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Numero 2 Quaresima 2013 (1) .pdf



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n° 2 - quaresima 2013

anno xxvii

DAL DESERTO…
LA SALVEZZA
Periodico di Formazione, Testimonianza e Comunic@zione Francescana

Di solito il tempo liturgico della
Quaresima viene presentato come
un tempo penitenziale. Senza negare
che lo sia, occorre sottolineare con
forza che prima di tutto esso è il
tempo dell’ascolto della Parola
di Dio, è il tempo del “deserto”,
luogo della prova e quindi della
conoscenza di sé, in rapporto a Dio
attraverso la preghiera.  Dunque
una sosta, per meditare riflettere e
discernere.
Una sosta per giungere, alla luce
della Parola del Signore, ad una
maggiore conoscenza di sé stessi
verificando come stiamo vivendo il
rapporto con noi stessi, con gli altri
e soprattutto con Dio, senza il quale
non avrebbe più senso nemmeno
il nostro vivere ed operare.  Una
sosta ancora per permettere a Dio
di educarci attraverso le prove della
vita.
Il ritorno a Dio deve essere
dettato dalla convinzione, nonché
consapevolezza di fondo, che solo
in Dio vi è possibilità di salvezza
e che ogni obiettivo e traguardo,
anche minimi, vanno perseguiti non
senza coltivare la speranza in Lui.
Senza Dio, l’uomo non fa’ che
brancolare nel buio della propria
illusione, destinata a diventare
delusione e non può che confondersi
nella morsa dell’inquietudine.
Lontano da Dio, l’uomo potrà
anche avere successo e affermazioni
personali, ma  tarderà ad accorgersi
di aver raggiunto un esito solamente
momentaneo e fugace, che nulla gli
avrà lasciato, se non il vuoto delle
sconfitte che in questo caso egli
stesso si sarà procurato.
Lontano da Dio, l’uomo perde
la propria identità e di conseguenza
perde il giusto orientamento verso
gli altri.
La prima domenica di Quaresima
ha sempre un tema fisso: i quaranta
giorni di Gesù nel deserto dove
digiuna, prega e dove viene tentato
da Satana, anche per Gesù il deserto

diviene tempo di sosta.   Una
sosta per stare davanti al Padre in
adorazione e preghiera, per poi
lanciarsi in mezzo al popolo ed
annunciare la buona novella.
Certo il deserto è anche tempo
di lotta e Gesù deve sostenerla per
indicare  due cose:   la prima è che

la lotta spirituale contro il Male è
assolutamente inevitabile: evitarla
significherebbe
non
diventare
uomini maturi e spiritualmente saldi
nello Spirito. La seconda e che,
lottando contro Satana, Gesù riesce
vittorioso in virtù della sua forza:
in tal modo ci ricorda che senza di

Lui, ogni nostro combattimento
spirituale contro le forze del male,
sarebbe perdente già in partenza.
L’uomo che vive in Cristo e di
Cristo, è chiamato a continuare nel
tempo l’opera iniziata da Gesù, con
il suo impegno e con la sua dignità.
Come Gesù è Re, Sacerdote e profeta,
tale diventa l’uomo segnato dallo
Spirito santo. Quando si abdica a
questa chiamata la creazione “soffre
e geme” come dice l’apostolo Paolo
nella lettera ai Romani (8,22) e con
essa l’uomo!
Dal deserto, dove Gesù è
stato gettato dallo Spirito, giunge
dunque a noi una nuova ed eterna
alleanza. Dal deserto ci giunge la
voce dell’amicizia di Dio con noi.
Dal deserto giunge a noi l’invito
a diventare collaboratori di Dio
in Cristo Gesù, per salvaguardare
l’intera creazione ed esserne custodi
nel segno della pace.
Per me è molto bello iniziare la
quaresima con la Parola di Dio, che
mi ricorda che sono   suo alleato,
come Dio è mio alleato, e ciò in ordine
non solo alla salvezza dell’uomo,
ma anche per la salvaguardia del
creato. Siamo in cordata con Dio!  
Egli è il nostro Amico e noi siamo
stati chiamati ad essere suoi amici, e
da amici collaboriamo per la nostra
salvezza e per la salvezza del mondo
inteso come creazione.
Non è una riflessione ecologica
che intendo fare. Certamente no!
Ma, seguendo le indicazioni della
Parola del Signore, intendo ricordare
che in virtù dell’Alleanza amicale
con Dio, offertaci gratuitamente da
Cristo Gesù, siamo diventati suoi
collaboratori.
Che cosa significa collaborare con
Cristo? Prima di tutto accogliere con
gratitudine la grazia della salvezza
che ci è donata e poi uscire dai nostri
intimismi, per allargare la gioia della
salvezza e della guarigione donataci
all’intera creazione.
Segue a pag. 2

2

anno xxvii

Segue da pag. 1
Ma cosa significa salvare il
mondo? Dobbiamo, per un istante
rifarci all’inizio della creazione,
quando uscita dalle mani di Dio, era
bella e buona. Ecco tutto è qui: salvare
il mondo significa fare risplendere
con la nostra testimonianza di fede
la bellezza e la bontà di ogni cosa
creata.
Da ciò dipendono una serie di
conseguenze:

Salvaguardare la vita e
difenderla, impegnandosi a toglierla

camminiamo insieme

n° 2 - quaresima 2013

dalle mani dell’uomo che vorrebbe
diventarne padrone e farne l’uso che
egli meglio crede a sua discrezione.
-  Salvaguardare il bene comune,
da sempre minacciato dall’egoismo
umano, soprattutto da parte dei più
ricchi.

Salvaguardare l’integrità
della creazione, impegnandoci a
condannare ogni forma di egoistico
sfruttamento delle risorse, per
impedire l’impoverimento di ciò che
il Signore ci ha donato attraverso la
terra.
-  Insegnare all’uomo che c’è

qualcosa di sacro nell’universo
creato: esso infatti è stato concepito
da Dio come un immenso tempio,
dove tutti siamo chiamati a svolgere
la liturgia della gratitudine e della
lode.
-  Ricordarci che come cristiani,
siamo chiamati a spendere e spandere
semi di speranza dovunque.
La lista potrebbe non finire mai
e ci porterebbe fuori dal tema di
riflessione quaresimale.
Ma a me sembra un bel digiuno
penitenziale se imparassimo ad essere
collaboratori di  Dio nell’opera della

salvezza, attraverso la lode ed il
ringraziamento, allargando i confini
del nostro cuore, fino al punto da far
diventare cosmico il nostro essere
cristiani.
Lasciamoci allora gettare dallo
Spirito nel deserto, come Gesù, per
ritrovarvi il senso dell’alleanza con
Dio, della sua Amicizia ed in essa,
ritrovare noi stessi, nella nostra vera
ed autentica identità.

(Gv 14,6). Oggi non viviamo solo
una crisi economico-politica, ma
anche e soprattutto una crisi di
valori, ossia una crisi di quelle
realtà guida che non ci permettono
di smarrirci; e se dopo questa
decisione il sentimento che alberga
dentro di noi è proprio quello dello
smarrimento e dell’abbandono,
è perché non sappiamo ancora

rimetterci all’unico sommo e vero
Pastore delle nostre anime, Gesù
Cristo che è morto e risorto per la
nostra salvezza. La scelta sofferta di
Benedetto XVI non contrasta affatto
con le indicazioni della Chiesa,
anche perché nel Codice di Diritto
Canonico sta scritto esplicitamente:
«nel caso che il Romano Pontefice
rinunci al suo ufficio, si richiede per

la validità che la rinuncia sia fatta
liberamente e che venga debitamente
manifestata, non si richiede invece
che qualcuno la accetti» (Can. 332,
§2). Decisione maturata liberamente
dopo essersi reso conto di non
avere più le forze necessarie per
guidare bene la Chiesa universale;
un coraggioso ed efficace gesto di
vera umiltà, che trova senso solo
nell’ottica della fede, cui il Papa
ha voluto dedicare un anno, perché
l’umanità, cristiana e non, possa
comprendere la novità dell’azione
dello Spirito di Dio e ritornare a Lui
con cuore sincero. Benedetto XVI
ha chiaramente manifestato come
bisogna vivere il Vangelo di Cristo,
secondo una logica paradossale
dove “basta la Grazia, perché è
nella debolezza che si manifesta
la grandezza di Dio Padre” (2 Cor
12, 9). Credo che il mio intervento
si possa concludere con le parole
che il Papa espresse nell’omelia a
Serra san Bruno il 9 ottobre 2011,
riferendosi alla spiritualità del
fondatore disse: «Fugitiva relinquere
et aeterna captare: abbandonare
le realtà fuggevoli e cercare di
afferrare l’eterno. In queste parole
di san Bruno è racchiuso il forte
desiderio di entrare in unione di
vita con Dio, abbandonando tutto il
resto, tutto ciò che impedisce questa
comunione e lasciandosi afferrare
dall’immenso amore di Dio per
vivere solo di questo amore ». È
proprio questo il messaggio che il
nostro amato pontefice ha voluto
lasciarci.

