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Un clima rivoluzionario .pdf



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Anteprima del documento


In copertina

Un clima
rivoluzionario
Naomi Klein, New Statesman, Regno Unito

La crescita a ogni costo sta uccidendo il pianeta.
Sulla base dei loro studi, anche i climatologi sono
arrivati alla conclusione che il sistema economico
capitalista non è più sostenibile

Tyler Hicks (THe New york Times/coNTrasTo)

Tacloban, Filippine,
13 novembre 2013.
Dopo il tifone Haiyan

In copertina

N

Da sapere
Il vertice di Varsavia
u Il 23 novembre 2013 è stato raggiunto in
extremis un accordo al vertice sul clima di
Varsavia, che ha riunito oltre 190 paesi. Il testo
non contiene decisioni epocali, dato che rinvia
la possibilità di un’intesa incisiva sulla
riduzione delle emissioni di gas serra al vertice
di Parigi del 2015. Le trattative sono state
bloccate dal braccio di ferro dell’Unione
europea e degli Stati Uniti con la Cina e
l’India, che vogliono continuare a essere
classiicate come paesi emergenti per non avere
obblighi di riduzione delle emissioni simili a
quelli dei paesi industrializzati. Tra le decisioni
prese ci sono il raforzamento dei piani per la
protezione delle foreste e l’impegno dei paesi
sviluppati a stanziare più aiuti per i paesi poveri
danneggiati dal cambiamento climatico. Afp

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nita “resistenza”: i movimenti di “gruppi o
individui” che “adottano un certo insieme
di dinamiche che non si integrano nella cultura capitalistica”. Nel sommario della sua
presentazione si legge che questo fattore
comprende “l’azione diretta ambientalista,
la resistenza proveniente dall’esterno della
cultura dominante, come nelle manifestazioni di protesta e nei sabotaggi compiuti
dalle popolazioni indigene, dai lavoratori,
dagli anarchici e da altre organizzazioni di
attivisti”.
Di solito ai convegni scientiici non si
lanciano appelli alla resistenza politica di
massa e tanto meno all’azione diretta e al
sabotaggio. Ma a dire il vero Werner non ha
invitato a fare niente del genere: si è limitato a osservare che le rivolte di massa (un po’
come il movimento abolizionista, quello
per i diritti civili o Occupy Wall street) rappresentano l’elemento di “frizione” che con
più probabilità sarà in grado di rallentare un
meccanismo economico sempre più fuori
controllo. Come sappiamo, ha osservato lo
scienziato, in passato i movimenti sociali
hanno “esercitato un’inluenza straordinaria sull’evoluzione della cultura dominante”. Quindi è ragionevole afermare che “se
pensiamo al futuro della Terra e della nostra relazione con l’ambiente, dobbiamo
inserire la resistenza nel quadro di questa
dinamica”. Non si tratta, ha afermato Werner, di un’opinione, ma “di un problema
geoisico”.

In manette
Molti scienziati sono stati spinti dai risultati
delle loro ricerche a scendere in piazza e a
passare all’azione. Fisici, astronomi, medici
e biologi si sono schierati in prima linea nelle battaglie contro le armi nucleari, l’energia atomica, la guerra, la contaminazione
chimica e il creazionismo. Poi nel novembre del 2012 Nature ha pubblicato un editoriale del inanziere e ilantropo ambientalista Jeremy Grantham in cui si invitavano gli
scienziati a seguire questa tradizione e a
“farsi arrestare se necessario”, perché il
cambiamento climatico “non è solo la crisi
della nostra vita: è anche la crisi dell’esistenza della nostra specie”.
Alcuni scienziati non hanno bisogno di
farsi convincere. James Hansen, il padre
della climatologia moderna, è un attivista
formidabile ed è stato arrestato almeno cinque o sei volte per aver opposto resistenza
allo spianamento delle vette montuose per
l’estrazione di carbone e alla costruzione di
oleodotti per le sabbie bituminose
(quest’anno lo scienziato ha perino lasciato
il lavoro alla Nasa per dedicare più tempo

