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il gioco del pianeta gioioso rev8 .pdf



Nome del file originale: il gioco del pianeta gioioso_rev8.pdf
Titolo: IL MONDO CHE HO NEL CUORE
Autore: Pubblimarket

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Libro primo:
dal Paradiso in cielo
al Paradiso in Terra.

Siate
abbastanza
folli da
credere
di cambiare
il mondo.
Edito il 21 dicembre 2012

Bozza gratuita

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 1

Giocare al
Pianeta gioioso
sarà la sfida più
piacevole ed ambiziosa della
tua esistenza
nella nuova
Storia dell'umanità
perché la felicità
sta proprio
nella ricerca
della felicità.

Il gioco del Pianeta gioioso

Per non perdere
la speranza
lasciati trascinare
verso un futuro gioioso
con il cuore
aperto e vibrante
sulla nuova via universale
illuminata
dalla conoscenza.

pagina 2

In una umanità malata per essere caduta nella sciocca illusione
di poter saziare una fame di ricchezza infinita in questo
microscopico pianeta, il romanzo, ispirato dalla canzone
“Imagine” di John Lennon e basato sulla filosofia platonica
della città perfetta, è un inno alla felicità. Uno gioco di pensieri
che stimola e risveglia quella parte di infinito e di Divino che è
dentro di te per far nascere una rivoluzione spirituale verso una
vita gioiosa in armonia con se stessi, gli altri e l'Ambiente.
Vivrai di prima persona la storia del protagonista che, accortosi di aver
sciupato la vita quale imprenditore di successo, lascia ricchezze e fama
e parte in solitario su una barca a vela per vivere alla ricerca della
felicità di ogni essere umano.
Appassionati dialoghi delle persone che incontra, di razza, cultura e
religione diverse, ti costringeranno a filosofare su ogni aspetto della
tua vita.
L'obiettivo di questo gioco di pensieri è la chiamata piena di gioia e
speranza alle genti di tutto il mondo per mettersi in contatto l'un
l’altro e sentirsi parte di una famiglia universale. Così, insieme,
slacciare le cinture della mente e, lasciandola libera di raggiungere gli
spazi siderali, fantasticare il futuro dell'umanità in un ripensamento
critico della oscura tirannide del capitalismo-democratico-religioso che,
con la logica del profitto genera inaccettabili diseguaglianze e miserie
umane nel catastrofico sfruttamento del Pianeta.
Se riesci a sognare un mondo meraviglioso dove sentirti a casa
ovunque nel pianeta e vivere gioiosamente in pace dopo aver
abbattuto l'odio atavico di pregiudizi razziali, religiosi, culturali
e politici, leggi il romanzo e unisciti ai sognatori.

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 3

Dedicato alle donne ed agli uomini che liberi da interessi propri e
abbastanza folli da credere in una comunità planetaria gioiosa
sprigionano le loro energie per risvegliare quella parte
di infinito e di divino che è dentro ogni essere umano.

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 4

Indice
Libro primo: dal Paradiso in cielo al Paradiso in Terra.
1.

Ricchezza, potere, sesso e felicità.

2.

L'isola greca, incontro con l'amore e con Platone.

Libro secondo: Dio è verde.
3.

La Turchia mussulmana e l'origine della vita.

4.

Israele e la storia delle religioni.

Libro terzo: l'origine delle guerre e del terrorismo.
5.

Cuba e lo spirito del Comunismo.

6.

USA e lo spirito del capitalismo.

Libro quarto: Vivere per lavorare o lavorare per vivere.
7.

Le organizzazioni mondiali.

8.

Gli schiavi di ieri e di oggi.

Libro quinto: Nati per essere felici.
9.

Uomo contro uomo.

10. L'isola giardino dei suicidi viventi.

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 5

Chi pensa sia necessario filosofare
deve filosofare
e chi pensa non si debba filosofare
deve filosofare
per dimostrare che non si deve filosofare;
dunque si deve filosofare in ogni caso
o andarsene di qui,
dando l'addio alla vita,
poiché tutte le altre cose sembrano
essere solo chiacchiere e vaniloqui.
(Aristotele, Esortazione alla filosofia)

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 6

Introduzione
Attraverso il tuo appassionato
coinvolgimento nel gioco
darai inizio alla nuova
storia dell'umanità.

Molto tempo fa, i grandi proprietari terrieri sostenevano che l'economia non poteva funzionare senza
gli schiavi. Poi hanno cambiato opinione e l'economia ha continuato a funzionare e meglio.
Oggi, le potenti multinazionali alimentari sostengono che l'economia non può funzionare se ogni giorno non muoiono di fame migliaia di bambini.
Le multinazionali finanziarie sostengono che l'economia non può funzionare senza disoccupati a cui
togliere anche la dignità e la speranza.
Le multinazionali petrolifere e quelle produttrici di pesticidi sostengono che l'economia non può funzionare se non si inquina l'Ambiente.
Le multinazionali farmaceutiche sostengono che chi non può pagare le loro medicine deve morire.
Mi fermo ai fabbricanti d'armi che sostengono che non c'è pace senza le guerre.
La storia umana è un susseguirsi di guerre, miserie e dolori e gli umani sono rimasti come in passato
avidi, brutali, violenti e aggressivi.
Una mano invisibile spadroneggia sul pianeta decidendo, con insaziabile cupidigia, il destino di ogni
singolo uomo e di interi popoli.
La mano invisibile ci ipnotizza con il consumismo verso una progressiva decadenza del livello di coscienza morale e la disintegrazione dei valori umani naturali.
Il risultato è un disordine mondiale capace di soddisfare solo le egoistiche aspettative del capitalismo,
divenuto un celato tiranno che, sostenuto dalla democrazia e dalle religioni, sta provocando un disastro
sociale globale e ambientale.
Consapevole che il lamento degli uomini è antico quanto l'umanità stessa, nel romanzo nasce un movimento opposto di evoluzione e di ascesa verso un pensiero universale ispirato dalla speranza di una
gioiosa vita fraterna tra tutti i popoli del pianeta a cui sei invitato a parteciparvi giocando.
Consapevole che ogni verità può essere contraddetta da una verità opposta, l'intento del gioco è di
cambiare l'aria malata e piena di dolori che stiamo respirando, iniziando dal non credere più alle soluzione proposte da politici, economisti e religiosi, perché come disse Einstein, non si può risolvere un
problema con lo stesso modo di pensare di chi lo ha creato.
Consapevole che la verità non è quella scritta sui libri ma nel cuore di ognuno di noi il romanzo vuole
risvegliare quella parte di infinito e di divino che è dentro di te raccontando la storia di un imprenditore
che lascia fama e ricchezza e parte per un viaggio intorno al mondo, solitario su una barca a vela. Gi rovagando per i mari incontra una studentessa greca che prepara la tesi di laurea su “La Repubblica” di
Platone. Dopo i primi controversi dibattiti sulla finalità politica del platonismo, i due giovani in piena euforia sessuale decidono di simulare l'idea platonica di costruire una nuova città perfetta, una unica città
utopica che comprenda tutto il Pianeta dove far vivere gioioso ogni essere umano chiamandolo Il Pianeta gioioso.
Affrontano i problemi delle molte guerre in atto, delle religioni, della fame, della corruzione, della libertà, dell'uguaglianza e della dignità della gente ma anche della distruzione dell’Ambiente. Concludono che trattasi di micro problemi la cui singola singola soluzione non risolve il problema dell'umanità.
Si focalizzano, quindi, sui macro aspetti della società mondiale iniziando da come dare un lavoro dignitoso a tutti, una sanità, giustizia e istruzione globale d'eccellenza, pur lasciando a ciascuno la libertà
di ciò che vuole essere o avere in una gioiosa pace mondiale. Insomma, una appassionata comunità
planetaria alla ricerca dei valori fondamentali della vita che si sono persi in un mare di obblighi sociali e
consumistici e dogmi religiosi.
L'obiettivo del romanzo è di farvi esplorare la vostra anima e sprigionare le energie affinché donne e
uomini, che credono nella fraterna convivenza dei popoli, collaborino per far camminare l'idea di un
gioioso ben-essere planetario sulle gambe di altre donne e uomini per generazioni e generazioni. Così,

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 7

tutti insieme, dar voce alla speranza e come musicisti di una orchestra globale suonare una nuova sin fonia capace di garantire la sopravvivenza gioiosa della specie umana.
È tempo che ogni essere umano diventi adulto e stanco di essere ingannato inizi a ricercare la verità
per cambiare il mondo iniziando a cambiare se stesso.
Cambiare se stessi significa non cedere alle lusinghe di governanti, militari, preti, insegnanti, superiori e familiari, ma ribellarsi per un nuovo sistema giusto dei veri interessi dell'umanità, sia che Dio ci sia
o non ci sia e quale religione sia la vera o la falsa. Cambiare se stessi significa anche rimanere immuni
dal contagio televisivo e dalle loro gigantesche futilità ed alla sera trovarsi con gli amici a raccontarsi
con un sorriso sulle labbra i sogni sul futuro.
Per la prima volta nella storia dell'umanità, grazie alle tecnologie, si può collaborare al di là dei confi ni, delle culture e delle religioni con una massa sempre più grande di persone contemporaneamente
verso una democrazia diretta in una economia senza competizione e profitto.
Ma se niente avviene per caso, chi vede nella propria vita qualcosa che non funziona ne diventa responsabile se non fa nulla o poco per evitarlo, sia perché gli sta bene o ne trae profitto.
Giocando al Pianeta gioioso diventerai più sereno mentre la tua personalità si arricchirà aprendosi alla
mitezza di un amore altruista di chi, con un sorriso, ti dà una mano senza chiedere nulla.
Se accogli la sfida vieni a giocare su www.pianetagioioso.org

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 8

La canzone ispiratrice è
Imagine
di John Lennon
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente...
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno.

Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 9

Capitolo 1. Ricchezza, potere, sesso e felicità.
Il comportamento umano
è influenzato principalmente
dal rapimento dell'orgasmo sessuale
facilitato dalla ricchezza e dal potere.

«Nonno, voglio diventare ricco.» Una voce giovanile inebriata dall'alcol rompe il silenzio nel chiarore
dell'alba mentre, dopo una notte di navigazione con poco vento, ormeggio la barca in un porticciolo di
pescatori ancora addormentato.
Tra le case bianche e verdi quel giovane si sbraccia per farsi notare da un vecchio che si trova all'altro
lato della banchina.
«Buongiorno.» gli risponde l'anziano, sospirando e scuotendo la testa in un gesto di saggia disapprovazione.
Mi avvicino al vecchio che cammina indolenzito con le spalle sovraccariche di attrezzi da pesca e gli
chiedo con tono compassionevole «Posso aiutarla?»
Lui mi guarda sorpreso con un viso austero solcato da rughe profonde scavate da anni di fatiche sotto
il sole ma con ancora braccia robuste e abbronzate, capaci di affrontare il mare furioso.
«Questo è il porticciolo dei pescatori,» mi risponde con voce rauca ed autoritaria «voi con le barche a
vela dovete ormeggiare nella marina.»
I suoi occhi scuri, con quei riflessi di mare che illuminano lo sguardo dei marinai martoriati dagli anni,
sprofondano nella mia anima e mi fanno liquefare.
Sapendo come una parola amichevole possa avere un effetto positivo, nonostante mi manchi il fiato,
riesco a dire «Scusate, ma resto solo un paio di giorni per riposarmi dalla traversata.»
Lui riprende silenzioso il cammino.
Mi faccio forza e lo avvicino cercando di prendergli il secchio del bolentino dicendo, stavolta, con voce
socievole e cortese «Mi chiamo Alex, lasciate che vi aiuti.»
Ora, da vicino, osservo i suoi occhi blu cobalto irradiare un senso di rassegnazione ma di grande dignità per una vita semplice e onesta, nonostante il duro lavoro.
Lui riprende a radiografare il mio corpo alto dalle spalle robuste, i miei capelli castano scuro mesciati
dal sole, spettinati dal vento e le lenti trasparenti che mi coprono gli occhi assonnati.
Resto col fiato sospeso nella speranza di una positiva risposta chiedendomi, perché la diffidenza fra
gli umani è così profonda da impedire la nascita di una potenziale amicizia?
Anch'io un tempo non salutavo neppure i vicini di casa ed ho continuato questa cattiva abitudine anche quando ormeggiando nei primi porti all'inizio di questa avventura mi sentivo straniero in un paese
ostile. Oggi, invece, ogni nuovo porto diventa casa mia e saluto tutti con un buongiorno ed un sorriso.
Molti mi guardano diffidenti, altri ricambiano il sorriso e mi sento contento di averlo strappato ad uno
sconosciuto.
Sarebbe bello se tutti si salutassero con un sorridente buongiorno come appartenenti all’unica grande
famiglia degli umani. In fondo abbiamo sempre bisogno degli altri per aiutarci e sostenerci a raggiungere i nostri traguardi.
Finalmente, al suo cenno quasi impercettibile di assenso, prendo il secchio mentre lui mi allunga la
mano ruvida dicendo gentilmente «Grazie, ma fai attenzione a non pungerti con gli ami. Mi chiamo Benito, piacere.»
Stringo quella mano callosa con immensa gioia. Sollevo il secchio e mi accorgo di quanto sia pesante
nonostante la mia età compresa fra il voler conquistare il mondo e la delusione di non esserci ancora
riuscito.
Gli cammino vicino, poi decido di rompere il silenzio chiedendogli «Chi era quel bel giovanotto che
vuole diventare ricco?»
«Mio nipote. Torna dalla discoteca dove ha festeggiato i diciotto anni. Quando avevo la sua età non ci
era permesso tornare all'alba.»
«Ma, allora, non c'erano neppure le discoteche.» gli faccio notare con tono pacato e scherzoso come
per difendere la gioventù odierna.
Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 10

Immaginando a quanto quel comportamento fosse lontano dalle sue regole aggiungo «I tempi sono
già cambiati dalla sua alla mia generazione, ma quella di suo nipote è preoccupante.»
In silenzio attraversiamo un vialetto fiancheggiato da una parete rocciosa coperta di pini marittimi
che conduce ad un canale dove a bordo di piccoli pescherecci colorati vi sono pescatori indaffarati.
Ci fermiamo davanti ad una barca tanto vecchia che mi ricorda quella de Il vecchio e il mare di Hemingway, ma anche il nonno è la sua copia.
Lo aiuto a caricare le attrezzature sulla barca mentre una fresca brezza ravviva l'atmosfera e mi sprona a chiedergli coraggiosamente con voce sincera e rassicurante per garantire la mia onestà e moralità
«Vedo che uscite a pescare. Posso venire con voi?»
Benito salta sulla barca con una incredibile scioltezza per la sua vetusta età, apre con le chiavi il tambuccio e scende sottocoperta.
Resto in ansiosa attesa quando il piccolo motore diesel scoppietta nel silenzio del porticciolo e sento
la sua voce rauca ma ancora forte dire «Comincia ad aiutarmi a preparare il bolentino, poi vedremo se
potrai uscire in mare.»
Contento, prendo il secchio, salgo con attenzione sul peschereccio e mi siedo in attesa di istruzioni
come uno scolaretto dicendogli una non verità «Mi faccia fare dei lavori semplici perché vengo dalla città ed ho poca manualità.»
Osservo con attenzione le sue mani vigorose maneggiare filo, ami ed esche con una secolare precisione tramandata da generazioni quando mi dice con voce imperiosa «Tu stacca l'amo dal cesto, io ci
metto l'esca e tu rimetti l'amo dov'era.» Alzo lo sguardo verso di lui in segno di approvazione e mi im pressiono di quanto la pelle del suo viso fosse bruciata dal sole.
Restiamo a lungo silenziosi concentrati sul bolentino e di tanto in tanto osservo i suoi capelli, mai ta gliati da mani esperte, che gli cadono disordinati sulla fronte. Improvvisamente mi dice con un leggero
tono inquieto e preoccupato «Dai, chiudi la tua barca che partiamo.»
Dalla gioia inaspettata torno di corsa sulla mia barca a vela ancora umida dalla rugiada mattutina.
Raccolgo velocemente un maglione ed un asciugamano, metto nel sacco di tela greggia che uso per
andare a far la spesa alcune scatolette di carne in scatola, fagioli, due bottiglia di vino, dei pacchetti di
pane secco e ritorno a bordo del peschereccio dicendo «Ho preso del vino, delle scatolette e del pane
secco nel caso ci venisse fame.»
«In mare è più importante l'acqua del vino.» mi risponde con voce severa senza però perdere quella
fresca effusione che valorizza la semplicità degli individui.
Uscendo dal porticciolo illuminato dai primi raggi di sole Benito saluta con un cenno di mano gli amici
pescatori che mostrano un'aria incuriosita per la straordinaria presenza di uno sconosciuto a bordo con
il vecchio.
Superata la chiesetta bianca con un minuscolo campanile lasciamo il faro di color verde che indica
l'ingresso del porto ai naviganti notturni.
Il nonno mi si rivolge con una voce incoraggiante «Prima buttiamo il bolentino, poi raccogliamo la
rete che ho messo ieri sera, controlliamo la nassa ed al ritorno raccogliamo il bolentino. Ritorneremo in
porto prima che il sole arrivi in mezzo al cielo.» indicando il mezzogiorno ricoperto da trasparenti nuvolette.
La giornata è stupenda con quella brezza tiepida primaverile che avvolge con la sua nitidezza la mia
immensa gioia.
«Adesso che siamo usciti dal porto tieni tu il timone, punta quel promontorio con sopra la torre, io
vado a controllare la sentina.» mi dice con la voce come di un eroe che adempie in modo ammirevole
alla sua funzione di servizio alla Natura.
Prima di assumermi tale responsabilità, non avendo ancora fatto colazione, stappo una bottiglia di
vino, ne bevo un sorso accompagnandolo con un pezzo di pane e, finalmente, mi sento tranquillo nel
mantenere la giusta rotta.
Benito riappare, osserva con attenzione il promontorio e dalla sua espressione stupita capisco che ha
voluto verificare la mia capacità di timoniere e con un movimento soddisfatto del viso mi dice «Perché
sei venuto nel porticciolo dei pescatori e non nella nuova marina?»
«Per due motivi. Il primo, per non pagare l'ormeggio. Il secondo per fare amicizia con i pescatori che
ho sempre trovato gentili ed ospitali e nella speranza di uscire con loro a pescare.»
«Come sei riuscito a fare con me?»
«Si.»
«Per avere qualche pesce da mangiare?» mi chiede aggrottando il viso mentre scruta la mia reazione
con i suoi occhi velatamente stanchi ma decisamente penetranti.
«No, per imparare a pescare, ma soprattutto per capire perché i poveri pescatori sono felici ed i ricchi
cittadini invece no.»
Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 11

Benito esplode in una fragorosa risata di scherno e dice «Come fai a dire che i poveri pescatori sono
felici ed i ricchi no!»
«Perché la gente misera che non si aspetta grandi cose vive di buon cuore, mentre i ricchi al contrario vivono miseramente.»
«Com'è possibile vivere miseramente con i soldi.» replica con una voce piena di ironia mentre muove
il polso per darmi dell'ingenuo.
«Ogni desiderio non esaudito arreca dolore ed i ricchi hanno molti desideri. Sono desideri diversi di
quelli dei poveri, invece di una Ferrari che già guidano desiderano un elicottero, ma la sofferenza è la
stessa.»
«Vuoi dire che la felicità sta nel non avere desideri?»
«Senza dubbio, desiderio e ambizione impediscono di raggiungere la vera felicità e l’armonia, mentre
nella sobria rinuncia si trova il pacifico senso della vita e la serenità dello spirito.» ed ironico aggiungo
«Anch'io ero un ricco imprenditore infelice.»
Lui cessa di ridere e riprende a dire dopo una breve pausa «Ti assicuro che la vita semplice, ingenua
ed onesta dei pescatori, pur vissuta a contatto con le meraviglie naturali, non è felice.»
«Io invece credo che il lento ritmo della Natura lascia quel tempo essenziale per pensare, ricordare,
riflettere che poi si trasforma, quasi involontariamente, in quella tranquillità meditativa indispensabile
per comprendere se stessi e conciliarsi con la vita, gli altri e la Natura. All'opposto in città, dove la vita
è frenetica per il desiderio di ricchezza, potere e gloria, le bellezze naturali sono sostituite dal consumismo egoista e volgare tanto da rendere, molti, persino orgogliosi della cattiveria e malvagità che si re spira.»
A queste parole vedo il viso del nonno incresparsi pensieroso rivelando quelle cicatrici psichiche lasciate dalla delusione di una lunga ricerca spasmodica della ricchezza senza successo.
Mi rattristo nel vedere quella sua espressione amare di sconfitta per credere falsamente al fallimento
di una vita insignificante tanto da farmi stringere molto forte la barra del timone e scaricare su quel ruvido legno il mio disagio.
Benito, forse accorgendosi di quel disagio dice incuriosito «Eri un imprenditore ricco e infelice? e
adesso cosa sei?»
Restio a rispondere ad una domanda così personale prendo il bicchiere del vino, ci inzuppo una fetta
di pane secco e gliela offro.
Considerato che quel pescatore non l'avrei mai più rivisto nel resto della mia vita e per tenere viva la
conversazione mi faccio coraggio ed inizio a raccontare la mia storia.
«Si, ero imprenditore, un lavoro impegnativo. Inizialmente era un divertimento, poi qualcosa è cambiato in me.»
«Cosa?»
«Ero diventato nervoso per i troppi impegni e problemi tanto da considerare il riposo come un impic cio, una perdita di tempo.»
«E allora.»
«Ho sentito il bisogno di aprire i miei orizzonti e mi sono trovato involontariamente a riflettere.
Aprendo gli occhi sulla mia vita ho visto una giungla dove ciascuno cercava di strappare all'altro beni e
ricchezze senza il minimo scrupolo di distruggere vite umane, compreso amici e familiari. Anch'io mi
sono visto come una belva cacciare e sbranare per avere cose che subito dopo non desideravo più. Accadeva anche per le persone che mi giudicavano avido e disumano.»
Benito alza la mano per segnalarmi di tacere, calcola mentalmente la distanza dal promontorio, si
sporge per osservare il fondo di quel mare trasparente e mi dice «Stiamo per arrivare dove calare.
Spengo il motore.»
«Bevi un sorso di vino prima?» gli chiedo.
«Meglio dopo.» e resta in atteggiamento di ascolto del silenzio come per accogliere il consiglio del
mare.
Scoperchia il cesto del bolentino da un ruvido panno di iuta ed aggiunge «Aiutami a passare gli ami
ad uno ad uno senza imbrogliarli ed io li calo in mare.»
Consegnatogli l'ultimo amo verso il vino nelle due tazze e brindiamo alla perfetta calata del bolentino
di circa un centinaio di ami.
Che piacevole sensazione gustare quel vino in quel profondo silenzio respirando l'aria profumata dalla
salsedine di quell'immenso mare azzurro sotto un tiepido sole e la vista di quella costa meravigliosa.
Purtroppo Benito rompe quel magico momento accendendo il motore e mi dice «Ora dirigiti verso
quell'insenatura che raccogliamo la rete, ma continua con la tua storia.»
Incoraggiato dal vino e dalla sua curiosità continuo «Dopo tanti anni dedicati a svolgere quel che credevo l'onorevole ruolo di imprenditore mi sono sentito sempre più incatenato da una società che non
Il gioco del Pianeta gioioso

