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corriere.della.sera.02.01.2014.By.PdS signed .pdf



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GIOVEDÌ 2 GENNAIO 2014 ANNO 139 - N. 1

In Italia EURO 1,40

Fondato nel 1876

Milano, Via Solferino 28 - Tel. 02 62821
Servizio Clienti - Tel 02 63797510

IL NORD TRA LEGA, BERLUSCONI E PD

UNA QUESTIONE
NON RISOLTA

www.corriere.it

Missioni europee
Astronauta, prof, studentessa
Tre italiane nello spazio

Liste e realtà
Pochi (e ragionevoli)
buoni propositi

Con il Corriere
«Come investire nel 2014»
Guida pratica in 100 risposte

di Giovanni Caprara
a pagina 29

di Anna Meldolesi
a pagina 29

Domani in edicola a 4,90 euro
più il prezzo del quotidiano

Giannelli

Discorso di fine anno Napolitano ha incalzato i partiti raccontando le storie dei cittadini

«Sul Colle per un tempo non lungo»

di ANGELO PANEBIANCO

9 771120 498008

40 1 0 2>

Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano

In primo piano
ne invece intercettata da
Berlusconi, il Berlusconi del
’94. Ma, poi, diventata Forza
Italia partito nazionale, capace di fare il pieno elettorale sia in Lombardia che in Sicilia o in Campania, la sintesi fra interessi così contrastanti non venne neppure
tentata. Alla sintesi, che impone comunque scelte, si
preferì la sommatoria di domande eterogenee e in conflitto. Con il risultato di
scontentare sia il Nord (cui
veniva promessa e poi negata una maggiore libertà dallo Stato) sia il Sud (cui non
veniva offerto un serio progetto di sviluppo e la speranza di una emancipazione, almeno parziale, dalle storiche tare). Né, soprattutto,
Berlusconi fu in grado di riformare lo Stato coerentemente con le esigenze dei
ceti e dei territori di cui, in
via prioritaria, aveva assunto
la rappresentanza.
Oggi la questione settentrionale è di nuovo aperta.
Chi raccoglierà il testimone?
Potrebbe essere Matteo Renzi? Effettivamente, Renzi ha
fin qui dato l’impressione di
cercare l’incontro con la parte economicamente più dinamica del Paese. Inoltre,
può contare su una fitta rete
di sindaci che conoscono
bene i territori, dall’Emilia
Romagna in su. Però è anche
vero che Renzi ha preso la
guida di un partito tradizionalmente «romano-centrico», il contrario di ciò che
servirebbe per entrare in
sintonia con il Nord nel suo
insieme. È da vedere se riuscirà a cambiarlo. Ma per ora
non sembra.
La cosiddetta Seconda
Repubblica ha fallito per un
complesso di circostanze,
compresi i limiti dei suoi
protagonisti. Ma il principio
non era sbagliato. Serve alla
crescita, anche civile, di un
Paese che primato economico-territoriale ed egemonia
politica coincidano. Speriamo che il prossimo tentativo, se ci sarà, non abbia gli
stessi difetti del precedente.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il disgelo di Renzi
con il Quirinale
di MONICA GUERZONI
A PAGINA 8

Berlusconi-falchi
Rapporti più freddi
di PAOLA DI CARO
A PAGINA 9

«Resterò presidente per
quel che serve e comunque
per un tempo non lungo».
Giorgio Napolitano, nel
messaggio di fine anno, ha
incalzato i partiti chiedendo
riforme e sacrifici, invitando
i cittadini, di cui ha citato le
lettere, ad avere coraggio per
reagire alla crisi. Il capo dello
Stato si è detto inoltre preoccupato per la «violenza verbale e le tendenze distruttive» che affiorano dal dibattito pubblico, difendendosi
con vigore dalle accuse di
«strapotere personale».

Il retroscena

Quella lettera per evitare
il secondo mandato
di MARZIO BREDA

I

l 2014 sarà un anno cruciale per Giorgio
Napolitano, durante il quale potrà verificare
se si fanno sul serio le riforme e quindi la tenuta
della legislatura. Sa bene, il presidente, che serve
coraggio. Lo stesso che lui stesso ebbe accettando
a suo tempo il secondo mandato, nonostante
con una lettera abbia tentato di evitarlo.

DA PAGINA 5 A PAGINA 9

A PAGINA 6

Adesso il Lingotto ha il 100% della casa Usa. Marchionne: siamo un costruttore globale

Tutta Chrysler è della Fiat
Rilevata l’ultima quota. Elkann: lo aspettavamo dal 2009
Fiat al 100% in Chrysler.
Accordo con Veba, il fondo
del sindacato dell’auto americano, per acquisire il
41,46% del capitale del gruppo Usa. Il presidente Elkann:
aspettavamo questo giorno
dal 2009. L’amministratore
delegato Marchionne: siamo
un costruttore globale.

A New York il giuramento del neo sindaco

di RAFFAELLA POLATO
A PAGINA 3

Per il caso esodati
spesa di 11,5 miliardi
di ENRICO MARRO

di MATTEO PERSIVALE

L

a «modern family» del neo sindaco di New York Bill de Blasio al giuramento
manda in pensione in un colpo solo il ventennio di guida repubblicana GiulianiBloomberg. La moglie Chirlane serena sui suoi tacchi bassi, il figlio Dante con i
capelli «afro» e in maglione, la sorella Chiara con il cappello di Halloween. A PAGINA 13

entre il governo frena
sulle misure a pioggia, si riaffaccia il caso esodati: solo uno su tre ha ricevuto l’assegno. Accolte 80
mila domande. Finora erogate 27 mila pensioni. Una
spesa di 11,5 miliardi.
ALLE PAGINE 51 E 53

Savelli

L’EUROPA
PARTE VELOCE
MA IL SEGUITO
SARÀ IN SALITA

Cinque anni
per la svolta
di Detroit

I conti Pagato solo un assegno su tre

I de Blasio, stile libero in città M

Primati e prove

Il racconto

ALLE PAGINE 2 E 3 Basso
Bocconi, Carretto, Tamburini

REUTERS / CARLO ALLEGRI

C

osa succederà alla
rappresentanza politica del Nord? Chi
raccoglierà il testimone dalle mani, oggi esauste, dei movimenti che
quella rappresentanza si sono intestati negli ultimi venti anni?
Ciò che chiamiamo Seconda Repubblica è stata
molte cose ma, certamente,
anche un tentativo, alla fine
non riuscito, di spostare
verso il Nord il baricentro
politico del Paese, di dare
all’Italia una egemonia politica «nordista». Un tentativo
non riuscito, sia per i limiti
(culturali e di visione politica, prima di tutto) dei movimenti che ne sono stati protagonisti, sia per le resistenze efficacemente opposte
dagli altri territori e da coloro che, nelle istituzioni, dall’amministrazione alle magistrature, non intendevano
subire quella egemonia.
I limiti culturali sono stati
diversi e gravi. La Lega ha
sempre oscillato fra un secessionismo velleitario e un
sindacalismo territoriale teso solo a trattenere nei luoghi da essa controllati il
massimo della ricchezza
prodotta. Il tutto condito
con un «pan-politicismo»
(la pretesa di fare della Lega
il centro della vita comunitaria; il rifiuto di privatizzazioni e liberalizzazioni per non
perdere il controllo sulle risorse locali) che poteva soddisfare solo le esigenze dei
ceti sociali che alla politica
chiedono protezione. Uno
stile e una cultura politica
che erano in conflitto con le
domande della parte più dinamica della società del
Nord, quella non attratta dagli ideali comunitari leghisti, e che chiedeva più libertà dai lacci politici e burocratici, nazionali e locali.
Non è un caso che la Lega,
conquistata Milano, e subito
perduta, nei primi anni Novanta, non sia mai più riuscita a sfondare nelle grandi
città del Nord.
La domanda della parte
più dinamica del Nord ven-

Roma, Piazza Venezia 5
Tel. 06 688281

La storia

Affitti d’oro:
così è nata
un’altra beffa
di SERGIO RIZZO
A PAGINA 51

di FRANCO VENTURINI

S

e il buon anno si vedesse
dal primo gennaio come
il buon giorno si vede dal
mattino, il 2014 sarebbe per
l’Europa un anno trionfale.
Ieri la Lettonia ha
sovranamente deciso di
diventare il diciottesimo
Paese dell’eurozona (sopra,
la moneta da 1 euro), alla
faccia dei catastrofisti che
dalla moneta unica
vorrebbero uscire. Ieri i
cittadini romeni e bulgari
hanno conquistato il diritto
a lavorare senza restrizioni
in tutto il territorio della
Ue, a dispetto della strenua
resistenza della Gran
Bretagna e, sottovoce, di
altri governi che temono di
essere «invasi».
CONTINUA A PAGINA 11

Nuovo reato Cancellieri annuncia norme entro gennaio. Carcere fino a 10 anni

L’«omicidio stradale» contro i pirati
Da oggi il Corriere
della Sera costa
dieci centesimi in
più. Il servizio
clienti del Corriere
della Sera è a vostra
disposizione per
ogni chiarimento
alla mail
servizioclienti@corriere.it e al numero
di telefono
02/63797510.

di FIORENZA
SARZANINI

Il campione dopo la caduta sugli sci

L’

obiettivo è riuscirci
entro gennaio. Con un
decreto o un disegno di
legge il governo vuole istituire il reato di «omicidio
stradale» per punire i pirati
della strada che ancora in
questi ultimi giorni hanno
travolto e ucciso una bimba
di 9 anni, una madre e una
figlia. La pena massima sarebbe il carcere per 10 anni.

Un terzo
intervento
Ora Schumi
stazionario

A PAGINA 25

A PAGINA 23

di ELISABETTA
ROSASPINA
Pappagallo e Spampani

&RGLFH FOLHQWH

&RGLFH FOLHQWH

2

Primo Piano

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

italia: 58555254505450

#

Il Lingotto L’operazione Usa

La marcia
verso Detroit

Svolta Fiat, sale al 100% di Chrysler

Risultati del terzo trimestre
2013 di Fiat Chrysler
*dati in euro

Compra la quota Veba. Elkann: lo aspettavamo dal primo momento
Marchionne: un passaggio storico, saremo un gruppo auto globale


di FABIO TAMBURINI

A

lzi la mano chi non
ha dubitato che
Sergio Marchionne
riuscisse a chiudere in
bellezza l’operazione
Chrysler. E invece, sia
pure dopo una trattativa
lunga e complessa, la
ciambella è riuscita.
Fiat ha annunciato ieri
l’acquisto della quota
controllata da Veba e il
prezzo pagato risulta
interessante: 3,65
miliardi di dollari per il
41,5 per cento del
gruppo di Detroit (più
altri 700 milioni in
quattro anni come
contributi che verranno
versati da Chrysler al
Veba trust, il fondo del
potente sindacato
americano Uaw). Non
solo.
La parte in contanti che
pagherà Fiat è di appena
1,75 miliardi di dollari,
cui si aggiungono 1,9
miliardi che sono il
frutto del dividendo
straordinario
corrisposto dalla stessa
Chrysler. Con la
conseguenza, non di
poco conto, che Fiat può
chiudere l’operazione
senza neppure bisogno
di aumentare il capitale.
A questo punto
l’obiettivo di
Marchionne, che era di
portare Fiat al controllo
del 100 per cento di
Chrysler, è stato
raggiunto, con il
risultato di produrre
valore per gli azionisti
della società e, nello
stesso tempo, di
spostare
definitivamente il
baricentro del gruppo a
Detroit, dove ha sede il
quartier generale della
società americana.
Anche perché la tappa
successiva prevede
appunto la fusione tra
Fiat e Chrysler. In più, a
rafforzare i rapporti con
Veba c’è, ed è
certamente innovativa,
la parte dell’accordo di
carattere industriale. A
partire dal
coinvolgimento del
sindacato nello sviluppo
delle attività produttive
previste
dall’integrazione FiatChrysler.

industriali di Chrysler group e
l’ulteriore sviluppo dell’alleanza Fiat-Chrysler». In sostanza al
fondo andranno 4,35 miliardi di
dollari. Meno dunque dei 5 miliardi chiesti da Veba e qualcosa
in più rispetto al valore attribuito al pacchetto detenuto dal
fondo, e cioè 4,15 miliardi, sulla
base della perizia finalizzata alla
Ipo: bisogna però tener conto
del dato essenziale, e cioè che

l’esborso diretto di Fiat è limitato a 1,75 miliardi. Il Lingotto
per l’intera operazione che lo ha
portato, con quest’ultimo acquisto, fino al 100% in Chrysler
ha dunque pagato complessivamente 3,7 miliardi di dollari.
«Aspetto questo giorno sin
dal primo momento, sin da
quando nel 2009 siamo stati
scelti per contribuire alla ricostruzione di Chrysler», ha detto

Il risparmio
Operazione da 4,3
miliardi. Torino impegnerà
1,7 miliardi, 1,9 dal
dividendo di Detroit

«Niente aumento»
«Per Fiat non necessario
un aumento di capitale»
E i sindacati chiedono
un impegno forte in Italia

John Elkann, presidente di Fiat,
alla firma dell’accordo. «Il lavoro, l’impegno e i risultati raggiunti da Chrysler negli ultimi
quattro anni e mezzo sono
qualcosa di eccezionale e colgo
questa opportunità per dare
formalmente il benvenuto a
tutte le persone di Chrysler nella nuova realtà frutto dell’integrazione». E l’amministratore
delegato Sergio Marchionne ha
sottolineato che l’acquisto del
100% del gruppo Usa da parte di
Fiat rientra fra i «momenti importanti che ci sono nella vita di
ogni grande organizzazione» e
che «finiscono nei libri di storia». «Questa struttura unitaria
ci permetterà di realizzare pienamente la nostra visione di

I punti dell’accordo

1

L’acquisto
dal sindacato
Il closing
il 20 gennaio

2

Fiat acquisirà
da Veba la
partecipazione del
41,5% detenuta dal
fondo sanitario del
sindacato americano
Uaw in Chrysler. Il
closing è previsto
entro il 20 gennaio
2014. Fiat verserà a
Veba 3,65 miliardi di
dollari, di cui 1,75
miliardi in contanti e
1,9 miliardi come
dividendo
straordinario

Il Lingotto
proprietario
del 100%
del gruppo Usa

3

Con l’acquisto
della quota di Veba,
il gruppo Fiat diventa
ora proprietario del
100% di Chrysler. In
questo modo il Lingotto
diventa un costruttore
globale in grado di
competere ad armi pari
con colossi dell’auto
come Volkswagen.
L’ingresso nel gruppo
americano risale al
2009, quando Fiat siglò
un’intesa con Chrysler
e ne prese il 20%

Le tappe
della conquista
dal prestito Usa
alla maggioranza

L’alleanza con Fiat
permette al gruppo
Chrysler, che ha fatto
ricorso al «Chapter
11» (fallimento
controllato) di ottenere
dal governo di Stati
Uniti e Canada un
prestito da 7,6 miliardi
di dollari, restituito a
maggio 2011. Nel
luglio di quell’anno Fiat
che a luglio ottiene il
controllo con il 53,5%.
Nel gennaio 2012
sale al 58,5%

creare un costruttore di auto
globale con un bagaglio di
esperienze, punti di vista e
competenze unico al mondo».
L’intesa, che comporta anche
il ritiro in via definitiva dell’azione legale davanti al Court
of Chancery del Delaware relativa alla interpretazione del
contratto in base al quale Fiat
ha esercitato tre tranche di una
call option per l’acquisto della
partecipazione detenuta dal Veba Trust in Chrysler Group,
conclude così un cammino cominciato operativamente nella
prima parte del 2009 con la lettera d’intenti per un’alleanza
strategica globale fra Fiat e
Chrysler, e con il Lingotto socio
al 20% nel gruppo americano.
Immediati i commenti da
sindacato e politica. Secondo
Rocco Palombella, segretario
generale della Uilm, «Fiat dimostra la forza dell’industria
italiana nel mondo. Siamo orgogliosi di questa determinazione perché si rafforza anche la
scelta degli investimenti sul territorio nazionale e la prospettiva a favore di nuovi volumi produttivi in Italia». «Una scelta
strategica da cui ci attendiamo
positive conseguenze anche per
l’Italia e per Torino», ha detto il
sindaco di Torino, Piero Fassino. Mentre il presidente della
Regione Piemonte Roberto Cota, dopo essersi definito «naturalmente contento» per l’operazione, ha aggiunto: «Il tema vero però è un altro: da noi si fa
una fatica bestiale a produrre
auto perché Roma sbaglia nella
politica fiscale e quella industriale è inesistente».

Sergio Bocconi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Modelli e impianti Il marchio americano è in crescita da 44 mesi consecutivi. Le mosse per Maserati

Gli investimenti nelle fabbriche in Italia
Il settimo posto nella classifica mondiale
I piani per Alfa e per le nuove Jeep di Melfi in produzione da quest’anno
La sottoscrizione dell’accordo con
Veba segna per Fiat un nuovo capitolo industriale della sua storia. Capitolo destinato ad accelerare la crescita. Sergio Marchionne ieri ha sottolineato come « ora possiamo realizzare la nostra visione per divenire un
costruttore di auto globale, con un
bagaglio di esperienze e di competenze unico al mondo, un gruppo
solido e aperto che garantisce un
ambiente di lavoro stimolante e gratificante».
Il gruppo Fiat/Chrysler, nella top
ten del Global Insight, è posizionato
attualmente al settimo posto, quando Fiat Auto, dieci anni fa, era classificata al decimo. Tenendo presente
che i costruttori sono ormai consolidati in strutture sempre più estese:
la Cina è divenuta il primo mercato
del mondo con i 20milioni di pezzi
immatricolati ogni anno, le joint
venture, in continua espansione tra
le case automobilistiche, hanno assunto una distribuzione geografica
variegata, con modalità e pesi profondamente differenti. La Fiat stessa
ha cambiato totalmente pelle: questo accordo prevede che Chrysler
versi ai due soci – Fiat e Veba – 1,9
miliardi di dollari, un’erogazione
straordinaria che, a sua volta, permetterà a Fiat, di corrispondere a Veba 1,75 miliardi. In questo modo non

sono state intaccate le risorse necessarie per il piano di investimenti che
coinvolgerà tutti gli stabilimenti,
anche quelli italiani, per rilanciare i
marchi, compreso Alfa Romeo.
Da 44 mesi consecutivi Chrysler
continua la sua crescita di vendite, lo
scorso novembre ha segnato il momento più alto della sua marcia, con
le quattro divisioni – Chrysler, Jeep,

Dodge e Ram – ha realizzato risultati
migliori dei suoi concorrenti, trainati dai suv ( Grand Cherokee e Cherokee) e dai pick up ( Ram HD), tipologia di auto che ha rappresentato, nel
2012, più del 42% delle vendite in
Usa. Il prossimo aprile Sergio Marchionne illustrerà la cadenza delle
nuove uscite, con l’assegnazione dei
prodotti ai singoli impianti. La straD’ARCO

I numeri
e gli scenari
per la
fusione

La Fiat sale al 100% in Chrysler. Il Lingotto ha annunciato
ieri di aver raggiunto l’accordo
con il Veba trust, il fondo sanitario del sindacato dell’auto
Usa, per acquisire il restante
41,46% del capitale del gruppo
americano. Il closing dell’operazione è previsto per il 20 gennaio.
Il Veba trust riceverà per la
vendita della partecipazione
3,65 miliardi di dollari: Fiat verserà cash 1,75 miliardi (importo
che equivale a circa 1,3 miliardi
di euro) attingendo alla liquidità disponibile; Chrysler pagherà un’«erogazione straordinaria» a tutti i soci pari a 1,9 miliardi di dollari e Fiat destinerà
la propria quota a Veba. Non ci
sarà dunque un’offerta pubblica
né quindi una quotazione preliminare a Wall Street. E, come
viene sottolineato da Torino,
non «è previsto un aumento di
capitale da parte di Fiat».
Il valore complessivo dell’operazione è in realtà di poco
superiore: vanno aggiunti 700
milioni di dollari che Chrysler
verserà a Veba in base a un accordo con la Uaw (United auto
workers), il sindacato americano: secondo il memorandum
d’intesa l’importo verrà suddiviso in quattro quote paritetiche pagabili su base annua, il
pagamento della prima tranche
avrà luogo in concomitanza con
il closing, mentre le tre successive saranno versate nei tre anni
successivi. Chrysler group, si
legge nella nota del Lingotto,
«provvederà al pagamento della prima parte tramite l’utilizzo
di liquidità disponibile». Uaw
assumerà alcuni impegni finalizzati «a sostenere le attività

Gli stabilimenti Fiat in Italia
5.500

MIRAFIORI
(Torino)
Alfa
Romeo Mito
to

dipendenti

ATESSA
(Chieti)
Ducato

6.200

MELFI
(Potenza)

1.100

GRUGLIASCO
(Torino)
Maserati
Quattroporte
orte
Maserati Ghibli

4.000

Jeep
500X
Punto

5.500

CASSINO

POMIGLIANO
POMIGLIA
POMI

(Frosinone)

(Napoli)
(Nap

Lancia Delta
elta
Alfa Romeo
eo Giulietta
Fiat Bravo

Nuova
Panda

4.500

tegia sarà l’evoluzione di quella
adottata con la famiglia 500 e con il
brand Maserati, ossia posizionarsi
su livelli che superano il «premium»
e rientrano nella fascia «lusso». Da
Melfi si sa già che verranno prodotti
tre suv, uno con il marchio Jeep e due
con il marchio Fiat.
La casa del Tridente sta confermando con 30mila ordini acquisiti
in un anno -grazie alla Quattroporte
e alla Ghibli- che il percorso intrapreso è vincente. Basti ricordare che
Maserati nel 2012 aveva venduto
6.288 unità. E conta, forte di questi
risultati, di immatricolarne 50mila
entro il 2015. Un dinamismo che
permette di ottenere alti profitti e di
assicurare lavoro ai siti italiani, favorendo la successiva esportazione. Un
successo a cui hanno contribuito
molteplici convergenze, per esempio, Ghibli utilizza degli elementi
della piattaforma della Chrysler 300,
ha inaugurato la stagione dei motori
diesel da 275 cavalli costruiti, in Italia, dalla VM, nella fabbrica di Cento,
la trazione integrale proviene dall’esperienza di Jeep. L’incontro di
culture e tecnologie distanti tra loro,
hanno generato un auto definita dalla stampa francese «coup de coeur
de l’année 2013».

Bianca Carretto
© RIPRODUZIONE RISERVATA

20,7
miliardi*
Ricavi

1

8,3
miliardi*

milione

Indebitamento
netto

Auto vendute
nel mondo

856

189
milioni*

milioni*

Risultato netto

Margine operativo

816

367
milioni*

milioni*

Utile ante
imposte

Utile gestione
ordinaria

I protagonisti

Elkann: benvenuto a
chi è in Chrysler
John Elkann (foto) ieri ha commentato
l’operazione raccontando di aspettare
«questo giorno sin dal primo
momento, sin da quando nel 2009
siamo stati scelti per contribuire alla
ricostruzione di Chrysler». «Il lavoro,
l’impegno e i risultati raggiunti da
Chrysler negli ultimi quattro anni e
mezzo sono qualcosa di eccezionale e
colgo questa opportunità per dare
formalmente il benvenuto a tutte le
persone di Chrysler».

King l’alleato forte
ora in uscita
Bob King (nella foto al centro) è il
presidente del potente sindacato
americano
United Auto Workers (Uaw), da
ieri ex socio e alleato della Fiat di
John Elkann e Sergio Marchionne
nella Chrysler attraverso il fondo
pensionistico Veba con il 41,5%.
King ha sempre detto di nutrire
fiducia
nei confronti del manager
italiano.

Fassino: scelta
strategica
«Una buona notizia che
consolida definitivamente
l’integrazione Fiat-Chrysler
rafforzando il suo ruolo di player
globale. Una scelta strategica da
cui ci attendiamo positive
conseguenze anche per l’Italia e
per Torino». Così il sindaco di
Torino, Piero Fassino (foto), ha
commentato l’accordo Fiat-Veba
che completa l’acquisizione di
Chrysler da parte del Lingotto.

215

&RGLFH FOLHQWH

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Primo Piano

italia: 58555254505450

3
#

5,945 euro
Gli azionisti

Le tappe

La chiusura
di fine anno

Il Lingotto in Borsa

I principali soci, in percentuale

62,072

20.01.2009

Mercato

Fiat Group, Chrysler
e Cerberus Capital
Management firmano
una lettera d'intenti
per un'alleanza
strategica

3,226
Fiat Spa
(azioni
proprie)

6

5

10.06.2009

+
56,86%

Fiat ha il 20%
di Chrysler

30,055
Exor Spa

il guadagno
delle quotazioni
nel 2013

12.04.2011
Fiat sale al 30%
in Chrysler

2,641

4

2,006

Baillie Gifford Vanguard
International
Growth Fund

feb

mar

apr

mag

giu

lug

ago

set

ott

nov

dic

I numeri dell’operazione

58,54%

3.650

700

41,46%

la quota di Chrysler
già in mano a Fiat

milioni di dollari, il corrispettivo pagato a Veba Trust
a fronte della vendita della partecipazione detenuta in Chrysler

milioni di dollari, le ulteriori contribuzioni da parte di Chrysler al Veba Trust,
previste dal memorandum d’intesa ad integrazione del contratto collettivo di Chrysler

la partecipazione attualmente detenuta dal Veba Trust
in Chrysler Group, prima della vendita a Fiat

Industria Il 20 gennaio di cinque anni fa lo sbarco negli Stati Uniti, la fiducia di Obama e la promessa mantenuta

Marchionne e il piano Detroit
Dal salvataggio alla fusione
MILANO — Tipico di Sergio Marchionne. Sparigliare. Questa volta solo
con il calendario: mesi e mesi di trattative, dure e combattute e dall’happy
end per nulla scontato, e poi la firma
ufficiale nell’unico giorno dell’anno in
cui l’intero pianeta sta a festeggiare
tutt’altro. Chiaro che era tutto pronto
da più di qualche ora, che mancavano
solo i dettagli formali. Ma resta un ottimo modo di inaugurare il 2014, l’accordo di ieri con Bob King e gli altri uomini di Veba-Uaw. E di mettere, con la
fusione Fiat-Chrysler ormai dietro
l’angolo, un sigillo molto più che simbolico sul suo (primo?) decennale al
Lingotto. Chiudendo un cerchio – uno
dei tanti, sicuramente il più importante e altrettanto certamente non l’ultimo – aperto proprio così: sparigliando.
Era il 20 gennaio 2009. L’Occidente
era già precipitato in quella che si sarebbe rivelata la più lunga e devastante
recessione mai vissuta dal 1929 (e forse neppure allora). Sotto choc, prima e
più di altri: il mondo dell’auto. Teste
che saltavano, fabbriche che chiudevano, bilanci che affondavano. Nessuno
che sembrasse sapere cosa fare. Neanche Marchionne, certo, per molti
aspetti: non è che la Grande Crisi Globale abbia risparmiato la Fiat. Al contrario. L’azienda a un soffio dal fallimento che aveva preso in mano il primo giugno 2004, insieme a Luca Cor-

La storia

❜❜

Il momento
In ogni grande
organizzazione
ci sono
momenti
che finiscono
nei libri di
storia: oggi è
uno di questi

La squadra

❜❜

Il supporto
Grato al team
per il sostegno
e per
l’impegno
nel realizzare
il progetto
di integrazione
ora definitivo

dero di Montezemolo e a John Elkann
in training da presidente, si era a gran
velocità trasformata in una case history di assoluto successo. Però a quel
punto, 2008-2009, comunque rischiava. Grosso. Macinava utili e si era rafforzata, sì. Ma non abbastanza. Era ancora troppo piccola, troppo europea,
troppo concentrata qui e sulle fasce
basse di mercato per poter reggere gli
urti. Un secondo spettro fallimento, al
Lingotto, lo temevano.
C’era un’unica possibilità. Facile, a
rileggerla dopo. Ma quel 20 gennaio di
cinque anni fa, quando Fiat annuncia
di aver raggiunto un accordo con Chrysler e con il fondo Cerberus - l’azionista
dell’epoca, arrivato dopo la disastrosa
esperienza non di un gruppo qualsiasi:
di Daimler – l’effetto è quello di una
bomba. Soprattutto tra i big dell’auto.
Quelli che, all’inizio, Marchionne lo
guardavano un po’ dall’alto in basso,
ora perdono definitivamente lo snobismo di chiamarlo «marziano». Loro
dalla crisi sono storditi. Lui ci vede
un’opportunità. Agli altri l’auto americana, che in quei mesi costringe la patria del capitalismo alla «bestemmia»
dei salvataggi di Stato, pare un suicidio. A lui sembra un affare. Rischioso.
Azzardato. Da fatica bestiale. Ma fattibile. E più ancora: il solo argine, la sola
scommessa che Fiat possa innalzare
per tenere la tempesta, intanto, e so-

ai dipendenti – ma sarà in buona parte
grazie all’asse americano del gruppo.
Multinazionale sotto ogni profilo.
Compreso quello della quotazione:
Wall Street arriverà. Senza debiti con
nessuno, neppure di là dall’oceano. E’
vero, senza i maxi-prestiti della Casa
Bianca il Lingotto non avrebbe mai po-

Barack Obama con Sergio Marchionne nello stabilimento Chrysler a Detroit il 30 luglio 2010

prattutto per preparare la nave alla velocità e alla «stazza» che saranno richieste quando sarà passata.
Non lo è ancora. Non del tutto. Però
è adesso il momento di mettere la macchina avanti tutta. Con la fusione, FiatChrysler avranno tra l’altro l’enorme
vantaggio della «cassa» in comune. E
la liquidità di Auburn Hills, salvata cinque anni fa dal Lingotto, del Lingotto
salverà ora qualcos’altro oltre ai bilanci
(come avviene stabilmente da un paio
d’anni): Marchionne e l’azionista-presidente Elkann hanno ogni intenzione
di mantenere la promessa di rafforzare
«negli anni e nei mesi a venire» gli investimenti in Italia – l’hanno ribadita
due settimane fa nella lettera di auguri

tuto sbarcare a Detroit. Però è stato Barack Obama, che il «sì» a Torino l’aveva
dato in mondovisione citando «lo straordinario turnaround del gruppo italiano» e che sul capitale General Motors ha lasciato qualche miliardo di
dollari, a ricordare prima di Natale che
ogni centesimo (e salatissimi interessi)
«è stato ripagato in largo anticipo».
Quel primo cerchio ora si chiude.
Fiat e Chrysler (il 100% della quale è
costato alla fine alle casse torinesi solo
3,7 miliardi di dollari) sono già un’unica entità. Che cosa ne guadagna l’Italia?
Per esempio, le Jeep che tra pochi mesi
usciranno da Melfi. Per cominciare.

