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Monsurrò Scuola austriaca di economia .pdf



Nome del file originale: Monsurrò - Scuola austriaca di economia.pdf
Autore: MauroLIB

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Scuola austriaca di economia
di Pietro Monsurrò
Istituto Bruno Leoni

Capitolo 1 – Storia della Scuola austriaca
La storia della Scuola austriaca di economia è indissolubilmente legata a quella della rivoluzione marginalista, un
radicale avanzamento del pensiero economico avvenuto all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento: tre economisti,
l’austriaco Carl Menger, l’inglese William Stanley Jevons, e il francese Léon Walras, formularono un concetto
fondamentale, il principio marginale, procedendo alla completa ricostruzione dell’intero edificio dell’economia teorica.
Questa rivoluzione fu portata avanti secondo linee differenti dai tre autori: la Scuola austriaca nasce dall’opera di
Menger, mentre l’approccio che ha avuto più successo è stato quello di Walras, da cui discende la teoria economica
“accademica”, che chiameremo, un po’ impropriamente, “neoclassica”. Praticamente tutta l’economia moderna è
marginalista, ma le differenze tra i due approcci, quello di Menger e quello di Walras, sono tuttora rilevanti.
Il termine “austriaco”, originariamente, fu coniato dagli “economisti” della giovane scuola storica tedesca di economia,
con il fine di denigrare Menger e, successivamente, i suoi primi discepoli (come Eugen von Böhm-Bawerk). Ma quando,
negli anni Trenta e Quaranta del ventesimo secolo, gli esponenti più importanti della Scuola austriaca di allora, Ludwig
von Mises e Friedrich August von Hayek, emigrarono, rispettivamente, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il legame
“geografico” con l’Austria venne a mancare, tant’è che, ormai da diversi decenni, gran parte degli economisti della
Scuola austriaca, a partire da Murray Newton Rothbard (il più importante allievo americano di Mises), non sono più di
nazionalità austriaca.
Carl Menger (1840-1921)
Carl Menger è stato il fondatore della Scuola austriaca. I suoi contributi spaziano dalla teoria del valore a quella dei
prezzi e della produzione, estendendosi anche alla teoria delle istituzioni e alla metodologia delle scienze sociali.
La sua prima importante opera, Principi fondamentali di economia, del 1871, contiene di fatto gran parte dei concetti
di base della Scuola austriaca, successivamente approfonditi e integrati dagli autori successivi.
Menger chiarì che lo scopo della teoria economica era lo studio dei beni “scarsi”, i beni cioè che servono al
perseguimento degli obiettivi degli uomini, ma che non sono disponibili in quantità sufficiente per realizzarli tutti. Di
conseguenza, l’essenza dell’economia è l’azione in condizioni di scarsità, e quindi ogni individuo agisce
economicamente quando economizza i mezzi in vista dei suoi fini.
Da questo principio Menger derivò l’intera teoria dei prezzi, operando un ribaltamento concettuale radicale rispetto
alle precedenti teorie, secondo cui il costo di ogni merce dipendeva dalle spese monetarie necessarie a completarne la
produzione. Il tutto era una pseudo-spiegazione, in quanto non era chiaro da cosa derivassero i costi di produzione
stessi. Menger ribaltò la faccenda, dividendo i beni in “ordini”: i beni del prim’ordine sono quelli che soddisfano un
bisogno immediato, quelli del secondo ordine sono quelli necessari a produrre i beni del prim’ordine, eccetera. I beni
del prim’ordine sono il “fine” dell’economia, in quanto i beni di ordine superiore rappresentano solo mezzi per
raggiungere lo scopo, il conseguimento del fine. Ne deriva che il valore di un mezzo di produzione dipende dal
contributo che può effettivamente dare alla produzione dei beni del prim’ordine, e non viceversa.
Viene quindi a ribaltarsi anche il rapporto tra fattori soggettivi e fattori oggettivi: sono la valutazione del fine, e la
valutazione dell’adeguatezza del mezzo, due elementi “soggettivi”, perché individuali, che determinano i costi, e non
sono gli immaginari costi “oggettivi” a determinare i prezzi. Il prezzo che i consumatori sono disposti a pagare per
consumare oggetti nella cui produzione è l’acciaio determinano il valore delle miniere di ferro.
Sempre dal principio del valore soggettivo si riesce a spiegare il perché dello scambio. Se si ritenesse, infatti, che il
valore sia una caratteristica della merce, e non una valutazione dell’individuo che quella merce domanda o offre, lo
scambio non avrebbe nulla da contribuire al valore: solo la produzione sarebbe un atto significativo per l’economia. Ma
non è vero: se un individuo ha due fette di pane, e un altro ha due fette di prosciutto, scambiando una fetta di pane
con quella di prosciutto possono ottenere entrambi un panino intero: il risultato è vantaggioso per entrambi. Ma questo
perché il valore è soggettivo: se fosse oggettivo, insito nella merce, lo scambio non potrebbe influenzare il valore. Se
lo scambio dovesse avvenire solo tra merci di ugual valore (altrimenti, chi darebbe via un qualcosa per ottenerne
un’altra di valore inferiore?), a cosa servirebbe?
Tra gli altri contributi fondamentali, di Menger, va ricordata la teoria dell’origine della moneta, e, più in generale, delle
istituzioni sorte per via evolutiva. La teoria di Menger parte da una situazione di baratto, inefficiente e poco produttiva,
e mostra come alcune merci cominciano ad essere usate come pseudo-monete, fino alla creazione di un sistema
monetario completo… opera dell’azione umana, ma non del progetto umano. Tale struttura di spiegazione può essere
estesa per spiegare anche l’origine del linguaggio, del diritto e di molte altre istituzioni umane.
L’altra opera fondamentale di Menger è Sul metodo delle scienze sociali, del 1883. In quest’opera, Menger difende la
teorizzazione economica contro gli attacchi della giovane scuola storica tedesca di economia, che voleva studiare
l’economia basandosi soltanto su fatti storici, senza alcuna attenzione per la teoria e l’astrazione. L’essenza del
problema deriva dal fatto che l’osservazione di un fenomeno economico come la moneta richiede già di per sé una
teoria: nella storia si è usata come moneta il sale, l’oro, addirittura le sigarette… i concetti sottostanti al fenomeno
della moneta non derivano dall’osservazione (oro e sale hanno poco in comune), ma dalla riflessione teorica. La
necessità della teoria e la complessa relazione tra teoria e storia rappresentano un tema fondamentale per tutti gli
austriaci, ed è uno dei fattori caratterizzanti di questa Scuola.

Eugen von Böhm-Bawerk (1851-1914)
Böhm-Bawerk fu il più noto allievo diretto di Menger, ed è celebre per la sua opera Capitale e interesse (1884),
soprattutto per il secondo libro, “La teoria positiva del capitale”, in cui espone la sua teoria del valore, dei prezzi, del
capitale e del mercato. È anche noto per opere minori, come la critica puntuale del sistema economico marxista,
esposta in La conclusione del sistema marxiano.
Il problema maggiore affrontato da Böhm-Bawerk è la spiegazione del fenomeno dell’interesse; egli introdusse il
concetto di preferenza temporale, cioè la preferenza per le merci presenti rispetto a quelle future. Da questa
preferenza, chi fornisce oggi strumenti di produzione (e quindi si astiene dal consumare subito) è disposto a farlo
perché in futuro ritiene che avrà a disposizione una quantità di merci superiore a quella che si è astenuto oggi dal
consumare. È infatti difficile immaginare che le persone preferiscano dodici uova domani piuttosto che oggi, mentre è
possibile che siano disposte a sacrificarne dodici oggi per averne tredici domani.
L’opera di Böhm-Bawerk fornì le basi per la teoria di Knut Wicksell dell’interesse “naturale”. Le idee di Wicksell, un
economista svedese, furono poi riportate nella tradizione austriaca da Ludwig von Mises, consentendo finalmente di
integrare teoria monetaria e teoria del capitale.
Una delle critiche più frequenti a Böhm-Bawerk riguarda la nozione di “tempo di produzione”. Böhm-Bawerk, ritenendo
l’interesse il “prezzo del tempo”, e la dotazione di capitale di una società come una sorta di “tempo totale
immagazzinato” dalle generazioni tramite gli investimenti, ritenne di poter descrivere la struttura della produzione
tramite un “valor medio” del tempo impiegato nella produzione. La critica successiva ha poi smontato le basi teoriche
di questa visione semplificata, che però è ancora molto utile come prima approssimazione: Böhm-Bawerk è infatti
considerabile il primo “macroeconomista” della Scuola austriaca, aprendo una linea di pensiero che, attraverso
Friedrich August von Hayek, è arrivata fino ai nostri giorni con gli studi di Roger Garrison (un altro che, come si evince
dal nome, di austriaco ha le idee di Menger, ma non certo la nazionalità).
Ludwig von Mises (1881-1973)
Ludwig von Mises fu allievo di Böhm-Bawerk, ed è una figura centrale nell’evoluzione delle teorie della Scuola
austriaca, per via dei suoi innumerevoli contributi in vari ambiti del pensiero economico, come anche politico ed
epistemologico.
La prima importante opera di Mises fu, nel 1912, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. In quest’opera, Mises
introdusse la teoria della moneta nella teoria del capitale di Böhm-Bawerk, e risolse il problema del “Circolo austriaco”,
una tautologia che aveva impedito ai suoi predecessori di dare una spiegazione di come si determina il valore della
moneta: il “teorema di regressione” di Mises sistematizza logicamente la teoria mengeriana dell’origine della moneta.
Nella stessa opera, Mises elabora le idee di alcuni economisti inglesi dell’Ottocento, tra cui David Ricardo, sulle cause
del ciclo economico, interpretandole alla luce della teoria austriaca del capitale, elaborando quindi per la prima volta
ciò che diverrà poi la “teoria austriaca del ciclo economico”, tuttora uno degli aspetti più caratteristici delle teorie
austriache.
Nel 1920, con il suo saggio “Il calcolo economico in un’economia socialista”, Mises dimostrò l’impossibilità di creare un
sistema dei prezzi in assenza di un libero mercato dei fattori di produzione, e quindi l’impossibilità di far funzionare
un’economia dove il capitale è nelle mani dello stato (socialismo: proprietà pubblica dei beni di produzione). Dato il
ruolo fondamentale del calcolo economico, e quindi del sistema dei prezzi, nella coordinazione del sistema di mercato,
Mises dimostrò che il socialismo era impossibile (più precisamente: era impossibilitato a gestire un’economia
complessa, come quella attuale, e quindi a produrre beni e servizi per le masse).
Mises tornò su questi argomenti svariate volte, fino a sistematizzare l’intero suo edificio teorico, incluse le sue idee
politiche, nel monumentale L’azione umana, del 1949, che di fatto include tutti i suoi contributi economici, politici e
metodologici.
In opere come I problemi epistemologici dell’economia (1933) e Teoria e storia (1957), Mises elaborò le idee
metodologiche di Menger, ponendo le basi per una metodologia generale individualista e soggettivista per le scienze
sociali, di cui Mises sviluppò soprattutto la parte economica. Il fatto che suoi seguaci, come l’italiano Bruno Leoni,
siano riusciti ad estendere le sue intuizioni metodologiche anche a campi come la teoria del diritto e dello Stato mostra
comunque la generalità dei suoi assunti.
Friedrich August von Hayek (1899-1992)
Hayek è il più famoso degli economisti austriaci, perché nel 1974 vinse il Premio Nobel per l’Economia: a tutt’oggi è
l’unico esponente della Scuola ad averlo vinto. I suoi contributi maggiori sono nella teoria del capitale, del ciclo, del
calcolo economico, del processo di mercato e dell’uso della conoscenza nella società.
Come Mises, è famoso anche, se non soprattutto, per i suoi studi di filosofia e teoria politica. Concentrandoci però
sull’aspetto economico, le opere più note sono Prezzi e produzione (1931), sulla teoria del capitale e del ciclo
economico, e Individualism and Economic Order (1947) che contiene molti saggi sul calcolo economico, il processo di
mercato, il ruolo della concorrenza e l’uso dell’informazione.
Hayek è noto soprattutto per i suoi contributi alla comprensione del processo di mercato, un’altra idea tipicamente
austriaca. In saggi come “The Use of Knowledge in Society” e “Competition as a Discovery Procedure”, analizzò il ruolo
che le informazioni, disperse tra migliaia e milioni di attori, e “incanalate” dal processo di mercato, svolgono nella
coordinazione della produzione nelle economie avanzate. L’idea del mercato come un processo di scoperta, anziché
come un equilibrio economico generale, fa parte del patrimonio teorico della Scuola austriaca, come si può vedere in
opere come Concorrenza e imprenditorialità di Kirzner, basate sulle idee di Mises e Hayek sull’imprenditorialità e il

processo di mercato.
In Prezzi e produzione introdusse anche i cosiddetti “triangoli di Hayek”, che sono una descrizione semplificata della
produzione grazie ai quali si mostra come il tempo sia necessario a trasformare i beni di produzione in beni di
consumo. Il ruolo del tempo nella produzione è uno degli argomenti in cui maggiore è la distanza della Scuola
austriaca dall’economia ortodossa.
Passando senza complessi, come Mises stesso, dalla teoria economica alla filosofia politica, Hayek sviluppò le teorie
evoluzioniste sulla nascita delle istituzioni che Menger aveva introdotto, e che i suoi successori avevano tralasciato.
Insieme a Bruno Leoni, è stato, tra gli austriaci, quello che più si è interessato ai temi della nascita e dell’evoluzione
del diritto.
La discussione sulle effettive differenze tra Mises e Hayek è ancora aperta: per alcuni i due autori sono molto simili, e
si differenziano per l’enfasi posta su determinati argomenti; per altri la distanza è invece radicale. La mia opinione è
che Hayek abbia sviluppato le idee di Mises, contribuendo quindi ad alcuni temi che Mises aveva trascurato,
tralasciato, o comunque non approfondito. Gli scritti di Hayek sulla concorrenza, l’informazione e la struttura del
capitale sono fondamentali.
Murray Newton Rothbard (1926-1995)
Come Mises e Hayek, anche Rothbard è noto sia come pensatore politico che come teorico dell’economia (e anche
come storico economico; si veda in particolare un volume come La grande depressione, del 1963, sulla storia
economica della crisi del ’29). Probabilmente Rothbard è più noto come pensatore politico che come economista,
essendo uno dei padri del libertarismo, ma anche come economista i suoi contributi sono numerosi e interessanti.
Le sue idee di teoria economica sono quasi tutte racchiuse in Man, Economy, and State, del 1962. In quest’opera
Rothbard sistematizza e rielabora l’intero edificio economico austriaco, introducendo diverse innovazioni rispetto ad
un’opera “gemella” come L’azione umana di Mises, del 1949.
Rothbard introdusse nel corpus teorico della Scuola austriaca la teoria dei costi di transazione di Coase, ottenendo
quindi una teoria delle istituzioni (nella fattispecie, delle imprese in un libero mercato) che integrava le tematiche
(misesiane) del calcolo economico e quelle (coasiane) dei costi di transazione e della natura dell’impresa. Rothbard
estese tale tematica fino ad applicare la teoria del calcolo economico all’organizzazione industriale, alla critica
dell’economia delle cooperative, e al tema della dimensione ideale delle imprese, e quindi del monopolio, ponendo le
basi per una teoria austriaca dell’impresa che ancora oggi è un’area di ricerca molto attiva.
Per quanto riguarda i monopoli, la sua teoria differiva radicalmente da quella di Mises, che accettava l’idea che i
monopoli imponessero un danno ai consumatori e fossero un difetto dell’economia di mercato. Per Rothbard, non è
possibile dimostrare che un prezzo sia monopolistico, in quanto non esiste un mercato concorrenziale con cui
confrontare tale prezzo con un eventuale “prezzo concorrenziale”. Ad esempio, come mostrato da Pascal Salin in
“Cartels as efficient production structures” (tradotta in italiano in appendice al volume La concorrenza), una struttura
del mercato apparentemente poco competitiva in quanto caratterizzata da una certa concentrazione può essere
necessaria per offrire determinati beni e servizi ai consumatori. Del resto, se in un mercato nessuna impresa entra, è
perché nessuna ritiene che ne valga la pena… come succede in tutti i mercati.
Tra concorrenza e monopolio ci sono differenze di grado e non c’è nessun modo per rendere la situazione di mercato
migliore senza danneggiare alcuno. La teoria del mercato come processo rende futili i tentativi di giudicarlo con i criteri
statici dell’economia neoclassica.

Capitolo 2 - La teoria soggettiva del valore
La teoria del valore soggettivo è la base delle teorie economiche della Scuola austriaca. Il punto di partenza è
l’individuo: soggetto pensante, dotato di conoscenze, che agisce in vista di un fine. L’azione umana è comportamento
dotato di senso, comprensibile in quanto avente uno scopo, ed è il mattone fondamentale dell’intera realtà sociale. La
generalità di questo approccio è tale da consentire l’applicazione del metodo austriaco a qualunque sfera delle relazioni
sociali, anche al di fuori dell’economia: Bruno Leoni, ad esempio, la usò per indagare la natura e le forme del diritto e
del potere, e Menger per spiegare l’origine di una varietà di istituzioni, quali il diritto e il linguaggio.
Prasseologia e catallassi
Mises introdusse due termini per indicare lo studio sistematico della logica dell’azione umana: prasseologia (dapraxis,
azione, e logos, scienza) e catallassi (da catallattein, che significa “scambio”, ma anche “rendere da nemico amico” e
“ammettere nella comunità”). La prasseologia è lo studio della logica generale dell’azione individuale (la teoria del
valore e dello scambio). La catallassi invece applica i principi della prasseologia allo studio di una classe più limitata di
fenomeni, come la moneta, i prestiti, il reddito dei fattori (interesse, salario, rendita), il ciclo economico.
La specificità del campo di studio non deve far pensare che lo stesso metodo non possa essere applicato ad altre aree
di indagine. L’azione umana è sempre azione economica, diceva Mises: ogni volta che un individuo sceglie, affronta dei
vincoli, e quindi deve “economizzare” le risorse: che siano l’influenza politica, il denaro, gli eserciti, o il tempo da
dedicare allo studio, la scarsità è onnipresente.
L’azione umana e l’individualismo metodologico
L’individuo è per la Scuola austriaca essenzialmente “homo agens”: un individuo che agisce in vista di determinati fini,
impiega certi mezzi, e decide in base alle conoscenze che ha, o ritiene di avere, riguardo l’ambiente in cui opera.
L’individuo agisce perché cerca di ottenere un miglioramento della sua situazione: ritiene che, agendo, può realizzare
determinati fini che reputa importanti. Per farlo, deve fare i conti con la scarsità dei mezzi: si può apprezzare sia il
mare che la montagna, ma non si può stare contemporaneamente in entrambe i luoghi. L’individuo deve scegliere, e
scegliere significa selezionare i fini da realizzare, e i mezzi da adottare per conseguirli.
La cosa può apparire ovvia. Eppure, nelle scienze sociali esistono altre scuole di pensiero: il collettivismo
metodologico, ad esempio, non fa agire gli individui, ma classi, nazioni o altre entità astratte. Ma i collettivi non sono
in grado di darsi un significato e un obiettivo, perché “solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo
agisce” (Mises, Socialismo): è l’individuo che dà senso alla realtà sociale, e solo il riferimento all’azione individuale ne
consente la comprensione.
Altre tradizioni del pensiero sociale affermano invece che, essendo i fini non conoscibili, in quanto i processi mentali
non possono essere osservati, le scienze sociali, se desiderano essere scientifiche, devono fare a meno di riferirsi agli
stati di coscienza: questa dottrina si chiama comportamentismo. La prasseologia è l’esatto opposto: è il processo
mentale sottostante che dà senso all’azione umana, anche quando non lo conosciamo.
Conoscenze e intelligenza
Se non fosse per l’irritante uso dei formalismi matematici, qualsiasi testo di microeconomia neoclassica dirà più o
meno le stesse cose che abbiamo detto finora. Ma nel ruolo che i processi mentali giocano nella teoria economica la
Scuola austriaca si differenzia radicalmente dalla corrente neoclassica.
Per i neoclassici questi fattori non giocano alcun ruolo nell’economia teorica, perché non è possibile descriverli
matematicamente: nella teoria dell’equilibrio generale, tutti gli individui sono onniscienti e tutti gli individui devono
solo risolvere problemi di ottimizzazione, mentre, nella teoria dei giochi, seppure più complessa e quindi più realistica,
è ancora una volta il meccanismo e non la creatività e l’intelligenza a farla da padrone.
La scelta austriaca è più realistica ma più problematica: i processi mentali non possono essere trasformati in sistemi di
equazioni, perché ciò che l’individuo conosce, pensa, crede e vuole, e come prende decisioni, non è in genere noto. Di
conseguenza, non è possibile creare una teoria generale dell’azione umana in grado di predire le azioni individuali: ma
l’azione segue una logica, quindi è possibile comprendere qualcosa sull’azione umana senza riferimento alle azioni
particolari di un individuo. Ad esempio, è possibile capire come funziona il mercato senza bisogno di sapere cosa c’è
nella testa di ogni singolo consumatore e produttore.
Ogni azione individuale ha determinate caratteristiche formali: un fine, un processo decisionale che impiega
conoscenze, teorie ed informazioni, una mente più o meno creativa e intelligente che elabora tutti questi fattori, e un
insieme di mezzi impiegabili per raggiungere l’obiettivo. Conoscere tutto ciò è molto più di non sapere nulla, ma molto
meno di conoscere i dettagli sui fini, i mezzi, le teorie, le informazioni e le decisioni di ognuno.
Il valore dei beni
Cosa dà valore ad un oggetto? Il suo essere in grado di realizzare un fine, o, per la precisione, la convinzione, di un
individuo, che l’oggetto sia utile al suo perseguimento. Una banconota ha valore perché può essere impiegata per
comprare merci: in un’isola deserta non avrebbe alcun valore, perché non potrebbe avere alcuna funzione. L’acqua ha
molto valore nel deserto, ma molto meno in una città servita da numerosi acquedotti.
Il valore è frutto di una valutazione soggettiva dell’adeguatezza del mezzo alla luce del fine perseguito. La moneta ha
valore solo se esiste un mercato; una sigaretta ha valore solo per chi fuma, e solo per chi ha un accendino;(1) un’auto
ha più valore se si abita in un luogo isolato, e se non si hanno altri mezzi di trasporto.(2)

Tutti questi esempi mostrano che il valore è un qualcosa di attributo alle “cose” viste come mezzi, cioè una valutazione
soggettiva. Il fatto che sia soggettivo non significa che sia arbitrario: l’ambiente naturale ovviamente vincola il raggio
d’azione dell’individuo. Ma è sempre quest’ultimo che valuta, che lega mezzi e fini, che elabora teorie e che escogita
soluzioni. L’economia non ha a che fare con la descrizione dell’ambiente circostante, altrimenti sarebbe una branca
della geologia, della biologia, o dell’ingegneria: l’economia si occupa di capire come le azioni individuali si aggregano
per formare, come risultato, gli scambi, i mercati, i cicli economici, eccetera.
Il valore non è quantificabile: neanche la moneta è misura di valore, come si evince dal precedente esempio
dell’inutilità della banconota in un’isola deserta. Non ha senso chiedersi di quanto si preferisce una gita al mare o una
in montagna: scegliere la prima rivela che si preferisce, in quel contesto, il mare alla montagna, ma non rivela quanto
la si preferisce, perché non esiste un “quanto” di preferenze: il valore è ordinale. La scala di preferenze non è
misurabile: non ha senso dire che si apprezza la montagna due volte meno del mare, ha invece senso dire che nella
scala di preferenze viene prima il mare e poi la montagna.
Le preferenze, le scelte, i processi mentali di due persone diverse non possono essere confrontati: non ha alcun senso
chiedersi se una persona preferisca il mare più di quanto un’altra preferisca la montagna. Possiamo ritenere,
psicologicamente, che una persona che conosciamo apprezzerà un certo regalo: ma questo processo di empatia, un
giudizio euristico, che tutti gli uomini effettuano tutti i giorni, non ha basi nella teoria: è un giudizio di valore.(3) Infatti
è l’individuo che compra il regalo, e non quello che lo riceve, che valuta, anche se il regalo è per il secondo.
Tempo e rischio
L’azione umana avviene sempre nel tempo: l’individuo agisce per il futuro, non per il passato. E i risultati dell’azione
umana non sono mai certi: l’azione è sempre rischiosa (anche l’inazione, trattandosi sempre di una scelta).
Ogni bene richiede tempo per essere prodotto, ed ogni bene sarà utile solo per un tempo determinato. Nel momento in
cui si comincia a produrre, in ogni momento in cui si decide di continuare la produzione, e nel momento in cui si
consuma ciò che si è prodotto, il rischio che le proprie aspettative verranno deluse è sempre presente. Tempo di
produzione e tempo di fruizione sono legati indissolubilmente al rischio: un errore che si può correggere domani è
meno grave di un errore i cui effetti saranno presenti per dieci anni.
Eppure, tempo e rischio non vanno confusi: anche se si conoscessero con certezza i risultati di un’azione, il fatto di
dover attendere per raggiungere il risultato implica comunque un costo, non è quindi soltanto il rischio a rendere
l’attesa costosa. Si parla in questo caso di preferenze temporali: è sempre meglio realizzare i propri obiettivi prima che
dopo; è meglio un uovo oggi che un uovo domani.
Per preferire un uovo oggi a qualcosa domani serve qualcosa in più di un altro uovo: magari due uova, o una gallina.
Una bassa preferenza temporale indica che il presente vale poco più del futuro; un’elevata preferenza temporale
indica, al contrario, che il futuro vale molto meno del presente. Le preferenze temporali giocano un ruolo fondamentale
nell’economia perché sono il principale fattore dietro il fenomeno dell’interesse sul capitale.
Costi soggettivi
Come il valore è soggettivo, anche i costi lo sono: se decido di andare al mare, il fatto di aver dovuto rinunciare alla
montagna rappresenta un costo. Il valore della vacanza al mare è superiore a quello di quella in montagna, ma
scegliere di andare al mare comporta comunque il costo-opportunità (inteso come opportunità perduta) di non poter
andare in montagna.
Una persona dotata del dono dell’ubiquità potrebbe fare entrambe le cose assieme: non sarebbe costretto a scegliere
tra mare e montagna, perché la sua presenza in un luogo non impedirebbe la sua contemporanea presenza in un altro.
In questo caso, l’andare al mare non implica il costo-opportunità di non potere andare in montagna.
Se con una moneta possiamo comprare un tramezzino oppure un sandwich, la scelta del primo implica il costo di non
poter avere il secondo. Il costo, come il valore, è soggettivo: il costo è il valore dell’alternativa preferita tra quelle che
sono state scartate. Tutti i costi sono costi-opportunità: se voglio il tramezzino, devo dar via il sandwich, quindi il
tramezzino mi costa un sandwich.
Il principio marginale
Supponiamo di stare in un deserto e di aver sete: vediamo in lontananza un qualcosa che brilla, e ci avviciniamo
sperando che di trovare un’oasi. Ci avviciniamo, ma, con grande disappunto, scopriamo che si tratta solo di una
miniera di diamanti.
Supponiamo ora di passeggiare in una città, e di vedere in lontananza un qualcosa che brilla. Ci avviciniamo sperando
che sia un diamante, ma, ancora una volta con grande disappunto, scopriamo trattarsi solo di un bicchiere d’acqua.
C’è qualcosa di strano in questi due scenari, oltre al fatto che l’individuo in questione ha problemi di vista? No. Nella
prima situazione, il diamante non ha alcuna utilità… mentre l’acqua è una questione di vita o di morte; in questo caso,
l’individuo ha tutte le ragioni di preferire una pozzanghera ad un’intera miniera di diamanti. Ma, nella seconda
situazione, l’acqua diventa un bene privo di valore o quasi: ce n’è tanta, e non c’è bisogno di dannarsi per ottenerla,
visto che in genere basta aprire il rubinetto per averne a volontà. D’altra parte, un grosso diamante, nel secondo caso,
ha un valore notevole: potremmo del resto venderlo e comprarci tutta l’acqua che vogliamo.
Il valore deriva da una valutazione individuale, e dipende dal contesto in cui si opera. Il principio marginale ci ricorda
questa ovvietà: sono i fini più importanti i primi ad essere soddisfatti, con i mezzi di cui si dispone. Ma se la quantità di
un mezzo aumenta, è possibile perseguire anche fini che precedentemente erano stati scartati: se si era scelto di
posticipare la realizzazione di questi, è perché erano meno importanti, quindi si può dire che quantità addizionali di
mezzi valgono sempre di meno all’aumentare della loro disponibilità.

