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VERITAS gratia VERITATIS .pdf



Nome del file originale: VERITAS gratia VERITATIS.pdf
Titolo: VERITAS rivisto il 18 02 2013 OK
Autore: MacBook

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VERITAS
gratia
VERITATIS

1

2

Indice degli argomenti:
Racconto suddiviso in…………………………………. .sette parti
Osservazioni……………………………………………..ottava parte
Brani che comprendono:
01 Lettera a Giovanni;
02 Lettera a Cossiga;
03 Tat-Tuam-Asi;
04 Le corna della lepre;
05 Le tangenti;
06 I due ladroni;
07 Il compagno Andrea
08 Sigillo di sangue;
09 Lettera a Gabriella;
10 Preghiera di Natale;
e che costituiscono la …………………………………….nona parte

Nomi citati:
Andreotti Giulio: Senatore della Repubblica;
Apostoloska Vera: Sensitiva, amica di famiglia;
Arnò Adriana: Segretaria ed amica d’infanzia di mio fratello;
Arturo:Un detenuto;
Asalonne Marco: Nome di fantasia per indicare un detenuto amico;
Attanasio: Nome di fantasia per indicare un avvocato detenuto;
Avis: Nome di fantasia attribuito ad un avvocato detenuto ad Udine
Baiti: Procuratore della Repubblica a Udine negli anni 90;
Balletta: Un mio collaboratore di Caserta negli anni 90;
Basso: Anziana assistente sociale presso il carcere di Udine
Becchio Bruno: Avvocato di Zurigo, mio ex socio ed amico;
Beltrame Gianni: Un carissimo amico scomparso ;
Bernot Livio: Un noto avvocato di Gorizia;

3

Berzanti Alfredo: Primo Presidente della giunta regionale della
regione Friuli Venezia Giulia e prima membro del collegio sindacale
della cooperativa Ars et Labor s.r.l.;
Biasutti Adriano: Presidente della giunta regionale negli anni 90 ed
uomo politico, all’epoca, più in vista in Friuli;
Bravo: Medico e direttrice dell’infermeria del carcere di Udine;
Bressani Adriana: Una mia segretaria della massima fiducia negli
anni 80;
Birri Adriana: Una cara amica di quando ero studente universitario
a Trieste;
Boem Andrea: Membro della famiglia proprietaria della omonima e
nota agenzia di viaggio in Udine;
Bonocore: Sostituto Procuratore della Repubblica ad Udine negli
anni 80/90;
Brollo: S.E. Mons. Brollo, Arcivescovo di Udine
Bruseschi Duilio: Cvaliere del Lavoro, un cliente e carissimo amico
scomparso;
Buiatti Ado: Architetto presidente della cooperativa Ars et Labor
s.r.l. prima che lo divenisse mio fratello;
Bulleri Luigi: Condiscepolo alla scuola di scherma di Udine;
Busch George: Presidente degli Stati Uniti negli anni 80;
Cabrini Giorgio: Magistrato alla Corte di Appello di Trieste.
Carissimo amico scomparso e compagno di studi universitari;
Canciani Rita: Una carissima amica ai tempi in cui studiavo
all’Università di Parma;
Capomacchina Salvatore: Attualmente avvocato, negli anni 80
tenente di polizia tributaria a Udine;
Carmignani
Fausto:
Membro
della
giunta
esecutiva
dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane negli anni 80;
Caruso: Procuratore della Repubblica a Udine negli anni 90;
Canitti: Un dirigente tecnico della Ars et Labor s.r.l. negli anni 80;
Ceschiutti Giuliano: Ingegnere, direttore tecnico della Ars et Labor
s.r.l. Sezione Sud, negli anni 80;
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Cossiga Francesco: Senatore ed ex Presidente della Repubblica
Italiana;
Cossu Luigi: Direttore tecnico dell’Ars et Labor s.r.l. nell’immediato
post-terremoto del Friuli;
Cremese: Procuratore della Repubblica presso la Corte d’Appello di
Trieste e compagno di studi di mio fratello;
Cunial: dottoressa, Magistrato di Sorveglianza al carcere di Udine
all’epoca della mia detenzione;
Damiano: Nome di fantasia per indicare un detenuto;
Davide: Collaboratore di assoluta fiducia negli anni 80;
De Capri Teodosio: Nome di fantasia per indicare un esattore di
tangenti a Napoli;
De Carli Franco: Deputato friulano socialista e caro amico;
De Eccher Claudio: Titolare della Omonima impresa edile;
Del Fabbro Giancarlo: ingegnere, titolare della omonima impresa
ed amico di fiducia;
De Pascale Agostino: collaboratore in Irpinia e persona di assoluta
fiducia;
Drì Carlo: Capocantiere e vicepresidente della Ars et Labor s.r.l.
negli anni 70;
El Kaiat Rauf: Ingegnere siriano, fidatissimo collaboratore ed
amico;
Enore: Nome di fantasia per indicare un detenuto;
Ferini Tosca: Segretaria di mio padre negli anni 40;
Frangipane Antigono: Amico intimo quando ero studente a Trieste;
Franz: Un avvocato che difendeva mio fratello;
Frattasio Antonio: Notaio in Udine
Gaspare: un detenuto;
Gennari Giuseppe: Mio padre;
Gennari, Giuseppe: Un mio prozio;
Gennari Giuseppe: Un mio nipote;
Gennari Lodovico: Mio fratello;
Grimaldi: Un giornalista;
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Katlane Armida: Una carissima amica di mia moglie che ha
concorso al mio salvataggio dalla morte;
Lanari Luigi: Un carissimo amico e socio ;
Letizia: Nome di fantasia di un detenuto;
Lizzero Mario: Deputato comunista degli anni 70; Compagno
Andrea;
Macrì: Direttore del carcere di Udine all’epoca della mia detenzione;
Magro Bortolo: nome di fantasia di un detenuto;
Manazzone: dottoressa, Magistrato di Sorveglianza al carcere di
Udine all’epoca della mia detenzione;
Mangioni Romolo: Nome di fantasia per indicare un amico ai tempi
in cui studiavo all’università a Trieste;
Marincola Nenè: Un caro amico d’infanzia;
Marini: Ingegnere Marini collegato nel 1976 con le cooperative
“rosse”;
Martinis Sandro: Titolare della nota impresa “Italdecos s.p.a.” e
carissimo socio ed amico;
Mattotti: Collonello comandante il nucleo della polizia tributaria di
Udine negli anni 70/80;
Maurizio: don Maurizio cappellano del carcere di Padova;
Meneghesso Gino; Presidente della Federazione Regionale della
Associazione Generale delle Cooperative Italiane negli anni 80/90;
Migotti Jolanda: La figlia dell’ agricoltore a casa di cui la mia
famiglia ed io stemmo nascosti per quindici giorni durante la
occupazione tedesca;
Mizza don Guido: Amico d’infanzia e stimato parroco di
Ravascleto;
Montemurro Mariella: avvocato, vedova di mio fratello Lodovico;
Moro Enzo: condiscepolo alla scuola di scherma di Udine;
Mos Bruna: dirigente amministrativa di alcune mie società negli
anni 80;
Pedroni Carlo: Avvocato mio e della società Turismo 80 s.p.a. negli
Anni 70;
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Tortora Enzo: Noto presentatore Rai deceduto;
Pellegrini Olinto: Sindaco di Lauco negli anni 80;
Piemonte Ernesto: Senatore della Repubblica negli anni 50;
Prost Filippo: Dirigente del Commissariato della Protezione Civile
negli anni 70/80;
Riccesi: Titolare della omonima impresa di Trieste;
Rifiorati: Magistrato giudicante a Udine negli anni 90;
Rosi: Mia segretaria negli anni 80/90;
Sartoretti Antonio: Avvocato di fiducia della mia famiglia;
Sbandon Enea: Nome di fantasia per indicare un “confidente”
friulano;
Tarbora: Nome di fantasia per indicare un esattore di tangenti
irpino;
Terenzani Elvio: Un mio collaboratore negli anni 90;
Tessitori Agostino: Avvocato figlio del senatore Tiziano Tessitori il
“Padre del Friuli”;
Tonutti Paola: Mia collaboratrice e cara amica;
Tosel Gianpaolo: Sostituto Procuratore della Repubblica a Udine
negli anni 70/80;
Tricagno: Un dirigente tecnico dell’Ars et Labor s.r.l. negli anni 80;
Solimbergo Laura: Una carissima amica di famiglia;
Ursella: Assistente sociale presso il carcere di Udine;
Ventre: Un intermediario irpino;
Veronesi don Flaviano: Capellano del carcere di Udine e stimato
parroco di Cergneu;
Villotta: Giornalista della RAI noto ad Udine e Trieste;
Vitulli Daniela: Medico all’ospedale S. Maria della Misericordia di
Udine;
Zamberletti Giuseppe: Deputato, Commissario Straordinario del
Governo dopo il terremoto in Friuli.

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Glossario sanscrito
Advaita: Non-dualità, l’Unità assoluta di “Quello” che è senza
secondo ( senza dvaita); dottrina del non-dualismo.
Ahamkara: Il “senso dell’io”. Equivalente all’io empirico nel quale
si esterna (ovvero si manifesta o appare) di volta in volta. Ego o jiva
individuato.
Ananda: Beatitudine assoluta, pura felicità, massima gioia senza
oggetti che la determinino; uno dei tre aspetti inscindibili e
consustanziali del Sé.
Antahkarana: L’organo interno, la “mente” nella sua totale
estensione e nelle sue diverse modificazioni o funzioni e cioè:
intelletto (buddi); senso dell’io (ahamkara); memoria proiettiva
(citta); mente empirica selettiva (manas).
Asram : Luogo di ritiro e meditazione dove sotto la direzione di un
istruttore (guru), i discepoli si riuniscono per vivere una disciplina
spirituale.
Atman: Il Sé, lo Spirito, l’Assoluto che è in ognuno di noi. Con la
sua presenza Atman da vita a tutto ciò che si riassorbe poi nello
stesso Atman.
AUM: Trascrizione letteraria del suono OM. Il suono OM è distinto
in quattro parti o”sillabe”. La prima è la A che corrisponde allo stato
di veglia; La seconda è la U che corrisponde allo stato di sogno; La
terza è la M che corrisponde allo stato di sonno profondo; La quarta è
il silenzio che segue la M. Il silenzio segue, precede ed avvolge la
OM. Le quattro parti dell’AUM non sono “ come le quattro gambe

