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Grisham LexAvvocato .pdf



Nome del file originale: Grisham-LexAvvocato.pdf
Titolo: L'ex avvocato
Autore: Grisham, John

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Il libro
Considerata l’importanza del loro ruolo, le controversie che spesso
nascono intorno ai loro atti e le persone violente con le quali a volte
hanno a che fare, è interessante notare come nella storia di questo
paese siano stati assassinati solo quattro giudici federali.
L’onorevole Raymond Fawcett è appena diventato il numero cinque.
Chi è Malcolm Bannister? E cosa ha a che fare con la morte del
giudice Fawcett?
Quando un lunedì mattina il giudice non si presenta a un processo, i
suoi collaboratori, preoccupati, chiamano l’FBI. Il corpo viene
ritrovato nel seminterrato del suo cottage sul lago insieme a quello
della giovane segretaria. La cassaforte aperta e svuotata. Nessuna
impronta, nessun segno di scasso né di colluttazione, tranne piccole
bruciature sul cadavere della donna.
Solo Malcolm Bannister sa chi è stato e cosa è realmente successo.
Apprezzato avvocato di colore, anzi, ex avvocato radiato dall’albo della
Virginia perché coinvolto in una vicenda di riciclaggio di denaro, è
attualmente detenuto nel Federal Prison Camp, nel Maryland, dove
dispensa consigli legali ai compagni. Ha già scontato metà della
sua condanna, ma vuole a tutti i costi uscire il prima possibile, e ora
sa come fare: la sua libertà in cambio del nome del colpevole. Non
avendo alcuna pista da seguire, l’FBI è interessato ad ascoltare le
sue rivelazioni, anche perché Bannister sembra essere informato su
molte altre cose, per esempio sul contenuto della cassaforte.
Ma tutto ha un prezzo, soprattutto notizie così scottanti come quelle
relative agli eventi che hanno portato alla morte del giudice Fawcett.
Bannister è deciso a giocare le sue carte fino in fondo, e non è certo
nato ieri. Ma niente è come sembra: i ruoli si capovolgono, gli
scenari si alternano, in una sfida in cui ogni mossa è studiata nel
minimo dettaglio.
Come è stato ben definito dal “New York Times”, L’ex avvocato è un
romanzo trascinante, sorprendente e ingegnoso che appassiona il

lettore fino all’ultimo colpo di scena confermando John Grisham
grande scrittore e maestro indiscusso del legal thriller.

L’autore

John Grisham è autore di venticinque romanzi, un saggio, una
raccolta di racconti e tre romanzi per ragazzi. Vive in Virginia e in
Mississippi.

NOTA DELL’AUTORE
Questo romanzo è un’opera di fantasia, ancora più del solito. Quasi nulla
nelle precedenti pagine si basa sulla realtà.
Il lavoro di ricerca, non proprio una mia priorità, si è reso raramente
necessario. La precisione e l’accuratezza non sono state ritenute cruciali.
Si è fatto ampio ricorso all’immaginazione per evitare di verificare dati e
fatti. Non esiste alcun campo federale a Frostburg, non c’è (ancora) un
procedimento giudiziario riguardante l’uranio, non esiste un giudice
defunto che mi abbia ispirato e non ho neppure alcun conoscente in
carcere che sta tramando per uscire, almeno che io sappia.
Inevitabilmente, però, perfino il più pigro degli scrittori ha bisogno di
qualche appoggio per le sue creazioni, e ogni tanto mi sono trovato in
difficoltà. Come sempre, ho fatto affidamento su altri. Grazie a Rick
Middleton e Cal Jaffe del Southern Environmental Law Center. A Montego
Bay sono stato aiutato dall’onorevole George C. Thomas e dal suo staff di
ottimi e giovani avvocati.
Grazie anche a David Zanca, John Zunka, Ben Aiken, Hayward Evans,
Gaines Talbott, Gail Robinson, Ty Grisham e Jack Gernert.

L’ex avvocato
di John Grisham
Copyright © 2012 by Belfry Holdings, Inc.
© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Titolo dell’opera originale The Racketeer
Ebook ISBN 9788852032707
COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | PROGETTO GRAFICO:
ANDREA FALSETTI | FOTO © PETER GLASS/ARCANGEL IMAGES
«L’AUTORE» || FOTO © BOB KRASNER

John Grisham

L’EX AVVOCATO
Traduzione di Nicoletta Lamberti

Racket s.m. Organizzazione della malavita diretta
all’estorsione intimidatoria e violenta di denaro o di altri
vantaggi...

1
Sono un avvocato, e sono in prigione. È una lunga storia.
Ho quarantatré anni e ho già scontato metà dei dieci che
mi sono stati comminati da un incapace e ipocrita giudice
federale di Washington, DC. Tutti gli appelli hanno fatto il
loro corso e nel mio arsenale legale, ormai esaurito, non
restano altri strumenti, procedure, oscuri cavilli, tecnicismi,
scappatoie o Ave Maria da utilizzare. Non ho più niente.
Dato che conosco la legge, potrei fare quello che fanno
alcuni detenuti, e cioè intasare i tribunali con valanghe di
mozioni, istanze e altre inutili carte, senza che tutto questo
giovi alla mia causa. Niente gioverà alla mia causa. La
realtà è che non ho speranze di uscire da qui per altri
cinque anni, meno forse qualche pidocchiosa settimana
che alla fine potrebbe essermi condonata per buona
condotta. E la mia condotta è sempre stata esemplare.
Non dovrei definirmi un avvocato perché tecnicamente
non lo sono più. L’ordine degli avvocati della Virginia mi è
piombato addosso e mi ha tolto la licenza poco dopo la
sentenza. La regola è chiara, scritta nero su bianco: una
condanna penale equivale alla radiazione dall’albo. Mi
hanno tolto la licenza e le mie traversie disciplinari sono
state debitamente riportate sul “Virginia Lawyer Register”.
Siamo stati radiati in tre quel mese, più o meno la media
standard.
Comunque, nel mio piccolo mondo sono noto come
avvocato da galera e, in quanto tale, passo parecchie ore

al giorno cercando di aiutare i miei compagni a risolvere i
loro problemi legali. Studio appelli e inoltro istanze. Redigo
semplici testamenti e, ogni tanto, un atto di compravendita
immobiliare. Rivedo contratti per qualche colletto bianco.
Ho citato in giudizio il governo in occasione di ricorsi
motivati, però mai per motivi che considero infondati. E poi
tratto un mucchio di divorzi.
Otto mesi e sei giorni dopo l’inizio della mia reclusione,
ho ricevuto una busta voluminosa. I detenuti aspettano con
ansia la posta, ma quello era un plico del quale avrei
volentieri fatto a meno. Proveniva da uno studio legale di
Fairfax, Virginia, che rappresentava mia moglie, la quale –
sorpresa – voleva il divorzio. Nel giro di poche settimane,
da sposa solidale e pronta ad aspettarmi, Dionne si era
trasformata in vittima che voleva disperatamente chiamarsi
fuori. Non potevo crederci. Ho letto i documenti in uno stato
di shock assoluto, con le ginocchia molli e gli occhi colmi di
lacrime, e nell’attimo stesso in cui ho temuto di cominciare
a piangere sono rientrato in fretta nella mia cella. Si piange
molto in prigione, ma sono sempre lacrime nascoste.
Quando ho lasciato la mia casa, Bo aveva sei anni. È il
nostro unico figlio, ma mia moglie e io avevamo in
programma di averne altri. Il conto è facile e io l’ho fatto
migliaia di volte: quando uscirò, Bo avrà sedici anni, sarà
un giovane adulto e io mi sarò perso dieci degli anni più
preziosi che padre e figlio possano condividere. Fino ai
dodici anni circa, i ragazzini adorano il padre e sono
convinti che sia infallibile. Allenavo Bo a T-ball e a calcio, e
lui mi seguiva ovunque come un cagnolino. Andavamo

