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la società dello spettacolo Guy Debord .pdf



Nome del file originale: la società dello spettacolo-Guy Debord.pdf
Autore: Carlo

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La società dello spettacolo
Capitolo I
LA DIVISIONE PERFETTA
"E senza dubbio il nostro tempo... preferisce l'immagine alla cosa, la copia all'originale, la 
rappresentazione alla realtà, l'apparenza all'essere... Ciò che per esso è sacro non è che 
l'illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella 
misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell'illusione, in modo tale che 
il colmo dell'illusione è anche il colmo del sacro." L. Feuerbach, Prefazione alla seconda 
edizione de L'essenza del Cristianesimo.

1

L'intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia 
come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è 
allontanato in una rappresentazione.

2

Le immagini che si sono staccate da ciascun aspetto della vita, si fondono in un unico 
insieme, in cui l'unità di questa vita non può più essere ristabilita. La realtà considerata 
parzialmente si dispiega nella propria unità generale in quanto pseudo‐mondo a parte, 
oggetto di sola contemplazione. La specializzazione delle immagini del mondo si ritrova, 
realizzata, nel mondo dell'immagine resa autonoma, in cui il mentitore mente a se stesso. Lo 
spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del 
non‐vivente.

1

3

Lo spettacolo si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come parte della 
società, e come strumento di unificazione. In quanto parte della società, esso è 
espressamente il settore più tipico che concentra ogni sguardo e ogni coscienza. Per il fatto 
stesso che questo settore è separato, è il luogo dell'inganno visivo e della falsa coscienza; e 
l'unificazione che esso realizza non è altro che un linguaggio ufficiale della separazione 
generalizzata.

4

Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato 
dalle immagini.

5

Lo spettacolo non può essere compreso come l'abuso di un mondo visivo, il prodotto delle 
tecniche di diffusione massiva di immagini. Esso è piuttosto una Weltanschauung divenuta 
effettiva, materialmente tradotta. Si tratta di una visione del mondo che si è oggettivata.

6

Lo spettacolo, compreso nella sua totalità, è nello stesso tempo il risultato e il progetto del 
modo di produzione esistente. Non è un supplemento del mondo reale, il suo sovrapposto 
ornamento. Esso è il cuore dell'irrealismo della società reale. Nell'insieme delle sue forme 
particolari, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto dei divertimenti, lo 
spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante. E' 
l'affermazione onnipresente della scelta già fatta nella produzione, e il suo consumo ne è 

2

corollario. Forma e contenuto dello spettacolo sono ambedue l'identica giustificazione totale 
delle condizioni e dei fini del sistema esistente. Lo spettacolo è anche la presenza 
permanente di questa giustificazione, in quanto occupazione della parte principale del 
tempo vissuto al di fuori della produzione moderna.

7

La separazione fa parte essa stessa dell'unità del mondo, della prassi sociale globale, che si è 
scissa in realtà e in immagine. La pratica sociale, di fronte alla quale si pone lo spettacolo 
autonomo, è anche la totalità reale che contiene lo spettacolo. Ma la scissione in questa 
totalità la mutila al punto da far apparire lo spettacolo come il suo scopo. Il linguaggio dello 
spettacolo è strutturato con i segni della produzione imperante, che sono nello stesso tempo 
la finalità ultima di questa produzione.

8

Non si possono opporre astrattamente lo spettacolo e l'attività sociale effettiva; questo 
sdoppiamento è esso stesso sdoppiato. Lo spettacolo che inverte il reale è effettivamente 
prodotto. E nello stesso tempo la realtà vissuta è materialmente invasa dalla contemplazione 
dello spettacolo, e riprende in se stessa l'ordine spettacolare, offrendogli un'adesione 
positiva. La realtà oggettiva è presente su entrambi i lati. Ogni nozione così fissata non ha 
per fondo che il suo passaggio all'opposto: la realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo è 
reale. Questa reciproca alienazione è l'essenza e il sostegno della società esistente.

9

Nel mondo falsamente rovesciato, il vero è un momento del falso.

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Il concetto di spettacolo unifica e spiega una gran diversità di fenomeni apparenti. Le loro 
diversità e i loro contrasti sono le apparenze di quest'apparenza socialmente organizzata che 
dev'essere essa stessa riconosciuta nella propria verità generale. Considerato secondo i suoi 
veri termini, lo spettacolo è l'affermazione dell'apparenza e l'affermazione di ogni vita 
umana, cioè sociale, come semplice apparenza. Ma la critica, che coglie la verità dello 
spettacolo, lo scopre come la negazione visibile della vita; come negazione della vita che è 
divenuta visibile.

11

Per descrivere lo spettacolo, la sua formazione, le sue funzioni e le forze che tendono alla 
sua dissoluzione, bisogna distinguere artificialmente degli elementi inseparabili. Analizzando 
lo spettacolo, si parla in una certa misura il linguaggio stesso dello spettacolare, in quanto si 
passa sul terreno metodologico di questa stessa società che si esprime nello spettacolo. Ma 
lo spettacolo non è niente altro che il senso della pratica totale di una formazione 
economico‐sociale, del suo impiego del tempo. E' il momento storico che ci contiene.

12

Lo spettacolo si presenta come enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice 
niente di più che "ciò che appare è buono, e ciò che è buono appare". L'attitudine che esige 
per principio è questa accettazione passiva che esso di fatto ha già ottenuto attraverso il suo 
modo di apparire insindacabile, con il suo monopolio dell'apparenza.

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4

Il carattere fondamentalmente tautologico dello spettacolo, deriva dal semplice fatto che i 
suoi mezzi sono nel contempo anche i suoi scopi. E' il sole che non tramonta mai sull'impero 
della passività moderna. Esso ricopre tutta la superficie del mondo e si bagna 
indefinitamente nella propria gloria.

14

La società basata sull'industria moderna non è fortuitamente o superficialmente 
spettacolare, essa è fondamentalmente spettacolista. Nello spettacolo, immagine 
dell'economia dominante, il fine non è niente, lo sviluppo è tutto. Lo spettacolo non vuole 
realizzarsi che solo in se stesso.

15

In quanto indispensabile parure degli oggetti attualmente prodotti, in quanto esposizione 
generale della razionalità del sistema, in quanto settore economico avanzato, che manipola 
direttamente una crescente moltitudine di immagini‐oggetto, lo spettacolo è la principale 
produzione della società attuale.

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Lo spettacolo sottomette gli uomini viventi nella misura in cui l'economia li ha totalmente 
sottomessi. Esso non è altro che l'economia sviluppantesi per se stessa. E' il riflesso fedele 
della produzione delle cose e l'oggettivazione infedele dei produttori.

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17

La prima fase del dominio dell'economia sulla vita sociale aveva originato, nella definizione 
di ogni realizzazione umana, un'evidente degradazione dell'essere in avere. La fase presente 
dell'occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell'economia, 
conduce a uno slittamento generalizzato dell'avere nell'apparire, da cui ogni "avere" 
effettivo deve desumere il proprio prestigio immediato e la propria funzione ultima. Nello 
stesso tempo ogni realtà individuale è divenuta sociale, direttamente dipendente dalla 
potenza sociale da essa plasmata. Le è permesso di apparire solo in ciò che essa non è.

18

Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini diventano degli 
esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico. Lo spettacolo, come 
tendenza a far vedere attraverso differenti mediazioni specializzate il mondo che non è più 
direttamente percepibile, trova normalmente nella vista il senso umano privilegiato, che in 
altre epoche fu il tatto; il senso più astratto, più mistificabile, corrisponde all'astrazione 
generalizzata della società attuale. Ma lo spettacolo non è identificabile con il semplice 
sguardo, anche se combinato con l'ascolto. Esso è ciò che sfugge all'attività degli uomini, alla 
riconsiderazione e alla correzione della loro opera. E' il contrario del dialogo. Dovunque c'è 
una rappresentazione indipendente, là lo spettacolo si ricostituisce.

19

Lo spettacolo è l'erede di tutta la debolezza del progetto filosofico occidentale, che costituì 
pure una comprensione dell'attività, dominata dalle categorie del vedere; così come si fonda 
sull'incessante dispiegamento della precisa razionalità tecnica che è derivata da questo 
pensiero. Esso non realizza la filosofia, filosofizza la realtà. E' la vita concreta di tutti che si è 
degradata in un universo speculativo.

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20

La filosofia, in quanto potere del pensiero separato, e pensiero del potere separato, non ha 
mai potuto da se stessa andare oltre la teologia. Lo spettacolo è la ricostruzione materiale 
dell'illusione religiosa. La tecnica spettacolare non ha dissipato le nubi religiose, in cui gli 
uomini avevano collocato i propri poteri distaccati da se stessi: essa li ha semplicemente 
ricongiunti a una base terrena; così è la vita più terrena che diviene opaca e irrespirabile. 
Essa non rigetta più nel cielo, ma alberga in sé il proprio rifiuto, il proprio fallace paradiso. Lo 
spettacolo è la realizzazione tecnica dell'esilio dei poteri umani in un al di là; scissione 
realizzata all'interno dell'uomo.

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Più la necessità viene ad essere socialmente sognata, più il sogno diviene necessario. Lo 
spettacolo è il cattivo sogno della moderna società incatenata, che non esprime in definitiva 
se non il proprio desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.

22

Il fatto che la potenza pratica della società moderna si sia staccata da se stessa, e si sia 
edificata un impero indipendente nello spettacolo, non può spiegarsi che con quest'altro 
fatto, che questa potente pratica continuava a mancare di coesione ed era rimasta in 
contraddizione con se stessa.

23

E' la più vecchia specializzazione sociale, la specializzazione del potere, che è alla radice dello 
spettacolo. Lo spettacolo è quindi un'attività specializzata che parla per l'insieme delle altre. 

7

E' la rappresentazione diplomatica della società gerarchica innanzi a se stessa, dove ogni 
altra parola è bandita. Il più moderno qui è anche il più arcaico.

24

Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l'ordine presente tiene su se stesso, il suo 
monologo elogiativo. E' l'autoritratto del potere all'epoca della sua gestione totalitaria delle 
condizioni d'esistenza. L'apparenza feticistica della pura oggettività nelle relazioni 
spettacolari nasconde il loro carattere di relazione tra uomini e tra classi: una seconda 
natura sembra dominare il nostro ambiente con le sue leggi fatali. Ma lo spettacolo non è un 
prodotto necessario dello sviluppo tecnico visto come sviluppo naturale. La società dello 
spettacolo è al contrario la forma che sceglie il proprio contenuto tecnico. Se lo spettacolo, 
esaminato sotto l'aspetto ristretto dei "mezzi di comunicazione di massa", che sono la sua 
manifestazione superficiale più soggiogante, può sembrare invadere la società come una 
semplice strumentazione, questa non è concretamente nulla di neutro, ma la 
strumentazione stessa è funzionale al suo auto‐movimento totale. Se i bisogni sociali 
dell'epoca, in cui si sviluppano simili tecniche, non possono trovare soddisfazione se non 
tramite la loro mediazione, se l'amministrazione di questa società e ogni contatto fra gli 
uomini non possono più esercitarsi se non mediante questa potenza di comunicazione 
istantanea, è perché questa "comunicazione" è essenzialmente unilaterale; di modo che la 
sua concentrazione consente di accumulare nelle mani dell'amministrazione del sistema 
esistente i mezzi che gli permettono di continuare questa amministrazione determinata. La 
scissione generalizzata dello spettacolo è inseparabile dallo Stato moderno, vale a dire dalla 
forma generale della scissione nella società, prodotta dalla divisione del lavoro sociale e 
organo del dominio di classe.

