima...''abbuscavi''...'' le prendevi....poi...vai a lavarti...disgrazia'...che 'è
pronto da mezz'ora...con quella mano stretta tra i
denti..''disgrazia'..t'aggiaaccidere''...

si era capaci di giocare a pallone dalla mattina alla sera..il bello quando
poi si bucava il pallone...la '' colletta '' per comprarlo....
come il ''carruociolo''....un gioco divertente e pericoloso,
delle vere e proprie gare di velocità con un oggetto infernale, . , per
poterlo utilizzare, era necessario costruirlo.
vecchie assi di legname molto ma molto pericolose da assemblare ed
inchiodare tra loro ben allineate... vecchi cuscinetti di auto
irrecuperabili che fungevano da ruote...ed una fune.. che doveva
funzionare come volante per cambiare la direzione , in realtà, per
sterzare utilizzavamo il peso del nostro corpo spostandolo da una parte
all'altra a seconda della direzione prescelta.....
quella discesa....la'' cuparella''....se non riusci a fermarti arrivavi
direttamente a piazza arenella …. troppa velocità e....senza freni se non
le nostre scarpe che scavavano solchi , se usavi le '' mecap''...una
specie di adidas ''pezzottate''alla fine nemmeno uno strato di
gomma....nella migliore delle ipotesi quando tornavi a casa, prima
''abbuscavi'' come sempre, poi una bottiglietta di mercurio
cromo....pero' anche se le nostre ginocchia restavano mezze
incerottate tutta la notte, il giorno dopo ancora a riprovarci..... le urla di
gioia quando riuscivamo ad arrivare alla fine della discesa senza andare
a finire un po' più' su, al cardarelli .....e la mamma infuriata che dal
balcone ...non c'erano i cellulari ''alluccava'' a per chiamarci per il
pranzo.......ma nessun rimpianto, solo ricordi
'E fiurine 'e giocatori (figurine di giocatori) sono state utilizzate per molti
tipi di giochi, spesso diversi non solo nelle regole, ma anche nella
sostanza. Come si vedrà tutti i giochi con le figurine fornivano ampie
possibilità di scorrettezze, tentativi di imbrogli e trucchi al limite del
regolamento (che comunque non era ovviamente scritto da nessuna
parte) e quindi erano una fonte inesauribile di discussioni e appiccichi.
C'erano dei giocatori che più facilmente degli altri facevano polemiche e
si offendevano per scorrettezze vere o presunte commesse dagli altri ai
loro danni ed erano subito bollati come 'mpicciusi e pattaiuoli.
Come le monete per barracca 'o rutunniello, 'e giocatori erano allo
stesso tempo strumenti di gioco e posta in palio e quindi l'obiettivo
massimo di ogni partecipante era quello di vincere tutti 'e giocatori
all'avversario. Questa operazione era indicata con un termine ben
preciso nel gergo dei giocatori di fiurine, e cioè il verbo sballuzzare, o
meglio sballuzza', che significava appunto lasciare il proprio
antagonista senza manco nu giocatore.
Quando si rimaneva senza figurine si poteva chiedere un prestito

