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LICEO SCIENTIFICO "P.S. MANCINI"
AVELLINO
STEFANO LUONGO
5° I

LA POLITICA:
L'ARTE DI GOVERNARE LE SOCIETA'

Percorso d'esame
Anno scolastico 2012/2013

INDICE

PREMESSA ................................................................................................................... 4
INTRODUZIONE ........................................................................................................... 6
STORIA: Politica italiana dal secondo dopoguerra al 69' .............................................. 9
CITTADINANZA E COSTITUZIONE: La Costituzione Italiana .................................... 20
FILOSOFIA: Karl Marx, il socialismo scientifico ........................................................... 32
INGLESE: George Orwell, lo spirito anti-totalitario ...................................................... 43
ITALIANO: Francesco De Sanctis, tra cultura e vita nazionale ................................... 46
Giosuè Carducci, dalle idee repubblicane all'involuzione .......................... 51
monarchica
LATINO: Seneca, tra filosofia e potere ........................................................................ 56
STORIA DELL'ARTE: Il futurismo, legami con il partito fascista ................................. 69
GEOGRAFIA ASTRONOMICA: Le leggi di Keplero .................................................... 73
FISICA: Le leggi di Ohm .............................................................................................. 79
MATEMATICA: Funzioni pari e dispari ........................................................................ 82
CONCLUSIONE .......................................................................................................... 86

PREMESSA
La politica, sostantivo che deriva dal termine greco polis, "città-stato", è
quel complesso di attività che hanno per oggetto l'amministrazione della
vita pubblica, i problemi collettivi e le istituzioni di uno Stato. La prima
definizione di politica risale ad Aristotele, filosofo greco, il quale suddivise
le forme di governo in: Politeia, concetto simile alla democrazia in cui a
comandare è la massa; Oligarchia e Monarchia, rispettivamente potere dei
pochi e di uno solo, il Tiranno. Successivamente questo vocabolo ha
subito delle evoluzioni. Machiavelli, considerato il fondatore della moderna
scienza politica, nella sua opera Il Principe ha trattato teorie radicalmente
rivoluzionarie nel contesto della cultura occidentale del tempo; per lui lo
Stato doveva essere amministrato da un solo uomo, scelto in base a
eccezionali capacità psicologiche ed intellettive in modo tale da scindere
etica e sentimentalismi dalla buona amministrazione. Fondamentale è
nella storia del pensiero politico l'opera di Montesquieu, L'ésprit des lois
(Lo spirito delle leggi), nella quale il filosofo francese sottolinea che la
monarchia costituzionale sia la migliore forma di governo perché la classe
nobiliare è meno corruttibile, in quanto vincolata al principio dell'onore, e
che i poteri vadano divisi (legislativo, esecutivo e giudiziario) per evitare la
tirannide. Nell' 800 Karl Marx si occupò di tutti gli aspetti della società,
ideando un nuovo tipo di socialismo, quello scientifico. Nello scorso secolo
si sono sviluppate una moltitudine di sistemi diversi di gestire lo Stato:
oltre all'applicazione pratica del socialismo e alle consolidate monarchie, si
ebbero sistemi totalitari e sopratutto nuove forme democratiche,
radicalmente diverse da quelle fino ad allora esistenti.
La capacità di governare e la gestione della società umana, purtroppo, nel
processo storico non è stata esemplare, né moralmente né praticamente,
ed è per questo che oggi la parola politica ha assunto sfumature di
significato totalmente negative. Ricoprire una carica politica equivale ad

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esercitare forme di potere, come sostiene anche il filosofo Max Weber,
tuttavia capita spesso che vi è un abuso di potere tendendo a soddisfare
gli interessi individuali e di una collettività ristretta, anziché che di tutta la
popolazione che si rappresenta. La politica andrebbe intesa come spirito
di servizio, una vocazione che dovrebbe appartenere a tutti coloro i quali
decidano di voler rappresentare un territorio.
La scelta di porre al centro del percorso d'esame "La politica come l'arte
del governare le società" è dovuta al fatto che oggi, almeno nel nostro
Paese, il disinteresse della popolazione e soprattutto delle nuove
generazioni verso la scienza del governo aumenta giorno dopo giorno; a
mio parere, invece, specialmente il mondo giovanile dovrebbe cambiare
questa tendenza, affacciandosi e interessandosi ai vari scenari, dal
momento in cui fra alcuni anni entrerà a contatto con un mondo nuovo,
quello del lavoro, delle imposte e della gestione della "cosa pubblica".
Anche il voto, momento più alto della democrazia, ma nello stesso tempo
il minimo impegno al quale sono chiamati i cittadini, deve essere dato con
criterio, in base alla condivisione di ideologie e progetti, senza seguire
"mode" o influenze esterne. Solo in questo modo fra qualche decennio
potremmo avere guide e governi trasparenti ed efficienti.

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INTRODUZIONE
Il percorso d'esame scelto rappresenta gli argomenti studiati durante il
quinto anno che mi hanno colpito di più; in particolar modo ho cercato di
creare un filo conduttore tra una delle mie più forti passioni, quale la
politica, e tutte le discipline scolastiche.
In storia ho inquadrato un periodo ben preciso, ovvero l'assetto politico
italiano dal secondo dopoguerra alla fine degli anni 60', in quanto oggi
viviamo sulla scia delle decisioni prese dagli italiani più di sessanta anni fa
e nello stesso tempo le forze politiche nate dallo spirito antifascista hanno
formato la colonna vertebrale della politica italiana per tutta la Prima
Repubblica, quindi fino al 1994.
La scelta di analizzare la Costituzione italiana è da un lato riconducibile al
periodo storico trattato; dall'altro è dovuta all' importanza del testo nella
società italiana contemporanea. Per quanto riguarda la filosofia ho deciso
di soffermarmi su un grande uomo, dalle idee rivoluzionarie in quanto il
suo pensiero è stato il punto di partenza di fasi storiche molto significative,
lunghe e intense. Karl Marx. Nella considerazione di questo filosofo non
esistono vie intermedie, lo si "ama" o lo si "odia", poiché nella sua dottrina
filosofica si rintraccia una forte radicalità e una profonda innovazione.
Nella letteratura inglese George Orwell ha evidenziato, nelle sue opere
distopiche, gli effetti negativi dei regimi totalitari, compreso quello russo
nonostante la sua matrice socialista.
Tra gli autori studiati della letteratura italiana ho voluto concentrarmi su
Francesco De Santics, irpino come me, e Giosuè Carducci. Il primo
perché, oltre ad essere un grande scrittore considerato il padre della
critica moderna, per tutta la sua vita si è impegnato politicamente,
cercando di colmare il divario fra cultura e vita sociale-politica anche
all'interno della letteratura. Il secondo, invece, poiché rappresenta
l'evoluzione dei valori ideologici, frequente nell'attuale società, in quanto

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egli non fu una persona dai forti ideali, ma in qualche modo matura le sue
idee in base alle situazioni migliori che gli si presentavano. Il suo spirito
patriottico, legato ai principi della rivoluzione francese, cadde nel
dimenticatoio quando conobbe la regina Margherita, che lo avvicinò ai
canoni monarchici.
In latino, la mia scelta è ricaduta sul filosofo e storico Seneca per il suo
contributo politico nell'età giulio-claudia; basti pensare che essendo il
precettore di Nerone, che divenne imperatore non ancora compiuti i
diciotto anni, fu lui ad esercitare il potere e a mantenere la situazione
stabile nei primi anni dell' impero.
Per quanto riguarda la storia dell'arte, senza ombra di dubbio, il Futurismo
rappresenta quel movimento culturale che si è affacciato attivamente al
mondo della politica propagandando, con i suoi artisti, ideali comuni a
quelli fascisti.
L'ambito scientifico è a mio parere connesso alla politica e quindi alla
"gestione" della società; tuttavia, in base al programma studiato durante il
quinto anno, ogni forma di collegamento specifico poteva risultare forzato.
Ho deciso, così, di intersecare le discipline scientifiche, quali geografia
astronomica e fisica, con l'argomento della tesina nello strumento in
comune utilizzato per regolare le rispettive competenze, ovvero le leggi.
Infatti così come i cittadini debbono necessariamente basarsi su delle
leggi per una convivenza il più possibile pacifica ed unitaria, così i fisici, e
gli scienziati in generale, devono avere quelle leggi e quei teoremi su cui
basare i propri studi.
Le leggi di Keplero e le leggi di Ohm ne sono l'esempio.
In matematica, invece, c'è una metafora fra l'assetto politico attuale e un
particolare studio di funzione. La maggior parte degli Stati si definiscono
bipolari in quanto sono caratterizzati da due schieramenti politici,
solitamente di centro-destra e di centro-sinistra. Una funzione matematica
può essere sia pari che dispari. Esistono casi, tuttavia, in cui un territorio
non è governato da nessuna delle due fazioni politiche, ma dai governi
7

tecnici, così come probabilità in cui una funzione non è né pari né dispari.

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STORIA

Politica italiana dal secondo dopoguerra al 69'
Il secolo uscente è stato caratterizzato dallo sviluppo di numerose forme
di governo. Nei primi anni, molti Stati adottarono il sistema liberale, poi si
affermarono i regimi totalitari: in Italia il Fascismo, in Russia il Comunismo
e in Germania il Nazismo. Al termine della Seconda Guerra Mondiale si
trovò maggiore equilibrio, tutt'ora invariato, nella maggior parte dei Paesi,
con il ritorno alle democrazie. Soffermandosi sull' Italia, l'impalcatura
istituzionale e costituzionale, quindi tutta la macchina organizzativa oggi
esistente nel nostro territorio, è frutto di un rinnovamento radicale
dell'assetto politico avente inizio negli anni conclusivi della guerra.

1943-1948
Poco dopo l'8 Settembre 1943, in Italia si formò il Comitato di liberazione
nazionale (Cln) che includeva i sei maggiori partiti politici accomunati da
uno spirito antifascista: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito
Socialista italiano di unità proletaria, Partito d'Azione, Partito Democratico
del Lavoro e Partito Liberale. La Dc era guidata da Alcide De Gasperi,
statista

del

Trentino,

che

voleva

per

l'Italia

una

democrazia

rappresentativa fondata sull'eguaglianza dei cittadini, sulla solidarietà e sui
valori della tradizione cristiana; essa si presentava come il partito dei
moderati, raccogliendo la base contadina e piccolo-borghese. Il Partito
Comunista, rappresentato da Palmiro Togliatti, si considerò una parte del
fronte internazionale proletario di Stalin; il leader comunista, tuttavia, per
legittimarsi agli occhi dell'opinione pubblica, decise di battersi per una
democrazia progressiva e non per la dittatura del proletariato. Il Partito