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della mucca” ma sono “pallidamente” assimilabili ai quattro quarti di
una moneta. La OM è il suono del Nome di Dio.
Avatara: Incarnazione di un Principio divino.
Avidya: Non conoscenza, ignoranza metafisica, ignoranza che verte
sulla realtà del noumeno, ovvero sulla natura dell’Essere. Aspetto
individualizzato dell’ignoranza cosmica universale (Maya).
Bhoga: Esperienza dualistica, anche curva, ovvero spira, ovvero
spirale.
Brahma: Uno dei tre aspetti della Trimurti, ossia della triplice forma
con cui manifesta l’Essere qualificato (Brahman saguna o Isvara). E’
il principio manifestante dell’universo, mentre Visnu è quello
conservatore e Siva quello trasformatore.
Brahman: Realtà assoluta, l’Assoluto in sé; sempre identico a se
stesso. Assolutamente distinto da ciò che penetra e pervade, mentre
questo non è affatto distinto da Lui.
Buddi: Intuizione discriminativa, intuizione intellettuale. Una delle
quattro facoltà dell’organo interno (antahkarana).
Citta: Una delle quattro facoltà dell’organo interno (antahkarana); è
il ricettacolo di tutti i ricordi o impressioni e di tutte le tendenze. E’
la facoltà che da forma alle idee e le associa fra loro.
Darsana: Occasione in cui si può contemplare un saggio. Ovvero
punto di vista, veduta, prospettiva.
Dharma: Ciò attraverso cui si manifesta l’Armonia quale
espressione dell’Unità dell’Essere; Rettitudine. Uno dei fini
dell’esistenza umana.
Dvaita: Duale, dualismo, ovvero scuola dualistica.
Ganesa: Divinità dalla testa di elefante protettrice di ogni impresa e
simbolo dell’attività intelligente. E’ anche colui che rimuove gli
ostacoli che si trovano sul cammino spirituale.
Guna: Qualità costitutiva, attributo, caratteristica. I guna sono tre
correlati e complementari, reciprocamente: sattva (equilibrio); rajas
(attività, attivismo ); tamas ( immobilismo, inattività, passività). I
guna sono alla base della manifestazione, sia nel piano “orizzontale”
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degli effetti, sia nella gerarchia “verticale” delle cause, per cui si
possono ravvisare tento nella fenomenologia – individuale ed
universale – grossolana e sottile, quanto in relazione ai piani
dell’esistenza. (Individuale – universale / grossolana – sottile e cioè:
tanto per il singolo che per la totalità, nei riguardi di ciò che può
essere percepito dai sensi e quindi “grossolano”, come in quello che
non viene percepito dai sensi e che viene perciò definito “sottile”).
Hanuman: Uno dei devoti più coraggiosi, fedeli ed umili,
dell’Avatara Rama. E’ rappresentato come una scimmia di forza e
valori straordinari.
Hare: Un’espressione per rivolgersi al Signore.
Jiva: Fermo restando che coscienza è conoscenza senza distinzione
fra conoscitore, conoscere e conosciuto, Jiva è un riflesso di questa.
In realtà può essere definito Jiva il riflesso di: “coscienza stabilizzata
più coscienza riflessa, più desideri ed azioni”. Da un altro punto di
vista Jiva può essere definito come riflesso individuato dell’Essere
mentre Isvara è il riflesso universale dell’Essere. Per tale ragione Jiva
ed Isvara vengono, a volte considerati come reali, invece sono
solamente riflessi più o meno nitidi della Realtà Assoluta che viene
definita Brahman nirguna ( e cioè Brahman senza attributi che
qualifichino).
Jnana: Conoscenza, identica al greco “gnosis”. Conoscenza
liberatrice, Conoscenza-realizzazione e quindi Conoscenzacoscienza.
Karma : Effetti risultanti da una azione. Conseguenze di ciò che si è
fatto, detto o pensato. Queste conseguenze (positive o negative)
possono manifestarsi in più vite.
Krsna: Ottavo Avatara di Visnu. Rappresenta il Sé impersonale che
trascende il dominio del manifesto e del non-manifesto.
Lingam: Ovoide di cristallo, oro, giada o altre materie, la cui forma
ellissoidale, con i suoi due fuochi, (poli) rappresenta la Diade e cioè
la bipolarità che si esprime nella creazione.

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Mantra: Parole o suoni atti a far acquisire o stabilizzare certi stati di
coscienza; Pensiero vibrante. Un mantra ha due aspetti: il primo è
“manana”, e significa che ciò che si è ascoltato deve penetrare nella
mente; il secondo è “trana”, vuol dire che qualsiasi cosa sia penetrata
nella mente vi deve essere fermamente stabilita e preservata.
Maya : Ignoranza metafisica nel suo aspetto universale (nell’aspetto
individuale è chiamata avidya). Se la Realtà assoluta fosse davanti ad
uno specchio, Maya sarebbe lo specchio e ciò che si vedrebbe nello
specchio sarebbe l’intero creato. Velo che copre la Realtà vera
(potere velante della Maya) che fa in sua vece vedere una
molteplicità effimera ed instabile (Potere proiettivo della Maya).
Namasmarana: La costante ripetizione del Nome del Signore. (Una
pratica devozionale che consente di esercitare la mente a fermarsi su
di un unico punto-pensiero).
Nirguna: Senza attributi, non qualificato, assoluto. Non rappresenta
un vuoto bensì un’assoluta pienezza.
Nirvikalpa: Significa senza alcuna differenziazione. Aggettivo che
si applica alla Coscienza del Brahman non duale, eterna ed
immutabile, mentre il suo riflesso …puntiforme - il quale è
contingente e relativo - è definito savikalpa, che significa con
differenziazione.
Panchakosa: I cinque differenti involucri che racchiudono l’Atman,
costituiscono la struttura umana e velano l’essenziale natura di pura
Consapevolezza dell’Atman. Essi sono: annamayakosa - guaina
grossolana (costituita da cibo elaborato, trasformato ed assimilato);
pranamayakosa – guaina dell’energia vitale ( Insieme delle energie
che mantengono in vita ed in attività il corpo); manomayakosa –
guaina della mente empirica (opera tramite l’attrazione-repulsione,
costituisce lo psichismo inferiore. Questa guaina è carica di impulsi
atavici e sospinge le altre guaine inferiori ad agire secondo i suoi
interessi particolari.); buddhimayakosa – guaina fatta di intelletto
(costituita da pura intelligenza, è il luogo di espressione del jiva);
anandamayakosa – guaina della beatitudine, (è la guaina che ha
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prodotto tutte le altre e quindi costituisce il corpo-causa o involucrogerme). Questa guaina è anche definita involucro di ignoranza. In tale
unità di coscienza rifrange senza riflettere la pura beatitudine
dell’Atman. (Questo involucro peraltro non è la beatitudine
Brahmanica, questa ultima è “di più”.).
Paramatman: Spirito supremo ovvero Sé supremo identico a
Brahman.
Prajna: Uno dei tre corpi del jiva umano e cioè il corpo causale.
Rappresenta il jiva nello stato di sonno profondo, corrisponde alla
“guaina della beatitudine”. Chi è nello stato di sonno profondo ha la
consapevolezza di questa guaina, perciò si dice : “”Onde realizzare il
Sé, è necessario penetrare il sonno (profondo) con la veglia della
coscienza””.
Prana: Energia vitale. Flusso energetico che è proprio della struttura
sottile dell’essere individuato. Il prana nell’uomo si manifesta nella
funzione respiratoria senza tuttavia essere la funzione espiratoria
stessa. In tale contesto il prana corrisponde al flusso mentale
energetico. In un altro livello il prana è in relazione con il flusso del
pensiero che si riflette nel ritmo armonico del respiro. A livello
ancora superiore il prana rappresenta la totalità delle energie
universali per cui esso esiste a tutti i livelli della manifestazione.
Rajas: Uno dei tre guna, corrisponde all’attività, all’energia, al fuoco
al calore, al desiderio, alla passione.
Rajasico: O rajastico; non è un vocabolo della lingua sascrita, è la
“aggettivazione” del termine sanscrito rajas.
Rama: Settimo Avatara di Visnu, venne chiamato “incarnazione del
“dharma” ovvero della rettitudine.
Saguna: Con attributi, qualificato. Si riferisce al Brahman dotato di
attributi, ovvero all’Essere qualificato, prima sovrapposizione al
Nirguna-Brahman.
Sakti: Energia dinamica indotta dalla presenza del polo di equilibrio
stattvico (Siva). Polo negativo mobile quando Siva è il polo positivo
immobile. Volontà produttrice. Nome della Madre divina come la
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divina Energia primordiale. Vi sono tre tipi di Energia-Sakti: energia
della volontà; energia dell’azione; energia della conoscenza.
Samadhi: Contemplazione trascendentale in cui si raggiunge un
perfetto stato di identità essenziale e quindi coscienziale.
Assorbimento che consegue alla costante e continua meditazione
profonda, quindi l’immersione consapevole nella coscienza totale,
per cui la mente stessa non esiste in quanto non proietta né oggetti né
il soggetto.
Samsara: Corso dell’indefinita successione di nascite-morti-nascite.
Corrisponde all’ininterrotta catena di causa-effetto, per cui il karma
vincola l’essere individuato al divenire.
Samskara: Seme. Le vasana (impressioni) si trasformano in semi
(samskara) e questi a loro volta si esprimono nella susseguente
attività imprigionante (karma), per cui il ciclo si ripete. Solamente la
Conoscenza (Jnana) brucia i samskara consumandoli ed
estinguendoli.
Sat-Cit-Ananda: Esistenza, Coscienza e Beatitudine assolute. I tre
aspetti della Realtà coessenziali ed indissolubili insiti in Brahman.
Sattva: Saggezza. Uno dei tre guna, quello che corrisponde
all’armonia, alla luce, alla purezza. Gli altri due guna emanano da
sattva in successione insieme alle loro qualità ed elementi e in sattva
vanno a riassorbirsi.
Sattvico: questo non è un vocabolo della lingua sanscrita, è la
“aggettivazione” del termine sanscrito sattva.
Tajiasa: Rappresenta il “corpo sottile” formato da tre involucri o
guaine che sono: la guaina dell’energia vitale, la guaina della mente
e la guaina dell’intelletto. Al corpo sottile “segue” il corpo
grossolano fatto dalla guaine di cibo ed è “preceduto” dal corpo
causale che è composto dalla guaina del velo di beatitudine (prajna).
Tamas: Uno dei tre guna, quello che corrisponde all’oscurità,
all’inerzia, alla passività, alla staticità inerte. E’ la cristallizzazione di
una energia qualificata da rajas ed essenziata da sattva. Nell’ordine

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gerarchico della manifestazione tamas corrisponde al piano
grossolano, rajas al piano sottile e sattva al piano causale.
Tamasico: Anche tamagico; non è un vocabolo della lingua
sanscrita, è la “aggettivazione” del termine tamas.
Tanmatra: Indica la qualità sostanziale di un determinato oggetto.
Corrisponde alla sensazione che la singola qualità genera nell’organo
sensoriale e per mazzo di cui l’oggetto viene conosciuto e
sperimentato. Rappresenta anche una qualità intrinseca della
coscienza e per quanto tale qualità venga individuata e sperimentata
negli elementi grossolani degli oggetti dei quali si trova in
mescolanza, deriva direttamente dagli elementi sottili ed
indirettamente dalle qualità o attributi principali (guna).
Tat-Tuam-Asi: Letteralmente “Quello tu sei”, si riferisce alla
identità tra jiva (tuam) e Brahman (Tat) sintetizzando l’intera dottrina
Advaita.
Upanisad: Sessioni o insegnamenti esoterici. Parte integrante dei
Veda, fine dei veda. Le upanisad sono destinate a distruggere
l’ignoranza-avidya, fornendo quei mezzi atti a conseguire la
Conoscenza suprema.
Vasana: Impressioni mentali subcoscienti indotte dall’esperienza,
dall’azione o dal pensiero, o provenienti da epoche indefinite del
passato attraverso il karma accumulato. Contenuto di citta (una
qualità della mente) pronto ad emergere ed a svilupparsi. Formano
ciò che impulsa l’essere ad agire.
Veda: Ciò che è stato visto, realizzato dai saggi; conoscenza
suprema, scienza sacra.
Vedanta: Il compimento dei veda. Punto di vista , veduta,
prospettiva. Una della sei scuole ortodosse della filosofia indù.
Visva: Il tutto considerato nella sua unità; lo stato di veglia
nell’ordine individuale, quindi il piano grossolano della
manifestazione; la coscienza nello stato di veglia.
Vivekacudamani: Libro definito “il gran gioiello della
discriminazione”. Autore Samkara.
14

Parte prima
Il 16 03 2006 reduce da un banale incidente che mi ha visto in coma
per 36 ore, riprendo l’ abitudine di scrivere ogni giorno qualcosa. Ora
sto bene sotto ogni aspetto e riesco nuovamente a scrivere senza
saltare troppe lettere o parole.
Dopo quanto è accaduto, riprendere queste osservazioni è di grande
conforto ed infonde una grande serenità. Senti la vita in te e te nella
vita. Senti inoltre che ogni vita è la tua vita. La morte ti fa
comprendere la vita ed essere nella vita. La morte è il sale della vita.
Se assaggi la morte poi la attendi con grande serenità assieme all’idea
di uscire per sempre da un corpo, e da un mondo perfetti e ne ricavi
un pacato e duraturo entusiasmo. Ora comincio a capire la ragione
per cui i martiri cristiani che affrontavano serenamente la morte. La
morte non è dolore, non è sofferenza. La morte è l’uscita da un luogo
non sgradito, che grazie alla morte acquista ai tuoi occhi e ti dona,
quella serenità che con la morte diverrà beatitudine. Tu questo ora lo
senti profondamente e nella vita fai con piacere ciò che devi fare
sollevato dalla certezza che verrà colei che chi vede, più ambisce: la
morte. Solo il miraggio della morte può conferire serenità alla vita e
compiacimento nel viverla. Morte e vita, in qualsiasi momento siate
le benvenute!. La vita di un uomo è comunque pari al tempo di un
battito di ciglia nel tempo di una intera e lunga giornata.
Nel riprendere in mano il libro “Sai Baba parla all’occidente” sento
una commozione in me, come di chi ha compreso e trovato se stesso
nell’altro, divenendo conscio della sua immortalità. Sathya Sai Baba

