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Hans.Ruesch.Imperatrice.Nuda.LiVeS .pdf



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Hans Ruesch

IMPERATRICE
NUDA

La scienza medica attuale sotto accusa

Proprietà letteraria riservata
© 1976 Rizzoli Editore, Milano
Seconda edizione: giugno 1976

Prima edizione elettronica condotta sulla seconda edizione cartacea
Ottobre 2005

INDICE

PARTE PRIMA. SCIENZA O FOLLIA?.......................................pag.2
L'apparecchiatura, 4 - Com'è possibile?, 6 - L'uomo e l'animale,
8 – La ricerca sperimentale, 11 - Una fonte tutta d'oro, 15 Operazione riuscita, morto il paziente, 16 - L'albero di
cuccagna, 19 - Il sadismo, 21
Parte seconda. LE PROVE………………………………………..23
L'alba di un nuovo mondo, 25 - Ventesimo secolo, 31 - Per il
bene dell'umanità, 35 - Oggi, 40 - Come si fabbrica lo stress,
43 - Il capro espiatorio, 47 - I l cervello, 49 Sperimentazione incruenta, 51
PARTE TERZA. LE ANIME MUTE………………………………..56
L'intelligenza, 58 - L'affettività, 62 - L'odio, 65 - La pietà, 67 –
Il calvario, 71 - Il martirio, 74 - Anestesia per il pubblico, 80
PARTE QUARTA. MITO E REALTÀ………………………………93
Come si difendono, 94 - La storia, 97 - I progressi, 103 – La
chirurgia, 105 - Formazione del chirurgo, 108 - Vaccini,
confusioni ecc., 112 - Prolungamento della vita, 118
PARTE QUINTA. IL NEOGALENISMO…………………………120
L'apostolo, 122 - La dottrina, 128 - Post scriptum a Claude
Bernard, al diabete e al fegato, 133 - Il cancro rosso del
bernardismo, 134 - Grida nel deserto, 136 - Lassù qualcuno vi
inganna, 141 - Il caso del Talidomide, 144 - Il bernardismo biochimico ovvero la grande illusione, 146 - La gabbia, 148 - Le
lucrose fabbriche di malattie, 150
PARTE SESTA. LA RIBELLIONE……………………………….156
Il senso morale, 158 - Le religioni, 160 - I movimenti, 163 - Il
movimento in Italia, 165 - I metodi sostitutivi, 167 - Una causa
perduta, 170
PARTE SETTIMA. I NODI AL PETTINE………………………...173
La grande risata, 175 - La disumanizzazione, 177 - In Italia,
182 - Scuole di squilibri, 185 - Cavie umane, 188 - Gli
psicofarmaci, 191 - Perché il cancro aumenta, 193 - Vaccini
cancerogeni, 195 - Il caso dello Stilbestrolo, 197 - Apprendisti
stregoni, 200 - Salone risplendente di luci?, 203 - Appendice,
205

1

PARTE PRIMA

SCIENZA O FOLLIA?

Si crocifigge un cane per studiare la durata dell'agonia di Cristo. Si squarta una cagna
gravida per osservare l'istinto materno sotto il dolore intenso. Una équipe di cosiddetti
scienziati paralizza un branco di gatti, sega via la volta cranica e stuzzica il cervello mentre le
bestiole non anestetizzate sono costrette a inalare varie concentrazioni di anidride carbonica, e
alla fine si ha la riprova di quanto già si sapeva da anni: che esiste una correlazione tra la
concentrazione dell'anidride carbonica nel sangue e gli squilibri nervosi. Altri ricercatori
immergono in acqua bollente 15.000 animali diversi, poi somministrano a metà di essi un
estratto epatico di cui sono note da tempo le proprietà terapeutiche in caso di shock. Com'era da
aspettarsi, gli animali trattati col farmaco agonizzano più a lungo degli altri.
Si costringono dei cani a bere soltanto alcool puro per oltre un anno, per ottenere "la prova
scientifica" che l'abuso di alcool è nocivo. Migliaia di topi, conigli e cani, per lo più
tracheotomizzati, vengono costretti a fumare sigarette per mesi e anni, e naturalmente molti
muoiono: ma gli sperimentatori subito avvertono che non è possibile alcuna trasmissione di dati
validi all'uomo.
Due medici universitari somministrano a 12 gatti, ognuno rinchiuso in una scatola, scosse
elettriche convulsivanti, distanziate in modo da permettergli di riprendersi dalla convulsione
precedente. I 7 gatti che sopravvivono hanno dovuto sopportare 95 di tali scosse, gli altri 5
muoiono prima della fine dell'esperimento. Lo scopo? I medici dichiarano che fino allora non
esistevano registrazioni precise delle onde cerebrali di un gatto in preda a convulsioni.
Vari cani beagles, noti per la loro indole mite e affettuosa, vengono tormentati da una coppia
di scienziati finché, impazziti di dolore, cominciano ad aggredirsi a vicenda. I due scienziati
volevano «studiare la delinquenza minorile».
Un noto fisiologo introduce soluzioni di pietra infernale nella mascella dei gatti per ottenere
necrosi suppurative, li lascia in questo stato per mesi e mesi, dopodiché annuncia che essi non
possono masticare se non tra atroci spasimi. Un altro luminare scopre nientemeno che versando
acqua bollente su di un gatto «questo diventava molto irrequieto ed emetteva miagolii». Fatti
unici? Casi limite? Magari!
Da uomini con tanto di laurea, giorno per giorno milioni di animali indifesi — soprattutto
cani, gatti, conigli, cavie, topi, scimmie, maiali, ma anche cavalli, asini, capre, uccelli e perfino
pesci — immobilizzati e imbavagliati e spesso con le corde vocali recise, vengono lentamente
accecati con acidi, avvelenati a piccole dosi, sottoposti a soffocazione intermittente, infettati
con morbi mortali, sventrati, eviscerati, segati, bolliti, arrostiti vivi, congelati per essere
riportati in vita e ricongelati, lasciati morire di fame o di sete, molto spesso dopo che sono state
resecate parzialmente o totalmente le glandole surrenali o l'ipofisi o il pancreas o dopo sezione
del midollo spinale. In un solo cervello si conficcano fino a 150 elettrodi o vi si iniettano vari
acidi o se ne asportano parti. Le ossa vengono spezzate una a una, i testicoli vengono
schiacciati a martellate, si lega l'uretra, vengono recise le zampe, estirpati trapiantati vari
organi, si mettono a nudo i nervi, si procede allo smidollamento della spina dorsale mediante
sonde di metallo vengono cuciti gli sbocchi naturali "per vedere che cosa succede", poi
vengono attentamente osservate le sofferenze, che possono durare settimane, mesi, anni, finché
non sopraggiunge la morte liberatrice, che per la stragrande maggioranza di queste creature sarà
l'unica anestesia che avranno mai conosciuto.
Spesso però non vengono lasciati in pace nemmeno allora: risuscitati — miracolo della
scienza! — vengono sottoposti a nuovi cicli di martiri. Si sono visti cani impazziti dalle
sofferenze che divoravano le proprie zampe, gatti le cui convulsioni li scagliavano contro le
pareti delle gabbie finché venivano colti da collasso, scimmie che si avventavano le une sulle
altre mordendosi a vicenda in seguito a iniezioni di varie sostanze nel cervello.
Si tratta di casi riferiti con tutta naturalezza dagli stessi "ricercatori" sulle riviste medico3

scientifiche, tra cui l'inglese The Lancet ("Il bisturi"), la più autorevole di tutte.

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L'APPARECCHIATURA

Ogni nuovo esperimento, ogni tortura inedita, ispira legioni di vivisettori in altre parti del
globo a provarle a loro volta, a procurarsi o perfezionare nuovi attrezzi. Oltre a tutta la gamma
di vari "apparecchi di contenzione", che formano il vanto di ogni laboratorio "bene attrezzato",
esistono congegni di particolare originalità, conosciuti col nome dei loro inventori.
C'è il Noble-Collip drum, centrifuga cilindrica di ferro galvanizzato con protuberanze
interne, largamente usato dagli sperimentatori fin dal 1942, anno in cui venne ideata a Toronto
da R.L. Noble e J.B. Collip e descritta dagli stessi inventori in Quarterly Journal of
Experimental Physiology (vol. 31, N° 3, 1942, p. 187). Nelle parole dei suoi creatori, il suo scopo è
«la produzione di shock traumatico sperimentale senza emorragie in animali non anestetizzati».
In questi tamburi rotanti a velocità regolabili, gli animali — di solito gatti o topi — vengono
scagliati da una protuberanza all'altra. Alcuni gatti, con tutte le ossa infrante, sono morti dopo
quattro, altri dopo cinque giorni di questa ininterrotta tortura. Ai topi che riuscivano a saltare da
una protuberanza all'altra evitando cosi i colpi, gli inventori — si legge nelle loro relazioni —
immobilizzavano le zampine con nastro adesivo.
Poi c'è la Blalock Press, inventata dal dott. Alfred Blalock del celebre Istituto Johns Hopkins
di Baltimora, per schiacciare gli arti dei cani senza rompere le ossa, esercitando pressioni
varianti dai 250 ai 2.000 chili. E una ganascia simile alle presse usate all'inizio dell'arte della
stampa, con un piano di ferro che scende sul piano corrispondente mediante un congegno di
viti. Senonché i piani della Blalock Press non sono lisci, bensì provvisti di denti d'acciaio.
C'è la Ziegler Chair, descritta in Journal of Laboratory and Clinical Medicine (sett. 1952),
inventata dal tenente James E. Ziegler del Corpo Medico della marina statunitense di
Johnsville, Pennsylvania: ingegnosa sedia metallica che immobilizza le scimmie in qualsiasi
posizione, anche a testa in giù, per un periodo di tempo che può durare anni.
C'è la Collison Cannula, che viene impiantata permanentemente nella cavità cranica,
soprattutto di scimmie, gatti e conigli, per facilitare il ripetuto passaggio di siringhe, elettrodi,
sensori e così via, nel cervello dell'animale pienamente cosciente. La cannula viene fissata
all'osso con cemento acrilico ancorato mediante quattro viti di acciaio inossidabile avvitate nel
cranio; dopo di che occorre dare all'animale una settimana di tempo per riprendersi, prima che
possano iniziare gli esperimenti veri e propri, come descritto ad esempio in Journal of
Physiology (ott. 1972).
C'è l'apparecchio "stereotassico" Horsley-Clarke, ideato da Horsley e Clarke per
immobilizzare i gatti durante l'incannulazione e l'inserimento di elettrodi nella cavità cranica,
per i soliti esperimenti sul cervello, che non hanno mai portato al minimo risultato pratico
tranne quello di procurare il premio Nobel al prof. Walter R. Hess dell’Università di Zurigo,
nonché importanti sussidi a svariati suoi colleghi in tutto il mondo.
Sarà bene ricordare che i premi Nobel in biologia, fisiologia e medicina vengono bensì
consegnati dal re di Svezia ma vengono assegnati da commissioni di altri biologi, fisiologi o
medici, i quali di solito o sono già stati similmente favoriti dai colleghi oppure si aspettano di
essere ripagati con favori analoghi in futuro. Quanto agli "scienziati" che raccomandano sussidi
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statali per colleghi in vena di esperimenti animali, essi hanno a loro volta già ricevuto sussidi
grazie ai loro raccomandati, oppure se li aspettano. Indubbiamente, lo smaliziato lettore italiano
avrà già afferrato il funzionamento del sistema.

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COM'È POSSIBILE?

Il termine "vivisezione" si applica a tutta la sperimentazione animale atta a causare sofferenze,
dunque oltre a quella che comporta mutilazioni e interventi cruenti, anche a quella compiuta con
sostanze deleterie, veleni, bruciature, scosse elettriche, privazioni varie, torture psicologiche
squilibranti e così via. In tal senso il termine veniva già usato dai fisiologi del secolo scorso che
iniziarono la pratica su larga scala e verrà usato anche in questo trattato. Per "vivisezionista"
s'intende ogni partigiano della vivisezione, per "vivisettore" chi compie materialmente gli
esperimenti o vi partecipa.
L'eufemismo pseudoscientifico per "vivisezione", impiegato dalla sottocultura dei laboratori,
è "ricerca di base" o "ricerca su modelli", mentre "modello" è l'eufemismo per "animale da
esperimento".
Se è vero che la maggioranza dei medici difende la vivisezione, è altrettanto vero che i più
non sanno che cosa difendono, perché non ne sospettano lontanamente l'inerente fallacia e
crudeltà. I più hanno assistito solo a qualche rara esibizione vivisezionista all'università, poi
hanno cercato di dimenticare ciò che hanno visto. La maggioranza dei medici non ha mai messo
piede in un laboratorio, così come la più parte dei vivisettori non ha mai passato cinque minuti al
letto di un malato. E ciò già perché i vivisettori sono di solito individui che, dopo avere
conseguito la laurea in medicina, sono stati bocciati all'esame di abilitazione all'esercizio della
professione.
È sintomatico che quei medici i quali non hanno esitato a denunciare la vivisezione sono
sempre stati tra i più eminenti. Più che di una minoranza, si tratta di una élite. Ma è sicuro che
quando tutti gli aspetti di questa pratica ignobile quanto dannosa saranno finalmente portati alla
luce, anche la maggioranza dei medici, che per lo più sono individui intelligenti e umanitari, si
convincerà che l'abolizione della vivisezione non è soltanto un obbligo morale per ogni persona
che voglia definirsi civile, ma una necessità per la scienza medica stessa.
La pratica della vivisezione procura in tutto il mondo una morte tra sofferenze atroci a un
numero di animali che mentre vengono scritte queste righe si aggira intorno al mezzo milione al
giorno. Il teatro di questi esperimenti sono migliaia di laboratori clinici, universitari e industriali,
che tutti indistintamente negano l'accesso ai mezzi d'informazione, tranne per un'occasionale
visita accuratamente inscenata per qualche giornalista ben addomesticato.
Perché "sofferenze atroci"? Perché il passaggio dalla vita a i una morte inflitta di proposito a
un essere vivente non si svolge mai senza sofferenze atroci e, di solito, prolungate.
I vivisettori respingono le accuse di agire solo per lucro, per velleità di carriera o sadismo
travestito da "curiosità scientifica", autoproclamandosi altruisti, facenti parte di quelle rare
persone a cui sta a cuore unicamente il benessere dell'umanità. Senonché, a prescindere dalla
considerazione che l'umanità, quella vera, quella di Leonardo e Goethe, di Voltaire e Victor
Hugo e Schweitzer, ha sempre vibratamente proclamato di non voler affatto progredire sulle
sofferenze degli animali, è ormai ampiamente dimostrato — e la documentazione in materia è
schiacciante — che la vivisezione è una pratica non solo disumana e quindi disumanizzante, ma
una continua fonte di errori, che hanno causato gravi danni alla scienza e all'uomo e sono
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destinati a causarne molti altri ancora, annullando largamente qualsiasi ipotetico vantaggio; e nel
migliore dei casi essa porta a risultati ampiamente scontati, dunque è inutile. Difatti la storia
della medicina dimostra chiaramente che tutte le conoscenze che abbiamo in medicina
provengono dall'esperienza e dall'osservazione cliniche, e non dal campo sperimentale.
La vivisezione si regge su quattro pilastri principali:
1) i suoi fautori hanno imparato a operare nella più ermetica segretezza;
2) attraverso un'intensa propaganda finanziata da sussidi statali e dai favolosi profitti
dell'industria farmaceutica, essa è riuscita a far credere ai più di essere una specie di
opera pia che lavora giorno e notte per il bene dell'umanità anziché nel proprio
interesse materiale;
3) il grosso pubblico, che preferisce non sentir parlare di vivisezione, il cui solo pensiero
lo fa rabbrividire, si rifiuta di credere che individui con tanto di titolo di studio
possano commettere crudeltà che all'uomo normale sembrano inconcepibili;
4) poiché la lotta alla vivisezione non apporta benefici, ma costa tempo e danaro, i
movimenti antivivisezionisti sono deboli, privi di mezzi adeguati o potere politico, e
quindi hanno difficoltà a farsi sentire. Ognuna delle rare denunce che si riesce a
rendere pubblica viene immediatamente smentita da vivisettori titolati — professori di
università, direttori di laboratori — ai quali i grossi mezzi d'informazione concedono
sempre ampio spazio e non osano mai tagliare la parola, come avviene invece con le
denunce degli antivivisezionisti.
Con quanta abilità gli interessati riescono a nascondere la verità lo dimostra il caso di Augusto
Guerriero, per tanto tempo uno dei giornalisti più acuti e meglio informati d'Italia, il quale è
dovuto avvicinarsi all'età di ottant'anni prima di scoprirla e fare la seguente confessione nei suoi
Discorsi di Ricciardetto:
«Anche io ho creduto fino ad oggi che si rispettasse la legge. Anche io, come tanti ingenui, ho
creduto che questi esperimenti crudelissimi si facessero su animali narcotizzati e che subito dopo
l'esperimento si sopprimesse la vittima. Sono arrivato alla mia tarda età nell'ingenua opinione
che i professori di università, i direttori di cliniche e ospedali dovessero avere, se non un po' di
cuore, un po' di senso della decenza, e diciamo pure la parola giusta: che non potessero
delinquere. Sì, delinquere, perché violare una legge che commina sanzioni penali, è delinquere.
Ero in errore. Nelle nostre università, nelle nostre cliniche avvengono cose orribili, sotto la
direzione di docenti che potranno essere grandi medici o chirurghi, ma certo sono dei bruti».
(Epoca 19-2-67)