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La separazione è l'alfa e l'omega dello spettacolo. L'istituzionalizzazione della divisione 
sociale del lavoro, la formazione delle classi avevano elevato una prima contemplazione 
sacra, l'ordine mitico di cui ogni potere si ammanta fin dalle proprie origini. Il sacro ha 
giustificato l'ordinamento cosmico e ontologico che corrispondeva agli interessi dei padroni, 
ha spiegato e abbellito ciò che la società non poteva fare. Ogni potere separato è dunque 
spettacolare, ma l'adesione di tutti a una simile immagine immobile non significava altro che 

8

il comune riconoscimento di un prolungamento immaginario alla povertà dell'attività sociale 
reale, ancora largamente avvertita come una condizione unitaria. Lo spettacolo moderno al 
contrario esprime ciò che la società può fare, ma in questa espressione il permesso si 
oppone in modo assoluto al possibile. Lo spettacolo è la conservazione dell'incoscienza nel 
cambiamento pratico delle condizioni d'esistenza. Esso è il proprio prodotto, ed è esso 
stesso che ha posto le sue regole: si tratta di uno pseudo‐sacro. Esso mostra ciò che è: la 
potenza separata sviluppatasi in se stessa, nella crescita della produttività realizzata 
mediante il raffinamento incessante della divisione del lavoro nella parcellizzazione dei gesti, 
allora dominati dal movimento indipendente delle macchine, al lavoro per un mercato 
sempre più esteso. Ogni comunità e ogni senso critico si sono dissolti nel corso di questo 
movimento, nel quale le forze che hanno potuto crescere separandosi non si sono ancora 
ritrovate.

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Con la divisione generalizzata del lavoratore e del suo prodotto, si perde ogni punto di vista 
unitario dell'attività svolta, si perde ogni comunicazione personale diretta tra i produttori. 
Seguendo il progresso dell'accumulazione dei prodotti divisi e della concentrazione del 
processo produttivo, l'unità e la comunicazione divengono attributo esclusivo della direzione 
del sistema. Il successo del sistema economico della separazione è la proletarizzazione del 
mondo.

27

Per la riuscita stessa della produzione separata in quanto produzione del separato, 
l'esperienza fondamentale, legata nelle società primitive a un lavoro principale, sta 
spostandosi al polo dello sviluppo del sistema, verso il non‐lavoro, l'inattività. Ma questa 
inattività non è per nulla liberata dall'attività produttiva: dipende da essa, è una 
sottomissione inquieta e ammirativa alle necessità e ai risultati della produzione: è essa 
stessa un prodotto della sua razionalità. Non ci può essere libertà al di fuori dell'attività, e 
nell'ambito dello spettacolo ogni attività è negata, esattamente come l'attività reale è stata 
integralmente captata per l'edificazione globale di questo risultato. Così l'attuale 
"liberazione dal lavoro", l'aumento dei divertimenti, non costituiscono in alcun modo 
liberazione nel lavoro, né liberazione di un mondo modellato da questo lavoro. Nulla 

9

dell'attività rubata nel lavoro può ritrovarsi nella sottomissione al suo risultato.

28

Il sistema economico fondato sull'isolamento è una produzione circolare dell'isolamento. 
L'isolamento fonda la tecnica, e il processo tecnico isola a sua volta. Dall'automobile alla 
televisione, tutti i beni selezionati dal sistema spettacolare sono anche le sue armi per il 
rafforzamento costante delle condizioni d'isolamento delle "folle solitarie". Lo spettacolo 
ritrova sempre più concretamente i propri presupposti.

29

L'origine dello spettacolo è la perdita dell'unità del mondo; e l'espansione gigantesca dello 
spettacolo moderno esprime la totalità di questa perdita: l'astrazione di ogni lavoro 
particolare e l'astrazione generale della produzione d'insieme si traducono perfettamente 
nello spettacolo, il cui modo di essere concreto è giustamente l'astrazione. Nello spettacolo, 
una parte del mondo si rappresenta davanti al mondo, e gli è superiore. Lo spettacolo non è 
che il linguaggio comune di questa separazione. Ciò che lega gli spettatori non è che un 
rapporto irreversibile allo stesso centro che mantiene il loro isolamento. Lo spettacolo 
riunisce il separato ma lo riunisce in quanto separato.

30

L'alienazione spettatore a vantaggio dell'oggetto contemplato (che è il risultato della propria 
attività incosciente) si esprime così: più esso contempla, meno vive; più accetta di 
riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il 
proprio desiderio. L'esteriorità dello spettacolo, in rapporto all'uomo agente, si manifesta 
nel fatto che i suoi gesti non sono più suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. Questo 
perché lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è 

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dappertutto.

31

Il lavoratore non produce più se stesso, egli produce una potenza indipendente. Il successo 
di questa produzione, la sua abbondanza, ritorna al produttore come abbondanza 
dell'espropriazione. Tutto il tempo e lo spazio del suo mondo gli divengono estranei con 
l'accumulazione dei suoi prodotti alienati. Lo spettacolo è la mappa di questo nuovo mondo, 
mappa che copre esattamente lo spazio del suo territorio. Le forze stesse che ci sono 
sfuggite si mostrano a noi in tuta la loro potenza.

32

Lo spettacolo nella società corrisponde a una fabbricazione concreta dell'alienazione. 
L'espansione economica è principalmente l'espansione di questa produzione industriale 
precisa. Ciò che cresce con l'economia, muovendosi autonomamente per se stessa, non può 
essere che l'alienazione che era propriamente insita nel suo nucleo originario.

33

L'uomo separato dal proprio prodotto sempre più potentemente produce esso stesso tutti i 
dettagli del proprio mondo. Quanto più la vita è ora il suo prodotto, tanto più è separato 
dalla propria vita.

34

11

Lo spettacolo è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine.

12

Capitolo II
LA MERCE COME SPETTACOLO
"Perché è solo come categoria universale dell'essere sociale totale che la merce può essere 
compresa nella sua essenza autentica. E' solo in questo contesto che la reificazione, sorta dal 
rapporto mercantile, acquisisce un significato decisivo, sia per l'evoluzione oggettiva della 
società che per l'atteggiamento degli uomini al suo riguardo, per la sottomissione della loro 
coscienza alle forme nelle quali tale reificazione si esprime... Questa sottomissione viene 
ancor più accentuata dal fatto che più la razionalizzazione e la meccanizzazione del processo 
lavorativo aumentano, più l'attività del lavoratore perde il suo carattere di attività per 
divenire una attitudine contemplativa." G. Lukàcs , Storia e coscienza di classe.

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In questo movimento essenziale dello spettacolo, che consiste nel riprendere in sé tutto ciò 
che esisteva nell'attività umana allo stato fluido, per possederlo allo stato coagulato, in 
quanto cose che sono divenute valore esclusivo per la loro formulazione in negativo del 
valore vissuto, riconosciamo la nostra vecchia nemica che sa così bene apparire 
nell'immediato come qualcosa di triviale e di evidente, mentre al contrario è così complessa 
e colma di sottigliezze metafisiche: la merce.

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E' il principio del feticismo della merce, il dominio della società attraverso "cose 
sovrasensibili in quanto sensibili" che si realizza in modo assoluto nello spettacolo, dove il 
mondo sensibile si trova sostituito da una selezione di immagini che esiste al di sopra di esso, 
e che nello stesso tempo si fa riconoscere come il sensibile per eccellenza.

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E' il mondo contemporaneamente presente e assente che lo spettacolo fa vedere, il mondo 
della merce che domina su tutto ciò che è vissuto. E il mondo della merce è così mostrato 
come è, perché il suo movimento è identico all'allontanamento degli uomini tra loro e 
rispetto al loro prodotto globale.

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La perdita della qualità, così evidente a tutti i livelli del linguaggio spettacolare, degli oggetti 
che loda e delle condotte che regola, non fa che tradurre i caratteri fondamentali della 
produzione reale che scarta la realtà: la forma‐merce è da parte a parte l'uguaglianza a se 
stessa, la categoria quantitativa. E' il quantitativo che essa sviluppa e non può che svilupparsi 
in esso.

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Questo sviluppo che esclude il qualitativo è esso stesso sottomesso, in quanto sviluppo, al 
passaggio qualitativo: lo spettacolo significa che è andato oltre la soglia della propria 
abbondanza. Ciò non è ancora localmente vero che su qualche punto, ma è già vero al livello 
universale che costituisce il piano di riferimento originale della merce, riferimento che il suo 
movimento pratico ha determinato, unificando la Terra come mercato mondiale.

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Lo sviluppo delle forze produttive è stato la vera storia inconscia che ha costituito e 
modificato le condizioni d'esistenza dei gruppi umani, in quanto condizioni di sopravvivenza 

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e ampliamento di queste condizioni: la base economica di tutte le loro imprese. Il settore 
della merce ha rappresentato, all'interno di un'economia naturale, la costituzione di un 
surplus della sopravvivenza. La produzione delle merci, che implica lo scambio di prodotti 
diversi fra produttori indipendenti, ha potuto rimanere a lungo artigianale, contenuta in una 
funzione economica marginale in cui la sua verità quantitativa è ancora mascherata. 
Tuttavia, là dove essa ha incontrato le condizioni sociali del grande commercio e 
dell'accumulazione di capitali, ha conquistato il dominio totale dell'economia. L'economia 
tutta intera è diventata allora ciò che la merce aveva mostrato d'essere nel corso di tale 
conquista: un processo di sviluppo quantitativo. Questo incessante sviluppo della potenza 
economica sotto forma di merce, che ha trasfigurato il lavoro umano in lavoro‐merce, in 
salariato, porta cumulativamente a un'abbondanza nella quale la questione primaria della 
sopravvivenza è senza dubbio risolta, ma in modo tale che deve sempre riproporsi; essa è 
ogni volta posta di nuovo a un livello superiore. La crescita economica libera le società dalla 
pressione naturale che esigeva la loro lotta immediata per la sopravvivenza, ma allora è dal 
loro liberatore che esse non sono liberate. L'indipendenza della merce si è estesa all'insieme 
dell'economia sulla quale domina. L'economia trasforma il mondo, ma lo modifica solo in 
mondo dell'economia. La pseudonatura, nella quale il lavoro umano si è alienato, esige di 
proseguire all'infinito il suo servizio, e questo servizio, che essendo giudicato e assolto se 
non da se stesso, ottiene infatti la totalità degli sforzi e dei progetti socialmente leciti, come 
suoi servitori. L'abbondanza delle merci, vale a dire del rapporto mercantile, non può più 
essere altro che la sopravvivenza aumentata.

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Il dominio della merce si è inizialmente esercitato anzitutto in maniera occulta sull'economia, 
la quale, in quanto base materiale della vita sociale, restava indistinguibile e incompresa, 
come il familiare che non è tuttavia conosciuto. In una società in cui la merce concreta resta 
rara o minoritaria, si afferma il dominio apparente del denaro che si presenta come 
l'emissario munito di pieni poteri che parla a nome di una potenza sconosciuta. Con la 
rivoluzione industriale, la divisione manifatturiera del lavoro e la produzione massiva per il 
mercato mondiale, la merce appare effettivamente come una potenza che va realmente ad 
occupare la vita sociale. E' allora che si costituisce l'economia politica come scienza del 
dominio.

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Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all'occupazione totale della vita 
sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede altro che quello: il mondo 
che si vede è il suo mondo. La produzione economica moderna estende la propria dittatura 
estensivamente e intensivamente, Nelle zone meno industrializzate, il suo dominio è già 
presente con qualche merce‐vedette e in quanto dominio imperialistico presente nelle zone 
che sono in testa nello sviluppo della produttività. In queste zone avanzate, lo spazio sociale 
è invaso dalla sovrapposizione continua di strati geologici di merci. A questo punto "della 
seconda rivoluzione industriale", il consumo alienato diviene per la massa un dovere 
supplementare alla produzione alienata. E' tutto il lavoro venduto di una società che diviene 
globalmente la merce totale, il cui ciclo deve proseguire. Per fare ciò, bisogna che questa 
merce totale ritorni frammentariamente all'individuo frammentario, assolutamente 
separato dalle forze produttive operanti come un insieme. E' dunque qui che la scienza 
specializzata del dominio deve specializzarsi a sua volta: ed essa si segmenta in sociologia, 
psicotecnica, cibernetica, semiologia ecc., presiedendo all'autoregolazione di tutti i livelli del 
processo.

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Mentre nella fase primitiva dell'accumulazione capitalistica "l'economia politica non vede nel 
proletario che l'operaio", ovvero colui che deve ricevere il minimo indispensabile per la 
conservazione della propria forza‐lavoro, senza mai considerarlo "nei suoi svaghi e nella sua 
umanità", questa posizione delle idee della classe dominante si inverte nel momento in cui il 
grado d'abbondanza raggiunto nella produzione delle merci esige un surplus di 
collaborazione da parte dell'operaio. Questo operaio subito lavato dal disprezzo totale che 
gli è chiaramente manifestato attraverso tutte le modalità di organizzazione e di sorveglianza 
della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa, apparentemente trattato come una 
grande persona, con una premurosa cortesia, sotto il travestimento del consumatore. Allora 
l'umanesimo della merce prende in carico "gli svaghi e l'umanità" del lavoratore, 
semplicemente perché l'economia politica può e deve ora dominare queste sfere in quanto 
economia politica. Così "il rinnegamento compiuto dell'uomo" ha saturato la totalità 
dell'esistenza umana.