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è la consapevolezza di essere quell’Atman a cui tutto rivela la
Beatitudine che è in Lui.
Tu cammina nel mondo con piede leggero e migliora con serenità
tutto ciò che ritieni di poter migliorare. Questo è l’obiettivo che
cammina con te. Poiché tu, così facendo in ogni istante lo raggiungi,
in ogni istante vivi nella profonda beatitudine che è celata in te e pian
piano si svela. La tua saggezza sta nel sapere se , come e quando tu
devi agire. Se vuoi la saggezza vivi secondo le regole che sono la
virtù cardinali: Amore;Verità; Rettitudine; Pace; Non Violenza. Se
pensando di avere ragione vai contro qualcuno, tu non rispetti la
pace. Ripeti il nome di Dio affinché ti faccia vivere nella pace.
Pratica la meditazione la quale serve a perdere una consapevolezza
sbagliata e cioè quella di essere il tuo corpo e la tua mente. Impegnati
nella preghiera profonda che ha lo stesso scopo. Alla fine pregherai
solo per avere ciò che è giusto che tu abbia e lo avrai. Ora questo lo
sai come sai che Dio può modificare il presente il futuro ed il passato
perché egli è fuori dal tempo. Tu fin tanto che vivrai nell’illusione
non saprai di essere con Lui e quindi in Lui. La pluralità delle forme
serve a creare la bellezza come la pluralità delle note serve a creare la
musica.
Attento, le cose del mondo ti turbano ancora, devi picchiare sul nodo
perché si sciolga. Picchiare con il martello della preghiera sapendo
che Dio ti darà ciò che è giusto ed è meglio che tu abbia. La
ripetizione del Nome di Dio restaura la tua consapevolezza e la porta
a concepire ciò che sei : Atman. Atman e null’altro. Non preoccuparti
dunque di ciò che non sei e di ciò che non è, impegnati soltanto a
distinguere il Vero ed Eterno dall’apparente che Egli stesso sorregge.
Attento alla sofferenza, non cullarti nella sofferenza, non fare che
essa divenga un motivo per coccolarti e quindi generare un
rafforzamento dei tuoi attaccamenti e quindi del tuo ego.
Grazie Sathya Sai Baba, ti ringrazio perché piano piano riesco a
conoscere la vita ed apprezzare tutti i fatti che accadono attorno a me
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come una manifestazione della perfezione divina. Alcuni fatti
sembrano nocivi ad alcune individualità singole o sociali, ma ora io
sento che non lo sono, sono solo sofferenze che, al fine della
liberazione della individualità singola e quindi collettiva, conducono
verso la consapevolezza dell’unica eterna Realtà fatta di Beatitudine.
La prima volta che sentii parlare di Sathya Sai Baba fu da mia
moglie, quando ancora viveva con me. Tempo dopo lei si trasferì a
Cassacco a circa sei chilometri dalla nostra casa.
Un giorno festivo di piena estate ero salito sul tetto in lamiera che
copre la parte più ad est di quella che era stata la nostra casa. Mio
figlio ed io dormivamo ancora nelle due grandi camere coperte
appunto dal tetto in lamiera. La mia camera costituiva l’estremo sudest della villa Gennari ed aveva un terrazzino sull’angolo. Io dormivo
su uno dei due grandi letti di ferro che c’erano quando vi dormiva
anche mia moglie. Questi letti avevano ospitato me e mio fratello da
bambini e prima mio zio che portava il mio stesso nome e che morì di
polmonite a 54 anni proprio in uno di questi due letti, proprio in
quella stessa stanza. Prima ancora vi aveva dormito il mio prozio
Giuseppe Gennari che era stato generale comandante del Piemonte
Reale Cavalleria. Lui aveva appiattito il tetto per poter alzare i soffitti
delle stanze nella parte di casa che abitava.
Faceva caldo quel giorno sul tetto, io ero in costume da bagno ed
avevo con me il lungo tubo di gomma che portava l’acqua per
bagnare i fiori. Lo usavo per rinfrescarmi. Stavo spruzzando
dell’acqua sulle lastre di ferro zincato quando mi si avvicinò una
bellissima e grande farfalla di colore giallo con la ali spigolose e
splendidamente contornate e con dei disegni neri sulle ali stesse e sul
corpo. Le parlai così:” Dicono che tu rappresenti la morte, se è così
vieni qui, in caso contrario allontanati, io devo bagnare il tetto che
altrimenti scotta.” Non la vidi più e pensai che si fosse allontanata.
Dopo qualche minuto scorsi la mia ombra dipinta dai raggi del sole
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cocente sulla lamiera. Sopra l’ombra della mia testa vi era l’ombra
della farfalla!. Si era posata sui miei capelli e li se ne stava. Questo
fatto mi rallegrò molto. Volevo distendermi sulle lastre rinfrescate
per prendere il sole. Lo feci lentamente per non far fuggire la farfalla,
ma non la vidi più.
Ho sempre pensato alla morte come ad un’amica, ad una sposa che
aspetta paziente, che tu temi e corteggi e che alla fine, come sei certo
che avvenga, tu trovi. E’ questa certezza che spesso, in realtà ti fa
sopportare la vita. Una sola volta credetti che di li a poco sarei morto,
moltissimi anni prima. Sorvolavo la città di Udine su un piccolo
aereo che si chiamava “fulo 3”. Avevo diciotto anni e mi esercitavo
per ottenere il brevetto di pilota. A volte scappavo dal percorso aereo
obbligato e volavo sopra la città. Quel giorno così avvenne, ma ad un
certo momento il motore si ingolfò e si spense. Feci quanto sapevo si
doveva fare in queste occasioni ma non si riaccendeva. Guardai la
città sotto di me e pensai che mi sarei schiantato sul collegio Bretoni
dove avevo studiato o sul castello di Udine ove mi recavo quando
“marinavo” la scuola. Poi valutai che sarei riuscito a superare anche
il castello, ma c’erano case dappertutto e non me la sarei cavata.
Tornai a guardare sotto e vidi ormai vicina, la gente di Udine , in via
Nazario Sauro che camminava. Altre persone uscivano dai portici che
sono alla fine di via Mercato Vecchio ed andavano verso Riva
Bartolini. Pensai:” Adesso muoio e non saprò mai cosa faranno
questi domani. Adesso mi schianto e non saprò mai che cosa
succederà domani.” L’idea di dover rinunciare per sempre a
conoscere il domani mi infastidì al punto che ritenni di dover
assolutamente fare qualche cosa per evitare ciò. Spensi tutti i contatti
del motore, misi il muso dell’aereo in picchiata in modo che l’elica
girasse quanto più velocemente possibile. Puntai decisamente su
Piazza della Libertà, poi ricollegai i contatti dell’accensione. Il
motore borbotto e riprese quando oramai ero vicinissimo ai tetti delle
case. All’aeroporto si erano accorti, mentre rientravo vidi esposto il
18

“Gran Pavese” riservato alle occasioni eccezionali e molte macchine
che si avviavano verso il bar. Mi costò due damigiane di vino bianco
e parecchie bottiglie di spumante. Anche mia madre, allora
abitavamo ad Udine, si accorse del fatto, mio padre pagò le bevande.
Quando si è nel pieno della vita non si pensa alla morte, o se ci si
pensa non se ne valutano gli aspetti. Se poi uno è giovane, vive
frastornato dall’impegno, dall’ansia e dalla gioia di vivere, che
sempre troppo poco coglie. A volte egli può essere
rapito
dall’angustia, dalla sofferenza, dal senso di inutilità della vita, o dal
timore di vivere; allora egli pensa alla morte come ad un attimo di
vita che estingue tutto ciò che lo affatica lo preoccupa, lo addolora.
La morte presenta tre aspetti repellenti: L’idea del dolore fisico che
l’accompagna; la non conoscenza e quindi il timore del “poi”; lo
strappo dalle persone, dalle cose e dall’ambiente che è il “tuo”
mentre sei in vita. Nella vita normale, felice o turbata che sia, non
riesci a cogliere ciascuno di questi aspetti che appaiono in uno e che
producono in te un più o meno apparente e percepito senso di
avversione alla morte. Nella “foresta del carcere” invece puoi
centellinare la morte nei suoi tre aspetti assaporandone in pieno ogni
relativa sofferenza. Qui, di giorno in giorno questi aspetti si
manifestano distinti indipendentemente dal fatto fisico del decesso.
La sofferenza che li accompagna ti fa cercare di prendere coscienza
dei tempi e degli stadi della vita , della tua vita, della vita che Dio ti
ha dato e che hai vissuto.
Vi è un tempo per vivere nel mondo questa vita, un tempo per
chiedere a Dio ciò che desideri ed un tempo per dare. In questo
ultimo tempo tu desideri ciò che ti viene dato e ti viene dato ciò che
desideri. Dio pensa totalmente a te e tu pensi totalmente a Dio nella
forma dell’intero creato. Tu mangi, vesti, curi il corpo che tu con Dio
permei ed usi per dare ciò che serve a chi serve. Alla fine di questo
tempo si potrà spegnere serenamente la fiammella della tua vita.
19

Avevo circa 20 anni e studiavo all’università di Parma, non avevo
problemi di alcun genere se non uno: Svolgevo molte attività:
politiche, di lavoro, di studio, ma specialmente di divertimento. Tutte
queste attività però mi costavano fatica. Sempre dovevo fare una
grande fatica per vincere la mia innata pigrizia, la noia e spesso
anche la timidezza. Anche ora soffro di una accentuata pigrizia, ma
con essa convivo senza problemi. Limito la sofferenza e conseguente
indecisione a quando devo iniziare a fare qualcosa. Qualsiasi cosa
poco o molto importante, a cominciare dallo uscire dal letto al
mattino, cosa che ho sempre fatto e che faccio molto mal volentieri,
avendone come conseguenza un cattivo approccio con ogni nuova
giornata.
All’epoca era venuto il momento in cui pensavo di non farcela più.
L’idea che avrei potuto arrivare all’età di mio padre (60 o 70 anni) mi
angosciava a tal punto che maturai l’idea di morire. Mi serviva una
corda ed un ponte sufficientemente alto. Trovai subito la corda e la
misi nel baule dell’auto che spesso usavo. Di quando in quando
esaminavo qualche ponte. Una sera uscii con Adriana, con lei avevo
un rapporto incostante oramai da qualche anno. Mi avviai con l’auto
verso Povoletto. Quando passammo il fiume Torre notai che il ponte
aveva come parapetti della spranghe di ferro che forse andavano
bene. Mi fermai un momento e scesi dall’auto a guardare. Adriana
aveva due anni più di me, studiava lettere a Trieste, era slovena,
giunonica, grandi occhi azzurri con occhiaie profonde, capelli
biondo-castani, labbra sottili, corpo molto ben modellato. Mi disse:
“tu hai guardato il ponte ed in macchina hai una corda; io so perché.”
Non risposi e pensai : questa ha capito tutto e ciò mi disturba.
Cenammo a Cividale: Più tardi pensando a ciò che mi aveva detto
Adriana dissi fra me e me: “farò conto di essere già morto e d’ora in
poi prenderò quello che viene:” Così fu ed alcuni aspetti ed atti che
ho compiuto nella vita furono conseguenti a questa frase che entrò in
me ed è in me anche quando, come quasi sempre avviene, non
20

l’avverto. Non ho mai valutato a fondo quanto questo pensiero fosse
pregnante nello svolgimento della mia vita successiva e fino a questo
momento, nel quale mi accorgo che ho settanta anni e, in realtà devo
ancora morire!.
Qualche anno dopo il fatto narrato suggerii questo atteggiamento ad
un’altra amica di nome Rita allorché ella piangendo mi raccontò che
il professor Patrassi, primario a Padova gli aveva diagnosticato il
morbo di Okings dandogli pochi mesi di vita. Con questo
suggerimento due mesi dopo, la convinsi e la accompagnai ad
operarsi a Padova. Le “raschiarono “ delle glandole dall’orecchio
destro fino a sotto l’ascella. La frequentai per altri due anni, muoveva
con difficoltà il braccio destro ma stava bene. Poi andò in Austria e
non la vidi più. Ricordo i suoi grandi occhi neri, le labbra carnose, la
pelle morbidissima, il suo dolce e sensuale profumo marcato Cristian
Dior.
Quel giorno d’estate quando stavo sul tetto zincato di casa avevo con
me il telefonino, mia moglie mi chiamò dall’India dove si trovava
nell’Asram di Sathya Sai Baba. Notai in lei un tono di voce insolito,
diverso, ma che non so descrivere. Mi chiese della mia salute, di
nostro figlio Alessandro, di mia madre e di sua madre. La dissi che
tutto era a posto. Lei, aveva sofferto di violente coliche ma ora stava
bene. I fatti che accaddero poi impressero in me il ricordo di questo
giorno e di questa telefonata.
Due anni dopo, nel 1997, nel mese di settembre mi recai nell’isola di
Teneriffe. In novembre fui in Venezuela, a Margarita dove rimasi una
ventina di giorni. In entrambi i viaggi portai con me un libro che
parlava di Sathya Sai Baba. Quando ero a Udine mi incontravo
spesso con mia moglie presso una sua amica di nome Vera. In questi
incontri ella mi chiedeva con insistenza di accompagnarla in India. Io
cercavo di cambiare discorso evitando una risposta. In Venezuela
stavo in una buona camera di un discreto albergo. La stanza al 6°
21

