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Il valore della democrazia.pdf


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umani nel mondo, che investe indistintamente tutti gli stati, presentato alla
riunione annuale ONU della Commissione per i diritti dell’uomo.
Eppure la parola democrazia continua ad evocare un eden politico fondato
sulla libertà diffusa, sul rispetto delle singole persone, sulla garanzia dei
diritti fondamentali. Nonostante tutto continua ad essere considerata
l’invenzione politica più consona a realizzare le mai sopite aspirazioni di
convivenza pacifica e giusta tra gli esseri umani. Perché, dunque, nel
momento in cui ha trovato storicamente la maniera di diventare da
momento potenziale momento effettuale, l’esperienza che ha messo in
campo sta sortendo effetti che ne contraddicono la spinta propulsiva?
Perché il percorso vissuto della sua attesa attuazione ha generato un
mostro, non riconosciuto tale dalle oligarchie dei potenti e dagli intellettuali
che ne traggono beneficio, ma sofferto come tale dalle masse di individui
che ne subiscono ogni giorno gli effetti? La democrisia, come l’ha definita
Massimo Nava nel suo ultimo libro, alludendo all’ipocrisia di cui è infarcita
la democrazia del potere globale (1).
Nella sua formulazione quasi lapidaria la risposta appare semplice: ne è
stato stravolto il senso originario. Dal momento in cui la democrazia prese
avvio, trascinata con veemenza sulla scena storica dalla forza della
rivoluzione (Francia 1789), da possibilità in potenza trasformandosi in fatto
operativo, i nuovi moderni poteri costituiti cominciarono a mettere in atto
un’operazione culturale di progressiva deprivazione di senso, per
preparare una sostituzione di senso. Il fine non dichiarato (ma quando mai
lor signori dichiarano le proprie intenzioni?) era quello di trovare un
supporto ideologico in grado di giustificare l’instaurazione del nuovo
potere, che sorgeva sulle ceneri del vecchio, l’ancien régime abbattuto,
trascinato dalla richiesta popolare di istituire un nuovo assetto politico
sociale che avesse le caratteristiche della democrazia, cioè di una
partecipazione del popolo attiva e verace. Dovevano andare incontro alla
richiesta popolare e, nello stesso tempo, garantirsi l’instaurazione del
nuovo potere, eteronomo al pari di quello abbattuto, ma che avesse
l’apparenza dell’autonomia come a gran voce richiedevano gli eventi.
Ne conseguì che fu inventata e prese piede la democrazia rappresentativa,
come fu definita, assicurandosi tecnicamente il consenso e al contempo
una chiara e netta separazione tra il potere costituito e il popolo,
riproducendo in forma nuova e partecipata la divisione gerarchica tra chi
comanda e chi è comandato, tra chi ha il potere e chi lo subisce. La logica
del dominio, che da molti millenni incombe sulle sorti delle genti e che la
rivoluzione aveva tentato di scalzare con la forza degli eventi, era così
riuscita a reintrodursi adattandosi al nuovo sentire ed al nuovo volere.
Diventa allora indispensabile capire un minimo il senso originario e quello
del suo stravolgimento moderno imposto al momento della messa in
opera.
Essa nacque e prese forma per la prima volta nella Grecia antica, nella
città stato di Atene. Il suo maggior elaboratore teorico fu Aristotele, che
capì subito che il problema politico fondamentale risiede nel potere
decisionale e la inserì nella nota tripartizione delle forme possibili di
governo: la monarchia, l’oligarchia e la democrazia. La monarchia è
caratterizzata dal potere di un solo reggente, il monarca appunto, il quale
assomma unicamente su di sé il potere di decidere per tutti, con l’annessa
facoltà d’imporre ad ogni suo sottoposto la propria volontà. L’oligarchia