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Lo spettacolo è una permanente guerra dell'oppio per far accettare l'identificazione dei beni 
con le merci, e della soddisfazione con la sopravvivenza aumentata secondo le proprie leggi. 
Ma se la sopravvivenza consumabile è qualcosa che deve sempre aumentare, è perché essa 
non cessa di contenere la privazione. Se non c'è nessuno al di là della sopravvivenza 
aumentata, nessun punto dove potrebbe terminare la sua crescita, è perché non è essa 
stessa al di là della privazione, ma è la privazione stessa divenuta più ricca.

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Con l'automazione, che è nello stesso tempo il settore più avanzato dell'industria moderna e 
il modello in cui si riassume perfettamente la sua pratica, bisogna che il mondo della merce 
superi questa contraddizione: la strumentazione tecnica, che sopprime obiettivamente il 
lavoro, deve nel contempo conservare il lavoro come merce e solo luogo di nascita della 
merce. Perché l'automazione, o ogni altra forma meno estrema dell'aumento della 
produttività del lavoro, non diminuisca effettivamente il tempo di lavoro sociale necessario 
su scala sociale, è necessario creare dei nuovi impieghi. Il settore terziario, i servizi, 
costituiscono l'immenso sviluppo di un piano strategico dell'esercito della distribuzione e 
dell'elogio delle merci attuali; mobilitazione di forze supplementari in opportuna 
corrispondenza, nell'artificiosità stessa dei bisogni relativi a tali merci, con la necessità di una 
tale organizzazione del dopo‐lavoro.

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Il valore di scambio ha potuto formarsi solo come agente del valore d'uso, ma la sua vittoria 
con armi proprie ha creato le condizioni del suo dominio autonomo. Mobilitando ogni uso 
umano e guadagnando il monopolio del suo soddisfacimento, ha finito per dirigere l'uso. Il 
processo di scambio si è identificato con ogni uso possibile e l'ha ridotto alla sua mercé. Il 
valore di scambio è il condottiero del valore d'uso, che finisce per condurre la guerra per 
proprio conto.

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Questa costante dell'economia capitalistica che rappresenta la caduta tendenziale del valore 
d'uso sviluppa una nuova forma di produzione all'interno della sopravvivenza aumentata, la 
quale non si è affatto affrancata dall'antica penuria, poiché esige la partecipazione della 
grande maggioranza degli uomini, come lavoratori salariati, al proseguimento infinito del suo 
sforzo, e che ciascuno sappia che vi si deve sottomettere o morire. E' la realtà di questo 
ricatto, il fatto che l'uso sotto la sua forma più povera (mangiare, abitare) non esiste più se 
non imprigionato nella ricchezza illusoria della sopravvivenza aumentata, è questa la base 
reale dell'accettazione dell'illusione in generale nel consumo delle merci moderne. Il 
consumatore reale diviene consumatore di illusioni. La merce è questa illusione 
effettivamente reale, e lo spettacolo la sua manifestazione generale.

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Il valore d'uso, che era implicitamente contenuto nel valore di scambio, dev'essere ora 
esplicitamente proclamato, nella realtà invertita dello spettacolo, perché la sua realtà 
effettiva è erosa dall'economia mercantile sovrasviluppata e perché una 
pseudogiustificazione diviene necessaria alla vita falsa.

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Lo spettacolo è l'altra faccia del denaro: l'equivalente generale astratto di tutte le merci. Ma 
se il denaro ha dominato la società in quanto rappresentazione dell'equivalenza centrale, 
cioè del carattere di scambio dei beni multipli il cui uso rimaneva incomparabile, lo 
spettacolo è il suo complemento moderno, sviluppato dove la totalità del mondo mercantile 
appare in blocco, come un'equivalenza generale di ciò che l'insieme della società può essere 
e fare. Lo spettacolo è il denaro che si guarda soltanto, perché già in esso è compresa la 
totalità dell'uso che si è scambiata contro la totalità della rappresentazione astratta. Lo 
spettacolo non è solo il servitore dello pseudouso, è già in se stesso lo pseudouso della vita.

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Il risultato concentrato del lavoro sociale, nel momento dell'abbondanza economica, diviene 
apparente e sottomette ogni realtà all'apparenza, che è ora il suo prodotto. Il capitale non è 
più il centro invisibile che dirige il modo della produzione: la sua accumulazione lo espande 
fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l'estensione della società è il suo 
ritratto.

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La vittoria dell'economia autonoma dev'essere, nello stesso tempo, la sua sconfitta. Le forze 
che ha scatenato sopprimono la necessità economica che è stata la base immutabile delle 
società antiche. Quando essa la rimpiazza con la necessità dello sviluppo economico infinito, 
essa non può che rimpiazzare il soddisfacimento dei primi bisogni umani sommariamente 
riconosciuti, con una fabbricazione ininterrotta di pseudobisogni che si riconducono tutti al 
solo pseudobisogno del mantenimento del suo dominio. Ma l'economia autonoma si separa 
per sempre dal suo bisogno profondo, nella misura stessa in cui esce dall'inconscio sociale, 
da cui essa dipendeva senza saperlo. "Tutto ciò che è conscio si consuma. Ciò che è inconscio 
resta inalterabile. Ma una volta liberato, non cade in rovina a sua volta?" (S. Freud)

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Nel momento in cui la società scopre che essa dipende dall'economia, l'economia di fatto 
dipende da essa. Questa potenza sotterranea che si è accresciuta fino ad apparire sovrana, 
ha in tal modo perduto la sua potenza. Là dove c'era l'es economico, deve venire l'io. Il 
soggetto non può emergere che dalla società, cioè dalla lotta che è in essa stessa. La sua 
esistenza possibile è sospesa ai risultati della lotta di classe che si rivela come il prodotto e il 
produttore della fondazione economica della storia.

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La coscienza del desiderio e il desiderio della coscienza sono identicamente questo progetto 
che, nella sua forma negativa, vuole l'abolizione delle classi, cioè il controllo diretto dei 
lavoratori su tutti i momenti della loro attività. Il suo contrario è la società dello spettacolo, 
in cui la merce contempla se stessa in un mondo che essa ha creato.

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Capitolo III
UNITA' E DIVISIONE NELL'APPARENZA
"Una nuova e animata polemica si sviluppa nel paese, sul fronte della filosofia a proposito 
dei concetti "uno si divide in due" e "due si fondono in uno". Questo dibattito si presenta 
come lotta fra coloro che sono a favore e coloro che sono contro la dialettica materialistica, 
una lotta tra due concezioni del mondo: la concezione proletaria e la concezione borghese. 
Coloro che sostengono che "uno si divide in due" è la legge fondamentale delle cose si 
tengono dalla parte della dialettica materialistica: quelli invece che sostengono che la legge 
fondamentale delle cose è "due si fondono in uno" sono contro la dialettica materialistica. Le 
due parti hanno tracciato una netta linea di demarcazione tra loro e i loro argomenti sono 
diametralmente opposti. Questa polemica riflette sul piano ideologico la lotta di classe acuta 
e complessa che si sviluppa in Cina e nel mondo." Bandiera Rossa, Pechino, 21 settembre 
1964.

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Lo spettacolo, come la società moderna, è nello stesso tempo unito e diviso. Come questa, 
esso costruisce la propria unità sulla lacerazione. Ma la contraddizione, quando emerge nello 
spettacolo, è a sua volta contraddetta per un ribaltamento del suo senso; di modo che la 
divisione mostrata è unitaria.

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E' la lotta dei poteri che si sono costituiti per la gestione dello stesso sistema socio‐
economico, che si presenta come contraddizione ufficiale, appartenendo di fatto all'unità 
reale: e questo su scala mondiale come anche all'interno di ogni nazione.

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Le false lotte spettacolari delle forme rivali del potere separato sono nello stesso tempo 
reali, in quanto traducono lo sviluppo ineguale e conflittuale del sistema, gli interessi 
relativamente contraddittori delle classi o dei segmenti delle classi che riconoscono il 
sistema, e definiscono la propria partecipazione al suo potere. Allo stesso modo come lo 
sviluppo dell'economia più avanzata viene a costituire lo scontro di certe priorità con altre, 
così la gestione totalitaria dell'economia da parte di una burocrazia di Stato e la condizione 
dei paesi che si sono trovati posti nella sfera della colonizzazione o della semicolonizzazione, 
sono definite da considerevoli particolarità nelle modalità della produzione e del potere. 
Queste diverse opposizioni possono darsi, nello spettacolo, secondo criteri del tutto 
differenti, come forme di società assolutamente distinte. Ma secondo la loro effettiva realtà 
di settori particolari, la verità della loro particolarità risiede nel sistema universale che li 
contiene: nel movimento unico che ha fatto del pianeta il proprio campo di battaglia, il 
capitalismo.

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La società portatrice di spettacolo non domina solo mediante l'egemonia economica le 
regioni sottosviluppate. Le domina in quanto società dello spettacolo. Là dove la base 
materiale è ancora assente, la società moderna ha già invaso in modo spettacolare la 
superficie sociale di ogni continente. Essa definisce il programma di una classe dirigente e 
presiede alla sua costituzione. Nello stesso modo in cui presenta gli pseudobeni da 
desiderare, essa offre ai rivoluzionari locali i falsi modelli di rivoluzione. Lo spettacolo proprio 
del potere burocratico che controlla alcuni dei paesi industriali fa precisamente parte dello 
spettacolo totale, come sua pseudonegazione generale, e suo sostegno. Se lo spettacolo, 
visto nelle sue diverse localizzazioni, mostra l'evidenza delle specializzazioni totalitarie della 
parola e dell'amministrazione sociali, questa vanno poi a fondersi, a livello del 
funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari.

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La divisione dei compiti spettacolari che conserva le generalità dell'ordine esistente, 
conserva principalmente il polo dominante del suo sviluppo. La radice dello spettacolo è nel 
terreno dell'economia divenuta abbondante, ed è da qui che vengono i frutti che tendono 
alla fine a dominare il mercato spettacolare, a dispetto delle barriere protezionistiche 
ideologico‐poliziesche di qualsiasi spettacolo locale con pretese autarchiche.

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Il movimento di banalizzazione che, sotto i mutevoli diversivi brillanti dello spettacolo, 
domina a livello mondiale la società moderna, la domina anche su ciascuno dei punti in cui il 
consumo sviluppato dalle merci ha moltiplicato in apparenza i ruoli e gli oggetti da scegliere. 
La sopravvivenza della religione e della famiglia ‐ che rimane la forma principale del retaggio 
del potere di classe ‐ e dunque della repressione morale che essa assicura, possono 
combinarsi come un'unica cosa, con l'affermazione ridondante del godimento di questo 
mondo, essendo prodotto solo come pseudogodimento che sostiene in sé la repressione. 
All'accettazione beata dell'esistente può anche unirsi come un'unica cosa la rivolta 
puramente spettacolare: ciò traduce il semplice fatto che l'insoddisfazione è divenuta essa 
stessa merce, dal momento che l'abbondanza economica si è trovata in grado di estendere la 
sua produzione fino al trattamento di una tale materia prima.

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Concentrando in sé l'immagine di un ruolo possibile, la vedette, rappresentazione 
spettacolare dell'uomo vivente, concentra dunque questa banalità. La condizione di vedette 
è la specializzazione del vissuto apparente, l'oggetto d'identificazione alla vita apparente 
senza profondità, che deve compensare il frazionamento delle specializzazioni produttive 
effettivamente vissute. Le vedette esistono per rappresentare tipi variati di stili di vita e di 
stili di comprensione della società, liberi di esercitarsi globalmente. Esse incarnano il 
risultato inaccessibile del lavoro sociale, mimando dei sottoprodotti di questo lavoro, che 
sono magicamente trasferiti al di sopra di esso come suo fine: il potere e le vacanze, la 
decisione e il consumo, che sono all'inizio e alla fine di un processo indiscusso. Là, è il potere 
governativo che si personalizza in pseudovedette; qui è la vedette del consumo che si fa 

3

riconoscere plebiscitariamente come pseudopotere sul vissuto. Me come queste attività 
delle vedette non sono realmente globali, allo stesso modo esse non sono neanche variate.