all'avversario, ma questi, a meno che non fosse uno sprovveduto o
molto più abile dell'altro e quindi sicuro del fatto suo, di solito non lo
concedeva. Infatti capitava spesso a chi prestava dei giocatori
all'avversario sballuzzato di essere poi sballuzzato a sua volta in poco
tempo. In questo caso si diceva che 'e giocatori avuti in prestito
avevano fatto razza, cioè avevano procreato e avevano avuto una
quantità di discendenti. Quindi i giocatori più attenti, una volta tolte
tutte le figurine ad un altro ragazzo, prendevano 'e giocatori vinti ed
andavano via rifiutando ogni prestito perché sapevano che anche un
solo giocatore puteva fa' razza.
Le fortune delle varie specialità e la quantità di figurine poste in gioco
sono state sempre condizionate dalla qualità dei giocatori stessi. Negli
anni cinquanta imperava un tipo di figurina piccola (4 x 5 cm) stampata
su carta leggera, molto morbida e porosa. Queste venivano vendute in
gruppi di dieci tenute insieme semplicemente da una fascetta di carta
velina colorata. Negli anni sessanta furono poi soppiantate dalle famose
figurine PANINI, di dimensioni ben maggiori (circa il doppio), stampate
su carta più pesante e lucida. Quindi nelle varie specialità nelle quali il
peso dei giocatori era determinante ai fini del risultato il numero di
figurine in gioco fu più o meno dimezzato.
Il gioco che più di tutti è stato praticato, e che è anche quello che ha
avuto vita più lunga resistendo negli anni ai vari cambiamenti di misura
e peso delle figurine, è 'o pacchero o 'o schiaffo, termini che in
napoletano hanno praticamente lo stesso significato.
1) 'o pacchero o 'o schiaffo
A questo tipo di gioco potevano partecipare due o più ragazzi, ma il
gioco classico era la sfida diretta. La posta variava da poche figurine a
varie decine a testa, per raggiungere un totale che poteva anche
arrivare al centinaio (con le figurine piccole). Scopo del gioco era quello
di capovolgere il maggior numero di figurine dando un forte schiaffo a
terra al lato del mucchietto di giocatori. Si menava 'o tuocco per
decidere il turno di giocata e quindi ciascuno dei partecipanti al suo
turno dava 'o pacchero e poi prendeva 'e giocatori finiti a faccia in giù.
Una volta deciso a chi toccasse dare il primo schiaffo, questi impilava i
giocatori e li metteva a terra, faccia in alto, leggermente cuppiati (piegati
nel centro). Questa era una delle discussioni più frequenti che si
accendeva fra i giocatori in quanto una leggera cuppiatura era
ammessa, ma non doveva oltrepassare un ragionevole limite, che
comunque non era quantizzabile in alcun modo. Per evitare quistioni
(discussioni) a volte si decideva di utilizzare 'e fiurine solo schianate,
cioè piatte, senza alcuna piegatura.
Un'altra operazione irregolare che spesso si faceva, o meglio si tentava
di fare se gli altri non se ne fossero accorti, era quella di disporre 'e
giocatori a scalella (scaletta). Cioè si sistemavano le figurine non
impilate perfettamente, ma facendo sì che quelle più in alto sporgessero

dal lato dal quale si sarebbe poi dato 'o pacchero. In questo modo 'e
giocatori avrebbero offerto una maggior superficie all'aria che usciva da
sotto la mano e quindi si sarebbero capovolti più facilmente.
Ognuno aveva una sua tecnica per la giusta posizione della mano e
questa variava anche a seconda della quantità di giocatori da
rovesciare. Si poteva dare lo schiaffo con differenti angolazioni rispetto
al mucchietto di figurine, la mano poteva essere più schianata (piatta) o
più accupputa, e infine si doveva saper regolare la potenza dello
schiaffo. Infatti un pacchero troppo forte, dato al lato di un numero
relativamente esiguo di giocatori, poteva anche far fare a questi nu
capriuolo, cioè un giro completo. In questo caso le figurine si
ritrovavano di nuovo con la faccia in alto e quindi il tiro era fallito e non
si vinceva niente.
Di solito si giocava su superfici abbastanza lisce e levigate come le
soglie delle case o dei portoni, solitamente costituite da lastre di marmo
o di arenaria.
Quando le figurine erano molte, era difficile, e per la maggior parte dei
partecipanti addirittura impossibile, rovesciarle tutte in un sol colpo e
quindi l'obiettivo era quello di farne capovolgere per lo meno un certo
numero di quelli che stavano in cima al mucchietto. Quando c'erano dei
giocatori di differente peso (e ciò era frequente a causa della maggiore
usura di alcune figurine o perché di diversa qualità) si preferiva mettere
i più leggeri in alto in modo da avere più possibilità di rovesciarli.
Quanto maggiore era il numero di figurine, tanto più era importante fare,
o tentare di fare, un po' di scalella e cuppiarli quanto più possibile.
Un imbroglio vero e proprio era invece quello di rovesciare 'e giocatori
con un piccolo, fulmineo colpo dato con l'unghia del pollice. Quando si
dava 'o pacchero, nello stesso momento in cui la mano toccava terra, si
faceva scattare il pollice in alto verso il mucchietto di figurine tentando
di rovesciarle; in questi casi, se l'avversario se ne fosse accorto non
erano appiccichi, ma mazzate 'e morte.
2) 'o ppa'
In questa variante le regole generali (scopo del gioco, posta, tocco per il
turno, numero di partecipanti, ecc.) erano identiche a quelle valide per
'o pacchero, ma la tecnica per il rovesciamento delle fiurine era
totalmente diversa. Li si doveva capovolgere con l'aria emessa dalla
bocca nell'atto di dire "PPA'" (e da ciò deriva ovviamente il nome del
gioco stesso). Cioè si cacciava di botto l'aria di bocca, aprendo
velocemente le labbra, ed era assolutamente vietato 'o suscio (il soffio).
Il mucchietto di giocatori veniva sistemato su di un ripiano più o meno
alto, in modo da far coincidere il bordo di un lato lungo delle figurine
con il margine del davanzale, del muretto o dello scalino. Quando si
usavano ripiani bassi come gli scalini, o anche le soglie dei portoni, i
ragazzi, per tentare di rovesciare 'e giocatori, si stendevano
praticamente a terra. Anche in questa variante era possibile applicare i