piano aveva una grande finestra con terrazzo sul mare da cui si
poteva vedere il sole dalle primissime ore dell’alba fino al tramonto.
Io non chiudo mai le persiane di notte. A volte il primo sole del
giorno mi svegliava, allora andavo sul terrazzino e mi sembrava che
dovevo pormi delle domande. Dovevo e volevo pensare a qualcosa
ma non sapevo a cosa. Ogni tanto, durante il giorno quando andavo
in camera per una “siesta” leggevo questo libro che parlava di Sathya
Sai Baba.
Tornai a Udine, ritrovai mia moglie che mi chiese nuovamente se per
Natale sarei andato in India da Sathya Sai Baba con lei. Io non avevo
una simpatica idea dell’India. L’India mi dava la sensazione di una
grande foresta piovosa con piante dalle larghe foglie, qualche
animale simpatico, come la tigre, altri animali possenti e scostanti, gli
elefanti ed altri ancora decisamente antipatici come le scimmie.
Quando mia moglie mi chiese questo mi apparve questa sensazione
ma subito avvertii un’attrazione che presto usci dallo stato latente e
vestì una ragione apparente che così si manifestò: Mi apparvero i
grandi ed antichi templi dalle statue goffe e tondeggianti ed alla fine
erotiche. La mia mente si portò a casa della mia amica Laura.
Conoscevo Laura da oltre 40 anni. Ella aveva molto, molto viaggiato
e vissuto moltissimo. Teneva nell’atrio della sua abitazione a Udine
in piccolo e vecchio libro di figure indiane che rappresentavano
posizioni erotiche. Pensai:”non ho mai scopato un’indiana”. Dissi a
mia moglie: va bene se trovi i biglietti andiamo a Natale. Partimmo il
24 dicembre. Non era la prima volta che mi trovavo in viaggio il
giorno di Natale, anzi quando andavamo a sciare nella nostra casa in
Svizzera spesso partivamo proprio il giorno di Natale quando c’era
meno traffico. Il giorno 26 dicembre a metà mattinata arrivai con lei
all’Asram di Sathya Sai Baba. Feci il viaggio che tutti fanno quando
si recano lì. Vidi tutto quello che loro vedono.
Tre cose mi rimasero profondamente impresse: Non la grande
moltitudine cosmopolita delle persone, non la grandiosità del tempio,
22

ne la modernità dell’ospedale, del centro universitario,
dell’auditorium, dello stadio; non le materializzazioni, ne i racconti
dei miracoli e delle guarigioni miracolose. La prima cosa che mi
colpì fu la scritta, la sola – credo – in lingua italiana, che stava su una
colonna luminosa a base triangolare dislocata al centro dell’Asram in
una bellissima aiuola da cui solitamente partivano le file di persone
che si recavano alla mensa indiana da un lato ed a quella europea
dall’altro. La scritta diceva: “La vita è un giuoco: giocala”. Questa
frase fu per me come una grande pietra miliare su una strada o una
boa in mare che raggiungi e comprendi per dove devi proseguire.
Questa frase è tuttora profondamente impressa in me ed ogni giorno
ed ogni ora estende il suo significato ad ogni aspetto ed attimo della
mia vita. La vita è un giuoco da giocare nella gioia, nell’indifferenza,
ma anche nella sofferenza. Sperimentare nella sofferenza che la vita è
un giuoco significa contenere, comprimere, trascendere la sofferenza
stessa. Credo che ripetendo questa frase con grande concentrazione
fino a che lei è penetrata in te e tu sei in lei, tu possa compiutamente
vincere ogni sofferenza. Ciò tuttavia non è facile ma così facendo tu
cammini con il traguardo in tasca perché in ogni attimo elimini in te
una, anche se minima a volte , frazione di ignoranza.
.

Parte seconda
La sofferenza è il prezzo dell'ignoranza. .
Forse con la sofferenza ti liberi dall'ignoranza ?. La sofferenza, nel
senso di logorio sofferente che ti accompagna spesso quando vuoi
raggiungere un obiettivo mondano, è conseguenza della ignoranza.

23

La sofferenza, molto più acuta che si prova al mancato
raggiungimento dell’obiettivo che ci si è posti , è un prezzo ancora
più alto che si paga all'ignoranza. Con la sofferenza, con questo tipo
di sofferenza non ci si libera dall'ignoranza . Questa non è certo la
sofferenza di Cristo . Cristo programmò la sua morte . Cristo
martirizzò il suo corpo con una grande dose di dolore accentuato
dall’ostilità del popolo e dall’abbandono degli amici e discepoli, in
fine lo inchiodò sulla croce e bloccò con una corona di spine la sua
mente . Questa sofferenza fu l'ultimo atto compiuto per il
raggiungimento del Padre Suo. Questa non fu sofferenza, figlia o
madre di ignoranza , o comunque conseguenza di ignoranza , fu
sofferenza "Cristica ". Cristo , conscio di contenere in Se l'universo ,
raccolse sul suo corpo un grande dolore che tolse agli altri, per la Sua
e per la nostra salvezza. Ma perché questo mezzo tremendo ?. Se tu
vuoi essere in un luogo con mezzi che conosci ,viaggi e vai in quel
luogo. Un miracolo, se accadesse, ti porterebbe nello stesso luogo
senza ricorrere ai mezzi noti . Il miracolo è dunque farti essere dove
vuoi essere senza ricorrere ai mezzi usuali. Il miracolo è Cristo sulla
croce. Cristo sulla croce è il fine. Cristo sulla croce è l'annullamento
della forza di tutti i sensi e della mente e quindi l'annullamento della
individualità.
Alcuni santi soffrirono molto dolore fisico. Forse consumarono in
una sola vita tutto il karma che impediva loro la liberazione e ancora,
avendo sofferto di più, poterono, in vita e non, alleviare sofferenze
di altri. Tutto il calvario di Cristo fu doloroso per il suo corpo e per
la sua mente, Ma la parte spirituale di Cristo , il Sé di Cristo , il Dio
che è Cristo , Brahman in Cristo , certo non soffrì . Cristo, vero Dio e
vero uomo, sulla croce "raggiunse e fu Uno con il Padre Suo”. Cristo
attraverso la sua vita ed il suo martirio si purifica, purifica l'intera
umanità e le consente di camminare verso Dio . Cristo salva l'intera
umanità . Cristo ha sconfitto la ignoranza.
L'ignoranza quando è apparsa è stata fortissima e tenacissima .
Quando l'ignoranza fu divisa dalla Conoscenza divenne un effetto
24

che , separato , distinse da esso la causa da cui fu ed è legato tramite
l'energia. (Maya - Sakti ). Si ebbe così e così si ha la creazione . Il
dualismo Conoscenza - ignoranza è il dualismo della creazione . La
ignoranza , distinguendosi dalla Conoscenza è divenuta forte
attingendo la sua stessa forza dalla Conoscenza, trovando supporto in
Dio ."L' ignoranza è pura immaginazione , nel sonno profondo
coesiste con la Conoscenza del Sé. Allo stesso modo , nel legno la
possibilità del fuoco coesiste con il buio ma non appena il fuoco si
manifesta , scaccia il buio". Appena la Conoscenza si distingue
dall'ignoranza gli diviene nemica.
Brahman permea tutta la natura , ma tanto più in questa è presente
l'ignoranza, tanto più Egli può essere conosciuto solo per gli aspetti
generici della Sua Essenza .Come quando nella penombra c’è un
uomo e per terra una corda. L’uomo scambia la corda per un serpente
perché egli conosce la corda e conosce anche le fattezze del serpente,
ma nella penombra vede solo gli aspetti “generici” della corda e la
sua mente timorosa per la possibile fine dell’ego che la fa essere,
attribuisce a questi aspetti generici quelli specifici del serpente anche
se la corda, serpente non è.
Bisognerà accendere la luce ed eliminare così la penombra-ignoranza
per vedere con grande gioia, che diviene Beatitudine, la Verità della
corda, ora in tutti i suoi aspetti. Ma l’ignoranza è uno con il
movimento della mente che è collegata al respiro. Bloccare la mente,
fermarla allargando lo spazio che c’è fra due idee e lì farla stare per
poter essere oltre la “porta stretta” (cruna) di fronte alla quale la
mente benevolmente ti ha portato ma attraverso la quale, lei
cammello con il basto delle sue conoscenze mentali non riesce a
passare.
Per passare oltre serve la Coscienza quale conoscenza senza
distinzione fra conoscitore conoscere e conosciuto. Serve la
Coscienza quale residente del Quarto stato in cui si fondano e
trovano supporto lo stato di veglia di sogno e di sonno profondo.

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Serve la Coscienza quale Atman che permea e trascende tutto il
tempo e lo spazio in cui nuota l’universo manifesto.
A Puttaparthy mi impressionò poi la grande statua di Cristo che sta
con altre sul lato ad est di una piccola montagna. Cristo, alto circa 10
metri, veste qui una tunica bianca con sopra una ampia veste rossa.
Ha le mani aperte segnate dalle stigmate sanguinanti. Non esprime
sofferenza ma una naturale grande disponibilità a venire incontro
all’intera umanità offrendo se stesso. Questa statua rappresenta per
me il dolore fisico che non raggiunge la divinità aperta ed offerta per
lenire la sofferenze umane e per segnare il “percorso della strada di
casa”.
Più tardi iniziai a comprendere meglio il motivo di quelle statue ed il
ruolo del Maestro. Ogni religione accoglie e spesso sottolinea uno o
più aspetti dell’unica Verità e Sathya Sai Baba le collega e le
valorizza tutte con il suo stesso Nome, così come può fare solo
un’incarnazione della Mente Universale che vive ed espande in
pienezza il principio di Verità e di Amore.
L’occidente esprime in realtà un concetto di amore contenuto e
limitato prevalentemente a rapporti umani così come si manifestano,
più o meno incisivamente sui singoli o le pluralità di individui, nello
stato di veglia. Difficilmente in occidente ci si avvicina a concepire
l’Amore o la Verità nello stato di sogno o in quello di sonno
profondo in quanto causanti espressioni di Amore indistinto verso
l’intero creato che va ben oltre quella parte di esso che può essere
percepita dai sensi e quindi colta dalla mente nello stato di veglia.
Amore e Verità sono presenti in tutti gli stati coscienziali come è
presente con la sua onnipresenza Dio – Brahman – Atman che è la
unica e sola Realtà di ciascun uomo. I concetti di Amore e Verità
sono come lo stesso concetto di Dio. La mente non può cogliere in
ogni loro aspetto questi concetti, può solo avere la sensazione più o
meno profonda della loro presenza e ravvisarne le apparenze in
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alcuni aspetti dei rapporti umani. Ciò nei limiti in cui il riflesso di
Amore e Verità è presente in essa stessa mente, che ritiene errando
di cogliere o non cogliere Amore e Verità fuori di essa.
Uno è e diviene ciò che pensa. Il suo pensiero dipende dal rapporto
conoscenza-ignoranza che è in lui, frutto del suo Karma.
Nello stato di Nirvikalpa – Samadhi si può avvertire lo scorrere dello
Amore divino e della divina Verità. L’acquisizione di questa
consapevolezza consente di avvertire Ananda in se stessi ed
espandere una pienezza di Amore che si manifesta, raggiungendoli,
anche in quei rapporti umani nei quali poi appare in chiaro alle
possibilità percettive della mente, dalla quale peraltro viene
realmente emanato.
A Puttaparthy non feci fatica ad abituarmi agli orari ed ai rituali
anche se le mie abitudini fino ad allora erano completamente diverse.
Dai tempi dell’università andavo a letto verso l’una o le due di notte.
Qui mi alzavo alle tre del mattino. Questo non accadeva da quando
avevo 10 o 12 anni e mi alzavo a quella ora d’estate per andare con
un vecchio paesano detto “il Guo”, in quanto ultimo rampollo di un
antica famiglia di arrotini, con le reti a catturare degli uccelli che
poi vendevamo, sperperando in vario modo il modesto ricavo.
Una volta rincasai con il “Guo”, in tarda mattinata piuttosto ubriaco,
picchiai mio fratello e mia madre perché mi avevano svegliato
facendomi cadere dal sofà ove mi ero addormentato. Poi arrivò mio
padre e mi diede per la seconda ed ultima volta nella vita due sonori
ceffoni con i quali andai a letto e vi rimasi fino al giorno dopo.
A Puttaparthy alle tre del mattino andavo a sedermi per terra, con
altre migliaia di uomini di tutte le razze e religioni prima in un
vialetto del parco interno al villaggio, poi in una piccola piazza e
quindi all’interno del tempio. Ciò per sette od otto ore al giorno. Nei
primi giorni che ero li, dopo le liturgie del mattino, intervallate da
una colazione, avevo preso l’abitudine di andare a fare delle
passeggiate fuori dal villaggio dell’Asram. Camminavo per 40 o 60
27