Padre Ciro Polverino

DIMISSIONI DI
BENEDETTO XVI

Cari amici,
sono stato invitato ad esprimere
la mia impressione sulla questione
della rinuncia al ministero petrino
del santo padre Benedetto XVI. Sono
giorni questi in cui i mass media,
oltre alla routine delle elezioni,
hanno trovato un altro tema caldo
da proporci in tutte “le salse”. Tra le
più appetibili ci è stata subito offerta
quella della profezia del vescovo di
Armagh, san Malachia (1094 - 1148).
La profezia venne pubblicata per la
prima volta nel 1595 dallo storico
benedettino Arnold de Wyon come
parte del suo libro Lignum Vitæ.
Secondo la versione tradizionale,
nel 1139 Malachia fu chiamato a
Roma dal papa Innocenzo II, e lì
ebbe una visione dei futuri pontefici.
Egli riportò la visione attraverso
una sequenza di motti criptici in
un manoscritto dal titolo Prophetia
de Summis Pontificibus. La lista
manoscritta prevederebbe tutti i papi
partendo da Celestino II, eletto nel
1143, e fino ad un ipotetico 112° papa
descritto come “Petrus Romanus”,
il cui pontificato terminerebbe
con la distruzione della città di
Roma. Unitamente a questa ce ne
sono altre che ci hanno deliziato,
da quella di Nostradamus a quella
apocalittica dei Maya; parafrasando
l’interrogativo di Ponzio Pilato in
Gv 18,38 vi domando e dico: dov’è
la Verità? Non è facile capire quale
sia la verità, perché molto spesso
ognuno di noi ne sente in cuore una,
però non dobbiamo dimenticare che
Gesù ha detto: «Io sono la verità»

giornata

n° 2 - quaresima 2013

camminiamo insieme

anno xxvii

3

della pace
La formazione con don Pasquale
Incoronato è stata un altro punto
chiave della giornata, se vogliamo
il più significativo, e si è basata
principalmente sul concetto di
pace, mostrandocela sotto una luce
nuova. Ci ha fatto capire che la
pace è una cosa molto personale,
ma anche difficile da trovare perché
molto spesso, soprattutto a causa
dell’ambiente che ci circonda, c’è
qualcosa dentro di noi che ci turba
e che ci fa stare male.
Se pensiamo alla pace, siamo
di solito portati ad associarla al
concetto di guerra che, intendendo
prettamente in senso fisico,
sentiamo come una realtà molto
lontana da noi, legata magari alle
brutte notizie che sentiamo al
telegiornale, senza pensare che
molte volte la guerra più difficile
da vincere è quella dentro di noi.
Siamo noi infatti che cerchiamo
sempre di far prevalere le nostre

Il 27 gennaio, noi giovani della
gioventù francescana abbiamo
vissuto una giornata dedicata alla
PACE che si è tenuta presso il
comune di Volla insieme ad altre
fraternità.
Come prima attività abbiamo
vissuto una cosiddetta “giullarata”,
ovvero
un
momento
di
evangelizzazione per le strade, in
cui eravamo divisi in più gruppi,
ognuno con una sua caratteristica e
una sua finalità particolare. Il primo
gruppo era il “gruppo abbracci
gratis”: questo aveva il compito
di trasmettere l’affetto e l’amore
di Dio che speriamo di essere
riusciti a manifestare attraverso
un gesto semplice, ma allo stesso
tempo insolito da rivolgere a degli
sconosciuti, come l’abbraccio.
Sicuramente questo è stato il gruppo
che ha colpito maggiormente, ma
comunque ce ne sono stati altri che

hanno dato una testimonianza forte,
come il “gruppo scopa e paletta”
che ha pulito le strade di una città
che non erano le proprie, mostrando
rispetto e cercando di dare un
esempio di altruismo. Poi c’è stato
il “gruppo artisti di strada” il quale
suonando e cantando ha dato prova
della grande gioia che siamo capaci
di portare. Infine altri tre gruppi
che hanno partecipato alla nostra
“manifestazione” sono stati i gruppi
“cornici”, “statue” e “gazebo”.
Speriamo, con questa nostra
manifestazione, di aver abbattuto
quel “muro” di interrogativi che
la gente probabilmente si è posta,
e quindi di averla fatta soffermare
sul vero significato che ha spinto
un gruppo di ragazzi così giovani
ad utilizzare una domenica di
sole stando per le strade a fare
evangelizzazione anziché passare il
tempo con gli amici.

idee su quelle degli altri senza
pensare che così facendo limitiamo
la loro libertà, e nello stesso tempo
impoveriamo la ricchezza che sta
nella nostra diversità.
Molte sono le cause che ci
portano ad essere in conflitto con
gli altri, ma la principale è la fretta
che ci fa essere superficiali nei
rapporti e negli affetti, e per questo
non siamo fino in fondo “uomini di
pace” come invece dovremmo.
Per concludere, durante questa
giornata abbiamo avuto l’occasione
di dare la nostra testimonianza:
testimoniare che è un’esperienza
meravigliosa incontrare Cristo
negli occhi di chiunque, scoprire un
fratello anche in chi non si conosce,
e soprattutto riuscire, giorno dopo
giorno, ad essere un po’ di più
portatori di pace e amore nelle vite
degli altri.
Chiara, Miriam e Martina

4

anno xxvii

camminiamo insieme

n° 2 - quaresima 2013

NEL CANTIERE DELLA FEDE,
PER LE STRADE DELLA VITA

Il giorno 6\02\13 la nostra fraternità si è riunita
in vista delle elezioni politiche. Siamo stati guidati
dal professore Antonio Izzo, in una riflessione sul
ruolo del cristiano all’interno dell’attuale contesto
politico. Il professore ha iniziato con uno slogan:
“Nel cantiere della fede, per le strade della vita”,
facendoci soffermare sulla discontinuità tra la vita
del cristiano laico e del suo impegno in Chiesa
e la sua vita pubblica. C’è un comportamento
apatico e una forte anoressia affettiva nei riguardi
del mondo che porta ad un disinteressamento
assoluto. Il cristiano laico non può permettersi
di restare confinato alla sola contemplazione
della “Parola” ma il suo impegno in campo
sociale-politico è vitale. La missione destinatoci
è proprio quella di annunciare il Vangelo e non
solo a parole ma anche con esempi, per questo
tutto ciò che ci accade attorno non può passare
inosservato ma deve essere oggetto di studio
e di profondo discernimento. Il credente laico
cerca di plasmare la vita quotidiana secondo
la legge divina. A tal proposito il professore
ci ha fatto riflettere su alcuni punti essenziali
attraverso alcune letture della Bibbia e alcuni
testi formativi, tra cui “Educare alla vita buona
del Vangelo”. Questo testo è l’insieme di varie

