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Nota sul digiuno.pdf


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L’impegno al dominio di sé e alla mortificazione è dunque parte integrante dell’esperienza cristiana come tale
e rientra nelle esigenze della vita nuova secondo lo Spirito: “Vi dico dunque: Camminate secondo lo Spirito e non sarete
portati a soddisfare i desideri della carne ... Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,16.22).
In particolare, per il cristiano l’astinenza non nasce dal rifiuto di alcuni cibi come se fossero cattivi: egli
accoglie l’insegnamento di Gesù, per il quale non esistono né cibi proibiti né osservanze di semplice purità legale: “Non
c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a
contaminarlo” (Mc 7,15).
La tradizione spirituale e pastorale della Chiesa
5. La dottrina e la pratica del digiuno e dell’astinenza, da sempre presenti nella vita della Chiesa, assumono una
fisionomia più definita negli ambienti monastici del IV secolo, sia con la sottolineatura abituale della frugalità, sia con
la privazione del cibo in determinati tempi dell’anno liturgico. Nel medesimo periodo, sotto l’influsso degli usi
monastici, le comunità ecclesiali delineano le forme concrete della prassi penitenziale.
La pratica antica del digiuno consiste normalmente nel consumare un solo pasto nella giornata, dopo il vespro,
a cui fa seguito, abitualmente, la riunione serale per l’ascolto della parola di Dio e la preghiera comunitaria. Si
consolida, attraverso i secoli, l’usanza secondo cui quanto i cristiani risparmiano con il digiuno venga destinato per
l’assistenza ai poveri e agli ammalati. “Quanto sarebbe religioso il digiuno, se quello che spendi per il tuo banchetto lo
inviassi al poveri!”, esorta sant’Ambrogio; e sant’Agostino gli fa eco: “Diamo in elemosina quanto riceviamo dal
digiuno e dall’astinenza”.
Così l’astensione dal cibo è sempre unita all’ascolto e alla meditazione della parola di Dio, alla preghiera e
all’amore generoso verso coloro che hanno bisogno. In questo senso san Pietro Crisologo afferma: “Queste tre cose,
preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera
e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente
una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia”.
Nel IV secolo prende corpo anche l’organizzazione del tempo della Quaresima per i catecumeni e per i
penitenti. Questo viene proposto e vissuto come cammino di preparazione alla rinascita pasquale nel battesimo e nella
penitenza, e quindi è orientato verso il Triduo pasquale, centro e cardine dell’anno liturgico che celebra l’intera opera
della redenzione e che costituisce l’itinerario privilegiato di fede della comunità cristiana. Per questo san Leone Magno
può dire che il vero digiuno quaresimale consiste “nell’astenersi non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati”.
Durante l’epoca medioevale e moderna, la pratica penitenziale viene tenuta in grande considerazione, diventando
oggetto di numerosi interventi normativi o entrando a far parte delle osservanze religiose più comuni e diffuse tra il
popolo cristiano.
Il concilio e il rinnovamento della disciplina penitenziale
6. Il concilio Vaticano II, nella sua finalità di cammino verso la santità e di “aggiornamento pastorale”, chiede
che siano rinnovate le disposizioni della Chiesa sul digiuno e sull’astinenza, chiarendone le motivazioni nel contesto
attuale della vita cristiana personale e comunitaria.
Alla richiesta del concilio risponde Paolo VI con la costituzione apostolica Paenitemini sulla disciplina
penitenziale (17 febbraio 1966).
In essa viene richiamato in particolare il valore della penitenza come atteggiamento interiore, come “atto
religioso personale, che ha come termine l’amore e l’abbandono nel Signore: digiunare per Dio, non per se stessi”. Da
questo valore fondamentale dipende l’autenticità di ogni forma penitenziale.
In questo contesto Paolo VI sollecita tutti a riscoprire e a vivere il collegamento del digiuno e dell’astinenza
con le altre forme di penitenza e soprattutto con le opere di carità, di giustizia e di solidarietà: “Là dove è maggiore il
benessere economico, si dovrà piuttosto dare testimonianza di ascesi, affinché i figli della Chiesa non siano coinvolti
dallo spirito del “mondo”, e si dovrà dare nello stesso tempo una testimonianza di carità verso i fratelli che soffrono
nella povertà e nella fame, oltre ogni barriera di nazioni e di continenti. Nei paesi invece dove il tenore di vita è più
disagiato, sarà più accetto al Padre e più utile alle membra del corpo di Cristo che i cristiani - mentre cercano con ogni
mezzo di promuovere una migliore giustizia sociale - offrano, nella preghiera, la loro sofferenza al Signore, in intima
unione con i dolori di Cristo”.

II. Digiuno e astinenza nella vita attuale della Chiesa
L’originalità del digiuno cristiano
7. Di fronte al rapido mutare delle condizioni sociali e culturali caratteristico del nostro tempo, e in particolare
di fronte al moltiplicarsi dei contatti interreligiosi e al diffondersi di nuovi fenomeni di costume, diventa sempre più
necessario riscoprire e riaffermare con chiarezza l’originalità del digiuno e dell’astinenza cristiani.
Oggi, infatti, il digiuno viene praticato per i più svariati motivi e talvolta assume espressioni per così dire
laiche, come quando diventa segno di protesta, di contestazione, di partecipazione alle aspirazioni e alle lotte degli

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