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LA SARTORIA ITALIANA attraverso gli occhi della sarta .pdf



Nome del file originale: LA SARTORIA ITALIANA attraverso gli occhi della sarta.pdf
Autore: Jessica

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La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012

LA SARTORIA ITALIANA attraverso gli occhi della sarta
di Jessica Dalli Cardillo

Introduzione
L'intento di questo piccolo elaborato è quello di mettere in luce l'evoluzione della sartoria italiana
tra il 1860 e il 1960 attraverso gli occhi di chi ha reso, da dietro le quinte, l'abito “Made in Italy”
famoso in tutta il mondo: la sarta.
Le sarte non rappresentano solamente la manodopera in ambito sartoriale: sono anche l'espressione
di un cambiamento sociale in atto a partire dall'unificazione della penisola.
Un cambiamento che tocca da vicino periodi di scioperi (rivendicazione dei diritti dei lavoratori),
proteste femministe, conflitti mondiali e riprese economiche.
La tesina si apre affrontando in linea generale il discorso dell'industria tessile e dell'abbigliamento
tra Francia e Italia (con particolare attenzione verso Torino, capitale della moda italiana fino al
boom economico) passando attraverso le condizioni del lavoro femminile, le gerarchie venutesi a
creare, la sartoria italiana durante il ventennio fascista fino ad arrivare al secondo dopoguerra.

1

La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012
IL SETTORE TESSILE TRA SETTE E OTTOCENTO (Francia - Torino)
La storia dell'industria tessile italiana, e in particolare quella torinese, si è da sempre intrecciata con
quella francese. Se nel Cinquecento era la Toscana a dettare legge in fatto di moda, dal Seicento è
Lione la protagonista.
Lo stretto rapporto tra Torino e Lione risale al Seicento e prosegue per tutto il secolo successivo.
Questo scambio tra le due città riguarda la produzione della seta: lo sviluppo della tessitura lionese
è stato favorito, secondo gli studiosi, dall'immigrazione di tessitori genovesi e piemontesi nel corso
del XVII secolo. Con Colbert si sviluppa la produzione della seta che trasforma la Francia da paese
«importatore a esportatore di tessuti di lusso, mentre gli sforzi di Carlo Emanuele II per promuovere
la tessitura nei centri urbani del Piemonte e in particolare a Torino avevano avuto un esito limitato.
Torino rimaneva una città di funzionari e mercanti con un modesto settore artigianale e
industriale».1
Alla fine del Seicento l'introduzione del filatoio idraulico (che era già presente nel bolognese dal
XVI secolo) permette una rapida ascesa torinese nell'ambito della tessitura.
Attraverso l'attività tessile legata alla seta, molte famiglie conseguono un'ascesa sociale che può
