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Lo scempio di Ischia .pdf



Nome del file originale: Lo scempio di Ischia.pdf
Autore: Valued Acer Customer

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Lo scempio di Ischia
di Adolfo Scotto di Luzio

Come è possibile che accada che in un posto bello da levare il fiato
come il promontorio di Zaro ad Ischia, il comune di Forio decida di fare una
spianata in calcestruzzo per un sito di stoccaggio dei rifiuti urbani, una discarica tra cielo mare e macchia mediterranea, senza che nessuno dica una
parola? Se non fosse per un solitario gruppo di ambientalisti e gli sfortunati
abitanti della zona non ne sapremmo letteralmente niente. Eppure non si può
dire che Napoli sia insensibile al tema. In una città che negli anni passati è
stata messa letteralmente a ferro e fuoco di fronte all’eventualità di riaprire
in via temporanea siti per lo smaltimento della spazzatura per fare fronte ad
un’ emergenza diffusa in mondovisione, possibile che nessuno senta il bisogno di intervenire perché un piccolo comune isolano non sa dove gettare la
sua spazzatura e concepisce la brillante idea di andarla a scaricare in uno dei
suoi posti più incantevoli? Il paradosso napoletano è quello di una città in
cui tutti gli interessi, anche quelli meno onorevoli, trovano una via di accesso alla rappresentanza, mentre solo la bellezza e la cultura restano senza voce. L’identità, che è storia e paesaggio, cultura e natura, è letteralmente invisibile perché nessuno la rappresenta. Dove stanno la Regione che pure ha i
maggiori poteri in materia ambientale, dove la Sovrintendenza ai beni paesaggistici della Provincia di Napoli che ci risulta aver autorizzato in via
temporanea, fino al giugno del 2013, l’allestimento del sito e adesso si trova
a dover decidere di trasformare quell’autorizzazione in un lasciapassare definitivo concesso al Comune per fare quello che gli pare di tutta l’area?
Il futuro di Napoli e del suo territorio, di cui pure tanto si è discorso
in queste settimane, tra molte velleità e pochi fatti concreti, si gioca su queste cose e si perde un po’ alla volta, scempio dopo scempio. È bene raccontarla questa storia di Ischia perché dice molte cose di noi, del nostro rapporto con il passato, che non è solo storia, ma è l’ambiente dentro il quale la

nostra vita si è svolta nel succedersi delle generazioni prendendo la sua forma attuale.
Nel novembre dello scorso anno, la Giunta di Forio d’Ischia ha deliberato un piano che prevede la sistemazione di un’ area di proprietà comunale in località Zaro da adibire alla raccolta di rifiuti solidi urbani. Come
sempre accade quando bisogna giustificare davanti a sé e agli altri un atto
che svilisce un valore, anche nel caso della delibera del Comune di Forio si
dice che ciò che stiamo per perdere non vale niente. Che l’area di Zaro versa
in condizioni di «completo abbandono e degrado». E che anzi l’intervento
dell’ amministrazione equivarrebbe ad un’ opera di bonifica. È difficile, però, credere che per valorizzare un’ area che affaccia sul mare tra cespugli di
mortella e di lentisco si debba spianare il terreno con una piattaforma di calcestruzzo perché possa diventare l’area di parcheggio di compattatori maleodoranti e, c’è da crederlo, ben presto stillanti percolato che il comune non
sa dove e come smaltire. E che possa essere degradato e abbandonato il luogo dove sorgono le ville che furono di Luchino Visconti e del compositore
inglese sir William Walton, un specie di microcosmo stupefacente
quest’ultima, sede di uno dei più imponenti giardini tropicali ed esotici
d’Europa, disegnato alla fine degli anni Cinquanta dal celebre paesaggista
Russell Page: ebbene tutto questo appare, perché è, semplicemente incredibile.
Oggi entrambe queste ville sono luoghi internazionali di cultura, sedi
di fondazioni, di cui una, la Colombaia, addirittura proprietà del Comune e
l’altra, villa La Mortella, è il luogo scelto dall’ Università di Harvard come
residenza per compositori mentre il suo giardino è famoso in tutto il mondo.
Prima di diventare delle istituzioni che perseguono finalità pubbliche, tuttavia, queste ville sono state amate, profondamente amate, oggetto di un sentimento acuto del paesaggio, di un legame intenso con i luoghi, con la loro
storia e con la loro bellezza. Un sentimento universale, in grado di accomunare tanto il primo proprietario locale della Colombaia, il cittadino ischitano
Luigi Patalano, giornalista politico e poeta di sentimenti radicali, che amava
Carducci e che lo volle suo ospite sul promontorio di Zaro tra il cielo e un