pagina 12

riuscivo più a capire. Si, avevo una bella villa, diverse automobili, tanti amici ed una fabbrica con un
centinaio di dipendenti. Viaggiavo molto in giro per il mondo a vendere i miei prodotti ed avevo molto
successo unito a un devoto rispetto di tutti. Ma quando mi guardavo allo specchio non vedevo più quella brava persona, pulita e solare che ero quando da troppo giovane avevo iniziato. Odiavo persino i lussuosi vestiti che dovevo indossare in una visibile insofferenza.»
«Succede spesso a molti ma continua.» mi dice spronandomi a gesti a proseguire.
«Ho solo avuto modo di meditare profondamente quando ho passato un mese all'ospedale per curarmi da un esaurimento nervoso che si manifestò con l'insonnia, attacchi di panico, ansia, fobie e paura
delle responsabilità. In quel luogo dolente ho capito di essere imprigionato dalle catene di quella vita
agiata e brillante ma disumana per i troppi impegni e che la felicità non si raggiunge con la ricchezza.»
«E come si raggiunge?» mi chiede trepidante.
«Io credo che tanti soldi non fanno la felicità , anzi fanno male alla salute.»
«Alla salute?» mi interrompe sorpreso.
«Vedi, caro Benito, la depressione e l'esaurimento sono malattie dei ricchi che, senza rendersene
conto, sono conseguenti dall'essere odiati da tutti compreso i finti amici.»
«Vuoi dire che i ricchi sono infelici perché sono odiati?»
«Si, anche se loro non se ne rendono conto oppure non vogliono guardarsi allo specchio e scoprire
cosa c'è nel profondo della loro anima o forse non ne hanno il tempo.»
«Sarà, comunque i soldi aiutano molto.»
«Vero, ma tu sei stato esaurito o depresso durante la tua vita?» gli chiedo immaginando la risposta.
«No, mai. Pensandoci, non mi ricordo di essere stato neppure ammalato.»
«Invece a chi vive nell'abbondanza succede, specie se il danaro diventa il loro Dio e quando toccati
dalla sofferenza fisica e morale iniziano ad accorgersi che la ricchezza non è sinonimo di felicità.»
«Ma neanche la povertà e la miseria rendono felici.» mi rimbecca lui.
«D'accordo, ma i poveri hanno un vantaggio, il desiderio di diventare ricchi e ciò li aiuta a vivere lottando pur inconsapevoli della delusione che offrirà loro la ricchezza. Vi è un proverbio cinese che dice I
problemi iniziano quando è finito il tetto della casa.»
Increspa le sopracciglia per intensificare la riflessione sul concetto cinese e quando sembra di averlo
compreso replica con convinzione «Anche i ricchi hanno un desiderio, quello di diventare sempre più
ricchi.»
«Infatti, organizzano la loro vita per raggiungere un obiettivo per poi scoprire che bisogna raggiungerne degli altri e degli altri ancora fino a perdere il vero senso dell'esistenza.»
«Vero, ma esisterà un limite.»
«Per alcuni quando riscoprono i bisogni profondi e spirituali dell'animo umano, come è accaduto
all'uomo più ricco del mondo che ha donato miliardi dollari in beneficenza.»
«Quello dei computer?»
«Si, dimostrando che vi è anche una miseria e povertà morale e spirituale ed è proprio quella che uccide la vita.»
«Vorresti dire che senza niente per cui lottare non resta altro che morire?»
«Forse la soluzione sta nel mezzo, in una vita dignitosa, tranquilla e serena senza essere ne troppo
ricchi ne troppo poveri.»
«Sono d'accordo, accontentarsi è l'unica fonte di gioia.»
Osservo Benito riflettere con il cervello sopraffino dei pescatori non istruiti e poi dice «Quindi per essere felici bisognerebbe diventare prima ricchi, poi, quando ci si rende conto che la ricchezza rende in felici bisogna ritornare poveri.»
Si ferma di nuovo a riflettere e poi continua «Vuoi ascoltare una barzelletta che si racconta al bar del
paese?»
«Certamente.» lo esorto incuriosito di quale barzelletta può raccontare un pescatore.
«Ascolta. Un imprenditore fa visita al suo rappresentante per fare insieme gli ordini ai clienti più importanti. Dopo un lauto pranzo in uno dei migliori ristoranti in riva al mare, in attesa dell'apertura dei
negozi, passeggiano sulla spiaggia. Incontrano un uomo sdraiato a prendere il sole, lo avvicinano e lo
salutano. Il ricco imprenditore gli chiede cosa fa di lavoro? e si sente rispondere faccio il pescatore con
quella piccola barca. Cambiando la voce con un tono infastidito l'imprenditore gli chiede perché non è a
pescare. Il pescatore risponde sto prendendo il sole. L'imprenditore continua dicendo che se andasse a
pescare potrebbe guadagnare di più e col maggior guadagno comperare una barca più grande e andare
più al largo a pescare pesci più grandi e guadagnare ancora di più e col guadagno comperare un pe schereccio d'altura e guadagnare sempre di più. Il pescatore rimane a bocca aperta di fronte al racconto immaginando già tutta quella montagna di soldi. Poi, con tutti quei guadagni, continua l'imprenditoIl gioco del Pianeta gioioso

pagina 13

re vedendolo interessato, potrà comperare una nave industriale, pescare i tonni e fare direttamente le
scatolette sulla nave. Osservando il pescatore affascinato dall'impresa di produrre scatolette di tonno
sulla sua barca continua dicendo che con gli immensi guadagni poteva comperare una intera flotta di
navi industriali per pescare e fare scatolette in tutti i mari del mondo. A quel punto sarebbe ricco sfondato e potrebbe smettere di lavorare e venire a prendere il sole. Il pescatore lo guarda, pensa a tutto
quel caos di lavoro, navi, tonni, scatolette ed una montagna di soldi per poi tornare a prendere il sole e
gli dice ed io cosa sto facendo.»
Mi sono divertito molto a vedere il nonno sorridere da solo mentre raccontava la barzelletta e gli dico
con tono serio «Questa, più che una barzelletta è una lezione filosofica di vita.»
Lui si mette a scrutare la superficie del mare e mi indica un punto poco lontano dicendomi «Guarda in
quella direzione e quando vedi una bandierina gialla indicala puntandola.»
«È la bandierina della rete?»
Mi risponde con un gesto positivo del capo.
Raggiunta la bandierina mi sento dire con tono deciso «Prepariamoci a raccogliere la rete, tu tira lentamente i galleggianti uno ad uno e quando vedi un pesce fermati che io lo stacco.»
Mi fermo diciotto volte e Benito toglie diciotto bei pesci da porzione fra saraghi, orate e spigole e due
grossi polpi.
«Alex, tu porti fortuna. Da tempo non pesco così tanto, o forse quei detestabile ladri non hanno trovato la rete questa notte oppure hanno trovato di meglio da rubare.»
«Ladri di pesce!» domando molto stupito.
«Certo, vengono di notte con le bombole a staccare i pesci dalla rete.»
«Pazzesco. Fino a che punto è giunta la disonestà umana.» dico con aria schifata e continuo «Cosa ne
fate di tutto questo pesce?»
«I polpi li mangiamo in famiglia stasera con le patate bollite mentre i pesci li vendo direttamente ai
ristoranti della marina non essendoci più il mercato sull'isola. Pensa che fino a poco tempo fa venivano
persino dal continente per comperare il nostro pesce fresco.»
Osservo con gli occhi accecati dal sole i polpi che avvolgono con i loro tentacoli i pesci nell'illusione di
mangiarli mentre loro si dibattono per liberarsi nell'ormai inutile estremo tentativo di sopravvivere,
dato che il loro destino è già assicurato nelle pentole dei ristoranti.
Il motore riprende a borbottare e torno al timone sull'ordine di Benito «Dirigiti verso la torre, la sotto
c'è una nassa, la controlliamo e poi andiamo a raccogliere il bolentino.»
«Ok, comandante, ma prima ci meritiamo un goccio di vino.» gli dico sorridente e lui ricambia il sorriso soddisfatto dall'abbondante pesca.
Sorseggiando il vino mi chiede «Quando hai capito che da ricco non eri felice, cosa è successo?»
«Mi sono chiesto come lasciare quel recinto opprimente di una vita frenetica e disumana costruito
dalla società dei consumi ormai divenuta la generatrice simbolica di tutti i disvalori. Persa la gioia della
vita mi sono detto che avendone una sola non potevo perdere altro tempo. Così, dentro di me, una forza sconosciuta fece nascere nuovi desideri e nuovi sogni alla ricerca bramosa della strada che porta
alla felicità.»
«E l'hai trovata?»
«La meditazione è stata lunga e difficile. Il primo desiderio è stato quello di essere più libero per
conversare con gli amici e capire quando e come avevamo perso i valori fondamentali della convivenza
lasciandoci attrarre da una società schizofrenica e ambiziosa di ricchezza inarrestabile. Una società corrotta con una moralità decadente nello spirito, nell'onestà e nel costume, una società senza nuove idee
che sentivo destinata ad una inevitabile fine.»
«Gli amici cosa ti hanno detto?»
«Mi sono presto reso conto della generale indifferenza ai miei pensieri ed ho iniziato a vedere intorno
a me un insieme di gente superficiale, noiosa, volgare e meschina. Osservandola attentamente ho notato che non sorridevano mai. Mi resi conto che gli amici lo erano più per interesse e così diventarono
ad uno uno degli estranei sgradevoli. Non riuscivo più a comprenderli nei loro discorsi, sempre e solo di
soldi, sesso e potere. Più salivo in alto a comunicare le mie sensazioni a conoscenti potenti e ricchi,
l'aria che respiravo era sempre più puzzolente, intrisa di ricatti e compromessi ma anche di violenza
versa i più deboli ai quali non riconoscevano neppure la dignità di esseri umani. Mentre sentivo scorre re nelle vene la responsabilità del dolore del mondo mi son chiesto che c’entravo io con quella disumanità?»
«Questo è buono, visto che la maggioranza delle persone ne è insensibile.»
«Così ho deciso di ridiscendere piano piano i gradini della scala sociale ed avvicinarmi alla gente più
semplice con ancora dei valori umani come i pescatori ed i contadini.»
«E non hai pensato che tanto non ci si può far nulla per migliorare questo mondo?»
Il gioco del Pianeta gioioso