culminare nella nobilitazione o nell'esercizio di importanti funzioni nell'amministrazione del regno.
I mercanti acquisiscono sempre più influenza politica ed economica e la capacità di far valere i
propri interessi a corte fa si che a farne le spese siano i piccoli imprenditori di provincia.
Nella seconda metà del XIX secolo, l'industria della seta vede un lento declino: causa primaria è
l'utilizzo sempre più massiccio di nuovi materiali quali il cotone e la lana.
Aldilà delle innovazioni tecniche, le sartorie piemontesi sono sempre state legate alla moda francese.
Quest'ultima è stata per lungo tempo (per quasi tutto il XVIII secolo) il punto di riferimento del
lusso, tanto che in ogni corte d'Europa si vestiva “alla francese”. A preoccuparsi maggiormente
delle ultime tendenze sono le donne, con «il loro rapporto vincolante. […] Per le donne, la moda
costituiva il surrogato di una posizione sociale all'interno di uno status professionale.»2
A partire dal Settecento anche il mestiere di sarto viene aperto alle donne. In Francia si delineano
nuove figure, punto di riferimento per la moda: le modiste o les marchandes de modes che
«indicavano i cambiamenti sulla scena sociale e i loro comportamenti e quelli dei clienti».3
La modista ha un forte spirito imprenditoriale e con le proprie capacità (inclusa una grande
creatività) può entrare a far parte dei circoli più esclusivi. Ne è un esempio la modista in servizio
presso la regina Maria Antonietta, «Mademoiselle Bertin, che si dava delle arie da duchessa e che
non era nemmeno una borghese».4
L'industria dell'abbigliamento in Italia ha visto un rapidissimo sviluppo a partire dalla seconda metà
dell'Ottocento. Basti prendere in considerazione il numero di lavoratori (uomini e donne) impiegati
in questo settore: si passa da 761 000 a 1 4800 000. Cresce anche il numero di donne lavoratrici: da
500 000 nel 1866 a 1 380 000 nel 1906. La presenza della figura femminile in questo settore non
deve essere scontata. Nel XVIII secolo, infatti, solamente l'uomo poteva tessere la seta o
confezionare abiti. La donna poteva al massimo lavorare la maglia o ricamare. I vestiti della
famiglia erano confezionati dal sarto del paese, in genere uomo. Ecco perché l'ascesa di certe
marchandes de modes nel XVIII, quali Mademoiselle Rose Bertin, è da considerarsi un'eccezione.
Le predominanza maschile è testimoniata dalla presenza di corporazioni di mestiere per proteggere
la professione dall'avanzata femminile.
Le donne potevano contribuire ornando gli abiti unicamente in qualità di mogli dei marchands.
Nella seconda metà del Settecento, però, le modiste iniziano a riunirsi in piccole corporazioni.
«L'ammissione a una corporazione femminile dipendeva spesso da criteri di censo e proprietà e i
1

Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 36
G. Simmel, “La moda”, Roma, Editori Riuniti (prima edizione italiana a cura di Dino Formaggio e Lucio Perrucchi), 1995, pp. 22-24
3
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p.42
4
C. Sargentson, “Merchants and Luxury Markets. The Marchands Merciers of Eighteen Century Paris, Victoria and Albert Museum, in Association
with the J. Paul Getty Museum, London, 1998, pp. 135-136
2

2

La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012
suoi membri costituivano un'aristocrazia del mestiere; in fondo alla scala, le cucitrici erano spesso
associate alla miseria e alla prostituzione. […] A metà del Seicento si diffuse l'uso della biancheria
intima: anche questo settore era riservato alle sarte. La biancheria intima aveva la funzione di
promuovere la pulizia personale, ma accennava anche alla galanteria e alla sensualità aristocratica e
quindi forniva un protesto per le accuse d'immoralità gettate dalla corporazione maschile contro la
Corporazione delle sarte, che si costituì alla fine del Seicento. La Corporazione dei sarti sosteneva
che il suo dominio comprendeva sia la vendita sia la confezione di tutti i tipi di vestiario e
s'impegnava a difendere questo monopolio, sempre più contestato dalle corporazioni femminili. La
corporazione maschile avrebbe voluto che fossero subordinate quelle femminili come le donne al
capofamiglia in ordine patriarcale.»5
È fondamentale in questo senso la messa in discussione illuminista dell'autorità patriarcale. Il
ritorno ad una società androcentrica si avrà con la Restaurazione in cui si vedrà la riaffermazione
delle corporazioni maschili a discapito di quelle femminili. Le donne scompaiono così dal dibattito
politico fino alla fine dell'Ottocento. Nel corso del XIX secolo si parla non più «del diritto delle
donne al lavoro ma piuttosto dell'anomalia rappresentata dal lavoro femminile, considerato
antitetico al benessere della famiglia.»6
Viene sempre più valorizzato il lavoro femminile domestico a discapito di quello extradomestico,
considerato pericoloso per la moralità sessuale delle fanciulle. Le donne possono, però, lavorare
all'interno del focolare domestico per le sartorie più importanti, facendo divenire sempre più diffuso
il lavoro a domicilio, accompagnato dallo sfruttamento e dalla bassa retribuzione.
Fino al 1870 la fortuna del settore tessile non è da attribuire allo sviluppo industriale, soprattutto in
Piemonte. È grazie al lavoro nelle sartorie (che prediligono l'aspetto artigianale) che la moda
italiana si contraddistingue. Nello stesso periodo in Francia, si sviluppa un nuovo tipo di vendita di
capi d'abbigliamento nei Grandi Magazzini. Gli abiti che si possono trovare in questi grandi centri
(che vendono ogni genere di oggetto) sono “a buon mercato”, per lo più confezionati mediante la
macchina per cucire. Questo nuovo strumento, brevettato già nella metà del Settecento da Fredrick
Wiesenthal, si perfeziona e diffonde grazie a Thimmonier Bartholémey negli anni '30 dell'Ottocento
e ha il vantaggio di abbassare i costi e velocizzare i tempi di confezione.
I Grandi Magazzini (i più famosi nella Parigi del Secondo Impero sono i Magasins du Louvre e il
Bon Marché) portano anche alla creazione di una nuova occupazione, quella della commessa, che
ha il compito di mediare tra l'artigiano (o sarta) e cliente.
La realtà dei Grandi Magazzini differenzia la storia della sartoria francese da quella italiana: è
infatti solo a partire dagli anni '30 del Novecento che compariranno in Italia, per divenire poi un
vero fenomeno di consumo nel secondo dopoguerra. In Italia per lungo tempo rimarrà costante la
confezione dell'abito su misura, mentre già a partire dai primi anni del Novecento in America,
grazie all'utilizzo della macchina da cucire prodotta dalla Singer, prenderà sempre più piede
l'industria della confezione, ponendo le basi di ciò che sarà il prêt-à-porter del boom economico
negli anni '60.
L'introduzione di questo rivoluzionario macchinario non manca di provocare scioperi tra gli
artigiani addetti al settore: la sua applicazione negli stabilimenti per la confezione di divise militari
francesi nel 1929 provoca una serie di scioperi tra i sarti.
«Nelle Maisons de couture, emerse negli anni Sessanta dell'Ottocento, con la vendita di tessuti,
vestiti e disegno insieme, sotto l'etichetta di moda, quasi tutti i vestiti erano cuciti a mano perché la
macchina da cucire strappava le stoffe delicate.»7
La vendita della macchina da cucire viene accompagnata da una pubblicità che tende a descriverla
come una “macchina da donna”, adatta per l'ambiente domestico. Un incentivo al lavoro all'interno
della propria abitazione, dunque, che cerca di evitare l'ingresso massiccio della donna nel mondo
del lavoro sartoriale extradomestico.

5

Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, pp. 43-44
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 45
7
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, pp. 48-49
6

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La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012