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L'UOMO E L'ANIMALE

Come la maggior parte degli uomini di pensiero, Augusto Guerriero si è rifiutato di esaminare
la validità o meno della vivisezione come metodo di ricerca. Secondo lui, il fatto che questo
metodo infligge inenarrabili sofferenze a un numero illimitato di creature sensibili, dovrebbe
essere ampiamente sufficiente per squalificarlo da tutti i punti di vista, anche se, anziché arrecare
danni, apportasse benefici all'umanità.
Invece è interessante constatare come proprio degli uomini di scienza, tra cui il famoso
fisiologo, chirurgo e medico Sir Charles Bell, hanno rilevato che questo metodo di ricerca è
anche anti-scientifico proprio perché disumano: perché praticato da persone insensibili o
incallite, nelle quali le qualità più squisitamente umane sono state distrutte o non sono mai
esistite; dunque persone prive di vera intelligenza, la sensibilità essendo una componente, e non
certo la minore, dell'intelligenza umana.
Che la vivisezione sia un metodo eticamente inammissibile dovrebbe essere evidente ad
ognuno, ma verrà dimostrato a oltranza nel corso di questo trattato. Per il momento illustriamo in
che cosa consiste lo sbaglio scientifico.
La pretesa di trovare cure per i malanni umani infliggendo deliberatamente torture agli
animali contiene due errori fondamentali: il primo sbaglio consiste nel voler estrapolare all'uomo
risultati ottenuti su altre specie, le quali reagiscono in modo diverso dall'uomo. Il secondo errore
riguarda l'inattendibilità della ricerca sperimentale nel campo della vita organica in sé, che verrà
analizzato nel prossimo capitolo. In questo esaminiamo il primo.
Dato che gli animali reagiscono in modo del tutto differente e spesso opposto all'uomo,
qualsiasi nuovo prodotto o metodo provato sugli animali va sperimentato daccapo sull'uomo,
mediante prove cliniche, con le dovute cautele, prima che vi siano garanzie di sicurezza. Questa
regola non conosce eccezioni. Per cui ogni prova sugli animali non solo rischia di portare a
conclusioni errate, con tutti i pericoli che ne conseguono, ma ritarda e fuorvia la ricerca clinica,
che è l'unica valida.
Nonostante ciò, le autorità sanitarie, formate alla mentalità vivisezionista, le richiedono nella
maggior parte dei paesi, tra cui da pochi anni quelli del MEC, e i produttori di farmaci e
cosmetici le compiono anche quando non richieste, a scanso di responsabilità. Questo spiega la
lunga lista di prodotti perfezionati in laboratorio, ossia ritenuti innocui in base a prove animali,
ma che col tempo si rivelano rovinosi per l'uomo.
Così si va dal Paracetamol, un analgesico per il quale nel 1971 vennero costrette al ricovero in
ospedale in Inghilterra 1500 persone, ai casi più gravi dell'Orobilex, che causò danni renali
mortali rivelatisi solo dopo le autopsie, dell'Isoproterenol, uno spray che uccise migliaia di
asmatici in Europa, America Latina e Australia — tanto che il dott. Paul D. Stolley dell'Ospedale
Johns Hopkins parlò del «peggiore disastro da medicinale mai registrato» (Science-Nature
Annual 1973, ed. Time & Life.) —, del Talidomide, che produsse 10.000 bambini focomelici, del
Metaqualone, lo psicofarmaco che procurò squilibri mentali tra cui centinaia con esito mortale,
del MEL/29, che causò cataratte, del Cloramfenicolo, responsabile di alterazioni mortali del
sangue, dello Stilbestrolo rivelatosi causa di cancri. In verità è ingiusto fare solo pochi nomi. Se
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ne dovrebbero fare migliaia. Lo scandalo dei farmaci sul prontuario dell'INAM, di recente
memoria, è stato sbandierato a sufficienza da tutta la stampa italiana. Comunque il fenomeno non
ha frontiere.
Naturalmente la fallacia del metodo si esprime anche in senso inverso, precludendo l'impiego
di farmaci benefici. C'è il grande esempio della penicillina, che non sarebbe mai entrata in uso se
prima che sull'uomo la si fosse sperimentata sulle cavie, poiché queste ne rimangono fulminate.
Molti estrogeni sintetici, che non danneggiano il fegato dell'uomo, distruggono il fegato dei gatti,
che pure ha. proprietà antitossiche di gran lunga superiori al nostro; ma poi si sono dimostrati
mortali per l'uomo per altri versi.
Esistono bacche di bosco letali per l'uomo, ma gli uccelli se ne nutrono. Una dose di
belladonna che ucciderebbe un uomo non nuoce né al coniglio né alla capra. Cavie e scimmie
sopportano la
stricnina, l'uomo no. Il calomelano, che non influisce sulla secrezione di bile nel cane, può
triplicarla nell'uomo. Per contro la digitalina, che alza pericolosamente la pressione nel cane, non
influisce su quella dell'uomo.
La datura e il giusquiamo sono veleni per l'uomo, ma cibo per la chiocciola. L'amanita
falloide, un fungo di cui basta una dose minima per distruggere un'intera famiglia umana, può
essere consumata impunemente dal coniglio, uno degli animali preferiti dagli sperimentatori.
Il porcospino può ingoiare in una sola volta senza danno tanto oppio quanto un drogato
abituale ne può fumare in due settimane, e innaffiarlo con tanto acido prussico da avvelenare un
reggimento. Lo stesso acido prussico, di cui una sola goccia è letale per l'uomo, lascia
indifferenti i rospi e le pecore anche in grosse quantità.
Il cianuro di potassio, per noi letale, lascia indifferente la civetta, ma una delle nostre zucche
di campo può mettere in stato di grave agitazione un cavallo. Una dose di oppio che ucciderebbe
un uomo può essere data impunemente ai polli e ai cani.
È molto difficile addormentare un gatto con l'etere, ma una volta addormentato è facilissimo
che il gatto ne muoia. Il cloroformio è talmente tossico per i cani che, essendo stato provato
prima di tutto su di essi (dal francese Flourens), il suo impiego sull'uomo fu ritardato di
moltissimi anni. La morfina, che calma e anestetizza gli uomini, causa eccitamento maniacale nel
gatto e nel topo, pecore e maiali ne vengono stimolati anziché depressi, e i cani possono
sopportarne dosi 50 volte maggiori di un uomo senza avvertire alcun effetto. Viceversa il succo
di limone è veleno per conigli e gatti, le mandorle sono veleno per le volpi, il prezzemolo è
veleno per i pappagalli.
L'alcool è un veleno universale, tranne che per l'uomo. I maiali sono immuni da quasi tutti i
veleni, tranne che dall'alcool. All'uomo non è trasmissibile la gastroenterite virale che falcia la
maggior parte dei gatti in tenera età, né il cimurro che fa strage di cani ; per contro gli animali
sono immuni dalle più gravi infezioni a cui vanno soggetti gli esseri umani. Perfino le pulci
conoscono la differenza tra cane e uomo, e quelle dell'uno rifiutano l'altro.
Il Talidomide, che fece nascere 10.000 bambini deformi oltre a causare nevrite periferica
irreversibile in innumerevoli adulti, è sostanza totalmente innocua per quasi tutte le specie di
animali; invece la comune aspirina, che da un secolo l'umanità consuma a tonnellate, causa
nascite deformi nei ratti. I fabbricanti dell'Entero-Vioformio, tanto usato dagli uomini,
raccomandano di non somministrarlo agli animali domestici, per i quali può risultare mortale.
Il Tuberkulin di Koch, nel quale per molti anni il mondo si era illuso di avere ottenuto un
vaccino contro la tubercolosi perché guariva la tisi nelle cavie, si dimostrò invece capace di
scatenarla nell'uomo. Parimenti l'Uretano, finora il farmaco più usato per prolungare la vita dei
malati di leucemia, malattia del sangue considerata di natura cancerosa, ha l'effetto opposto sugli
animali da esperimento, nei quali provoca il cancro anziché arginarlo.
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Si potrebbe andare avanti così riempiendo volumi interi, ma è da ritenere che chiunque non
sia un maniaco della vivisezione abbia ormai capito che sarebbe difficile trovare un metodo di
ricerca più assurdo e meno scientifico.
Inoltre l'angoscia e le terribili sofferenze degli animali strappati al loro ambiente abituale,
terrorizzati dalle scene di laboratorio e dalle brutalità cui vanno soggetti, ne alterano talmente
l'equilibrio mentale e le capacità di reazioni organiche da falsare a priori qualsiasi risultato.
L'animale da laboratorio è un mostro, reso tale dagli sperimentatori. Fisicamente e mentalmente
esso ha ben poco in comune con un animale normale, e tantomeno con un uomo.
«L'animale da esperimento non si trova mai in uno stato normale»: lo aveva già scritto il
fondatore della moderna vivisezione, Claude Bernard, in Physiologie opératoire (p. 152),
aggiungendo che «lo stato normale è un'ipotesi, una semplice supposizione» (une pure
conception de l'esprit).
Per di più c'è da considerare" che non solo le varie specie di animali reagiscono in modo
differente, anche quando si tratta di specie affini come il topo e il ratto, o come il ratto bianco e
quello bruno, ma che due esemplari dell'identico ceppo non reagiscono mai nell'identico modo, e
inoltre possono essere affetti ognuno da malattie diverse. A tale inconveniente si è cercato di
ovviare iniziando allevamenti di ceppi di animali batteriologicamente sterili, soprattutto topi e
cani, i quali vengono al mondo per parto cesareo in ambienti sterili, allevati in ambienti sterili e
nutriti con cibi sterili, sperando così di assicurarsi un "materiale biologico uniforme", su cui
sperimentare finalmente con una certa attendibilità. Un'illusione ne genera un'altra. È stata
necessaria una moltiplicazione degli insuccessi per incominciare a far capire che animali tirati su
in condizioni così anormali si discostano più che mai dall'organismo umano. Tali animali non
sviluppano le naturali facoltà di rigetto, ossia il potere immunologico che è una delle più
importanti caratteristiche di ogni organismo vivente, per cui sarebbe difficile immaginare un
materiale da esperimento meno attendibile.
Dato che gli animali sono immuni dalla quasi totalità delle grandi infezioni umane —
difterite, tifo, scarlattina, morbillo, vaiuolo, colera, febbre gialla — mentre le altre come la
tubercolosi e le varie setticemie assumono in essi forme del tutto diverse e meno gravi che
nell'uomo, l'affermazione che attraverso gli animali si può imparare a controllare le malattie
umane sembrerebbe un segno di follia, se non si sapesse che essa serve solo da pretesto per
svolgere e ampliare "ricerche" che di anno in anno, per quanto inutili per la medicina, si fanno
sempre più lucrose per chi non si fa scrupolo di praticarle.

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LA RICERCA SPERIMENTALE

Tranne che in medicina, la ricerca sperimentale ha portato a quasi tutte le invenzioni e a buona
parte delle scoperte.
Quando si parla di inventori moderni il primo nome che viene a mente è Thomas Edison. Il
suo caso riveste un interesse particolare, perché Edison aveva frequentato la scuola per soli tre
mesi, dopo di che la lasciò per guadagnarsi la vita. Edison quindi non era un uomo istruito; ma fu
proprio questa mancanza di nozioni convenzionali, ciecamente accettate come giuste dagli
scienziati e inculcate agli studenti, che permise a Edison di compiere quella straordinaria serie
d'invenzioni che nel corso di pochi decenni mutarono la vita quotidiana dell'uomo moderno.
Esempio: quando Edison stava cercando di mettere a punto la sua prima lampadina elettrica,
doveva trovare un filo che si potesse rendere incandescente senza consumarsi subito. Nessun
professore d'università, nessun esperto metallurgico fu capace di consigliarlo circa il tipo di
materiale da impiegare per ottenere un tale filo. Allora Edison si mise a provare tutti i materiali
esistenti: anche quelli che qualsiasi scienziato gli avrebbe sconsigliato, come, mettiamo, un filo
di cotone carbonizzato. Edison spese 40.000 dollari facendo provare, alla sua squadra di aiutanti,
materiale su materiale, per un periodo di anni; finché ne ebbe trovato uno che rimaneva
incandescente per 40 ore di seguito e che costituì la prima lampadina elettrica. Di che cosa era
fatto? Di un filo di cotone carbonizzato...
Tuttavia la scienza sperimentale aveva cominciato a modificare la faccia del mondo già più di
due secoli e mezzo prima che Edison rischiarasse le notti dell'uomo, con l'apparizione nel 1637
di quel Discorso sul metodo di Cartesio che insegnava all'uomo un nuovo modo di pensare,
dando l'avvio alla moderna tecnologia. Ma chi poteva prevedere in questo "nuovo mondo" che
stava nascendo tra l'entusiasmo generale, il pericolo di un sapere esclusivamente meccanicista?
Certo non un Cartesio, che sprezzava le arti e gli affetti umani — la sua vita privata fu un
fallimento — e che credendo anche in una biologia meccanicista, diede inizio al più grande
errore della scienza. Difatti nella sua sete di sapere, Cartesio si diede anche alla vivisezione, che
così divenne simbolo di ''progresso" agli occhi dei meccanicisti futuri. Ma quanto poco la
vivisezione abbia insegnato già a Cartesio lo dimostra la sua affermazione che gli animali non
avvertono dolori, e che un loro grido non ha più significato dello scricchiolio di una ruota. Se
così fosse, perché non frustare il carro anziché il cavallo? Così doveva nascere una nuova scienza
medica, priva di saggezza e di umanità, e che pertanto conteneva fin dalla nascita il seme della
disfatta.
Scrollatisi definitivamente di dosso il giogo oscurantista del Medioevo, gli uomini si davano
anima e corpo alla sperimentazione: e le sensazionali conquiste della tecnologia avevano fatto
ritenere a certi medici e fisiologi di scarso intuito che anche nel loro campo la scienza
sperimentale avrebbe dato qualsiasi risposta: che la materia vivente avrebbe reagito tal quale un
corpo inanimato; e i vivisezionisti odierni ancora non hanno ripudiato questo presupposto
comprovatamente errato.
L'esperimento di Galileo, che dalla cima della torre di Pisa dimostrò che due sassi di peso
diverso cadono alla medesima velocità, stabilì una regola assoluta, perché si trattava di corpi
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inanimati. Invece non appena si ha a che fare con organismi viventi, entrano in gioco un'infinità
di fattori sconosciuti e non mai esattamente identificabili, perché hanno a che vedere col mistero
della vita stessa, e che non è certamente dato a individui insensibili, disumanizzati di penetrare.
Difatti i cosiddetti "ricercatori" sugli animali non hanno risolto un solo problema
fondamentale della salute, ma sono stati capaci soltanto di creare un'infinità di nuovi problemi.
Tutte le nozioni valide che abbiamo in materia di salute provengono dal campo clinico e non da
quello sperimentale. Non occorre alcun talento, non la minima intelligenza per interferire
brutalmente con le funzioni biologiche di un animale estirpandogli gli organi, bloccandogli gli
sbocchi naturali ecc., e poi annotare che cosa succede. I ricercatori raccolgono un mucchio di
simili nozioni, compilano un'infinità di statistiche, ma non capiscono niente, perché a furia di
collezionare dati di fatto i loro poteri intellettivi e intuitivi — ammesso che un tempo li abbiano
posseduti — si sono addormentati, anchilosati, come verrà ancora ampiamente dimostrato.
Scegliamo a caso uno dei tanti problemi che si è tentato di risolvere con la vivisezione:
«Allo stato normale la compressione di uno o di entrambi i bulbi oculari determina un
rallentamento del polso... Questo sintomo ha aperto un campo vasto alla vivisezione. Si è giunti
in tali esperimenti, a mezzo di compressione, a schiacciare gli occhi dei cani per studiare questo
riflesso. Gli sperimentatori constatarono che il cuore rallentava... per la morte dell'animale». (Da
La sperimentazione sugli animali del dott. Gennaro Ciaburri, 2a ed. 1956, p. 132).
Che i divertimenti vivisezionisti non fanno altro che dare una misura della stupidità umana lo
ha affermato anche Erwin Liek, il notissimo medico di Danzica e Berlino che praticò la
professione per quattro decenni e pubblicò varie opere mediche. Di lui dice la più importante
enciclopedia tedesca, Der Grosse Brockhaus (ed. 1970), che «perorava un arte medica di alto
livello etico e che tenesse conto della psiche del paziente». Sua l'informazione seguente:
«Ancora un esempio che la sperimentazione animale a volte non riesce a rispondere nemmeno
alle domande più semplici. Conosco due dei più autorevoli ricercatori tedeschi, Friedberger
dell'Istituto Kaiser Wilhelm per le Ricerche Nutritive e il prof. Scheunert dell'Istituto di
Fisiologia Animale di Lipsia. Entrambi hanno voluto appurare la semplicissima questione se sia
più utile una dieta a base di uova cotte o crude... Vennero impiegati i medesimi animali: ratti
dell'età di 28 giorni... Risultato: durante il periodo di osservazione di oltre tre mesi, gli animali di
Friedberger prosperarono con una dieta di uova crude, mentre gli animali da controllo, nutriti con
uova cotte, deperirono, persero il pelo, lacrimavano, alcuni morirono dopo grandi sofferenze. Da
Scheunert vidi gli identici esperimenti, ma il risultato fu diametralmente opposto: ingrossarono i
mangiatori di uova cotte, deperirono gli altri...» (Da Gedanken eines Arztes, ed. Oswald Arnold,
Berlino, 1949, p. 160.)
Ma la prova definitiva che la ricerca sperimentale è vana su creature viventi la si ebbe in
Germania durante la seconda guerra mondiale.
Le decine di migliaia di esperimenti compiuti dai 200 medici tedeschi sui prigionieri dei
Lager, che presumibilmente rappresentavano un "materiale" biologico ben più attendibile di
qualsiasi animale, non ottennero il minimo risultato pratico, non avanzarono la scienza medica di
un sol passo, non portarono alla scoperta di un solo farmaco, di una sola nuova tecnica
operatoria; rappresentarono insomma uno spreco totale di "attività di ricerca" da parte dei
cosiddetti "scienziati" — che però non erano aguzzini delle SS, bensì medici praticanti — e un
mare di sofferenze per le vittime. Ma portarono alla riprova di quanto sia assurdo nella ricerca
medica il metodo sperimentale. Ecco un esempio:
Il maresciallo Göring voleva sapere quanto tempo gli aviatori potessero sopravvivere
nell'acqua gelida; così vennero tenuti immersi numerosi prigionieri: per scoprire che il periodo di
sopravvivenza era variabile, potendo andare da pochi minuti a molte ore. Fatto già noto, non
solo, ma anche facilmente intuibile da chiunque fosse stato capace di ragionare umanamente
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anziché meccanicisticamente.
Persino le fratture causate dal martello dello sperimentatore si dimostrarono dissimili, sia
nell'aspetto che nel modo di reagire, dalle fratture provenienti da incidenti involontari; tanto più
dissimili sono le malattie spontanee da quelle inflitte deliberatamente da sperimentatori incalliti.
Prendiamo il caso dell'artrite. Malattia degenerativa già presente nell'uomo primordiale,
l'artrite è un'infiammazione dolorosa delle articolazioni, nelle quali provoca lesioni e distruzione
delle cartilagini. Di tale malattia non si conoscono le cause né la cura, tuttavia l'industria
farmaceutica continua a sfornare prodotti "antiartritici", semplici palliativi che si limitano a
ridurre i sintomi, ossia mascherano per qualche tempo i dolori, mentre causano danni ben più
gravi della malattia che pretendono di curare: danni al fegato, ai reni, al cuore ecc.
Intanto, per i loro vari esperimenti sull'artritismo, i ricercatori ricorrono a numerosi animali,
danneggiandone artificialmente le articolazioni, per via chimica e per via traumatica; come se
una lesione inferta di proposito equivalesse a una lesione che insorge spontaneamente, come
accade nell'artrite.
Dunque anche in questo campo non sarà violentando animali — e nemmeno violentando
esseri umani, come si fece nei Lager nazisti — che si riuscirà a risolvere il problema, sempre che
quello dell'artritismo sia risolvibile.
Ancora più assurdi sono gli esperimenti che si pretende di fare sul cervello degli animali,
come se si trattasse di cervello umano.
Sentiamo che cosa ebbe a dire in proposito un vivisezionista, il prof. Silvio Garattini (Epoca,
14-10-1973):
«Questa spiacevolissima cosa, cioè l'uso di animali per esperimenti, ha la sua utilità, per
esempio nello studiare sulla scimmia modelli di epilessia umana».
Dunque si prendono scimmie traumatizzate dalle violenze che hanno dovuto subire durante la
cattura e i trasporti, dalle scene allucinanti a cui devono assistere nei laboratori, dalle nuove
violenze quando vengono imprigionate nelle sedie di contenzione, dalla foratura del cranio —
intervento altamente traumatico — per gli inserimenti di elettrodi, e mediante prolungate torture,
di solito a base di scosse elettriche, le si fanno impazzire, finché esse manifestano certi sintomi
che esteriormente somigliano a volte a quelli dell'epilessia umana (schiuma alla bocca,
convulsioni ecc.), ma che ovviamente con quest'ultima non hanno nulla a che fare, poiché
provengono da una condizione del tutto diversa, indotta artificialmente, laddove l'epilessia
umana insorge dall'interno, spontaneamente. E provando su queste scimmie impazzite una
varietà di droghe — intese ad assicurare alle ditte farmaceutiche lauti profitti — si pretende di
trovare una cura all'epilessia... E a simili metodi, oggi, si pretende dare il nome di "scienza": il
che è un insulto alla vera scienza nonché all'intelligenza umana.
E difatti, secondo un articolo di Andrea Garbasino in Epoca (9-12-73), agli epilettici in Italia
che già superano il milione, si aggiungono ogni anno circa 50.000 casi nuovi. Ossia i ricercatori
che hanno avuto l'idea di "studiare sulla scimmia modelli di epilessia umana" non hanno trovato
alcuna cura; anzi. Ma c'è proprio da meravigliarsi?
Una delle ultime trovate dell'odierna "ricerca medica" per fare soldi è l'invenzione dei farmaci
che promettono di migliorare la circolazione cerebrale. C'è chi teme la vecchiaia e il declino
delle facoltà mentali anche più della morte. Questo giustificatissimo timore rappresenta una vera
pacchia per gli sperimentatori e le ditte farmaceutiche. Come procedono? Ormai il lettore avrà
capito, sarebbe capace di farlo da sé. Si tratta di afferrare un buon numero di animali — ratti,
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cani, scimmie e i soliti abbondanti e resistentissimi gatti — e infliggere violenti traumi ai loro
cervelli. Con una buona martellata in testa gli "scienziati" di laboratorio risolvono brillantemente
tale problema. Su questi cervelli traumatizzati si provano poi vari medicinali: come se un difetto
di circolazione cerebrale causato da una martellata equivalesse a un difetto che piano piano
insorge da sé in un cervello il quale sta raggiungendo la fine del suo arco vitale, o è sclerotizzato
dall'abuso di tabacco, alcool, cibo, dalla mancanza di moto, di aria fresca, spesso anche di attività
mentale, ecc. Ognuno sa cosa deve fare per mantenersi sano e conservare il più a lungo possibile
le proprie facoltà mentali. Ma certo è più comodo ingoiare un paio di pillolette, sviluppate a botte
di martello sui cervelli di svariati animali, e sperare nel meglio. Qualcuno vorrebbe forse
insinuare che tali pillolette non servono a nulla? Sarebbe un ingenuo: servono, e come! A
impinguare le casse dell'industria più redditizia del mondo, oltre che a rovinare vieppiù un fegato
già intossicato dal modo di vivere sopra descritto, elicitando la necessità di ricorrere ad altri
farmaci ancora.

