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In sintesi
L’esperienza di sedici mesi di governo e le considerazioni svolte in questa memoria
suggeriscono che per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e
assicurare un buon governo, è necessario che i partiti, ai quali la nostra Costituzione affida
questa funzione, si separino dallo Stato con cui si sono in Italia perversamente affratellati, fino
al “catoblepismo”, per divenire rete materiale e immateriale di mobilitazione di conoscenze e di
confronto pubblico, informato, acceso, ragionevole e aperto di idee e soluzioni con cui incalzare
lo Stato. Solo così lo Stato potrà rinnovarsi.

L’aggravante peculiare della crisi italiana, con la prolungata assenza di buon governo, sta nel
concorrere di una macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale e di partiti Stato-centrici, ai
quali hanno contribuito le regole del finanziamento pubblico e la deriva culturale del paese. Al
deterioramento di tutte le fasi del processo di costruzione dell’azione pubblica si sono così
accompagnati: il perseguimento crescente di beni particolari anziché del bene pubblico;
comportamenti abusivi di tale gravità da creare un solco profondo tra cittadini e “politici”; il
blocco dei normali meccanismi di rinnovamento delle classi dirigenti, con lo scatenamento di
insensati conflitti generazionali; una perdita di fiducia nei nostri stessi mezzi.

Se e quale nuova forma dare ai partiti, più in particolare a un partito di sinistra, comunque lo si
voglia chiamare quello che corrisponde ai miei convincimenti, discende dal giudizio che diamo
sul metodo di governo della cosa pubblica che può rinnovare e rilanciare il paese.

Lo sperimentalismo democratico
In linea con un crescente corpo di esperienze in tutto il mondo e con la prassi della mia
esperienza di amministratore, suggerisco che tale metodo debba essere quello dello
“sperimentalismo democratico”. Esso supera l’errore che la soluzione “minimalista” – o
liberista, magna pars della crisi internazionale che viviamo – condivide con molte applicazioni
concrete della soluzione “socialdemocratica”, ossia l’ipotesi che alcuni, pochi individui, gli
esperti, i tecnocrati, dispongano della conoscenza per prendere le decisioni necessarie al
pubblico interesse, indipendentemente dai contesti. Ed evita l’altro, nuovo errore della nostra
epoca, quello di pensare che la “folla” possa esprimere quelle decisioni in modo spontaneo,
attraverso la Rete. In presenza di incertezza elevata, tecnologia mutevole, istruzione di massa e
preferenze degli individui assai differenziate e influenzate dai contesti, la macchina pubblica

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