LE CONDIZIONI DEL LAVORO FEMMINILE NELLE SARTORIE
(1850-1950)
Secondo Jules Simon, autore dell'opera L'ouvrière, l'uso della macchina da cucire a pedale può
mettere a rischio la fertilità della sarta e il lavoro esterno femminile potrebbe provocare disordine
sessuale e immoralità.
Protagonista dell'immoralità è la donna sola, non sposata. Charles Benoist, docente di storia
costituzionale e uomo politico, nel 1895 conduce un'inchiesta sulla situazione delle operaie parigine
e avanza l'ipotesi che il comportamento “libertino” è da imputarsi all'ambiente frivolo e corrotto
degli atelier. Ecco quanto scrive a proposito delle sartine:
«Non è l'insufficienza del salario che è la perdizione dell'operaia, è il gusto dell'abbigliamento, è la
lettura dei romanzi, la promiscuità dell'atelier, la fragilità e l'abbandono della famiglia. L'operaia
si corrompe a causa dell'aria che la circonda.»8
Nella sua indagine, Benoist mette in luce dati importanti come il budget annuale di un'operaia, che
può arrivare fino a 1200 franchi. Oltretutto lo storico ci segnala che una modista può guadagnare
abbastanza da poter vivere da sola. È infatti impensabile che una modista di alto livello possa
conciliare carriera con la famiglia: dunque difficilmente troveremo nella storia della sartoria donne
sposate e al contempo impiegate nel lavoro extradomestico.
Altra problematica messa in luce da Benoist è la “veillée” (la veglia), ovvero il lavoro notturno nel
periodo di alta stagione della moda. Nel 1892 viene approvata la legge per regolare queste veglie,
stabilendo un massimo di undici ore di lavoro al giorno per le donne sopra i diciotto anni, «e
proibendo il lavoro delle più giovani tra le 21 e le 5 del mattino almeno per sessanta giorni
consecutivi».9 Anche in Italia la legge del 19 giugno 1902, n. 242 cerca di vietare il lavoro notturno
per le donne e di tutelare le lavoratrici madri.
Non riuscendo a completare il lavoro in atelier, molte sartine si vedono costrette a continuare il
lavoro a casa. Le lunghe ore di lavoro domestico vengono etichettate come “la seconda veglia”.
Fenomeno da ricollegarsi alla sartoria (soprattutto italiana) è la mobilità sociale: le giovani in cerca
di mezzi di sostentamento per sé e per la famiglia si spostano dalla campagna alla città (prendendo
residenza nei quartieri popolari) o dal sud verso il nord (molte sartine emiliane, ad esempio, si
stabiliscono in Piemonte o Lombardia). Le donne, dunque, costituiscono una parte importante della
popolazione migrante. La mobilità sociale comporta anche ad una scalata a livello sociale. Come
vedremo nel prossimo capitolo, all'interno dell'atelier vi era una forte gerarchizzazione del mestiere.
In Italia il lavoro femminile salariato è altissimo secondo i dati rilevati dal primo censimento postunitario: il 48 per cento della forza lavoro nel settore manifatturiero, nel 1861, è composta da donne.
Nel 1911, però, si avverte un declino dell'impiego femminile in questo settore e si passa ad un 28
per cento.
La salvaguardia dei diritti delle lavoratrici diventa uno degli obiettivi delle associazioni femministe
che nascono tra il finire del XIX e l'inizio del XX secolo.
Nella Milano di inizio Novecento, ad esempio, viene fondato l'Asilo Mariuccia grazie
all'associazione femminista di Ersilia Majno. Le esponenti di questa associazione - appartenenti per
lo più al ceto aristocratico e borghese – s'impegnano a favorire le leggi e la protezione di donne e
bambini. L'Asilo Mariuccia cerca di riportare sulla retta via le ragazze a rischio di traviamento
morale. Vengono organizzati corsi di cucito ed economia domestica.
Purtroppo, però, l'attivismo delle signore dei ceti più alti non ottiene gli esiti sperati: le ragazze, una
volta uscite dall'Asilo Mariuccia, si ritrovano spaesate nella vita di tutti i giorni e molte muoio di
morte violenta. A causa del suo fallimento, la struttura verrà dunque chiusa nel 1933.
8
9

Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 58
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 59

