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Gigolè .pdf



Nome del file originale: Gigolè.pdf
Autore: Luigi

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Gigolè
di Luigi Lazzaro
Ho raggiunto gli ottant’anni la scorsa settimana. Compimento di una vita abbastanza felice e fortunata. Per
quel giorno il destino mi ha riservato una sorpresa tenuta in serbo per otto decenni: mi ha regalato una
bella leucemia mieloblastica acuta secondaria.
In pratica: sono fottuto, come direbbe un accademico della Crusca.
“Beh?” direte voi, “non è certo una bella notizia, ma… in fondo, che pretendi? Hai appena detto che la tua
lunga vita è stata colma di fortuna e felicità!”
Esatto, vi rispondo… vi risulta forse che io mi sia lamentato? Nossignore, il motivo che mi spinge a scrivere
è un altro: questa notte ho deciso di raccontare una storia di cui non ho mai parlato con anima viva… cosa
che esclude tutto il resto, essendo io un fervente materialista.
Prima di entrare nel dettaglio delle cose, fatemi aggiungere un concetto importante: ciò che accadde
quell’estate, e che tra poco vi narrerò, è la sacrosanta verità.
Il motivo per cui non ho mai condiviso quegli accadimenti con alcuno è il più semplice: non ho mai avuto
voglia di parlarne, e poi, è una storia difficile da narrare... proprio difficile.
“Perché parlarne ora?” vi chiedete, non è vero?
Certo, avete ragione… ma lasciatemelo dire: ora che sento avvicinarsi l’alito gelido della Comare Secca, non
m'interessa più nulla di ciò che gli altri penseranno, e tantomeno di essere considerato un povero vecchio
rimbambinito.
Io devo assolutamente liberarmi di un pesante quanto sorprendente segreto, a cui la mia mente è riandata
ogni singolo giorno, badate, ogni singolo giorno della mia vita. Anche quello della laurea in Medicina,
quello del mio matrimonio, della prima parcella, della prima macchina (un’indimenticata 1100 Tipo Lusso,
bicolore). Anche il giorno della nascita dei miei due figli, ho pensato a Gigolè e a quei due anni trascorsi con
la mia famiglia, da sfollato di guerra, a Furci, un paesino del medio vastese, in Abruzzo.
Era il 1942 quando arrivammo a Furci, da Pescara. Un cugino di mio padre ci ospitò alla meglio nella sua
masseria fino al dieci giugno del ’44, quando le truppe inglesi e americane entrarono in Pescara con la
cioccolata, le sigarette, il corned beef e il chewing gum.
Ma torniamo a quel 1942. A quel tempo ero un bambino minuto e dai tratti delicati, lieve come un sospiro.
Di quei bambini che i calzoni corti sembrano sempre troppo larghi a causa dei due ceppetti di gambe,
magre da far pena. Quando guardo le rare foto di quei giorni, vedo un ragazzino dai capelli scuri,
perennemente arruffati, e occhi grigi dallo sguardo vivo e svagato, il viso minuto e affilato, come quello di
un topino. A detta di mia nonna materna, sarei finito come San Luigi: tisico, uno sbocco di sangue e via. La
colpa di questa tragedia rivelata era, secondo mia nonna, da imputarsi al sangue torbido e impuro dei
Cagotosto, la famiglia di mio padre. Una razza da non toccare neanche con una canna appuntita, come mia
nonna aveva più volte ripetuto a quella testa dura di mia madre, che non aveva voluto sentir ragione e si
era lasciata ingravidare da quel buono a nulla di Zaccaria, appunto mio padre.
Ora, a ben ragionare, Zaccaria Cagotosto era un professore di educazione fisica, con un metro e
ottantacinque centimetri di fisico atletico; non poteva quindi aver colpe rispetto al mio aspetto emaciato.
Questo fatto, sia pur di malavoglia, la nonna materna lo riconosceva. Subito però aggiungeva che la colpa
era certamente di quella congerie di scellerati e sifilitici antenati di Zaccaria, cosa di cui la nonna non aveva
la minima conoscenza. “Infatti” diceva, “solo una famiglia di mentecatti e pervertiti poteva aver meritato e
perpetuato un cognome quale Cagotosto.”