mare abbacinante di luce, quanto l’aristocratico musicista inglese che del
versante di una collina vulcanica fece un meraviglioso giardino, nel quale
hanno passeggiato ospiti illustri come Laurence Olivier, Vivien Leigh, Maria Callas.
È questo il degrado che il Comune di Forio vuole bonificare? O non
è un modo per scaricare su un valore nazionale la propria inefficienza amministrativa, l’ incapacità di giungere ad un sistema decente di raccolta e di
smaltimento dei rifiuti urbani?
Il Comune ha ottenuto l’autorizzazione temporanea della Sovrintendenza provinciale ai beni paesaggistici, ma nella stessa delibera dà mandato
ai suoi uffici di attivarsi perché ottengano che il parere venga rilasciato in
via definitiva «sul sito così come realizzato», o in alternativa perché per il
sito, sempre «così come realizzato», venga progettata una destinazione diversa. Bisogna a questo riguardo che la Sovrintendenza rifiuti la concessione e che ripristini al più presto tutti i vincoli per tutelare un bene nazionale
italiano. Lo scopo dichiarato dell’ amministrazione locale è di «non rendere
vani gli investimenti effettuati», ormai levitati a quasi duecentomila euro. In
attesa della decisione dell’ ente di tutela del paesaggio, però, il Comune di
Forio ricopre il terreno con una base di calcestruzzo, che è il contrario di un
intervento temporaneo, il quale impegnerebbe il Comune, eventualmente,
alla rimozione dell’ opera una volta che la Soprintendenza non concedesse
la sua autorizzazione in via definitiva e che sa tanto di un modo per mettere
tutti, cittadini e istituzioni, davanti alla brutale evidenza del fatto compiuto.
Chi avrà dopo la forza e la costanza per ordinare alla Giunta di tornare indietro sui suoi passi?
È un passaggio importante per capire la portata della delibera, la
quale mentre da un lato gioca sulle circostanze emergenziali della decisione,
funziona dall’altro come un dispositivo capace di produrre effetti permanenti: l’obiettivo del Comune è poter disporre pienamente dell’area di sua proprietà e per quest’area ha progettato, oggi, una discarica, pudicamente definita centro di raccolta temporanea, domani chissà.

Anche questa indifferenza è profondamente significativa di una perdita totale di contatto con l’identità profonda della propria comunità.
Quello che viene fuori da atti di questo tipo è la riduzione del paesaggio al registro degradato di un suolo impiantito, privo di uomini, di storia
e di cultura, la neutra piattaforma sulla quale la decisione incolta di una
giunta qualunque è in grado di produrre effetti di qualsiasi tipo. Il paesaggio
come valore comune cessa semplicemente di esistere per diventare una funzione della volontà di una maggioranza politica transitoria. In questo modo
il comune di Forio non è più semplicemente il proprietario di un pezzo di
terra. Espropria a vantaggio della tutela patrimoniale dell’ ente locale un bene tutelato dalla Costituzione, perché nella loro saggezza i padri Costituenti
riconobbero nei valori storici e culturali racchiusi nel paesaggio italiano un
patrimonio della Nazione. Dell’ Italia, dunque, non del piccolo comune di
Forio d’Ischia. È questa oggi la posta in gioco e la cosa ci riguarda da vicino. Perché quello che facciamo del nostro passato ci dice di quello che aspiriamo ad essere. E l’illusione che un piccolo pezzo non pregiudichi poi molto e appunto tale, una tragica illusione, perché il Sud si perde così, un pezzo
dopo l’altro. Non è una novità, eppure sembra che continuiamo a non voler
imparare la lezione.


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