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«A tutti assale la paura dell'impotenza di non poter fare nulla contro una società che considera i poveri e i più deboli come un concetto astratto che deve stare lontano dalla loro vita.»
«Anch'io ho pensato a quante migliaia di bambini muoiono di AIDS per mancanza di medicine che
noi buttiamo via.» interviene lui per incoraggiarmi a continuare.
«Anch'io soffocavo il fuoco della collera per i bambini morti di fame nei paesi tenuti sottosviluppati
mentre noi, ancor oggi, gettiamo nei rifiuti quasi la metà del cibo che produciamo.»
«Vi sono anche giovani che muoiono in tante guerre incomprensibili e senza saperne il perché.» aggiunge sconsolato.
«Certo, e non dimentichiamo i giovani d'oggi infatuati dalla società consumistica che attratti dal facile
guadagno si spingono nell'illegalità.»
«Intendi i drogati?»
«Anche. Per tutto questo la mia coscienza si ribellò e pur vivendo ancora nel massimo della intolleranza e prepotenza ho trovato la forza di cambiare.»
«Io invece mi sono arreso pur nel tormento di non poter fare nulla per migliorare questo mondo ingiusto.»
«No, io non sono riuscito a trovare una giustificazione per arrendermi. Poi, avvicinandomi alla Natura
mi si è liberata la mente.»
«La Natura ti ha detto come fare?»
«Mi ha invitato a non demordere e continuare a cercare la mia e la conseguente altrui felicità.»
«Perché l'altrui?»
«Pare che cercando la felicità degli altri trovi la tua.»
Giunti sotto la torre arroccata su un promontorio roccioso Benito spegne di nuovo il motore dicendo
«Siamo arrivati. Dammi il timone, tu prendi l'ancora, blocca l'anello in fondo alla cima a quella bitta e
quando te lo dico, buttala.»
Entriamo in un anfratto che sembra una piscina sovrastata da una torre in cima al promontorio che
risalta nel cielo, unico resto di un castello fortificato. Da li una pineta scende dolcemente fino alla riva
del mare.
In quel luogo di pace e silenziosa tranquillità gli dico nella speranza di assaporare il più a lungo possibile quel momento rasserenante «Beviamo un altro sorso di vino?»
«Meglio dopo quando l'ancora ha preso.»
Mi sento fiducioso per quella manovra avendola ripetuta centinaia di volte in ogni tipo di fondale e
tutto si svolge correttamente.
«Bravo, l'ancora ha preso. Ci siamo meritati un sorso di vino prima di raccogliere la nassa.»
Preparo delle tartine con il pane secco e della carne in scatola e lui mi dice «Mi stai viziando troppo,
di solito non mangio durante tutta la mattinata.»
«Un poco di energia non fa mai male, io ne sento il bisogno con questo caldo.»
«Va bene riposiamoci un poco. Ma dimmi, dopo il consiglio della Natura cosa hai fatto?»
«Ho iniziato a credere che per smettere di sentirsi impotenti e voler migliorare il mondo, l'unica solu zione era di cambiare vita. Così mi sono convinto che non è mai troppo tardi per sognare un altro sogno durante l'unica vita che abbiamo ed ho iniziato quello di cercare la felicità con lo stesso entusiasmo
di quando decisi di fare l'imprenditore.»
Lui interviene con tono da esperto psicologo «La felicità non esiste.»
«Direi che la felicità è indescrivibile, ma qualche volta può capitare di essere felici in un momento più
o meno lungo della vita. »
«Forse a qualche fortunato può essere capitato di sentirsi soddisfatto di ogni desiderio, io no.»
«Non credi sia felice anche chi non avendo desideri si addormenta senza pensieri e l'anima serena?»
«Sono un pescatore, non un filosofo. Ma continua la tua storia.»
«Quando ho riconosciuto di essere arrivato alla fine della carriera imprenditoriale per aver perduto la
passione e l'entusiasmo, mi sentii pronto a poner fine al tormento. Ho lasciato tutto, ho rinunciato ai
lussi materiali ed agli onori e sono partito da solo per fare il giro del mondo sulla barca a vela che hai
visto. Si chiama Charly.»
«Mi sembri un po' pazzo. Ma come dice un antico proverbio non tutti i mali vengono per nuocere. Nel
tuo caso l'infelicità ti è stata portatrice di una nuova vita. Ma ora sei felice?»
Mi faccio coraggio a rispondere ad una domanda così impegnativa e gli dico dubbioso «Ho tanto tempo che mi permette di riconsiderare la bellezza, la bontà e lo spirito romantico, valori che avevano perso significato.»
«Ma sei felice o no?»
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«Ho capito che per essere felici non solo bisogna accontentarsi ma, soprattutto, mi sono convinto che
occorre far felici gli altri.»
«Quindi tu sei la conferma che se da ricco diventi povero e vivendo nella semplicità e umiltà si trova
la felicità?»
«Io non sono proprio povero o almeno povero nel senso che tu puoi pensare, ma vivo come un povero per scelta.»
«Quindi vivi anche tu nelle ristrettezze? E non ti mancano i lussi materiali e le onorificenze?»
«No, assolutamente no. Da giovane li credevo importanti, oggi trovo più stimolante avere tanto tempo da dedicare alla ricerca della felicità. Avendo lasciato tutto, ricchezza e fama, mi sono liberato dalle
catene che mi tenevano prigioniero e mi travolgevano nelle rapide del fiume di una triste vita intrappo lato dagli impegni quotidiani che ombreggiavano la mia libertà.»
«Cosa intendi per libertà?»
«La forza di cambiare e, nonostante il passato, scegliere il resto della vita che desideri.»
«E adesso credi di poter scegliere?»
«Ho smesso di fare ciò che non mi piace e vivo la mia passione. Ci vorrà del tempo per scoprire il segreto della vita e trovare la strada verso la felicità. Nel frattempo, con un nuovo zaino sulle spalla, percorro un ignoto destino accettando serenamente le avventure che la vita mi riserva senza desideri ed
ambizioni. »
«Cosa speri da questo ignoto destino.»
«Spero di trovare un'isola deserta dove vivere senza far del male alla Natura ed all'umanità. Ma in
realtà non so dove il vento condurrà la barca e per quanto tempo potrò vivere di questo sogno.»
«Dai vediamo se c'è qualcosa nella nassa.»
«Ti aiuto a tirarla su.»
«Niente pesci. Ancora niente.» protesta contro il mare e senza guardarmi mi ordina «Dammi le sardine avanzate che le butto dentro sperando che questa trappola funzioni ancora. Salpa l'ancora che an diamo a raccogliere il bolentino.»
Immagazzinata l'ancora ed usciti dall'anfratto volgo lo sguardo all'orizzonte cercando di capire dove
finisce il mare ed inizia il cielo in quell'indefinito confine che riporta deliziosamente il mio pensiero a
quel giorno decisivo della mia nuova vita.
Benito, si rende conto dal mio sorriso velato che sto rievocando un piacevole ricordo e, consapevole
di quanto i ricordi riempiono la solitudine dei pescatori solitari in mare, mi lascia ai miei pensieri.
Ricordo di quel lontano giorno che a seguito di una orribile sensazione di colpa seguita da un dolore
lancinante alla bocca dello stomaco abbandonai la ditta e andai a riflettere in riva ad un ruscello. Quel
rivolo d'acqua attraversava un boschetto, l'ultimo frammento della Natura scampato alla strage della rivoluzione industriale. Durante la vita ho ricordato spesso quel boschetto, mio alleato durante la gioiosa
fanciullezza. Lì, sono avvenuti i primi incontri nascosti con le ragazze ed i primi innocenti baci. Lì, ho
fumato le prime sigarette. Ci arrivavo in bicicletta con le ragazze nei pomeriggi liberi dalla scuola e bidonando gli amici.
Quanta vita c'è nascosta in noi senza che ce ne accorgiamo.
Ricordo che in quel boschetto ho sentito i primi brividi scrollarmi la coscienza mentre ascoltavo la
voce della Natura sussurrarmi che c'era un'altra vita ad attendermi, una vita riflessiva e pacifica senza
più quell'esistenza disumana imprigionata nella perfida rete del capitalismo.
Ricordo quando mi stesi sull'erba che odorava di foglie secche ed osservavo l'acqua scorrere mite fra
le lunghe ombre degli alberi, le farfalle svolazzare, gli uccelli cinguettare e gli insetti muoversi
nell'erba. Quella vita rilassata della Natura ravvivò il mio animo quando raccolsi un legnetto e lo gettai
nel fiume seguendolo alla deriva fino a quando scomparve. Lasciando la fantasia perdere i suoi confini,
continuai a seguirlo percorrendo con lui le varie pianure, cascate, l'ingresso e l'uscita dai laghi e senza
mai arrendersi arrivare al mare sconfinato. Mi sembrò di sentire il profumo del mare e proprio quel
profumo immaginario di salsedine diede inizio al mio risveglio. Si, risorgere con un nuovo senso della
vita verso un domani migliore. Fu in quel momento che mi sono intimato di rinascere dal quella vertigi nosa quotidiana morte e come quel secco ramoscello andare alla deriva nel fiume della nuova vita.
Benito, pur intenzionato a lasciarmi rivivere i momenti gioiosi del passato, mi appoggia lievemente
una mano sulla spalla tossendo leggermente «Scusami Alex, stiamo arrivando.»
Quell'amichevole tocco mi aiuta a scendere rapidamente dalle nuvole di quelle euforiche memorie e
gli rispondo con l'aria stralunata di grato attaccamento a quel legnetto che ha rinnovato il mio destino
«Scusami tu, ho rivissuto alcuni importanti momenti del lontano passato.»
«Cerca il sughero, poi io fermo il motore.» accenna con un timido sorriso.
Non impiego molto tempo ad individuare il grosso sughero sulla superficie del mare ed iniziamo a salpare amo dopo amo rimettendoli ordinatamente al loro posto nel cesto rotondo.
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Mi diverto a vedere il nonno sorridere quando intravede nell'acqua cristallina un pesce andare a sinistra e a destra nel tentativo di svincolarsi dall'amo ed ogni volta sentirmi dire «Prendi il retino.»
Quanto invece mi rattrista la sua espressione delusa per ogni amo vuoto.
Raccolto l'ultimo galleggiante con la bandierina nera che indicava la fine del bolentino, Benito avviando il motore avvisa «Rientriamo, sono contento di aver riempito il secchio.»
«Quanto pensa di ricavarci da questi pesci?»
«Vuoi saperlo per fare il pescatore?» mi risponde con tono spiritoso.
«No, solo per curiosità. Io pesco con la canna a traina mentre navigo, ma solo per alimentarmi.»
«Chiederò settanta per chiudere a cinquanta, se fosse così tutti i giorni non mi lamenterei.»
Nella serenità del rientro mi chiede con tono curioso «Ma dimmi, hai venduto tutto i tuoi beni o ne
possiedi ancora.»
«Quando mi sono sentito in trappola ed il desiderio di osare il salto ha trovato nel mare il ponte verso
l'evasione ho fatto il nuovo piano di vita. Ho deciso di vendere tutto per sciogliermi da tutte le catene
che mi imprigionavano e non avere più contatti con il passato. Volevo dimenticare la vita trascorsa
come se non l'avessi mai vissuta.»
«Non sarà stato facile.»
«No, non è stato per niente facile trovare l'uscita dalle secche in cui mi ero infilato e navigare fra i
nuovi canali di una vita sconosciuta. Ho dovuto sopportare per due anni la responsabilità imprenditoriale condividendola con il sogno della futura vita.»
«I tuoi amici cosa dicevano?»
«Nessun amico mi ha sostenuto, anzi, per ostacolarmi hanno indossato una maschera diversa ed ho
dovuto fare da solo affinché la mia partenza non provocasse danni a nessuno. Quando lo spessore delle
catene che mi imprigionavano cominciava ad assottigliarsi ho venduto l'azienda ed ogni altro bene. Ho
pagato tutti i debiti lasciando al mio avvocato la procura di incassare i numerosi crediti che poi, approfittando della mia lontananza, non mi ha mai restituito.»
«E di cosa vivi?»
«Ho una barca ed un poco di denaro quale riserva per situazioni di emergenza che non ho ancora toccato. Per guadagnare qualche soldo, alcune volte, faccio anche lo skipper sui panfili a motore.»
«Hai la patente per condurre le grandi barche?»
«Si. Quando decido di fermarmi in qualche bel posto, faccio circolare la voce fra gli yacht e non immagini quante persone mi cerchino per portarli fuori il fine settimana. Sono in genere dei ricconi che
pagano bene. Sono diventato anche esperto nel riparare l'elettronica di bordo e con pochi spiccioli acquisto i pezzi di ricambio in Inghilterra che mi strapagano con la riparazione, specie in quei porti dove
non c'è assistenza. Considera anche che navigando a vela costa pochissimo. Non ho l'affitto e le bollette da pagare, le scarpe ed i pochi vestiti durano anni, mangio molto pesce che pesco io e non ho neppure una bicicletta. Andando sempre a vela un pieno di gasolio di cinquanta litri mi dura sei mesi.»
«Anch'io volevo inventare un peschereccio a vela, ma non ci sono riuscito.»
Il sole sta per raggiungere il mezzogiorno quando ci avviciniamo all'ingresso del porto mentre i gabbiani affamati, con le loro strida, volteggiano sopra di noi disegnando grandi cerchi nel cielo infuocato
tanto da ombreggiare la distesa azzurra del mare. Li osservo abbassarsi sulla scia della barca e scomparire sotto l'acqua per uscirne con in bocca le esche avanzate.
«Eccola là, la tua barca sana e salva.» mi dice con un tono di sollievo indicando l'albero, pur non credendo possibile che qualche ladro l'avesse presa di mira.
Giro la testa per orientarmi e mi soffermo ad osservare quel mare che sembra addormentato nelle
braccia dell'orizzonte.
«Grazie per la meravigliosa mattinata.» gli dico e raccogliendo la mia borsa aggiungo «Le lascio il
vino, domani lo beva alla mia salute e vedrà che pescherà ancora più pesci.»
«Speriamo sia vero.» mi risponde con aria gratificante che vedo diventare progressivamente pensierosa mentre riordina la barca, forse ricordando il desiderio di diventare ricco del nipote contrapposto
alla mia storia di diventare povero.
Prima di allontanarmi gli porgo la mano in segno di amicizia e scorgo il suo viso rugoso illuminarsi
come se gli si fosse accesa una lampadina nel cervello e mi dice con voce convincente «Al tramonto
vieni a cena da noi.»
Pur sapendo di non poter rifiutare per non offenderlo ribatto gentilmente «Non vorrei disturbare.»
«Te la sei guadagnata la cena.» dice alzando la voce per farsi sentire meglio, mentre si avvia verso la
marina da diporto con il cesto pieno di pesci ancora tremolanti dagli ultimi lamenti, ed aggiunge indicandola con l'indice «È quella casa lassù.»
Sono veramente contento dell'invito. Sento che può darmi qualcosa di importante nella conoscenza
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della vita dei pescatori.
Sotto il sole che si adagia verso il tramonto, espandendo colori in altri colori, mi avvio verso la casa
indicata. Attraverso la piazza del mercato osservando gli ultimi raggi di sole illuminare la guglia più alta
della chiesa. Da una cucina sento uscire profumi appetitosi di pesce fritto, cipolle e peperoni.
Salgo per un vialetto tra alberi in fiore quando vedo Benito seduto a sostituire gli ami mancanti del
bolentino e disporli ordinatamente nel suo contenitore, godendo del privilegio che è dato a chi non ha
fretta.
«Buona sera, ho portato una torta gelato ed una bottiglia di spumante da metter in frigo.» gli dico
mentre lui mi invita gentilmente ad entrare.
L'ingresso è lindo con pareti in calce bianca ricoperte da stampe di pescatori ed una cassapanca antica. Attraversiamo la sala da pranzo che, in contrasto con la penombra dell'ingresso, è invasa dalla luce
della terrazza che risalta il legno della mobilia ed il pavimento tirato a cera. L'ampia terrazza è a picco
sul mare tanto che si potrebbe pescare con la canna.
«Avete una bella casa ed anche il borgo che ho attraversato è molto bello.» gli dico affascinato dalla
terrazza.
«Si, è un borgo bello dall'esterno ma dietro quelle colorate facciate è scomparsa la vera bellezza di
un tempo. Molti isolani hanno venduto le loro case a picco sul mare che sono state ristrutturate in seconde case di lusso. Noi siamo fra i pochi rimasti a difendere il paese dall'assalto turistico.» mi risponde pieno d'orgoglio.
«E che rapporto avete con questi nuovi vicini?»
«Li vediamo raramente durante le vacanze e qualche fine settimana. Aspettano come avvoltoi che
vendiamo anche noi ma io non mi arrendo» e dopo un momento di penosa riflessione riprende «fino a
quando mi accompagneranno lassù in cima alla collina a ritrovare i miei amici al cimitero e scoprire
cosa ci aspetta dopo morto. Ma ecco i miei nipoti.»
La porta cigola ed un attimo dopo si sentono i passi leggeri di due giovani. Benito me li presenta
«Aldo, il mio nipote maggiore, laureato in economia che lavora in uno stage non retribuito ed Adriano,
il diciottenne che vuole diventare ricco.»
Ci scambiamo una vigorosa stretta di mano e scrutando i loro visi lentigginosi dagli occhi celesti, ca pelli neri e con spalle forti su corpi snelli noto l'aspetto di Aldo più fine del fratello.
«Complimenti ha due baldi nipoti.» mi congratulo con il nonno.
«Sono molto diversi. Aldo, più taciturno e riservato ha però studiato, mentre chi ci preoccupa è Adriano che resta in casa le poche ore che dorme ed i pochi minuti della colazione.»
Nel silenzio di Adriano mi permetto di dire «Oggi, molti giovani conducono una vita disordinata e mal
governata dagli amici che sostituendo la famiglia ne diventano la componente più importante della
vita.»
«Ma non è sbagliato?» mi chiede Aldo con uno sguardo indagatore ed aggiunge prima della mia risposta «e come è possibile rimediare?»
«Non credo si possa sanare in quanto la famiglia è imposta mentre gli amici si scelgono.» gli rispondo
mentre mi accompagnano dalla nonna in un angolo del terrazzo nascosto da un pergolato spiovente di
sempreverde e circondato da alberelli di limoni.
Mi trovo innanzi una donna minuta dai lunghi capelli accuratamente pettinati, sottili come fili d’argento e gli occhi di color noce moscata circondati da rughe profonde. È seduta su una sedia a dondolo ma
senza dondolarsi. Il suo corpo è curvo per la vecchiaia con lo sguardo rivolto al sole morente in un
quell'orizzonte di cielo rosato senza nuvole. Sono affascinato dal suo sguardo staccato dalla realtà, forse a ricordare una vita in partenza verso il nulla o forse sognare cosa avrebbe voluto fare di diverso in
quella vita che non l'aveva delusa solo perché non si era aspettata molto.
Così il mio pensiero va alla vecchiaia e capisco che i suoi segni non sono le rughe, le macchioline scure sul dorso delle mani e la schiena curva ma i rimpianti del tempo perduto.
«Nonna, abbiamo un ospite, ti presentiamo Alex.» dice il nipote maggiore toccandole delicatamente
la spalla.
Lei si rianima ed alzandosi mi giudica con degli occhi ancora penetranti. Alza la mano scheletrica per
salutarmi e con calda espansione mi dice «Sai, i nomi dei ragazzi li ha scelti la loro madre per rispar miare passando i vestiti dall'uno all'altro sui quali ricamava le iniziali. La lettera A l'aveva scelta perché
la ricamava più velocemente delle altre ed anch'io ricamo le iniziali sulle camicie dei ricchi per aiutare
la famiglia.» e si avvia verso la cucina.
Come ogni sera tutta la famiglia cena insieme sulla terrazza guardando il sole nascondersi dietro
l'orizzonte. Sedendomi noto due posti vuoti imbanditi a capotavola, ma nessuno dice nulla lasciando un
alone di mistero.
Sto pensando ad una domanda per esplorare la situazione quando entra la nonna sorridente con le
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sue mille rughe e deposita una pentola fumante al centro della tavola dicendo «Polpi con patate
all'antica ricetta dell'isola.»
Benito notando la mia inquietudine per quei posti vuoti accenna la storia della sua unica figlia, la ma dre di Aldo e Adriano, nella speranza che sfogandosi con uno straniero che ispira fiducia avrebbe fatto
bene a tutti. Durante il racconto noto con tristezza aleggiare nell'espressione dei nonni l'angoscia per
essere sopravvissuti alla loro figlia tanto amata e che il dolore di quella perdita non ha ancora raggiun to il limite dell'oblio.
Resto in silenzio mentre Adriano mi versa una profumata zuppa di patate e polpi.
Aldo interviene affranto dal dolore «Lasciatemi aggiungere il mio pensiero.» e nella silenziosa attesa
di noi tutti inizia con pazienza e cortesia «Mio padre aveva lavorato trent'anni nella fabbrica di conserve di pesce, prima sedici ore al giorno come uno schiavo, poi dieci, poi otto. Alla fine si considerò fortu nato ad essere licenziato per ultimo a seguito della chiusura definita della fabbrica nonostante varie
precedenti ristrutturazioni.»
Mi sento di intervenire confortandolo con un lieve sorriso «Oggi si lavorano otto ore al giorno ma se
aggiungi quelle di viaggio della gente che si alza alle sei e torna a casa alle otto di sera, non è molto
diverso dalla schiavitù di allora. L'uomo è nato libero ma è sempre stato schiavo del più forte.»
«Perché sorridi alla tristezza della mia lagnanza?» mi dice con tono pungente imitando il mio lieve
sorriso.
«Credi che alla tristezza bisogna rispondere con altrettanta tristezza e non invece con un sorriso che
la disperda? Ciò non significa che non prenda sul serio la tua dolorosa lagnanza ma intendo anche rallegrare un poco la tua tristezza.»
La nonna, scuote il capo dalla disperazione ed una lacrima le scende fra le rughe.
Il nonno si infervora a quella lacrima e nonostante un evidente sforzo di dominarsi sente ancora più
profondo il bisogno di scaricarsi da quel tormento non ancora smaltito. Riflette ed indugia nel considerare un'occasione inviatagli dal cielo per quell'estraneo che l'indomani sarebbe scomparso dalla loro
vita. Poi, come la gente carica di guai accetta facilmente le persone che considera equilibrate decide di
sfogarsi e dice sdegnato «Non riuscì mai a superare la vergogna del licenziamento ed un giorno uscì di
casa, chiuse la porta e non tornò mai più, abbandonando la famiglia per sempre.»
Aldo continua con gli occhi umidi dalla nostalgia «Ho sempre pregato affinché mio padre tornasse anche per spiegarci il motivo, se per vergogna, codardia, orgoglio o che altro. Mi manca, vorrei sapere
dov'è, cosa sta facendo e se si è innamorato di nuovo o se è morto.»
Adriano aggiunge con la pena nel viso «Un padre non può sparire. Può cambiare donna, cambiare
paese, può morire ma non può abbandonare i figli portandogli via la gioventù riempendogliela di dubbi
e di attese.»
Consapevole che sfogarsi è il miglior sedativo che esista mi rivolgo a tutti con voce comprensiva per
un dolore così straziante «A volte capita che certi uomini si comportino in modo ignobile scaricando la
loro responsabilità sul peccato originale di Adamo. Ma forse Adamo è soltanto un personaggio creato
per sfuggire alle responsabilità.» e dopo una breve pausa aggiungo per invitarli a continuare «E vostra
madre?»
«Morì sei mesi dopo consumata lentamente dal dolore ed impazzita dall'ossessione di non aver capito
il tormento del marito. Si sentiva in colpa per aver perso l'amore della sua vita.» mi risponde la nonna
aggrottando le rughe dallo smarrimento con una vistosa malinconia in fondo agli occhi che da allora
non l'aveva più lasciata.
Condivido con loro quel profondo smarrimento, dolore, disagio, amarezza e malinconia sui loro visi ricordando quello che anch'io avevo provato per la perdita di mia madre.
Aldo asciugandosi le lacrime con il dorso della mano e fronteggiando a fatica l'accumulo di odio, paura ed ansietà, aggiunge con una appassionata tristezza «Ricordo quando di nascosto osservavo la
mamma piangere accovacciata nel suo letto a leggere e rileggere l'unica lettera ricevuta dal marito
fuggitivo.»
Un velo di angoscia cala negli occhi di Adriano quando aggiunge «Gli ho consegnato io la lettera che
mi aveva dato il postino. Ricordo quando riconoscendo la calligrafia del marito nei caratteri dell'indirizzo i suoi occhi si riempirono di gioia e speranza, strinse la busta al petto e si recò in ca mera sua. Restai
in trepidante attesa origliando alla porta fino a quando la sentii piangere.»
Quelle parole mi trafiggono il cuore con una fitta lancinante di dolore tanto da averne paura e non mi
sento di rispondere con le solite banalità. Sospiro fortemente a quella tensione, poi con una nota di
profonda commozione bisbiglio semplicemente «Mi dispiace.» ed aggiungo con un cambiamento quasi
impercettibile della voce «i genitori sopravvivono sempre nella mente dei figli.»
«È ingiusto quanto accaduto. Non capisco il mio Dio che provoca dolore e sofferenza distruggendo le
cose belle che ha creato e non punisce invece i cattivi.» inveisce Adriano contro il suo Dio.
Io che, studiando le varie religioni, ho rinunciato da tempo alla fede cattolica cerco di incoraggiare la
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famiglia dicendo loro «La vita è un gioco eternamente senza scopo, con tante cose ingiuste, cattiverie,
delinquenza, terrorismo, guerre, omicidi e rapine.»
Riprendo fiato e, notando i loro visi incuriositi, proseguo «Non si può eliminare la sofferenza di un lutto ma tutti hanno il loro proprio dolore da sopportare. Rallegriamoci di avere la salute e la sciate che il
fluire del tempo, con il suo inevitabile oblio, mitighi il dolore. La vita deve pur continuare e va vissuta il
meglio possibile.»
«Si, dobbiamo imparare a dimenticare.» balbetta Aldo.
Adriano sente bussare alla porta della sua anima un pensiero di perdono e conferma implorante «Lasciamo di soffrire aspettando il padre che non verrà.»
Io aggiungo per sostenerlo «Dimenticare il respiro di una madre moribonda nelle orecchie di un ragazzo è impossibile, ma dicono che si può imparare a restare lontani dal passato e vivere il presente
con i vivi.»
«Dobbiamo perdonarlo.» conferma il nonno.
«Ottima decisione. Chi non perdona si porta dietro il penoso fardello per il resto della vita.» convalido
con fermezza.
Aldo, assorto con gli occhi chiusi, sembra rivedere la madre ridente dei tempi felici. Poi, il viso gli si illumina lentamente con un risolino e dice con tono sarcastico «Se Gesù Cristo fosse nato femmina, forse avrebbe fatto di meglio.»
Tutti ci guardiamo sorpresi da tale affermazione seguita da un lungo silenzio che scambio come una
comune conferma di una così paradossale affermazione.
Interrompo quel silenzio imbarazzante dicendo «Non ci ho mai pensato, ma sono d'accordo, anzi credo che se anche le altre divinità, da Allah a Buddha fossero state donne, avrebbero fatto di più e meglio per l'umanità.»
Interviene il nonno sorprendendo tutti «Ai tempi di Cristo vigeva la teoria maschilista della schiavitù
femminile e quindi anche Dio è stato creato maschio.»
«Vuoi dire, caro nonno che le donne sono superiori anche se tutte le opere scientifiche, filosofiche e
artistiche della storia umana sono state fatte da uomini?» domanda il nipote laureato.
«Posso dire la mia.» chiedo con tono appassionato e dopo un silenzio assenso continuo «Ciò che ha
impedito alle donne di contribuire maggiormente allo sviluppo della cultura umana è stata la loro inferiorità giuridica.»
«Ma questo non spiega perché le cose non sono cambiate dato che oggi l’inferiorità giuridica non esiste più.» ribatte Aldo.
«Sarebbe sufficiente che il Papa e tutti gli altri capi religiosi e politici del mondo fossero donne per
migliorare le sorti dell'umanità.» dice il nonno.
«Anch'io credo che dobbiamo considerare molto di più la donna.» e continuo raccontando di quel
tempo molto lontano in cui il potere era in mano alle donne e la nascita di una femmina dava più gioia
della nascita di un maschio.
Restano tutti pensierosi fino a quando Aldo interviene evitando il dilemma «Dobbiamo togliere dalla
tavola il posto della mamma e lasciare quello del babbo nella speranza che ritorni.»
«Da quanto non avete notizie di vostro padre?»
«Riceviamo una cartolina a Natale con timbri di diversi paesi con scritto solo Vi penso con affetto.»
confessa il fratello.
«Bevi un goccio di vino, lo fa il contadino su in collina come ai vecchi tempi» interviene Aldo come
per interrompere il triste ricordo ed imbarazzante momento.
«Grazie, oggi lo chiamano vino biologico.» gli rispondo con l'aria di apprezzare tutto ciò che è genuino, naturale e senza conservanti, fertilizzanti e pesticidi dannosi alla salute.
Ora che ho sentito la loro storia ed aperto il mio cuore al loro dolore mi sento in dovere di incorag giarli e con tono suasivo dico «Ora voi ragazzi dovete avere un gran coraggio nel costruire il vostro fu turo perché dovete affrontare delle aspettative decrescenti rispetto a quelle che avevano i vostri geni tori conquistate con le lotte sindacali.»
Mi risponde subito Aldo adirato «Ecco a che cosa sono servite le lotte sindacali, a creare disoccupati
nella nostra generazione.»
Il nonno che già da prima aveva intenzione di intervenire appoggia amorevolmente la mano sopra la
sua e gli dice deciso «Caro Aldo, la colpa non è dei sindacati. Loro facevano i loro interessi e non quelli
dei lavoratori. La colpa è stata dei lavoratori che li pagavano per essere raggirati. Io le lotte le ho fatte
da solo senza pagare nessun sindacato e non ho mai fatto un'ora di sciopero.»
Rimango meravigliato che nessuno obietta una sentenza così discutibile, ma capisco dai loro visi che
non volevano entrare in una conversazione senza fine conoscendo la convinzione del nonno di non aver
mai creduto che i miglioramenti ottenuti dai sindacati avessero aiutato i suoi nipoti.
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«Ho saputo che avete fatto una buona pesca tu ed il nonno.» interviene Adriano intento a cambiare
discorso.
«Si, io ho solo parlato tanto.» gli rispondo.
«Forse è quello che li ha fatti abboccare.» dice il nonno con gli occhi che si stavano illuminando ricor dando il ricavato della vendita del pesce e con le labbra sorridenti continua rivolgendosi al nipote giovane «Perché, vuoi diventare ricco?».
Tutti lo guardiamo sorpresi da quella strana domanda e lui allora racconta dell'incontro con il nipote
avvenuto all'alba, aggravando la voce quando sottolinea che il nipote andava a letto mentre lui andava
a lavorare.
Adriano con atteggiamento sbarazzino gli risponde «Si, voglio diventare tanto ricco.» e passando il
pollice a tergicristallo sulle prime due dita della mano per significare denaro continua «perché voglio
far colpo sulle ragazze con una bella macchina, vestiti e scarpe griffate.» e rivolgendosi a me aggiunge
con un sorriso giovanilmente critico «non ti sembra giusto?»
Mi raccolgo un momento ad osservarlo scoprendo in lui lo sguardo di come i poveri e gli oppressi ve dono falsamente i ricchi, belli e colti nella loro vita agiata e spensierata.
Con l'intento di spiegare amichevolmente al giovane i pericoli della vita ed il modo per affrontarli gli
dico «Vedi Adriano, nonostante il denaro scateni, solitamente, negative reazioni associate al sesso e al
potere credo che nutrire speranze ambiziose sia giusto e positivo se esercitate con modestia e nel ri spetto degli altri. Ma mi affliggo sempre quando sento i giovani tormentarsi nell'ansia di diventare ricchi o di amareggiarsi di non esserlo mentre potrebbero godere di tutte le gioie che offre la gioventù.»
«Vero.» interviene il nonno e continua «da giovani non si pensa che un giorno ci si troverà vecchi accorgendosi troppo tardi della irreparabile perdita della giovinezza. È molto facile sciupare anche una
vita intera accorgendosene solo alla fine.»
Io riprendo «Adriano, prova a pensare che nasci una sola volta e quando, desiderando la ricchezza,
rinunci alla gioia di ogni giorno, la vita scorre spesso in una insoddisfatta speranza e la morte giunge
presto senza pace. La povertà ragionevole è una grande ricchezza, mentre la ricchezza irragionevole è
una gran povertà. Tutto al mondo finisce e se un giovane si affanna per avere denaro per soddisfare i
vuoti piaceri di un'incostante vanità sarà sempre uno stolto infelice. Ogni uomo da vecchio ricorda i luminosi sogni giovanili e spesso ci si rende conto che sarebbe stato meglio accumulare conoscenze ed
esperienze invece di ricchezze.»
«Perché, dici ragazze, non te ne basta una?» chiede il fratello incuriosito con l'intento di stimolarlo ad
una conversazione stuzzicante.
«No, voglio farmene tante da fare invidia ai miei amici, invitarle a cena nei migliori ristoranti con una
Ferrari e poi portarle nella mia villa tutta la notte.»
«Non devi lamentarti per ciò che non hai, ricordarti invece di quando hai desiderato ciò che hai.» e,
nonostante i loro visi riflessivi su quella intricata frase, continuo sollecitandolo a rispondermi «ti sei
chiesto cosa non puoi comperare con i soldi?»
«Tutto si può comperare con i soldi.» risponde con quella sicurezza tipica della gioventù.
«Questa è una risposta semplice, ma potrebbe essercene una più complicata se pensi che non si può
comperare l’amore, l’amicizia, la buona salute, l’immortalità, l’intelligenza, la genialità, la saggezza.
Come vedi il potere dei soldi è incredibilmente limitato contrariamente a come pensi tu. Anzi, i soldi
possono essere facile fonte di infelicità, creando ansia e depressione, ma soprattutto smantellano
l'amicizia.»
«Dicono che per far soldi devi essere in grado di distruggere il tuo miglior amico.» dice Aldo.
«Vi siete mai chiesti perché hanno scritto migliaia di libri che spiegano come diventare milionari e pochissimi per diventare felicemente saggi?»
«Vuoi dire che la saggezza è il termometro della felicità?»
«Esatto, la vita intera è una ricerca di piaceri nei quali si crede che la felicità dia la sensazione di ave re trovato ciò che si cerca, ma poi ci si accorge di quanto fasulli e parziali siano quei piaceri momentanei. Ci vuole molta più saggezza.»
Il giovane fratello volendo deviare un discorso che lo aveva messo in difficoltà dice «Dimmi nonno, tu
fai ancora sesso?» con la voce gentile e spontanea che mostra un reale attaccamento al nonno e per la
prima volta dall'inizio della conversazione il suo sguardo cupo si illumina di benevolenza.
La sala sprofonda in un agghiacciante silenzio.
Il nonno beve un sorso di vino come per darsi coraggio e con le vene ingrossate sulle tempie ed una
durezza nella voce che mi sorprende dice «Tu vuoi sapere se faccio ancora sesso?»
Con un rapido sguardo ci guardiamo tutti in silenzio mentre il nonno riprende a dire «Anche se non
sono domande da fare davanti alla nonna, ti voglio ugualmente rispondere. L'appetito sessuale è sicuramente senza fine sia nell'uomo che nella donna, ma la ragione può controllarlo, in fondo è solo una
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distrazione. Con l'età mi sono liberato dal desiderio irrequieto e frenetico del sesso trovando finalmente
la pace e la serenità nel porto della vecchiaia. Sotto questo aspetto credo che la vecchiaia di un povero
non sia peggiore della vecchiaia di un ricco.»
La nonna gli rivolge un grato sorriso di approvazione per quel condiviso sentimento dispensatore della
sospirata serenità sessuale che non aveva mai avuto durante la vita matrimoniale a causa della sua
sciocca ossessionante gelosia e gli dice sorprendendo tutti baciandolo sulla guancia «Non si può impedire al cuore di amare.»
Interrompe quell'amorevole scena Aldo rivolgendosi al fratello «Pur sapendo che è difficile convincere
chi non sa ascoltare, non è meglio, invece di dire queste cose che tu ti mettessi a studiare, frequentare
l'università e solo quando sarai laureato iniziare a pensare a come diventare ricco!»
«La laurea è un traguardo senza età.» dico nella speranza si sostenerlo.
«Come mio fratello laureato ed ancora senza lavoro!»
«Studiare cambia il destino di ogni persona e se anche trovare lavoro è sempre faticoso con una laurea è possibile inventarsi un lavoro in proprio.»
«Come si fa ad inventarsi un lavoro proprio?» mi chiede Aldo attirato dall'idea.
«La fame aguzza l'ingegno e voi giovani dovreste associarvi in progetti innovativi.»
Il nonno approfitta subito di questa provocazione e mi rivolge lo sguardo chiedendomi «Ma i giovani
poveri stanno molto peggio dei giovani ricchi?»
Prima di rispondere ad una domanda di così difficile risposta prendo tempo terminando lentamente il
boccone gustosissimo delle patate calde con il prezzemolo condite con un olio extra vergine locale se guito da un boccone di polpo squisito. Un piatto degno dei migliori ristoranti al mondo che avevo frequentato nei miei viaggi d'affari.
«Premesso che le strade che portano alla ricchezza ed alla fama non dipendono più esclusivamente
da una laurea, internet ha aperto nuove opportunità di fare tanti soldi agli autodidatti dei computer.»
«Si, ma bisognerebbe essere alla Silicon Valley, qui non esistono le opportunità che hanno gli americani.»
Con tono benevole mi rivolgo al giovane più interessato a diventare ricco senza faticare «Vedi, Adriano, il sesso è il motore dell'umanità ed il voler diventare ricchi per fare sesso è il pretesto che accompagna tutti i giovani. Anch'io la pensavo come te alla tua età. Non c'è niente di male a voler diventare
ricchi o raggiungere mete più elevate di quelle raggiunte dalla propria famiglia ma c'è la realtà con la
quale fare i conti. Caro Adriano, vorrei farti riflettere su quando sarai diventato ricco ed ogni notte farai
sesso con bellissime modelle sempre diverse dopo averle portate al miglior ristorante con il tuo bolide.
Non credi forse che ti stancherai e ti troverai con una ricchezza divenuta superflua? e poi forse ti pentirai di aver fatto tanti sacrifici, e speriamo non attività illecite, per diventare ricco solo per fare sesso.»
Aldo interviene entusiasta dicendo sotto gli occhi strabiliati dei nonni «Non credi che per risolvere la
sfrenata ambizione sessuale converrebbe tornare a quando il sesso era libero, prima che il cattolicesimo lo relegasse fra i peccati se praticato al di fuori del matrimonio e senza finalità procreative?»
Aggiungo versandomi dell'altro vino bianco «Anch'io credo nel sesso libero consumato in apposite
case pubbliche dove uomini e donne possono fare liberamente sesso con professioniste che per un cer to periodo di tempo decidono di esercitare questa nobile ed antica professione. Si eliminerebbero gli
stupri e le violenze, soprattutto si eliminerebbe il desiderio di arricchirsi. I due elementi, ricchezza e
sesso, quando si fondono producono il potere diventando una miscela pericolosa e ingestibile.»
Il vino non è fresco come a me piace ma ha un gradevole sapore genuino quasi come una spremuta
d'uva cresciuta vicino al mare e continuo «Sappiamo tutti che i giovani non vogliono ascoltare i consigli
degli anziani ed è forse per questo che l'umanità rimane con gli stessi problemi da quando siamo usciti
dalle caverne e cioè brutale, violenta, aggressiva, avida e capace persino di uccidersi in guerre inutili.»
Alle parole guerre inutili il nonno batte un pugno sul tavolo e dice con tono duro e arrogante «Le
guerre non sono solo inutili ma sporche, piene di orrori, esecuzioni, torture e devastazioni. Mi ricordo la
mia prima battaglia quando avanzando sul territorio conquistato vedevo i corpi straziati di ragazzi della
mia età e chiesi al caporale cosa ci avevano fatto quei ragazzi per morire in una terra che non era la
loro. Lui mi rispose infastidito, sono nemici. Allora gli chiesi se anche loro non sembravano dei figli che
aspiravano come noi a costruire una vita migliore e con delle famiglie che li avrebbero pianti per il re sto della vita. Sono nemici, confermò. Allora gli chiesi, chi glielo ha detto che sono nemici e lui rispose,
il capitano. E al capitano chi glielo detto? Il generale. E al generale chi glielo ha detto? Il Presidente.»
Si ferma come se avesse dimenticato il proseguo e lo aiuta il nipote Aldo che aggiunge facendo finta
di non conoscere la storia «Da chi viene eletto il Presidente?»
«Dal popolo.» suggerisco io e continuo «Questa è la democrazia.»
Interviene Adriano con tono contestatore «Allora è il popolo che ha ordinato di uccidere quei
ragazzi.»
Il nonno lo guarda sorpreso e gli dice «Anch'io ho fatto la stessa domanda al mio caporale precisando
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quanti del popolo gli avevano detto di uccidere quei ragazzi nemici.»
«E cosa ti ha risposto?»
«Uno, il mio capitano.»
A quella inquietante conversazione un turbato silenzio avvolge la tavolata fino a quando la nonna mi
guarda come per ringraziarmi di essere li con loro e mi dice «Vuoi altre patate, polpo o un po di for maggio di capra che fa il contadino proprio su quella collinetta?» e mi indica con l'indice un casolare a
metà di una verde collina alle sue spalle.
Il mio sguardo si sofferma con devozione sul suo indice dalla pelle che sembra carta di riso, poi, sulla
mano piena di rughe intravedo in ognuna un lembo di storia della sua intera vita. Penso ai miei nonni
che non ho conosciuto ed ai sogni che non ho potuto costruire sulle loro rughe. Resto incantato
dall'anulare dove c'è ancora il sigillo di un amore mai finito e rispondo «No, grazie, io sono a posto, forse se c'è ancora un poco di questo ottimo vino.»
In realtà gusterei ancora un poco dell'ottimo polpo, ma notando che tutti si stanno limitando nel
mangiare, probabilmente per lasciarne di più a me, non voglio metterli in imbarazzo. Del resto i polpi
erano due per cinque persone, di cui due giovanotti affamati, anche se le patate erano abbondanti.
Aldo si alza e si mette a frugare nella credenza con un'antica vetrata da cui intravedo alcune bottiglie
colorate mentre sul ripiano centrale vi sono allineate su un tappetino di color oro alcune vecchie foto grafie, come reliquie, fra ninnoli, cimeli ed una campana di vetro.
Osservando quelle reliquie conservate per ricordare i frammenti della vita passata e nel tentativo di
salvarli dal naufragio del tempo mi rendo conto che io non ho nessuna reliquia della mia vita, neppure
dei miei genitori sepolti in un lontano cimitero.
L'uomo è l'unico vivente che conserva il ricordo dei suoi morti.
Aldo, mi ondeggia una bottiglia verdastra per distogliermi da quel pensiero e mi schiaccia l'occhio per
interrogarmi sul da farsi. Alzo il pollice in segno di approvazione e lui appoggia sul tavolo la bottiglia
con quattro bicchierini dicendo «Questo è un centerbe che facciamo noi. Poi c'è la tua torta gelato e lo
spumante.»
Osservo così la famiglia rasserenarsi dalla preoccupazione di fare brutta figura per mancanza di cibo
mentre del centerbe ce n'era in abbondanza.
«Grazie, lascio a voi torta e spumante che sono commerciali, preferisco gustare i vostri prodotti genuini.» dico loro per convincerli che per me la cena era conclusa con il massimo appagamento.
Il sole, da tempo, è già calato dietro l'orizzonte. Osservo la vista meravigliosa tra le verdi terrazze di
viti che scendono fino a quel limpido mare blu e mi sento inondato da quella prima oscurità con un
senso di grande soddisfazione per quella scelta di vita che mi offre l'opportunità di vivere queste im previste serate straordinarie.
Per rinforzare questo momento di felicità e convincermi che la strada che ho scelto è quella giusta
rievoco la sofferenza di quando era in ufficio a risolvere i problemi sempre urgenti e che non riuscivo
mai a sbrigare trovandomi le giornate con sempre più problemi che ore. Poi, cado in uno stato di malinconia ricordando invece la piacevole vita da studente quando ancora possedevo la libertà. Fu il periodo più felice della mia vita anche se allora non lo credevo.
Solo dopo molto tempo si possono riconoscere i momenti felici.
Pensando al termine dell'università quando il mondo degli affari mi assorbì completamente con il suo
egoismo ed ingiustizia, il mio viso si deve essere rattristato tanto che Aldo mi riprende dai miei pensieri
depositandomi davanti una bottiglia dicendomi «Questa è tutta tua, è speciale.»
Con un lieve sorriso accompagno di nuovo il pugno con il pollice all'insù per rinfrancare una nuova
amicizia sicuro che ogni parola sarebbe stata insufficiente a dimostrare la mia gratitudine per quella
sincera ospitalità.
Mentre si distribuiscono la torta arriva la nonna con il caffè dicendo «Qui non si vede bene la televisione e quindi dopo cena restiamo sul terrazzo a spettegolare.»
«Siete fortunati, così riacquistate il piacere di una serena conversazione. Anch'io vivo senza televisione.»
«Spero che tu voglia restare ancora un poco.»
«Grazie, uno spettacolo così non me lo perdo fino a quando farà buio.»
Avverto la brezza miscelare i forti e delicati profumi della terra con il salmastro ed aggiungo
«Quand'ero ricco una cena in una terrazza meravigliosa come questa mi sarebbe costata una fortuna.
Voi la godete ogni sera, è un privilegio che dovreste apprezzare e che molti ricchi vi invidierebbero.»
Forse incuriosito dalle mie ultime parole, interviene Adriano che era rimasto per molto tempo in silenzio «Dici che eri ricco e adesso non lo sei più?»
«Non sono ricco di denaro ma navigo portando con me tutto il poco che serve per una vita serena,
attiva e preziosa.»
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«E non hai desideri?»
«Qual'è l'altro desiderio comune alle persone a parte la salute e la ricchezza?»
Tutti si fermarono silenziosi cercando di scoprire il terzo desiderio quando Adriano annuncia «A me
basterebbero questi due.»
Consapevole di quanto fosse rischioso contrariare le aspettative di Adriano gli rispondo usando mode sti diplomatica «Hai saputo di quel famoso industriale che pare si sia suicidato? Eppure era molto ricco
ed in salute.»
Il nonno aggiunge «Vi ricordate Maradona, il più grande calciatore, ricchissimo e famoso. Sembra abbia perso tutto il denaro e anche la salute.»
Il fratello continua «Anche nomi molto famosi e ricchi come Elvis Presley e Michael Jackson, non hanno fatto una bella fine.» ed io aggiungo «Anche Hemingway, Van Gogh, Luigi Tenco e la sua compagna
Dalida si sono suicidati come nella storia abbiamo suicidi Cleopatra, Annibale e Hitler tanto per citarne
alcuni.»
Aldo riprende «Io mi ricordo di Cesare Pavese che prima di suicidarsi scrisse nel suo diario Il mestiere
di vivere, queste parole, Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.»
«Ci sono ogni anno nel mondo un milione di persone che si suicidano e fra loro molte sono ricche ed
in salute. Anch'io ero, nel mio piccolo, ricco e famoso, nonostante ciò sono stato ricoverato in ospedale
per un esaurimento nervoso provocato dalle preoccupazioni di gestire una fabbrica con quasi cento dipendenti. Ero famoso tanto che una giovane paziente del reparto donne ha voluto persino far l'amore
con me in ospedale.»
«Hai fatto l'amore con una malata?»
«Anche lei era esaurita. Sapendo che ero ricoverato in ospedale nello stesso reparto mi ha cercato e
con la scusa di fumare di nascosto una sigaretta mi portò sul tetto terrazzato e abbiamo fatto sesso
sotto un sole caldo, eccitati dalla speranza che nessuno ci vedesse. Ma in fondo non ci interessava più
di tanto, eravamo tutti e due esauriti anche se per motivi diversi.»
«Lei per cosa era esaurita?»
«Non riusciva a trovare lavoro pur essendo bella, intelligente e diplomata. Comunque anche quella
esperienza mi ha aiutato a togliermi dalla rassegnazione di un'esistenza infelice risuscitando la speranza di una nuova vita. Non l'ho più rivista quella ragazza, ma le sono debitore»
«E avevi pensato di suicidarti dopo aver fatto all'amore?» mi chiede Adriano ironicamente per prendermi in giro.
«Non ricordo se ho mai pensato veramente al suicidio, ma ero molto depresso e infelice nonostante la
ricchezza e la fama.»
«Dicono che l'esaurimento nervoso è veramente pericoloso.»
«Sicuramente è difficile capire cosa passa nella mente quando non si trovano più stimoli per vivere e,
ti assicuro, la ricchezza ne toglie molti.»
Aldo si intromette con voce imperiosa «Tutti i suicidi sono malati mentali e il suicidio è sempre un
atto compiuto da una persona psicotica.»
Interviene la saggezza della nonna «Nessuno ha detto che la vita sia facile, ma vale sempre la pena
di viverla.»
Subito le rispondo «Ben detto, nonna. Io, navigando godo di tanti piaceri che i ricchi non riescono
neppure a immaginare. Mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno, mi sveglio quando apro gli
occhi, bevo quando ho sete. Non puoi immaginare quanto questi piccoli piaceri avvicinino alla felicità
più del denaro.»
«Dicci allora qual'è il terzo desiderio.» mi chiede Aldo molto curioso.
«L'amicizia.»
«L'amicizia?»
«Si, l'amicizia è una delle esperienze umane fondamentali. Il sapersi relazionare con gli altri, capire e
farsi capire dagli amici per mantenerli tali, ti assicuro, non è facile. L'uomo vive di solitudine anche se
ricco e famoso ma ogni essere umano ha bisogno di sentirsi sicuro con qualcun altro, una moglie, un
amante, un amico. Perciò abbiamo inventato il matrimonio, la famiglia e persino Dio per aver qualcuno
che ci conforta.»
«Dici che gli amici devono essere il terzo desiderio della vita?»
Il nonno accenna con la testa la sua approvazione e con convinzione dice «È vero, come dice il proverbio, chi trova un amico trova un tesoro.»
«Sono d'accordo, ma a volte ci preoccupiamo tanto per le nostre vite agitate e piene di problemi che
non ci rendiamo conto di perdere gli amici. Peggio ancora quando ci accorgiamo dei veri amici solo
quando è troppo tardi.»
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«Ma tu non hai amici, visto che sei solo a navigare in giro per il mondo.» mi dice Adriano per criticare
la mia sicurezza sull'argomento.
«Assorbire il vostro dolore, questo mi fa sentire vostro amico. I veri amici sono quelli che si scambiano reciprocamente gioie e dolori, sogni e pensieri, sentimenti personali ed emozioni come stiamo facendo noi. Per me, voi siete miei amici più di quelli che ho frequentato per decine d'anni con i quali potevo parlare solo di soldi, della cilindrata dell'ultima macchina acquistata o delle vacanze nei paradisi
esotici.»
«Senza l'amicizia una persona si perde nei meandri di una vita solitaria.» mi sostiene Aldo il laureato.
«Sono d'accordo, l'amicizia aiuta a scalare la montagna non solo della solitudine ma anche della paura, della tristezza, delle difficoltà e credo che una delle peggiori malattie d'oggi è proprio non avere
amici veri.»
Adriano, con uno spirito di critica nei miei confronti interviene «Non desideri più diventare ricco per ché non li hai guadagnati tu i soldi, come San Francesco che ha lasciato le ricchezze del padre per farsi
mendicante.»
«Devo disilluderti caro Adriano, San Francesco non si è fatto frate per mendicare ma per occuparsi
della ricerca dell'infinito e dei problemi supremi, macerandosi in una vita di penitenze.»
«Comunque, chi è diventato ricco da solo, ama profondamente la ricchezza, anzi non apprezza
nient'altro.» risponde lui.
«Nel mio caso non è vero.» e pur imbarazzato dallo svelargli la mia storia imprenditoriale continuo
«ho costruito la mia ricchezza lavorando giorno e notte, sabato e domenica. Spesso anche a Natale
viaggiavo su un aereo per ritornare in fabbrica e fare l'inventario di fine anno mentre i miei amici si di vertivano a sparare i fuochi artificiali. Certo, ero diventato ricco e famoso tanto che le ragazze mi additavano quando entravo nelle discoteche ma ero anche legato da catene che mi tenevano prigioniero
con i numerosi problemi quotidiani da risolvere che ti impediscono ogni libertà. La sveglia suonava
molto presto, a pranzo dovevo andare al ristorante con i clienti anche se non avevo fame fingendo il
contrario, dormivo spesso sull'aereo con dei sonniferi per avere più tempo per gli affari e per il sesso
veloce.» ed aggiungo abbassando involontariamente la voce piena di amarezza «non avevo neppure il
tempo per amare una donna e stare un poco con mia figlia.»
Non appena ho pronunciato la parola figlia il nonno dice involontariamente «Cosa!» e prosegue per
giustificarsi «Hai lasciato una figlia?»
«Si, l'ho lasciata con la madre che conviveva con un altro uomo. Una parte di me era infelice dalla
sindrome dell'abbandono, ma l'altra, terrorizzata dal rimanere in quel labirinto di odiato lavoro, ansia e
infelicità, ha avuto il sopravvento. Così mi sono auto giustificato di aver dato molto alle donne della
mia vita, ora toccava a me.»
«Hai fatto come nostro padre.»
«Non voglio giustificare vostro padre ma quando si è disperati è meglio fuggire che morire.»
«Anche sapendo di far del male alla famiglia che ti ama?»
«Non credo che la fuga faccia più male della morte. Comunque io vedo spesso mia figlia.»
«Ogni quanto la vedi?»
«Mi raggiunge durante le vacanze e spesso viene anche la madre con il suo compagno.» ed aggiungo
sussurrando, tanto che devono sporgersi verso di me per ascoltarmi, «volevo vivere aiutando gli altri e
restituire tutto quello che avevo preso nella speranza di lasciare a mia figlia quanto di buono riuscirò a
realizzare.»
«Da noi si dice che un uomo deve, prima di morire, piantare un albero e lasciare un figlio.»
«Allora io ho già adempiuto a metà del mio dovere.»
«Se vuoi, puoi piantare un albero nel campo del contadino nostro amico.»
«Con molto piacere.»
Anche se ansiosi di approfondire la storia della figlia, nessuno ebbe il coraggio di toccare un discorso
così imbarazzante. Solo la nonna mi chiede soavemente, impressionando tutti «Dimmi Alex, quale è
stata la miglior cosa che ti ha dato la ricchezza?»
Bevo un sorso di centerbe mentre tutti mi guardano ansiosi in un intimo silenzio tanto da sentire persino quel piacevole fruscio delle onde scivolare dolcemente sulla sabbia sotto la terrazza.
Mi alzo con il bicchiere in mano e vado ad appoggiarmi alla robusta ringhiera. Guardo sotto e vedo il
biancheggiare delle onde nell'oscurità.
Mi sento felice in mezzo ai nuovi amici pur sapendo che il giorno dopo li avrei lasciati e mai più rivisti.
Mi giro verso di loro, mi schiarisco la voce e dico «Il rimorso.»
Tutti rimangono sorpresi da una risposta senza senso e Aldo si fa avanti «Cosa intendi per rimorso?»
«Quel senso di insoddisfazione e di colpa che ti rode dentro e ti consuma come un veleno.»
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«Ma il rimorso non è una cosa bella.»
«Lasciatemi spiegare. La mia vita sembrava agli occhi degli altri fortunata, felice e sicura mentre il rimorso me la mostrava disgustosa, sciocca e inutile. Il rimorso mi metteva una angoscia nel cuore per
l'egoismo profondo e ripugnante di una vita sciupata e non degnamente vissuta. Quando al telegiornale raccontavano dei bambini che morivano di fame ed io avevo davanti una quantità esagerata di cibo
costosissimo, il rimorso mi faceva sentire colpevole per non fare niente e lasciare che le cose accadessero. Cambiavo canale e continuavo a mangiare dicendomi che tanto cosa potevo fare io per cambiare
il mondo se non un poco di beneficenza per appagare il rimorso.»
«Ma facevi quello che fanno tutti.»
««Si, cercavo di dimenticare quei bambini che muoiono di fame e di tutte le sofferenze di una società
ingiusta e malata di violenza, corruzione, droga e schizofrenia del potere, ma più cercavo di dimenticare, più il rimorso me le ripresentava nei sogni.»
Osservo il cielo che diventa sempre più blu, là, dove cala il sole e più scuro dalla parte opposta.
Ritorno a sedermi al mio posto a tavola, riempio il bicchiere mentre tutti mi guardano sorpresi per il
tormento del mio viso.
Mi incoraggiano però a proseguire.
«Con un esempio capirete meglio cosa intendo per rimorso. Durante un viaggio d'affari con la mia
Mercedes, accompagnato dalla mia segretaria, dovetti attraversare un villaggio sui monti Balcani, un
villaggio di poveri disperati che mi osservavano rabbiosi. Mi chiesi se uno di loro avesse fatto saltare
con una bomba la macchina con noi dentro sarebbe stato giusto o sbagliato. Una domanda a cui non
seppi rispondere, ne per la mia vita che forse era colpevole e neppure per la vita della mia segretaria
che invece non aveva nessuna colpa per quel villaggio di affamati e disperati. Continuai a chiedermi se
a quell'attentatore, oltre alla disperazione di non poter alimentarsi, qualcuno gli avesse bombardato la
casa con dentro moglie e figli senza saperne il motivo, questa sarebbe stata una ragione ancor più valida per un gesto così mortalmente vendicativo? E cosa potevo fare io per evitare il sorgere di quello spirito vendicativo? Certamente rinunciando a quel viaggio con la Mercedes, ma forse avrei solo evitato di
saltare in aria con la mia segretaria invece di qualcun altro. Quel senso di colpa mi turbò talmente lo
spirito che non mi abbandonò più facendomi sentire colpevole per l'avidità che tutto vuole per sé.»
«I sensi di colpa sono i veri sabotatori della nostra esistenza.» dice Aldo conoscendone l'efficacia.
«Vero. Infatti, quando il rimorso ha iniziato ad immettere nei miei sogni alcuni spezzoni strazianti per
l'umanità del film Il pianeta delle scimmie...» mi interrompe Adriano dicendo che gli è piaciuto molto il
film e continuo «cominciai a cercare di scoprire i motivi di un mondo così ingiusto, perverso e malvagio
che ha alla fine ha sostituito la schiavitù del capitalismo con quello delle scimmie.»
«E cosa hai scoperto?»
«Pare ci sia una mano invisibile di pochi occulti ricchissimi e strapotenti che decidono il destino
dell'umanità e con insaziabile cupidigia agiscono segretamente per accumulare enormi profitti impoverendo ed affamando l'ignara popolazione mondiale.»
«Quando uno diventa troppo ricco, molti diventano molto poveri fino a morire di fame.» dice il nonno
ed Adriano chiede «Vuoi dire che la fame e la povertà del mondo non sono fenomeni naturali ma pianificati da questa mano invisibile?»
«Dato che non è possibile avere sette miliardi di persone ricche su questo piccolo pianeta, i poveri
sono indispensabili ai ricchi.»
«Vuoi dire che esistono i ricchi poiché esistono i poveri.»
«Certo, senza poveri non esistono i ricchi. Agli albori dell'umanità eravamo tutti uguali come la Natura vuole. Poi l'uomo nella sua evoluzione ha iniziato a creare le disuguaglianze sfruttando gli altri esseri
umani, gli altri animali e persino predando la Natura.»
«I lupi governano, non le pecore.» sentenzia la nonna.
«E come ci sfruttano?» mi chiede Aldo molto interessato all'argomento.
«Denaro. Non potete minimamente sospettare le potenzialità del denaro quale strumento delle banche al servizio della mano invisibile.»
Aldo mi chiede «Mi puoi approfondire questo argomento in quanto nella mia tesi di laurea ho affrontato il problema delle crisi economiche senza però giungere alla causa della loro origine.»
«Seguimi nel ragionamento. Partiamo dalle banche che iniziano a dare prestiti facili ai privati ed alle
imprese dando avvio al cosi detto boom economico dove circola molto denaro che aumenta la domanda di prodotti.»
«Così una famiglia può acquistare una casa con il mutuo, arredare la casa, acquistare una nuova vettura o fare un viaggio esotico.»
«Esatto. Di conseguenza anche le imprese prendendo a prestito il denaro facilmente acquistano nuovi
macchinari per produrre i maggiori beni richiesti.»
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«Aumentando l'occupazione.»
«Esatto. Con l'aumento dell'occupazione la gente diventa fiduciosa nel futuro e spende, indebitandosi
sempre più vivendo al di sopra delle proprie possibilità. Compra anche quei beni superflui che in realtà
non servono.»
«E questo è buono perché fa vivere meglio.» dice Adriano.
«Vero, ma c'è il risvolto della medaglia.»
«Qual'è.» dice il nonno.
«Quando il boom economico è al culmine la mano invisibile ordina alle banche centrali di restringere i
crediti e ritirare denaro dalla circolazione obbligando a pagare interessi più alti sui debiti contratti dalle
famiglie e dalle imprese.»
«Che stronzi.» interviene Adriano percependo il proseguo che Aldo spiega «Così si inverte lo sviluppo
delle imprese che licenziano i dipendenti e spesso falliscono.»
«I disoccupati non riescono più a pagare il mutuo della casa e le rate dei prestiti ma anche chi ha un
lavoro non riesce a pagare gli interessi più alti.»
«Inizia così un periodo di crisi e la mano invisibile ne approfittano per diventare proprietaria delle
case e delle aziende che avevano finanziato.»
Aldo dice «Questo è proprio il maledetto ciclo naturale dell'economia?»
Prendo fiato e gli rispondo «Non c'è niente di naturale ma solamente una colossale truffa manipolata
da quella mano invisibile che da lontano tempo depreda le ricchezze di quelli che loro considerano
gregge umano.»
Benito, stuzzicato da questo ragionamento mi chiede «Vorresti dire che alcuni potenti sconosciuti decidono della nostra vita? come dire che il mio amico macellaio è fallito come altri centinaia di artigiani e
commercianti hanno chiuso non per colpa loro ma della mano invisibile?»
«Dove si trova questa mano invisibile che andiamo a cercarla.» chiede Adriano
«Non si sa, infatti è invisibile.»
«Speriamo, non siano delle scimmie evolute.» farfuglia Adriano ridendo a squarciagola.
«Alcuni presumono che la centrale sia in Svizzera essendo l'unico Stato che non è mai stato coinvolto
nelle guerre rimanendo sempre neutrale. Altri suppongono nella Città del Vaticano oppure sparsa nei
paradisi fiscali nel mondo, ma non ci sono prove.»
«Ma come è possibile che ci abbiano così rincretiniti?» chiede il nonno.
«Per controllare i popoli bisogna fare in modo che non pensino con la loro testa altrimenti capirebbero
la beffa. Così ci ipnotizzano con il consumismo che tiene succube le menti imprigionandoci come in una
schiavitù psichica. Si dice persino che hanno pianificato di far morire milioni di persone non potendo il
pianeta supportare la crescita continua del gregge umano.»
«Come a fatto Hitler con gli ebrei?»
«Credo peggio.»
«Bisogna fare qualcosa per impedire questo sterminio.»
«L'uomo, ipnotizzato e schiavizzato, è come un automa che si limita a fare ciò che gli vien detto di
fare. Senza pensare non riesce a ribellarsi. L'unica speranza è che si ribelli la Natura cancellando
l'uomo dalla Terra, lasciando gli animali e gli altri esseri viventi liberi di goderne nell'uguaglianza.»
Adriano più interessato al racconto della mia vita che non al destino dell'umanità mi chiede «Ma cosa
ti ha spinto a cambiar vita?»
Il centerbe comincia a fare effetto ed ho voglia di andare a dormire ma non posso esimermi dal rispondere a quell'ultima domanda.
«Fu un pomeriggio che, abbandonato il lavoro, mi lasciai trasportare dal respiro del vento colmo di rimorso in riva ad un torrente amico a meditare. Lì ho deciso di non lasciarmi più viziare dal deprimente
frivolo lusso di una vita consumistica e di staccarmi da uno stile di vita che non sentivo più mio. Ogni
volta che ricordo quel momento mi ammiro per essere stato così lucidamente logico da decidere di ri nunciare ai beni che pur tanto avevo desiderato ed alla gioia effimera dei facili guadagni oltre che agli
onori.»
Lancio uno sguardo ai loro visi per assicurarmi di non stancarli quando incontro quello attento di
Adriano e quello benevolo del nonno che mi commuovono.
Ma è Aldo a chiedermi «Come sei riuscito a lasciare tutto e partire. Questo è un desiderio di molti ma
tu sei il primo che conosco ad esserci riuscito.»
Sostenuto dal loro interesse proseguo «Tutto dipende da quanto sia sopportabile la pressione della
sofferenza del rimorso. Ognuno ha una battaglia da vincere, chi economica, chi religiosa, chi politica,
chi morale, chi esistenziale, ma se non si conosce il nemico è impossibile vincere anche la più sterile
battaglia. Io avevo scoperto il nemico in quei visi bugiardi ed ipocriti che mi circondavano ed in quel laIl gioco del Pianeta gioioso