Si potrebbe andare oltre, ed avere a disposizione una quantità tale di una particolare risorsa da non aver bisogno di
scegliere come impiegarla: in questo caso, la risorsa non sarebbe più scarsa, e non avrebbe più valore marginale. Il
valore marginale è il valore di un’unità aggiuntiva della risorsa: nel caso di una risorsa non scarsa, il valore marginale
è nullo, perché non esiste nulla che si possa fare con un’unità aggiuntiva della risorsa. Nel caso di risorse scarse, al
contrario, c’è sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare e che non era stato fatto, fino a quel momento, per
mancanza di mezzi: finché c’è costo opportunità, quindi, c’è valore.
Non ha senso chiedersi quanto valga l’acqua in sé: ciò che ha senso chiedersi è quanto valga una quantità maggiore
d’acqua rispetto a quanta è già in nostro possesso; bisogna chiedersi se vale la pena agire per ottenerne di più, o se
possiamo darne via un po’ per ottenere qualcosa a cui diamo maggior valore. L’azione individuale riguarda la singola
bottiglia d’acqua, non l’acqua in sé: il valore totale non esiste, in quanto il valore è una categoria dell’azione umana.
Il principio marginale viene spesso anche interpretato per indicare che “il passato è passato”: l’individuo agisce oggi,
ieri è dato, e domani si conosceranno le conseguenze di ciò che si fa oggi (e quelle di lungo termine di quello che si è
fatto ieri). Ma ciò che deve interessare l’individuo agente non è il passato, che non può influenzare, ma il futuro, c he
ancora dipende da come agisce. L’aver investito una fortuna in un’attività che si è successivamente rivelata
fallimentare non dimostra che occorra investire ancora di più, né che sia necessario smettere: quello che occorre
chiedersi è se, data la situazione attuale, valga la pena o meno continuare ad investire. Gli eventi passati influenzano
la situazione odierna, ma solo in quanto dati del problema: non sono mai oggetto d’azione, quindi non possono né
avere valore né rappresentare un costo.
Note
1.
2.
3.

Un accendino è un bene complementare alla sigaretta: questo concetto tornerà frequentemente nei
prossimi articoli. Questo esempio è vietato ai minori per via delle leggi correnti sul fumo.
In questo caso, i due beni, che possono alternativamente svolgere la stessa funzione, si dicono sostitutivi.
Il modello, assolutamente non austriaco, del “homo oeconomicus” farebbe pensare agli individui come
esseri perfettamente egoisti, cosa ovviamente non vera nella realtà sociale: quel che conta in questa
discussione è che anche interessarsi dell’“utilità” altrui non rende possibile effettuare giudizi interpersonali
di utilità. Questi giudizi si basano sempre su giudizi di valore individuali e non sono mai oggettivi.

Capitolo 3 – Lo scambio e il mercato
Mentre la logica del valore, vista nel precedente articolo, ha portata universale, in questo si comincerà lo studio più
specifico della logica dei prezzi e del mercato, passando quindi dalla prasseologia alla catallassi.
Scambio diretto
Un lattaio ed un pasticcere si incontrano: il primo ha molto latte ma nessun biscotto, mentre il secondo ha molti
biscotti ma niente latte(1). In queste condizioni, nessuno dei due può fare una colazione intera. Ma può accadere che i
due si rendano conto della possibilità di fare uno scambio: il primo può dare un bicchiere di latte al secondo in cambio
di sei biscotti. Dopo questo scambio, entrambi saranno più soddisfatti di prima, potendo infatti fare entrambi una
colazione completa.
Si può dire che lo scambio abbia avvantaggiato entrambi, cioè abbia “prodotto ricchezza”, ma come è potuto avvenire?
Il lattaio dava più valore ai sei biscotti che al bicchiere di latte: avendo molto latte, infatti, l’utilità di un bicchiere in più
era per lui trascurabile, e, non avendo biscotti, l’utilità marginale dei biscotti era invece notevole. Quindi ottiene un
miglioramento della propria condizione dando via qualcosa che per lui ha scarso valore, e ottenendo qualcosa di valore
maggiore. Lo stesso, alla rovescia, vale per il pasticcere.
Questa possibilità dipende dalla natura soggettiva del valore: se il valore non derivasse da una valutazione, ma fosse
una caratteristica dell’oggetto (latte o biscotti), il precedente ragionamento sarebbe incomprensibile. Anzi: tutte le
relazioni di scambio sarebbero incomprensibili.
Questa debolezza fondamentale della teoria economica precedente al marginalismo fu messa in luce da Menger. Se il
valore fosse insito nelle merci e non derivasse dalle valutazioni individuali, infatti, ci sarebbero tre possibilità:

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Se il latte valesse più dei biscotti, il lattaio rifiuterebbe lo scambio
Se i biscotti valessero più del latte, il pasticcere rifiuterebbe lo scambio
Se le due cose hanno lo stesso valore, non cambierebbe nulla per nessuno dei due se lo scambio non
avvenisse.

L’ultima conclusione è palesemente assurda: se lattaio e pasticcere non guadagnassero nulla dallo scambio, a che pro
effettuarlo? Per gioco?
Lo scambio di una merce contro un’altra merce senza intermediazione di altre merci si chiama scambio diretto, ed è la
forma più semplice di transazione commerciale.
Scambio indiretto
Supponiamo ora di avere un gruppo di persone che scambiano formaggio ed altre merci, come carne e pesce. È
possibile che queste persone comincino a notare che, siccome per il formaggio c’è sempre mercato (perché, per
esempio, piace a tutti), è conveniente portarne sempre con sé, visto che, in qualunque momento, e con qualunque
controparte, è molto più facile ottenere qualcosa in cambio di formaggio piuttosto che in cambio delle altre merci: in
economia un bene facilmente scambiabile si dice liquido.
Questo significa che il formaggio potrà essere usato negli scambi indiretti: chi ha pesce e vuole carne, invece di farlo
direttamente, può ottenere prima formaggio in cambio di pesce e poi carne in cambio di formaggio. Perché adottare
una tale strategia, logicamente più complessa? Perché rende più facile gli scambi, e quindi l’ottenimento di mutui
vantaggi.
Supponiamo infatti che chi ha pesce, e vuole carne, non trovi nessuna persona con preferenze simmetriche: in
possesso di carne, ma con una preferenza per il pesce. In questo caso, non potrebbe ottenere il potenziale beneficio
dello scambio, per mancanza di una controparte. La cosiddetta “doppia coincidenza di bisogni” è una condizione
necessaria per effettuare scambi diretti, ma è molto rara(2).
Supponiamo ora di avere tre individui: il primo ha del pesce e vuole carne; il secondo ha della carne ma vuole
formaggio; il terzo ha del formaggio ma vuole pesce. La soluzione per far sì che tutti stiano meglio è dare al primo la
carne del secondo, al secondo il formaggio del terzo, e al terzo il pesce del primo. Ma per fare questo occorre che i tre
si incontrino, e la cosa può essere molto improbabile.
Supponiamo però che il formaggio siano di uso comune negli scambi. Tutti saprebbero che, una volta ottenuto
formaggio, sarebbe possibile scambiarlo con qualsiasi altra merce, e tutti deterrebbero una certa quantità di formaggio
per far fronte alle necessità degli scambi. Allora il primo individuo venderebbe pesce e comprerebbe carne passando
per il formaggio, e lo stesso farebbero gli altri due. Tutti otterrebbero quello che vogliono, ma senza necessità di
incontrarsi e accordarsi: è sufficiente che ci sia una merce, il formaggio, accettata da tutti perché facilmente
scambiabile con tutte le altre merci.

Moneta e prezzi
Il formaggio è deteriorabile, e usarlo come mezzo di scambio è quindi scomodo, inoltre ha scarso valore specifico, e di
conseguenza, per comprare un’automobile, è inefficiente, in quanto sarebbe necessario portare centinaia di forme con
sé nella concessionaria.
Aggiungiamo quindi un po’ di realismo all’esempio precedente. Se le persone unite da una fitta rete di scambi
cominciano ad usare l’oro, l’argento e il sale come mezzi di scambio, la domanda di oro, argento e sale comincerà ad
aumentare perché, oltre all’utilità diretta di tali beni, questi verranno domandati anche per la loro utilità nel facilitare
gli scambi. Gli individui andrebbero in giro con una certa quantità di oro, argento o sale per poter comprare merci da
altri individui.
Se supponiamo che, ad un certo punto, solo una delle tre merci viene usata come “lubrificante” degli scambi, per
esempio l’oro, passiamo dal baratto al sistema monetario: tutte le merci vengono scambiate con l’oro, e in oro si
esprimono tutti i rapporti di scambio. Si scopre quindi che per ottenere un pesce bisogna dare un grammo d’oro, per
ottenere una casa servono dieci chilogrammi d’oro, eccetera.
Il rapporto di scambio tra una merce e un’altra si chiama prezzo, e il rapporto di scambio tra una merce e la moneta si
chiama prezzo monetario. “Il prezzo non è misurato in moneta: il prezzo consiste in una quantità di moneta”(3). Il
prezzo è semplicemente la quantità di moneta che serve per comprare una merce.
Prima del sistema monetario, ogni merce si poteva scambiare direttamente con le altre, e quindi c’erano tanti prezzi
quante coppie di merci scambiabili. Ma, quando tutti gli scambi diventano monetari, il problema diventa molto più
semplice, in quanto, per valutare i costi, basta conoscere i prezzi in moneta di tutte le merci che ci interessano. Ad
esempio, se i fagioli costano un grammo d’oro e un pesce due grammi d’oro, sappiamo che per mangiare un pesce
dobbiamo perdere due porzioni di fagioli. La stima dei costi-opportunità si fa molto più rapida ed efficiente, e
l’estensione degli scambi di mercato può estendersi notevolmente.
Valore d’uso e valore di scambio
Una merce ha valore d’uso, per l’individuo che la valuta, se soddisfa direttamente un suo fine: per esempio, se si ha
fame, un sandwich ha valore d’uso. Ma l’emergere dello scambio indiretto genera anche una fonte alternativa di
valore: alcune merci vengono domandate non perché le si ritiene utili direttamente, ma perché si ritiene che potranno
essere successivamente scambiate con qualcosa di utile. Questo si chiama valore di scambio(4).
Nell’esempio precedente, il formaggio acquisiva valore di scambio: una parte di questo, avente valore d’uso, era, sin
dall’inizio, consumata per fini alimentari, ma, successivamente, il bene viene domandato anche perché facilita gli
scambi.
Vediamo questo all’opera in molti casi, ma l’esempio più importante è la moneta: le banconote non hanno alcun valore
d’uso, e, anche quando la moneta era l’oro, il suo valore d’uso (per i gioielli, ad esempio) era trascurabile rispetto al
suo valore di scambio come moneta(5). La moneta viene domandata non perché serve direttamente, ma perché
consente di ottenere indirettamente beni e servizi utili: l’oro non si mangia, ma permette di comprare pane.
Ciò che il singolo individuo produce in una società complessa ha in genere solo valore di scambio: il calzolaio che
produce cento scarpe al mese di certo non dà valore d’uso al centesimo paio di scarpe prodotto, visto che
probabilmente gliene basterebbero un paio l’anno. Ma il centesimo paio di scarpe, e i 99 precedenti, hanno valore di
scambio: il calzolaio li vende, e ottiene beni come il cibo, i vestiti, o paga l’affitto della casa. Queste cose hanno per lui
valore d’uso, e produrre cose, come le scarpe, che hanno esclusivamente valore di scambio non è che un modo
indiretto di ottenere ciò che per lui ha valore. Si parla in questo caso di specializzazione e divisione del lavoro: senza
un sistema monetario l’estensione di queste sarebbe estremamente limitata, e saremmo tutti molto più poveri.
Dallo scambio bilaterale al mercato
Negli esempi precedenti lo scambio, sia diretto che indiretto, si svolgeva in condizioni di monopolio bilaterale: sia la
domanda che l’offerta dipendevano da un solo acquirente e un solo fornitore. Nel mercato in genere non è così:
fornitori e acquirenti sono spesso molti e, potenzialmente, nuovi acquirenti e nuovi fornitori possono aggiungersi in
ogni momento, e in ogni mercato.
Supponiamo che, ad un certo prezzo, cinque persone siano disposte a domandare una determinata quantità di pesce:
la prima vuole 5 pesci, la seconda 6, la terza 2, la quarta 1, la quinta 3. Complessivamente, a quel prezzo, 17 pesci
verranno domandati.
Se il prezzo aumenta, e, con esso, il costo-opportunità di comprare pesce (perché bisogna dare via più cose per
comprarlo), la domanda diminuisce: non varrà la pena comprare altrettanto pesce, perché bisognerà dar via
qualcos’altro di più importante.
Lo stesso discorso vale per l’offerta: ad un certo livello di prezzo ci saranno ad esempio tre fornitori, che offriranno
rispettivamente 7, 4 e 2 pesci. L’offerta complessiva, a quel prezzo, sarà 13 pesci: se il prezzo aumenta, i produttori
potranno ottenere più cose vendendo pesce, e quindi saranno disposti a venderne di più.
C’è qualcosa che non va in questo mercato: la domanda supera l’offerta. E non è possibile che i cinque compratori
possano ottenere 17 pesci, se i tre venditori ne vogliono vendere solo 13, in quanto gli scambi sono liberi, e quindi la
quantità minore (offerta o domandata) fissa il volume degli scambi. Il prezzo è troppo basso: ad un prezzo maggiore,
alcuni acquirenti si asterrebbero, e nuovi venditori potrebbero entrare in gioco.

Esiste un prezzo per cui domanda e offerta si eguagliano, ed esiste per ogni bene venduto e comprato sul mercato:
per prezzi eccessivi, l’offerta rimane invenduta, per prezzi inferiori, i compratori rimangono insoddisfatti. Nel primo
caso sono i venditori che, pur di liberarsi della merce, sono disposti a far scendere i prezzi; nel secondo caso sono i
compratori che, pur di ottenere ciò che vogliono, sono disposti a farli aumentare.
L’intero meccanismo di mercato è un’asta riguardante tutte le merci che si consumano e tutte le merci che vengono
usate per la produzione: un’asta che avviene tra persone che non si conoscono, sparse in tutti i paesi del mondo, che
permette a tutti di scambiare informazioni sui gusti dei consumatori e sulle opportunità di produzione, attraverso il
sistema dei prezzi(6).
Note
1.
2.
3.

4.

5.
6.

Questo esempio è tratto da Walter Block, Difendere l’indifendibile (Liberilibri).
Ad esempio, se un cardiologo potesse comprare pane solo da fornai cardiopatici, avrebbe seri problemi a
sfamarsi: le cure mediche, come ogni forma di specializzazione, sarebbero impossibili senza mercato,
moneta e prezzi.
Questa apparentemente criptica frase è tratta da L’Azione Umana di Mises. Allo stesso modo, il prezzo non
misura il valore: il valore della quantità di moneta che si dà via deve essere confrontato con il valore di ciò
che si può comprare con questa. La moneta è oggetto di valutazione come tutte le altre merci, solo che la
sua utilità non è diretta, ma solo legata agli scambi.
Molto frequentemente i termini “valore d’uso” e “valore di scambio” vengono usati per indicare il valore
intrinseco di una merce e il suo prezzo monetario: siccome il valore intrinseco non esiste, tale
terminologia non ha alcun significato. Essenzialmente si tratta di residui della ormai sconfessata teoria del
valore oggettivo che ancora oggi sono presi per buoni da molte persone.
Un altro errore molto frequente tra i non-economisti è ritenere che nei sistemi monetari basati sull’oro il
valore della moneta dipende dal valore intrinseco dell’oro. Ancora una volta, il valore intrinseco non esiste:
il valore dell’oro è dato dall’incontro di domanda e offerta.
Come si vedrà nell’articolo sul calcolo economico, il ruolo del mercato nel diffondere informazioni è
fondamentale.

Capitolo 4 – Il processo di mercato
In questo capitolo tratteremo il problema dell’interesse, quello della distribuzione dei redditi tra i fattori di produzione,
e, infine, la teoria della concorrenza come processo di scoperta imprenditoriale.
La teoria del capitale e dell’interesse è di fondamentale importanza per tutta la teoria economica austriaca. Anche la
concezione del mercato come processo è uno dei temi centrali della Scuola: trascurato per decenni dall’economia
accademica (impegnata a formalizzare modelli di concorrenza perfetta), e solo di recente parzialmente riscoperto
grazie alla teoria dei giochi, l’analisi di come il processo di mercato coordina i piani individuali, e crea e gestisce
l’informazione, attraverso la funzione imprenditoriale, fa parte del bagaglio teorico dell’economia austriaca sin dalla
prima metà del XX secolo.
Capitale e interesse
Il capitale e l’interesse sono due caratteristiche fondamentali del mercato: la comprensione di questi due fenomeni è
fondamentale per comprendere l’economia.
Risparmi ed investimenti
Robinson Crusoe deve decidere:

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Aspettare una settimana per costruire una canna da pesca che gli consentirà di ottenere cinque pesci al
giorno,
Continuare a pescare, a mani nude, due pesci al giorno.

Se la scelta fosse tra cinque pesci oggi e due pesci oggi, non ci sarebbero dubbi: ma la scelta è tra due pesci al giorno
subito e cinque pesci al giorno tra una settimana. La sua scelta dipenderà, inter alia, dalle sue preferenze temporali.
Ponderando le varie possibilità, Robinson decide di mangiare un pesce al giorno per una settimana, risparmiarne quindi
sette, e usare questa scorta per sostentarsi mentre costruisce la canna da pesca.
Le risorse che non vengono consumate si dicono risparmiate: il risparmio fornisce le risorse per mettere in pratica
processi produttivi più efficaci, ma che richiedono più tempo. Salvo rari casi, come l’invecchiamento del vino, il tempo
non aggiunge di per sé valore alle merci. Ma siccome, a parità di condizioni, un processo di produzione più lungo sarà
preferito ad uno più breve solo se è più produttivo, non avendo senso aspettare di più per avere di meno, solo i
processi più lunghi che sono anche più produttivi sono di interesse economico.
L’investimento è l’impiego di risorse utili per iniziare processi produttivi che richiedono tempo: l’investimento è quindi
l’uso dei risparmi per produrre beni di consumo futuri.
Preferenze temporali e credito
Raggiungere i propri fini richiede tempo, e l’attesa è un costo. Ma l’attesa non è un costo uguale per tutti: per alcuni i
beni futuri valgono quasi quanto quelli presenti, a parità di condizioni, per altri molto di meno.
Individui con basse preferenze temporali tenderanno a valutare la possibilità di risparmiare oggi per ottenere di più
domani più favorevolmente di chi ha preferenze temporali maggiori. Può quindi succedere che un individuo valuti
1,000$ oggi più di 1,100$ tra un anno; per un altro individuo, invece, potrà darsi che 1,000$ oggi valgano meno di
1,100$ tra un anno: date queste preferenze, il primo chiederà oggi 1,000$ al secondo, in cambio di 1,100$ tra un
anno, e il secondo accetterà l’offerta. La logica è la stessa dello scambio: ciò che cambia è che questo avviene tra
merci disponibili in tempi diversi, e si parla di scambio creditizio.
Il tasso di interesse
Quando si ottengono 1,000$ in cambio della promessa di darne 1,100$ tra un anno, si dice che il tasso di interesse
annuo del 10%. Il tasso di interesse è un concetto fondamentale per comprendere l’economia: rappresenta il prezzo a
cui la domanda e l’offerta di beni attuali e di beni futuri si eguagliano.
Alcune persone vogliono delle risorse oggi per pagarle domani, o con il proprio reddito futuro, o con i proventi dei
propri investimenti. Altre vorranno dar via risorse oggi per poterne avere di più domani. Domanda e offerta di credito
si incontrano nel mercato dei prestiti, e il prezzo dello scambio è l’interesse: un alto tasso di interesse significa che le
persone che chiedono risorse oggi dovranno dare in cambio molte risorse domani, come accade quando c’è molta
domanda e poca offerta di credito. Il contrario accade quando il tasso di interesse è basso.
Il mercato dei prestiti non è l’unico ambito del mercato in cui l’interesse è presente: Robinson che sceglie se produrre
o meno la canna da pesca sta già ragionando in termini di interesse. Ogni volta che si decide di dare qualcosa oggi in
cambio di qualcos’altro domani, l’interesse è presente. Ad esempio, il proprietario di un’impresa che decide se investire
in un macchinario si deve chiedere se i redditi che otterrà in futuro copriranno la spesa che sta per sostenere…
Il rischio e il tasso di interesse
I tassi di interesse sul mercato non sono tutti uguali: alcune azioni renderanno il 10% l’anno, alcune obbligazioni il
3%. Perché preferire il 3% al 10%? I due investimenti differiscono per il rischio: con un’azione, la probabilità di non
ottenere il 10%, ma meno, è più elevata.
I tassi di interesse sul mercato differiscono perché si riferiscono a situazioni di diversa rischiosità: con il rischio

aumenta il tasso di interesse, perché a parità di condizioni tutti preferirebbero l’investimento meno rischioso.
Il reddito dei fattori di produzione
La produzione avviene mediante tre “fattori di produzione”: terra, lavoro e capitale:

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La terra è un nome generico per indicare un qualsiasi fattore di produzione naturale, come una miniera,
una zona pescosa, e ovviamente un terreno agricolo
Il lavoro è l’impiego di risorse umane per una data attività produttiva
Il capitale è un fattore di produzione che a sua volta è stato prodotto.

Terra e lavoro sono i fattori di produzione originari: se l’umanità dovesse ricominciare da zero, se tutto il capitale impianti, infrastrutture, lauree - sparisse, gli uomini ricomincerebbero a produrre solo mediante terra e lavoro. Ma,
risparmiando e investendo, ad esempio costruendo canne da pesca, potranno ricominciare ad accumulare capitale. La
canna da pesca è un fattore di produzione prodotto, in pratica una macchina per produrre pesci, ed è frutto del lavoro
e della terra precedentemente risparmiati.
Il capitale è indissolubilmente legato al tempo: si accumula nel tempo, si “eredita” dal passato, e si conserva, accresce
o consuma a seconda di quanto e come si investe. Per questo motivo, dietro il prezzo di ogni bene capitale c’è il tasso
di interesse; ogni decisione di investimento richiede il confronto tra merci disponibili in tempi diversi: quelle che si
investono nella produzione, e che non si potranno più usare, e quelle che si otterranno dall’investimento, alla fine della
produzione.
Tasso di interesse e tempo
Supponiamo che un bene capitale investito oggi, del costo di 1,000$, dia tra un anno 1,100$. Supponiamo che già
l’anno scorso avevamo comprato lo stesso bene capitale, allo stesso prezzo, avendo ottenuto dopo un anno, cioè oggi,
1,100$.
Il flusso di cassa dice che oggi sono entrati 1,100$ per via dell’investimento dell’anno scorso, e sono usciti 1,000$ per
via dell’investimento di quest’anno. Il flusso di cassa sembra istantaneo, perché oggi si pagano 1,000$ e se ne
ricevono 1,100$, ma si tratta di due decisioni diverse: oggi si investe per avere di più tra un anno, e un anno fa si era
investito per ottenere di più oggi. La differenza tra il flusso di cassa in ingresso di oggi, e il flusso di cassa in uscita un
anno fa, 100$, è il reddito da capitale del precedente investimento: non bisogna fare la differenza tra i flussi di cassa
di oggi, perché si riferiscono a due piani di investimento diversi.
L’investitore potrebbe benissimo consumare subito i 1,000$, anziché immobilizzarli: non è affatto scontato che ogni
anno si reinvestano quei 1,000$: ogni anno la scelta è nuova, e si deve decidere se ripeterla o meno.
Il prezzo dei beni capitali è inferiore alla somma dei flussi di cassa che consentiranno di ottenere, perché tali flussi
sono futuri, e quindi vanno scontati attraverso il tasso di interesse.
All’equilibrio, il rendimento di tutti gli investimenti in tutti i mercati è uguale, a meno del rischio, perché le risorse
tenderanno a fluire fuori dai mercati dove rendono di meno e nei mercati dove rendono di più.
Produttività e reddito dei fattori
Ogni risorsa sul mercato viene pagata in base a quello che si ritiene valga: chi ritiene che il prezzo è eccessivo si
astiene dal comprare, e chi ritiene il prezzo buono compra di più. In definitiva, le risorse vanno al maggiore offerente,
che siano capitale, lavoro o terra.
Se un individuo decide di assumerne un altro per produrre qualcosa, è perché ritiene che ciò che produrrà varrà
abbastanza da pagare il salario e gli altri costi di produzione: le persone più produttive tenderanno ad avere salari
maggiori: assumere un giocatore di calcio che fa entrare 10,000,000$ nelle casse della società è proficuo, se il suo
prezzo è di 5,000,000$.
Ma la produttività non è una caratteristica del singolo fattore: non è la terra in sé che produce (esiste terra buona o
cattiva, ovviamente), ma la terra, il capitale ivi investito e il lavoro impiegato per coltivarla: quello che conta è il
contributo aggiuntivo (marginale) alla produzione: se supponiamo che un appezzamento di terra sia in grado di
aggiungere 1,000$ in una produzione, e 2000$ in un’altra, verrà probabilmente impiegato in quest’ultimo modo.
Il processo di mercato
Finora abbiamo considerato tre fonti di reddito, l’interesse, il salario e la rendita (il reddito della terra): queste fonti di
reddito esistono sia in una situazione di equilibrio di mercato (che non si ha mai) sia in una situazione, più realistica, di
mercati in disequilibrio. Esiste una quarta fonte di reddito che non è stata considerata finora, che esiste solo in
condizioni di disequilibrio: il profitto imprenditoriale.
Incertezza ed imprenditorialità
Le tecniche produttive, la disponibilità di fattori e i gusti dei consumatori non sono dati: sono informazioni che vengono
scoperte man mano. Investire significa decidere oggi cosa fare per produrre qualcosa che si spera sarà utile domani.
Ciò è rischioso, e richiede un processo di scoperta, di innovazione, di formulazione creativa di piani di azione: questo
fattore fondamentale del mercato è l’imprenditorialità.

In un mondo dove tutto fosse noto e all’equilibrio, dove non ci fosse nulla da scoprire e da migliorare, gli uomini non
avrebbero bisogno dell’intelligenza e della creatività: ma siccome queste ipotesi sono evidentemente assurde,
l’imprenditorialità è un concetto fondamentale per la comprensione del mercato.
Profitti e perdite
Un imprenditore che prevede correttamente cosa accadrà farà un profitto, cioè guadagnerà un reddito extra rispetto ai
redditi del lavoro, del capitale e della terra (salario, interesse e rendita). Il profitto può anche essere negativo, e, in
questo caso, si parla di perdita.
Un profitto indica che i fattori di produzione sono stati impiegati bene: il prodotto, infatti, vale abbastanza da poter
ripagare il loro costo, con un extra. Le perdite indicano invece che i fattori di produzione non vanno impiegati in quel
modo, in quanto, se i loro prezzi sono così alti, è perché altrove sono più utili.
Profitti e perdite sono stimati grazie al conto economico, e i prezzi, indicando l’equilibrio tra domanda e offerta,
forniscono informazioni sulle preferenze dei consumatori e dei produttori, sulle condizioni di produzione, eccetera.
Profitti e perdite mettono gli individui in condizione di scambiarsi beni e servizi, garantendo la coordinazione necessaria
per tenere in piedi la rete di scambi indiretti che costituisce il mercato.
Il profitto come reddito residuale
Profitti e perdite sono redditi residuali: se a ciò che si è ricavato da un investimento si tolgono i costi del lavoro, del
capitale e della terra, ciò che rimane, se positivo, è profitto, e, se negativo, è perdita. Ad esempio, se una pizzeria
spende 5,000$ di personale, 5,000$ di affitto e 1,000$ di interessi, e ha un fatturato di 12,000$, ha fatto un profitto di
1,000$ (essendo 11,000$ i costi totali).
Siccome i costi sono sempre costi-opportunità, bisogna ricordare che salari, rendite e interessi possono essere anche
impliciti. Se un imprenditore lavora nella sua azienda, e per farlo rifiuta un lavoro da 2,000$, ha un costo-opportunità
di 2,000$, anche se non c’è alcun esborso monetario a riguardo: il costo nasce per il semplice fatto che lavora lì e non
altrove.
La speculazione e l’equilibrio
Una delle forme più pure di imprenditorialità è la speculazione, che si ha quando, sapendo che in una città i pomodori
costano 3€ e in un’altra 1€, si sfrutta questa conoscenza per comprare nella seconda e vendere nella prima (si parla in
questo caso di arbitraggio). La speculazione sfrutta le opportunità di profitto e avvicina il sistema economico
all’equilibrio. Infatti, dopo che lo speculatore avrà aumentato nella prima, e diminuito nella seconda, l’offerta di
pomodori, i prezzi tenderanno ad eguagliarsi. All’equilibrio non ci deve essere vantaggio a vendere in quella città o in
un’altra: tutte le opportunità sono sfruttate, e non ci sono più profitti.
Rischio e assicurazioni
Un rischio si dice assicurabile se è possibile eliminarne le conseguenze sul reddito tramite la “legge dei grandi numeri”:
se 1,000 persone hanno un 1% di probabilità di pagare 10,000$, mettendosi assieme pagheranno complessivamente
circa 100,000$: quindi, pagando 100$ a testa, sono in grado di assicurare il rischio. Di fatto, l’assicurazione trasforma
un costo grande ma improbabile in un costo contenuto ma certo.
Non tutti i
quello che
I profitti e
l’incentivo

rischi sono assicurabili: il rischio imprenditoriale non lo è: se tutti guadagnassero indipendentemente da
fanno, nessuno avrebbe incentivo ad agire responsabilmente.
le perdite forniscono incentivi ad avvicinarsi ad uno stato di equilibrio: eliminarli assicurandoli eliminerebbe
ad agire imprenditorialmente, e la coordinazione di mercato si perderebbe.