proposte sorte dal pensiero di alcuni Vescovi che
si sono prefissati di realizzarle entro dieci anni
(2010-2020). Ci esortano ad una responsabilità
totale sia nei confronti della propria Chiesa sia
verso i propri doveri come cittadino. Secondo
il professore il cristiano laico deve impegnarsi
necessariamente nella vita politica, visto che il
nostro Paese è formato da atei, da confessioni
religiose diverse nonché da cristiani; per questo
bisogna trovare un punto di coesione, un “ terreno
neutrale” dove vengano riconosciute rispettate
le esigenze di tutte. Noi giovani abbiamo potuto
argomentare al meglio e proporre le nostre idee su
tale questione attraverso l’ascolto di tre canzoni
che più si avvicinano a questi concetti. I temi
affrontati sono varie molteplici, ma ciò che attira
la nostra attenzione è la cura con cui bisogna
scindere i due piani, da quello dell’obbedienza
alla “Sacra Parola” a quello delle esigenze altrui
che differiscono per idee e orientamenti. Quindi,
infine, bisognerebbe formare una diritto universale
che tenga conto di ogni variante, di ogni corrente
e tipo di pensiero che non ponga contrasti ma
si limiti al bene comune, cioè all’adempimento
di una vita sociale tranquilla. Il bene comune
è lo sposo della tranquillità di conseguenza ci

sono alcuni atteggiamenti che la provocano e
sono motivo di conflitto. Tali atteggiamenti,
assolutamente da evitare, sono: l’indifferenza,
fatalismo, rassegnazione, polemica gratuita o non
costruttiva ecc..
Tali “scorie” minano la tranquillità di tutti
ma la bestia nera è il fatalismo, pensare che già
tutto sia scelto e deciso è un’utopica ignoranza
leggendaria che ci portiamo da sempre. Non a
caso nel libro della Genesi 2, 1-4° nel quale viene
spiegata la creazione del cielo e della terra ma
la cosa importante è che Dio il settimo giorno
si riposò. Questo non significa che Egli era
stanco, impossibile dato essere stanchi significa
“necessità di riposo” e Dio non ha necessità ma,
che il suo “riposo” è una forma di responsabilità
che da lui c’è stata donata. La responsabilità di
custodire il Suo Creato e di salvaguardarlo. Il
fatto che si riposò è prova della non presenza del
fatalismo. Certo! Il Signore ha dei progetti su di
noi, ma siamo sempre liberi all’interno di tale
progetto ricordandoci del grande dono del libero
arbitrio …
In Cristo, Francesco e Chiara
Michael e Paola

5

FONTI DI ENERGIE
RINNOVABILI...

n° 2 - quaresima 2013

camminiamo insieme

Sempre con più frequenza, negli
ultimi anni sentiamo parlare delle
“fonti di energia rinnovabile”. E
non solo ne sentiamo parlare, basta
partecipare ad una gita fuori porta,
magari in montagna, per imbattersi
in campi eolici o passeggiare
all’interno delle nostre città per
trovare strutture adibite a campi
fotovoltaici.
Facciamo insieme una piccola
considerazione. Perché l’esigenza di

e utilizzata per la cottura dei cibi
e il riscaldamento fin dai tempi
della scoperta del fuoco, ma fino a
quel momento applicata ad attività
produttive solo in forni, forge, fornaci. 
Le nuove macchine utilizzavano il
calore per produrre vapore, il quale,
in funzione delle sue caratteristiche
di pressione e temperatura, è in grado
di compiere lavoro facendo muovere
congegni meccanici appositamente
creati: nacquero così le macchine a

queste nuove forme di energia?
Quali i vantaggi?
Per rispondere in maniera
completa a questa domanda, non
possiamo esimerci da riassumere
seppur brevemente, quelle che sono
delle tappe fondamentali della storia
dell’energia.
Le primissime fonti di energia,
ed anche coloro che per il 99% della
storia sono state utilizzate, sono
state proprio il lavoro compiuto
dall’uomo e dagli animali.
I primi mulini a vento, sono
datati VII secolo mentre l’acqua,
utilizzata come fonte energetica,
risale all’antichità classica. Tuttavia,
i primi dispositivi che nacquero per
sfruttare queste fonti, sono definiti
“passivi”: non producevano nulla da
sé ma consentivano di trasmettere
movimento, cambiarne direzione e
nulla più.
Le invenzioni che seguirono
riguardavano invece la realizzazione
di macchine attive, ovvero capaci di
produrre lavoro attraverso l’utilizzo
del calore come fonte energetica. 
Il calore era una fonte già conosciuta

vapore. Sul finire del XVIII secolo
si sviluppò così la capacità di
produrre lavoro attraverso il motore
termico, un dispositivo capace
di trasformare l′energia termica
in lavoro, usando il calore che si
ottiene bruciando un combustibile.
Da qui è partita la corsa frenetica
dell’uomo ad uno sfruttamento
intensivo di combustibili fossili,
carbone, petrolio e gas naturale;
pensiamo oggi, all’uso (abuso?)
dell’illuminazione elettrica,dell’aria
condizionata,dei
trasporti:
per
soddisfarne il sempre crescente
utilizzo, si registra una produzione
di petrolio che raddoppia all’incirca
ogni 9,8 anni.
La formazione nel sottosuolo
dei combustibili fossili, è avvenuta
perchè per milioni e milioni di anni si
formarono, in differenti luoghi della
terra, strati di rocce porose ricche
di composti vegetali ed animali che
si depositarono per cause differenti
sul fondo degli antichi mari. Oggi
si calcola che il petrolio viene
consumato allo stesso ritmo con cui
lo si estrae dai pozzi.

Ecco spiegato il primo motivo
della rincorsa frenetica a quelle
che sono le energie rinnovabili: la
disponibilità limitata delle fonti
energetiche non rinnovabili.
Le  energie rinnovabili  sono
quelle fonti di energia il cui utilizzo
non pregiudica le risorse naturali.
Per loro caratteristica le energie
rinnovabili si rigenerano o sono
da considerarsi inesauribili, ma
tranquilli:non stiamo violando
il 
primo
postulato
della
termodinamica, (lo ricordate?
“Nulla si crea, nulla si distrugge,
ma tutto si trasforma”!), infatti
le energie rinnovabili sono da
considerarsi tali soltanto dal punto
di vista temporale dell’uomo e
dell’umanità. Ma tutto sommato…
può mai interessarci quale sarà
lo sviluppo energetico dopo che
l’uomo sarà scomparso dalla terra?
Abbiamo ragionevolmente molti
più problemi nell’immediato e nel
prossimo futuro e per quelle che
saranno le generazioni di domani.
Pertanto, in un’ interpretazione
di breve periodo le uniche
fonti di energia considerate
rinnovabili
sono
l’energia
solare, l’energia  eolica,l’energia
idroelettrica, le  biomasse, la
geotermia, il  moto delle onde, il
cui utilizzo attuale non pregiudica
la disponibilità nel futuro del vento,
del sole o delle maree.
Un impianto fotovoltaico, basa il
suo funzionamento sulla proprietà del
silicio di produrre energia elettrica se
irraggiato dalla luce solare. Cellule
fotovoltaiche collegate fra loro

anno xxvii

formano un “modulo”, un’insieme
di moduli compone un pannello
solare fotovoltaico. Questo lo si può
installare su tetti (per produzioni
condominiali), su terreni o terrazzi.
Installando un impianto fotovoltaico
casalingo si abbatte il costo
dell’energia elettrica per almeno
25-30 anni; inoltre, con il “conto
energia” i proprietari di pannelli
solari fotovoltaici possono rivendere
l’energia prodotta alle società
elettriche ottenendo in cambio un
reddito mensile aggiuntivo.
Tra i nuovi impianti, si registrano
quelli “ad inseguimento”: dei motori
fanno ruotare i pannelli che come i
girasoli si orientano seguendo il
sole.
Un impianto eolico e’ costituito da
un gruppo di aerogeneratori di media
(600-900 kW) o grande (>1MW)
taglia, disposti sul territorio in modo
da meglio sfruttare la risorsa eolica
del sito; gli aerogeneratori sono
connessi fra loro elettricamente
attraverso un cavidotto interrato.
All’impianto eolico e’ associata una
cabina-stazione di consegna che, a
sua volta e’ connessa alla rete elettrica
nazionale. Gli aerogeneratori sono
costituiti essenzialmente da una
navicella o gondola, sostenuta da
una struttura metallica, alla quale
e’ connesso un rotore ; il rotore e’
costituito dalle pale fissate su di
un mozzo e progettate per sottrarre
al vento parte della sua energia
cinetica per trasformarla in energia
meccanica.
Segue a pag. 6

