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Contest di Halloween .pdf



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“Il fuoco della giustizia” di
Ilaria Barbieri http://ilaria82.wordpress.com/

Quella fredda mattina di ottobre entrando nel solito bar per fare colazione, Rebecca
si accorse che era insolitamente deserto; c'erano soltanto lei e la barista intenta a
sistemare le caramelle gommose nell'espositore. La cosa le sembrò parecchio strana ma,
dopo aver ordinato e successivamente bevuto il suo schiumoso cappuccino, lasciò cadere
una moneta da due euro sul bancone e si recò frettolosa verso la porta.
Nel momento in cui abbassò la maniglia per aprire, venne risucchiata da un vortice e
sbattuta violentemente a terra in una stanza lugubre e maleodorante. Terrorizzata com'era
non riusciva nemmeno a gridare, ma nel momento in cui le uscì finalmente la voce, urlò
così forte che fece cade l'intonaco dal soffitto. All'improvviso, una sorta di strega le si
materializzò davanti proprio al centro della stanza; puntandole contro il suo bastone, fece
sedere Rebecca sull'unica sedia sgangherata che c'era e, in men che non si dica, si ritrovò
legata e imbavagliata.
A quel punto, la vecchia strega iniziò a pronunciare parole incomprensibili e dal
soffitto iniziarono a scendere una miriade di piccole gocce di fuoco; si depositarono
intorno alla sedia di Rebecca e, unendosi tra di loro, diedero origine ad un enorme cerchio
di fuoco. Mentre la strega proclamava il suo macabro rito, la povera ragazza iniziò a
dimenarsi così forte tanto da rovesciarsi, ritrovandosi presto interamente avvolta dalle
fiamme. Iniziò ad urlare in preda alla disperazione, supplicando la strega di liberarla
dicendole che avrebbe fatto tutto quello che le fosse stato chiesto, qualsiasi cosa.
"Troppo tardi" - bofonchiò la malefica vecchietta - "Questo mia cara ragazza, è ciò
che ti meriti per non aver aiutato le persone che avevi accanto nel momento del bisogno.
Il fuoco brucerà il tuo egoismo e con esso porrà fine anche alla tua misera e insignificante
esistenza. La tua infinità cattiveria ti ha portato alla rovina e ormai, non c'è più tempo per
porre rimedio a questa situazione. Non c'è più tempo".
In quel momento a Rebecca ormai in fin di vita, tornarono alla mente tutte quelle
situazioni in cui avrebbe potuto dare una mano a chi ne aveva bisogno e per le quali

invece non mosse neanche un dito. Mentre chiuse gli occhi, le lacrime le solcarono il viso
ma ormai era troppo tardi anche per piangere. Decise di lasciarsi morire in silenzio arsa
viva dal fuoco della giustizia e, nel momento in cui l'anima uscì dal suo corpo, la strega la
racchiuse in un barattolo e sparì.
Di Rebecca rimasero solo le ceneri, in quella triste stanza della quale nessuno era a
conoscenza.

“Prima dell’alba” di
Jury Livorati http://jurylivorati.blogspot.it/

Dio Santo, sono occhi quelli!
Non è un’illusione, non può essere come quando la camicia appoggiata alla sedia
ti appare come una persona accucciata, perché riconosco il bianco delle pupille. Sono
due punti più chiari nell’oscurità della stanza, azzurrognoli per il riflesso della spia del mio
cellulare in carica. È questo particolare a farmi capire che sono reali: riflettono la luce.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Il resto della forma nera che sembra fissarmi, immobile davanti al nostro letto, è
indefinita, ma quegli occhi e la paura – la paura, sì, è soprattutto lei a farmi registrare i
particolari, per alimentarsene – mi suggeriscono contorni umani. Bambineschi. È una
figura minuta, che arriva forse all’altezza del lato inferiore dello specchio alla parete. Le
spalle cadenti, le braccia abbandonate lungo i fianchi, il capo riccioluto e rigido.
Non ho il coraggio di muovere altro che gli occhi. Temo che possa accorgersi anche
di quelli e pure del respiro che ha involontariamente cambiato ritmo, da quando mi sono
svegliato e l’ho intravisto. Provo a rallentarlo, a inspirare ed espirare con la lentezza di chi
dorme.
Le lenzuola mi sono scivolate sulle gambe, lasciando scoperto il ventre. Persino la
canottiera è risalita e quel piccolo rettangolo di pelle esposta mi fa sentire vulnerabile. Mi
convinco che questa figura, chiunque sia, alla fine mi attaccherà proprio in quel punto,