Mises parlava di case probability e class probability: alcuni rischi, del primo tipo, non sono assicurabili, come i rischi
imprenditoriali; gli altri, del secondo tipo, sono assicurabili perché possono essere aggregati in una classe di eventi
simili (da cui estrarre la media). Al giorno d’oggi si direbbe che si ha moral hazard: il rischio che chi è assicurato si
comporti in maniera irresponsabile. Il significato è lo stesso: profitti e perdite individuali non sono assicurabili, e
l’imprenditorialità non è eliminabile dal processo di mercato.

Capitolo 5 – Monopolio e concorrenza
Nei capitoli precedenti non s’è parlato di efficienza, di deadweight losses o di concorrenza perfetta, perché questi
argomenti non giocano alcun ruolo nella visione austriaca del processo di mercato. Gli austriaci tendono a differire
dagli altri economisti sia nella visione positiva del funzionamento del mercato, sia negli gli ideali normativi con cui
questo è giudicato.
In base ai principi della Wertfreiheit, le preferenze normative devono essere considerate separatamente dall’analisi
teorica. Giudicare se i monopoli siano buoni e cattivi è questione di valore: spiegare cosa sono, come si originano, che
effetti hanno, invece, è una questione di fatto, e quindi trattabile scientificamente, nei limiti in cui la nostra conoscenza
del processo di mercato ci permette di dire qualcosa di specifico a riguardo.
Definizioni di monopolio
Ci sono diverse definizioni di monopolio.

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I monopoli possono essere legali o economici, a seconda se derivano da privilegi concessi dalle autorità
statali o sono il risultato di un processo di mercato.
A volte si parla di monopolio quando in un particolare mercato opera una sola azienda. Per applicare tale
definizione di monopolio bisogna preventivamente definire un particolare mercato, e quindi giudicare se
due merci simili facciano parte o meno dello stesso mercato. Questo problema non è risolvibile
scientificamente, perché il considerare due merci appartenenti o meno allo stesso mercato comporta un
giudizio soggettivo.1
Una definizione più diffusa afferma invece che si ha monopolio quando un’azienda è in grado di aumentare
i prezzi e i profitti rispetto ad una situazione competitiva. In questo caso si parla di “potere di mercato”.

Monopoli legali e monopoli economici
L’analisi economica dei monopoli legali è relativamente semplice: questi impediscono alla concorrenza di entrare in
certi mercati e consentono al privilegiato di ottenere un reddito maggiore, anche se la concorrenza riuscirebbe a fare di
meglio, perché questa è bloccata dall’azione dello stato. In questo caso è possibile distinguere nettamente una
situazione di libero mercato, caratterizzata da determinati prezzi, e una situazione di monopolio legale, caratterizzata
da prezzi maggiori: possiamo dunque oggettivamente distinguere un prezzo concorrenziale e un prezzo monopolistico.
La situazione dei monopoli economici è invece diversa: non c’è nulla che impedisca l’ingresso al mercato, a parte
ovviamente la mancanza di opportunità di profitto: un’azienda può rimanere leader in un settore, e a volte addirittura
monopolista, perché le altre non vogliono entrare. È possibile in questo caso distinguere un prezzo di monopolio e un
prezzo concorrenziale? La struttura del mercato, i suoi costi, le tecniche produttive e di marketing (comprese eventuali
pratiche che alcune legislazioni considerano “anti-concorrenziali”) determinano il prezzo, e questo è l’unico prezzo
osservabile: non si osservano un prezzo di monopolio e un prezzo concorrenziale, ma un unico prezzo, quello di
mercato.
La teoria di Mises
La teoria misesiana del monopolio è molto semplice: esistono dei casi in cui la domanda dei consumatori è inelastica.
Ciò si ha quando i ricavi aumentano all’aumentare del prezzo: in genere, all’aumentare del prezzo diminuisce la
domanda, ma i ricavi sono dati dal prodotto dei due, e possono aumentare con il prezzo se la domanda diminuisce
meno di quanto aumentano i prezzi. Ad esempio, se a 10$ si vendono 1,050 magliette, e a 11$ se ne vendono 1,000,
nel primo caso si ha un ricavo di 10,500$, nel secondo di 11,000$: in questo caso la domanda è inelastica. 2
Quando la domanda è inelastica, il produttore ha incentivo ad aumentare i prezzi, restringendo la produzione, per
aumentare i ricavi,3 e quindi i profitti. I profitti di monopolio sono quindi possibili soltanto quando i consumatori hanno
una domanda poco sensibile al prezzo.
Il processo concorrenziale tende a ridurre tali profitti, perché:

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Altre aziende possono entrare nel mercato, e ridurre la quota di mercato dell’azienda monopolista e,
quindi la domanda dei suoi prodotti.
I consumatori possono spostarsi verso il consumo di beni sostitutivi, per via del maggior prezzo del bene
monopolizzato.

Quindi si può avere prezzo di monopolio soltanto se i consumatori hanno una domanda inelastica, non ci sono beni
sostitutivi, e qualcosa impedisce ai concorrenti di entrare nel mercato. Mises afferma che i prezzi di monopolio non
sono ottimali, perché il consumatore è privato della “sovranità”: la sovranità del consumatore è un ideale normativo,
ovviamente.
Il monopolio nella welfare economics
L’economia moderna ha una visione diversa del monopolio. Si considera inefficiente ogni situazione in cui la domanda

vista dal singolo produttore non è perfettamente elastica: se il produttore può alzare i prezzi senza annullare
immediatamente la domanda dei suoi prodotti, si ha “potere di mercato”.
Questo risultato deriva dalla welfare economics, e fondamentalmente si basa sull’idea che la scelta ottima del
produttore data una domanda non perfettamente elastica non massimizza la somma dei benefici monetari netti dei
consumatori e del produttore.
Si ritiene che esista un prezzo di mercato concorrenziale, uguale al costo marginale del bene da produrre, e che prezzi
maggiori siano inefficienti. Il monopolista aumenta i prezzi oltre il livello del costo marginale per massimizzare i suoi
profitti, ma così facendo riduce il beneficio del consumatore, 4 che a prezzi maggiori consuma di meno, e tale
diminuzione è superiore all’aumento del surplus del monopolista. Quindi la welfare economics afferma che il produttore
debba sacrificarsi, senza compensazione, in favore di questi ultimi.
La massimizzazione della somma dei benefici monetari è una scelta di valore implicita nel concetto di efficienza
economica: tutto ciò che si può dire scientificamente è che il monopolio avvantaggia il produttore e danneggia i
consumatori, mentre ridurre il prezzo fino al livello concorrenziale danneggerebbe il produttore e avvantaggerebbe i
consumatori. L’impossibilità dei confronti interpersonali di utilità ci impedisce di affermare se un’eventuale utilità totale
sia aumentata o diminuita, perché l’utilità totale non esiste.
Il mito del monopolio
Rothbard ha successivamente criticato sia le teorie di Mises sia quella neoclassica, affermando che non esiste nessun
criterio per stabilire se un prezzo sia monopolistico o concorrenziale. La preferenza per il primo o il secondo è una
questione di valore, ma esiste comunque una questione di fatto: è possibile distinguere prezzi monopolistici e prezzi
concorrenziali? È possibile definire oggettivamente un costo monetario marginale?
È evidente che ciò sia estremamente difficile: innanzitutto, bisogna scegliere se considerare solo i costi variabili o
anche quelli fissi. I costi pagati in passato non contano, per via del principio marginale. Si potrebbe allora pensare di
risolvere il problema affermando che i costi da considerare sono quelli che serviranno per perpetuare la produzione:
ma tale scelta è arbitraria. Si potrebbe infatti voler terminare la produzione o realizzarla impiegando nuove tecniche e
cambiando le caratteristiche dei prodotti. Forse i costi monetari marginali sarebbero “oggettivamente” definiti in un
mondo stazionario, ma non nel mondo reale.
Finché la funzione di produzione, come nell’economia neoclassica, è una funzione istantanea dei vari fattori d i
produzione, le derivate parziali definiscono i costi marginali, ma in una produzione che richiede tempo, le cose non
sono affatto semplici.5
Un problema simile si ha per i costi una tantum: dopo l’investimento tali costi non contano, perché sono costi passati:
prima dell’investimento sono invece necessari per valutare i vantaggi netti di un investimento. Se un’azienda ha
investito un milione di dollari per qualcosa che, successivamente, non comporta costi aggiuntivi, il costo marginale è
nullo. Ma se l’azienda vendesse a questo prezzo, perderebbe un milione di dollari, e a priori non entrerebbe nel
mercato.
Se si investono soldi per un nuovo farmaco, i costi relativi sono passati; ma se si decidesse di non far rientrare
l’azienda in questi costi, in futuro non ricercherà nuovi farmaci. Bisognerebbe chiedersi se i costi di sviluppo siano una
tantum, relativi al singolo farmaco, o relativi alla ricerca in generale. Questo problema è simile a quella delle auto Fiat:
non è possibile imputare oggettivamente un costo all’una o all’altra categoria, perché la distinzione è arbitraria.
Il problema è che, in una visione del mercato come processo dinamico e intrinsecamente innovativo non esiste alcun
criterio per distinguere una strategia tesa ad aumentare i profitti “a scapito” dei consumatori da una tesa a risolvere
determinati problemi, come rientrare nelle spese, internalizzare costi e benefici, fornire nuovi beni o servizi, introdurre
innovazioni.6 Il costo è un concetto soggettivo, e in un’economia non-stazionaria la sua definizione è già di per sé
un’attività imprenditoriale.
La critica alle politiche antitrust
Un altro tipo di critiche alle politiche antitrust è relativo ai costi di scelta pubblica, 7 i costi dei controlli e delle procedure
antitrust, il rischio che le imprese sfruttino l’antitrust per impedire la concorrenza di aziende più competitive, il costo
dovuto alla vaghezza delle norme, eccetera.
Anche per via della complessità del tema, non s’è inoltre detto nulla sulle cosiddette “pratiche anticoncorrenziali”: la
legislazione definisce una serie di vincoli all’uso della propria proprietà, tesi a vietare comportamenti che potrebbero ad
esempio impedire l’accesso a nuovi concorrenti. Chiaramente, un’analisi del tema della concorrenza richiederebbe
anche un’analisi dei cartelli, della validità giuridica dei contratti “collusivi”, e dei brevetti.
Tali temi non hanno però nulla di specificamente austriaco e non verranno approfonditi: la teoria austriaca dei
monopoli è di fatto una critica all’impiego dei metodi neoclassici di statica comparata sia per la descrizione (positiva)
del mercato che per la prescrizione (normativa) di politiche.
Libera concorrenza o concorrenza pura?
La differenza tra neoclassici e austriaci tende ad estendersi anche al piano normativo: i primi apprezzano la
concorrenza perché efficiente, e il mercato è apprezzato perché e finché è tale; per i secondi l’ideale è invece quello
della concorrenza libera, “lockeana”: ognuno può fare quello che vuole con quello che ha, ma non aggredire gli altri.
La scelta della politica ottima è una questione di valori. La scienza al più può metter d’accordo sui fatti e chiarire le

conseguenze, in modo da poter scegliere meglio.
In un mondo normativamente lockeano è possibile che alcuni usino la loro libertà in maniera spiacevole, ad esempio
cercando di introdurre barriere all’ingresso nel mercato per ottenere profitti maggiori. 8 D’altra parte, in un mondo
normativamente efficientista potrebbe succedere che certi interessi, magari non valutabili in moneta, vengano
trascurati e calpestati.
Si può ipotizzare che le politiche antitrust a volte vadano effettivamente a beneficio dei consumatori: ma si è messo in
luce che le argomentazioni positive e normative contro i monopoli non sono affatto robuste. La Scuola austriaca si
trova in una posizione migliore per comprendere la complessità della struttura del mercato, grazie alla sua attenzione
al mercato visto come processo. È difficile dire qualcosa di sufficientemente definito su una specifica situazione di
mercato per dare un giudizio normativo informato, ma tale difficoltà è insita nel processo di mercato stesso.
Note
1.
2.
3.
4.

5.
6.

7.
8.

Ad esempio, la Fiat è indubbiamente monopolista nel mercato delle automobili Fiat, ma non nel mercato
delle automobili in generale. Essendo lo sviluppo economico caratterizzato da una sempre maggiore
diversificazione produttiva, questa definizione di monopolio è inservibile.
Per l’esattezza, ha un’elasticità minore di 1. L’elasticità della domanda può andare da 0 (quando la
domanda non è influenzata dal prezzo) a infinito (quando la domanda è estremamente sensibile al
prezzo).
Stiamo supponendo che non ci siano costi marginali, che cambierebbero i dettagli ma non la sostanza del
ragionamento.
Se valuto una mela quanto 2$, e la mela costa 1$, ho un beneficio, come consumatore, pari al valore che
do ad 1$: la somma di questi benefici monetari è il surplus totale del consumatore. La scelta di sommarli
non ha giustificazione sul piano teorico, visto che 1$ verrà valutato diversamente a seconda degli individui
e delle situazioni. Ricavi e spese monetari non vanno confusi coi benefici e i costi soggettivi della teoria del
valore: sono solo quantità di moneta, e in quanto tali oggetto di valutazione come ogni altra merce.
Senza dimenticare l’avversione al rischio, che è soggettiva. Si ricordi che non tutti i rischi sono
assicurabili, quindi non è possibile scegliere “come se” il rischio non esistesse.
La letteratura neoclassica contemporanea è infatti andata oltre la vecchia visione statica dell’equilibrio
generale, per introdurre lo studio del processo di mercato tramite l’ausilio dei metodi formali della teoria
dei giochi. In questo come in altri campi, seppure con notevole ritardo, l’economia neoclassica tende ad
avvicinarsi a quella austriaca.
Che si hanno quando le autorità sfruttano la loro posizione per ottenere rendite, senza interessarsi al
“benessere sociale”, qualunque cosa questo significhi.
Introdurre barriere all’ingresso può essere anche una strategia per fornire nuovi beni e servizi ai
consumatori. Se ad esempio i costi di ricerca e sviluppo rischiassero di non essere coperti in caso di
concorrenza eccessiva, una strategia aziendale che rallenti l’ingresso dei concorrenti potrebbe consentire
l’introduzione dell’innovazione. Fare affermazioni generali su questi eventi è difficile: come distinguere una
strategia necessaria a fornire un servizio ai consumatori da una strategia che “sfrutta i consumatori”?
Parrebbe che l’antitrust si trovi di fronte a problemi insolubili.

Capitolo 6 – Capitale e produzione
La teoria del capitale è la parte più complessa della teoria Austriaca, ma è fondamentale per comprendere la
produzione capitalistica, il ruolo della moneta, e la teoria del ciclo economico.
Capitale e beni capitali
I beni capitali sono i fattori di produzione che sono a loro volta prodotti nel corso del tempo: ciò li differenzia dagli altri
due fattori di produzione, la terra e il lavoro.
I beni capitali vengono scambiati sul mercato e quindi hanno un prezzo. La somma del valore monetario dei beni
capitali viene chiamata dotazione di capitale. Il termine “capitale”, facendo pensare ad una grandezza omogenea,
rischia di celare la strutturale eterogeneità e complessità della produzione, che impiega innumerevoli beni capitali che,
con la collaborazione della forza-lavoro e delle risorse naturali (anche loro eterogenee), contribuiscono alla produzione
complessiva.
Il capitale può essere fisico o umano: è possibile investire in macchinari o in conoscenze. L’aspetto fondamentale è che
l’impiego dei beni capitali, come qualsiasi altro oggetto dell’azione umana, è orientato al futuro: la dotazione attuale
dei beni capitali è un dato, il loro impiego attuale consente di produrre beni di consumo in futuro, e gli investimenti
servono a conservare o espandere la dotazione futura di beni capitali, e quindi la capacità produttiva futura.
Caratteristiche dei beni capitali
Le caratteristiche più importanti di un bene capitale sono la sua struttura temporale, le relazioni di complementarità e
sostituibilità rispetto ad altri fattori di produzione, e la specificità o non-specificità del suo impiego nelle varie possibili
produzioni.
Il tempo
Il tempo è l’aspetto essenziale del capitale: un bene capitale produrrà beni di consumo in futuro. Un bene capitale può
“contenere” una grande quantità di tempo, come ad esempio un trattore rispetto ad una vanga, in quanto richiede
molti passaggi intermedi per essere prodotto. Ma, una volta prodotto, è possibile impiegarlo in modo da ottenere più
grano.
Un investimento è vincolante per periodi lunghi, è indubbiamente più rischioso di un investimento più breve. Sebbene
tempo e rischio si possano separare teoricamente, nella realtà non si trovano quasi mai separati. L’imprenditore di
fatto “sposa” un determinato bene capitale: la vita economica di molti capitali fissi può essere di diversi anni, e si può
rientrare nelle spese solo dopo diversi anni di produzione: questo significa che un errore compiuto all’inizio
dell’investimento sortirà effetti per un lungo periodo.
Non bisogna commettere l’errore di ritenere i beni capitali facilmente liquidabili per via dei mercati finanziari: sebbene
sia possibile comprare o vendere un’azione in poco tempo e tenerla per brevi periodi, è il processo produttivo
sottostante, a cui del resto l’azione deve il suo valore, ad avere una sua struttura temporale: la finanza non può far
invecchiare il vino anzitempo.
Complementarità e sostituibilità
I beni capitali sono eterogenei, e contribuiscono alla produzione di beni di consumo con l’ausilio del lavoro e della
terra. Due fattori di produzione si dicono sostitutivi se è possibile impiegare l’uno oppure l’altro per ottenere un certo
prodotto, e complementari se invece vanno usati assieme. Questi due opposti concetti sono fondamentali per la
comprensione della struttura della produzione. Due beni capitali sostitutivi sono parzialmente equivalenti nella
produzione: una casa si può fare di mattoni o cemento armato; d’altra parte, due beni complementari quando l’uno,
senza l’altro, ha scarso valore: un ipermercato non servirebbe a molto se non ci fosse uno snodo stradale di grandi
dimensioni per veicolare il traffico da e per le città limitrofe.
E’ soprattutto la complementarità dei beni capitali ad avere conseguenze rilevanti: se ad esempio l’impiego di un bene
capitale (l’edificio per l’ipermercato) richiede investimenti in un altro bene capitale (l’uscita autostradale), ma i
risparmi per costruire il secondo non ci sono, allora il valore del primo ne risentirà pesantemente, fino a diventare, in
alcuni casi, economicamente inutilizzabile.
Specificità
Un altro concetto fondamentale è quello di fattore di produzione specifico o non-specifico. Un bene di produzione è
specifico se può essere usato solo in una produzione o in poche produzioni. Ad esempio, una trivella petrolifera non
può essere usata per produrre microprocessori, mentre un operaio può lavorare sia in un pozzo petrolifero che in una
fonderia elettronica: dunque una trivella è un fattore specifico e un operaio è un fattore non-specifico.
Supponiamo che un tornio possa essere usato nella produzione di mobili, automobili e aeroplani; se il mercato degli
aeroplani crolla, i torni ivi impiegati si sposteranno verso le altre produzioni, ma difficilmente rimarranno “disoccupati”;
il valore di mercato dei torni tenderà a scendere, perché la domanda di torni è comunque diminuita, ma questa
diminuzione sarà limitata, perché gli utilizzi possibili sono molti, e ogni possibilità alternativa è una possibile fonte di
valore. D’altra parte, un macchinario specializzato nella lavorazione di un componente impiegato solo nell’industria
aeronautica risentirà enormemente di una crisi in quel settore, non potendo trovare impieghi alternativi, in quanto
specifico.
La specificità non ha solo svantaggi: se il mercato aeronautico cresce, i fattori di produzione specifici ivi impiegati
saliranno di prezzo più di quelli non specifici. Questo perché il ricavo complessivo della particolare industria, crescendo,

attirerà fattori da altri mercati, ma influenzerà di meno il prezzo dei fattori non-specifici, essendo questi impiegati in
una molteplicità di altri mercati, ed essendo quindi quel particolare mercato “trascurabile” nella determinazione dei
prezzi dei fattori non-specifici. Questo significa che il maggiore ricavo si concentrerà in buona parte sui fattori di
produzione specifici.
La struttura della produzione
Supponiamo che il sistema economico sia costituito soltanto da lavoro, terra, beni di consumo e semilavorati (non c’è
nessun macchinario “fisso”). La produzione avverrebbe così: le risorse naturali (terra) entrano nello stadio di
produzione iniziale, e, con l’ausilio della forza-lavoro, diventano semilavorati; questi, a loro volta, saranno
ulteriormente trasformati dagli stadi di produzione successivi, con l’impiego di nuovo lavoro, fino ad arrivare ai beni di
consumo finali.1
Il tempo necessario per produrre il bene finale partendo dalle materie prime, in questa visione semplificata del sistema
economico, è dato dal numero degli stadi di produzione intermedi. Andare nel bosco a fare legna richiede poco tempo,
mentre comprare carbone prodotto in Inghilterra, ripulirlo e distribuirlo richiede un tempo di produzione ben maggiore.
In ogni istante, nell’economia, ci saranno materie prime che entrano nel processo produttivo, beni finali che escono, e
beni intermedi che passano da uno stadio all’altro. Il fatto che queste cose avvengano in concomitanza non significa
che la struttura produttiva sia irrilevante, o che il tempo non giochi alcun ruolo: se oggi si smettesse di investire nel
settore minerario, ci vorrebbero forse anni prima che la produzione cominci a risentirne, anche per via delle scorte
negli inventari; d’altra parte un maggiore investimento nel settore minerario farebbe vedere i suoi frutti nella
produzione di beni di consumo, e quindi sul prodotto interno lordo, solo dopo un certo tempo.
Un’economia all’equilibrio deve avere il giusto ammontare di terra, forza-lavoro e semilavorati in ogni stadio, altrimenti
la produzione si interromperebbe in alcuni punti, e, una volta interrotta, ci sarebbe bisogno di tempo per ripristinare i
flussi produttivi corretti. Domanda e offerta di fattori (eterogenei) devono essere in equilibrio in ogni stadio temporale
del processo produttivo.
Questa visione della produzione può essere schematizzata tramite i cosiddetti “triangoli di Hayek”: un diagramma
della produzione che ha due assi, il valore (monetario) e il tempo, che mostra come i beni di produzione si trasformano
nel tempo e aumentando di valore man mano, sia per via dell’interesse che per l’impiego di nuovi fattori di produzione
come il lavoro.
La struttura produttiva qui descritta è semplificata, perché non contempla i beni capitali durevoli, normalmente detti
“fissi”, ma che fissi non sono, se non nel breve termine. Nel modello precedente, non ci sono macchinari: ci sono
soltanto semilavorati che “circolano” da uno stadio all’altro. L’introduzione dei macchinari, e dei beni capitali durevoli in
generale, non cambia la sostanza di quanto affermato: smettere di investire in uno stadio di produzione lontano dal
consumo significa non investire abbastanza nei macchinari durevoli.
Un altro problema del modello precedente è che molte merci possono essere impiegate in varie fasi della produzione:
un computer può essere un bene di consumo finale o un bene capitale a seconda di come viene impiegato; il carbone
appena estratto può essere impiegato in una produzione che richiede molto tempo, magari un altoforno per l’acciaio
che verrà usato per produrre automobili, oppure direttamente, per riscaldare una casa con una stufa. Quindi una
corrispondenza che ad ogni fattore di produzione associ uno “stadio di produzione” o una “distanza temporale dal
consumo” non può essere trovata. Non si hanno conseguenze di rilievo nel trascurare questo dettaglio.
Investimenti
Finora, risparmi e investimenti sono stati trattati come equivalenti, e all’equilibrio ciò è vero: si investe solo ciò che si
risparmia. Ciò non è in genere vero al di fuori dell’equilibrio. Innanzitutto, distinguiamo gli investimenti a priori da
quelli a posteriori (questa idea risale alle teorie della Scuola svedese, 2 da cui gli austriaci hanno preso anche il
concetto di “interesse naturale” dapprima proposto da Wicksell): a priori, gli investitori decidono di investire,
comprando beni capitali (molti dei quali “fissi”), e quindi si pongono in una situazione in cui nel presente si indebitano,
e in futuro avranno un bene di consumo da vendere, con cui salderanno il debito. 3 A priori devono stimare se in futuro
i risparmi su cui fanno affidamento saranno disponibili, ma potrebbero sbagliarsi. A posteriori, ovviamente, si investe
ciò che si può, cioè ciò che si è risparmiato.
Bisogna sottolineare che la dotazione di capitale esistente in un certo momento è irrilevante per l’azione economica,
cioè per il comportamento degli investitori: il vero problema economico è come usare oggi i risparmi, dato il capitale
precedentemente accumulato. I precedenti investimenti contano soltanto perché necessitano di ulteriori risp armi, e
ovviamente perché permettono di produrre oggi una quantità maggiore di beni di quanta se ne sarebbe potuta
produrre in loro assenza. E’ il principio marginale: il passato è passato, e si può agire solo nel presente e per il futuro.
Squilibri strutturali di lungo termine
Quanto detto sulla struttura della produzione finora è ovviamente solo l’essenziale, ma queste brevi note sono
necessarie a comprendere la teoria dell’influenza della moneta sulla produzione, e del ciclo economico. Un aspetto
fondamentale della teoria austriaca è che si ritiene che l’economia si trovi sistematicamente in una situazione di
squilibrio, e che questo possa permanere per tempi anche lunghi. Per avvicinarsi a questi temi consideriamo due temi
di teoria del capitale leggermente più avanzati rispetto a quanto è stato detto finora: la relazione tra investimenti
passati e domanda di capitale futura, e l’origine della cosiddetta “capacità produttiva inutilizzata”.
Se si investe oggi, si ritiene che in futuro ci sarà una certa disponibilità di risparmi. Una volta che si attua
l’investimento, quei fondi non saranno più facilmente recuperabili, e, quindi, o si completa la produzione, o quei fondi
saranno persi, almeno in parte. Ma i soldi investiti sono relativi al passato, e non al futuro. Il principio marginale indica

che l’imprenditore cercherà di massimizzare i profitti, o minimizzare le perdite, in base a ciò che può fare da quel
momento in poi. Una volta che l’investimento è stato fatto, anche se si scopre che è stato un errore, può convenire o
meno continuare la produzione: produrre in perdita può essere un modo razionale di minimizzare le perdite, rispetto a
non produrre affatto. Questo fa sì che ci sia una sorta di inerzia negli investimenti: un periodo di elevati investimenti
sarà seguito probabilmente da un periodo di elevata domanda di fondi per completare la produzione. Questo fatto
gioca un ruolo nelle crisi economiche.4
Occorre notare che uno squilibrio di per sé implica un errore passato, ma il suo permanere nel lungo termine non
implica una continuità di errori, un’inefficienza o un fallimento sistematico del mercato. Se si costruisce un
ipermercato, ma non si hanno i fondi per completare lo svincolo autostradale che collegherà il mercato alla città,
l’investimento è errato, ma dal momento in cui si è commesso l’errore al momento in cui quest’errore non sarà più
“visibile” (perché lo svincolo è stato completato, o l’intero terreno adibito a qualcos’altro) possono passare anni.
Esiste anche la possibilità che ci sia capacità produttiva inutilizzata in assenza di errori: in parte per assicurarsi da
variazioni della domanda e dell’offerta, come nel caso degli inventari; in parte perché alcuni beni capitali durevoli
hanno una vita economica inferiore alla loro vita fisica (come le fabbriche di circuiti elettronici integrati, che devono
tornare nei costi in pochi anni, ma potrebbero in teoria continuare la produzione per decenni): ciò che conta nella
teoria del capitale è il giudizio degli agenti economici, non le proprietà fisiche degli oggetti, altrimenti sarebbe
ingegneria.
I fattori di produzione che non vengono usati perché non conviene si dicono “sub-marginali”: un bene capitale “submarginale” è un bene capitale il cui impiego richiede troppe risorse aggiuntive (altri capitali, terra, lavoro) per poter
completare la produzione. Se, in un momento di “euforia”, si investe in eccesso rispetto alle effettive disponibilità
future di risparmi, si formerà successivamente una certa quantità di beni capitali non utilizzati.
Il mito dei problemi della teoria del capitale
Alcuni critici della teoria austriaca sostengono una serie di tesi che ritengono confutare tale teoria:

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Il periodo medio di produzione non può essere definito: un investimento implica una certa struttura
temporale di spese e di ricavi, e l’investimento può essere o meno conveniente a seconda del tasso di
interesse. Tale struttura non può essere ricondotta ad un solo parametro, “la lunghezza media di
produzione”, ma nessuno afferma il contrario. Se non è possibile ordinare le tecniche di produzione per
lunghezza, ovviamente è possibile che la scelta tra due tecniche di produzione dipenda in maniera non
banale dai tassi di interesse.
La quantità di capitale non può essere misurata. Il capitale è solo una grandezza contabile, la struttura del
capitale non si può trasformare in una grandezza omogenea. Più che una critica mi sembra un argomento
a favore della teoria austriaca: gli aggregati non servono a molto.