DAMIr SAGOLJ (rEUTErS/CONTrASTO)

el dicembre del 2012
l’esperto di sistemi complessi Brad Werner, con
i suoi capelli rosa, si è
fatto strada tra i 24mila
studiosi di scienze della
Terra e dello spazio al convegno dell’American geophysical union che si tiene ogni anno a San Francisco. All’evento c’erano nomi
importanti, come Ed Stone, del progetto
Voyager della Nasa, che ha parlato di una
nuova pietra miliare sulla strada per lo spazio interstellare, e il regista James Cameron, che ha raccontato le sue avventure in
sommergibile negli abissi del mare.
Ma la conferenza che ha fatto più scalpore è stata quella di Werner, intitolata “La
Terra è f ***uta?” (il titolo intero era: “La
Terra è f ***uta? La futilità dinamica della
gestione ambientale globale e le possibilità
di garantire la sostenibilità attraverso l’azione diretta degli attivisti”). In piedi di fronte
alla platea, il geoisico dell’Università della
California a San Diego ha risposto alla domanda usando un modello computerizzato.
Lo scienziato ha parlato di limiti dei sistemi,
perturbazioni, dissipazione, attrattori, biforcazioni e altre cose per lo più incomprensibili a chi non è esperto di teoria dei sistemi
complessi. Ma la morale era chiara: il capitalismo globale ha reso lo sfruttamento intensivo delle risorse così rapido, conveniente e illimitato che per reazione i “sistemi
geoumani” stanno diventando pericolosamente instabili. Messo sotto pressione da
un giornalista che chiedeva una risposta
chiara alla domanda “siamo f***uti?”, Werner ha messo da parte i termini tecnici e ha
risposto: “Più o meno”.
Tuttavia una dinamica del suo modello
ofriva qualche speranza. Werner l’ha dei-

alla militanza). Due anni fa, quando sono
stata arrestata davanti alla Casa Bianca durante una manifestazione contro l’oleodotto per sabbie bituminose Keystone Xl, una
delle 166 persone inite quel giorno in manette era il glaciologo Jason Box, un esperto
di fama mondiale dello scioglimento dei
ghiacci della Groenlandia. “Se non ci fossi
andato avrei perso la mia autostima”, mi ha
detto allora Box, aggiungendo che “in questo caso votare non basta. Ho bisogno di
essere anche un cittadino”.
Questa reazione è lodevole, ma quello
che sta facendo Werner con i suoi modelli è
diverso. Lo scienziato non sta dicendo che
le sue ricerche lo hanno spinto a passare

Superstiti in attesa di aiuti in un villaggio a nord di Tacloban, Filippine, 17 novembre 2013
all’azione per fermare una particolare legge: le sue ricerche dimostrano che il nostro
modello economico mette a rischio la stabilità ecologica e che contrastare questo modello (attraverso l’opposizione di massa) è il
modo migliore di evitare la catastrofe. Sono
afermazioni drastiche, ma Werner non è
solo. Lo studioso fa parte di un gruppo ristretto ma sempre più autorevole di scienziati che hanno fatto ricerche sulla destabilizzazione dei sistemi naturali e sono arrivati a conclusioni rivoluzionarie. A chiunque nutra in cuor suo un impulso di ribellione e abbia sognato di rovesciare l’attuale
ordine economico per introdurne uno che
non spinga al suicidio i pensionati italiani,

questo lavoro dovrebbe risultare particolarmente interessante. Perché dimostra che
l’aspirazione a disfarsi di questo sistema
spietato per sostituirlo con uno nuovo (e
magari, lavorandoci molto, anche migliore)
non è più questione di orientamento ideologico, ma è piuttosto una necessità per la
sopravvivenza della specie umana.
Alla testa di questo nuovo gruppo di
scienziati rivoluzionari c’è uno dei più importanti climatologi britannici: Kevin Anderson, il vicedirettore del Tyndall centre
for climate change research. Rivolgendosi
a chiunque, dal ministero britannico dello
sviluppo internazionale al consiglio comunale di Manchester, Anderson ha dedicato