proprio per quel punto scoperto. Vorrei, dovrei coprirmi, nascondermi sotto le lenzuola fin
oltre la testa, come facevo da bambino quando avevo paura dei ladri. Ma allora lo facevo
al minimo rumore, al minimo anomalo spostamento dell’aria, quando ero ancora in tempo.
Oggi no, è tardi, chi può farmi del male è già al mio cospetto e se mi muovessi sarebbe
ancora peggio. Perché saprebbe che sono sveglio e mi farebbe ancor più male.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Vorrei aver lasciato la porta aperta. L’orario proiettato sul soffitto – lo raggiungo a
malapena spingendo gli occhi all’insù, fin quasi a rovesciarli sotto le palpebre – dice che
sono le cinque passate e forse a quest’ora le primissime luci del mattino mi darebbero un
contrasto migliore, mi mostrerebbero questa figura per ciò che è davvero. Forse scoprirei
che sì, nonostante tutto è la solita illusione ottica, troverei una spiegazione al riflesso su
quelli che mi sembrano occhi e potrei rilassarmi.
Ma la porta è chiusa e il buio profondo della stanza è rotto solo da quella minuscola
lucina sul Samsung e dalla sua eco – sì, la definizione mi piace – dalla sua eco sdoppiata
dagli occhi della figura. Così non posso dirmi con certezza se quello che mi sembra un
braccio lo sia realmente, non posso tranquillizzarmi col pensiero che sto solo interpretando
un addensamento di ombre. Non prima che la sveglia suoni, tra due ore, o che trovi il
coraggio di accendere la luce.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Non avrei dovuto chiamarlo bambino. Ora che l’ho fatto, non riesco a pensare che
sia nulla di diverso. I bambini fanno paura. Quanto sono carini e innocenti alla luce del
sole, tanto diventano terrificanti nel contesto sbagliato. Li usano un sacco nei film proprio
per questo, credo. E questo è un contesto sbagliato: è la mia stanza, è notte fonda e non
ho figli. Se anche li avessi, non se ne starebbero immobili, al buio, a fissarmi.
Teresa dorme al mio fianco, tranquilla nonostante il respiro affannoso. Non aveva
il raffreddore ieri sera, non ricordo. Se solo si svegliasse... è stupido, è dannatamente
infantile, ma se si svegliasse spezzerebbe l’incantesimo che mi tiene in scacco. Le
racconterei della mia assurda paura come farei con un incubo e rideremmo insieme prima
di riprendere a dormire.

Ma Teresa dorme e io non posso affidarmi solo alla mia razionalità per sottovalutare
la figura che mi osserva. L’esperienza mi suggerisce che queste cose non esistono, ma
la mente è meno forte e spavalda quando scendono le tenebre. E diventa bastarda e
malleabile, come la mia, che anziché mostrarmi l’assurdità del mio terrore sembra piegarsi
al volere di quest’ombra davanti a me e fa riaffiorare l’unico ricordo che non serve.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Quattro anni fa, ormai. Tornavo da una cena di lavoro alla quale non avevo bevuto.
Scendevo dalla rampa di uscita della tangenziale e mi immettevo nella grande rotonda,
quindi imboccavo la seconda uscita. Erano le tre del mattino e andavo abbastanza forte
perché ero stanco e non vedevo l’ora di mettermi sotto le coperte. Abbastanza, ma non
troppo forte, e con il pieno controllo delle mie facoltà. Ma la musica era alta nell’abitacolo e
cantavo per tenermi sveglio.
Non so che cosa facesse in giro a quell’ora quel signore col suo nipotino. So solo
che lui si chiamava Piretti e che il bambino aveva otto anni e che nessuno dei due si
accorse che un’auto era in arrivo, prima di attraversare incautamente fuori dalle strisce
pedonali e a ridosso dell’uscita dalla rotonda. Trovarono il vecchio senza vita a una
ventina di metri, nella boscaglia, mentre il bambino smise di respirare tra le mie braccia,
al centro della carreggiata. Lo sorressi fino all’ultimo, cercando di trattenere le lacrime
mentre gli parlavo per tranquillizzarlo.
Mi scagionarono dopo due anni. L’accusa iniziale era di omicidio colposo, ma tutto
indicava una mia totale assenza di colpa. Persino un testimone di cui non mi avvidi allora,
ma che usciva dal bar poco distante e che aveva assistito all’episodio, raccontò della
leggerezza del vecchio e mi fece passare dalla parte della ragione. Ma io non ho mai
scagionato del tutto me stesso e ho passato inutili notti insonni a chiedermi che cosa
sarebbe successo se avessi tenuto il volume della radio più basso, o se fossi andato meno
veloce, o se avessi girato il volante quel tanto necessario a evitare i due pedoni.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Così, improvvisamente sono certo che questo ai piedi del letto sia proprio quel
bambino. L’altezza è quella giusta, la corporatura anche. La rabbia che scorgo negli occhi