Altre critiche sono invece del tutto prive di meriti. Alcuni affermano che:

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Il tempo di produzione è nullo perché c’è un continuo flusso di entrate e di uscite di cassa: questo
ragionamento confonde flussi di cassa relativi a investimenti diversi, come mostrato in un precedente
articolo.
Il tempo di produzione è infinito perché alcuni strumenti usati oggi possono essere stati prodotti secoli fa
(ad esempio, un terreno dissodato dagli Etruschi): questo argomento trascura il principio marginale. Ciò
che conta non è il passato, ma il futuro: non il tempo che è stato necessario per produrre, ma la struttura
temporale delle attuali scelte di produzione.

NOTE
1.
2.
3.
4.

Questo modello della produzione può essere facilmente memorizzato pensando alla canzone per bambini
“Ci vuole un fiore”: il bene di consumo “tavolo” richiede lo stadio di produzione “legno”, che richiede a sua
volta lo stadio di produzione “albero”, e così via.
Se esistono appassionati di “etno-economia”, sappiano che esiste anche una Scuola polacca, nata in epoca
sovietica e ovviamente di impostazione socialista. Il suo membro più noto è Oskar Lange, che discusse a
lungo con Mises e Hayek riguardo il problema del calcolo economico, di cui parleremo in futuro.
Si può anche avere risparmio senza indebitamento, nel caso ad esempio di auto-finanziamento. Ma anche
in questo caso l’investitore deve fare affidamento su risparmi futuri.
Hayek, “Investment that raises the demand for capital”.

Capitolo 7 – La moneta e le banche
La moneta è una componente fondamentale di ogni economia avanzata: è la presenza della moneta che permette
all’economia moderna di funzionare e di produrre ricchezza, grazie, appunto, al sistema dei prezzi che solo la moneta
può far nascere. Non esistono economie avanzate basate sul baratto, né possono esistere.
Origine e valore della moneta
Abbiamo visto nei precedenti articoli che la moneta si origina “spontaneamente” dal processo di scambio attraverso un
meccanismo di coordinazione che porta alcune merci ad essere usate come mezzo di scambio.
Merci caratterizzate da certe proprietà, come elevato valore specifico (per portare con sé “valore” senza bisogno di una
carriola), durevolezza, divisibilità (per i pagamenti minuti), facile verificabilità (per ridurre i rischi legati alle truffe) e
non riproducibilità all’infinito, sono più adatte di altre a fungere da moneta.
La moneta è una merce come le altre, e il suo valore dipende dalla domanda e dall’offerta: la domanda di moneta è la
somma delle domande individuali di moneta, cioè della quantità di “mezzi di pagamento” che gli individui scelgono di
detenere; l’offerta, d’altro canto, è pari alla quantità fisica della merce-moneta effettivamente disponibile. Gli individui
domandano moneta perché serve per gli scambi: ad esempio, chi passeggia porta con sé della moneta per lo
shopping, e le aziende hanno dei conti correnti per pagare lavoratori, o comprare semilavorati e macchinari… la
domanda complessiva di moneta è quindi la somma delle varie “riserve di cassa” degli agenti economici.
La teoria del valore della moneta rappresentò per diversi anni un problema notevole per la teoria soggettiva del valore.
Infatti, l’essenza della teoria soggettiva del valore è che il valore deriva da valutazioni individuali, e non è una
caratteristica della merce; dal valore derivano i prezzi, che quindi vengono soltanto dopo. D’altra parte, la domanda di
moneta dipende dalla possibilità di fare acquisti: la quantità che serve portare con sé, quindi, dipende dal livello dei
prezzi!
Questo problema fu chiamato “circolo austriaco”, ed era una tautologia (spiegava i prezzi tramite il valore di qualcosa
il cui valore dipende dai prezzi), ma fu risolto da Mises nella sua seminale opera sulla moneta, La teoria delle moneta e
dei mezzi di circolazione, nel 1912, col cosiddetto “teorema di regressione”: gli individui decidono oggi quanta moneta
detenere (e quindi determinano il valore odierno della moneta), in base ai prezzi di ieri (senza informazioni sullo stato
dei prezzi, non sarebbe possibile decidere quanta moneta portare con sé 1).
Se il teorema si fermasse qui, sembrerebbe di esser passati dal “circolo austriaco” al “regresso all’infinito austriaco”,
creando una teoria che da oggi deve risalire al Big Bang per poter spiegare il valore della moneta: ma non è così.
Infatti la moneta non esiste da sempre, e, originariamente, era una merce come tutte le altre: la regressione inizia
quando finisce il baratto: il teorema di regressione è una teoria della determinazione del valore di scambio.
Una conseguenza del teorema di regressione è che la moneta deve nascere da qualcosa che ha valore d’uso, cioè da
una merce. Non è concepibile che gli individui in una società decidano un giorno di creare dal nulla un sistema di
prezzi: il problema di conoscenza che questa costruzione implica è troppo grande per poter essere risolto. 2
Tipi di moneta
La moneta che abbiamo visto finora consiste in quantità d’oro o argento, o in quantità di altre merci. Per questo
motivo, si chiama moneta-merce. Originariamente, tutte le monete erano moneta-merce: conchiglie, sale, bestiame,
metalli più o meno preziosi.
Ma neanche all’epoca del gold standard, nell’Ottocento, il sistema monetario era siffatto. Occorre quindi introdurre
nuove tipologie (proprie e improprie) di moneta: la moneta-certificato, la moneta-segno, la moneta fiduciaria, la
moneta-credito.
Supponiamo che l’oro, magri perché pesante e facile da rubare, non circoli, ma venga immagazzinato in una cassaforte
dentro una banca svizzera. La banca emette un certificato che assicura al suo possessore che potrà riavere indietro
l’oro su richiesta, gratuitamente, senza rischio. Il depositante va in un ristorante e paga con il certificato, anziché con
l’oro. Il ristoratore, fidandosi della banca, accetta il pagamento. Così facendo, parte dell’oro smetterà di circolare,
sostituito da certificati, convertibili istantaneamente, gratuitamente, e senza rischio.
Questo tipo di moneta, che non è moneta-merce, la chiameremo moneta-certificato. Finché ci si fida della banca, c’è
equivalenza di valore tra certificato e merce: un certificato da 100g d’oro vale esattamente 100g d’oro, in quanto il
primo è convertibile a vista nel secondo, e siccome tutti lo accettano al posto del secondo, non c’è neanche bisogno di
convertirlo effettivamente.
Non è detto che le cose vadano sempre così bene. La banca può accorgersi che, su 100 tonnellate d’oro depositate,
soltanto 1000kg vengono effettivamente movimentati ogni giorno: quindi decide di stampare dei certificati in numero
maggiore della quantità d’oro che ha effettivamente. Se tutti i certificati tornassero indietro contemporaneamente, la
banca fallirebbe: ma ciò è improbabile. 3 La parte della moneta che non è coperta (quindi, non i certificati veri, che
formano la moneta-certificato), si chiama moneta fiduciaria. Questa gioca un ruolo fondamentale nel ciclo economico.
Supponiamo ora che un commerciante non abbia i soldi per pagare un fornitore, ma li avrà tra tre mesi: questi può
decidere di dare al fornitore una cambiale, di importo pari al pagamento dovuto (più gli interessi). Se il fornitore
accetta, ci sarà stata una transazione creditizia (pagamenti differiti) in sostituzione di una transazione monetaria

istantanea. Se le cambiali circolano, ci sarà una circolazione di mezzi di pagamento non monetari (non redimibili
istantaneamente) che sostituisce parte della circolazione monetaria (riducendo quindi la domanda di moneta). I titoli di
debito circolanti come moneta si dicono moneta-credito: questa circola “scontata”, cioè, a valore inferiore a quello
nominale, perché non è convertibile immediatamente.
L’ultima forma che può prendere la moneta è quella di moneta-segno. In questo caso, la moneta perde completamente
la natura di merce (o di promessa futura su merce, o di certificato convertibile), e diventa un mezzo di pagamento non
convertibile, domandato solo perché facilita gli scambi. Mises, nel 1912, scriveva che la moneta-segno è logicamente
possibile, ma non è mai esistita (o non era mai resistita a lungo): il sistema monetario odierno è però basato su
moneta-segno.
Perché storicamente si è trattato di qualcosa di rarissimo? Per un problema di valore. Mentre l’offerta d’oro non può
essere aumentata all’infinito istantaneamente, l’offerta di moneta-segno è vincolata solo dalla velocità delle
fotocopiatrici del Poligrafico.
Ma una moneta la cui offerta può crescere illimitatamente non offre alcuna garanzia di conservare valore, e, quindi, è
difficile concepire che la si possa usare stabilmente come moneta. Il sistema monetario odierno, come abbiamo detto,
è basato su moneta-segno: il valore della moneta deriva dalla capacità di chi ha il controllo dell’offerta di non
esagerare con l’espansione monetaria.
La funzione della moneta
La moneta ha una sola funzione primaria: facilitare gli scambi. Le altre funzioni sono secondarie, in quanto
conseguenze di questa funzione primaria.
La moneta deve il suo ruolo fondamentale al fatto che consente di creare un sistema dei prezzi, che è alla base del
calcolo economico, ma questa funzione deriva dal fatto che è un mezzo di scambio.
Un tipo particolare di scambio sono gli scambi intertemporali, cioè creditizi, e la moneta consente, attraverso il
mercato del credito, di facilitare anche gli scambi tra creditori e debitori.
Un’ultima funzione della moneta è accumulare valore, cioè conservare una certa quantità di potere d’acquisto per
impieghi futuri. Questa funzione non ha nulla di specificamente monetario, però: si può conservare potere d’acquisto
anche comprando un immobile, ad esempio. D’altra parte, l’auspicabile stabilità del valore (ormai una chimera, nel
mondo contemporaneo) della moneta la rende una naturale riserva di valore, e a differenza delle case è
immediatamente spendibile (liquida).
Il mercato del credito nel caso di moneta-merce
Un aspetto centrale della teoria austriaca è quello relativo al meccanismo di creazione di credito non coperto da
risparmi reali, processo alla base della teoria austriaca del ciclo economico. Il credito è l’insieme dei mezzi di
pagamento che le banche forniscono alle imprese per gli investimenti: l’espansione del credito è creazione dal nulla di
moneta tramite mezzi fiduciari.
Per capire meglio il processo di espansione del credito, che vedremo nella prossima sezione, occorre capire ciò che
accade in un sistema monetario basato esclusivamente su moneta-merce.
Gli individui decidono di impiegare il proprio reddito consumando o risparmiando. Le risorse risparmiate vengono
prestate alle imprese,4 attraverso l’intermediazione di istituzioni finanziarie come le banche. 5
Nel sistema monetario considerato, il risparmiatore immobilizza in banca, ad esempio per sei mesi, una certa quantità
di denaro. Questo denaro verrà prestato all’impresa. L’impresa effettuerà degli investimenti e, dopo sei mesi, restituirà
alla banca il capitale e gli interessi; la banca preleverà una commissione e girerà capitale e interessi al risparmiatore
iniziale.
Abbiamo quindi un risparmiatore che fornisce risorse ad un’impresa, che le restituirà (con gli interessi) domani, e in
genere un intermediario che mette in comunicazione i due.
Il processo di espansione del credito
Esistono due tipi di banche: le banche di deposito e le banche di prestito. Le prime non svolgono alcuna funzione di
intermediazione del credito, ma forniscono solo sistemi di pagamento. Le seconde mettono in comunicazione
risparmiatori e investitori, e le abbiamo discusse in precedenza.
Nella realtà le due funzioni non sono mai separate, perché le banche di deposito, dove gli individui depositano le
proprie riserve liquide sotto la promessa di immediata conversione in moneta a richiesta, tendono a trasformarsi in
banche di prestito, fornendo i mezzi di pagamento che hanno in deposito alle imprese, come se fossero risparmi.
Le banche non si limitano a prestare la moneta depositata, ma creano anche moneta dal nulla, attraverso il
moltiplicatore monetario. Si noti preventivamente che il fatto di prestare un deposito a vista già di per sé crea moneta:
il depositante usa i suoi certificati come moneta, e anche l’impresa usa in questo modo i crediti ottenuti.
Consideriamo una banca monopolistica, che gestisce tutti i mezzi di pagamento. Analizzando i flussi di cassa, arriva
alla conclusione che il 10% della moneta depositata è effettivamente movimentata, mentre il 90% rimanente non
viene mai riscossa, e rimane depositata. Questa banca può ritenere di poter garantire alle imprese un credito 9 volte
superiore alla quantità di moneta effettivamente depositata: infatti, se solo il 10% della moneta viene mobilitata, in
media, e le riserve complessive sono di 1,000$, è possibile prestare 9,000$ alle aziende. Sommando a questi 9,000$ i

precedenti 1,000$ (che circolano sotto forma di certificati); si arriva ad un’offerta di moneta di 10,000$ dollari… ma
siccome solo il 10% della moneta viene mobilitata, di questi 10,000$ solo 1,000$ verranno richiesti, e, con 1,000$ di
riserve, la banca non andrà in bancarotta.
Si noti che la banca tecnicamente è in bancarotta anche se i depositanti non se ne rendono conto, perché teoricamente
non potrebbero tutti ottenere ciò che è stato promesso loro: la banca promette 10,000$ ma ha 1,000$. Ma solo
quando più del 10% dei depositanti e delle aziende decide di sfruttare i propri diritti la bancarotta tecnica diventa
effettiva.
Il caso delle banche in concorrenza è apparentemente diverso. Le banche in concorrenza non possono espandere il
credito come una banca monopolistica, perché le banche che espandono perderebbero riserve verso le altre banche.
Questo avviene grazie al clearing interbancario: se un individuo, cliente della banca A, ottiene una linea di credito da
questa, e la usa per firmare un assegno da 100$ verso un cliente di una banca B, quest’ultima chiederà alla banca A
di convertire l’assegno in moneta. Se così fosse, la singola banca che espande il credito più delle altre vedrebbe le
proprie riserve assottigliarsi.
In realtà le possibilità di espansione del credito di un sistema bancario concorrenziale sono simili a quelle di un sistema
monopolistico, anche se le singole banche possono espandere poco. Questo perché, se una banca espande e perde
parte delle riserve, queste riserve arrivano alle altre banche e verranno usate per espandere ulteriormente l’offerta di
moneta.6
Central banking
Siccome il sistema visto precedentemente è intrinsecamente instabile, nel XX secolo si è sviluppato un sistema
bancario basato su una Banca Centrale, il cui scopo dovrebbe essere quello di garantire la stabilità del sistema, anche
se il suo effetto è, come vedremo, l’esatto opposto.
Le Banche Centrali forniscono alle banche secondarie le riserve su cui queste possono creare moneta, e quindi
controllano la creazione di credito. La Banca Centrale interviene per salvare le banche insolventi e prevenire crisi di
liquidità, e la sua presenza consente la manipolazione del tasso di interesse, cioè le cosiddette “politiche monetarie”.
Note
1.

2.

3.
4.
5.
6.

Gli economisti moderni distinguono tra vari tipi di aspettative. Il teorema di regressione non dipende dal
modo in cui gli individui formano le loro aspettative: potrebbero ad esempio decidere di aumentare le
proprie riserve monetarie per far fronte ad un aumento dei prezzi, ma per farlo hanno comunque bisogno
di avere un’idea dei prezzi odierni.
Andiamo qui a toccare un aspetto della teoria Austriaca su cui ritorneremo: la limitazione della
conoscenza e il problema del calcolo economico. Al momento mi limito a due brevi osservazioni. La prima
è che il problema di creare un sistema dei prezzi dal nulla non è solo un problema di fiducia reciproca,
reputazione, costi di transazione (cose che anche le teorie economiche non austriache possono spiegare):
il problema è che il sistema dei prezzi nasce proprio per affrontare il problema della dispersione della
conoscenza, e quindi è inconcepibile che gli individui dispongano delle informazioni necessarie a creare un
sistema dei prezzi prima ancora di crearne uno. La seconda nota è che un gruppo di persone che si
accordano per usare come moneta un qualcosa privo di valore d’uso lo fanno grazie ad informazioni sui
prezzi che solo una moneta preesistente può dare, quindi non è un contro-esempio valido.
E’ improbabile, nel breve termine. Nel lungo termine è invece quasi una certezza: ma ciò ci porta alla
teoria del ciclo economico.
Un’alternativa è l’auto-finanziamento, quando il risparmiatore investe direttamente nella propria attività
produttiva. Non è necessario infatti che risparmiatore e investitore siano persone diverse.
Ma anche le assicurazioni sulla vita, ad esempio, o qualsiasi fondo previdenziale.
Se ognuna espande di solo il 90%, la prima crea 900$, la seconda crea 810$ a partire dai 900$ della
prima, eccetera… il risultato è una serie geometrica che converge a 10,000$. La banca monopolistica
sarebbe arrivata allo stesso risultato senza l’uso delle serie geometriche.

Capitolo 9 – La teoria Austriaca del ciclo economico
Gli elementi fondamentali del ciclo economico sono già stati esposti nel precedente articolo, in quanto gran parte della
teoria del ciclo consiste nello spiegare gli effetti del credito sulla struttura produttiva. Rimane da spiegare perché il
tutto abbia caratteristiche cicliche, e perché si accompagna a panici bancari e a disoccupazione di massa.
Il ciclo economico
Cerchiamo di sviluppare in ordine cronologico i vari passaggi che dall’inizio del boom economico portano alla sua fine,
alla crisi, e poi alla ripresa.
Tutto comincia dall’illusione di avere a disposizione più risparmi di quanti ce ne siano effettivamente: il boom
economico (insostenibile1) inizia con uno squilibrio tra tasso di interesse naturale e tasso di interesse monetario: il
tasso di interesse naturale è quello per cui risparmi e investimenti sono equilibrati. Se il tasso di interesse monetario è
inferiore a quello naturale, gli investimenti saranno in eccesso rispetto ai risparmi.
Wicksell pensava che uno squilibrio tra i due tassi avesse come conseguenza solo una variazione del livello dei prezzi.
Noi non siamo interessati al livello dei prezzi: un errore di coordinazione tra piani di investimento e risparmi avrà
conseguenze strutturali sull’economia reale.
A cosa è dovuto questo squilibrio? Gli errori sono sempre possibili, quindi è impossibile escludere a priori che lo
squilibrio non sia dovuto ad un eccesso di ottimismo da parte degli investitori. Di spiegazioni ad hoc è piena la teoria
economica. La teoria austriaca propone un meccanismo sistematico di creazione di errori imprenditoriali: tale
fenomeno è l’espansione creditizia.
Le banche espandono il credito perché così fanno profitti extra, facendo prestiti, su cui guadagnano interessi, in
eccesso rispetto alle loro riserve effettive. L’unico freno all’espansione monetaria è il rischio di bancarotta. Tale
fenomeno è inevitabile, in recessione, e ciò pone un problema: perché sempre lo stesso errore? Nel mondo
contemporaneo la motivazione è semplice: i fallimenti bancari a catena sono quasi impossibili per via delle Banche
Centrali.
Indipendentemente da ciò, è evidente che il credito fiduciario esista: non potendo mettere ciò in dubbio, occorrerà
capire quali ne siano le conseguenze. Il boom inflazionistico, cioè basato sull’aumento dell’offerta di moneta, 2 è
insostenibile perché il credito influenza la percezione della disponibilità di risparmi, e spinge verso investimenti che non
potranno essere completati.
La nuova moneta entra nel sistema economico attraverso il circuito del credito, e quindi viene prima spesa per
comprare beni capitali e altri fattori di produzione. Successivamente, però, circolando attraverso i vari mercati, tenderà
a trasformarsi in inflazione dei prezzi.
Il boom degli investimenti nasce dall’effetto Wicksell, per cui la creazione di credito sottrae riso rse ai consumatori e le
dà agli investitori. Una volta che la moneta si è diffusa in tutto il sistema economico, questo effetto non può più
sussistere. Verrà un momento in cui i nuovi redditi generati dall’aumento dei salari e dell’occupazione si
trasformeranno in consumi, e quindi andranno a sottrarre risorse agli investimenti. In quel momento ci si renderà
conto che gli investimenti intrapresi erano insostenibili.
L’alternativa è che il sistema bancario aumenti ulteriormente l’offerta di credito, compensando la maggiore capacità di
acquisto dei consumatori aumentando la capacità d’acquisto delle imprese.
Il ciclo in un sistema bancario libero
Vediamo ora cosa succede in un sistema bancario libero, con banche in concorrenza, senza Banca Centrale. All’apice
del boom si sparge la voce che i depositi nelle banche non sono sicuri, che gli investitori non sono in grado di restituire
i prestiti: probabilmente si avrà un aumento della quantità di denaro sotto forma di moneta o banconote, anziché
depositi.3 Si formano file alle banche, e queste sono costrette a convertire, perdendo riserve e contraendo il credito. Le
imprese sono costrette a interrompere gli investimenti, perché non esistono risorse reali per completarli, perché la
contrazione del credito fa apparire tali risorse ancora più scarse di quanto sono, perché i fallimenti bancari mettono
fuori gioco gli intermediari che coordinavano investitori e risparmiatori.
La prima cosa da notare è che i fallimenti sono endogeni: se gli investimenti fossero sostenibili, le aziende non
avrebbero problemi a pagare gli interessi e il capitale, e se le banche non fossero esposte finanziariamente
almalinvestment e non avessero obblighi che non possono mantenere (il credito fiduciario), non ci sarebbero motivi
per avere crisi.
La seconda cosa da notare che la recessione ha origine nella struttura della produzione, e che alcuni fenomeni, come
le bank run o la crisi dell’intermediazione, hanno influenza sulla successiva recessione, allungandola e rendendola più
grave, anche se sono la conseguenza del malinvestment.
Vediamo cosa succede a livello di produzione. Le aziende capiscono che non hanno sufficienti fondi per comprare i
fattori di produzione complementari necessari a completare la produzione; domandano nuovi crediti a breve, facendo
aumentare i tassi di interesse (maggiori prezzi, maggiore scarsità). Alcune falliranno, e i loro debiti per le banche

saranno almeno in parte inesigibili. Alcuni piani di investimento verranno abbandonati: beni capitali sub-marginali
cominceranno ad accumularsi nei distretti industriali, edifici ed infrastrutture verranno lasciati a metà. I lavoratori
verranno licenziati e ci sarà una riduzione dell’occupazione nei settori ad alta intensità di capitale (più sensibili al tasso
di interesse).
La velocità di assorbimento di questi squilibri nel mercato del lavoro dipende dalla struttura del mercato. In genere il
lavoro è un bene non-specifico e può spostarsi da un mercato ad un altro con relativa facilità. Esistono però degli
investimenti in capacità professionali (il “capitale umano”) per cui valgono gli stessi argomenti che abbiamo esposto
per il capitale fisico: alcuni investimenti in capacità professionali specifiche, strettamente legate alla struttura
produttiva insostenibile, si riveleranno errati, e il lavoratore dovrà abbandonare l’“investimento” e accettare compensi
inferiori per lavori meno specialistici. Lavori che richiedono nuove capacità professionali comporteranno un periodo di
“gavetta”, esattamente come un nuovo flusso di produzione dovrà essere completato prima di poter influenzare la
produzione di beni di consumo.
Esternalità di rischio
Alcuni ritengono che è inverosimile che gli imprenditori sbaglino sistematicamente per via delle politiche monetarie. Si
ritiene quindi che la teoria austriaca del ciclo economico sia troppo meccanica nel ritenere che gli imprenditori e le
banche non possano evitare la recessione.
Ma le imprese che non impiegano il nuovo credito si troveranno a far fronte alla concorrenza delle altre imprese, che
avranno fondi a basso costo con cui comprare macchinari, produrre nuove merci, e invadere nuovi mercati. Le imprese
che non mal-investono sono quelle che rischiano maggiormente durante il boom. Se il boom dura a sufficienza,
nessuno potrà applicare la strategia del discriminare il credito fiduciario. 4
Si potrebbe pensare che le aziende che non hanno mal-investito si troveranno successivamente in vantaggio rispetto
alle altre, strutturalmente sbilanciate, ma anche questo argomento è errato.
Le banche che hanno prestato a certe imprese, in crisi per via della recessione, saranno restie a lasciarle fallire, in
quanto ciò renderebbe i loro crediti inesigibili. Siccome la creazione di credito è a costo zero, a meno del rischio di
bancarotta (che le Banche Centrali rendono quasi nullo), le banche tenderanno ad espandere ulteriormente il credito
verso i loro clienti, per cercare di salvarli.
L’idea è semplice: a livello macro-economico c’è carenza di risparmi. Ciò implica che qualcuno dovrà fallire: fallirà il
primo che si ritroverà senza fondi. Estendere credito verso i propri clienti può spostare il rischio di fallimento verso le
altre imprese. In questa situazione di “mors tua, vita mea”, imprese strutturalmente fallimentari possono essere
avvantaggiate, rallentando la ristrutturazione del sistema produttivo.
Ciò è un caso particolare di un problema più generale: non è chi mal-investe inizialmente che rischia di fallire, ma chi
non avrà i soldi (in recessione) per completare la produzione. Il rischio non è limitato a chi commette errori, ma è
sistemico, e ciò crea una tragedy of the commons: c’è qualcosa che non va tra i beni capitali durevoli e specifici, ma
non si sa chi ne verrà colpito.
Un altro aspetto importante è che i prezzi servono per coordinare la produzione: prezzi distorti renderanno la
coordinazione più difficile. Se gli individui sapessero coordinarsi senza prezzi, non avrebbero bisogno della contabilità;
ma siccome i prezzi sono fondamentali nel processo di mercato, la distorsione della struttura dei prezzi è causa di
insostenibilità del sistema produttivo. Non è possibile agire “come se” si conoscessero i prezzi giusti.
L’argomento parte dal presupposto che gli individui abbiano conoscenze sufficienti per capire il problema, e abbiano i
mezzi per mettere in pratica una strategia in grado di eliminarne gli effetti. Nessuna delle due ipotesi sembra
realistica.
Politica monetaria
Si è visto come le banche che hanno espanso il credito rischieranno di fallire. Siccome però i fallimenti a catena so no
molto più visibili del malinvestment, l’attenzione a questi è stata in genere molto maggiore. C’è da chiedersi quindi se
la rimozione del rischio di bancarotta possa risolvere il problema del ciclo economico: la risposta è no, essendo il
panico bancario la conseguenza della recessione e non la sua causa.
Salvare le banche dalle loro espansioni è proprio ciò che le banche centrali sono nate per fare. Le banche centrali
salvano le banche fornendo loro nuove riserve, in genere ottenute comprando debito pubblico sul mercato, mediante le
operazioni “di mercato aperto”. Rendendo difficili i fallimenti, le banche centrali impediscono la contrazione del credito,
e consentono un’inarrestabile espansione monetaria.
Ciò non era possibile fino agli anni ’70 perché le banche centrali dei singoli paesi saldavano i propri conti in oro, e
un’eccessiva espansione creava problemi con la bilancia dei pagamenti, proprio come nei sistemi bancari
concorrenziali. Con le riforme monetarie degli anni ’70 anche quest’ultimo limite è stato eliminato: da quel momento
gli aggregati monetari hanno cominciato a crescere a ritmi forsennati, soprattutto in recessione (per via delle politiche
monetarie anticicliche).
Le banche centrali quindi consentono un’espansione continuata e illimitata del credito, che impedisce la liquidazione
del malinvestment, e i fallimenti bancari. Questo implica che la “cura” del ciclo economico è la creazione di
nuovo malinvestment: esattamente come in una condizione di tossicodipendenza, ma non si vede alcun programma di
disintossicazione in corso.