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voro senza più senso. Solo allora sono riuscito a spezzare anche le catene più robuste e partire.»
Mi alzo e ritorno alla ringhiera fingendo di voler osservare il mare per celare le lacrime che non riesco
a trattenere ripensando alle sfumature di quel sereno e luminoso pomeriggio di quando, solitario, la sciai per la prima volta gli ormeggi come uno schiavo liberato.
Il botto dello spumante mi risveglia dai ricordi.
Di nascosto mi asciugo le lacrime con la punta delle dita e ritorno a tavola dove tutti mi accolgono in
silenzio.
Mi siedo e riprendo orgoglioso «Non è stato facile. Ho atteso quasi due anni da quando il rimorso si
affacciò alla coscienza.»
«Due anni?»
«Vedi, solo una piccola parte dei nostri pensieri è cosciente mentre la stragrande maggioranza è na scosta nell'inconscio e da lì i pensieri lavorano indisturbati, ma lentamente, fino a quando emergono,
spesso nei sogni.»
«Nei sogni?»
«Si, come quando si va a dormire con un problema e ci si sveglia con la soluzione.»
«Dici che durante la notte l'inconscio lavora automaticamente per risolvere i problemi?»
«Certo, se il problema che hai è ben chiaro e preciso. Se impari ad usare bene la potenza dell'inconscio potrai realizzare più facilmente i tuoi obiettivi.»
«Continua.»
«Anche se è complicato esprimere con parole ciò che è irrazionale, denudando la mia anima ho scoperto che il rimorso era forte e chiaro. Così ho iniziato a meditare sulla strategia da usare per terminare quella mia deludente vita.»
Mi guardano preoccupati per il breve sbiancamento dovuto a quell'intenso ricordo ed ai due lunghi respiri seguiti dal trattenere i polmoni vuoti. Li tranquillizzo informandoli che è l'esercizio che uso per re cuperare la serenità e proseguo «Spesso mi sembrava di non riuscire a rompere le catene e mi arren devo, ma il rimorso mi stimolava sempre a riprendere anche allettandomi con il miraggio di futuro navigatore e, così, riprendevo a liberarmi anello per anello come un ergastolano ha fede nella fuga liberatoria.»
Aldo per farmi continuare mi riempie il bicchiere di spumante che nessuno aveva gradito abituati alla
genuinità del loro vino.
Dopo una breve pausa per riprendere fiato continuo «Quando però sono riuscito a vendere l'azienda
ad un ottimo prezzo decisi che era giunto il momento di partire per non più ritornare. Mi sono però
sentito definitivamente fuori dal labirinto in cui mi trovavo quando con grande soddisfazione ho stretto
la mano ai sindacalisti.»
«Cosa c'entravano i sindacati?»
«La colpa era in parte anche loro ed è stato un momento inaspettatamente dolce quando ho potuto
dirgli mi avete rotto talmente tanto che sarete soddisfatti di vedermi partire per sempre.»
«Perché dai la colpa anche ai sindacati?»
«Ai quei tempi ero certo volessero rovinare il paese con la loro ideologia sbagliata di considerare gli
imprenditori degli sfruttatori mentre creavamo posti di lavoro.»
«Tutti sanno che sono gli imprenditori a creare i posti di lavoro.» approva il nonno.
«I sindacati no, loro volevano il comunismo e facevano di tutto per intralciare lo sviluppo delle imprese o peggio distruggerle. Ci riuscirono con me, togliendomi l'entusiasmo e la passione senza le quali
non è possibile il duro lavoro dell'imprenditore. Quindi li ho ringraziati.»
Vedo il nonno annuire con la testa e poi sorridere approvando la mia opinione sui sindacati.
«E chi avrebbe dovuto salvaguardare i diritti dei lavoratori?» mi chiede Adriano.
«C'erano le leggi ma soprattutto noi imprenditori o come ci chiamavano i sindacalisti, i padroni.»
«Ma i padroni non fanno gli interessi dei lavoratori.» afferma convinto.
«Non sono d'accordo. Ogni imprenditore sa che senza buoni lavoratori non può fare niente e così li
tutela e protegge per paura di perderli o peggio che vadano a lavorare dai concorrenti. Il problema è
dei lazzaroni.»
«Credi che la concorrenza fra le aziende sia sufficiente a proteggere i lavoratori?»
«Certo, la concorrenza mondiale. I sindacati sono nati il secolo scorso durante la rivoluzione industriale. Oggi, abbiamo la globalizzazione ed i sindacati non hanno più senso a difendere gli interessi di
un gruppo o anche di uno Stato in quanto favoriscono gli altri gruppi e gli altri Stati.» affermo consapevole che la conseguenza è il fallimento delle aziende sindacalizzate e la perdita di lavoro a favore di
quelle non sindacalizzate.
Adriano che non convinto della mia risposta sta per replicare viene anticipato dal fratello «Perché hai
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scelto la barca a vela e non un camper per girare il mondo?»
«Per due motivi principali. Primo, la vela non consuma energia e quindi è più ecologica ed economica.
Secondo, il mare mi permette di isolarmi dalla società.»
«Cosa hai provato quando hai lasciato la terraferma per la prima volta?»
«All'uscita del porto, guardando indietro, ho visto allontanarsi lentamente quel mondo infernale che
una volta consideravo il migliore. Sapevo che amici e parenti mi avevano accusato di fuggire vergognosamente ma per me era una fuga sincera ed inevitabile. Ero perfino meravigliato di non averlo deciso
prima. Ricordo come il mare mi accolse con una radiosa giornata nella mia nuova vita misteriosa e colma di speranza. Mi sentivo al sicuro e canterellavo soddisfatto in pieno accordo col mare e col cielo,
senza più obblighi e fuori da ogni ingranaggio di lavoro. Ero esaltato da quella deliziosa illusione di una
nuova vita che soffocava quella ormai passata ed ero deciso a non pentirmi mai più, qualunque oscuro
avvenimento avesse potuto accadermi. Ho lasciato sulla banchina anche il peso più grande, il rancore.
Mi sembrava di sognare.»
«E sei felice adesso?»
«Si, sono felice anche se spesso non capisco il senso e l'utilità di questa nuova vita in cui spesso ragione e anima sono in disaccordo, comunque mi sento ringiovanire ogni anno che passa.»
«Come, ringiovanire?»
«Si, da benestanti non si svolgono più lavori manuali e fisici diventando sedentari. Il progresso occi dentale ha creato ascensori e automobili per non farci camminare e ci fa mangiare più di quanto serve
all'organismo tanto che la forza vitale che si sfogava sui muscoli ora si sfoga sul sistema nervoso, distruggendolo. Io ho ritrovato il piacere nell'onesta fatica fisica e del mangiare solo il necessario per vivere, così sono diventato più agile e mi sento veramente ringiovanire.»
I due fratelli bisbigliano fra loro credendo di non farsi sentire, ma riesco a percepire «Chiediamogli di
portarci con lui fino al prossimo porto, poi noi ritorniamo col traghetto.»
«Prima chiediamogli se domani vuole fare con noi il giro dell'isola.» risponde fiocamente il fratello.
Ebbro d’allegria del centerbe misto con il vino mi alzo farfugliando «Vi ringrazio per la entusiasmante
serata, ma sono un po brillo ed è ora di andare a letto. Vi ringrazio anche per la piacevole conversazione che come sempre avviene quando si soddisfano le necessità corporali.»
Stringendogli la mano il nonno mi dice «Con la pancia piena si ragiona meglio.»
Aldo facendosi coraggio mi chiede «Se vuoi domani ti portiamo a fare il giro dell'isola» e Adriano
prontamente aggiunge con un grande desiderio di convincermi «Ti mostreremo tutte le meraviglie non
turistiche e potrai piantare un albero dal nostro amico contadino.»
«Ok, ma non all'alba.» rispondo incamminandomi verso l'uscita.
«Dato che il sole spunta più di un'ora dopo che il cielo ha iniziato a schiarirsi, cosa intendi per alba?»
mi chiede volendo precisare l'incontro.
«Quando spunta il sole.» gli rispondo rigirandomi e sbraccio le mani come ultimo saluto.
La luna piena è alta sull'orizzonte e col suo chiarore modera le tenebre della notte. Osservo le sue
macchie scure mentre la sua limpida luce argentea illumina il mio cammino instabile. Quella visione in sieme al centerbe ed al vino mi fa sentire immerso nell'infinito e nel divino. Mi sento felice.
Attraversando la piazza vedo delle bancarelle illuminate da lampade a gas da dove echeggiano ancora
conversazioni e gli ultimi richiami dei venditori, ma sono troppo assonnato per curiosarvi.
Giunto al Charly, la mia dolce casa, mi sdraio sul letto e con le mani sotto la testa rifletto su quel furbo pescatore che mi ha invitato a cena per farmi raccontare la storia della mia vita sapendo che sareb be stata utile ai suoi nipoti. Benché stanco non riesco ad addormentarmi e con l'anima in pace con me
stesso ed il mondo intero inizio a meditare guardando attraverso il boccaporto le poche stelle nel cielo
che si sta annuvolato. Finalmente, con le palpebre colme di sonno ascolto lo sciacquio del mare sulle
fiancate del Charly e mi addormento.
Il raggi del primo sole penetrano già attraverso il tambuccio quando sento bussare sulla poppa.
Apro gli occhi infastidito come quando dovevo andare in ufficio. Ora però non sono più abituato a
quella violenza psichica e decido di mettere la testa sotto il cuscino sperando che senza alcuna risposta
i seccatori se ne sarebbero andati.
Ormai mi sento libero da ogni obbligo sociale e sono orgoglioso di poter fare quello che voglio e non
quello che vogliono gli altri.
Quando mi sento chiamare dai due fratelli mi ricordo dell'invito a visitare l'isola. Non mi resta che al zarmi, aprire il tambuccio e porgere fuori la testa. Il cielo è azzurro, l'alba è già passata da un pezzo ed
i raggi del sole mi abbagliano.
«Arrivo.» gli dico e rientro per indossare il costume perdendo quel dolce piacere di vivere nudo come
Natura mi ha fatto.
Uscendo a piedi scalzi avverto il pavimento del pozzetto già caldo. Riguardo il sole che brilla all'orizIl gioco del Pianeta gioioso