sarebbe giustificata, sebbene in quella terribile notte li avessi visti verdi e lucidi di lacrime
e comprensione e gonfi di speranza e fiducia nelle mie vuote parole e... L’ho aiutato, l’ho
sorretto, l’ho accompagnato nella sua agonia: ma al volante ero io. L’ho strappato alla vita
e merito il suo odio, qui e ora.
Merda! Un prurito. Proprio sotto al naso. Non resisto, non resisterò. Non proprio
adesso, non posso muovermi. Cerco di resistere, ma il fastidio non passa, anzi sembra
farsi sempre più insistente. Storco il naso, stringo le labbra, tutte smorfie che il bambino
vedrà e ormai saprà per certo che non sto dormendo e potrà sfogare su di me il suo
desiderio di vendetta e chissà...
Lo starnuto arriva, ma mentre mi abbandono allo stimolo, trovo il coraggio di
allungare la mano e premo l’interruttore della luce. Voglio vederlo in faccia, prima.

“Halloween... il racconto della mia Nonna!” di
Marianna Rotundo http://tuchesaitutto.blogspot.it/

Quando ero piccola, mia madre finito di rassettare la casa, prendeva una tovaglia
pulita dal cassettone e sopra riponeva un piatto vuoto, un mucchio di noci, fichi secchi e
mandarini, lasciava una candela accesa, spegneva il camino e obbligava tutti ad andare
a letto e chiudere bene la tenda dell'intramezzo. Appena arrivati a letto, io, che ero la più
piccola, le chiedevo "Mamma perché hai apparecchiato la tavola?" E lei allora iniziava il
suo racconto.
< Si dice che nella notte tra il 31 e l'uno, dal cimitero sulla collinetta, scendano i defunti
per fare il giro del paese, ad aspettarli c'è solo il prete con una lanterna accesa per guidarli nel
lungo tragitto e per non farli fermare più del tempo di un pasto frugale nelle case dei propri cari.
Ma un anno una bambina disobbediente e curiosa, volle scendere per strada per guardare questa
processione e mentre guardava la sfilata dei defunti terrei e vestiti di tutto punto, ad un certo punto
riconobbe tra la gente la sua amata nonna. La bambina gridò subito, Nonna! Nonna! e la nonna
continuava la sua processione in fila ed in silenzio, per rispetto agli altri defunti, facendo finta di
non riconoscere sua nipote, che intanto continuava ad urlare.

Alla fine della processione, quando tutti i defunti si ritrovarono nella chiesa accanto al
cimitero, pronti ad ascoltare la messa in loro suffragio, la signora anziana tardava ad entrare
perché aveva visto la nipote seguirla fino a lassù e mentre il prete la incalzava affinché entrasse
per dare inizio alla messa, la signora temporeggiava cercando di far andare via la nipote dicendole
che sì, lei era la nonna, ma non potevano più stare insieme se non attraverso il ricordo. Uno dei
defunti, spazientito, si alzò per chiudere il portone, cercando ti tirare dentro la nipote e la nonna,
e solo allora l'anziana, rendendosi conto del pericolo, abbracciò la nipote e la spinse via con tanta
violenza da farla cadere sul sagrato mentre si infilava dentro lasciando che chiudessero il portone
dietro di lei.
Si dice che la mattina dopo il custode del cimitero, trovò la bambina avvolta in un bellissimo
scialle nero ricamato, che dormiva davanti alla porta della chiesa, quando questo la svegliò lei
cominciò a raccontare tutto quanto, diffondendo nel paese paura e stupore. Ecco perché, da quella
notte in poi, ogni trentuno di ottobre lasciamo per i nostri cari un pasto semplice e veloce così che
nella loro festa possano venire a trovare i loro cari>.

