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Anteprima del documento


DAL 2002 IN EDIZIONE TELEMATICA
redatto a cura di:
Fabrizio Ferrari
e Francesco Lorenzoni
grafica di Renato Beino
indirizzo e-mail:
fabrizio.ferrari@unipd.it

UT VIVAT !
n. 112

Organo mensile dell’associazione “Sociologia Trento 1962” onlus fondata nel 1963
Venezia Mestre, Settembre 2013

Editoriale

Il degrado della democrazia
Per chi non lo sapesse, Silvio
Berlusconi è al centocinquantanovesimo posto tra gli uomini
più ricchi del mondo, avendo un
patrimonio di quindici miliardi di
euro. Ho chiesto a qualche esponente del PdL se ritenesse che
una simile fortuna fosse stata costruita nel rigoroso rispetto delle
leggi della Repubblica Italiana.
La risposta è stata: Ma neanche
per sogno! Appare evidente, anche al più sprovveduto, che un
simile patrimonio non si costruisce in quarant’anni senza glissare
la legge con furbizie ed artifici.
Orbene c’è da chiedersi se chi è
in una tale condizione possa rappresentare gli italiani, soprattutto
i molti onesti contribuenti. Ma al
di là di tale considerazione appare ovvio che l’attuale sistema elettorale, avendo soppresso la legittimazione del voto di preferenza che attribuiva
al corpo elettorale il ruolo di mandante all’eletto,
ha rovesciato il rapporto elettore-eletto. Oggi il
mandante è divenuto il leader di partito cui deve
rendere conto il parlamentare. Ecco che le dimissioni sono espressione della doverosa solidarietà
dell’eletto a chi lo ha investito del mandato. Ma è
questa democrazia? Ognuno deve porsi tale quesito. A queste elementari riflessioni va aggiunta
quella tra mandato popolare e impunibilità. E’ legittimo ritenere che chi abbia avuto il consenso
popolare sia impunibile dalla giustizia in nome
dello stesso consenso ottenuto? Alcuni fanno
riflessioni sull’immunità parlamentare erroneamente cancellata ma, ohimè, costoro dimenticano
quante malefatte si siano coperte con l’immunità che era divenuta impunità parlamentare. Una
vera vergogna nazionale! Questa tesi aberrante
non può poi non associarsi a quanto dice l’art. 49
della Costituzione che afferma: “Tutti i cittadini
hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti

per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale“. Orbene ci si chieda altresì se è metodo democratico quello di un
partito che da quindici anni è sulla scena politica
italiana senza fare un congresso! C’è rappresentanza democratica senza consultazione del corpo
associativo del partito?
Ecco, queste elementari riflessioni danno la dimensione di un degrado del nostro sistema grave
e preoccupante, di cui non pare rendersi conto
una classe politica inetta e sempre più ignorante. Sì, perché se nella prima legislatura della Repubblica i laureati in Parlamento erano il 95,4%,
oggi sono il 66,3%, ovvero quasi il 30% in meno.
L’ignoranza è cresciuta nelle stanze del potere.
Orbene in simile quadro, con una crisi economica drammatica da cui è difficilissimo uscire, non
può che richiamare alla mente quel lontano 1922,
quando la fragile democrazia dello Statuto Albertino sfociò nel dramma fascista. Oggi non ci resta
che sperare che Dio ce la mandi buona, perché il
futuro ci appare oscuro e privo elementari certezze.
(F F)
1