Il malinvestment è causato dal credito fiduciario, e la recessione è il momento in cui il mercato si accorge che c’è un
problema: continuare ad espandere il credito serve a chiudere gli occhi di fronte al problema. Posticipare la recessione
non significa eliminare il malinvestment.
Malinvestment e livello assoluto dei prezzi
Molti economisti ritengono che la stabilità economica è assicurata quando il livello assoluto dei prezzi rimane costante
(questa visione fu difesa da Fisher negli anni ’20), o perlomeno quando il livello dell’inflazione è stabile e noto a priori
(inflation targeting).
Tale idea è errata. Supponiamo che in un’economia con prezzi costanti ci sia un’innovazione tecnologica, che porti ad
un aumento del tasso di interesse naturale e della produttività. Ci sarà un aumento degli investimenti, e una tendenza
dei prezzi a diminuire: fin qui, non ci sono problemi. Ma quando questa tendenza verrà combattuta dalla politica
monetaria, il cui scopo è per ipotesi quello di mantenere i prezzi stabili, alla crescita economica sostenibile indotta
dall’innovazione tecnologica si verrà a sovrapporre una crescita fittizia, basata su malinvestment, indotta dalle
politiche monetarie stesse. Lo stesso identico ragionamento s’applica all’inflation targeting.
Una politica monetaria espansiva potrà durare più a lungo in periodi di crescita economica, in quanto l’inflazione dei
prezzi è più facilmente controllabile. Nell’attuale fase storica, l’informatizzazione, l’apertura dei mercati all’ex blocco
sovietico e della Cina, e le deregulation hanno contribuito a tener bassa l’inflazione. Questo non significa che
l’economia sia sana.
Il ciclo economico genera crescita?
La crescita può essere generata da un aumento della dotazione di capitale, da miglioramenti tecnologici e da
un’estensione della divisione del lavoro.
Non c’è motivo di credere che l’inflazione monetaria influenzi il terzo fattore, che dipende dall’apertura dei mercati,
dall’assenza di politiche protezioniste, e da nuove tecnologie di comunicazione e trasporto. Non c’è neanche motivo di
credere che l’inflazione influenzi direttamente il progresso tecnologico, se non perché, influenzando gli investimenti,
consente anche un aumento delle risorse dedicate alla ricerca e allo sviluppo.
Dobbiamo quindi focalizzare l’attenzione solo sulla relazione tra politiche inflazionistiche e investimenti. Gli
investimenti dipendono dai risparmi: possono aumentare solo se i risparmi aumentano. I risparmi possono essere
volontari, come quando un individuo non consuma per salvare fondi per la pensione, o involontari, come nel caso
dell’effetto Wicksell.
È però noto che durante i boom i consumi crescano: viene quindi da chiedersi come sia possibile un aumento degli
investimenti. Innanzitutto, i consumi e gli investimenti possono crescere se c’è crescita economica dovuta alla
maggiore divisione del lavoro e a progressi tecnologici, ma questi non dipendono dalle politiche inflazionistiche. I fondi
per i maggiori investimenti non possono venire dai risparmi veri, in quanto i consumi aumentano.
Rimane una sola spiegazione: i maggiori investimenti sono un’illusione contabile creata dall’inflazione. Ciò che le
aziende fanno non è investire, ma, al contrario, consumare capitale. Nei limiti in cui ciò non è vero, è solo per fattori
esogeni come la maggior apertura dei mercati o l’innovazione tecnologica: fattori su cui in definitiva si basa la
sostenibilità di un sistema economico inflazionistico.
Note
1.

2.

3.
4.

Può ovviamente anche esistere un boom sostenibile, ad esempio causato da un aumento dei risparmi, o
da qualche innovazione tecnologica. Ma la teoria del ciclo si occupa di quelli insostenibili. Ci si potrebbe
chiedere come distinguere un boom sostenibile da uno che non lo è: se ciò fosse possibile, probabilmente
non ci sarebbero mai boom insostenibili, perché gli investitori non commetterebbero errori sistematici.
Originariamente il termine inflazione si riferiva all’aumento dell’offerta di moneta e non all’aumento dei
prezzi, come si usa al giorno d’oggi. L’insistenza della teoria economica sulle relazioni di lunghissimo
termine, dove l’inflazione monetaria ha il solo effetto di inflazionare i prezzi, ha poi portato alla confusione
tra i due concetti. Ora l’inflazione monetaria si chiama espansione, ma gli austriaci tendono a parlare di
inflazione nel significato originario, da cui il termine “inflazionismo”, la politica di sistematica espansione
dell’offerta di moneta.
Le banche possono moltiplicare solo il denaro depositato, non il denaro detenuto come liquidità dai
privati. A parità di condizioni, un aumento della quantità di banconote detenute dai privati porterà alla
riduzione dell’offerta di moneta.
Si noti inoltre che le Banche Centrali, agendo anti-ciclicamente, rischiano di allontanare la recessione e
invogliare gli investitori a mal-investire. Alla fine pagheranno i detentori di moneta, e non gli investitori,
nel momento in cui la Banca Centrale trasformerà il malinvestment in inflazione dei prezzi.

Capitolo 10 – Il calcolo economico
La teoria del calcolo economico è uno dei più importanti contributi alla teoria economica della Scuola austriaca. Nel
1920, col saggio “Economic calculation in the socialist commonwealth”, Mises dimostrò che un sistema economico
privo di un mercato dei fattori di produzione non poteva coordinare l’impiego di questi fattori, cosa che nel capitalismo
era invece possibile grazie al sistema dei prezzi: Mises dimostrò quindi l’impossibilità di gestire un’economia complessa
basata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione e sulla pianificazione centrale, come proponevano i socialisti.
Successivamente, Hayek spostò l’attenzione sul tema della dispersione della conoscenza e sull’impossibilità di
concentrare tale conoscenza nelle menti dei pianificatori (una raccolta di saggi sull’argomento si trova in
Hayek, Conoscenza, mercato, pianificazione).
Infine, Rothbard (in Man, economy and state) estese l’argomentazione di Mises alla teoria dell’organizzazione
aziendale, e alla critica delle economie cooperative, corporative o sindacaliste (sistemi economici decentrati, e quindi
non pianificati, ma comunque impossibilitati a creare un sistema dei prezzi e trarne vantaggio).
Il tema è estremamente importante e le sue conseguenze si ramificano in ogni aspetto delle teorie austriache: mentre
si potrebbe pensare di integrare il tempo di produzione o altri temi austriaci nel framework teorico neoclassico, la
teoria del calcolo economico ha conseguenze così radicali sulla visione delle istituzioni, sulla metodologia dell’economia
e sull’(in)utilità dei giudizi di welfare da poterla considerare il tema fondamentale che differenzia le due Scuole.
Complessità
Cosa significa allocare le risorse produttive tra le varie linee di produzione, e distribuire i redditi tra i vari fattori che
alla produzione contribuiscono? Tale problema richiede una serie di conoscenze:

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Le preferenze dei consumatori, che preferiranno alcuni beni di consumo ad altri;
La disponibilità di risorse naturali, quali miniere, terreni e zone pescose, che sono eterogenee;
La disponibilità e le preferenze dei lavoratori, che avranno caratteristiche eterogenee, e preferenze diverse
nella scelta del lavoro;
L’utilizzabilità delle tecniche di produzione, che consentono di impiegare le risorse naturali e il lavoro per
realizzare beni di consumo.

La produzione con beni capitali richiede anche:

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L’impiego di beni capitali, eterogenei, e con diverse caratteristiche di complementarità, sostituibilità,
longevità, specificità;
Una valutazione della disponibilità ad attendere, e quindi le preferenze temporali degli agenti economici, in
quanto la produzione avviene nel tempo.

Il mestiere dell’imprenditore non consiste nello scegliere l’impiego ottimo delle risorse nell’equilibrio di lungo termine
(come i modelli neoclassici di equilibrio generale farebbero supporre 1), ma nel decidere cosa e come produrre, dati:

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I beni capitali disponibili in quel momento, frutto di scelte di produzione passate e non più modificabili;
Le risorse naturali e la forza lavoro disponibile, date le preferenze, mutevoli nel tempo, dei consumatori e
dei proprietari dei fattori di produzione;
La disposizione spaziale e geografica dei fattori di produzione;
Le conoscenze tecnologiche disponibili in quel momento.

Anche se si conoscessero tutti i dati necessari all’equilibrio generale, quindi, il problema del processo che a tale
equilibrio dovrebbe tendere rimarrebbe aperto, ed è in tale processo continuo che gli agenti economici operano.
La complessità della produzione dipende soprattutto alle innumerevoli possibilità di combinare assieme fattori di
produzione per ottenere beni di consumo, tanto che, anche se le preferenze dei consumatori fossero note e stazionarie
nel tempo, rimarrebbe comunque il problema di capire come gestire la produzione: i prezzi dei beni al consumo non
“generano” spontaneamente i prezzi dei beni capitali. Ciò richiede un processo imprenditoriale e un sistema di prezzi: il
valore dei fattori di produzione dipende dal valore dei beni di consumo futuri che contribuiranno a produrre, e tale
valore è stimato dagli imprenditori, che impiegano la contabilità per stimare costi e benefici.
Ignoranza
Un tema leggermente diverso rispetto a quello della complessità è quello della dispersione delle conoscenze nella
società. Tale tema fu elaborato da Hayek, e lo si può considerare complementare al primo, che era stato in precedenza
sottolineato da Mises.

La coordinazione sul mercato avviene tramite le opportunità di profitto e perdita che vengono sfruttate dai singoli
imprenditori, che scoprono opportunità trascurate, come la presenza di container vuoti in una nave da trasporto.
L’informazione utile ai fini imprenditoriali è in genere:

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Locale: conoscere i dettagli sui carichi di frutta non stimolerà i deliri di onnipotenza “scientifica” di un
pianificatore, ma è così che si scoprono opportunità di profitto.
Dispersa: tante persone conoscono pezzi di soluzione, ma nessuno conosce la soluzione completa. Un
ingegnere può conoscere come usare un macchinario per produrre una certa merce, ma può non sapere
che ci sono dei consumatori che vogliono quella merce.
Tacita: non si compone di trattati e di teoremi, non è verbalmente esplicitata, ma “esiste”, in quanto
influenza l’agire umano: conoscenze informali, abitudini, contatti facilitano i rapporti e gli scambi, e
giocano un ruolo fondamentale nelle organizzazioni sociali reali.
Dinamica: le preferenze individuali, la dotazione di beni capitali, la disponibilità di materie prime e di
semilavorati cambiano nel tempo.
Non formalizzabile: la conoscenza di informazioni locali e tacite non si presta a poter essere riassunta in
tabelle statistiche, per poi essere elaborata dagli uffici di pianificazione centrale.

Soggettività
Un altro modo di vedere il problema del calcolo economico è quello di considerare che gran parte delle informazioni
che servono a risolvere il problema dell’equilibrio economico sono soggettive e non oggettive: non si tratta di scoprire
la locazione di miniere (problema di geologia), o di scoprire tecniche di produzione (problema di ingegneria), ma di
scoprire ciò che gli individui preferiscono.
Tale interpretazione è del tutto secondaria nella letteratura austriaca, in quanto, se il problema fosse solo questo, si
risolverebbe dando ad ogni individuo una somma da spendere, lasciandolo libero di comprare ciò che è stato prodotto
dai pianificatori economici. Il problema reale non è conoscere le preferenze dei consumatori, ma orientarsi tra le
innumerevoli possibilità produttive.
Tale problema non ha nulla a che fare con quello del calcolo economico, anche se Schumpeter, in Capitalismo,
socialismo e democrazia commette l’errore di confondere le due cose.
Il sistema dei prezzi
Risolvere il problema della produzione richiede quindi di elaborare un’infinità di informazioni, su moltissimi problemi
specifici, ed ha quindi una complessità inimmaginabile.
La soluzione è legata al fatto che la struttura produttiva non è gestita centralmente, ma attraverso un processo di
coordinazione tra gli individui. Se per gestire la produzione fosse necessario avere un individuo in grado di
comprendere tutte le opportunità di investimento, tutti i dettagli rilevanti delle tecniche di produzione, tutto ciò che
riguarda la disponibilità di fattori di produzione, originari e prodotti, l’economia dovrebbe limitarsi a produzioni
semplici, e non ci potrebbe essere una società capitalista e ricca. Fortunatamente, non è affatto necessario risolvere
problemi tanto complessi e acquisire tante informazioni.
Quante informazioni sono riassunte nel fatto che un’automobile costa 20,000€? Per averla occorre perdere
l’opportunità di comprare beni di consumo per un ammontare pari a quella cifra, i consumatori sono disposti a pagarla
tanto, per produrla occorreranno tecniche il cui costo complessivo dovrà essere pari o inferiore a 20,000€. Queste sono
informazioni: sulle preferenze dei consumatori, sul costo di produzione, ecc. Sono informazioni che permettono di
confrontare le infinite possibilità di produzione semplicemente, facendo un conto di profitti e di perdite, per vedere
quali sono le tecniche più economiche.
Supponiamo che un’automobile richieda soltanto due fattori di produzione: due tonnellate di acciaio e 1,900 ore di
lavoro.2 Se l’acciaio costa 500€ la tonnellata e un’ora di lavoro costa 10€, il costo di produzione sarà 2 * 500€ + 1900
* 10€ = 20,000€: il produttore che impiega questa tecnica va esattamente in pareggio.
I prezzi sono frutto di un processo di asta: tutte le imprese che impiegano acciaio e lavoro faranno a gara per ottenere
i fattori di produzione e produrre: le industrie nel settore aeronautico, o in quello navale, o nelle costruzioni,
impiegheranno l’acciaio: un costo di 500€ la tonnellata indica che ci sono degli impieghi dell’acciaio che valgono
almeno 500€, e, quindi impiegare l’acciaio ove renda soltanto 400€ non è economicamente conveniente. Lo stesso
discorso vale per qualsiasi fattore di produzione, anche il lavoro.
È qui il segreto del calcolo economico: non è necessario che l’imprenditore conosca ogni singolo impiego possibile
dell’acciaio e dei lavoratori in ogni industria. E’ sufficiente che sappia che, per ottenere una tonnellata d’acciaio, dovrà
spendere 500€, e che, per ottenere un’ora di lavoro, dovrà spendere 10€. La complessità della scelta e la quantità di
informazioni necessarie a scegliere vengono ridotte enormemente.
Nel processo di allocazione delle risorse e distribuzione dei redditi tra i vari fattori, l’aumento o la diminuzione del
prezzo di un fattore di produzione indica che quel fattore è più o meno raro, senza necessità di sapere dove questo
verrà effettivamente impiegato: la coordinazione di mercato è grandemente facilitata.

Calcolo economico e teoria dell’impresa
Rothbard estese la teoria del calcolo economico alla teoria della dimensione delle imprese.
Un’impresa monopolistica non ha un mercato esterno in cui osservare i prezzi del suo prodotto. Di per sé ciò potrebbe
non costituire un problema, se esistono mercati dei fattori di produzione, in quanto l’impresa monopolistica è
comunque in grado di calcolare economicamente, e deve semplicemente capire se i consumatori sono disposti a
pagare a sufficienza. Di conseguenza, l’impresa monopolistica impiega effettivamente le informazioni incluse nei
prezzi, esattamente come un’impresa concorrenziale.
Ma, se tutti i fattori di produzione fossero gestiti dallo stesso monopolista, non esisterebbero mercati per questi fattori,
e quindi non ci sarebbero prezzi: il monopolista dovrebbe decidere come impiegare i fattori di produzione senza la
guida dei prezzi.
L’intuizione di Rothbard, che si integra con l’idea di Coase dell’impresa come “ottimizzatrice” di costi di transazione, 3 è
che la dimensione ottima dell’impresa è determinata anche dal problema del calcolo economico: imprese troppo grandi
e troppo integrate si troverebbero in una condizione simile a quella del direttore economico di una società socialista, di
cui parleremo nel prossimo capitolo. Senza la guida dei prezzi, non saprebbero come prendere decisioni.
Conoscenze o incentivi?
Per chi ha un martello, tutti i problemi sembrano chiodi: nell’economia neoclassica il problema della conoscenza non
esiste, ed esiste soltanto il problema di dare gli incentivi corretti agli agenti. Si suppone cioè che l’informazione relativ a
al problema sia data, e che l’unico problema da risolvere sia quello di spingere gli individui a scoprirla e sfruttarla.
Se il problema della conoscenza consistesse nell’incentivare le persone a raccogliere le informazioni, non sarebbe poi
molto diverso dall’incentivare le persone a raccogliere pomodori… non esisterebbe alcun problema specifico relativo
all’informazione, soltanto un problema di produrre ed allocare una risorsa, l’“informazione”, impiegata nella produzione
un po’ come l’acciaio e la forza-lavoro.
L’informazione è in realtà creata dal processo stesso: gli individui non potrebbero conoscere certe cose se il processo
di mercato non producesse tale informazione. Se è qualcosa creata nel processo e dal processo, ciò che rende possibile
giudicare gli esiti del mercato non sarebbe noto senza il mercato stesso: il concetto statico di efficienza economica
diventa inapplicabile in un tale contesto.
Il problema che gli agenti economici devono affrontare non consiste nello scegliere una strategia ottima dati eventi
certi o contingenze con proprietà statistiche note, ma nell’agire tenendo conto di circostanze che non conoscono nei
dettagli, coordinandosi con milioni di individui con piani eterogenei e spesso incompatibili, incontrando sorprese
genuine,4 che cambiano i dettagli del problema da affrontare man mano che il processo di mercato si sviluppa, e
sfruttando informazioni generate dal processo stesso. In altre parole, nessuno conosce la struttura dei “giochi” che si
giocano sul mercato in tutti i dettagli rilevanti alla loro soluzione.
Il dibattito sul calcolo economico
All’interno della Scuola austriaca si è lungamente dibattuto il tema delle differenze tra la teoria di Hayek e la teoria di
Mises del calcolo economico. La letteratura in materia è molto vasta, e come rappresentanti delle due teorie principali
si possono leggere “The end of socialism and the calculation debate revisited” di Rothbard e “Mises e Hayek on
calculation and knowledge” di Yeager. Rothbard, insieme a Salerno, Hoppe e altri suoi allievi sostiene che la teoria di
Hayek è molto diversa da quella di Mises; Yeager sostiene che le due teorie sono fondamentalmente simili.
La tesi di Rothbard è che la base della soluzione del problema del calcolo economico è la proprietà privata, e ciò è
conforme alle sue posizioni normative. Ma l’analisi di Rothbard si basa su un non sequitur: se esistesse un pianificatore
socialista in grado di risolvere i problemi di complessità e informazione, non avrebbe bisogno del calcolo economico, e
quindi del mercato dei fattori di produzione. L’argomento di Rothbard dimostra che il calcolo economico non è possibile
senza proprietà privata, ma è incompleto: la proprietà privata è la soluzione ai problemi di complessità e conoscenza,
e senza questi problemi non sarebbe necessaria.
Un altro aspetto dell’argomento è che, se il problema del socialismo è “solo” di informazione, questo non sarebbe
impossibile, ma semplicemente inefficiente. Ma infatti è proprio così: il socialismo non è impossibile, ciò che è
impossibile è che un’economia complessa possa essere gestita in maniera socialista. Esistono gradi di utilità del
sistema dei prezzi: in un’economia semplice è futile, in un’economia complessa è fondamentale. Il socialismo non può
generare un sistema dei prezzi, quindi è possibile solo in un’economia estremamente semplice. Il vero problema 5 del
criterio di efficienza è che rappresenta un criterio inutilizzabile in qualsiasi contesto sufficientemente complesso,
proprio per via del problema del calcolo economico.
Note
1.
2.
3.
4.

A dir la verità, in queste teorie l’equilibrio è dato, e l’imprenditore non gioca quindi alcun ruolo.
Ovviamente, le risorse materiali e umane saranno in realtà molto più diversificate, e parte dei costi,
siccome la produzione richiede tempo, prenderà la forma di interesse.
Coase, “La natura dell’impresa”. I costi di transazione sono tutti i costi relativi all’effettuare scambi:
accordarsi e fidarsi delle altre persone, il rischio di venir truffati, il problema di incentivare i collaboratori, i
problemi nel trovare e impiegare informazioni, eccetera. Tali costi influenzano l’organizzazione aziendale.
Si veda ad esempio Kirzner, The meaning of the market process.

5.

Ciò costituisce il problema positivo del concetto di efficienza. Il problema normativo è che la sua
costruzione richiede giudizi di valore (il concetto di welfare improvement non è wertfrei e quindi non è
scientifico).

Capitolo 11 – La critica dello statalismo
La Scuola austriaca è stata sempre associata alla difesa della libertà di mercato, per via dell’appartenenza ideologica
dei suoi esponenti, e tale sodalizio ha accompagnato tutta la storia della Scuola. Menger per primo difese la teoria
economica dagli attacchi della giovane Scuola storica tedesca di economia, tendenzialmente statalista e interventista;
Böhm-Bawerk criticò le teorie marxiste, in La conclusione del sistema marxiano. Le posizioni di Mises, Hayek e
Rothbard in campo politico sono infine ben note.
Una delle più grandi scoperte della Scuola austriaca, la teoria del calcolo economico vista in precedenza, nacque come
critica del socialismo, cioè di una società basata sulla proprietà statale dei mezzi di produzione. In questo articolo si
descriverà brevemente la critica dell’interventismo, che si può trovare in Mises I fallimenti dello Stato interventista e in
moltissimi altri testi della Scuola, per poi passare alla critica del socialismo.
Interventismo
L’interventismo è la dottrina economica secondo cui il sistematico intervento dello Stato sui prezzi, forzati ad essere
maggiori o minori di quanto il mercato determinerebbe, può servire a determinati scopi sociali, come rendere più
economici i generi di prima necessità. In quanto tale, è diverso dalla semplice nazionalizzazione di alcune industrie, o
dalla concessione di privilegi di monopolio, o dalla tassazione, o da altre politiche impropriamente chiamate allo stesso
modo.
Il ruolo dei prezzi
Il ruolo dei prezzi nel sistema economico è di comunicare informazioni sulle preferenze dei consumatori, sulle
possibilità tecnologiche, sulla disponibilità di capitali. Il funzionamento del sistema dei prezzi è strettamente legato a
quello dei profitti e delle perdite: se viene scoperto un nuovo impiego di una risorsa, l’accresciuta domanda farà
aumentare il prezzo, e questo aumento produrrà perdite negli altri settori che impiegano la risorsa, diminuendo
l’impiego di questa, fino all’aggiustamento verso un nuovo tendenziale “equilibrio”.
Il prezzo di equilibrio è quello per cui la domanda di una merce (tenuto conto di ogni suoi possibile impiego, sia come
bene di consumo sia come fattore di produzione) è uguale all’offerta della merce (tenuto conto di tutte le tecniche
impiegabili per produrla). Il prezzo di mercato sarà uguale al prezzo di equilibrio nei limiti in cui queste opportunità
sono effettivamente scoperte e sfruttate: altrimenti ci sono delle opportunità di profitto residue.
Tetto ai prezzi: scaffali vuoti
Supponiamo che lo Stato fissi un prezzo massimo, inferiore a quello di mercato, per una determinata merce, il latte:
questo sul libero mercato verrebbe venduto, ad esempio, a 2€ il litro, ma lo Stato impone un prezzo di 1€ il litro.
I primi a subire perdite saranno i commercianti al dettaglio, che probabilmente non saranno in grado di pagare i loro
costi vendendo al nuovo prezzo. I dettaglianti dovranno decidere: o non comprano il latte, e quindi gli scaffali si
svuoteranno, o chiederanno forti sconti ai grossisti.
Ma i grossisti si troveranno nella stessa situazione: magari precedentemente chiedevano 1.5€ al litro ai dettaglianti, e
ora non riescono a rientrare nei costi, quindi decideranno di non comprare il latte, o di chiedere forti sconti ai
produttori di latte.
Il risultato finale è che un tetto ai prezzi, cioè un prezzo massimo, avrà come conseguenza lo svuotamento di quel
mercato, e lo spostamento dei fattori di produzione verso altri mercati, ove l’impiego sia ancora remunerativo: le
mucche diventeranno bistecche, i camion dei grossisti trasporteranno yogurt, e la produzione di latte diminuirà.
Un tetto superiore al prezzo di mercato non ha questi effetti, perché non avrebbe effetto alcuno: è del tutto inutile. È
anche possibile che un tetto leggermente più basso del prezzo di mercato non abbia effetti, perché qualche produttore
nella filiera si rassegnerà ad avere un reddito minore: in questo caso l’interventismo è solo un modo per ottenere una
redistribuzione dei redditi.1
Più un mercato è concorrenziale, più questa eventualità è improbabile, essendo i margini dei produttori bassi. Agendo
in questo modo non è comunque possibile ottenere una cospicua riduzione dei prezzi, in quanto i margini saranno
comunque sempre abbastanza contenuti, e i produttori cercheranno di spostarsi verso altri mercati appena
intravedono margini di guadagno migliori. 2
Il problema è reso più grave dal fatto che il prezzo basso alimenta la domanda, che aumenta mentre l’offerta
diminuisce: questo effetto è particolarmente grave per i beni con domanda elastica.
Il caso più puro di tetto ai prezzi è quando un bene è forzato ad avere prezzo nullo. In questo caso nessuno potrà
produrlo, e tutti i produttori fuggiranno immediatamente da quel mercato.
Quando un metodo di razionamento come i prezzi non funziona, si svilupperanno nuovi metodi di razionamento: file ai
banconi, tessere per il pane, corruzione di funzionari, mercato nero.
Pavimento ai prezzi
Il caso opposto si ha quando lo Stato fissa un prezzo minimo, un pavimento sotto il quale non si può scendere: in
questo caso, sarà l’offerta ad essere in eccesso rispetto alla domanda, e quindi parte dell’offerta andrà sprecata.
Ad esempio, fissare un salario minimo al di sopra di quello di mercato crea disoccupazione di lungo termine nelle zone
più povere, tra i lavoratori più poveri e meno istruiti, meno capaci di adattarsi o con minore esperienza (come i