Ora, il fatto che il cognome di suo marito, mio nonno, fosse “Buffone” non le procurava la minima
perplessità circa una possibile comunanza di antichi demeriti, forse perché la famiglia si era sempre
sforzata, con patetici risultati, di pronunciare quel cognome nefasto con l´accento sulla u.
Ma torniamo a noi, come tutti i vecchi, sto divagando.
La mia vita da bambino, in quel di Furci, si svolgeva con i ritmi antichi della natura. Nel paese vi erano

pochissimi uomini, gli altri erano tutti sparsi per il mondo, a combattere una guerra delle cui origini
avevano idee scarse e confuse.
Mi ero aggregato all’unica torma di bambini del paese, di cui all’inizio non comprendevo neanche il
dialetto. Tra di loro vigeva la cruda ferocia del branco e io capii subito che, se volevo sopravvivere, avrei
dovuto cercarmi un’intelligente posizione di gregario, evitando, al contempo, pericolose commistioni con
singoli elementi del gruppo. La cosa non mi fu affatto difficile, avendo io sempre avuto un innato istinto di
sopravvivenza e una forte forma di empatia. Cose che, nella vita, mi hanno spesso salvato da situazioni di
estrema difficoltà.
Come tutte le piccole comunità di questo mondo, anche Furci aveva il suo scemo del paese, oltre che la
meretrice, Fenesìa, e l’ubriacone incallito, Cocciabbianga.
Lo scemo si chiamava Gigolè, il suo cognome non lo conosceva nessuno. Era un essere dall’età indefinita,
poteva avere trent’anni, come cinquanta. Era magro, alto circa un metro e sessantacinque, con lo sguardo
spiritato. Si muoveva a scatti, in modo continuo e febbrile, vi era in lui sempre qualcosa in agitazione… un
dito, un labbro, un piede. Zoppicava vistosamente, mentre il gomito e il polso del braccio destro erano
bloccati ad angolo retto. Le sopracciglia circonflesse gli conferivano una costante espressione di spaventata
sorpresa. La testa era quasi sempre rapata a zero e qualche cespuglio di barbetta stentata gli macchiava il
viso. Comunicava, poco, in un italiano senza accenti, traducendo letteralmente dal dialetto; dialetto che
capiva, ma non parlava, nonostante avesse abitato in paese per oltre vent’anni… ma a questo punto le
notizie su Gigolè tendevano a farsi confuse. La voce più attendibile datava l’arrivo di Sprusciavudille, il
padre di Gigolè, subito dopo il termine della prima guerra mondiale. Era arrivato a Furci un giorno di
ottobre, con un bambino al seguito. Non aveva documenti, un nome, nulla… l’unica cosa certa era che
chiamava il bambino, appunto, Gigolè. Parlava un buon italiano, senza accenti, e non ricordava nulla del
passato. I suoi discorsi erano spesso confusi e tendevano a perdersi a metà strada. Con molta probabilità
era uno dei tanti ex soldati che vagavano per l'Italia, prede dell'amnesia da shock da granata. Il bambino gli
stava sempre attaccato ai pantaloni, dietro i quali si nascondeva all’avvicinarsi di qualunque essere
animato.
Il giorno stesso in cui era arrivato a Furci, la masseria Colascioli gli aveva offerto il lavoro di pulitore di
budella, per la preparazione di insaccati. Fu da questo suo primo lavoro che era scaturito il nome con cui
venne conosciuto in paese: Sprusciavudille, spremitore di budella. Cosa l’uomo potesse spremere dalle
budella, non è difficile da immaginare.
Sprusciavudille e Gigolè si erano sistemati così a Furci. Abitavano in un vecchio stazzo abbandonato, in
località Murge, vivendo alla giornata, spesso aiutati dalla generosità dei paesani.
Gigolè cresceva in simbiosi con il padre, come un piccolo animale non svezzato; il braccio anchilosato e la
sua zoppia lo tenevano lontano dagli altri bambini, accentuando così la sua diversità.
Poi, un giorno, d’improvviso, Sprusciavudille era sparito. Gigolè doveva avere una quindicina d’anni e per
vari giorni si era aggirato per il paese e i dintorni, emettendo gemiti e urla strazianti, alla ricerca del padre.
Anche i furcesi si erano mobilitati nella ricerca dell’uomo, esplorando i boschi e le rogge della zona, ma di
Sprusciavudille nessuno sentì più parlare.