più di dieci anni al paziente tentativo di
spiegare a politici, economisti e attivisti le
implicazioni degli ultimi risultati della climatologia. Usando un linguaggio chiaro e
comprensibile, lo scienziato ha deinito una
serie rigorosa di passi da compiere per ridurre le emissioni in modo da mantenere
l’aumento della temperatura globale al di
sotto dei due gradi, un obiettivo che secondo molti governi dovrebbe prevenire la catastrofe. Ma negli ultimi anni gli articoli e le
conferenze di Anderson sono diventati più
allarmanti. Nei suoi interventi – intitolati
per esempio “Mutamento climatico: al di là
del pericolo, numeri brutali e tenui speranze” – lo studioso sottolinea che le possibilità
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In copertina
di mantenere le temperature entro i limiti
di sicurezza si stanno riducendo rapidamente. Insieme alla collega Alice Bows,
un’esperta del Tyndall centre che si occupa
di mitigazione del clima, Anderson osserva
che abbiamo perso tanto tempo tra stalli
politici e misure deboli per la gestione del
clima (mentre i consumi e le emissioni globali s’impennavano) che ora dovremmo
fare tagli così drastici da mettere in discussione la logica stessa che assegna la massima priorità alla crescita del pil.
Anderson e Bows ci comunicano che
l’obiettivo tanto citato della mitigazione di
lungo periodo (ridurre dell’80 per cento le
emissioni rispetto ai livelli del 1990 entro il
2050) è stato indicato per motivi di pura
convenienza politica e non poggia su “nessuna base scientiica”. Il fatto è che sul clima non esercita un impatto solo quello che
emettiamo oggi e domani, ma le emissioni
cumulative che con il tempo si raccolgono
nell’atmosfera. Inoltre, gli scienziati ci avvertono che concentrandoci su un obiettivo
distante trentacinque anni (invece di pensare a quello che si può fare per ridurre le
emissioni di anidride carbonica in modo
netto e immediato) rischiamo seriamente
che le emissioni continuino ad aumentare
per anni, mettendoci in una posizione insostenibile per il resto del secolo.
Per questo Anderson e Bows sostengono che se i governi dei paesi sviluppati hanno davvero intenzione di raggiungere
l’obiettivo concordato a livello internazionale di mantenere l’innalzamento della
temperatura al di sotto dei due gradi centigradi e se vogliono che i tagli rispettino un
principio di equità (secondo cui in sostanza
i paesi che hanno rilasciato anidride carbonica per buona parte degli ultimi due secoli
dovranno ridurre le emissioni prima di
quelli in cui più di un miliardo di persone
vive ancora senza l’elettricità), allora i tagli
dovranno andare molto più a fondo e si dovranno fare molto prima.
Per ottenere anche solo una possibilità
del 50 per cento di contenere il riscaldamento climatico entro i due gradi (che, come avvertono Anderson, Bows e molti altri
scienziati, implica già una serie di disastri
climatici), i paesi industrializzati dovranno
ridurre le loro emissioni di gas serra di circa
il 10 per cento all’anno in da subito. Ma Anderson e Bows si spingono anche più in là,
facendo notare che quest’obiettivo non potrà essere realizzato con le misure di modesta tassazione delle emissioni di anidride
carbonica o con le soluzioni di tecnologia
verde proposte in genere dalle grandi organizzazioni ambientaliste. Queste strategie