Raffaella Polato
© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’intervista Berta: con i risultati americani Torino potrà rilanciare l’attività in Italia. L’effetto del fallimento della città Usa

«L’industria? Vince se ha il coraggio di guardare oltre la crisi»

000

i dipendenti di Fiat-Chrysler nel
mondo. Il 41% lavora in Europa,
il 34% in Nord America, il 22%
in America Latina e il restante
3% negli altri continenti.
In totale, il fatturato annuale del
gruppo viaggia intorno agli 84
miliardi

MILANO — Solo una decina di anni fa
sarebbe stato impensabile che la Fiat potesse conquistare un colosso americano
dell’auto come Chrysler. Il Lingotto aveva pure rischiato di finire nell’orbita della General Motors. E invece «Fiat ha giocato la sua strategia di sopravvivenza
sull’alleanza con Chrysler» spiega Giuseppe Berta, professore di Storia contemporanea alla Bocconi, quando nel
2009 Torino decise di entrare nel capitale
del gruppo di Detroit.
«Quella operazione ha garantito due
soggetti — prosegue Berta —. È stata
l’alleanza di due debolezze: in questo
momento però il mix è più favorevole
negli Stati Uniti, Chrysler ha riguadagnato posizioni di mercato mentre in Europa
e in Italia l’industria automobilistica soffre. Ma noi non corriamo il rischio di
perdere la produzione dell’auto. Questa
alleanza permetterà di riposizionare la
nostra produzione su una maggiore
qualità, come è nei piani di Marchionne

e come l’operazione Maserati sta dimostrando. Anche il rilancio del marchio
Alfa Romeo non poteva essere fatto solo
con le forze Fiat, ora si fa più concreto
con Chrysler».
L’intesa raggiunta con Veba, il fondo
sanitario del sindacato americano Uaw,
fa emergere per Berta «la miglior qualità
di Sergio Marchionne: è uno strepitoso
negoziatore. È riuscito a concludere con
grande vantaggio un accordo che ha anche avuto momenti difficili e di tensione». I numeri dell’operazione ne sono la
prova. «Il sindacato aveva chiesto 5 miliardi di dollari, invece Marchionne, che
era disposto a darne molti di meno, è
riuscito ad ottenere di versare nell’immediato solo 1,75 miliardi e 1,9 miliardi
di dividendi. In più ci sono 700 milioni di
dollari in quattro rate. Non dovrà ricorrere a un aumento di capitale né alle banche, sarà sufficiente la liquidità Fiat». È
stato un «accordo lungamente elaborato
ed efficace, su Veba – spiega Berta – ha

pesato il fallimento del Comune di Detroit, che ha reso difficile il welfare in
quell’area. C’era la volontà a tenere un
buon accordo con l’azienda. E quei 700
milioni di dollari al sindacato vanno letti
in questo modo». Ma soprattutto l’amministratore delegato del gruppo Fiat «si
è avvalso di una buona strategia per la
creazione del consenso. Ha scelto come
negoziatore Ron Bloom, che è sì un ban-

Welfare

❜❜
Giuseppe Berta,
economista e
storico d’industria

Lo storico
Ha pesato il
fallimento della
città di Detroit, che
ha reso difficile il
welfare nell’area

chiere d’affari di Wall Street ma è anche
gradito ai sindacati». Nel 2011 era Bloom
ad essere a capo della task force di Obama sull’industria automobilistica. Alla
fine Bob King, il presidente del potente
sindacato United Auto Worker (Uaw), ha
capitolato e ha accettato le condizioni di
Marchionne, che «è stato molto abile».
Osserva Berta che il ceo del Lingotto «ad
un certo punto ha smesso di parlare dell’operazione Chrysler in Italia e lo ha fatto sempre e solo negli Stati Uniti». «Che
si fosse vicini alla chiusura dell’accordo
– conclude Berta – poteva essere intuito
dalla decisione di non fare il consueto
incontro di fine anno con il management. Si prestava a due letture: che ci
fosse qualcosa nell’aria e Marchionne
non volesse dire nulla, oppure che si riservasse l’annuncio per capodanno». E
così è stato.

Francesca Basso
@BassoFbasso
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Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

italia: 58555254505450

Audi
All’avanguardia della tecnica

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Primo Piano

italia: 58555254505450

5
#

Quirinale Il messaggio

❜❜

L’Italia che vuole costruire e rialzarsi con le riforme si riconosce nelle parole
di Napolitano.Quella che vuol solo distruggere non vincerà
Enrico Letta

Napolitano cita le lettere degli italiani: coraggio
Nel messaggio di fine anno il capo dello Stato chiede riforme e sacrifici anche dai politici
«Resterò presidente per un tempo non lungo». Ascolti in aumento per il discorso in tv
I punti chiave

L’anno passato
e quello che verrà
Nel suo ottavo
discorso di fine
anno all’Italia, la sera
del 31 dicembre, il presidente
della Repubblica Giorgio
Napolitano ha esordito con una
riflessione amara sul 2013 e con
una speranza per il 2014:
«L’anno che sta per terminare è
stato tra i più pesanti e inquieti
che l’Italia ha vissuto da quando è
diventata Repubblica. L’anno che
sta per iniziare può e deve essere
diverso per il Paese e per quanti
hanno sofferto duramente»
2014

I sacrifici chiesti
alla politica
Napolitano ha
rimarcato con forza
il suo appello alla
politica: per dare risposte «qui ed
ora» al futuro dei giovani e alla
«fatica sociale», «si richiedono
lungimiranti e continuative scelte
di governo, con le quali debbono
misurarsi le forze politiche e
sociali e il Parlamento, oggi più
che mai bisognoso di nuove regole
per riguadagnare il suo ruolo
centrale». La politica, ha detto il
presidente, «deve cambiare:
servono sacrifici dai politici»
I diritti umani
e le carceri
Il capo dello Stato
non ha dimenticato
«i diritti umani e
fondamentali», anche quelli
«negati a migliaia di detenuti in
carceri sovraffollate e degradate».
Diritti riconosciuti in un’«Europa
unita che ha significato un sempre
più ampio riconoscimento di valori
che determinano la qualità civile».
«Valori come quelli, nella pratica
spesso calpestati, della tutela
dell’ambiente», ha aggiunto citando
il disastro della Terra dei fuochi
Il secondo
mandato
Ha detto sulla sua
permanenza al
Colle: «Resterò fino a
quando la situazione del Paese
me lo farà ritenere necessario e
fino a quando le forze me lo
consentiranno. Non un giorno di
più, e dunque di certo solo per un
tempo non lungo». La replica a chi
lo ha accusato negli ultimi giorni:
«Considero ogni critica obiettiva e
rispettosa sul mio operato, ma
non mi lascerò condizionare da
ingiurie e minacce»
La citazione
del Santo Padre
Infine, un richiamo
alle parole di papa
Francesco: «A una
comune responsabilità per le
sorti del mondo ci ha richiamato,
nei suoi messaggi natalizi e per
la giornata mondiale della pace,
papa Francesco, con la forza
della sua ispirazione che fa leva
sul principio di fraternità e che
sollecita anche scelte coerenti di
accoglienza e solidarietà verso
quanti fuggono da guerre,
oppressioni e carestie cercando
asilo in Italia e in Europa»

Le bandiere
Come consuetudine,
campeggiano in evidenza le
bandiere dell’Italia e dell’Unione
europea: temi che il capo dello
Stato ha toccato entrambi
nel suo discorso

Lo schermo
Fa capolino nello scenario
presidenziale anche lo schermo
piatto, posizionato accanto a un
telefono (già presente,
quest’ultimo, anche nel
messaggio del 2008)

L’arazzo
Riconfermato, come lo scorso
anno, l’arazzo alle spalle del
presidente della Repubblica:
in alcune occasioni il capo dello
Stato aveva optato per le
finestre come sfondo

La penna
Tra gli strumenti di scrittura
nella sala del Colle anche
una penna. Come nel 2012
e a differenza degli anni
passati spicca l’assenza di
fotografie

La cravatta
Anche la cravatta indossata da
Giorgio Napolitano nel suo
discorso è lo stesso modello
che il presidente scelse
a fine 2012 per il messaggio
di fine anno

La Carta
Sul tavolo dello studio privato
del Presidente (chiamato anche
«alla palazzina»), appoggiata a
un leggio, c‘è come
consuetudine una copia della
Costituzione italiana

ROMA — Invita gli italiani
ad avere coraggio per reagire
alla crisi, si dice preoccupato
per la «violenza verbale e le
tendenze distruttive» del dibattito pubblico, chiede alla
politica di dare priorità alle riforme e si difende dalle accuse
di «strapotere personale», annunciando che non intende restare «a lungo». Il discorso di
fine anno del presidente della
Repubblica riceve le lodi dal
premier Enrico Letta. E divide
le forze politiche: da una parte
il plauso di Pd, Nuovo centrodestra e Scelta Civica; dall’altro
le critiche di Forza Italia, Lega e
Movimento 5 Stelle. Ma le pa-

role del capo dello Stato uniscono gli italiani, visto che, nonostante gli annunci di boicottaggio da parte di Lega e Forza
Italia, a vederlo sono stati 9 milioni 981 mila spettatori, con
un incremento del 2,8 per cento rispetto all’anno precedente.
Venti minuti di discorso,
con una parte iniziale inusuale
nella quale il presidente cita le
lettere di alcuni italiani, chiamati per nome. Storie di sacrifici, di lavoro difficile, di crisi,
che danno lo spunto per parlare di «uno degli anni più pesanti e inquieti che l’Italia ha
vissuto da quando è diventata
Repubblica». Il capo dello Stato

Le reazioni
Applausi da Letta, Pd e
Scelta civica. Critiche da
Forza Italia, Lega Nord
e Movimento 5 Stelle

chiede agli italiani di avere coraggio, «il coraggio della solidarietà», ma anche il «coraggio dell’innovazione». Ma è
soprattutto la classe politica
che deve farsi carico di «sacrifici e scelte lungimiranti», evitando «le tendenze all’esasperazione e il tutti contro tutti».
Napolitano torna sul 2013, su
quello che considera «il pericolo di un vuoto di governo e al

2,8%

l’incremento dello share
del discorso di fine anno
del capo dello Stato

vertice dello Stato» e sui rischi
corsi di «tenuta democratica».
Rischi che si possono riproporre. Per scongiurarli, occorrono «riforme obbligate e urgenti». Il riferimento è alle riforme costituzionali e alla legge elettorale. Poi il presidente
passa alla questione personale:
definisce «ridicola» la «storia
delle mie pretese di strapotere
personale». Ricorda come gli
fu chiesta «da diverse e opposte forze politiche» la disponibilità a ricandidarsi e ribadisce
quel che disse allora: «Resterò
presidente fino a quando la situazione del Paese me lo farà
ritenere necessario e fino a

I volti e le storie dietro le missive scelte dal Colle

Vincenzo, l’ex imprenditore:
perché paghiamo solo noi?

Il grido che arriva da Serena:
noi giovani siamo il presente

Il dilemma di un padre:
penso alle tasse o ai figli?

Vincenzo, 61 anni, ex imprenditore di un centro
industriale delle Marche, è il primo comune
cittadino ad essere citato da Giorgio Napolitano nel
messaggio di fine anno: «Sono stato imprenditore
fino al 2001 — scrive Vincenzo nella sua lettera al
capo dello Stato —. Avevo un calzaturificio con 15
dipendenti ed in seguito alla sua chiusura sono stato
impiegato presso altri calzaturifici. Attualmente sono
disoccupato... Di sacrifici ne ho fatti molti e sono
disposto a farne ancora. Ma questo non spaventa né
me né i nostri figli. Però non può essere che solo noi
semplici cittadini siamo chiamati a fare sacrifici.
FACCIAMOLI INSIEME. Che comincino anche i
politici!». Il suo invito a tagliare le spese della classe
politica ottiene il plauso di Napolitano: «Mi sembra
© RIPRODUZIONE RISERVATA
un proposito e un appello giusto».

Serena, invece, è siciliana e scrive da un piccolo centro
della provincia di Catania: «Noi giovani non siamo
solo il futuro, ma siamo soprattutto il presente»,
ricorda a Napolitano, che coglie il disagio espresso
dalla ragazza «per il lavoro che manca» e «per la
condizione delle famiglie che scivolano nella povertà».
Il j’accuse di Serena è senza inciampi: «Voi adulti e
politici parlate spesso dei giovani e troppo poco con i
giovani». E il capo dello Stato, commosso, sembra
quasi scusarsi con questa generazione di ragazzi, che
nonostante tutto — osserva il presidente — sono
pronti a rimboccarsi le maniche e a fare ogni sforzo per
poter dire da adulti: «Sono fiero del mio Paese, della
mia nazione». Circa 30.000 sono le lettere che arrivano
ogni anno al Colle: Napolitano, la sera del 31, ne ha
scelte 7 per raccontare la crisi del 2013. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Non sfugge neppure all’attenzione del capo dello Stato
il «travaglio di un padre di famiglia», titolare di un
«modesto stipendio pubblico», che gli scrive: «Questo
mese devo decidere se pagare alcune tasse o comprare
il minimo per la sopravvivenza dei miei due figli...».
Drammatico aut aut, «angoscioso dilemma» di questo
padre anonimo che confessa anche al presidente della
Repubblica di «vergognarsi», pensando al patto
sottoscritto con le istituzioni, cioè «al giuramento di
pagare le tasse sempre e comunque». Il Quirinale
risponde, su carta, a oltre 10mila lettere l’anno. A
seconda dei casi, lo fa il presidente o il segretario
generale del Quirinale e, a volte, gli stessi consiglieri
del presidente. Cittadini tartassati e ormai con l’acqua
alla gola: per questo Napolitano ha deciso stavolta di
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rendere pubblici i loro sfoghi.

Daniela e i disoccupati: Marco, l’esodato:
né pensione né lavoro non dimenticateci

L’esempio di Franco:
sì alla fratellanza

Veronica e l’Italia:
il Paese crede in me?

Sos Italia. Da Nord a Sud si leva il grido
d’aiuto dei cittadini che chiedono
conforto al Colle. Daniela, della
provincia di Como, racconta il caso del
suo fidanzato che a 44 anni,
iscrittosi allo sportello lavoro del suo
paese, attende invano di essere
chiamato e resta «giovane per la
pensione e già vecchio per
lavorare». Una condizione sempre più
diffusa, purtroppo. «Parole
drammatiche», quelle di Daniela, chiosa
il Presidente. Delle oltre 30mila missive
ricevute ogni anno dal Quirinale, molte
sono semplici email, la maggior parte
però viene inviata con busta e
francobollo. Tra cartacee e digitali circa
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100 al giorno.

La storia di Franco, agricoltore di
Vigevano, viene citata dal presidente
perché è l’unica che per fortuna non
racconta una situazione di difficoltà.
Ma le parole del contadino lombardo
rievocano «lo spirito di fratellanza»
degli anni della ricostruzione dopo la
seconda guerra mondiale, spirito che
— fa capire chiaramente Napolitano —
servirebbe moltissimo oggi al Paese. E
il signor Franco conclude la sua lettera
proprio con un appello: perché quello
spirito rinasca come condizione per
rendere «la Nazione stabile
economicamente e socialmente». Così
il capo dello Stato ha raggiunto lo
scopo: parlare all’Italia attraverso le
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parole degli italiani.

Veronica Fiorillo, 28 anni, di Empoli,
viene presa ad esempio da Napolitano
per sottolineare la crisi della capacità
«di suscitare entusiasmo nei giovani»
da parte della politica. Lei, il giorno
dopo, è un po’ sorpresa: «Ho preso carta
e penna e ho scritto al presidente per
raccontare il mio stato d’animo. Non
riuscivo a trovare chi mi faceva fare un
tirocinio gratuito...». La giovane ora vive
in Lombardia, si laureò in Psicologia tre
anni fa «a prezzo di grandi sacrifici», ma
è ancora disoccupata. Ha colpito molto
il capo dello Stato la chiusa della lettera:
«Io credo ancora nell’Italia, ma l’Italia
crede ancora in me?». «Una domanda
che ci deve scuotere», ha detto
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Napolitano.

E non poteva, anzi non doveva, mancare
la «forte denuncia della condizione degli
esodati». Napolitano, in tv, ha così dato
voce anche alla lettera di Marco, della
provincia di Torino. Questione «grave»
in quanto «comune a tanti», riflette il
presidente. Marco, nella lettera, gli
chiedeva espressamente di ricordare
all’Italia il dramma degli esodati e il
capo dello Stato l’ultimo dell’anno ha
voluto farsene diretto portavoce.
Abbandonata la grande scrivania dello
studio in favore di un più essenziale
tavolo di lavoro, ha voluto dedicare così
la prima parte del suo messaggio di
Capodanno, totalmente alle parole
rivoltegli dai cittadini. Invitando i
politici a prestare ascolto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

quando le forze me lo consentiranno». E dunque, conclude,
«per un tempo non lungo».
D’accordo «a considerare ogni
critica», ma non si lascerà
«condizionare da campagne
calunniose, ingiurie e minacce».
Il premier si definisce in
«totale sintonia»: «L’Italia che
vuole rialzarsi e costruire con
opportune e tempestive riforme si riconosce nei toni e nell’orizzonte delineato dal presidente Napolitano. Quella che
vuol solo distruggere non vincerà». Lodi anche dal presidente della Cei Angelo Bagnasco e dai presidenti delle Camere Laura Boldrini e Pietro
Grasso. Anche Renzi plaude,
parlando di «parole di lucidità», di «tono semplice e diretto». Il leader Pd coglie quello
che considera quasi un assist
del presidente: «Non c’è da
perdere neanche un minuto e il
Pd raccoglierà l’appello del
presidente della Repubblica fin
dai prossimi giorni». Pronta a
«dare il suo contributo per le
riforme» è anche Scelta Civica,
mentre Pier Ferdinando Casini
definisce l’intervento di Napolitano come «il più bello degli
ultimi anni». Per Angelino Alfano (Ncd), il presidente «interpreta il disagio degli italiani» e Fabrizio Cicchitto definisce il suo un «ruolo essenziale
per la tenuta del sistema democratico».
Pareri opposti da parte degli
ex compagni di partito, ora a
Forza Italia. Per Renato Brunetta, «Napolitano è un uomo solo, incapace di vedere e progettare il futuro». In molti sottolineano quelle che definiscono
«omissioni». Per Maurizio Gasparri, il non aver parlato dell’«uso politico della giustizia».
Per Osvaldo Napoli, i mancati
cenni alle «inadempienze del
governo». Per Maria Stella Gelmini, «la mancanza di ogni riferimento alla decadenza di
Berlusconi». Grillo rinnova la
richiesta di impeachment e lo
invita a seguire l’esempio dell’ex presidente Francesco Cossiga: «Si dimetta prima».
Contro le critiche di Forza
Italia al presidente, si scaglia il
democratico Matteo Colaninno: «Chi attacca Napolitano, è
di fatto un traditore del Paese.
Senza il presidente sarebbe venuta giù l’Italia».

Alessandro Trocino
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6

Primo Piano

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

italia: 58555254505450

Quirinale Il messaggio

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Il Quirinale e quella «circolare»
per dire no al secondo mandato
L’obiettivo della primavera 2015

Nella telefonata tra il capo dello Stato e il Santo Padre si è avuto
uno scambio diretto di auguri e solidarietà
Nota del Quirinale

I messaggi di fine anno nel mondo

La ricostruzione delle pressioni nei giorni della rielezione
Quanto in là potrà proiettarsi il
«tempo non lungo» che Giorgio
Napolitano si assegna in questo secondo mandato al Quirinale? I confini cronologici della sua seconda
esperienza da presidente li ha indicati lui stesso, nel messaggio dell’altra sera, liquidando l’ipotesi (fin
dall’inizio comunque mai considerata) di un altro settennato pieno.
La sua speranza prevede un orizzonte più limitato. Di lasciare cioè
l’incarico quando avrà visto «decisamente avviato un nuovo percorso di crescita, di lavoro e di giustizia
per l’Italia e almeno iniziata un’incisiva riforma delle istituzioni»,
anzitutto quella sul sistema elettorale. Il che significa superare l’anno
che è appena cominciato e attestarsi sulla primavera del 2015 come
periodo plausibile per un turn over
al vertice della Repubblica.
Questo è dunque il limite che il
capo dello Stato si autoattribuisce.
Purché — ha avvertito nel messaggio agli italiani dell’altra sera — la
logica del «tutti contro tutti che lacera il tessuto istituzionale e la coesione sociale» non annichilisca prima il governo di Enrico Letta, «disperdendo i benefici del lavoro
compiuto». Sarebbe l’ennesima occasione mancata. Nel qual caso, ha
ripetuto giorni fa a qualche interlocutore, nessuno può dare per scontato che il capo dello Stato sciolga le
Camere e mandi i cittadini alle urne. Potrebbe invece dimettersi lui,
subito, lasciando a questo Parlamento la scommessa di eleggere il
proprio successore entro un paio di
settimane.
Ecco perché il 2014 sarà un anno
cruciale per Giorgio Napolitano.
L’anno durante il quale potrà vedere se si fanno sul serio le cose concrete di cui c’è bisogno e potrà, insomma, verificare «come butta» la
legislatura. Sa bene, il presidente,
che ci vuole una spinta morale e
«coraggio» da parte di tutti, per ar-

8
gli anni
di Napolitano
al Colle. Eletto per
la prima volta il 15
maggio del 2006,
il 20 aprile scorso
è diventato
il primo presidente
nella storia
a essere
confermato per un
secondo mandato

20
minuti
e quaranta
secondi è la durata
del discorso del
capo dello Stato:
nel 2012
l’intervento del
presidente della
Repubblica era
stato più lungo:
ventidue minuti e
nove secondi

chiviare la stagione «pesante e in- tori, dalla «processione» sul Colle
quieta» che abbiamo alle spalle. dei leader della maggioranza: da un
Come il coraggio che — lascia in- Berlusconi angosciato alla prospettendere — ha avuto pure lui otto tiva che al Quirinale vada chissà
mesi fa. Quando, spiega, «di fronte chi, a un Bersani che teme l’imploalla pressione esercitata su di me da sione del suo stesso partito, a un
diverse e opposte forze politiche Monti deluso dalla performance
perché dessi la mia disponibilità a della propria formazione politica.
una rielezione, sentii di non poterLa versione completa dei fatti è
mi sottrarre a un’ulteriore assun- questa, per quelle giornate cariche
zione di responsabilità», accettan- di «pericoli» per un «vuoto di godo la ricandidatura. È uno snodo verno e vuoto al vertice dello Stadecisivo delle contestazioni e pole- to». Ed è pertanto comprensibile lo
miche di cui è divenuto bersaglio scatto d’orgoglio che il presidente
negli ultimi tempi.
si è concesso nel discorso di fine
Un passaggio che, recrimina, anno per rompere l’assedio attra«qualcuno finge di
non ricordare» adombrando scenari dal L’avvertimento
suo punto di vista in- «In assoluta tranquillità di coscienza
sopportabili: che abbia cioè tramato per non mi lascerò condizionare da ingiurie,
restare sul Colle e che minacce e campagne calunniose»
in quella partita sia
comunque stato il
candidato del solo Silvio Berlusco- verso il quale un certo fronte (al
ni. Vale perciò la pena di ricostruire quale aderisce anche quel Cavaliere
la verità completa di quei giorni, che lo aveva scongiurato di restare)
così come qualche volta l’ha rievo- mira ora a delegittimarlo. Così si
cata lui stesso con qualche amico.
spiega il suo basta con «il dibattito
Tre giorni prima che il Parla- urlato». Basta con la «ridicola stomento cominci a votare per il nuo- ria» che accredita sue «pretese di
vo inquilino del Quirinale, il 15 strapotere personale», da novello
aprile, Napolitano invia una lunga monarca. E su chi in ogni caso volettera riservata a Bersani, Monti e lesse insistere nelle accuse, ha laAlfano. Cinque pagine per sgom- sciato cadere un avvertimento
brare ogni equivoco sulla rielezio- esplicito: «In assoluta tranquillità
ne che diversi emissari già gli ave- di coscienza non mi lascerò condivano chiesto: sarebbe «una solu- zionare da campagne calunniose,
zione di comodo, una non soluzio- da ingiurie o minacce».
ne», scrive, senza contare che
«Nessuno può crederci», è il suo
darebbe una grave dimostrazione esorcismo. Per rafforzare il quale ha
d’impotenza politica. Una lettera avuto l’idea di «far parlare» gli itadiversa, e sempre di indisponibilità liani attraverso le lettere che quotila spedisce al segretario del Pd, in- dianamente riceve. Tante lettere. Di
vitandolo a usarla come «circolare» gente che si sfoga e denuncia un
per i parlamentari democratici. malessere sociale non più sosteniDue prove documentali, come si di- bile. Persone che non chiedono
rebbe in un processo, delle sue vo- nulla, ma evidentemente continualontà. Propositi poi travolti, oltre no a fidarsi di lui.
Marzio Breda
che dalla paralisi prodotta da un risultato elettorale senza veri vinci© RIPRODUZIONE RISERVATA

Francia Nel discorso trasmesso il 31 in tv,
François Hollande ha proposto un patto
anti-tasse alle imprese. Male gli ascolti: 1,5
milioni di spettatori meno dell’anno scorso

Germania Il messaggio del presidente
Joaquim Gauck è andato in onda alla
vigilia di Natale. Gauck ha chiesto più
tolleranza nei confronti di migranti e rifugiati

Gran Bretagna Nel messaggio di Natale,
trasmesso dalla Bbc, la regina Elisabetta ha
ricordato la nascita del pronipote George,
primogenito di William e Kate

Stati Uniti Come ogni anno il presidente
Barack Obama e sua moglie Michelle hanno
inviato gli auguri al Paese con un messaggio
su YouTube registrato alla Casa Bianca

Spagna Il re Juan Carlos nel suo discorso
di Natale ha espresso vicinanza ai milioni
di spagnoli che hanno perso il lavoro
a causa della perdurante crisi economica

Olanda Il discorso di Willem-Alexander,
incoronato il 30 aprile scorso, è stato
registrato il 19 dicembre nella sua residenza
privata di Eikenhorst e diffuso il 25 dicembre

Italia mia

Lo spirito di verità per combattere la crisi della politica
di CORRADO STAJANO
he il nuovo
anno sia un
po’ più sereno
di quello appena finito. È accaduto di tutto,
nella politica e
nella società,
nel 2013. La distanza tra istituzioni e cittadini è diventata ancora più profonda, un burrone. Le promesse dei governanti, il più delle
volte bugiarde, simili a quelle fatte
dalle mamme ai bambini per farli
star buoni, suscitano rigetto. E si ha
purtroppo l’impressione che la classe dirigente non voglia rendersene
del tutto conto.
La positività a ogni costo, la leggerezza, il divieto di drammatizzare
sembrano le parole d’ordine d’obbligo per coprire quel che sta accadendo in Italia più che altrove. Esistono
certamente anche qui da noi le energie positive della società minuta,
uomini e donne che si prodigano per
tirar su i figli con decoro, mettono in
moto idee intelligenti, creano iniziative utili alla comunità. Ma queste
non poche volontà di agire in modo

C

onesto e nuovo sono isole prive degli
indispensabili ponti, in difficoltà
perché fuori dai cerchi magici di chi
detiene il potere.
I partiti sono in crisi profonda.
Nel Novecento hanno rappresentato, con la forma della loro organizzazione politica, la fabbrica del consenso e della legittimazione. Ora
sembrano scatole vuote, quel che
conta è l’immagine, il marketing,
non la sostanza del fare. Le forme
strutturali della politica sono cambiate, prevale il «finanzcapitalismo», espressione di Luciano Gallino, che ha sostituito la forza dell’obsoleto capitalismo industriale.
La crisi di sfiducia è generalizzata. Il Parlamento è delegittimato, un
passacarte del governo che a sua
volta è appeso alla maniglia dei decreti legge e dei voti di fiducia indispensabili per andare avanti.
Non sembra che questo passaggio
nodale di una crisi non solo economico-finanziaria, ma politico-culturale sia preso in considerazione. La
politica lo scarta come una mosca
fastidiosa. Manca anche il sospetto
e il timore che in questo scompiglio
possa essere a rischio l’idea stessa

di democrazia, il sistema politico
più alto creato dall’uomo.
Il 2013 non è stato un anno rispettoso dei principi fondamentali dell’eguaglianza, della tolleranza, dell’agire in nome del bene comune così
ipocritamente e cinicamente reclamizzato.
Le elezioni politiche del 23-24 febbraio dello scorso anno e quelle del
presidente della Repubblica non sono stati di certo eventi memorabili.
Con i 101 del Pd che vergognosamente non hanno votato Prodi dopo
averlo applaudito come proprio candidato poche ore prima. Con Grillo,
il riccioluto dittatore urlante dell’antipolitica, privo di una base elementare di idee, che non ha votato

neppure lui Prodi dopo averlo inserito tra i suoi candidati. Con il Pd che
non ha accettato Rodotà perché non
«suo» — era stato proposto dal Movimento 5 Stelle — dimentico che il
professore è stato presidente del Pds
ed è una persona di alta moralità e
cultura. Il buio. Tutti insieme, allora, al Quirinale come nel finale di un
melodramma, a implorare il presidente di restare ancora in sella.
Il governo delle larghe intese, poi,
un antico miraggio, non uno strumento di emergenza. Non è stato
l’aggettivo «condiviso» il più accarezzato degli ultimi anni? Il governo
Letta-Alfano avrebbe dovuto essere
un governo a termine, come il governo Dini del 1995, e invece non na-

❜❜
Ora i partiti

❜❜
L’interesse dei

sembrano scatole
vuote, l’immagine
conta più del fare

singoli sembra
impedire la riforma
della legge elettorale

sconde l’intenzione di durare, di segnare il tempo e, privo com’è di principi elementari comuni, non legittimato quindi a mutare il sistema
istituzionale, si propone di affrontare problemi centrali per la dignità di
una democrazia. Non sembra che
abbia avuto, dopo i mortiferi vent’anni berlusconiani, un soprassalto
di fervore. Qualche macchia nera,
piuttosto. Basta ricordare il caso
Cancellieri e il caso del sequestro di
Alma Shalabayeva e della sua bambina, ora fortunatamente risolto, un
oltraggio alla sovranità nazionale.
Non doveva essere la nuova legge
elettorale il primo ed essenziale
compito del governo per sostituire
l’inverecondo Porcellum? Gli interessi dei gruppi politici e dei singoli
parlamentari, impauriti per quel
che sarà il loro futuro, sembrano impedirlo. E poi suscita amarezza che
non si sia sentito il dovere di abrogare subito le leggi indecenti sull’emigrazione, nate dall’odio razzista:
quei poveri migranti con la bocca cucita che hanno riempito di indignazione il mondo sembra purtroppo
che siano stati guardati con la normalità dell’indifferenza.