Dopo la disperazione dei primi giorni, Gigolè era sembrato calmarsi. Fu solo grazie all’intervento del
parroco di San Sabino, che lo aveva nominato vice scaccino, che il giovane era riuscito a evitare
l’internamento coatto nel manicomio dell’Aquila. Don Beato gli aveva trovato anche una sistemazione più
comoda, ma Gigolè non aveva mai voluto lasciare il vecchio stazzo; probabilmente lo considerava la sua
casa, il luogo che gli ricordava il padre.
Naturalmente, di svolgere il suo lavoro di vice scaccino non se ne parlò affatto; girava per il paese con aria
assente, saltellando sulla sua gamba matta. Si scuoteva soltanto quando la torma di ragazzini del paese, di
cui spesso facevo parte anche io, lo prendeva di mira, lanciandogli addosso sassi e immondizia, al grido
di: Gigolè, Gigolè e lu patre cchiù non c’è! Questo impietoso richiamo alla scomparsa del padre lo faceva
fremere di furore, e allora cercava di acchiappare i suoi tormentatori con ridicoli saltelli, fino a fermarsi,

ansante, con la bava alla bocca e il busto curvo in avanti, mentre mormorava oscure parole di maledizione.
Ho già detto che in mezzo a quella torma cenciosa di ragazzini spesso vi ero anch’io e, sebbene il tormento
dato al povero Gigolè mi facesse fremere di indignazione, non avevo il coraggio di abbandonare quel
branco di iene. E tantomeno di oppormi, cosa che era causa prima di un forte senso di colpa.
Ecco! Direte voi: ora ci propina la storia della profonda amicizia tra il bambino buono e il “mostro”
disprezzato e oltraggiato da tutti. Qualcosa in stile “Il gigante e la bambina”, o, se volete, “Chuck e Mc
Leod”… tanto per capirci
Eh no, cari quanto sparuti lettori… proprio no!
Innanzitutto, io non ero buono e sensibile… ero solo un bambino pavido e vigliacco che non aveva il
coraggio di dissentire o di opporsi ai tormenti inflitti a Gigolè; tormenti cui spesso partecipavo, anche se
malvolentieri, fingendo allegria e cameratismo.
Per quel che riguardava Gigolè, invece, lui non era affatto il “mostro” buono.
In effetti rubacchiava, nonostante non ne avesse bisogno; la notte spiava nelle case, spesso masturbandosi;
tormentava con morbosa cattiveria lucertole e piccoli uccelli… insomma, una specie di sadico, per fortuna
non assistito dal physique du rôle.
"E allora?" direte voi, ormai spazientiti… "è da mezz’ora che ce la meni con ‘sto Gigolè… allora?"
Un attimo ancora di pazienza. Dunque, in pratica Gigolè viveva allo stato semibrado, o almeno così
pensavo fino a una sera, era l’agosto del 1943, in cui, dalla finestra della stanza dove dormivo con un
vecchio nonno dei miei cugini, lo vidi che guardava il cielo con una tensione e un interesse decisamente
fuori dalle sue abitudini. Guardai in alto anch’io: era una notte serena di novilunio e c’era uno splendido
cielo stellato, nient’altro, se così si può dire.
Gigolè faceva degli strani gesti con la mano sinistra sollevata; poneva le dita ad angolazioni diverse con una
rapidità e una padronanza straordinarie, avvicinandole e allontanandole dagli occhi con movimenti
febbrili.
Stavo lì a guardarlo da qualche minuto, affascinato, quando in lontananza salì il canto sgangherato di
Cocciabbianga, l’ubriacone del paese.
Cocciabbianga faceva di professione il banditore; era un omino gracile, alto neanche un metro e sessanta.
Nell’illusione di migliorare la propria imponenza, indossava perennemente un cappellone bisunto a falda
larga. Girava il paese sempre brillo, annunciando, con terrificanti suoni di corno, i migliori prezzi di verdura,
frutta, carne e altre mercanzie. Sua moglie Floralia si ammazzava tutto il giorno sulle ginocchia da
lavandaia, sbattendo riottose lenzuola estranee sul ripiano di marmo della fontana, guadagnando quanto
appena sufficiente a crescere due figlie e ad alimentare il vizio del marito.