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Socialista, invece, con il suo leader Pietro Nenni, era diviso al suo interno
tra quelli che volevano un' alleanza con il Pci e quelli che preferivano
restare autonomi. Sia i socialisti che i comunisti miravano ad una
trasformazione della società verso l'uguaglianza economica e sociale,
attraverso il superamento delle classi sociali e l'abrogazione della
proprietà privata. Il Psiup si caratterizzò per essere una forza riformista e
più moderata del Pci. Gli altri tre partiti non riuscirono a coinvolgere le
masse e per questo hanno avuto un ruolo, seppur importante, sempre in
seconda linea. In questo contesto, ebbero compiti rilevanti le associazioni
sindacali che diedero vita alla Confederazione generale italiana del lavoro;
contestualmente riprendeva l'attività della Confindustria, a tutela degli
interessi degli imprenditori.
La posizione del Cln era diversa da quella di Badoglio, capo del Governo
al tempo del Re Vittorio Emanuele III, e solamente la mediazione di
Togliatti, con la "svolta di Salerno", portò alla nascita di un esecutivo
presieduto comunque da Badoglio, ma composto da esponenti dei partiti
del Comitato. Successivamente Badoglio fu sostituito da Bonomi che mise
le basi per il passaggio istituzionale, dal fascismo alla democrazia. Il primo
decreto legge stabilì che, al termine della seconda guerra mondiale, gli
italiani avrebbero scelto, mediante un referendum, la migliore forma di
governo e avrebbero eletto un' Assemblea Costituente.
Conclusasi la guerra ci fu l'esecutivo guidato da Ferruccio Parri, leader del
Partito d'Azione. Il suo compito fu molto delicato: la distruzione
dell'apparato industriale aveva causato il crollo della produzione, il sistema
dei trasporti (strade, porti e ferrovie) era gravemente compromesso, si
ebbe il razionamento (il prezzo dei beni di prima necessità era fisso e
ognuno poteva acquistare un numero stabilito di prodotti) e di
conseguenza la borsa nera (vendita clandestina dei beni da parte delle
autorità sottraendoli al mercato), inoltre l'inflazione era diventata altissima
(i beni aumentavano di prezzo e gli stipendi rimanevano gli stessi, quindi il
potere d'acquisto diminuiva). Parri fu sfiduciato dal Pli e il nuovo governo
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prevedeva De Gasperi Presidente del Consiglio, Nenni vicepresidente e
Togliatti Ministro della Giustizia. Per rialzare il Paese dalla crisi, occorreva
continuare a collaborare, indipendentemente dalle posizioni ideologichepolitiche. Togliatti provò in primis ad epurare gli ex fascisti da
amministrazioni e imprese, ma a causa del vasto consenso che aveva
avuto il fascismo, fu costretto a concedere una larga amnistia.
Per il 2 Giugno del 1946 venne fissato il referendum popolare sulla forma
di Stato, e in tale data i cittadini furono chiamati anche ad eleggere i propri
rappresentanti. Bisognava scegliere se adottare la Repubblica o
continuare con la Monarchia. I partiti di Sinistra votarono a favore della
Repubblica, mentre i partiti moderati, a causa di varie posizioni al loro
interno, non diedero indicazioni specifiche ai propri elettori. Votarono il
90% degli aventi diritto: 12.717.923 persone scelsero la Repubblica,
specialmente nel centro e nel nord, mentre 10.719.284 persone vollero la
Monarchia, meridionali soprattutto. Nonostante Umberto II, da pochi mesi
re d'Italia, protestò per presunte irregolarità, vinse la Repubblica e lui fu
costretto ad abdicare. Contemporaneamente si votò per la prima volta
dopo l'era fascista: i partiti nati qualche anno prima non dovevano più
formare esecutivi in base ad accordi interni, ma erano i cittadini a
decidere. La novità era rappresentata dalla partecipazione al voto delle
donne, attuando il principio del suffragio universale. Il sistema elettorale
era di tipo proporzionale: la Dc ebbe il 32,5 % dei voti (207 seggi), il Psiup
ottenne il 20,7% dei consensi (115 seggi), il Pci prese il 18,9 % dei voti
(104 seggi). Basse percentuali per gli altri schieramenti, con la novità del
Movimento Antipartito dell'Uomo qualunque, che raggiunse il 5,3% dei
voti. Nel giro di pochi mesi, si formò il Movimento Sociale Italiano (Msi)
che raggruppava gli umori di destra. Il 28 Giugno del 1946 l'Assemblea
Costituente elesse il giurista Enrico De Nicola come Capo dello Stato
provvisorio e dopo un mese ci fu il secondo governo De Gasperi. Il nuovo
esecutivo non portò risultati concreti in quanto nelle piazze continuavano
gli scontri fra polizia e manifestanti e la disoccupazione non accennò a
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diminuire.
Nelle amministrative del 1946, le prime dopo il fascismo, la Dc perse
consensi a favore dell'Uomo qualunque, ma in quei giorni fu il Partito
Socialista ad avere numerosi cambiamenti: Nenni volle continuare
l'alleanza con il Pci e quindi con l'Unione Sovietica, mentre un'altra
fazione, capeggiata da Giuseppe Saragat, spingeva per l'autonomia del
partito; i seguaci di Saragat, dopo aver abbandonato un congresso del
Psiup, fondarono un nuovo partito socialdemocratico: il Psli, poi chiamato
Psdi (Partito Socialdemocratico italiano). Intanto il Psiup ritornò a
chiamarsi Psi (Partito Socialista italiano). In questo contesto, De Gasperi
formò il suo terzo governo che comprendeva nella maggioranza la Dc, il
Psi e il Pci, mentre il Psdi fece un passo indietro. Nel 1946, il Presidente
del Consiglio si trovò a chiudere i colloqui di pace, in seguito alla seconda
guerra mondiale. A Parigi si svolse la Conferenza sul trattato di pace e
nonostante la fermezza di De Gasperi, l'Italia, non potendo sedere al
tavolo dei vincitori, perse diverse colonie: l'Albania tornò indipendente e
Trieste venne divisa in due zone. Specificamente la città con la sua
amministrazione andò agli anglo-americani, mentre le località circostanti
andarono alla Jugoslavia (solo nel 1954 Trieste tornerà ad essere
indipendente). Lo Stato si impegnò a pagare 300 milioni di dollari in
riparazioni di guerra.
Nel mondo, intanto, i rapporti fra Usa e Unione Sovietica peggiorarono ora
dopo ora. A Gennaio del 1947 De Gasperi concluse, a seguito di un
viaggio in America, un importante accordo con Truman, che prevedeva un
aiuto economico non indifferente per il nostro Paese. De Gasperi, avendo
quindi l'appoggio americano e naturalmente della maggioranza del popolo
italiano, decise di interrompere, per la prima volta, le collaborazioni con i
partiti di massa antifascisti: la Dc formò un forte governo con i suoi uomini
e per evitare uno scontro frontale, il Pci si limitò ad essere il maggior
partito di opposizione. A Luglio di quell'anno, la Dc aderì al Piano Marshall
(Usa) e il Pci alla nascita del Kominform (Unione Sovietica). I due partiti di
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massa italiana, quindi, si erano ulteriormente incanalati nei due
schieramenti opposti e una ricucitura sembrava sempre più difficile.
Nonostante questo scenario, lo spirito antifascista dei politici allora
esistenti portò ad un lavoro collettivo nella creazione della legge
fondamentale della Repubblica Italiana, la Costituzione. Venne formata
una commissione di 75 deputati, i quali presentarono la carta
costituzionale all'Assemblea Costituente nel Gennaio del 1947; dopo 170
sedute, il 22 Dicembre del 1947, la Costituzione venne approvata e dal 1
Gennaio del 1948 andò in vigore. Le tre grandi culture esistenti (cattolica,
marxista e socialdemocratica) riuscirono a venirsi incontro regolando lo
Stato, inteso da ora in poi come Stato Sociale. Essa è considerata una
delle più moderne carte costituzionali per la sua varietà.
Il 31 Gennaio del 1948 si tenne l'ultima Assemblea Costituente e dopo
pochi giorni a Roma veniva firmato il trattato di amicizia fra gli Stati Uniti e
l'Italia.

1948-1958
Le prime elezioni dopo l'approvazione della Costituzione e quindi con una
regolamentazione specifica della Repubblica furono indette per il 18
Aprile. La Democrazia Cristiana, soprattutto grazie agli interventi
deflazionistici di Luigi Enaudi, che ridussero il deficit del bilancio dello
Stato, si presentava solida con Alcide De Gasperi candidato alla
Presidenza del Consiglio. Il Pci e il Psi, uniti nel Fronte Popolare, invece
apparivano alla gente come un rischio per la democrazia, in base
all'evoluzione della Guerra Fredda; inoltre la minaccia degli americani di
sospendere il piano Marshall, in caso di vittoria delle sinistre, fece un
effetto ancor più negativo agli occhi della popolazione. Alle urne si
recarono il 92,3 % degli aventi diritto ed essi decretarono lo straordinario
successo della Dc, con il 48,5 % dei voti e 306 seggi su 574 alla Camera
dei Deputati; il Fronte Popolare fu nettamente sconfitto avendo il 31 % dei

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suffragi e 183 seggi. In particolare la sconfitta fu del Psi, anche a causa
della contrapposizione del partito socialdemocratico che prese il 7,1 % dei
voti. Il Pri ottenne il 2,5 % dei consensi, il Pli il 3,8%, i monarchici il 2,8% e
l'Msi il 2,3%. Queste elezioni diedero vita ad un quadro politico destinato a
durare a lungo: Luigi Enaudi fu eletto Presidente della Repubblica e De
Gasperi formò il suo quinto governo, sulla base di una coalizione
quadripartitica (Dc, Psli, Pri, Pli). Le sinistre erano state tagliate fuori e
così dal 1948 al 1953 si ebbe l'epoca del "centrismo" della Dc.
Contemporaneamente il clima sociale rimase conflittuale e ci furono
numerosi scontri in piazza tra manifestanti e polizia; Palmiro Togliatti
ricevette un attentato (tre colpi di pistola) da un giovane siciliano di destra,
a testimonianza che il clima post-fascista non era radicalmente cambiato,
anche in seguito alle vicende dalla Guerra Fredda. Ciò comportò la rottura
dell'unità sindacale, infatti la componente cattolica della Cgil si staccò
dando vita alla Cisl (Confederazione italiana sindacati dei lavoratori) nel
1948, e dopo due anni i sindacalisti socialdemocratici e repubblicani
fondarono la Uil (Unione italiana del lavoro). Il governo De Gasperi
migliorò notevolmente la situazione: la produttività globale era tornata ai
livelli d'anteguerra. Infatti, si lottò con successo contro l'inflazione e ciò
diede fiducia specialmente ai ceti medi quanto ai reddito fisso; inoltre
furono ricostruite strade e infrastrutture. Il tutto era avvenuto grazie ai
fondi stanziati dal piano Marshall, anche se il controllo statale
dell'economia rimase all'Iri (Istituto per la Ricostruzione industriale),
istituito dal regime fascista, e ora rafforzato con nuovi finanziamenti
pubblici. L'Agip (Ente petrolifero di Stato) fu rilanciato in seguito alla
scoperta di giacimenti di idrocarburi nella Val Padana. Nel fronte
internazionale, l'Italia si associò con la Comunità europea del carbone e
dell'acciaio e soprattutto entrò a far parte della Nato (organizzazione per la
collaborazione della difesa, facente capo agli Usa). Nel 1950 venne
varata, a seguito di gravi arretratezze del Meridione, una riforma agraria
che fissava le norme per l'esproprio e il frazionamento della grande
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proprietà fondiaria dell'Italia centro-meridionale, con l'obiettivo di far
crescere una classe di piccoli proprietari coltivatori diretti; nacquero, così,
30 mila nuove imprese agricole. Nello stesso anno fu, istituita la Cassa per
il Mezzogiorno, favorendo la crescita del Meridione, con un investimento
economico di 1.500 miliardi di lire nei primi dieci anni di attività. Nel 1951
partì la riforma fiscale, finalizzata a colpire l'evasione, a incrementare le
entrate e a finanziare l'edilizia popolare.
In vista delle elezioni del 7 Giugno del 1953, la Dc volle garantirsi un
solido margine di maggioranza, applicando una nuova legge elettorale,
basata sul meccanismo maggioritario: venivano assegnati 380 seggi (il
60,4 % dei posti in Parlamento) alla coalizione che avesse avuto la
maggioranza assoluta (50% + 1), mentre 209 seggi (il 39,6% delle
poltrone) sarebbero toccati all'opposizione. Questa fu chiamata "legge
truffa" dai partiti di sinistra. Dc, Psdi, Pri e Pli, tuttavia, non raggiunsero
l'obiettivo per soli 57.000 voti (ottennero il 48,9 %). De Gasperi non
ottenne la fiducia per un nuovo governo e si allontanò dalla politica anche
a causa di una malattia; morì nel 1954. La legislatura dal 1953 al 1958
non esprimeva forti governi, con la successione di sei ministeri, tutti a
guida democristiana. Nonostante ciò, il Paese ebbe un notevole sviluppo
economico: il prodotto nazionale lordo crebbe del 5,6% annuo, le
ricchezze vennero distribuite anche a classi sociali allora ignorate e fu
ulteriormente rafforzato il Mezzogiorno. Nella seconda legislatura
nacquero

gli

istituti

voluti

dalla

Costituzione:

il

ministero

delle

Partecipazioni statali e la Corte costituzionale; successivamente fu
accelerato l' iter per la nascita del Consiglio Superiore della Magistratura.