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UNA FONTE TUTTA D'ORO

Intanto è lo spauracchio del cancro che si è rivelato come una delle più forti armi dei
vivisezionisti. In una recente conferenza all'Università del Wisconsin lo scienziato americano
Howard M. Temin ha così inquadrato il problema:
«Anche gli scienziati desiderano danaro, potere, pubblicità e prestigio, per cui alcuni
promettono rapide cure purché ricevano più potere e più danaro; e c'è un grande vantaggio in
un'asserzione come questa: Se mi date 500 milioni di dollari per i prossimi cinque anni, io
curerò il cancro».
Al termine di cinque anni costui può dire che ormai è in procinto di risolvere il problema e
che sarebbe inumano negargli altri 500 milioni di dollari. A furia di rimandare il termine di
consegna, chi fa le promesse finirà un bel giorno con l'aver ragione, come gli stregoni africani
che si fanno pagare promettendo la pioggia.
Ma proprio riguardo al cancro ci sono delle serie ragioni per credere che la pioggia non
verrà.
È ovvio che un cancro sperimentale, innestato di proposito in un animale, è molto diverso da
un cancro spontaneo che si forma da sé e per di più nell'uomo. Un cancro che insorge
spontaneamente ha un intimo rapporto con l'organismo che lo ha sviluppato, e forse anche con
la psiche, laddove cellule cancerose impiantate in un organismo estraneo non hanno alcun
rapporto con tale organismo, il quale funge semplicemente da terreno per la coltura di quelle
cellule.
Tuttavia il terrore, abilmente sfruttato, che suscita questo ma le è diventato un'inesauribile
fonte di guadagno per i ricettatori biologici: nel corso dell'ultimo secolo, il cancro sperimentale
si è rivelato una fonte tutta d'oro.
Già nel 1773 l'Accademia di Scienze di Lione conferì un premio per il miglior saggio sul
tema "Che cos'è il cancro?" Vincitore risultò un Bernard Peyrilhe, che descrisse il primo
esperimento che si conosca in cui si è riusciti a inoculare a un cane del "fluido canceroso" da un
cancro alla mammella.
Nel 1912, a Copenaghen, un certo Fibiger riuscì per la prima volta a produrre
sperimentalmente un cancro in cellule sane, procurando a topi e ratti cancri allo stomaco e alla
lingua, il che fu considerato un grande successo scientifico.
Da allora, simili "successi" si sono moltiplicati, ammontano ormai non a milioni ma a
miliardi gli animali che si è riusciti a far morire lentamente di vari tipi di cancro, uno diverso
dall'altro. È solo quando si tratta di trovare una cura che il successo rimane allo stato di
promessa; così anche allorché, un paio di anni fa, lo Sloan-Kettering Institute statunitense
decise di risolvere di forza il problema e provò su milioni di animali 40.000 sostanze chimiche
diverse.
Una delle ultime notizie sensazionali è del settembre 1972, quando l'agenzia americana UPI
si affrettò a propagare la buona novella che lo zoologo Michael Hanna Jr., immunologo presso
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il Laboratorio Nazionale di Oak Ridge, Tennessee, aveva "definitivamente" trovato il modo di
curare il cancro. Poi ci si accorse ancora una volta che l'uomo non reagisce come le cavie, per
cui è tuttora in attesa di una cura...
Occorrerà ritornare sul problema del cancro verso la fine di questo trattato, che purtroppo
conterrà brutte notizie per tutti.

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OPERAZIONE RIUSCITA, MORTO IL PAZIENTE

Un caso analogo è quello dei trapianti del cuore e di altri organi, sui quali comincia a calare lo
stesso silenzio che ha fatto dimenticare i famosi innesti di ghiandole di scimpanzé con cui
quaranta anni fa il prof. Voronoff aveva promesso di ridare gioventù e virilità ai vecchi: una
notizia che a suo tempo scosse il mondo non meno del primo trapianto cardiaco di Christian
Barnard di Città del Capo.
È abbastanza recente la dichiarazione di Michael DeBakey, massimo cardiochirurgo
americano, secondo cui i trapianti si sono rivelati un fallimento: «I risultati ottenuti non
giustificano lontanamente i sacrifici compiuti», fu l'eufemismo a cui ricorse, senza tuttavia
precisare se si riferiva ai sacrifici dei chirurghi o dei pazienti
Alla dichiarazione del DeBakey, che si era buttato a corpo perso nelle operazioni di trapianti
di cuore dopo il clamore suscitato dalla prima operazione di Christian Barnard, venne immediata
la replica di uno dei nostri: «Bisogna perseverare! » Nobile frase, che rievoca visioni della
sentinella di Pompei la quale non si ritira nemmeno dinanzi alla lava incalzante del Vesuvio.
Senonché a pronunciarla fu il prof. Paride Stefanini dell'Università di Roma, e chi doveva
perseverare erano i cani randagi che il Canile municipale gli forniva al modico prezzo di 1.000
lire l'uno (un padrone che vuole riavere il suo cane smarrito deve pagarne 6.000), e sui quali in
vari laboratori e cliniche universitarie si effettuano da anni sempre gli stessi trapianti, giorno per
giorno, e sempre con lo stesso, prevedibile risultato.
Il fallimento dei trapianti cardiaci era stato ampiamente predetto. Molti bravi chirurghi
sarebbero stati in grado di effettuare un trapianto cardiaco prima di Christian Barnard, ma lo
avevano escluso poiché il problema non era di tecnica chirurgica, ma tutt'altro.
Nei trapianti di organi esiste il problema del rigetto. L'organismo possiede un potente
meccanismo difensivo (reazione immunologica) che lo mette in grado di espellere qualsiasi
corpo estraneo, ivi compresi organismi, tessuti e microbi nocivi; per cui tessuti trapiantati in un
organismo — non importa se di provenienza animale o umana, tranne nel caso di gemelli identici
— vengono prima o poi rigettati da questo organismo: in altri termini, il tessuto o l'organo
innestato muore, ucciso dalla reazione immunologica dell'organismo.
Per impedire che un organo estraneo, come ad esempio un cuore, venga rigettato
dall'organismo in cui è stato trapiantato, si tenta di inibire le facoltà di rigetto di tale organismo:
ossia la facoltà di espellere corpi estranei; cosi gli si impedisce anche di eliminare microbi
nocivi. É quando in un organismo il rigetto non funziona che le malattie si manifestano, che gli
onnipresenti virus dannosi riescono a prendere il sopravvento, a moltiplicarsi, fino a sopraffare
l'organismo: e ciò, secondo le ultime tesi, vale non solo per la tubercolosi e le altre infezioni, ma
anche per il cancro.
Cosi accade che certe infezioni minori come l'herpes simplex, responsabile delle bollicine
facciali che a volte insorgono sul viso di chi è affetto da un comune raffreddore, possono
risultare mortali per chi riceve farmaci immunosoppressivi.
Attualmente quasi tutte le ricerche connesse con i trapianti non tendono a trovare nuove
tecniche chirurgiche, bensì nuovi farmaci immunosoppressivi, capaci cioè di sopprimere la
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facoltà di rigetto dell'organismo, e con ciò anche la facoltà di rimanere sani.
Quindi gli sforzi che oggi vengono fatti per assicurare la riuscita dei trapianti, impedendo il
rigetto del nuovo organo, spalancano le porte a tutte le malattie, compreso il cancro.
Il dott. H. M. Pappworth ha dichiarato in Human Guinea Pigs, "Cavie umane", un libro che ha
suscitato scalpore (Pelican Books, 1969, p. 302), che sembra dimostrato che i farmaci
immunosoppressivi aprono la via anche al cancro.
È questo un ennesimo caso in cui la ricerca medica si trova dinanzi a un dilemma insolubile
da essa stessa creato; dinanzi a una testa d'idra che presenta sempre nuovi problemi a mano a
mano che ci si illude di avere risolto con la forza un dilemma precedente.
Quindi l'asserzione da parte del chirurgo secondo cui un paziente ha sopportato benissimo il
trapianto ma è morto per cause del tutto estranee ad esso — polmonite, insufficienza renale, ecc.
— è fantasiosa. Le complicazioni erano una inevitabile conseguenza del trattamento
immunosoppressivo, o antirigetto, a cui il medico ha dovuto sottoporre il paziente per non fargli
espellere il nuovo organo.
Intanto furono gli esperimenti preventivi che Christian Barnard fece sui cani a trarlo in
inganno, accendendo in lui, e nei pazienti, speranze che i fatti hanno smentito. Ascoltiamo a
questo proposito ancora il dott. Pappworth:
« Il pubblico viene tratto in inganno, in quanto gli si fa credere che il problema del rigetto è
stato risolto o che sarà risolto molto presto. Ciò non è vero» (p. 303). E più in là: «...Tutta la
chirurgia dei trapianti è un'ammissione di fallimento: mancata diagnosi precoce e trattamento
tempestivo. Non sarebbe più saggio spendere l'energia e il danaro, che ora vanno alla ricerca,
piuttosto per la diagnosi precoce, la prevenzione e il miglior trattamento delle malattie cardiache,
renali ed epatiche? Non stiamo sbagliando la priorità? Il costo della chirurgia dei trapianti è
enorme... E nessun medico, per quanto abile o esperto, è in grado di contrappesare esattamente il
periodo di sopravvivenza senza trapianto e il periodo di apparente accettazione del nuovo organo
fino a quando questo viene rigettato.
«A parte i trapianti di cornea (a causa dello scarsissimo afflusso di sangue alla cornea il
rischio del rigetto quasi non esiste, N.d.A.), i trapianti con la maggior percentuale di successo da
un essere all'altro sono quelli renali... Però anche con donatori vivi, il tasso di successo di questi
trapianti, su un periodo di due anni, è inferiore al 2%, e su tre anni è inferiore all'1%. Pertanto
l'affermazione, spesso udita, che i trapianti renali riescono nel 75% dei casi, è falsa... Il pubblico
deve sapere che i trapianti non curano mai la malattia originaria e non trasformano mai il malato
in una persona sana... Nessun organo del corpo esiste in isolamento completo, nessuno è
indipendente dagli altri organi. Così è probabile che un paziente che riceve un cuore nuovo a
causa di una malattia coronarica abbia già un'incipiente malattia vascolare dei reni o di altri
organi» (pp. 306-309).
Ma c'è dell'altro, che riguarda un aspetto della medicina che per gli sperimentatori non sembra
esistere: la sofferenza; quella altrui, s'intende. Scrive ancora Pappworth: «Io non sono affatto
convinto che per il paziente questo stato di cose sia più tollerabile della malattia per la quale
viene fatto il trapianto. Pochi sanno che Blaiberg, il paziente di trapianto che visse per oltre 18
mesi, ebbe in quel periodo due gravi attacchi cardiaci, tra cui una pericardite, un'itterizia per
effetto dei farmaci, e una meningite dovuta a una diminuita resistenza» (p. 312).
In occasione dell'undicesimo trapianto cardiaco di Christian Barnard, un portavoce
dell'associazione medica sudafricana dichiarò che adesso i componenti di questa ultima «avevano
dei ripensamenti in merito alle operazioni di trapianto». (Messaggero, 13-12-1973.)
Quando poi un anno dopo Barnard innestò un secondo cuore accanto al primo di un certo Ivan
Taylor, i suoi colleghi cominciarono a contestarlo senza più alcuna reticenza. «Queste cose nel
mondo civile non si possono fare», dichiarò il prof. Guido Chidichimo, primario di
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cardiochirurgia al San Camillo di Roma. «Che senso ha innestare un cuore in un pover'uomo che
spera in una resurrezione e che poi è costretto a rassegnarsi a un destino che forse, prima del
trapianto, aveva accettato? Roba da giocolieri. È una crudeltà senza limiti. È cinismo.» Così il
Messaggero del 26-11-1974.
Poi, il 14-4-1975, il medesimo quotidiano riportava che il paziente dai due cuori era morto.
Anche in quell'occasione nessuno poteva dire se Taylor non sarebbe vissuto più a lungo senza
trapianto; ma è quasi certo che avrebbe sofferto di meno, poiché un trapianto cardiaco è uno
degli interventi più gravi che esistono.
Tuttavia, il chirurgo sembrava soddisfatto della propria impresa. Riportò il Time (5-5-1975):
«Barnard considera il suo spettacolare trapianto un successo. Ha spiegato che Taylor non era
morto perché l'organismo aveva rigettato il nuovo cuore, bensì in conseguenza di un embolo
polmonare».
Intanto in molte università, soprattutto nei paesi moralmente sottosviluppati, si continuano a
compiere, con un automatismo da ebeti, sempre gli stessi trapianti su animali, semplici esercizi
da laboratorio, con cui i professoroni cercano di sfoggiare dinanzi agli studenti la propria
presunta abilità operatoria, anche se il risultato può essere commentato regolarmente con la
classica frase: «L'operazione è riuscita, ma purtroppo il paziente è morto».