La continuità con la seconda Repubblica e anche con la prima sembra assicurata. I comportamenti,
tatticismi, machiavellismi spiccioli,
litigi tra alleati e non, ultimatum,
rimpasti obbligati, patti di coalizione, non sembrano per nulla finiti in
soffitta.
Con una novità. Letta ha annunciato un mutamento epocale: la generazione dei quarantenni prende il
potere. Largo ai giovani. Accade naturalmente e periodicamente nella
storia del mondo, anche se non così
strombazzato. Peccato che le prime
mosse non siano state brillanti per i
portaborse di ieri, tra il pasticcio del
salva-Roma, la Tasi, la mini-Imu,
gli affitti d’oro, la milleproroghe, la
Finanziaria rimpolpata dagli emendamenti — è accaduto in ogni legislatura — come il vitello grasso. Ma
ci pensa Renzi, il segretario del Pd, a
rappresentare il nuovo che avanza.
In bicicletta, senza mani, corre a
presentare il libro di Vespa.
Che fare? Ritrovare con coraggio
lo spirito di verità. Ricominciare con
umiltà e con buon senso. Diceva il
Croce che è la più alta delle virtù.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

&RGLFH FOLHQWH

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

7

italia: 58555254505450

Continuiamo a credere nel nostro Paese,
nei guerrieri che combattono per farne un posto migliore,
nelle loro piccole e grandi battaglie quotidiane.
Battaglie che si possono vincere, se le affrontiamo

#INSIEME
Investire nella ricerca, finanziare nuove imprese, sostenere la cultura e il volontariato:
questo è il nostro modo di combattere.
Al fianco di milioni di italiani che diventano ogni giorno milioni di guerrieri.

QUALUNQUE SIA LA TUA BATTAGLIA, HAI TUTTA L’ENERGIA PER VINCERLA.
ANCHE LA NOSTRA.

insieme con

facebook.com/enelsharing

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8

Primo Piano

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

italia: 58555254505450

I partiti Le scelte

Renzi, il disgelo con il Colle:
ora il governo cambi passo
La telefonata di complimenti del segretario a Napolitano
Letta fiducioso: mai più pasticci come il salva Roma
La vicenda

Gli equilibri
I malumori
del Pd e le sfide
all’esecutivo
Con la nascita, lo scorso
aprile, del governo delle
larghe intese — sostenuto da
Partito democratico, Popolo
della libertà e Scelta civica —
che si pone l’obiettivo un
programma di riforme di
medio termine, il rapporto
tra l’esecutivo e il Pd parte
subito in salita: l’alleanza con
il Pdl suscita diversi
malumori all’interno del
partito del premier Enrico
Letta che, a sua volta, viene
periodicamente sottoposto
su diversi temi alle «sfide»
lanciategli dal sindaco di
Firenze Matteo Renzi

Le primarie
Il sindaco vince
e detta l’agenda
fino al 2015
Negli ultimi mesi all’interno
del Partito democratico sono
via via cresciute le tensioni:
a novembre Renzi, in corsa
alle primarie dell’8 dicembre,
mette in guardia l’esecutivo
e attacca direttamente
il premier Letta: «Dal 9
dicembre si fanno le cose sul
serio: il governo farà le cose
che dice il Pd, altrimenti
ci arrabbiamo». Subito dopo
le primarie, che incoronano
segretario del partito
il sindaco di Firenze, parte
il confronto diretto con Letta
per creare un’agenda
di riforme fino al 2015

Le sfide
Dall’addio
al Porcellum
al «job act»
Il presidente del Consiglio
Letta garantisce che
l’esecutivo resisterà e porterà
a termine le riforme.
Nonostante la «tregua»
sancita con il segretario del
Pd, i renziani continuano a
sollecitare l’esecutivo per
«tenere l’asticella alta», come
spiega il portavoce del partito
Lorenzo Guerini. La nuova
segreteria a guida Renzi
incalza il governo ad agire
su più fronti, dalla legge
elettorale al mercato del
lavoro. Posizioni critiche
arrivano anche sulla legge
di Stabilità

ROMA — Il disgelo è ufficiale, Matteo Renzi ha smesso di
diffidare di Giorgio Napolitano
e il presidente guarda al segretario del Pd con crescente fiducia. Il sindaco è stato tra i primi
a chiamare il Quirinale per
complimentarsi e ha voluto rilanciare il suo apprezzamento
su Twitter: «Lavoro, coraggio,
riforme. Senza perdere più
tempo...». Renzi chiude così il
capitolo della conflittualità
con il Colle e chiede a Enrico
Letta di cambiare passo «con
coraggio».
La sintonia nuova tra il capo
dello Stato e il giovane sindaco
produce un doppio pressing,
che il premier non ha alcuna
intenzione di ignorare. «Molto
soddisfatto» per il discorso «di
alto profilo» del presidente
della Repubblica, Letta promette che procederà a passo di
carica e lascia intendere di aver
fatto tesoro degli errori. Nel
mirino di Letta c’è Grillo e ci
sono tutti coloro che attaccano
il capo dello Stato per attaccare
il governo, magari senza rendersi conto di quanto sia «fragile» la nostra democrazia.
Contro la politica «destruens»
il premier, in «totale sintonia»
con Napolitano, si impegna ad
accelerare per realizzare «opportune e tempestive riforme». Promette che pasticci come il decreto salva Roma non
accadranno più e annota sulla
sua agenda la data del 20 gennaio, entro la quale spera di

Dopo l’addio

Parlato:
restocritico
mamiabbono
almanifesto
Dopo l’addio di Rossana
Rossanda, aveva lasciato il
giornale che aveva
contribuito a fondare. Ieri
però Valentino Parlato, in
una lettera aperta
pubblicata dal manifesto
in prima pagina, ha scritto
di voler aderire alla
campagna abbonamenti
del quotidiano perché
condivide l’appello
antiausterity «Urgente per
l’Europa» pubblicato dal
giornale il 22 dicembre:
«Aderisco alla campagna
abbonamenti lanciata dal
manifesto. La sua
sopravvivenza è
fondamentale. Ciò non
toglie che permangono
tutte le ragioni che un
anno fa mi avevano spinto
a dimettermi insieme ad
altri compagni. Va dato
merito ai compagni
rimasti di aver saputo
tenere in vita il manifesto».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

firmare il contratto di coalizione alla tedesca.
Il suo governo sarà un argine allo «sfascismo» che avanza, «come e meglio di quanto
abbiamo fatto in questi mesi».
A preoccupare il premier è
«l’offensiva senza precedenti
del populismo», è l’abbinata
Grillo-Berlusconi in vista delle
elezioni Europee. E a quel traguardo Letta vuole arrivare a
braccetto di Renzi. «I nostri interessi sono convergenti, Matteo è il mio migliore alleato in
questo momento» ragiona il
premier, che apprezza la capacità del leader pd di parlare alla
pancia del Paese. Letta si è convinto che il segretario non
punti alle urne in primavera,
ma a vincere le Europee. E perché il Pd ottenga un buon risultato serve che il governo vada avanti spedito e realizzi le
riforme promesse. «Più si logora il governo, più si logora il
Pd e viceversa», conferma un
esponente della segreteria.
Renzi non vuole votare, prova ne sia che si ricandida a Firenze. Vuole però che Letta
cambi passo e tornerà a dirlo,
al più tardi dopo la riunione
della segreteria in agenda per
sabato: «Basta perdere tempo». Il segretario vuole «una
svolta», una gestione collegiale
e una squadra più forte. Si è
impegnato a non pronunciare
mai la parola «rimpasto», ma si
aspetta che il premier prenda
atto che il quadro delle allean-

ze è cambiato, c’è una nuova
maggioranza e c’è un nuovo
leader del principale azionista
del governo. Nel mirino dei
renziani ci sono Saccomanni,
Cancellieri, Giovannini, Zano-

L’impegno
Il premier ha fissato per
il 20 gennaio la firma
del patto di governo

nato e i cinque ministri del
Ncd, delegazione che ritengono «sovradimensionata».
Paolo Gentiloni parla di
«clamorosa debolezza dell’esecutivo» e sottolinea le assonanze tra i ragionamenti di Renzi e
quelli di Napolitano: «Ha fatto
un discorso preoccupato, non
trionfalistico e molto esigente
verso l’esecutivo. Chi si aspettava che il Colle si ergesse a baluardo della immobilità, ha
trovato invece un presidente

che spinge Letta a essere molto
più coraggioso». Il 7 gennaio,
quando si apriranno le consultazioni per il Patto 2014, Renzi
porterà a Letta le sue proposte:
job act, cittadinanza, abolizione della Bossi Fini, riduzione
delle tasse e dei costi della politica. E legge elettorale. Il segretario vuole che sia cambiata subito, prima ancora delle riforme costituzionali.

Monica Guerzoni
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Movimento L’intervento di 17 minuti del leader ha mandato il blog in tilt. Le battaglie per il proporzionale e l’abolizione dell’Irap

Garibaldi, Pertini e no euro: il controdiscorso di Grillo
L’agenda dei 5 Stelle: la scelta (via web) dei nomi per le Europee e un corteo a Milano
MILANO — Un luogo dimes- Grillo ricorda anche la mancata Sul blog
so, come sfondo un busto che elezione di Stefano Rodotà, so- Il video
lo rappresenta come Giuseppe stenuto dai Cinque Stelle per la messaggio
Garibaldi in jeans, accanto una corsa al Colle (e poi bollato sul di fine anno
fotografia di trent’anni fa — lui, blog come «un ottuagenario di Beppe
il capo dello Stato Sandro Perti- miracolato dalla Rete»): «Non Grillo è stato
ni e Antonio Ricci —, è lo sce- l’ha votato la sinistra, non era diffuso sul
nario per il fuoco di fila del suo comprabile uno così».
blog la sera
discorso di fine anno, iniziato
Nel mirino anche le voci di del 31
in difesa, forse per la prima vol- un sostegno dei pentastellati al dicembre:
ta da quando i Cinque Stelle so- Porcellum — «Abbiamo appro- ieri su
no in Parlamento. Beppe Grillo vato la mozione Giachetti, YouTube i
chiude così il 2013 con un in- mentre il Pd ha votato contro» commenti
tervento di diciassette minuti — e i tempi della Consulta per superavano
che ha mandato in tilt il blog (e pronunciarsi sulla vecchia leg- quota
che ieri ha fatto registrare oltre ge elettorale. «Sono stati eletti quattromila
quattromila commenti su You- tutti in modo illegale», sostiene
Tube), ribattendo alle critiche
di inoperosità rivolte al
Movimento, elencando
i traguardi raggiunti:
«In un anno non ci sono più i partiti; Berlusconi, se non era per noi
e per il voto palese, sarebbe ancora senatore;
abbiamo salvato l’articolo 138 della Costituzione», «ci siamo ridotti lo
stipendio» e «abbiamo
rinunciato a 42 milioni di
euro» di rimborsi elettorali. «Sono queste le prove
che dovete cercare nelle
persone: l’onestà e la coerenza», dice il leader. Non
mancano poi gli strali contro gli avversari di sempre:
r dei Cinque
in primo luogo il Partito deio Ricci: il leade litiche
Nel 1983
Pertini, Anton
Po
mocratico e il governo Lete Grillo, Sandro tagonista della satira sulle
pp
Be
ta, ma anche Giorgio Napono fu pro
Stelle quell’an
litano. Per attaccare indirettamente il capo dello Stato,

il capo politico dei Cinque Stelle. E propone di «andare alle
elezioni subito con il vecchio
Mattarellum». Proprio la riforma della legge elettorale è uno
dei temi che terranno banco
nell’agenda del Movimento nei
prossimi mesi e che saranno
dibattuti a lungo sul blog, con
una serie di interventi volti a
spiegare ai militanti i diversi
sistemi per poi decidere la linea con una votazione online. In realtà, i parlamentari
sono indirizzati verso «un sistema proporzionale fortemente corretto che combina
alcune caratteristiche del
modello spagnolo (sull’ampiezza delle circoscrizioni, ndr)
con altre del modello svizzero

(sulle preferenze, ndr)».
Altro tema caldo, che dominerà la prima parte del 2014 dei
Cinque Stelle, sono le Europee.
«Dobbiamo proseguire il nostro cammino, che è difficile,
andremo in Europa, vinceremo
e da lì cambieremo la politica
italiana», assicura Grillo. E nel
prossimo mese verranno scelti i
criteri per le nuove Parlamentarie: rumors indicano un percor-

La strategia
Occhi puntati su piccole
e medie imprese:
presto incontri con le
associazioni di categoria

so di selezione più restrittivo. Il
leader ricorda i punti lanciati
durante l’ultimo V-Day: no al fiscal compact, sì al riposizionamento dell’Italia in Europa
(«faremo un referendum sull’euro se sarà necessario») sì alla creazione di «un euro a due
velocità». Ma soprattutto, il tasto su cui batte il leader è quello
delle piccole e medie imprese. A
loro si rivolge ricordando il
fondo per finanziarle, creato
con i soldi restituiti delle diarie.
A loro strizza l’occhio quando
cita «l’abolizione dell’Irap e la
detassazione degli utili reinvestiti in azienda». I parlamentari
si stanno già muovendo su
questo terreno e nei prossimi
mesi daranno vita a una serie di
incontri con le associazioni di
categoria, cercando di instaurare un dialogo diretto con la base. Ma non solo. Deputati e senatori, prima della campagna
elettorale, a metà marzo, saranno in prima linea a Milano per
una manifestazione su Expo.
Intanto, ieri sul blog è apparsa
la prima provocazione del 2014:
Thamsanqa Jantljie, il falso interprete nella lingua dei sordi ai
funerali di Nelson Mandela, «è
l’uomo dell’anno». «Tutto
quello che vedete è falso o forse
vero, ma non importa ormai a
nessuno. La vita è diventata pura scenografia — spiega Grillo
—. Per questo Thamsanqa merita il titolo».

Emanuele Buzzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Primo Piano

italia: 58555254505450

9

Il centrodestra Il Cavaliere studia il nuovo organigramma. Verdini guida gli scettici nei confronti dei Club

Berlusconi più lontano dai falchi
La scelta di non polemizzare col Quirinale e i contatti con Alfano
ROMA — Ha promesso ai suoi che il 7
Minaccia di sciopero
gennaio tornerà a Roma, che li riunirà per
discutere assieme di tutto. Ma ha anche
fatto sapere che sta «preparando per bene
molte cose, lavoro moltissimo: sto mettendo a punto il mansionario dei Club,
con specificate tutte le attività che dovranno fare e come. Ed è praticamente
pronto l’organigramma del partito». Parole che Silvio Berlusconi ripete da giorni
e giorni al suo partito inquieto e sempre
più restio a seguirlo nell’avventura della
ROMA — Domani l’Unità
modernizzazione, dello svecchiamento,
potrebbe non essere in edicola
dell’innovazione di Forza Italia che doper uno sciopero minacciato
vrebbe passare per un mescolamento di
dal comitato di redazione
vecchio (poco) e nuovo (molto), quest’uldel quotidiano. Motivo della protesta
timo rappresentato soprattutto dai Club
l’ingresso nell’azionariato
«Forza Silvio» e da innesti di facce fresche.
del giornale di Maria Claudia
Anche per questa sua attività tutta conIoannucci, ex parlamentare
centrata sul futuro del suo movimento, in
di Forza Italia e, secondo quanto
vista di campagne elettorali certe (per le
riportato ieri in un articolo
Europee e per le mai da lui amate Comuda Il Fatto Quotidiano, amica
nali) o auspicate (le Politiche), l’ex predel faccendiere Valter Lavitola.
mier è parso piuttosto lontano dalla poleLa Ioannucci, attraverso la Pei srl,
mica su Napolitano. Sia quelha attualmente una
la che ha preceduto il mesquota del 13,98 per
saggio di fine anno che una
cento della
parte dei suoi — i falchi e il
Nie spa, la società
gruppo animatore dei Club
che edita
— voleva boicottare, sia
il quotidiano.
quelle successive alle parole
La maggioranza
del presidente.
assoluta è in mano
Non che non abbia le idee
all’editore Matteo Fago,
chiare su Napolitano, il Cavache detiene il 51,06 per
liere: continua a ritenerlo tra
cento della Nie. Il
i maggiori responsabili della
comitato di redazione
Maria Claudia Ioannucci
sua situazione, non avendo
del giornale fondato da
«fatto nulla» per aiutarlo a
Antonio Gramsci, in un
difendersi dall’attacco dei magistrati, viocomunicato pubblicato oggi,
lando «l’accordo» su cui erano nate le lardefinisce «inaccettabile» il fatto
ghe intese. Ma sull’atteggiamento da teche l’amministratore
nere è stato chiaro: «Le critiche politiche
delegato Fabrizio Meli abbia
anche dure vanno bene. Ma niente toni
permesso l’ingresso della Ioannucci
smodati, niente uscite esaltate: noi non
nella proprietà del quotidiano e che
siamo Grillo». Per questo a fare la faccia
ciò sia stato fatto «tenendo
feroce sono stati i duri come Brunetta e
all’oscuro» il sindacato. A questo
Santanchè, a rimettere il partito sul binapunto, per evitare lo sciopero, i
rio del «critica sì, impeachment no» sono
giornalisti hanno chiesto un incontro
stati invece quasi tutti gli altri, a partire
all’editore per «la sostituzione
dal capogruppo al Senato Romani, alla videll’amministratore delegato e i
ce Bernini, alla Gelmini. Insomma, non è
passaggi per l’uscita dal capitale della
questa la battaglia che vuole combattere il
dottoressa Ioannucci». Secondo il
Cavaliere, ma quella per lui molto più crucdr, infatti, in «questa vicenda sono
ciale della corsa verso nuove elezioni.
in gioco principi e valori non
Convinto che ormai il governo non abbia
negoziabili».
più niente da dire, che il suo destino sia di
© RIPRODUZIONE RISERVATA
fatto segnato, mentre manda il suo saluto

Un caso all’Unità:
tra gli azionisti
ex deputata di FI

Brindisi di Capodanno sul palco

Il concerto di Firenze
Capodanno in musica per Matteo Renzi.
La notte del 31 dicembre il sindaco
di Firenze e segretario del Partito
democratico è salito sul palco
del concertone di mezzanotte per stappare
lo spumante insieme a Max Pezzali (nella
foto) protagonista della kermesse in piazza
Stazione. Renzi ha brindato augurando
buon anno ai fiorentini e poi ha lasciato
tornare protagonista della serata la musica:
oltre a piazza Stazione, dove si è esibito
l’ex leader degli 883 — che nei giorni scorsi,
alla presentazione della serata, aveva
acconsentito, con i cronisti, a utilizzare una
delle sue canzoni più famose, «Sei un mito»,
per definire Renzi — in città c’erano altre
cinque piazze a tema coinvolte con cinque
concerti gratuiti secondo la formula che si
ripete dal 2009. Secondo le prime cifre
fornite dalla polizia municipale,
a Firenze hanno festeggiato l’ultimo
dell’anno in piazza circa 150 mila persone
(Ansa/Maurizio Degl’Innocenti)

Il caso Entro il 5 gennaio faranno l’impugnazione, poi valuteranno

Longo e Ghedini, appello all’Ordine
Pronti a lasciare il processo Ruby
MILANO — Diteci voi se possiamo
continuare a fare anche in Appello gli
avvocati di Silvio Berlusconi nel processo Ruby, e sancite che la nostra
condotta di legali fu cristallina: a 3
giorni dallo scadere del termine per la
presentazione dei motivi d’impugnazione della condanna dell’ex premier
a 7 anni per concussione e prostituzione minorile, a sorpresa in 25 pagine i legali-parlamentari Niccolò Ghedini e Piero Longo lo domandano all’Ordine degli avvocati di Milano, giocando in anticipo sui tempi della
futura inchiesta resa obbligata su loro
dalla trasmissione degli atti alla Procura da parte dei giudici dell’altro
processo Ruby a Fede-Mora-Minetti.
Ma il Consiglio dell’Ordine, nell’ultima riunione di fine dicembre 2013,
da un lato risponde che allo stato i due
legali non risultano indagati nel medesimo procedimento di Berlusconi e
quindi nulla osta a che lo assistano,
dall’altro addita la norma forense che
congela i processi disciplinari agli avvocati nei casi in cui penda già una indagine penale. Una risposta interlocutoria, presa all’unanimità da una votazione alla quale non partecipa il presidente dell’Ordine, Paolo Giuggioli, a
causa del fatto di essere stato uno de-

gli avvocati proprio di Berlusconi nella causa di divorzio da Veronica Lario.
L’inusuale procedura, quasi una
sorta di richiesta di parere all’Ordine,
arriva dopo che in novembre le giudici Gatto-Pendino-Cannavale avevano
trasmesso ai pm gli atti non solo per le
trenta testi asserite false, e nemmeno
solo per Berlusconi che da tempo le
stipendia con 2.500 euro al mese, ma
appunto anche per Ghedini e Longo,
avvocati che la motivazione metteva
in relazione da un lato a talune incongruenze in indagini difensive e dall’altro alla riunione ad Arcore del 15
gennaio 2011 all’indomani delle perquisizioni alle ragazze poi testi.

7

anni La condanna in primo
grado (più l’interdizione
perpetua dai pubblici uffici)
a Silvio Berlusconi per il
reato di concussione e
per favoreggiamento della
prostituzione minorile nel
processo Ruby

La Procura sarà formalmente obbligata a indagare tutti appena il Tribunale avrà finito di fare e trasmettere
le relative fotocopie. Ma intanto, diversamente dalla fantascienza sulla
quale due mesi fa curiosamente convergevano giornali antiberlusconiani
e berlusconiani (Berlusconi alla sbarra già prima di Natale con rito immediato),a Capodanno trascorso nemmeno ci sono ancora gli indagati. Neanche i due legali. Che ora in 25 pagine anticipano all’Ordine quale sarà la
propria difesa, a cominciare dagli elementi che documenterebbero la loro
assenza dalla riunione serale ad Arcore con le ragazze future testi. Ma il
Consiglio dell’Ordine, nel caso istruito dal segretario Enrico Moscoloni e
dal consigliere Giuseppe Fiorella, ha
comunque rimandato ogni valutazione a dopo l’esito del fascicolo penale,
richiamando il secondo comma dell’articolo 54 dell’ordinamento forense: «Se, agli effetti della decisione, è
indispensabile acquisire atti e notizie
appartenenti al processo penale, il
procedimento disciplinare può essere
a tale scopo sospeso a tempo determinato».
E l’altra questione? Era la più pressante, visto che i legali volevano sape-

agli italiani promettendo che si impegnerà «moltissimo» in questo anno, Berlusconi spera ancora in un ricorso alle urne
entro il 2014: «Se così non fosse — ragiona chi lo conosce bene come Claudio
Scajola — non farebbe tante aperture sulla legge elettorale come invece sta facendo. C’è grande disponibilità verso Renzi
su questo terreno, perché l’obiettivo è il
voto subito». E il fatto che, a oggi, un candidato premier non ci sarebbe non sembra un ostacolo: «Se vuole lo crea in due
settimane...». Pensiero sostanzialmente
condiviso da tutto il partito, nella convinzione che solo lui sia in grado di farlo.
Ma se questo potrebbe perfino rassicurare, ciò che dà ansia alle truppe forziste è
che Berlusconi non sembra arrendersi all’idea che nel partito si debba innovare e
rivoluzionare. Il suo schema preferito resta quello di tre vicepresidenti, con innesti di facce nuove a tutti i livelli, e nei coordinamenti regionali un presidente, tre vice e tanti delegati da loro dipendenti. Un
modo per allargare il più possibile l’area
del consenso con giovani ed esterni alla
politica che dovrebbero arrivare dai Club.
Ma nel partito la resistenza è molto forte.
Verdini e l’area lealista attorno a lui insistono: FI ha per statuto un solo coordinatore e non si può rivoluzionare tutto. E comunque, le grandi novità dei Club — sostengono in tanti — non ci sono: «Solo io
— dice un politico azzurro — ne ho fondati 40 in un mese. Tutti noi facciamo così, ci rivolgiamo alle persone che conosciamo. Il fatto però è che siamo sempre
gli stessi...».
Che Berlusconi lo sappia o no non è
chiaro, ma quel che è certo è che i Club gli
servono per catalizzare attenzione, per
dare un’idea di movimento ed entusiasmo
che finirà, in campagna elettorale, per diventare polo d’attrazione. Per questo l’ex
premier non molla, come non molla sull’idea che con Alfano non ci sia prima o
poi la possibilità di riprendere i rapporti:
«Voi che ne pensate della loro situazione?», ha chiesto ai suoi interlocutori che
gli telefonavano per gli auguri. E tutti
hanno avuto la stessa sensazione: nell’ottica della costruzione di alleanze che non
permette che alcun voto venga perduto,
Berlusconi sarebbe pronto a ricucire senza troppi crucci con il suo ex delfino.

Paola Di Caro
© RIPRODUZIONE RISERVATA

I processi
A Milano
Tra i processi
ancora aperti per
Berlusconi, a
Milano, c’è
l’appello del
processo Ruby.
Sta poi per
iniziare una
nuova indagine
per corruzione in
atti giudiziari sui
soldi che il
Cavaliere ha
elargito alle
ragazze testimoni
in suo favore
Gli altri casi
Formalmente c’è
ancora l’appello
(già prescritta la
condanna a un
anno) per la
telefonata tra
Fassino e
Consorte: rimane
solo il ricorso per
il risarcimento
danni al sindaco
di Torino.
A Napoli, poi,
Berlusconi è
rinviato a giudizio
per la presunta
compravendita
dei senatori
mentre a Bari per
il caso Tarantini

re se potevano o no scrivere l’appello
che scade il 5 gennaio contro la condanna di Berlusconi. L’ordinamento
forense vieta a un avvocato di patrocinare un imputato se il legale è indagato nel medesimo procedimento: ma
l’Ordine considera che il processo nel
quale Berlusconi farà appello contro
la condanna, e il processo nel quale
saranno indagati i suoi legali, sono
formalmente non lo stesso procedimento, sicché allo stato nulla vieta a
Ghedini e Longo di continuare a patrocinare Berlusconi. Ma l’orientamento dei due legali, salvo colpi di
scena, sarebbe quello di scrivere e depositare entro la scadenza del 5 gennaio i motivi d’appello, per poi però
abbandonare la difesa (anche in chiave di protesta verso un’indagine ritenuta vessatoria del diritto di difesa) e
cederla a un collega: Federico Cecconi,
in questi anni difensore storico di un
coimputato di Silvio Berlusconi quale
l’avvocato inglese David Mills, e da ultimo anche di Paolo Berlusconi nel
processo dove lui e Silvio sono stati
condannati in primo grado per concorso nella violazione di segreto sulla
non depositata intercettazione Fassino-Consorte, prima trafugata e recata
in dono natalizio ad Arcore da un ausiliario della Procura e poi pubblicata
nel 2005 dal quotidiano Il Giornale.