6

camminiamo insieme

anno xxvii

Segue da pag. 5
Al soffiare del vento il rotore gira
e aziona a sua volta il generatore
elettrico, tramite un moltiplicatore di
giri , che ha la funzione di trasformare
l’energia meccanica in energia
elettrica. Richiedono una velocità
minima di 3–5  m/s ed erogano la
potenza di progetto ad una velocità
del vento di 12–14  m/s. Ad elevate
velocità (20/25 m/s) l’aerogeneratore
viene invece bloccato dal sistema
frenante per ragioni di sicurezza.
Le centrali idroelettriche, sfruttano
il corso dell’acqua, che parimenti
al vento, mette in movimento
una turbina, il cui funzionamento
trasforma
l’energia
potenziale
posseduta dall’acqua in quota, in
energia cinetica e quindi meccanica
ed infine, elettrica.
Alcune curiosità: prenderà via nel
2014 la costruzione di un immenso
impianto fotovoltaico nel deserto
del Sahara, precisamente nell’area
tunisina e sarà quello più grande del
mondo.
 
Quasi
900mila
eliostati
cattureranno la luce del sole e
l’energia
elettrica
prodotta,

circa 2000 Mw, sarà trasferita dal
continente nero all’Europa attraverso
un lunghissimo collegamento via
cavo.
Invece, per quanto riguarda le
torri eoliche, quelle che da lontano
appaiono come piccoli “ventilatori
posti sulla montagna”, sapete quanto
sono alte? si aggirano tra i 60 e i 100
metri, sulla cui sommità si trova un
involucro con pale lunghe circa 20
metri (solitamente 2 o 3). Insomma
veri e propri grattacieli!
Infine, tra le centrali idroelettriche
più
importanti,
ne
abbiamo
una relativamente a noi vicina:
Presenzano, in provincia di Isernia.
Per costruirla, sono stati necessari
oltre 20 anni! I tubi che di notte
aspirano l’acqua dal bacino inferiore
a quello superiore e di giorno
permettono il percorso opposto
sapete quanto misurano di diametro?
Ve ne sono quattro da 7 metri. In
pratica misurano quanto due piani di
un palazzo!
Ogni MW prodotto da fonti
rinnovabili, riduce la produzione di
circa 812 Kg di CO2. Basta questo
dato per chiarirne gli enormi vantaggi
e benefici per il nostro pianeta. E’
tuttavia importante ricordare che con

le attuali tecnologie, anche se sono
in netto incremento le costruzioni di
impianti fotovoltaici ed eolici, questi
non possono far altro che fornire
energia quando la richiesta nelle
ore di punta risulta essere superiore
a quella standard, prodotta per la
maggior parte da centrali termiche
o nucleari, ancora assolutamente
indispensabili per il fabbisogno
mondiale.
“Lascia il mondo meglio di
quanto l’hai trovato” asseriva
Roben Baden – Powell. Oggi
questa frase dovrebbe farci molto
riflettere e porci un po’ di domande;
se non attuiamo, ed alla svelta, un
cambiamento dei nostri stili di vita,
se non prendiamo coscienza che
l’energia è fonte preziosa, e come tale
dobbiamo averne cura, custodirla,
non solo questa generazione avrà
nel futuro grossi problemi, ma
specialmente quelle che verranno.
Ognuno di noi, potrebbe attuare dei
piccoli accorgimenti per far questo.
Come? Basterebbe isolare meglio
la propria casa, con degli infissi a
doppi vetri, costruire case sfruttando
maggiormente le esposizioni solari,
spostare frigo e congelatori da fonti

n° 2 - quaresima 2013

di calore: consumeranno molto meno
se sistemati da soli. Cos’altro puoi
fare?
Sostituisci il vecchio monitor del
PC con uno ad LCD, acquista un
elettrodomestico tenendo d’occhio sia
della classe energetica più alta. Spegni
le luci di casa quando non servono,
passa a lampade a basso consumo,
stacca il caricabatterie quando non
è in uso, metti in moto l’asciugatrice
solo se strettamente necessario, fai
bollire meno acqua, usa il coperchio
sulle pentole, non sciupare l’acqua
corrente, quando ristrutturi casa,
scegli preferibilmente pareti e soffitti
chiari e specchi per riflettere la luce.
Ricicla! Fai la differenziata, crea
meno rifiuti, stampa meno. Cammina
di più! E se proprio non puoi fare a
meno dell’automobile, riduci l’aria
condizionata, non correre, più lo fai
più il consumo per km cresce!
   Insomma. Non ci è dato di
delegare. Se davvero vogliamo
lascare in eredità questo mondo
anche ai nostri figli, non possiamo
che fare una scelta consapevole e di
coscienza!
 In Cristo, Francesco e Chiara
Giovanni Maraniello

Preghiera al Crocifisso
“A te, Crocifisso, solo tra i monti”

Mio Crocifisso, io ti ho incontrato
lungo un sentiero dimenticato
tra questi monti dove il mio cuore
per la tua morte prova dolore…
Sento che il vento leva la voce
alzo lo sguardo sulla tua croce
e ti rivolgo la mia preghiera
con gran speranza e fede sincera…
Grazie o Signore, bontà infinita
che per salvarmi hai donato la vita
lodo il tuo nome eternamente
mentre t’invoco per tutta la gente…
per quelle mamme che son disperate
perché dai figli non sono ascoltate
passa ogni notte, passa ogni giorno
senza che questi faccian ritorno…
per quei ragazzi che girano in tondo
senza trovare una strada nel mondo
affascinati da un ideale
che non ritrovan nel mondo reale…

per vecchi stanchi, tristi, angosciati
perché dai figli son dimenticati
e soli stanno stringendosi in mano
foto sbiadite di un tempo lontano…
per tutti quelli che sono ammalati
e per i poveri, per gli affamati
poi per gli infermi, i carcerati,
per gli emigranti, per gli esiliati…
per chi nascendo s’affaccia al mondo
per chi lo lascia perché moribondo…
oggi ti prego per tutti quanti
ed intercedo con i tuoi santi…
Tu che sei morto proprio per me
non mi lasciare, stringimi a te
fa ch’io diffonda sempre il tuo amore
in ogni mente, in ogni cuore…
Tu che conosci la sofferenza
e della mia vita sei a conoscenza
fa che alla fine della mia storia
con te risorga, nella tua gloria!