trucchi già citati per 'o pacchero, cioè 'a scalella e 'a coppiatura, ma
erano ugualmente vietati. Generalmente il numero di figurine in gioco
con 'o ppa' era molto maggiore di quelle messe in palio con 'o
pacchero.
i ricordi sono la storia delle nostre radici e servono, ...ricordare come
fotografare, ricordare come scrivere, serve per ricostruire una
immagine di quel luogo, di amici, di spazi di vita, percorsi ...è bello
farlo, è bello guadare quelle vecchie foto anche se tante cose e tante
persone che ti hanno regalato spazi di vita serena non ci sono piu'...
Edgar Reitz nel suo famoso film Heimat racconta la saga di una
famiglia tedesca nel corso del Novecento. A partire dal secondo degli
undici episodi, il regista utilizza l’espediente fotografico per
riassumere le puntate precedenti e dare inizio a quella successiva. In
ogni apertura capitolo compaiono quindi le fotografie dei personaggi
fino lì raccontati mentre una voce sintetizza i fatti accaduti, nominando
la gente raffigurata in istantanee ingiallite tipiche dei vecchi album di
fotografia di inizio secolo scorso, che, oltre a ricordare i volti dei
protagonisti, mostrano, attraverso il succedersi del tempo e dei luoghi,
le vicende e i cambiamenti storico-politici dell’epoca.
In un altro celebre film, Smoke di Wayne Wang, assistiamo,
all’opposto, a una scelta fotografica apparentemente statica. Tutte le
mattine alle otto, Auggie fotografa l’angolo tra la Terza e la Settima
Strada. E’ già arrivato a quattromila fotografie dello stesso posto, per
riprendere le quali rinuncia pure alle vacanze. Sfogliando l’album,
all’obiezione di un cliente che constata la loro invariabilità, replica:
“Sono tutte uguali, ma ognuna è differente dall’altra. Ci sono delle
mattine di sole, delle mattine buie; ci sono luci estive e luci autunnali;
giorni feriali e fine settimana; c’è gente con l’impermeabile e le
galosce e gente con la maglietta e i pantaloncini; qualche volta la
stessa gente, e qualche volta differente; qualche volta quelli differenti
diventano uguali, e la stessa gente scompare. La Terra gira intorno al
Sole, e ogni giorno la luce del Sole colpisce la Terra da un’angolazione
differente”.
Nella loro differenza, entrambe le modalità di utilizzare la fotografia ci
spiegano la relazione che l’essere umano può intrattenere col mondo,
agendo sia come strumento per arrestare un momento che non sarà
più ripetibile nel tempo, sia come tecnica per costruire una certa
immagine seguendo una propria inclinazione estetica.
Fotografare infatti equivale a catturare quella immagine, che non potrà
più riprodursi, e farla nostra per sempre. Dallo sguardo che l’ha
percepita al possesso fisico della sua riproduzione. Dall’evanescenza
della memoria di quella percezione, alla possibilità di consegnare, con
la fotografia scattata, il ricordo all’eterno.

L’illusione non solo di aver arrestato la fuga del tempo, ma di aver
potuto effettuare un viaggio a ritroso nella memoria. Perché, in un
certo senso, la foto cristallizza il ricordo, restituisce esattamente
quello che ha visto, anche quando anni sono passati trascinandosi con
sé luoghi e persone.
Roland Barthes ricorda nel suo “La camera chiara“ come, in una sera di
novembre, riordinando vecchie fotografie dopo la recente scomparsa
della madre, trovando una sua vecchia inquadratura a cinque anni di
età :”Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre. La
luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani … tutto ciò
aveva trasformato la posa fotografica in quel paradosso insostenibile
che lei aveva sostenuto per tutta la vita: l’affermazione di una
dolcezza”.
Proprio perchè ha immobilizzato un volto, colto un attimo, un gesto,
una luce, una situazione,quella foto ripescata dai ricordi può far
parlare il soggetto che raffigura.
E’ anche il caso degli scatti proposti in occasione di mostre o
retrospettive relative a particolari eventi storici che, con un linguaggio
evocativo diverso da quello narrato dai testi di studiosi o quello orale
tramandato dalle testimonianze, ci offrono lo stesso valore di “essere
una storia”, poiché ricostruiscono attraverso la potenza dell’immagine
simbolica qualcosa che va oltre la semplice documentazione dei fatti.
Una certa inquadratura del viso, del paesaggio, della prospettiva di
una strada, o la scelta di soffermarsi solo su particolari di immagini –
gli occhi, le mani, una finestra, una casa – serve a rimandare con
precisione ciò che in quel momento è stato visto e a risvegliare
nell’osservatore la stessa emozione dell’evento, nonostante
l’impossibilità di esserci stato.
Un’incursione nel sito dei Fratelli Alinari e nel suo immenso patrimonio
documentale accumulato dall’inizio della storia fotografica ad oggi
potrà farci viaggiare, attraverso lo sguardo, nelle istantanee di vita
“fermata” di arte e cultura della società italiana e del resto del mondo.
Se la fotografia narra della vita che ci circonda, altrettanto è in grado
di raccontare di noi stessi. Provate a recuperare vostre fotografie
scattate a età diverse della vita e disponetele l’una accanto all’altra.
Con un’unica occhiata potrete prendere possesso di tutta la vostra
esistenza, come davanti ad uno specchio fornito di memoria, una linea
continua nel tempo che dal passato porta al presente, riproponendo
particolari episodi della vita e delle trasformazioni fisiche attraversate
dal corpo.
Questa capacità di essere potente forma espressiva e comunicativa, ha
reso la fotografia prezioso strumento all’interno della relazione
psicoterapeutica.