insieme a pesca e in campeggio, e ogni tanto il sabato
mattina veniva in studio con me, dopo una colazione “solonoi-uomini”. Bo era tutto il mio mondo, e spiegargli che
sarei rimasto lontano da casa per molto tempo ha
spezzato il cuore a entrambi.
Una volta dietro le sbarre, non ho mai permesso che
venisse a trovarmi. Per quanto desideri abbracciarlo, non
sopporto l’idea di un bambino che vede il proprio padre in
galera.
È virtualmente impossibile opporsi a un divorzio, se sei
in prigione e non uscirai tanto presto. Tutti i nostri beni, che
tanto per cominciare non sono mai stati un granché, si
erano esauriti dopo un martellamento durato diciotto mesi
da Teile del governo federale. Avevamo perso tutto, a Teile
nostro figlio e il nostro impegno reciproco. Il figlio è stato
una roccia, l’impegno è finito nella polvere. Dionne mi
aveva fatto qualche bella promessa riguardante il tenere
duro e superare insieme le avversità, ma una volta che
sono finito dentro, la realtà ha avuto il sopravvento. Dionne
si è sentita sola e isolata nella nostra piccola città. “La
gente mi guarda e mormora” mi aveva scritto in una delle
sue prime lettere. “Mi sento così sola” si lamentava in
un’altra. Non è passato molto tempo prima che le lettere
diventassero notevolmente più brevi e più distanziate nel
tempo. Così come le sue visite.
Dionne è cresciuta a Philadelphia e non si è mai
adattata volentieri alla vita in campagna. E quando un suo
zio le ha offerto un lavoro, ha avuto all’improvviso una gran
fretta di tornarsene a casa. Si è risposata due anni fa e Bo,

che adesso ha undici anni, viene allenato da un altro padre.
Le ultime venti lettere che ho scritto a mio figlio sono
rimaste senza risposta. Sono sicuro che Bo non le ha mai
lette.
Mi chiedo spesso se lo rivedrò. Penso che farò un
tentativo, anche se sono molto dubbioso. Come affronti un
ragazzino che ami così tanto da starci male, ma che non ti
riconoscerà neppure? Non vivremo mai più il tipico
rapporto padre/figlio. Sarebbe giusto nei confronti di Bo
che suo padre, scomparso tanto tempo prima,
ricomparisse di colpo e insistesse per rientrare nella sua
vita?
Ho fin troppo tempo per riflettere su tutto questo.
Sono il detenuto numero 44861-127 del Federal Prison
Camp nei pressi di Frostburg, Maryland. Un “campo” è un
carcere di bassa sicurezza per quelli di noi che vengono
ritenuti non troppo violenti e devono scontare una
condanna non superiore ai dieci anni. Per ragioni che non
mi sono mai state spiegate, ho trascorso i miei primi
ventidue mesi in una struttura di media sicurezza vicino a
Louisville, Kentucky. Nell’infinita serie di sigle della
burocrazia, quel carcere è classificato come FCI – Federal
Correctional Institution – ed è un posto molto diverso dal
mio campo di Frostburg. Un FCI è riservato a soggetti
violenti con condanne superiori ai dieci anni. La vita là è
molto più dura, anche se io sono riuscito a sopravvivere
senza subire aggressioni fisiche. Il fatto di essere un ex
marine mi è stato di enorme aiuto.
Nel contesto carcerario, un campo è considerato un

luogo di villeggiatura. Non esistono muri di cinta, recinzioni,
filo spinato o torrette di guardia. Ci sono solo alcuni agenti
armati. Frostburg è relativamente nuovo e i suoi edifici
sono più belli della maggior Teile dei licei statali. E perché
no? Negli Stati Uniti spendiamo quarantamila dollari per
mantenere ogni detenuto e ottomila per l’istruzione di ogni
alunno delle elementari. Qui a Frostburg abbiamo
consulenti, dirigenti, assistenti sociali, infermiere,
segretarie, collaboratori di vario tipo e decine di impiegati
amministrativi, e sarebbero tutti in seria difficoltà se
dovessero spiegare come riescono a riempire otto ore al
giorno. Ma, dopo tutto, questo è il governo federale. Il
parcheggio riservato ai dipendenti vicino all’ingresso
principale è pieno di belle auto e costosi pickup.
Siamo circa seicento detenuti qui a Frostburg e, con
poche eccezioni, costituiamo un gruppo tranquillo. Quelli
con un passato violento hanno imparato la lezione e
apprezzano l’ambiente civilizzato. Coloro che hanno
trascorso la vita in galera hanno finalmente trovato una
casa. Molti di questi professionisti del carcere non hanno
alcuna voglia di andarsene. Ormai completamente
istituzionalizzati, non sono in grado di funzionare nel mondo
esterno. Un letto caldo, tre pasti al giorno, cure mediche
gratuite... come potrebbero avere altrettanto là fuori, sulla
strada?
Non sto dicendo che questo sia un posto gradevole. Non
lo è. Ci sono uomini che, come me, non avrebbero mai
immaginato di finire così, un giorno. Uomini con
professioni, carriere, affari; uomini benestanti con una bella

famiglia e la tessera del country club. Della mia Gang
Bianca fanno Teile Carl, un optometrista che ha manipolato
un po’ troppo le sue fatture a Medicare; Kermit, uno
speculatore immobiliare che ha dato in garanzia due o
anche tre volte le stesse proprietà a varie banche; Wesley,
un ex senatore della Pennsylvania che ha accettato una
bustarella, e Mark, un referente prestiti ipotecari di
provincia che ha preso qualche scorciatoia di troppo.
Carl, Kermit, Wesley e Mark. Bianchi, età media
cinquantun anni. Tutti ammettono la loro colpevolezza.
Poi ci sono io. Malcolm Bannister, nero, quarantatré
anni, condannato per un reato che non sapevo di
commettere.
Si dà il caso che in questo momento io sia l’unico nero a
Frostburg che sta scontando una pena per un reato da
colletto bianco. Una bella distinzione.
I requisiti per l’ammissione alla mia Gang Nera non sono
definiti con altrettanta chiarezza. Per la maggior Teile si
tratta di ragazzi provenienti dalle strade di Washington e di
Baltimora, arrestati per reati connessi alla droga. Quando
escono in libertà vigilata, le loro possibilità di evitare
un’altra condanna sono pari al venti per cento. Privi di
istruzione, senza alcuna qualifica professionale e con la
fedina penale sporca, come si suppone che possano
cavarsela?
In realtà non ci sono gang in un campo federale, e non
c’è nemmeno violenza. Se ti azzuffi con qualcuno, o lo
minacci, ti sbattono fuori a calci e ti spediscono in un posto
di gran lunga peggiore. Ci sono moltissimi litigi, soprattutto

a causa della televisione, ma devo ancora veder volare un
pugno. Alcuni dei miei compagni sono stati in carceri di
Stato e le storie che raccontano sono orripilanti. Nessuno
vuole scambiare questo posto con un’altra struttura.
Perciò ci comportiamo tutti bene e contiamo i giorni. Per
i colletti bianchi la punizione è costituita dall’umiliazione e
dalla perdita di status, posizione e stile di vita. Per i neri la
vita nel campo è più sicura di quella da cui vengono e alla
quale torneranno. La loro punizione è costituita da un’altra
tacca nella loro fedina penale, da un altro passo nella
trasformazione in criminale di carriera.
A causa di tutto questo, mi sento più bianco che nero.
Ci sono altri due ex avvocati qui a Frostburg. Ron Napoli
è stato per molti anni un esuberante penalista di
Philadelphia, poi però la cocaina l’ha rovinato. Era
specializzato nella normativa relativa agli stupefacenti e ha
rappresentato parecchi dei massimi spacciatori e
trafficanti degli Stati del medio Atlantico, dal New Jersey
alle Caroline. Gli piaceva farsi pagare sia in contanti che in
coca, e alla fine ha perso tutto. Il fisco l’ha inchiodato per
evasione e Napoli adesso è circa a metà della sua
condanna a nove anni. In questi giorni non se la passa
molto bene. Sembra depresso e non vuole, per nessun
motivo, fare esercizio fisico e cercare di prendersi cura di
sé. Sta diventando sempre più grasso, più indolente, più
irritabile e più malato. Era solito raccontare storie
affascinanti sui suoi clienti e sulle loro avventure nel
narcotraffico, ma adesso si limita a starsene seduto in
cortile, mangiando un sacchetto di Fritos dopo l’altro con

espressione smarrita. C’è qualcuno che gli manda dei
soldi, e lui li spende soprattutto in cibo spazzatura.
Il terzo ex avvocato è uno squalo di Washington che si
chiama Amos Kapp, insider di lungo corso ed equivoco
intrallazzatore che si è costruito una solida carriera
operando ai margini di ogni grosso scandalo politico.
Kapp e io siamo stati processati insieme, giudicati
colpevoli insieme e condannati a dieci anni dallo stesso
giudice. Eravamo otto imputati: sette di Washington più io.
Kapp è sempre stato colpevole di qualcosa, ed era
sicuramente colpevole agli occhi della giuria. Lui però
sapeva allora, e sa anche adesso, che io non ho mai avuto
niente a che fare con la cospirazione, ma era troppo
codardo e troppo delinquente per dichiarare qualcosa in
merito. A Frostburg la violenza è rigorosamente bandita,
ma datemi cinque minuti da solo con Amos Kapp e
quell’uomo si ritroverà con il collo spezzato. Lui ne è
consapevole, e sospetto che l’abbia detto al direttore del
carcere molto tempo fa. Lo tengono nel campus ovest,
quanto più lontano possibile dal mio territorio.
Dei tre avvocati, io sono l’unico disposto ad aiutare gli
altri detenuti per quanto riguarda i loro problemi legali. È un
lavoro che mi piace. Rappresenta una sfida e mi tiene
occupato. Serve anche a mantenere in allenamento le mie
capacità, anche se dubito di avere un grande futuro come
avvocato. Quando uscirò potrò presentare domanda per
essere riammesso all’ordine, ma è una procedura lunga e
difficile. La verità è che non ho mai fatto molti soldi. Ero un
legale di provincia, oltretutto nero, ed erano pochi i clienti