Natale Berbenni

camminiamo insieme

7

coppa d’africa
n° 2 - quaresima 2013

La Coppa delle Nazioni Africane,
detta comunemente Coppa d’Africa,
è la più importante competizione
calcistica che confronta le Nazionali
Africane, cioè quelle iscritte alla
CAF.
La prima edizione fu organizzata
in  Sudan  nel  1957. Da allora si è
sempre disputata ogni 2 anni, tranne
nel  1968, quando fu ospitata dall’
Etiopia  tre anni dopo l’edizione
precedente del 1965.
Con gli anni il novero delle squadre
iscritte alla CAF si è notevolmente
ingrandito, al punto da costringere
all’introduzione di un torneo di
qualificazione. Da esso escono le
15 Nazionali che, aggiungendosi
alla squadra del paese ospitante
(qualificata d’ufficio), formano le 16
partecipanti alla manifestazione.
Le origini della Coppa delle
Nazioni Africane risalgono al giugno
1965, quando durante il terzo
congresso della  FIFA  a  Lisbona  fu
avanzata la proposta di costituire
la  Confédération Africaine de
Football o CAF.
Gli immediati progetti per
un torneo continentale tra le
nazioni trovarono applicazione
nel  febbraio  1957, quando fu
organizzata la prima Coppa
delle Nazioni Africane  in  Sudan,
nella  capitale  Khartoum. Non vi
furono qualificazioni e le squadre
ammesse erano le quattro nazioni
fondatrici della CAF (Sudan, Egitto,
Etiopia e Sudafrica).
Il rifiuto del Sudafrica di mandare
una squadra multirazziale per la
competizione condusse alla sua
squalifica e all’ammissione diretta
dell’Etiopia alla finale. Nel  1963,
il Ghana fece la sua prima apparizione
come organizzatore del torneo, e
vinse il titolo battendo in finale il
Sudan. Due anni dopo, si ripeterono
in Tunisia, con una squadra che batté
in finale il solito Egitto, ma che
presentava appena due giocatori tra
quelli che avevano vinto il titolo due
anni prima.
L’edizione del ‘68 vide la presenza
di ben 22 squadre, che si sfidarono in
turni preliminari.
Le squadre qualificate al turno
successivo, avrebbero formato due
gruppi da quattro, le cui prime due
di ogni gironi si sarebbero qualificate
per le semifinali. Si stabilì anche che
il torneo si sarebbe giocato ogni due
anni. Questo sistema restò in uso fino
al 1992.

Il  Congo  vince in quell’anno
il suo primo titolo, battendo
in finale il Ghana.  Laurent
Pokou,  attaccante  della  Costa
d’Avorio, vinse il titolo di
capocannoniere nelle edizioni del
1968 e del  1970, rispettivamente
con sei ed otto reti, ed il suo totale
di 14 gol è stato il record di reti per
un singolo giocatore fino al  2008,
quando è stato superato con 15 reti
da Samuel Eto’o.
Nell’edizione del ‘70, per la prima
volta, ci fu anche la diretta televisiva:
il Sudan, padrone di casa, si impose
così davanti alle telecamere, sul
Ghana, alla sua quarta finale
consecutiva.
Sei diverse nazioni vinsero
la Coppa d’Africa tra il  1970  ed
il 1980: il Sudan, il Congo, lo Zaire,
il  Marocco, il Ghana, la Nigeria.
Per lo Zaire, nel 1974 fu il secondo
titolo, dopo quello vinto con il
nome di  Repubblica Democratica
del Congo  nel  1968. In finale, fu
battuto lo  Zambia, nella riproposta
dopo il 2-2 della prima finale.
Non esistendo i rigori, la finale si
ridisputò. Due giorni dopo, proprio
come gli Azzurri, lo Zaire si impose
per 2-0. Tre mesi dopo, lo Zaire fu la
prima squadra di colore a qualificarsi
per la Coppa del Mondo. Nel 1976,
il titolo fu vinto dal Marocco, mentre
il Ghana ottenne il terzo successo
nel 1978. Nel 1980, fu la volta della
Nigeria, che in finale piegò l’Algeria.
Il quarto titolo continentale del
Ghana fu conquistato nell’edizione
del 1982, battendo in finale la Libia,
ma per la prima volta la finale finì
ai calci di rigore dopo l’1-1 nei 120’
minuti di gioco. Due anni dopo fu
il  Camerun  a vincere il suo primo
titolo battendo la Nigeria, e due anni
dopo ritornò in finale contro l’Egitto,

che mancava in finale dal  1962:
ma stavolta i rigori premiarono
gli egiziani. Il Camerun raggiunse
comunque due anni dopo la sua terza
finale consecutiva e vinse bissando
il successo ancora sulla Nigeria.
Nel  1990, la Nigeria raggiunse
per la terza volta la finale, e perse
ancora, stavolta contro l’Algeria.
L’edizione del 1992 vide la presenza
di 12 squadre: furono così divise in
quattro gruppi da tre, con le prime
due di ogni gruppo che si sarebbero
qualificate per i quarti di finale.
Il Ghana arrivò in finale, dove ad
attenderlo trovò la Costa d’Avorio
dei record: nessuna rete subita nelle
sei gare del torneo. Si andò così ai
rigori, dove ne furono tirati undici,
prima che Baffoe si facesse parare
il suo, decretando la vittoria degli
ivoriani.
Due anni dopo, la Nigeria vinse il
suo primo titolo battendo lo Zambia,
che un anno prima era stato colpito
da un grave lutto: il 28 aprile 1993,
un  incidente aereo  aveva ucciso
l’intera squadra, che stava andando
a Dakar, in Senegal, per una gara di
qualificazione alla Coppa del Mondo.
Nell’edizione del 1996, il
Sudafrica fece la sua prima
apparizione. In quell’anno fu fissato
anche il nuovo numero di squadre
partecipanti a 16, sebbene quell’anno
furono solo 15, perché la Nigeria,
all’ultimo momento, rinunciò per
motivi politici.  Il Sudafrica vinse
comunque il suo primo titolo,
battendo in finale la Tunisia, ed il
suo capitano,  Neil Tovey, divenne
il primo bianco ad alzare la coppa.
Nell’edizione del 1998, i Sudafricani
non riuscirono a bissare il successo,
perdendo la finale contro l’Egitto,
alla sua quarta affermazione.
L’edizione del 2000  fu ospitata

anno xxvii

da
Ghana
e
Nigeria,
che
sostituirono
l’originariamente
designato Zimbabwe.
Ancora una volta, la vittoria finale
fu decisa ai rigori dopo il 2-2 dei
120 minuti. Il Camerun sconfisse la
Nigeria e si aggiudicò il suo terzo
titolo. Nell’edizione del 2002, i Leoni
d’Africa  si aggiudicarono anche il
quarto titolo, battendo ancora una
volta ai rigori il Senegal. Entrambe le
formazioni avrebbero poi partecipato
ai successivi  Mondiali di Corea e
Giappone. Due anni dopo, nel 2004, la
Tunisia, paese ospitante, si aggiudicò
la sua prima Coppa d’Africa battendo
in finale 2-1 il Marocco. Anche
nell’edizione del 2006  il trofeo fu
vinto dai padroni di casa: l’Egitto,
che si impose 4-2 ai rigori contro la
Costa d’Avorio. Nell’edizione del
2008, l’Egitto si è invece imposto
per 1-0 sul Camerun, vincendo
il suo sesto trofeo e diventando
la più titolata nazione africana.
L’Egitto bissa il successo ottenuto
all’edizione del 2008 vincendo anche
l’edizione del 2010  battendo in
finale per 1-0 il Ghana e conquista il
trofeo per la terza volta consecutiva.
Nel 2010 la CAF decide di spostare
la competizione dagli anni pari a
quelli dispari: tra le motivazioni,
oltre ad un possibile scarso
rendimento delle nazioni africane
al mondiale, a causa dell’impegno
continentale precedente (di solito
la Coppa si tiene a Gennaio), anche
quella di dare una maggiore visibilità
all’evento, che fino a prima ricadeva
sempre anche nell’anno dei mondiali
di calcio.  Così, l’edizione del
2012 sarà l’ultima disputata in
un anno pari; nel 2013 si disputa
l’edizione prevista in  Sudafrica
vinta dalla Nigeria, che con un gol
di Mba batte 1-0 il Burkina Faso.
In particolare, la vuvuzela ha fatto
parlare di sé durante lo svolgimento
della  FIFA Confederations Cup
2009, a causa del suo rumore
intenso e praticamente ininterrotto,
addirittura fastidioso per i giocatori,
al punto che la  FIFA  ha valutato
l’ipotesi di impedirne l’introduzione
negli stadi dei Mondiali 2010. Poco
dopo la fine della Confederations
Cup, l’ente calcistico ha dato il via
libera alle trombette che, come da
tradizione sono state utilizzate anche
quest’anno nella Coppa d’Africa.
In Francesco e Chiara
Francesco e Ernesto