MAURO ROSTAGNO UCCISO 25 ANNI FA

di Benedetta Tobagi

denti nel trapanese, appunto
(la sua vita è raccontata nel
bellissimo libro Il suono di una
sola mano, che Maddalena
Rostagno ha scritto con Andrea Gentile). L’avventura di
RTC, il suo reinventarsi l’ennesima volta come giornalista
televisivo, nacque proprio dall’esigenza di trovare progetti
in cui coinvolgere i ragazzi in
fase di recupero. La verità e
il libero racconto della verità come terapia, per i singoli
e per una terra intera. Non bastava ucciderlo, dunque,
bisognava ricacciare sottoterra anche la verità che aveva fatto zampillare. E allora ecco le piste della faida tra
gli ex di Lc all’ombra delle indagini sul delitto Calabresi,
la pista legata alla comunità Saman, l’immancabile pista
delle “corna”, fino al punto più basso dell’abiezione, l’arresto di Chicca, Elisabetta Roveri, la compagna di una
vita (quale immensa lezione di dignità ci danno lei e sua
figlia Maddalena, che, nonostante tutto questo, anziché
aggredire, rifiutare e ingiuriare il sistema giudiziario, si
sono costituite parti civili e da oltre due anni si fanno in
quattro per riuscire a essere presenti, a turno, in aula,
anche se vivono all’altro capo della penisola). Si sa che il
tempo è il peggior nemico dei processi: quanto più lontano è il fatto, tanto più difficile risulta consolidare le prove,
cercare riscontri alle parole dei pentiti, effettuare le perizie. Ma, qualunque sarà la sentenza, il dibattimento ha
fatto emergere la trama composita dei depistaggi, l’ombra degli uomini dello Stato che hanno contribuito a “mascariare” Mauro, perché a Trapani si potesse continuare
a sostenere, contro ogni evidenza, che la mafia non c’è.
Chi ha seguito il dibattimento ha potuto scoprire come
il rapporto del vicequestore Calogero Germanà della
squadra mobile della polizia, che puntava con decisione verso la pista mafiosa, fu prontamente accantonato in
favore dell’ipotesi investigativa formulata dall’Arma, nella persona dell’allora dirigente del Nucleo Operativo dei
Carabinieri di Trapani, Nazzareno Montanti, secondo cui
la matrice del delitto stava dentro la comunità di Saman;
oppure, come l’autorità giudiziaria fu tenuta all’oscuro di
una nota informativa stilata dal brigadiere Cannas quando, nel marzo ’88, Mauro, per la sua attività giornalistica,
fu ascoltato in relazione ad alcune indagini in corso, che
lambivano le logge coperte trapanesi all’ombra del circolo culturale Scontrino: ancora una volta, mafia e massoneria, dunque; oppure, come il colonnello dei Carabinieri
Dell’Anna mentì circa le presunte dichiarazioni del giudice milanese Lombardi per rilanciare la “pista Calabresi”
(qui potete leggere un approfondimento sui depistaggi,
con stralci dei verbali dal dibattimento trapanese).Che
gli imputati siano assolti o condannati, i verbali d’interrogatorio, le deposizioni, le ricostruzioni, le acquisizioni
processuali resteranno.
E sarà solo colpa nostra, se ci rifiuteremo ancora di sapere.