La voce si avvicinava nella notte:
"Voglio vivere così, col sole in fronte e felice canto, beatamente…"
Non appena Gigolè sentì la povera voce di Cocciabbianga avvicinarsi, si fermò con il busto proteso in
avanti, nella direzione del canto, e rimase così, immobile, fino a quando la luce delle stelle disegnò sulla
stradina bianca la nera figura dell’ubriaco che avanzava a piccoli passi incerti. Quando fu a pochi metri,
Gigolè gli si avvicinò con la sua andatura saltellante. Nel momento in cui i due uomini furono l’uno di fronte
all’altro, si fermarono, e con mia grande sorpresa si scambiarono delle parole, che però non mi giunsero
intellegibili. Poi, s’incamminarono insieme verso il vecchio stazzo, scomparendo lentamente nel buio.
Rimasi talmente colpito da quell’incontro tra due solitudini emarginate che la sera dopo ero di nuovo alla
finestra, nella speranza che l’evento potesse ripetersi. E così fu.
La scena si ripropose identica e io, dopo essermi assicurato che il mio vecchio compagno di stanza
dormisse, cosa che faceva per la maggior parte del giorno e della notte, saltai dalla finestra, lasciandola
accostata, e mi misi al seguito di quei due derelitti. Dopo un centinaio di metri giunsero allo stazzo di
Gigolè ed entrarono nel rudere, lasciando aperta la porta sgangherata. Mi avvicinai con cautela alla parete
opposta alla porta e guardai attraverso il muro a secco del piccolo edificio. Gli spiragli erano
sufficientemente ampi da lasciar filtrare voci e immagini.

Rimasi in ascolto per più di un’ora, quella sera, e lo stesso feci altre decine di volte nelle settimane
successive.
Dire che i due si parlassero sarebbe troppo… cioè, per parlare, parlavano ma, più che di un colloquio, si
trattava di due soliloqui. La frase che Cocciabbianga ripeteva in continuazione, come un mantra, era: “Tutti
dicono che Cocciabbianga beve, ma nessuno si chiede perché, Cocciabbianga beve.”
Gigolè, invece, parlava in modo più vario e compiuto. Quasi sempre l’argomento dei suoi discorsi era la
scomparsa di Sprusciavudille, suo padre.
Come ho avuto modo di dire, ciascuno di loro parlava per sé, senza ascoltare l’altro. Spesso capitava che
Cocciabbianga si addormentasse, russando, mentre Gigolè continuava il suo discorso, imperterrito.
Di quelle notti, ricordo una divertente gara di scoregge, iniziata da Cocciabbianga e da lui vinta alla
settima performance consecutiva, un evento che lasciò i due esausti dalle risate.
Ricordo, inoltre, un racconto di Gigolè e un discorso quasi compiuto di Cocciabbianga.
Era una notte di agosto, calda e afosa, e Gigolè si lasciò andare a un racconto più completo del solito…
L’argomento? Suo padre, naturalmente.
“Un uomo straordinario, a lui bastava fare un giro attorno a un albero per dirti esattamente quante foglie
quell’albero portava. A volte, però, s’intristiva e si rinchiudeva nello stazzo per settimane, senza dormire e
mangiando quasi nulla. Poi improvvisamente, una mattina usciva all’aperto e chiamava a squarciagola Gigolè, ragazzo, dove sei? - Mi portava con sé nei campi, nei boschi… a volte stavamo via giorni interi e mi
parlava per ore e ore della vita, della morte, della natura, della scienza, della religione”.
Sentii che la sua voce si rompeva dalla commozione: “Io mi sentivo grande, accanto a lui. Nessuno che mi
rideva dietro o mi lanciava pietre. Faceva delle cose straordinarie, mio padre. Pensa, che era capace di
disegnare un paesaggio osservato giorni prima, con la perfezione di ogni dettaglio.”
Sentii che si soffiava il naso e, dopo qualche minuto di silenzio, Cocciabbianga, che era rimasto
miracolosamente sveglio, chiese: “Che successe poi?”
“Un giorno s’allontanò, senza una ragione evidente e non tornò più. Lui è vivo, lo so, ne sono certo… ma
perché mi ha lasciato solo?”
Cocciabbianga tossicchiò, imbarazzato: “Avrà avuto i suoi motivi, ma vedrai che un giorno, d’improvviso,
tornerà e sentirai la sua voce urlare a squarciagola: Gigolè, ragazzo mio, dove sei?”
“No, non tornerà, lo so.”