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L'ALBERO DI CUCCAGNA

Com'è possibile che gli esperimenti continuino? E in numero sempre crescente, di anno in
anno, nonostante il perfezionamento di sempre nuovi mezzi sostitutivi, più efficaci e più sicuri?
Devono esservi delle buone ragioni. Eccole:
In primo luogo, il guadagno. La vivisezione è un tipo di "ricerca" che riesce a ottenere tra i
più grossi sussidi finanziari, pubblici e privati, in base al presupposto — errato, ma plausibile
per gli ignari — che più grande sia il numero di animali impiegati, più attendibile debba essere
il risultato.
Vediamo le conseguenze di questo presupposto, in base a un sol caso: quello menzionato
all'inizio, dei 15.000 animali scottati a morte per un unico esperimento inteso a comprovare gli
effetti, già noti, di un estratto epatico.
L'esperimento si trova descritto in Journal of the American Medical Association (vol. 122,
10-7-1943) nonché in Journal of Clinical Investigation (vol. 23, sett. 1944) e venne compiuto
nel laboratorio di ricerche dell'Ospedale Cedars of Lebanon di Hollywood, in collaborazione
con la Scuola Medica dell'Università di California. Il commento degli sperimentatori che «il
numero di animali impiegato è stato sufficiente a fornire risultati statisticamente significativi »
dimostra, se non altro, la loro ignoranza dei princìpi elementari di statistica.
Buttando in aria una moneta, può accadere che essa esca "croce" sei volte di seguito. Ma
continuando a buttare in aria la moneta, comincia a farsi valere la "legge delle probabilità".
Dopo 100 buttate, lo squilibrio non comporterà più di sei, magari otto prevalenze per un lato
della moneta. Andando avanti, questa differenza si riduce sempre di più. Con 500 buttate si è
già vicini al minimo assoluto di differenza. Per cui l'esperimento in esame avrebbe dato gli
identici risultati con 500 animali come con 15.000. Possibile che i ricercatori ignorassero questa
elementare legge statistica? Tutto è possibile. Ma una cosa è certa: impiegando 15.000 animali
si possono giustificare sussidi molto più sostanziosi che limitandosi a 500...
La verità è che non si riuscirebbe a spendere i miliardi che il governo americano mette a
disposizione della "ricerca medica" nel proprio paese e vari paesi esteri, tra cui l'Italia, senza
inventare sempre nuovi esperimenti vivisezionisti per spenderli, oltre che ripetere quelli di
sempre. Prima c'è il danaro, dopo occorre trovare il modo di spenderlo. Così sono state studiate
le temperature anali dei cani da slitta dell'Alaska, il sistema nervoso delle seppie cilene e le
arcate dentali degli aborigeni australiani, Ecco gli incrementi delle spese per la "ricerca" da
parte del governo statunitense: 1 miliardo di dollari nel 1949, 8 miliardi nel 1960, 15 miliardi
nel 1970... È facile capire perché i vivisettori europei guardino agli Stati Uniti con la medesima
emozione con cui i musulmani guardano alla Mecca. Ed ecco come è stata spesa parte di questi
miliardi, danaro dei contribuenti:
un milione di dollari per studiare l'amore materno e filiale delle scimmie (sottraendo i
neonati alle madri);
un milione di dollari per studiare il richiamo sessuale della zanzara;
30.000 dollari per obbligare un mucchio di ratti a diventare alcolizzati, col pretesto di voler
trovare una cura per l'alcolismo umano, sebbene questo abbia sempre ragioni psichiche, mentre
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i ratti sono astemi di natura;
148.000 dollari per scoprire come mai i polli producono penne;
500.000 dollari per studiare la vita amorosa della pulce;
525.000 dollari (tra il 1950 e il 1963) per aiutare il dott. S.C. Wang della Columbia
University di New York a provocare il vomito in cani e gatti con vari metodi (centrifughe,
farmaci, stimolazioni elettriche del cervello ecc.) allo scopo di scoprire le differenze del
meccanismo del vomito tra le due specie;
92 milioni di dollari per il fallimento più clamoroso di tutti, allorché la scimmietta "Bonny"
venne lanciata in orbita terrestre con 150 elettrodi e sensori conficcati nel cervello e in altre
parti del suo sensibilissimo corpicino, per un viaggio previsto di 30 giorni ma interrotto dopo
una settimana, perché la viaggiatrice stava male: morì non appena riportata a terra. Il
formidabile esercito di "scienziati"connessi con questa impresa non riuscì a scoprire la causa
della morte; ma è lecito supporre che la scimmietta sia morta di angoscia, di terrore, di
solitudine. Dopo la morte di Bonny, apparve nel più diffuso quotidiano americano, il Daily
News di New York (10-7-1969), la seguente notizia dell'agenzia UPI:
«Il colonnello John (Shorty) Powers, che si dimise dalla NASA cinque anni fa, ha oggi
criticato il volo abortito di Bonny, la scimmia spaziale, definendolo uno spreco completo e
totale di 92 milioni di dollari del mio danaro. Powers, che nei precedenti sforzi spaziali teneva
informato il pubblico come la 'voce' del controllo, ha detto: Si può imparare di più da un
computer che da una scimmia. Noi abbiamo rinunciato alle scimmie cinque anni fa».
C'è chi pensa che si potrebbero spendere simili somme in modo molto più intelligente e
umanitario, ad esempio per i bimbi abbandonati, per i poveri, gli orfani, gli spastici,
combattendo l'ignoranza o insegnando il controllo delle nascite alle popolazioni
sottosviluppate, tra cui annualmente muoiono di fame centinaia di milioni di individui,
soprattutto bambini.
Un'altra spinta potente alla vivisezione proviene naturalmente dalle ditte farmaceutiche, le
quali se ne servono per ottenere l'autorizzazione di riversare sul mercato una pletora di prodotti
— sempre gli stessi, in nuove combinazioni e sotto nomi diversi — che promettono di riparare i
danni provocati dai prodotti precedenti, e destinati a essere soppiantati al più presto da ancora
nuovi prodotti (nuove etichette, medesimi ingredienti), altrettanto inutili o dannosi, ma che
permettono d'incrementare di anno in anno i già favolosi profitti dell'industria più redditizia del
mondo.
Alle somme che investono le ditte farmaceutiche e a quelle che tutti i contribuenti versano
alla "ricerca" a loro insaputa, si aggiungono le donazioni di privati cittadini alle cliniche
universitarie e associazioni anticancro, che per inveterata abitudine praticano quasi
esclusivamente la vivisezione.
Se il guadagno è una delle principali molle della vivisezione, un'altra è il carrierismo, cugino
del guadagno: il desiderio di assicurarsi, senza sudore proprio, una laurea, un professorato, una
fettina di gloria pseudoscientifica, di solito mediante l'ennesima ripetizione di un qualche
esperimento arcinoto, descritto in tutti i trattati di fisiologia, e che ha la stessa importanza
scientifica come se qualcuno si mettesse a reinventare l'ombrello.

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IL SADISMO

Un'ulteriore, potentissima spinta alla vivisezione proviene da una categoria di persone che
forse avrebbero meritato di essere menzionate per prime, essendo all'origine degli insensati
esperimenti fisiologici presentati il secolo scorso come prove di intelligenza: i sadici. Che se è
errato ritenere che tutti i vivisettori siano dei sadici, sarebbe ancora più errato credere che i sadici
non ne formino un'altissima percentuale.
Il sadismo esiste. Gli psicologi ci assicurano che una tendenza al sadismo è in tutti noi,
almeno allo stato latente o in forma lieve. Lo evidenzia già il bambino che strappa le ali a una
mosca, rinchiude il cagnolino nella lavatrice. Ma a questo punto dovrebbe intervenire
l'educazione, per porre un freno al sadismo incipiente. Con la consapevolezza del male che
infligge, le tendenze sadiche di un bambino possono rientrare, magari trasformarsi in
compassione, grazie a una migliore comprensione delle sofferenze.
Ma quando il sadismo si manifesta in un adulto, raggiungendo vertici che ci fanno fremere di
raccapriccio e di sdegno, allora si tratta di una forma patologica: di una malattia, un grave squilibrio mentale. E quale migliore attività per un individuo affetto da tale squilibrio che gli
esperimenti su animali viventi? È l'unica attività che gli consente di soddisfare le sue tendenze
senza incorrere nei rigori della legge, e può inoltre procurargli, senza fatica né talento, un lembo
di gloriola "scientifica" o perlomeno un facile introito.
«Les brutes, que l'habitude rend impitoyables»: così li descrisse il medico belga François
Dejardin, capochirurgo degli ospedali di Liegi, aggiungendo un commento quanto mai rivelatore:
«Ogni essere sano trema alla vista e all'odore del sangue, e si risente di fronte al brivido sacrilego
che in questi individui è espressione di godimento. Io ho visto degli sguardi orribili, esultanti e
fieri del sangue versato, e nei quali si poteva leggere la soddisfazione del vantaggio ricavato:
vantaggio pecuniario o di rinomanza».
Francois Dejardin non è dei nostri giorni, ma lo è un documento pubblicato dal governo
americano, stranamente intitolato Trattamento umanitario degli animali usati nella ricerca1, col
resoconto completo di un'inchiesta condotta nel settembre 1962 da un comitato della Camera dei
Deputati. La parola sadismo vi echeggiò di frequente da parte dei numerosi testimoni convocati,
appartenenti al governo, agli atenei, all'industria. Tutti i testimoni sono nominati nel documento
ufficiale, che consta di ben 375 pagine fitte di stampa. Vi si legge ad esempio:
p. 84: «Il direttore di una scuola medica sembrava parteggiare per quegli individui sadici
quando parlava di una eventuale legislazione restrittiva, e commentò con evidente soddisfazione:
"Se volessi, potrei fare di nascosto qualsiasi cosa e menare per il naso tutti gli ispettori"».
p. 218: «In ogni classe di studenti di medicina se ne può sempre vedere un certo numero con
tendenze sadiche...»
p. 264: «Non c'è nessun controllo sulle persone ovviamente sadiche, che avvolgono le loro
vere motivazioni subcoscienti in una nebbia di termini scientifici».
1

Humane Treatment of Animals Used in Research: Hearings before a Subcommittee of the Commitee on
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Interstate and Foreign Commerce, House of Representatives. U.S. Government Printing Office, Washington, D.C.

p. 311: «È da tempo che le scuole mediche hanno riconosciuto che il ramo attira anche dei
sadici, ai quali l'esercizio della professione offre una maniera socialmente accettabile di sfogare i
propri istinti malsani».
p. 251: «Sono uno studente di medicina veterinaria... Non sono né un sentimentale né un
fanatico. Ma non posso, sotto nessun pretesto, condonare quello che ho visto nel corso di pochi
anni».
p. 346: «Nel settembre scorso frequentai la scuola medica di Chicago. Mi ritirai... Una delle
ragioni era il trattamento crudele cui erano sottoposti gli animali da esperimento. Alcune delle
persone che maneggiavano gli animali sembravano avere definitivamente tendenze sadiche...»
p. 250: «Indurre shock sperimentale, estirpare organi, bloccare l'intestino o l'uretra in modo da
far scoppiare la vescica sono cose di tutti i giorni... Non avete idea di che cosa i professori e gli
studenti sono capaci d'inventare... Immaginatevi, avete dovuto subire un grave intervento
chirurgico, state tra la vita e la morte. Il vostro quadrato di cemento viene pulito con getti d'acqua
gelata. I cani ne vengono investiti anche subito dopo un intervento chirurgico. Non c'è da
meravigliarsi che i più muoiono. Meglio cosi. Se sopravvivono, entro pochi giorni servono per
un altro esperimento. Un cane è sopravvissuto a sette esperimenti ».
p. 311: «Recentemente ho chiesto a un giovane medico come i nuovi studenti potevano
giudicare se ci fosse stato bisogno di dare un analgesico a un cane che sia stato "devocalizzato",
come dicono loro. (Recisione o cauterizzazione delle corde vocali. — N.d.A.) Mi rispose: Oggi
l'opinione prevalente nelle scuole mediche è che i cani non avvertono dolore, i cani non
soffrono...
Se un ricercatore può seriamente respingere l'idea che un animale soffra, quale affidamento
possono dare le sue conclusioni sui risultati di un esperimento? Senza una comprensione
fondamentale del dolore, delle sue cause e del suo significato, che razza di medici vengono
prodotti dalle scuole mediche di oggi?... Un altro medico, più anziano, mi ha detto che nelle
scuole mediche c'è un buon numero di studenti immaturi che compiono, per scherzo, operazioni
che non hanno alcun valore ma che essi considerano divertenti...»
Questa dunque sarebbe l'attuale "scienza medica" che, sfruttando la codardia e l'ignoranza dei
più, e con la complicità spesso involontaria dei grandi mezzi d'informazione, è riuscita a far
credere di essere depositaria di conoscenze occulte che al comune mortale non è dato penetrare, e
da cui dipende la salvezza dell'umanità. Dinanzi a tale Scienza s'inchinano popoli e governi
immaginandola come una dea onnipossente e bellissima, smagliante di ori e broccati, su cui i
sudditi non devono permettersi di alzare lo sguardo. Se avessero il coraggio di farlo, vedrebbero
che la loro imperatrice è nuda e orrenda.
Cupidigia, incompetenza, vanità, insensibilità, sadismo, stupidità, sono le accuse che questo
trattato muove a tutta la pratica della vivisezione. L'atto di accusa che segue non esagera nulla
Non solo perché in tema di vivisezione ogni esagerazione è superflua, ma perché è impossibile.

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PARTE SECONDA

LE PROVE

Occorre ricordare anzitutto alcuni degli iniziatori della cosiddetta "scuola fisiologica
moderna", perché gli odierni rappresentanti della scienza "ufficiale" li innalzano su un piedistallo
e li additano alle nuove generazioni come esempi da seguire. Molti dei loro esperimenti
insensati, compiuti già centinaia di migliaia di volte da due secoli a questa parte, vengono
ripetuti tutt'oggi in laboratori privati o nelle dimostrazioni didattiche.
La caratteristica principale di tutti questi esperimenti è che gli animali non vengono guariti,
ma vengono resi malati. Tutta l'ingegnosità degli sperimentatori si concentra su questo "ammirevole" programma: creare malattie sperimentali, che essendo provocate artificialmente, sono
fondamentalmente differenti da quelle spontanee che esse pretendono di imitare.