“Nessuno sceglie mai scherzetto” di
Emanuele Corsi http://nientedivero.wordpress.com/

Pietruccio si guarda intorno a disagio. Il vagone della metro è strapieno, la gente
torna a casa stanca dal lavoro e quelli che hanno la forza di alzare lo sguardo sul
prossimo lo bersagliano di occhiatine.
Nei vetri vede riflessa la sua faccia tonda, bianca di cerone, da undicenne arrabbiato
col mondo. Ma in questo momento oltre che arrabbiato è intimorito: dagli occhi iniettati
di sangue del vecchietto seduto lì di fianco, che mastica frasi come “ai tempi miei”, “’sti
giovani bruciati”, “’sta robaccia americana”. E dagli occhi acquosi e maligni della signora
cinquantenne che lo soffoca tra seni enormi e carnosi e profumo di vegetali marci,
scuotendo leggermente la testa fresca di parrucchiere. E dagli occhi del fighetto palestrato
in giacca e cravatta che guarda i suoi abiti con divertito disprezzo.
Pietruccio sospira. È inutile agitarsi, è così ogni anno da quando ha deciso di vestirsi
da vampiro ad Halloween. Le risatine, i commenti sarcastici, le occhiate sprezzanti che gli
ha tirato contro quel vestitino ricavato a mano con tanta cura e (poca) precisione…

«Ma che, è Carnevale?» sussurra la signora seduta accanto al vecchio che predica.
Lui non se lo fa ripetere due volte, e anzi alza la voce apposta per farsi sentire da mezzo
vagone: «Ma quale Carnevale, signora. Dove andremo a finire qui a forza di sciropparci
tutte le boiate che vengono dall’America. Ah, ma se fossi il padre…»
Pietruccio, se ci riuscisse, scrollerebbe le spalle. Ne sopporta così tante, può
sopportare anche questa. E nessuno lo convincerà a rinunciare a fare dolcetto o scherzetto?
la sera di Halloween. Anche se non siamo in America, anche se metà delle persone che
incontra lo guardano male e anche se nonostante tutto – Pietruccio fa una smorfia –
scelgono sempre dolcetto.
Roba avariata, ovviamente. Cioccolatini vecchi di mesi se non di anni. Caramelle
talmente vecchie che nessuno si ricorda più la marca. Che poi, Pietruccio i dolci manco li
mangia: gli si cariano i denti – e lui non sopporta di avere i denti cariati. Gli è successo una
volta e non vuole davvero ripetere l’esperienza. Quindi ogni volta a fine serata lascia la
sua parte agli altri – Tina e soprattutto Lello, che mangia tutto compresa la roba ammuffita
– e se ne torna a casa rimuginando sul magnifico quanto inutile scherzetto che aveva
preparato.
Toc, toc, fa Pietruccio sulla porta color nocciola con lo zerbino giallo senape.
È tardi, saranno le nove e mezzo, i vecchi sono già a letto, riflette lui. E quelli che
stanno in piedi guardano dallo spioncino e sprangano la porta.
«Dai, è inutile. Lasciamo stare» azzarda. Tina è inflessibile:
«Hanno inventato il campanello. Prova il campanello».
«Dai che magari questi hanno pure avanzi di uova di Pasqua» rincara Lello.
Pietruccio sospira, e dà una breve scampanellata. Lello lo sposta con una spallata e
si attacca al pulsante:
«E forza! Ti credo che quand’è il turno tuo non esce mai nessuno!»
Non è che gli altri due abbiano fatto granché, stasera. Ma Pietruccio non lo dice:
in effetti lui è l’unico che non abbia ancora fatto uscire nessuno. Ma la zona non è il
massimo: il quartiere di Tina, di turno quest’anno, è malfamato, e la gente è restia ad
aprire agli sconosciuti. Anche quando sono tre ragazzini.