1958-1969
L'esito delle votazioni del 1953, fu un chiaro campanello d'allarme e il
nuovo obiettivo fu rafforzare il sistema politico. Amintore Fanfani, nuovo
leader della Dc, a causa dell'esito delle votazioni, capì che bisognava

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trovare nuovi consensi in altri partiti, abbandonando il "centrismo". Nello
stesso tempo anche Pietro Nenni uscì dall'isolamento, dando vita ad una
nuova stagione della politica al fine di collaborare per attuare la
Costituzione. Il processo di rinnovamento fu favorito dalla scelta del nuovo
Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, democristiano di sinistra,
eletto con un'ampia maggioranza. Gronchi fu uno dei maggiori sostenitori
all'apertura ai socialisti. Nel 1959 il leader della Dc divenne Aldo Moro, che
diede vita al centro-sinistra. Egli considerava i partiti energie innovatrici; il
dialogo tra cattolici e socialisti avrebbe garantito lo sviluppo democratico
dell'Italia.
La realizzazione del centro-sinistra fu preceduta da un tentativo
autoritario: nel 1960 il governo di Tambroni cercò un allargamento verso la
destra, cercando consensi nel Msi; in seguito al congresso tenutosi a
Genova, roccaforte dell'antifascismo resistenziale, nacquero scontri di
piazza in tutta Italia, con numerosi morti. Per uscirne immediatamente da
questa situazione, si formò un nuovo governo democristiano guidato da
Fanfani, capace di guardare ai socialisti, che dopo quindici anni uscivano
dall'opposizione, astenendosi. Dopo due anni si passò al centro-sinistra
programmatico, con il voto favorevole dei socialisti sui provvedimenti che
incontravano le loro richieste; successivamente si ebbe il centro-sinistra
organico,

con

l'inserimento

al

governo

del

Psi

e

il

passaggio

all'opposizione del Partito Liberale.
In questo periodo l'Italia conobbe una crescita economica senza
precedenti, infatti il quinquennio 1958-1963 fu definito "boom economico"
e "miracolo italiano". Il PIL cresceva del 6% ogni anno, la disoccupazione
scese ai minimi storici, intorno al 3%, i redditi individuali dal 1951 al 1961
raddoppiarono e le esportazioni aumentarono fino al 10% annuo. In questi
anni, il lavoro in fabbrica superò quello dei campi, ma soprattutto crebbe il
lavoro impiegatizio, equamente diviso fra pubblico e privato. Una
importante contraddizione, tuttavia, è rappresentata dalle nuove periferie
urbane, a volte interamente abusive e prive di servizi e infrastrutture,
16

ridotte a quartieri dormitorio. Le industrie leggere si ritagliarono un
importante ruolo, ma la vera novità nel campo industriale fu rappresentata
dal comparto motoristico, con la Fiat di Torino, azienda automobilistica già
presenta da alcuni decenni, che visse il miglior periodo della sua storia: le
cosiddette utilitarie, come la Seicento e la Cinquecento, rientravano nella
disponibilità economica di molte famiglie e rappresentavano quindi un
nuovo impiego del tempo libero totalmente inedito e una comodità per
andare a lavorare. A modificare la vita quotidiana furono anche gli
elettrodomestici, allora sconosciuti, come la lavatrice e il frigorifero che
migliorarono le condizioni domestiche delle famiglie. La sorpresa
inaspettata è rappresentata dalla televisione; quest'ultima è stata
considerata uno strumento di unificazione nazionale anche per la capacità
di imporre la lingua italiana, in un contesto che utilizzava, quasi
dappertutto, il dialetto. In questi anni si ebbero massicci fenomeni
migratori: molte persone, specialmente del Sud, spinte dalla ricerca di
lavoro, migrarono verso due direzioni: mete italiane come Milano, Torino e
la capitale Roma; mete del Centro Europa come Svizzera, Germania
Ovest e Belgio.
Dal 1963 al 1968 l'esecutivo fu guidato da Moro e a rafforzare l'alleanza
con la sinistra fu la nomina a Presidente della Repubblica del
socialdemocratico Giuseppe Saragat. Intanto il Partito Comunista si
indebolì costantemente, con molti dissidenti che passarono al centrosinistra. L'obiettivo del centro-sinistra, nato appunto in concomitanza con il
boom economico, era quello di correggere e sfruttare le novità del periodo,
attraverso una programmazione basata sulle riforme. Nel 1962, quando il
Psi non era ancora parte interna del governo, ci fu la nazionalizzazione
dell'energia elettrica (Enel) e l'introduzione della scuola media unica
obbligatoria;

d'altro

canto,

con

l'inserimento

dei

socialisti

nella

maggioranza, questa forma politica parve arretrarsi. La motivazione risale
alle elezioni del 1963, quando la Dc perse 8 punti a causa di un timore di
spostamento a sinistra da parte degli elettori e per questo motivo il
17

principale partito italiano tirò un colpo di freno sulle riforme: la
programmazione economica rimase invariata, la legge per l'introduzione
delle Regioni fu parzialmente approvata solo nel 1968 e la legge
urbanistica fu prima bloccata e poi abbandonata. I rapporti tra Stato,
economia e politica invece furono profondi. Negli anni Sessanta, infatti,
molte aziende di Stato diedero risultati inferiori alle aspettative e ciò
dipese dalla pratica della nomina politica dei dirigenti; tale criterio si estese
ben presto a tutte le amministrazioni pubbliche, dando origine al fenomeno
della lottizzazione. Chi riceveva dagli uomini dello Stato un posto di lavoro,
o favori economici e politici, assicurava in cambio il proprio voto, che a sua
volta diventava clientelare. Il sistema politico fu caratterizzato da
mancanza di senso dello Stato e tendenza all'illegalità (mafia).
In questa Italia, appena descritta, ha luogo, nel 1968, un importantissimo
movimento di protesta specialmente nelle scuole e nelle università. La
protesta, nata presso la facoltà di Sociologia di Trento, si diffuse
immediatamente in tutta la penisola, conoscendo presto una svolta
violenta. A Roma, infatti, lo sgombero da parte della polizia dell'Università
La Sapienza portò gli studenti ad ingaggiare con le forze dell'ordine quella
che i giornali definirono la "Battaglia di Valle Giulia", svoltasi il 1 Marzo
1968, nella sede di Architettura. I giovani occupavano scuole superiori e
facoltà universitarie e scendevano nelle piazze per manifestare contro
l'autoritarismo dei docenti e delle famiglie, il perbenismo imperante e il
conformismo sociale. Il movimento studentesco appariva fortemente
politicizzato a sinistra, basandosi su ideologie marxiste e rivoluzionarie
con Che Guevara, Ho-Chi-Minh e Mao-Tse-Tung che erano considerati
veri e propri miti. Nacque così una sinistra extraparlamentare che
posizionò al centro delle critiche il Pci, accusato di essere incapace a
guidare il proletariato italiano al potere; inoltre anche molti militanti del
partito condivisero queste idee, i quali diedero vita nel 1971, dopo la loro
radiazione, alla rivista "il manifesto". A questa situazione la classe politica
risultava impreparata e non servì la liberalizzazione degli accessi alle
18

università a placare gli animi. Nel 1969 la protesta si estese, nel
cosiddetto "autunno caldo", alla classe operaia. I proletari chiesero, oltre
che un aumento dei salari, anche maggiore potere nelle fabbriche
mettendo in discussioni i consolidati assetti imprenditoriali: gabbie salariali
e licenziamenti. Si contarono in quell'anno 233 milioni di ore di astensione
dal lavoro. Gli operai vennero affiancati dai sindacati, i quali ottennero nel
1970 l'approvazione parlamentare dello Statuto dei lavoratori, che fissava
nuovi rapporti tra dipendenti e datori di lavoro. Dal 1972 i sindacati si
unirono, fino a fine decennio, e il numero dei loro iscritti superò quello dei
maggiori partiti.

19

CITTADINANZA E COSTITUZIONE
La Costituzione Italiana
La Costituzione italiana rappresenta la base sociale, politica e istituzionale
che lega il nostro Paese dal 1948 ad oggi. Nonostante sia stata scritta più
di sessanta anni fa, essa è considerata una delle costituzioni più attuali e
complete.
Cos'è la costituzione
Il termine costituzione deriva dal latino constitutio, che indicava a sua volta
una legge di particolare importanza emanata dall'imperatore. Nelle carte
dello scrittore e storico greco Senofonte è stato ritrovato un opuscolo dal
titolo "La Costituzione degli Ateniesi", probabilmente scritto dal politico e
filosofo greco Crizia nel V secolo a.c., a dimostrazione che questo termine
sia stato utilizzato fin dai tempi antichi alludendo ai modi e ai principi in
base ai quali veniva organizzata la comunità politica. C'è da dire, tuttavia,
che alla fine del XVIII secolo nacquero le moderne Carte Costituzionali: la
prima fu scritta negli Stati Uniti d'America, approvata nel 1787,
all'indomani della conquista dell'indipendenza dall'Inghilterra. In Europa,
invece, ci pensò per prima la Francia nel 1791, dopo la Rivoluzione. Dalla
Francia l'idea di costituzione dilagò in tutti i paesi e nel corso dell'800 gran
parte degli Stati Europei ne ebbero una. Le Costituzioni produssero una
rottura con il passato segnando la fine degli Stati Assoluti, i quali
prevedevano il massimo potere solamente al sovrano.
Per costituzione si intende "costituire, stabilire", evocando l'idea di un
accordo tra i membri di una comunità per darsi un'organizzazione politica.
La costituzione, infatti, è l'insieme delle norme fondamentali di uno Stato
che stabiliscono l'organizzazione del potere e i rapporti che intercorrono
tra il potere e la collettività che vi è sottoposta. Si chiamano costituzioni,
20

tuttavia, soltanto i testi che riconoscano ai cittadini alcuni fondamentali
diritti (di libertà, di proprietà, di voto) e che prevedano un'organizzazione
politica a tutela di essi; esistono, infatti, anche statuti o carte costituzionali
che sono il risultato di una cessione di autorità da parte di un monarca. Le
costituzioni sono contenute di solito in un unico documento, anche se ci
sono casi dove sono presenti più documenti o addirittura non sono scritte
e trovano applicazione per un carattere consuetudinario. Ogni Stato
avente una costituzione è detto Stato costituzionale. Qualche esempio di
Stato costituzionale: la Gran Bretagna, l'Italia, la Germania, la Spagna e la
Francia. La Gran Bretagna non presenta un'unica Costituzione, ma più
leggi fondamentali emanate in epoche molte diverse e ampiamente
integrate da norme non scritte, di carattere consuetudinario; le leggi più
antiche: Magna Charta libertatum (1215), Bill of Rights (1689). In Italia, in
Francia, in Germania e in Spagna invece esiste un unico testo scritto. Le
moderne costituzioni sono caratterizzate da alcuni principi fondamentali: il
principio della sovranità popolare secondo cui il potere politico è legittimo
quando è espressione della volontà popolare; il principio della divisione o
separazioni dei poteri secondo il quale soltanto in tal modo si riescono a
garantire alcune fondamentali libertà ai cittadini (economica, religiosa, di
pensiero, di stampa ecc.); principio di legalità: il potere legislativo deve
essere affidato al Parlamento, organo formato dai rappresentanti del
popolo. Per evitare ogni possibile arbitrio, il potere politico è esercitato nei
limiti fissati dalle leggi del Parlamento. Questo particolare rapporto tra
diritto e potere politico dello Stato viene riassunto nell'espressione Stato di
diritto.