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L'ALBA DI UN NUOVO MONDO

Nel 1825, venti anni prima che Claude Bernard trasformasse lo scantinato della sua abitazione
parigina in un laboratorio vivisezionista privato, apparve a Copenaghen, per i tipi di Friedrich
Brummer, un volume intitolato Risultati fisiologici della vivisezione moderna, in lingua tedesca,
che da vari anni era stata adottata nel nord Europa come lingua degli scienziati. L'autore, il
giovane danese Peter Wilhelm Lund, aveva saputo cogliere cosi bene l'umore dell'epoca che la
sua opera risulta « Premiata dall'Accademia Reale di Copenaghen».
A differenza delle relazioni "scientifiche" odierne, quel libro è encomiabile almeno per
l'assenza d'ipocrisia: in tutto il compendioso volume, in cui vengono passati in rassegna migliaia
di esperimenti scelti tra i più "interessanti", non si pretende mai che siano stati di vantaggio
all'umanità. Si trattava semplicemente di soddisfare la "curiosità scientifica" e pubblicare
relazioni che avrebbero forse apportato qualche professorato in un'università o comunque una
certa notorietà come "scienziato".
Sfogliamo questo libro frettolosamente. Tra i tanti esperimenti che il Lund considera degni
della sua raccolta, ce n'è tutta una serie intesa a stabilire quanti litri d'acqua occorre versare nella
trachea di un cavallo per farlo morire, in un capitolo intitolato "Esperimenti sull'assorbimento al
di fuori dell'intestino". A p. 83 vi si legge:
«Già Godwyn aveva osservato che l'animale può sopportare una straordinaria quantità d'acqua
nei polmoni senza subirne danno, e Schlöpfer aveva confermato questi esperimenti con l'acqua e
con molte altre sostanze, facendo osservare che l'immissione andava fatta attraverso un taglio
nella trachea, perché il contatto interno con la laringe causava contrazioni della glottide che
causavano il soffocamento dell'animale. Queste osservazioni vennero confermate nella scuola
veterinaria di Lione, dove alcuni allievi versarono acqua nella trachea di un cavallo per ucciderlo,
però constatarono con stupore che ciò non lo danneggiava, finché non gli versarono nella trachea
30 litri tutti in una volta. Un altro cavallo, sul quale vollero ripetere l'esperimento, morì soltanto
con 40 litri versati in una sola volta».
Dal capitolo "I movimenti del cervello" (p. 149): « In un cane, al quale aveva tagliuzzato
un'estremità, Dorigny riscontrò che ogni incisione dello strumento causava un'accelerazione dei
movimenti del cervello. Allorché il midollo spinale venne reciso sotto il cervello, i movimenti
del cervello si arrestarono, anche se si versavano dei liquidi nelle carotidi. Se si stimolava il
plesso cervicale, i movimenti del cervello riprendevano. Così anche se si allacciava la trachea e
si stimolava un tronco nervoso. Dopo che erano state allacciate le arterie carotidi e vertebrali, i
movimenti si arrestavano, come già avevano riscontrato Bichat e Richerand. Ma il movimento
riprendeva se si stimolava energicamente il plesso cervicale».
Dal capitolo "L'influenza della calamita sul cuore" (p. 191): « Dalla spina dorsale di un
gattino di otto giorni, Weinhold cacciò il midollo con una sonda di ferro. Dopo che il cuore ebbe
cessato di battere, riempì il canale vertebrale con limatura di ferro e vi inserì un filo di ferro, che
portò a contatto con i due poli di una calamita. Dopo 5 minuti riscontrò segni di pulsazione e, per
circa 40 minuti, lievi contrazioni cardiache. Indubbiamente noi vediamo qui una collezione dei
più bei risultati per la fisiologia come anche per la fisica. Sembrano quasi troppo belli! Perciò io
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non oso ancora crederci, prima che siano stati confermati da ulteriori esperimenti».
Evidentemente il Weinhold era un appassionato di gatti. Lund lo cita ancora spesso, tra l'altro
nel capitolo "Esperimenti sull'analogia della forza nervosa ed elettricità" (p. 332):
«A un gatto che non dava segni di vita, riempì la volta cranica e la cavità spinale con un
amalgama di mercurio, stagno e argento. Dopo 20" l'animale mostrò una tale tensione vitale che
sollevò il capo, aprì gli occhi, ristette a fissare il vuoto, tentò di trascinarsi in avanti, cadde
alcune volte sul fianco, si rialzò con visibile sforzo, poi stramazzò, esausto. Intanto la
circolazione del sangue e le pulsazioni erano molto vivaci e continuarono anche quando, dopo
15" Weinhold aprì il torace e il ventre. A un altro gatto, empì solo la volta cranica con
l'amalgama e notò che la pupilla si contraeva, che l'animale si spaventava quando gli veniva
avvicinata una fiamma, che sobbalzava e si metteva in ascolto quando il tavolo veniva percosso
con una chiave».
Il Weinhold si proponeva forse di rimpiazzare il cervello d'un uomo con un amalgama di
mercurio, stagno e argento? Non lo sapremo mai.
Non si contano gli esperimenti intesi a stabilire la dipendenza della circolazione dal midollo
spinale. Flourens li fece su cani, conigli e cavie, ai quali maciullò il midollo fino all'inizio dei
nervi intercostali, e notò che dopo l'operazione la circolazione perdurava per molte ore ancora. A
conigli, oche e polli, Flourens maciullò, oltre a tutto il midollo, anche il cervello, e li tenne in
vita ricorrendo alla respirazione artificiale. La circolazione continuò per un'ora o un'ora e mezzo.
Annunciò che in cani di 8 giorni di età, ai quali aveva maciullato cervello e midollo, la circolazione continuò per un'ora, ma in cani e gatti neonati continuò per un'ora e mezzo.
Salto a piè pari il resto di questo premiato trattato di fisiologia, che consta di 344 pagine, e
passo all'appendice. Vi figura un esperimento eseguito nel Regio Museo di Storia Naturale di
Copenaghen su un gruppo di conigli dallo stesso Lund, in presenza del suo professore J.
Reinhardt, a cui il volume è dedicato. (Un altro vivisettore dedicò un libro consimile alla propria
madre...)
«Primo esperimento: il settimo paio di nervi venne messo a nudo sul lato sinistro; quando il
nervo venne strizzato con la pinzetta, l'animale manifestò dolore e si verificarono contrazioni dei
muscoli facciali; così anche in tutti i casi seguenti, per cui non lo menzionerò più. Altri risultati
non potettero essere osservati, causa la copiosa emorragia causata dall'operazione.
«Secondo esperimento: venne aperta la scatola cranica ed estratto l'emisfero sinistro; il quinto
paio di nervi, coperto dalla corteccia cerebrale, venne messo a nudo e tagliato, mentre l'animale
gridava molto forte. Dal lato sinistro del viso era sparito ogni segno di sensibilità, l'occhio
sinistro era spento e opaco, al contrario del destro. Il settimo paio di nervi venne messo a nudo
sul lato sinistro. Quando i nervi furono strizzati con la pinza si verificarono segni di dolore...»
Gli esperimenti si susseguono con bella regolarità. Solo il quinto non riesce perché, dopo
l'apertura del cranio, l'ablazione dell'emisfero sinistro e la resezione del quinto paio, la bestiola
era già in fin di vita. Passiamo all'ultimo caso della serie:
« Il settimo paio di nervi venne messo a nudo sul lato destro mentre l'animale era scosso da
fortissimi sussulti. La pizzicatura dei nervi produsse nell'animale violenti movimenti e gli cavò
persino delle grida. Dopo messo a nudo il settimo paio sul lato sinistro, l'animale manifestò
dolore mentre il taglio veniva eseguito dietro l'orecchio. Poi venne reciso anzitutto il ramo
nervoso che conduce alla mascella inferiore; l'animale non manifestò dolore. Nemmeno quando
venne pizzicata la parte anteriore del tronco principale. Appena strizzammo i nervi sotto
l'orecchio esterno e più indietro, notammo violente manifestazioni di dolore».
Così si conclude quest'opera premiata da una commissione di altri "scienziati" della Regia
Università di Copenaghen.

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Claude Bernard, il gran sacerdote della vivisezione moderna, si fece costruire un forno
speciale dal quale rimaneva fuori soltanto la testa dell'animale mentre il corpo si disfaceva, e che
lo mise in grado di pubblicare una delle sue tante opere pseudoscientifiche: Leçons sur la
chaleur animale, sur les effets de la chaleur, et sur la fièvre (1876). Così il grande precursore
degli odierni ricerca tori pretendeva di scoprire "il segreto della febbre": come se il calore
corporeo procurato da un forno equivalesse all'aumento di temperatura causato da una malattia!
Egli stesso descrisse minutamente la morte lenta di vari cani e conigli arrostiti vivi, e fece la
grande scoperta che un cane può sopravvivere alla cottura fino all'indomani quando la testa
rimane fuori dal forno.
Claude Bernard è rimasto a tutt'oggi il più ammirato fisiologo della sua epoca, tanto che
avremo occasione di conoscerlo meglio; ma fu soltanto uno dei molti.
Per studiare gli effetti locali degli organismi patologici, un contemporaneo di Claude Bernard,
il prof. Klein, un tedesco che aveva studiato a Vienna sotto il famoso prof. Striker, riferì di avere
iniettato il virus della difterite negli occhi di un gruppo di gatti. L'infezione fu più o meno rapida
e variava d'intensità. In un caso portò all'otturazione degli occhi e alla morte dopo 17 giorni. In
un altro, si era formata un'ulcera profonda, l'occhio si empì di pus, il gatto morì al termine di 15
giorni di sofferenze. In un altro ancora, il male si fece sempre più intenso per 21 giorni fino a
condurre alla perforazione dell'occhio.
Naturalmente c'è chi, per mancanza di esperienza o di immaginazione, non capisce la somma
di sofferenze che si nascondono sotto le parole anodine di una relazione "scientifica": gli animali
chiusi in gabbia, accecati dall'infezione, con la tortura che cresce e gli occhi infettati, le zampe
immobilizzate per impedire che tocchino i punti dolenti, in balìa di tutti gli incomprensibili
soprusi, terrorizzati ogni volta che vedono o sentono avvicinarsi o armeggiare con gli strumenti
uno di quei mostri in camice bianco. Non per niente i filosofi indiani ritengono che animali così
torturati debbano essere reincarnazioni di vivisettori, perché gli indiani, che ancora hanno fede in
una giustizia divina, si rifiutano di credere che l'Essere Supremo permetterebbe altrimenti simili
vergogne.
Il prof. Bouillard perforò in due punti la fronte di un cane con un trapano di acciaio e
introdusse nel cervello un ferro rovente. L'animale urlò per 6 giorni senza interruzione, sebbene
lo sperimentatore cercasse di calmarlo a suon di botte, e per finire dovette ucciderlo per riguardo
al vicinato. Il Bouillard ripetette l'esperimento su di un altro cane, che poi buttò in un fiume per
vedere se riuscisse a nuotare anche così conciato. Il cane vi riuscì, e morì soltanto dopo 16 giorni
di sofferenze.
II prof. Ludimar Hermann dell'Università di Zurigo tormentò un cane per 5 settimane
mediante una corrente elettrica applicata all'encefalo, dopo di che il suo assistente dott. Kreiss si
servì della stessa vittima per praticarle una fìstula gastrica. Hoffmeister, ispirato da Claude
Bernard, volle studiare «l'angoscia degli animali introdotti in un forno...» A un gatto usato per un
esperimento simile era stato in precedenza reciso il nervo sciatico. Un altro gattino vivisezionato
in precedenza per un altro esperimento e poi ripresosi, morì dopo otto minuti alla temperatura di
70°C.
Il prof. Schulz introdusse un cane sotto una campana di vetro piena di fumi d'acido fosforico,
per osservarne gli effetti. Dopo un paio di minuti, tremito e segni di irrequietezza. Un quarto
d'ora più tardi, urla e conati di vomito. Mezz'ora dopo, nuovi urli. Dopo un'ora e mezzo il cane
viene liberato. Tre giorni dopo ripetizione dell'esperimento sul medesimo cane. Alle manifestazioni precedenti si aggiunge la paralisi degli arti posteriori. L'indomani, ripetizione, che dura
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tutta la notte nonostante gli urli sempre più angosciosi, fino alla morte del cane.
Bennet si vantava di avere ripetuto su più di 130 conigli gli esperimenti fatti da Magendie,
per confutare l'opinione di questi circa i nervi spinali e la loro funzione. (Esperimento analogo a
quello fatto da Lund nonché da... Galeno.)
Chaveau sottomise 80 grossi animali — per lo più cavalli e muli giunti alla fine della loro vita
di fatiche — alle torture più raffinate, non per risolvere qualche problema di medicina teorica
ma, come egli stesso affermò, «per constatare il grado di sofferenza che può risultare dallo
stuzzicamento del midollo vertebrale».
Wertheim versava olio bollente sugli animali, oppure acqua ragia a cui poi appiccava il fuoco.
Pasciutin e Petermann spellavano vivi numerosi cani.
«In occasione d'una visita alla scuola di Alfort,» riferisce il prof. Dubois, riferendosi alla
scuola veterinaria fuori dalle porte di Parigi, « ho visto in una grande sala cinque cavalli che
giacevano sul fianco, ognuno circondato da un gruppo di otto allievi, e le cose erano organizzate
in modo che ogni gruppo poteva eseguire otto operazioni, che duravano fino a dieci ore...»
Una di queste operazioni riferita da un altro, naturalmente tutte compiute a vivo, senza una
pietosa goccia di anestetico, comprendeva l'amputazione di uno zoccolo: operazione che non ha
alcun valore pratico, dato che nessuno ha interesse a tenere in vita un cavallo senza zoccolo.
Il prof. Henry Bigelow della Scuola di Medicina dell'Università di Harvard, uno degli
eminenti fisiologi del secolo scorso che ha inutilmente tentato di opporsi alla vivisezione,
descrisse in una sua conferenza uno spettacolo simile visto "all'estero", probabilmente in quella
medesima scuola di Alfort, la più rinomata dell'epoca:
«Un cavallo, spezzato dall'età e dalle malattie, era legato al suolo. Aveva la pelle così
tagliuzzata dai bisturi da sembrare una graticola, gli occhi estirpati, le orecchie recise, i denti
strappati, le arterie messe a nudo, i nervi esposti e sezionati, gli zoccoli forati... Gemeva e
rantolava senza che la morte lo liberasse da queste torture che erano iniziate alle prime ore del
mattino e al pomeriggio duravano ancora. É tutto questo allo scopo confessato di familiarizzare
gli allievi con le reazioni di difesa dell'animale».
Il dott. Legg allacciò i dotti biliari di vari gatti, che poi torturò in continuazione per eccitarne
la secrezione della bile. Le bestiole soccombettero entro un periodo variante dai 7 ai 20 giorni.
(Un uomo afferrato da una colica biliare, spesso impallidisce improvvisamente per il dolore e
crolla a terra. Se all'arrivo del medico la crisi non é passata, gli viene somministrato un
analgesico.) Questi allacciamenti dei dotti biliari sono stati fatti a migliaia (li menziona anche
Claude Bernard) e vengono compiuti tuttora.
I dott. Progler e Femberg rasarono una ventina di conigli e li coprirono di vernice per vedere
quanto tempo avrebbero impiegato a morire: da 24 a 40 ore.
Il dott. Sanderson iniettò del pus a un gran numero di cani per provare la loro resistenza a tale
trattamento. Morirono «per decomposizione del sangue», il primo dopo 5, l'ultimo dopo 7
settimane di sofferenza.
Dopo aver perforato il cranio di vari cani, il prof. Nathagel iniettò acido cromico nel cervello.
I più fortunati morirono entro 3 giorni, tra spasimi atroci, l'ultimo dopo 17 giorni, ridotto uno
scheletro.
Suppongo che la curiosità di chi mi ha seguito fin qui si stia attenuando, che al disgusto
iniziale stia subentrando la noia. (E cosi, nel corso di ripetuti esperimenti, muore anche la
sensibilità umana dei vivisettori.) Ulteriori esperimenti sono qui riferiti principalmente perché un
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professore vivisezionista, Alfredo Leonardi, ‘’libero docente’’ di farmacologia all’Università di
Milano ha dichiarato recentemente al settimanale Epoca che anche i più accaniti raccoglitori di
notizie e di abusi, esperimenti insensati e inutili crudeltà, « riescono a metterne assieme, al
massimo, 15 o 20 » (sic !)
I resoconti seguenti non apportano nulla di essenzialmente nuovo, anche se ve ne sono alcuni
ancora più rivoltanti dei precedenti, come quello compiuto dal francese Brachet, ‘’studioso della
psicologia degli animali’’, che riferì un suo esperimento ‘’morale’’, come venivano definiti a quel
tempo gli esperimenti intesi a indagare sulla psiche :
« Ispirai a un cane la più intensa antipatia, infliggendogli tutti i tormenti possibili, e infine gli
cavai gli occhi. Allora potevo avvicinarlo senza incutergli paura. Non appena gli parlavo, la sua
collera ritornava. Allora gli perforai i timpani e gli versai della cera negli orecchi. Incapace di
udirmi, mi lasciò avvicinare e potei accarezzarlo… Sembrava godere di queste mie carezze ».
Era stato questo prof. Brachet a sventrare una cagna gravida quasi a termine, a porle i cuccioli
dinanzi agli occhi, e a constatare che anche moribonda essa li leccava affettuosamente. Che non vi
siano limiti all’affettuosità del cane, ogni persona normale lo sa fin da bambino. Come tanti suoi
colleghi, anche il prof. Brachet riuscì soltanto ad allargare i limiti della ‘’bestialità’’ umana.
Il prof. Luchsinger del laboratorio fisiologico di Zurigo : « Appena iniziato il soffocamento di un
gattino al quale avevo reciso il midollo toracico osservavo sulle zampe posteriori abbondante
sudore e crampi. Il modo migliore per distruggere il midollo è di penetrare con una sonda
nell’apertura della nuca ». (Pflügers Archiv, 1878, vol. 16, p. 512.)
« Il prof. Goltz di Strasburgo ha immerso in acqua delle rane normali e altre private di cervello,
poi ha lentamente scaldato l’acqua fino a 42°, quando le rane col cervello morivano manifestando
estremo dolore e crampi di genere tetanico ». (Beiträge zur Lehre von den Funktionen der
Nervenzentren des Frosches, Berlino, p. 127.)
L’Italia non ha nulla da invidiare ad altri paesi in materia di vivisezione. Come in ogni città di
Francia esiste qualche scuola, strada o piazza intestata a Claude Bernard, così in Italia ve ne sono di
quelle intestate ad Agostino Gemelli. C’è ben poco di quanto ha fatto Bernard che non sia stato
ripetuto da questo famoso ‘’padre’’ francescano nelle dimostrazioni ai discepoli, ai quali insegnava
‘’la ginnastica del silenzio’’, ossia il taglio delle corde vocali delle vittime, perché la gente fuori
‘’non capisce’’.
Il dott. Binaghi di Cagliari si è assicurato la stima dei vivisezionisti ficcando nei muscoli, negli
occhi, nella lingua, in varie altre parti del corpo di numerosi animali tra cui anche molti cani, dei
pezzi di vetro, spine di pesce, limatura di ferro, spilli e via di seguito, per 135 giorni, onde
« studiare l’effetto di corpi estranei nell’organismo ».
Paolo Mantegazza, l’intrepido professore di patologia generale presso l’Università di Pavia, che
come Claude Bernard ebbe anche ambizioni letterarie (Un giorno a Madera), per compilare la sua
Fisiologia del dolore inventò un nuovo strumento di tortura, una grossa pinza a triplice azione, da
lui denominata ‘’Il Torturatore’’, che si fece costruire espressamente. Con questa compì un’infinità
di esperimenti « per studiare il meccanismo della respirazione e le modificazioni chimiche della
respirazione sotto l’influenza del dolore ».
Un coniglio tormentato con tale strumento per 5 minuti era ancora così irrequieto e tremante 40
minuti dopo, che Mantegazzi non riuscì a contarne le respirazioni, il che era lo scopo
dell’esperimento. A un altro coniglio così tormentato per due ore di seguito il Mantegazza conficcò
ancora quattro chiodi lunghi e sottili nelle gambe attraverso la punta delle zampe e riuscì a
causargli, come egli stesso scrisse, un dolore più intenso che con tutte le altre torture precedenti.
Riferì anche che dopo essere stati torturati per ore nell’apparecchio, due ratti albini finirono con
l’avventarsi l’uno sull’altro e, quando non ebbero più la forza di mordersi, rimasero strettamente
abbracciati, con la bocca spalancata, ansimando e gemendo.
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Le conclusioni del Mantegazza, come sempre avviene in vivisezione, furono contraddette da
altri — in questo caso da Ugolino Musso e Haidenheim, i quali dunque ripetettero gli
esperimenti — e nessuno dei quali ottenne il seppur minimo risultato pratico.
Il Mantegazza rimproverò a un suo collega, Maurizio Schiff, di non essere uomo capace di
indagare seriamente sul dolore perché «troppo pietoso verso gli animali». Tutto è relativo. Schiff
— un tedesco, che a Firenze si era fatto socio della neofondata Protezione degli Animali e aveva
messo su un laboratorio finché lo sdegno popolare lo obbligò a trasferirsi a Ginevra — occupa un
posto d'onore tra i vivisettori dell'epoca, sebbene la sua "sensibilità" lo portasse a recidere le
corde vocali delle sue vittime per impedire che inscenassero, come diceva, «concerti notturni che
potrebbero screditare gli studi fisiologici». Questi suoi "studi" consistevano ad esempio nel
riempire di sabbia, ghiaia e pietre calcaree lo stomaco dei cani dopo averne cucito il piloro
(l'orifizio valvolare per il quale lo stomaco comunica con l'intestino), e nel versare acqua bollente
nello stomaco dei conigli, per vedere quanti giorni avrebbero impiegato a morire.
Va ricordato che tutti questi esperimenti non sono tratti da qualche diario di alienati mentali,
come potrebbe sembrare, bensì dai più rinomati testi di fisiologia, e sono stati riferiti dagli stessi
"ricercatori" che li hanno compiuti; tutti individui ammiratissimi dai loro colleghi di ieri e di
oggi. A Paolo Mantegazza, che nel 1870 fu nominato senatore del regno, l'Enciclopedia Italiana
dedica una intera colonna, in cui il biografo — presumibilmente anche lui fisiologo — ci
presenta il personaggio, senza ridere, come antropologo, igienista, patologo e scrittore.
Inoltre è da notare che gli esperimenti citati e ancora da citare non sono casi eccezionali o
sporadici, ma sono capostipiti di serie intere di esperimenti identici; identici tranne che nei
risultati, i quali, beninteso, sono sempre diversi.
Il dott. George W. Crile, nel suo trattato Surgical Shock, (ed. Lippincott, New York, 1899)
riferiva esperimenti da lui compiuti su 148 cani, asseritamente per scoprire che cosa sia lo "shock
chirurgico". Una sintesi di quel libro si presenta così: «Ho cosparso alcuni cani di pece e li ho
incendiati. Ho sventrato altri e ho versato acqua bollente nelle cavità, ho tenuto le loro zampe
sulla fiamma ossidrica, ho schiacciato gli organi più sensibili dei maschi (leggi: ho ridotto in
polpa i loro testicoli), ho spezzato tutte le ossa degli arti. Ad alcuni ho cavato gli occhi e ho
raschiato l'orbita vuota. A molti cani ho manipolato l'intestino, oppure ho versato etere nella
trachea. A uno ho sparato con una rivoltella calibro 38, a un altro con una rivoltella calibro 32. A
uno ho manipolato i reni e il fegato, poi gli ho inflitto una grave ferita a un rene, poi gli ho
sparato con una rivoltella calibro 32». (E così per 155 pagine.).
Dopo il libro del Crile, e fino ai giorni nostri, sono usciti innumerevoli altri lavori che,
basandosi su torture di cani, gatti e rane, hanno tentato inutilmente di spiegare che cosa sia lo
shock clinico dell'uomo.
Il libro del Crile segna una degna conclusione di quel secolo che aveva visto nascere ed
espandersi il metodo sperimentale in medicina col pretesto che l'umanità potrebbe profittarne: e
ciò nonostante lo scetticismo di alcuni dei più eminenti clinici e chirurghi di quel tempo, nonché
le vibrate proteste di praticamente tutti i grandi uomini.
E mentre nei laboratori venivano inventati i succitati esperimenti nonché innumerevoli altri, e
poi duplicati e moltiplicati con infinite varianti che ammassando sterili dati di fatto offuscavano
anziché avanzare l'arte medica, questa stessa arte medica aveva fatto per proprio conto grandi
passi avanti, senza occuparsi dei vivisettori.
Gas esilarante, cloroformio, etere, digitalina, atropina, iodio, chinino erano stati scoperti senza
vivisezione. Mezzi diagnostici come il termometro da febbre, lo stetoscopio, l'auscultazione, la
percussione, erano stati inventati senza servirsi di animali. Pasteur aveva annunciato la teoria
32