che potevano pagarmi una parcella decente. C’erano
decine di altri avvocati ammassati lungo Braddock Street,
e tutti lottavano per accaparrarsi gli stessi clienti; la
concorrenza era dura. Non so bene cosa farò quando
questa storia avrà fine, ma dubito seriamente di dedicarmi
di nuovo alla carriera legale. A quell’epoca sarò un
quarantottenne single e, spero, in buona salute.
Cinque anni sono un’eternità. Ogni giorno faccio una
lunga passeggiata, da solo, sulla pista da jogging in terra
battuta che sfiora i bordi del campo e ne segue il confine, o
“linea”, come viene comunemente chiamata. Supera la
linea e sei considerato un evaso. Nonostante ospiti una
prigione, questa campagna è molto bella e offre panorami
spettacolari. Ogni volta che cammino e guardo le colline in
lontananza, devo lottare contro l’impulso di proseguire, di
andare oltre quella linea. Non c’è una recinzione che possa
bloccarmi, nessuna guardia che possa strillare il mio
nome. Potrei svanire nella fitta boscaglia e scomparire per
sempre.
Vorrei che ci fosse una barriera, un muro di solidi
mattoni alto tre metri sormontato da spirali di luccicante e
tagliente filo spinato, un muro che mi impedisca di
guardare le colline e di sognare la libertà. Questa è una
prigione, maledizione! Non è permesso andarsene. Tirate
su un muro e smettetela di solleticarci.
La tentazione è sempre presente e, per quanto io la
combatta, giuro che giorno dopo giorno diventa sempre
più forte.

2
Frostburg si trova qualche chilometro a ovest di
Cumberland, Maryland, al centro di una fetta di territorio
schiacciata dalla Pennsylvania a nord e dal West Virginia a
ovest e a sud. Se si osserva una carta geografica, salta
subito all’occhio che questa esiliata Teile dello Stato è la
risultanza di un pessimo rilievo topografico e non dovrebbe
affatto apTeilenere al Maryland, anche se non è chiaro a
chi dovrebbe spettare. Io lavoro in biblioteca e sulla parete
sopra la mia piccola scrivania c’è una grande carta
dell’America. Passo fin troppo tempo a studiarla,
sognando a occhi aperti e chiedendomi come ho fatto a
diventare un detenuto federale in una zona remota
dell’estremo ovest del Maryland.
Circa novanta chilometri a sud di Frostburg c’è
Winchester, Virginia, cittadina di venticinquemila abitanti e
mio luogo di nascita, infanzia, scuole, carriera e, alla fine,
Caduta. Mi dicono che è cambiato ben poco da quando
me ne sono andato. Lo studio legale Copeland & Reed
continua la sua attività negli stessi locali con vetrina sulla
strada dove un tempo ho lavorato anch’io. Si trova in
Braddock Street, nella città vecchia, di fianco a una tavola
calda. Il nome, dipinto a caratteri neri sulla vetrata, una
volta era Copeland, Reed & Bannister, ed era l’unico
studio legale totalmente nero nel raggio di centocinquanta
chilometri. Pare che Mr Copeland e Mr Reed se la stiano
cavando bene, di certo non prosperano né stanno

diventando ricchi, ma hanno abbastanza lavoro per poter
pagare le due segretarie e l’affitto. È più o meno quello che
facevamo quando ero socio anch’io: riuscivamo a tirare
avanti. All’epoca della Caduta avevo già seri ripensamenti
sulle mie possibilità di sopravvivenza in una cittadina così
piccola.
Ho saputo anche che Mr Copeland e Mr Reed si rifiutano
di parlare di me e dei miei guai. Hanno evitato per un soffio
di essere incriminati anche loro e di vedere la loro
reputazione macchiata. Il procuratore federale che mi ha
inchiodato sparava cannonate contro chiunque fosse
anche solo lontanamente collegato alla sua grandiosa
cospirazione e ha quasi spazzato via l’intero studio legale.
Il mio crimine è stato accettare il cliente sbagliato. I miei
due ex soci non hanno mai commesso alcun reato. Ciò che
è successo mi dispiace per molti motivi, ma la macchia sul
loro buon nome continua a tenermi sveglio la notte. Sono
entrambi prossimi ai settant’anni e all’inizio della
professione hanno dovuto vedersela non solo con la sfida
di tenere a galla uno studio legale generico in una piccola
città, ma hanno anche dovuto combattere alcune delle
ultime battaglie ai tempi delle leggi Jim Crow. In aula a
volte i giudici li ignoravano e deliberavano contro di loro
senza alcun valido motivo legale. I colleghi erano spesso
scortesi e poco professionali. L’associazione degli
avvocati della contea non sollecitava la loro iscrizione. Ogni
tanto gli impiegati del tribunale smarrivano le loro pratiche.
Le giurie bianche non credevano a quello che dicevano. E,
ancora peggio, nessuno li assumeva. Parlo di clienti neri.

Nessun bianco si sarebbe mai rivolto a un legale di colore
negli anni Settanta, non nel Sud almeno, e le cose da allora
non sono cambiate molto. Ma lo studio Copeland & Reed
ha rischiato di soccombere ancora in fasce perché gli
stessi neri pensavano che gli avvocati bianchi fossero
migliori. In seguito il duro lavoro, la dedizione e la
professionalità hanno incrinato questo convincimento, ma
con grande lentezza.
Winchester non è stata la mia prima scelta come luogo
in cui costruirmi una carriera. Ho frequentato la scuola di
legge alla George Mason, a Manassas. L’estate dopo il
mio secondo anno, ebbi la fortuna di venire assunto come
stagista presso un gigantesco studio in Pennsylvania
Avenue, vicino a Capitol Hill. Era uno di quegli studi con
migliaia di avvocati, uffici in tutto il mondo, nomi di ex
senatori sulla carta intestata, società miliardarie come
clienti e un ritmo frenetico che a me piaceva moltissimo. Il
mio momento più alto fu svolgere le funzioni di fattorino
durante il procedimento contro un ex membro del
Congresso (il nostro cliente) accusato con il fratello di
associazione a delinquere per avere accettato bustarelle
da un fornitore della Difesa. Il processo era un vero e
proprio circo, e io ero eccitato per il solo fatto di trovarmi
così vicino alla pista centrale.
Undici anni dopo sono entrato in quella stessa aula di
tribunale intitolata a E. Barrett Prettyman, nel centro di
Washington, e ho subito un processo tutto mio.
Ero uno dei diciassette impiegati di quell’estate. Gli altri
sedici, tutti provenienti dalle dieci migliori scuole di legge

del paese, ricevettero un’offerta di lavoro. Dato che avevo
messo tutte le mie uova in un unico paniere, passai il mio
terzo anno di università scarpinando in giro per
Washington e bussando a tutte le porte, senza mai trovarne
una che si aprisse. In qualsiasi momento devono esserci
parecchie migliaia di avvocati disoccupati che battono i
marciapiedi della capitale, ed è facile lasciarsi prendere
dalla disperazione. Dopo un po’ passai alla periferia, dove
gli studi sono molto più piccoli e le possibilità di lavoro
ancora più scarse.
Alla fine tornai a casa, sconfitto. I miei sogni di gloria
erano andati in pezzi. Mr Copeland e Mr Reed non
avevano abbastanza lavoro e di certo non potevano
permettersi un nuovo associato, ma ebbero pietà di me e
mi sgombrarono un vecchio ripostiglio al piano di sopra.
Lavorai il più possibile, anche se spesso era difficile
dedicare ore extra al lavoro, visto che i clienti erano così
pochi. Andavamo d’accordo, e dopo cinque anni Mr
Copeland e Mr Reed aggiunsero generosamente il mio
nome al loro in qualità di socio. Il mio reddito aumentò in
misura impercettibile.
Nel corso del processo a mio carico è stato doloroso
veder trascinare nel fango il loro buon nome. Ed era tutto
così insensato. Quando ero ormai alle corde, il capo degli
agenti dell’FBI mi aveva detto che anche i miei soci
sarebbero stati rinviati a giudizio, se non mi fossi
dichiarato colpevole e non avessi collaborato con il
procuratore federale. Ho pensato che fosse un bluff, ma
non avevo modo di saperlo con certezza. Gli ho risposto di