Luigi Ferrarella

L’economista Perotti

«Così i partiti
peseranno ancora
sui contribuenti»
ROMA — «Il finanziamento pubblico ai
partiti non — e sottolineo non — è stato abolito dal nuovo decreto legge del governo Letta:
diminuirà, ma solo di poche decine di milioni
di euro, e dal 2017». Cioè tra più di tre anni.
«È vero invece che comunque c’è già stata una
cura dimagrante: siamo scesi dai 250 milioni
di quattro anni fa, ai 91 milioni decisi dal governo Monti». Roberto Perotti, ordinario all’Università Bocconi, ribadisce le sue critiche
al provvedimento del governo, già messe nero
su bianco sulla Voce.info, dove il suo intervento continua a scalare, a migliaia, tweet e I
like. «La realtà è ben diversa — afferma Perotti — i partiti continueranno a pesare sul contribuente dai trenta ai sessanta milioni, poco
meno di quanto costano ora». Perché «nonostante vengano eliminati i rimborsi delle spese elettorali (il 25 per cento l’anno fino ad
arrivare a zero nel 2017), verrà consentito al
contribuente di destinare a un partito il 2 per
mille della propria imposta fiscale». Questo
vuol dire — secondo Perotti — che non si
tratta di contribuzioni di privati, ma di un
meccanismo che mette il finanziamento di
ogni singolo partito «a carico di tutti i contribuenti». Quindi a carico anche di chi magari
vota per il partito di segno politico opposto.
Il motivo è che il 2 per mille «costituisce una
detrazione al 100 per cento dell’imposta dovuta» da ogni singolo cittadino. Un esempio
aiuta a capire. «Se lo Stato adesso raccoglie 10
mila euro di tasse per pagare sanità e pensioni, e il contribuente destinerà un euro a un
partito attraverso il 2 per mille, tutti i contribuenti nel loro complesso dovranno pagare
1 euro in più di tasse
per continuare a pagare
lo stesso livello di pensioni e sanità». Perotti
aggiunge adesso un
dettaglio che rende
particolarmente «odioso» — dice — il nuovo
sistema. Ed è appunto la
Economista
detrazione al 100 per
Roberto Perotti,
cento che sarà possibile
52 anni
per circa 45 dei sessanta
milioni (che potranno
essere versati ai partiti). I restanti 16 milioni
saranno detraibili al 37 per cento. Ebbene, se
invece un cittadino vuole destinare soldi ad
esempio alla ricerca sul cancro, la detrazione è
e rimane solo del 19 per cento. Quindi i partiti
sottrarranno allo Stato molto di più delle organizzazioni benefiche. Perotti avanza la proposta che, in sede di conversione del decreto
legge «la quota detraibile scenda al 19 per
cento». In ogni caso, secondo Perotti, il «taglio» cui saranno sottoposti i partiti in base al
nuovo decreto è di ben poco conto (da 91 a 60
milioni). «Visto anche che la maggior parte
del finanziamento arriva da un’altra parte: dai
bilanci di Camera, Senato e Consigli regionali.
Sono i contributi ai gruppi parlamentari e
consiliari il grosso della torta». Ma per il docente «se si volesse incidere veramente si
potrebbe tagliare un miliardo secco dai bilanci del Parlamento e dei Consigli regionali,
questo sì che sarebbe un taglio incisivo contro la Casta!». Del resto, secondo l’economista, i cambiamenti che hanno visto prevalere
Internet anche nella comunicazione politica
«rendono particolarmente agevole, se non
proprio indolore, questo risparmio». Come
spiega il professore, infatti, gran parte dei
contributi ai gruppi parlamentari viene giustificato, almeno formalmente, come versamenti per convegni e spese di rappresentanza.
«Ma non sono più i tempi dei congressi che
organizzava Craxi negli anni Ottanta e della
miriade di inutili convegni: ormai molto del
dibattito politico è diventato anche esso elettronico. Quindi a costo bassissimo, se non
zero».

lferrarella@corriere.it

M.Antonietta Calabrò
maria—mcalabro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

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italia: 58555254505450

#

Esteri
Integrazione Piena applicazione del principio fondamentale della libertà di circolazione

In cifre

Migranti Ue, cadono le limitazioni
Romeni e bulgari liberi di muoversi
Allarme in Gran Bretagna. Ma in realtà mancano 60 mila lavoratori
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

BRUXELLES — Giornali come il Daily Express, fondato nel
1900 e con un guerriero crociato di gusto padano a guardia
della testata, se ne dicono certi,
certissimi: «Dalla mezzanotte
non valgono più le restrizioni
sui visti, e solo in questa prima
settimana arriveranno in Gran
Bretagna settemila romeni e
bulgari, mille al giorno. Il primo
volo strapieno da Bucarest è atterrato a Londra alle 7.40 di stamane. I primi autobus da Bucarest partono domani e arriveranno qui sabato, un biglietto lo
si trova a 50 sterline (circa 60
euro, ndr)». Conclusione, nel
titolo che occupa la prima pagina: «Eccoci, Gran Bretagna dei
benefit, arriviamo! Timori per
l’inizio dell’alluvione degli immigrati».
Timori condivisi da altre voci

euroscettiche, anche in Germania, anche in Spagna. Ma la decisione tanto a lungo osteggiata, da David Cameron e da altri,
ora è realtà definitiva: dal primo
gennaio non sono più ammesse
restrizioni particolari alle frontiere per i cittadini romeni e
bulgari che intendano vivere e
lavorare in altri Paesi della Ue.
«Oppure — voce in controcanto
degli euroscettici — restarvici,
per goderne la migliore assistenza socio-sanitaria e rubare i
posti di lavoro a chi già lotta con
la crisi economica» Già oggi,
circa 4 milioni di romeni e bulgari lavorano in tutta la Ue. Quei
Paesi che ancora applicavano
controlli più stretti su passaporti, carte di identità e visti —
Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Malta,
Olanda, Spagna e Regno Unito
— non potranno più farlo. E qui
nasce la «sindrome della diga»,

cioè dell’ondata incontrollabile,
che avvertono alcuni (meno però di un paio di anni fa) a Londra, L’Aia, Berlino. Telecamere e
inviati mostrano cittadine dell’Est che già si spopolano dei
propri abitanti Rom, in partenza per l’Ovest. Ma varie statistiche, citate per esempio dal Times, decapitano subito l’argomento: taxisti, infermieri, ba-

L’arrivo
Il primo cittadino
romeno arrivato ieri
in Gran Bretagna: si
chiama Victor, ha 30
anni, faceva l’operaio
nel villaggio di Pelisor

danti, cameriere, sono migliaia
e decine di migliaia i posti di lavoro rifiutati dai cittadini britannici, tedeschi o spagnoli, che
aspettano una richiesta di assunzione dall’Est. Solo nel Regno Unito, stando ai siti Web
romeni che pubblicano gli elenchi delle inserzioni, sono in offerta immediata 63 mila posti.
C’è chi prevede un’alta marea
populista alle elezioni europee
di maggio, come conseguenza
di queste misure. E però non
c’erano alternative, perfino Cameron oggi lo ammette: i Trattati europei hanno un perno
giuridico che si chiama libera
circolazione delle persone e
delle merci, via via rafforzata —
dal 1985/95 — dall’accordo di
Schengen, che garantisce i diritti di 400 milioni di persone,
di 26 Paesi diversi. Romania e
Bulgaria, tenute finora in lista di
attesa perché dovevano dimo-

strare di essere pronte a garantire controlli, diritti e sicurezza,
sono state «promosse» da tutti
gli altri governi.
Ci saranno naturalmente altre tempeste, Cameron ha già in
cantiere diverse misure per
ostacolare l’«invasione»: lo
straniero che vorrà i sussidi inglesi dovrà attendere da 3 a 6
mesi, chi verrà sorpreso a mendicare verrà espulso e non potrà
tornare prima di un anno. Il
premier inglese ne ha discusso
anche con il presidente della
Commissione Europea, José
Manuel Barroso, presumibilmente non entusiasta. Mentre il
commissario europeo all’occupazione, Làszlò Andor, che già
ammonì contro il rischio che la
Gran Bretagna diventi un «Paese sgradevole», oggi ricorda:
«La Commissione riconosce che
in una particolare regione o città possono esservi problemi locali causati da un grande, improvviso afflusso di persone
provenienti da altri Paesi Ue.
Per esempio, può esservi una
pressione sull’educazione, gli
alloggi, i servizi sociali. Ma la
soluzione è affrontare questi
problemi specifici, non alzare
barriere contro quei lavoratori».

Luigi Offeddu
loffeddu@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le diciotto facce della moneta unica

50mila

I cittadini romeni e
bulgari che potrebbero
arrivare ogni anno nel
Regno Unito fino al 2019,
stima «Migration Watch»
(nella foto Ap, titoli
allarmistici su alcuni
quotidiani britannici)

2milioni
I romeni e i bulgari che
vivono in Spagna e in
Italia. L’Italia e la Spagna
sono state finora le
destinazioni preferite
degli immigrati
provenienti da Romania
e Bulgaria, che trovano
più semplice apprendere
la lingua. «Migration
Watch» prevede che
molti di loro ora siano
tentati di trasferirsi nel
Regno Unito, «il Paese
che offre maggiori
opportunità di
guadagno» agli
immigrati europei

21,2%

Gli immigrati in Italia
arrivati dalla Romania.
Sono oltre 900 mila
i romeni residenti in
Italia: la comunità
straniera
più numerosa

800mila
Gli immigrati romeni
in Spagna

Lettonia
Adotta l’euro dal
1 gennaio 2014.
Dal 2004
nella Ue

Estonia
Adotta l’euro
l’1 gennaio 2011
È nella Ue
dal 2004

Slovacchia
Adotta l’euro
l’1 gennaio 2009
È nella Ue
dal 2004

Cipro
Adotta l’euro
l’1 gennaio 2008
Nella Ue
dal 2004

Malta
Adotta l’euro
l’1 gennaio 2008
Nella Ue
dal 2004

Slovenia
Adotta l’euro
l’1 gennaio 2007
Nella Ue
dal 2004

Grecia
Adotta l’euro nel
2001 (in circolazione dal 2002)
Dal 1981 nella Cee

Finlandia
Adotta l’euro nel
1999 (in circolazione dal 2002)
Dal 1995 nella Ue

Spagna
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1986
nella Cee

94mila

I romeni che vivono
attualmente in Gran
Bretagna. I bulgari sono
47 mila

Portogallo
Adotta l’euro nel
1999 (in circolazione dal 2002)
Dal 1986 nella Cee

Irlanda
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1973
nella Cee

Francia
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1957
nella Cee

Austria
Adotta l’euro nel
1999 (in circolazione dal 2002)
Dal 1995 nella Ue

Italia
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1957
nella Cee

Germania
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1957
nella Cee

Belgio
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1957
nella Cee

Paesi Bassi
Adottano l’euro
nel 1999 (in uso
dal 2002). Dal
1957 nella Cee

Lussemburgo
Adotta l’euro nel
1999 (in uso dal
2002). Dal 1957
nella Cee



L'analisi

UN BUON BRINDISI PER L’EUROPA. MA ATTENTI AI TRIONFALISMI
SEGUE DALLA PRIMA

Da ieri la vigilanza sul sistema
creditizio europeo è passata alla
Bce guidata da Mario Draghi. Ieri
Bruxelles e la presidenza
semestrale greca hanno
annunciato una «offensiva a
favore dei giovani» basata
sull’ampliamento del programma
Erasmus. E non escludo di aver
dimenticato qualcosa, tra un
brindisi e l’altro. Ma inducono
davvero all’ottimismo, i fuochi
d’artificio del Capodanno
europeo? In parte, in una piccola
parte, la risposta è positiva. Una
Europa che spesso ci appare
paralizzata dimostra di non
esserlo, la Lettonia firma una
cambiale di fiducia anche se la
sua scelta è influenzata dalla
volontà di allontanarsi dalla

Russia (qualcosa di simile a
quello che vediamo nelle piazze
di Kiev), non ci saranno
«invasioni» dall’Est, la nuova
responsabilità della Bce è un
cruciale primo passo sulla via di
una Unione Bancaria ancora da
completare, e un Erasmus meglio
finanziato può soltanto allargare
le scarse opportunità delle nuove
generazioni. Ci ha detto, questo
primo giorno dell’anno, che
l’Europa è sveglia anche quando
ci sembra assopita, che la ruota
malgrado tutto continua a girare.
Non è poco, se si pensa che un
po’ ovunque nella Ue si vanno
infoltendo le schiere degli
eurostanchi che vorrebbero, non
si capisce come o a quale prezzo,
tornare indietro. Non diamo la
colpa ai popoli, che talvolta
vengono considerati la sorgente

del populismo anti-europeo.
Come potrebbe mai esistere un
popolo contento e pronto al
consenso, mentre viene
impoverito e sottoposto a
sacrifici severi? I populisti antieuropei sono piuttosto coloro
(politici in testa) che tentano di
sfruttare a proprio vantaggio
elettorale le sofferenze dei popoli,
e proprio per questo
rappresentano una seria
minaccia non solo contro
l’Europa, ma anche contro la
democrazia. E tuttavia, se si pone
correttamente la questione del
populismo, non si può essere
contenti di quanto fanno (o non
fanno) l’Europa e gli europeisti.
La chiave di tutto non è mutata
negli ultimi anni, e non è mutata
nemmeno dopo le tanto attese
elezioni tedesche: il rigore

finanziario è sacrosanto (e molto
tardivo per l’Italia); le riforme
strutturali sono necessarie anche
se non è vero che debbano
ispirarsi a un solo modello di
successo (quello della
Germania); ma dato che in
democrazia tutto ciò non può
essere disgiunto dalla libertà di
espressione (anche
irresponsabile) e dalle verifiche
elettorali, è ancora possibile
trovare forme di gradualismo che
evitino di uccidere il malato in
nome di una controversa neoideologia? Progressi ne sono stati
fatti, non ultimi quelli
sull’Unione Bancaria: imperfetti,
sì, ma pensate a quale segnale
avrebbe lanciato un fallimento. E
tuttavia il ritmo di marcia è
troppo lento, se paragonato a
quello di chi strumentalizza gli

umori popolari. E le elezioni, a
cominciare proprio da quelle
europee, sono troppo vicine. E
ancora, mentre l’Europa non
riesce a «produrre» (per esempio
programmi veri per
l’occupazione), tende a prevalere
anche da noi un ottimismo di
maniera. L’Italia aggancerà la
ripresa, crescerà, il semestre
italiano servirà a far cambiare le
cose, dei molti miliardi che
dovremo produrre dal primo
gennaio 2015 per far calare il
debito pubblico si parla poco, e
così incoraggiando. Con il rischio
poi di deludere. Qualche volta ho
nostalgia di Churchill, quello che
promise lacrime e sangue. Ma
vinse la guerra.

579mila
I polacchi che vivono in
Gran Bretagna
(censimento 2011). Il
Regno Unito e l’Irlanda
sono tra le mete
privilegiate
dell’immigrazione
polacca. Il polacco è la
lingua più parlata a
Londra e dintorni dopo
l’inglese: lo parla
1% della popolazione nel
Regno Unito

500mila
I polacchi residenti in
Germania. In totale i
polacchi in Germania
sono più di 1,5 milioni
secondo stime

61,9%

La percentuale degli
immigrati negli Stati
membri della Ue che si
concentra in 4 Paesi:
Gran Bretagna, Spagna,
Italia e Germania

Franco Venturini
fventurini@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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12 Esteri

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

italia: 58555254505450

Il caso L’aspirante editore ha fatto fortuna con il riciclaggio

Il sogno americano
del ricco cinese Chen
«Voglio il NY Times»

Intraprendente
Chen Guangbiao, 44 anni,
in uno studio televisivo
cinese: con un patrimonio
personale di circa 800
milioni di dollari, Chen
è diventato una celebrità
attraverso diverse
iniziative mediatiche (Afp)

Il tycoon offre un miliardo di dollari
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO — Il sito del New
York Times è oscurato dalla censura in Cina, ma c’è un imprenditore cinese che ha un piano
per renderlo di nuovo visibile.
Come? Semplice: comprando
tutta l’azienda che dal 1851 pubblica il giornale. L’aspirante
nuovo editore è Chen Guangbiao, ha fatto fortuna con il riciclaggio dei rottami di ferro, si
definisce un filantropo e ha
messo sul tavolo un miliardo di
dollari per acquistare il pacchetto azionario di controllo del
quotidiano americano. Chen sostiene di essere in partenza per
New York e di avere un appuntamento il 5 gennaio per discutere
l’affare.

Punto di riferimento
La prima pagina del «New
York Times» di ieri. L’editore
Arthur Sulzberger Jr nega
che il giornale sia in vendita

Da Manhattan una portavoce
del Times ha risposto che la società non commenta le voci. Il
presidente Arthur Sulzberger Jr
di recente ha detto che la famiglia non ha intenzione di vendere. Comunque il quotidiano ha
dato notizia dell’ipotesi, e ha
chiesto chiarimenti al milionario cinese. Chen Guangbiao ha
detto di aver messo insieme una
cordata con altri due investitori,
uno di Hong Kong, per raccogliere il miliardo. «Non c’è niente che non si possa comperare
per il giusto prezzo», ha risposto
quando gli è stato fatto notare
che Sulzberger non pensa di
passare la mano.
Chen Guangbiao, 44 anni, è
una celebrità in Cina: ha un patrimonio personale di circa 800

milioni di dollari e si è fatto notare per diverse iniziative mediatiche: nel 2008 ha organizzato carovane di camion carichi di
aiuti per i terremotati del Sichuan; nel 2012, quando le relazioni sino-giapponesi si sono
deteriorate e in Cina folle di manifestanti se la sono presa anche
con le automobili made in Japan,
ha regalato vetture per 800 mila

dollari ai poveretti che avevano
subito danni; ha fatto parlare di
sé l’anno scorso, quando Pechino era avvolta da una cappa di
smog irrespirabile e lui ha avuto
l’idea di offrire «aria pulita di
montagna» messa in lattina. Un
modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi
dell’inquinamento ambientale,
ha assicurato Chen; una trovata

Soluzione conservativa

JPM Global Conservative Balanced Fund

Soluzione tradizionale

JPM Global Balanced Fund

Soluzione aggressiva

JPM Global Capital Appreciation Fund

Soluzione orientata al reddito

JPM Global Income Fund

da cialtrone, hanno sostenuto
diversi blogger.
L’imprenditore è andato alla
carica anche sul fronte della politica internazionale: per sostenere le ragioni di Pechino nel
contenzioso con Tokyo per un
gruppo di isolotti del Mar cinese
orientale ha comperato mezza
pagina di pubblicità proprio sul
New York Times. «È stato allora
che mi sono reso conto di quanta influenza e credibilità abbia il
giornale: ogni ambasciata e ogni
governo nel mondo presta attenzione a quello che scrive». In
effetti, il New York Times di sicuro è letto anche nelle stanze
del potere di Pechino, spesso
non con piacere. Soprattutto da
quando nel 2012 ha pubblicato
un’inchiesta sulla ricchezza accumulata dalla famiglia dell’ex
premier Wen Jiabao. Da allora il
suo sito in inglese e quello gemello in cinese sono bloccati e
diversi cronisti americani hanno
avuto problemi con il visto. Che
ne pensa l’aspirante proprietario? Chen replica che
è naturale che il governo abbia oscurato
il sito www.nytimes.com, perché la
storia su Wen «conteneva affermazioni
preconcette e non verificate». Quando gli
si fa notare che il
giornale vale 2,4 miliardi di dollari in base alla quotazione
delle sue azioni in borsa, Chen
dice di essere disposto a trattare.
Ipotesi remota, perché le azioni
del giornale sono vincolate. Lunedì comunque, dopo che si sono diffuse queste voci sull’interessamento cinese, le azioni sono salite del 4%, ai massimi da 5
anni. Chen dice che il miliardo è
pronto, se il Times non lo vorrà,
farà offerte a Cnn, Washington
Post, Wall Street Journal. Impensabile? Dopotutto a Londra
Alexander Lebedev, oligarca
russo, ex agente del Kgb, ha potuto comprare Independent e
Evening Standard.

Guido Santevecchi

Ambientalista

L’aria fresca in lattina
Una delle trovate del tycoon
filantropo Chen Guangbiao
è la lattina con «aria
pulita di montagna»
messa in circolazione
l’anno scorso, quando
Pechino era avvolta
da una cappa di smog
irrespirabile: un modo,
molto criticato dai
blogger cinesi, per
sensibilizzare l’opinione
pubblica sui problemi
dell’inquinamento
ambientale

Auto e biciclette
Nel 2013 Chen, insieme
al pianista Lang Lang,
ha donato 5 mila biciclette
ai residenti con basso
reddito di Nanchino (sopra,
il lancio del progetto con Chen
in bici). Tra le sue iniziative
anche i camion carichi
di aiuti per i terremotati
del Sichuan nel 2008 e
le vetture donate a ignoti
automobilisti nel 2012
come risarcimento per le
violenze anti-nipponiche
che avevano danneggiato
numerose auto made
in Japan

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giallo a Praga

L’ambasciatore palestinese
morto in un’esplosione
PRAGA — L’ambasciatore palestinese a
Praga è morto ieri in circostanze poco
chiare. Secondo le prime ricostruzioni, il
diplomatico, Jamel al Jamal (foto), 56 anni,
stava aprendo una cassaforte rimasta
chiusa per trent’anni quando è rimasto
vittima di un’esplosione nel suo
appartamento nella capitale ceca.
Trasportato in ospedale con lesioni alla
testa e al torace, è morto poche ore dopo.
Si indaga sulle cause di quello che, in apparenza, è sembrato
un incidente. Almeno secondo gli inquirenti, che finora non
hanno trovato prove di un attentato terroristico. Ma l’Anp ha
inviato un proprio team per fare piena luce sull’accaduto. Tra
l’altro, circostanza ancora più misteriosa, l’abitazione del
diplomatico conteneva una gran quantità di armi e forse
anche di esplosivo.

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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Esteri 13

italia: 58555254505450

Nuovo corso La first lady dice no alla moda, il marito si fa beffe dei ricchi e della «tassa da tre dollari al giorno»

Capelli e cappelli, sorrisi e blue jeans:
la «modern family» del sindaco de Blasio

Georgina in cappottini firmati accanto alla bella compagna, l’economista
Diana Taylor, e con gli ex sindaci democratici Koch e Dinkins alle sue
spalle ormai molto anziani, simboli di
un potere lontanissimo nelle ere geologiche di New York, fantasmi dickensiani dei Natali (democratici) passati.
Per non parlare dei due giuramenti
di Rudolph Giuliani (1994 e 1998), lo
«sceriffo» repubblicano con la mascella tanto volitiva quanto lo era il riporto sulla calvizie, chiamato a riportare legge e ordine tramite la «tolleranza zero» che giurò sotto lo
sguardo adorante d’ordinanza della allora moglie
Donna Hanover, biondissima e firmata come i due figli bambini.
Il clima democratico e multirazziale di ieri, davanti
a City Hall era quello della rivincita
dei liberal che mancava dalla vittoria (di
Pirro) di David
Davanti alla casa di Brooklyn (dove conti- Dinkins nel 1990. Lui
giurò — elegantissimo
nueranno a vivere) il giuramento notin cappotto cammello — in
turno in forma semiprivata
un’America post-reaganiana
e il saluto alle telecamere
molto diversa da quella di oggi. E
fa sorridere il giuramento low profile
di John Lindsay (1966-1973), sindaco
Wasp di ottima e bianchissima famiVittoria
glia che giurò in abito blu Brooks
La famiglia de
Brothers, camicia button down e craBlasio (il sindaco Bill, la moglie vatta regimental, circondato da familiari bianchi e collaboratori bianchi,
Chirlane, i figlia
Chiara e Dante) una scena del telefilm «Mad Men» ante litteram da confrontare con la «Modavanti a City
dern Family» (telefilm citato da ClinHall ieri pomeriggio per il giu- ton ieri, come sempre il più brillante
ramento solen- di tutti) dei de Blasio.
Cose che avrebbero fatto piacere a
ne e l’insediamento del nuo- Fiorello La Guardia (1934-1945), repubblicano populista, sindaco duranvo primo cittate la Grande Depressione e la guerra,
dino democraleone di Little Italy alleato di Franklin
tico. Finiscono i
Roosevelt. C’è da pensare che a lui la
vent’anni dei
famiglia de Blasio sarebbe stata simanni fa lasciava l’incarico l’ulrepubblicani
patica. Ma — erano altri tempi — per
timo sindaco democratico di
Giuliani e
il giuramento che lo fece diventare ufNew York. Si tratta di David
Bloomberg ,
ficialmente sindaco, «the Little
Dinkins, in carica dall’1 genche nel suo ulnaio del 1990 al 31 dicembre
timo mandato è Flower» (era alto un metro e 50) si era
del 1993. Dinkins è stato il pristato però elet- messo addirittura in smoking.

New York, dopo Giuliani e Bloomberg un giuramento «anti-fashionista»

L

a fine del ventennio GiulianiBloomberg si riassume nella
fotografia scattata pochi istanti
dopo la mezzanotte di martedì:
Bill de Blasio che giura davanti alla casetta di Brooklyn con la manona sulla
Bibbia di Franklin Delano Roosevelt,
fissato dal basso verso l’alto dalla moglie Chirlane serenamente in tacchi
bassi e cappotto grigio (il marito è alto
1,96 e lei gli arriva all’ascella), del figlio Dante in maglione e jeans con il
capoccione di capelli «afro» che ha affascinato anche Obama («Nel 1978
portavo anch’io i capelli così ma non
mi stavano belli gonfi come i tuoi»),
della figlia Chiara con in testa il cappello conico di Halloween riadattato
alla notte di San Silvestro e diventato
immediatamente virale sui social
network. Il primo sindaco democratico di New York dal 1993 ieri ha usato
l’immagine della sua bella famiglia
multirazziale con la stessa bravura dimostrata durante la campagna elettorale.
Visto che il sindaco prende il potere
a mezzanotte («Resterò a disposizione
fino alle 23:59:59», aveva spiegato,
precisino come sempre, Michael
Bloomberg) ecco per evitare vuoti di
potere un primo giuramento a mezzanotte, di solito in forma privata o semiprivata, e poi la cerimonia ufficiale
nel pomeriggio successivo davanti al
municipio (proprio come fanno i presidenti davanti al Campidoglio a
Washington). Ecco allora, davanti a
City Hall, Chiara senza il copricapo conico e Dante in abito scuro (ma niente
cravatta) con lo scarso entusiasmo di
tutti i 16enni del mondo che vogliono
obbedire a papà. E Chirlane (che si veste in una boutique vicino a casa con i
capi di una stilista finora sconosciuta,
Anni Kuan) in cappotto viola a fare la
first lady anti-fashionista.
L’ e r a G i u l i a n i Bloomberg è finita prima ancora che il neosindaco, dal podio,
aprisse bocca: prima
che l’amico Bill Clinton
lo facesse giurare e prima che lui irridesse
con una stilettata le
critiche all’aumento
delle tasse di chi guadagna più di mezzo
milione di dollari all’anno: «Si tratta di un
aumento di circa tre
dollari al giorno. Il
prezzo di un caffè al
latte di soia da Starbucks. Misura piccola». Bastava guardare
la famiglia de Blasio e
ripensare ai tre giuramenti di Bloomberg (2002, 2006,
2010), i primi due con la mamma
Charlotte (morta nel 2011 a 102 anni)
in pelliccia a reggere la Bibbia, il più
recente con le due belle figlie Emma e

2014

Mezzanotte

73

Per cento I voti con cui Bill de
Blasio ha vinto la poltrona di sindaco di New York. Il suo sfidante
repubblicano, Joe Lhota, ha ottenuto soltanto il 24% delle preferenze. Quella di de Blasio è stata
la più larga vittoria per un candidato sindaco a New York dal 1985

20

mo sindaco afro americano di
New York

2002

to come indipendente (Ap)

Matteo Persivale
© RIPRODUZIONE RISERVATA

1994
1990

Michael Bloomberg Il primo giuramento del sindaco miliardario: in cappotto blu (nel 2006 e 2010 restò in giacca, più
giovanile), con la madre Charlotte (morta nel 2011 a 102
anni) a reggere la Bibbia. Lo stile Bloomberg mixa modi informali (prende il metrò) a scarsa attitudine al compromesso

Rudolph Giuliani Il primo giuramento dei due fatti dal sindaco-sceriffo,
ex procuratore antimafia che ha fortemente ridotto la criminalità a New
York. Con lui la moglie (ora ex) Donna Hanover e i due figli piccoli. Lo stile Giuliani è diretto e carismatico (vedi la reazione all’11 settembre) , ma
per temperamento tendeva a personalizzare sempre i conflitti politici

David D
in
daco afro kins Elegantissim
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clima di sp ericano di New o, il primo sinYork giur
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sconfitto
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da Rudo andato va malph Giulia
ni

Filantropia L’inventore del popolare social network ha donato quasi un miliardo di dollari in azioni alla Fondazione della comunità della Silicon Valley

Facebook ha un cuore: Zuckerberg è il benefattore dell’anno
WASHINGTON — Mark Zuckerberg, il ventinovenne fondatore di Facebook, il social
network più frequentato al
mondo, è il filantropo numero
uno d’America del 2013. Lo ha
annunciato ieri la rivista Chronicle of Philanthropy, precisando
che Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan hanno donato quasi
1 miliardo di dollari in azioni di
Facebook alla Fondazione della
comunità della Silicon Valley, in
California. Si tratta di poco meno di un terzo del totale destinato alla beneficenza dai «paperoni» americani l’anno scorso, circa 3 miliardi e 400 milioni di
dollari. Nel 2012 Zuckerberg e la
moglie avevano donato alla

Primato Mark Zuckerberg, 29 anni

stessa fondazione 500 milioni di
dollari, sempre in azioni della
Facebook, ma filantropo numero uno era risultato l’ottuagenario Warren Buffett, il mago degli
investitori, presidente della Berkshire Hataway.
Secondo Chronicle of Philanthropy, Zuckerberg è un benefattore anomalo. Mentre Buffett
e l’altro «creso» per antonomasia, Bill Gates, il padre della Microsoft, hanno formato nuove
fondazioni intitolandole a se
stessi, Zuckerberg preferisce finanziare fondazioni quasi anonime già esistenti, con la clausola che i fondi vadano all’istruzione e alla sanità. Il fondatore
di Facebook svolge opera filan-

tropica da alcuni anni, ma dal
2012 si è concentrato sulla Silicon Valley, il cuore dell’elettronica, per alleviare le tensioni
sorte con la popolazione locale,
in difficoltà economiche dopo la
crisi finanziaria del 2008. Per la
crisi, che ha danneggiato anche
molti ricchi, in America la beneficienza, un’onorata tradizione,
non è ancora tornata al livello
record di sette anni fa, 4 miliardi
e cento milioni di dollari.
Il giovane miliardario, un ex
bambino prodigio che Gates
tentò invano di assumere alla
Microsoft, deve la propria fortuna all’ingresso della sua società
in Borsa nel 2010. Facebook fu
valutata 104 miliardi di dollari e

il suo pacchetto azionario personale quasi 17 miliardi. Quasi
istantaneamente, Zuckerberg
fece la sua prima, massiccia donazione alle scuole pubbliche di
Newark presso New Jersey, 100
milioni di dollari, e si iscrisse a
Giving pledge, un’associazione
creata da Buffett e Gates per
convertire i ricchi americani alla
filantropia, ottenendo dalla rivista Time la nomina di Persona
dell’anno. Il giovane aveva fondato Facebook nel 2004, a soli
vent’anni, con l’aiuto di un
gruppetto di amici, mentre frequentava la prestigiosa università di Yale, la stessa dei presidenti Bush padre e figlio e del
presidente Clinton.

La classifica
Dopo Zuckerberg, i massimi
filantropi Usa del 2013 sono
stati nell’ordine: 2)Phil
Knight, presidente della Nike
(500 milioni di dollari);
3) Michael Bloomberg,
sindaco uscente di New York
e presidente dell’omonima
società (350 milioni);
4)Charles Johnson, gestore
di fondi (250 milioni);
5) l’immobiliarista Stephen
Ross (200milioni);
6. l’ereditiera Muriel Block
(160 milioni)

Dopo Zuckerberg, i massimi
filantropi americani del 2013
sono stati Phil Knight, il presidente della Nike, che ha donato
500 milioni di dollari all’Università dell’Oregon per la lotta contro il cancro, e il sindaco uscente
di New York Michael Bloomberg, presidente dell’omonima
società, che ha donato 350 milioni di dollari alla sua ex università, la John Hopkins. Il numero dei miliardari che hanno
versato più di 100 milioni di
dollari l’uno in beneficienza è
salito da undici nel 2012 a quattordici. L’America si chiede ora
se Zuckerberg, che un giorno
potrebbe diventare più ricco di
Gates, seguirà l’esempio di Buffett, che ha disposto che la massima parte della propria fortuna
vada non agli eredi ma in carità.