Quest'ultimo,

specificamente,

è

uno

Stato

in

cui

tutti

i

comportamenti, anche quelli di chi esercita il potere, sono regolati dalle
leggi.
Lo Statuto Albertino
Prima della Costituzione, lo Statuto albertino, scritto nel 1848 per regolare
lo Stato sardo-piemontese, fu utilizzato come testo di riferimento del
21

Regno d'Italia, nato nel 1861. Lo Statuto è da configurarsi in una cornice
monarchica, a differenza della Costituzione, ed è intitolato appunto a Carlo
Alberto. Ci si trova in un contesto dove gli Stati italiani dell'800 (Regno
delle due Sicilie, Granducato di Toscana, Regno di Sardegna e Stato della
Chiesa), in seguito agli incandescenti moti rivoluzionari, dovettero
acconsentire alla richiesta di Costituzioni simili a quella concessa dal re
Luigi Filippo in Francia dopo la rivoluzione del 1830 e perfino l'elezione del
nuovo Papa Pio IX aveva portato cambiamenti in senso liberale e
progressista. Dopo l'abdicazione di re Carlo Alberto, il suo successore
Vittorio Emanuele II decise di mantenere lo Statuto, sebbene il suo regno
si ispirasse nel segno della restaurazione dell'antico regime. La decisione
di mantenere in vita lo Statuto albertino si rivelò di grande importanza
tredici anni dopo: quando nel 1861 il processo di unificazione dell'Italia fu
ultimato, infatti, egli non fece altro che estenderne la sua validità al Regno
d'Italia. Lo Statuto diveniva in tal modo la carta fondamentale posta alla
base della convivenza civile e politica degli italiani. Date le sue
caratteristiche di genericità e flessibilità, lo Statuto fu mantenuto sia nella
fase liberale del Regno sia in quella fascista. La dittatura di Mussolini,
infatti, non ebbe bisogno di cancellare lo Statuto poiché si mosse
abilmente tra le sue pieghe e le sue contraddizioni.
La Costituzione italiana
Origini e storia
Il 2 Giugno del 1946 i cittadini italiani furono chiamati alle urne
(referendum istituzionale) per scegliere il sistema di governo e la
Repubblica, che ebbe 12.717.913 voti, prevalse sulla Monarchia
(10.719.923 voti). Per la prima volta il voto fu esteso alle donne. In tale
occasione furono eletti anche i deputati dell'Assemblea Costituente, i quali
avrebbero avuto il compito di redigere una nuova Costituzione, in
sostituzione dello Stato Albertino. I deputati eletti furono 556 ed erano tutti
provenienti dai maggiori partiti esistenti: partiti di sinistra da un lato, Partito
22

Comunista e Partito Socialista, e la Democrazia Cristiana dall'altro.
L’Assemblea era composta dai più valorosi nomi della resistenza insieme
a giuristi democratici dell’epoca, tra cui ricordiamo: per la DC Alcide De
Gasperi, Aldo Moro e Oscar Luigi Scalfaro; per il Partito Socialista Pietro
Nenni e Sandro Pertini; per il Partito Comunista Giorgio Amendola e
Palmiro Togliatti; per il Partito Repubblicano Ugo La Malfa; per i liberali
Benedetto Croce e Luigi Einaudi e per il Partito D’azione Piero
Calamandrei. Il 25 giugno 1946 fu insediata l’Assemblea, che come suo
primo atto procedette con la nomina del Capo provvisorio dello Stato nella
persona

di

Enrico

De

Nicola;

dopodiché

iniziarono

i

lavori

di

predisposizione del testo della Costituzione, affidata a una Commissione
di 75 membri che dovevano redigere un progetto da presentare
all’Assemblea in seguito. Dopo circa sei mesi di attività, la Commissione
dei 75 presentò il progetto all’Assemblea che nel corso di quasi tutto il
1947 discusse, integrò e modificò articolo per articolo. Finalmente il 27
dicembre 1947 l’Assemblea approvò il testo definitivo della Costituzione
che venne promulgata dal Capo provvisorio dello Stato ed entrò in vigore il
1 gennaio 1948.
Caratteristiche
Per la prima volta gli italiani avevano una Costituzione elaborata
direttamente dai loro rappresentanti, liberamente e democraticamente
eletti. La nuova Costituzione nacque dalla prima grande lotta di popolo in
Italia poiché furono coloro che avevano imbracciato le armi e patito la
persecuzione politica dei fascisti durante la resistenza, a essere scelti dal
popolo per elaborare la nuova Costituzione. Era la prima volta che nella
storia d’Italia le grandi masse popolari partecipavano direttamente e
consapevolmente al loro destino, in risposta alla dittatura e alla guerra.
Dunque la Costituzione si affermò come un patto fondamentale tra forze
politiche diverse, ma accomunate dall’antifascismo e da un forte ideale
nato dalla guerra di Liberazione. I principi che hanno ispirato la redazione
della Costituzione sono: la democrazia, la libertà, la giustizia, il pluralismo
23

e l’uguaglianza.
Alla Costituzione i costituenti decisero di imprimere il carattere della
rigidità, a differenza dello Statuto Albertino che poteva essere modificato
dal Parlamento grazie a leggi semplici, per mettere al riparo gli articoli da
eventuali futuri colpi di mano di momentanee maggioranze politiche. La
nostra Costituzione può essere modificata dal Parlamento attraverso un
particolare tipo di legge detta legge costituzionale. Per approvare questo
tipo di legge occorre una riflessione prolungata e l'accordo di una larga
maggioranza delle forze politiche. A cautelare specificamente la
Costituzione è l'articolo 138 ("Le leggi di revisione della Costituzione e le
altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due
successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono
approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera
nella seconda votazione. Entro tre mesi dalla loro pubblicazione se un
quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque
Consigli Regionali lo richiede, le leggi sono sottoposte a referendum
popolare. Se la legge è approvata dai due terzi delle Camere alla seconda
votazione non si fa luogo al referendum"). Le leggi ordinarie, ovvero quelle
che non modificano la Costituzione, devono comunque non violare i
principi costituzionali e per garantire che ciò avvenga esiste un organo
apposito, la Corte Costituzionale. Inoltre anche le leggi di revisione della
Costituzione incontrano dei limiti: i diritti di libertà sono inviolabili, la forma
non può essere diversa da quella repubblicana (articolo 139) e il
Parlamento non può sostituire per intero la Costituzione o alterarne il
contenuto attraverso l'abrogazione di singole norme che la caratterizzano
in modo essenziale.
Struttura
La nostra Costituzione è composta da 139 articoli (5 abrogati) ed è
strutturata in due Parti, a loro volta suddivise in Titoli taluni dei quali in
Sezioni, precedute dai Principi Fondamentali ovvero da 12 norme che
sono di premessa al vero e proprio contenuto. Nella Parte Prima (art.1324

54), Diritti e doveri dei cittadini, sono regolati i rapporti che intercorrono sia
tra le persone e lo Stato e sia reciprocamente tra le persone; la Seconda
Parte (art.55-139), Ordinamento della Repubblica, riguarda la complessa
organizzazione dello Stato (Il Parlamento, il Governo ecc.) e le sue
articolazioni provinciali (Regioni, Province e Comuni). A questi 139 articoli
seguono le Disposizioni transitorie e finali che contengono anche il divieto
di riorganizzazione del partito fascista.
Contenuto
Analizzando i Principi Fondamentali capiremo l'essenza della nostra
Costituzione.
La nostra Costituzione si apre con la proclamazione del principio
democratico (art. 1): “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul
lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei
limiti della Costituzione.” Significa che il potere politico ha la sua fonte e la
sua legittimazione nella sovranità popolare. Il popolo tuttavia non esercita
direttamente il potere politico, se non in casi specifici come nei
referendum. Di norma il popolo si governa attraverso propri rappresentanti
che esso stesso elegge. La democrazia italiana è quindi una democrazia
rappresentativa in cui: gli organi che esercitano il potere politico sono eletti
direttamente e indirettamente dai cittadini; tutti i cittadini, con l'unica
discriminante d'età e di condanne penali particolari, possono essere eletti
e nello stesso tempo sono elettori; il compito di governare spetta ai
rappresentanti eletti dalla maggioranza dei cittadini, ma chi non governa
ha il compito di fare opposizione cioè di criticare le decisioni della
maggioranza e di proporre migliori soluzioni. "Fondata sul lavoro" perché,
come approfondito anche dall'articolo 4, il lavoro è un diritto e un dovere
per tutti i cittadini ed esso eleva il singolo e quindi l'intera società.
L'articolo 2 afferma il principio personalista, "la Repubblica riconosce e
garantisce i diritti inviolabili dell'uomo". Tali diritti sono considerati naturali,
non creati giuridicamente dallo Stato, ma già esistenti dall'origine in
accordo quindi con la tradizione giusnaturalistica e liberale. Esiste il
25

principio di laicità: l'ordinamento italiano attribuisce valore e tutela alla
religiosità umana, senza preferenze di fede religiosa. Se ne parla negli
articoli 7 e 8. Secondo l'articolo 7 lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica
sono ciascuno, nei propri ordini, sovrani e indipendenti; nell'articolo 8 si
afferma che le confessioni religiose diverse dalla cattolica possono
organizzarsi secondo proprie regole, purché queste non siano in contrasto
con l'ordinamento giuridico italiano. Inoltre se lo Stato ritiene opportuno
regolare con una legge i propri rapporti con una di queste confessioni,
deve prima raggiungere un'intesa, cioè un accordo con la confessione
stessa. Il principio di laicità, che permette quindi a tutti di professare la
propria religione, è valido dalla revisione costituzionale avvenuta nel 1984.
Fino ad allora l'articolo 7 indicava che i rapporti fra Stato e Chiesa
Cattolica erano regolati dai Patti Lateranensi rendendo l'Italia uno Stato
Confessionale. Uno dei motivi per cui ci sono state importanti modifiche è
l'incompatibilità evidente tra i principi portanti della Costituzione e il
Concordato del 1929. Importantissimo è il principio pluralista secondo il
quale sono legittimi, e quindi si accettano, molteplici punti di vista, opinioni
e progetti circa i problemi della società. Il pluralismo è alla base delle
democrazie e nella nostra esso è riconosciuto e tutelato nelle formazioni
sociali, negli enti politici territoriali, nelle confessioni religiose, nelle
associazioni, nelle idee, nella cultura, nelle scuole, nei sindacati e nei
partiti politici. E' riconosciuto il pluralismo delle organizzazioni intermedie,
e non solo degli individui che la compongono, in quanto le formazioni
sociali meritano un ambito di tutela proprio. Inoltre, in caso di contrasto fra
il singolo e la formazione sociale, lo Stato non dovrebbe intervenire;
tuttavia il singolo è libero di uscirne.
Sottinteso è il principio democratico: la presenza di organi elettivi, la
decisione della maggioranza con tutela delle minoranze, la trasparenza
dei processi decisionali e sopratutto la sovranità popolare. E' presente il
principio solidarista: lo Stato ha il compito di aiutare famiglie e associazioni
attraverso la solidarietà politica, economica e sociale.
26