andarsene all’inferno.
Fortunatamente, era un bluff.
Ho scritto lunghe, lacrimose lettere di scuse a Mr
Copeland e a Mr Reed, ma loro non mi hanno mai risposto.
Li ho pregati di venirmi a trovare in modo da poter parlare
faccia a faccia, ma non c’è stata reazione. Nonostante la
mia città natale disti appena una novantina di chilometri, ho
un solo visitatore abituale.
Mio padre è stato uno dei primi poliziotti neri assunti dal
Commonwealth of Virginia. Henry Bannister ha pattugliato
le strade e le autostrade di Winchester e dintorni per
trent’anni, e ne ha amato ogni minuto. Amava il senso di
autorità e di solennità del suo lavoro, il potere di far
rispettare la legge e la possibilità di aiutare chi si trovava in
difficoltà. Amava l’uniforme, l’auto di pattuglia, tutto tranne
la pistola che portava appesa al cinturone. Due o tre volte
si è trovato obbligato a estrarla, ma non ha mai sparato un
colpo. Si aspettava che i bianchi provassero risentimento
nei suoi confronti e che i neri da lui esigessero indulgenza,
ma era deciso a dare prova di assoluta equità. Era un
poliziotto tosto che non vedeva zone grigie nella legge: se
una certa azione non era legale, allora era sicuramente
illegale, senza spazio per le discussioni né pazienza per i
tecnicismi.
Nel momento stesso in cui sono stato accusato
formalmente, mio padre mi ha creduto colpevole, di
qualcosa. Niente presunzione di innocenza. Inutili i miei

sfoghi sul fatto di essere estraneo a qualsiasi
responsabilità. Da orgoglioso poliziotto di carriera, mio
padre era completamente condizionato dal lavaggio del
cervello di una vita passata a dare la caccia a chi aveva
infranto la legge, e se i federali, con tutte le loro risorse e la
loro grande saggezza, mi avevano ritenuto degno di un
rinvio a giudizio di cento pagine, allora loro avevano
ragione e io torto. Sono sicuro che gli dispiaceva per me e
sono sicuro che ha pregato perché in qualche modo
riuscissi a cavarmi dai pasticci, ma ha avuto difficoltà a
comunicarmi questi sentimenti. Si è sentito umiliato e me
lo ha fatto capire. Come aveva potuto suo figlio avvocato
mischiarsi con un tale branco di viscidi delinquenti?
Mi sono posto la stessa domanda mille volte. Non c’è
una risposta valida.
Concluso faticosamente il liceo, e dopo qualche
modesto inciampo con la legge, a diciannove anni Henry
Bannister si era arruolato nel corpo dei marine. In breve
tempo la vita militare l’aveva trasformato in un uomo, in un
soldato che amava la disciplina, e lui era orgogliosissimo
della sua uniforme. Ha fatto tre turni di servizio in Vietnam,
dove è riuscito a farsi sparare, ustionare e, per un breve
periodo, imprigionare dal nemico. Le sue medaglie sono
appese alla parete dello studio nella piccola casa dove
sono cresciuto. Adesso ci abita da solo. Mia madre è stata
uccisa da un automobilista ubriaco due anni prima che io
venissi accusato.
Una volta al mese Henry viene a Frostburg per una visita
di un’ora. È in pensione, non ha molto da fare e potrebbe

venirmi a trovare anche tutte le settimane, se volesse. Ma
non vuole.
Sono molti gli aspetti crudeli connessi a una lunga pena
detentiva. Uno di questi è la sensazione di essere
lentamente dimenticati dal mondo e da coloro che ami e
dei quali hai bisogno. La posta, che nei primi mesi ti arriva
a pacchi, a poco a poco si riduce a una o due lettere alla
settimana. Amici e parenti che un tempo sembravano
ansiosi di venire a farti visita non si vedono più da un
sacco di tempo. Mio fratello maggiore, Marcus, fa un salto
due volte all’anno per un’oretta di aggiornamenti sui suoi
ultimi problemi. Ha tre figli adolescenti, tutti a diversi stadi
di delinquenza, più una moglie che è pazza. Forse io di
problemi non ne ho, dopo tutto. In ogni caso gli incontri con
mio fratello, nonostante la sua vita caotica, mi fanno
piacere. Marcus è da sempre un imitatore di Richard Pryor
e ogni parola che dice è divertente. Di solito ridiamo per
tutta l’ora della visita mentre inveisce contro i suoi figli. Mia
sorella minore, Ruby, vive sulla costa occidentale e la vedo
solo una volta all’anno. Mi scrive doverosamente una
lettera alla settimana, che per me ha grande valore. Ho un
lontano cugino che si è fatto sette anni per rapina a mano
armata – io ero il suo avvocato – e viene qui due volte
all’anno perché quando al fresco c’era lui io andavo a
trovarlo.
Dopo tre anni qui a Frostburg, spesso passano mesi
senza che nessuno venga a farmi visita, a Teile mio padre.

Il diTeilimento Amministrazione penitenziaria cerca di
sistemare i detenuti in un raggio di ottocento chilometri
dalle loro case. Io sono fortunato perché Winchester è
vicinissima, ma potrebbe comunque trovarsi a migliaia di
chilometri di distanza. Ho parecchi amici d’infanzia che non
si sono mai presi il disturbo del breve viaggio in auto e ne
ho qualche altro che non si fa più sentire da un paio d’anni.
La maggior Teile dei miei ex colleghi avvocati è troppo
occupata. Il mio compagno di corse dei tempi
dell’università mi scrive ogni due mesi, ma proprio non
riesce a trovare il tempo per una capatina. Vive a
Washington, duecentoquaranta chilometri a est, dove
sostiene di lavorare sette giorni la settimana in un grande
studio legale. Il mio migliore amico dell’epoca dei marine
abita a Pittsburgh, a due ore da qui, ed è venuto a
Frostburg esattamente una volta.
Immagino di dover essere grato del fatto che mio padre
faccia lo sforzo.
Come sempre, siede da solo nella piccola sala visite.
C’è un sacchetto di carta marrone sul tavolo davanti a lui.
Sono biscotti o dolcetti fatti da zia Racine, sua sorella. Ci
stringiamo la mano, ma non ci abbracciamo: Henry
Bannister non ha mai abbracciato un altro uomo in vita sua.
Mi osserva attentamente per assicurarsi che non sia
ingrassato e, come al solito, mi chiede della mia routine
quotidiana. Lui non è aumentato di un chilo in quarant’anni
e potrebbe ancora indossare la sua uniforme dei marine. È
convinto che mangiare meno significhi vivere più a lungo.
Henry ha paura di morire giovane. Suo padre e suo nonno

sono morti all’improvviso quando non avevano ancora
sessant’anni. Lui cammina otto chilometri al giorno e
ritiene che io dovrei fare lo stesso. Ormai ho accettato il
fatto che non smetterà mai di dirmi come devo vivere la
mia vita, che mi trovi in carcere o fuori.
Picchietta con un dito il sacchetto marrone e mi dice:
«Questi te li manda Racine».
«Per favore, ringraziala tanto da Teile mia.» Se Henry è
così preoccupato del mio girovita, perché continua a
portarmi dolci ogni volta che viene a trovarmi? Ne mangerò
solo due o tre e il resto lo regalerò in giro.
«Hai parlato con Marcus, di recente?» domanda mio
padre.
«No, non questo mese. Perché?»
«Un grosso guaio. Delmon ha messo incinta una
ragazza. Lui ha quindici anni, lei quattordici.» Scuote la
testa e aggrotta la fronte. Delmon era un fuorilegge già a
dieci anni, e da lui la famiglia si è sempre aspettata una
vita da criminale.
«Il tuo primo pronipote» dico, cercando di essere
divertente.
«Ah, sono proprio orgoglioso. Una quattordicenne
bianca ingravidata da un quindicenne idiota che si dà il
caso di cognome faccia Bannister.»
Entrambi ci riflettiamo su per qualche istante. Spesso i
nostri incontri sono definiti non tanto da ciò che viene detto,
ma da quello che viene tenuto dentro. Mio padre ha
sessantanove anni e, invece di godersi i suoi anni dorati,
passa la maggior Teile del tempo a leccarsi le ferite e a