bacillare dopo avere studiato al microscopio le fermentazioni della birra e del vino, spiegando
l'importanza dell'igiene ippocratica e introducendo l'asepsi, Roentgen aveva scoperto i raggi X,
senza fare ricorso agli animali, così come pochi anni dopo i Curie dovevano scoprire il radium.
Se togliessimo tutto questo, alla moderna medicina clinica non rimarrebbe praticamente più
nulla. E in virtù di tutte queste scoperte, la chirurgia aveva potuto fare in pochi anni giganteschi
passi avanti, per merito dei vari Clay, Fergusson, Tait, Treves, che tutti avevano pubblicamente
dichiarato di essere stati solamente ostacolati dagli esercizi vivisezionisti.
Costoro riportarono in pochi anni l'arte chirurgica, dal pantano dell'oscurantismo medievale, a
livelli quasi paragonabili a quelli dell'antica chirurgia persiana, indiana ed egizia. Ma ritorneremo
sul progresso chirurgico in un capitolo a parte. Prima dobbiamo vedere come i fisiologi del
secolo scorso, dopo avere ingannato se stessi, passarono a ingannare gli altri, dando a intendere
alle nuove generazioni che quelle pratiche non fossero per nulla corrotte e controproducenti, ma
addirittura utili e ammirevoli.

33

VENTESIMO SECOLO

Ivan Pavlov, premio Nobel 1904, allievo di Cyon, il quale era stato allievo di Claude Bernard,
può simboleggiare il trasporto della grande fiamma vivisezionista dal secolo scorso al nostro.
Lavorando nel suo laboratorio di Mosca, con una settantina di assistenti, Pavlov "scoprì" ciò che
già sapevano gli antichi: che basta la menzione del cibo per produrre salivazione e secrezione di
succhi gastrici. Le sue opere complete, riedite a Mosca nel 1955 in lingua inglese, rappresentano
un vero e proprio monumento alla futilità vivisezionista. Pavlov era anche un appassionato di esperimenti sul cervello, il che è sempre sintomatico dello stato mentale dello sperimentatore. Di
alcuni cani che aveva operato al cervello in due tempi, Pavlov descrisse le manifestazioni di dolore, il nervosismo, l'estrema sensibilità e lo stato convulsivo, marcato anche — con evidente
stupore di tanto "scienziato" — da attacchi dì ostilità verso il torturatore. In una relazione del
luminare si legge : «La gravità delle convulsioni si accresce fino alla morte, che sopravviene due
anni dopo l'operazione». Due anni...
Ma il cane che Pavlov ricordò con particolare affetto e che forma l'invidia di tutti i vivisettori
fu uno che, nel corso di due anni, sopportò ben 128 interventi chirurgici prima di passare a miglior vita.
Un essere umano non sopporta nemmeno per alcuni secondi un granello negli occhi. Quelli
dei gatti e dei conigli sono molto più sensibili di quelli dell'uomo. Non si possono nemmeno contare gli esperimenti in cui venivano bruciati gli occhi di gatti e conigli con varie sostanze
irritanti. Ad esempio olio di mostarda, come riferito da American Journal of Physiology nel 1904.
Ad alcuni gatti venivano recise le palpebre per rendere più efficace la bruciatura. Semplice
preludio di orrori a non finire che, ideati nel nuovo mondo, dovevano trovare un numero sempre
crescente di imitatori in quello vecchio.
Dott. von Lesser, Lipsia: «Sonnenberg ha fatto ancora una serie di esperimenti su conigli e
cani ai quali immerse varie volte le zampe in acqua bollente, facendo l'esperimento in parte su animali ai quali aveva reciso il midollo spinale, in parte no... Il sesto animale, un grosso pastore
tedesco, morì al termine di 36 ore dopo tre immersioni in acqua bollente». (Handbuch der
allgemeinen Pathologie, prof. Krehö Heidelberg, 1908.)
«Le rane spellate rimasero in vita per 20, al massimo 30 ore: una rana di controllo, che io misi
spellata in soluzione di Ringer, sopravvisse per tre giorni e mezzo». (Archiv für experimentelle
Pathologie und Pharmakologie, Leipzig 1909, p. 412.)
«A vari cani fornitigli dagli accalappiacani municipali il prof. Sauerbruch di Zurigo ha
trapiantato lo stomaco nella cassa toracica.» (Korrespondenzblatt für Schweizer Aerzte, N. 21,
1911, p. 754.)
Il prof. Monakow e il dott. Minkowsky di Zurigo fecero numerosissimi esperimenti sul
cervello ed estirparono gli occhi a cani e gatti. Le loro osservazioni: «Non è stato possibile
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mantenere in vita gli animali per più di 3-4 mesi dopo l'operazione». (Dall'Istituto anatomico del
cervello, Università di Zurigo, trattato di abilitazione del dott. Minkowsky, 1913.)
Parabiosi, esperimenti in cui due o più animali vengono cuciti insieme per formare gemelli
siamesi, si facevano un tempo e si fanno ancora oggi. L'osservazione dell'uremia in animali cuciti
insieme è stato l'oggetto di moltissimi di questi esperimenti, in cui venivano estirpati i reni
oppure legato l'uretere. Circa il tempo necessario per far morire di uremia artificiale gli animali
ci informano Limbeck e Ascili: sopravvivono al massimo 15 ore, di solito muoiono dopo 8 ore.
(Zeitschrift für experimentelle Therapie und Pathologie, voi. 6, folio 1, 1909.)
Un tempo, dopo che erano stati cuciti l'uno all'altro, gli animali venivano legati insieme con
cordicelle per un periodo variante dai 5 ai 7 giorni, in modo che non potevano muoversi. A causa
della suppurazione che ne derivava fu necessario cambiar metodo: gli animali vennero ingessati.
Anche questo metodo non funzionava... «Era sorprendente con quanta rapidità, anche se si usava
un'imbottitura, si manifestavano deformazioni della cassa toracica, che probabilmente in molti
casi erano state la causa della morte.» (Dott. J. Froschbach, Archiv für Experimentelle
Pathologie und Pharmakologie, 1909, voi. 60.)
Dato che la cucitura solo per la pelle si dimostrò insufficiente, poiché gli animali riuscivano a
separarsi strappandosi la pelle, si cominciò a unirli cucendoli insieme anche per i muscoli e la
pancia. A volte però gli animali riuscivano a separarsi egualmente, lacerando i tessuti e il
peritoneo, con fuoruscita degli intestini.
Il prof. Walter R. Hess di Zurigo, premio Nobel 1949, ha sperimentato oltre che sui gatti e
sulle scimmie, anche sulle rane. In un esperimento in cui aveva usato 50 rane scrisse: «Attraverso
i movimenti primari dell'animale che era fissato mediante spilli si provocano indubbiamente
dolori intensi, che poi si trasmettono al vago...» (Pflügers Archiv, 1922, p. 197.)
Esperimenti sul riflesso delle pupille fatti con più di 200 gatti, dopo che ai gatti era stato
estirpato il nervo ciliare con tutto il nodulo nervoso:
Il gatto viene cucito in un sacco dal quale emerge solo la testa e viene legato a una cassa in cui
si trova un cane. Facendo abbaiare furiosamente il cane si nota: dopo tre minuti e mezzo, sudore
delle palme delle zampe del gatto; dopo quattro, pelo irto; dopo cinque, dilatazione della pupilla.
Dopodiché viene estirpata al gatto la ghiandola surrenale e si ripete l'esperimento.
Il gatto viene immerso varie volte in acqua a 8° e poi nel suo stato bagnato viene esposto alla
corrente di un ventilatore.
Il gatto viene immerso in acqua gelata. Dopo 3 minuti esso comincia a tremare, dopo 10
minuti si nota dilatazione della pupilla. Dopodiché gli viene estirpata la ghiandola surrenale e si
ripete l'esperimento.
Viene tesa una striscia di tela gommata sul naso e sul muso del gatto. La morte per
soffocazione sopravviene in 40 secondi. (American Journal of Physiology, marzo 1923.)
C'è qualche altra proposta originale?
Blum notò negli animali privati della glandola paratiroidea chiari segni di mutazioni
psichiche. Gli animali soffrivano di allucinazioni, a volte si accanivano contro se stessi, si
graffiavano violentemente fino a procurarsi profonde ferite sul muso e negli occhi... Altri erano
istupiditi, rimanevano immobili col capo chino e gli occhi spenti, poi barcollavano e cadevano.»
(Schweiz, medizinische Wochenschrift 1925, vol. 28, p. 657.)
Il prof. Strauch di Berlino, volendo scoprire nel 1927 se i gatti mangiano carne umana, fece
ricorso a ciò che gli sembrava un materiale adatto: cadaveri di bambini nati morti, messi a
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disposizione da un istituto statale. I cadaverini vennero portati in un sotterraneo insieme a un
gatto al quale veniva data solo acqua. Poiché dopo vari giorni d'inedia il gatto non aveva toccato
un cadavere, per sollecitarne l'appetito il prof. Strauch gli diede un po' di carne proveniente dalla
sezione di un altro cadavere, che il gatto subito divorò. Dopodiché il gatto mangiò un orecchio e
un braccio di un piccolo cadavere.
Questi esperimenti vennero ripetuti con altri cadaveri e diversi gatti. Il prof. Strauch coronò il
suo lavoro pubblicando le immagini dei cadaveri straziati. (Deutsche Zeitschrift für die gesamte
gerichtliche Medizin, vol. 10, fol. 4-5.)
Il prof. J. Barcroft del Laboratorio Fisiologico di Cambridge descrisse in due articoli in
Journal of Physiology una serie di imprese da lui iniziate nel 1927, in cui obbligava un cane a
nuotare in acque profonde dopo avergli estirpato la milza, e costringeva un altro così operato a
correre dietro una bicicletta su una distanza di 4 miglia alla velocità di 12 miglia l'ora.
American Journal of Physiology (genn. 1927) riportava un resoconto di esperimenti compiuti
su 30 cagne gravide dai dottori Rogoff e Stewart di Ohio nella Western Reserve University, in cui
alcune di queste cagne morirono dopo lunga agonia durante la quale « urlarono come matte ». La
medesima rivista riportava un articolo intitolato "Interruzione della gravidanza attraverso
ovariotomia nell'opossum," dalla sezione di Zoologia dell'Università del Texas. Vennero
impiegati centinaia di opossum, i graziosi, affettuosi marsupiali. Dopo che tutto l'apparato
genitale era stato macerato, o bruciato, o rimosso, o sezionato, o cauterizzato, il periodo di
sopravvivenza variò dai 2 ai 30 giorni, durante i quali gli animali operati vennero sottoposti a
continui esami e sollecitazioni varie. Che questi esperimenti su animali gravidi siano estremamente popolari lo dimostra la lunga lista bibliografica che; comprende esperimenti del
genere compiuti su mucche, cagne, coniglie, cavie e scimmie.
Come nasce l'indicazione per un esperimento di un farmaco? Un esempio: il medico svizzero
Hermann Siegwart constata che un rimedio popolare nominato "Kombucha" ha effettivamente
grandi poteri curativi, lo fa analizzare da un chimico, ne isola l'agente benefico e ne ordina la
fabbricazione industriale. Gli effetti sono ottimi, ma il professore non riesce a smerciare il
preparato: questo non viene raccomandato dai colleghi perché è ancora in odore di "medicina
popolare". Adesso la parola all'interessato:
«Secondo me questa reticenza doveva cessare con la pubblicazione dei protocolli di
esperimenti animali. Feci prove con numerosi cani, gatti, conigli e topi bianchi. Li feci ammalare
con del Vigantol, che causa grave calcificazione dei vasi e di molti organi, e il loro stato migliorò
con somministrazioni di Kombucha». (Die Umschau, vol. 42, 1929.)
Stato dei gatti resi malati dal dott. Siegwart nel corso di queste prove: «Mediante tre gocce di
Vigantol al giorno per ogni chilo di peso corporeo, il gatto si ammala entro 8-12 giorni, vomita e
rifiuta il cibo. Dopo ulteriore somministrazione mediante sonda gastrica, rifiuto ostinato di
mangiare, sete inestinguibile, perdita di 50% del peso, sangue nell'orma, incapacità di reggersi in
piedi, la morte sopravviene dopo tre settimane. Somministrazione di Kombucha invece guarisce
la malattia ».
Lancet, la più autorevole rivista medica inglese, nel maggio 1930 riferiva esperimenti di
ostruzione intestinale compiuti su un gruppo di cani ai quali era stato allacciato il condotto anale,
impossibilitando l'uscita delle feci. La morte sopravvenne dopo gravi sofferenze tra il quinto e
l'undicesimo giorno. In una ripetizione dell'esperimento su un altro gruppo, i cani ci misero da 8
a 34 giorni per morire. Esperimenti identici erano già stati fatti a migliaia da Claude Bernard e
tutti gli altri vivisettori della sua epoca, e continuano tutt'oggi.

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Siamo arrivati al 1931. Il cancro è in aumento, cosi anche il diabete, l'epilessia, le psicosi, le
nevrosi, le artrosi, le malattie reumatiche, cardiache e circolatorie: esattamente quelle per cui i
ricercatori più si accaniscono sugli animali; intanto i progressi effettuati, che piano piano
risollevano l'arte medica ai livelli ippocratici, non hanno avuto nulla a che fare con la
vivisezione. Ciò nonostante, la furia sperimentatrice è in aumento, dilaga, inghiotte ovunque
somme sempre più cospicue del patrimonio nazionale, con la complicità o per l'apatia dei
governanti, che si dichiarano incapaci di giudicare meriti o demeriti degli "scienziati" accreditati.
Si ripetono ovunque gli esperimenti già fatti da Galeno, ai quali se ne aggiungono sempre dei
nuovi. In Germania, alla clinica medica Lindenburg dell'Università di Colonia si legano alcune
babbuine al tavolo di contenzione con le gambe tese in aria ad angolo retto e vengono introdotti
cateteri e cistoscopio nella vescica e nei reni. Nessuna scimmia sopravvive per più di due esperimenti, perché i cateteri e il cistoscopio sono troppo grossi e lacerano l'uretra. Inoltre è stato
impossibile immobilizzare completamente gli animali non anestetizzati, come riferiva Deutsches
Archiv für Klinische Medizin (vol. 170, fol. 3, 25-3-1931.)
Il Journal of Clinical Investigation del marzo 1945 riferiva una serie di esperimenti in cui
veniva osservata la morte lenta di centinaia di cani ai quali erano stati schiacciati gli arti con la
Blalock Press nel Reparto radiologico dell'Università di Rochester, New York. Quattro
sperimentatori volevano dimostrare che altri non avevano condotto i precedenti esperimenti con
l'auspicabile serietà. Dichiararono: «Nonostante un grande numero di relazioni sullo shock, c'è
sufficiente mancanza di standardizzazione per dare adito a confusione e controversie».