La porta scricchiola, invece, e apre una vecchina. Ha i capelli grigi appicciati al cranio
giallo, e uno scialle verde sulla vestaglia marrone.
«Dolcetto o scherzetto?» fa Tina, inclinando la testa trafitta da un coltellaccio di
plastica.
La vecchina strizza gli occhi e sgrana i denti come se non capisse. Per un attimo
Pietruccio si illumina: sta’ a vedere che questa si confonde e risponde “scherzetto”.
E invece quella si riprende dopo un momento, fruga nelle tasche lerce della vestaglia
e ne estrae due manciate di torroncini mezzi sciolti. E un sorriso marcio.
«Grande, grazie» fa il mostro di Frankenstein, cioè Lello, appropriandosi del premio
e infilandosi tutto in borsa. «Oh, certo che se fosse per te…» sussurra poi, cattivo,
all’indirizzo di Pietruccio.
I tre ragazzini si lasciano attimi dopo, nel cortile del palazzo. Sguardi bassi,
entusiasmo zero, poca voglia di rivedersi l’indomani. E’ andata male, stavolta, gran parte
della colpa è di Pietruccio e lui lo sa bene. Persino Tina lo guarda male.
Beh, ma la sua serata non è mica finita, pensa mentre se ne torna mogio mogio
verso la fermata della metro, il mantello nero che strascica per terra. Si ferma di fronte a
una specie di container grigio che ha una luce accesa dietro una finestra. Questa è quella
buona, pensa. Se lo sente. Forse.
Sull’orlo della disperazione, Pietruccio suona alla porta di fronte – che non ha
nemmeno lo zerbino.
Il tizio che ne esce c’ha questa canottiera bianca e i bicipiti che pompano sangue a
ogni minimo movimento, sotto alle svastiche tatuate. C’ha pure la vena sul collo e sulla
fronte che pulsano, sarà già arrabbiato di suo. Quando lo vede, lo squadra con la faccia di
uno che ha visto – no, non un fantasma, né tantomeno un vampiro – una chiazza di vomito
per terra. Dalla bocca distorta esce qualcosa come:
«Che c…osa vuoi, te?»
Avanti. «Dolcetto o scherzetto?»
«Ah… se sei venuto a scroccare caramelle hai suonato alla porta sbagliata, bello.
Fila via».

Pietruccio sente la salivazione aumentare improvvisamente. Il tipo flette i muscoli
delle braccia come a volerne dimostrare la potenza. Avanti.
«Quindi scherzetto?»
«Levati dalle palle, ragazzino».
«E quindi, scherzetto!»
«Sì, vabbe’, come ti pare!»
Pietruccio sorride, afferra il tizio per un gomito e lo strattona. Quello rovina a terra,
talmente sorpreso da non riuscire ad aprire bocca. Poi il ragazzino vestito da vampiro
sfodera cinque centimetri autentici di canini e li affonda dentro quella bella giugulare
pulsante di vita e plasma. E succhia. Il corpo del tizio si affloscia svuotato dopo tre lunghi e
gustosissimi minuti. Pietruccio rutta.
«Era ora. Trecento anni che aspettavo, cavolo».

“A tenaglia” di
Elle http://lospiritonellacasa.blogspot.it/

Mi devo lavare i capelli, e come al solito non ne ho voglia. Quanti giorni sono passati
dall’ultima volta? Tre, lo so già, dopo tre giorni mi viene mal di testa, è il mio segnale. E poi
dovrò asciugarli, che palle.
I capelli lunghi mi piacciono perché li posso raccogliere in vari modi, almeno vista di
fronte sembro diversa. Non mi è mai piaciuto guardarmi allo specchio, ma quando passo
davanti a una vetrina mi sbircio di sfuggita, vedo solo i capelli (le vetrine hanno questo
vantaggio di sfocare la faccia) e mi piaccio.
A volte, quando qualcuno mi fissa, il dubbio che a me i capelli lunghi non stiano bene
mi viene, ma dura un attimo, sono strascichi di una passata insicurezza. Per gioco faccio
la domanda diretta: “Non sto bene coi capelli lunghi?”, la reazione è un sorriso tirato, a
disagio, e io insisto: “Hai notato, vero, che li sto lasciando crescere?” (ora li ho lunghi fino
a metà schiena); alcuni mi chiedono, quasi preoccupati: “Vuoi tenerli lunghi, adesso?”,