piangersi addosso. Non che io lo biasimi. Quella che per
decenni era stata la sua amatissima moglie gli è stata
portata via in una frazione di secondo e, mentre era ancora
perso nel suo dolore, abbiamo scoperto che l’FBI si
interessava a me. Nel giro di poco tempo l’indagine è
diventata sempre più grossa, assumendo le proporzioni di
una valanga. Il mio processo è durato tre settimane e mio
padre è stato presente in aula ogni giorno. Vedermi in
piedi davanti a un giudice che mi condannava a dieci anni
di carcere gli ha spezzato il cuore. Poi Bo è stato portato
via, a tutti e due. E adesso i figli di Marcus sono
abbastanza grandi da provocare dispiaceri seri ai loro
genitori e a tutta la famiglia.
Alla nostra famiglia spetterebbe un po’ di fortuna, ma la
cosa non sembra probabile.
«Ieri sera ho parlato con Ruby» riprende mio padre.
«Tua sorella sta bene, ti saluta e dice che la tua ultima
lettera era molto divertente.»
«Per favore, falle sapere che le sue lettere significano
molto per me. Non ha saltato una settimana in cinque
anni.» Ruby è il punto fermo e luminoso della nostra
famiglia disastrata. È consulente matrimoniale e suo
marito è pediatra. Ha tre figli perfetti, che vengono tenuti
ben lontano dall’infame zio Mal.
Dopo una lunga pausa, aggiungo: «Grazie per
l’assegno, come sempre».
Henry si stringe nelle spalle. «Mi fa piacere dare una
mano.»
Ogni mese mio padre mi manda cento dollari, cosa che

apprezzo molto. Il denaro finisce sul mio conto e mi
consente di comprare generi come penne, blocchi per
appunti, libri in edizione economica e cibo decente. Quasi
tutti i componenti della mia Gang Bianca ricevono assegni
da casa e, virtualmente, nessuno della mia Gang Nera
riceve un centesimo. In prigione sai sempre chi ha soldi.
«Ormai sei quasi a metà» dice mio padre.
«Ancora due settimane e saranno cinque anni esatti.»
«Il tempo vola.»
«Magari là fuori. Ti assicuro che l’orologio si muove
molto più lentamente da questo lato del muro.»
«Comunque, è difficile credere che sei qui dentro già da
cinque anni.»
Lo è davvero. Come si tira avanti in prigione? Non pensi
agli anni, ai mesi o alle settimane. Pensi all’oggi: come
arrivare a sera, come sopravvivere. E quando domani ti
sveglierai, avrai un altro giorno dietro di te. I giorni si
sommano, le settimane si accumulano, i mesi diventano
anni. Ti rendi conto di quanto sei tosto, di come sei in
grado di resistere e sopravvivere perché non hai scelta.
«Hai qualche idea su cosa farai?» chiede mio padre.
Sento questa domanda almeno una volta al mese, come
se il mio rilascio fosse appena dietro l’angolo. Pazienza,
mi dico. È mio padre. Ed è qui! Questo conta molto.
«Non proprio. Manca ancora tanto tempo.»
«Io comincerei a pensarci, se fossi in te.» Henry è sicuro
che, se fosse al mio posto, saprebbe esattamente cosa
fare.
«Ho appena concluso il terzo corso di spagnolo» lo

informo con un certo orgoglio. Nella mia Gang Nera c’è un
buon amico, Marco, che è un ottimo insegnante di
spagnolo. È dentro per droga.
«Sembra proprio che tra un po’ parleremo tutti spagnolo.
Ormai quella gente sta prendendo il sopravvento.»
Henry ha poca pazienza nei confronti degli immigrati, di
chiunque parli con un accento Teilicolare, di chi proviene
da New York e dal New Jersey, di chiunque viva grazie
all’assistenza sociale e dei disoccupati; ritiene inoltre che i
senzatetto andrebbero rastrellati e riuniti in campi che
dovrebbero essere, nella sua visione, addirittura peggiori
di Guantánamo.
Qualche anno fa tra noi c’è stato uno scambio duro e lui
ha minacciato di interrompere le visite. Litigare è una
perdita di tempo. Non intendo cambiare mio padre. E se è
così gentile da venire a trovarmi, il meno che io possa fare
è comportarmi come si deve. Sono io il delinquente che è
stato condannato, non lui. Henry è il vincitore, io sono il
perdente. Questo a lui sembra importante, anche se non
capisco il motivo. Forse è perché io ho frequentato il
college e la scuola di legge, cose che lui non ha mai
neppure sognato.
«Probabilmente me ne andrò all’estero» dico. «Da
qualche Teile dove possa sfruttare la conoscenza dello
spagnolo, tipo Panamá o Costa Rica. Bel clima, spiagge,
gente con la pelle scura. Là a nessuno importa niente di
fedine penali o se sei stato dentro.»
«L’erba del vicino è sempre più verde, eh?»
«Sì, papà. Se sei in prigione, qualsiasi altro posto ha

l’erba più verde. Cosa dovrei fare? Tornare a casa, magari
diventare un paralegale senza licenza che fa ricerche per
un minuscolo studio che non può permettersi il mio
stipendio? Diventare un garante per le cauzioni? Perché
non un detective privato? Non ci sono molte opzioni.»
Mentre parlo, mio padre annuisce. Abbiamo avuto
questa conversazione almeno una decina di volte. «Inoltre
detesti il governo.»
«Oh, sì. Odio il governo federale, l’FBI, i procuratori, i
giudici, i pazzi che dirigono le prigioni. Ci sono così tante
cose che odio. Me ne sto chiuso qui a scontare dieci anni
per un non-crimine perché un pallone gonfiato di
procuratore aveva bisogno di aumentare la sua quota di
condanne. E se il governo può inchiodarmi per dieci anni
senza alcuna prova, pensa a quali sono le mie prospettive,
adesso che ho la parola “pregiudicato” tatuata sulla fronte.
Me ne andrò da questo paese appena potrò, papà.»
Henry annuisce e sorride. Certo, Mal.

3
Considerata l’importanza del loro ruolo, le controversie che
spesso nascono intorno ai loro atti e le persone violente
con cui a volte hanno a che fare, è interessante notare
come nella storia di questo paese siano stati assassinati
solo quattro giudici federali.
L’onorevole Raymond Fawcett è appena diventato il
numero cinque.
Il suo cadavere venne trovato nel piccolo seminterrato
del cottage in riva al lago che lui stesso si era costruito e
dove era solito trascorrere il weekend. Il lunedì mattina
Fawcett non si era presentato a un processo e i suoi
collaboratori, presi dal panico, si erano rivolti all’FBI. Nei
tempi dovuti gli agenti avevano individuato la scena del
delitto. Il cottage si trovava in un’area boscosa della
Virginia sudoccidentale, sul fianco di una montagna e in
riva a un piccolo, incontaminato bacino lacustre localmente
noto come lago Higgins. Il lago non è indicato sulla
maggior Teile delle carte stradali.
Non sembravano esserci segni di scasso o di lotta.
Niente, a Teile due cadaveri con fori di proiettile in testa e
una cassaforte vuota nel seminterrato. Il giudice Fawcett
venne trovato accanto alla cassaforte con due colpi alla
nuca – chiaramente un’esecuzione – e una larga chiazza di
sangue secco sul pavimento intorno a lui. Il primo esperto
arrivato sulla scena ipotizzò che fosse morto da almeno
due giorni. Fawcett, secondo un suo collaboratore, aveva

lasciato l’ufficio intorno alle tre di venerdì pomeriggio e
aveva in programma di andare direttamente al cottage,
dove avrebbe trascorso il fine settimana lavorando sodo.
Il secondo cadavere era quello di Naomi Clary, una
divorziata trentaquattrenne madre di due figlie che Fawcett
aveva assunto da poco come segretaria. Il giudice, che
aveva sessantasei anni e cinque figli adulti, non era
divorziato. Lui e Mrs Fawcett abitavano in case diverse già
da parecchio tempo, anche se a Roanoke si facevano
ancora vedere insieme quando l’occasione lo richiedeva. Il
fatto che fossero separati era di dominio pubblico e, dato
che il giudice era una persona in vista, il loro stile di vita
era motivo di pettegolezzi. I Fawcett avevano confidato ai
figli e agli amici che semplicemente non se la sentivano di
divorziare. Mrs Fawcett aveva i soldi. Il giudice Fawcett
aveva lo status. Entrambi sembravano relativamente
soddisfatti e si erano promessi di non intrattenere relazioni
clandestine. L’accordo amichevole prevedeva che
avrebbero divorziato solo se e quando uno dei due avesse
trovato un’altra persona.
Evidentemente il giudice aveva trovato un’altra persona.
Pochissimo tempo dopo l’iscrizione di Ms Clary a libro
paga, in tribunale si erano diffuse voci secondo le quali il
giudice si stava dando da fare, di nuovo. Alcuni del suo
staff sapevano che non era mai riuscito a tenere i pantaloni
abbottonati.
Il corpo di Naomi venne trovato sopra un divano, vicino al
punto in cui era stato assassinato il giudice. La donna era
nuda e supina, con le caviglie legate strette con nastro