Il principio dell'unità e indivisibilità della Repubblica è rintracciabile
nell'articolo 5 che vieta ogni forma di secessione e cessione territoriale.
Sempre l'articolo 5 afferma il principio autonomista, infatti esso assicura
alle collettività territoriali (regioni, province, città metropolitane e comuni)
una forte autonomia dallo Stato, con conseguente attribuzione di poteri
normativi e amministrativi, grazie alla quale i cittadini possono partecipare
più attivamente alle questioni sociali e politiche del proprio luogo. Il
principio internazionalista è presente nell'articolo 10 che prevede
l'adattamento automatico di norme del diritto internazionale generalmente
riconosciute sul nostro ordinamento. Uno dei principi sul quale si basa la
nostra Costituzione è quello di uguaglianza. Come è affermato con
chiarezza nell'articolo 3, tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di
razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e
personali, sono uguali davanti alla legge (uguaglianza formale). Inoltre lo
Stato deve rimuovere gli ostacoli che limitano l'eguaglianza e garantire a
tutti gli individui di sviluppare la loro personalità sul piano economico,
sociale e culturale (uguaglianza sostanziale). Merita attenzione il principio
pacifista: l'articolo 11 consente l'uso di forze militari solo per la difesa del
territorio in caso di attacchi da nazioni straniere e non per fini
espansionistici. La guerra, quindi, non è più intesa come mezzo di
risoluzione delle controversie.
La Prima Parte della Costituzione, divisa in 42 articoli, si occupa dei "Diritti
e doveri dei cittadini".
Nei "Rapporti Civili" (art. 13-28) si affermano le libertà individuali, le libertà
collettive e il diritto penale. Specificamente la libertà ha un valore sacro, il
domicilio è inviolabile, la corrispondenza è aperta e segreta e ogni
cittadino può soggiornare e circolare all'interno del Paese. Inoltre i cittadini
italiani hanno il diritto di riunirsi nei luoghi pubblici, avvertendo
anticipatamente le autorità di pubblica sicurezza, di associarsi liberamente
non andando a intaccare i principi democratici, di professare la propria
religione e di professare il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e
27

con ogni mezzo di comunicazione. Nella parte riguardante il diritto penale
si affermano i principi e i limiti dell'uso della forza, il diritto passivo e attivo
in tribunale, le limitazioni all'estradizione dei cittadini, il principio della
presunzione di non consapevolezza e il principio di umanità e di
rieducazione della pena.
Nei "Rapporti etico-sociali" (art. 29-34) ci si sofferma sulla famiglia, sulla
salute, sulla scuola, sull'arte e sulla cultura. La famiglia è considerata la
società naturale basata sul matrimonio ed è diritto dei genitori quello di
mantenere, istruire ed educare i figli. La salute è un fondamentale diritto
dell'uomo e di conseguenza della collettività; nessuno può essere
obbligato ad un determinato tipo di trattamento sanitario se non per
disposizione di legge. L'arte e la scienza sono libere e ne è libero
l'insegnamento. La Repubblica detta le norme generali per l'istruzione ed
istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi; lo Stato non ha oneri
verso le scuole private, ma la legge deve assicurare un trattamento
scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali. Inoltre è
previsto un esame per essere ammessi alla scuola di ordine e grado
successivo. La scuola è aperta a tutti, l'istruzione inferiore è obbligatoria
(successivamente questa legge è stata modificata dal momento in cui
l'obbligatorietà è fino al terzo anno delle scuole superiori) e se statale è
gratuita; lo Stato, tramite borse di studio e assegni alle famiglie, ha
l'obbligo di aiutare ragazzi capaci e meritevoli nel proseguire i gradi di
studio più alti, anche se privi di mezzi economici.
Nei

"Rapporti

economici"

(art.

35-47)

l'argomento

centrale

è

l'organizzazione del lavoro. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue
forme e riconosce la libertà di emigrazione; il lavoratore ha diritto ad una
retribuzione in base alla qualità-quantità del lavoro, la durata massima
della giornata lavorativa è stabilita dalla legge (dal 2003 la legge impone la
durata massima settimanale pari a 40 ore, da diversi secondo gli accordi
collettivi) e il lavoratore ha diritto sia al riposo settimanale che a ferie
annuali retribuite, alle quale non può rinunciare; le lavoratrici hanno gli
28

stessi diritti dei lavoratori, inoltre c'è un limite d'età minimo per lavorare
che corrisponde a 15 anni e i minori sono tutelati con specifici
adempimenti; i cittadini invalidi, così come i disoccupati involontari, hanno
diritto al mantenimento e all'assistenza sociale; l'organizzazione sindacale
è libera e deve essere basata su un ordinamento interno; è tutelato il
diritto allo sciopero; l'iniziativa economica privata è libera; la proprietà può
essere pubblica, privata o appartenente ad enti, la proprietà privata inoltre
può essere espropriata per motivi di interesse generale nei limiti della
legge; più specificamente l'espropriazione con conseguente indennizzo
allo Stato può avvenire a favore di servizi pubblici essenziali o a situazione
di monopolio sempre per interesse generale; la legge impone obblighi e
vincoli alla proprietà terriera privata; la Repubblica riconosce la funzione
sociale delle cooperazioni e tutela lo sviluppo dell'artigianato; è
riconosciuto il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende
e infine essa incoraggia e tutela il risparmio.
Nei "Rapporti Politici" (art 48-54) le leggi indicano il rapporto fra politica e
cittadini. Votare è un dovere civico. Sono elettori tutti i cittadini che hanno
raggiunto la maggiore età e il voto è personale, libero e segreto. Anche i
residenti all'estero possono votare e per tali è istituita una circoscrizione;
tutti i cittadini possono associarsi in partiti; tutti i cittadini possono rivolgere
petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti o esporre necessità; tutti
i cittadini possono accedere a cariche elettive in condizioni di uguaglianza;
la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino; tutti sono tenuti a
pagare i tributi (tasse, imposte, contribuiti) in base alla capacità
contributiva (possibilità economiche manifestate dal proprio reddito,
patrimoni); tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e
di osservare la Costituzione e le leggi;
La Seconda Parte della Costituzione invece, come già detto, si occupa
dell' "Ordinamento dello Stato". Essa si divide in sei parti: il Parlamento, il
Presidente della Repubblica, il Governo, la Magistratura, gli Enti territoriali
(Regioni, Province e Comuni) e le Garanzie Costituzionali. Un'attenta
29

lettura di questa parte della Costituzione permette di comprendere al
meglio il funzionamento del nostro assetto politico-istituzionale. La forma
di governo, cioè il modo in cui è organizzato lo Stato, è caratterizzato da
degli elementi quali: la separazione dei poteri, la rappresentanza politica, il
regime parlamentare e i partiti politici. La separazione dei poteri consiste
nella suddivisione del potere dello Stato in tre poteri (esecutivo, giudiziario
e legislativo) assegnati ai relativi organi che sono indipendenti tra loro.
Nella Costituzione Italiana il potere legislativo è del Parlamento, il potere
giudiziario è della Magistratura e quello esecutivo è del Governo. Il
Parlamento si compone della Camera dei Deputati e del Senato della
Repubblica, difatti il sistema parlamentare italiano è definito bicamerale. I
deputati sono seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione
Estero e sono eleggibili a deputati tutti i cittadini che abbiano almeno
venticinque anni; i senatori sono trecentoquindici e non possono avere
meno di quaranta anni. Le elezioni politiche sono regolate da una legge
elettorale di stampo ordinario e non costituzionale: per la Camera il
territorio italiano viene diviso in circoscrizioni per l'assegnazione dei seggi;
il Senato, invece, è a base regionale. Ciascuna Camera elegge fra i suoi
componenti il Presidente e l'Ufficio di Presidenza; all'interno di essa sono
presenti delle commissioni che hanno il compito di esaminare le leggi
prima delle Camere stesse. Ai parlamentari spetta anche un'indennità
economica. Il Governo è composto dal Presidente del Consiglio, nominato
dal Presidente della Repubblica, e dai ministri, scelti sempre dal Capo
dello Stato sotto consiglio del Presidente dell'esecutivo. Il Governo, dopo
aver ottenuta la fiducia delle due Camere, ha l'iniziativa di presentare le
leggi al Parlamento; ogni disegno di legge, inoltre, deve essere approvato
articolo per articolo con votazione finale. Il compito del governo è quindi
quello di dirigere la politica generale. Il Sistema Parlamentare è quel
collegamento che c’è tra il Parlamento e il Governo, con quest'ultimo che
resta in carica solo se ha la fiducia parlamentare.
La Magistratura è un organo autonomo e indipendente e ha il ruolo di far
30

rispettare le leggi. A garantire la sua imparzialità e la sua efficienza è il
Consiglio Superiore, presieduto dal Presidente della Repubblica. La
funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari, i quali sono
nominati mediante concorsi. Accanto a questi tre poteri ve ne sono altri
due che cercano di portare armonia tra essi per impedire le prevaricazioni,
essi sono: il Presidente della Repubblica che rappresenta l’Unità
Nazionale e la Corte Costituzionale che vigila sul rispetto della
Costituzione e punisce le sue violazioni.
Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune
dei suoi membri con l'aggiunta di tre delegati per ogni Regione eletti dal
Consiglio Regionale; egli deve avere almeno cinquanta anni di età e ha
una durata di sette anni. I suoi compiti e poteri: indire le elezioni delle
nuove Camere, stabilire i referendum popolari, promulgare le leggi entro
venti giorni dall'approvazione delle Camere, concedere grazia, commutare
le pene e conferire le onorificenze della Repubblica.
La Corte Costituzionale ha il compito di controllare la compatibilità delle
leggi ordinarie con le norme e i principi della Costituzione.
Inoltre sono spiegati i ruoli degli enti territoriali, che segnano il passaggio
dallo Stato centralista, detentore esclusivo del potere, allo Stato
federalista, nel quale il potere è ripartito tra Stato, Regioni e altri enti
territoriali. Infatti gli enti hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
Le Predisposizioni transitorie finali sono legate soprattutto alle vicende
storiche di quando la Costituzione fu redatta.