Ennio Caretto
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

&RGLFH FOLHQWH

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

La storia

Esteri 15

italia: 58555254505450

Migliaia in fuga dall’Olocausto, un esodo al quale parteciparono anche navi italiane. Fino al blocco degli ingressi

Shanghai 1939, porte chiuse agli ebrei
Il silenzio degli ambasciatori d’Europa
Nelle lettere riservate tra diplomatici i segnali dell’imminente catastrofe
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

BRUXELLES — Lettera riservata
spedita ai colleghi del corpo diplomatico, il 16 agosto 1939, dal console generale italiano a Shanghai, Giuseppe Brigidi: «La proibizione, da
parte del Consiglio municipale della
città, di ogni ulteriore ingresso nell’insediamento internazionale ai
profughi dall’Europa (gli ebrei, ndr)
è una misura assolutamente necessaria per l’ordine pubblico. Come i
passi per prevenire ogni ulteriore
immigrazione... Questo Real Consolato non mancherà di informare il
governo italiano sull’opportunità di
prevenire ulteriori imbarchi dai
porti italiani... Ho l’onore di essere,
“Sir”, il vostro obbediente servitore
G. Brigidi, console generale facente
funzioni del Regno d’Italia».
Tutti d’accordo, risposero i colleghi del nostro diplomatico: i rappresentanti di Francia, Gran Bretagna
(già alla vigilia della guerra con la
Germania nazista), e via dicendo. A
Shanghai, vivevano allora circa 23
mila ebrei, soprattutto tedeschi, austriaci, polacchi: era l’unico luogo al
mondo, alla vigilia dell’Olocausto,
in cui potessero rifugiarsi senza dover combattere troppo per ottenere
un passaporto o un visto d’entrata.
Là c’erano sovraffollamento, povertà, a volte anche problemi «di ordine pubblico», come dicevano i diplomatici occidentali. Ma Shanghai
era lo scudo dall’imminente Olocausto. Quell’estate, d’accordo con
gli alleati tedeschi, gli occupanti
giapponesi imposero il blocco. E gli
altri Paesi si adeguarono in pochi
giorni, dopo la lettera-circolare dei
consoli. Presentata una debole protesta al Consiglio municipale, una
dopo l’altra, le varie concessioni internazionali sbarrarono proprio

quei cancelli che un giorno avevano
spalancato. Così il nido Shanghai
divenne un ghetto chiuso. Per volere di chi allora vinceva, certo. Ma
con il consenso a mezza voce di coloro che il nido l’avevano costruito e
protetto.
L’oasi di Shanghai, così scriveva
ancora nel gennaio 1940 il Consolato generale tedesco nei suoi verbali,
era nata «grazie allo spunto liberale
inglese e alla generosità francese».
Quanto all’Italia, erano sue le navi
— dal «Conte Verde» al «Conte
Biancamano», da Genova e Trieste
— che avevano consentito gran parte dell’esodo.
La storia dunque conosceva, al-

Ventimila rifugiati
nella città cinese
Prima e durante la
Seconda Guerra
Mondiale 20 mila ebrei
fuggiti dalla Germania,
dall’Austria, dalla
Cecoslovacchia e da altri
Paesi dell’Europa centrale
trovarono rifugio a
Shanghai. Il loro approdo
in Cina era agevolato
dalle condizioni fissate
dal Trattato di Nanchino
(1842), con cui si era
posto fine alla guerra
dell’oppio fra Gran
Bretagna e Impero
Cinese

Il porto franco
e gli stranieri
Sulla scia della sconfitta
cinese, gli accordi
stabilivano l’apertura al
commercio britannico
di cinque porti cinesi,
fra cui Shanghai.
Questo era l’unico porto
al mondo in cui si
entrava senza né visto
né passaporto;
condizione che non
cambiò neppure dopo
l’occupazione
giapponese, nel 1937, e
che favorì la nascita di
un insediamento
internazionale

Il «servizio navetta»
tra l’Italia e la Cina

In viaggio Una foto d’archivio ritrae un gruppo di giovani ebrei rifugiati in Cina; sotto, una sinagoga costruita nel 1920 a Shanghai (Ap)

Tra due continenti

Rifugio
Alla fine degli anni Trenta gli ebrei
in fuga dalle persecuzioni potevano
entrare a Shanghai senza dover
combattere troppo per ottenere
un passaporto o un visto: un’«oasi»
dove non mancavano problemi
di sovraffollamento e povertà
Ghetto
Nell’estate del 1939, d’accordo con
gli alleati tedeschi, gli occupanti
giapponesi bloccarono gli ingressi.
E in pochi giorni i diplomatici
europei che fino ad allora avevano
favorito l’esodo si adeguarono alle
nuove direttive: l’insediamento
divenne un ghetto chiuso

meno ufficialmente, i nomi dei
«buoni»: francesi, inglesi, italiani, e
cinesi, per esempio quei diplomatici
cinesi che fino all’ultimo continuarono a rilasciare visti. Ma negli archivi del Ministero degli Esteri tedesco, a Berlino, ci sono ancora oggi
dei documenti che raccontano altro.
Spesso portano la dicitura «segreto»
o «non per la stampa», e spiegano
come «buoni» e «cattivi» possano
assomigliarsi. Per esempio, il 18
maggio 1933, a 4 mesi dall’ascesa al
potere di Hitler e quando già molto
si conosceva nel mondo delle sue
violenze, ecco una lettera riservatissima di A. Cecil Taylor, dall’ambasciata britannica, al collega ambasciatore tedesco Oskar Trautmann:
«La lega cinese dei diritti umani mi
ha inviato questo articolo sugli ultimi eventi in Germania. Mi hanno
chiesto di ripubblicarlo. Te lo mando, magari per i tuoi archivi: questa
roba ha il tono di certe fonti anti-tedesche...».
Pochi anni dopo, quanto già si intuiva dell’Olocausto all’orizzonte? E’
una domanda mille volte ripetuta.
Ma il 2 novembre 1940, ecco una risposta inequivocabile da Martin Fischer, console generale tedesco a
Shanghai, in una lettera al suo Ministero: «Anche nel caso di un perseguimento coerente della nostra
meta, l’eliminazione (testuale: «ausmerzen», ndr) progressiva dell’ebraismo dal popolo tedesco, non
bisogna farsi frenare da considerazioni umanitarie». E il Ministero,
ancora più netto: è chiara «la necessità di una soluzione radicale della
questione ebraica. L’ultimo obietti-

Il console italiano: «La proibizione di ogni ulteriore
ingresso ai profughi dall’Europa è una misura
assolutamente necessaria per l’ordine pubblico»

❜❜

La vicenda

vo della questione ebraica è l’allontanamento di tutti gli ebrei viventi
(sic) dall’Impero».
In quegli stessi mesi, il 18 marzo
1939, così un altro console italiano,
Luigi Neyrone, fotografava Shanghai: «Tutte le navi dall’Italia sono
prenotate fino a giugno... Negli uffici della Comunità internazionale si
accalcano ogni giorno 200 persone,
fra cui donne che allattano e mendicano. Vi sono stati già 3 suicidi. Gabriel Lax, commissario capo di polizia a Vienna, qui dorme su una
branda...». E’ una «shond khay»,
una vita da schifo, dicono le lettere
in yiddish spedite ai familiari in Europa (e spesso già inghiottiti dai Lager). Eppure, è vita che continua:
250 musicisti ebrei suonano nei
caffè e negli alberghi, si stampano 17 giornali, ci sono 162
sarti e un detective, al Club degli Artisti si rappresenta «Il marito che ride», e
la «coscienziosa
cartomante Jda
Wolff» offre i
suoi servizi alla
casa 111 di Ward
Road Lane o anche «su richiesta a domicilio». Ma
concerti e chiromanti non allontanano la paura. Fin dagli inizi. Il 14
marzo 1934, un certo Mei Paqi scrive al Consolato generale tedesco di
Shanghai. In realtà si chiama Mario
Paci, italiano, è il grande orchestrale
che ha portato la musica classica
europea in Cina, e dirige l’Orchestra
municipale di Shanghai: «Ho assunto per il prossimo concerto sinfonico — scrive al console — un
musicista tedesco molto eminente,
Klaus Pringsheim. Il padre suonava
Wagner, un fratello è stato allievo di
Mahler. Le chiedo di aiutarmi ad assicurargli una buona accoglienza...». Ma quello e altri concerti non
ebbero «buona accoglienza», perché Pringsheim era ebreo. Nota
successiva dello stesso Consolato:
«Vari ebrei suonano in quell’orchestra. Alla fine non c’è stata ovazione

perché il console la riteneva eccessiva. E niente corona d’alloro al direttore: solo una di colore neutro, e
con la scritta “I tedeschi di Shanghai”».
La paura viaggia anche con il ridicolo. Il 24 novembre 1936, a Tientsin, il Club internazionale delle
Donne organizza un tè di beneficenza. Su ogni tavolo, la bandiera di
un Paese; la signora Kleye, tedesca,
porta una bandiera con la svastica
delle Ss. Protestano il medico Ernst
P. Mannheim e la moglie Ruth
(«ebrea che denigra le altre tedesche del Reich», spiega un rapporto
del Consolato, che già aveva proposto per lei e il marito il ritiro del passaporto). Ma il vessillo viene ugualmente esposto. Dieci minuti dopo,

23.
250

000

Gli ebrei che vivevano
a Shanghai al momento
del blocco degli ingressi

I musicisti della
comunità di rifugiati:
arrivavano molti artisti

durante un brindisi, sparisce. Chi è
stato? Il rapporto consolare n.
44A1/37 del 4/1/37 addita Ruth
Mannheim, e accoglie le accuse di
frau Kleye. Che aggiunge: «Frau
Mannheim ha un giovane cane setter che tiene al guinzaglio: è venuto
verso di me annusando e lei gli ha
detto, “guai a te se annusi ancora un
tedesco”: non ho potuto non notare
quest’offesa. Questi sono emigranti
che si comportano in modo provocatorio». Invece il marito riceve posta. Una lettera anonima: «Tu Mannheim, se ti esprimi ancora una volta in modo così sprezzante sulla mia
patria allora ti ammazzo così crepi
miseramente, tu parassita ebreo
puzzolente». L’Olocausto era dietro
l’angolo.

Il flusso migratorio
iniziato attorno al 1933
si mantenne sostenuto
per tutto il decennio.
Spesso il viaggio
avveniva su navi
italiane: fra il 1939 e il
1940 sembra che la
Lloyd Triestino di
Navigazione gestisse
una sorta di «servizio
navetta» fra l’Italia e
Shanghai trasportando
migliaia di rifugiati ogni
mese. Gli ultimi arrivi si
registrarono nel 1941,
prima di Pearl Harbor

L’arrivo giapponese
e il settore ristretto
A mano a mano che
arrivano, gli ebrei in
fuga dall’Europa si
stabiliscono in tutta
Shanghai. Ma nel 1943
i giapponesi che da
cinque anni occupano
la città, istituiscono il
«Settore ristretto per i
rifugiati apolidi»:
un’area di due
chilometri quadrati e
mezzo nel distretto di
Hongkou, dove
vengono trasferiti tutti
gli ebrei presenti in
città

I raid statunitensi
e la liberazione
Durante i raid aerei
statunitensi su
Shanghai, fra il 1944 e il
1945, Hongkou venne
colpita a più riprese e
33 rifugiati persero la
vita. Il 90 per cento dei
residenti non fu in
grado di lasciare Il
ghetto se non dopo la
liberazione ufficiale, il 3
settembre 1945, con un
leggero ritardo per
consentire alle forze
di Chiang Kai-shek di
prendersi il merito
politico della
liberazione di Shanghai

Luigi Offeddu
loffeddu@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cronache 19

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Cronache
Il bilancio L’episodio più grave nella serata di ieri per colpa dei botti inesplosi

Milano

Mettono insieme i petardi
Cinque feriti gravi in una villa

Prova la pistola
in strada
Spara e ferisce
due studenti

Incidente in famiglia a Tivoli. Bimbo senza dita a Milano
ROMA — Una morte «sospetta», nella Capitale, e 350 feriti in tutta Italia (come nel
2013, ma meno dei 600 del
2012). Ma nel solito, drammatico, bilancio del post Capodanno, il «botto» che ha provocato
più danni è quello «ritardatario», esploso quando ormai la
nottata era passata da un pezzo.
Siamo nei pressi di Tivoli, ad
una cinquantina di chilometri
da Roma, in una villa privata,
strada Colle Nocello.
Qui, alla famiglia Cecchinelli
viene la «brillante» idea di
un’ultima emozione, un ultimo
sparo per dire addio all’anno
vecchio e salutare il nuovo. Solo
che ci vuole qualcosa di speciale, che venga sentito dal paese e
da quelli limitrofi, un «botto»
così grande che arrivi fino alla
Capitale. E, allora, in una sorta
di magazzino per gli attrezzi
mezzo abbandonato, all’interno
della proprietà, il gruppetto si
riunisce: padre, madre, figlio,
amici, parenti vari. L’idea è
quella di preparare un vero proprio «bombone», recuperando
qualche petardo non sparato
dentro casa, più altri trovati in
strada. Gli esplosivi vengono
aperti, svuotati, la polvere messa tutta insieme in un contenitore, pigiata. Ma qualcosa va
storto: il «botto» arriva, ma prima del previsto. E sorprende la
famiglia tutta intorno all’esperimento pirotecnico. Si sente
un’esplosione, fortissima, il primo dell’anno, si trasforma in
tragedia. A farne pesantemente
le spese sono in cinque. Al papà,
Giuseppe Cecchinelli, salta il
braccio destro. Al figlio Manuel,
17 anni, le dita di una mano. Ad
un altro ragazzo, Stefano Restini, di 24, «parte» la mano sinistra, Enrico Malatesta (17enne
anche lui) viene trasportato in
codice rosso al Sandro Pertini di
Roma mentre Manuela Ciccotti
(30 anni) si ritrova con un polmone perforato dalle schegge
del «bombone» artigianale e
viene ricoverato in ospedale a
Tivoli. Sotto choc la madre, Marida Roasti di 45 anni. Sul posto,
insieme alle ambulanze, arrivano gli uomini del commissariato della cittadina termale, più
alcune volanti e gli artificieri
della Questura della Capitale.

Nel bilancio di Capodanno,
ufficialmente, non compaiono
morti per i botti già «accertati»
(non accadrebbe dal 2010). Ma,
sempre a Roma, ci sono delle
indagini in corso sulla morte di
un disabile di 68 anni, Filippo
Antonio Lucisano, diabetico,
costretto sulla sedia a rotelle,
deceduto a causa di un incendio
nella sua casa in zona Gregorio
VII. In un primo momento, si è
pensato ad un corto circuito,
provocato forse dal ferro da stiro. Ma, poi, ascoltando anche le
testimonianze dei vicini, i vigili
del fuoco hanno cominciato ad

Ustioni
A Piedimonte Matese,
colpito dal terremoto,
una bambina di 6 anni
ha riportato ustioni

esaminare anche il materiale pirotecnico trovato nell’appartamento all’ultimo piano: Lucisano era un appassionato dei fuochi d’artifici, che potrebbero essere stata la causa dell’incendio.
«Non è stato un corto circuito,
ma quei botti che lui esplodeva
regolarmente da 44 anni», racconta una signora del palazzo.
Nella Capitale, in tutto, gli interventi del 118 sono stati 296 e i
feriti 23.
Altri episodi si sono registrati
in giro per l’Italia, sono meno
gravi. A Milano un ragazzino di
7 anni ha raccolto un petardo
artigianale, che è esploso, e ha
perso la mano destra. E sempre
nel capoluogo lombardo due
bimbi di 8 e 9 anni sono stati ricoverati con lesioni agli occhi e
al volto e ustioni di primo grado. A Piedimonte Matese, colpito dal terremoto domenica
scorsa, non tutti hanno osser-

vato il divieto del sindaco a sparare fuochi d’artificio e una
bambina di 6 anni ha riportato
ustioni superficiali, ad arti e
volto. In Campania, l’operazione più delicata è stata effettuata
a San Giorgio a Cremano, dove
in un vecchio stabile sono andati a fuoco plastiche e gomme. In
Calabria sono 19 i feriti, di cui
otto minorenni, mentre a Lamezia Terme un uomo ha sparato un colpo di fucile che ha raggiunto al polpaccio la figlia di 9
anni. A Palermo ferito un ragazzo di 14 anni, per un proiettile
esploso da un balcone, mentre a
Bari due persone rischiano di
perdere la vista per lo scoppio di
petardi. Complessivamente, sono state arrestate o denunciate
281 personale e sono stati sequestrati circa 120 tonnellate di
articoli pirotecnici.

Ernesto Menicucci
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Piazza Botti in piazza Duomo, a Milano, nonostante i divieti (Marmorino)

Le vittime
in 14 anni

Feriti

952
Fe
rit
i

8.251

806

Morti

15
548

568

584

583
550

561

526

509

473

498

350

382
361
4

2

-

1

-

-

1

-

1

1

2008

2009

-

2

1

2

-

Morti
2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2010

2011

2012

2013

2014

Foto: Laporta

Il commento

LA NOSTRA BATTAGLIA PERDUTA CONTRO IL PERICOLO
di GOFFREDO BUCCINI
l paradosso è che qualcuno ha persino detto: «È andata meglio, quest’anno». Già:
«appena» trecentocinquanta feriti circa (il
«circa» è obbligatorio, perché questa sparatoria demenziale miete vittime anche molte
ore dopo lo scoccare della mezzanotte, come
vedremo), contro i 361 feriti del Capodanno
scorso; e, per la prima volta da tre anni, nessun morto.
La chiamiamo festa, li chiamiamo botti,
quando esplodono ridiamo col naso all’insù.
Siccome i botti costano, uno degli effetti benefici della crisi sta nel fatto che s’è sparato di
meno e di conseguenza i danni sono stati
(appena) un po’ ridotti. Certo, un bambino di
sette anni ha perso alcune dita a Milano, uno
nel Pavese ha il volto ustionato. Ma gli esperti
ieri mattina ci spiegavano che, tutto sommato, siamo nei limiti.
Poi c’è stata l’esplosione di Tivoli. Una follia che lascia senza fiato, perché questa non è
la storia di una notte siriana o libanese, noi i

I

danni ce li procuriamo da soli, le vite nostre e
dei nostri figli le mettiamo in pericolo per allegria. A Tivoli, alle porte di Roma, ieri pomeriggio avremmo potuto assistere a una
strage. Un gruppo di adulti e ragazzini (famigliole, dunque) hanno raccolto petardi e fuochi avanzati dalla festa e hanno acceso tutto
in un capannone, con un innesco di foglie.
Risultato: sei feriti gravissimi, pare due mani
amputate. Tra i più gravi, un papà di quarantasei anni, a lungo in sala operatoria. La sua
presenza, e l’idea che grandi e piccini si raccolgano in questo rito pagano trasversale alle
generazioni, ci dà il senso di una battaglia
perduta. Della mancata percezione di un pericolo, che rende inutili ordinanze, campa-

Le campagne
Inutili le ordinanze dei sindaci, le
campagne di informazione, le retate
nei depositi di botti abusivi

gne d’informazione, retate nei depositi dei
botti abusivi e più rischiosi. Perché se la fantasia dei napoletani coglie il senso storico di
questo delirio (il botto più richiesto dieci anni fa si chiamava Osama e oggi Terra dei Fuochi), è il nostro cervello, dalle Alpi a Lampedusa, ad essere rischioso e abusivo.
I cinesi, che l’arte dei fuochi se la portano
nel Dna, hanno capito che nemmeno i divieti
più feroci (e lì c’è da presumere che lo siano)
bastano a fermare il fai-da-te del botto e organizzano grandi spettacoli pirotecnici collettivi per incanalare le pulsioni solitarie. In
Ecuador e in Perù danno più modestamente
fuoco a manichini di cartapesta davanti a casa. In Giappone ascoltano 108 colpi di gong
(tanti sarebbero i peccati d’un uomo durante
l’anno) bevendo sakè, e al massimo rischiano una sbronza. Noi, al rintocco della campana di mezzanotte nella quale Nietzsche coglieva il senso solenne di metamorfosi, impazziamo e ci trasformiamo in mujahidin di
pianerottolo. Si faccia avanti chi non ha tra i
suoi ricordi d’infanzia almeno uno zio scemo

(serissimo travet per 364 giorni l’anno) che,
la notte fatidica, si trasformava trascinando i
pargoli sul balcone e dava fuoco al bombolone artigianale che scompigliava i capelli per
lo spostamento d’aria. Perfino un politico
nuovista come Renzi s’è arreso spiegando
che a Firenze non avrebbe emesso ordinanze
di divieto, perché sono «la cosa più inutile
della storia dell’umanità». Verissimo. Valli a
controllare i bombaroli della mezzanotte.
Spariamo per scacciare i demoni dell’anno
che muore e, più probabilmente, quelli che ci
portiamo nell’anima: le «Voci di Dentro» di
Eduardo del resto sono un alfabeto pirotecnico di demonologia. E forse il male nascosto
nella nostra vita di ogni giorno possiamo
davvero leggerlo nei numeri dell’ultimo
giorno dell’anno, in questo bollettino da
ospedale da campo: sintomo del morbo, come la febbre. Quando festeggeremo un Capodanno con innocue girandole luminose e
fontane di luce, avremo imparato a volerci un
po’ più bene.

MILANO — Detto e fatto,
nella primissima alba del
nuovo anno, sul
marciapiede della periferia
sud di Milano. «Vediamo se
la pistola spara» ha buttato
lì al socio, forse per una
folle sfida, forse strafatto di
droga, forse ancora alterato
dall’alcol. Ha impugnato ed
esploso in rapida serie tre
proiettili calibro 7.65. Due
colpi hanno spappolato una
coscia e frantumato una
rotula a Karim, 24 anni,
studente di Scienze
politiche; un terzo proiettile
ha quasi ammazzato Marco
Giulio, di due anni più
piccolo, ugualmente
universitario, in
Biotecnologie al
Politecnico, raggiunto da un
devastante colpo al basso
addome. Le colpe dei due?
Alle sei e mezza erano
appena scesi dalla casa di
amiche e amici, al civico 7
di via Nicola Romeo, dove
avevano trascorso la nottata
e avevano condiviso
cenone, brindisi e
festeggiamenti.
Parlottavano sotto il
palazzo. Qualche minuto e
sarebbero saliti in macchina
per tornare a casa. Il
pistolero vive al civico 5,
che dal 7 dista pochi metri.
Era giù in strada pure lui.
Girovagava. Ha incontrato
un socio. Ha visto Karim e
Marco Giulio, in compagnia
di un terzo ragazzo. Si è
avvicinato. S’è inventato
quella sfida col compare.
«Vediamo se la pistola
spara». Ha estratto l’arma e
ha ferito. Marco Giulio è in
gravissime condizioni.
Karim chissà quando
riprenderà a camminare.
Quanto al folle, dovrebbe
trattarsi di Andrea Vitiello,
26 anni, figlio di
quell’Ettore ammazzato per
motivi economici, nel 2011,
sempre a Milano, dall’ex
presentatore televisivo
Alessandro Cozzi. Vitiello
junior, una storiaccia
recente da spacciatore, era
agli arresti domiciliari.
Fermato, nega qualsiasi
addebito. Sostiene che ne se
stava nel suo appartamento
a riposare. Giura che non
c’entra niente. L’arresto,
eseguito con un’operazione
lampo dal commissariato
Scalo Romana guidato da
Angelo De Simone, andrà
ora all’esame della
convalida. Sul balcone di
Vitiello, in mezzo a un
tappeto di resti di petardi,
gli agenti hanno trovato un
bossolo riconducibile alla
sparatoria. Non c’è traccia
della pistola, che potrebbe
esser stata affidata al
compare perché la faccia
scomparire. Karim e l’altro
ragazzo hanno riconosciuto
nelle fotografie Andrea
Vitiello, che pur sembra
girasse con un berrettino in
testa. Impossibile per i
poliziotti parlare con Marco
Giulio, sul cui futuro i
medici non vogliono
sbilanciarsi. Serve tempo
per capire, per valutare.

Andrea Galli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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20 Cronache

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

italia: 58555254505450

Roma Cinque e quattro anni, soli per ore. La donna: sono andata a chiedere aiuto

La notte dei due bambini
nel bosco a meno sette gradi
Il papà: sono eroi. La compagna: «Ci siamo persi»
ROMA — Loro vedevano gli
«angeli», ma gli «angeli» non
vedevano loro. Lucine bianche e
altre colorate intermittenti nel
cielo buio e stellato di Capodanno. Manuel e Nicole, 5 e 4 anni,
fratellini, abbracciati sotto il
giaccone della mamma. Raggomitolati sotto una roccia in attesa dei soccorsi. Minuscole sagome invisibili per i piloti degli
elicotteri che li stavano cercando da ore fra i boschi e i costoni
di Monte Livata, vicino Subiaco,
una delle montagne preferite
dai romani, che per i bimbi si
sono trasformati nello scenario
di un’avventura drammatica e
indimenticabile. Alla fine, ieri
mattina, poco prima delle 11, gli
«angeli» — come i bambini
hanno soprannominato gli elicotteri — sono arrivati davvero.
Ma questa volta a piedi: una
squadra di sei volontari della
Protezione civile e del Soccorso
alpino ha individuato i piccoli.
Infreddoliti, spaventati, ma vivi
nonostante la notte trascorsa all’addiaccio, a meno sette.
Una storia a lieto fine, cominciata nel peggiore dei modi nel
tardo pomeriggio di martedì
quando il padre, Emanuele Tornaboni, 49 anni, fondatore di
uno dei circoli sportivi più
esclusivi della Capitale — il
«Due Ponti» sulla via Flaminia
—, ha dato l’allarme. «Sono tornato dalle piste alle 15.30, ma
mia moglie Alexia e i bimbi non

Le parole dell’uomo

❜❜
Orientamento

Forse mia moglie
si è spinta troppo
in là, ha perso
l’orientamento
È andata in tilt,
era la prima volta
che veniva
a Monte Livata

In ospedale L’arrivo di Emanuele Tornaboni e dell’ex moglie

erano nel residence dove stavamo trascorrendo le vacanze a
casa di amici. La domestica mi
ha detto che erano usciti alle 11
e non erano più tornati. Per me
adesso sono due piccoli eroi».
Il telefonino della donna —
Alexia Canestrari, 36 anni, se-

Angeli
Nella notte i fratellini
hanno visto volare gli
elicotteri del soccorso e
li hanno definiti «angeli»

conda moglie di Tornaboni e
madre di Nicole — era disattivato: aveva detto che sarebbe andata a fare una passeggiata con i
piccoli. In poco tempo oltre 250
soccorritori fra carabinieri,
pompieri, forestali e volontari
hanno battuto i sentieri fra
Campo dell’Osso, a due chilometri da Monte Livata, dove si
trova il residence «Il Silenzio Infinito», e Vallepietra. Boschi
pieni di insidie, con tracciati segnati dal Club Alpino Italiano.
Suggestivi di giorno — magari
d’estate —, impegnativi d’inverno. E molto pericolosi di not-

❜❜
Fortuna

Poi è stata brava a
metterli al riparo
e a cercare aiuto
Comunque è stato
un Capodanno
tremendo, da
morire, ma per
fortuna è finita
bene

Soccorsi In alto e a destra il recupero dei due bimbi scomparsi sul Monte Livata vicino Roma

te. «Ci siamo spostati di giorno,
poi oggi ci siamo fatti male»,
hanno raccontato i bambini dopo essere stati ritrovati dal team
di Giuseppe Pelliccia. Erano a
Colle Crocione Rotondo, a 12
chilometri dal residence e a cinque da dove, alle 4 di notte,
un’altra squadra aveva già soccorso la trentenne che, dopo essersi persa sui sentieri — come
ha riferito —, li aveva lasciati al
riparo per cercare aiuto verso
Vallepietra. Era confusa, sotto
choc. Ai carabinieri non ha sa-

puto indicare la posizione dei
bambini, nè perché si fosse allontanata dal residence senza
telefonino. La procura di Tivoli è
in attesa di una relazione dei
militari dell’Arma per valutare

Dall’ospedale
«I bambini stanno bene
e sono di ottimo
umore», dicono i medici
del Policlinico Gemelli

l’apertura di un fascicolo. Dal
Policlinico Gemelli, dove sono
stati trattenuti in pediatria — la
bimba per un’infrazione alla clavicola destra e il fratello al metacarpo di una mano — assicurano che Nicole e Manuel «stanno
bene e sono di ottimo umore».
Anche la madre della piccola si è
ripresa ed è stata dimessa dall’ospedale di Subiaco. Ma forse
già oggi dovrà rispondere alle
domande dei carabinieri.

R.Fr.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Cronache 21

italia: 58555254505450

La vicenda

Il racconto Le parole di Manuel e Nicole, la versione della mamma

«Abbiamo dormito
su una roccia e un albero»
Il mistero del telefonino
La scomparsa
Nel tardo pomeriggio di
martedì l’imprenditore
romano Emanuele Tornaboni,
49 anni, padre di Manuel e
Nicole, 5 e 4 anni, tornato
dalle piste di sci nel residence
dove si trovava in vacanza
non trova a casa la moglie
Alexia e i bimbi
L’allarme
La domestica di Tornaboni
racconta di averli visti uscire
alle 11. Tornaboni, dopo aver
provato a chiamare la moglie
Alexia inutilmente al cellulare,
dà l’allarme. Si mobilitano
250 soccorritori: carabinieri,
pompieri, forestali e volontari
Residence
iniziano a battere palmo a
a Campo dell’Osso
Dove sono palmo i sentieri fra Campo
da cui sono partiti
stati trovati dell’Osso, a due
Distanza i bambini
chilometri da Monte
12 km
Livata, e Vallepietra. Si
Livata
alzano in volo anche gli
elicotteri
Dove è stata
Il ritrovamento
trovata la madre
Vallepietra Ieri mattina, una
squadra di sei volontari
della Protezione civile e
LAZIO
del Soccorso alpino ha
individuato i bimbi
Roma Subiaco Jenne
infreddoliti e spaventati dopo
aver trascorso una notte
all’addiaccio a -7 gradi

Subiaco

ROMA — «Abbiamo sentito i fuochi d’artificio, ma non li abbiamo visti. Erano lontani. Nicole ha dormito
su un albero, io su una roccia, ma poi
siamo caduti». Manuel racconta la sua
avventura prima ai soccorritori e poi
al padre Emanuele. Con Nicole è
«l’eroe», come li ha definiti il loro papà, del Capodanno di paura a Monte
Livata sul quale indagano i carabinieri
del Gruppo di Frascati e della compagnia di Subiaco. Ventiquattr’ore di
tensione, con un enorme sospiro di
sollievo tirato ieri mattina sia dai familiari dei piccoli scomparsi sia dai
soccorritori che, a un certo punto, soprattutto dopo il ritrovamento della
madre di Nicole che si era persa con
loro nella boscaglia, hanno davvero
temuto il peggio: la donna, sconvolta
e con un principio di ipotermia, non
riusciva infatti a ricordare dove fossero i bambini. Anche per questo motivo adesso gli investigatori dell’Arma
— e la procura di Tivoli — vogliono
approfondire la ricostruzione di
quanto accaduto fin dall’inizio. «Ci
siamo incamminati sui sentieri del
Cai per fare una passeggiata — ha raccontato Alexia Canestrari ai carabinieri prima di essere ricoverata all’ospedale di Subiaco da dove è stata dimessa in serata —, ma a un certo punto mi
sono persa. Abbiamo proseguito per
un po’, finché c’era luce, ma poi è diventato tutto buio ed è stato difficile
andare avanti». La versione della
trentenne è al vaglio degli investiga-

tori, che vogliono fare luce sul perché
non si sia portata dietro il telefonino,
lasciato spento — forse scarico — in
uno zaino nel bob che i bambini
avrebbero dovuto usare sulla neve. «A
un certo punto i piccoli erano stanchissimi. Si stavano addormentando
— ha detto ancora la donna — e così li
ho messi al riparo per andare a cercare
aiuto. Ho visto delle luci in lontananza, sembrava un paese vicino e mi sono incamminata in quella direzione,
ma mi sono persa di nuovo».
Il centro abitato in questione era
quello di Vallepietra, distante quasi 12
chilometri sia da Colle Crocione Rotondo, dove è stata individuata da una
squadra di soccorso, sia da Acqua del
Piccione dove, sette ore più tardi, sono stati trovati i bambini. «Al buio,
con quel freddo, è facile perdere
l’orientamento — confermano i soccorritori — e in fondo Vallepietra non
era così vicino». Per il momento, come hanno precisato ieri sera i carabinieri, la madre di Nicole non è indagata. I familiari, a cominciare dal
compagno Emanuele, la difendono:
«Forse si è spinta troppo in là, ha perso l’orientamento. È andata in tilt, era
la prima volta che veniva a Monte Livata — spiega l’imprenditore quarantenne —. Però poi è stata brava a metterli al riparo e a cercare aiuto. Comunque è stato un Capodanno tremendo, da morire, ma per fortuna è
finita bene». La famiglia si è riunita
ieri sera, anche con la madre di Ma-



LA TENEREZZA
DI QUELLA VOCE
di MARIO GAROFALO
anuel ha appena cinque anni
ma è già un piccolo uomo. I
genitori devono avergli spiegato,
come si fa a quell’età con i fratelli
maggiori, che deve essere lui a
proteggere la più piccola, Nicole, e
lui lo ha fatto, l’ha abbracciata in
una notte di freddo polare e
disperazione. Più tardi, mentre un
soccorritore spiegava al telefono al
Corriere.it che i due piccoli si sono
spostati di notte in un luogo
impervio e difficilmente
raggiungibile, si è sentita
irrompere la sua voce squillante.
Manuel, vispo come se avesse
soltanto giocato fino a quel
momento, correggeva
l’informazione: «Nooo — ha detto
— è di giorno che ci siamo
spostati». E nella tenerezza di
quella voce da «piccolo eroe» c’è
stata forse la cosa più bella di
questo lieto fine.
@garofalo_ma

M

© RIPRODUZIONE RISERVATA

nuel ed ex moglie di Tornaboni, al Policlinico Gemelli per riabbracciare i
bambini. In discrete condizioni di salute, sorridenti e di buon umore.
«Manuel era felice anche perché ha
volato sull’elicottero giallo, quello del
118», racconta uno degli uomini del
Soccorso alpino. Lui, come tanti altri
— come Giuseppe Pelliccia, 67 anni,
coordinatore della Protezione civile di
Subiaco («Non chiamatemi eroe — si
schernisce —, ho fatto solo il mio dovere), il capitano Alessio Falzone, comandante della compagnia dei carabinieri nella cittadina e il capitano
Angelo Gerardi del Nucleo investigativo di Frascati, i vigili del fuoco e i
militari della Forestale impegnati per
ore nelle ricerche — sono convinti
che «trovarli vivi è stato un vero miracolo, perché i bambini hanno trascorso la notte con una temperatura scesa
di diversi gradi sotto lo zero».
Decisivo per imboccare la pista
giusta è stato il ritrovamento di un
guantino perso da Nicole. «La svolta è
arrivato da un guardiaparco che stava
con noi — rivela Pelliccia —, è stato
lui a spiegarci dove potevano essere
finiti. Poi abbiamo sentito le vocine
che rispondevano alle nostre grida.
Poi quando li abbiamo trovati ho visto
che alla bimba mancava un guantino
e allora sono stato sicuro che fosse il
suo. Chissà forse è stato un segno divino». Anche recuperare i piccoli da
quel luogo impervio non è stato facile, ma alla fine gli sforzi di tutti sono
stati premiati. E a quel punto non sono mancate le lacrime. «C’era gente
che piangeva davanti a quel costone
di roccia — racconta proprio Falzone
—. I bimbi erano abbracciati sotto
quel riparo naturale. Ma le nostre erano lacrime di felicità: abbiamo passato il Capodanno più impegnativo e
bello della nostra vita. Avevamo paura
che potesse finire male, ma non abbiamo mai smesso di credere che li
avremmo ritrovati».