Nel 1993 Judy Welser e Linda Berman hanno individuato
nella Fototerapia un mezzo per facilitare l’analisi del proprio mondo
emozionale e del rapporto col sistema familiare di appartenenza. Il
metodo consiste nella ricerca del potenziale evocativo e
simbolico suscitato dalle fotografie portate dalla persona, quasi
rappresentassero una specie di diario che, nel suo dispiegarsi e
commentarsi, porta alla luce momenti cruciali della propria esistenza.
Il materiale portato in seduta consiste in fotografie che possono
essere scattate direttamente dal paziente o al paziente da altri
soggetti, autoscatti o album familiari, immagini create da altri e
utilizzate per verificare il tipo di proiezione che l’osservatore ne
effettua.
In effetti, trascurando l’analisi prettamente tecnica di come è “fatta”
una fotografia, sicuramente la percezione che ognuno di noi ha di
fronte a un’immagine, rispecchia la specifica modalità individuale di
percepire il mondo e se stessi, al di là di quello che vi è strettamente
raffigurato.
A ben guardare, inoltre, lo scatto stesso non corrisponde mai a una
riproduzione vera e fedele del mondo circostante, bensì a una specifica
scelta compiuta dall’autore di quello scatto: che cosa il suo occhio
indaga, se è già insita la tendenza a voler raccontare una storia, se lo
usa per emozionare, per rievocare, per denunciare, per testimoniare.
E’ raro che ci si interroghi sul perché conserviamo vecchie foto,
soprattutto in un oggi in cui le tecnologie diventano sempre più
fulminee ed invasive nel catturare qualsiasi scorcio. Già Italo Calvino
preconizzava nell’”Avventura di un fotografo“: “Ah che bello,
bisognerebbe proprio fotografarlo! E già siete sul terreno di chi pensa
che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse
esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto
più si può”, pronosticando contemporaneamente la fatuità di uno stile
di vita basato esclusivamente sull’apparire e il rischio di cadere vittima
dell’ossessione di rendere fotografabile ogni istante della propria
esistenza.
Resta il fatto che nell’album di fotografie è racchiuso il bisogno
di conservare la nostra memoria e nello sfogliare le sue pagine, nel
nostro dialogo interiore con quei “clic” gelosamente custoditi
,riportiamo in vita aspetti talvolta segreti e profondamente nascosti sia
delle generazioni che ci hanno preceduto sia nell’accompagnamento di
noi stessi.
Un modo di addolcire quel senso della mancanza che inevitabilmente lo
scorrere dei giorni esige.