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zonte con poche nuvole fuggire le una dalle altre. Sembra un'ottima giornata per visitare l'isola. Abbasso la passerella invitandoli «Salite che faccio il caffè.» Estraggo il tavolino e rientrando sottocoperta
dico «Sedetevi pure».
Quando la moka inizia a barbottare, spengo il gas, riempio tre tazzine con quell'inebriante liquido
profumato e le appoggio sul tavolino dicendo spiritosamente «Se volete il latte, non c'è.»
«Per noi va bene anche senza latte ma se lo vuoi tu, vado a prendertelo.» mi chiede Adriano.
«No, grazie, non lo bevo più da quando ho visitato un allevatore di mucche da latte ed ho visto le
porcherie che gli danno da mangiare oltre a tutto quello che fanno per ingrassarle velocemente. Pensate che alcune fattorie, mi sembra russe, hanno messo dei mega televisori davanti alle mucche con immagini di verdi estese praterie accompagnate da una selezionata musica, affinché, con tale vista idilliaca le mucche producano più latte.»
«È incredibile, le pensano proprio tutte per guadagnare di più.» dice Aldo ed io continuo «Quando poi
ho chiesto all'allevatore se le porcherie che mangiano le mucche vengono trasferite nel latte mi ha detto che non lo sapeva. Allora ho ricercato su internet ed ne ho avuto la conferma dall'esempio di una
donna allergica al pesce ricoverata in ospedale per la sua allergia pur non avendo mai mangiato del pesce in vita sua. Dopo lunghe analisi è risultato che aveva mangiato delle uova provenienti da alleva menti di galline che mangiavano farina di pesce e questa si è trasferita nell'uovo attraverso il ciclo alimentare. Così ho smesso di bere il latte che adesso considero un bianco frullato di quelle porcherie.»
«E cosa bevi?»
«Latte di mandorla, di riso, di soia, di miglio, quello che trovo.»
Sorseggiamo il caffè e Aldo mi dice nella speranza di invogliarmi «Ti abbiamo portato una bicicletta
anche per te, così possiamo andare tutti e tre insieme anche nei posti non accessibili alle macchine,
che sono anche i migliori. È un po faticoso ma ti assicuro che ne vale la pena.»
In fila indiana attraversiamo una stretta viuzza che conduce alla piazza del villaggio dove su un lato si
trova il Municipio dalla facciata barocca caratterizzata da un eccesso decorativo.
Iniziamo la salita verso la cima della collina tra stradine e viottoli stretti e tortuosi.
Attraversiamo piccoli villaggi dove alcune donne anziane vestite di nero, sedute davanti alle porte
delle loro graziose case con a fianco l'orticello, ci sorridono divertite.
Alla metà della collina intravedo un monastero che mostra le sue guglie imponenti. Aldo mi chiede
«Vuoi fermarti a vederlo? dentro ci sono frati di vari paesi che vivono in solitudine a pregare.»
«Ho già inutilmente pregato abbastanza nella mia vita e mi sono convinto che se Dio esaudisse le
preghiere di tutti gli uomini l'umanità si autoestinguerebbe a causa dei mali che si invocano l'un l'altro.
Sarebbe meglio che invece di pregare impiegassero quelle energie in attività più utili a migliorare la
vita reale della comunità.»
«Almeno vieni a vedere l'edificio e l'altare della chiesa ricoperto d'oro.»
«Gli altari mi ricordano i sacrifici o dove si mangiano ostie per placare il falso bisogno umano di perdono per l'illusoria pace eterna. Preferisco la bellezza di questa Natura e la fragranza di questi profumi
che misti all'aria salmastra tonificavano la mente e il corpo. »
Senza nessun loro commento continuiamo la salita costeggiando uliveti protetti da muretti in calce
bianca.
Attraversiamo l'apertura di un alto muro azzurro e vediamo un casolare dove all'ombra di un noce è
seduto un contadino con il viso bruciato dal sole e marcato dalla fatica di chi lavora all'aria aperta. È
assorto nei suoi ricordi con gli occhi quasi chiusi davanti ad un bicchiere vuoto ed una bottiglia di vino.
Una sensazione di pace aleggia tutt'attorno, una pace che quando ero imprenditore non avrei mai po tuto immaginare.
Non appena ci sente arrivare sembra rinascere. Si avvicina lentamente con quella soggezione cortese
di chi vive ritirato ai margini della società ed affabilmente dice «Venite ad assaggiare il salame e il formaggio con un bicchiere di vino, ho anche del miele.»
Allora Adriano ricordando la storia del latte mi tranquillizza «Stai tranquillo, qui i maiali non mangiano
porcherie ed il formaggio è di capra che mangiano solo quello che la Natura gli offre al pascolo ed il
miele è fatto dai frati del convento che abbiamo appena visto.»
«Bene, allora oggi non introduco nel mio corpo i dannosi pesticidi contenuti nei cibi industriali.»
Ad ogni boccone che assaggio mi esprimo con gesti di grande soddisfazione e chiedo al contadino se
produce tutto lui.
Interviene il laureato che mi spiega «Qui sull'isola si usa il metodo marxista che sosteneva che per
mangiare tutti di più ci si deve specializzare ciascuno in un prodotto e non per tutto ciò che serve alla
famiglia. Così c'è chi fa il formaggio, chi i salumi, chi gli ortaggi e così via, poi tutti si barattano ciò che
producono.»
«Caro Aldo, vedo che hai studiato il marxismo!» gli dico con voce scherzosa e continuo «ma nel capiIl gioco del Pianeta gioioso