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La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012
Queste associazioni in difesa dei diritti delle operaie e lavoratrici in genere si rivelano uno
strumento di emancipazione non tanto per le dirette interessate, ma per lo più per coloro che le
dirigono: gli effetti sulle sorti delle operaie si dimostrano estremamente limitati.
Basti pensare all'importante sciopero del 1883 voluto dalle maestranze su iniziativa di Maria
Ferraris Musso, appartenente alla società La Fratellanza Operaia di Torino.
«Le scioperanti chiesero al padronato:
1.
che la durata del lavoro giornaliero non superasse le 10 ore,
2.
che la paga fosse elargita settimanalmente,
3.
che la retribuzione fosse aumentata del 25 per cento.»10
Le richieste non vengono prese in considerazione dalle autorità.
Nel 1906 le sartine proclamano un nuovo sciopero e il 19 maggio dello stesso anno viene firmato
dalle maggiori sartorie della città di Torino il seguente concordato:
«Concordato del 1906
1.
Orario giornaliero di 10 ore.
2.
Si ammette in massima l'abolizione del cottimo, con facoltà di dare lavoro a cottimo alle
lavoratrici che ne facciano richiesta.
3.
Il pagamento dello stipendio non si farà oltre il 5 di ogni mese.
4.
Non si daranno multe che per l'orario e cioè di 10 centesimi dopo cinque minuti di
tolleranza.
5.
Si ammette lo stipendio mensile con diritto al riposo domenicale. Negli altri giorni festivi è
lasciata facoltà di lavorare, con detrazione però della giornata di paga. Così naturalmente si
dedurranno tutte le giornate e le ore di astensione dal lavoro. La determinazione della paga si farà
dividendo lo stipendio mensile per 25 giorni.
6.
Si ammette il riposo festivo di 33 ore consecutive.
7.
Non si diminuiranno gli stipendi attuali.
8.
Si ammette un compenso del 30% sulla paga ordinaria per le due ore straordinarie.»11
Il Concordato, però, non ottiene i risultati sperati in quanto la sua attuazione risulta difficoltosa.
Nel 1911 le sartine tornano a scioperare, questa volta sostenute dalla Società del Patronato e Mutuo
Soccorso. Nel memoriale del 1911 troviamo clausole disciplinari per regolare i rapporti tra sartine e
datori di lavoro, che in linea di massa risultano essere conflittuali dato l'alto sfruttamento e il
sovraccarico di lavoro inflitto alle dipendenti.
Negli anni Trenta il fascismo inizia un periodo di decurtazione dei salari e introduce varie misure di
sicurezza sociale. Altra grande ondata di scioperi avverrà nel 1943 portando alla stipulazione del
Contratto della montagna (primavera 1944), «affermando per la prima volta il principio della
partecipazione diretta dei lavoratori alla contrattazione. Segnava anche un maggiore riconoscimento
salariale del lavoro di donne e giovani»12. Solamente nel 1947 si potrà parlare di un vero e proprio
contratto di lavoro, in cui verranno garantiti tutti i diritti che per oltre un secolo erano stati negati.
La questione del miglioramento salariale è evidente nell'intervista ad opera di Vanessa Maher ad
una sarta torinese:
«(8 maggio 1981, Intervista a L.B., Nata nel 1930)

Al mese, ci davano 500 lire, a posto con i libretti, e poi pian piano io mi ricordo nel '48, '49,
anche '50 venivo a prendere 7000 lire al mese. Era poco ma allora, 7000 lire il mese...

Li teneva per sé o li dava alla madre?

Allora li mettevo in casa, poi dopo, nel '51 '52 così si guadagnava un po' di più, adesso non
10

Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 89
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 90
12
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 103
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La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012
mi ricordo più la cifra, comunque ce li lasciava mio papà, ce li lasciava a noi. Noi ne mettavamo da
parte, così avevamo qualcosa per comprarci i vestiti sa. A una certa età, una teneva ad andare un
po' ben vestita, senza un gran lusso, anche a prendere il tram essere un po' ben vestite, comprarsi le
calze, le spese che ha una ragazza, nel '52 avevo già 22 anni.»13
LA VITA IN ATELIER (Torino 1900-1950)
La vita in atelier era estremamente strutturata: ad occupare i “ranghi inferiori” vi erano la cita, la
seduta (o fancell) e l'aiutante. Solitamente le ragazze che ricoprivano questi tre ruoli non potevano
né occuparsi del cucito né del taglio. Il loro compito era quello di raccogliere spilli, effettuare
commissioni (consegna o ritiro degli abiti) o occuparsi di piccole riparazioni. Coloro che
svolgevano queste mansioni potevano rimanere in atelier per una decina d'anni prima di imparare il
mestiere. Molte sarte ci raccontano che l'unico modo per imparare il mestiere era “rubare con
l'occhio”. L'alta competitività faceva si che nessuna delle sarte, ormai veterane, insegnasse alle
apprendiste. Ciò avrebbe comportato una grande perdita di tempo e il rischio di essere superate in
bravura. Ma rubare con l'occhio non era tutto. Per diventare sartina due erano i prerequisiti: la
passione e la forza di volontà.
Inoltre l'atelier era visto, dalle famiglie delle giovani apprendiste, come un luogo di addestramento
alla vita coniugale. Con il matrimonio, le sartine venivano licenziate. E così subentrava la questione
del lavoro domestico. Il licenziamento, infatti, sussisteva solo sul piano formale. L'atelier
commissionava il lavoro all'ex dipendente sposata, con il vantaggio di aver un minor costo sulla
manodopera.
In questo modo la moglie-sarta poteva lavorare occupandosi al contempo della famiglia.
I “ranghi” più alti della gerarchie sartoriale erano rappresentati dalla première (capo sarta, occupata
nel diretto contatto con le clienti), dal coupeur (tagliatore del modello su stoffa) e infine dalla
direttrice (responsabile del coordinamento dei lavori e della disciplina.
Molte lavoranti, decidendo di sposarsi, rinunciavano per sempre ad una brillante carriera. Era
impensabile, infatti, che una donna sposata potesse, come abbiamo detto, continuare a lavorare in
atelier. Le nubili, invece, potevano ambire ad una carriera all'interno della sartoria o addirittura
mettersi in proprio. Ne è un esempio Maria Venturi, fondatrice di una delle più famose sartorie
bolognesi tra gli anni '50 e '60.14
LA SARTORIA ITALIANA (Dagli anni Venti al Secondo Dopoguerra)
È in epoca fascista che inizia a delinearsi l'alta sartoria “Made in Italy”, che troverà il suo culmine
tra gli anni '50 e '60 del Novecento. Secondo Rosa Genoni, titolare di una famosa sartoria milanese
e docente di storia del costume, l'Italia non aveva nulla da invidiare a Parigi, capitale indiscussa
della moda.
Per la Genoni, infatti, l'Italia «racchiudeva già in sé, e nelle radici della sua storia, i germi della
propria autonomia creativa, grazie a una straordinaria e inesauribile fonte d'ispirazione: il
patrimonio artistico del nostro paese, nei capolavori dell'arte classica e della pittura risorgimentale,
modelli insuperati di bellezza e di nobiltà di stile e, accanto ad essi, i costumi popolari italiani,
antichi e moderni, avrebbero potuto alimentare l'ispirazione dei nostri stilisti, assicurando alla moda
italiana identità e indipendenza.»15
Nel 1909 viene istituito un comitato per combattere il figurino francese e costituire una moda
prettamente italiana. Nel 1910 la Genoni promuove un concorso nazionale per un “Abito femminile
da sera” avente come obiettivo la crescita dell'autonomia della moda italiana da quella d'oltralpe.
Con lo scoppio del primo conflitto mondiale assistiamo ad un ritorno alla semplicità nella struttura e
decorazione dell'abito. Il 1919 è un anno chiave nella storia della sartoria nazionale: in marzo si
13

Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 103
Vincenza Maugeri, “Moda a Bologna anni '50-'60. La sartoria Maria Venturi, Bologna, Paolo Emilio Persiani, 2012
15
Virginia Verucchi, “Elegante e Italianissima, la moda femminile a Bologna negli anni Trenta”, Bologna, Pendragon, 2010, p. 11
14