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L'agente dello spettacolo messo in scena come vedette è il contrario dell'individuo, il nemico 
dell'individuo per se stesso come ovviamente per gli altri. Passando nello spettacolo come 
modello d'identificazione, egli ha rinunciato ad ogni qualità autonoma per identificarsi con la 
legge generale dell'obbedienza al corso delle cose. La vedette del consumo, mentre è 
esteriormente la rappresentazione di differenti tipi di personalità, mostra ciascuno di questi 
tipi come avente ugualmente accesso alla totalità del consumo, dove troverà parimenti la 
sua felicità. La vedette che decide deve possedere lo stock completo di quelle che sono state 
ammesse come qualità umane. Così tra loro le divergenze ufficiali sono annullate dalla 
conformità ufficiale, che è il presupposto della loro eccellenza in tutto. Kruscev era stato 
fatto generale per risolvere la battaglia di Kursk, non sul campo, ma nel ventesimo 
anniversario, quando era padrone dello Stato. Kennedy era rimasto oratore fino a 
pronunciare il proprio necrologio, poiché Theodore Sørensen continuava in quel momento a 
redigere per il successore i discorsi in quello stile che era stato così importante per far 
conoscere la personalità dello scomparso. I personaggi ammirevoli in cui il sistema si 
personifica sono ben noti per non essere ciò che sono: sono divenuti grandi uomini 
scendendo al di sotto della realtà della minima vita individuale, e tutti lo sanno.

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La falsa scelta nel campo dell'abbondanza spettacolare, scelta che risiede nella 
giustapposizione di spettacoli concorrenziali e solidali, come nella sovrapposizione dei ruoli 
(principalmente significati e veicolati da oggetti), che sono contemporaneamente esclusivi e 
ramificati, si sviluppa in lotte di qualità fantomatiche, destinate ad appassionare l'adesione 
alla trivialità quantitativa. Così rinascono le false opposizioni arcaiche dei regionalismi o dei 
razzismi incaricati di trasfigurare in superiorità ontologica fantastica la volgarità delle 
posizioni gerarchiche nel consumo. Così si ricompone l'interminabile serie dei contrasti 
derisori, che mobilitano un interesse sottoludico, dallo sport alle elezioni. Laddove ha preso 
possesso il consumo abbondante, emerge un'opposizione spettacolare principale fra la 
gioventù e gli adulti; perché non esiste da nessuna parte l'adulto, padrone della propria vita, 

4

e la gioventù, la trasformazione di ciò che esiste, non è affatto appannaggio degli uomini che 
oggi sono giovani, ma del sistema economico, del dinamismo del capitalismo. Queste sono le 
cose che dominano e che son giovani: che sostituiscono se stesse.

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E' l'unità della miseria che si nasconde sotto le opposizioni spettacolari. Se delle forme 
diverse della stessa alienazione si combattono sotto le maschere della scelta totale, è perché 
sono tutte costruite sulle contraddizioni reali rimosse. Secondo le necessità dello stadio 
particolare della miseria che esso smentisce e sostiene, lo spettacolo esiste sotto una forma 
concentrata o in una forma diffusa. In entrambi i casi, esso non è che un'immagine di 
unificazione felice, circondata di desolazione e di spavento, al centro tranquillo 
dell'ìinfelicità.

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La concentrazione dello spettacolare è parte essenziale del capitalismo burocratico, per 
quanto questo possa essere importato come tecnica del potere statale su economie miste 
più arretrate, o in certi momenti di crisi del capitalismo avanzato. La proprietà burocratica, in 
effetti, è essa stessa concentrata, nel senso che il singolo burocrate non ha rapporti con il 
possesso dell'economia globale, se non tramite la comunità burocratica, in quanto membro 
di questa comunità. Inoltre la produzione di merci, meno sviluppata, si presenta a sua volta 
sotto forma concentrata: la merce che la burocrazia detiene è lavoro sociale totale, e ciò che 
essa rivende alla società è la sua sopravvivenza in blocco. La dittatura dell'economia 
burocratica non può lasciare alle masse sfruttate nessun valido margine di scelta, poiché 
essa ha dovuto scegliere tutto da sé, e ogni altra scelta esteriore relativa all'alimentazione o 
alla musica, è dunque già una scelta della propria completa distruzione. Essa deve 
accompagnarsi ad una violenza permanente. L'immagine imposta del bene, nel suo 
spettacolo, raccoglie la totalità di ciò che esiste ufficialmente, e si concentra normalmente su 
un sol uomo, che è il garante della sue coesione totalitaria. Con questa vedette assoluta 
devono magicamente identificarsi o scomparire. Perché si tratta del padrone del suo non‐
consumo e dell'immagine eroica di un certo senso accettabile per lo sfruttamento assoluto, 
che costituisce la realtà dell'accumulazione primitiva e accelerata dal terrore. Se ogni cinese 
deve imparare Mao, e così essere Mao, è perché non ha nessun altro da essere. Là dove 

5

domina lo spettacolare concentrato, domina anche la polizia.

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Lo spettacolare diffuso accompagna l'abbondanza delle merci, lo sviluppo imperturbato del 
capitalismo moderno. Qui ogni merce presa a sé è giustificata in nome della grandezza della 
produzione e della totalità degli oggetti, di cui lo spettacolo è un catalogo apologetico. Delle 
affermazioni inconciliabili si accalcano sulla scena dello spettacolo unificato dell'economia 
abbondante; allo stesso modo differenti merci‐vedette sostengono simultaneamente i loro 
progetti contraddittori di pianificazione della società; per questo lo spettacolo delle 
automobili vuole una circolazione perfetta che distrugge le vecchie città, mentre lo 
spettacolo della città stessa ha bisogno di quartieri‐museo. Dunque la soddisfazione, già 
problematica, che si reputa appartenere al consumo dell'insieme è immediatamente 
falsificata per il fatto che il consumatore reale non può direttamente afferrare che una 
successione di frammenti di questa felicità mercantile, frammenti in cui ogni volta la qualità 
attribuita all'insieme è evidentemente assente.

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Ogni merce determinata lotta per se stessa, non può riconoscere le altre, pretende di 
imporsi ovunque come se fosse la sola. Lo spettacolo allora è il canto epico di questo 
scontro, al quale neanche la caduta di alcune illusioni potrebbe porre fine. Lo spettacolo non 
canta gli uomini e le loro armi, ma le merci e le loro passioni. E' in questa lotta cieca che ogni 
merce, seguendo la sua passione, realizza in effetti nell'inconscio qualcosa di più elevato: il 
divenire‐mondo della merce, che corrisponde al divenire‐merce del mondo. Così, per 
un'astuzia della ragione mercantile, il particolare della merce si logora combattendo, mentre 
la forma‐merce va verso la sua realizzazione assoluta.

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6

La soddisfazione che la merce abbondante nel suo uso non può più dare continua ad essere 
cercata nel riconoscimento del suo valore in quanto merce: è l'uso della merce che basta a 
se stesso e, per il consumatore, l'effusione religiosa verso la libertà sovrana della merce. Le 
ondate d'entusiasmo per un dato prodotto, sostenuto e rilanciato da tutti i mezzi 
d'informazione, si propagano così a una grandissima velocità. Uno stile di abbigliamento 
nasce da un film: una rivista lancia dei club, che lanciano a loro volta panoplie diverse. Il 
gadget esprime il fatto che, nel momento in cui la massa delle merci scivola verso 
l'aberrazione, l'aberrante stesso diventa una merce speciale. Nei portachiave pubblicitari, 
per esempio, non più acquistati ma distribuiti come doni supplementari che accompagnano 
gli oggetti di prestigio venduti o che derivano mediante scambio dalla loro sfera originaria, si 
può riconoscere la manifestazione di un abbandono mistico alla trascendenza della merce. 
Colui che collezione i portachiavi, appena fabbricati per essere collezionati, accumula le 
indulgenze della merce, un segno glorioso della sua presenza reale tra i suoi fedeli. L'uomo 
reificato esibisce la prova della propria intimità con la merce. Come nei raptus dei 
convulsionari o dei miracolati del vecchio feticismo religioso, il feticismo della merce arriva a 
momenti di fervente eccitazione., Il solo uso che qui si esprime ancora è l'uso fondamentale 
della sottomissione.

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Senza dubbio, allo pseudobisogno imposto nel moderno consumo non può essere opposto 
nessun bisogno o desiderio autentico, che non sia esso stesso modellato dalla società e dalla 
sua storia. Ma la merce abbondante rappresenta la rottura assoluta dello sviuppo organico 
dei bisogni sociali. La sua accumulazione meccanica libera un artificaile illimitato, di fronte al 
quale il desiderio vivente resta disarmato. La potenza cumulativa di un artificiale 
indipendente comporta dovunque la falsificazione della vita sociale.

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Nell'immagine dell'unificazione felice della società mediante il consumo, la divisione reale è 
soltanto sospesa fino al prossimo non‐realizzato nel consumabile. Ogni prodotto particolare 
che deve rappresentare la speranza di una scorciatoia folgorante per accedere finine alla 
terra promessa del consumo totale, è presentato cerimoniosamente ogni volta come la 
singolarità decisiva. ma come nel caso della diffusione istantanea delle mode dei nomi 

7

apparentemente aristocratici che si trovano poi ad essere portati da tutti gli individui della 
stessa epoca, l'oggetto da cui ci si attende un singolare potere non ha potuto essere 
proposto alla devozione delle masse solo perché era stato tirato in numero di esemplari 
abbastanza grande per poter essere consumato massivamente. Il carattere prestigioso di 
questo prodotto qualsiasi, deriva solo dall'essere stato posto per un attimo al centro della 
vita sociale come mistero svelato della finalità della produzione. L'oggetto che era stato 
prestigioso nello spettacolo diviene volgare nell'istante in cui entra nella casa del 
consumatore, e contemporaneamente nella casa di tutti gli altri. Esso rivela troppo tardi la 
sua povertà essenziale, che gli deriva naturalmente dalla miseria della sua produzione. Ma 
già è un altro oggetto, portatore della giustificazione del sistema e dell'esigenza di essere 
riconosciuto.

70

L'impostura della soddisfazione deve denunciarsi da sé stessa nel rimpiazzarsi, nel seguire il 
mutare dei prodotti e quello delle condizioni generali della produzione. Ciò che ha affermato 
con la più perfetta impudenza la propria eccellenza definitiva tuttavia muta, nello spettacolo 
diffuso come nello spettacolo concentrato, ed è solo il sistema che deve continuare: Stalin 
come la merce fuori moda sono denunciati dagli stessi che li hanno imposti. Ogni nuova 
menzogna della pubblicità è anche la confessione della precedente menzogna. Ogni crollo di 
una figura del potere totalitario rivela la comunità illusoria che l'approvava unanimemente e 
che non era che un agglomerato di solitudini senza illusioni.

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Ciò che lo spettacolo dà come perpetuo è fondato sul cambiamento, e deve cambiare con la 
sua base. Lo spettacolo è assolutamente dogmatico e nello stesso tempo non può realmente 
portare a nessun solido dogma. Niente per esso si ferma; è questo lo stato che gli è naturale 
e tuttavia il più contrario alla sua inclinazione.

8

72

L'unità irreale che lo spettacolo proclama è la maschera della divisione di classe su cui riposa 
l'unità reale del modo di produzione capitalistico. Ciò che obbliga i produttori a partecipare 
all'edificazione del mondo è anche ciò che da questo mondo li esclude. Ciò che mette in 
relazione gli uomini affrancati dalle loro limitazioni locali e nazionali è anche ciò che li 
allontana. Ciò che obbliga all'approfondimento del razionale è anche ciò che nutre 
l'irrazionale dello sfruttamento gerarchico e della repressione. Ciò che fa il potere astratto 
della società fa la sua non‐libertà concreta.

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Capitolo IV
IL PROLETARIATO COME SOGGETTO E COME 
RAPPRESENTAZIONE
"L'uguale diritto di tutti ai beni e alle gioie di questo mondo, la distruzione di ogni autorità, la 
negazione di ogni freno morale, ecco, se si scende alla radice delle cose, la ragione d'essere 
dell'insurrezione del 18 marzo e il proclama della temibile associazione che le ha fornito un 
esercito." Inchiesta parlamentare sull'insurrezione del 18 marzo.