o forse è una presa in giro, in entrambi i casi io mi innervosisco. Ma potrebbe essere
anche stupore, visto che per tanti anni li ho voluti corti e li ho colorati di vari colori, so di
sembrare un’altra coi capelli lunghi e castani, ma è stato più di tre anni fa, perché la gente
non dimentica, si fissa su un dettaglio passato e mi identifica con quello? Solo perché li
tagliavo corti quando ancora tutte le donne li tenevano lunghi? E magari rovinati.
Ecco, se c’è una cosa che non mi è mai piaciuta è avere i capelli lunghi e rovinati, i
capelli lunghi vanno curati, io avevo poca voglia di fare impacchi, il taglio corto era l’ideale.
Naturalmente non era solo comodità, secondo me mi stavano molto bene, forse anche per
questo ora li raccolgo spesso; e se li lascio sciolti, lisci, sembro una ragazzina, invece un
po’ mossi mi danno un’aria da figlia dei fiori, in entrambi i casi l’effetto spensieratezza è
immediato.
Molti, quando inizio a parlare dei miei capelli, mi dicono subito che sto bene così, e
io mi scoccio, non ho chiesto niente a nessuno io, era solo per fare conversazione, non
mi interessa se sto bene o no, io adesso voglio i capelli lunghi e li lascio lunghi; mi dicono
che con il mio viso sto bene comunque, e questa è una cazzata, ho una faccia di merda,
a volte per far polemica (mi rendo conto che ultimamente ci prendo gusto) chiedo “cosa
vorresti dire, che prima..”, ma senza lasciarmi finire si affrettano a dire “no no”, io a volte
ridacchio altre volte me la prendo con questo vizio di merda di giudicare e commentare,
alla gente piacciono solo i problemi, se io invece dico che ora sono soddisfatta di avere i
capelli lunghi, e per di più sani, e non devo nemmeno fare impacchi, perché mi è bastato
smettere di colorarli..
Ma cosa sto a ripetere, la gente è così, vuole sempre avere il controllo sugli altri, con
comando vocale e sguardo preoccupato, come se lo dicessero per il mio bene.
Ho lasciato pure un ragazzo, perché mi diceva che coi capelli arancioni ero ridicola
(“Cambiati quei capelli.”), che il mio viso olivastro l’arancione lo smorzava troppo. Le palle,
mi smorzava, con questa storia. Una volta, me la ricordo ancora come fosse ieri, mi fece
una tale scenata, in macchina al rientro da una bella serata in discoteca.
Fu proprio quella sera, se non sbaglio, che lo lasciai, non ne sono sicura, son passati
più di tre anni, però non credo di aver discusso tanto, allora ero più il tipo che ammutoliva