Sono 25 anni oggi. Un quarto di secolo che Mauro Rostagno è stato ammazzato a
Trapani, la terra dei Messina Denaro, e il processo lo
stanno facendo solo adesso (le udienze sono riprese
ieri dopo la pausa estiva).
Solo adesso al banco degli
imputati siedono Vincenzo
Virga e il killer Vito Mazzara,
esponenti della mafia trapanese, già condannati per altri reati. Mauro Rostagno, con
le sue trasmissioni, gli editoriali e le inchieste su RTC,
una televisione privata locale, puntava il dito contro la
potentissima mafia trapanese – mafia imprenditrice, ricca, azzimata e ben inserita nei salotti che contano – si
occupava delle connessioni tra quella mafia e le massonerie deviate (la loggia Iside 2, per esempio), un tema
ancor più bruciante, su cui da anni è calato un silenzio
pressoché totale, sconfortante. Lo faceva con il suo stile moderno, diretto, dirompente, spesso irridente. Aveva il coraggio di ridicolizzarli, i mafiosi, come aveva fatto
Peppino Impastato su Radio Aut. Molti video sono oggi
disponibili nel sito www.ciaomauro.it, e rivedere qualche
filmato di questo vulcanico esploratore linguaggi vestito
di bianco, confrontandolo con la maggior parte dei programmi informativi di oggi, lascia addosso un gran senso
d’amarezza. Quando è stata ucciso, stava preparando
un nuovo programma, “Avana”, di cui resta una sigla ironica e coloratissima che però non deve trarre in inganno:
da appunti e carte preparatorie emerge che i temi che
voleva approfondire riguardavano, ancora una volta, la
mappa del potere occulto della mafia trapanese. Mauro Rostagno, insomma, come ha scritto il cronista Rino
Giacalone, non era a cento passi dalla mafia, ma a non
più di cinque: persino l’editore della piccola emittente locale per cui lavorava era contiguo a quegli ambienti. Solo
nel 2011, l’evidenza assordante che allora fu soffocata,
rimossa, cancellata – “mascariata”, si dice in dialetto
– arriva al vaglio di un tribunale, nell’aula trapanese intitolata a Giovanni Falcone. Il dibattimento cominciò il 2
febbraio di quell’anno e ora si avvia alle fasi conclusive,
al principio del 2014 potrebbe esserci una sentenza (un
aggiornamento costante lo fornisce la pagina Facebook
dedicata al processo, che ospita le cronache puntuali di
Giacalone, mentre sul sito di Radio Radicale si possono
ascoltare tutte le udienze). Prima di allora, contro ogni logica (o meglio: secondo la ferrea logica d’insabbiamento
che sempre accompagna gli omicidi mafiosi) le indagini
hanno battuto ogni altra strada – come sempre accade
quando la criminalità organizzata uccide i giornalisti, con
un di più di morbosità e malevolenza, dovuto al fatto che
Mauro Rostagno era stato un uomo totalmente fuori dagli
schemi: leader del movimento sessantottino, membro di
Lotta Continua, fondatore del Macondo, locale-crocevia
nella Milano degli anni Settanta, poi “arancione” e animatore di Saman, comunità di recupero per tossicodipen-

2

Quando il «Pinguino» ritornò a Sociologia
vestito da pacificatore
di Lillo Gullo
Se si chiede oggi ad un ventenne cosa sia il 68, probabilmente risponderà che è un numero
pari.
Nel 1988 non sarebbe stato
così, soprattutto a Trento, città
che al 68 associava il terremoto della contestazione studentesca con epicentro Sociologia,
la prima facoltà universitaria
della Provincia.
Allora, leader carismatico del
Movimento Studentesco era
Mauro Rostagno: aveva 26
anni e la convinzione che in
Italia i tempi fossero maturi per
la rivoluzione comunista.
Non per niente l’anno dopo
avrebbe fondato Lotta Continua con Adriano Sofri e Marco
Boato, altro cervello di Sociologia. Sempre a Trento, c’erano
alcuni studenti che avevano
ancora più fretta di fare la rivoluzione, come, ad esempio,
due intimi amici di Rostagno: Renato Curcio e Margherita
Cagol, futuri fondatori delle Brigate Rosse a Milano, dov’erano approdati dopo il matrimonio lampo celebrato il
primo agosto del 69 al Santuario di San Romedio.
Prima abbiamo buttato giù una data: 1988.
Ecco il motivo: nel 1988 Trento ha ospitato la rimpatriata dei sessantottini, i ribelli in eskimo e barba lunga che
vent’anni prima avevano portato un seme, per quanto
scorbutico, di fantasia e modernizzazione.
Se oggi la nostra città è al top per saperi e qualità della
vita, forse, qualche merito va anche riconosciuto al fruttuoso scontro con quella cara, rissosa, irascibile Sociologia.
Dunque, a Trento vent’anni dopo. Logo della kermesse:
i pinguini. Location: il palazzo di Sociologia con un tocco
vintage: la facciata pavesata con gli striscioni rossi delle
occupazioni.
Uno dei “pinguini” più attesi era Mauro Rostagno.
A Trento tornava un uomo di 46 anni, dall’allegria ancora
contagiosa ma profondamente segnato dalle sue tante
vite vissute nel frattempo. Era stato a Milano animatore della controcultura con il centro sociale Macondo, era
stato “arancione” con il nome di Sanatano e ora viveva in
Sicilia, con la compagna Chicca Roveri e la figlia Maddalena, assorbito dall’impegno nella comunità Saman che
aveva fondato per il recupero di tossicodipendenti.
Tra i pinguini c’erano assenze di peso, come quella della
trentina Mara Cagol, capocolonna BR uccisa nel 1975
in un conflitto a fuoco con i carabinieri: ora riposava nel
cimitero di Trento in una tomba portatrice di un messaggio d’ispirazione evangelica: “Chi dona la sua vita la salva”. Tra gli assenti c’era anche Renato Curcio, vedovo
di Mara e capo storico delle Brigate Rosse, il quale, pur
senza dissociarsi, nel 1987 aveva dichiarato chiusa la
lotta armata.
Detenuto a Rebibbia, Curcio aveva voluto comunque essere “presente”: con una lettera affidata a Rostagno da
leggere ai compagni di un tempo. Ma la temperie politica
era ormai profondamente cambiata e lo stesso Curcio ne
era consapevole, come lasciava intendere l’incipit della
sua missiva: “Amici…”