31

FILOSOFIA
Karl Marx, il socialismo scientifico
Il pensiero del filoso tedesco Karl Marx ha dato vita ad un nuovo progetto
politico, il marxismo. Esso costituisce una delle componenti culturali e
politiche dell'età moderna: per circa un secolo, infatti, si è riflettuto, scritto
e agito pro o contro Marx. Al termine della Seconda guerra mondiale,
durante la "guerra fredda", l'Unione Sovietica si basava sul pensiero di
Marx, mentre il mondo occidentale si caratterizzava anche per una
contrapposizione. Il marxismo, inoltre, ha contribuito in modo non
secondario alla crescita sociale di più Paesi, diventando la principale
matrice teorica dei partiti e dei movimenti che perseguissero un ideale di
uguaglianza.
Karl Marx nacque a Treviri, in Germania, nel 1818 da una famiglia
benestante

agnostica,

che

successivamente

si

convertì

al

protestantesimo. Si laureò in Filosofia, ma non poté insegnare
all'università per via del regime totalitario, che di certo non era favorevole
al libero insegnamento. Si dedicò, così, al giornalismo diventando
caporedattore di un importante testata; si trasferì dopo qualche anno a
Parigi. Marx non aveva grandi disponibilità economiche, ma aveva
sposato una donna nobile e stretto una forte amicizia con Engles, che era
ricco in quanto i genitori erano proprietari di numerose industrie di
Manchester. Sarà proprio Engles a finanziare la pubblicazione di alcuni
suoi lavori per poi scrivere insieme il Manifesto del Partito Comunista.
Sull'onda dei moti rivoluzionari fu espulso dalla Germania e dal Belgio,
luogo in cui aveva vissuto per un breve periodo, e così si stabilì
definitivamente a Londra. Qui troverà maggiore tranquillità e scriverà una

32

delle sue opere più importanti, Il Capitale. Morì a Londra nel 1883 e
durante il suo funerale Engles pronunciò un discorso contenente le
caratteristiche principali del marxismo.
Marx fa un' analisi della società e della storia, che si estende al mondo
della borghesia, in tutte le sue espressioni. Proprio perché Marx si occupa
di tutti gli aspetti della società viene considerato il padre della sociologia.
Egli, inoltre, offre un'interpretazione dell'uomo e del suo mondo; infatti, al
discorso tenuto da Engels al suo funerale, è definito prima di ogni cosa un
rivoluzionario, fedele all'ideale dell'unione tra teoria e prassi (azione +
sapere). A caratterizzare questo filosofo, a differenza di altri, è l'idea di
mettere in atto l'incontro tra realtà e razionalità attraverso la prassi,
costruendo una nuova società. La filosofia di Marx risente l'influenza di tre
principali tendenze culturali: la filosofia classica, Hegel a Feuerbach;
l'economia classica, da Smith a Ricardo e il pensiero socialista da Saint
Simon a Owen.
Critiche a Hegel e a Feuerbach
Il rapporto tra Marx ed Hegel è stato spesso oggetto di discussione in
quanto risulta molto complesso. Infatti, se da una parta alcuni sostengono
che tra i due filosofi vi sia un rapporto di continuità, dall’altra altri
sostengono che tra i due vi sia un rapporto di rottura. Marx critica, come
aveva già sostenuto Feuerbach, il capovolgimento idealistico di Hegel tra
soggetto e predicato, quindi tra concreto e astratto. Feuerbach, come
Marx, pensava che il verbo esistesse solamente in funzione del soggetto.
Il soggetto rappresenta il concreto, mentre il verbo l'astratto; di
conseguenza l'astratto dipende dal concreto. Per Hegel la ragione è intesa
come l'elemento promotore della realtà, che si origina ed è regolata dalla
ragione stessa. Per questo motivo la realtà, se determinata dalla ragione,
è come dovrebbe essere. Marx pensa che ci sia un paradosso: se la
ragione fa parte dell'uomo, come mai Hegel la rende creatrice dell'uomo e
quindi della realtà facendo sottomettere l'uomo alla ragione stessa? Così
33

facendo Hegel pone la ragione come presupposto della realtà quando in
verità è la realtà, quindi l'uomo, soggetto e parte concreta che regge il
verbo ovvero la ragione. L'atteggiamento di Hegel, che assume il nome di
misticismo logico, è evidenziato da Marx in una delle sue opere, La critica
della filosofia hegeliana del diritto pubblico. Infatti Marx dice che attraverso
il rovesciamento, Hegel abbia giustificato la realtà nel senso che le
istituzioni, le forme di governo (monarchia) e la storia in generale,
essendosi formate dalla razionalità, sono giuste e necessarie. Marx
accusa la filosofia hegeliana di aver assunto la forma di giustificazionismo
politico (in quanto tende a riconoscere le istituzioni e i governi) e
speculativo (tutto ciò che è reale è razionale e non può essere altrimenti)
Marx contrappone al criticismo logico il metodo trasformativo, che si
concretizza nel riconoscere nuovamente ciò che è realmente soggetto e
ciò che è invece predicato. Il filosofo tedesco, tuttavia, non critica tutta la
filosofia di Hegel in quanto gli riconosce numerosi meriti, tra cui quello di
concepire la realtà come una totalità storico-processuale, composta da
elementi che sono fortemente connessi e inseparabili gli uni dagli altri e
dalle opposizioni. Quest'ultimo concetto è ben lontano dalla filosofia di
Feuerbach, il quale ha visto l'uomo solo come essenza e spirito. In
sostanza Marx cerca di correggere Hegel con Feuerbach e quest'ultimo
con Hegel: l'elemento negativo di Hegel è corretto da Feuerbach e
l'elemento negativo di Feuerbach è corretto da Hegel; con uno difende la
socialità e la storicità dell'uomo e con l'altro la naturalità dell'uomo. Un'altra
differenza sta nella dialettica: per Marx essa non è spirituale come per
Hegel,

bensì

materiale,

ovvero

economico-sociale,

e

consiste

nell’inevitabilità del passaggio dalla società capitalista a quella comunista
Socialismo Scientifico. Il socialismo è una corrente di pensiero che
tende a una trasformazione della società in direzione dell'uguaglianza di
tutti i cittadini sul piano economico e sociale. Fino al 1848, i termini
socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. In quell'anno,
34

nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, si opera la
suddivisione tra"socialismo utopistico"e "socialismo scientifico", che essi
chiamano anche "comunismo". Più specificamente il comunismo, per
Marx, è l'attuazione del socialismo. Il termine socialismo scientifico si
differenzia da quello utopistico perché fondato su basi logiche, storiche,
sociali ed economiche rigorose, certe e verificate ed è spiegato dal filosofo
nelle sue numerose opere.
Critica della civiltà moderna
La posizione politica di Marx e soprattutto l' adesione al comunismo,
deriva dalla sua concezione negativa della civiltà moderna e dello Stato
liberale. Secondo il filosofo, l'età moderna è caratterizzata dalla frattura tra
la società e lo Stato. La società civile, che si è venuta a costituire nel
mondo moderno, è il luogo in cui non esiste più la solidarietà, ma l'uomo si
muove solo per il proprio interesse economico guidato dall'egoismo; lo
Stato, che dovrebbe essere l'organismo neutrale, garante dell'interesse e
del benessere comune, ignora il suo dovere effettivo in quanto nella vita
reale non è esso che aiuta i cittadini e tutela il loro benessere, ma se mai
sono i cittadini che devono tutelarsi da soli, e devono “proteggersi” dallo
Stato appunto. Le istituzioni perseguono i propri interessi e quelli delle
classi

più

potenti.

Per

questo

motivo,

la

stessa

dichiarazione

dell’uguaglianza formale propagandata dalla rivoluzione francese, ha
perso il suo significato. In contrapposizione a questa società moderna ed
egoista, Marx idealizza un nuovo tipo di società, che si identifica in un
modello di

democrazia

sostanziale

o

totale,

in

cui

esiste

una

collaborazione tra l’individuo e gli altri (la comunità). Mentre Hegel
sosteneva che tale tipo di società si potesse ottenere solamente
attraverso la corporazione, lo Stato e la burocrazia, Marx nega questi
strumenti politici e sostiene che l’unico modo per realizzare questo tipo di
società è quello di eliminare qualsiasi forma di disuguaglianza tra gli
individui, iniziando dall’annullamento della proprietà privata. Il soggetto a
35

cui il filosofo fa riferimento allo scopo di attuare questo progetto è il
proletariato, il quale essendo l’unica classe priva di proprietà e che risente
maggiormente dei privilegi della società borghese, è l’unica che può
attuare la democrazia comunista.
La critica all'economia borghese e l'alienazione
Marx applica la sua ideologia politica anche all'economia, esponendo la
sua tesi nei Manoscritti economico-filosofici. Il filosofo espone la propria
opinione nei confronti della classe borghese e della sua economia liberale.
Marx muove due critiche nei confronti della borghesia. Egli, innanzitutto,
afferma che tale ceto sia portato ad "eternizzare" il sistema economico
capitalista, considerandolo non come uno dei molti sistemi economici da
poter adottare, piuttosto come l'unico modo razionale per produrre e per
distribuire la ricchezza. La seconda critica verte su un limite percettivo
della classe borghese, che non riuscirebbe a scorgere la naturale
conflittualità tra proletariato e capitalismo. Tale contraddizione è espressa
mediante il concetto "alienazione". Per alienazione Hegel intendeva il
meccanismo dialettico dello Spirito, ovvero il movimento dello Spirito che,
facendosi altro da se nella natura, successivamente si riappropriava di se
arricchito. Per questo motivo per Hegel l'alienazione aveva una valenza
sia positiva che negativa. Per Feuerbach, invece, aveva un'accezione
negativa in quanto corrispondeva con la scissione dell'uomo che si
sottomette ad una potenza estranea creata da lui stesso, dissociandosi in
questo modo dalla realtà. Anche per Marx l'alienazione è una condizione
patologica di scissione dell'uomo. Ma a differenza di Feuerbach, Marx
sostiene che l'alienazione sia un fatto reale di natura socioeconomica e
che si incarni perfettamente nella figura del salariato nella società
capitalista. Il filosofo tedesco sostiene che il proletariato subisce una
quadruplice alienazione: l’operaio è alienato rispetto al prodotto del suo
lavoro, poiché egli in base alla sua forza lavoro, fabbrica un oggetto (il
capitale) che non appartiene a lui e che lo domina; l’operaio è alienato
36

rispetto al suo stesso lavoro, in quanto tale lavoro è forzato e l’operaio è
semplicemente uno strumento utilizzato da forze esterne (i capitalisti) allo
scopo di arricchirsi; l'operaio è alienato rispetto alla propria essenza, infatti
l'uomo è fatto per esercitare liberamente le proprie doti manuali e creative,
mentre nella società capitalista è solo uno dei tanti operai, condannato al
lavoro ripetitivo e forzato; l’operaio è alienato rispetto al prossimo, poiché il
prossimo si identifica nel capitalista, che si serve di lui solamente per
arricchirsi e lo espropria della sua umanità e del suo lavoro. Da ciò non
può che nascere un rapporto conflittuale tra l’operaio e il capitalista. Per
Marx la causa prima di questa alienazione che affligge il proletario risiede
nella proprietà privata dei mezzi di produzione. L'unico modo per
combattere l'alienazione è l'abolizione della proprietà privata per mezzo
del comunismo. Quindi per Marx il proletario (inteso come semplice
uomo), dopo aver smarrito se stesso nella società di classe e nella
condizione di scissione nella quale vive, può ritrovare se stesso nella
società assoluta del comunismo.
Interpretazione della religione
Marx segue la concezione secondo cui non è Dio a creare l’uomo, ma è
quest’ultimo a creare Dio in base ai propri bisogni; di conseguenza chi ha
creato la religione non è un essere astratto, ma è un individuo creato dalla
società. Marx ha elaborato una teoria, religione come l'oppio dei popoli,
che sostiene che la religione è il prodotto di un’umanità alienata e
oppressa.