minuti in una direzione e poi tornavo indietro, così non potevo
perdermi. Un giorno feci una lunga gita con un mototaxi. Visitai un
piccolo lago che serviva come riserva di acqua, un villaggio, alcuni
piccoli tempietti sopra le spoglie colline che circondavano l’Asram.
Di quando in quando raccoglievo qualche pietra che mi piaceva per
la forma o per il colore. A volte mi sedevo su un sasso a prendere il
sole ed a riflettere. A volte mi recavo da solo nei villaggi che
avevano alcune case in cemento ed altre costruite con il fango.
Un giorno oltre alle colline che vedevo coperte di pietre di tutte le
dimensioni, sentii battere una infinità di colpi come se molti
lavorassero con degli scalpelli sulle pietre. Andai a vedere, era
proprio così. Alcuni uomini e donne e bambini con degli scalpelli o
solamente con altri sassi rompevano le pietre (alcune erano di un
bellissimo e pregiato granito verde) per farne ghiaia da impastare con
il cemento e costruire le case!.
Un'altra volta fui in un luogo paludoso da dove si sollevò al mio
passaggio un grande numero di zanzare che subito fecero una nube
nera che, da terra, mi arrivava alla vita. Forte del fatto che nessuna
zanzara in vita mia (salvo una volta oltre venti anni prima) mi ha mai
punto la cosa mi divertì molto. Un giorno sulla sponda del fiume
quasi asciutto vidi una giovane donna alta bellissima dai lineamenti e
gesti nobili e raffinati, che pascolava una quindicina di piccoli maiali
neri. In un’altra occasione, sempre lungo il fiume, mi imbattei credo
in un cimitero perché vi erano diverse chiazze di terra con resti di
bruciato, alcuni cippi che pensai fossero segni della deposizione o
sepoltura di ceneri. Nei villaggi, caratterizzati da grande povertà tutti
erano molto dignitosi, nessuno mi chiese mai nulla, molti facevano
discreti cenni di saluto. Io mantenevo lo sguardo assente pur
rispondendo sempre ai saluti con un piccolo cenno del capo.
A volte andavo nel paese di Puttaparthy e, guardando i negozietti
arrivavo fino alla casa natale di Sathya Sai Baba, oppure mi
incamminavo lungo la via Citravati e salivo su un ripido pendio fino
all’albero dei desideri. Lì mi sedevo su una grande pietra scura e
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guardavo il letto di sabbia del fiume Citravati al centro del quale
scorreva un rivolo di acqua che ogni giorno diveniva più sottile per la
siccità. Su questo rivolo le lavandaie lavavano i panni che poi
battevano su grandi pietre. Molti bambini, nella folla indigena delle
stradine di Puttaparthy, mi chiedevano la carità. Io non ascoltavo e
non rispondevo a nessuno. Solo un giorno mentre scendevo lungo la
ripidissima scala di sassi che raggiunge l’albero dei desideri vidi la in
alto seduta una piccolissima, magra, in parte fasciata e forse deforme
bambina dai vestiti variopinti. Poteva avere quattro o cinque anni o
forse di più. Non so perché, pensai che avesse la lebbra. I capelli
erano ricci, stopposi e scuri, gli occhi grandi rotondi e nerissimi. Mi
ispirava una grande simpatia e serenità. Misi una moneta sul palmo
della sua piccola mano aperta delle dita mozze, mancanti e deformi.
La terza cosa che mi colpi a Puttaparthi fu lo sguardo dei ragazzi
allievi delle scuole di Sathya Sai Baba. La prima mattina che fui nel
tempio e che vidi entrare i giovani ragazzi indiani, tutti vestiti di
bianco e tutti, grandi e piccini che andavano a sedersi serenamente al
loro posti notai il loro sguardo. Questi ragazzi avevano uno sguardo
ed una espressione del volto così serena che non avevo mai visto in
alcuno, in alcun altro luogo. Io ho insegnato otto anni nelle scuole
medie superiori di Udine, ho frequentato ambienti scolastici ed
universitari in Italia ed in Svizzera, non sono mai stato colpito dallo
sguardo di nessuno. Questi ragazzi di Puttaparthi, che si
accovacciavano sul pavimento del grande tempio e che, in attesa che
entrasse il Maestro leggevano, studiavano e parlavano discretamente
fra loro sotto voce avevano lo sguardo sereno della purezza e della
virtù erano l’espressione del lato bello della vita, erano il segno della
grande forza positiva di quel luogo e del Maestro.
Un giorno di pomeriggio stavo seduto al centro di una delle trentasei
file di circa 100 uomini l’una che si formano prima di entrare nel
tempio, nella piazzetta accanto alla grande statua di Ganesa.

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Erano circa le due e trenta del pomeriggio. Il sole era alto su in cielo
e tutto illuminava, la piazza, gli uomini seduti, la gente che
camminava, le bellissime piante, gli splendidi fiori, il grande palazzo
del tempio, il museo sito sull’altura oltre il recinto dell’ Asram ed il
grande albero sotto il quale sta l’altare bianco con le undici pietre.
Undici minuti per ritrovare Dio undici minuti come le undici pietre.
Ma per ritrovare Dio bisogna volgere le spalle a Ganesa e cioè non
avere alcun desiderio.
Dietro a me, seduto anch’egli per terra stava un italiano, un altro
stava al mio fianco. potevano avere quarantacinque anni. Come
spesso accade fra italiani parlavano di donne.
Sul volumetto “Sai Baba parla all’occidente” nel giorno 5 novembre
Sathya Sai Baba si occupa dei coinvolgimenti sul piano sentimentale.
I coinvolgimenti sentimentali sono - dice Sathya Sai Baba –
meccanismi per la sopravivenza del corpo. Il corpo e la mente sono
effetto di coinvolgimenti sentimentali e questi coinvolgimenti sono in
essi corpo e mente come causa manifesta pronta a generare altri
effetti anche con il concorso orientativo di quelli già generati. I
coinvolgimenti sentimentali vanno moderati affinché non si formino
dei “vortici sentimentali”.
Ognuno ha dei sentimenti, ma quando cade in un vortice sentimentale
che non vede e non avverte come tale, perché ha soffocato
l’esprimersi
delle
manifestazioni
affettive
le
quali,
conseguentemente, si esternano da lui con sembianze mistificate,
commette degli errori che nuocciono a lui ed agli altri. Una persona
inoltre spesso esprime sentimenti in modo contraffatto perché la sua
insicurezza-timidezza-pigrizia così vuole.
L’esprimere realmente i sentimenti nella loro vera forma non si
adatta al personaggio che costui ha costruito e nel quale vuole
immedesimarsi. Però questo personaggio non è lui ed egli con
rammarico si vede deviare da esso. Anche da ciò ne deriva paura,
pigrizia, insicurezza, disistima di se stessi che portano a negare di
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possedere alcuni sentimenti e quindi non consentire che questi si
esprimano in modo “normale”. Questi sentimenti allora assumono a
si presentano e si manifestano fuori di questa persona con aspetti
diversi e costui non è più compreso dagli altri i quali percepiscono
che nasconde qualcosa ma non sanno che cosa ed allora prendono le
distanze poiché in loro si è “fatta avanti” la diffidenza.
Quando tu anche a causa di ciò che provi, non ti stimi e non ti piaci,
vuoi nascondere quello che credi essere te stesso, agli occhi degli
altri. Allorché vedi riflessi negli altri i tuoi sentimenti di affetto,
paura o altro, devi sapere che si riflette in loro anche la disistima che
nutri nei tuoi confronti. Chi non stima se stesso non può stimare
nemmeno altre persone. A fronte della sua disistima egli riceverà
disistima e queste saranno nemiche della pace per lui e per tutti
coloro che incontrerà.
Inoltre, se tu non manifesti i tuoi sentimenti nelle piccole cose che
sono alla base dei rapporti umani, nasce in te un inavvertito senso di
colpa e ti senti portato a favorire, senza rendertene conto colui o
coloro verso cui ti senti in colpa, nelle cose importanti, anche quando
non sarebbe proprio il caso di fare ciò. Questo tuo stato psicologico
influirà sulle tue decisioni che non saranno più serene e quindi sotto
l’influsso di questa causa commetterai dei grossolani errori.
Mentre io riflettevo i due italiani accanto a me continuavano a parlare
di donne, ora parlavano delle bellezze, delle grazie, della
disponibilità e arti amatorie delle donne indiane. Ad un certo punto,
con mia grande sorpresa, dissero che camminando lungo il fiume
Citravati, andando nella direzione della sua sorgente si incontravano
delle giovani donne bellissime che si potevano avere con dieci rupie.
Nei giorni successivi, ogni mattina,verso le dieci mi incamminavo sul
letto quasi asciutto del Citravati. Tenevo in tasca dieci rupie in
monete metalliche.
Il 29 dicembre appresi che mia madre era morta.