e poi piangeva di nascosto, e mi era dispiaciuto, certo, perché se non fosse stato per
quella storia dei capelli.. Ma lo sapevano tutti che io ai miei capelli, al mio diritto sui
miei capelli, ci tenevo. Quando poi mi venne voglia di farli crescere, li lasciai crescere, e
figuriamoci se anche allora non ci fu qualcuno pronto a dir la sua sull’argomento. Ma non è
così semplice far crescere i capelli, arrivano sempre a quella lunghezza bastarda che non
è lunga ma nemmeno corta: io scleravo e li rasavo di nuovo.
Ci provai per quasi un anno, finché non mi tornò in mente all’improvviso quella
famosa serata in discoteca (l’ultima, perché a me la discoteca non piace): la discussione
era nata per un taglio particolare che avevo visto lì, un taglio corto, fantastico! Quel ricordo
fu quasi uno schiaffo. Per farli crescere decisi di provare esattamente quel taglio: avrei
avuto da un lato i capelli cortissimi come piacevano a me, dall’altro avrei fatto lo sforzo di
farli crescere, ma uno sforzo dimezzato, che dopo avrei ripetuto sull’altro lato.
E ora eccomi qui, con i capelli lunghi e fluenti, senz’altro sani, del mio castano
naturale e con qualche filo bianco che dà luce alla chioma. Ma ancora in rotta col mondo
impiccione. È tutta invidia, mi dico, o paura, forse, paura che lo faccia davvero: “Ma cosa
dici, rasarli!” aveva esclamato mia sorella minore (non una vecchia zia). E anni dopo:
“Vuoi tenerli lunghi, quindi.” con tono piatto, quasi di scherno.
Oggi mi sono decisa e l’ho invitata per un caffè. Appena arrivata a casa mia mi ha
confessato che quando l’ho chiamata ha temuto mi fosse successo qualcosa (la solita
paranoica), ma io l’ho rassicurata: “Tranquilla, la cosa più grave che mi succede è non
aver voglia di lavarmi i capelli.” Io ho sorriso, ma lei agitatissima: “Smettila, ma cosa dici!”
neanche le avessi detto di essere andata nuda per strada. Mi sono pentita subito di questo
mio sforzo di essere socievole.
Ci siamo sedute sul divano meccanicamente, lei sembrava insicura, da un po’ il
nostro rapporto oscilla, non dico che sia colpa dei capelli, ci mancherebbe, però ci siamo
allontanate; si è guardata intorno, poi ha guardato i miei capelli “Ti sei lavata i capelli..”
Poteva essere una critica alla mia trascuratezza, ma ho deciso di vederla come un
tentativo maldestro di conversare: “No, ma lo faccio dopo. Se per più di tre giorni non li
lavo mi viene mal di testa, sai.” Lei si è fatta scura in viso: “Parli sempre dei tuoi capelli..”

e la sua mi è sembrata stanchezza repressa. Il mio fastidio è arrivato prepotente, niente
da fare, non posso confidare nemmeno di non avere voglia di lavare i capelli: “Vuoi parlare
d’altro? Tanto è inutile, non vuoi ascoltare, nessuno vuole ascoltare! Siete buoni solo
a giudicare, a dire cambia questo cambia quello! Nemmeno i capelli, mi posso tagliare.
O lasciarli lunghi!” l’ultima frase l’ho strillata, e mia sorella mi ha guardata spaventata,
gli occhi le si sono riempiti di lacrime: “Ma cosa dici..” ha piagnuccolato, “Dico la verità!”
ho urlato, incapace di calmarmi, “Continuate a giudicare, nessuno vede altro in me, e
naturalmente non va mai bene, siete tutti come quello stronzo..”
Mia sorella è diventata bordò, sudava: “Ma quale.. stron..” la voce le si è rotta in gola,
io non le ho più dato tempo: “Alessio! Quale stronzo.. quello che ce l’aveva coi miei capelli
arancioni! E tu ce l’hai coi miei capelli lunghi, e mamma coi corti e..”
Mia sorella è scoppiata a piangere, ha cercato di avvicinarsi a me sul divano, “basta”
piangeva, e cercava di abbracciarmi, ma non era questione di abbracci, “lasciami”, io non
avevo ancora finito di sfogarmi, “smettila” singhiozzava “ho paura”, io non ci ho visto più:
“Paura di cosa! Smettila tu, lasciami!”, ma lei mi ha afferrata per le spalle, fortissima come
non avrei mai detto, “Elle smettila” piangeva a singhiozzi: “Alessio è morto!” urlava, senza
più voce: “Al ritorno dalla discoteca..”, io cercavo di liberarmi: “Lasciami!”, ma che cazzo
diceva?, “Lasciami ho detto!”, ma lei stringeva le mie spalle con le mani a tenaglia: “Non
ti lascio! Alessio è morto, quella sera.. il vostro addio.. al nubilato celibato.. assieme”,
singhiozzava senza più controllo: “..non ti ricordi.. lui è morto!”, ho smesso di spingerla via,
le mie lacrime mi bagnavano la faccia, raggrinzita in una smorfia a tenaglia, “E tu hai perso
tutti i capelli, tutti!” stringeva, e anche io stringevo forte le mie mani sulla mia testa ferita,
“Non ne hai più nemmeno uno!” ho chiuso gli occhi in un grumo, le mie dita a tenaglia sul
mio cranio improvvisamente nudo, “Da tre anni, Elle! Non ne hai più nemmeno uno!”


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