Rinaldo Frignani
RIPRODUZIONE RISERVATA

?

Domande&risposte

Ipiccolisonopiùdeboli
Comehannofatto
aevitarel’ipotermia
1

È normale che due bambini di 4
e 5 anni vengano ritrovati in
buone condizioni dopo una notte sotto zero e non abbiano sofferto di assideramento?
Le informazioni sono di Guido
Giardini, presidente della società
italiana di medicina della montagna, neurologo ad Aosta. «I soccorritori hanno giustamente parlato di
miracolo. I bambini infatti soffrono
l’ipotermia (assideramento) più
degli adulti. Hanno un elevato rapporto tra testa e corpo. La testa in
proporzione è più grande e la maggiore estensione del cuoio capelluto
aiuta il calore a disperdersi. Ecco
per quale motivo in montagna bisogna indossare cappelli. I due
bambini se hanno superato la prova
erano ben coperti o hanno trovato
un buon riparo».

2

Come si previene l’ipotermia?
«Primo, isolarsi dal vento che raffredda più velocemente il corpo.
Secondo, evitare il contatto diretto
col terreno, specie se gelato, utilizzando tronchi e rami. Bisogna togliere di dosso indumenti bagnati.
È fondamentale limitare la riduzione di perdita di calore, l’ideale sarebbe cercare di produrne con attività muscolare. Terzo, proteggere
mani e piedi: l’organismo per salvaguardare le zone vitali, come cuore,
cervello e polmoni, sacrifica le zone
periferiche del corpo richiamando
il sangue. Ecco perché c’è il rischio
di congelamento che però è distinto
dall’ipotermia. I due fenomeni non
sono necessariamente legati».

3

L’ipotermia è suddivisa in stadi?
«Gli stadi sono tre. Nel primo, lo

stadio lieve, la temperatura del corpo scende tra 35 e 32 gradi ed è
caratterizzata da brividi che servono a dare calore e indurre una
reazione adrenalinica, a svegliare.
Sotto i 32 gradi si entra nello stadio severo con rischio di problemi
cardiaci e stato di coscienza alterato. Compaiono sonnolenza e
spariscono i brividi. Chi si addormenta rischia la vita perché nel
sonno il corpo si raffredda più
velocemente. Il terzo stadio, sotto
i 28 gradi coincide con la morte
apparente. Battito flebile, respiro
lentissimo, la vittima è in coma.
Andrebbe rianimata e riportata
alla temperatura corporea di 36
gradi e solo allora si potrà dire se
è ancora in vita. Da questa condizione si può tornare indietro con
difficoltà»

4

Nel caso si abbiano a disposizione cibi e vivande come nutrirsi per contrastare l’ipotermia?
«Gli alimenti cui dare la precedenza sono quelli ricchi di grasso,
come salame, uova e formaggio.
Poi vengono gli zuccheri. No all’alcol perché produce una erronea sensazione di calore in quanto è un vasodilatatore periferico.
In realtà aumenta la dispersione
del calore attraverso la pelle. È
molto importante bere. La disidratazione impedisce di umidificare i polmoni e dunque di scaldarli. Bere acqua serve a prevenire
problemi di respirazione».

Margherita De Bac
mdebac@corriere.it
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22

italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Cronache 23

italia: 58555254505450

Il dramma di Schumacher I medici: non possiamo prevedere che cosa accadrà

La vicenda

«La buona notizia su Michael
è che non ci sono novità»
La manager: stabile. Inchiesta sul pericolo non segnalato



PERCHÉ IL TEMPO
CHE PASSA
GIOCA PER LUI
di MARIO PAPPAGALLO

P

assate le fatidiche 48 ore
si può cominciare a dire
che Michael Schumacher ha
superato la lotta per la vita.
Ma resta la valutazione dei
danni funzionali. Due
masse di sangue che
comprimevano il cervello
sono state tolte e un
drenaggio che consente di
mantenere bassa la
pressione intracranica è
stato applicato. La
risonanza magnetica ha
permesso di valutare la
situazione. E ora? In bilico
l’ex pilota di F1 continua a
persistere, a parte le
conferenze stampa dei
medici curanti. Diciamo che
la bilancia ora pende
nettamente per la
sopravvivenza. Ma in che
condizioni? Tutte da
stabilire le possibilità di
recupero. Lo si capirà
meglio quando verranno
interrotti, anche
momentaneamente, i
farmaci che tengono
addormentato il cervello
ferito di Schumacher. Si
chiama finestra
farmacologica,
l’interruzione momentanea
del coma indotto. E’ il
momento clou per capire la
reattività salvata, le
funzioni cerebrali uscite
indenni e quelle da
riabilitare. Se i danni sono
stati ingenti, potrebbe
restare in coma. In questo
caso non farmacologico. Se
invece la reattività c’è, e se
le condizioni lo consentono,
il sette volte campione del
mondo di automobilismo
verrà prontamente
trasferito in un centro più
specializzato di quello di
Grenoble. Un buon centro,
sicuramente per la Francia,
ma non un’eccellenza
europea. La struttura
prescelta sarà
probabilmente in Germania.
La prima funzione da
valutare è comunque quella
di vigilanza, che significa
capacità dell’organismo di
vivere autonomamente (per
esempio in grado di
respirare senza aiuti
artificiali). La seconda, che
già consente di ipotizzare
che cosa si potrà riabilitare,
è la collaborazione: la
risposta alle richieste dei
medici e, soprattutto, la
risposta del corpo alle
richieste del cervello.
«Michael stringi la mano
destra» e lui la stringe è
ottimo segnale. Se invece
non la stringe, potrebbe
essere che proprio non
comunica con l’esterno o
che il suo corpo non
risponde al suo cervello. Ma
tutti questi test saranno
successivi al fuori pericolo
per la vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

GRENOBLE – «Un po’ meno
preoccupati», ma per nulla tranquilli: nell’enigmatico linguaggio medico questo è il massimo
che gli specialisti dell’Ospedale
Nord di Grenoble si sono sentiti
di concedere nell’ultimo bollettino medico sulle condizioni di
Michael Schumacher, il più
grande campione di
Formula Uno dei
tempi moderni, in
coma da domenica
scorsa dopo una
spaventosa caduta
sulle piste da sci di
Méribel, in Savoia.
La procura di Albertville, che ha aperto
un’inchiesta, vuole
verificare perché
non era stato segnalato il pericolo nell’intersezione tra le
due piste dove è avvenuto l’incidente.
Con il passare
delle ore, l’assenza
di nuovi comunicati è la migliore notizia possibile, come ha
spiegato ieri mattina, sulla porta
dell’ospedale, Sabine Kehm,
portavoce del pilota per 14 anni,
ma ora – di fatto – una componente della famiglia.
Oggi, forse, ripeterà la stessa
informazione: la situazione è

stabile. Ma sempre critica. La
pressione intracranica, il maggior timore dei neurochirurghi,
non è aumentata. Il secondo intervento, deciso la sera di lunedì, per asportare un grosso ematoma sul lato sinistro del cervello, è andato bene. Bene, rispetto
a come avrebbe potuto conclu-

Sostegno
In alto, il presidente della
Federazione internazionale
delll’automobilismo Jean Todt
esce dall’ospedale di Grenoble,
insieme alla moglie Michelle
Yeoh, dopo aver fatto visita
al campione tedesco (Epa)

dersi un’altra operazione a poco
meno di 36 ore dalla prima. Ma
il professor Emmanuel Gay, capo del servizio di neurochirurgia dell’ospedale, non ha nascosto che ci sono molti altri ematomi a sbarrare la via all’ottimismo: «Ovunque. A destra, a
sinistra, al centro del cervello».
Quello che è stato asportato era
il più accessibile; e una «finestra» di miglioramento generale, rivelata allo scanner, aveva
convinto i medici a passare all’azione.
La famiglia ha dato il suo
consenso. È una grande famiglia quella che ha circondato
Michael, che compirà domani
45 anni. Erano tutti lì anche nella notte di Capodanno. Senza interruzione. Senza mai mostrarsi
all’esercito di giornalisti, fotografi, cameramen che circondano 24 ore su 24 l’ospedale. Salvo
Jean Todt, arrivato con la moglie
a Grenoble la mattina dell’ultimo giorno dell’anno, dopo un
viaggio affannoso di quasi 20
ore dal sud est asiatico. Presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile ma,
soprattutto, ex direttore sportivo della Ferrari e mentore del
sette volte campione del mondo, Todt aveva gli occhi di un
padre angosciato.

Guarda il video con una chiamata gratuita al

Il professor Jean-François
Payen, direttore del reparto rianimazione, al quinto piano dell’ospedale, aspettava Todt per
introdurlo nella stanza di Schumi, ancora mantenuto artificialmente in coma e in terapia ipotermica, cioè a una temperatura
corporea tra i 34 e i 35 gradi, per

I tre massi

1

Durante la discesa a Méribel
Schumacher tocca una roccia
nascosta dalla neve fresca

2

Non riesce a mantenere
il controllo degli sci e va
a sbattere contro
un altro masso

3

Perde l’equilibrio e cade
in avanti, battendo la parte
destra della testa sulla roccia

+39 029 296 61 54

aiutare il cervello a riprendersi.
Sono troppe le domande che
non si possono fare, né ai luminari, né a Sabine, né a chi esce,
trattenendo le lacrime, da quella
camera. Meno di tutte la questione che tormenta tutti: «Se si
salva, tornerà quello di prima?».
I medici s’infuriano: «Vi possiamo dire quello che succede, non
quello che succederà. Ci rifiutiamo di fare previsioni. Sarebbe
un pronostico stupido». Poi si
calmano: «Non possiamo dire:
abbiamo vinto. È ancora presto
per dire che è fuori pericolo. C’è
stato un miglioramento nelle
ultime 24 ore. Ma in rianimazione la situazione può capovolgersi stasera o domani».
Sentono la pressione dei media, dell’opinione pubblica:
«Quando ci capita un personaggio importante, il modo migliore per curarlo – dicono – è curarlo come tutti gli altri. Non
dobbiamo cambiare la nostra
routine. Lasciateci lavorare».
Schumacher è nelle loro mani,
in un reparto considerato tra i
migliori di Francia e di Europa
in campo neurologico. Escluso
per ora un trasferimento in Germania. «Lassù qualcuno sta aiutando Michael» ha garantito
Niki Lauda alla stampa tedesca.
Quaggiù pregano per lui i tifosi,
come Roberto, che ha guidato
da Reggio Emilia a Grenoble la
sera di San Silvestro per stare il
più vicino possibile al suo eroe.

Elisabetta Rosaspina

CORRIERE DELLA SERA

La caduta
Domenica 29 dicembre,
mentre è a sciare con il
figlio di 14 anni Mick e
alcuni amici a MéribelMottaret, in Francia, il
campione di Formula 1
Michael Schumacher
cade e sbatte
violentemente la testa
I soccorsi
L’incidente avviene alle
11.07 di mattina, alle
11.15 arrivano i primi
soccorsi. L’ex pilota della
Ferrari viene trasportato
in elicottero all’ospedale
di Moutiers. Poi, alle
12.45 viene trasferito in
quello di Grenoble
L’operazione
A Grenoble Schumacher
viene operato al cervello
per tre ore nel tentativo di
ridurre la pressione
causata dall’emorragia
intracranica. In serata i
medici fanno sapere
che il 44enne «è arrivato
in coma», ed è in pericolo
di vita
La prognosi
Il 30 dicembre i dottori
spiegano che le «lesioni
cerebrali diffuse», non
permettono di sciogliere

la prognosi sul campione.
«Non possiamo
pronunciarci sulle
possibilità di
sopravvivenza e sul
futuro di Schumacher»,
spiega il direttore
dell’ospedale Marc
Penaud
La seconda operazione
Nella notte tra il 30 e il 31
Schumi viene operato di
nuovo per ridurre la
pressione al cervello.
Secondo i medici
l’intervento porta a un
«lievissimo
miglioramento»
Gli sviluppi
«Possiamo dire che le sue
condizioni sono rimasti
stabili durante la notte,
ieri pomeriggio ed anche
stamattina. Sono buone
notizie solo per ora, ma la
situazione rimane
critica», ha detto ieri la
portavoce del pilota
Sabine Kehm (nella foto)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sicurezza La protezione della testa ha ridotto del 20% le lesioni gravi, ma non il numero dei casi letali. Sotto accusa i comportamenti estremi

Troppi sciatori fuoripista, il casco non elimina i rischi
Il fatto che Michael Schumacher abbia subito un grave trauma cranico, andando a sbattere
contro una roccia nonostante
indossasse il casco, mentre sciava fuoripista non ha colto di sorpresa gli esperti. Il dibattito è
subito partito dagli Stati Uniti
dove, sebbene il 70% di sciatori e
snowboarder indossino il casco
(un numero che è quasi triplicato dal 2003), non c’è stata alcuna
riduzione degli incidenti mortali per lesioni cerebrali dovuti a
traumi alla testa, secondo la National Ski Areas Association. Gli
esperti — riferisce il New York
Times — attribuiscono tale correlazione, apparentemente poco
plausibile, all’incapacità dei caschi di evitare gravi lesioni alla
testa, e al fatto che sono aumentati gli sciatori e gli snowboar-

der che adottano comportamenti a rischio: vanno più veloci, effettuano salti e altre acrobazie, sciano fuori dai limiti
delle piste. L’aumento nell’uso
del casco (che negli Usa è obbligatorio solo nel New Jersey per i
ragazzi sotto i 17 anni) ha avuto
risultati positivi riducendo il
numero dei casi meno gravi di
traumi e ferite alla testa (dal 30
al 50 percento) ma non ha impedito alcune lesioni più gravi, come la lacerazione del tessuto ce-

Incidenti in Italia
Nel 2012-13 sono stati
compiuti 1.670 interventi
per traumi cranici
su un totale di 14.426

rebrale. Il professor Jasper Shealy, presso il Rochester Institute
of Technology, che ha studiato
gli infortuni negli sport delle
neve nel Vermont per più di 30
anni, sostiene che una delle cause potrebbe essere attribuita a
quelle lesioni che coinvolgo no
tipicamente una componente di
rotazione della testa che i caschi
di oggi non possono attenuare.
Tutti comunque ammettono
che lo stesso Schumacher non
sarebbe sopravvissuto se nella
sua caduta non avesse indossato
il casco. In Italia l’uso del casco
si è progressivamente diffuso da
quando nel 2003 venne reso obbligatorio per i bambini fino ai
14 anni. E ora riguarda spontaneamente la maggioranza degli
sciatori adulti. «Anche in Italia
— dice Andrea Salmeri, Diretto-

re del Centro di Addestramento
Alpino della Polizia di Stato di
Moena, a cui è affidata una gran
parte della sorveglianza e del
soccorso sulle piste — con l’uso
del casco il numero dei traumi
cranici e facciali è rimasto nelle
percentuali (la scorsa stagione
1.670 su 14.426 interventi di
soccorso). Con lievi variazioni
da un inverno all’altro, ma i casi
gravi restano numeri esigui (i
mortali poche unità) se ricondotti ai milioni di sciatori che
frequentano le piste». Un’altra
problematica strettamente collegata agli incidenti è quella dell’aumento esponenziale degli
sciatori che vanno fuori pista
(ben diverso dallo sci alpinismo, alla cui base dovrebbe esserci una preparazione psicofisica e una conoscenza nel ri-

spetto della montagna). Chi fa
fuoripista, invece, soprattutto
ragazzi e giovani, risale con gli
impianti e invece di scendere
sulle piste scende ai lati, sotto le
seggiovie, nei boschi, lungo canalini, ovunque ci sia la possibilità di fare «una variante» alla
pista, sciando in libertà. Spesso
non rimane un metro quadrato
di neve vergine. «Il fuoripista significa affrontare un terreno che
nessuno sorveglia, dove ci possono essere, nascoste da un sot-

Neve fresca
Fare un fuoripista
significa affrontare un
terreno che nasconde
ostacoli: rocce, radici...

tile strato di neve, rocce, radici,
ostacoli pericolosi — spiega
Sandro Lazzari presidente dell’ANEF, l’associazione nazionale
esercenti funiviari — aree che
non sono di nostra competenza,
nemmeno per il soccorso. Se
uno va fuoripista va per i fatti
suoi. Non è nostro interesse incoraggiare il fuoripista, anche
perché questi incidenti danno
un’immagine distorta della
montagna e dello sci. Certo —
ammette Lazzari— i fabbricanti
di sci sono sempre alla ricerca di
materiali per stimolare il mercato fiacco degli attrezzi, e quindi
propongono sci facili da utilizzare in pista e fuoripista». Una
situazione complessa che ora è
difficile da risolvere.

Massimo Spampani
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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24

italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Cronache 25

italia: 58555254505450

Le misure L’altro ieri notte altre due vittime, mamma e figlia travolte da un pirata sulla Salerno-Reggio

Ultime vittime

Pene severe e risarcimenti più rapidi
«Nasce il reato di omicidio stradale»
L’annuncio di Cancellieri: disegno di legge o decreto entro gennaio
La proposta

Revoca
patente
Gli uffici
legislativi
dei ministeri
della Giustizia e
dell’Interno stanno
lavorando a una bozza
che prevede, per quanto
riguarda la parte
amministrativa, la
revoca definitiva della
patente per chi guida in
condizioni che non
garantiscono la
sicurezza e provoca un
incidente mortale, casi in
cui non ci sarà la
possibilità di ottenere
nuovamente la licenza di
guida
Processo
immediato
L’ipotesi
allo studio
prevede il rito
per direttissima quando
la dinamica dei fatti sia
stata accertata con
ragionevole precisione e
nei casi più complicati
che si possa comunque
procedere con il rito
immediato, saltando i
passaggi che oggi
rallentano il
dibattimento. Non è
escluso l’obbligo della
provvisionale, subito
esecutiva. Così facendo si
accorciano i tempi del
risarcimento economico

ROMA — L’obiettivo primario è quello
di garantire un processo rapido, in modo
che le vittime ottengano giustizia e soprattutto siano risarcite nel più breve
tempo possibile. A questo servirà il nuovo reato di omicidio stradale che il governo dovrebbe introdurre con un disegno
di legge, o addirittura un decreto, entro la
fine di gennaio. Inserito in un «pacchetto» più ampio di nuove norme sulla giustizia che però abbia come obiettivo
principale la tutela di chi attualmente
spesso deve attendere anni prima di arrivare alla fine dell’iter processuale. Ma anche la punizione con condanne e sanzioni accessorie più rigorose per chi provoca
incidenti mortali.
Non è casuale che il ministro della
Giustizia Anna Maria Cancellieri lo annunci il primo dell’anno, appena due
giorni dopo l’arresto da parte della polizia stradale del ragazzo romeno che con
la sua Ford Ka il 26 dicembre scorso aveva
travolto e ucciso una bimba di 9 anni,
Stella Manzi, mentre viaggiava con i due
fratellini sulla Nettunense a bordo di una
Panda guidata dalla mamma. Perché l’altro ieri notte ci sono state altre due vittime, madre e figlia, in un incidente sulla
Salerno-Reggio Calabria e la Guardasigilli ha ribadito proprio la necessità di intervenire sul meccanismo di accertamento
delle responsabilità penali e civili.
Il provvedimento sarà studiato e condiviso con i tecnici del Viminale. Cancellieri ne ha parlato ieri mattina con i suoi
collaboratori più stretti per pianificare
un percorso che sia concordato anche
con il collega dell’Interno Angelino Alfano e ha evidenziato la necessità di «proteggere quelle famiglie che si sentono of-

Strade urbane

Autostrade

Strade extraurbane

141.715
incidenti

9.398
incidenti

35.613
incidenti

191.521 1.562

15.852 330

57.343 1.761

feriti

feriti

morti

2.555

morti

1.321 +2,5%
51,7%

i conducenti
deceduti

Fra i 20
e 49 anni,
in particolare
nelle fasce
d’età 20-24
e 40-44

Il bilancio
Nel 2012 in Italia

186.726
incidenti stradali
Morti

feriti

morti

l’aumento
nel 2012
dei ciclisti morti
in incidenti
stradali

Media dei morti in incidenti
stradali (per milione di abitanti)

Ue
55

Feriti

3.653 264.716
fese nel loro dolore perché non hanno i
riscontri che meriterebbero» e dunque
prevedendo anche corsie preferenziali
per il giudizio. Perché, ha spiegato il ministro, «si tratta ormai di un problema
sociale e come tale va affrontato, quindi
introducendo strumenti dissuasivi per
chi ritiene di potersi mettere alla guida
pur non essendo completamente padrone di se stesso e dunque in disprezzo della vita altrui».
Gli uffici legislativi dei due dicasteri
lavorano su una bozza che era stata preparata già lo scorso anno e aveva come
fulcro, almeno per quanto riguarda la
parte amministrativa, la revoca definitiva

Italia
60,1

D’ARCO

della patente per chi guida in condizioni
che non garantiscano la sicurezza e provoca un incidente mortale. In questi casi
non ci sarà alcuna possibilità di ottenere
nuovamente la licenza e questo rappresenta, secondo gli esperti, il deterrente
più forte che si possa utilizzare.
Dal punto di vista penale, la base è
quella prevista dal reato di omicidio colposo, contemplando però nei casi più
gravi — ad esempio lo stato di ubriachezza oppure l’assunzione di sostanze stupefacenti — che si possa arrivare fino a una
pena di dieci anni. In sostanza la gradualità della condanna dovrebbe essere stabilita sulla base delle condizioni psicofi-

Il fenomeno

L’apparizione
dell’isola
miraggio

Pene
più alte
Sotto il
profilo
penale, la base
sarà quella prevista per
l’omicidio colposo, con la
differenza che nei casi
più gravi (come la guida
in stato di ebbrezza) si
possa arrivare a una
pena massima di 10 anni.
la condanna avrà una
gradualità, legata alle
condizioni psicofisiche
del guidatore e al
comportamento tenuto
nell’immediatezza
dell’incidente. Rischierà
una pena alta anche chi
omette il soccorso

Madre e figlia
Il ministro della
Giustizia ha
annunciato il
provvedimento il
giorno in cui
sull’A3, a
Montalto Uffugo,
nel Cosentino,
per un incidente
sono morte
Carmela Prezioso
(foto in alto) e
Giuliana
Garritano(sotto),
madre e figlia

Roma

255

Napoli

Km
Ustica

Nei giorni scorsi sul
lungomare di Napoli,
scrutando il mare, si
vedeva l’isola di Ustica.
Si è materializzata pur
essendo oltre l’orizzonte
grazie alle condizioni
atmosferiche
particolari. La differenza
di temperatura tra l’aria
sulle acque e quella in
quota ha creato una
sorta di scudo,
provocando una
riflessione dei raggi
che colpivano gli
occhi e facendo
comparire l’isola
altrimenti invisibile:
un vero e proprio
miraggio.

Palermo

La bimba
Il 26 dicembre un
ragazzo romeno
aveva travolto e
ucciso con la sua
Ford Ka una
bimba di 9 anni,
Stella Manzi,
mentre viaggiava
verso Nettuno a
bordo di una
Panda guidata
dalla mamma. Il
giovane è stato
arrestato

siche del guidatore e anche sul comportamento tenuto dopo l’incidente.
Rischierà dunque una pena alta anche
chi non si ferma per prestare soccorso o
comunque cerca di sottrarsi alle proprie
responsabilità dopo aver investito un’altra autovettura oppure persone che vanno in motorino o a piedi. Senza escludere
la possibilità di prevedere l’arresto obbligatorio nei casi più gravi. Sono i dati diffusi dalla polizia stradale a dimostrare la
necessità di adottare strumenti efficaci
tenendo conto che nei primi dieci mesi
del 2013 su circa un milione e mezzo di
infrazioni contestate, ci sono stati oltre
18 mila denunce per guida in stato di ebbrezza e oltre 1.000 per chi invece era sotto l’effetto di droghe.
Terzo punto, che il ministro della Giustizia ritiene fondamentale, riguarda lo
svolgimento del processo. L’ipotesi allo
studio prevede il rito direttissimo quando la dinamica dei fatti sia stata accertata
con ragionevole precisione e nei casi più
complicati che si possa comunque procedere con il rito immediato, saltando dunque alcuni passaggi che certamente allungano i tempi di durata del dibattimento. In questo modo si accelererebbero i tempi del risarcimento economico e
non è ancora escluso che alla fine si possa
anche introdurre l’obbligo della provvisionale.
Uno schema complessivo che le diverse Associazioni che tutelano le vittime
della strada mostrano di apprezzare perché, come sottolinea il segretario dell’Ania Umberto Guidoni «è necessario
fornire ai giudici uno strumento che renda certa la pena nei confronti di chi commette quelli che, in taluni casi, sono dei
veri e propri omicidi. Siamo convinti che
nei casi in cui ci si metta alla guida con un
tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi
per litro o sotto l’effetto di droghe, si debba configurare l’ipotesi di dolo eventuale
del conducente, per la gravità sociale,
umana ed etica di certi comportamenti
che provocano incidenti stradali. E sicuramente non si può più permettere che
certi episodi restino impuniti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ESTRATTO DI GARA
Lotto 1 CIG 5523047291
Lotto 2 CIG 5523049437
L’Autorità Garante della Concorrenza e del
Mercato ha indetto una procedura aperta
di rilevanza comunitaria suddivisa in due
lotti per l’affidamento dei servizi assicurativi “Infortuni” e “Vita” a favore dei dipendenti per un biennio, con facoltà di rinnovo
per un’ulteriore annualità, per una spesa
stimata di € 705.000,00 (imposte incluse)
per il Lotto 1 - “Infortuni” ed € 750.000,00
(imposte incluse) per il Lotto 2 - “Vita” Cat. 6 (servizi finanziari, lett. a, servizi assicurativi). L’aggiudicazione avverrà mediante il criterio del prezzo più basso. Le
offerte dovranno pervenire entro e non
oltre le ore 16:00 del giorno 10 febbraio
2014. Le offerte verranno aperte il giorno
11 febbraio alle ore 10:30 presso la sede
deIl’Autorità. Gli atti di gara sono disponibili sul profilo di committente dell’Autorità:
www.agcm.it. Pubblicato su GUCE S249
DEL 24 dicembre 2013 e su GURI n. 152,
parte V del 30 dicembre 2013.
Il Responsabile Unico del Procedimento
Antonietta Messina

Napoli

Rai in lutto per Puccio Corona
Ideò e condusse «Lineablu»

Addio a Pasquale Nonno
direttore storico del Mattino

Giornalista
Puccio Corona,
71 anni, noto
volto Rai è
morto il giorno
di San Silvestro
a Roma (Ansa)

È morto a Roma, il giorno di San Silvestro Puccio Corona,
giornalista e volto storico della Rai dove si è occupato di sport
(«Tutto il calcio minuto per minuto») di attualità («Uno
mattina»), di viaggi e ambiente («Lineablu»), ma è stato
anche conduttore del Tg1. Puccio Corona, 71 anni, era nato a
Catania il 9 aprile 1942 ed era entrato in Rai nel 1976. Prima la
cronaca nera, poi il calcio, fino a quando nel 1986 era stato
chiamato a far parte della redazione di «Uno mattina» (che
nasceva quell’anno): diventerà conduttore dal 1989 al 1994,
in coppia con Livia Azzariti. Nel 1994, con Marco Zavattini,
idea e poi conduce «Lineablu». Nel 2001 torna a «Uno Mattina
Estate» in coppia con Monica Leofreddi, per poi passare alla
conduzione del Tg1. Inviato speciale in Italia e all’estero (in
Medio Oriente e nei Balcani), ha realizzato inchieste anche
per le trasmissioni «Speciale Tg1» e «Tv7». In particolare,
quella sulle vittime dell’immigrazione clandestina nel Canale
di Sicilia, sulla cosiddetta «Strage di Porto Paolo», che
anticipò di anni temi che sono oggi di tragica attualità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore
Pasquale
Nonno (foto Il
Mattino), è morto
ieri all’età di 78
anni. Ha diretto
Il Mattino