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Poi, un giorno finalmente vidi, mentre camminavo sul greto del
fiume, oltre la zona ove erano le lavandaie, tre giovani belle donne
vestite con abiti indiani piuttosto belli, adornate di fiori sui capelli
che parlavano, scherzavano e ridevano fra loro. Come videro che le
guardavo queste mi fecero inequivocabili gesti di invito, indicando
con le mani il prezzo di dieci rupie. Nel gruppo vi era anche un
ragazzino vestito di bianco. Subito pensai di accettare l’invito, ma
mentre stavo per dirigermi verso di loro guardai il mio vestito. Avevo
l’abito dei devoti di S.S. Baba e non mi parve il caso di accettare
queste proposte così vestito.
Accettando avrei “sporcato”
l’immagine di tutti coloro che venivano colà, e poi , in realtà, io lì ero
ospite di Sathya Sai Baba che mi aveva accolto in fiducia, senza
conoscermi. Pensai che non gli avrebbe fatto piacere che io mi
comportassi così. Proseguii la mia passeggiata. Il ragazzino vestito di
bianco mi seguì per alcuni minuti camminando al mio fianco. Io non
lo badavo, lui non diceva nulla se non con la sguardo, poi si
allontanò.
Perché non accettai questo invito? Per i motivi che ho esposto oppure
la decisione fu dovuta ad altre cause più intimamente connesse con la
mia natura e solo successivamente, pochi secondi dopo, la mente mi
fornì in loro vece, una motivazione logica ed onorevole?.
A volte mi era capitato che, allorché potevo cogliere il risultato di un
lavoro, questo non mi interessava più. Forse questo atteggiamento è
collegato al non apprezzamento di se stessi che porta al non
apprezzamento di quello che si possiede o che si può facilmente
possedere?
Allora la decisione presa in quel giorno non fu il “vincere una
propensione”, ma fu il cedere ad una sopraggiunta debolezza. E
ancora: mi trovavo sull’ampio letto di un fiume sconosciuto lontano
da tutto e da tutti, lungo le sponde del fiume c’erano solamente alberi
ed arbusti ed erba alta secca. Forse fu una scelta dovuta alla paura o
forse fu una scelta dovuta alla timidezza che poteva manifestarsi
stante che erano tre donne ed un ragazzino?. Una volta a Tito Scalo
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in provincia di Potenza mi accadde qualcosa del genere. Era un bella
ragazza con nonna e fratello. Andai con la loro macchina a casa loro
a Potenza. Tutto avvenne nel migliore dei modi e nella massima
intimità ma ero preoccupato che le cose non andassero così. Quella
volta in alternativa dovevo passare la notte da solo in uno squallido
hotel dove c’era solamente un distributore di benzina chiuso. Per
giunta ero a piedi. L’ingegnere Ceschiutti sarebbe venuto a
prendermi solamente il giorno dopo alle nove del mattino. Quella
notte pagai una stanza al Jolli hotel di Napoli ed una in questo motel,
ma dormii in un letto matrimoniale di una casa popolare di Potenza
dopo aver fatto sloggiare da questo letto una bambina di quattro anni
che seppi poi essere la sorella più piccola dei due.
Forse la decisione di quel giorno nel fiume fu dovuta a semplice
pigrizia?. A volte fu proprio la pigrizia a farmi desistere dal prendere
cose che poi avrei potuto usare con piacere…ma con fatica!. O forse
fu l’insieme di tutte queste propensioni che in una determinarono
questa decisione?. O forse furono altri gli influssi che determinarono
o concorsero a determinare ciò?. Forse furono influssi che non
conosco e che probabilmente non conoscerò mai almeno in questa
vita.
Camminai ancora mezza ora sempre risalendo il corso del fiume.
Ripensai a mia madre morta da qualche giorno, quindi apparvero alla
mia mente alcuni “flaches” sulla mia vita.
Un giorno giocavo “alla guerra” con mio fratello, un certo Nenè
Marincola ed altri bambini nel giardino della casa di Udine in via
Cicogna 40 dove abitavo con la mia famiglia. Io frequentavo la
quarta classe elementare dell’istituto Bretoni. Il giuoco si articolava
così: i bambini erano divisi in due “eserciti” che si chiamavano: uno
Osoppo; l’altro Garibaldi, in guerra fra di loro. (Qualche anno prima,
durante la occupazione tedesca chiamavamo i due eserciti:
”tedeschi” e “partigiani”.) Ogni bambino aveva un fucile in legno
modellato da noi stessi. All’inizio del giuoco tutti i bambini si
nascondevano poi, allorché un bambino di un esercito riusciva ad
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avvicinarsi non visto fino a dieci passi ad uno o più avversari e dire
“prigioniero” o “prigionieri” prendeva questi come prigionieri. I
prigionieri erano custoditi nelle “fortezze” e potevano essere con lo
stesso sistema, liberati da uno dei loro. Il giuoco finiva quando un
esercito imprigionava tutti gli avversari. Più numerosi erano i
bambini più il giuoco diventava interessante. A me piaceva molto.
Quel pomeriggio improvvisamente in giardino, vicino ad una folta
macchia di bellissime canne di bambù pensai che ero troppo cresciuto
per fare quel giuoco. Smisi e nonostante gli inviti e le rimostranze dei
compagni, non giocai più, mai più.
Quando smisi di fumare accadde pressoché la stessa cosa. Fu nel
1987 o 1988. Da parecchi anni fumavo oltre quaranta sigarette
marlboro al giorno. Lo ricordo bene perché avevo da poco comperato
un nuova auto Mercedes 190 e mi era stata consegnata con il
telefonino ma….. senza l’accendino. Da un po’ coltivavo l’idea di
smettere di fumare ed un giorno mentre ero in auto con la mia amica
Paola Tonutti ed il mio collaboratore Elvio Terenzani, colsi
l’occasione di una ripicca a fronte di un commento, decisi e
comunicai loro che per cinque anni non avrei più fumato. Non fumai
mai più. Per alcuni mesi mangiai le “nicorettes”. Per anni, non
fumando, di quando in quando sentivo che mi mancava qualcosa. Mi
è sempre piaciuto e mi piace ancora sentire l’odore del tabacco e di
una sigaretta accesa ma non ne ho mai più accesa una ne mai mi è
venuta, dopo quel giorno l’idea di accenderne una.
Ecco: avevo cacciato l’idea dalla mia mente. In quella occasione
credo di aver proprio tagliato il collegamento fra il desiderio ed il suo
mezzo di soddisfazione. Così, un po’ alla volta se ne è andato anche
il desiderio senza venir soddisfatto. Il prezzo di questo
allontanamento del desiderio fu, come d’uso un po’ di sofferenza. Se
riesci a non immaginare con la mente la soddisfazione del desiderio e
non lo soddisfi, egli muore. Questo avviene per ogni cosa. Sì, è

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proprio così: la mente crea e la mente distrugge. Se nessuno guida la
mente questa può fare danni immensi.
Quel giorno mentre camminavo sul letto quasi asciutto del Citravati,
mi stava succedendo un fatto analogo. Riflettei sulla poca sensatezza
di alcuni desideri ed alcuni atti tesi a soddisfarli. Decisi che avevo
giocato abbastanza a questo giuoco. Camminai ancora per un po’. Sì,
avevo giocato abbastanza, non avrei giocato più!. Trovai sempre sul
letto del fiume un piccolo arbusto, seppellii sotto di questo le dieci
rupie disposte in modo da formare un fiore di loto. Cinque monete
come cinque petali del fiore di loto ed una più grande al centro. Poi
mi sedetti su un mucchio di terra modellato dall’ultima piena del
fiume, verso la sua sponda di destra. Vedevo in lontananza il monte
verdeggiante con sopra la grande statua di Hanuman, quella di Cristo
e le altre. Mi apparve allora in rapida sequenza, ciò che avevo fatto e
che avevo tentato di fare nella mia vita, la persone che furono e che
non c’erano più. Mia madre, mio fratello, mio padre, i nonni materni,
gli zii e le zie, i santoli, le donne di casa che mi avevano cresciuto,
Luigia, Rosa e Ninfa. Le amiche e gli amici che già mi avevano
lasciato per sempre. Liliana, la prima donna che ho avuto ancora
adolescente. Ella faceva la collaboratrice domestica a casa mia,
ovviamente aveva oltre dieci anni più di me . Ebbi con lei moltissimi
amplessi, a volte mi imponevo di resistere e mi riusciva. Alla fine
arrivai a costringerla a farmi conoscere la collaboratrice domestica, di
nome Tecla che stava dalla famiglia dirimpettaia alla nostra
minacciandola che in caso contrario non avrei avuto più rapporti con
lei. Fui con questa Tecla, entrando nascosto da un grande ombrello in
un giorno di pioggia nella casa dei suoi padroni mentre questi erano
al lavoro, una sola volta. Poi non la vidi più perché mi sembrava
essere troppo pericoloso.
Mi apparvero la molte iniziative non riuscite. Le donne che avevo
conosciuto in Friuli, a Trieste e Parma, la due città dove avevo
frequentato l’università, a Parigi, a Londra, a Vienna, a Bon, a
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Sassari, a Roma, a Kiev, a Mosca, a Dakar, a Gerusalemme, ad
Abijan, ad Akra dove mi ero recato, sempre per iniziative di lavoro.
Mi apparvero le società che avevo costituito, gestito o assistito: la
Ars et Labor; la Beton Friuli; La Solari; la Sibau; la Presmunt coop;
la Turismo Ottanta; la Euroturist; la Interedil la S.I.E.; la I.G.C.; i
consorzi e la associazioni che avevo costituito, spesso gestito ed a
volte presieduto come il Consorzio degli Esportatori ed Importatori
friulani, il Consorzio garanzia fidi alle cooperative , La federazione
regionale e la federazione provinciale della Associazione Generale
delle Cooperative Italiane ed altre.
Mi apparvero le battaglie vinte e perse all’interno del partito liberale,
le difficoltà scolastiche e le astuzie che mi consentirono di
raggiungere, in entrambi i casi, dopo solo pochi giorni di
intensissimo impegno, prima il diploma di geometra e poi la laurea in
economia e commercio.
Mi apparvero gli aspetti buffi della mia vita specie quelli connessi
alle cerimonie in cui mi conferirono le due onorificenze al merito
della Repubblica Italiana. Mi apparve il lavoro di costruzione dello
Sheraton di Damasco, la villa Dal Torso acquistata assieme al mio
amico e socio Bruno Becchio di Zurigo e dove si era progettato un
centro culturale da realizzarsi assieme al figlio di George Bush allora
presidente degli Stati Uniti, le case che costruii in Friuli ed in Irpinia,
i processi e le condanne: ingiuste ma meritate.
Alcune offese al mio senso morale le avevo compiute, alcuni illeciti
li avevo commessi, non certo quelli per cui venivo processato e per
cui poi fui condannato.
L’atto più impuro che commisi, anche se con riluttanza, fu a
Damasco. La società Turismo Ottanta di Roma che costruiva l’hotel
Sheraton per conto dello stato siriano, aveva falsificato gli stati di
avanzamento dei lavori e portato i corrispettivi in Svizzera dove se li
era divisi con il subappaltatore certo El-Kami, pagando tutte le
figure intermedie: vice ministro del turismo siriano, il socio di