Esso è, quindi, il risultato della società malata, che cerca

nell'aldilà una condizione migliore rispetto all'infelicità della realtà. La
soluzione sta nella trasformazione rivoluzionaria della società.
Concezione materialistica della storia
Marx ed Engels hanno scritto un componimento, Ideologia tedesca, che
nasce dall'esigenza di evidenziare le differenze tra i due filosofi
sull'ideologia tedesca. Per Marx l’ideologia costituisce una falsa
37

rappresentazione della realtà e quindi anche della società e dei rapporti
che intercorrono tra gli individui. In tal senso l’obiettivo dovrà essere quello
di svelare una volta per tutte la verità sulla storia attraverso un punto di
vista obiettivo riguardo alla società, in modo tale che gli uomini vengano
descritti non per come appaiono, ma per come sono realmente. Per fare
ciò, però, è necessario prima distruggere la vecchia ideologia tedesca e
introdurre una nuova scienza (materialismo). L’umanità, concepita per la
prima volta in termini scientifici e non più ideologici, è la specie evoluta di
individui che lottano per la sopravvivenza. In base a ciò la storia non è più
un processo spirituale, ma un processo materiale alla cui base sta il
lavoro. Con il termine “materialismo”, Marx non si rifà alla tesi metafisica,
ma al fatto che le vere forze motrici della storia non sono lo Stato, le
religioni, le filosofie o le forze politiche (natura spirituale), ma la società e
l’economia (natura materiale). Secondo Marx, la concezione materialistica
della storia si fonda su due principi fondamentali. Le forze produttive: sono
tutti gli elementi necessari al processo di produzione (la forza lavoro, i
mezzi di produzione e le conoscenze necessarie alla produzione). I
rapporti di produzione: sono quelle regole sociali e giuridiche che regolano
il rapporto tra gli uomini, durante il processo produttivo e di ripartizione.
L’insieme di questi due concetti costituisce la struttura economica della
società, la quale determina a sua volta il piedistallo su cui si eleva una
sovrastruttura

giuridico-politico-culturale.

Per

cui,

con

il

termine

sovrastruttura intendiamo tutti gli altri aspetti della vita sociale (la religione,
la cultura, l’arte, la politica ecc..) che sono determinati dalla struttura
economica. Ci sono diverse ipotesi sull'organizzazione della struttura e
della sovrastruttura di Marx: per alcuni la struttura determina in tutto e per
tutto la sovrastruttura, che è quindi priva di autonomia; per altri il rapporto
fra la struttura e la sovrastruttura non è assai rigido e passivo, in quanto
avverrebbe in molteplici modi e forme; per altri ancora, la sovrastruttura è
in parte autonomia, essendo essa una costante utilizzata per fornire una
spiegazione dei fenomeni storici. Per indicare la dinamica evolutiva della
38

società, Marx individuò una legge (dialettica), che si fonda sulla
corrispondenza tra due elementi, forze produttive e rapporti di produzione:
quando ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive
corrispondono determinati rapporti di produzione, si ha una situazione di
stabilità sociale. Esiste anche una contraddizione dialettica: quando le
forze produttive si sviluppano più rapidamente rispetto ai rapporti di
produzione, si giunge ad una trasformazione rivoluzionaria sociale. La
contraddizione si sviluppa sotto forma di scontro tra la classe in ascesa,
nuova forza produttiva e la classe dominante, vecchi rapporti di
produzione. Alla fine trionfa quasi sempre la classe delle nuove forze
produttive ed impone la sua visione del mondo. Riguardo questo scontro,
Marx presenta l’esempio della rivoluzione francese in cui borghesia
(nuove forze produttive) e aristocrazia (vecchi rapporti di proprietà) si
trovarono a dover lottare per imporre la propria visione del mondo. La
vincitrice

fu

la

borghesia. Ambientando

il

tutto

alla

sua

storia

contemporanea, nel capitalismo moderno la fabbrica, pur essendo
proprietà di un capitalista o di un gruppo di azionisti, produce, grazie al
lavoro comune di operai, tecnici, impiegati, dirigenti e via dicendo; se
sociale è la produzione della ricchezza, sociale dovrebbe essere anche la
distribuzione della stessa: il che significa che il capitalismo porta in sé la
base del socialismo. Detto ciò, si passa a definire a definire quali furono
per Marx le cinque principali epoche della formazione economica sociale:
comunità primitiva, società asiatica, antica, feudale e borghese. Queste
epoche non sono delle tappe necessarie. Il carattere progressivo della
storia è uno sviluppo che a partire dalla comunità comunista primitiva
conduce all’affermazione della società socialista, attraverso una serie di
fasi intermedie (proprietà privata e divisione in classi sociali).
Il Manifesto del Partito Comunista
Il Manifesto del Partito Comunista è stato scritto da Marx insieme ad
Engels nel 1848, con l'obiettivo di delineare un programma preciso per il
39

partito comunista. Il manifesto si divide in tre questioni: la storia della
borghesia, la lotta di classe tra comunisti e proletari e il ruolo dei
comunisti. Nella prima parte è presente un resoconto dei meriti e dei
demeriti della borghesia: se da un lato ha unificato il genere umano,
costruendo un mercato mondiale e ponendo le basi al cosmopolitismo, ha
portato l’innovazione tecnologica, la ricchezza di produzione e distrutto le
antiche civiltà contadine, dall'altro, la realtà economica sociale creata dalla
borghesia è di tipo dinamica, nel senso che può esistere solo attraverso
una continua rivoluzione Inoltre, ha creato dei rapporti sociali di
produzione contraddittori rispetto alla distribuzione privatistica della
produzione. Per quanto riguarda la parte successiva, si nota che la lotta di
classe è la chiave di ogni sviluppo storico: in ogni sistema produttivo si
sviluppano progressivamente nuove forze di produzione che si mettono in
conflitto con la classe dominante. Al culmine della lotta ci sarà la
rivoluzione sociale che modificherà il vecchio sistema produttivo. Se ne
deduce che la storia altro non è che una “successione rivoluzionaria di
modi di produzione”. Infine, analizza i comunisti. Quest'ultimi, per il
filosofo, hanno interessi distinti da quelli del proletariato, nel suo insieme.
La loro differenza rispetto agli altri partiti operai è che anche all’interno di
lotte nazionali, pongono in rilievo che gli interessi dei proletari sono
indipendenti dalla nazionalità e che questi interessi, nella lotta tra
proletariato e borghesia, in ultima analisi rappresentano le finalità del
movimento complessivo. Possiamo dire che i comunisti sono coloro che
spingono fino alle estreme conseguenze ciò che gli altri partiti operai si
limitavano, nel migliore dei casi, solo a dire.
Il Capitale
Questa opera consiste nell'analisi scientifica dei processi naturali
dell'economia. Nella società borghese, per Marx, tutto è concepito come
merce e di conseguenza tutto viene disumanizzato. Si apre con la merce e
il suo valore. La merce è un prodotto che possiede un suo valore, il quale
40

può essere di due tipi: valore d'uso e valore di scambio. Il primo equivale
alla capacità delle merce di soddisfare un bisogno quindi corrisponde alla
qualità della merce stessa. Il valore di scambio, invece, è definito dalla
quantità di tempo necessaria per produrre determinata merce (se una
matita viene prodotta in 3 ore, questo sarò il suo valore di scambio) e non
coincide con il prezzo. Il prezzo di una merce, specificamente, dipende da
fattori variabili, come la legge della domanda e dell'offerta. L’obiettivo
principale della società capitalistica non è quello di produrre merce
finalizzandola al consumo, come avveniva nell'epoca precedente, bensì di
accumulare il capitale. Il capitale investito nella forza lavoro (salariato degli
operai) è detto capitale variabile, il capitale investito nei macchinari e nelle
materie prime è chiamato capitale costante. Questo concetto viene
schematizzato in due formule:
prima M D M -> merce venduta, dal denaro ricavato si acquista il bisogno;
dopo

D M D -> il capitale viene investito per assumere il proletario, in

modo che esso con il suo lavoro faccia crescere il capitale iniziale. La
merce è usata solamente per incrementare il denaro. Secondo il
socialista, inoltre, un operaio, in una giornata lavorativa, produce un valore
superiore rispetto a quello gli viene dato con il salario;

se infatti il

capitalista desse al salariato l’intero prodotto del suo lavoro, non ne
avrebbe per sé alcun profitto. La differenza fra il valore prodotto
dall'operaio e quanto di questo appartiene ad egli (salario) è il plusvalore,
che corrisponde al lavoro in più compiuto da ogni lavoratore (pluslavoro),
che viene offerto gratuitamente al datore. Siccome il plusvalore nasce solo
in relazione ai salari, ossia il capitale variabile, il saggio del plusvalore,
ovvero la percentuale del plusvalore, è dato dal rapporto tra il plusvalore e
il capitale variabile. Il capitalista, tuttavia, investe anche in macchinari e
materie prime, capitale costante, e quindi il suo reale guadagno è dato dal
saggio di profitto, ovvero dal rapporto tra il plusvalore e la somma dei due
capitali. Il sistema capitalistico, per raggiungere il suo obiettivo
nell'accumulare

denaro,

inizialmente

volle

aumentare

le

giornate
41

lavorative, ma considerando che un operaio non riesce ad essere
produttivo dopo un tot. di ore, si passò ad un' altra ipotesi: fare in modo
che le ore necessarie al lavoratore per guadagnare il suo salario venissero
ridotte. Per far si ciò, il lavoro doveva essere più produttivo in meno tempo
così si passò all'industria meccanizzata. Secondo Marx sarebbero emersi
comunque vari problemi: rischio di crisi cicliche di sovrapproduzione,
disoccupazione in quanto le macchine prendevano il posto degli operai e
la caduta tendenziale del saggio del profitto. Con quest'ultimo termine si
intende quella legge per cui aumentando smisuratamente il capitale fisso,
diminuiva il profitto.
La rivoluzione comunista. Marx sostiene che tramite la rivoluzione
proletaria si possa porre fine allo sfruttamento di classe, attuando il
socialismo scientifico. Il filosofo identifica due fasi della realizzazione della
società comunista: la prima consiste nella dittatura del proletariato, un
periodo transitorio in cui i proletari si ribellano e si impadroniscono delle
istituzioni statali e del potere economico; la seconda prevede il
raggiungimento definitivo del comunismo, sopprimendo lo Stato e
abolendo la proprietà privata. All’uomo della civiltà proletaria Marx
contrappone un uomo nuovo, considerato come un essere "totale” che
esercita in modo creativo le sue potenzialità.

42

INGLESE
George Orwell, lo spirito anti-totalitario
George Orwell, important novelist, was a political activist. He belonged to
the socialist party, and in his works he criticized totalitarianism in favor of
democratic socialism.

George Orwell, whose real name was Eric Blair, was born in Bengal, India,
in 1903. His father sent the boy to England for his education. Here G.
Orwell was unfavourably impressed by the snobbish atmosphere and by
the ruling class. From 1922 to 1927 he served with the Indian Police in
Burma; this experiences had a great influence on him, increasing his
hatred of class privilege and authority. He lived in almost absolute poverty,
but in 1936 he married Eilen, a rich women, and the financial position was
better. After the
outbreak of the Spanish Civil War, in 1936, Orwell and his wife left for
Barcelona with the intention to work as journalist, but in this period he was
wounded in the throat. During the Second world war, Orwell was not fit for
military service, worked for the BBC. His literary production is most
important in this years: he wrote Animal Farm, Critical Essays and
Nineteen Eighty-Four. His works contain socialist elements. He died in
1950.
George Orwell was a reformer by nature, and in his first novels he
described the emptiness and squalor of working-class life. His trust in
Socialism was betrayed by his experiences in the Spanish civil War, and
developed the conviction that life could not be changed by political
formulas. Much of his best writing is political.