6

La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012
tiene a Roma il primo Congresso Nazionale dell'industria del Commercio e dell'Abbigliamento che
porta alla nascita della Federazione Nazionale dell'Abbigliamento. Nello stesso anno nasce anche la
rivista Lidel, fondata da Lidia De Liguoro – accesa nazionalista iscritta ai Fasci Femminili Milanesi.
La fondatrice della rivista si batte anche contro il lusso nell'abbigliamento: partecipa alla campagna
del “non comprare”, condannando gli sprechi in un clima di grande crisi in seguito alla fine della
Prima Guerra Mondiale.
Queste battaglie intraprese dalla De Liguoro, però, non risultano gradite alle grandi dame attente ad
ogni minimo variare della moda parigina. Inizia così la campagna in favore del figurino italiano che
va a sostituire quella del lusso nelle pagine di Lidel e altre riviste femminili dell'epoca.
Ma la battaglia di nazionalizzazione della moda non si ferma soltanto alla creatività: é necessario
formare le future sarte e stiliste in apposite scuole. Nascono, così, scuole professionali come
l'Istituto Artistico Nazionale della Moda Italiana a Roma.
Nel corso degli anni Venti, dunque, il settore dell'abbigliamento registra una crescita considerevole
che vede una battuta d'arresto con la crisi del '29 (quello del tessile-abbigliamento fu il settore più
colpito).16
Negli anni Trenta registriamo una forte italianizzazione nei modelli: basti pensare ai modelli
“Imperiali” che, trattenuti sulla spalla da un nodo con lo stemma sabaudo, ricordavano la moda
della Roma Antica o al Mantello Mussoliniano, in onore del Duce.
Anche Bologna, nel Ventennio Fascista, si fa protagonista della moda italiana: il 31 ottobre 1926
viene inaugurato il Littoriale, complesso destinato allo sport e simbolo “legalizzatore del fascismo
bolognese”. È in questa struttura che viene ospitata la prima edizione della Fiera di Bologna –
chiamata “Esposizioni Riunite” - nel 1927.
Un ampio spazio dell'esposizione è destinato alla Moda, proponendo abiti all'ultimo grido.
Il dibattito sul primato della moda italiana nel mondo si fa sempre più acceso.
Nel 1930 il matrimonio tra il Principe Umberto e Maria José fa sfilare le migliori case di moda
italiane. Tutto quanto (dagli abiti ai manti di corte) viene confezionato dalla Casa Ventura, maison
fondata a Milano nel 1815. Non è solo la famiglia reale a vestirsi presso le migliori sartorie italiane,
ma anche tutti gli esponenti dell'aristocrazia invitati al reale matrimonio. Per la prima volta nella
storia dell'abbigliamento, la moda parigina viene soppiantata da quella italiana.
L'italianizzazione della moda in epoca fascista si combina anche alla femminilizzazione del settore,
relegando però la donna al lavoro domestico. La valorizzazione della figura della donna di famiglia
gioca a svantaggio dell'affermazione femminile in ambiente lavorativo. Anche l'importanza che il
fascismo attribuisce alle novità dell'abbigliamento ha un intento ben preciso: distogliere la donna da
interessi di natura politica o economica. L'Ente Moda ne è un esempio: l'organizzazione ha avuto il
compito di chiamare a un ruolo attivo, organizzativo e divulgativo le dame dell'alta società. L'Ente,
organizzando competizioni sartoriali per giovani donne, incoraggia l'acquisto di tessuti pregiati.
Ogni anno, nelle maggiori città italiane (Torino, Milano, Roma e Bologna) vengono organizzate
sfilate, in cui si incentiva sempre più il Made in Italy.
De Grazia ci dice: «Il regime di Mussolini voleva restituire le donne al focolare, restituire l'autorità
patriarcale e vincolare i destini femminili alla riproduzione... Allo stesso tempo il fascismo
sosteneva la vita gregaria delle organizzazioni volontarie di regime e il riconoscimento dei diritti e
i doveri delle donne in uno stato nazionale composto di famiglie, definite dal regime e sorrette dalle
sue istituzioni assistenziali. Non ultimo, il regime promuoveva presso le donne certe libertà fisiche e
comportamenti emancipati, associati agli spazi e le occasioni dei passatempi moderni e del tempo
libero».17
Nonostante queste contraddizioni che caratterizzano il regime, proprio in quegli anni svolge
l'apprendistato di giovani sartine che domineranno la scena sartoriale a partire dal secondo
dopoguerra.
Con la Seconda Guerra Mondiale il settore tessile entra in crisi (così come tutti gli altri settori
produttivi). Alla fine del 1941 gli abiti, le stoffe e il filo per cucire sono soggetti alla tessera. I
16
17

Virginia Verucchi, “Elegante e Italianissima, la moda femminile a Bologna negli anni Trenta”, Bologna, Pendragon, 2010, p. 15
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 289