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minoranza (certo avv. Clodel di Roma), il direttore dei lavori della
società Ing. De Trovato, il consigliere avv. Carlo Pedroni ecc.
Quando assunsi la carica di Vicepresidente della società, con tutti
poteri avrei dovuto, a seguito di un accordo che ero stato costretto a
prendere, pagare 200.000 dollari di tangente a certi fratelli Merege
tramite l’ambasciatore d’Italia a Damasco, dott. Giacomelli ed il
nostro socio Clodel. Pagai invece tramite il nostro collaboratore ing.
Rauf el Kajat, con l’accordo del presidente della società cavaliere del
lavoro dott. Duilio Bruseschi 20.000 dollari al capo della polizia di
Damasco perché mettesse questi nella condizione ….di non nuocere.
Appresi dalla televisione che i fratelli Merege e l’avv. Clodel erano
stati dichiarati nemici dello stato, uno dei fratelli tentando di fuggire
era morto, l’altro si era rifugiato in Francia. L’avvocato Clodel era
stato espulso dalla Siria con il divieto di ritornarvi fino a che l’hotel
Sheraton non fosse stato ultimato.
Ultimai e consegnai l’albergo nei tempi che avevo concordato
ricevendo le personali congratulazioni, in occasione della grande
cena inaugurale, dal presidente Hassad, padre dell’attuale presidente
siriano.
A questo pensavo quel giorno seduto sul letto del fiume Citravati. Ad
un certo momento, guardando verso l’Asram oltre le grandi statue, mi
rivolsi a Lui e gli dissi.” Ho fatto tante cose, ho visto tante cose, mia
madre è morta, mia moglie è “a posto”, mio figlio, anche lui è “a
posto”, tante persone non ci sono più, cosa ci sto a fare io ancora
qui?. Non ti sembra che sia ora che me ne vada?”. Questa frase la
ripetei a voce alta mi pare più volte. Non ne abbi alcuna risposta
però ad un certo punto fui cosciente che mi ero alzato in piedi e
valutando una risposta che tuttavia non avevo sentito puntai il dito
della mano destra verso il tempio, che non vedevo dietro la montagna
con le statue e dissi a voce alta: “ Allora va bene ….ma solo per
conoscere. Vivrò per conoscere. Siamo intesi…..solo per
conoscere….e poi non una morte sciocca da cretino….tipo infarto,
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no!. Chiedo una morte preannunciata
che la si veda
avvicinare….contenendo però almeno un poco i dolori…e poi verrò
ad aspettarti qui! ok?.”
Mi alzai e mi avviai scendendo il fiume verso l’Asram. Quando vi
giunsi i devoti uscivano dal tempio dove erano stati per le liturgie del
pomeriggio.
Da tempo avevo deciso di comperarmi un libro. Nell’Asram
vendevano libri in una grande bancarella all’inizio di un viale
alberato e nella libreria che è sulla destra della via principale che
porta al grande ingresso del tempio. Mi recai alla bancarella dove
avevo visto alcuni libri che parlavano di Sathya Sai Baba scritti in
italiano. Quel pomeriggio non vi era proprio alcun libro in lingua
italiana. I preposti mi invitarono a vedere in biblioteca. Mi recai in
biblioteca: Qui, in lingua italiana vi erano diverse copie di un unico
libro: Il secondo volume dei discorsi che Sathya Sai Baba fece agli
studenti nell’anno 1988 /1989. Lo comperai temendo che l’indomani
forse non avrei più trovato nemmeno quello.
Questo libro lo lessi, lo rilessi, lo commentai, per sette anni. Ora lo
sto rileggendo. La mia conoscenza da quel giorno di otto anni or
sono, se raffrontata a quella che era prima che arrivassi a Puttaparthy
è molto aumentata, se raffrontata alla conoscenza-coscienza perfetta,
so bene che quella ancora non c’è. Io ho superato degli ostacoli e con
la mente ho compreso qualcosa. Ora ho la percezione ed un po’ la
conoscenza mentale della Realtà Una oltre le apparenze. Questa
Realtà che è in ognuno è ognuno, ed esiste così come l’albero, che
esiste in ognuno dei suoi frutti anche quando questi sono staccati da
lui. Tutto è così, il macro contiene il micro, come il micro contiene il
macro. Questo esiste nei tre empi, nei tre corpi, nei tre stati
coscienziali. Il passato, il futuro ed il presente. Il corpo grossolano
fatto di cibo, il corpo sottile ed il corpo causale. Lo stato di veglia
ove ti esprimi con il corpo e con la mente. Lo stato di sogno dove si
esprime solamente la mente e lo stato di sonno profondo ove questi
due strumenti, il corpo e la mente, sono immobili. Tu sei là, sempre
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cosciente dello stato in cui ritrovi, ma solamente dello stato un cui ti
trovi. Da ogni stato in cui ti trovi puoi sapere dell’esistenza degli altri
ma non conoscerne, se non a volte, a sprazzi i contenuti.
A Puttaparthy, nei giorni che seguirono, avvertiti molto la presenza
del Maestro. Mi accaddero diversi fatti che solo anni dopo potei
spiegarmi. Alcuni ora non li ricordo ma ho ben presente la sensazione
che lasciarono in me e che, a volte, mi riemerge accentuata.
Rientrai in Italia ed a Pagnacco ripresi la mia vita consueta.
Forse la prima notte che, dopo questo viaggio dormii nella mi stanza,
o una delle notti immediatamente successive mi svegliai alle sei del
mattino. Io ero abituato ad andare a letto sempre dopo le ore 24 ed a
svegliarmi, con grande fatica, con la sveglia che suonava a lungo e
che più volte spegnevo automaticamente senza svegliarmi
completamente, solo dopo le ore otto e spesso dopo le nove.
Quando dovevo svegliarmi presto, per un appuntamento o per un
viaggio, mettevo due sveglie, una abbastanza lontana in modo che
non riuscissi a spegnerla senza dover alzarmi dal letto. Il mattino ho
sempre avuto un sonno terribile. Quando andavo a scuola mi
addormentavo nel bagno seduto sull’orlo della vasca. Quando
insegnavo diritto e d economia all’istituto Stringher di Udine
dovevo sempre camminare su e giù per l’aula per non
addormentarmi. All’università non riuscivo mai a frequentare le
lezioni che incominciavano alle ore nove del mattino. Una volta in
un’ aula ad anfiteatro dove arrivai con grande sforzo alla lezione
delle nove, mi addormentai sotto un banco. Non mi svegliai quando
gli altri studenti uscirono e rimasi chiuso dentro l’aula. Meno male
che c’era un’altra lezione alle undici così potei confondermi con
questi altri studenti ed uscire con loro. L’unico incidente
automobilistico che ebbi nella mia vita fu alle sette del mattino
perché mi ero addormentato guidando. Per me le ore nelle quali
facevo la massima difficoltà a tenere gli occhi aperti erano dalle
quattro alle sette del mattino.
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Quel giorno mi svegliai alle sei del mattino, e sentii chiaramente il
suono melodico e dolce del flauto che si poteva ascoltare a
Puttaparthy allorché Sathya Sai Baba stava avvicinandosi al tempio.
Poiché lo sentii chiaramente pensai ad uno scherzo e cercai un
registratore. La musica cessò, mi rimisi a letto, ma il suono riprese
chiarissimo. Allora mi alzai nuovamente, guardai fuori dalla finestra
e nelle stanze accanto cercando tracce di quello che ritenevo uno
scherzo. Non trovai nulla. Non avevo più sonno e mi venne
spontaneo di mettermi a leggere il libro che avevo comperato a
Puttaparthy: Discorsi di S.S.Baba 1988/89 volume secondo.
Da quel giorno fino ad oggi 01 05 2006 leggo, scrivo penso ed ora
anche medito ogni mattino per una ora e mezza o due. All’inizio
cominciavo alle sei, poi alle cinque, poi alle quattro e poi alle tre ora
inizio alle tre e trenta. Mi sembrava logico mettere la sveglia alle tre
del mattino, leggere e prendere appunti per una ora e mezza-due,
quindi tornare a dormire ed alzarmi poi alle otto e trenta. Ben presto
adottai una precisa liturgia che cambiai cinque o sei volte in questi
otto anni.
Per tutto il tempo che abitai a Pagnacco mi alzavo alle tre , come
avveniva a Puttaparthy, andavo in bagno a fare la barba e lavarmi i
denti. Facevo questo recitando sempre (all’inizio sforzandomi di
stare attento e recitare) Hare Krisna Hare Krisna Krisna Krisna Hare
Hare; Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare. Spesso
recitavo questi mantra solo mentalmente, mai ad alta voce.
Rientrando dal bagno mi sedevo a gambe incrociate sul pavimento in
legno della piccola stanza da letto, accanto alla grande, in cui mi ero
trasferito, avendo di fronte, verso sud, una fotografia di Sathya Sai
Baba appoggiata su un minuscolo piedestallo in plastica in cui avevo
riposto un piccolo sasso a forma di lingam che avevo raccolto
nell’asram a Puttaparthy. Dietro a questa foto vi era la grande finestra
che dà sul prato e da cui si vedono bene, oltre gli alberi del parco, le

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case del paese ed il campanile di Pagnacco. Io non ho mai chiuso gli
scuri di questa finestra.
In quella posizione mi raffiguravo di essere a Puttaparthy. Rivedevo
il percorso dalla 5° casa dove ero stato ospitato la prima volta, il
viottolo asfaltato dove si sedevano per terra i fedeli di sesso maschile,
la piazza di Ganesa, infine l’interno del tempio. Ogni mattino ed
ancora oggi mi soffermo a ricordare i tre incontri più significativi
che ebbi con Sathya Sai Baba. La volta in cui, mentre egli era dinanzi
a me, gli dissi mentalmente che volevo fare una certa cosa e Lui mi
disse in italiano: si. Poi, quando, l’ultima volta che fui lì, gli feci
vedere gli appunti che avevo scritto e tenevo nella mano sinistra
mentre nella destra tenevo un piccolissimo foglietto dove avevo
scritto tre cose di cui intendevo occuparmi al mio rientro in Italia.
Nella mano destra tenevo anche la penna stilografica d’oro
massiccio che volevo regalargli.
Avvenne così: Il giorno prima stavo seduto in fondo all’asram,
tenevo con me gli appunti che, dopo aver comperato un computer ed
imparato ad usarlo, avevo trascritto in circa settanta facciate
dattiloscritte e tenute assieme da una spirale. Le settanta pagine erano
racchiuse fra cartoncino blue da una parte e dall’altra un foglio di
plastica trasparente. Quel pomeriggio intorno a me vi erano delle
persone e dietro nessuno. Sventolai sopra di me, tenendoli in mano
questi appunti perché Baba capisse che volevo farglieli vedere.
Benché Egli fosse lontano notai chiaramente uno sguardo di
rimprovero per il mio gesto. Lo notò anche uno dei sorveglianti che
mi fece capire che non dovevo fare così. Smisi subito.
Il giorno dopo mi trovavo in seconda fila ed accadde quello che ho
iniziato a descrivere prima. Vidi Sathya Sai Baba avvicinarsi,
quando fu circa a sei o sette metri da me mi lanciò uno sguardo
fulminante di rimprovero. Io pensai “ è ancora incazzato per ieri, ora
chi lo vede più”. Mi ero sollevato sulle ginocchia, come ultimai
questo pensiero Egli, che era arrivato alla mia altezza, si girò
improvvisamente verso di me e mentre gli dicevo :” voglio sapere se
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questi appunti vanno bene “, tenendo lo sguardo nel vuoto, mi tocco
con la punta dell’indice della mano destra, l’avambraccio destro, poi
il polso e la mano e la penna ed il piccolo foglietto spiegato che
sfogliò e disse : “yes”. Pensai: “significa che quello che ho scritto è
giusto”. Ero venuto a Puttaparthy per sapere quello. Poi mi venne un
dubbio, l’altra volta che mi disse “si”, nella precedente mia visita a
Puttaparthy, mentre gli porgevo un altro foglietto ricavato sul
momento dalla pagina bianca appena strappata da un libro, ove avevo
scritto ciò che volevo fare, mi aveva guardato nello stesso modo ma
aveva detto di si in italiano, ma rispetto a questo si vi era qualcosa di
diverso che andava oltre la diversità della lingua. Aveva veramente
detto di si?. Riflettevo su questo quando mi avviai per recarmi
assieme ad altri devoti nel “Mandir” ove si faceva qualche minuto di
meditazione e si cantavano i bajan. Nella fila che si era formata due
indiani parlavano fra loro ad un certo punto uno espresse all’altro il
suo consenso a quanto diceva scuotendo la testa come appunto fanno
gli indiani. Mentre lo guardavo e capivo questo egli disse :”yes” con
il timbro di voce ed accento identici a quelli che avevo sentito da
Sathya Sai Baba. Non ebbi più dubbi, aveva detto di si!.
Nella mia camera, in quelle ore del mattino ricordavo quando a
Puttaparthi indossavo un tunica bianca ( per cui nell’asram mi
scambiavano per un sacerdote). Così vestito, un pomeriggio per una
serie di fatti concomitanti ( mi caddero gli occhiali, inciampai per cui
dovetti sedermi negli ultimi posti di una delle 36 file, non certo in
quella che mi sarebbe piaciuto essere) pur entrando fra gli ultimi,
venni fatto sedere nel tempio in prima fila accanto ad un altro uomo
con la tunica bianca, in un posto che era rimasto vuoto. Portavo al
collo un cordoncino viola che indicava la mia appartenenza ad un
gruppo (non sapevo a quale gruppo, mi avevano dato questo
cordoncino ed io lo avevo indossato). In quella posizione volevo
approfittare per dargli un altro bigliettino e chiedere una intervista.
Egli mi si avvicinò. Aveva già molte lettere in mano, prese la mia ed
altre mentre io con la mano sinistra gli mostravo il cordoncino viola
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e chiedevo sommessamente : interview…interview. In quel momento
diverse lettere gli caddero dalle mani svolazzando sulla testa dei
devoti lì accanto. La mia no, era assieme ad altre stretta nelle sue
mani, ma in quel parapiglia egli non ascoltava la mia richiesta di
intervista. Allora con la mano destra lo presi per una caviglia. Riuscii
a tenere la presa per qualche secondo poi uno degli inservienti che lo
seguiva gattonando, con delle braccia robustissime, mi fece mollare
la presa.
Ricordavo anche quando nello stadio, in occasione della mia prima
visita mi recai, stranamente, dopo essere stato aiutato da un
inserviente a salire sopra un muretto e senza che nessuno mi
fermasse, per ben due volte alla base delle tribune delle donne: In
quella occasione due volte Sathya Sai Baba passo davanti a me in
auto mentre io stavo a pochi centimetri dall’auto stessa . All’andata
era nella Mercedes bianca aperta, al ritorno era seduto dietro nella
BMV rossa. Gli inservienti facevano a fianco dell’auto una catena
tenendosi per mano. Io non riuscii a prendere la mano dell’ultimo
inserviente ma riuscii a mettermi davanti la muso dell’auto che
andava lentissima e salutarlo sventolando sopra il cofano quel
cappellino giallo , che ero andato a prendere in camera venendo via
da lì. Egli con la massima naturalezza mi sorrise e ricambiò il saluto
agitando la mano destra.