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talismo barattare significa non pagare le tasse.»
A queste ultime parole il contadino si innervosisce e chiama in disparte Adriano mentre noi continuiamo a scambiarci idee di economia politica. Il contadino, non sapendo se quello che faceva rispettava la
legge, gli chiede molto preoccupato «Dimmi Adriano, non sarà uno delle tasse quel signore?»
La paura di una visita fiscale fa paura anche alle persone più oneste che non hanno nulla da perdere
se non la dignità di un lavoro duro e faticoso per sopravvivere ai limiti della povertà.
«No, non preoccuparti sono due laureati in economia che parlano capendosi solo fra di loro.» gli ri sponde Adriano tranquillizzandolo.
Ritornano a sedersi fra noi ed il contadino ormai rincuorato mi si rivolge un poco timoroso «Restate a
pranzo, fra poco torna mia moglie dal campo che sarà ben lieta di conoscerla.»
A me l'idea non sarebbe dispiaciuta per scoprire quel matrimonio che, dal tono della sua voce, sem bra trascinarsi nella stanchezza dopo che l'invecchiare lo ha affievolito con la scomparsa della passione.
Ma forse proprio la perdita della passione è il passo necessario per la sospirata matura tranquillità oppure un inganno verso una grigia solitudine.
Ci pensa Aldo ad insoddisfare la mia intima curiosità rispondendo «No, grazie dobbiamo fare il giro
dell'isola in bicicletta e ci vorrà tutto il giorno, magari quando rientriamo.»
«Assaggiate almeno il miele dei frati.»
«Ottimo.» gli dico esprimendo un parere sincero e continuo malignamente «allora questi frati non
pregano soltanto, ma lavorano.»
Il contadino con aria spiritosa interviene «Dire che lavorano è esagerato. Fanno come il loro padrone,
Gesù Cristo, che non ha mai lavorato ma solo predicato. Sono le api che lavorano. I frati pregano Dio
affinché le api facciano molto miele e per dare a noi contadini la salute per lavorare e fornirgli l'altro
cibo che mangiano.»
«E ve lo pagano il cibo?»
«No, loro sono poveri, ma scambiando il cibo dei contadini con il miele le loro pance sono gonfie.»
Aldo dice «Lo sapete che le tre cose che Maometto amava di più sono il profumo, le donne e la preghiera.»
Non volendo cercare una ragionevole connessione di quella frase con il dialogo in corso intervengo
scherzando «Ma questi frati pregano anche Dio affinché elimini il male fatto dalle sue creature mal riu scite e cattive?»
«Pare che Dio non risponde mai a nessuno.»
«Forse gli è riuscita male la creazione di Adamo ed Eva.»
«Ma ancor più grave è che Dio si è sbagliato ha creare il diavolo prima dell'uomo.»
«Forse è l'uomo ad aver creato Dio vergognandosi della sua natura animale inventando l'origine più
dignitosa di discendenza divina.»
«Alcuni sostengono che le visioni di Dio sono visioni degli alieni che ci hanno evoluto.» interviene ancora Aldo senza alcuna connessione al dialogo.
«Questo è l'effetto del vino buono.» gli dico.
Vedendo il contadino confuso da quella ebbra conversazione gli chiedo con voce serena «Mi hanno
detto che i frati vengono da ogni parte del mondo.»
«Certo, qui hanno trovato la cuccagna. Pregano, cantano, leggono la Bibbia tutto il giorno e mangiano a sbafo come tutti i preti alla faccia della povertà nel mondo.»
Aldo, infastidito da questo ragionamento gli dice «È il loro lavoro glorificare Dio senza mai stancarsi
come dicono le scritture.»
Bevo un sorso di vino e gli rispondo «Tutti pregano Dio per affidargli ogni problema, necessità o qualsiasi argomento riguardi la vita. Si sentono a loro agio nel parlare con Dio persino quando si ammalano, muoiono i loro cari ed anche i problemi economici rimangono gli stessi, anzi spesso si aggravano
dopo le preghiere.»
Interviene il contadino con voce decisa «Io invece mi sono stancato di pregare Dio anche se non be stemmio tutto il giorno come quel frate impazzito che è scappato dal convento.»
«E chi preghi.» gli chiede Adriano.
«La mia preghiera è il lavoro di ogni giorno nei campi e nel vigneto per accudire la Natura che mi ha
sempre alimentato.»
«Bravo.» gli dico alzando i due pollici delle mani e continuo «Bravo, bravo bravo. Tu sei Dio quando
metti la responsabilità della propria vita sulle tue spalle.»
«Anche noi giovani rifiutiamo la preghiera, che consideriamo un passatempo per gli oziosi.» interviene con sorpresa il giovane Adriano che continua «Dio non va pregato per aiutarci, lui sa già di cosa abbiamo bisogno, perché quindi pregarlo?»
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Confermo con sempre minor scioltezza di linguaggio «Vero. Dobbiamo invece pregarci l'uno l'altro per
aiutarci reciprocamente.»
«Bisogna guardarsi dentro, per comprendere il nostro essere fatto di limiti, ma anche di splendide
qualità. C'è chi vede solo i propri limiti e non valorizza se stesso.» dice Aldo rivolgendosi al fratello nel
tentativo di spronarlo a rendersi utile alla famiglia.
«Il frutto della meditazione è la vera preghiera al Dio che è dentro di noi e che tutto ci concede se
solo glielo chiediamo.» e pur un poco brillo quell'ultima parola la sento stonata. Rifletto e dico «Scusate, il se » accompagnandolo con il segno delle due dita con ambo le mani «vuole il congiuntivo, quindi
chiedessimo.» ed allegro mi avvio alla bicicletta per riprendere il viaggio farfugliando «Perciò, preghiamo il Dio che è dentro di noi e che tutto ci concede se solo glielo chiedessimo.»
Il contadino mi prende il braccio e mi prega di visitare il suo vigneto. Mi infilo stupefatto nei filari così
vicini l'un l'altro che aprendo le braccia riesco a sfiorare i grappoli acerbi.
Riprendiamo la strada verso la cima della collina ma dobbiamo fermarci per lasciare il passo alle capre che recano il latte nelle mammelle gonfie da mungere davanti all'uscio, casa per casa.
Quando il sole è già prossimo al mezzogiorno in un cielo limpido giungiamo in un luogo meraviglioso.
In una terrazza, aperta sul cielo e sul mare, vi è una specie di bunker, certamente un residuato
dell'ultima guerra. Vi entriamo suggestionati, accolti da una fresca oscurità attenuata dalla luce che penetrando da strette feritoie mostra il pulviscolo in movimento. Dalla nuda e fredda feritoia centrale il
paesaggio che si spalanca davanti ai miei occhi sembra uscito dalla tela di un pittore. La ripida parete
che sostiene il bunker si piega in morbide colline punteggiate da micro villaggi e cascine sparse geometricamente equidistanti. Quasi vicino al mare blu cobalto una ridente pianura cede il posto a dune sabbiose. L'orizzonte è a tratti nascosto da candidi batuffoli che dipingono un cielo trasparente.
Uscendo dal bunker, nel bagliore del sole, un vento leggero fonde il profumo del mare con quello dei
fiori, dei frutti e gli odori dei campi concimati.
I ragazzi mi mostrano sul vicino cocuzzolo della collina un ristorante color limone, costruito nello stile
di cottage marinaresco con una immensa terrazza ricoperta da un pergolato di vite.
«Quello è il miglior ristorante dell'isola, ma noi abbiamo portato dei panini, dell'acqua ed una bottiglia
di vino per mangiare qui sul tavolino del terrazzino panoramico.» dice Aldo ed il giovane fratello, con
l'aria delusa per non essere ricco e potermi invitare al ristorante, aggiunge «Ci sono le panche per i turisti che non vogliono spendere una cifra astronomica al ristorante.»
Mentre stanno togliendo il cibo dallo zainetto dico loro «Ascoltate ragazzi, ieri sera ho passato una
serata meravigliosa ed ho mangiato e bevuto benissimo, lasciatemi ricambiare la vostra eccellente
ospitalità invitandovi a pranzo sulla terrazza del ristorante.»
«Impossibile.» rispondono in coro i fratelli «tu sei nostro ospite e poi è carissimo il ristorante.»
«Ma io vorrei sdebitarmi prima di partire.»
«Se proprio vuoi sdebitarti, noi abbiamo una richiesta da farti, ma anche se non puoi soddisfarla non
importa.» dice Aldo ed all'unisono con il fratello continuano «Ci puoi portare con te fino al prossimo
porto per scoprire la navigazione a vela?»
Senza aspettare la risposta aggiungono per convincermi «Poi, noi torneremo in traghetto.»
Rifletto riguardando il paesaggio maestoso che mi circonda. Cerco di immaginare come sarebbe stata
una giornata in barca con quei ragazzi curiosi ed un poco timidi, che arrossivano impacciati nel dare risposte concise a domande stravaganti. Ma vista la loro ansia trepidante gli dico con tono ricattatore
«Va bene, vi porto con me fino al prossimo porto a condizione che mi lasciate offrire il pranzo in questo
ristorante.»
I due fratelli si guardano in faccia sorpresi dalla doppia opportunità e pur sapendo di sottrarsi al principio di ospitalità gridano insieme «Accettiamo.» e mi abbracciano gioiosi.
Quanto piacevoli sono gli abbracci della gente sorridente e gioiosa.
«Molto bene. Approfittiamo dell'occasione anche per soddisfare almeno uno dei desideri di Adriano,
fra essere ricco, arrivare con una Ferrari e con due modelle a bordo. Invece della Ferrari abbiamo le biciclette, invece di due modelle ci sono due amici, perciò il desiderio soddisfabile rimane solo quello di
immaginare di essere ricco.»
«Cosa intendi?» dicono contemporaneamente.
«Adriano, userai la mia carta di credito per pagare il conto come un vero ricco.»
«Questo non è accettabile.» dice Aldo.
«Ma cosa cambia se fingiamo un pochino, in fondo diamo ad Adriano solo l'illusione di essere ricco
per il breve tempo di un pranzo, come se fosse in un film.»
Interviene Adriano entusiasta di diventare ricco anche solo per qualche ora «Va bene, dammi la tua
carta di credito, lasciamo qui le biciclette ed avviamoci a piedi all'ingresso.»
«Ma non è onesto!» insiste Aldo e prontamente gli risponde il fratello «Essere onesti spesso significa
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essere sciocchi.»
Adriano entra per primo nel ristorante con l'aria del milionario in vacanza che invita gli amici.
Attraversiamo un corridoio dove su un lungo tavolo sono esposti vari tipi di pesce arricchiti da svaria te verdure. Il tutto è contornato da piante, fiori, frutti di ogni genere e spezie che rilasciano un profumo inebriante in uno scenario hollywoodiano. In fondo al tavolo il piatto del giorno in una fumante cas seruola, tranci di pesce spada in umido.
Adriano si rivolge al cameriere con autorità «Preferiamo pranzare sulla terrazza» e senza farsi accorgere sceglie accuratamente un tavolo da dove poteva controllare le biciclette.
Sedendomi, osservo la parete della terrazza ricoperta totalmente dall'edera mentre un profumo esaltante scende dal pergolato d'uva.
Si vede anche l'altra parte dell'isola, dove in una valle interna, sotto il cielo sereno svolazzano alcuni
rapaci che pattugliano silenti il territorio alla ricerca di prede.
Vedendomi incantato da quello spettacolo Aldo dice indicandoli «Sono falchi pellegrini che si nutrono
con gli uccelli migratori i quali si cibano sui quei campi sterminati in fondo alla valle interna. Tutta
quell'area è stata acquistata da una multinazionale che coltiva intensivamente cereali per il biocarburante spargendo quantità indiscriminate di pesticidi tossici tanto che nessun isolano vuole andarci a lavorare per paura di far la fine dei falchi.»
«E chi ci lavora.»
«Stranieri, di ogni colore. Ma il problema non è questo.»
«Credi anche tu che i biocarburanti ridurranno la disponibilità di derrate alimentari aumentando la
fame nel mondo?»
«Non è neppure questo il problema?»
«E quale è, allora?»
«Quei falchi che vedi sono gli ultimi rimasti di una comunità numerosissima che io ben conoscevo da
quando da piccolo andavo a cercare le loro uova per mangiarle.»
«Cosa è successo per ridurli a così pochi?»
«Gli uccellini migratori mangiano da quei campi assorbendo nel loro corpo i pesticidi tossici inventati
dallo stupido ingegno umano. I rapaci mangiano gli uccellini assorbendo i pesticidi.»
«Vuoi dire che i pesticidi tossici passano dagli uccelli migratori ai falchi?»
«Certo, ogni piccola dose di pesticida contenuta in un uccellino mangiato si accumula al numero di
uccellini di cui quotidianamente riescono ad alimentarsi. Una volta entrati nella catena alimentare i pesticidi non ne escono più circolando all'infinito fra gli esseri viventi ed anche fra noi umani.»
«Ma noi non mangiamo i falchi.»
«Vero, ma non dobbiamo mangiare neppure le loro uova che sono tanto inquinate da non maturare
abbastanza e rimangono senza scorza. Così, quando i piccoli riescono ad uscire sono così malformati
da non poter più volare e muoiono nei loro nidi.»
«Probabilmente è la risposta della Natura che si difende attaccando proprio l'origine della vita.»
«Io ne sono certo in quanto la vendetta della Natura sta scorrendo oscura nelle vene della vita.»
«Ho sentito dire che, da studi di una università Inghilterra, assorbiamo ciascuno circa sette chilo grammi all'anno di pesticidi chimici dannosi alla salute contenuti nel cibo non biologico.»
«Incredibile, le industrie alimentari ci hanno condannati ad accumulare pesticidi nel nostro corpo.
Forse un giorno diventeremo tutti pazzi.»
«È molto triste, speriamo che questa invisibile sottile minaccia non diventi l'avvelenamento anche di
noi umani come è successo alle mucche impazzite tempo fa.»
Guardo quei pochi ultimi rapaci volteggiare nel cielo ignari della loro estinzione ed una visione si presenta alla mia mente. Vedo gli ultimi pochi umani vagare fra le sterminate praterie avvelenate dalla
chimica tossica e mi chiedo fino a quando l'ammirevole pazienza della Natura ci potrà sopportare.
Al termine delle numerose portate di squisiti assaggi Adriano mi chiede sottovoce «Ma questo cameriere deve stare sempre qui vicino al tavolo?»
Anch'io gli rispondo sottovoce per non farmi sentire dal cameriere «Certo, è così che i ricchi pranzano, un cameriere ad ogni tavolo per soddisfare ogni desiderio del cliente.»
Terminato il lauto pranzo arriva il direttore di sala con un portfolio di pelle blu con la scritta in oro del
nome del ristorante. Immediatamente gli dico «Il conto al signor Adriano.»
Lui lo apre per inserirvi la carta di credito sbirciando con disinvoltura il totale che gli fa, prima, brillare
gli occhi e poi impallidire il viso senza però pronunciare parola.
Si riprende grazie ad un altro cameriere che si avvicina con un carrello pieno di liquori dicendo «Offre
la casa.»
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Mentre assaggiamo i liquori dalle più strane bottiglie provenienti da ogni parte del mondo arriva il direttore di sala che porge il portfolio ad Adriano che dice con aria distaccata «Pensaci tu Alex» e firmo
l'addebito della carta di credito.
All'uscita mi rivolgo orgogliosamente ad Adriano «Complimenti, ti sei comportato come un vero ricco.»
«L'ho visto fare nei film.» risponde altezzoso ed il fratello lo sprona dicendo «Dovresti fare l'attore,
così potrai vivere in base ai valori di cui ti hanno imbottito.» ed io aggiungo «Forse, diventerai ricco ma
perderesti la tua anima.»
«Non m'importa dell'anima.»
Aldo avvicina le sue labbra al mio orecchio e sussurra «Come il Faust è disposto a vendere anche
l'anima al diavolo pur di diventare ricco.»
Un poco alticci con le braccia sulle spalle l'uno dell'altro arriviamo al terrazzino panoramico. Liberiamo
le biciclette dalle catene ed Adriano si siede sulla panca guardando i gabbiani lontano sul mare volteg giare nel cielo in cerca di cibo e dice con aria incantata «Certo, mi piacerebbe proprio fare l'attore.»
Il fratello sorpreso ed infastidito da tale fantasia gli dice «Non sognare, fratello, è impossibile che tu
diventi un attore.»
«Perché!» dico io «se veramente ci crede, si impegna, studia e lavora niente è impossibile. Adriano,
leggi la storia dei grandi attori, all'inizio non riuscivano neppure a pagarsi il cibo e poi sono diventati
ricchi e famosi.»
«E hanno perso l'anima?»
«Dovresti chiederlo a loro. Molti ricchi non si rendono neppure conto di essere schiavi della società
consumistica.»
«Ma allora cosa bisogna fare per essere veramente liberi e felici?»
«Devi cambiare i principi che ti hanno messo a fondamento della tua vita.»
«Dovrei svuotarmi di tutto ciò in cui credo?»
«Si, se intendi per libertà fare quello che vuoi tu. Mentre se farai quello che vogliono gli altri come affannarti dietro il denaro e la fama allora sarai uno schiavo del tirannico capitalismo.»
Prendiamo le biciclette e tutti e tre, pensierosi in quel gradito silenzio tanto prezioso quando non c'è
più niente di importante da dire, arriviamo alla piazza del paese dove ci fermiamo per dissetarci in un
bar. A fianco del nostro tavolo un ragazzo ed una ragazza spagnola discutono ad alta voce.
Aldo mi chiede se capisco lo spagnolo e lo informo che stanno parlando della crisi nel loro paese e
che hanno ricevuto dai genitori l'invito a rientrare in quanto sono arrivate le lettere di licenziamento.
Mentre riprendiamo le biciclette Adriano dice «Mi sembra stia andando alla malora tutto il mondo.»
Raggiungiamo la casa senza più fermarsi godendo della rosea luce del tramonto che sfiora la cima
delle case.
Troviamo la porta aperta e nessuno risponde alla chiamata dei due fratelli. Saliamo gli scalini ed entriamo nel soggiorno. Loro sono tranquilli, io meno. Quando, inquieto, attraverso un raggio di luce fioca
proveniente dalla finestra chiedo «Ma non vi preoccupa che non ci sia nessuno e la porta non sia chiusa
a chiave?»
«Noi non chiudiamo mai la porta con la chiave, cosa vuoi che rubino in una casa di pescatori.» mi risponde Aldo con la tranquillità di chi vive senza temere i ladri mentre deposita a terra lo zainetto e
prende una bottiglia d'acqua fresca.
Adriano continua con naturalezza come se la mancanza dei nonni fosse la normalità «Allora Alex,
come hai mangiato al ristorante?»
Mentre mi sdraio sull'amaca all'ombra di un grande fico che con i suoi rami copre l'angolo della ter razza che guarda l'entroterra gli rispondo «Non cambierei mai la cena di ieri sera su questa terrazza
meravigliosa con il miglior ristorante al mondo.»
«A te il nostro cibo semplice piace mentre a me piace quello del ristorante.»
«L'erba del vicino è sempre più verde, ma quando hai fame anche pane e acqua danno lo stesso piacere delle pietanze più sofisticate.»
«Comunque io desidero mangiare cibi rari.»
«Ogni desiderio è un male e quando non si riesce ad appagare crea insoddisfazione e dolore. Abituarsi a cibi sani e poveri fa bene alla salute del corpo. Quando poi, capita l'eccezione di una tavola sontuosa si apprezza molto di più di chi ce l'ha tutti i giorni.»
«Saggio è chi vive senza desideri.» dice Aldo mentre il mio sguardo si perde nel celeste orizzonte vagando dove cielo e mare si confondono fino a quando le palpebre si chiudono lentamente in un sonno
stravolto dalla fatica della gita in bicicletta.
Nessuno si è permesso di svegliarmi e quando apro gli occhi sento il dolore lancinante alla testa di
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quando ci si risveglia dopo una sbornia. Impiego un poco a rendermi conto di dove mi trovo, scendo
dall'amaca e giro per la casa in cerca di qualcuno per scusarmi di essermi addormentato. Non trovo
nessuno, allora prendo un fazzoletto di carta e scrivo Partiamo domattina e m'incammino verso la mia
barca dove riprendo a dormire.
Quando una incomprensibile voce mi sveglia di soprassalto vedo Adriano sulla banchina gesticolare le
due braccia gridando «Comandante.»
Il sole si sta immergendo nell'orizzonte tingendo pigramente di rosso arancio le piccole nubi in fila indiana velate dai gabbiani silenziosi .
«Salve, sali pure.» gli dico con voce rauca ed assonnata.
«È vero che domani mattina ci porti con te?» chiede tutto ansioso nella speranza di una conferma.
Per assicurarmi che l'indomani sia una giornata serena osservo i segnali delle nubi e del vento di cui
ho imparato a conoscerne il linguaggio e gli confermo «Senz'altro, partiamo all'alba, così arriveremo in
porto verso sera.»
Raramente ho visto un viso giovanile così felice come quello di Adriano dire «Non posso rimanere. Ho
un appuntamento con un mio amico che ha internet e mi aiuterà ad informarmi su cosa studiare per
diventare attore. Ciao, a domani all'alba.»
La vita è proprio imprevedibile mi dico pensando al futuro di famoso attore che Adriano quella stessa
mattina neppure immaginava.
Scaldo il caffè avanzato, riordino quel poco da riordinare come una perfetta massaia e mi metto alla
radio amatoriale, sulle onde lunghe, per ascoltare i vari bollettini del mare e le previsioni del tempo.
Esco quindi a preparare la barca per la navigazione. Tolgo il genoa dal gavone, lo ingarroccio e mentre lo raccolgo lungo la battagliola sul bordo sinistro della barca sento delle voci femminili dal tono monotono, acuto e nasale «Hello Charly, Hello Charly».
Stupito da chi poteva chiamare la barca in Inghilterra mi giro verso le voci e vedo due ragazze con lo
zaino in spalla ondeggiare le braccia per richiamare la mia attenzione.
Mi avvicino incuriosito e sorpreso dalla loro bellezza le rispondo «Hello.»
Una ha i capelli lunghi e scuri con sfumature rosso carota sotto un largo capello di paglia, l'altra ha i
capelli biondi che le cadono sulle spalle incorniciando dei grandi occhi di un incredibile azzurro. Ambedue portano una maglietta di color verde acqua che risalta i loro visi molto abbronzati, non più giovani
o forse molto stanchi. Quella con i jeans fino al ginocchio, tutti sbrindellati, si toglie il pesante zaino attrezzato per i lunghi viaggi compreso di sacco a pelo e lo depone a terra con un'espressione di sollievo
come da non poterne più di tale fatica e mi dice in inglese «Dove sei diretto?»
Capisco subito che si tratta di barcastop e come sempre uso la mia consueta gentilezza, non solo per
essere ragazze attraenti ma per l'altruismo che mi contraddistingue da quando vivo in barca «Vado a
sud.» rispondo dando inizio alla conversazione in inglese
«Quando parti?» chiede l'altra ragazza con ancora lo zaino sulla spalle essendo meno fiduciosa di trovare un passaggio.
«Domani all'alba.».
Le ragazze bisbigliano fra loro e riprendo ad avvolgere la randa con gli elastici quando mi chiedono
«Puoi venire un attimo da noi.»
Alzo il boma per evitare di picchiarci la testa, abbasso la passerella e scendo sul molo dicendo sorri dente «Eccomi.»
«Ciao, io mi chiamo Dagmar, lei Elisabeth.»
«Ciao, io sono Alex.»
«Parli bene l'inglese, ma non lo sei, vero?» chiedono all'unisono.
«No.»
«Senti Alex, noi siamo dirette ai Caraibi e cerchiamo un passaggio sulle barche a vela sperando di
trovarne una che si ferma alle Canarie.»
Sapevo che molte ragazze sono disposte a tutto per un imbarco e la bellezza per loro è quello che per
gli uomini è divenuto il denaro e il potere. Ricordo che quand'ero imprenditore perfino il sesso era utilizzato quale strumento di carriera, ma queste ragazze sembrano oneste e pulite.
«Mi dispiace io vado prima in Grecia, Turchia e Medio oriente, poi forse fra un anno o due attraverse rò l'Atlantico, se Dio vorrà.»
«Perché tu credi in Dio?» disse incuriosita la ragazza che si sta togliendo anche lei lo zaino per aver
già deciso che sono una persona affidabile.
«È un modo di dire.» rispondo evasivamente ad una domanda così intricata ed aggiungo «ma se volete vi offro un caffè.»
«Non hai qualcosa di fresco?» dicono contemporaneamente con le labbra secche ed un goccio di
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schiuma bianca al bordo della bocca.
«Certo, salite a bordo.»
«Possiamo portare anche gli zaini.»
«Si, appoggiateli sulla passerella che ci penso io.»
«Ok. Grazie, sei molto gentile.»
Quando le accomodo sedute nel pozzetto scendo a prendere dal frigo la bottiglia di acqua minerale,
controllo che ce ne sia a sufficienza e la deposito sul tavolino con due bicchieri di carta. La prudenza
che potessero infettarmi i bicchieri di bordo non è mai troppa.
Le osservo dissetarsi ascoltando quei sospiri di immenso piacere che ben conosco quando anch'io mi
disseto da una grande sete e dico loro «Riposatevi pure, io continuo a preparare la barca per la partenza.» e scendo sottocoperta a tracciare rotta e calcolare i tempi seduto al tavolo da carteggio.
Di tanto in tanto osservo, prima l'una e poi l'altra, mettere dentro la testa per curiosare l'interno della
barca ed una mi chiede «È molto ordinata la tua barca, chi se ne occupa?»
«Vivo solo in barca.» rispondo soddisfatto del complimento.
Prendo una birra ed esco sedendomi di fronte a loro. Esplorando nel profondo dei loro occhi noto che
quelli di Elisabeth tendono più al verde chiaro e dico «Avete dei begli occhi, di dove siete?»
«Siamo di Uppsala una cittadina vicino a Stoccolma dove c'è la più antica università della Scandinavia.» dice una e l'altra aggiunge «Forse, avrai sentito parlare della vescova luterana che fu eletta anche
se si dichiarò lesbica!»
Sbalordito, ma molto interessato chiedo «Una vescova lesbica?»
«Si, credo sia l'unica al mondo, per questo è famosa.»
Con aria incredula dico «Non so nulla di questa intrigante storia. Scusate la mia ignoranza, ma non
leggo più i giornali e non vedo la televisione da tempo. Mi sono isolato dalle notizie del mondo leggendo e studiando la storia delle religioni.»
Dagmar, bella ma anche furba e intelligente, colse il momento opportuno per chiedermi «Abbiamo
chiesto un passaggio alle barche a vela nella marina ma nessuna si muove nei prossimi giorni, se ci
porti verso Sud ti prepareremo delle cenette buddiste.»
Sorpreso ed incuriosito dalle cenette anche se non avevo la minima conoscenza di quelle buddiste, le
osservo attentamente per valutarne i rischi. Pur poco curate nel loro aspetto appaiono in ordine ed anche intelligenti. Non usano profumo e questo mi facilita la decisione dato che considero i profumi come
espedienti per nascondere qualcosa d'altro oltre a violentare il mio naso allettato solo da quelli naturali
più gradevoli anche dei più costosi profumi.
«Sarei molto onorato di avervi a bordo, potrete cercare un imbarco più a Sud.»
«Grazie. Andiamo un attimo in paese, possiamo lasciarti qui gli zaini?» mi chiede Dagmar.
«Vi fidate! Potrei partire con gli zaini.»
«Si, potresti, ma non diventeresti ricco con i nostri due zaini e poi la Guardia costiera ti troverebbe
prima o poi.» risponde Elisabeth avviandosi verso la passerella seguita dall'amica ondeggiante le anche
in modo seducente.
Continuo con il mio lavoro di preparazione della barca alla navigazione e poi come ad ogni tramonto
inizio a preparami la cena. Decido per la frittata con i pomodori freschi quando sento chiamarmi «Puoi
venire ad aiutarci.» Sono le ragazze con due borse di plastica del supermercato e mentre Elisabeth mi
passa i sacchetti dice «Abbiamo deciso di invitarti a cena.»
«Ma, io sto già preparando la mia.» dico stupito.
«Dobbiamo festeggiare il nostro incontro.» continua Dagmar mostrandomi le cibarie acquistate e delle candele colorate mentre l'amica mi chiede «Hai una tovaglia?»
«Certo.» e consegno loro tutto l'occorrente per preparare la tavola nel pozzetto che subito dopo è
straordinariamente imbandita sulla tovaglia blu stampata con gabbiani bianchi ed un mazzo di fiori al
centro.
Nell'oscurità che lentamente avanza accompagnando il sole che scompare le ragazze accendono numerose candele.
Mi raccontano le esperienze del loro viaggio alternando la descrizione minuziosa della delizia di quel
cibo locale acquistato al supermercato. Io non commento pur avendo capito che quel cibo non aveva
nulla di locale mancando, sia nel salame che nel formaggio, di quel trionfo di profumi che ho apprezzato assaggiando quello del contadino. Del resto i supermercati spesso spacciano ai turisti per prodotti
locali quelli industriali che sanno solo di spezie. In fondo come potevano i turisti capirne la differenza,
ma io sì, specie osservando il colore dei salumi che non deve essere rosso altrimenti sono pieni di coloranti.
Ma non voglio inquietare le ragazze e continuiamo a conversare.
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Terminata la bottiglia di spumante dico loro di voler andare a letto per essere in forma all'alba per la
partenza. Allora Dagmar dice «Veniamo anche noi domani mattina, tu vai pure a letto, noi sparecchiamo e laviamo i piatti. Dormiremo qui nel pozzetto nei sacchi a pelo.»
«Devo però avvisarvi di due cose. Primo, domani vengono due miei amici che poi ritorneranno la sera
stessa con il traghetto. Secondo, io navigo sempre nudo. Se siete d'accordo, venite che vi faccio vede re come funziona il bagno.»
«Non preoccuparti, sappiamo tutto delle barche a vela.» dice subito Elisabeth mentre inizia a sparecchiare noncurante della nudità in navigazione a cui erano anch'esse.
Dagmar aggiunge «Vai pure a dormire, facciamo noi.»
Mi sdraio nel letto del quadrato che avevo trasformato in matrimoniale abbassando mezzo tavolo da
pranzo. Da li posso controllare tutto quanto succede a poppa, ma soprattutto vedere il cielo stellato
che era diventato il mio indispensabile sonnifero.
Dopo un continuo sale e scendi delle ragazze per riordinare si sente il suono melodico di una chitarra
proveniente dagli scogli del molo. Le ragazze ascoltano sorprese in silenzio e poi dicono «Dormi pure,
noi andiamo sugli scogli a sentire la musica.»
Dormendo con la sensibilità del marinaio sempre attento ad ogni minimo strano rumore le sento rien trare e mettersi nel sacco a pelo.
É notte fonda quando Dagmar scende sottocoperta e sussurra «Alex.» ed attende.
Poi ripete «Alex.»
Io tengo gli occhi chiusi per mostrarmi addormentato ma con le orecchie ben aperte per capire cosa
vogliono fare. Quando mi sento toccare la spalla mi giro, apro gli occhi e sento dirmi sottovoce «Possiamo dormire dentro, fuori c'è troppa umidità.»
«Andate nella cabina di prua ci starete tutte e due.» rispondo tranquillizzato dalla comprensibile richiesta.
Sento bussare sulla poppa della barca. Guardo fuori, il cielo si sta schiarendo e vedo i due fratelli ritti
sul molo dire all'unisono «Buongiorno. Sta uscendo anche il nonno.»
«Buongiorno, vedo che siete puntuali.» rispondo mentre accendo il piccolo diesel entrobordo per ri scaldarlo. I ragazzi salgono, depositano gli zainetti che portano sulla spalle e dicono all'unisono «Abbiamo portato i bomboloni caldi.»
«Grazie.» rispondo ed aggiungo rivolgendomi ad Adriano «prendi questa cima e falla girare intorno
alla bitta del molo e riportamela a bordo.»
Con l'espressione di non capire a cosa serva, ubbidisce.
La barca del nonno si ferma in attesa un poco più avanti.
Spiego ad Adriano di riprendere un capo della cima avvolto alla bitta ed al mio segnale lasciarla trattenendo l'altra estremità. Vado a prua e getto in mare la cima del corpo morto ed il Charly inizia lenta mente ad allontanarsi dalla banchina.
«Geniale, questo sistema per allontanarsi in sicurezza, devo dirlo al nonno.» dice Aldo sorpreso dalla
funzionalità della manovra.
«Si chiama doppino.» rispondo mentre torno a poppa per ingranare la marcia e seguire il peschereccio del nonno verso il mare aperto.
All'uscita del porto guardo il promontorio con la torre e mi ricordo della straordinaria mattinata di pe sca e della gradevole conversazione. Le due barche, come in simbiosi, si avvicinano fino a quando il
viso felice del nonno osserva i suoi nipoti partire per una inaspettata esperienza.
«Grazie.» mi dice mentre alcune lacrime gli scappano involontariamente, forse, per non potermi mai
più rivedere dopo quell'amicizia breve ma intensa.
«In culo alla balena.» gli rispondo accompagnando il saluto con la consueta alzata di mano dei velisti
e mi metto ad istruire i ragazzi a come girare i verricelli per alzare le vele.
Il nonno resta a guardare con soddisfazione i suoi nipoti imparare quelle strane manovre che in pochi
minuti spiegano le vele alla brezza mattutina che cresce divenendo venticello.
Le due barche si allontanano in direzioni opposte mentre tutti si sbracciano con grandi movimenti per
salutarsi.
Adriano si volta a guardare la costa allontanarsi e si mostra preoccupato quando vede, ovunque volge
lo sguardo, solo acqua di un azzurro intenso. Osserva incredulo la barca fendere velocemente il mare
in un silenzio a lui sconosciuto e dice come per incoraggiarsi «Che bello navigare nel silenzio.»
Nessuno risponde, incantati da quella piacevole sensazione.
Aldo, forse per allontanare l'inquietudine di non vedere più la terra, prende il giornale dallo zainetto
ed inizia a leggere ad alta voce «Lancio di lacrimogeni su ragazzi coperti dal passamontagna. Sparato ria durante il saccheggio di un'armeria e rubate centinaia di pistole. I ghiacciai si ritirano pericolosa Il gioco del Pianeta gioioso