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PER IL BENE DELL'UMANITÀ

Nel reparto di Psicologia dell'Università del Minnesota, "per causare reazioni" in una scimmia
antropoide, il genere più vicino all'uomo, le venne scoperchiato il cervello, si tagliò via una parte
del tessuto, la ferita venne trapanata a più riprese, e durante varie settimane la scimmia venne
assoggettata a tutte le stimolazioni dolorifiche che gli sperimentatori riuscivano a escogitare onde
ottenere "reazioni" da un animale in quelle condizioni. Dopo varie prove fatte con elettrodi
conficcati nel cervello, la scimmia strappò via le bende, infettando la ferita. Poi venne obbligata
a correre e a rimanere senza interruzione in attività frenetica per una trentina di minuti finché,
esausta, crollò e rimase bocconi sul pavimento sopportando tutte le ulteriori provocazioni senza
più reagire.
Intanto nell'Università di Buffalo si voleva constatare l'incremento di adrenalina in gatti non
anestetizzati durante svariate stimolazioni comprendenti scosse elettriche, asfissia, immersione in
acqua gelida e terrore indotto da latrati di cani vicini. Tutte queste prove vennero ripetute sugli
stessi gatti dopo che erano state estirpate le capsule (glandole) surrenali.
A Oxford, nel 1948, oculisti inglesi vollero studiare sugli occhi di conigli non anestetizzati
l'effetto di dieci irritanti. Precisò il British Journal of Ophtalmology: «L'edema della cornea può
assumere proporzioni fantastiche, a volte la cornea si gonfia fino a raggiungere venti volte lo
spessore normale». In alcuni casi, gli occhi «si disintegrano e si squagliano».
Come risulta da dispense americane, Proceedings of the Association for Research in Nervous
and Mental Diseases (vol. 27, pp. 362-399, 1948), ricercatori dell'Università Johns Hopkins
inducevano collera, paura e altre manifestazioni di angoscia in gatti in una lunga serie di
esperimenti iniziati nel 1928 e protrattisi ininterrotti per numerosi anni. In uno studio tipico, i
ricercatori riferirono:
«Abbiamo pizzicato la coda, le zampe e gli orecchi dei gatti. Li abbiamo sollevati per la pelle
lasca della schiena e li abbiamo scossi. Li abbiamo presi a schiaffi e constatato le loro reazioni
alla restrizione...» (Dopo un'operazione) «applicammo a un gatto stimolazioni dolorifiche molto
intense e prolungate... Quando lo legavamo in decubito dorsale sul tavolo di costrizione o lo
sollevavamo per la pelle del dorso e lo scuotevamo violentemente, o lo schiaffeggiavamo o gli
strizzavamo la coda con le dita, il gatto emetteva solo qualche flebile lamento. Quando la coda,
posta tra le ganasce di una grossa morsa chirurgica, veniva schiacciata, il gatto urlava e tentava di
evadere... Durante i 139 giorni di sopravvivenza venne sottoposto, ogni due o tre giorni, a varie
stimolazioni dolorifiche... In un'occasione, la sua coda rasata e bagnata venne stimolata
tetanicamente attraverso elettrodi connessi a un "induttore di Harvard" attivato da 4,5 volt.
Quando il voltaggio venne portato a 13 il gatto si mise a gridare... Alla fine di una stimolazione
di 5 secondi con l'induttore a 5, il gatto soffiò due volte e cacciò urli violentissimi. L'ultima di
queste stimolazioni elettriche gli produsse un'ustione di terzo grado sulla coda.»
Il Johns Hopkins, dove venne compiuta una lunga serie di esperimenti simili, è uno dei più
noti centri medici del mondo. Per non essere da meno, altri atenei vollero imitare e possibilmente
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"migliorare" quegli esperimenti, come nel caso seguente:
«All'Università dell'Oregon stimolazioni dolorifiche vennero applicate a gatti mediante calore
a livello dolorifico del pavimento e mediante punzecchiature con spilloni. In reazione alle punture delle palme delle zampe, alcuni gatti saltavano in aria fino a sbattere col capo contro il
soffitto dell'apparecchio da esperimento. Se ricadevano sugli spilli, aprivano vigorosamente le
zampe a ogni contatto e a volte tentavano perfino di mantenersi in equilibrio sulle zampe
anteriori, tenendo le zampe posteriori sollevate in aria...» Il precedente esperimento si trova
descritto in questi termini nel Journal of Neurophysiology, 1958, 21, pp. 353-367.
Una notizia della United Press ha riferito un esperimento in cui un gruppo di gatti è stato
spellato vivo sotto il più futile dei pretesti: Essendo uno stimolante, l'adrenalina ha il potere di
alzare la temperatura nell'organismo. Inoltre è risaputo che la pelle regola la temperatura
dell'animale. Due fisiologi della scuola medica dell'Università di Buffalo, USA, Charles
Whitcher e Fred Griffith jr., volevano confermare una loro teoria secondo la quale in un animale
spellato vivo, nemmeno la somministrazione di adrenalina avrebbe potuto arrestare
l'abbassamento della temperatura corporea dovuto allo spellamento.
Quindi a 14 gatti strapparono via tutta la pelle. A ognuno venne dato ciò che gli
sperimentatori definirono un anestetico sotto forma di Uretano; senonché l'Uretano non è un
anestetico bensì al massimo un sonnifero, che non elimina minimamente il dolore. Però
presentava un doppio vantaggio: intorpidiva la muscolatura dei gatti rendendoli incapaci di
difendersi, e non causava abbassamento di temperatura, come avrebbe fatto un anestetico: e ciò
era importante, poiché si trattava di controllare l'abbassamento di temperatura dovuto allo
spellamento e non a un farmaco. Dopo che ogni gatto era stato spellato, gli sperimentatori gli
introdussero un termometro nel retto e gli somministrarono l'adrenalina. Risultato: si constatò
che la temperatura di un gatto spellato vivo diminuisce anche se gli viene somministrata adrenalina. (Ulteriori particolari di questo esperimento, uno dei tanti, in American Journal of
Physiology, vol. 156, gen. 1949.)
Un esperimento per studiare le conseguenze di congelamento d'arti nei quali è stato distrutto il
sistema nervoso si trova descritto in Yale Journal of Biology and Medicine (1949), e fu compiuto
nelle scuole mediche delle Università di Yale e dell'Indiana. I vivisettori, che volevano vedere se
l'effetto del congelamento fosse più severo o meno in un arto i cui nervi erano stati recisi
chirurgicamente, conoscevano la risposta in precedenza, tanto che nella loro relazione ricordano
che Hyndman e Wolkin avevano già riferito che in pazienti umani la pelle rimane più a lungo
calda quando i nervi sono stati recisi.
« In base alle conoscenze esistenti, » osservarono i vivisettori, «era da aspettarsi che il taglio
del simpatico avrebbe prodotto una protezione contro il congelamento.» Dunque da una parte
essi già sapevano che cosa aspettarsi, dall'altra difficilmente potrebbe essere stato lo scopo
dell'esperimento di consigliare il taglio del simpatico a chi volesse evitare il congelamento.
Tagliarono anzitutto i nervi delle cosce di 10 cani, ai quali vennero poi accordati 10 giorni di
tempo per rimettersi dall'operazione, dopo di che ebbe inizio l'esperimento vero e proprio. zampe
di ogni cane vennero rasate e poi immerse in una sostai congelante di etere raffreddato da
biossido di carbonio solido (ghiaccio secco), a una temperatura variante tra i 15° e i 20° sotto
zero. Con le zampe irrigidite dal congelamento, i cani vennero relegati nelle rispettive gabbie e
dovettero provare il tormento di un arto congelato che comincia a sgelarsi.
Le zampe cominciarono a gonfiarsi, in alcuni casi al punto lacerare la pelle. I vivisettori
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annotarono l'estensione del gonfio re. Le loro osservazioni continuarono finché sopravvenne la
cancrena negli arti martoriati. Non tutti i cani morirono, ma in tutte le zampe rimasero
gravemente deformate, e in alcuni si staccarono letteralmente dal corpo.
E adesso in breve due esperimenti al Reparto di Psichiatri della Scuola Medica dell'Università
dell'Illinois.
Al primo ho accennato in apertura del capitolo Scienza o Follia?, ed era stato riportato nel
numero di settembre 1949 dell'American Journal of Physiology (vol. 158, N° 3, pag. 478-484) dai
due vivisettori che lo avevano compiuto. Essi sapevano in anticipo che disturbi del sistema
nervoso centrale sono parzialmente correlati alla concentrazione di anidride carbonica nel
sangue: inalazione di questa può causare ansito, convulsioni e coma. D'altro canto un leggero
attacco epilettico può essere alleviato attraverso respirazione forzata di un'alta concentrazione di
anidride carbonica.
Già al corrente di tutto questo, i vivisettori vollero stabilirlo statisticamente, ricorrendo a 13
gatti. Ognuno nelle parole de vivisettori, venne paralizzato chimicamente, dopodiché fu necessaria la respirazione artificiale per mantenerlo in vita. Fissato al tavolo di contenzione, gli venne
segata via la cima del cranio per mettere a nudo il cervello. I gatti ebbero trattamenti diversi. Alcuni respirarono l'aria normale dell'ambiente; altri, varie concentrazioni di anidride carbonica. In
altri ancora vennero provocate convulsioni mediante iniezioni endovenose di vari preparati:
bicarbonato, acido cloridrico, cianuro di sodio e metrazol.
Un gatto dovette sottostare a un intervento chirurgico supplementare: i vivisettori gli
tagliarono la gola e gli allacciarono le carotidi.
Un'ora dopo l'inizio di queste operazioni ogni gatto ricevette il colpo finale: il cervello esposto
venne "congelato rapidamente", mediante versamento nella cavità cranica di aria liquida, Che ha
una temperatura di 220° Fahrenheit sotto zero. Naturalmente i gatti morirono, e gli "scienziati"
arrivarono alla "conclusione" di quanto già sapevano: la respirazione di anidride carbonica «alza
il livello convulsivo per certi farmaci e per la scossa elettrica, ma abbassa questo livello per altri
farmaci».
Nel numero di settembre 1949, Journal of Neurophysiology (vol. 12, N° 5, pp. 315-323), un
altro gruppo di scienziati riferisce ancora un esperimento su gatti, fatto nel Reparto di Psichiatria
della scuola medica dell'Università di Chicago.
Il vivisettore George Howard Pollock voleva ripetere esperimenti fatti da altri e dimostrare
che convulsioni possono essere fermate in un animale, sia che questi sia stato traumatizzato mediante scosse elettriche fino a 100 volt, sia che abbia ricevuto dosi massicce di farmaci
convulsivanti come metrazol, insulina, picrotoxin, coryamyrtin, assenzio, stricnina o canfora.
Il vivisettore procedette nel modo seguente: diede a ogni gatto la solita "leggera" anestesia,
tagliò in profondità la coscia posteriore, e mise a nudo le vene principali. Inserì un tubo per la
respirazione nella bocca di ogni gatto, tubo che arrivava fino all’inizio dei polmoni. Segando via
la volta cranica mise a nudo il cervello. Con la bestiola in questa condizione, l'anestesia venne
interrotta e il gatto venne paralizzato con una sostanza chimica.
Mettiamoci al posto del gatto. La "leggera" anestesia è scomparsa, ma lui è paralizzato da un
farmaco immesso nella vena, tanto da non poter respirare, e viene tenuto in vita con la respirazione artificiale attraverso un tubo inserito nella laringe. Un elettrodo è fissato a una zampa
anteriore per la somministrazione di scosse elettriche, un altro a una zampa posteriore. Sulla
volta cranica, in parte mancante, vengono fissati due altri elettrodi per misurare le onde cerebrali
che indicheranno l'intensità delle convulsioni che gli verranno procurate.
Il vivisettore riferisce che le prime prove vennero fatte con dosi di metrazol non
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convulsivanti, poi vennero date dosi più forti, convulsivanti, e su ogni animale vennero
sperimentate concentrazioni diverse di ossigeno e anidride carbonica. Gli intervalli tra un
tentativo di indurre convulsione e l'altro variavano dai 5 ai 30 minuti. Numerosi tentativi vennero
fatti su ogni animale.
Pollock riuscì questa volta a dimostrare esattamente ciò che era già stato dimostrato molte
altre volte.
Riferendo un esperimento da laboratorio sul fumo, il settimanale Time ha pubblicato in data
18-2-1952: «Venne strappato il filamento dagli occhi dei conigli e vennero recise le palpebre
superiori. La macchina soffiò fumo negli occhi mutilati, i conigli morirono in breve tempo».
Il Bollettino del gennaio 1953 della S.P.A. (Protezione Animali) francese ha riferito di una
suora professoressa di zoologia in un institut ménager (scuola per massaie), che eseguiva vivisezioni dinanzi alle sue allieve sezionando davanti ai loro occhi gattini vivi.
Oggigiorno i vivisettori fanno sempre più largo uso di scimmie, soprattutto di primati, gli
animali più simili all'uomo. Uno dei tanti tentativi di interferire con le leggi biologiche naturali
fu compiuto su centinaia di scimmiette rhesus, nel tentativo di far sboccare il flusso mestruale da
canali diversi da quello normale. Ad ogni scimmia veniva aperto l'addome, si tagliava attraverso
il collo dell'utero (cervice) e, lasciando la parte inferiore della cervice nella sua posizione
normale, si trapiantava l'utero insieme alla parte superiore della cervice in un altro sito
dell'addome, in modo che il flusso mestruale potesse aver luogo attraverso l'estremità recisa.
Alcune scimmie soffrirono per anni prima di morire. Quella contrassegnata col N° 872, alla
quale l'utero era stato trapiantato nella cavità peritonea, ebbe un'occlusione intestinale e morì di
perforazione del colon e peritonite 3 anni e 35 giorni dopo l'operazione. Nel frattempo le
mestruazioni erano avvenute mensilmente nella cavità peritonea. La 889 morì per emorragia
causata da cancrena della parte superiore della vagina e della parte inferiore della cervice.
La N° 874, sopravvissuta a complicazioni da ostruzioni del l'uretere con conseguenti
complicazioni renali, emorragie della cervice e una fistula, morì 4 anni, 7 mesi e 12 giorni dopo
la prima operazione. Ci fu una lieve variante nel soggetto 884, in cui la cervice recisa venne
fissata alla parete addominale anteriore; due anni dopo, l'utero venne nuovamente spostato, in
modo che le scariche mestruali si effettuassero attraverso la parete muscolosa inferiore dell'area
rettale. In questo stato pietoso la scimmia venne "osservata" per altri 343 giorni. Trattamento
simile ebbero le scimmie 900 e 907.
E il risultato pratico di tutte queste torture, inflitte a creature cosi intelligenti e sensibili che
molti biologi non possono riscontrare differenze sostanziali tra esse e l'uomo, e per di più del
tutto incolpevoli ? Una bella relazione in American Journal of Obstetrics and Gynecology (N°
66, nov. 1953), che conferiva un'aura di "scienziati" a coloro che erano stati capaci di concepire e
perpetrare una simile scempiaggine e concludeva con l'ormai classico «sono necessarie ulteriori
indagini ». Il che in parlata "scientifica" significa: «Vogliamo ulteriori sussidi».
Da allora è trascorso un ventennio. Sono state fatte le auspicate indagini? Hanno portato a un
qualche risultato pratico? E chi se ne importa? Il pubblico riesce a stento a seguire il fuoco
d'artificio di tutte le nuove mirabolanti promesse: la cura miracolosa del cancro, che è imminente
da due secoli a questa parte; il vaccino contro ogni tipo di raffreddore, che mi era stato
erroneamente annunciato come acquisito negli anni Quaranta a New York, ma che ora sarebbe
stato scoperto sul serio all'Institut Pasteur, e sconfiggerebbe non solo tutti i virus conosciuti, ma
persino quelli non identificati, oltre a quelli che devono ancora nascere. E alla solita svolta si
troverebbe anche la cura del diabete, che ci era stato dato per debellato grazie alla vivisezione fin
dal secolo scorso, ma che per intanto continua tranquillamente ad aumentare.
41

Nel 1954, Journal of Physiology riportava una serie di esperimenti fatti al National Institute
of Medical Research di Londra da W. Feldberg e S. L. Sherwood, che iniettavano varie sostanze
chimiche nel cervello dei gatti. Vediamo cosa accadde a uno cui era stato iniettato del
Tubocurarine:
«Improvvisamente, esso saltò giù dal tavolo e schizzò nella propria gabbia, gridando sempre
più forte e buttandosi contro le pareti. Infine stramazzò, con le zampe e il collo ripiegati, scosso
da rapidi spasmi clonici, mostrando una condizione simile a una grave convulsione (epilettica) ...
Poi si rialzò, si mise a correre a tutta velocità e stramazzò ancora, in preda a un nuovo attacco. Il
tutto si ripetette a più riprese nei 10 minuti seguenti, durante i quali l'animale defecava e
schiumava dalla bocca.» (Morì 35 minuti dopo l'iniezione.)
Esperimenti simili erano già stati fatti innumerevoli volte, ad esempio nell'Istituto Lister di
Londra, su scimmie che di conseguenza impazzirono: una, in preda a convulsioni, si divorò un
dito, un'altra si sbranò un avambraccio. Lo aveva riferito il Lancet del 19-9-1931. Interessante,
vero?