73

Il movimento reale che sopprime le condizioni esistenti governa la società a partire dalla 
vittoria della borghesia nell'economia, e visibilmente dopo la traduzione politica di questa 
vittoria. Lo sviluppo delle forze produttive ha fatto saltare i vecchi rapporti di produzione, e 
ogni ordine statico si riduce in polvere. Tutto ciò che era assoluto diviene storico.

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Gettati nella storia, dovendo partecipare al lavoro e alle lotte che la costituiscono, gli uomini 
si vedono costretti a riflettere sui loro reciproci rapporti in modo disingannato. Questa storia 
non ha oggetto distinto da ciò che realizza su se stessa, sebbene l'ultima visione metafisica 
inconscia dell'epoca storica possa considerare la progressione produttiva, attraverso la quale 
la storia si è sviluppata, come l'oggetto stesso della storia. Il soggetto della storia non può 
essere che il vivente producente se stesso, che si fa signore e padrone del suo mondo che è 
la storia, e che esiste come coscienza del suo gioco.

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1

Come un'unica corrente si sviluppano le lotte di classe della lunga epoca rivoluzionaria 
inaugurata dall'ascesa della borghesia, e il pensiero della storia, la dialettica, il pensiero che 
non si arresta più alla ricerca del senso dell'essere, ma si eleva alla conoscenza della 
dissoluzione di tutto ciò che è, e nel movimento dissolve ogni divisione.

76

Hegel non aveva più da interpretare il mondo, ma la sua trasformazione. Interpretandone 
soltanto la trasformazione, Hegel non rappresenta altro che il compimento filosofico della 
filosofia. Egli vuole comprendere un mondo che si fa da sé. Questo pensiero storico non è 
altro che la coscienza, che arriva sempre troppo tardi e che enuncia la giustificazione post 
festum. Così, essa non ha superato la divisione che nel pensiero. Il paradosso che consiste 
nel sospendere il senso di ogni realtà al suo compimento storico, e nel rivelare nello stesso 
tempo questo senso come costituentesi in se stesso come compimento della storia, deriva 
dal semplice fatto che il pensatore delle rivoluzioni borghesi del XVII e XVIII secolo non ha 
cercato nella sua filosofia che la riconciliazione con i loro risultati. «Anche come filosofia 
della rivoluzione borghese, essa non esprime tutto il processo di questa rivoluzione, ma 
soltanto la sua conclusione ultima. In questo senso, essa è una filosofia non della rivoluzione 
ma della restaurazione» (Karl Korsch, Tesi su Hegel e la rivoluzione). Hegel per l'ultima volta 
ha fatto il lavoro del filosofo, «la glorificazione di ciò che esiste»; ma già ciò che esisteva per 
lui non poteva essere ormai che la totalità del movimento storico. Essendo di fatto 
mantenuta la posizione esterna del pensiero, questa non poteva essere mascherata che con 
la sua identificazione a un progetto preliminare dello Spirito, eroe assoluto che ha fatto ciò 
che ha voluto e ha voluto ciò che ha fatto, e il cui adempimento coincide con il presente. 
Così, la filosofia che muore nel pensiero della storia non può glorificare il proprio mondo che 
rinnegandolo, perché per prendere la parola ha essa ha bisogno di supporre già finita questa 
storia totale cui ricondotto ogni cosa e chiusa la sessione dell'unico tribunale cui possa 
essere emessa la sentenza della verità.

77

Quando il proletariato dimostra con la propria esistenza in atto che questo pensiero della 

2

storia non si è dimenticato, la smentita della conclusione è anche la conferma del metodo.

78

Il pensiero della storia non può essere salvato che divenendo pensiero pratico; e la prassi del 
proletariato come classe rivoluzionaria non può essere meno della coscienza storica 
operante sulla totalità del mondo. Tutte le correnti teoriche del movimento operaio 
rivoluzionario sono uscite da uno scontro critico con il pensiero hegeliano, in Marx come in 
Stirner e in Bakunin.

79

Il carattere inseparabile della teoria di Marx e del metodo hegeliano è a sua volta 
inseparabile dal carattere rivoluzionario di questa teoria, cioè dalla sua verità. E' in ciò che 
questa relazione fondamentale è stata generalmente ignorata o mal compresa, o ancora 
denunciata come il punto debole di ciò diveniva fallacemente una dottrina marxista. 
Bernstein, in Socialismo teorico e socialdemocrazia pratica, rivela perfettamente questo 
legame del metodo dialettico e della presa di partito storica, quando deplora le previsioni 
poco scientifiche del Manifesto del 1847 sull'imminenza della rivoluzione proletaria in 
Germania: «Questa autosuggestione storica, talmente erronea che il primo venuto dei 
visionari politici non avrebbe quasi trovato di meglio, sarebbe incomprensibile in un Marx, 
che a quell'epoca aveva già seriamente studiato l'economia, se non si dovesse vedere in essa 
il prodotto di un residuo della dialettica antitetica hegeliana, di cui Marx, non più di Engels, 
non è mai riuscito completamente a disfarsi. In quei tempi di effervescenza generale, ciò gli è 
stato tanto più fatale».

80

Il rovesciamento che Marx opera con un «salvataggio per trasferimento» del pensiero delle 
rivoluzioni borghesi non consiste nel rimpiazzare volgarmente, con lo sviluppo materialistico 

3

delle forze produttive, il percorso dello Spirito hegeliano che va incontro a se stesso nel 
tempo, con la sua oggettivazione identica alla sua alienazione e le sue ferite storiche che non 
lasciano cicatrici. La storia divenuta reale non ha più fine. Marx ha distrutto la posizione 
separata di Hegel di fronte a ciò che avviene e la contemplazione di un superiore agente 
esterno, qualunque esso sia. La teoria non ha altro da sapere che ciò che fa. Al contrario, è la 
contemplazione del movimento dell'economia, nel pensiero dominante della società attuale, 
l'eredità non rovesciata della parte non‐dialettica nel tentativo hegeliano di un sistema 
circolare; E un consenso che ha perduto la dimensione del concetto e che non ha più bisogno 
di un hegelismo per giustificarsi, perché il movimento che si tratta di lodare non è più che un 
settore senza pensiero del mondo, il cui sviluppo meccanico domina effettivamente il tutto. 
Il progetto di Marx è quello di una storia cosciente, li quantitativo, che sopraggiunge nello 
sviluppo cieco delle forze produttive semplicemente economiche deve trasformarsi in 
appropriazione storica qualitativa. La critica dell'economia politica è il primo atto di questa 
fine della preistoria: «Di tutti gli strumenti della produzione, il più grande potere produttivo 
è la classe rivoluzionaria stessa».

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Ciò che lega strettamente la teoria di Marx al pensiero scientifico, è la comprensione 
razionale delle forze che operano realmente nella società. Ma si tratta fondamentalmente di 
un al di là del pensiero scientifico, dove questo viene conservato in quanto superato; si tratta 
di una comprensione della lotta e non della legge. «Noi non conosciamo che una scienza 
sola: la scienza della storia», si dice ne L'ideologia tedesca.

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L'epoca borghese, che vuole fondare scientificamente la storia, trascura il fatto che questa 
scienza disponibile avrebbe dovuto piuttosto essere essa stessa fondata storicamente con 
l'economia. Inversamente, la storia dipende radicalmente da questa conoscenza solo in 
quanto questa stessa storia resta storia economica. Quanto la parte della storia 
nell'economia stessa ‐ il processo globale che modifica i propri dati scientifici di base ‐ abbia 
potuto essere trascurata dal punto di vista dell'osservazione scientifica, è d'altra parte ben 
dimostrato dalla vanità dei calcoli socialisti che credevano di aver stabilito l'esatta periodicità 
delle crisi; e da quando l'intervento costante dello Stato è riuscito a compensare l'effetto 

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delle tendenze verso la crisi, lo stesso tipo di ragionamento vede in questo equilibrio 
un'armonia economica definitiva. Se il progetto del superamento dell'economia, il progetto 
della presa di possesso della storia, deve conoscere ‐ e riportare a sé ‐ la scienza della 
società, non può essere esso stesso scientifico. In quest'ultimo movimento che crede di 
dominare la storia presente attraverso una conoscenza scientifica, il punto di vista 
rivoluzionario è rimasto borghese.

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Le correnti utopistiche del socialismo, benché fondate esse stesse storicamente sulla critica 
dell'organizzazione sociale esistente, possono essere giustamente qualificate come 
utopistiche nella misura in cui rifiutano la storia ‐ vale a dire la lotta reale in corso, come 
anche il movimento del tempo al di là della perfezione immutabile della loro immagine di 
una società felice ‐ ma non perché rifiutino la scienza. I pensatori utopisti sono al contrario 
completamente dominati dal pensiero scientifico, quale si era imposto nei secoli precedenti. 
Essi cercano il perfetto compimento di questo sistema razionale generale: non si 
considerano affatto dei profeti disarmati, perché credono al potere sociale della 
dimostrazione scientifica e anche, nel caso del sansimonismo, alla presa del potere da parte 
della scienza. In che modo, dice Sombart, «si vorrebbe conquistare con le lotte ciò che deve 
essere provato?». Tuttavia la concezione scientifica degli utopisti non si estende fino alla 
conoscenza del fatto che alcuni gruppi sociali hanno degli interessi in una data situazione, 
delle forze per conservarla e anche delle forme di falsa coscienza corrispondenti a tali 
posizioni. Essa dunque resta molto al di qua della realtà storica dello sviluppo della scienza 
stessa, che in gran parte si è trovata orientata dalla domanda sociale derivata da tali fattori, 
la quale seleziona non solo ciò che può essere ammesso, ma anche ciò che può essere 
ricercato. I socialisti utopisti, rimasti prigionieri della forma espositiva della verità scientifica, 
concepiscono questa verità secondo la sua pura immagine astratta, come l'aveva vista 
imporsi uno stadio molto anteriore della società. Come rilevava Sorel, è sul modello 
dell'astronomia che gli utopisti pensano di scoprire e di dimostrare le leggi della società. 
L'armonia da loro pensata, ostile alla storia, deriva dal tentativo di applicare alla società la 
scienza meno dipendente dalla storia. Essa tenta di farsi riconoscere con la stessa innocenza 
sperimentale del newtonismo e il destino felice costantemente postulato «gioca nella loro 
scienza sociale un ruolo analogo a quello che si rifà dell'inerzia nella meccanica razionale» 
(Materiali per una teoria del proletariato).

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L'aspetto deterministico‐scientifico del pensiero di Marx costituì la breccia attraverso la 
quale penetrò il processo di ideologizzazione, quando egli era vivo, e ancor di più nell'eredità 
teorica lasciata al movimento operaio. L'avvento del soggetto della storia è ancora una volta 
rinviato a più tardi ed è la scienza storica per eccellenza, l'economia, che tende, sempre più 
ampiamente, a garantire la necessità della propria negazione futura. Ma così viene esclusa 
dal campo della visione teorica la pratica rivoluzionaria che è la sola verità di questa 
negazione. Così è importante studiare pazientemente lo sviluppo economico e ammettere 
ancora, con tranquillità hegeliana, il dolore, ciò che nel suo risultato resta un «cimitero di 
buone intenzioni». Ora si scopre che, secondo la scienza delle rivoluzioni, la coscienza arriva 
sempre troppo presto e dovrà essere insegnata. «La storia ci ha dato torto, a noi e a tutti 
quelli che pensavano come noi. Essa ha mostrato chiaramente che lo stato di sviluppo 
economico sul continente era allora ben lontano dall'essere maturo...», dirà Engels nel 1895. 
Per tutta la vita, Marx ha conservato il punto di vista unitario della propria teoria, ma 
l'esposizione di tale teoria si è spostata sul terreno del pensiero dominante, precisandosi 
sotto forma di critica di discipline particolari, specialmente di critica della scienza 
fondamentale della società borghese, l'economia politica. E questa mutilazione, 
ulteriormente accettata come definitiva, che ha costituito il «marxismo».

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I limiti della teoria di Marx sono naturalmente i limiti della lotta rivoluzionaria del 
proletariato della sua epoca. La classe operaia non ha decretato la rivoluzione permanente 
nella Germania del 1848; la Comune è stata vinta nell'isolamento. La teoria rivoluzionaria 
non può dunque ancora pervenire alla propria esistenza totale. Essere ridotti a difenderla e a 
precisarla nella divisione erudita del lavoro, al British Museum, implicava una perdita nella 
teoria stessa. E sono proprio le giustificazioni scientifiche tratte sull'avvenire dello sviluppo 
della classe operaia, e la pratica organizzativa combinata con queste giustificazioni, che si 
sarebbero trasformate in ostacoli per la coscienza proletaria in uno stadio più avanzato.