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mente alzando il livello del mare. Padre mussulmano uccide la figlia fidanzatasi con un cristiano. Assaltata le sede del giornale, decine di feriti. Violentate due ragazze minorenni. Chiesto il riscatto
dell'imprenditore.»
«Basta.» lo interrompo con tono aspro e secco. Poi, risentito, continuo con tono scusante «Non leggere le malvagità umane, non roviniamoci la giornata.»
Aldo, con il viso imbronciato abbandona il giornale sul materassino del pozzetto lasciando le pagine
sfogliarsi al vento.
Sto timonando quando lo sguardo mi cade sulla pagina del giornale dove una foto mostra una madre
che porta in braccia il suo bambino straziato da una mina. Prendo tutto il giornale e lo getto all'interno
sotto lo sguardo condiscendente dei ragazzi che hanno capito il mio disgusto per quell'immagine.
Il sole è alto nel cielo quando Aldo ed Adriano, ormai rasserenati dalla navigazione a vela, si sdraiano
a prua a godere dello spettacolo di quella Natura sconosciuta anche se isolani.
Restano sbalorditi quando vedono uscire dal tambuccio di prua una testa bionda stropicciarsi gli occhi
azzurri seguita da due seni nudi che sembrano mele che dice «Good morning». Poi scompare lasciando
sporgere un'altra testa rossiccia con gli occhi verdi sempre con i seni nudi ma che sembrano meloni
che ripete «Good morning.»
I due ragazzi, disorientati, si guardano negli occhi come avessero visto due fantasmi e si mettono a
correre verso di me che subito li rimprovero con voce stridula «Non si corre in barca.»
«Ma Alex ci sono delle persone a bordo.»
«Ah! Vero, scusatemi, mi sono dimenticato di dirvelo, due ragazze svedesi, ieri sera, mi hanno chie sto un passaggio verso Sud.»
Loro, sbigottiti, senza neppure la forza di parlare si accostano vicino a me come se avessero paura di
essere mangiati dalle ragazze che escono poco dopo dal tambuccio salutando con le mani. Hanno il
seno nudo e con naturalezza dicono in inglese «Visto che voi avete i costumi li abbiamo messi anche
noi.»
Aldo che capiva e parlava l'inglese appreso all'università mi chiede delucidazioni.
«Ragazzi, normalmente io ed i miei ospiti navighiamo nudi e così l'ho chiesto anche alle ragazze. Mi
sono dimenticato di dirvelo e considerando che starete un giorno solo non volevo sconvolgervi.»
Adriano che pur non parlando l'inglese ha intuito l'argomento dice eccitato «Ma io non ho problemi se
ci spogliamo tutti.»
Aldo invece mi chiede di mantenere la decenza e così restiamo con il costume e le ragazze in bikini.
Illustro alle ragazze la nuova situazione ed inizio le presentazioni con un sorriso compiacente evitando l'incrociarsi delle strette di mani.
Dagmar mi chiede di tenere il timone assicurandomi della sua competenza e capacità. Accetto pur rimanendole a fianco per verificare ed evitare che qualcuno si prenda il boma sulla testa con una strambata improvvisa.
Aldo inizia a conversare con Elisabeth e trovandosi in allegra sintonia vanno a prua per non disturbare nel pozzetto affollato.
Assicuratomi delle abili capacità velistiche di Dagmar chiedo ad Adriano di avvicinarsi a lei per impa rare a timonare comunicandosi a gesti.
Quando tutti sono ben affaccendati scendo sottocoperta a prendere le due canne da pesca da traina
che colloco negli appositi alloggiamenti ai due bordi estremi della poppa. Terminato di calare in mare le
esche mi rivolgo a Dagmar dicendole «Se senti un rumore proveniente dal mulinello della canna chiamami subito che pranziamo con pesce fresco.»
Adriano mi si accosta dicendo «Ma io non capisco niente quando parlate inglese.»
«Ora comprendi quanto sia importante conoscere l'inglese. Guarda tuo fratello che sta seducendo Elisabeth. Capisci che la conoscenza delle lingue permette di conquistare le ragazze straniere ancor più
della ricchezza, dei bolidi e delle ville.»
Preparo degli stuzzichini e richiamo tutti nel pozzetto.
Aldo, nel raggiungerci da prua, sorregge Elisabeth con una inaspettata intimità che fa nascere l'invi dia di Adriano che gli chiede «Aldo, mi aiuti ad imparare l'inglese?»
Il fratello sorpreso da tale richiesta avendogli spiegato per anni che conoscere l'inglese è importante
nella vita, gli risponde con un sorriso «Certo, possiamo incominciare anche da domani con i miei libri
dell'università, iniziando da quelli per i principianti.»
In quel sorriso vi è anche la soddisfazione nell'immaginare lo stupore dei nonni a vedere il nipote indisciplinato a studiare e continua «Immagina la scena di quando i nonni ci vedranno seduti insieme ad
insegnarti l'inglese, invece di litigare per ogni sciocchezza.»
«Saranno molto contenti.» risponde senza neppure intuire quante porte gli avrebbe aperto la conoscenza dell'inglese per il resto della vita, oltre che a conquistare ragazze.
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Dopo lo spuntino Aldo ed Elisabeth ritornano a prua con la scusa di prendere il sole.
Dagmar, ora con gesti affettuosi, continua ad insegnare a timonare ad Adriano.
Il mare è calmo e il vento giusto per portare la barca in porto entro sera, così vado a riposarmi sul
mio lettone. Da lì posso vedere la prua attraverso lo specchio retrovisore di un camion che avevo in stallato sullo strallo di poppa. Posso vedere anche eventuali imbarcazioni in rotta di collisione oltre che
controllare la tensione delle vele. Ho tutto sotto controllo e mi lascio appisolare tranquillo.
«Terra, terra, terra.» sento gridare.
Apro gli occhi e sbircio nervosamente l'orologio di bordo. Avevo puntato la sveglia per quando si sarebbe dovuto vedere la terra e manca ancora un'ora. Esco comunque a controllare nel caso le correnti
avessero spinto così avanti la barca. Raggiungo la prua e dico «Per me sono nuvole. Continuate ad osservare attentamente.» Infatti nel giro di pochi minuti le nubi cambiano forma ed alcune si sciolgono
lasciando intravedere la linea dell'orizzonte che divide il mare dal cielo.
Stranamente nessuno si dimostra deluso, anzi li vedo contenti quasi si trovassero a loro agio e non
desiderassero arrivare così presto in porto.
Ritornando nel quadrato sento un rumore di sfiati. Incuriosito mi appoggio alla battagliola e vedo, in
un mare senza creste, le lame di alcuni delfini fendere la superficie.
«Guardate.» e tutti restano estasiati nel vederli giocare nuotando a pari passo con la barca e a volte
passare sotto la prua.
«Vado a preparare del pane con la marmellata che ai delfini piace tanto.»
Dopo circa un'ora in compagnia dei delfini sento di nuovo «Terra». Non è un urlo convincente come
quello di prima, anzi assomiglia di più ad un sussurro di indecisione.
Questa volta, però, una montagna si vede ben distinta nelle sue forme.
Riprendo il timone invitando tutti ad andare a prua e scrutare l'orizzonte per cercare un faro rosso o
verde che indica l'ingresso del porto.
Adriano si gira improvvisamente verso di me gridando «Si vedono delle case sulla collina.»
Mentre osservo luccicare i loro vetri agli ultimi raggi di sole, sento Dagmar dire «Guardate quella torre imponente.»
Il cuore mi si riempie di gioia osservandoli in piedi a prua mentre si abbracciano con la scusa di so stenersi dal rollio causato dalla brezza tesa che ora soffia nelle robuste vele sussurrando parole incomprensibili ai non marinai.
La vista del porto mi costringe ad un bordo e li istruisco sulla manovra. Lascio fare tutto a loro man tenendo una vigile sorveglianza, pronto ad intervenire ad ogni errore.
Al mio grido «Pronti per la virata.» tutti prendono un'aria seria ed impegnata ed al «Si vira» mi sem bra una squadra di coppa America.
Quando il porto è perfettamente a prua e la velocità sostenuta con una bolina molto stretta, i due
mulinelli suonano come spesso succede quando il sole inizia la sua discesa nell'orizzonte.
Subito porto la barca contro vento e, quando le vele iniziano a sbattere, estraggo la canna più vicina.
Chiedo ad Adriano di prenderla spiegandogli velocemente cosa fare. Poi, prendo l'altra canna e ripeto le
istruzioni ad Aldo. Le ragazze si attaccano a loro come per evitare che i pesci troppo grossi li trascinino
in mare o forse morbosamente per sentire il calore dei loro corpi. Sposto il timone con il piede per riprendere la rotta e chiedo a Dagmar di timonare mentre mi alterno da canna a canna ad allentare la
frizione e dare nuove istruzioni ai ragazzi.
Quando nell'acqua cristallina si vede lo scintillio argentato di un pesce tentare di svincolarsi dall'amo
prendo il retino e lo porto a bordo con enorme soddisfazione di tutto il gruppo eccitato dall'impresa.
Subito dopo ripetiamo la stessa operazione ma con un pesce più piccolo. Prendo il secchio dal gavone,
lo riempio con acqua di mare e vi deposito i pesci.
Elisabeth rimane a lungo a guardare quei pesci che si dibattono ansimando per ostacolare invano il
loro destino e dice affranta «Ma stanno morendo di una lunga agonia, non è meglio ucciderli!»
Le risponde Aldo «Così rimangono più freschi.»
«Non è giusto.» continua Elisabeth avvilita «i pesci non sarebbero d'accordo di soffrire fino all'ultimo
respiro. È una crudeltà.»
«I pesci non sono intelligenti come noi, per questo siamo noi a mangiarli e non loro a mangiare noi.»
osserva Aldo con una risatina sarcastica.
«Questo non è vero, i pescecani ci mangiano» e dopo una breve riflessione continua «quando i pescecani svilupperanno la loro intelligenza allora toccherà a noi soffrire.» risponde Elisabeth con un poco
di tristezza nella sua voce.
Aldo mi guarda furtivamente ma gli segnalo con un gesto significativo che non voglio intromettermi in
una discussione filosofica proprio ora che si vede un piccolo faro rosso che indica l'ingresso del porto.
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Accendo il motore e spiego a ciascuno dei quattro improvvisati marinai le istruzioni per calare le vele,
piegarle ordinatamente, mettere i parabordi e prepararsi per entrare in porto lasciando il faro rosso a
sinistra.
«Come fai a capire se lasciare il faro a sinistra e non a destra?» chiede Aldo.
«Rosso con rosso, verde con verde.» rispondono all'unisono le ragazze ed io gli spiego il significato di
quella massima «Le barche hanno la luce rossa a sinistra e quella verde a destra.»
Lentamente ci avviciniamo alla banchina ricercando senza successo un posto libero. Decido quindi di
ormeggiare su una boa libera circondata da diversi panfili dondolanti, quando Adriano, che era in piedi
a prua con Dagmar, grida entusiasta «Alex sta uscendo una barca.»
Con una improvvisa manovra mi avvicino al posto liberato ed entro con la prua dicendo ad Adriano di
saltare a terra appena possibile e di prender le cime di ormeggio. Anche Dagmar decide di seguirlo e
così Adriano la aiuta a scendere approfittando di toccarle il seno con una indifferenza che lei non sembra disprezzare.
Con l'aiuto della cima a terra manovriamo manualmente la barca per ormeggiare con la poppa.
Abbassata la passerella scende prima Elisabeth e poi Aldo che inizia a barcollare come succede spesso dopo un'intera giornata vissuta in barca. Lei le cinge subito la vita con ambo le braccia per sorreg gerlo e lui ne approfitta avvolgendola come farebbero i tentacoli di un polpo.
Dico loro di sgranchirsi le gambe andando a cercare il guardiano per informarsi sui servizi disponibili
e come riempire i serbatoi d'acqua, mentre io inizio a riordinare la barca e monto il tendalino.
Il gruppo ritorna poco dopo spiegando le istruzioni ricevute e la notizia che il traghetto sarebbe partito solo la mattina molto presto e che le ragazze non avevano trovato nessun imbarco.
Senza rispondere continuo a sfilettare i pesci dopo avergli ghigliottinato la testa e gettato i resti in
mare nella speranza di pescarne altri con la canna durante la notte.
Le ragazze sono stravolte da quella scena selvaggia ma necessaria alla sopravvivenza umana e le in coraggio dicendo «Ragazze, preparate la tavola come ieri sera che ceniamo e poi andiamo a berci il
caffè ed una birra in paese.»
Durante la cena Aldo ed Elisabet confermano il loro idillio in una appassionata conversazione mentre
Dagmar che non riesce a comunicare con Adriano lo stuzzica con delle moine forse più per ingelosirmi
che per delle velleità su Adriano.
I motivi che uniscono le persone sono sempre oscuri.
Le ragazze dopo aver assaggiato il pesce che ho cucinato molto semplicemente in padella con un solo
goccio d'olio, si complimentano affermando che un pesce così buono non l'avevano mai mangiato.
«Non è merito mio, ma del pesce appena pescato. Già dopo un giorno il pesce cambia sapore ed oc corre insaporirlo con le spezie che gli fanno perdere il vero gusto.»
Aldo domanda alle ragazze «Abitate in città od in campagna?»
«Abitiamo in un villaggio isolato nella campagna lungo un torrente dove scorre acqua fresca e limpida. Viviamo in una piccola comunità che pratica il buddismo tantrico.»
Aldo, stupito dalle due ultime parole mi chiede sottovoce in cerca di aiuto con occhi pieni di curiosità
«Cos'è il buddismo tantrico?» ed io mi rivolgo a Dagmar incurante di mostrare la mia ignoranza in materia e le chiedo «Cos'è il buddismo tantrico?»
Aldo mi sussurra nell'orecchio per non farsi sentire « Così ero capace anch'io di chiederlo.»
Dagmar prende la parola e soddisfatta della domanda inizia a spiegare «Il tantrismo è una dottrina
che combina corpo, mente e sesso per favorire la crescita spirituale nella conoscenza e maturazione di
se stessi. Si fonda su solidi principi morali e su una rigida disciplina di esercizi quotidiani per la purificazione del corpo e la liberazione dai dai desideri e piaceri futili. Il principio che sta alla base del tantrismo è di elevarsi quando si cade nella disperazione.»
Colpito dall'ultima frase Aldo mi sussurra di nuovo «Bisognerebbe farlo sapere a mio padre e farlo
tornare da noi.»
«Vedete come è importante ascoltare e ricevere le idee degli altri.» gli rispondo.
Elisabeth al termine dei nostri sussurri continua «Grazie al tantra si riesce a trasformare il sesso in
un'esperienza a cui partecipa ogni cellula del corpo, ogni fibra dell'essere e in cui il tempo cessa di esi stere.»
Dagmar aggiunge «Il sesso tantrico è un atto senza fini procreativi. Evitiamo le nascite senza l'utilizzo di preservativi ma con la ragione, combinando corpo e mente, gioia e spiritualità.»
«Ma se non fate figli la vostra comunità si estinguerà.» le chiedo.
Dagmar risponde «Non avendo un ordinamento universale per fermare la rapida moltiplicazione umana, insostenibile per questo nostro piccolo pianeta, impariamo a divertirci con il sesso.»
«Noi crediamo che la ingovernata procreazione è un male per il destino della stessa umanità.» agIl gioco del Pianeta gioioso

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giunge la compagna.
Adriano con gli occhi stralunati per aver capito la parola sesso chiede al fratello di tradurgli con la testa immagazzinata di perché. Si sente invece rispondere «Silenzio ed ascolta.» e continua rivolgendosi
alle ragazze «Continuate, è molto interessante.»
Dagmar riprende «Il tantra è come una danza che trasferisce energia da un corpo all'altro ma senza
che nessuno sia padrone dell'altro. Si cerca ogni tipo di piacere con tutti i cinque sensi per liberare il
corpo dall'eiaculazione interna sostituendola con una forma più alta di estasi.»
Aldo mi guarda con gli occhi stralunati cercando di immaginare quell'estasi quando interviene l'amica.
«Il sesso tantrico con lo yoga dell'amore è come un atto magico fonte di un'energia speciale che da
forza e vita eliminando i bassi istinti del sesso violento.»
Aldo ribatte scherzosamente. «Quindi è grazie al tantra che siete cosi radiose.»
Le ragazze sono sorprese dal complimento di Aldo a tal punto che il loro viso si arrossisce ed io molto
stimolato le chiedo «E chi vi insegna la tecnica dell'amore tantrico?»
«La insegnano a scuola, a partire dalle superiori.» dice Elisabeth rapita dal piacevole ricordo di quel
tempo e continua «questo rende la comunità felice in un senso di appagamento e liberazione eliminando il desiderio delle futilità consumistiche fin dalla giovane età.»
«Dici che lo yoga dell'amore vi spinge ad isolarvi dal consumismo?» le chiedo molto interessato
all'argomento.
«Non solo, ma anche ci esorta a vivere semplicemente in armonia con l'Ambiente in un percorso che
conduce alla quiete ed all'equilibrio interiore. La vostra società basata sull'egoismo non riesce a conce pire di prendersi cura dell’altro. Il capitalismo si fonda sul volere perennemente più ricchezze a spese
degli altri e non può quindi permettere la realizzazione della prospettiva di un mondo equilibrato ed ar monioso. Il capitalismo ha fatto perdere i valori fondamentali della vita in un mare di obblighi sociali,
lavorativi e finanziari, molti dei quali sono per lo più superflui. Il capitalismo nei rapporti con la vita e
l'Ambiente è riprovevole.»
Interviene Dagmar «Noi curiamo molto l'istruzione dell’individuo con una formazione per tutta la vita
per rimanere sempre aggiornati sul disordine mondiale, perché l'ordine viene dalla comprensione del
disordine.»
Aldo interviene «Le università occidentali specializzano gli studenti per una professione, non vi sembra una buona preparazione?»
Elisabeth lo guarda con dolcezza e risponde «Non credo, in quanto si fanno morire le aspirazioni gio vanili. Noi crediamo che gli studi specialistici tolgano l'anelito all'universalismo, invogliando a conquistare il mondo invece di migliorarlo. La vera sapienza nasce dal conoscere se stessi e non è insegnabile
da un professore che può solo aiutare l'allievo a partorirla da sé.»
Dagmar aggiunge «Abbiamo un detto che dice: non importa quello che vendi, ti compreranno solo il
tuo entusiasmo e la tua passione. E noi facciamo tutto con entusiasmo e passione fino alla morte com presa.»
Sbalorditi da come si possa affrontare la morte con entusiasmo e passione Aldo ed io ci scambiamo
uno sguardo scioccante mentre Elisabeth continua «Fino ad oggi l'umanità non è riuscita a risolvere le
atrocità delle guerre, della povertà e la distruzione dell’Ambiente. È tempo per l'umanità di diventare
adulta ed istruita per capire quali sono i veri problemi e ricercarne la soluzione iniziando dalla mancanza di senso dell'esistenza che è in ogni vita.»
«Voi l'avete trovata?» le chiedo.
«Nel cercare il senso della vita ciascuno è maestro di se stesso e solo dentro di noi se ne trova la ragione.»
L'amica aggiunge «Noi crediamo che il continuo accrescimento del vilipendio contro la Natura riporterà l'umanità agli albori della vita di quando spuntò l'amore dalla ferocia primordiale.»
«Avrete anche voi i cattivi, i ricchi ed i potenti.» chiede Aldo.
«La cattiveria è dei deboli. Vedi, tutti sappiamo che anche i ricchi e potenti cerchino la felicità, ma
percorrono vie sbagliate che a loro sembrano giuste.»
Interviene l'amica dicendo «Sapete che gli occidentali spendono più denaro per dimagrire che per
mangiare? Noi ci siamo stancati di sbagliare ed abbiamo trovato la via giusta.»
«E quale sarebbe la via giusta.» le chiedo dubbioso dell'esistenza di una via giusta.
«Da noi non esistono i ricchi. Abbiamo un sistema che non consente a nessuno di guadagnare più di
cinque volte il salario minimo.»
«Nel resto del mondo invece il novantasei per cento di tutta la ricchezza è posseduta soltanto dall'un
per cento della popolazione.» dice Aldo che sembra ben documentato.
Segue un momento di riflessione ed Aldo traduce quanto detto ad Adriano che aggiunge ironicamente
«Noi al bar si racconta la storia dei polli in cui un uomo mangia due polli, l'altro non ne mangia e muoIl gioco del Pianeta gioioso