43

Nineteen Eighty Four
Nineteen Eighty Four is a dystopian novel set in a imaginary state of
Oceania, one of the three world powers, along with Eurasia and Eastasia,
constantly at war. The capital is London. Society is governed according to
the principles of "Socing", English Socialism; the head party is Big Brother,
that controlled, with a telescreens, the life of the population. There are
many posters as BIG BROTHER IS WACTHING YOU. The main character
is Winston Smith, a thirty-nine-years old employee of the Ministry of Truth.
His jobs is to revise history as it appears in newspapers, book and
magazines written before the Revolution. He is dissatisfied with the Party
and rebels in many ways; for example, he writes a personal diary, which is
prohibited. He worked with Julia and O'Brien. Julia is an employee of the
Fiction Department and Winston is in love for her; however in the Party the
sex is permitted only as a means of procreation. O'Brien is an important
official of the Inner Party, the police, and he leads Winston and Julia to
believe that he shores their hatred of the Party. A day, while Winston and
Julia are reading O'Brien's book, they are imprisoned; in fact O'Brien is a
fanatic supporter of the Party. After physical and psychological torture,
Winston confesses numerous crimes. The real aim is to teach to Winston
the technique of doublethink. Completely subdued, physically, emotionally
and mentally, Winston is released and now he loves not Julia but Big
Brother.
The work is divided in three parts: Part One introduces the main character,
Winston, in the context of a regimented, oppressive worlds; Part Two
describes his love for Julia and the temporary happiness relationship; Part
Three deals with Winston's imprisonment and torture by the Thought
Police.
This work is an anti-utopian novel: while a utopia is an ideal or perfect
community some writers have described to embody their ideals; antiutopias show possible future societies that are anything but ideal and and
that ridicule existing conditions of society.
44

Winston Smith is the last man to believe in humane values in a totalitarian
age; he evokes Churchill's patriotic appeals for "blood, sweat and tears"
during the Second World Was. In private he writes on the creamy paper
of an old diary to maintain sanity in a disorienting world.
The title is chosen by reversing the last two digits of the date 1948, when
he started to write. He wants to alert society of the possibility that this
vision of the future could soon become reality. This book is a bitter attack
against totalitarian oppression. It describes an imaginary future world
dominated by the State. The party, in fact, has absolute control of the
press, communication and propaganda; any form of rebellion against the
rules is punished with prison and torture. Individuality must be abolished:
everybody looks identical because of the Party uniforms, and differences
of opinion are made impossible by the restrictions of Newspeak. Orwell's
most original invention in Nineteen-Eighty-Four is Newspeak, the Party
language. It eliminates words from the language that express independent
or politically challenging ideas.
Animal Farm
Animal Farm is a political allegory, an anti-utopian novel and an allegorical
satire. Its apparently simple style is reminiscent of Swift, and the idea itself
comes from Book 4 of Gulliver's Travels, which presents talking animals,
but Orwell's satire is full of a profound pity for the sufferings of human
beings. Animal Farm describes the destiny that sooner or later awaits
revolutionary movements. The choice of the animals is one of the best
features of the book: Old Major, the charismatic prophet who dreams of a
better society; Napoleon, the ambitious pig who wants power; Benjamin,
the sceptic who understands that nothing good will come from the
revolution; Boxer, the simple and honest. This loyal animal represents the
downtrodden working class.

45

ITALIANO
Francesco De Sanctis, tra cultura e vita nazionale
Francesco De Santics, uno dei più grandi critici e storici della letteratura
italiana del XIX secolo, nonché padre della storia della letteratura, ha
avuto un ruolo attivo nella politica, appartenendo alla Sinistra storica e
ricoprendo numerosi incarichi tra cui quello di Ministro della Pubblica
Istruzione.
Francesco De Santics nacque a Morra Irpina, in provincia di Avellino, il
1817; compì gli studi a Napoli presso uno zio; passò quindi alla scuola
dello studioso purista Puoti, di cui presto divenne collaboratore. Nel 1839
aprì una propria scuola privata di lingua e grammatica, che mantenne
anche dopo la nomina a professore presso il Real Collegio Militare della
Nunziatella. Frattanto l'orizzonte dei suoi interessi si andava estendendo
all'estetica e alla storia: le letture lo portarono a contatto con le più recenti
e importanti correnti letterarie, filosofiche e politiche d'Europa. Nel 1848,
per aver preso parte all'insurrezione napoletana, fu destituito dalla
Nunziatella; nel dicembre 1850 venne arrestato e rimase in carcere fino al
1852. Lo studio della filosofia di Hegel lo portò ad abbandonare le
posizioni giovanili cattolico-spiritualiste, a favore d'una concezione laica e
democratica. Nel 1853, liberato ma espulso dal Regno di Napoli, De
Sanctis andò a Torino, dove visse dando lezioni private e scrivendo articoli
per giornali e riviste; organizzò quindi un corso di conferenze dantesche
che lo resero noto, tanto che fu chiamato a insegnare letteratura italiana al
Politecnico di Zurigo. Nel 1860 rientrò dalla Svizzera e s'impegnò
nell'azione politica. Dopo alcuni anni diventò deputato e ministro della
Pubblica Istruzione del neonato Regno d'Italia (1861-62). Non rieletto

46

deputato, dal 1865 De Sanctis si concentrò esclusivamente sugli studi
critici-letterari. Nel 1871 fu chiamato a ricoprire la cattedra di letteratura
comparata presso l'università di Napoli, dove tenne corsi su Manzoni, sulla
scuola cattolico-liberale, su Mazzini, sulla la scuola democratica e su
Leopardi. Dopo la caduta della Destra storica, De Sanctis tornò alla
politica attiva. Infine, seriamente ammalato agli occhi, si ritirò a Napoli,
dove morì.
Francesco De Sanctis è considerato il fondatore della critica letteraria in
senso moderno, in cui fondamentale è il rapporto fra contenuto e forma.
Impegno politico
Intorno agli anni 60' De Santics si è dedicato contemporaneamente
all'attività letteraria e all'attività politica. C'è da premettere che lo studio
della filosofia di Hegel lo portò, anni prima, ad abbandonare la visione
cattolica-spiritualista a favore di una concezione laica e democratica. Nel
1860 conobbe Giuseppe Mazzini e sottoscrisse il "manifesto del Partito
d'Azione" per caldeggiare l'unificazione e per combattere le idee
estremiste dei repubblicani. In seguito alla conquista di Garibaldi, De
Sanctis venne nominato governatore della provincia di Avellino e per un
brevissimo periodo fu ministro nel governo Pallavicino. Nel 1861 venne
eletto deputato al Parlamento nazionale, aderendo alla prospettiva di una
collaborazione liberal-democratica. Accettò il ministero della Pubblica
Istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli; l'anno successivo passò
all'opposizione e diresse il quotidiano "L'Italia", organo dell'Associazione
Unitaria Costituzionale, con l'obiettivo di formare un raggruppamento di
"Sinistra Giovane". Nel 1865, De Santics non fu rieletto, decidendo così di
abbandonare provvisoriamente la politica. Infatti, dopo qualche anno, con
la vittoria della sinistra fu nuovamente nominato Ministro della Pubblica
Istruzione.

47

Il pensiero e l'estetica
Nel pensiero del De Santics si trovano le caratteristiche più significative
della cultura romantica. La critica del De Santics ha come tentativo quello
di superare per sempre il distacco tra l'artista e l'uomo, tra la cultura e la
vita nazionale e tra la scienza e la vita. Lo scrittore non è mai per De
Sanctis un uomo isolato e chiuso in sé stesso, ma inquadrato nel contesto
che lo circonda, cioè la sua civiltà e la sua cultura. Il suo obiettivo è quello
di ricostruire il mondo culturale attraverso un forte legame fra contenuto e
forma. L'opera d'arte, infatti, qualunque essa sia, non nasce dal nulla, ma
dal connubio tra forma e contenuto in quanto è data dalla creazione
fantastica e spontanea dell'artista, la forma, in cui è presente un
argomento stabilito, il contenuto, ovvero l'ossatura vera e propria
dell'opera. Egli considera, quindi, l'arte come la forma, ritenendo che tra
forma e contenuto non esista dissociazione perché esse sono l'una
nell'altra, così come tra cultura e storia politica del paese. La concezione
estetica di De Sanctis risentì dell'influsso di Hegel, tuttavia ha carattere di
forte originalità. Il grande filosofo tedesco sosteneva che l'arte fosse
"l'apparenza sensibile dell'Idea" e quindi che l'opera d'arte fosse simbolo
del concetto filosofico, mentre per De Sanctis l'arte è autonoma dalla
filosofia. Il pensiero del De Sanctis venne preso in considerazione
solamente con Benedetto Croce e troverà importanti sviluppi nella critica
di ispirazione marxista.
La Storia della letteratura italiana
La Storia della letteratura italiana è il suo capolavoro, scritto tra il 1870 e il
1871. De Santics descrive il grande sfondo storico etico-civile, dal quale
sorsero i capolavori della letteratura italiana. Le linee di tale svolgimento
sono il prodotto di tappe storiche diverse, che non escludono decadenza o
regresso. I primi capitoli trattano le origini della letteratura italiana,
mettendo in evidenzia che essa da un lato era favorita dalla presenza di
centri culturali, dall'altro sfavorita dalla divisione linguistica tra la lingua
48

latina e i molteplici dialetti. La Divina Commedia, secondo lui, è l'opera in
cui il Medioevo, con la sua teologia e le sue visioni, si rispecchia in una
sintesi mirabile. Dante riuscì ad attuare il binomio arte-vita, a differenza di
Petrarca, il quale essendo stato estraneo alla vita politica, fu un artista,
cioè un letterato, ma non un poeta, perché non attinse alla vita e al
dramma civile della sua età. Anche Boccaccio e Ariosto, che segnarono il
passaggio al Rinascimento, furono scrittori amorali, cultori dell'esteriore,
offrendo la testimonianza di una decaduta coscienza morale e civile,
specchio della crisi politica rinascimentale; i critici, infatti, avvertivano il
distacco tra la forte fioritura delle arti e il degrado politico degli Stati
italiani. Il solo, vero uomo moderno fu, per De Sanctis, Machiavelli,
scopritore della scienza politica e primo sostenitore in Italia dell'idea
nazionale. Il rinnovamento, tuttavia, è iniziato nella seconda metà del
Settecento con Parini e Alfieri prima, Foscolo, Manzoni e Leopardi dopo,
nonchè con la letteratura realista del Romanticismo, per poi concludersi
nel Naturalismo, che in Francia inaugura un tipo di letteratura sociologica
e realistica.
Il stile del De Santics è vivo e talvolta oratorio per evidenziare il dramma
oggettivo della storia civile italiana.
I saggi critici
Nella prosa del De Santics si avverte il pathos romantico; nella
composizione dei Saggi critici più importanti, tra cui quelli sul Petrarca, sul
Leopardi, sul Guicciardini, sulla Divina Commedia e sul Foscolo, si evince,
infatti, il suo gusto realistico-romantico e la ricerca negli scrittori dello
spessore morale e civile. Per lui la poesia della Divina Commedia è tutta
contenuta nell'Inferno, in quanto racchiude storia e "carne"; la poesia di
Petrarca è rintracciabile nella malinconia piena di grazia; Guicciardini ha
creato, invece, nelle sue opere un'immagine di uomo meschino ed
egoista. Il Cinquecento fu giudicato secolo del culto della forma, e Ariosto
un poeta cortigiano. Nonostante alcune sue valutazioni critiche oggi siano
49


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