42

OGGI

Col passare degli anni, le torture degli animali si sono moltiplicate e raffinate, e allo stesso
tempo si è addensato il manto di segretezza sotto cui operano i vivisettori, per essere al riparo
dalle leggi che nel frattempo sono state introdotte in tutti i paesi europei, in un patetico tentativo
di mettere a tacere gli antivivisezionisti.
Solo negli Stati Uniti, dove non esistono leggi protezionistiche in materia, i vivisettori
continuano a pubblicare tranquillamente le loro bravate, e il grande pubblico ha imparato a ignorarle, recitando il ritornello: «È per il bene dell'umanità». Anzitutto, il numero sempre crescente
dei nuovi preparati chimici con cui viene gradualmente avvelenata l'umanità presuppone
sofferenze giornaliere per milioni di animali, anche per imposizione di autorità sanitarie la cui
mentalità scientìfica e morale si è arrestata al Medioevo.
Oggi le prove di tossicità vengono fatte con un sistema che gretto empirismo, denominato DL
50 ("dose letale per il 50% degli animali"), e la cui validità è già stata messa in dubbio da molti
scienziati. Queste crudeli prove sono state rese obbligatorie in quasi tutti i paesi fin dagli anni
Cinquanta, per pillole contro i raffreddori, per i tranquillanti, sonniferi, purganti ecc. Le prove
vengono fatte da molte ditte anche quando non sono obbligatorie, a scanso di future
responsabilità, per i nuovi prodotti cosmetici o aggiuntivi della nutrizione, come vari coloranti,
condimenti ecc. per il caso che un giorno si scopra che uno di questi prodotti ha causato danni
alle persone. Il sistema DL 50 consiste nel da una concentrazione del farmaco che faccia morire
avvelenato 50% degli animali, mentre l'altro 50% se la cava, naturalmente ammalandosi (coliche,
crampi), e molti di questi rimangono sospesi tra la vita e la morte per vari giorni, prima di
rimettersi completamente ed essere pronti per altre prove.
Sovente è necessario sottoporre gli animali alla nutrizione forzata per ottenere il risultato
voluto, ricorrendo ad imbuti, già di per sé una tortura. In molti casi la morte degli animali è
causata dal volume stesso di sostanze immesse o dall'altissima concentrazione, non paragonabile
a quella usata in pratica dall'uomo. Poi si ricominciano le prove con dosi minori.
Con questo sistema maldestro al punto da risultare grottesco, e basandosi sul peso corporeo, si
cerca di determinare la dose ottimale o sicura per l'uomo. Uno dei tanti casi assurdi è quello del
ciclammato, bandito in USA, dove gli scienziati sono riusciti a far morire gli animali nutrendoli
con tali concentrazioni di questo prodotto che una persona dovrebbe bere 900 bibite dolcificate
ogni giorno per vari mesi per ingerire un quantitativo analogo. In Svizzera, dove esistono leggi
altrettanto severe, il ciclammato non è stato vietato, perché riconosciuto innocuo.
Per quanto grossolano e inattendibile, questo metodo è raccomandato dall'Organizzazione
Mondiale della Sanità, nel suo Rapporto Tecnico N° 482 (1971), a comprova del catastrofico livello a cui è degradata la moderna medicina "ufficiale" asservita all'industria farmaceutica, cui
questa metodologia conviene: potendo poi sempre giustificarsi, quando si verifica qualche altra
catastrofe farmacologica, asserendo di aver fatto tutte le prove "richieste".
Egualmente crudeli sono le prove con cui si pretenderebbe di accertare l'effetto dei nuovi
tranquillanti che vengono scaricati sul mercato a un ritmo serrato, sia perché il pubblico ha
scoperto l'inutilità di quelli esistenti, sia perché non si riesce più a nasconderne la dannosità (v. il
43

caso del Talidomide). Psychopharmacology Abstracts, voluminosa rivista pubblicata a cura del
Ministero della Sanità americano, contiene praticamente null'altro che resoconti di esperimenti in
cui vari animali vengono sottoposti a una grande varietà di torture, le quali poi vengono ripetute
dopo somministrazione del tranquillante, per vedere in che modo questo modifica il
comportamento.
Esempio (ott. 1973, p. 137): alla fine di una lunga serie di torture, sia traumatiche che
chimiche, somministrate attraverso la coda, un gruppo di gatti ha manifestato: accessi di collera,
tremore, movimenti corporei scomposti, dilatazione delle pupille, salivazione. Somministrato il
tranquillante in esame, vennero ripetute le medesime stimolazioni dolorifiche. Prove compiute
nel reparto di neurofarmacologia di un istituto psichiatrico di Filadelfia, l'Eastern Pennsylvania
Psychiatric Institute.
Tutte queste prove odierne, fatte principalmente nell'interesse dell'industria, sono in aggiunta
a quelle che fanno i vari cervelloni universitari o privati per afferrarsi un lembo di gloria
"scientifica" o per diletto personale.
J.W. Brady, immobilizzate varie scimmie negli apparecchi contenzione, le ha sottomesse a
una scossa elettrica ogni 20 secondi per periodi "sperimentali" di 6 ore. Dopo 23 giorni, ne
scimmie morirono improvvisamente per ulcere allo stomaco Lo ha riferito Scientific American
nel 1958.
Nei laboratori dell'Ospedale Veterans Administration di North port nello Stato di New York,
due nidiate di gattini vennero sottoposte dallo "scienziato" Emanuel Storer e assistenti al
seguente "esperimento" nel tentativo di indurre pazzia nelle bestiole:
Fin dall'età di 7 giorni e durante i 35 giorni successivi, venero inflitte ai gattini 5.000 scosse
elettriche attraverso le zampe posteriori: fino a «700 scosse al giorno». I gattini divennero
«spaventati e apatici, evidenziando un'anormale sonnolenza aggressività. A volte si ritiravano
fino all'angolo più lontano della gabbia». (Le scosse vennero somministrate durante il periodo
dell'allattamento.) «Il comportamento della madre è degno nota», scrissero gli sperimentatori,
aggiungendo testualmente «Quando la madre capì che i suoi piccoli ricevevano scosse elettriche
ogni volta che lei li allattava o che le erano vicini, essa cominciò a fare di tutto per contrastare lo
sperimentatore, servendosi delle unghie, poi cercando di mordere il filo elettrico, per finire
addirittura abbandonando i suoi piccoli e correndo il più lontano possibile ogni volta che gli
elettrodi venivano fissati alle zampe dei gattini. Il suo atteggiamento verso i gattini, quando
venivano rimossi gli elettrodi, era indicativo di un profondo amore materno: si precipitava verso
di essi, cercando di nutrirli e confortarli in ogni modo possibile». Quando dopo una prolunga
interruzione, intesa a dar modo alle bestiole di rimettersi, sperimento venne ripetuto, i gattini,
secondo gli sperimentatori «...tendevano a riprendere il loro comportamento schizofrenico di
prima». (Journal of Genetic Psychology, vol. 102, pp. 55-60, 196
Surgery, Gynecology and Obstetrics (mar. 1968) portava la relazione di un esperimento in cui
erano stati incisi gli occhi di 45 cani 47 conigli per osservare il "processo di riparazione" nei 7
giorni successivi. (La considerazione che gli occhi umani reagiscono in modo diverso è
irrilevante a questo punto. Le ferite dell'occhio umano sono state osservate e riportate
minuziosamente dagli oftalmologi di tutto il mondo nel corso degli anni e le relative relazioni
sono a disposizione di qualsiasi studioso serio. La medesima considerazione vale per tutti i rami
della fisiologia.)
Nel 1969, il British Journal of Ophtalmology ha comunicato che H. Zauberman misurava in
grammi la forza occorrente per staccare la retina dagli occhi dei gatti, senza nemmeno tentare di
spiegare in che modo questo esperimento avrebbe potuto rivelarsi utile.

44

Un medico di Cambridge, Colin Blakemore, descrisse in una conferenza alla British
Association di Leicester esperimenti da lui compiuti su 35 gatti ai quali aveva cucito gli occhi
poco dopo la nascita. In un'intervista al Daily Mirror del 6-9-1972, il ventottenne "scienziato"
dichiarò di considerare i suoi esperimenti giustificati, anche perché «ai gatti piace vivere al
buio», e asserì di essere «uno zoofilo, come la maggior parte degli sperimentatori», aggiungendo:
«I gatti sono per me soggetti ideali, perché i loro occhi sono i più simili a quelli umani».
Non è vero nulla: gli occhi dei felini differiscono radicalmente dai nostri sia come struttura sia
come reazioni, tanto che il gatto vede nel buio e noi no, il gatto ha la pupilla verticale e noi
tonda, il gatto nasce con gli occhi chiusi e noi aperti, il gatto deve mettere a fuoco gli occhi
concentrando la vista su un campo ristretto per individuare un oggetto distante mentre i nostri
hanno la visione a campo largo anche a distanza, e via di seguito. Lo "scienziato" in questione si
sarà servito dei gatti per spendere poco o niente. Col pretesto della maggiore similarità con l'uomo è già stato vivisezionato ogni tipo d'animale, dal piccione al maiale all'elefante.
Il Blakemore scoprì che i gatti ai quali era rimasto cucito un solo occhio per alcune settimane
fin dalla nascita erano incapaci di vedere da quell'occhio quando veniva tolta la cucitura; quelli ai
quali erano stati cuciti entrambi gli occhi erano ciechi da entrambi gli occhi dopo la rimozione
della cucitura. Dopo 16 settimane i gattini furono soppressi. «Mi sarebbe piaciuto», commentò il
Blakemore con una punta di malinconia, «mantenerli in vita per ulteriori studi, come usa in
America, ma le leggi inglesi non lo consentono.»
È necessario ritornare spesso agli Stati Uniti perché sono paese che tutti i propagandisti della
vivisezione indicano sempre come quello esemplare: sia perché non vi si lesinano i fondi per la
sperimentazione, sia perché qualsiasi aberrazione vi è permessa purché compiuta a fini
"scientifici".
Se gli sperimentatori inglesi tentano di giustificarsi sul etico, invocando la necessità dei loro
esperimenti «per aiutare l'umanità sofferente», gli americani non perdono tempo con simili
"sentimentalismi". In USA "l'originalità" di un esperimento è di per sé una giustificazione, anzi
un merito.
Recentemente, all'Università dell'Oregon qualcuno disse che «sarebbe interessante» vedere
come farebbero i topi a pulirsi in mancanza di zampe anteriori, di cui normalmente si servono per
questa bisogna, dapprima leccandosele e poi "lavandosi" con esse il muso e la cima del capo.
Così a un mucchio di topi neonati vennero amputate le zampe. Si constatò che i topi così mutilati
crescendo, cercavano di pulirsi nel solito modo sebbene i moncherini rimanessero lontani dalla
lingua quando i topi tentava di leccarli. Gli "scienziati" comunicarono che i topi «privati del
contatto normale tra le zampe anteriori e la lingua si mettevano a leccare il pavimento o i lati
della gabbia, o perfino un altro topo», come se si aspettassero qualche sensazione di contatto
dalla lingua tesa. Conclusero che «fattori genetici sono molto importanti» nelle pulizie dei topi.
Tutto ciò è stato considerato stanza importante da meritare un articolo illustrato in uno maggiori
settimanali scientifici americani, Science (16-2-73).

45

COME SI FABBRICA LO STRESS

L'opera fondamentale che ha introdotto nella odierna medicina ufficiale il termine "stress" è
quella di Hans Selye, un canadese di origine tedesca che da studente aveva seguito anche i corsi
di medicina dell'Università di Roma e nel frontespizio del suo volumone intitolato Stress pure
nella traduzione italiana (Ediz. Scientifiche Einaudi, 1957) viene presentato come «Professore di
Medicina e Chirurgia Sperimentale nell'Università di Montreal». Questa opera di 1500 pagine è
uno dei più colossali monumenti alla follia della scienza moderna, e con ogni probabilità ha contribuito notevolmente all'aumento del cancro registratosi soprattutto negli ultimi 30 anni,
mediante l'immissione sul mercato di nuovi, pericolosissimi farmaci.
Nella lingua inglese il termine stress significa "tensione", soprattutto eccessiva, sia in senso
figurato che letterale, sia per oggetti inanimati che animati. Da quando il Selye ha pubblicato la
sua opera, il termine è entrato nella terminologia medica internazionale per definire una
condizione psicofisica che di anno in anno si fa più nebulosa. Parlando di sé in terza persona,
come Giulio Cesare, e per di più al plurale, il Selye ci fa sapere anzitutto che nel 1936, dopo una
serie di «esperienze» (leggi: torture varie) su animali, gli «scienziati» (leggi: Hans Selye) hanno
annunciato che l'organismo — e in questo specialmente l'ipofisi e il surrene — risponde in
maniera fissa, tipica, ad una grande varietà di fattori “stressanti", quali infezioni, intossicazioni,
traumi, eccitamenti nervosi, angoscia, caldo, freddo, irradiazioni e così via.
A Hans Selye non era mai venuto in mente che logicamente organismi sottoposti a tali insulti
"stressanti" non erano più in grado di reagire in maniera normale come organismi sani e che
perciò si ammalavano, di solito sviluppando ulcere allo stomaco le quali finivano col causare
emorragie spesso mortali.
Questa prova avrebbe semmai dovuto rappresentare un'ennesima conferma — per ogni
persona interessata alla conservazione della salute anziché alla provocazione di malattie — che la
salute è donata dalla natura e distrutta dagli uomini, per cui essa e conservabile, come già aveva
asserito Ippocrate, eliminando fattori ingiuriosi, "stressanti", ossia le cause della malattia, cause
che si conoscono benissimo; e che la salute perduta non potrà mai essere riacquistata mediante la
somministrazione di polverine più o meno velenose, ma soltanto col riposo e con l'igiene.
Caratteristicamente, i nostri reagirono in modo opposto. Sottomisero — e continuano a farlo
tuttora, in misura sempre crescente — milioni e milioni di animali ad ogni tortura immaginabile
per porli in stato di "shock" e farli ammalare di "stress" Era per raggiungere più comodamente
tali risultati che Noble Collip — anch'essi prodotti dell'Università di Montreal — escogitarono
nel 1942 quel già descritto tamburo rotante con protuberanze interne che porta i loro nomi e che
continua a dilettare fisiologi di tutto il mondo.
Ecco, nelle parole degli inventori dell'apparecchio, come presentavano i ratti dopo tali
trattamenti, dovendo noi tener conto che i ratti hanno la medesima capacità di soffrire degli uomini, tanto da reagire in modo analogo, anche psichicamente:
«Tolti dal tamburo, gli animali sembrano star male, ma sono coscienti. La condizione
peggiora per alcune ore. La respirazione è affannosa. A volte si nota sangue intorno al muso e al
naso. Gli incisivi sono spezzati o mancanti... Il palpito cardiaco è irregolare alla palpazione.
46

Spesso si osserva grave diarrea... All'autopsia si rivelano emorragie abbondanti nei muscoli,
contusione del fegato, congestione dei visceri, dei reni, del polmone, del retto, del duodeno e
dello stomaco...»
Seguirono altri trattamenti, però con animali ai quali erano state previamente estirpate le
capsule surrenali o le ghiandole pituitarie. Poi si descrivono le differenze con animali
previamente eviscerati, e difatti il passo in questione è intitolato «Effetto dell’eviscerazione».
Queste prime relazioni ispirarono fisiologi americani a provarci anche loro senza perder
tempo, come ci rivela l'American Journal of Physiology (vol. 139, 1943), in cui si legge a p.
139:
« Mezzo migliaio di ratti vennero assoggettati a 650 rotazioni. Più del 10% morì nel tamburo.
Gli animali mostravano massicce emorragie nell'intestino, emorragie infracraniali e fratture del
cranio, oppure morirono venti minuti dopo essere stati estratti dal tamburo... I ratti nel tamburo
rotante ebbero contusioni delle preminenze ossee, soprattutto del margine dorsale, dell'ileo, della
scapola, della base del cranio e del muso. In molti erano frantumati i denti, e lo scroto era
contuso...»
Era ormai stata inaugurata l'epoca della tortura in serie, meccanizzata, e i fisiologi di tutto il
mondo non se lo fecero dire due volte. Da Napoli a Siviglia a Tunisi, ossia anche in quelle città
che non avevano nemmeno saputo organizzare efficacemente la propria nettezza urbana, fecero
la loro apparizione nei laboratori le ingegnose centrifughe di Noble e Collip, e da allora tutte
queste prove non hanno cessato di moltiplicarsi, fino a portare il numero degli animali che
oggigiorno vengono sacrificati in questo modo a varie decine di milioni l'anno.
Non sempre gli animali sviluppano ulcere, ma passano egualmente a vita migliore in seguito a
una varietà di altri inconvenienti, che un soggiorno nella centrifuga nonché tutte le altre prove
"stressanti" a cui vengono sottoposti non possono mancare di infliggere.
Naturalmente, anche le ulcere provocate alle cavie mediante il tamburo rotante — o mediante
tutte le altre ingiurie dei vivisettori — non sono equiparabili alle ulcere che insorgono nell'uomo:
anzitutto perché l'uomo non è una cavia, poi perché esso non è stato immesso nella centrifuga, né
deve sottostare agli altri insulti crudeli, sicché le sue ulcere hanno tutt'altra origine: pertanto anche una cura efficace per l'uomo non potrà essere trovata attraverso le cavie. Ma per capire
questa semplice verità è importante non avere mai studiato medicina sperimentale negli odierni
atenei.
Selye e Compagni hanno dunque identificato un ormone che verrebbe secreto dalle ghiandole
surrenali di animali così "stressati" e si sono affrettati a riprodurlo in laboratorio per via chimica,
allo scopo di procurare nuovi farmaci "miracolosi" all'umanità stressata. Come conseguenza di
tali "lavori", quando un medico oggi diagnostica a un suo paziente "uno stato nervoso" oppure
"uno squilibrio vagosimpatico" oppure "una turba psicosomatica", egli rischia di prescrivergli
uno dei tanti "ormoni di compensazione" (artificiali) — ACTH, un cortisonico, ecc.; ossia
impiega la peggiore terapia immaginabile, peggiorando notevolmente, mediante l'immissione di
nuovi veleni, lo squilibrio organico e pertanto anche psichico di cui il suo paziente già soffre
("pazzia da cortisone").
Su questi farmaci "miracolosi", già comprovatamente deleteri, per l'organismo, grava inoltre
il sospetto di essere cancerogeni In tutti i casi il male che essi pretendono curare ne viene accentuato, e il medico non avrà, come il suo compito richiederebbe: né determinato né corretto le vere
cause dei disturbi che hanno spinto il paziente a rivolgersi a lui.
Del libro di Selye dice in un articolo di fondo il British Medical Journal (25-5-1954, p. 1195):
«Alcune delle idee del Selye non sono facili da accettare, e la sua terminologia non le rende
più facili. Altri ricercatori non sono sempre stati capaci di ripetere i suoi risultati sperimentali, e
la sua interpretazione e il significato dei risultati, particolarmente nell'applicazione all'uomo,
47


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