Parte terza
Ricordo con piacere la seconda volta che fui a Puttaparthy. Un giorno
di pomeriggio mi trovavo in una delle ultime file, però vi erano dei
lavori in corso alla grande entrata principale del tempio. Io allora
indietreggiando ancora andai a mettermi vicino al corridoietto che
fiancheggia il passo carraio dove Sathya Sai Baba di solito usciva

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con la macchina. Ho pensato: prima o poi verrà a vedere i lavori ed
allora mi passerà molto vicino!. Indovinai.
Alla fine del darsana Sathya Sai Baba andò a vedere i lavori
percorrendo però l’altro corridoio, quello dalla parte delle donne. Si
fermò un poco all’ingresso oltre il grande cancello di ferro guardò a
lungo e poi rientrò percorrendo questa volta il corridoio vicino a me.
Si fermò proprio davanti a me, era a circa tre metri di distanza. Si
rivolse dalla mia parte e guardando nel vuoto allungò la mano destra
con il dito indice diritto. Poi piegò l’indice ad uncino tirò a se il
braccio e se ne andò. Questo gesto non mi significò nulla.
Io al mattino di quel giorno per tagliare un piccolo limoncino giallo
mi feci una ferita all’anulare della mano sinistra. Mi usciva molto
sangue. Era una ferita di quelle per cui ogni volta che si piega il dito
si riapre e sanguina. Come faccio in queste occasioni misi sulla ferita
un pezzetto di fazzolettino di carta e lo saldai con del nastro adesivo
trasparente. Alla sera dovevo fare la doccia. Se avessi bagnato il dito
questo avrebbe ripreso a sanguinare. Dovevo fare la doccia tenendo il
dito alto. Decisi di togliere comunque la “fasciatura” anche perché
mi sembra di aver notato che il pezzettino di fazzoletto sottostante
fosse sporco di sangue.
Tolsi la fasciatura e con sorpresa vidi che la ferita non c’era più, non
c’era proprio più, era completamente cicatrizzata. Vi era solamente
un piccolo segno a rilievo sulla pelle lungo quella che era stata la
ferita del mattino. In poche ore era sparito tutto. Normalmente per
guarire così mi ci vogliono almeno alcuni giorni. Forse è stato il
clima particolarmente salubre a Puttaparthy o forse è stato Sathya Sai
Baba quando si è fermato davanti a me.
Oggi che trascrivo questo, siamo il 05 05 2006 e questa mattina ho
fato le seguenti riflessioni:
La via dell’azione. Ogni azione che tu compi ha uno scopo. Lo scopo
è di soddisfare un tuo più o meno nobile desiderio. Tu cerca di agire
così: Compi l’azione, soddisfa il desiderio per cui la compi, ma
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compila, meglio che puoi nel dharma, offrendola a Dio. Anche il cibo
che mangi offrilo a Dio, in questo modo il cibo soddisferà la tua
esigenza-desiderio più o meno sentito di mangiare, ma ti aiuterà
anche ad uscire dalla ignoranza. Devi desiderare che sia Dio ad avere
questo cibo. Devi capire che ogni azione che compi è un’azione di
Dio. Ogni azione che compi, dal mangiare a questo tuo scrivere è
Dio, sei tu. Rispetta dunque l’azione, anche la più piccola e poco
significante azione, sii generoso con lei, dagli, nel compierla il
meglio di te stesso, il massimo tuo impegno.
Ricorda: a questo fine tutte le azioni sono ugualmente importanti. Il
principio di uguaglianza che è nell’uomo si estende anche alle azioni
dell’uomo. L’uomo deve essere “il giardiniere di Dio”. Offrendo
costantemente ciò che fai a Dio il pensiero di Dio rimarrà fisso nella
tua mente. Ciò ridurrà il tuo orgoglio e gli altri tuoi avversari che
sono in te, migliorerà la tua stima e fiducia in te stesso, contribuirà a
generare e rinsaldare in te la pace e la tua disponibilità ad amare gli
altri. Tutto ciò che farai avrà successo perché non avrai bisogno di
sofferenze per crescere. Il tuo destino futuro in questa ed in altre vite
sarà roseo e sereno fino a raggiungimento della consapevolezza
perfetta e finale liberazione in SAT-CIT-ANANDA.
Ora mi chiedo : Perché sento spesso il rumore che si ode stando sotto
i cavi della alta tensione o avvicinando l’orecchio alla sentina della
barca quando il fondale è roccioso?. Questo rumore lo sento nelle ore
del mattino, come adesso, mentre scrivo o mi accingo a meditare.
Non ho una risposta, per altro la domanda non è molto interessante.
La vocazione:
Ecco cosa è la vocazione. La vocazione è quando senti che il
pensiero di Dio ti da serenità e gioia. La vocazione non è il desiderio
di ritirarsi dal mondo o di fare del bene, questi possono venire dopo.
La vocazione è avvertire il desiderio della comunione con Dio. SATCIT-ANANDA: dove SAT è la onnipresenza; CIT è la onniscienza;

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ANANDA è la onnipotenza dell’amore di Dio. Tu hai queste tre
caratteristiche che sono la unica Verità in te. Sii consapevole di ciò.
Curare ciò che si ha:
Curare le cose che si possiedono ed assaporare il piacere di curarle.
Tu sei proprietario di alcune cose per curarle, così come devi curare
il tuo corpo. Tu cura le cose che sono tue, non trascurarle, esse sono
tue perché tu possa fare quello che devi e cioè curarle.
Quando pensi a ciò che non hai, ti aumenta il desiderio per quelle
cose e trascuri ciò che possiedi. La trascuranza ti crea scontentezza,
senso di colpa ed ambizione del castigo per te, che tu non avverti
come tale, ed allora ciò si trasforma in sconfitta o in malattia. I
germi, non sono loro la causa di malattie. Tu vivi con i germi e
normalmente li tieni a bada, ad un certo momento questi prendono il
sopravvento, perché?. E’ la tua mente che lascia indebolire le tue
difese. Sei tu che, per ragioni di cui non sei consapevole, programmi
le malattie.
Eravamo all’inizio della primavera del 1988, faceva ancora freddo.
Avevo due processi penali in due giorni consecutivi, uno a Udine ed
uno in appello a Trieste. Il mio avvocato mi consigliò di ricoverarmi
in ospedale per ottenere un rinvio. Così feci, mi ricoverai
denunciando, come mi era stato consigliato: nodo alla gola, dolori al
torace e senso di soffocamento. Erano sintomi di angina pectoris. In
ospedale avevo una buona stanza, usavo il telefonino, al mattino
leggevo e scrivevo come a casa, secondo la liturgia che avevo
all’epoca adottato. Ero tranquillo perché la mia assicurazione pagava
tutto. Mi feci tutte le analisi dal momento che per alcuni giorni
dovevo stare lì.
Un giorno entrò nella mia stanza il primario con alcuni medici di
ambo i sessi. Il primario lo conoscevo bene. Molti anni prima quando
io ero ancora giovanissimo frequentavamo assieme la scuola di
scherma di Udine. Egli non era un gran schermitore se raffrontato ad
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Antigono Frangipane, Enzo Moro, Luigi Bulleri ed io che eravamo
campioni nazionali, per questo lo guardavamo un po’ “dall’alto in
basso”. Anni dopo lo avevo incontrato nel piccolo porticciolo di
Portobuso ed ancora lo guardai dall’alto in basso. Questa volta
perché io stavo sul “flying bridge” del Kimba, il trawler di 10 metri
che avevo allora, e lui stava su quella sua bassa e sottile barca a vela
che si era ormeggiata sulla mia.
Il primario entrò nella mia stanza con una espressione molto seria e
con una faccia molto più funerea di quella che conoscevo come
solita e mi disse: “ devo darti una spiacevole notizia…..hai l’epatite
C.” Non mi scomposi molto e gli dissi: “ con l’epatite C si
muore…non si può guarire”. Lui mi disse:”si”, ed a me venne da
ridere. Lui lo notò e rimase visibilmente sconcertato, cambiò
espressione ma non disse nulla. Poi mi raccomandò alcune
prescrizioni da osservare anche per evitare contagi e se ne andò con il
suo seguito. Non poteva certo immaginare che io sorridevo
ricordando ciò che avevo chiesto a Sathya Sai Baba, quel giorno sul
letto quasi asciutto del Citravati. Non poteva nemmeno immaginare a
che cosa io pensassi qualche giorno dopo quando gli chiesi: “Posso
scopare?” e lui mi rispose: “non puoi chiedermi la licenza di
uccidere!”.
Da quel giorno sono passati più di otto anni. In questo periodo mi
allontanai da molte cose e da molte abitudini, per la verità senza
sforzo ne sacrificio. Della mia vita mi era rimasto quello che in realtà
più apprezzavo e cioè risolvere i problemi finanziari di imprenditori,
elaborare iniziative ed attuare programmi.
Ricordo la P.Z. s.p.a. e le società collegate, l’hotel Green Riviera di
Magnano in Riviera che acquistai con un partner, noto esponente
della “particolare” società avellinese, il complesso immobiliare Al
Fungo di Gemona, l’occhialeria Lorenzoni di Trigesimo, la fabbrica
di macchine per la laminazione di metalli nobili di Buttrio, le varie

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iniziative finanziarie a Milano, fino all’ultima, la Goinfly Silverado
S.p.A..
Questi sono gli attaccamenti che da solo non avrei avuto la forza di
tagliare.
Anche qui dove ora mi trovo (questa parte l’ho scritta in carcere a
Udine dove stetti dal 25 05 2005 al 21 02 2006) i lacci di questa
propensione mi imprigionano la mente e la portano a progettare
saltando dalla Romania al Venezuela, all’Italia, ai Carabi ecc. Prima
della morte anche questi attaccamenti devono essere e saranno
tagliati per uscire con la coscienza dai limiti del tempo, ed essere
coscienti dell’infinito che sta in quello ed oltre a quello che si
definisce universo.
Questo obiettivo spirituale è il senso della mia permanenza qui (in
carcere). Questo unico obiettivo, che è il traguardo che ognuno si
porta appresso pur non vedendolo, si scompone in molte sfaccettature
ed aspetti che, come dei sottotitoli, ne qualificano alcune tappe le
quali a volte mostrano di loro quanto serve per affrontare con più
coerenza e serenità la vita.
Oggi che trascrivo questo, è il 06 05 2006 sono esattamente trenta
anni dalla data del terremoto che sconvolse tutto il Friuli a cambiò la
vita di molti di noi. La catastrofe del terremoto fu qualcosa che aveva
anche il grande inconveniente che non la si poteva imputare a
nessuno. Questo disastro era estremamente increscioso, in quanto ti
colpiva da dentro della tua terra, dentro la tua casa.
IL libro “Sai Baba parla all’occidente “ oggi sottolinea alcuni aspetti
dei desideri collegati alla conoscenza di se stessi che mi sembra di
poter commentare così:
Per poter fare ciò che vuoi devi conoscerti e cioè, dice Sathya Sai
Baba devi sapere ciò che vuoi. Tu in realtà devi sapere ciò che
realmente vuoi. L’unica cosa che uno veramente vuole è …..tornare a
casa in Dio. Non sapendo che vuole questo ma sapendo di volere
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qualche cosa l’uomo si costruisce obiettivi effimeri e si adopera per
raggiungerli. Anche in questo caso vi è una situazione analoga a
quella della “corda ed il serpente”.
Una persona, in un luogo semibuio vede che per terra vi è qualcosa e
gli attribuisce le fattezze di un serpente non capendo che è invece una
corda. In merito ai desideri, la persona conosce di volere qualcosa ma
ignora ciò che veramente vuole ed allora si costruisce degli obiettivi
e poi si affanna per raggiungerli pensando che quelli siano ciò che lei
vuole.
In realtà conseguentemente al fatto che tu sei Dio, tu vuoi “sostenere”
il creato e fare si che ovunque si manifesti la beatitudine. Cioè tu
vuoi fare felici gli altri. Questo tu realmente vuoi!, perchè tu sei Dio
e sei dovunque negli altri, in tutti, in tutto. Il corpo e la mente che hai
sono strumenti.
Un contadino non ara il campo per fare felice l’aratro, ma lo ara per
seminare, raccogliere il grano e fare alla fine il pane apprezzato da
tutti. Comprendi ciò che tu vuoi e che ciascuno veramente vuole.
Assapora questa verità. In realtà nella non conoscenza di ciò che
veramente vuoi ti preoccupi di fare qualcosa di gradito ai tuoi
strumenti, in questo modo, alla soddisfazione di questi artefatti
desideri, godi di qualche “sprazzo” della beatitudine del Sé.
Sii consapevole della tua vera vocazione e cioè del tuo unico e vero
desiderio. San Francesco aveva capito benissimo ed esprimeva ciò in
modo che alcuni iniziati capivano, ma molti non capivano nonostante
le sue semplici parole. Aiutare gli altri è valutare ed emancipare se
stessi. Non a caso il Sommo Pontefice, il più rispettato e potente
rappresentante della comunità cristiana-cattolica, si definisce “Servus
servorum Dei”.
Tu, lasciando che appaia in te e fuori di te il “vero” desiderio,
cominci ad assumere consapevolezza di essere Atman-Brahman e
non altro. Non appesantirti dunque di desideri inutili! In questo luogo
(la prigione) comincio a capire che devo sempre affrontare
serenamente e con grande disponibilità tutto e tutti ed avere la
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