adesivo argentato e i polsi uniti dietro la schiena. Qualcuno
le aveva sparato due colpi in fronte. Sul corpo c’erano
piccoli segni di bruciature. Dopo qualche ora di discussioni
e analisi, gli investigatori conclusero che molto
probabilmente Naomi era stata torturata per costringere
Fawcett ad aprire la cassaforte. A quanto pareva, la cosa
aveva funzionato: lo sportello era spalancato e la
cassaforte completamente vuota. Il ladro l’aveva ripulita e
poi aveva giustiziato le sue vittime.
Il padre del giudice era un carpentiere, e fin da bambino
Fawcett lo aveva seguito spesso al lavoro, sempre con un
martello in mano. In seguito non aveva mai smesso di
costruire cose: una veranda sul retro di casa, una terrazza
di legno, un capanno per gli attrezzi. All’epoca in cui i figli
erano ancora piccoli e il suo matrimonio era ancora felice,
aveva sventrato e rifatto completamente una vecchia e
imponente residenza nel centro di Roanoke, operando
come capocantiere e passando ogni weekend in cima a
una scala. Anni dopo aveva ristrutturato un loft che era
diventato prima il suo nido d’amore, poi la sua abitazione.
Per Fawcett martellare, segare e sudare era una terapia,
una fuga mentale e fisica da un lavoro stressante. Aveva
progettato personalmente il cottage a forma di A in riva al
lago e, nel corso di quattro anni, lo aveva tirato su quasi
tutto da solo. Nel seminterrato dove era stato ucciso c’era
un’intera parete occupata da begli scaffali di legno di
cedro, tutti carichi di grossi tomi legali. Al centro, però,
c’era uno sportello nascosto. Una serie di ripiani era
apribile e dietro, perfettamente nascosta, c’era la

cassaforte. Sulla scena del delitto, era stata estratta dalla
parete per circa novanta centimetri e poi svuotata.
La cassaforte, di metallo e piombo, era montata su
quattro rotelle. Era stata costruita dalla Vulcan Safe
Company di Kenosha, Wisconsin, e acquistata online da
Fawcett. Secondo la scheda tecnica del fabbricante, era
alta centodiciassette centimetri, larga novantuno e
profonda cento, aveva una capacità di duecentocinquanta
litri, pesava duecentotrenta chili e costava duemilacento
dollari. Se chiusa correttamente, era ignifuga, a tenuta
stagna e, teoricamente, a prova di scasso. La tastiera sullo
sportello prevedeva un codice a sei cifre per l’apertura.
Perché
mai
un giudice
che
guadagnava
centosettantaquattromila dollari l’anno avesse bisogno di
un contenitore così robusto e nascosto per i suoi valori
rappresentò un immediato mistero per l’FBI. Al momento
della morte, il giudice Fawcett disponeva di quindicimila
dollari sul suo conto corrente personale, di sessantamila
dollari in un certificato di deposito che fruttava meno
dell’uno per cento all’anno, di trentunmila dollari in buoni del
Tesoro e di altri quarantasettemila in un fondo comune che
da quasi un decennio aveva un andamento peggiore della
media generale del mercato. Aveva anche un fondo
pensione 401(k) e godeva di tutta la serie di benefit
riservati ai funzionari federali di alto livello. Praticamente
senza debiti, il saldo del giudice non destava comunque
impressione. La sua vera sicurezza finanziaria stava nel
lavoro. Dato che la costituzione gli consentiva di
proseguire vita natural durante, lo stipendio non si sarebbe

mai interrotto.
La famiglia di Mrs Fawcett possedeva vagonate di
azioni bancarie, alle quali però il giudice non era mai
riuscito neppure ad avvicinarsi. Adesso, dopo la
separazione, il gruzzolo era ancora più off-limits.
Conclusione: Fawcett era benestante ma ben lontano
dall’essere ricco, quindi non avrebbe dovuto avere bisogno
di una cassaforte nascosta per custodire i suoi valori.
Cosa c’era all’interno di quella cassaforte? O, più
brutalmente, che cosa aveva ucciso il giudice? Successivi
colloqui con amici e familiari avrebbero rivelato che
Fawcett non aveva abitudini costose, non collezionava
monete d’oro, diamanti rari o qualsiasi altra cosa che
potesse richiedere una tale protezione. A Teile una
notevole raccolta di figurine del baseball che risaliva alla
sua gioventù, non c’erano indizi che suggerissero un
interesse del giudice in una qualsiasi forma di
collezionismo.
Il cottage era rannicchiato così in profondità tra le colline
da essere quasi impossibile da trovare. Circondato da una
veranda, da qualsiasi punto di osservazione non si
vedevano persone, veicoli, case, capanne o barche.
Isolamento totale. Fawcett teneva un kayak e una canoa nel
seminterrato ed era risaputo che passava ore sul lago,
pescando, pensando e fumando sigari. Era un uomo
tranquillo, non solitario né timido, ma serio e pensoso.
Per l’FBI era dolorosamente evidente che non ci
sarebbero stati testimoni perché non c’erano altri esseri
umani nel raggio di chilometri. Il cottage era il posto

perfetto per uccidere qualcuno e poi allontanarsi prima che
il crimine venisse scoperto. Nel momento stesso del loro
arrivo, gli investigatori capirono di essere in grave ritardo.
E le cose per loro sarebbero addirittura peggiorate. Non
c’era una sola impronta digitale o di scarpa, un frammento
di fibra, un capello o una traccia di pneumatico utile alle
indagini. Il cottage non era dotato di sistema d’allarme e di
certo non aveva telecamere di sorveglianza. Perché
prendersi il disturbo? Il poliziotto più vicino era a mezz’ora
di distanza e, anche presumendo che riuscisse a trovare la
casa, cosa avrebbe potuto fare una volta arrivato? Anche il
più idiota dei ladri se ne sarebbe già andato da un pezzo.
Per tre giorni gli investigatori ispezionarono ogni
centimetro del cottage e dei quasi due ettari che lo
circondavano. Non trovarono niente. Il fatto che l’assassino
fosse stato così attento e meticoloso non contribuì a
sollevare l’umore della squadra. Avevano a che fare con un
autentico talento, un killer furbo ed esperto che non aveva
lasciato tracce. Da dove si poteva cominciare?
C’erano già pressioni da Teile del diTeilimento di
Giustizia a Washington. Il direttore dell’ FBI stava
organizzando una task force, una sorta di unità speciale
che sarebbe calata su Roanoke per risolvere il caso.
Com’era prevedibile, i brutali omicidi di un giudice adultero
e della sua giovane amica costituirono uno splendido
regalo per i media e i tabloid. Quando Naomi Clary venne
sepolta, due giorni dopo la scoperta del suo cadavere, la
polizia di Roanoke dovette piazzare delle transenne per

tenere giornalisti e curiosi lontano dal cimitero. E quando il
giorno dopo si tenne il servizio funebre di Raymond
Fawcett, in un’affollatissima chiesa episcopale, un
elicottero si posizionò sopra l’edificio, soffocando la
musica con il suo rumore. Il capo della polizia, un vecchio
amico del giudice, fu costretto a far alzare in volo il suo
elicottero perché scacciasse l’altro.
Mrs Fawcett sedeva rigida nel primo banco tra i suoi figli
e i nipoti, rifiutandosi di versare una lacrima o di guardare
la bara del marito. Vennero pronunciate molte belle parole
a proposito del giudice, ma alcune persone, soprattutto gli
uomini, si chiedevano: “Come avrà fatto quel vecchio a
trovarsi un’amica così giovane?”.
Una volta sepolte entrambe le vittime, l’attenzione si
spostò di nuovo sulle indagini. L’ FBI non faceva
dichiarazioni pubbliche, soprattutto perché non aveva
niente da dire. Una settimana dopo la scoperta dei
cadaveri, l’unico dato certo era il risultato dell’esame
balistico. Quattro pallottole a punta cava esplose da una
pistola calibro .38, una del milione presente sulle strade e
adesso probabilmente in fondo a un lago, da qualche Teile
tra le montagne del West Virginia.
Vennero presi in esame i moventi di altri casi. Nel 1979
il giudice John Wood era stato ucciso a colpi d’arma da
fuoco davanti alla sua casa a San Antonio. L’omicida era
un killer a pagamento, assunto da un potente spacciatore
in attesa di sentenza da Teile del giudice Wood, il quale
odiava il traffico di stupefacenti e tutti coloro che ci