A Trento, quel giorno, c’ero anch’io. Nella doppia veste
di pinguino e cronista, avevo incrociato Mauro Rostagno
all’ingresso di Sociologia. Quella che segue è l’intervista
registrata quel giorno per la Rai.
A Trento vent’anni dopo. Rostagno, come mai?
Era un invito a cui non si poteva dire di no. Vengo dalla lontana Sicilia e ci vengo volentieri. Mi sono portato
una figlia, nata nel frattempo, di quattordici anni, che mi
ha tenuto sveglio tutta la notte a chiedermi cos’era successo, cos’erano queste persone. Ieri siamo stati in un
bar a bere insieme un bicchiere di vino e a cantare un
poco. Lei era molto colpita, sorpresa da questi signori di
quaranta, cinquanta anni ancora allegri con la voglia di
vivere. Colpita bene, insomma.
Come hai trovato Trento?
Molto uguale! Però ho sentito solo l’aria, ho guardato le
case. Mi sembra molto uguale a se stessa, ancora, sì.
Il significato di queste celebrazioni?
Fortemente ironico, credo, insieme anche alla voglia di
rivederci, soprattutto, al di là di quello che poi ne esce
come parole, come riflessioni, credo che sia una grande voglia di rivedersi. E’ un innamoramento collettivo, un
movimento… è come rivedere una ragazza che non si
è vista, dopo vent’anni… una ragazza a cui si è voluto
molto bene.
Vent’anni fa leader carismatico. Oggi cos’è Rostagno?
Oggi io faccio, come si dice, un’opera di pacificazione sociale, fra virgolette, cioè sono completamente assorbito
da un’impresa che stiamo facendo in Sicilia, una comunità, che sfiora le cento persone circa, di recupero tossicodipendenti, dove vivo con la mia donna, con mia figlia
e con altri amici. Recuperiamo questi ragazzi che si sono
infilati dentro la droga e ne vogliono uscire.
E dove, se esce dal carcere, verrà a vivere anche Renato Curcio…
Sì, se questo sarà possibile… sì.
Quando vi siete conosciuti con Curcio?
Con Renato ci siamo conosciuti nel 65 quando sono venuto qua a studiare, e a vivere qua. Ed è stato subito
anche lì un innamoramento. Insomma, ci siamo piaciuti,

3

continua a pag. 4

continua da pag. 3

abbiamo visto che ci piaceva a tutti e due studiare, passare molto tempo sui libri… passavamo giornate intere a discutere, a rimuginare: Albert Camus, le riflessioni filosofiche, tutte queste cose…
Vent’anni fa, quando eri il leader carismatico del Movimento Studentesco Antiautoritario Trentino, in cosa si
differenziava il suo apporto da quello degli altri?
Era difficile distinguere quello che diceva uno da quello che diceva l’altro perché il Movimento era una mente collettiva, erano tanti frammenti di tante piccole idee o intuizioni che noi semplicemente mescolavamo e rimescolavamo
dentro la nostra testa e un poco dentro il nostro cuore.
***
Fine dell’intervista. Era il 27 febbraio del 1988 e Mauro Rostagno non sarebbe più tornato a Trento.
E non avrebbe più rilasciato altre interviste.
Gli mancavano ancora pochi mesi di vita. Il 26 settembre, sarebbe stato ucciso a Lenzi di Valderice, in Sicilia. Mauro
Rostagno fu vittima di un agguato mafioso, dicono le carte del processo, ma ci sono ancora alcuni punti oscuri sui
quali durante questi lunghi anni non si è più riusciti a fare alcuna luce.
(da IL TRENTINO - Corriere delle Alpi 26/9/2013)