Il giornalista Pasquale Nonno è morto ieri a Roma all’età
78 anni. Napoletano, aveva diretto per oltre otto anni il
quotidiano Il Mattino. I lettori si affezionarono alla sua
scrittura brillante grazie anche ad una rubrica —
«Napoletana» con la quale incideva profondamente nella
vita amministrativa e politica della città. Nonno aveva
cominciato avviando insieme con alcuni colleghi
un’agenzia specializzata nelle notizie di politica; poi era
stato chiamato a Roma per lavorare nel giornale della Cisl
Conquiste del Lavoro. Infine, era stato direttore del
giornale della sua città. Il presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio alla moglie
Ginella e ai figli: «Ho appreso con tristezza la notizie della
scomparsa di Nonno, professionista del mondo
dell’informazione di notevole esperienza e forte passione.
Conservo il ricordo del rapporto di consuetudine che
abbiamo a lungo avuto, in anni passati, lui da giornalista e
io da dirigente politico».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

FERROVIENORD S.P.A.
Sede legale:
Piazzale Cadorna n° 14/16 - 20123 MILANO
Telefono 0285114250 - Telefax 0285114621
AVVISO DI GARA
Viene indetta la gara a procedura aperta ai sensi del
D.Lgs. 163/06 per l’affidamento dei seguenti lavori:
RISANAMENTO MURI DI SOSTEGNO IN CEMENTO
ARMATO DELLA RECINZIONE FERROVIARIA E MANUTENZIONE RECIZIONI INTERA RETE DEL RAMO
DI MILANO - (CIG: 5518502BE7). Importo a base
d’asta: Euro 900.000,00 + I.V.A. a misura di cui:
€. 45.000,00= per oneri della sicurezza non soggetti
a ribasso d’asta (oneri diretti). Somma assicurata €.
900.000,00 ai sensi dell’art. 125 del D.P.R. 207/10.
Categoria prevalente: OG3 – Strade, autostrade,
ponti, ecc. – € 900.000,00= classifica III fino a
€. 1.033.000,00=. Il criterio di aggiudicazione sarà
quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa
(art. 83 del D.L. 163/06) secondo i seguenti criteri:
- offerta economica= 70 punti – offerta tecnica= 30
punti. Le offerte, redatte in lingua italiana, dovranno
pervenire entro le ore 12,00 del giorno 5/02/2014 a
FERROVIENORD S.P.A. - P.LE CADORNA N°14/16 UFFICIO PROTOCOLLO - 20123 MILANO. Il bando
integrale di gara è stato inviato per la pubblicazione
alla GURI il giorno 19.12.2013. Il bando integrale di
gara è altresì disponibile presso il Servizio Gare, Appalti ed Acquisti - sito in Milano – P.le Cadorna n°
14, nonché all’indirizzo internet www.fnmgroup.it. e
sul sito dell’Osservatorio Regionale Contratti Pubblici Regione Lombardia.
L’AMMINISTRATORE DELEGATO
DOTT. ING. MARCO BARRA CARACCIOLO

REGIONE DEL VENETO - AZIENDA U.L.S.S. 18 di ROVIGO
Viale Tre Martiri, 89 - 45100 Rovigo - www.azisanrovigo.it
AVVISO RELATIVO AGLI APPALTI AGGIUDICATI - CIG 4889167C3B
Si rende noto che in data 06/08/2013 è stata aggiudicata la gara per la fornitura, in somministrazione, di 18F – FDG (fluorodesossiglucosio) per 36 mesi, mediante il criterio dell’offerta
economicamente più vantaggiosa. Offerte ricevute 3. Aggiudicatario: Advanced Accelerator Applications (Italy) Srl Via Dell’Industria -Prima Traversa - 86077 Pozzilli (IS). Importo di aggiudicazione €.1.151.952,00 Iva non compresa.
f.to Il Direttore Generale - Dr. Arturo Orsini
E.S.T.A.V. SUD-EST

Roma

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it

(Azienda USL7 di Siena; Azienda USL8 di Arezzo; Azienda
USL9 di Grosseto, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese;)
Piazza Carlo Rosselli, 24 - 53100 SIENA
Estratto bando di gara
E’ indetta procedura aperta da svolgersi con modalità telematica, ai sensi del D.Lgs. n. 163/2006, per la fornitura di dispositivi medici per odontostomatologia, articolata in n. 2 lotti
(spesa prevista complessiva: € 822.600,00 -IVA esclusa) da
destinare alle Aziende Sanitarie dell’Area vasta sud Est (lotto 1
CIG n. 5477177571; Lotto 2 CIG n. 54771921D3). La partecipazione è riservata alle ditte iscritte all'Albo Fornitori informatizzato dell'Estav Sud-Est. Gli atti di gara e le modalità di
iscrizione all'Albo fornitori possono essere visionati sul sito internet https://start.e.toscana.it/estav-sudest/. L'offerta corredata dai documenti previsti dal bando di gara pubblicato sulla
G.U.R.I. n. 149 del 20/12/2013, dovra' pervenire entro e
non oltre le ore 13,00 del giorno 7 febbraio 2014. Per informazioni (Tel. 0577/769438; Fax 0577/769912; e-mail:
m.anemone@estav-sudest.toscana.it).
Il Direttore Dip.to Appalti: Dr. Riccardo Randisi

Per la pubb
pubblicità
legale e fina
finanziaria rivolgersi a:
Via Rizzoli, 8 - 20132 Milano
Tel. 02 2584 66
6665/6256 - Fax 02 2588 6114
Via Valentino Mazzola, 66/D
00142 Roma
Tel. 06 6882 86
8650 - Fax 06 6882 8682
Vico II San N
Nicola alla Dogana, 9
Napoli
80133 Napo
Tel. 081 49 777 11 - Fax 081 49 777 12
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Tel. 080 5760 111 - Fax 080 5760 126

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Via Rizzoli, 8 - 20132 Milano

Quadrifoglio Spa - Firenze
ESTRATTO DI BANDO DI GARA
PRATICA N. 047/2011/DTL
FORNITURA DI AUTOTELAI A DIESEL E A METANO
E’ indetta procedura aperta per l’affidamento in appalto
della fornitura suddivisa in due lotti, con opzione di raddoppio delle quantità, di n. 12 autotelai 3 assi e interasse
da 4.500 mm con peso totale a terra 26 tonnellate ad alimentazione diesel (Lotto 1 C.I.G. 552115051C) e di n.
12 autotelai 3 assi e interasse da 4.500 mm con peso
totale a terra 26 tonnellate ad alimentazione metano
(Lotto 2 C.I.G. 55211916F1). Il bando integrale, pubblicato sulla G.U.U.E. n. S249 del 24 dicembre 2013 con
numero 435207, e trasmesso per la pubblicazione
sulla G.U.R.I., è visionabile e scaricabile, insieme agli
atti di gara, sul sito Internet www.quadrifoglio.org
ACQUISTI GARE E CONTRATTI PROFILO DEL
COMMITTENTE BANDI ED AVVISI DI GARE. Valore
complessivo massimo dell’appalto, compresa opzione
al raddoppio: Euro 5.280.000,00 oltre IVA. Scadenza
presentazione offerte: entro e non oltre le ore 12:00
del 6 febbraio 2014. Per informazioni: Ufficio Acquisti
(fax 0557339345; mail: infogare@quadrifoglio.org).
Il Dirigente DAM - Alessandra Morandi

Centri di Servizio I.P.A.B. di Pederobba,
Crespano del Grappa,
Crocetta del Montello e Cornuda
Avviso di gara per l’appalto del noleggio
e lavaggio della biancheria piana
L’I.P.A.B. Opere Pie d’Onigo, con sede in via Roma
n. 77/a, 31040, Pederobba (TV), tel. 04236947161, fax 0423694710, e-mail econ@operepiedionigo.it, con le I.P.A.B. “Villa Belvedere” di Crocetta
del Montello, “Aita” di Crespano del Grappa e “Villa
Fiorita” di Cornuda effettua la gara di appalto
del servizio di noleggio e lavaggio della biancheria
piana. L’importo stimato dell’appalto per sei
anni, se rinnovato dopo il primo triennio, è
€ 903.000,00. Bando e capitolato sono reperibili
in http://www.operepiedionigo.it/category/bandie-concorsi/. Il termine per il ricevimento delle offerte è il 17/02/2014, ore 12, con gara lo stesso
giorno alle ore 15. Il bando è stato spedito alla G.U.
Unione Europea il 18/12/2013.
Pederobba, 18 dicembre 2013.
Il Segretario Direttore Nilo Furlanetto

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italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Le storie

Cronache 27

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Esequie costosissime per Vito Rizzuto, sepolto a Montreal con le stesse modalità del figlio Nick

Bare d’oro e coccodrilli
a guardia delle ville
Il folle lusso dei mafiosi

Cassa dorata
I funerali a Montreal (Canada)
di Vito Rizzuto, capo della mafia
italo-canadese, morto lunedì
scorso all’età di 67 anni. Per suo
volere, è stato sepolto in una bara
dorata, come il padre e il figlio

Un boss a Miami aveva orologi per un milione
WASHINGTON — Una cassa dorata. Identica a quella usata per
suo figlio Nick, fatto fuori nel 2010
in Canada. Quello di Vito Rizzuto è
stato un funerale da boss. Perché
lo era davvero. Da anni figura
chiave del crimine organizzato italiano in Canada è spirato pochi
giorni fa. A ucciderlo una brutta
malattia. Rizzuto girava con una
vettura blindata e cercava di mantenere un profilo basso. Per scelta
e per necessità, visto che era un
bersaglio con tanti rivali. Soltanto
da morto lo hanno voluto onorare
in quel modo ostentato. Una cornice degna del Padrino cinematografico.
Nel mondo delle anime nere
non mancano i gusti bizzarri. O le
«follie». Una vena di denaro inesauribile rende tutto facile e accessibile. Storia vecchia che riporta ai
gangster americani degli anni 40,
come Benjamin «Bugsy» Siegel.
Così sfrontati da spingere per la
nascita della città del peccato, Las
Vegas. Era un piccolo avamposto
sulla via del deserto, un insignificante punto geografico sulla mappa del Nevada, che i gangster hanno trasformato in attrazione mondiale. Con casinò, teatri, alberghi e
scene da mille e una notte. Per il

I casi

Mausolei
Nei giardini di Humaya, in
Messico, i boss vengono
tumulati in sontuose
tombe-mausoleo

Yacht e villa
Lo yacht di Scott Rothstein
ancorato vicino alla sua villa
di Lauderdale. In casa aveva
5 Ferrari e una Bentley

gusto di avere la loro Disney, per il
desiderio di far soldi.
Ancora più pacchiani gli esponenti dei cartelli della droga. Su
tutti il colombiano Pablo Escobar.
All’apice della sua carriera si era
comprato 1.800 ettari di tenuta, la
famosa Hacienda Napoles. Poi
aveva fatto arrivare 2.000 animali,
molti esotici. Dalle giraffe agli ippopotami. Una moda, quella delle
belve, copiata da altri narcos. I
trafficanti messicani hanno messo
nelle loro ville tigri e leoni. Li esibiscono agli occhi degli amici oppure — secondo storie mai confermate — se ne servono per disfarsi
dei nemici.
Restiamo ancora in Messico.
Nei giardini di Humaya (Sinaoloa)
sorgono le tombe-mausoleo di
molti capi. Edifici sontuosi, con
cupole e colori vivaci. Un pantheon del crimine. L’ultimo inchino a
personaggi che hanno sull’anima
dozzine, forse centinaia di omicidi
e qui sono venerati, dai loro seguaci, come fossero dei santi. Non
badano a spese neppure quando
finiscono in prigione. Nel maggio
2011 la polizia ha fatto irruzione in
un’ala della prigione a Chihuahua,
un braccio riservato ai contrabbandieri della droga. E all’interno

Ville zoo
E nelle ville dei boss
sudamericani del narcotraffico
si aggirano giraffe,
ippopotami, tigri e leoni

gli agenti trovano di tutto e di più.
Biliardi, tv al plasma, frigoriferi
pieni di alcolici, decine di cellulari,
narcotici e ogni cosa possa servire
a rendere meno duro il «soggiorno» carcerario.
Altra passione gli oggetti griffati. Dalle polo alle armi. Magliette di

una marca famosa, riconoscibile
dal disegno che raffigura un grande cavallo: la indossavano un
buon numero di capi al momento
dell’arresto. Kalashnikov e pistole
placcate d’oro, talvolta arricchite
di pietre preziose e simboli di riconoscimento. Poi garage pieni di
vetture d’ogni genere. Le imponenti Hummer, le auto sportive, i
pick up americani. Famoso il «parco» sequestrato ad un avvocato
della Florida finito in galera e poi
usato come esca dall’Fbi per incastrare un mafioso italiano a Miami. Sentite cosa aveva in casa: cinque Ferrari, due Bugatti, tre Lamborghini, una Bentley, una Rolls
Royce, poi una sfilza di mezzi più
economici. Davanti alla villa era
ancorato uno yacht da 5 milioni di
dollari, in un armadio custodiva
una collezione d’orologi da un milione. Su una pista vicina lo attendeva un Boeing 727 e un jet executive più piccolo.
Un tesoro che oscura le cafonate
dei banditi nostrani. Il vestito da
sposa lungo tre metri e ornato di
Swarovski indossato il giorno delle nozze dalla figlia di «o re», Luigi
Giuliano. O le scarpe di alligatore
da 3 mila euro di Antonio Pelle. La
chiave di tutto è che non esistono
limiti. Per cui se il pit bull non basta a fare la guardia, si comprano
coppie di coccodrilli e li lasciano a
difesa dei covi. Non sono fantasie,
ma l’ultima trovata di qualche malandrino d’Oltreoceano.

Guido Olimpio
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Cronache 29

italia: 58555254505450

#

Scienza Il volo della
Cristoforetti sulla
Soyuz e la prima volta
della sonda Philae nel
nucleo di una cometa

Il 2014 sarà scintillante per lo spazio
italiano anche perché avrà tre volti femminili che accompagneranno due imprese europee attese da tempo. Il prossimo novembre Samanta Cristoforetti,
milanese d’origine (36 anni) ma cosmopolita nella vita, volerà sulla stazione spaziale internazionale soggiornandovi per sei mesi. È la prima astronauta
italiana e la seconda a salire in orbita
con la tuta dell’agenzia europea Esa.
«Il 30 novembre decollerò da Baykonur su una navicella Soyuz e sono molto
felice» dice Samantha. E l’ultima parola
ama spesso pronunciarla accompagnata da un sorriso che sottolinea la passione per l’imminente avventura. Quando
venne selezionata nel 2009 dall’Esa assieme ad altri cinque colleghi maschi (è
rimasta l’unica donna del corpo astronauti) disse subito: «Sono cresciuta con
il sogno dello spazio chiuso nel cuore e
nella mente. Il caso mi ha favorito: sono
felicissima». In realtà c’era ben altro oltre il caso se era stata preferita tra le
8.413 domande giunte da tutti i Paesi
dell’Unione. Dopo la laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Monaco
di Baviera varcava la soglia
dell’Accademia aeronautica di Pozzuoli diventando
pilota e prendeva una seconda laurea in ingegneria
aeronautica. E poi volava
sui caccia Amx con i gradi
di capitano. Se ha raggiunto il sogno cosmico lo deve
alla sua determinazione e al
suo carattere che zampilla
ben definito quando le si
parla. «La tv? Non la guardo
mai, non mi interessa, anzi
l’ho venduta perché ingombrava la casa». Non è
sposata e per il resto aggiunge: «Sono
cose personali». Complicato arrivare al
risultato desiderato? «Di difficile non ho
trovato nulla, solo una snervante attesa». E la moda? «Mi affascina solo la tuta
spaziale». La passione per le stelle ?
«Nulla di particolare: non ho visto lo
sbarco sulla Luna ma ricordo con emozione le immagini degli astronauti che
riparavano il telescopio spaziale. Mi ha
aiutato la fantascienza: sono una fanatica di Star Trek». E pensando al futuro
«sogno di sbarcare sulla Luna», ammette. Sulla stazione manovrerà i bracci robotizzati, però si è preparata anche per
una passeggiata spaziale. «Avrò il privilegio — nota con consapevolezza — di
essere una abitante della grande casa
cosmica e per questo mi impegnerò a
condividere la straordinaria esperienza
attraverso Twitter».
Sempre in novembre una piccola mini-sonda robotizzata si staccherà dalla
sonda spaziale Rosetta dell’Esa in viaggio da dieci anni, sbarcando sul nucleo
ghiacciato della cometa Churyomov/
Gerasimenko. È la prima volta che accade e per sondare il mistero dell’astro
con la coda compirà un’operazione tan-

Chi sono

Samantha Cristoforetti
36 anni, dopo la laurea in
ingegneria meccanica al
Politecnico di Monaco di
Baviera entra
all’Accademia aeronautica
di Pozzuoli diventando
pilota, quindi consegue
una seconda laurea in
ingegneria aeronautica. Il
prossimo 30 novembre
raggiungerà a bordo di
una Sojuz la Stazione

Samantha, Amalia e Serena
le tre italiane nello spazio
L’astronauta, la prof e la studentessa protagoniste del 2014
La polemica

La Nasa contro Beyoncé: no alla tragedia nella canzone
Polemiche sull’ultimo album di Beyoncé Knowles. Nel brano «Xo» la popstar 32enne
ha inserito alcuni secondi della registrazione della missione dello Shuttle Challenger,
nella quale morirono i 7 membri dell’equipaggio. La Nasa ha protestato. La cantante
si difende: «Il mio cuore va alle famiglie che hanno perso i loro cari nel disastro».

to difficile quanto preziosa. Con una trivella perforerà il suolo e lo analizzerà
trasmettendo i risultati sulla Terra. La
«madre» di questo straordinario strumento costruito a Milano da Selex Es è
Amalia Ercoli Finzi del Politecnico milanese. Amalia è stata la prima signora in
Italia a insegnare come volare nello spazio entusiasmando schiere di studenti
perché, per Amalia, il cosmo è prima di
tutto la dimensione più bella da comunicare ai giovani. Nel frattempo ha cresciuto cinque figli. «Non è stato facile —
dice —. Ma nella nostra famiglia tutti
sanno che ognuno deve fare la propria
parte. Una donna non può essere solo a
casa o al lavoro. Ci sono gli interessi, la
carriera. Non ci si deve negare nulla,
l’importante è avere fiducia e mettersi
d’impegno».
«Sono emozionata — ammette —,
dopo tanti anni d’attesa incrocio le dita
perché quei delicati strumenti funzionino come li abbiamo disegnati. La cometa sarà a 675 milioni di chilometri
dalla Terra e dovremo fidarci dei nostri
apparati che potrebbero scoprire molecole organiche, i mattoni della vita».
Adesso, a 76 anni, Amalia è professo-

Spaziale Internazionale
(ISS) per una missione
della durata di 6 mesi
Amalia Ercoli Finzi
76 anni, madre di cinque
figli, professore emerito al
Politecnico di Milano di
Meccanica aerospaziale. È
l’ideatrice della minisonda robotizzata che
sempre in novembre si
staccherà dalla sonda
spaziale Rosetta dell’Esa
in viaggio da dieci anni,
sbarcando sul nucleo
ghiacciato della cometa
Churyomov/
Gerasimenko
Serena Olga Vismara
È l’ex liceale che ha ideato
il nome della sonda che
sbarcherà sulla cometa.
Quando infatti si doveva
battezzarla, l’Esa bandì
un concorso tra le scuole
europee e alla fine scelse
la proposta avanzata
dalla quattordicenne di
Arluno (Milano),
appassionata di spazio.
Serena avanzò il nome
Philae che era l’isola sulla
quale venne scoperta la
stele di Rosetta che
permise di decifrare i
geroglifici e il mondo
egizio

re emerito e oltre a seguire lo sbarco cometario di cui è protagonista sta partecipando con i suoi giovani studenti alla
competizione internazionale X-Price
per lo sbarco di una sonda sulla luna che
i suoi allievi hanno battezzato, guarda
caso «Amalia», acronimo di una magnifica espressione latina: Ascensio Machinae Ad Lunam Italica Arte.
Ma la piccola e intelligente sonda di
cento chilogrammi che si adagerà sul
nucleo della cometa largo quattro chilometri, porta il terzo nome italiano delle
imprese dell’annata. Quando si trattò di

Il sogno e le attese
«Sono cresciuta sognando le
stelle. La cosa più difficile?
L’attesa», dice Samantha
battezzarla l’Esa bandì un concorso tra
le scuole europee e alla fine scelse la
proposta avanzata da Serena Olga Vismara di Arluno, vicino a Milano. Allora
era una studentessa di 14 anni del liceo
umanistico ma appassionata di spazio.
Serena avanzò il nome Philae che era
l’isola sulla quale venne scoperta la stele
di Rosetta che permise di decifrare i geroglifici e il mondo egizio. «Pensai —
racconta — a qualcosa che fosse legata
proprio alla stele e mi sembrò spontaneo immaginare il luogo dove venne
trovata». Così convinse i commissari
europei. Allora fece a se stessa due promesse: «Studierò ingegneria spaziale al
Politecnico e voglio fare l’astronauta».
La prima è stata mantenuta e per la seconda è sulla buona strada.

Giovanni Caprara
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le ricerche Le regole che aiutano a realizzare gli obiettivi per l’anno nuovo: selezionare i desideri, pianificare nel tempo e aiutarsi con le App

BREVE E FLESSIBILE, LA LISTA (RAGIONEVOLE) DEI BUONI PROPOSITI
di ANNA MELDOLESI
e siete ancora in tempo, date
retta a Roy Baumeister, psicologo e co-autore del libro Volere è potere. «Non fate un elenco di
proponimenti per l’anno nuovo.
Ogni capodanno milioni di persone
lo fanno e il primo febbraio si vergognano persino a rileggerlo». Forse però il consiglio arriva tardi: la
vostra lista dei buoni propositi è già
pronta e allora potrebbe essere il caso di emendarla. Se assomiglia alla
top-ten stilata dagli Americani per il
2014 suona così: dimagrire, organizzarsi meglio, spendere meno,
godersi la vita, tenersi in forma, imparare qualcosa di nuovo, smettere
di fumare, aiutare qualcuno a realizzare il suo sogno, innamorarsi,
passare più tempo in famiglia. Tante cose tutte belle, troppe però e

S

magari anche in conflitto tra loro.
Divertirsi risparmiando e senza
stravizi non è facile. Innamorarsi
poi, magari bastasse volerlo. Con un
elenco così impegnativo il fallimento è assicurato. E di fatti negli Usa
calcolano che solo l’8% di chi si dedica alla compilazione dei buoni
propositi di capodanno può affermare «detto, fatto».
Time ha stilato la lista delle 10
app che aiutano a centrare gli obiettivi del 2014: contatori di calorie e di
passi, guardiani del budget o della
voglia di fumare, maestri di buona
respirazione e di gestione del tempo. Manca solo l’app per resistere
alla tentazione di scaricare altre app.
Immaginate di essere fermati durante la giornata a intervalli irregolari da qualcuno che vi chiede se
state provando un desiderio. Baumeister l’ha fatto scoprendo che

Il metodo
Come fare
Un buon esercizio è prendere
la lista originale, compilata
l’ultimo dell’anno, e provare a
cancellare le priorità una
alla volta partendo dal basso
Il segreto
Per aumentare le chance
di successo bisogna che
gli obiettivi siano pochi
e quantificabili, flessibili e,
soprattutto, realistici
La pianificazione
Quando l’elenco si è ridotto
a uno o due punti bisogna
pianificare sul lungo periodo,
con intervalli intermedi.
A progressi fatti, premiatevi

passiamo almeno tre ore al giorno a
resistere a tentazioni di vario genere. Quelle vecchie come mangiare,
dormire, fare sesso. E quelle nuove
come distrarsi con Facebook o
Twitter. Se abbiamo un autocontrollo nella media, quando ci assale
un desiderio ci sforziamo di pensare
ad altro e alla fine un sesto delle volte soccombiamo. Soprattutto nei
momenti di stanchezza, perché opporsi è un dispendio di energia. È
per questo che nei supermercati i
generi che suscitano acquisti compulsivi sono esposti a fine percorso,
davanti alle casse. Ed è per questo
che le diete estreme sono un circolo
vizioso, affamandoci ci privano delle risorse psicologiche necessarie a
perseverare.
Un buon esercizio è prendere la
lista originale, così come è scaturita
dall’ottimismo di inizio anno, e

8%
Gli americani
che in media
compilano l’elenco
dei buoni propositi
a Capodanno e poi
li realizzano per
davvero durante
l’anno successivo

provare a cancellare le priorità una
alla volta partendo dal basso. La forza di volontà di cui ciascuno dispone è una risorsa finita. Per alzare le
chance di successo è bene che gli
obiettivi siano pochi e quantificabili, flessibili e soprattutto realistici. A
questo punto probabilmente l’elenco si è ridotto a uno o due punti. Il
passo successivo è trasformare il
diktat superstite in una pianificazione di lungo periodo, con intervalli intermedi per cambiare gradualmente abitudini. Girare alla
larga dalle sirene è meglio che legarsi come Ulisse all’albero della
nave. Farlo in compagnia anziché
da soli è più facile. Un’ultima cosa:
quando fra un anno avrete fatto
progressi siate generosi. Premiatevi.
@annameldolesi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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italia: 58555254505450

Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

&RGLFH FOLHQWH

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

Cronache 31

italia: 58555254505450

#

Momenti Come gli eventi grandi e piccoli segnano il passare dei decenni e i cambiamenti

Dalla nascita della tv al rigore di Baggio
Storie degli anni «numero quattro»
Dal dopoguerra a oggi il Paese raccontato dal ripetersi di una cifra
di MICHELE FARINA

Arriva la Rai (ma per pochi)
L’Italia conquista il K2
l progresso «all’italiana» è spesso in differita (che si tratti
della rivoluzione del piccolo schermo o di Facebook): nell’anno in cui in America inventano il videoregistratore, da noi
debutta ufficialmente la televisione. Il 3 gennaio, dagli studi
Rai di Milano: il primo programma «regolare» pomeridiano è
«Arrivi e partenze», in cui Armando Pizzo e Mike Bongiorno
intervistano personaggi più o meno celebri (quando si trova
davanti Giulio Andreotti, SuperMike da poco arrivato dall’America non sa chi sia). Alla sera danno la commedia di Goldoni «L’osteria della posta». Ventimila abbonati iniziali, modernità per pochi: un apparecchio costa come un anno di stipendio medio. Si accende la tv, si chiude il capitolo bellico: a
Trieste torna il tricolore. I nostri alpinisti conquistano il K2,
anche qui, «all’italiana» (tagliando fuori lo scalatore migliore,
Walter Bonatti, piccoli giochi di potere a 8.000 metri). Scandalo Coppi: Giulia Occhini, la fedifraga Dama bianca, viene arrestata e al campionissimo traditore tolgono il passaporto. Negli
Usa esce il primo disco di Elvis Presley («That’s all right
Mama») e in Gran Bretagna la saga «Il signore degli anelli», in
Italia Pasolini pubblica «La meglio gioventù». È l’anno de «La
Strada» di Fellini e dell’affermazione internazionale («L’oro di
Napoli») per Sofia Loren, un’altra stella del 4 (è nata nel 1934).

I

Il numero della perfezione, come si credeva nel Medio Evo, o della sfortuna come si
dice in certi Paesi dell’Asia?
Quattro come i punti cardinali, le stagioni, le fasi lunari, le arti del Quadrivio, gli elementi fondamentali (acqua, aria, fuoco e
terra). Il numero perfetto secondo i Maya,
quello che nella Smorfia rappresenta il maiale mentre dai giapponesi viene considerato di cattivo auspicio perché si pronuncia in
maniera simile all’ideogramma che rappresenta la morte. Chi non è interessato alle
operazioni della numerologia può seguire il
filo delle coincidenze o delle suggestioni. Il
«New York Times» ha inanellato gli avvenimenti della cronaca americana occorsi negli
anni che finiscono per quattro. C’è qualcosa
che ricorre? Un filo di realtà o di fantasia co-

mune? In questa pagina di storia italiana (e
non solo) compilata nel segno del quattro
trovate una raccolta di fatti che si possono
interpretare naturalmente in modo diverso.
Dallo sport alla politica, dalle bambole alle
canzoni. L’avventura italiana della tv, per
esempio, sembra avere nel numero 4 uno
snodo importante. Si può immaginare il
percorso che prenderà questo 2014 partendo da quanto avvenuto nei decenni precedenti? Sarà un anno della serie «Non ci resta
che piangere» come il 1984? O dobbiamo
aspettarci di andare in giro a targhe alternate come nel 1974? Quali politici hanno più da
temere dalla maledizione quaterna? Per i tifosi del calcio i precedenti sono amari (la finale persa contro il Brasile nel 1994) ma anche dolci: il primo Mondiale vinto nel 1934.

La beffa dei falsi Modigliani
e l’addio a Berlinguer
on ci resta che piangere» di Benigni-Troisi è il film
dell’anno, un mantra di vita. Anche se forse la possibilità di scivolare oltre un casello in un’altra epoca (meglio se del
passato) non è ancora il sogno diffuso di chi più tardi si ritroverà al cospetto della crisi. La breakdance impazza. L’Italia si
sente in forma, con Vasco Rossi chiede «una vita spericolata» e
comincia ad accumulare debito pubblico, i sindacati puntano
alla riduzione della settimana lavorativa a 35 ore e il governo
Craxi abolisce la scala mobile. È l’anno delle rivelazioni sulla
Loggia P2 che fanno dimettere il ministro del Bilancio Pietro
Longo, l’anno del nuovo Concordato tra Stato e Chiesa. A Milano nasce la Lega Lombarda. In America Steve Jobs lancia il
Macintosh, la riserva del vecchio sano nozionismo è mantenuta in vita da un nuovo gioco: il Trivial pursuit. L’Italia con Carlo
Rubbia vince il Nobel per la Fisica. Viene isolato il virus dell’Aids. Muoiono Enrico Berlinguer ed Eduardo De Filippo. Si
affermano definitivamente i cd e spuntano i videoclip (nasce
Videomusic). Studenti goliardi mettono alla berlina i soloni
dell’arte con i «falsi Modigliani». La mafia è quella della «Piovra» in tv con Michele Placido. Esce «L’insostenibile leggerezza dell’essere» di Kundera, Enzo Tortora esce dal carcere. Eros
canta «Terra promessa» e De Gregori «La donna cannone».