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re di fame mentre le statistiche dicono invece che ognuno ha mangiato un pollo. È ingiusto, ma cosa
possiamo fare noi per dare veramente un pollo a ciascuno?»
Aldo traduce la storiella statistica alle ragazze che rispondono insieme «Fare come noi.»
Si guardano e riprende Dagmar «Dove non esistono politici onnipotenti in quanto ci autogoverniamo
in piccoli gruppi, ma ancora più interessante non abbiamo ne una Chiesa ne un Papa.»
«E non avete un Dio ed una religione?» chiede Aldo senza ironia ne aggressività.
«Il buddismo non è una religione e Buddha non è un Dio. Non abbiamo dogmi da prendere o lasciare
in blocco.»
«Ma la fede religiosa è indispensabile.»
«Perché dici che è indispensabile?»
«Non potendo comprendere Dio con la ragione dobbiamo per forza crederci.»
«Noi non crediamo in un Dio ma nell’essere umano che ha già dentro di se una parte di infinito e di
divino. Noi puntiamo alla soddisfazione di ogni membro della comunità iniziando a spiegare ai bambini
che tutti i numerosi Dio sono creazioni immaginarie dell'uomo e che le religione condizionano i credenti
mantenendoli ignoranti.»
Interviene Aldo che pur sempre meno convinto delle sue credenze religiose le sostiene dicendo «Io
non credo si possa vivere felicemente senza Dio e combattere vittoriosi contro i demoni.»
«I demoni non esistono.»
«Perché allora miliardi di esseri umani sono religiosi?» lo sostengo anch'io pur compiaciuto dal pensiero buddista.
«Nella speranza di una vita ultraterrena o per la paura del Dio degli altri che è sempre stato un buon
motivo per odiarsi ed uccidersi l'un l'altro nell'assurdità di credere che il proprio Dio sia l'unico. Non
serve alcun Dio per amarsi l'un l'altro ed essere felici creando su questa terra un mondo nuovo bello e
luminoso.»
«Ma la fede arriva non richiesta, è un dono che non tutti ricevono.»
«Un dono maligno, dovendo credere senza prove che un Dio esista e senza prove si è nella fantascienza.»
«Non ci sono neppure prove che non esista.»
«Se credi al Dio creatore, chiediti anche chi ha creato Dio.»
«Esisterebbe dunque il Dio di un Dio? E chi avrebbe creato il Dio del Dio?»
«Dio è sempre esistito.»
«È difficile immaginare un essere eterno senza inizio e fine.»
«Eppure i credenti ci riescono benissimo.»
«Secondo te Dio continuerà ad esistere anche quando l'umanità si estinguerà come è successo ai dinosauri? E nessuno più crederà in Dio.»
«Creerà un nuovo Adamo ed Eva.»
«Speriamo gli escano meglio.»
«Ma che vantaggi ci sono a credere in un Dio eterno?»
«Di aspettarsi che pregandolo migliori la propria vita.»
«Non è meglio adoperarsi a migliorarla da soli. La degenerazione dell'umanità che crede di essere
tanto intelligente ha assistito per millenni alla sua vergognosa raccapricciante storia di guerre e brutalità senza essere capace di far sorgere il paradiso su questo pianeta, neppure nei sogni. Questa è la prova che Dio non esiste.»
«Il vantaggio di credere è di andare dopo morti in paradiso.»
«Ma anche del paradiso in cielo non ci sono prove, anzi mi sembra una idea fasulla.»
«Pensa che se la Terra si avvicinasse un po di più al sole moriremmo tutti.»
«Lo stesso accadrà quando riusciremo ad allargare il buco d'ozono.»
«Di certo, moriremo tutti quando si estinguerà il Sole e questo nessun Dio lo può impedire.»
«Secondo voi chi ci ha creato?» chiede Aldo sempre più incuriosito.
«La Natura che forma l'ala di una rondine o il piede di un essere umano senza nessun progetto esplicito o intervento soprannaturale. Viviamo in un pianeta dove uomini, animali e vegetali combattono per
la sopravvivenza per infine morire che è l'unica certezza.»
«E dopo la morte dove andate voi buddisti?»
«Buddha, e ripeto che non è un Dio, si è sempre rifiutato di rispondere a questa domanda, forse perché il credere nella vita eterna non aiuta a essere immortali.»
«Immortali?»
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«Buddha, dopo aver ricevuto l’illuminazione, proclamò di aver aperto le porte che conducono al nonmorire.» e Dagmar aggiunge «Cercate con diligenza la vostra salvezza, disse Buddha. L’immortalità per
il Buddhismo non rappresenta una promessa di vita ultraterrena come quella ottenuta da un Dio o
uomo morto in croce che andando al di là della ragione entra nel regno della metafisica.»
Le ragazze continuano alternandosi nella illustrazione con una passione che stupisce tutti noi.
«Secondo Buddha quando la coscienza abita il corpo l’avvertiamo, quando il corpo muore essa spari sce, ma non cessa di esistere, entrerà in un nuovo corpo.»
«La reincarnazione buddista insegna a superare la sofferenza attraverso la rinuncia dell’egoismo,
dell’odio, dell’invidia e del desiderio di ricchezza e di potere.»
«Per semplicità possiamo dire che la vita terrena è come uno stage.»
«Non ricordo chi ha detto che la vita terrena di noi umani non è un viaggio spirituale, ma siamo esseri spirituali in un viaggio umano.» dico ricordando quella frase che mi è sempre rimasta impressa nella
mente
Aldo con tono sarcastico intervie dicendo «Volete dire che la vita è come un videogame, quando si
muore non si muore davvero ma basta iniziare una nuova partita e si ritorna in vita.»
Mentre Aldo riprende fiato, colgo l'occasione per intervenire «Certamente la differenza fra l'attesa cri stiana della risurrezione dei morti, la credenza greca dell'immortalità e la reincarnazione buddista si
confondono fra loro che nel tempo sono state combinate creando dubbi ansiosi.»
«Mi potete chiarire voi cristiani se dopo la morte andate subito in paradiso o all'inferno oppure dovete
aspettare il giudizio universale?» ci provoca Dagmar.
Lascio rispondere ad Aldo per non contestare l'assurdità dei primi uomini in attesa da milioni di anni
per entrare in paradiso.
«La parabola di Gesù dice che tutte le genti saranno radunate davanti a Dio che separerà i buoni dai
cattivi mandando in paradiso i buoni ed all'inferno i cattivi.»
«E dove sono alloggiate tutte le anime degli umani partendo da quelle di Adamo ed Eva?»
«Non so.»
«Vedi, è proprio l'ignoranza del non sapere da cui nasce la fede.»
Inaspettatamente penso al dolore dei ragazzi per la fuga del padre e chiedo alle ragazze «Come mitigate il dolore?»
«Il buddista sa che il dolore è dipendente dalla mente.» e l'amica aggiunge «Vi siete mai chiesti se si
ammala prima il corpo o prima l'anima?»
«Volete dire che si ammala prima l'anima del corpo?»
«Noi lo crediamo. Perciò, oltre a raggiungere uno stato di non-sofferenza aiutiamo gli altri a raggiungere tale stato per un mondo migliore.»
«Quindi dovrebbe essere sufficiente non soffrire di dolore per essere felici.» chiedo alle ragazze.
«Tutti cercano la felicità bramando ricchezza e potere finendo nel vivere in un inferno creato da loro
stessi. Mentre una profonda conoscenza dei desideri facilita nelle scelte verso la sanità del corpo e
l'assenza di turbamenti nell'anima, che sono lo scopo di una vita felice.»
«Pensate che la ricerca spasmodica della felicità conduca al risultato opposto?»
«Non si deve abbandonare la ricerca della felicità ma eliminare l'ansia e l'angoscia della ricerca, rico noscendo la condizione di privilegio della vita e godere di ciò che si ha anche se sembra poco.»
«Per essere gioiosi, come il sempre sorridente Buddha, non bisogna confondere la ricerca della felicità con la ricerca del piacere del solo appagamento fisico.» rinforza l'amica.
«Come eliminare il dolore provocato dalla fame che diventa un piacere?» le chiedo.
«Ma è anche un piacere l'appagamento morale di aver fatto una buona azione o aver letto un libro
edificante.»
«Perciò la felicità è anche appagamento del piacere morale.»
«Esistono piaceri naturali e necessari, altri naturali ma non necessari, altri ancora ne naturali ne necessari. I piaceri insoddisfatti che non procurano dolore non sono necessari ed il loro impulso si dissolve facilmente. Il voler diventare ricco non si dissolve facilmente come anche il desiderio dell'immortalità che ci toglie la gioia di vivere mentre non temere la morte rende gioiosa la mortalità della vita.»
«Vuoi dire che si soffre al pensiero della morte e non quando avviene?» chiedo stuzzicandole.
«Esatto, è la preoccupazione della morte che limita la felicità nella vita. L'uomo sa di morire e cerca
qualcosa a cui aggrapparsi e subentra l'angoscia »
«Con la ragione si può eliminare l'angoscia e vivere piacevolmente fino alla morte affrontandola senza alcun rimpianto e senza alcun Dio.»
«Quindi è l'attesa della morte che addolora non la morte stessa.» continuo a stuzzicare.
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«Per chi crede in Dio la felicità viene dopo la morte, mentre durante la vita si deve soffrire per colpa
del peccato originale di Adamo ed Eva.» afferma Aldo pur poco convinto.
«Siamo tutti figli della maledizione biblica di lavorare sudando.» intervengo con tono beffardo.
«Tutte le religioni hanno questa assurdità in comune.» dice Dagmar.
«Quale assurdità?» chiede Aldo.
«Che tutti i vari Dio di tutte le religioni hanno deciso che la vita sulla Terra deve essere un inferno.
Solo il buddismo, che come ho già detto non è una religione e non ha nessun Dio, annuncia di poter
essere felici anche su questo pianeta.»
«Meglio credere che la vita stessa è già piacere, il dolore ne è solo una limitazione.» consolida la verità buddista l'amica e continua «il massimo del piacere è l'assenza di dolore.»
«Non solo il dolore limita il piacere di vivere. Per vivere felici bisogna essere saggi, onesti e giusti,
non ricchi e neppure famosi ed illustri. L'uomo ingiusto, il ricco, il famoso ed il potente sono pieni di
turbamenti che li rendono infelici.»
«Come si estirpa il dolore della morte di un genitore?» chiede Aldo interessato a trovare sollievo al
tormento della madre morta e ritrovare finalmente la pace.
«Budda diceva che mostrare il dolore e come farlo cessare. Noi impariamo a controllare le quattro
passioni fondamentali, gioia, paura, tristezza e amore.»
Alzo la mano per voler raccontare un curioso episodio e quando tutti sono pronti ad ascoltarmi inizio
«Quand'ero imprenditore avevo un amico mussulmano che mi forniva il cotone egiziano. Un giorno sia mo andati a fare una gita in montagna per discutere di affari. Lui era in macchina davanti alla mia e
stavamo percorrendo dei tornanti in alta montagna. Ad un certo punto cade un masso sul cofano del
motore della sua macchina distruggendola. Mi fermo e mi avvicino per vedere se è morto e con gioia lo
vedo inginocchiato a ringraziare Allah per avergli salvato la vita facendo cadere il masso sul cofano e
non sulla sua testa.»
Aldo riflette in silenzio su quella diversa arte di vivere mentre Adriano mi sussurra di tradurre questa
domanda «Ma come fate a mantenervi durante il viaggio?»
«Con la nostra pensione.»
«Come, la pensione alla vostra età?» chiedo sbalordito.
«Si, la nostra comunità mantiene i giovani che si laureano con pieni voti pagando tutte le spese per
fare il giro del mondo alla ricerca del luogo e del lavoro che desiderano. Poi a trent'anni iniziamo a lavorare e continuiamo a lavorare fino a quando le forze ci sorreggono o sopraggiunge la morte che da
noi arriva spesso verso i cento anni. Questa longevità pare sia dovuta all'impegno fisico del lavoro eseguito con passione ed entusiasmo oltre all'impegno morale di dedicarci al bene altrui fino all'ultimo respiro.»
«Lavorate anche fino a cent'anni?»
«Perché no, quando il lavoro è un gioioso servizio alla comunità e non uno strumento della produzione industriale. Per esempio nelle scuole sono i più anziani ad insegnare.»
«Lo fanno volontariamente?»
«Certo, divertendosi e consapevoli di essere ancora utili alla comunità con la loro esperienza.»
L'incontro di due stili di vita che invece di avvicinarsi sembrano disgraziatamente allontanarsi è sem pre traumatico ma non sempre battagliero ed intervengo dicendo «Anche da noi i nonni sostituiscono
spesso i genitori indaffarati dal lavoro in alcuni compiti pratici ed affettivi.»
Aldo pensando al suo stage gratuito mi adocchia con un'aria di apprezzamento per quella straordinaria soluzione della pensione giovanile e sorridendo mi dice «Che strano, una pensione al contrario, ma
non è stupida l'idea. Io ci starei.»
Nell'intento di spronarlo ad accogliere eventualmente quell'opportunità che mi pare comicamente assurda chiedo alle ragazze con aria scherzosa «Aldo è laureato con il massimo dei voti potrebbe aderire
alla vostra comunità e continuare il giro del mondo con voi?»
«Credo che dovrebbe decidere di vivere e lavorare per la comunità, ma non ne sono certa.» risponde
Dagmar invece seriamente.
«Andiamo a bere il caffè.»
«Lasciateci vestire, facciamo in un attimo.»
Resto incantato ad ammirare i gesti agili e precisi con con cui le ragazze si rimettono i vestiti.
Dopo il caffè nel bar in piazza, scambiandoci opinioni su quella strana modalità di cercare lavoro, i
fratelli ci invitano ad una birra nel bar sulla banchina del porto.
Passando davanti ad una vecchia goletta in legno vediamo scendere un topo dalla cima d'ormeggio e
Dagmar dice «Brutto segno, i topi hanno la capacità di presagire naufragi.»
«Vorresti dire che quella goletta farà una brutta fine?»
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«Io non ci navigherei neppure a pagamento.»
«Ho letto una storia sui topi che sono in grado di comunicarsi a distanza.» dice Aldo
Giunti al bar e seduti davanti alle birre le ragazze chiedono in coro «Racconta la storia dei topi.»
«Sapete che la professione di derattizzazione è una delle più retribuite.»
«Lo immagino visto la prolificità dei topi.»
«Non solo. I topi hanno una caratteristica indispensabile alla loro sopravvivenza. Quando si inventa
un nuovo veleno muoiono solo poche centinaia di topi, gli altri capiscono il pericolo e pare che quel ve leno in tutto il resto del mondo cessi di funzionare.»
«Vuoi dire che i topi fanno circolare la voce del veleno in tutto il mondo e nessun topo lo mangia
più?»
«Esatto, è strano ma è così.»
«Significa che hanno inventato internet ed il wi-fi prima di noi?»
«Anche una comunità globale coesa.»
«Ma come fanno a trasmettere il profumo del veleno?»
«Per rispondere a questa domanda ci vuole un altro giro di birra.»
«Cameriere, un altro giro di birra.»
In attesa della birra restiamo tutti pensierosi e quando le due ragazze l'hanno bevuta in un colpo solo
Aldo dice «Comunque i topi sono molto simili a noi, sono mammiferi con le mammelle per allattare,
hanno un piede con cinque dita e la mano con quattro.»
«Forse utilizzano al massimo il loro piccolo cervello mentre noi ne usiamo solo una piccola parte ed
anche male.»
Quando ormai intontiti dalle birre iniziano i primi sbadigli di stanchezza tutti mi chiedono di ritornare
in barca a dormire ed io rispondo «Andate pure, io resto ancora per l'ultima birra» e già brillo aggiungo
scherzosamente alzando il bicchiere vuoto «in balia del destino.»
Bevo ancora due birre e mi avvio alla barca. Alzo gli occhi al cielo e mi appare la falce della luna che
sta tramontando attraversata chetamente da nuvolette argentate. Scendo sottocoperta e vedo nel mio
letto Aldo ed Elisabeth dormire abbracciati e nella cabina di prua l'altra coppia.
Decido allora di dormire all'aperto nel sacco a pelo. Sto iniziando a parlare con le stelle quando dalla
banchina un gatto mi fissa con due occhi giallo brillante. Rimango in contemplazione alternando fra le
stelle e quegli occhi luccicanti fino a quando il gatto riprende la sua camminata nel buio del porto alla
ricerca dei topi nell'eterna lotta alla sopravvivenza.
Pur non essendo superstizioso decido di entrare a dormire nel lettino dello skipper anche se molto
scomodo, quasi un loculo.
Non arrivando il sonno allungo la mano a casaccio sulla pila di libri che prima di partire ho raccolto da
parenti ed amici. Sono tutti libri di cui volevano disfarsi ma io leggo di tutto. Ne pesco uno fra quelli tascabili, giusto da usare quale sonnifero in sostituzione al cielo stellato che non riesco a vedere. Accen do il lumicino per non svegliare gli ospiti e leggo la copertina L'UTOPIA di Tommaso Moro. Come sempre inizio a leggere anche la prefazione per cercare di entrare nell'essenza del libro. Riesco a leggere
una ventina di pagine. Alcuni pensieri mi appassionano e stravolgono tanto da chiudere gli occhi e rifletterci fino a quando non si aprono più cedendo ad un sonno ristoratore.
Mi sveglia il verso dei gabbiani e mi sento accarezzare dalla calda luce del giorno che penetra attraverso il tambuccio aperto. Di solito non sogno o almeno non mi ricordo nulla dei sogni, ma quella mattina, stranamente, la mente è affollata di strane immagini lasciate dalla lettura del libro che mi trovo
appoggiato aperto sull'addome. Pensieri ispiratori che mi spingono a riflettere. Mi scrollo di dosso quel le fantasie e ripongo il libro sul tavolo da carteggio per ricordarmi di leggerlo attentamente più tardi ed
esco dalla cuccetta.
Sbirciando il quadrato vedo Elisabeth dormire tutta sola nel lettone ed Dagmar tutta sola nella cabina
a prua.
Scorgo sulla scaletta il libro degli ospiti, è aperto. Vi è scritto Grazie, non dimenticheremo mai questa
avventura. Aldo. Ho deciso di imparare l'inglese e di fare l'attore. Thanks. Adriano.
Sto ancora cercando di capire cos'è successo quando sento le ragazze alle spalle chiedermi «Dove
sono i ragazzi?»
«Sono già partiti con il traghetto.» rispondo con voce dispiaciuta ed aggiungo con gli occhi umidi
«Hanno scritto che non ci dimenticheranno mai.»
Le ragazze mi guardano deluse e malinconiche mentre io immagino il mutamento del destino di quei
ragazzi a seguito di questa esperienza.
In quell'atmosfera di commiato le ragazze mi abbracciano forte con i loro seni nudi. Dagmar mi dice
«Oggi è un altro giorno.» e l'amica aggiunge «Oggi restiamo con te.»
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Alla fine della silenziosa colazione intrisa di malinconia decidiamo di proseguire il viaggio.
Partiamo con un buon vento.
Il silenzio avvolge la barca ed i nostri pensieri rivolti a quei due graziosi ragazzi che non avevano avuto il coraggio di svegliarci per un sofferente addio. Due ragazzi entrambi dotati, Aldo comunicativo e
brioso ed Adriano ancora focoso ed irrequieto che insieme avranno sicuramente successo.
Le ragazze ricordandosi le piacevoli regole di bordo si tolgono il costume per abbronzarsi integralmente e cercare di allontanare la tristezza ricominciando da un nuovo giorno. Poi iniziano a togliere anche il mio che, sospirando profondamente, le lascio fare.
Osservo quei corpi nudi nelle parti che non avevo ancora visto. Mi concentro prima sulle grandi labbra
senza peli di Dagmar e poi su quelle ricoperte invece di folti peli biondi di Elisabeth. Alterno lo sguardo
da una all'altra confuso fra pensieri erotici ed amici persi senza accorgermi che il pene mi si è irrigidito.
Ma alle ragazze non sfugge e per non mettermi in imbarazzo scendono sottocoperta a preparare uno
spuntino e Dagmar chiede «Alex dov'è il vino? nel frigo non c'è.»
«Guarda sotto il letto di prua, prendi due bottiglie che dobbiamo dimenticare gli amici persi.»
Mangiamo poco ma scoliamo le due bottiglie.
Le ragazze riordinano e confabulano sottocoperta mentre resto al timone. Poi, mi raggiungono e si
siedono ciascuna al mio fianco imbottendomi come un panino. Ho una certa difficoltà a timonare osservando la loro pelle nuda e sudata che luccica alla luce del sole cocente.
Dagmar mi appoggia le sue labbra sulla guancia ed Elisabeth sull'altra.
Continuo a timonare molto sorpreso.
Loro continuano a baciarmi le tempie proseguendo sulle orecchie. Quando giungono a baciarmi ciascuna un capezzolo continuo a timonare eccitato. Contemporaneamente scivolano baciandomi sempre
più in basso solleticandomi con le quattro mani la schiena, le ascelle, i fianchi e l'ombelico. Rabbrividisco dal piacere con il pene ormai totalmente eretto. Con gli occhi socchiusi dall'eccitazione intravedo
una lingua posarsi sulla punta del pene e cominciare a muoversi circolarmente facendomi vedere le
stelle di giorno. Poi l'altra bocca lo avvolge in tutta la sua lunghezza facendomi mancare il respiro.
Quando non sento più la vibrazione dell'acqua sul timone il mio corpo smette per un momento di appartenermi, inarco la schiena con la testa all’indietro ansimando prolungati gemiti di piacere fino a
quando, contorcendomi riempio l’aria con un possente urlo mentre le ragazze si rubano il mio liquido
prezioso sputandolo in mare.
Continuo a timonare sotto quel sole cocente e rivolgendo lo sguardo al cielo azzurro ritengo finita
quella meravigliosa esperienza sessuale. Invece, loro continuano a baciare il mio pene per ripulirlo da
ogni residuo di liquido che riprende lentamente una nuova erezione e tutto si ripete un'altra volta. Tut to il corpo trema per la travolgente estasi quando sono nuovamente scosso dall'orgasmo, la più bella
sensazione che rasenta la follia donataci da madre Natura.
Le ragazze mi dicono simultaneamente «Andiamo a preparare un tè verde.»
Chiudo gli occhi ubriaco dal vino e dal piacere ed immagino il mio sperma galleggiare sull'acqua chiedendomi se affonda, essendo più pesante dell'acqua. Che dubbio! E se una femmina di pescecane ingoiasse il mio sperma nascerebbe un ibrido? mi chiedo. Sarebbe mezzo uomo e mezzo pescecane? A chi
assomiglierebbe? A me o al pescecane. Avrà una forma simile ad una sirena, mezzo uomo e mezzo pesce? e se avesse l'intelligenza dell'uomo e la potenza di un terribile pescecane. E se l'ibrido procreasse
altri numerosi ibridi per salvare i profondi oceani dalla distruzione che l'uomo sta compiendo già sulla
terraferma? Cosa accadrebbe? Conquisterebbero tutti i mari e gli oceani del mondo distruggendo tutte
le navi e tutto ciò che può galleggiare. Anche i sottomarini non potrebbero resistere alla potenza di struttiva dell'ibrido. L'uomo sarebbe costretto a vivere solo sulla Terra senza più potersi spostare via
mare da un continente all'altro e neppure fare i bagni sulle spiagge divenute pericolose.
«Ecco il tè verde caldo caldo.» dice Dagmar risvegliandomi da quelle pazzesche fantasie.
Prendo la tazza e sorseggiando la bevanda rivolgo lo sguardo al cielo. Vedo la striscia bianco di un
aereo e penso, ecco come farà l'uomo a spostarsi quando l'ibrido avrà conquistato gli oceani.
Mi impressiono moltissimo per l'universale cambiamento della vita degli umani provocato da alcune
gocce di sperma umano ingoiate da una femmina pescecane.
Sento lo spy afflosciarsi.
Davanti, poco lontano, si erge un muro trasparente che divide l'acqua crespata da una bonaccia sulla
quale il Charly continua a scivolare su un mare olioso. Improvvisamente si ferma. Sembra di trovarsi in
una piscina infinita.
Vado a prua per togliere lo spy ma, persa l'agilità dovuta agli orgasmi ed al vino, la grande vela cade
in acqua.
Le ragazze corrono per aiutarmi a recuperarlo, inutilmente, si è incastrato sotto la barca.
«Ora vado in acqua a controllare.» le dico balbuziando.
Il gioco del Pianeta gioioso

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«E ci lasci sole, non è pericoloso?»
«Questa barca è parte di me e quando non funziona qualcosa ne soffro e devo ripararlo subito.»
Prendo un coltello, metto la muta da sub e mi tuffo in acqua con la bombola dell'ossigeno sulla schiena e le lunghe pinne sui piedi. Pulisco la maschera con uno sputo, la stringo sul viso e mi immergo in
quel mondo dove non esiste aria, ne orizzonti ne cielo azzurro, ma solo un suggestivo immenso mondo
marino trafitto dai raggi di sole che si spengono nelle profonde masse oscure.

Il gioco del Pianeta gioioso

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Capitolo 2. L'isola greca, incontro con l'amore e con Platone.
Rincorrere la felicità
è la gara di tutta la vita
ed alla fine si scopre che
dipende dal godere
il giusto che ci piace
e non quello che piace agli altri.

Le due ragazze si sono imbarcate la sera stessa su un veliero tedesco diretto a Gibilterra lasciando
scritto sul libro di bordo Come cittadine del mondo ci rincontreremo. Un abbraccio forte forte. Elisabeth
e Dagmar.
Sul quel libro di carta sbucciata di un piacevole color panna, rilegato con pelle chiara e la penna attaccata al cordoncino segnalibro, vi sono molti altri indirizzi di ragazze, sole o in coppia, ma nessuna
avventura mi ha lasciato un ricordo così straordinario intriso di sesso tantrico.
In quel breve saluto, scritto con lettere piccole e graziose, percepisco un senso di nostalgia, non solo
per quell'improvviso eccesso di libido ma per aver lasciato in tutti noi il sentimento dell'amicizia e di
un'intensa passione.
La passione è un'energia primordiale che non può essere controllata dalla ragione.
Riempio le successive giornate di navigazione solitaria verso la Grecia rivivendo quei momenti di sessualità prorompente che dall'esaltazione all'estasi portano alla perdita definitiva di sé stessi.
Mi soffermo sul coraggioso ottimismo di quelle due ragazze pronte ad accettare il bene con gratitudine ed il male senza autocommiserarsi disinnescando i limiti negativi ed invalidanti che esistono nelle
nostre menti.
Sento terribilmente la loro mancanza che accompagna l'arrivo della solitudine, quella solitudine piacevole che aiuta a scoprire il vasto mondo interiore della saggezza e del suo potere risanante.
Al crepuscolo, per avviare la meditazione, inizio a dipingere sul chiaro cielo come fosse una tela immaginaria.
Terminato il quadro celestiale, colmo di ansiose preoccupazioni e di attese speranze, sintetizzo sul
diario gli avvenimenti approfondendo la conoscenza di me stesso.
Richiudendo il diario mi rendo conto, ogni volta, che siamo noi il miglior consigliere di se stessi.
Guardo a ovest, dove nell’infuocato braciere il sole conclude il suo giorno circondato da grigi nuvoloni
e, rigirandomi, scorgo all'orizzonte la cima della montagna della prima isola greca.
Sono molto stanco quando si accendono le prime luci delle case e decido di attendere il chiarore
dell'alba per entrare sicuro in quel porto sconosciuto.
Avanzo lentamente controllando la profondità del fondale per rimanere abbastanza lontano dal faro
verde che indica l'ingresso e getto l'ancora.
Estasiato nei miei gradevoli ricordi resto a guardare per ore i fasci di luce del faro accendersi e spegnersi rimanendo ipnotizzato da quel bagliore intermittente nel buio tenebroso. Poi una pioggerellina
fastidiosa mi spinge a scendere sottocoperta ed ascoltandone il tintinnio sulla coperta le pesanti palpe bre si chiudono.
Mi sveglia il rumore di un peschereccio che passa vicino. È ormai quasi l'alba ed al primo chiarore che
illumina il porto addormentato ormeggio nel silenzio assoluto sulla banchina pubblica.
Osservo dei negozi dietro al pontile con i gabbiani appollaiati sui tetti ed alcuni pescatori attenti ai
loro galleggianti luccicare ai primi raggi di sole e mi addormento esausto nel pozzetto.
Mi sveglio con la frescura del tardo pomeriggio che, sereno dopo il temporale, rende piacevole quel
poco di giornata che resta.
Dopo il caffè mi sento ancora stanco e mi sdraio nel pozzetto a leggere l 'Utopia tenendo il libro appoggiato sulle ginocchia. La lettura mi procura inaspettati sogni ad occhi aperti ed il desiderio di terminarlo velocemente per conoscerne la fine.
Quando alzo lo sguardo al cielo per riflettere su quello che ho letto i miei occhi si riempiono della graziosa vista di una giovane ragazza seduta sul basamento del faro con la schiena appoggiata sull'acciaio
verde. Indossa dei jeans aderenti, un'ampia camicetta bianca e delle scarpe da tennis semplici come
quelle di una volta. Un ampio cappello la ripara dal sole mentre legge un libro posato sulle cosce. Non
riesco ad individuare i lineamenti del viso ma noto la sua concentrazione nella lettura in quanto non
alza mai la testa o forse non vuole riflettere su quello che legge come sono abituato a fare io.
Ogni volta che ritorno ad osservarla, fra una riflessione e l'altra, mi sento uno strano brivido percorIl gioco del Pianeta gioioso

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rere tutto il corpo e la pelle delle braccia accapponarsi da una insolita emozione.
Turbolenza dell'amore a prima vista!
Alcuni velisti, come accade sempre con i nuovi arrivati, si avvicinano al Charly e con gentilezza mi
chiedono da dove vengo e dove vado. Dopo lo scambio di informazioni sui luoghi visitati ed i preziosi
consigli su come riempire i serbatoi d'acqua, dove si trovavano i bidoni della spazzatura, le modalità di
pagamento di eventuali diritti portuali ed il supermercato più economico dove fare la spesa, seguono
gli inviti per l'aperitivo.
Durante la conversazione sbircio, senza farmi troppo notare, alla ricerca della ragazza appoggiata al
faro e ne gioisco ad ogni vista.
Accolgo l'invito per una birra dallo skipper del catamarano inglese accanto al Charly, prendo una bottiglia di vino e lo raggiungo su quel tipo di barca a vela che mi affascina.
Fred, lo skipper, dall’aspetto gradevole, indossa una camicia con le toppe ovali sui gomiti, è di un colore azzurro sgualcito che risalta il viso bruciato dal sole su un corpo asciutto e muscoloso.
Mi presenta la moglie Felicia, una donna di aspetto ancora giovanile con una corporatura slanciata dagli occhi grigi e vivaci in un viso anch'esso molto abbronzato. I loro volti sono buoni e pieni di dignità.
Seduti nel grande quadrato del catamarano mi raccontano che sono partiti dall'Inghilterra ed attraversando la Francia sui fiumi e canali hanno raggiunto in un anno il mar Mediterraneo. Pur dimostrando
un grande interesse a quella straordinaria avventura, senza farmi accorgere, sento il bisogno di guardare il faro alla ricerca di quella ragazza che mi sta ossessionando.
Rimango deluso quando mi accorgo che il faro è vuoto e la cerco trepidante con gli occhi sconfortati.
Trattengo il respiro quando la vedo avvicinarsi al catamarano nel percorso obbligato per uscire dal
porto. Il suo passo ritmico è fiero ed amabile come i lineamenti del viso ombreggiato dall'ampio cappello.
Mi faccio coraggio e, smanioso di far colpo, mi rivolgo con gesti tranquillizzanti «Buonasera, vuole
bere una birra inglese con noi?»
La deliziosa creatura, pur con divertita curiosità, senza girarsi ondeggia il dito indice in segno di rifiuto. Noto con piacere il suo bel viso giovanile che senza un filo di trucco mi ispira fiducia. Poi, accenna
un gioviale sorriso distaccato da principessa, una poesia senza parole e riprende il suo cammino con un
armonioso passo danzante.
Felicia mi chiede sorridendo «Sei in cerca di compagnia?»
«Sai, sono solo» le rispondo malgrado mi manchi ancora il fiato gustando la vista di quella incantevole creatura allontanarsi.
«Resta a cena da noi così ci racconti come fai a navigare da solo nelle lunghe traversate.»
«Grazie, ma stasera sono molto stanco, facciamo domani.» e dopo una calorosa stretta di mano mi
ritiro sul mio Charly.
Soffia un fresco venticello quando mi sdraio nel pozzetto ad osservare nel cielo limpido macchiato da
alcune nuvolette rosate che attraversano il sole già affondato nel mare per metà.
Mi sento qualcosa di strano nel ricordare quella ragazza magra e alta.
Con la scomparsa del sole appaiono le prime stelle che, mentre il cielo si oscura sempre più, aumentano di numero e di luminosità come l'attrazione per la ragazza. Le stelle sono mie amiche e mi danno
conforto nell'osservare a lungo la loro brillante maestà immersa nell'infinito universo. Questo è il mio
momento preferito perché mi fanno sentire piccolo piccolo e mi guidano con sicurezza parlandomi
spesso nell'intimo. La loro voce eternamente fredda e lontana mi assicura che avrei rivisto la ragazza,
calmando così la trepida attesa del domani.
Tuttavia, l'effetto di questo incontro ha una forza straordinaria e sconosciuta che mi produce dei brividi gelidi seguiti da profondi sospiri.
Con la sicurezza di incontrare di nuovo la ragazza mi addormento sereno.
L'umidità della notte mi sveglia. Non riuscendo a chiudere gli occhi vado a sedermi sulla base del faro
verde nello stesso posto dove era seduta la ragazza come per sentire il calore del suo corpo. Lascio an dare i pensieri che subito iniziano a fantasticare di baciarla e tornare in barca con lei. Come un ingenuo
fanciullo rapito da quelle apparizioni meravigliose mi chiedo se si possono chiamare solo illusioni quando mi rendono così lieto.
Ritorno in barca nel mio letto e, non ricordando di aver provato nel passato sensazioni tanto forti alla
vista di donna, mi riaddormento.
Mi sveglia lo strusciare di un gommone sulla fiancata sinistra. Il primo pensiero va a dei pirati, ma
sono in porto e quindi impossibile. Sento alcuni toc toc ed una voce che mi chiama. Allora penso ad un
terremoto. Esco e vedo Fred in piedi su un gommone governato da uno sconosciuto con una pancia che
sembra incinto.
«Alex, abbiamo bisogno del tuo aiuto.»
Il gioco del Pianeta gioioso

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