lavoravano. Considerando il soprannome del giudice,
Maximum John, il movente era abbastanza chiaro. A
Roanoke, le squadre dell’FBI esaminarono tutti i casi, penali
e civili, assegnati al giudice Fawcett e ne ricavarono una
breve lista di potenziali sospettati, virtualmente tutti
coinvolti nel traffico di droga.
Nel 1988 il giudice Richard Daronco era stato ucciso
mentre lavorava nel giardino di casa sua a Pelham, New
York. L’assassino era risultato essere il padre infuriato di
una donna che aveva appena perso una causa nell’aula del
giudice. L’uomo aveva sparato a Daronco e poi si era
suicidato. A Roanoke, la squadra dell’ FBI passò al setaccio
le pratiche di Fawcett e interrogò i suoi impiegati. In corte
federale c’è sempre qualche pazzo che deposita istanze
spazzatura e presenta richieste irricevibili; a poco a poco,
venne stilato un elenco. Nomi, ma nessun vero sospettato.
Nel 1989 il giudice Robert Smith Vance era rimasto
ucciso nella sua casa di Mountain Brook, Alabama, dopo
avere aperto un pacco che conteneva una bomba.
L’assassino era stato individuato e spedito nel braccio
della morte, ma del movente non si era mai venuti a capo.
L’accusa aveva ipotizzato che l’omicida si fosse
imbestialito per una recente decisione del giudice Vance.
A Roanoke, l’ FBI interrogò centinaia di avvocati con cause
di competenza del giudice Fawcett, attuali o del recente
passato. Ogni legale ha clienti pazzi o abbastanza violenti
da cercare vendetta, e alcuni soggetti del genere erano
passati anche nell’aula del giudice Fawcett. Vennero
rintracciati, interrogati e scartati come possibili

responsabili.
Nel gennaio 2011, un mese prima dell’assassinio di
Fawcett, il giudice John Roll era stato ucciso vicino a
Tucson nel corso dello stesso omicidio di massa in cui era
rimasta ferita Gabrielle Giffords, la rappresentante al
Congresso. Il giudice Roll si era trovato nel posto sbagliato
al momento sbagliato. La sua morte non fu di alcun aiuto
all’FBI a Roanoke.
A ogni giorno che passava, la pista diventava più fredda.
Senza testimoni, senza prove materiali, senza alcun errore
da Teile del killer e disponendo solo di una manciata di
vaghe ipotesi e di pochissimi sospettati desunti dalle
cause del giudice Fawcett, l’indagine si trovava
praticamente in un vicolo cieco.
Il grande annuncio di una ricompensa di centomila dollari
per chi avesse notizie utili fece ben poco per innescare una
qualche attività nei numeri verdi dell’FBI.

4
Dato che a Frostburg le misure di sicurezza sono
abbastanza blande, noi qui abbiamo più contatti con il
mondo esterno di quanti ne abbia la maggior Teile dei
detenuti di altre prigioni. La nostra posta può essere
aperta e letta, ma questo capita di rado. Abbiamo
accesso, limitato, a e-mail e Internet. Ci sono decine di
telefoni e un mucchio di norme che ne regolano l’utilizzo,
ma in genere possiamo fare tutte le chiamate a carico del
destinatario che vogliamo. I cellulari sono severamente
proibiti. Ci è permesso abbonarci a qualsiasi rivista tra le
decine che figurano in un elenco approvato. Numerosi
quotidiani vengono puntualmente consegnati ogni mattina
e sono sempre disponibili in un angolo della mensa, nota
anche come “sala caffè”.
È lì che una mattina presto noto il titolo del “Washington
P o s t”: Giudice federale assassinato nei dintorni di
Roanoke.
Non riesco a nascondere un sorriso. Il momento è
arrivato.
Sono tre anni che Raymond Fawcett mi ossessiona. Non
l’ho mai visto, non sono mai entrato nella sua aula, non ho
mai depositato un atto di citazione nel suo dominio, il
Distretto Sud della Virginia. Quasi tutta la mia attività
professionale si è svolta nei tribunali di Stato. Mi sono
avventurato raramente nell’arena federale e, quando l’ho
fatto, è stato sempre nel Distretto Nord, che comprende

tutto il territorio da Richmond in su. Il Distretto Sud
comprende Roanoke, Lynchburg e l’enorme distesa
dell’area metropolitana Virginia Beach-Norfolk. Prima del
decesso di Fawcett, erano dodici i giudici federali nel
Distretto Sud e tredici in quello Nord. Qui a Frostburg ho
conosciuto parecchi detenuti condannati da Fawcett e,
senza sembrare troppo curioso, li ho interrogati su di lui.
L’ho fatto fingendo di conoscerlo e di avere dibattuto cause
nella sua aula. Senza eccezioni, tutti lo odiavano e
ritenevano che avesse esagerato con le condanne.
Fawcett, a quanto pare, amava Teilicolarmente tenere
sagge conferenze ai colletti bianchi quando pronunciava la
sentenza e li mandava in galera. Le udienze delle
condanne in genere richiamavano un numero maggiore di
giornalisti, e Fawcett aveva un ego smisurato.
Laureato alla Duke, si era specializzato alla scuola di
legge della Columbia University e poi, per qualche anno,
aveva lavorato in una società di Wall Street. Sua moglie e il
relativo denaro erano originari di Roanoke e fu lì che la
coppia si stabilì quando Fawcett aveva poco più di
trent’anni. Entrò nel più importate studio legale della città e
si arrampicò rapidamente fino al vertice. Suo suocero
foraggiava il Teilito democratico da molto tempo, e nel
1993 il presidente Clinton assegnò a Fawcett un incarico a
vita nel tribunale federale del Distretto Sud della Virginia.
Nel sistema legislativo americano questa nomina
assicura un enorme prestigio, ma non molto denaro.
All’epoca lo stipendio di Fawcett ammontava a
centoventicinquemila dollari l’anno, vale a dire circa

trecentomila dollari in meno di ciò che guadagnava come
attivissimo socio di un florido studio legale. A quarantotto
anni era diventato uno dei giudici federali più giovani del
paese e, con cinque figli, uno dei più poveri. Ben presto il
suocero cominciò a integrare le sue entrate e la pressione
si allentò.
Il giudice Fawcett aveva descritto i suoi primi anni sullo
scranno in una lunga intervista rilasciata a uno di quei
periodici legali che ben pochi leggono. Ho trovato per caso
la rivista nella biblioteca del carcere, in una pila di giornali
che stavano per essere buttati. Non sono molti i libri e le
riviste che sfuggono ai miei occhi curiosi. Mi capita spesso
di leggere anche per cinque o sei ore al giorno.
Qui i computer sono desktop, tecnologicamente indietro
di qualche anno, e a causa del massiccio utilizzo sono
anche piuttosto malconci. In ogni caso, dato che il
bibliotecario sono io e i computer rientrano sotto il mio
controllo, godo di parecchie opportunità. Siamo abbonati a
due siti di ricerche legali, che ho consultato per leggere
ogni sentenza e relativa motivazione del defunto onorevole
Raymond Fawcett.
Deve essergli successo qualcosa al cambio di secolo,
nel 2000. Nei suoi primi sette anni da giudice, Fawcett era
stato un simpatizzante di sinistra, un paladino dei diritti
individuali, compassionevole nei confronti dei poveri e dei
deboli, pronto a rimproverare le forze dell’ordine, diffidente
nei riguardi delle grandi corporation e all’apparenza
ansioso di punire l’eventuale Teile contendente indocile o
scorretta con un tratto di penna molto appuntita. Nel giro di

un anno, però, qualcosa cambiò. Le sue motivazioni
diventarono più brevi, meno articolate, a volte addirittura
perfide. Fawcett si stava chiaramente spostando a destra.
Nel 2000 venne segnalato dal presidente Clinton per la
posizione che si era liberata alla Corte d’Appello del
Quarto circuito a Richmond. Tale avanzamento
rappresenta la logica promozione di un giudice distrettuale
di talento, o di un giudice che ha le giuste conoscenze. Nel
Quarto circuito, Fawcett sarebbe stato uno dei quindici
magistrati che si occupano esclusivamente di cause in
appello. L’unico scalino più alto sarebbe stato la Corte
Suprema degli Stati Uniti, e non è chiaro se Fawcett
avesse quell’ambizione. La maggior Teile dei giudici
federali ce l’ha, prima o poi. Tuttavia Bill Clinton stava per
concludere il suo mandato, e sotto una nube scura. Le sue
segnalazioni si impantanarono in Senato e, con l’elezione
di George W. Bush, il futuro di Fawcett rimase confinato a
Roanoke.
Aveva cinquantacinque anni. I suoi figli erano già adulti o
se ne stavano comunque andando da casa. Forse cedette
a una specie di crisi della mezz’età. Forse il suo
matrimonio stava naufragando. Il suocero, che intanto era
morto, l’aveva escluso dal testamento. I suoi ex soci
diventavano sempre più ricchi mentre lui sgobbava per una
paga da fame, relativamente parlando. Quale che fosse la
ragione, in aula Fawcett diventò un uomo diverso. Nei casi
penali le sue sentenze si fecero imprevedibili e molto meno
clementi. Nelle cause civili dimostrava una comprensione
molto minore nei confronti del piccolo uomo della strada e