8

anno xxvii

camminiamo insieme

n° 2 - quaresima 2013

LA VIA DOLOROSA

DELLA CROCE

Nonostante siano trascorsi più di
venti secoli da quando Gesù morì
sulla croce, la memoria viva di questi
avvenimenti non si è mai spenta
nella storia dell’umanità. Costantino
detto Il Grande, figlio di Costanzo
e di Santa Elena, fu proclamato
imperatore nel 206 d.C.
Dopo qualche anno riportò una
strepitosa vittoria a Roma, grazie
al vessillo della Santa Croce.
Infatti egli vide nel cielo una Croce
luminosa, intorno alla quale si
leggevano queste parole: “ In questo
segno vincerai”.
Da quel momento Costantino
si impegnò a far trionfare la Santa

Croce in tutto il suo impero, poi
per ispirare a tutto il mondo gran
rispetto ad Essa, comandò che in
tutta l’estensione dei suoi domini
non si adoperasse mai più la croce
per supplizio dei malfattori.
Come soffre Gesù? La croce è
stata sua compagna e sul cammino
del calvario, ha esaurito tutte le sue
forze, ha abbracciato il suo dolore,
e su di essa ha esalato l’ultimo
respiro, ma non sono i chiodi che lo
legano alla croce, bensì l’amore per
le anime! Gesù offre tutto questo
al Padre per la nostra salvezza e a
partire da quel Venerdì Santo, ogni
uomo che soffre, non è più solo:

Gesù è con lui! In ogni dolore, vi
è Lui crocifisso! Ogni sofferenza
umana acquista così un senso, un
significato profondo se noi, uniti a
Lui, sappiamo offrirla al Padre come
atto d’amore. Se invece isoliamo
la nostra sofferenza dalla Croce
di Gesù, rischiamo di cadere nella
disperazione, nel non senso e non
troviamo via d’uscita.
Se ci fosse stata una via più facile
di quella della croce per la nostra
redenzione, Gesù ce l’avrebbe
indicata, ma è proprio questa che
Egli ha scelto, la più umiliante, la
più dolorosa, la più ignominiosa <<
In questo segno vincerai.>> Queste

luminose, incoraggianti parole, sono
rivolte anche a noi. Perché temere
allora la croce se per essa si entra
nel regno dei Cieli? Le sofferenze
accolte e non subite, le croce portate
con amore sono salvezza per noi e per
tutta l’umanità. Quando più sapremo
metterci ai piedi del crocifisso
meditando il suo amore senza
limiti per ciascuno di noi, tanto più
scopriremo che Egli è presente nei
nostri dolori, che è ancora crocifisso
nelle nostre croci quotidiane. E’
vero, anche così a volte la nostra
croce è veramente pesante, spesso
pensiamo di non farcela perché la
sofferenza non cambia, è acuta,
insopportabile, cambia però il
nostro modo di sostenerla quando
sperimentiamo di essere come
Gesù! Crocifissi sul duro legno delle
nostre infinite croci! Ed è allora che
possiamo ripetere con San Paolo:
<<Completo nella mia carne ciò che
manca ai patimenti di Cristo!>>.
Maria la Santa Madre, ha creduto
in tutto questo e, ai piedi della croce
ha offerto al Padre il suo tormento
di madre, la sua agonia spirituale.
Sta lì, non parla, non si ribella, è
crocifissa con Lui, immolata con Lui
per tutti noi. Miei cari amici in questo
tempo di Quaresima, è necessario,
anzi indispensabile meditare la
<<Via Crucis>>. In forma privata
a casa, o meglio ancora nella nostra
parrocchia. La morte di Gesù non
fu un’ esecuzione sommaria, ad
essa vi partecipò il popolo intero,
e la via Crucis è il racconto esatto
e particolareggiato dei quattro
Evangelisti, una cronaca con episodi
toccanti. Non si conclude questa
preghiera,
questa
meditazione
senza sentirsi trasformati! Nella via
Crucis, ci ritroviamo tutti peccatori e
bisognosi di perdono, di conversione
mentre risplende radiosa la figura
dell’Uomo dei dolori: il Crocifisso!
Animo fratelli, raccogliamo le
nostre croci quotidiane e confidiamo
nell’aiuto di Colui che è e sarà
sempre il vero Cireneo di tutta
l’umanità…
Teneramente Vostra
Annamaria Muselli
Caritas

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Magnitudo 5.8

n° 2 - quaresima 2013

Un cigolio delle pareti di casa, il rumore
della porta che trema, il lampadario che balla ed
eccoci svegli pensando “Il terremoto”, attimi di
spavento pervadono la mente, la paura blocca nel
letto e quel “minuto” sembra interminabile.
Finisce quel movimento, il letto è ormai fermo,
ma il cuore batte all’impazzata, ti alzi, cerchi
conforto affacciandoti alla finestra, controllando
che non sia stato il solo ad aver avuto paura, ed
ecco, come un albero di Natale, luci su luci che si
accendo negli appartamenti, che puoi vedere dalla
finestra, i vicini di casa già affacciati con i visi
impalliditi, i primi commenti per strada, magari di
ignoranti in materia, che prevedono altre scosse,
magari più forti e più temibili, accendi la tv in
cerca di incoraggiamento dagli inviati speciale e
ormai…il sonno è passato.
Dopo un’oretta, le prime edizioni straordinarie
riportano l’epicentro del sisma e la tua mente vola
con il pensiero in quei posti, cercando di ricordare
se qualche conoscente abiti da quelle parti e subito
preghi e speri che sia stata solo una scossa lieve.
Dal terremoto che nel 1997 colpì l’Umbria
e le Marche (compresa la nostra Assisi, che fu
messa a dura prova dalle forti scosse), passando
per l’Aquila il 6 aprile 2009, fino all’Emilia
Romagna, a maggio dello scorso anno, sono tante
le parole che i telegiornali, i programmi televisivi
e studiosi pronunciano e che hanno un qualcosa
di completamente sconosciuto, e oggi, a poche
settimane dagli ultimi eventi, si sono diffuse
ancor di più.
Cos’è un terremoto? Cos’è un epicentro? E
chi è questo Mercalli, proprietario della scala
omonima?
Un terremoto è un’oscillazione del suolo,
dovuta al passaggio di onde sismiche, provocate
da un violento rilascio di energia accumulata
nelle masse rocciose.

Cerchiamo di capire cosa accade sotto la
superficie terrestre: detti anche sismi o scosse
telluriche (dal latino Tellus, la dea romana della
Terra), i terremoti si verificano quando la tensione
accumulata all’interno delle rocce diventa
superiore alla resistenza del materiale, molto
simile ad una molla, che tirata in modo eccessivo,
si spezza.
Il punto in cui ha origine il terremoto viene