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non bastano: una riduzione del 10 per cento
all’anno è un fenomeno praticamente senza precedenti da quando abbiamo cominciato ad alimentare l’economia con il carbone. In efetti, un calo superiore all’1 per
cento all’anno “è stato associato storicamente solo alle recessioni economiche o ai
sovvertimenti politici”, spiega l’economista
Nicholas Stern nel suo rapporto sui cambiamenti climatici realizzato nel 2006 per il
governo britannico.
Neanche in seguito al crollo dell’Unione
Sovietica ci sono state riduzioni di questa
durata e intensità (gli ex stati sovietici hanno registrato in media un calo del 5 per cento all’anno per un periodo di dieci anni). Né
si sono osservati fenomeni simili dopo il
crollo di Wall street nel 2008 (nei paesi più
ricchi c’è stata una riduzione del 7 per cento
circa tra il 2008 e il 2009, ma le loro emissioni sono riprese a pieno ritmo
nel 2010 e intanto quelle della Cina e dell’India hanno continuato
a crescere). Solo subito dopo il
grande crollo del 1929, si apprende dai dati storici del Carbon dioxide information analysis centre, negli Stati Uniti le emissioni diminuirono per alcuni
anni a un ritmo superiore al 10 per cento
all’anno. Ma quella è stata la peggior crisi
economica dell’epoca moderna.
Se vogliamo evitare disastri di quell’entità e raggiungere gli obiettivi di riduzione
delle emissioni indicati dagli scienziati, il
taglio della produzione di anidride carbonica dovrà essere gestito, come scrivono Anderson e Bows, con prudenza e attraverso
“strategie drastiche e immediate di decrescita negli Stati Uniti, nell’Unione europea
e in altri paesi ricchi”. Questo non sarebbe

Da sapere

Consumi crescenti
Domanda mondiale di fonti di energia primaria,
miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio
Fonti: Iea, The Economist

0,5
Altri

5,5
Paesi
Ocse

0,4
5,3
11,4

7,4

2011

Paesi
non Ocse

2035
(stime)

un problema se non fosse che il nostro sistema economico venera la crescita del pil più
di qualunque altra cosa, senza riguardo per
le conseguenze umane o ecologiche, e che
la classe politica neoliberista si è sottratta a
qualunque responsabilità (dal momento
che il mercato è il genio invisibile a cui va
aidato tutto il resto). Secondo Anderson e
Bows, quindi, c’è ancora tempo per evitare
un riscaldamento catastroico, ma non con
le regole del capitalismo. È forse il miglior
argomento che sia mai esistito per sostenere il cambiamento di queste regole.

Diicile ma fattibile
In un saggio del 2012 uscito su Nature Climate Change, un’autorevole rivista scientiica, Anderson e Bows hanno lanciato qualcosa di simile a una sida, accusando molti
colleghi di scarsa trasparenza sulle trasformazioni che il cambiamento climatico impone all’umanità. Vale
la pena di citare i due per esteso:
“Nell’elaborare previsioni sulle
emissioni, gli scienziati minimizzano ripetutamente e gravemente le implicazioni delle loro analisi. Quando
si tratta di evitare l’aumento della temperatura di due gradi, ‘impossibile’ diventa ‘dificile ma fattibile’ e ‘urgente e drastico’ si
trasforma in ‘impegnativo’. Il tutto per placare il dio dell’economia (o, per la precisione, della inanza). Per esempio, per rispettare il limite di riduzione delle emissioni
issato dagli economisti, si parte dal presupposto che le emissioni hanno toccato picchi
‘impossibilmente’ precoci e si abbracciano
idee ingenue sulle tecnologie ‘avanzate’ e le
infrastrutture a bassa produzione di anidride carbonica. Ma l’aspetto più preoccupante è che mentre gli stanziamenti per il taglio
delle emissioni si riducono, la geoingegneria è proposta sempre più spesso come mezzo per garantire che i diktat degli economisti non siano mai messi in dubbio”.
Per sembrare ragionevoli negli ambienti economici neoliberisti, insomma, gli
scienziati tengono gravemente in sordina i
risvolti delle loro ricerche. Ad agosto Anderson si è espresso in modo ancora più
esplicito e ha scritto che ormai la linea adottata mirava al cambiamento graduale.
“Forse nel 1992, all’epoca della conferenza
di Rio, o anche all’inizio del nuovo millennio, contenere il riscaldamento climatico
entro i due gradi sarebbe stato possibile attraverso una trasformazione graduale interna al sistema politico ed economico dominante. Ma il mutamento climatico è un
fenomeno cumulativo. Ora, nel 2013, i paesi (post)industriali, che hanno alte emissio-