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Tutta l'insufficienza teorica nella difesa scientifica della rivoluzione proletaria può essere 
ricondotta, per il contenuto come per la forma dell'esposizione, a un'identificazione del 
proletariato con la borghesia dal punto di vista della conquista rivoluzionaria del potere.

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La tendenza a fondare una dimostrazione della legittimità scientifica del potere proletario 
sulla testimonianza di esperimenti ripetuti nel passato ha oscurato, dai tempi del Manifesto, 
il pensiero storico di Marx, facendogli sostenere un'immagine lineare dello sviluppo dei modi 
di produzione, originato da lotte di classi che finirebbero ogni volta «o per una 
trasformazione rivoluzionaria della società intera o con la distruzione comune delle classi in 
lotta». Ma nella realtà osservabile della storia, come «il modo di produzione asiatico» ‐
constatava Marx altrove ‐ ha conservato la sua immobilità a dispetto di tutti gli scontri di 
classe, così le jacqueries dei servi non hanno mai sconfitto i baroni, né le rivolte degli schiavi 
dell'antichità gli uomini liberi. Lo schema lineare perde di vista anzitutto il fatto che la 
borghesia è la sola classe rivoluzionaria che sia mai stata vincitrice; e nel contempo che essa 
è la sola classe per la quale lo sviluppo dell'economia sia stato causa e conseguenza del 
dominio da essa conquistato sulla società. La stessa semplificazione ha condotto Marx a 
sottovalutare il ruolo economico dello Stato nella gestione di una società di classe. Se 
l'ascesa della borghesia si è mostrata come un affrancamento dell'economia dallo Stato, è 
solo nella misura in cui lo Stato antico si confondeva con lo strumento di un'oppressione di 
classe in un'economia statica. La borghesia ha sviluppato la propria potenza economica 
autonoma nel periodo medievale di indebolimento dello Stato, nel momento della 
frammentazione feudale dell'equilibrio dei poteri. Ma lo Stato moderno che, con il 
mercantilismo, ha cominciato ad appoggiare lo sviluppo della borghesia, e che è infine 
diventato il suo Stato ali'insegna del «laisser faire, laisser passer» si rivela ulteriormente 
dotato di una potenza centrale nella gestione calcolata del processo economico. D'altra 
parte Marx aveva potuto descrivere, nel bonapartismo, l'abbozzo della burocrazia statale 
moderna, fusione di Stato e di capitale, costituzione di un «potere nazionale del capitale sul 
lavoro, d'una forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale» in cui la borghesia 
rinuncia ad ogni vita storica, che non sia la sua riduzione alla storia economica delle cose, e 
accetta di «essere condannata allo stesso nulla politico delle altre classi». Qui sono già poste 
le basi socio‐politiche dello spettacolo moderno, che in negativo definisce il proletariato 
come solo pretendente alla vita storica.

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Le due sole classi, che corrispondono effettivamente alla teoria di Marx, le due classi pure 
verso le quali conduce ogni analisi nel Capitale, la borghesia e il proletariato, sono anche le 
due sole classi rivoluzionarie della storia, ma a condizioni differenti: la rivoluzione borghese è 
compiuta; la rivoluzione proletaria è un progetto, nato sulla base della precedente 
rivoluzione, ma ne differisce qualitativamente. Col trascurare l'originalità del ruolo storico 
della borghesia, si maschera l'originalità concreta di questo progetto proletario che non può 
arrivare a nulla se non apportando i propri colori e riconoscendo «l'immensità dei propri 
compiti». La borghesia è giunta al potere perché è la classe dell'economia in sviluppo. Il 
proletariato non può essere esso stesso il potere se non diventando la classe della coscienza. 
Il maturare delle forze produttive non può garantire un tale potere, neanche attraverso 
l'alternativa dell'aumento di espropriazione che esso comporta. La conquista giacobina dello 
Stato non può essere il suo strumento. Nessuna ideologia può servirgli a trasformare dei fini 
parziali in fini generali, perché non può conservare nessuna realtà parziale che gli sia 
effettivamente propria.

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Se Marx, in un periodo determinato della sua partecipazione alla lotta del proletariato, si era 
aspettato troppo dalla previsione scientifica, al punto di creare la base intellettuale delle 
illusioni dell'economicismo, si sa anche che non vi soccombette personalmente. In una nota 
lettera del 7 dicembre 1867, accompagnando un articolo in cui egli stesso criticava Il 
Capitale, articolo che Engels dovette far passare alla stampa come se fosse stato scritto da 
un avversario, Marx ha esposto chiaramente i limiti della propria scienza: «...la tendenza 
soggettiva dell'autore ‐ egli era legato e obbligato a essa forse dalla sua posizione di partito e 
dal suo passato ‐ vale a dire la maniera in cui presenta a sé o agli altri il risultato finale 
dell'odierno movimento, dell'odierno processo sociale, non ha nulla affatto a che vedere col 
suo sviluppo effettivo» [1]. Così Marx, denunciando egli stesso le «conclusioni tendenziose» 
della sua analisi obiettiva, e con l'ironia del «forse» relativa alle scelte extrascientifiche che 
gli sarebbero state imposte, mostra nel contempo la chiave metodologica della fusione dei 
due aspetti.

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E' nella stessa lotta storica che bisogna realizzare la fusione della conoscenza e dell'azione, in 
modo tale che ognuno di questi termini riponga nell'altro la garanzia della propria verità. La 
costituzione della classe proletaria in soggetto rappresenta l'organizzazione delle lotte 
rivoluzionarie e l'organizzazione della società nel momento rivoluzionario: è qui che devono 
esistere le condizioni pratiche della coscienza, nelle quali si conferma la teoria della prassi 
divenendo teoria pratica. Tuttavia, tale questione centrale dell'organizzazione è stata la 
meno considerata dalla teoria rivoluzionaria all'epoca in cui si fondava il movimento operaio, 
cioè quando questa teoria ancora possedeva il carattere unitario derivante dal pensiero della 
storia (e che essa si era appunto assegnata il compito di sviluppare fino ad una unitaria 
pratica storica). E' al contrario il luogo dell'inconseguenzadi questa teoria, che ammette la 
ripresa di metodi di applicazione statali e gerarchici derivati dalla rivoluzione borghese. Le 
forme di organizzazione del movimento operaio, sviluppate sulla base di questa rinuncia 
della teoria, hanno di ritorno teso ad impedire la conservazione di una teoria unitaria, 
dissolvendola in diverse conoscenze specializzate e parcellari. Questa alienazione ideologica 
della teoria non può più quindi riconoscere la verifica pratica del pensiero storico che essa ha 
tradito, quando questa verifica sorge dalla lotta spontanea degli operai: essa può solo 
concorrere a reprimere la manifestazione e la memoria. Al contrario, queste forme storiche 
apparse nella lotta costituiscono il milieu pratico che mancava alla teoria per essere vera. 
Esse sono un'esigenza della teoria, ma che non era stata formulata teoricamente. Il soviet 
non era una scoperta della teoria. E già prima, la più alta verità teorica dell'Associazione 
internazionale dei lavoratori era la sua stessa esistenza messa in pratica.

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I primi successi della lotta portarono l'Internazionale ad affrancarsi dalle influenze confuse 
dell'ideologia dominante che sussistevano in essa. Ma la disfatta e la repressione che 
incontrò subito, fecero passare in primo piano il conflitto tra due concezioni della rivoluzione 
proletaria, che contengono entrambe una dimensione autoritaria, nella quale 
l'autoemancipazione cosciente della classe viene abbandonata. In effetti, la querelle 
divenuta irriconciliabile fra marxisti e bakunisti era duplice, riguardando 
contemporaneamente il potere nella società rivoluzionaria e l'organizzazione presente del 
movimento, e passando dall'uno all'altro di questi aspetti, le posizioni degli avversari si 
ribaltavano. Bakunin combatteva l'illusione di un'abolizione delle classi attraverso l'uso 
autoritario del potere statale, prevedendo il ricostituirsi di una classe dominante burocratica 
e la dittatura dei più saggi, o di quelli che sarebbero stati ritenuti tali. Marx, convinto che il 

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maturarsi inseparabile delle contraddizioni economiche e dell'educazione democratica degli 
operai avrebbe ridotto il ruolo di uno Stato proletario a una semplice fase di legalizzazione 
dei nuovi rapporti sociali che si sarebbero imposti oggettivamente, denunciava in Bakunin e 
nei suoi partigiani l'autoritarismo di un'élite cospirativa che si era deliberatamente posta al 
di sopra dell'Internazionale e concepiva lo stravagante disegno di imporre alla società la 
dittatura irresponsabile dei più rivoluzionari, o di coloro che da se stessi si sarebbero 
designati come tali. Bakunin in effetti reclutava i suoi partigiani nel quadro di una tale 
prospettiva: «Piloti invisibili nel cuore della tempesta popolare, noi dobbiamo dirigere, non 
con un potere visibile, ma attraverso la dittatura collettiva di tutti gli alleati. Dittatura senza 
fascia, senza titolo, senza diritto ufficiale, e tanto più potente in quanto non avrà alcuna 
delle apparenze del potere». Così si sono opposte due ideologie della rivoluzione operaia, 
contenenti ognuna una critica parzialmente vera, ma perdendo l'unità del pensiero della 
storia e istituendosi esse quali autorità ideologiche. Organizzazioni potenti, come la 
socialdemocrazia tedesca e la Federazione anarchica iberica, hanno fedelmente servito o 
l'una o l'altra di queste ideologie, e dappertutto il risultato è stato assai diverso da quello che 
si era voluto.

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Il fatto di considerare il fine della rivoluzione proletaria come immediatamente presente, 
costituisce contemporaneamente la grandezza e la debolezza della lotta anarchica reale 
(perché nelle sue varianti individualistiche, le pretese dell'anarchismo restano derisorie). Del 
pensiero storico delle moderne lotte di classe, l'anarchia collettivistica mantiene 
esclusivamente la conclusione, e la sua esigenza assoluta di tale conclusione si traduce 
ugualmente nel disprezzo deliberato del metodo. Così la sua critica della lotta politica è 
rimasta astratta, mentre la scelta stessa della lotta economica non viene affermata che in 
funzione dell'illusione di una soluzione definitiva, strappata con un sol colpo su questo 
terreno, nel giorno dello sciopero generale o dell'insurrezione. Gli anarchici hanno un ideale 
da realizzare. L'anarchia è la negazione ancora ideologica dello Stato e delle classi, cioè delle 
condizioni sociali stesse dell'ideologia separata. E' l'ideologia della pura libertà che tutto 
uguaglia e che rifiuta ogni idea di male storico. Questo punto di vista della fusione di tutte le 
esigenze parziali ha dato all'anarchia il merito di rappresentare il rifiuto di tutte le condizioni 
esistenti per la totalità della vita, e non nell' ambito di una specializzazione critica 
privilegiata: ma il fatto di considerare questa fusione in assoluto, secondo il capriccio 
individuale, prima della sua realizzazione effettiva, ha d'altra parte condannato l'anarchismo 
a un'incoerenza troppo facilmente contestabile. L'anarchismo non ha che da ripetere, e 
rimettere in gioco in ogni lotta, la sua stessa semplice conclusione totale, perché questa 
prima conclusione era fin dall'origine identificata con il risultato integrale del movimento. 

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Bakunin poteva dunque scrivere nel 1873, abbandonando la Federazione del Giura: «Negli 
ultimi nove anni si sono sviluppate in seno all'Internazionale molte più idee di quante ne 
servirebbero per salvare il mondo, se le sole idee potessero salvarlo, e sfido chiunque a 
inventarne una nuova. Non è più tempo per le idee, ma per i fatti e le azioni». Senza dubbio 
questa concezione conserva del pensiero storico del proletariato la certezza che le idee 
devono divenire pratica, ma essa abbandona il terreno storico supponendo che le forme 
adeguate di questo passaggio alla pratica siano già state trovate e non cambieranno più.