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La sartoria italiana attraverso gli occhi della sarta, di Jessica Dalli Cardillo
Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, a.a. 2011-2012
tessuti di qualità e di lusso scompaiono dal mercato e si possono acquistare solo stoffe scadenti che
il più delle volte non reggono ai lavaggi o ai segni del tempo. I vestiti vengono rimaneggiati in
continuazione. In ogni casa si può trovare una macchina da cucire (spesso veniva regalata alla
novella sposa il giorno delle nozze) e chi ha avuto la fortuna di aver passato anche soli pochi anni di
apprendistato in sartoria si ritrova una fonte di guadagno importante perché può divenire sarta del
paese o del quartieri.
Le ricche signore dell'aristocrazia o legate al regime non rinunciano a farsi vestire dalle case d'alta
moda neppure in tempo di guerra.
Alcune sartine si legano alla Resistenza Civile. Molte di esse provengono da famiglie socialiste. Un
esempio sono le sorelle Ciro, intervistate da Vanessa Maher, e che ci raccontano del loro ruolo di
staffette. Altre si occupano di confezionare vestiti per i resistenti.
A partire dagli anni '50 si sviluppa in tutta Europa (e soprattutto grazie alle tecnologie importate
dagli Stati Uniti), il pret-à-porter. La moda diventa sempre più un fenomeno di massa, i tessuti sono
di qualità media con un buon rapporto qualità-prezzo. I nuovi macchinari fanno si che si sviluppi
l'industria tessile. Le capacità sartoriali tipiche dei grandi atelier non vengono più richieste nelle
moderne fabbriche. Ciò che importa ora è concentrarsi sulle taglie e la vestibilità. Quando le taglie
americane vengono adattate al fisico degli italiani, il risultato viene presentato come un grande
successo.
L'Italia è uno tra quei paesi che, nonostante l'avanzata dell'industria dell'abbigliamento, cerca di
mantenere alta la bandiera della moda artigianale. Dal secondo dopoguerra, con la produzione
cinematografica concentrata a Cinecittà, l'Italia - e in particolare Roma – si avvia un discorso di tipo
innovativo e internazionale. «Le nuove attrici italiane, ma soprattutto quelle americane, indossarono
sontuosi abiti realizzati dalle Sorelle Fontana». 18
Nel 1953 l'Ente Moda si trasferisce da Torino a Roma, a sottolineare la perdita di importanza del
capoluogo piemontese. Gli addetti al settore moda della città di Torino si mobilitano (invano) e le
sartine fondano il Circolo delle Caterinette. «Il Circolo, in gran parte composto e diretto da sarte,
dedicava la sua attenzione al mestiere legato all'alta moda e ai valori e alle connotazioni sociali e
personali delle sarte».19 Gli scopi del circolo vanno ben oltre la difesa corporativa del mestiere:
arrivano a toccare questioni di emancipazione.
Accanto alla nascita dell'industria dell'abbigliamento, quindi, nel secondo dopoguerra nascono
importanti firme, che tutt'oggi contraddistinguono la moda italiana nel mondo.
Altre sartorie, invece, come quella di Maria Venturi, rimarranno attive fino alla fine degli anni '60,
adeguandosi al pret-à-porter ma mantenendo strumenti di lavoro e un'organizzazione immutata.
BIBLIOGRAFIA
• Virginia Verucchi, “Elegante e Italianissima, la moda femminile a Bologna negli anni Trenta”, Bologna,
Pendragon, 2010
• Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino,
Rosenberg&Seller, 2007
• Vincenza Maugeri, “Moda a Bologna anni '50-'60. La sartoria Maria Venturi, Bologna, Paolo Emilio
Persiani
• G. Simmel, “La moda”, Roma, Editori Riuniti (prima edizione italiana a cura di Dino Formaggio e Lucio
Perrucchi), 1995, pp. 22-24
• C. Sargentson, “Merchants and Luxury Markets. The Marchands Merciers of Eighteen Century Paris,
Victoria and Albert Museum, in Association with the J. Paul Getty Museum, London, 1998, pp. 135-136
• Erica Morini, “Storia della moda. XVIII-XX secolo”, Milano, Skira, 2006

18
19

Erica Morini, “Storia della moda. XVIII-XX secolo”, Milano, Skira, 2006, p. 313
Vanessa Maher, “Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960”, Torino, Rosenberg&Seller, 2007, p. 312

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