DAvID GUTTENfElDER (AP/lAPRESSE)

ni di gas serra, si trovano di fronte a una
prospettiva molto diversa. Il nostro sperpero continuato e collettivo di anidride carbonica ha annientato tutte le possibilità di
‘trasformazione graduale’ oferte dal precedente budget di anidride per il contenimento del riscaldamento entro i due gradi.
Oggi, dopo vent’anni di bluf e menzogne, il
budget che ci resta impone un cambiamento rivoluzionario del sistema politico ed
economico dominante”.
Probabilmente non dovremmo sorprenderci del fatto che alcuni climatologi siano
un po’ spaventati dalle conseguenze drastiche dettate dalle loro stesse ricerche. Questi studiosi si occupavano quasi tutti semplicemente di misurare carote di ghiaccio,
di elaborare modelli climatici globali e di
studiare l’acidiicazione degli oceani. Ma a
un certo punto, per citare l’esperto australiano di clima Clive Hamilton, hanno scoperto che “stavano involontariamente destabilizzando l’ordine politico e sociale”.
Molti altri, tuttavia, sono consapevoli
della natura rivoluzionaria della climatologia. Per questo alcuni governi che avevano
deciso di mettere da parte i loro impegni sul
clima e di continuare a produrre anidride
carbonica sono stati costretti a usare metodi ancora più scellerati per ridurre al silen-

Tacloban, Filippine, 13 novembre 2013
zio e intimidire gli scienziati del loro paese.
Nel Regno Unito questa strategia è sempre
più evidente. Di recente Ian Boyd, capo
consulente scientifico del ministero
dell’ambiente, dell’alimentazione e degli
afari rurali, ha scritto che gli scienziati dovrebbero evitare di “afermare che determinate misure politiche sono giuste o sbagliate” e dovrebbero esprimere le loro opinioni “collaborando con consulenti interni
(come me) e ponendosi come voci della ragione e non del dissenso”.

un into funerale
Se volete sapere dove porterà tutto questo,
pensate a quello che sta succedendo in Canada, il paese dove abito. Il governo conservatore di Stephen Harper è stato così eicace nel suo tentativo di imbavagliare gli
scienziati e di bloccare i progetti di ricerca
più importanti, che nel luglio del 2012 un
paio di migliaia di ricercatori e comuni cittadini ha celebrato un into funerale sulla
collina del parlamento a Ottawa per annunciare “la morte dei fatti scientiici”. Sui loro
cartelli era scritto: “Niente scienza, niente
fatti, niente verità”.
Ma la verità sta venendo a galla comunque. Per sapere che la ricerca del proitto e
della crescita sta destabilizzando la vita sul-

la Terra non bisogna più leggere le riviste
scientiiche. I primi segnali sono di fronte ai
nostri occhi. E sempre più persone stanno
reagendo di conseguenza con un numero
incalcolabile di azioni di resistenza grandi e
piccole: bloccando le attività di estrazione
basate sul fracking a Balcombe, in Inghilterra, interferendo con i preparativi per le trivellazioni nell’Artico in acque russe (prendendo rischi enormi per la propria vita) o
denunciando le aziende che lavorano le
sabbie bituminose per aver violato la sovranità delle popolazioni indigene.
Nel modello elaborato da Brad Werner è
questa la “frizione” necessaria a rallentare
le forze di destabilizzazione: il grande attivista per la salvaguardia del clima Bill
McKibben li deinisce “anticorpi” che si attivano per contrastare la “febbre alta” del
pianeta. Non è una rivoluzione, ma è un inizio. E potrebbe farci guadagnare il tempo
che serve per trovare un modo di vivere sul
pianeta senza restare troppo f***uti. u fp
l’autrIce

Naomi Klein è una giornalista canadese.
Ha scritto No logo e Shock economy. Sta
lavorando a un libro e a un documentario
sul potere rivoluzionario del cambiamento
climatico.

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