camminiamo insieme

detto ipocentro e la sua proiezione sulla superficie
terrestre è detto epicentro. (Vedi Fig.a lato).
Ogni giorno sulla Terra ci sono migliaia
di terremoti, ma non tutti sono percepiti dalla
popolazione e non provocano danni.
Prima si parlava del “minuto” interminabile,
ma la durata media di una scossa è molto al di
sotto dei 30 secondi; per i terremoti più forti,
però, può arrivare fino a qualche minuto.
Ma sono rari i terremoti?
Assolutamente no, infatti, ogni anno su tutta la
Terra se ne verificano più di un milione (tremila al
giorno, in media), ma molti di essi sono percepibili
solo da strumenti ad alta sensibilità (Sismografi).
Esistono quindi terremoti con una potenza
maggiore, rispetto ad altri, tale potenza, o intensità
(anche se fisicamente sono 2 valori diversi) è
definita magnitudo, e lo scienziato Richter, ideò
una scala logaritmica per calcolare il valore di
un evento sismico, lo stesso titolo dell’articolo è
riferita alla magnitudo che ha interessato l’Emilia
Romagna lo scorso 20 maggio; tale scala non è
l’unico metodo di misura, e più famosa è la scala
Mercalli, una scala definita empirica, perché fa
riferimento ai danni che il sisma ha provocato
in superficie, ovviamente tale scala è soggettiva
e meno efficace della scala Richter (Es. un
terremoto che ha epicentro al centro del deserto, e
quindi un luogo privo di abitazioni e costruzioni
antropiche, ha un grado della scala Mercalli pari
ad 1 o anche meno, ma potrebbe avere la stessa
magnitudo del terremoto che ha devastato Haiti).
Solo da pochi anni, grazie a studi geologici e
attente analisi, si è chiarita l’origine dei terremoti,
e diverse sono le cause che provocano i sismi:
eruzioni vulcaniche, meteoriti, ma più importanti
sono gli spostamenti delle zolle (placche), in cui
è divisa la terra, che sono in continuo movimento
l’una con l’altra.
Ad esempio la pianura Friulana, negli ultimi 60
milioni di anni si è avvicinata a quella austriaca di
quasi 200 Km, per la spinta della Placca africana
contro quella Europea.
Un terremoto può essere accompagnato da
forti rumori che possono ricordare boati, rombi,
tuoni, questi suoni sono dovuti al passaggio delle
onde sismiche e sono più intensi in vicinanza
dell’epicentro.
Dopo il terremoto che ha colpito l’Aquila,
nell’aprile del 2009, e l’Emilia Romagna, lo
scorso anno, la domanda che più risuona è “Ma il
terremoto era prevedibile?”.
Se per “prevedere” intendessimo la precisione
del momento, dell’intensità e del luogo in cui si
verificherà il sisma, con le attuali conoscenze,
è impossibile, ma si possono fare delle stime
statistiche, ma di certo non prevedere luogo e ora
di un sisma, le variabili in gioco sono troppe.
Il Radon, di cui si è molto parlato, è solo una
di queste variabili, e le supposizioni del tecnico
Giuliani, pochi giorni prima dal terremoto
dell’Aquila, erano solo supposizioni, senza
alcuna base su cui lavorare.

anno xxvii

Ciò che Sorella Madre Terra ci dona, compresi
terremoti, eruzioni, frane e alluvioni, sono la
prova che il nostro è un pianeta Vivo, in continua
evoluzione, con un cuore che pulsa e che permette
all’uomo di popolarla, senza chiedere nulla in
cambio, se non il rispetto, che l’uomo troppo
spesso non restituisce e che, con la sua folle
logica, vuole dominare su Gaia (Dea Greca della
Terra).
Non potremo mai prevedere un terremoto e le
altre calamità possiamo solo localizzarle in lungo
lasso di tempo, e ciò che l’uomo è chiamato a
fare è imparare a vivere con Gaia, impariamo
soprattutto a prevenirne gli effetti devastanti:
obbligando architetti, ingegneri e costruttori a
progettare ed edificare case sicure, educando la
popolazione alla conoscenza dell’ambiente nel
quale si vive.
Una corretta educazione convincerebbe le
persone che il terremoto è un evento naturale
come tanti altri, ma dal quale è anche possibile
difendersi. E in quest’opera di prevenzione la
scuola dovrebbe giocare un ruolo fondamentale.

Dalle scuole elementari, ai bambini si
dovrebbe spiegare cosa sono i terremoti, perché
avvengono e cosa si dovrebbe fare nel caso in cui
si verificasse l’evento, purtroppo, con la buona
volontà della protezione civile e di altri enti, le
scuole fanno orecchie da mercanti, riuscendo
a non fare sensibilizzazione, formazione e
prove di evacuazione (ma questo è un giornalino
parrocchiale, potrebbe mai denunciare tale cosa
alle scuole del nostro quartiere?)
Se i vostri figli vanno a scuola o se frequentate
l’ambito scolastico, chiedete, pretendete, da parte
dei dirigenti scolastici, tutto ciò che può servire
a non piangere dopo (San Giuliano di Puglia nel
2002).
Come uomini, abbiamo il grande potere della
volontà, la volontà nel pretendere sicurezza, la
volontà nel costruire a norma, la volontà che le
nostre case e i nostri luoghi siano costruiti da
esperti onesti, e di certo non sarà un organizzazione
mafiosa a bloccare un terremoto, come Cristiani,
possiamo pregare e affidarci nelle Sue mani che
sempre ci sostengono, e infine come Francescani
abbiamo un obbligo morale nel salvaguardare
Sorella Madre Terra e i suoi figli, e poter essere
un presente capace di diventare futuro.
In Cristo,
Francesco e Chiara
Enzo Spina

10

anno xxvii

camminiamo insieme

n° 2 - quaresima 2013

eccoci, testimoniamo

il nostr

La festa dell’eccomi è la festa della
famiglia, in cui noi genitori offriamo
a dio la cosa per noi più importante,
ovvero i nostri figli, in modo che
possano aiutare le persone a sorridere
ed a splendere attraverso la loro
testimonianza; li presentiamo con la
speranza che riescano a diffondere nel
mondo gioia, amore e serenità.
Io sono un ragazzo che frequenta gli
araldini da diversi anni e durante la
celebrazione della messa, nel giorno
della festa dell’ eccomi, noi ragazzi ci
impegniamo davanti a gesù , all’intera
fraternità e all’intera assemblea (tale
rito si svolge durante la celebrazione
eucaristica) a seguire le orme del
signore diffondendo pace e amore e
chiedendogli di entrare a far parte della
fraternità secolare di san francesco
d’assisi.

si

Io invece sono una ragazza che
frequenta il primo anno di gi.fra. e
fino all’anno scorso facevo parte
degli araldini. la festa dell’eccomi mi
ha sempre riempito il cuore di gioia
e felicità perchè facendo parte della
fraternità di San Francesco riesci ad
affrontare la vita con maggiore serenità
rispetto ad una ragazza che abbia la
mia stessa età.
Vivere l’eccomi significa vivere la
famiglia e diffondere tale senso di
comunione in tutte le nostre vite e
tra le persone che incontriamo e che
frequentiamo ogni giorno.
Una famiglia pronta a dire
“ECCOMI”

ANGOLO DELLO CHEF
Tagliatelle in cialda di parmigiano con carciofi e piselli con lardo di colonnato.

Ingredienti x 4 persone
280 gr. Di tagliatelle
2 carciofi
200 gr. Di piselli
4 fette di lardo di colonnato
1 bicchierino di olio extr.
1 pomodoro acerbo
1 spicco d’ aglio
Sale quanto basta
Un poco di vino bianco
procedimento
pulire e tagliare i carciofi a
pezzettini, mettere in una
padella lo spicchio d’aglio
e un ciuffetto di prezzemolo
con un poco d’acqua e
cuocere per 5 minuti. Dopo
aggiungere i piselli sbollentati

precedentemente, soffriggere
la cipolla aggiungendo
le quattro fettine di lardo
colonnato e il pomodoro
tagliato a cubetti aggiungendo
un poco di vino bianco e
farlo evaporare. Fare una
cialda di parmigiano con
50 gr. di romano, 50 gr.
di parmigiano. Cuocere
le tagliatelle al dente con
acqua non salata, aggiungere
dopo le tagliatelle nella
salsa fatta precedentemente,
amalgamare tutto con un poco
di parmigiano e basilico e
guarnire con il lardo colonnato
mettendo nella cialda di
parmigiano.