'' COME LA VEDI?'', mi chiese improvvisamente quella sera
''mah, cosa posso dirti, la vedo a modo mio...ognuno la vede a modo
proprio come è giusto che sia'...forse per me è giusto che la si veda, la
si interpreti dalla rnm......sono percorsi individuali...sai bene che sono
tre lettere che possono stravolgerti la vita, rivoltala come il palmo di
una mano....ma al di fuori c'è un tecnico e pensi...sta' scrutando il mio
corpo o la mia anima?...il problema è tutto li , questa è la domanda che
ti fai....non è questione di essere un giornalista, uno scrittore, avere
una laurea attaccata al muro...dietro quella sigla siamo tutti uguali,
partiamo tutti in pole position, Toto' ha scritto la poesia più'
bella..........
. Noi chi siamo, riusciamo a scindere le due cose? Anima e corpo?....e
allora quando hai quel suono che ti ronza nella testa, chiudi gli occhi e
pensi....magari pensi a chi può' essere il vincitore, magari uno Zanardi,
ma non perché' abbia vinto le para olimpiadi gareggiando nel suo
contesto...ma perché' ha alzato le braccia al cielo via satellite, sfidando
la gente che a casa lo guarda, ha parole di ammirazione, ma dopo dieci
minuti , terminata la gara , è in strada, spesa, pizzeria, auto..mentre
Zanardi è ancora li ed aspetta un qualcuno che l'aiuti..
l'altra sera ti parlavo del libro ...storia di un corpo di Pennac, una figlia
che si confronta con un diario lasciatole dal padre dopo il suo funerale
con una descrizione della sua vita passo dopo passo, giorno dopo
giorno....forse anche leggendo quel libro riesci a sentire vicino persone
che fisicamente non ci sono piu', ma che sai essere presenti, perche' ti
hanno dato un presente, nonostante tutti gli accadimenti della vita
un percorso naturale che termina con una sequenza naturale,
ma anche dal film ''Quasi amici'' evince la storia di un corpo con un
percorso diverso, in mare dentro è ancora diverso, ma sono persone....
la risonanza ha visto le lesioni ma la sua anima non l'ha tracciata....per
quello non serve un tecnico, ma basta una frase di un genitore, magari
resosi conto come anche il suo corpo stesse per tracciare quella storia
ed allora cerca solo di comunicartelo, di dirti non aver paura..e te lo
dice, dicendoti...digli che mi dispiace non aver avuto tempo di volerle
bene, ...una frase che ti fa' la radiografia dell'anima, altro che rnm ...ti
fa' mettere la paura sa parte …..perché' se si ha paura non si cresce,
non si fanno figli, non si ama, non si vince e non si perde, perché'
semplicemente non si gioca, non si gioca con la vita, non si gioca
Zanardi che riesce ad alzare le braccia al cielo sotto il fumo di Londra
ed un segnale via satellite, dicendo tu non sei migliore di me...e loro, i
nostri genitori che hanno avuto un percorso molto molto diverso, fatto
di bombe vere avevano tutti il diritto di dirle queste cose....

la vita è un gioco, c'è un solo modo per non perdere e non vincere mai,
farsi accompagnare dalla paura, in quel cilindro non entri se hai paura,
se hai paura non ami, perché' sai come potrebbe andare a finire, non
fai figli, non lavori, semplicemente non cresci, ed allora quel libro è
importante, proprio perché' ti fa' vedere come cresci, come sei da
bambino, come diventi ragazzo, poi adulto, poi maturo, poi anziano, la
storia del nostro corpo....solo vivendo la propria vita su di se', si puo'
dire quella frase, solo quel ritornello da rnm ti impone di uscire da quel
cilindro ...e camminare sulle tue gambe....magari non correndo, magari
evitando di inciampare, ma o cammini da solo come Zanardi o ti
freghi...gli altri sono persone, non optional...oggi ci stiamo creando
troppi alibi, troppi cuscini dove nascondere la testa...gli altri?...si
mostrano presenti..sono presenti...mah...c'è sempre un mah....finche'
non riprendiamo a camminare da soli possono darci tutto l'affetto e la
presenza di questa vita...ma non c'è ne accorgiamo finche' pensiamo
che la vita sia Alice nel paese delle meraviglie.........lo specchio magico
del nostro narcisismo.....
Fa' male?
Quel raggio magnetico?
studiato ad elettronica come un algoritmo matematico esame di
elettronica biomedica, sicuramente non fa' male, tra integrali e casini
vari di quell'anno c'era un qualcosa che faceva certamente molto piu'
male ,ma bisognerebbe sapere cosa + il dolore.... ti entra dentro come
nessuno aveva mai fatto...chi lo dice che non fà male?....apppunto,
bisognerebbe sapere cosa è il dolore.......

la canzone? Un giorno credi, di E. Bennato....ha accompagnato la
nostra adolescenza, i nostri sogni, il nostro voler crescere magari
pensando che la vita fosse lineare nel suo percorso, senza cadute...in
realta' crescendo si è visti che tra i sogni e la certezza c'è di mezzo
l'oceano...ma le cadute fanno parte del gioco, un percorso pieno di
fossi fa' parte della vita...sarebbe bello vivere senza intoppi,
mah...allora se la vita, il sogno ti ha riservato un percorso diverso, sta'
a noi viverlo questo percorso, non trascinarlo e farci trascinare, le
motivazioni sta' in noi cercarle...



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