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Gli anarchici, che si distinguono esplicitamente dall'insieme del movimento operaio per la 
loro convinzione ideologica, riproducono al proprio interno questa separazione delle 
competenze, fornendo un terreno favorevole al dominio informale, su ogni organizzazione 
anarchica, dei propagandisti e difensori della propria ideologia, specialisti in genere tanto più 
mediocri, in quanto la loro attività intellettuale si propone principalmente la ripetizione di 
alcune verità definitive. Il rispetto ideologico dell'unanimità della decisione ha favorito 
piuttosto l'attività incontrollata, nella stessa organizzazione, degli specialisti della libertà; e 
l'anarchismo rivoluzionario si aspetta dal popolo liberato lo stesso genere di unanimità, 
ottenuto con gli stessi mezzi. E d'altra parte, il rifiuto di considerare l'opposizione di 
condizioni tra una minoranza, riunita nella lotta attuale, e la società degli individui liberi, ha 
nutrito una divisione permanente degli anarchici nel momento della decisione comune, 
come dimostra l'esempio di un gran numero di insurrezioni anarchiche in Spagna, circoscritte 
e soffocate sul piano locale.

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L'illusione mantenuta più o meno esplicitamente nell'anarchismo autentico è quella 
dell'imminenza permanente di una rivoluzione che dovrà dare ragione all'ideologia, e al 
modo d'organizzazione pratico derivato dall'ideologia, compiendosi istantaneamente. Nel 
1936 l'anarchismo ha realmente condotto una rivoluzione sociale e l'abbozzo, il più avanzato 
che mai si sia visto, di un potere proletario. In questa circostanza bisogna ancora notare, da 
una parte, che il segnale di un'insurrezione generale era stato imposto dal pronunciamento 
dell'esercito. E d'altra parte, nella misura in cui questa rivoluzione non era stata completata 
nei primi giorni, dato che esisteva un potere franchista nella metà del paese, appoggiato 

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fortemente dall'estero allorché il resto del movimento proletario internazionale era già 
vinto, e dato che sopravvivevano nel campo della Repubblica delle forze borghesi o altri 
partiti operai statalisti, il movimento anarchico organizzato si è dimostrato incapace di 
estendere le mezze‐vittorie della rivoluzione e anche solo di difenderle. I suoi capi 
riconosciuti sono divenuti ministri, e ostaggi dello Stato borghese che distruggeva la 
rivoluzione per perdere la guerra civile.

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Il «marxismo ortodosso» della Seconda internazionale è l'ideologia scientifica della 
rivoluzione socialista, che identifica ogni sua verità con il processo obiettivo nell'economia, e 
con il progressivo riconoscimento di questa necessità nella classe operaia educata 
dall'organizzazione. Questa ideologia ritrova la fiducia nella dimostrazione pedagogica, che 
aveva caratterizzato il socialismo utopistico, ma integrata da un riferimento contemplativo 
nel corso della storia: tuttavia, un simile atteggiamento ha perduto sia la dimensione 
hegeliana di una storia totale sia l'immagine immobile della totalità presente nella critica 
utopistica (in Fourier al massimo grado). E' da un simile atteggiamento scientifico, che non 
poteva fare a meno di rilanciare simmetricamente delle scelte etiche, che derivano le vacuità 
di Hilferding, quando questi precisa che riconoscere la necessità del socialismo non offre 
«alcuna indicazione sull'atteggiamento pratico da adottare. Perché una cosa è riconoscere la 
necessità, e un'altra il mettersi al servizio di questa necessità» (Il Capitale finanziario). Coloro 
che hanno misconosciuto il fatto che il pensiero unitario della storia, per Marx e per il 
proletariato rivoluzionario, non fose affatto distinto da una posizione pratica da adottare, 
dovevano essere normalmente vittime della pratica che contemporaneamente avevano 
adottato.

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L'ideologia dell'organizzazione socialdemocratica la poneva al servizio dei professori che 
educavano la classe operaia; e la forma di organizzazione adottata era la forma adeguata a 
questo apprendistato passivo. La partecipazione dei socialisti della Seconda internazionale 
alle lotte politiche ed economiche era certo concreta, ma profondamente acritica. Essa era 
condotta, in nome dell'illusione rivoluzionaria, secondo una pratica manifestamente 
riformista. Così l'ideologia rivoluzionaria doveva essere stroncata dal successo stesso di 

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coloro che la sostenevano. La separazione dei deputati e dei giornalisti nel movimento 
riconduceva verso il modo di vita borghese coloro che erano stati già reclutati fra gli 
intellettuali borghesi. La burocrazia sindacale costituiva in sensali della forza‐lavoro, da 
vendere come merce al suo giusto prezzo, gli stessi che venivano reclutati a partire dalle 
lotte dei proletariato industriale e di lì fatti uscire. Perché l'attività di tutti costoro 
conservasse qualcosa di rivoluzionario, sarebbe stato necessario che il capitalismo si fosse 
trovato opportunamente incapace di sopportare economicamente questo riformismo che 
tollerava politicamente nella loro agitazione legalista. E' una simile incompatibilità che la loro 
scienza garantiva, e che la storia smentiva ad ogni istante.

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Questa contraddizione, della quale Bernstein, essendo il socialdemocratico più distante 
dall'ideologia politica e il più francamente aderente alla metodologia della scienza borghese, 
ebbe l'onestà di voler mostrare la realtà, mostrare ‐ e il movimento riformista degli operai 
inglesi, facendo a meno di un'ideologia rivoluzionaria, l'aveva già mostrata ‐ non doveva 
essere tuttavia dimostrata senza repliche che dallo sviluppo stesso della storia. Bernstein, 
sebbene pieno di illusioni sotto altri aspetti, aveva negato che una crisi della produzione 
capitalistica sarebbe venuta miracolosamente a forzare la mano ai socialisti che non 
volevano ereditare la rivoluzione che mediante questa legittima consacrazione. Il movimento 
di profondo sconvolgimento sociale che emerse con la prima guerra mondiale, anche se fu 
fertile per la presa di coscienza, dimostrò per due volte che la gerarchia socialdemocratica 
non aveva educato rivoluzionariamente, non aveva reso teorici, gli operai tedeschi: prima 
quando la grande maggioranza del partito si allineò con la guerra imperialistica e in seguito 
quando, nella disfatta, schiacciò i rivoluzionari spartachisti. L'ex‐operaio Ebert credeva 
ancora nel peccato, poiché confessava di odiare la rivoluzione «come il peccato». E lo stesso 
dirigente si mostrò un buon precursore della rappresentanza socialista, che doveva poco 
dopo opporsi come nemico assoluto al proletariato della Russia e del resto del mondo col 
formulare l'esatto programma di questa nuova alienazione: «Socialismo vuol dire lavorare 
molto».

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Lenin non è stato, come pensatore marxista, che il kautskista fedele e conseguente che 

13

applicava l'ideologia rivoluzionaria di questo «marxismo ortodosso» nelle condizioni russe; 
condizioni che non permettevano la pratica riformista che la Seconda internazionale 
riformista portava in contropartita. La direzione esterna del proletariato, agendo attraverso 
un partito clandestino disciplinato, sottomesso agli intellettuali divenuti «rivoluzionari di 
professione», costituisce qui una professione che non vuole patteggiare con nessuna 
professione dirigente della società capitalistica (e il regime politico zarista era d'altra parte 
incapace di offrire una tale apertura, la cui base è uno stadio avanzato del potere della 
borghesia). Essa diviene dunque la professione della direzione assoluta della società.

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Il radicalismo ideologico autoritario dei bolscevichi si è sviluppato su scala mondiale con la 
guerra e con l'affondamento della socialdemocrazia internazionale davanti alla guerra. La 
fine sanguinosa delle illusioni democratiche del movimento operaio aveva fatto del mondo 
intero una Russia, e il bolscevismo, regnando sul primo varco rivoluzionario che questa 
epoca di crisi aveva originato, offriva al proletariato di tutti i paesi il proprio modello 
gerarchico e ideologico, per «parlare in russo» alla classe dominante. Lenin non ha 
rimproverato al marxismo della Seconda internazionale di essere un'ideologia rivoluzionaria, 
ma di aver cessato di esserlo.

100

Lo stesso momento storico in cui il bolscevismo ha trionfato per se stesso in Russia, e dove la 
socialdemocrazia ha combattuto vittoriosamente per il vecchio mondo, segna la nascita 
definitiva di un ordine di cose che è al centro del dominio dello spettacolo moderno: la 
rappresentanza operaia si è opposta radicalmente alla classe.

101

«In tutte le rivoluzioni anteriori ‐ scriveva Rosa Luxemburg in Rote Fahne del 21 dicembre 

14

1918 ‐ i combattenti si affrontavano a viso scoperto: classe contro classe, programma contro 
programma. Nella rivoluzione presente le truppe di protezione del vecchio ordine non 
intervengono sotto le insegne delle classi dirigenti, ma sotto la bandiera di un "partito 
socialdemocratico". Se la questione centrale della rivoluzione fosse posta apertamente e 
onestamente: capitalismo o socialismo, nessun dubbio, nessuna esitazione sarebbero oggi 
possibili nella grande massa del proletariato». Così, qualche giorno prima della sua 
distruzione, la corrente radicale del proletariato tedesco scopriva il segreto delle nuove 
condizioni che aveva creato tutto il processo anteriore (e al quale aveva grandemente 
contribuito la rappresentanza operaia): l'organizzazione spettacolare della difesa dell'ordine 
esistente, il regno sociale delle apparenze in cui nessuna «questione centrale» può più 
essere posta «apertamente e onestamente». La rappresentanza rivoluzionaria del 
proletariato, a questo stadio, era divenuta contemporaneamente il fattore principale e il 
risultato centrale della falsificazione generale della società.

102

L'organizzazione del proletariato sul modello bolscevico, era nata dall'arretratezza russa e 
dalla rinuncia alla lotta rivoluzionaria da parte del movimento operaio dei paesi avanzati, 
incontrò anche nell'arretramento russo tutte le condizioni che portavano questa forma 
d'organizzazione verso il rovesciamento controrivoluzionario che essa inconsciamente già 
conteneva nel proprio germe originario; e la rinuncia reiterata della massa del movimento 
operaio europeo davanti al hic Rhodus, hic salta del periodo 1918‐1920 ‐ rinuncia che 
implicava la distruzione violenta della propria minoranza radicale ‐ favori lo sviluppo 
completo del processo e lasciò che il suo risultato menzognero si affermasse davanti al 
mondo come la sola soluzione proletaria. La conquista del monopolio statale della 
rappresentanza e della difesa del potere operaio, che giustificò il partito bolscevico, lo fece 
divenire ciò che era: il partito dei proprietari del proletariato, eliminando per l'essenziale le 
precedenti forme di proprietà.

103

Tutte le condizioni della liquidazione dello zarismo delineate nel dibattito teorico sempre 
insoddisfacente delle diverse tendenze della socialdemocrazia russa per vent'anni ‐
debolezza della borghesia, peso della maggioranza contadina, ruolo decisivo di un 

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proletariato concentrato e combattivo ma estremamente minoritario nel paese ‐ rivelarono 
infine nella pratica la loro soluzione, attraverso un dato che non era presente nelle ipotesi: la 
burocrazia rivoluzionaria che dirigeva il proletariato, impadronendosi dello Stato, diede alla 
società un nuovo dominio di classe. La rivoluzione strettamente borghese non era possibile; 
la «dittatura democratica degli operai e dei contadini» era priva di senso; il potere proletario 
dei soviet non poteva mantenersi contemporaneamente contro la classe dei contadini 
proprietari, la reazione bianca nazionale e internazionale, e la sua stessa rappresentanza 
esteriorizzata e alienata in partito operaio dei padroni assoluti dello Stato, dell'economia, di 
ogni forma di espressione e presto anche del pensiero. La teoria della rivoluzione 
permanente di Trotsky e Parvus, alla quale Lenin aveva effettivamente aderito nell'aprile 
1917, era la sola a divenire vera per i paesi arretrati nei confronti dello sviluppo sociale della 
borghesia, ma soltanto dopo l'introduzione di questo fattore sconosciuto che era il potere di 
classe della burocrazia. La concentrazione della dittatura nelle mani della rappresentanza 
suprema dell'ideologia fu difesa nel modo più coerente da Lenin, nei numerosi scontri 
all'interno della direzione bolscevica. Lenin aveva ogni volta ragione contro i suoi avversari 
per il fatto di sostenere la soluzione implicata dalle precedenti scelte del potere minoritario 
assoluto: la democrazia rifiutata statalmente ai contadini doveva esserlo anche agli operai, 
ciò che portava a rifiutarla ai dirigenti comunisti dei sindacati, dunque in tutto il partito, e 
infine anche al vertice della gerarchia del partito. Al X Congresso, nel momento in cui il soviet 
di Kronstadt veniva abbattuto con le armi e sepolto sotto le calunnie, Lenin pronunciava 
contro i burocrati di sinistra organizzati in «Opposizione Operaia» questa conclusione, di cui 
Stalin avrebbe poi in seguito esteso la logica fino a una perfetta divisione del mondo: «Qua o 
là con un fucile, ma non con l'opposizione... Ne abbiamo abbastanza dell'opposizione».