si schierava sempre più frequentemente a favore dei
grandi interessi. Capita spesso che nel tempo i giudici
cambino, ma pochi subiscono una trasformazione così
radicale come quella di Raymond Fawcett.
Il caso più importante della sua carriera fu quello relativo
a una guerra per l’estrazione dell’uranio, iniziata nel 2003.
Allora ero ancora avvocato e conoscevo la materia del
contendere e i dettagli di base. Non lo si poteva evitare: i
giornali pubblicavano un articolo sull’argomento
praticamente ogni giorno.
C’è una ricca vena di uranio che si snoda attraverso la
Virginia centrale e meridionale. Dato che l’estrazione
dell’uranio è un incubo ambientale, lo Stato aveva emanato
una legge che la proibiva. Naturalmente era da tempo che i
proprietari dei terreni, gli affittuari e le società minerarie
che controllavano i giacimenti volevano cominciare a
scavare e avevano speso milioni di dollari in attività di
lobby perché i legislatori annullassero il bando. Ma
l’Assemblea generale della Virginia resisteva. Nel 2003
una società canadese, l’Armanna Mines, depositò un atto
di citazione presso il Distretto Sud attaccando il bando
come incostituzionale. Era un attacco frontale senza
esclusione di colpi, massicciamente finanziato e condotto
da alcuni dei più costosi talenti legali che il denaro potesse
comprare.
Come si venne presto a sapere, l’Armanna Mines era un
consorzio di società minerarie statunitensi, australiane,
russe e anche canadesi. Una stima del potenziale valore
dei giacimenti nella sola Virginia andava dai quindici ai

venti miliardi di dollari.
In base al procedimento di selezione casuale in vigore
all’epoca, la causa venne assegnata a un certo giudice
McKay di Lynchburg, che aveva ottantaquattro anni e
soffriva di demenza senile. Adducendo motivi di salute,
McKay rinunciò. Il secondo magistrato in lista era Raymond
Fawcett, che non aveva alcuna ragione valida per
declinare. Il convenuto era il Commonwealth of Virginia, ma
ben presto se ne aggiunsero altri, tra cui città, paesi e
contee che si trovavano sopra i giacimenti, oltre ad alcuni
proprietari che non volevano avere niente a che fare con la
devastazione del territorio. La causa diventò un enorme
pasticcio legale, sempre più esteso, che vedeva coinvolti
oltre cento avvocati. Il giudice Fawcett respinse le iniziali
istanze di archiviazione e ordinò un esteso scambio di
documenti fra le Teili. Non passò molto tempo prima che
dedicasse il novanta per cento del suo tempo a questa
causa.
Nel 2004 l’FBI entrò nella mia vita e io persi interesse nel
caso uranio. All’improvviso avevo altre e più pressanti
questioni di cui occuparmi. Il procedimento a mio carico
cominciò nell’ottobre del 2005 a Washington. Per allora, il
processo Armanna Mines era in corso già da un mese in
un’affollata aula di Roanoke. A quel punto dell’uranio non
avrebbe potuto importarmi di meno.
Dopo un processo di tre settimane venni giudicato
colpevole e condannato a dieci anni. Dopo un processo di
dieci settimane il giudice Fawcett deliberò a favore
dell’Armanna Mines. Non esisteva alcuna relazione

possibile tra i due procedimenti, o almeno così pensavo
quando entrai in carcere.
Poco tempo dopo, però, incontrai l’uomo che avrebbe
ucciso il giudice Fawcett. Io conosco l’identità
dell’assassino, e so anche qual è stato il movente.
Il movente è origine di frustrazione per l’FBI. Nelle settimane
che seguono l’omicidio, la task force si concentra sulla
causa Armanna Mines e interroga decine di persone
collegate alla controversia legale. Ai suoi margini erano
comparsi e avevano operato due o tre gruppi ambientalisti
radicali, che all’epoca erano stati attentamente monitorati
dall’FBI. Fawcett aveva ricevuto minacce di morte e durante
il processo era andato in giro con la scorta. Sulle minacce
si era indagato a fondo e alla fine erano state giudicate
inattendibili, ma le guardie del corpo erano rimaste.
L’intimidazione è un movente improbabile. Fawcett
aveva già emesso la sua sentenza e, anche se il suo nome
è veleno per gli ambientalisti, il danno l’aveva già fatto. La
sua sentenza è stata confermata dal Quarto circuito nel
2009 e la causa adesso viaggia verso la Corte Suprema
degli Stati Uniti. In attesa degli appelli, l’uranio non è
ancora stato toccato.
La vendetta può essere un movente, anche se l’FBI non
ne parla. Le parole “killer a pagamento” vengono usate da
alcuni giornalisti, che però non hanno nulla su cui basare la
loro ipotesi se non la professionalità dei due omicidi.
Considerate la scena del delitto e la cassaforte nascosta

con tanta cura, il movente più probabile sembra essere la
rapina.
Io ho un piano, un piano che sto mettendo a punto da
anni. È la mia unica via d’uscita.

5
Ogni detenuto federale fisicamente abile è tenuto a
svolgere
un
lavoro,
ed
è
il
diTeilimento
dell’amministrazione penitenziaria che controlla la scala
salariale. Da due anni faccio il bibliotecario e per le mie
fatiche vengo retribuito con trenta centesimi all’ora. Circa
metà di questo denaro, unitamente agli assegni di mio
padre, è soggetto al Programma di responsabilità
finanziaria del detenuto. L’amministrazione penitenziaria si
prende i soldi e li impiega per il pagamento di spese
giudiziarie, multe e risarcimenti. Oltre ai dieci anni di
carcere, sono stato condannato al pagamento di circa
centoventimila dollari per varie pene pecuniarie. A trenta
centesimi l’ora, mi ci vorrà il resto di questo secolo, più
qualche altro anno.
Altri lavori qui a Frostburg sono quelli di cuoco, lavapiatti,
pulitore di tavoli, lavapavimenti, idraulico, elettricista,
falegname, inserviente in infermeria, addetto alla
lavanderia, imbianchino, giardiniere e insegnante. Mi
considero fortunato: il mio è uno dei lavori migliori e non mi
costringe a pulire la sporcizia degli altri. Ogni tanto tengo
un corso di storia per i detenuti che vogliono ottenere
l’equivalente del diploma di scuola superiore. Insegnare
rende trentacinque centesimi l’ora, ma non è il salario più
alto a tentarmi. Anzi, trovo questa attività molto deprimente
a causa del basso livello di istruzione della popolazione
carceraria. Neri, bianchi, scuri... non ha importanza. Molta

di questa gente è a malapena in grado di leggere e
scrivere. Viene da chiedersi cosa stia succedendo alle
nostre scuole.
In ogni caso, non ho certo l’obiettivo di raddrizzare il
sistema scolastico, e nemmeno quello legale, giudiziario o
carcerario. Il mio obiettivo è sopravvivere un giorno alla
volta, mantenendo quanto più possibile la dignità e il
rispetto di me stesso. Noi siamo feccia, nullità, criminali
comuni rinchiusi e tenuti a distanza dalla società civile, e i
promemoria di questa situazione non sono mai troppo
distanti. In carcere la guardia è definita agente
penitenziario, o più semplicemente AP. Mai rivolgerti a uno
di loro chiamandolo guardia. Nossignore. Essere un
agente penitenziario è qualcosa di gran lunga superiore, fa
più titolo. Quasi tutti sono ex poliziotti, ex vicesceriffi o
comunque ex militari di qualche tipo che non se la sono
cavata troppo bene nei precedenti lavori, e adesso
operano nelle prigioni. Alcuni sono tipi a posto, ma
perlopiù sono dei perdenti troppo stupidi per rendersi
conto di essere perdenti. Ma chi siamo noi per dirglielo?
Loro sono troppo sopra di noi, nonostante la stupidità, e
amano ricordarcelo a ogni passo.
Gli agenti penitenziari vengono fatti ruotare per impedire
che si creino rapporti troppo stretti con i detenuti.
Immagino che questo possa accadere, ma una delle
regole cardinali per la sopravvivenza in carcere è evitare il
t u o AP quanto più possibile. Trattalo con rispetto, fa’
esattamente quello che ti dice e non provocargli guai. Ma,
soprattutto, cerca di evitarlo.


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