Chef Estatico Eduardo

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TUTTA ‘NATA

n° 2 - quaresima 2013

camminiamo insieme

anno xxvii

STORIA....
Ho ancora bene impresso il
ricordo di quella domenica mattina
di dicembre, quando il mio amico
Carlo mi disse:
Sai c’è il concerto di Pino
Daniele al Palapartenope, che dici ci
andiamo?
La risposta fu la stessa degli
ultimi dieci anni:
No grazie non mi va! Sarà il
solito concerto con l’esecuzione di
tutte le canzoni del nuovo album
che non conosco e che comunque
non preferisco come genere
musicale, troppo diverso dal blues
che ascoltavo un po’ di anni fa.
Penso che ti sbagli replicò Carlo!
So che al concerto ci saranno
tutti i vecchi musicisti che hanno
dato vita alla storia e alla musica
di Pino Daniele; per di più il titolo
del concerto è : TUTTA ‘NATA
STORIA!!!!
In una frazione di secondo la
mia mente fece un salto indietro nel
tempo di venti anni; a quando nel
pieno dell’adolescenza, non facevo
altro che ascoltare le sue canzoni.
Alle file fatte nei negozi musicali
per avere un suo album datato,
riversato dal vinile sulla nuovissima
piattaforma digitale del momento:
“il compact disc”.
Alle serate con vecchi amici,
fatte solo di chitarra e voce (finché
ce n’era), dove tutta ‘nata storia, era
una delle colonne sonore più belle
da cantare e ricantare.
Quando mi ripresi da quei
ricordi, mi resi conto che con gli
occhi spalancati fissavo il mio amico
facendo cenno di si con la testa.
Il 5 gennaio ci mise poco ad
arrivare, e la sera del concerto si
materializzò con lui.
Quando entrammo c’era già
molta gente seduta, erano quasi le
21 e il concerto stava per iniziare.
Alla prenotazione dei biglietti,
avemmo la fortuna di trovare posto
molto avanti, e quando giunsi alla
mia sedia, mi girai indietro per
avere un’idea di quante persone ci

brivido di freddo mi colpì quando lo
vidi uscire con la sua chitarra;
un brivido che si intensificò fino
a farmi sentire i formicolii alla nuca,
quando sulla base di un pubblico
scalmanato che incitava il suo nome,
cominciò ad arpeggiare con la solita
maestria le note di TERRA MIA!!!
Ebbero inizio così le tre
ore musicali forse più belle e
indimenticabili della mia vita, solo
chitarra e voce.
Con il susseguirsi dei brani, man
mano venivano presentati tutti gli
artisti, che arricchivano sempre di
più il palcoscenico con il loro soul.
Una volta riuniti tutti fu la magia
assoluta; alcuni pezzi non furono
riarrangiati per essere suonati in
un concerto, ma vennero eseguiti
in versione originale, con gli stessi
tempi, gli stessi accordi, gli stessi
assoli, la stessa armonia di 30 anni
prima.
In quel momento realizzai
davvero… stavo ascoltando la stessa
musica eseguita dagli stessi musicisti
che nel 1980 a piazza del Plebiscito,
radunarono duecentomila persone
consacrando il proprio successo.
Era fantastico ed inimmaginabile.

fossero: Un fiume! E quella era la
sesta serata in due settimane.
In quei minuti l’emozione
cresceva sempre più, il desiderio
forte di sentire dal vivo tutti quei
musicisti e soprattutto tutti insieme,
era irrefrenabile.
Nella mia mente già immaginavo
assoli di chitarra di Pino, dettati dal
tempo del basso di Rino Zurzolo,
ritmati con la solita abilità di
Tullio de Piscopo ed armonizzati

dall’impareggiabile sax di James
Senese. Poi Tony Esposito, Joe
Amoruso, Rosario Jermanno, erano
tantissimi….
Fui distolto da queste mie
fantasie da qualcosa: si erano spente
le luci in platea ed erano rimaste
solo quelle sul palco.
Era proprio vero stava per iniziare
la storia, anzi stava per ricominciare
la storia, tutta ‘nata storia!
Faceva molto caldo, ma un

Avrei desiderato che quella
serata non finisse mai, ma dopo una
esecuzione a dir poco strepitosa di
YES I KNOW MY WAY, arrivò il
momento di salutarci con la canzone
che più ha reso noto Pino Daniele, e
che purtroppo o per fortuna ancora
oggi è molto attuale: Napule è.
Sulle note di quell’ultimo pezzo,
fui felice di essere stato li; di aver
ascoltato tanta buona musica;
di aver acclamato di nuovo
quell’artista che per tanto tempo
ha cantato Napoli; commosso per
aver rivissuto tanti ricordi in tre ore;
orgoglioso di essere napoletano, e
soprattutto fiero di aver assistito alla
storia, a TUTTA ‘NATA STORIA.
Grazie Pino,
statev ‘bbuon guagliù.

12

anno xxvii

camminiamo insieme

n° 2 - quaresima 2013

Un giro in giro

per Neapolis

….Splendida
e
decrepita:
decrepita o non ancora costruita
completamente? E’ impossibile dire
se questo disordine, questa incuria,
questa aria di sconfitta sia dovuto
alla vecchiaia , all’abbandono o
se il progetto fosse troppo vasto,
troppo ambizioso troppo folle …
(Dominique Fernandez)
Il modo migliore per capire una
città e il suo popolo è quello di
conoscere la sua storia. Napoli non
si è mai fermata un momento , non si
è mai arresa , non si è mai prostata.
Un giro in giro per Neapolis è un
percorso
nel cuore antico della città , terra
di Sirene e Dei ,tra sacro e profano tra
leggende e magie possiamo dire che
Napoli è città magica per eccellenza.
Crocevia di antiche sapienze Napoli
fin delle origini si caratterizza per una
miscela di culture e religioni in cui il
mito della greca e solare Parthenope
, la vergine sirena al cui destino è
legata la fondazione della nostra
città, si affianca al culto di Iside (è
la dea della maternità e della fertilità
) , madre di tutti i riti notturni e
misterici. Basta fare una passeggiata
nel cuore più antico e caratteristico
della città , in Via San Gregorio
Armeno per toccare con mano la
persistenza di tradizioni arcane.
Amuleti, immagini sacre con valore
scaramantico, anime del purgatorio
di terra cotta, riproduzione di antichi
strumenti musicali, la Sirena , Il
Nilo, San Gennaro e il mito del
grande Diego Armando Maradona
si affollano sulle bancarelle dei
negozi in una continuità di credenze
e fantasia. Tracciare un percorso
nella città magica è molto difficile
perché in ogni angolo,in ogni vicolo,
in ogni cortile, in ogni chiesa o
palazzo si celano storie e leggende.
La nostra passeggiata inizia da

“ Largo Corpo di Napoli”, che è
una delle tante piazzette di Napoli
situate all’interno della vecchia
cinta muraria, per la precisione a
Spaccanapoli, qui si trasferirono, a
partire dal I secolo A.C. i mercanti
egizi provenienti da Alessandria
con il loro culti orientali dove trova
la sua maggiore espressione nel
grande santuario di Iside edificato
proprio nella zone del Nilo. Lo
slargo si chiama così dal XV secolo,
quando la statua del dio Nilo, nota
come il “Corpo di Napoli” “ Cuòrpo
‘e Napule” che domina il luogo fu
ritrovata, dopo diversi secoli in cui
si persero le sue tracce, priva della
testa poi aggiunta sotto il dominio
borbonico nel XVII secolo, venne
creduta l’immagine di una donna
bellissima che nutre cinque fantolini
suoi figli. L’errata identificazione era
sicuramente dovuta all’esiguità delle
parti conservate ed alla presenza
di puttini che simboleggiavano le
misure d’acqua raggiunte dal Nilo
durante le periodiche inondazioni.
Riconosciuta poi nella divinità
egizia, la scultura venne sistemata
nell’antico Seggio che dal Nilo prese
il nome, divenendo subito cara ai
napoletani per la carica simbolica e
benaugurale collegata alla fertilità ed
all’abbondanza. Restaurata diverse
volte l’ultima nel 1993 , durante
i lavori di restauro hanno trovato
nascosti negli anfratti del marmo,
denti, biglietti del lotto, frasi votive,
piccoli ex voto che suggellano il
legame arcano tra il Nilo e il popolo
napoletano . Non molto distante anzi
di fronte la statua del corpo di Napoli
,è stato edificato un altarino dedicato
alla leggenda del calcio Napoli , ma
questa è un’altra storia che per il
momento , e solo per il momento,
rimanderemo alla prossima volta.


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