giovani). Sono infatti questi ad avere maggiori problemi a produrre abbastanza da pagare i costi del loro lavoro: il
salario minimo ha dunque conseguenze fortemente antisociali, danneggiando i più deboli ed indifesi.
Esiste una Terza Via?
Ci si potrebbe chiedere se si possano risolvere i problemi creati dall’interventismo costringendo i produttori a rimanere
nel mercato: ciò è impossibile in assenza di sovvenzioni, perché questi subiranno perdite continue.
Inoltre, gli effetti dell’interventismo partono dal mercato in cui i prezzi sono fissati, e si espandono verso tutti i mercati
dei fattori di produzione a questo associati. Questo significa che l’interventismo crea inefficienza, sotto forma di
razionamenti o sprechi di risorse, in una cascata di mercati, distorcendo la logica allocativa del sistema dei prezzi.
L’interventismo come sistema economico a sé stante è impossibile: o si espandono i controlli dei prezzi a tutti i
mercati, e allora si ha socialismo, o si rimuove l’interventismo stesso, ritornando al libero mercato (o a forme di
interventismo “improprie” che non inibiscono il riequilibrio tra domanda e offerta).
L’introduzione di tetti ai prezzi tende ad eliminare la possibilità che determinati beni e servizi possano essere forniti dal
mercato, perché impone perdite ai produttori. In questo modo, l’ambito dei metodi del mercato, cioè il libero scambio,
viene ridotto, e a questi si vanno a sostituire metodi “alternativi” come la fornitura pubblica, le sovvenzioni ai
produttori, le tessere per il pane.
Per colmare le perdite di un produttore è infatti possibile sovvenzionarlo, ma è molto probabile che un politico, anche
ben intenzionato, non possa fare molto per “migliorare” la situazione (non è però chiaro cosa ciò significhi, trattandosi
di un giudizio di valore). D’altra parte, è difficile che si trovino sempre e solo politici benintenzionati, ed è probabile
che l’interventismo vada quindi soprattutto a vantaggio della classe politica.
La teoria originaria dell’interventismo di Mises non si applica a questi casi: è una teoria del controllo dei prezzi. Il
risultato della teoria è che fissare i prezzi dei beni in maniera diversa dal mercato genera sprechi (quando l’offerta
supera la domanda) o razionamenti (quando la domanda supera l’offerta) che si ripercuotono in tutti i mercati dei
fattori di produzione impiegati in quelli a prezzi controllati.
Socialismo
Il socialismo è un sistema economico basato sulla proprietà statale dei mezzi di produzione: nel socialismo non c’è
mercato dei fattori di produzione, visto che per avere un mercato occorre poterli scambiare, e per scambiarli occorre
esserne proprietari.
Il termine “socialismo” però può anche riferirsi ad altri sistemi economici, come il socialismo delle gilde, il
corporativismo fascista, eccetera. In questi casi sono le varie corporazioni delle arti e dei mestieri, a rappresentanza di
lavoratori, capitalisti o entrambi, che prendono decisioni sulla produzione e la distribuzione dei redditi. Oppure si può
usare il termine per indicare una società in cui il lavoro dipendente scompare perché tutte le produzioni sono effettuate
da cooperative, in cui i lavoratori sono anche proprietari dell’azienda.
Cominceremo ad analizzare il socialismo nella prima accezione.
L’impossibilità del socialismo
Il socialismo è impossibilitato ad impiegare gli strumenti del mercato, e quindi a risolvere il problema della complessità
e della dispersione della conoscenza che il mercato affronta e risolve brillantemente in maniera decentrata.
Il comitato di pianificazione infatti dovrebbe decidere cosa e quanto produrre, con che strumenti, con quali tecniche,
dove investire le risorse, come coordinare le varie fasi della produzione… il tutto alla cieca, senza un sistema dei prezzi
in grado di fornire informazioni al comitato su opportunità di profitto, scarsità relative, preferenze dei consumatori,
conoscenze disperse, eccetera.
Ci si può chiedere se è possibile fare a meno di questi strumenti: la risposta è sì, esattamente come nelle economie
pre-monetarie, basate sul baratto. È possibile avere un livello primitivo di produttività, specializzazione e divisione del
lavoro anche senza contabilità dei prezzi: il problema è mandare avanti un’economia avanzata. Il fatto che gli
imprenditori abbiano bisogno della contabilità per mandare avanti le aziende testimonia l’importanza del sistema dei
prezzi.
Forse la miglior verifica della correttezza dell’analisi misesiana è il fatto che le autorità dell’Unione Sovietica cercassero
di copiare i prezzi dai mercati occidentali per avere un’idea di cosa fare. Pare infatti che sfruttassero i cataloghi Postal
Market.3
Conoscenza o incentivi?
Il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato aperto un dubbio: 4 il problema dell’URSS era di calcolo economico, o di
incentivi ai burocrati, come molti, tra gli economisti neoclassici, pensano?
La differenza tra le due spiegazioni è che la seconda farebbe intendere che burocrati sufficientemente motivati
sarebbero in grado di far funzionare il sistema economico di una società capitalista senza bisogno di mercati, e che
l’unico ruolo di questi sia semplicemente fornire i corretti incentivi ai produttori.
Sebbene le due spiegazioni siano complementari, la spiegazione misesiana vale anche nell’improbabile caso in cui tutti
i burocrati, dal primo all’ultimo, siano bene intenzionati e altamente motivati: senza mercati questi non saprebbero
cosa fare.
Sistemi economici alternativi
Oltre al capitalismo di libero mercato, al capitalismo misto, 5 all’interventismo e al socialismo esistono vari tipi sistemi
economici che sono stati proposti: il socialismo delle gilde (detto anche sindacalismo), il corporativismo, e l’economia
di cooperative.

Corporazioni e gilde
Un sistema economico “alternativo” che è stato proposto da alcuni socialisti è il cosiddetto “sindacalismo”, o socialismo
delle gilde. Questi sistemi differiscono dal corporativismo fascista solo per il processo decisionale: bisogna tener conto
o meno delle opinioni dei “capitalisti”?
A parte questo aspetto, tutti questi “sistemi economici” si basano sull’idea che i produttori di un certo settore
dell’economia si debbano accordare tra loro per decidere, tramite ad esempio accordi di cartello, cosa e come produrre
e come distribuire i redditi.
Il problema principale di questa proposta è che in un’economia dinamica ci saranno dei settori in espansione e altri in
contrazione. I primi non avranno interesse ad aumentare l’offerta perché così avranno redditi maggiori, e i secondi non
potranno spostare risorse (soprattutto lavoro) verso i settori in espansione, perché chiusi, e non avranno risorse da
ridistribuire: in un’economia di questo tipo, gli aggiustamenti della produzione tra diversi mercati sarebbero
praticamente impossibili.
Tale sistema impedirebbe inoltre ogni forma di innovazione tramite esperimenti locali (come nuovi prodotti o tecniche),
riducendo la concorrenza, ed eliminando gli incentivi imprenditoriali. Ma il problema più grave è che può fare un uso
molto limitato del calcolo economico, perché ogni settore sarebbe monopolista e gli accordi tra settori sarebbero molto
spesso frutto di contrattazioni bilaterali tra monopolisti. Ciò non è strettamente vero per i beni non specifici, che
troveranno più corporazioni interessate, ma lo è comunque per quelli specifici ad un particolare settore.
Cooperative
In un’economia di cooperative, ogni lavoratore è anche comproprietario dell’impresa in cui lavora, insieme agli altri
lavoratori. Tale sistema economico ha lo stesso identico difetto del socialismo: non può sfruttare il calcolo economico.
Il motivo è che, non esistendo un mercato dei capitali separato dal mercato del lavoro, è impossibile ottenere
separatamente il prezzo per il lavoro (salari) e il prezzo per i capitali (interesse): ma, senza interesse, non è possibile
allocare i fattori di produzione tra i vari impieghi alternativi.
Ci si può chiedere se sia nell’interesse dei lavoratori rischiare di perdere i propri risparmi insieme al lavoro quando la
propria cooperativa va in crisi, e se non sia meglio lasciare libertà di scelta nel diversificare i propri capitali. Ma al di là
di queste scelte di valore, rimane il problema che una tale economia non può funzionare, a meno che non si abbia un
mercato dei capitali esterno, cosa possibile solo se non tutte le aziende sono cooperative: ma questo sistema sarebbe
semplicemente capitalismo. Le cooperative possono svolgere un ruolo sociale, possono forse essere apprezzate dai
lavoratori più di un’azienda, ma non possono soppiantare le imprese senza distruggere la possibilità stessa di avere
un’economia sviluppata.
1.

2.

3.
4.
5.

Il tetto influenzerà la produzione se è rilevante al margine: se il commerciante, senza intervento statale,
avrebbe scelto A anziché B, e dopo l’intervento B viene preferito ad A, l’interventismo ha gli effetti
suddetti. Chiaramente è estremamente difficile seguire l’effetto sui prezzi e sulle quantità attraverso i vari
mercati dei fattori.
Unendo questo ragionamento alla teoria del capitale precedentemente sviluppata, una possibile
conseguenza di un tetto ai prezzi è che non sarà possibile tornare nei costi degli investimenti: in questo
caso, nel breve termine non succederà nulla, ma nel lungo termine la capacità produttiva si rivelerà
insufficiente, perché non converrà reinvestire.
Pare anche che le autorità dell’Armata Rossa abbiano incaricato degli agenti segreti di tener d’occhio i
prezzi dei medicinali negli ospedali britannici per prevedere eventuali preparazioni belliche, in quanto la
domanda di medicinali da parte della Royal Army avrebbe aumentato il prezzo di queste merci.
Di ogni evento ci sono sempre tante possibili spiegazioni, e in genere non c’è alcuna tendenza a
convergere su un’interpretazione unica. Diremo di più in un capitolo successivo sulla metodologia.
Il capitalismo misto, il sistema economico odierno, è capitalismo, perché permette l’esistenza di un
mercato dei fattori di produzione, ma si discosta da questo perché introduce una serie di forme proprie o
improprie di interventismo e di pianificazione sociale.

Capitolo 12 – Teoria e storia
La metodologia è uno degli aspetti più controversi della Scuola austriaca. La storia della Scuola è stata caratterizzata
da dispute metodologiche, sin da quando Menger affermava la necessità della riflessione teorica come primo passo per
la comprensione dei “fatti” economici, in contrapposizione agli “storicisti”, 1 che sostenevano che la teoria era inutile e
che raccogliere fatti storici “puri” fosse l’unico obiettivo della scienza economica. Le dispute metodologiche sono
continuate fino ai nostri giorni, coinvolgendo temi quali la formalizzazione matematica, la verificabilità (o falsificabilità)
empirica delle teorie, il ruolo degli hard facts2rispetto ai soft facts,3 eccetera. Alcuni di questi temi verranno
approfonditi nel prossimo articolo.
Abitualmente si ritiene che gli aspetti metodologici siano ovvi e quindi tali discussioni poco interessanti, ma non è così:
i “fatti” della “realtà sociale” contengono in realtà molta più teoria di quanto ci si renda abitualmente conto, tanto che
nelle scienze sociali è dubbio se si possa parlare con sicurezza di “fatti”, al contrario delle scienze naturali, dove questo
problema è meno evidente.
Supponiamo di osservare il pagamento di 100$, a fronte di un precedente pagamento di 95$, in cui 5$ di differenza
rappresentano l’interesse. Per descrivere il “fatto” si sono usati i concetti di pagamento, scambio, credito, interesse: la
quantità di teorie sottostanti è considerevole. Supponiamo invece che un macchinario che produrrà tra un anno 100
oggetti da 1$ costi oggi 95$: che differenza c’è rispetto al caso precedente? Fisicamente non c’è alcuna somiglianza
(salvo i valori numerici), in pratica si tratta di due esempi del genus“scambio creditizio”.
Come ulteriore esempio, non esiste nulla di osservabile che faccia pensare che sale, argento, oro, e banconote siano
cose simili: è la loro funzione prasseologica, cioè lo scopo che hanno per l’individuo che li impiega, a renderli
“moneta”.
Una distinzione fondamentale dell’epistemologia austriaca è quella tra conoscenza teorica e interpretazione degli eventi
storici (Mises usa i termini Begreifen e Verstehen, rispettivamente).
La teoria
La prima forma di conoscenza della realtà sociale è la teoria: è infatti questa che ci permette di comprendere ed
interpretare la realtà, sviluppando i concetti astratti necessari all’interpretazione dei “fatti” della realtà sociale. Tale
tipo di conoscenza teorica, universale, formale e astratta, il Begreifen, consiste nello studio della logica e dei concetti
sottostanti ai “fatti”.
Ciò di cui si è parlato nei precedenti articoli è teoria: non si è fatto riferimento ad eventi della storia, e non si è cercato
di comprendere determinate situazioni storiche. Però, i concetti di valore, scambio, interesse,malinvestment possono
essere impiegati per comprendere questi fenomeni, anzi, è necessario farne uso per poter capire qualcosa degli eventi
storici.
La realtà dell’economia è fatta di preferenze individuali, di processi mentali di scelta, valutazione, previsione degli
eventi. Non si conosce molto di questi processi, ma ne sappiamo abbastanza per poter dire che non è possibile rid urli
ad algoritmi e prevederli. Non è neanche possibile osservarli: ciò che dà senso alla realtà economica non è in genere
osservabile.
La teoria è a priori: è cioè precedente all’esperienza empirica, e non riconducibile a questa. Secondo Mises, intuendo
un tema successivamente ripreso da Hayek 4 in L’ordine sensoriale, l’individuo umano nasce con una struttura mentale
(l’a priori) che gli consente di “vedere” e interpretare la realtà: tali categorie concettuali rappresentano la struttura
logica sottostante la nostra esperienza. Questa struttura logica è il punto di partenza della nostra conoscenza del
mondo esterno.
Il fatto che la teoria sia a priori non significa che sia nota per “scienza infusa”, infallibile, o completa: la teorizzazione
può condurre ad errori e può non dare spiegazioni soddisfacenti. Il valore della teoria sta nella sua capacità di farci
comprendere la realtà, cioè di fornire strumenti concettuali e spiegazioni: se tali concetti sono comuni a tutti gli
uomini, è possibile una conoscenza universale teorica.
In termini più semplici: non conosciamo ogni singolo determinante del tasso di interesse, ma sappiamo cosa è il tasso
di interesse e come agiscono i fattori che lo determinano. Astraendo da tutti i dettagli specifici e singolari di un evento
storico, quindi, conosciamo alcune relazioni logiche necessarie tra i concetti teorici: dopo aver sviluppato la teoria,
siamo in grado di cominciare a capire la storia.
La storia
L’astrattezza del ragionamento precedente acquisisce comprensibilità quando si riflette sul concetto di storia,
complementare a quello di teoria.
La storia è un insieme di eventi, comprensibile soltanto grazie alle categorie derivate dalla teoria, ma non è
riconducibile per intero a questa. La storia ha sempre un elemento ineliminabile di individualità, che non si può
ricondurre o derivare dalla teoria: in una determinata situazione storica, determinati individui hanno compiuto
determinate scelte, avuto determinate idee, eccetera. Tali eventi non sono riconducibili a teoria in quanto
rappresentano degli unicum: non è la neve che ha creato gli sci, ma gli esseri umani, e tale idea è venuta agli
scandinavi e non agli alpini, nonostante si trovassero di fronte a problemi simili (l’esempio è di Mises). La

comprensione dei dettagli individuali di una situazione storica prende il nome di Verstehen: “Luigi XIV era mosso dalla
ricerca della gloire del suo casato” e “i consumatori apprezzano i fast food” sono esempi di Verstehen. Non è possibile
dire a priori se una determinata merce piacerà ai consumatori, ma è possibile capire a priori, cioè teoricamente, i
concetti di domanda e offerta, e usarli per interpretare i fenomeni storici, come l’introduzione, appunto, di una nuova
merce sul mercato.
Un’altra peculiarità epistemologica della storia è la complessità: ogni evento storico è il risultato di innumerevoli
processi che si sovrappongono, e quindi ha molteplici cause, non tutte note. La teoria aiuta a ripercorrere gli intricati
fili che legano i vari eventi storici, fornendo lo schema concettuale ed esplicativo di questi eventi, ma non è in grado di
spiegare ogni dettaglio, né in linea di massima è sempre possibile conoscere lo “stato del mondo” tramite
osservazione.5
Per questi motivi, la storia non è riducibile alla teoria, e non è lecito sperare che la teoria possa fornire una spiegazione
completa e di ogni evento storico: gli stessi problemi epistemologici di cui si è parlato nell’articolo sul calcolo
economico devono quindi anche essere affrontati dall’economista che vuole applicare le teorie alla comprensione della
realtà.
I “fatti” dell’economia sono spesso qualitativi e non-osservabili, anche se esistono anche grandezze quantitative e
osservabili, come i prezzi e le quantità fisiche di input ed output nella produzione. Un esempio di “fatto” qualitativo è il
valore: mentre la preferenza può essere osservata “A ha preferito X a Y”, non può essere misurata (la frase “A
preferisce X 1.5 volte più di Y” non ha senso).
Nonostante la contabilità nazionale, non è quantificabile il “valore totale” del prodotto nazionale, perché il valore, come
concetto, è sempre e solo individuale, soggettivo, e relativo all’azione. Non è quantificabile l’inflazione, perché dipende
dalle variazioni tecnologiche, dal paniere di beni scelto, dalle scelte di consumo del singolo consumatore, dagli effetti di
sostituzione tra le varie merci, e dai prezzi relativi tra le varie merci (e questi dettagli non si ripetono mai due volte
allo stesso modo, anche se influenzano tutti il risultato!). È possibile accorgersi che i prezzi variano, ma non esiste un
tasso di inflazione, perché i prezzi non variano tutti allo stesso modo. Dire che il tasso di inflazione (come aggregato)
non esista è diverso dall’affermare che sia difficile da misurare: anche se gli econometristi diventassero onniscienti, il
tasso di inflazione rimarrebbe un concetto astratto e indeterminato, la cui definizione dipende da una miriade di ipotesi
più o meno arbitrarie.
Per quanto riguarda i non-osservabili, a titolo di esempio, è possibile citare tutti gli eventi mentali, le preferenze, e le
conoscenze degli agenti economici; il tasso naturale di interesse; la volontarietà o meno della disoccupazione; la
sostenibilità di una struttura di debito; la sostenibilità dei piani di investimento (e quindi il suo opposto:
il malinvestment6).
Esistono poi i fatti che sono osservabili, magari anche quantificabili, ma che non si conoscono: questo sembrerebbe un
problema che, in linea di principio, una più accurata ricerca storica potrebbe risolvere. Si noti però che, per via del
problema di complessità legato al calcolo economico, non è in genere possibile conoscere lo stato del sistema
economico in ogni dettaglio, in quanto dipendente da troppe variabili, in genere dipendenti dal tempo. In un certo
senso gli economisti applicati sono debitori nei confronti del mercato per i “dati”, tanto quanto gli imprenditori: è per
questo concettualmente errato pensare di conoscere di per sé ciò che in realtà si conosce solo grazie al mercato,
dando per scontato che queste informazioni sarebbero disponibili anche in sua assenza.
Legami tra teoria e storia
Per la scuola austriaca viene prima la teoria e poi la storia: non è possibile neanche raccogliere materiali storici senza
una teoria, perché la raccolta dei fatti storici, cioè la cernita di ciò che è o meno rilevante, è già di per sé un problema
teorico.
Chiaramente, è possibile fare ricerca storica senza esplicitare la teoria sottostante alle scelte che si operano nel
selezionare, e poi interpretare, il materiale storiografico: ma non fare una scelta esplicita non significa non fare una
scelta tout court. Una teoria, magari mediocre, è implicita in ogni aspetto dell’operare di uno storico, perché i “fatti
oggettivi” non esistono.
Ad esempio, un economista suggerirà di cercare rigidità nel mercato del lavoro per spiegare che in determinate epoche
storiche c’è stato un elevato tasso di disoccupazione. Un altro, animato da differenti teorie andrà a cercare altri tipi di
“fatti” per spiegare il fenomeno in questione: la “scarsità” di domanda aggregata, l’“eccessiva” domanda di moneta, o
altro.
Il fatto che la teoria sia a priori non significa che la conoscenza empirica non abbia alcun effetto sulla teorizzazione: lo
scopo della scienza è capire la realtà, e la teoria va valutata in base alla sua capacità di consentirne la comprensione.
Alcune ipotesi sono di origine empirica: la complessità della struttura produttiva, e la necessità del calcolo economico,
ad esempio, sono delle ipotesi empiriche necessarie per affermare che il socialismo non è realizzabile, e l’argomento di
Mises si limita ad affermare che il socialismo non può far uso del calcolo economico.
Ma il calcolo economico potrebbe non essere necessario, come ad esempio in un’economia primitiva. Per completare il
ragionamento bisogna quindi affermare che la situazione attuale rende necessario il calcolo economico, se si vuole
mantenere la struttura produttiva intatta o addirittura accrescerla. 7 Questa affermazione ha contenuto empirico e non
è quindi a priori.
Sarebbe possibile sviluppare la teoria a priori di un’economia di baratto, ma l’esistenza della moneta rende
scientificamente rilevante sviluppare la teoria a priori di un’economia monetaria, complessa, con calcolo economico e

divisione del lavoro.
Ma quanto si passa da un mondo all’altro? La chiarezza concettuale della teoria lascia il campo ad una continua scala di
grigi quando si passa alla storia. Un’economia in fase di sviluppo prima o poi avrà bisogno del calcolo economico;
un’economia di baratto in cui si sviluppano scambi indiretti prima o poi darà luogo ad un sistema dei prezzi: il tracciare
il confine tra il “prima” e il “poi” rappresenta un problema di giudizio storico.
Riassumendo: la teoria ci consente di dire a priori che il socialismo non potrà fare uso del calcolo economico per
coordinare la produzione. La conoscenza, a posteriori, della necessità della contabilità nell’economia moderna è però
necessaria per completare l’argomento.
Alcune generalizzazioni empiriche sono così evidenti che non vale la pena considerarle giudizi storici: ad esempio, una
teoria che ipotizzasse l’eterogeneità dei gusti dei consumatori e deducesse conseguenze da questa ipotesi sarebbe
sicuramente vera nel mondo reale. Il problema vero si ha quando le ipotesi empiriche necessarie a completare un
argomento non sono certe, magari perché si riferiscono a condizioni non osservabili.
Confronto con altre scuole di pensiero
La visione misesiana della metodologia è anti-deterministica, in quanto non ritiene che la storia sia determinata da
qualche teoria conosciuta dal profeta di turno, e quindi si pone in contrasto con le tesi dello storicismo. 8
Un’altra dottrina che ha avuto una certa influenza nelle scienze sociali è il behaviorismo, che asserisce che, non
essendo gli stati mentali osservabili, una vera scienza non può tenerne conto, e quindi occorre considerare il
comportamento umano senza riferimenti agli stati di coscienza, i fini, le intenzioni, eccetera. La Scuola austriaca è
l’esatto contrario di ciò. Si fa a volte confusione tra le due cose per via del concetto di azione umana: l’azione umana
non è però comportamento, ma è comportamento dotato di senso, e il senso è uno stato mentale.
Un esempio di tale confusione si ha nella critica del concetto di “indifferenza”: Rothbard ha sostenuto che nessuno può
dimostrare sperimentalmente l’indifferenza tra due beni, perché un individuo o sceglie l’uno, o sceglie l’altro,
dimostrando sempre preferenze, e mai indifferenza. L’argomento di Rothbard è una critica allawelfare economics, che
passa dalla scelta all’indifferenza perché suppone equilibrio e divisibilità dei beni. 9 Per alcuni critici ciò è behaviorismo,
ma si tratta di un’interpretazione errata.
Rimangono da considerare due temi metodologici: il ruolo del formalismo matematico, e il ruolo delle prove empiriche.
Secondo le opinioni comuni in economia, entrambe le cose sono requisiti fondamentali per avere una disciplina
propriamente scientifica: l’idea che le scienze sociali debbano copiare i metodi delle scienze naturali è stata chiamata
“scientismo” da Hayek. Di questi due temi si parlerà nel prossimo articolo.
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Il termine ha diversi significati. Lo storicismo a cui si fa riferimento è quello della scuola tedesca di
economia: la tesi secondo la quale è possibile comprendere la realtà tramite la pura osservazione, senza
necessità di una teoria. Il termine può anche indicare l’idea secondo cui il cammino della storia è
predeterminato (anche ciò è criticato dagli austriaci). Non ultimo, si usa il termine per indicare la teoria
secondo cui le istituzioni politiche, giuridiche ed economiche hanno sempre un elemento contingente,
individuale, “storico”, e non sono mai universali, perlomeno non nei dettagli.
Dati statistici, misure…
Testimonianze, opinioni, scritti…
Nonostante alcune somiglianze, l’epistemologia di Hayek non può essere considerata basata sull’a priori
come quella di Mises, che stiamo descrivendo. Quanto di sostanziale e quanto di lessicale ci sia nelle
differenze tra i due non è affatto una domanda semplice, anche perché gli scritti di Hayek non hanno mai
brillato per chiarezza e sistematicità.
Ad esempio, non è possibile osservare molte determinanti del processo economico che sono rilevanti,
come ad esempio i processi mentali che portano a prendere decisioni, i dettagli sui metodi di produzione
disponibili e la disponibilità di fattori di produzione.
Ciò rappresenta un limite della teoria austriaca, anche o più precisamente un limite delle scienze sociali:
alcuni fatti rilevanti possono non essere osservabili e misurabili, e quindi diventa difficile giudicarne la
rilevanza. Ad esempio, il deficit commerciale americano è per alcuni dovuto all’elevata fiducia
nell’economia USA, per altri è l’effetto dannoso delle distorsioni monetarie: la disputa potrebbe essere
risolta se fossero noti tutti i dettagli sulla sostenibilità del debito commerciale e sulle sue cause, ma ciò
non è in genere possibile. Si tratta di un problema di giudizio storico: la teoria non fornisce tutte le
risposte.
Se si vuole far morire tutti di fame, ovviamente, il socialismo non è solo possibile, ma anche auspicabile.
Dubito che esistano molte persone disposte a pagare così cara la diffidenza verso l’ordine di mercato.
Nel senso di Popper, Miseria dello storicismo. Popper, anche lui un austriaco, è indirettamente legato alla
Scuola austriaca di economia, per via della sua influenza su Hayek, ma le sue tesi metodologiche sono in
contrasto con quelle di Mises, in quanto il suo falsificazionismo è comunque una forma di controllo
empirico della teoria, la cui possibilità è negata dagli austriaci, nel caso delle scienze sociali.
All’equilibrio, un bene indivisibile sarà consumato finché l’utilità marginale diventerà uguale a quella di
tutti gli altri beni: quindi c’è indifferenza tra i vari beni. Tolte queste due condizioni, l’indifferenza diventa
un concetto empiricamente vuoto.