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La burocrazia rimasta unica proprietaria di un capitalismo di Stato, si è dapprima assicurata il 
potere mezzo di un'alleanza temporanea con la classe contadina, dopo Kronstadt, al 
momento della «nuova politica economica», mentre l'ha difeso all'esterno utilizzando gli 
operai irreggimentati nei partiti burocratici della Terza internazionale, come forza 
d'appoggio della diplomazia russa, per sabotare ogni movimento rivoluzionario e sostenere i 
governi borghesi, sul cui sostegno poteva contare in politica internazionale (il potere del 
Kuomintang nella Cina del 1925‐27, il Fronte Popolare in Spagna e in Francia ecc.). Ma la 
società burocratica doveva perseguire il proprio compimento attraverso il terrore esercitato 
sulle masse contadine, per realizzare l'accumulazione primitiva di capitale più brutale della 
storia. Questa industrializzazione dell'epoca staliniana rivela la realtà ultima della burocrazia: 
essa è la continuazione del potere dell'economia, il salvataggio dell'essenziale della società 
mercantile che mantiene il lavoro‐merce. E' la prova offerta dall'economia indipendente, che 

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domina la società al punto di ricreare per i propri fini il dominio di classe che le è necessario: 
il che equivale a dire che la borghesia ha creato una potenza autonoma la quale, fintanto che 
sussiste questa autonomia, può arrivare al punto di fare a meno di una borghesia. La 
burocrazia totalitaria non è «l'ultima classe proprietaria della storia», nel senso che le 
attribuiva Bruno Rizzi, ma solamente una classe dominante di sostituzione per l'economia 
mercantile. La proprietà privata capitalistica venuta meno viene sostituita da un 
sottoprodotto semplificato, meno diversificato, concentrato in proprietà collettiva della 
classe burocratica. Questa forma sottosviluppata di classe dominante è anche l'espressione 
del sottosviluppo economico; e non ha altra prospettiva che quella di recuperare il ritardo di 
questo sviluppo in alcune regioni del mondo. E' stato il partito operaio, organizzato secondo 
il modello borghese della separazione, a fornire l'impianto gerarchico‐statale a questa 
edizione supplementare della classe dominante. Anton Ciliga scriveva in una prigione di 
Stalin che «le questioni tecniche di organizzazione si rivelavano essere delle questioni 
sociali» (Lenin e la Rivoluzione).

105

L'ideologia rivoluzionaria, la coerenza del separato di cui il leninismo costituisce il più alto 
sforzo volontaristico, detenendo la gestione di una realtà che la respinge, con lo stalinismo 
tornerà alla sua verità nell'incoerenza. A questo punto l'ideologia non è più un'arma, ma un 
fine. La menzogna che non è più contraddetta diventa follia. La realtà, così come lo scopo, 
vengono dissolti nella proclamazione ideologica totalitaria: tutto ciò che essa dice è tutto ciò 
che è. E' un primitivismo locale dello spettacolo, il cui ruolo è tuttavia essenziale nello 
sviluppo dello spettacolo mondiale. L'ideologia che qui si materializza non ha trasformato 
economicamente il mondo, come il capitalismo giunto allo stadio dell'abbondanza; essa ha 
solamente trasformato poliziescamente la percezione.

106

La classe ideologico‐totalitaria al potere è il potere di un mondo rovesciato; più essa è forte, 
più afferma che non esiste, e la sua forza le serve prima di tutto ad affermare la sua 
inesistenza. Essa è modesta su questo solo punto, perché la sua inesistenza ufficiale deve 
anche coincidere col nec plus ultra dello sviluppo storico, che al tempo stesso sarebbe 
dovuto al suo infallibile comando. Operante dappertutto, la burocrazia deve essere la classe 

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invisibile per la coscienza, di modo che è poi tutta la vita sociale che diviene demente. 
L'organizzazione sociale della menzogna assoluta deriva da questa contraddizione 
fondamentale.

107

Lo stalinismo fu il regno del terrore nella classe burocratica stessa. Il terrorismo che fonda il 
potere di questa classe deve colpire anche questa classe, perché essa non possiede nessuna 
garanzia giuridica, nessuna esistenza riconosciuta in quanto classe proprietaria, che possa 
estendere a ciascuno dei suoi membri. La sua proprietà reale è dissimulata, ed essa non è 
divenuta proprietaria che per la via della falsa coscienza. La falsa coscienza mantiene il 
proprio potere assoluto solo attraverso il terrore assoluto, in cui ogni vero motivo finisce per 
perdersi, l membri della classe burocratica al potere non hanno diritto di possesso sulla 
società che collettivamente, in quanto partecipi di una fondamentale menzogna: bisogna che 
essi recitino il ruolo del proletariato che dirige una società socialista: che siano gli attori 
fedeli al testo dell'infedeltà ideologica. Ma l'effettiva partecipazione a questo essere 
menzognero deve vedersi al tempo stesso riconosciuta come una partecipazione veridica. 
Nessun burocrate può sostenere individualmente il proprio diritto al potere, perché provare 
che egli è un proletario socialista significherebbe manifestarsi come il contrario di un 
burocrate; e provare che egli è un burocrate è impossibile, poiché la verità ufficiale della 
burocrazia è di non essere. Così ogni burocrate si trova a dipendere in modo assoluto da una 
garanzia centrale dell'ideologia, che riconosce una partecipazione collettiva al suo «potere 
socialista» da parte di tutti i burocrati che essa non annienta. Se i burocrati presi nel loro 
complesso decidono su tutto, la coesione stessa della loro classe non può essere assicurata 
che attraverso la concentrazione del loro potere terroristico in una sola persona. In questa 
persona risiede la sola verità pratica della menzogna al potere: la fissazione indiscutibile 
della sua frontiera sempre rettificata. Stalin decide senza appello chi è alla fine burocrate 
possidente: cioè chi deve venire chiamato «proletario al potere» oppure «traditore al soldo 
del Mikado o di Wall Street». Gli atomi burocratici non trovano l'essenza comune del loro 
diritto se non nella persona di Stalin. Stalin è questo sovrano del mondo che si sa in questo 
modo come la persona assoluta, per la cui coscienza non esiste spirito più alto. «Il sovrano 
del mondo possiede la coscienza effettiva di ciò che egli è ‐ della potenza universale 
dell'effettualità, nella violenza distruttrice che egli esercita contro il sé di coloro che lo 
contrastano». Mentre è la potenza che definisce il terreno del dominio, egli è nello stesso 
tempo «la potenza che devasta questo terreno».

18

108

Quando l'ideologia, diventata assoluta con il possesso del potere assoluto, è mutata da una 
conoscenza parcellare in menzogna totalitaria, il pensiero della storia è stato così 
perfettamente annientato che la storia stessa, a livello della conoscenza più empirica, non 
può più esistere. La società burocratica totalitaria vive in un presente perpetuo, in cui tutto 
ciò che è avvenuto esiste soltanto per essa, come spazio accessibile alla sua polizia. Il 
progetto, già formulato da Napoleone, di «dirigere monarchicamente l'energia dei ricordi» 
ha trovato la sua concretizzazione totale, in una manipolazione permanente del passato, non 
soltanto nei significati, ma nei fatti. Ma il prezzo di questa liberazione da ogni realtà storica è 
la perdita del riferimento razionale che è indispensabile alla società storica del capitalismo. Si 
sa ciò che l'applicazione scientifica dell'ideologia, divenuta folle, è potuta costare 
all'economia russa, non fosse che con l'impostura di Lyssenko. Questa contraddizione della 
burocrazia totalitaria che amministra una società industrializzata, presa fra il suo bisogno del 
razionale e il suo rifiuto del razionale, costituisce anche una delle sue principali deficienze nei 
confronti del normale sviluppo capitalistico. Come, in rapporto ad esso, la burocrazia non 
può risolvere la questione dell'agricoltura, così gli è finalmente inferiore nella produzione 
industriale, pianificata autoritariamente sulle basi dell'irrealismo e della menzogna 
generalizzata.

109

Il movimento operaio rivoluzionario, del periodo fra le due guerre, fu annientato dall'azione 
congiunta della burocrazia stalinista e del totalitarismo fascista, che aveva preso a prestito la 
propria forma organizzativa dal partito sperimentato in Russia. Il fascismo ha costituito una 
difesa estremistica dell'economia borghese, minacciata dalla crisi e dalla sovversione 
proletaria, lo stato d'assedio nella società capitalistica, attraverso cui questa società si salva 
e si dà d'urgenza una prima razionalizzazione, facendo intervenire massicciamente lo Stato 
nella sua gestione. Ma una tale razionalizzazione è essa stessa gravata dell'immensa 
irrazionalità del suo mezzo. Se il fascismo si pone a difesa dei principali punti dell'ideologia 
borghese divenuta conservatrice (la famiglia, la proprietà, l'ordine morale, la nazione), 
riunendo la piccola borghesia e i disoccupati impazziti dalla crisi o delusi dell'impotenza della 
rivoluzione socialista, non è esso stesso sostanzialmente ideologico. Esso si dà per quello che 
è: una violenta resurrezione del mito, che esige la partecipazione a una comunità definita da 
pseudovalori arcaici: la razza, il sangue, il capo. Il fascismo è l'arcaismo tecnicamente 

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equipaggiato. Il surrogato decomposto dal mito, ripreso nel contesto spettacolare dei mezzi 
di condizionamento e di illusione più moderni. Così, esso è uno dei fattori nella formazione 
del moderno spettacolare, nella misura in cui la sua parte nella distruzione del vecchio 
movimento operaio fa di lui una delle potenze fondatrici della presente società; ma dato che 
il fascismo viene ad essere anche la forma più costosa del mantenimento dell'ordine 
capitalistico, avrebbe dovuto normalmente abbandonare il fronte della scena che occupano i 
grandi ruoli degli Stati capitalistici, per essere sostituito da forme più razionali e più forti di 
questo stesso ordine.

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Quando la burocrazia russa è riuscita finalmente a disfarsi delle tracce della proprietà 
borghese, che intralciavano il suo dominio sull'economia, a sviluppare questa per il proprio 
uso, e ad essere riconosciuta all'esterno tra le grandi potenze, essa vuole godere 
tranquillamente del proprio mondo e sopprimere quella parte di arbitrio che si esercitava su 
essa stessa: essa denuncia lo stalinismo della sua origine. Ma una tale denuncia rimane 
stalinista, arbitraria, inesplicata e continuamente corretta, perché la menzogna ideologica 
della sua origine non può mai essere rivelata. In questo modo la burocrazia non può 
liberalizzarsi né culturalmente né politicamente, perché la sua esistenza come classe dipende 
dal suo monopolio ideologico che, con tutta la sua pesantezza, è il suo solo titolo di 
proprietà. L'ideologia ha certamente perduto la passione per la sua affermazione positiva, 
ma ciò che ne sussiste di trivialità indifferente ha ancora questa funzione repressiva di 
proibire anche la minima concorrenza, di dominare la totalità del pensiero. La burocrazia è 
così legata a un'ideologia che non è più creduta da nessuno. Ciò che era terroristico è 
divenuto derisorio, ma questa stessa derisione non può mantenersi che conservando in 
secondo piano il terrorismo di cui vorrebbe disfarsi. Così, nel momento stesso in cui la 
burocrazia vuole mostrare la propria superiorità sul terreno del capitalismo, essa si rivela un 
parente povero del capitalismo. Come la sua storia effettiva è in contraddizione col suo 
diritto, e la sua ignoranza grossolanamente mantenuta in contraddizione con le sue pretese 
scientifiche, il suo progetto di rivaleggiare con la borghesia nella produzione di 
un'abbondanza mercantile è ostacolato dal fatto che un'abbondanza del genere porta in se 
stessa la propria ideologia implicita e si accompagna normalmente a una libertà 
indefinitamente estesa di false scelte spettacolari, pseudolibertà che rimane inconciliabile 
con l'ideologia burocratica.

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