“E se pure non tornasse… che importa, Gigolè. La vita è un lampo, nu fucarone e ddoppe… sole cessi pijne e
cocce di morte, una fiammata e dopo… solo cessi ripieni e teschi.”
Continuò a dire “cessi pijne e cocce di morte” in una forma di coazione a ripetere, mentre Gigolè sospirava
e singhiozzava, in silenzio.
Gigolè morì solo pochi giorni dopo quella notte.
Era un pomeriggio caldissimo di inizio settembre e giravo svogliatamente per le colline, alla periferia del
paese, insieme a Ciumbriccolo, un biondino ossuto e tutto nervi, e un altro ragazzino del posto.
Fui proprio io a trovarlo. I due ragazzi si erano fermati a raccogliere delle more polverose, mentre io avevo
proseguito per una ventina di metri, quando, ai piedi di una parete di roccia alta poco più di due metri, vidi
un corpo che giaceva scomposto tra due grandi sassi. Chiamai ad alta voce i miei compagni: “Uè, vuagliù…”
e mi avvicinai con cautela. Il braccio anchilosato che Gigolè portava sempre accostato al petto era disteso
intorno a un sasso, il corpo giaceva supino e un paio di ferite sulla testa sanguinavano copiosamente.
Probabilmente era da poco precipitato dalla rocca, mentre cercava di arrampicarvisi. Era ancora vivo, dalla
sua bocca usciva un fischio sordo, una sorta di lamento.
Quando arrivarono, i miei due compagni iniziarono dapprima a toccarlo con dei bastoncini, quasi con
ribrezzo e paura, come avrebbero fatto con un grande animale, un bue o un cavallo, poi passarono a tirarlo
per il gilè e i pantaloni. Lentamente vedevo nei loro volti la paura lasciar spazio alla morbosità: la
sofferenza di quel corpo arreso li affascinava.
Capii che era il momento di fare qualcosa e invece di proporre ciò che sapevo essere l’unica decisione

giusta, e cioè correre in paese e chiedere aiuto, mi limitai a un laconico: “Che facciamo?” mettendo così il
destino di Gigolè in mano a quei due bambini cenciosi e ignoranti.
Ciumbriccolo, dotato di un certo carisma, disse subito: “Portiamolo giù al paese.”
“Come facciamo, è troppo pesante” replicò l’altro ragazzino.
“Lo prendiamo per i piedi e lo trasciniamo”, disse Ciumbriccolo.
Io sapevo che era una pazzia, il terreno era molto accidentato e il paese distava più di un chilometro, ma
non dissi nulla, per non assumermi responsabilità e non contraddire Ciumbriccolo.
Fu così che io afferrai un piede, mentre gli altri due iniziarono a tirare il corpo per l’altra gamba. Subito le
asperità del terreno provocarono una serie di sobbalzi alla testa di Gigolè il quale, a un tratto, sembrò
svegliarsi, sbarrò gli occhi e mandò un ululato agghiacciante, un urlo che avrebbe funestato innumerevoli
notti della mia adolescenza.
Fu il suo ultimo segno di vita. Continuammo a trascinarlo come un fantoccio, con grande fatica, spargendo
rivoli di sangue vermiglio sui sassi e sullo smeraldo dell’erba, finché Ciumbriccolo si fermò, si deterse il
sudore dal viso con la falda della maglietta e disse: “Secondo me è morto e se non lo è ancora, sta solo
soffrendo inutilmente. Se lo lasciamo qui, diranno che siamo stati noi a ucciderlo, a pietrate…” Poi indicò
con il braccio un vicino boschetto di faggi ed emanò il giudizio, inappellabile: “La cosa migliore da fare è
buttarlo nella malafossa.”
Neanche di fronte a questa orribile sentenza, io ebbi il coraggio, non dico di dissentire, ma neanche di
dissociarmi.
La malafossa era una cavità naturale di circa un metro di diametro, con una riserva d’acqua la cui superficie
era a circa due metri di profondità rispetto al terreno circostante. Era una delle mete preferite di noi
ragazzi, dato che spesso vi galleggiavano carcasse di gatti e altri piccoli animali. Non era molto lontana da
dove ci trovavamo, e il terreno, in quel luogo poco impervio, mi permise un inutile sussulto
d’indipendenza: non partecipai, cioè, al trascinamento del povero Gigolè fino a quella che sarebbe stata la
sua tomba. Mi limitai semplicemente a scortare quel macabro corteo.