Capitolo 13 – Modelli matematici e metodi sperimentali
La Scuola austriaca è caratterizzata da una certa avversione per la formalizzazione matematica, e per un’analoga
diffidenza verso i metodi sperimentali. Tali caratteristiche vanno analizzate alla luce della distinzione
tra Begreifen e Verstehen del precedente capitolo.
La matematica e il metodo sperimentale sono spesso considerati dei requisiti necessari per la scienza, anche se non
dagli austriaci. Sebbene sarebbe auspicabile che i problemi epistemologici delle scienze sociali fossero simili a quelli
delle scienze naturali, il contesto espistemologico non è una variabile che lo scienziato può scegliere: e la
formalizzazione matematica o la falsificabilità sperimentale non sono in genere utilizzabili nelle scienze sociali. Per
salvare la teoria economica, e con essa l’uso della ragione nella comprensione dei fenomeni economici, occorre una
metodologia che tenga conto delle specificità epistemologiche delle scienze sociali.
Metodi sperimentali: gli austriaci
Le teorie economiche non possono essere verificate o falsificate dall’esperienza. Consideriamo ad esempio la teoria
della parità di potere d’acquisto: l’intuizione di base è che, se ci sono tre beni, i prezzi di uno dei beni in termini degli
altri due devono sottostare a determinate condizioni, affinché siano eliminate opportunità di guadagno istantanee e
prive di rischio, che all’equilibrio non possono esistere, e che tendenzialmente verranno spazzate via dall’azione
imprenditoriale.
Ad esempio, supponiamo di avere tre merci, i dollari, gli euro e le mele. Se una mela costa 1€ e 2$, ma 1€ costa 1$,
abbiamo un’ovvia opportunità di profitto: si compra una mela con 1€, si vende una mela in cambio di 2$, e poi si
cambiano 2$ in 2€. In questo modo, è possibile guadagnare il 100% senza rischio e istantaneamente: tale situazione
non può durare. Se il prezzo della mela scende a 1.5$, e sale a 1.5€, a cambio costante, le opportunità di profitto non
ci sono più.
Questo ragionamento può essere generalizzato: può riferirsi a due sistemi economici, come l’Europa e gli Stati Uniti, e
a panieri di merci. Ma allora possiamo dire che, in un mondo ideale dove gli scambi e il trasporto di beni non sono
costosi, il potere d’acquisto in dollari e quello in euro saranno proporzionali al tasso di cambio.
Il problema della teoria della parità di potere d’acquisto nella sua forma più elementare è che non è in genere vero che
il tasso di cambio uguagli sempre il potere d’acquisto relativo. Il perché è ovvio: costi di transazione, costi di trasporto,
presenza di beni non trasportabili.
Una teoria della parità di potere d’acquisto in grado di tener conto di tutti questi fattori sarebbe estremamente
complessa, e, verosimilmente, richiederebbe la conoscenza di una quantità di dettagli su ogni singola merce da essere
probabilmente inutilizzabile.
Abbiamo una scelta: o si fa una teoria sufficientemente semplice da essere falsificabile, e questa teoria sarà quasi
sicuramente falsa, o si fa una teoria generale sufficientemente ricca da spiegare la realtà, ma troppo ricca per poter
essere controllata sperimentalmente.
Tutto ciò fa pensare che le teorie economiche si dividano in due categorie: quelle non controllabili e quelle errate. Gli
austriaci non hanno difficoltà a preferire le prime, perché lo scopo della teoria economica è per loro quello di
comprendere la realtà economica, e in linea di massima tale comprensione non si presta, se non occasionalmente, al
controllo sperimentale. I neoclassici invece hanno sistematicamente negato tale problema, e costruiscono teorie a
partire da ipotesi che tutti sanno essere errate (informazione perfetta, equilibrio generale, numero di strategie
predeterminato,1 assenza di costi di transazione), nella speranza di poter ottenere delle teorie falsificabili. Ma se tale
metodologia è irragionevole nel semplice caso della teoria della parità di potere d’acquisto, come si può pensare che
sia ragionevole nella teoria del ciclo, in presenza di strutture produttive complesse, al di fuori dell’equilibrio, in
presenza di irriducibile ignoranza?
Di fatto, nessun economista neoclassico ha mai provato a verificare o falsificare tutti gli aspetti delle sue teorie, ma
rimane aperta la possibilità che possa verificare o falsificare il singolo modello e ottenere un modello corretto della
realtà economica. Tutti gli economisti quindi ragionano a priori, per ottenere modelli, ma alcuni ritengono di poter
controllare a posteriori questi modelli e quindi la teoria sottostante.
Metodi sperimentali: i neoclassici
La maggior parte delle ipotesi sottostanti ai modelli neoclassici sono false: la speranza del metodo “positivista” è che
dal falso si possa approssimare per induzione il vero, confrontando le predizioni delle teorie con la realtà e limando le
ipotesi fino a fare predizioni corrette. Ciò richiede la creazione di teorie che contengano non solo ipotesi economiche in
senso stretto, ma anche ipotesi sul comportamento degli individui, le loro informazioni, i loro processi decisionali,2 i
loro fini, oltre ai dettagli sulla produzione e lo stato della natura. In buona sostanza, bisogna creare un modello del
comportamento individuale concreto, e quindi si ha una commistione tra teoria economica, ipotesi psicologiche e
conoscenze ingegneristiche: si preferisce trascurare però tali complicazioni e fare ipotesi irrealistiche sulla produzione
e sulla psicologia degli individui.
Si può fare? La proliferazione esponenziale di modelli matematici sembra essere un trend dell’economia neoclassica:
parrebbe non esserci convergenza verso una teoria “vera”. Del resto, in un mondo complesso, esistono molte teorie
corrispondenti ai dati osservati, perchè ogni situazione storica dipende da molti fattori, spesso non noti, o addirittura
non osservabili.

Se qualcosa nel modello non va, si aggiunge qualcosa e si inglobano i nuovi dati sperimentali. Dopo qualche anno
(magari viene una grande depressione, una stagflazione o un crollo della new economy) si ha un periodo di fermento,
da cui usciranno nuovi modelli, ancora più complessi e sofisticati, ma che verosimilmente non dureranno più dei
precedenti.
Nel frattempo, per fortuna, rimane un core di principi di base più o meno costanti (razionalità, stazionarietà, equilibrio)
che sopravvive alle verifiche sperimentali, e probabilmente sopravvive solo in quanto non falsificabile. Tale core non è
infatti sottoposto, se non retoricamente, allo stesso scrutinio sperimentale a cui si sottopongono i singoli modelli.
Il problema è che un core di strumenti sufficientemente flessibile da replicare ogni risultato sperimentale è proprio per
questo non falsificabile. Gli economisti neoclassici fingono che ciò non sia vero, o comunque sottovalutano il problema:
si può dire quindi che facciano buona teoria economica 3 andando contro i propri principi.
L’economista David Romer se n’è accorto: in Advanced Macroeconomics afferma che alcune teorie macroeconomiche
moderne (quelle neo-keynesiane) sono troppo flessibili per essere falsificabili. Servono però ancora due passi per
accettare l’epistemologia austriaca: capire che la falsificabilità è essenzialmente impossibile nella teoria economica, e
salvare la possibilità della teoria ritenendo che la riflessione teorica ha comunque un ruolo fondamentale, anche se è a
priori.
Il problema della ricchezza esplicativa
Più una teoria è ricca meno è falsificabile, quindi le uniche teorie che vanno bene per il positivismo sono quelle errate,
visto che la realtà economica è irriducibilmente complessa.
Consideriamo il problema della capacità produttiva inutilizzata: per un keynesiano l’esistenza di beni capitali non
utilizzati è di per sé la prova che la domanda aggregata è insufficiente. La cosa non deve stupire, perché nel suo
paradigma teorico è l’unica spiegazione concepibile.
Per la teoria austriaca del capitale esiste una spiegazione alternativa: che i beni capitali siano submarginali, siano cioè
“razionalmente” non impiegabili, in quanto richiederebbero investimenti aggiuntivi e altri fattori di produzione
complementari il cui costo non sarebbe coperto.
Chi vede il capitale come una grandezza omogenea non può capire un tale ragionamento. Ma l’austriaco, che possiede
gli strumenti concettuali per concepire questa spiegazione, si trova di fronte ad un altro tipo di problema: come
determinare se un capitale è submarginale o meno? Non sta scritto sul libretto di istruzioni del macchinario…
Il problema sta nel voler forzare la teoria ad essere come la storia, ma questa transustantazione è inverosimile: se la
convergenza sulle interpretazioni in storia è un processo lungo e complesso, ammesso che avvenga, come pensare di
usarlo per convergere sulle teorie stesse?
Limiti del metodo matematico
Se si può avere una certa simpatia per il metodo empirico, perché ha comunque il merito di provare ad ancorare la
teoria alla realtà, impedendole di diventare un’inconcludente disquisizione sul “sesso degli angeli”, lo stesso non si può
dire dell’uso della matematica nella teoria economica, che ha danneggiato lo sviluppo della teoria economica
nell’ultimo secolo.
Sebbene i tentativi di formalizzare matematicamente la teoria economica abbiano avuto origine nel periodo in cui il
positivismo filosofico era al suo apice, la fine dell’Ottocento, si può parlare di economia matematica solo a partire dagli
anni ’50, con i modelli di equilibrio economico generale in microeconomia e il modello di Solow nella teoria della
crescita.
Per capire il danno che il feticismo del formalismo ha procurato all’economia teorica non c’è migliore esempio di
quest’ultima: la teoria di Solow è povera, fondata com’è su un’idea di crescita economica, la crescita bilanciata, che
non ha la minima attinenza con i processi di crescita reali. Ancora oggi, nei libri di testo di macroeconomia, si legge la
scempiaggine secondo cui “i risparmi non influenzano la crescita nel lungo periodo”: si tratta di un artefatto
matematico delle ipotesi di Solow, non certo un’affermazione ragionevole!
Dopo alcuni decenni qualcuno si è accorto che i risparmi possono influenzare la tecnologia, e che ci sono spesso nel
sistema economico vantaggi di specializzazione che creano ritorni crescenti. In questo modo, la teoria della crescita ha
smesso di essere assurda, ed è finalmente diventata banale.
L’economia matematica ha inseguito la teoria economica per decenni: quando gli strumenti formali permettevano solo
analisi di equilibrio competitivo, si limitava a queste; poi sono arrivate le aspettative razionali, e successivamente gli
sviluppi della teoria dei giochi hanno consentito di avvicinarsi allo studio dei processi di mercato in maniera più
dinamica e realistica.
Se la matematica continua a progredire, presto l’intero edificio dell’economia austriaca diventerà parte dell’economia
matematica: a questo punto si sarà completato un ciclo, e si scoprirà che sono stati spesi decenni di tempo per tornare
al punto di partenza. Molti insight della teoria economica austriaca sono ancora trascurati, in attesa che qualche nuova
formulazione matematica li renda di nuovo legittimi cittadini dell’edificio dell’economia teorica neoclassica.
La storia della curva di Phillips esemplifica le limitazioni del metodo neoclassico. Negli anni ’50 un economista notò
che, se disegnava inflazione e disoccupazione su un piano, otteneva una relazione decrescente: gli economisti si
convinsero quindi che l’inflazione era la cura per la disoccupazione, affermazione che avrebbe fatto disperare qualsiasi

professore di economia di pochi decenni prima, con probabile defenestrazione dello studente in sede di esame. Venti
anni dopo, Milton Friedman si accorse che c’era qualcosa che non andava nella teoria: perché i lavoratori dovrebbero
rimanere sistematicamente illusi dalla politica monetaria? Hayek aveva detto la stessa cosa nel 1937: vent’anni prima
di Phillips.
La curva di Phillips, a differenza della maggior parte della teoria economica, è falsificabile. Friedman riuscì però a
dimostrarla scorretta prima della stagflazione degli anni ’70 che la falsificò empiricamente: la buona economia non
segue le mode metodologiche.
Hard facts e soft facts
Ci sono tante cose difficilmente giustificabili dal punto di vista dell’epistemologia austriaca nella sociologia dell’attuale
Scuola austriaca: spesso sembra che gli attuali esponenti credano, dicano e facciano cose non giustificabili alla luce dei
principi che professano.
Se i metodi matematici per l’economia teorica sono stati una iattura, non si può dire lo stesso per l’applicazione di
metodi quantitativi a quello che gli austriaci chiamano ricerca storica, ma che tutto il mondo chiama semplicemente
teoria economica.4
Consideriamo ad esempio l’equazione di Black e Scholes in economia finanziaria: un modello di come viene
determinato il prezzo di un’opzione. Nessuno crede che le ipotesi sottostanti siano realistiche, ma in prima
approssimazione l’equazione dimostra come il prezzo dipende da una serie di fattori di mercato, come la volatilità dei
prezzi o la durata del contratto. Nella pratica finanziaria l’equazione di Black e Scholes non viene usata così com’è, ma
ha dato vita ad una serie di correzioni euristiche non altrettanto eleganti (ma in uno strumento usato per fini pratici
l’eleganza non è una virtù), che sono effettivamente usate dalla comunità finanziaria.
Non c’è nulla di male nell’usare strumenti quantitativi: il calcolo economico di cui si è parlato in un precedente articolo
è già uno strumento quantitativo. Nell’ambito dell’economia applicata (supporto alle scelte imprenditoriali, indagine
delle cause degli eventi storici, consigli al principe) i metodi quantitativi, e i cosiddettihard facts, statistiche, tabelle,
figure, possono avere un ruolo, anche se probabilmente minore di quanto gli economisti neoclassici immaginino: lo
studio nella storia non si riduce ad una serie di regressioni tra numero di soldati e vittorie militari.
I soft facts hanno, nella realtà economica quanto nella realtà sociale, un ruolo importante, ma il fatto che in economia
ci sia un sistema dei prezzi, cosa che non c’è, ad esempio, nella pratica delle Relazioni Internazionali, fa pensare che
gli hard facts possano avere un ruolo maggiore in economia rispetto alle altre scienze sociali.
Gli austriaci rifiutati su basi metafisiche
L’empirismo è metafisica, e rifiutare una teoria economica in base ad un principio irragionevole significa sacrificare la
ricerca scientifica sull’altare di un pregiudizio filosofico. La Scuola austriaca ha molto da aggiungere alla comprensione
odierna dei processi di mercato, e nei precedenti articoli si sono forniti vari spunti a riguardo.
La cosa a cui prestare attenzione non è la contraddizione logica implicita nel rifarsi in chiave anti-filosofica ai “fatti”:
questa curiosità può interessare gli studiosi di filosofia, ma non impedirà mai agli economisti di dire “Ora che so che
fino a ieri avevo sbagliato filosofia, quindi da domani continuerò a fare ricerca esattamente come ieri”.
Quello che conta di un ragionamento metodologico è che ci aiuti a fare migliore ricerca: la teoria e la pratica
economiche possono essere migliorate, una volta liberatisi da certi pregiudizi legati a correnti filosofiche morte da
decenni, e che solo nella scienza economica sembrano esser ancora presi sul serio.
Note
1.
2.

3.
4.

Il ragionamento non cambia se si passa dalla teoria dell’equilibrio generale alla teoria dei giochi.
C’è un problema terminologico. Per gli austriaci, preferire il latte alla birra non è un’ipotesi economica, è
un dato psicologico. Per i neoclassici specificare una funzione di preferenze è una necessità metodologica,
perché non potrebbero verificare sperimentalmente se poi l’individuo sceglierà il latte o la birra senza tale
ipotesi. La teoria austriaca è formale, cioè non riguarda i dati effettivi di una situazione economica, ma
soltanto la logica sottostante. Che vale in tutti i possibili casi. Tale logica è necessaria ad interpretare la
situazione che si analizza, ma non è sufficiente: la Storia del resto non può essere indifferente alla scelta
tra birra e latte.
Ad esempio, moral hazard, ottimizzazione intertemporale e paradosso del prigioniero.
Gran parte delle dispute metodologiche si possono raggruppare in due categorie: le incomprensioni
lessicali (ad esempio il differente significato della parola “teoria”) e il pragmatismo (quando i principi
metodologici professati non sono coerenti con la pratica effettiva). Io ho cercato di focalizzarmi su una
terza categoria: quella delle differenze metodologiche reali e significative.

Conclusioni e approfondimenti
In questa serie di articoli si è fornita una panoramica su vari aspetti delle teorie economiche della Scuola austriaca: in
questo verranno riassunte le principali peculiarità delle teorie della Scuola, e le differenze e le somiglianze rispetto
all’economia neoclassica ortodossa.
Specificità della Scuola austriaca

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Soggettivismo – Per la Scuola austriaca, l’economia si occupa dello studio dell’azione umana e delle
relazioni tra azioni individuali. L’azione umana è il risultato di preferenze soggettive, conoscenze
soggettive, processi decisionali soggettivi: non si nega certo che i gravi cadano per via di una legge
oggettiva, ma finché l’economia è economia, e non psicologia, ingegneria o geologia, la realtà ambientale
è rilevante solo in quanto influenza l’azione umana. Tale aspetto sembra comune alle due Scuole, ma non
è del tutto corretto: soprattutto in economia del benessere, ad esempio, si parla infatti di costi e benefici
sociali, deadweight losses e altri concetti privi di senso per la teoria soggettiva del valore.
Imprenditorialità – La teoria dei giochi, lo strumento usato dai neoclassici per descrivere il processo di
mercato, non è imprenditoriale per definizione: nel momento in cui si formula matematicamente il
comportamento umano, infatti, la sorpresa, l’intelligenza, la creatività e l’innovazione non possono giocare
alcun ruolo. Il concetto di imprenditorialità è il fulcro della teoria austriaca, in quanto è l’elemento che
anima il mercato: nella teoria dei giochi tale elemento non c’è, nella teoria dell’equilibrio generale non ce
n’è addirittura bisogno. Se fosse possibile fare teoria economica fingendo che la capacità di individuare
soluzioni e strategie innovative non giochi alcun ruolo, tale difetto sarebbe trascurabile.
Struttura della produzione – La produzione neoclassica è atemporale, e spesso trascura l’eterogeneità dei
fattori: c’è un bene omogeneo (il capitale) che produce beni omogenei (l’output dell’economia) con la
cooperazione di un altro fattore omogeneo (il lavoro). 1 Si pensa cioè che l’economia si possa comprendere
trascurando la struttura del capitale.
Non-neutralità monetaria – Per i neoclassici la moneta ha effetto solo nel breve termine (un paio d’anni),
successivamente l’effetto sulla produzione lascia il posto ad un semplice aumento dei prezzi. Gli austriaci
sottolineano che la moneta influenza la struttura della produzione e, in assenza di una teoria di tale
struttura: l’effetto è trascurato dai neoclassici, mentre per gli austriaci è fondamentale, perché è alla base
della teoria del ciclo. Un altro aspetto legato alla povertà della teoria monetaria ortodossa, in assenza di
una teoria della produzione, è quello dei “costi dell’inflazione”, che sono sistematicamente sottovalutati
dal mainstream, in quanto i suoi effetti strutturali (malinvestment) non possono essere valutati.
Calcolo economico – Questo è il tema più importante delle teorie austriache: è alla base della visione del
processo di mercato, in quanto spiega la fondamentale importanza del sistema dei prezzi; è alla base della
critica del socialismo e di altri “mondi alternativi” che non sono alternativi per nulla; è un aspetto
fondamentale dell’epistemologia: senza la complessità del sistema economico non ci sarebbe bisogno di
distinguere teoria e storia, e probabilmente il ruolo della falsificabilità empirica delle teorie sarebbe
maggiore. L’idea del calcolo economico è fondamentale per la comprensione di molte istituzioni: permette
la coordinazione tra individui e quindi estende le possibilità della cooperazione sociale. Se l’idea di base del
liberalismo è che le persone possano convivere senza un dittatore sociale che decida dei potenziali
conflitti, la teoria del calcolo economico rappresenta la base del paradigma esplicativo necessario a
comprendere ciò che rende una tale società possibile. Si può dire che è la base per una teoria delle
istituzioni veramente realistica e per interi capitoli di “law & economics”. Il tema è rilevante per
l’organizzazione industriale e per la finanza perchè questi strumenti servono all’imprenditore, e la
complessità (misesiana) e la conoscenza (hayekiana) sono i due principali problemi che questi deve
affrontare.

Convergenze

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Fondamenti microeconomici della macroeconomia – Alla nascita, la macroeconomia era un qualcosa di
diverso dal corpus delle teorie economiche, non facendo uso dell’analisi economica standard. Non è più
così: al giorno d’oggi la macroeconomia in cui interagiscono aggregati e medie aritmetiche è stata
sostituita da una macroeconomia in cui le grandezze aggregate sono generate da scelte individuali. Che la
macroeconomia non fosse separabile dalla microeconomia gli austriaci lo hanno sempre sostenuto.
Complessità del giudizio pratico – L’impressione che si ha leggendo testi che cercano di fornire una
panoramica delle varie teorie neoclassiche, come Advanced Macroeconomics di David Romer, è che i
neoclassici siano sommersi da teorie e non sappiano come sceglierle. Le teorie possibili sono infinite, e il
tempo per verificarle è finito: spiegare un fenomeno storico è una cosa complessa, come afferma
l’epistemologia austriaca. Forse quando si disegnavano diagrammi IS/LM si poteva avere l’illusione che il
sistema economico fosse semplice, ma questa illusione è passata. Bisogna però ancora trarne le
conseguenze: se ci sono più teorie che “fatti” economici, il paradigma empirista è nei guai. Per ottenere
una teoria bisogna quindi basarsi sulla credibilità dei suoi assunti, e non solo sui “fatti”: e questo lo fanno
in pratica tutti, o quasi.2 Ma questo passaggio implica un riavvicinamento alla distinzione austriaca tra
teoria e storia: la teoria è un insieme di strumenti concettuali, la storia è un insieme estremamente
complesso di eventi.
Teoria dei giochi e processo di mercato – La teoria dei giochi si è rivelata un buon modo per descrivere il
processo di mercato, e quindi rappresenta un genuino passo avanti verso la comprensione

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microeconomica del funzionamento del sistema economico rispetto ai modelli di equilibrio generale.
Siccome il mercato come processo è un’idea tipicamente austriaca, anche in questo caso sembra esserci
un avvicinamento tra le due Scuole. Ci sono degli aspetti della teoria dei giochi che sono però ancora
irrealistici: gli individui hanno uno spazio delle soluzioni predeterminato, le mosse possibili sono
predeterminate, spesso3 si suppone che di informazione ce ne sia più di quanto è realistico supporre,
l’analisi riguarda in genere solo stati di equilibrio. Si ha inoltre l’impressione che si possano concepire tanti
di quei giochi che, con un po’ di fantasia, ogni risultato sperimentale si può replicare: anche questo
potrebbe aiutare a far passare il messaggio epistemologico austriaco. Si noti che il problema della teoria
dei giochi è che si suppone che la struttura del gioco sia nota: come se qualche essere onnisciente facesse
giocare gli agenti economici con regole fisse. Nella realtà, la struttura del gioco è in genere ignota, e gli
aspetti rilevanti nei singoli casi storici sono quasi sempre complessi e non raramente inosservabili.
Informazione imperfetta – Grandi progressi teorici sono stati compiuti grazie alla formalizzazione
matematica dell’informazione incompleta: supponendo che l’informazione non sia completa si può ottenere
una visione più realistica e profonda del processo di mercato. Questo sviluppo dell’economia neoclassica si
presta però ad una seria critica: la struttura dell’ignoranza in un mercato non è data (l’economista è
almeno tanto ignorante quanto gli operatori), e gran parte dell’informazione rilevante è creata dal
processo stesso. Ciò in equilibrio non si vede, perché i prezzi dicono tutto quello che c’è da dire: ma nel
mercato ciò non è vero, e i prezzi più che fornire informazione perfetta devono coordinare piani individuali.

Cosa accadrà?
Se tutto va bene, l’economia austriaca nei prossimi decenni sparirà: i suoi assunti saranno inglobati nell’ortodossia
economica. Bisognerà solo aspettare il momento in cui gli strumenti formali dell’economia matematica saranno
sufficientemente ricchi da non limitare la teoria economica.
Bisognerà anche aspettare il momento in cui, sommersi da teorie di ogni tipo, ci si renderà conto che la verifica
empirica non è possibile, ma questa eventualità è più lontana. E’ probabile che gran parte degli aspetti interessanti del
sistema economico non siano misurabili e osservabili: ma, se si continuerà a negare ospitalità alle teorie che ne
parlano solo perché non falsificabili, grandi progressi nella comprensione del mercato saranno difficili.
In parte c’è stata una certa reazione da parte di altri economisti a certi estremismi dell’economia neoclassica: la teoria
del caos e altre teorie “strane” accettano la limitatezza di ipotesi quali la semplicità, la linearità, la prevedibilità, la
gaussianità delle grandezze economiche e vanno in cerca di altri strumenti. Altri campi di ricerca sembrano avere
assonanze con la Scuola austriaca: teorie come quelle della razionalità limitata sembrano prima facie compatibili con le
dottrine austriache. Esiste inoltre un intero campo di ricerca di psicologia applicata chiamata economia
comportamentale, in cui si allentano le irrealistiche ipotesi di perfetto egoismo, perfetta razionalità e/o perfetta
conoscenza.
Il problema in questi casi è quello di sostituire alla teoria economica il niente, buttando il bambino (la teoria
economica) con l’acqua sporca (il metodo positivista). Una teoria che dice che le serie temporali hanno caratteristiche
caotiche o che gli individui a volte aiutano il prossimo non contribuisce alla comprensione del sistema economico, a
meno che non si integri con la teoria economica, che studia come gli individui interagiscono in un contesto di radicale
complessità, dinamicità e ignoranza coordinandosi per mezzo del sistema dei prezzi.
I problemi della Scuola austriaca oggi
La precedente discussione non vuole fare intendere che i problemi della Scuola austriaca siano tutti esogeni: alcuni
aspetti della Scuola austriaca odierna ne facilitano la marginalizzazione, e questo danneggia sia i suoi proponenti che
la teoria economica in generale, in quanto impedisce di fare uso degli insight teorici austriaci. Se Hayek ha vinto un
Nobel, e Buchanan, Coase, Lucas, Phelps, North, Schelling, e Smith4 sono tra i Nobel influenzati dalla teoria austriaca,
evidentemente qualcosa da dire c’è: nessuna Scuola eterodossa può vantare tanta influenza sul progresso del pensiero
economico, e ancora molto è da aggiungere alla visione mainstreamprima che il messaggio di Menger, Mises o Hayek
venga interamente recepito.
La mia impressione è che i problemi della moderna Scuola austriaca sono:

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Confusione tra fatti e valori – gran parte dei critici della Scuola austriaca ritiene che l’economia austriaca
sia un’ideologia. Mises credeva nella “libertà dai valori” (Wertfreiheit), ma spesso le esposizioni più recenti
della teoria sembrano essere considerate soprattutto uno strumento per giustificare determinate posizioni
ideologiche. Questa accusa è spesso confusa con un’altra: la teoria non è scientifica perché non è
sperimentale, ma, come si è precedentemente spiegato, tale accusa è soltanto retorica e non ha
fondamento. La maggior parte delle persone conosce la Scuola austriaca grazie al libertarismo: ciò è una
fortuna, perchè altrimenti pochi si ricorderebbero di Mises, ma tale “fortuna” ha un costo, ad esempio in
termini di confusione tra fatti e valori. Insieme ad altre scuole di economia eterodosse, come quelle
marxiste e post-keynesiane, la Scuola austriaca tende ad attirare simpatizzanti interessati più all’attivismo
politico che al rigore teorico.
Il periodo delle grandi innovazioni teoriche sembra essere finito da tempo. Ciò in fin dei conti è normale:
anche un grande economista come Hayek ha avuto difficoltà a dire qualcosa di nuovo rispetto a Mises. Ma
questo problema diventa più grave se si considera che la distinzione tra teoria e storia è passata in
sordina: una maggiore attenzione alla storia (e per estensione all’economia applicata) permetterebbe un
maggior numero di studi, di approfondimenti, di applicazioni, e in definitiva di articoli. Non bisogna essere
esperti di sociologia dell’Accademia per capire l’importanza di questo fattore.
L’avversione verso i metodi formali, giustificata dal punto di vista teorico, sembra essersi estesa anche
all’economia applicata (cioè al giudizio storico). Questo riduce la probabilità che gli strumenti teorici e

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concettuali della Scuola austriaca diano vita a strumenti operativamente utili che potrebbero dare visibilità
alle teorie della Scuola.
Alcuni campi di ricerca sembrano trascurati: cercando nelle opere austriache si hanno difficoltà a trovare
argomenti come il money market, i mercati finanziari e i derivati. Ancora oggi, la teoria austriaca sembra
sviluppata per intero solo per economie chiuse, anche se alcuni interessanti articoli hanno cominciato ad
estenderla ad economie aperte.

Conclusioni
Nei limiti in cui sono i pregiudizi altrui a causare problemi di visibilità della Scuola austriaca, ci si potrebbe
accontentare di mostrare i limiti della visione ortodossa e continuare sulla propria strada (rimarrebbe difficile penetrare
nelle università, ma questo è un problema di tutte le Scuole eterodosse). Nei limiti in cui è lo scarso capitale umano
impiegato a rallentare il lavoro, bisogna convincere persone intellettualmente dotate, e disposte a sottoporsi alle
fatiche della ricerca, a contribuire (e avere cattedre universitarie aiuterebbe nell’intento, visto che le persone
intelligenti hanno spesso il difetto di essere ambiziose, e l’ambizione porta non raramente al conformismo). Nei limiti in
cui sono però i difetti sopra descritti a limitare le chance di successo, e di progresso, della Scuola, c’è un problema
interno da risolvere, per il bene di tutta la disciplina.
L’economia ortodossa negli ultimi decenni si è avvicinata a molti temi tipici della Scuola austriaca, e al giorno d’oggi è
possibile trovare analisi austriache negli articoli del The Economist, negli studi della Bank of International Settlements
e in analisi finanziarie e macroeconomiche. Le teorie economiche tendono a seguire i cicli economici, in quanto ogni
grosso cambiamento dell’economia reale negli ultimi cento anni ha sorpreso gli economisti e ha prodotto nuove teorie.
La crisi del ’29, sebbene facilmente spiegabile alla luce delle teorie austriache, ha prodotto la “rivoluzione” keynesiana;
la crisi del ’73 ha messo in crisi il keynesismo (e dato il Nobel ad Hayek): la crisi degli ultimi anni sembra fatta apposta
per tirare fuori dal cassetto gli strumenti concettuali austriaci.
Le differenze filosofiche sembrano invece più difficili da ricucire, e nei limiti in cui la “meta-economia” è rilevante per la
teoria economica vera e propria (e per gli austriaci è molto rilevante), ciò potrebbe costituire ancora a lungo un
elemento di divisione delle due Scuole.
Note
1.
2.

3.

4.