ANTEPRIMA SU
ADRIANO OLIVETTI

Edizione di TRAPANI 25/9

A metà ottobre la Rai manderà in onda un una fiction
su Adriano Olivetti. Il documento ricostruirà il profilo dell’uomo, dell’imprenditore geniale e originale nonché del
politico portatore di un nuovo messaggio. Per l’occasione
le Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB Edizioni) pubblicheranno un volume su Adriano Olivetti scritto da Franco
Ferrarotti che traccia il profilo dell’uomo e dell’imprenditore. Il lavoro è particolarmente interessante perché Ferrarotti è stata la persona più vicina ad Olivetti per molti
anni e con lui ha condiviso l’esperienza assai stimolante
del Movimento di Comunità, sino a succedergli in Parlamento negli anni 50. Di questo volume ne ho parlato di
recente con lui. Dalla conversazione sono emerse cose
interessantissime.
La Olivetti è stata leader nello sviluppo del calcolo elettronico. Protagonista fu un ingegnere italo cinese, certo
Tzu, che elaborò il progetto. Pare che la fine dell’impresa di Ivrea sia dovuta al fatto che possedeva una tecnologia assai sofisticata e utilizzabile per fini militari e gli
americani non volevano ch’essa
finisse in mani sovietiche. Tale
ipotesi è apparsa in un intervista televisiva ad un dirigente di
Olivetti.
Insomma anche la fine dell’impresa di Ivrea è avvolta nel mistero...
(F F)

A 25 anni dall’uccisione
iniziative di Ciao Mauro

Oggi è prevista una nuova udienza. La prima dopo
la pausa estiva, la 56esima dall’inizio del processo. Alla sbarra il boss Vincenzo Virga e Vito
Mazzara, sicario della famiglia mafiosa trapanese.
Domani infatti ricorre l’anniversario della morte
di Mauro Rostagno. Il 25esimo da quando venne
ucciso, la sera del 26 settembre del 1988, in una
stradina nelle campagne di Valderice. 25 anni senza una risposta. Perché se è vero che gli inquirenti ritengono di avere individuato almeno due dei
responsabili, è anche vero che ancora non c’è una
sentenza e l’esito del processo appare incerto.
Per commemorare Rostagno sono state organizzate anche quest’anno, a Trapani, alcune manifestazioni. Domani, alle ore 11.30, davanti alla
tomba del sociologo, nel cimitero di Valderice,
è in programma una
breve commemorazione. L’iniziativa è dell’associazione «Ciao
Mauro». Alla cerimonia prenderanno parte,
tra gli altri, gli artisti
trapanesi Tiziana Ciotta, Marco MarcantoIL TRENTINO - 11/9
nio e Giuseppe Allotta
IN SICILIA
ed il ciclista Antonio
IN BICICLETTA
Marchi, che, per la terOriginale evento di Antonio Marchi
za volta, ha compiuto
che prende oggi avvio alle ore 15
un percorso da Trento
davanti alla Facoltà di Sociologia.
a Trapani per ricordaMarchi ha intenzione di percorrere
re il sociologo. Alle
il tragitto che da Trento porta in Siciore 17.30, a Largo San
lia a Trapani e ritorno in bicicletta in
Francesco di Paola, si
memoria dell’impegno e della storia
terrà un incontro sul
personale di Mauro Rostagno, sotema «Da Mauro Rociologo ucciso dalla mafia il 1988.
stagno a Ilaria Alpi,
quale
informazione
Un messaggi di Luis Cabaco da Maputo
Caro Fabrizio, non lo vedevo dagli anni di Trento, mi è rimasta la
per i giornalisti uccisua faccia dolce, la barba bionda, la sobrietà e la fraternità di ogni
si».
gesto. Paolo Padova era a Trento un compagno speciale.
Maurizio Macaluso
Luis Cabaco
4


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