Arrivati al pozzo, i due ragazzi spinsero oltre l’orlo dapprima le gambe, fino alle ginocchia, poi spostarono
in avanti il corpo, fino a quando, quasi senza far rumore, il povero Gigolè sparì alla mia vista.
Quando, timoroso, mi affacciai nella cavità vidi che l’uomo era caduto praticamente in piedi, appoggiato
alla parete del pozzo. Emergeva la sola testa, con gli occhi sbarrati che guardavano, senza vederlo, il suo
ultimo cerchietto di cielo.
Nei giorni seguenti, una colonna di tedeschi eseguì diversi rastrellamenti nella zona, e pochi notarono
l’assenza di Gigolè.
Solo i bambini, alunni di una selvaggia lezione di biologia, andavano al pozzo, per seguire da vicino il
processo di putrefazione.
Poi arrivò l’otto settembre, l’armistizio, la fuga del re, le razzie di tedeschi e partigiani.
Del povero mentecatto si spense ogni memoria.
Ogni memoria, tranne quella di Cocciabbianga e la mia.
Per diverse sere Cocciabbianga continuò a presentarsi sul luogo dell’appuntamento, fino a quando smise di
venire e da allora non si fece più vedere.
Io, invece, raccolsi il poco coraggio di cui la natura mi aveva dotato e, un assolato pomeriggio di fine
settembre, andai a visitare lo stazzo che era stata la casa di Gigolè e di suo padre.
Mentre mi avvicinavo, tutti i miei i sensi erano esasperati: sentivo il tripudio delle cicale e il ronzio degli
insetti, il leggero crepitio dell’erba disseccata sotto i piedi, annusavo la sinfonia dei profumi settembrini:
menta, rosmarino, lavanda... Quando giunsi allo stazzo, la porta era socchiusa, come sempre; la spalancai e
attesi all’esterno, immobile, per quasi un quarto d’ora, fino a quando mi decisi a entrare.
L’ambiente era unico e buio, nell’angolo di fronte alla porta, appoggiati a terra, c’erano i giacigli: due
sacconi riempiti con foglie secche di granoturco, poi due sedie impagliate, un tavolo sbilenco con alcuni
piatti luridi, una caraffa di creta, un mozzicone di candela e un paio di bicchieri di metallo, con il manico.

Nell’angolo opposto vi era una vecchia cassetta di legno a doghe sottili, di quelle che si usano per il
trasporto di frutta e verdura. Mi avvicinai, incuriosito, e vidi una serie di fogli di carta giallina, del tipo che si
usava per impacchettare la pasta sfusa. Accanto alla cassetta ve n’era una risma intera, ancora imballata
con una cordicella, il probabile bottino di uno dei piccoli furti di Gigolè, mentre nella cassetta stessa,
insieme a svariati mozziconi di matita e pezzetti di carbone, era conservata una pila di quei fogli che
riportavano misteriosi graffiti.
D’improvviso, il frinire delle cicale cessò e io fui preso dal panico, arraffai d’istinto le prime carte e corsi a
casa con il cuore in gola.
Quella sera e nei giorni successivi le guardai ripetutamente, quelle pagine: la maggioranza di esse
riportavano disegni incomprensibili che richiamavano alla mente dei parallelepipedi, dei romboidi, linee
ricurve… Solo un paio mostravano, invece, delle figure che potevano chiaramente definirsi geometriche.
Le conservai con cura, quelle carte, fino a quando, durante gli anni del liceo, sentii il bisogno di esaminarle
nuovamente. Non appena riapparvero ai miei occhi, il mio cuore perse un battito, esse presero forma
compiuta e immediatamente capii cosa rappresentavano.
Ciascuno di quei fogli era una carta astronomica del cielo boreale. Tutte le costellazioni erano riportate con
precisione, sia riguardo alle posizioni relative che alle loro dimensioni.
Gigolè aveva disegnato la volta del cielo sulla carta da maccheroni, con carboncini e mozziconi di matita!