Si può fare di meglio con i vettori di produzione, ma sono comunque istantanei.
L’idea di Milton Friedman di sviluppare teorie anche basate su ipotesi palesemente errate, purchè
sottoposte a controllo sperimentale, è a volte criticata nella letteratura mainstream (ad esempio Stiglitz,
“Capital markets and economic fluctuations in capitalist economies”). Per ragioni che non hanno molto a
che fare con la scienza ho una maggiore simpatia per il primo, ma concordo che il metodo in questione sia
stato abusato.
Gran parte delle ipotesi della teoria economica sembrano condizioni per assicurare la formalizzabilità e
non ipotesi economiche credibili. Quando queste teorie sono sottoposte a test empirici, quindi, non è
sempre chiaro se ad essere falsificate sono le ipotesi ausiliarie o la teoria economica sottostante. I
neoclassici in genere cambiano le ipotesi ausiliarie e mantengano la teoria economica sottostante (cioè gli
strumenti con cui costruiscono teorie): e questa è una ragione in più per credere che l’appello al metodo
positivista sia puramente retorico.
La lista è stata pubblicata dal Professor Boettke della George Mason University sul suo blog.

Bibliografia
Con 140 anni di storia alle spalle, la produzione della Scuola austriaca è sterminata, ed è impossibile fornire una
bibliografia completa. Questo articolo si divide in tre sezioni; nella prima si elencano i testi storicamente più
importanti, nella seconda si descrive un percorso di studio sui temi teorici fondamentali, e nell’ultima si analizzano
alcuni articoli e alcuni libri che trattano argomenti più avanzati o specialistici. 1
I libri disponibili in italiano hanno il titolo riportato in italiano, e la casa editrice. Per i titoli non disponibili italiano si fa
riferimento all’edizione inglese. La maggior parte delle opere citate sono disponibili gratuitamente in inglese presso il
sito del Mises Institute in questa pagina. Le due riviste principali sono disponibili online e sono ilQuarterly Journal
of Austrian Economics (QJAE) e il Review of Austrian Economics (RAE), i cui vecchi numeri si trovano qui.
I classici
Carl Menger

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Principi fondamentali di economia (Rubbettino) – Questo è il testo che ha dato origine alla Scuola, e tratta
di teoria del valore e dei prezzi, dell’origine della moneta, e degli stadi di produzione.
Sul metodo delle scienze sociali (Liberilibri) – La seconda opera fondamentale di Menger tratta della
distinzione tra teoria e storia, dell’autonomia della prima dalla seconda, e della teoria della genesi delle
istituzioni, come moneta, mercato, diritto, linguaggio.

Eugen von Böhm-Bawerk

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Capital and interest – Opera divisa in tre tomi, il primo riguarda la storia delle teorie dell’interesse, il
secondo è The positive theory of capital, il terzo sono aggiunte e complementi.2
The positive theory of capital – Espone la teoria di Böhm-Bawerk dell’interesse e del capitale, stadi di
produzione, tempo, preferenze temporali e periodo medio di produzione.
Potere o legge economica? (Rubbettino) – Alcuni critici della teoria economica dicono che i prezzi sono ciò
che il Potere vuole che siano. Böhm-Bawerk analizza la questione e difende l’autonomia della teoria
rispetto all’arbitraria volontà del potere.
La conclusione del sistema marxiano (ETAS) – Un’analisi critica della teoria del valore e dei prezzi di Marx,
che mostra le contraddizioni della teoria del valore-lavoro e la superiorità teorica della Scuola
marginalista. Si può dire che la teoria economica marxista sia nata vecchia, in quanto Marx scriveva nello
stesso periodo in cui nascevano le Scuole neoclassiche, basando però la sua opera sulle insoddisfacenti
fondamenta della Scuola classica.

Ludwig von Mises

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Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (ESI) – è la prima e più importante opera monetaria della
Scuola austriaca, del 1912, tradotta in italiano nel 1999. E’ un’opera sistematica sul valore della moneta,
l’espansione bancaria, la politica monetaria inflazionistica e la teoria del ciclo economico.
On the manipulation of money and credit – Il libro è una raccolta di articoli sul ciclo economico risalenti
per la maggior parte agli anni ’20 e ’30.
Human action – L’opera fondamentale di Mises, che rappresenta la summa del suo pensiero economico,
politico e filosofico. Nel 2010 circa uscirà in italiano per Rubbettino, l’originale traduzione italiana di UTET
è ormai introvabile.
Politica economica (Liberilibri) – Questa raccolta di conferenze tenute da Mises in Argentina dopo la caduta
della dittatura di Peron può essere considerata l’introduzione più semplice e breve al pensiero di Mises.
I fallimenti dello stato interventista (Rubbettino) – La teoria dell’inteventismo di Mises, cioè la teoria del
controllo dei prezzi da parte delle autorità.
Socialismo (Rusconi) – Un’opera sistematica che descrive le caratteristiche economiche, politiche e
sociologiche dei regimi socialisti. E’ una delle opere fondamentali di Mises.
Theory and history – L’ultima grande opera di Mises, espone la sua visione della metodologia delle scienze
sociali, criticando lo storicismo, il positivismo e le altre epistemologie non austriache.
Economic calculation in a socialist commonwealth – Il primo fondamentale saggio di Mises
sull’impossibilità del calcolo economico in un regime socialista.
Money, method and the market process – Una collezione di saggi di Mises sul metodo, la moneta, il
mercato, le “alternative” al mercato e il ruolo delle idee nella società. Probabilmente il miglior modo per
avvicinarsi alla teoria economica misesiana.

Friedrich August von Hayek

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Conoscenza, mercato, pianificazione (il Mulino) – Una raccolta di saggi sul metodo, sul calcolo economico
e sulla teoria del capitale, rappresenta un’esposizione abbastanza completa e sistematica del pensiero
economico di Hayek.
Prezzi e produzione (ESI) – Queste quattro lezioni tenute alla London School of Economics negli anni ’30
hanno la fama di essere incomprensibili. Tale fama è immeritata: il libro è molto chiaro, anche se per chi
ci si avvicina partendo dalla teoria economica neoclassica possono esserci dei problemi interpretativi.
Monetary theory and economic cycles – Un breve libro sulla teoria del ciclo economico, che pone
particolare enfasi sull’espansione monetaria nei sistemi bancari a riserva frazionale.
The pure theory of capital – Anche questo libro ha la fama di essere incomprensibile, ma in questo caso si
può concordare. E’ l’opera fondamentale di Hayek sul capitale: Hayek cambiò mestiere, dedicandosi alla
filosofia sociale, subito dopo la stesura del libro, che avrebbe dovuto essere seguito da un secondo volume
che non vide mai la luce.
La denazionalizzazione della moneta (ETAS) – Libro tanto brillante quanto disorientante. Si tratta di un
saggio su vari aspetti del sistema monetario, probabilmente ottenuto raccogliendo spunti di riflessione
sparsi. Manca sia di sistematicità che di chiarezza, ma diversi capitoli sono molto interessanti. Parla di
tutto con un livello di approfondimento molto basso, e rappresenta un tentativo di immaginare un sistema
monetario comunque completamente privatizzato non basato sul gold standard

Murray Rothbard

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Man, economy and state – Quest’opera di Rothbard è un manuale di economia austriaca, visto che
contiene un’esposizione sistematica dell’intero edificio teorico, mista a considerazioni di carattere
normativo.
Power and market – Avrebbe dovuto essere il terzo volume di Man, economy and state, ma in questo
modo si sarebbe venuta a creare un’opera di 1500 pagine, con ampie parti dedicate alla teoria di una
società anarchica. Power and market approfondisce la parte finale di Man, economy and state, costituendo
un’analisi approfondita dei temi dell’interventismo e della tassazione. Nel 2008 dovrebbe uscire in italiano
per Rubbettino.
The mystery of banking – Probabilmente è il libro più semplice e chiaro sul funzionamento del sistema
bancario a riserva frazionale e sul central banking che c’è in circolazione. La sua lettura dovrebbe essere
obbligatoria: vista la gigantesca mole di aporie e cospirazionismi che in Italia prende il nome di teoria del
signoraggio, fare chiarezza è d’obbligo.
Lo stato falsario (Facco) – E’ più breve e semplice del precedente, ma spiega chiaramente il sistema
monetario proposto da Rothbard, basato sul gold standard e senza riserva frazionaria.
La Grande Depressione (Rubbettino) – Si tratta di un’opera storica sulla Grande Depressione americana,
dagli anni ’20 fino agli inizi degli anni ’30. La prima parte espone sistematicamente la teoria austriaca del
ciclo economico, mentre la seconda descrive le politiche interventiste adottate da Hoover e i meccanismi
di espansione del credito degli anni ’20. Nonostante il titolo, il libro si focalizza sulle cause della Grande
Depressione, e per questo motivo parte dagli anni ’20 e finisce con l’arrivo al potere di Roosevelt.

Bibliografia di base
In questa sezione si fornisce una bibliografia di base sulle teorie economiche della Scuola austriaca nei vari campi.
L’attenta lettura di Human action di Mises, oppure di Man, economy and state di Rothbard, fornisce tutte le basi sulle
teorie della Scuola austriaca, oltre ad una notevole mole di dettagli su temi più avanzati di teoria economica, oltre che
di teoria politica e filosofia della conoscenza. The meaning of the market processoppure Concorrenza e
imprenditorialità (Rubbettino) di Kirzner espongono invece in maniera chiara ed esauriente la teoria del processo di
mercato. The mystery of banking di Rothbard e Money, bank credit and economic cycles di Huerta de Soto, un testo
più avanzato, sono invece fondamentali per comprendere temi quali la moneta, il ciclo economico e il sistema
bancario. Questa sezione è una guida attraverso tutti i temi di base visti nei precedenti articoli attraverso questi ed
altri libri.
Introduzioni alla Scuola austriaca

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Huerta de Soto, La Scuola austriaca (Rubbettino) – Questa introduzione si focalizza sugli aspetti
metodologici e sulle origini storiche della teoria austriaca, puntando molto sulle differenze tra la Scuola
austriaca e il mainstream accademico.
Rizzo, O’Driscoll, L’economia del tempo e dell’ignoranza (Rubbettino) – Questo libro espone invece i temi
fondamentali della teoria austriaca dell’economia, in maniera forse un po’ troppo fantasiosa (il capitolo
sulla filosofia del tempo in Bergson fu deriso da Rothbard, mentre quello sulla teoria del capitale, scritto
da Garrison, è molto interessante).

Teoria del valore, dei prezzi e del mercato

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Mises, Human action – I capitoli I, IV-VII, X, XV-XVII sono dedicati all’azione umana, il valore, lo scambio
e i prezzi. L’intero libro è sia un trattato di economia che parte da zero che un’esposizione completa
dell’intero edificio teorico di Mises: la lettura non è nè semplice nè breve, ma Murphy sta pubblicando una
guida allo studio del testo sul sito del Mises Institute.

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Rothbard, Man, economy and state – I capitoli relativi alla teoria del valore e dei prezzi sono i primi
quattro. I capitoli V-VIII sono dedicati all’imprenditorialità e al reddito dei fattori di produzione. Di questa
opera, molto simile a Human action sia nella lunghezza che nei contenuti, Murphy ha già pubblicato una
guida allo studio sul sito del Mises Institute.
Kirzner, Concorrenza e imprenditorialità (Rubbettino) – Un classico della letteratura austriaca moderna, il
libro parla della teoria del mercato come processo, anziché come equilibrio, del fondamentale ruolo
dell’imprenditorialità nel mercato, e dell’inadeguatezza della welfare economics.

Monopolio

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Rothbard, Man, Economy and State – L’intero capitolo X è dedicato alle varie teorie del monopolio.
Mises, “Monopoly prices” – La teoria di Mises è molto diversa da quella di Rothbard, anche se diversa
anche da quella standard della welfare economics.

Teoria del capitale

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Huerta de Soto, Money, bank credit and economic cycles – L’inizio del Capitolo V descrive le idee
fondamentali della teoria del capitale.
Hayek, Prezzi e produzione (ESI) – Il libro descrive la struttura produttiva e l’effetto delle politiche
monetarie su di essa.

Teoria monetaria e bancaria

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Huerta de Soto, Money, bank credit and economic cycles – L’intero Capitolo IV è dedicato all’espansione
creditizia. Il capitolo VIII analizza la teoria delle banche in concorrenza e dei sistemi basati su Banca
Centrale.
Rothbard, The mystery of banking – Questo breve libro spiega in maniera molto semplice il funzionamento
del sistema bancario, il processo di creazione del credito e il funzionamento del sistema bancario con o
senza Banca Centrale.
Mises, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (ESI) – L’opera che ha dato origine all’economia
austriaca moderna contiene un’analisi del sistema bancario, la soluzione del problema del valore della
moneta, e un abbozzo della teoria austriaca del ciclo economico.

Ciclo economico

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Mises, Human action – L’intero capitolo XX è dedicato alla teoria del ciclo economico.
Rothbard, La Grande Depressione (Rubbettino) – L’intero primo capitolo è una breve esposizione della
teoria austriaca del ciclo economico. Successivamente si criticano le teorie alternative, e si riscrive la
storia della crisi del ’29 a partire dalle sue radici negli anni ’20. Sembra ormai assodato che gran parte dei
problemi fossero di origine politica, e Rothbard già lo diceva negli anni ’70.
Huerta de Soto, Money, bank credit and economic cycles – I capitoli V e VI sono dedicati alla teoria del
ciclo economico.

Calcolo economico

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Mises, Human action – I capitoli XI-XIII mostrano la teoria generale del calcolo economico nel sistema di
mercato.
Mises, Economic calculation in the socialist commonwealth – Da questo saggio è partita tutta la
discussione sul calcolo economico in un regime socialista. La teoria della limitazione delle conoscenze e del
mercato come processo rappresenta uno degli aspetti fondamentali della Scuola austriaca.
Mises, Human action – Il capitolo XXVI applica la teoria del calcolo economico alla critica del socialismo.

Socialismo e interventismo

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Rothbard, Man, economy and state – L’intero capitolo XII è dedicato all’interventismo sul mercato: si
analizzano i controlli sui prezzi, la tassazione e altri temi collegati.
Mises, I fallimenti dello stato interventista (Rubbettino) – E’ una raccolta di due saggi di Mises, in cui si
espone la teoria del controllo dei prezzi e le sue conseguenze sul funzionamento del sistema di mercato.
L’interventismo era considerato dai suoi sostenitori una terza via tra socialismo e liberalismo, ma Mises
dimostra come un sistema economico dove si ha ancora un sistema dei prezzi (e quindi una seppur
limitata libertà di scambio) reagirà alla manipolazione dei prezzi in maniera contraria alle intenzioni dei
manipolatori.

Approfondimenti
Questa sezione fornisce una panoramica, ovviamente incompleta, di alcuni articoli e libri su temi avanzati o di nicchia
di cui non si è parlato.
Tra i testi elencati ve ne sono alcuni che partono da presupposti leggermente diversi da quelli descritti in questa serie
di articoli: ad esempio alcuni austriaci, come White, Selgin e Horwitz, sembrano trascurare la teoria della struttura del
capitale e preferiscono una teoria della stabilità dei prezzi di origine monetarista (un’esposizione della teoria si trova in
Yeager, “The significance of monetary disequilibrium”).
Teoria del valore e dei prezzi e del mercato

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Kirzner, The meaning of the market process – E’ un ottimo libro che espone le idee di Kirzner sul sistema
di mercato. A parer mio migliore di Concorrenza e imprenditorialità.
Hayek, “The use of knowledge in society” – Questo articolo è una critica delle teorie matematiche, che
trascurano i problemi della dispersione della conoscenza, e riafferma la distinzione misesiana tra teoria e
storia in termini probabilmente più comprensibili per un pubblico neoclassico. E’ disponibile in italiano nella
raccolta curata da Il Mulino.
Hayek, “Competition as a discovery procedure” – Hayek critica la microeconomia per l’abuso del concetto
di equilibrio e per aver trascurato i temi della coordinazione e della scoperta del nuovo, per rincorrere un
formalismo di cui gli austriaci non vedono la necessità. E’ disponibile in italiano nella raccolta curata da Il
Mulino.

Monopolio

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Armentano, Antitrust, the case for repeal – Un breve saggio contro le politiche antitrust, che analizza
brevemente gli argomenti a favore dell’antitrust e diversi case studies.
Mingardi, Antitrust, mito e realtà dei monopoli – Questa raccolta di saggi di vari autori ha un taglio molto
concreto e mostra una serie di esempi di come l’antitrust spesso non funzioni come si suppone debba
funzionare.
Salin, “Cartels as efficient productive structures” – Questo sorprendente articolo, disponibile in italiano nel
volume La concorrenza (Rubbettino/Facco), prende le mosse dal fatto che, sebbene si supponga spesso
che i cartelli siano formazioni temporanee nel mercato, alcuni sono relativamente stabili nel tempo:
l’autore mostra come nel processo di mercato non sempre queste formazioni siano un male.

Teoria del capitale

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Hayek, “The mythology of capital” – In questo articolo si analizzano le critiche di Knight alla teoria
austriaca del capitale. L’idea di Knight è che la produzione è istantanea e che il capitale non si consuma
mai.
Hayek, “Investment that raises the demand for capital” – Questo breve articolo analizza la domanda di
capitale per completare gli investimenti e il comportamento dei tassi di interesse all’inizio della crisi.
Critica l’ipotesi che l’interesse sia dovuto alla produttività marginale del capitale e che diminuisca con
l’accumulazione di capitale.
Lachmann, Capital and its structure – Eterogeneità, tempo, aspettative, coordinazione, cicli e crescita.
Lachmann ha di fatto continuato l’opera di Hayek sul capitale: la sua insistenza sul ruolo delle aspettative
e l’impredicibilità del futuro gli ha attirato accuse di nichilismo teorico da parte di altri austriaci.
Skousen, The structure of production – Questo interessante libro è tutto dedicato alla teoria del capitale,
analizza la sua evoluzione storica e i vari problemi della teoria.

Teoria monetaria e bancaria

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Hayek, La denazionalizzazione della moneta – Questo strano libro è breve ma non è semplice. Hayek
analizza come un insieme di banche in concorrenza possano gestire l’offerta di moneta anche in assenza di
convertibilità in oro. Non credo che le tesi esposte siano del tutto credibili, e la parte più importante
dell’analisi, la sostenibilità dell’espansione creditizia nel sistema bancario proposto, non è discussa se non
superficialmente.
Huerta de Soto, “A critical note on fractional reserve banking” – Una critica delle teorie del monetary
disequilibrium e del fractional reserve banking. Difficile seguire i suoi proponenti dopo queste critiche.
Selgin, White, “In defense of fiduciary media, or we are not devo(lutionists), we are misesians!” – Una
difesa del fractional reserve banking dal punto di vista della teoria del monetary disequilibrium. Tale teoria
non mi sembra abbia molto a che fare con la teoria austriaca, e molte affermazioni degli autori mi
sembrano difficilmente difendibili.
Cochran, Call, “Free banking and credit creation: implications for business cycle theory” – Questo articolo
confronta le teorie monetarie degli austriaci ortodossi (come Rothbard e Huerta de Soto) con quelle di altri
austriaci come Selgin e White. L’articolo mostra che la differenza tra i due gruppi può essere riassunta
affermando che i primi ritengono la moneta un bene presente e i secondi un bene futuro: nel primo caso,
la creazione di moneta da parte del sistema bancario altera il tasso di interesse in quanto aumenta la

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disponibilità di beni presenti impiegabili per investimenti (sottraendo risorse ai consumatori), mentre nel
secondo caso la moneta depositata è sempre e interamente moneta risparmiata e quindi non c’è
alterazione del tasso di interesse nel meccanismo di creazione del credito.
Cochran, Call, Glahe, “Credit creation or financial intermediation? Fractional reserve banking in a growing
economy” – Questo articolo è simile al precedente, ma focalizza l’attenzione sulle teorie delmonetary
disequilibrium di Yeager, e sul ruolo che il credito ha nelle teorie monetarie della Scuola austriaca e di
quella neoclassica.

Ciclo economico

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Mueller, “Financial crises, business activity and the stock market” – Questo articolo estende l’analisi del
ciclo economico ad un contesto di economia aperta (commercio internazionale), con mercati finanziari (e
quindi moral hazard legato ai bailout, bolle speculative, ecc.).
Carilli e Dempster, “Expectations in Austrian business cycle theory: an application of the prisoner’s
dilemma” – Questo articolo impiega la teoria del dilemma del prigioniero per rispondere a due quesiti
fondamentali alla base della teoria austriaca del ciclo economico: perchè le banche espandono il credito e
perchè le aziende lo accettano.
Cwik, “An investigation of inverted yield curves and economic downturns” – Questa interessante tesi di
Dottorato spiega gli effetti Wicksell e Fisher sui tassi di interesse e studia la regolarità empirica per cui
pochi mesi dopo che i tassi di interesse a breve termine superano quelli a lungo termine (curva dei
rendimenti invertita) spesso si ha una recessione.
Oppers, “The Austrian theory of business cycles: old lessons for modern economic policy?” – Questo
articolo dell’International Monetary Fund (IMF) sostiene che la teoria austriaca può essere rilevante
nell’economia odierna, ma si lamenta della mancanza di dati quantitativi. Le altre critiche alla teoria
Austriaca sonoche non è chiaro quando le politiche monetarie perderanno efficacia, e perchè si ha
recessione invece che un semplice ripristino delle condizioni produttive precedenti.

Calcolo economico

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Stringham, “Kaldor-Hicks efficiency and the problem of central planning” – Un paper sui limiti della welfare
economics e sull’applicazione del concetto di efficienza nella law and economics. Essenzialmente il
problema è che valutare costi e benefici è pressoché impossibile.
Rothbard, “The end of socialism and the calculation debate revisited” – In questo articolo Rothbard
argomenta che le teorie del calcolo economico di Mises ed Hayek sono molto diverse tra loro, e che Hayek
ha “snaturato” la teoria del suo maestro.
Yeager, “Mises and Hayek on Calculation and Knowledge” – Questo articolo critica la tesi di Rothbard sulle
differenze radicali tra Mises ed Hayek. La letteratura relativa è molto vasta, ma questo articolo e il
precedente riassumono bene le due principali tesi. Una tesi analoga si trova in The meaning of the market
process di Kirzner.
Horwitz, “Monetary calculation and the extension of social cooperation into anonymity” – Questo articolo
di teoria politica impiega la teoria misesiana del calcolo economico per sostenere che il sistema dei prezzi
è fondamentale per la cooperazione sociale in quanto consente alle persone di capire quanto guadagnano
cooperando. La società umana è complessa e spesso è impossibile capire costi e benefici delle scelte, ma il
sistema dei prezzi può semplificare di molto il problema, rendendo più evidenti i benefici della convivenza.
Boettke, “Economic calculation: the Austrian contribution to political economy” – L’articolo sottolinea che
la teoria del calcolo economico è il fattore unificante di tutte le dottrine della Scuola. Nel dibattito sulle
differenze e le somiglianze tra Mises e Hayek sulla teoria del calcolo economico Boettke è tra i continuisti.

Socialismo e interventismo

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Mises, “The equations of mathematical economics and the problem of economic calculation in a socialist
state” – Un articolo che spiega come l’ipotesi (assurda) di conoscere tutti i dati per calcolare l’equilibrio
generale non sia di per sè sufficiente a risolvere il problema del calcolo economico: il problema vero è
usare il calcolo economico per coordinare il mercato, non calcolare inesistenti equilibri di lungo termine.
Rothbard, Power and market – Questo libro, che avrebbe dovuto rappresentare la terza parte di Man,
economy and state, fu poi stampato a sé, e presenta un’analisi completa dell’interventismo in tutte le sue
forme.

Metodologia

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Rothbard, “In defense of extreme apriorism” – Questa breve critica del positivismo metodologico espone
in maniera chiara il concetto di teoria a priori. Trascurando la distinzione tra teoria e storia l’articolo
sembrerebbe essere esageratamente razionalistico, ma non è così.
Mises, The ultimate foundation of economic science – Un saggio sul metodo, con un’intera sezione
dedicata alla critica del positivismo.

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Mises, Theory and history – Una monografia sul metodo, la distinzione tra teoria e storia, il ruolo dei valori
nella società umana, la critica del marxismo.
Mises, Epistemological problems of economics – Un saggio sul metodo, con una sezione sulla teoria del
capitale, la teoria del valore e la sociologia.

Organizzazione industriale

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Foss, Foss, Klein, Klein, “The entrepreneurial organization of heterogenous capital” – In questo saggio le
due famiglie di economisti applicano la teoria austriaca del capitale alla teoria moderna dell’impresa.
Foss, Foss, “Entrepreneurhip, margins and contract theory” – L’articolo è una critica alle teorie standard
dell’impresa, basate su una serie di ipotesi ad hoc, difendendo l’importanza del concetto di
imprenditorialità nell’analisi dell’organizzazione aziendale.
Jeon, Kim, “Conglomerates and economic calculation” – Questo interessante articolo applica la teoria del
calcolo economico al problema dell’organizzazione industriale in sistemi economici non sviluppati, in cui i
prezzi sono solo una guida non del tutto affidabile per l’azione imprenditoriale.
Klein, “Economic calculation and the limits of organizations” – Questo articolo spiega l’importanza della
teoria del calcolo economico per la teoria dell’organizzazione industriale. L’articolo spiega anche la
differenza tra il problema del calcolo economico e vari temi di teoria dei giochi come moral
hazard oincentive compatibility o mechanism design.

Economia internazionale

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Mueller, “Do current account deficits matter?” – Questo articolo estende l’analisi del ciclo economico ad
un’economia aperta, analizzando il deficit commerciale americano che si è accumulato negli ultimi anni.
Contiene anche un’introduzione ai concetti fondamentali della contabilità del commercio internazionale.
Neri, “The exchange rates determination in the teachings of the Austrian School of Economics” – L’articolo
espone le teorie dell’economia internazionale di Mises, Hayek e Haberler. La teoria della parità di potere
d’acquisto e dell’effetto delle politiche monetarie in economie aperte sono analizzate in maniera
dettagliata.
Engelhardt, “Business cycles in an international context” – Estende la teoria austriaca del ciclo economico
ad una economia aperta e confronta vari tipi di istituzioni monetarie alla luce delle loro conseguenze sul
ciclo economico.

Altro

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Horwitz, “The costs of inflation revisited” – L’articolo mostra come la “contabilità” dei costi dell’inflazione
nell’economia neoclassica (che si limitano a considerare i costi per cambiare le etichette dei prezzi o per
andare in banca a ritirare soldi) sono inadeguate. Non fornisce una metodologia alternativa per fare questi
conti, ma il punto è proprio che nessuno ha l’informazione necessaria per farlo.
Garrison, Time and money – La “macroeconomia” di Garrison, basata su semplici diagrammi, come i
modelli macroeconomici fino agli anni ’60, consente di esporre in maniera molto semplice la teoria del
capitale austriaca, e di confrontare la macroeconomia austriaca con quelle keynesiana e monetarista.
Boettke, Coyne, Leeson, “Saving government failure theory from itself: recasting political economy from
an Austrian perspective” – Questo articolo riassume le caratteristiche delle varie Scuole di teoria
economica applicata alla politica e sostiene l’importanza degli insight teorici dell’economia Austriaca per la
comprensione dei fenomeni politici.
Boettke, Butkevich, “Entry and entrepreneurship: the case of post-communist Russia” – La Russia
Sovietica è stata considerata da molti critici della Scuola austriaca come la prova del fatto che Mises
sbagliava; la caduta della Russia Sovietica è stata considerata la prova che Mises aveva ragione:
entrambe le conclusioni sono errate. Gli autori sottolineano come fattori economici e politici abbiano
influenzato la transizione della Russia del sistema pseudo-socialista precedente al sistema pseudocapitalista attuale.
Colombatto, “On growth and development” – Insight austriaci applicati alla teoria della crescita e dello
sviluppo economico.
Rothbard, “Toward a reconstruction of utility and welfare economics” – L’articolo è una critica radicale dei
concetti fondamentali dell’economia del benessere alla luce del soggettivismo austriaco.

Note
1.

Colgo l’occasione della pubblicazione dell’ultimo post di questa serie per ringraziare il Dottor Leonardo
Baggiani per le interminabili discussioni di teoria economica che tante cose mi hanno fatto capire
nell’ultimo anno e mezzo, e lo staff dell’Istituto Bruno Leoni per avermi dato la possibilità di scrivere su
argomenti che mi appassionano, cosa che mi ha fatto approfondire molti dettagli delle teorie austriache
che altrimenti avrei continuato a sottovalutare.

2.

I tre volumi siano stati pubblicati da Archivio Izzi sotto il titolo Storia e critica delle teorie dell’interesse
del capitale.


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