Per decifrare, invece, i due fogli con le figure geometriche, mi ci vollero ancora degli anni e l’aiuto di
Ermete, un mio amico, professore di matematica. Quando gli mostrai quei due fogli, dapprima mi guardò
perplesso, poi vidi che, man mano che procedeva nell’analisi, la sua espressione si faceva sempre più
intensa. Prese carta e penna e iniziò a scrivere una serie di calcoli, con accanto varie figure geometriche:
triangoli, quadrati, rettangoli. Trascorse circa mezz’ora, poi appoggiò la penna sul tavolo, mi guardò per
qualche secondo, in silenzio e infine disse: “Tu sei certo che chi ha disegnato queste cose fosse un
analfabeta?”
Mi grattai la testa, perplesso: e risposi: “Beh, ti assicuro che quell’uomo non ha mai messo piede in una
scuola o letto un libro o frequentato studiosi e accademici.”
“Tu sai cosa abbiamo su queste due pagine?”
“No, ma se tu lo sai, ti prego, dimmelo.”
Mentre parlava, Ermete indicava gli scritti con ripetuti movimenti dell’indice: “In queste due paginette, il
tuo… Gigolè, o come si chiama, ha… ha dimostrato il teorema di Pitagora. Senza aver la minima idea di cosa
fossero cateti, ipotenuse e quadrati!”
Io tacqui, sbalordito, poi Ermete continuò: “Devi sapere che nel corso dei millenni, il teorema di Pitagora è
stato dimostrato in tanti modi diversi, euclidei e non. Per stare più vicino a noi, abbiamo le dimostrazioni di
Airy, Perigal, Ozanam, … Bada bene, però, questi erano tutti fior di matematici. Il tuo Gigolè, invece, era un
genio allo stato puro!”
Mi sembra di vederlo, Gigolè, fermo a osservare una piastrella quadrata, come, probabilmente, a suo
tempo aveva fatto Pitagora. D’improvviso, nella sua mente, la piastrella si divide, si moltiplica, si
scompone, si sovrappone, si giustappone… gli rivela uno dei pilastri della conoscenza.
La voce di Ermete mi riportò alla realtà: “Ma tu, l’hai conosciuto?”
“Certo”.
Tanto che, probabilmente, ho anche contribuito alla sua morte, pensai tra me e me, poi continuai: “Ascolta,
Ermete, se ho scelto la specializzazione in psichiatria, è stato proprio per cercare di comprendere meglio la
personalità di Gigolè. Dopo anni di indagini e studi, sono certo che sia Gigolè che suo padre soffrivano della
sindrome di Asperger, un disturbo della più ampia famiglia dell’autismo.”
Ermete emise un fischio di sorpresa: “Ma dài! Sembra che anche Galileo, Newton, Einstein… soffrissero di
Asperger, lo sapevi?”
Sospirai: "Sì, amico mio, purtroppo la differenza tra il genio e la follia si chiama successo. Gigolè e suo
padre non hanno avuto successo. Hanno vissuto da folli e tali sono morti.”

Questa è la storia di Gigolè. Ora che l’ho messa su carta, dopo tanti anni, mi sento finalmente libero. Libero
di morire in pace.
Fuori, il cielo che Gigolè conosceva così bene inizia a scolorarsi e un altro giorno viene a reclamare un
pezzetto di questo vecchio corpo morente. Ma, niente commozione senile, ho avuto molto dalla vita, non
mi lamento.
E Cocciabbianga?
Qualche settimana dopo la fine della guerra, uno dei parenti che ci avevano ospitato a Furci venne a
trovarci, a Pescara e, en passant, raccontò che il povero Cocciabbianga era morto, bruciato vivo nel vecchio
stazzo di Gigolè. Qualcuno aveva parlato di un incidente, altri di suicidio, ma la cosa, in fondo, non
interessava a nessuno, tanto meno sua moglie, e così anche il povero Cocciabbianga passò velocemente
nella terra dell’oblio.
Io lo so, ne sono certo, non fu un incidente. Ho ancora qui, nella testa, la voce incerta del povero ubriacone
che recitava: la vita è un lampo: una fiammata e poi… solo cessi ripieni e teste di morto… una fiammata, e
poi, solo cessi ripieni e teste di morto… una fiammata, una fiammata…
Ho letto da qualche parte che il posto migliore per osservare le stelle è il fondo di un pozzo.
Mi piace pensare che Gigolè sia ancora lì, nella malafossa, con gli occhi aperti sul suo cerchietto di cielo, a
osservare il firmamento che scorre immemore sopra di lui.
Fine
Luigi Lazzaro


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