«N

Barbie e gli spaghetti western
Milano inaugura il metrò

Il primo libro di un Papa
e gli ultimi esami a settembre

L

a Barbie (nata a New York nel 1959) sbarca in Italia e diventa la più ambita delle bambole. Tra le cantanti esplode Gigliola Cinquetti, che a 16 anni vince il festival di Sanremo con
«Non ho l’età (per amarti)» mentre le ragazze stravedono per
Gianni Morandi («In ginocchio da te»). Si sgonfia il boom economico, è l’anno del Piano Solo (progetto di colpo di Stato mai
attuato con i carabinieri protagonisti) e di progetti che vedono
la luce al di là del tunnel: il traforo del Gran San Bernardo, la
prima grande galleria attraverso le Alpi, è aperta al traffico.
Milano inaugura la metropolitana, la penisola si accorcia con il
completamento dell’Autostrada del Sole da Milano a Napoli
(755 chilometri filati). Sul fronte internazionale l’Urss cambia
guida (da Krusciov a Breznev), negli Usa entra in vigore la legge contro la segregazione razziale, Harlem ha il suo primo poliziotto nero, a Martin Luther King danno il Nobel per la Pace
mentre in Sudafrica a Nelson Mandela danno l’ergastolo. Paolo VI è il primo Papa a recarsi in Terra Santa. Noi più modestamente eleggiamo un nuovo presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (dopo 21 scrutini). Umberto Eco divide l’umanità in «Apocalittici e integrati», Dario Fo rappresenta «Settimo,
ruba un po’ meno». Con Sergio Leone («Per un pugno di dollari») l’Italia reinventa (diventa) un western.

I

Il referendum sul divorzio,
le targhe alterne e lo stereo

A luglio la fine della naja
D’inverno la grande nevicata

A

ILLUSTRAZIONE DI GUIDO ROSA

usterity all’italiana: la crisi petrolifera ci impone sacrifici,
ma la domenica a piedi è troppo. Così il blocco del traffico
nel settimo giorno (deciso nel dicembre 1973) viene presto
mitigato con l’introduzione (da marzo fino all’estate) delle
targhe alterne che aguzzano l’ingegno e il car-pooling pari o
dispari. La maggioranza degli italiani (59,1%) con il referendum del 13 maggio boccia l’abrogazione della legge sul divorzio proposta dalla Dc guidata da Fanfani con l’appoggio dell’Msi. È l’anno cupo delle stragi (Italicus, Piazza della Loggia).
Le Brigate rosse sequestrano per la prima volta un magistrato,
Mario Sossi, rilasciandolo dopo un mese. Negli Stati Uniti il
presidente Richard Nixon è costretto alle dimissioni per lo
scandalo Watergate. Nel calcio la solida Germania vince il suo
primo Mondiale battendo l’Olanda volante di Cruyff e Neeskens. Il mito Pelè si ritira. Il silenzioso Gustavo Thoeni trionfa
ai Mondiali di sci: oro in gigante e speciale. Sulla neve è l’epoca
della Valanga azzurra. Sugli schermi inizia l’era dell’emittenza
privata: nasce Tele Milano, progenitrice di Canale 5. In pubblicità fa scandalo la soda campagna di Emanuele Pirella per una
marca di jeans: «Chi mi ama mi segua». Nelle case si impone
l’impianto stereo. È l’anno di «Profumo di donna» e «Il portiere
di notte», Baglioni («E tu») e Cocciante («Bella senz’anima»).

l 4 porta bene al Brasile, che negli Stati Uniti conquista il suo
quarto Mondiale battendo l’Italia quando Roberto Baggio
calcia per la prima volta in vita sua un rigore sopra la traversa.
Gioia e lutto per i verdeoro: Ayrton Senna muore nel Gran
premio di San Marino, nell’anno in cui Schumacher conquista
il primo Mondiale. Un altro 4 di segno positivo per Mandela,
che 30 anni dopo la condanna del 1964 diventa il primo presidente nero di un democratico Sudafrica. Pace nel mondo: Arafat e Rabin vincono il Nobel. In Italia Manipulite ancora protagonista: il 6 febbraio Silvio Berlusconi presenta Forza Italia e il
28 marzo con il Popolo della libertà vince le prime elezioni
con sistema maggioritario (salvo poi dimettersi il 22 dicembre). Si dimette dalla magistratura Antonio Di Pietro, Craxi è
condannato in contumacia. Il Giudizio universale di Michelangelo riappare dopo dieci anni di restauro della Cappella
Sistina. Pacciani è condannato all’ergastolo per i delitti del
Mostro di Firenze. Giovanni Paolo II è il primo Papa a scrivere
un libro («Varcare la soglia della speranza»). È l’anno di «Va’
dove ti porta il cuore» della Tamaro. Se ne vanno Troisi, Volponi, Modugno. Aboliti gli esami di riparazione a settembre.
Secondo un sondaggio inglese, gli italiani sono i maschi più
desiderati.

abolizione della leva dopo 143 anni di coscrizione (29 luglio)
è stata una delle poche riforme recenti che hanno inciso davvero sulla vita di milioni di italiani. Nel 2004 viene anche approvata la riforma delle pensioni, che alza la soglia della fine lavoro a 60
anni (con 35 di contributi). Viene approvata la legge sulla procreazione assistita. La tragedia dello tsunami in Asia (con immagini
spesso girate grazie ai telefonini) dà il via (anche nel nostro Paese)
a una catena di solidarietà sorprendente. La guerra in Iraq è il
perno-buco nero intorno al quale sembra ruotare il mondo e anche un po’ l’Italia: è l’anno dei rapimenti e delle tragedie (da Quattrocchi a Baldoni). I titoli della cronaca nera: dagli omicidi delle
cosiddette Bestie di Satana alla condanna a trent’anni per Annamaria Franzoni per il delitto di Cogne. Una grande nevicata paralizza mezza Italia, bloccando centinaia di persone sull’autostrada
Firenze-Milano. Gli Azzurri escono al primo turno dagli Europei
di calcio. Il terrorista Cesare Battisti è scarcerato a Parigi. Umberto
Bossi è colpito da ictus, scompaiono il filosofo Norberto Bobbio e
lo scrittore Tiziano Terzani, Marco Pantani muore solo in un residence di Rimini. Nella colonna sonora dell’anno si affermano le
stelle dei Maroon 5 e di Amy Winehouse. In Italia Vasco esce con
«Buoni o cattivi», un dilemma che resta valido dieci anni dopo.

L’

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Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

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italia: 58555254505450

Lo speciale. In questa pagina e nelle 10 seguenti,i lettori troveranno alcune delle storie pubblicate
ieri sulla digital edition del Corriere. Storie di italiani che non si arrendono alla sfiducia e al
pessimismo. L’intero supplemento è scaricabile gratis dal link http://digitaledition.corriere.it/italiariparte/

La passione e il cambiamento

STORIE
DI TENACIA

Il carcere

2

Giovanni Fumagalli

L’uomo che dietro le sbarre
ha messo anche la mediazione
N

on ci sarebbe bisogno di avere i
suoi occhi chiari, per esprimere
al meglio l’incredulità di dover
cambiare vita. Ma certo gli occhi
chiari di Giovanni Fumagalli aiutano a
capire: lasciare San Vittore dopo trentacinque anni di lavoro come educatore
non è facile. Anzi, è uno strazio. Pensare
che tanti non vedono l’ora di lasciare
queste mura. Fumagalli no: è un uomo
per cui la dedizione non ha limiti d’età. E
i suoi occhi chiari lo dicono con un sorriso triste: «Io non me ne andrei mai». Ma
la pensione è una barriera crudele.
A otto anni era già lontano da casa,
perché i genitori lo mandarono a studiare dai Salesiani, lui bergamasco cresciuto a Genova, in San Pier d’Arena. Da allora non è più tornato in famiglia ed è probabile che il carcere di San Vittore, dal
gennaio 1979, sia diventato un po’ la sua
casa. A quell’epoca, quando cominciò,
gli educatori erano guardati con sospetto sia dalla polizia penitenziaria sia dai
detenuti. Corpi estranei, inutili, ingombranti. «Chiesi di restare qui solo perché
avevo una fidanzata nel Varesotto, ma
stavo in ufficio con i miei due colleghi
educatori senza trovare un senso. Quando entrammo, fummo chiamati dal
maggiore: ad ascoltarci c’era un corpo di
agenti di polizia sull’attenti. Carichi di
letture dopo i corsi di formazione teorica, cominciammo a presentarci con discorsi assurdi e credo che nessuno capì
niente...».
Era il tempo delle bande della mala,
Vallanzasca, Turatello, rapine, i primi sequestri calabresi, i primi giri di droga,
poi il terrorismo, l’immigrazione... «All’inizio degli 80 il carcere era ancora segnato da certe figure carismatiche di detenuti: si respirava la loro presenza. Ricordo che passavo le giornate seduto nel
mio ufficio, in preda all’angoscia e al
senso di inutilità». Gli fu diagnosticata la
sindrome di burnout, che colpisce chi
vorrebbe aiutare ma non trova risposte
adeguate allo stress che consuma. «Per
disperazione soffrii anche di alopecia...
Ogni tanto arrivava qualcuno dei detenuti per esplorare... Ho conosciuto Spe-

Il documento

Il 5 dicembre 2012
l’allora ministro della
Giustizia Paola
Severino firmava il
decreto ministeriale
che dava origine alla
Carta dei Diritti e dei
Doveri dei Detenuti e
degli Internati.
Un documento
importante perché
contiene le
disposizioni
relative a tutto ciò
che il detenuto deve
conoscere sin dal
primo colloquio
con il direttore
o con un operatore
penitenziario. Indica gli
aspetti principali della
gestione del
quotidiano, i doveri di
comportamento e le
relative sanzioni,
l’esercizio del diritto
allo studio, le attività
culturali e sportive, le
possibilità lavorative e
di formazione offerte
dall’Amministrazione
penitenziaria. Ma fa
cenno pure alle norme
che regolano i rapporti
con i familiari e la
società esterna, alle
misure alternative alla
detenzione. La Carta,
infine, viene tradotta
nelle lingue più
diffuse tra la
popolazione carceraria.

dicato, autista e luogotenente di Turatello, era un boss che girava seguito da uno
stuolo di gregari... Venivano per “assaggiarmi”, per capire come la pensavo su
certi temi... Era un carcere vecchia maniera, in cui era difficile dialogare e noi
venivamo percepiti come figure di disturbo più che di aiuto».
Poi le cose a poco a poco cambiarono.
Fu una lunga fase di passaggio di cui Fumagalli va fiero come se quelle conquiste
faticose valessero una vita intera. La sua.
«I primi tempi se andava bene eravamo
assistenti volontari di detenuti per furto,
niente di più: toccava al cappellano, il
bravo don Giorgio, gestire tutto. C’è voluto molto lavoro e impegno per guadagnare considerazione e sostituire in
qualche modo la figura del cappellano, a
parte nella cura dell’anima». La svolta
avviene nel 1986 con la Legge Gozzini,
che punta sulla funzione rieducativa del
carcere e favorisce la smilitarizzazione
interna: dall’imperativo primario del
controllo si passa ad approfondire la conoscenza e il contatto. Fumagalli segue
le rivolte, vive gli anni del terrorismo
quando «i raggi erano gestiti più dai detenuti che dalla polizia». Ricorda la lun-

ga direzione «illuminata» di Luigi Pagano e il lento riconoscimento del ruolo
educativo, che sarebbe diventato centrale per l’equilibrio del carcere: corsi vari
di formazione, attività di intrattenimento, arte e terapie, biblioteca... E soprattutto una parola chiave: mediazione, che

❜❜
L’aiuto

Perdendo la libertà ci sono
persone che non reggono
al taglio dei legami

❜❜
Lotta con se stessi

A volte pensi che quel
che fai, cioè applicare
le regole, è assurdo

CATTANEO/FOTOGRAMMA

di PAOLO DI STEFANO

Una vita
«dentro»
Dal 1979
vive a San
Vittore, dove
ha aiutato
migliaia di
detenuti
a trovare
un proprio
equilibrio.
Non è stato
facile: gli
anni dei
boss della
mala e del
terrorismo,
la diffidenza
sulla sua
professione.
Eppure oggi
alla vigilia
della
pensione
ammette:
«Non uscirei
mai più
da qui»

#Skate
Salti a fior d’acqua
per un divertimento
tutto da fotografare
tra cielo e mare
negli scatti firmati
da @muratkbl

#FioccoBlu
O azzurro, per i precisini
ma quello che conta
in questa foto
di @ponponinsydney
è l’indimenticabile
sguardo di «lui»

In uscita Giovanni Fumagalli (65 anni) nel suo ufficio nel carcere di San Vittore

nasce dal dialogo. «Venivamo quasi tutti
da storie personali di sinistra: per noi il
detenuto era buono e il poliziotto cattivo. Pensa che bischerata!». Ride, Gianni.
Sorride pensando a come l’esperienza
l’ha cambiato: «Ci sentivamo superiori
agli altri, specialmente alla polizia... Col
tempo ho imparato che contano le sfumature tra il bene e il male, l’accettazione, il rispetto dell’altro, la disponibilità
all’ascolto senza preconcetti, e senza mai
forzature... Qui da noi ci sono detenuti
che entrano dalla libertà, gente che non
ha mai sperimentato il carcere: il che significa che hanno interrotto ogni legame affettivo e familiare e devono superare lo scoglio di questa realtà nuova». Fumagalli conosce bene i suoi compiti: dar e i n fo r m a z i o n i u t i l i s u l l a v i t a
quotidiana, tutelare la salute dei carcerati, non aggiungere ulteriori sofferenze
alla reclusione, favorire i rapporti con i
familiari, dare sostegno nel prefigurare
un futuro «fuori».
«Il lavoro d’equipe — dice Gianni —
un tempo non esisteva, oggi invece su un
caso ci si scambia informazioni, affrontandolo in gruppo da più punti di vista».
Non tutto è sempre andato per il verso
giusto, naturalmente. Gianni ricorda la
delusione quando attorno al ’90 aveva
avviato un percorso di responsabilità
con il tossicodipendente Franco: ne era
nato un rapporto stretto di fiducia reciproca, di amicizia. «Mi giurò che una
volta fuori non sarebbe ricaduto nell’errore e io ne ero sicuro. Dopo qualche anno l’ho rivisto in carcere... È stata una
botta al cuore». Racconta del giorno in
cui dovette togliere il bambino a una
madre per consegnarlo a una comunità:
«Quella donna ebbe una reazione bestiale, struggente. Il fatto è che a volte devi
vincere una parte di te che dice che quel
che stai facendo, cioè seguire la regola, è
assurdo. Devi mediare tra i tuoi sentimenti e un mondo di contraddizioni, il
che significa masticare parecchio amaro.
Ma questa è la mia vita, non potrei fare
altro che incontrare, conoscere e favorire
l’incontro... I primi anni dicevo: appena
posso, scappo da qui e così mi salvo. Oggi farei di tutto per non andarmene».
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Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

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2014

Le parole ritrovate dei soldati delle due guerre mondiali

STORIE
DI TENACIA

La memoria

3

Tesori
tra le carte
Cercava
dettagli sulla
vita in divisa
del nonno,
ora passa il
suo tempo
negli archivi
militari,
consultando
un’infinità di
documenti,
completando
le biografie e
ritrovando le
immagini. Ne
sono venuti
fuori 20 libri,
«racconti di
nodi del
cuore»

#Flessuosa
Come una farfalla
la ragazza che si lancia
in un passo di danza
davanti al mare ci ispira
grazia e bellezza (nella
foto di @kahea___)

#DallaRiva
Barche che dondolano
lentamente vicino alla
riva, emblema di un
paesaggio rilassante
e quieto nella foto
di @dw4ynejo

Paola Chiesa

La detective di sogni e paure
fa rivivere le lettere dal fronte
di GIUSI FASANO

C’

è il soldato dal fronte russo
che ha un cattivo presentimento e il giorno prima di
morire manda una lettera a casa: «Bacia i nostri figli, salutali tanto. Se
mi capitasse qualcosa, vi prego, fatevi
tutti coraggio». C’è il prigioniero ansioso di far sapere dove si trova («cara moglie, siamo in un campo a nord di...») e
dimentica che la censura cancella con la
china le indicazioni geografiche. C’è il
cappellano militare che presta la sua
scrittura ai soldati analfabeti: le «sue»
lettere le riconosci dalla calligrafia, e
sembra quasi di vederlo mentre raccoglie le confidenze di quei ragazzi con la
testa piena di sogni, in trincea, a dettare
parole d’amore e di malinconia.
Paola, classe 1979, dice che «ogni lettera è un piccolo capolavoro», che quei
fogli «raccontano sentimenti introvabili
nel resoconto delle operazioni militari»
e che «se cominci a leggerne uno è matematico passare al secondo, al terzo, al
quarto...».
Lei — che di cognome fa Chiesa e di
mestiere l’insegnante di storia e letteratura in un Istituto professionale di Pavia
— cominciò a darci un’occhiata un giorno del 2005. Non ha ancora smesso. Cercava dettagli sulla vita militare di suo
nonno, è diventata una delle più preparate studiose d’Italia della corrispondenza di guerra. Così appassionata da
aver scritto, dal 2007 a oggi, la bellezza
di venti libri sui caduti, reduci e dispersi
della prima e della seconda guerra mondiale, ricostruendo le loro storie proprio
attraverso le lettere. Ha fronteggiato resistenze e burocrazia per ottenere l’autorizzazione a spulciare migliaia e migliaia di fascicoli nell’ex distretto militare di Milano. Ha consultato una quantità
infinita di fogli matricolari, ha completato le biografie dei soldati contattando
le famiglie, ha chiesto agli uffici anagrafe dei Comuni di recuperare le fotografie
dei caduti. Ha rintracciato i soldati ancora vivi (ormai pochissimi) per incrociare i loro racconti con le informazioni
spedite a casa. Ma soprattutto, come gli
amanuensi d’altri secoli, ha trascritto

L’omaggio

Una rosa e un libropoesia. Il fiore, portato
dall’Italia e regalato alla
sabbia del deserto di
Herat, era un omaggio
al capitano Riccardo
Bucci morto in
Afghanistan in un
incidente stradale nel
settembre del 2011.
Roberta, la vedova di
Riccardo, l’aveva detto
all’amica Paola Chiesa:
appena sarà possibile
vorrei andare a Herat a
depositare un fiore dove
Riccardo è stato ucciso.
Paola ha potuto andarci
prima di lei (embedded
con l’esercito italiano,
nella foto) e non ha
dimenticato il desiderio
dell’amica.
Il libro, invece, si intitola
«Un angelo in
grigioverde» ed è una
lunghissima poesia in
ottave (in sardo, con la
traduzione italiana a
fronte) dedicato a Luca
Sanna, anche lui morto
in Afghanistan, a
gennaio del 2001.
Paola ha aiutato il
padre di Luca, Antonio,
a scriverlo. (G. Fa.)

8.300 lettere, quasi tutte infilate in fascicoli mai più aperti dalla fine della guerra
e «scoperte» in mezzo a una montagna
di carte che, adagiate l’una accanto all’altra, sono l’equivalente di 16 chilometri di strada.
«Ogni volta che ho fra le mani una lettera nuova è un’emozione», giura Paola.
«Mi immagino il ragazzo che l’ha scritta,
le sue sensazioni. Nell’ultimo libro ho
inserito anche i dati fisici: alto..., occhi
azzurri, torace... Si riesce a farsi un’idea
di chi fosse quel soldato, delle sue speranze, della somiglianza con un figlio,
un nipote. Per me tutto questo è un modo per tenere viva la memoria dei nostri
caduti, in questo mondo che consuma e
dimentica tutto troppo in fretta per me è
un onore lavorare perché resti una traccia dei sentimenti vissuti al fronte».
Sarebbe un lavoro a tempo pieno se
non fosse che Paola ha già il suo bel daffare con l’insegnamento. Passa in archivio tutto il tempo che può, specialmente
d’estate quando la scuola è chiusa. E
ogni volta regala a qualcuno i proventi
dei suoi libri, che negli ultimi due anni
hanno allargato il campo ai nostri militari in Afghanistan. Come su un fronte

immaginario, sono schierati accanto a
lei in questo omaggio alla memoria il
generale di Brigata Antonio Pennino, al
Comando militare dell’esercito Lombardia, e il generale di Corpo d’armata Giorgio Battisti, capo di Stato Maggiore della
missione Isaf. Superfluo dire che Paola è

❜❜
L’esordio
Da studente mi affidarono
una ricerca sui reduci del
mio paese: li intervistai tutti

❜❜
Prossimo impegno
Due volumi sui nostri
soldati in missione. Ci sono
emozioni anche su Skype

Carteggi Paola Chiesa (34 anni) nel suo ricco archivio di missive recuperate

riuscita a ottenere anche il permesso per
passare due settimane con i nostri soldati in Afghanistan. Altre strette di mano, altre amicizie e altre emozioni da
portare a casa e annotare in un libro. Per
esempio quello che uscirà a Febbraio su
Cristina Buonacucina, prima soldatessa
italiana ferita sul fronte afghano (andranno a lei gli incassi), poi arriverà il
volume sul caduto dei Lagunari, il capitano Riccardo Bucci: in quel caso il ricavato sarà per un’associazione dei figli
orfani di militari.
Paola si commuove. «Le lettere scritte
sui moduli della Croce Rossa o su pezzetti di carta di fortuna non esistono più,
certo. Ora si comunica via Skype, sms,
email, ma quello che provano oggi i nostri uomini in uno scenario di guerra
non è diverso da quel che provavano i
giovani mandati al fronte allora».
La professoressa Chiesa si rivede ragazzina, a scuola. «Una volta l’insegnante chiese una ricerca sui reduci del paesino dell’Oltrepò pavese dove vivo, Canevino. Io li intervistai tutti e lei rimase
stupefatta. Il primo a capire che per me
quella era una passione fu il presidente
della Comunità montana, Elio Berogno,
che nel 2005 mandò una lettera a tutti i
sindaci della zona chiedendo di farmi
avere l’elenco di nomi, cognomi e data
di nascita dei caduti nella campagna di
Russia. E da lì in poi è stato... un matrimonio. Finora, per ovvi motivi di tempo
e di spostamenti, ho lavorato soltanto
sui soldati lombardi e a volte sono stati i
sindaci, soprattutto nei piccoli Comuni,
a chiedermi di ricostruire la vita dei loro
morti in guerra».
L’ultimo dei libri di Paola (proventi
alle Piccole sorelle di Gesù che aiutano i
bambini di Kabul) si intitola «Un nodo
nel cuore», frase presa in prestito da un
soldato della seconda guerra mondiale.
Lui scriveva quell’espressione alla madre, lei la usa come filo comune in una
raccolta di lettere sul Natale scritte dal
fronte di prigionia russo: «Sono strazianti, commuovono. E come dice quel
soldato, che non tornerà mai a casa, sono i racconti di nodi nel cuore».
@GiusiFasano
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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

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Un bresciano è l’animatore dell’unico circo esistente nel Paese

STORIE
DI TENACIA

I volontari

4

Giacomo Babaglioni

La scuola di clown in Uganda
con il restauratore di sorrisi
di MICHELE FARINA

Imparare
in allegria
Era andato
in Africa per
dare una
mano come
odontotecnico, il suo
lavoro.
Poi ha
fondato la
Compagnia
del
Singhiozzo
che si
esibisce per
i ragazzi
nelle scuole
e negli
ospedali
della
nazione più
giovane del
mondo:
oltre al
divertimento,
un esempio
di
educazione
sociale

#Focolare
Non sfuggono
le calze della Befana
appese al caminetto,
augurio di prosperità
nello scatto firmato
da @jennycarlile

#TuttiInVolo
Sci acrobatico sulla
neve della Norvegia
nell’indimenticabile foto
del profilo Instagram
firmato da @twintipfanpagenorway

I

n Uganda trovare un dentista è
un’impresa: ce ne sono 250 su 34
milioni di abitanti. Ma trovare un
clown è ancora più difficile. Ne sa
qualcosa l’odontotecnico Giacomo Babaglioni, 49 anni, animatore dell’unico
circo esistente nel Paese più giovane del
mondo.
All’Hiccup Circus hanno acrobati, giocolieri e pure un bulimico mangiafuoco.
«Abbiamo bisogno di aiuto soprattutto
nel reparto clown», racconta Giacomo al
telefono da Kampala, mentre si appresta
a cucinare una «minestra sporca» con i
fegatini di pollo, alla bresciana, come
quella che gli faceva sua madre. Da piccolo Giacomo aveva un amico che singhiozzava dal ridere, ed è per questo che
ha dato il nome di «Hiccup» (www.hiccupcircusuganda.org) alla sua compagnia dei sogni. Anche se «adesso vorremmo ribattezzarlo Succumawiki», dal
nome di una verdura locale simile ai nostri spinaci, ingrediente fondamentale
della cucina ugandese. Gli spinaci danno
forza e loro ne hanno bisogno: «Della serie grandi sogni e pochi soldi. Abbiamo
messo in piedi una scuola circense per i
ragazzi. Abbiamo prodotto il primo
spettacolo nel febbraio 2013, andiamo
ad esibirci nelle scuole e negli ospedali»,
racconta questo bresciano che da vent’anni gira l’Africa lavorando di trapano
e sognando trampoli. Etiopia, Ghana e
Malawi prima di approdare in Uganda.
«Qui il 50% della popolazione ha meno
di 15 anni. La nostra idea di circo sociale
è diretta proprio ai ragazzi. Come spettatori e come protagonisti».
È curioso: mentre il circo nei Paesi occidentali sta morendo, in Africa è neonato. È un circo ecologico, senza animali,
tutto fantasia e agilità. «L’idea mi è venuta in Etiopia, ai primi anni 90: avevo
una cara amica che lavorava in un circo
ad Addis Abeba fatto apposta per i falascià, gli ebrei neri che venivano dalle
campagne. Per i bambini il circo era gioco ed educazione. Noi abbiamo cercato
di adottare lo stesso modello».
La Compagnia del Singhiozzo si avvale di una ventina di persone. Non c’è il

La vocazione

Giacomo Babaglioni, 49
anni, odontotecnico
originario di Iseo (BS),
lavora da anni in Africa
per progetti di
cooperazione
internazionale e corsi
per dentisti. Ha vissuto
in Etiopia, Ghana,
Malawi. Dal 2009 vive
a Kampala, in Uganda,
dove ha tenuto corsi
di specializzazione
(il Paese ha solo 250
dentisti). Suo secondo
lavoro e autentica
passione è l’Hiccup
Circus, il Circo del
Singhiozzo, l’unico in
Uganda (il Paese più
giovane al mondo: oltre
il 50% della popolazione
ha meno di 15 anni). Gli
spettacoli sono realizzati
da artisti di strada e si
rivolgono al pubblico dei
ragazzi nelle scuole e
negli ospedali. Il circo
si avvale della
collaborazione (molto
richiesta e gradita) di
insegnanti e artisti
stranieri. La scuola
circense conta diverse
decine di allievi e
avrebbe bisogno di
qualche sponsor

tendone, il pulmino e l’impianto audio
sono da noleggiare ogni volta. Lo spettacolo dura un’oretta. Gli artisti hanno dai
18 ai 21 anni. Ci sono un paio di acrobati,
due giocolieri, un mangiafuoco, due ballerine-attrici. C’è il pupazzo gigante, Mister Kato, che ha una testa alta un metro
e mezzo. C’è il bravo presentatore, il tecnico audio, l’autista e l’impresario Giacomo più gli addetti ai laboratori didattici: «Ci sono due momenti teatrali in cui
proponiamo i nostri messaggi. Il primo
riguarda il rispetto dell’ambiente (con
mister Kato raccogliamo bottiglie vuote
e spazzatura). L’altro è sull’importanza
dell’igiene orale, la prevenzione all’abuso di alcol e la donazione del sangue (in
collaborazione con la Croce Rossa ugandese)».
Un minuscolo Cirque du Soleil sotto il
sole dell’Equatore. In fondo anche i canadesi hanno cominciato come artisti di
strada, prima di diventare giganti mondiali. Il Circo del Singhiozzo (prossimamente degli Spinaci) viaggia con pochi
soldi. Ogni performance (che avviene
generalmente al pomeriggio nelle scuole
con centinaia di spettatori non paganti)
costa 600 euro. Gli artisti vengono pagati

a gettone tra i 40 e i 50 euro, che in un Paese come l’Uganda sono una bella cifra.
La storia del Giacomo è quella di un
odontotecnico della provincia di Brescia
che dopo il diploma non riesce ad entrare all’università e decide di andare in
Africa con le organizzazioni non gover-

❜❜
In viaggio

È un circo «ecologico»
senza animali e tendone
che gira su un pulmino

❜❜
Il messaggio

Parliamo anche di rispetto
dell’ambiente e
dell’importanza dell’igiene

Acrobazie Due acrobati del Circo del Singhiozzo fondato da Babaglioni

native per formare personale specializzato. La cura dei denti è un «lusso» per i
popoli in via di sviluppo. La vicenda
ugandese è esemplare: dopo l’indipendenza il governo di Kampala mandò alla
fine degli anni 70 una quindicina di studenti dentisti a formarsi in Inghilterra.
Al ritorno presero a lavorare, senza però
riuscire a fondare una scuola. «Quando
sono arrivato io nel 2009, dei quindici
pionieri ne erano rimasti pochi. Molti
erano morti, uno lavorava part time».
Oggi, grazie anche ai corsi realizzati da
Giacomo Babaglioni in collaborazione
con l’università locale, una generazione
di giovani odontotecnici ha cominciato
ad aprire studi, magari «nei sottoscala
come nell’Italia degli anni 50». L’Uganda
è un Paese di contraddizioni. Modernità
e aberrazioni, dalla legge anti-omosessuali che provoca proteste in tutto il
mondo all’impegno militare nelle operazioni di peacekeeping, dai bambini
soldato di Joseph Kony ai chilometri di
fibra ottica interrati a Kampala. Qui le
passioni di Giacomo diventano facce
dello stesso impegno: il «restauratore di
sorrisi» decide di fondare una scuola di
sorrisi. Un circo. Una ong italiana, Isp
(Insieme si può) fornisce lo spazio per
gli allenamenti giornalieri. Volontari
stranieri (ma purtroppo ancora nessun
italiano) vengono a insegnare l’arte ai
ragazzi del Paese più giovane del mondo. Per qualche mese ci sarà Vivien, 21
anni, acrobata cavallerizza tedesca, che
vuole migliorare i costumi e aggiungere
un numero di volteggio sulle sedie (in
mancanza di equini) sotto gli occhi di
Waria, 18 anni, orfana di padre, musulmana che vive in una baraccopoli, la ballerina di punta del gruppo. E di Marc che
fa il mangiafuoco, Patrick che cammina
benissimo sulle mani... Tra i progetti futuri, «uno spettacolo di numeri brevi da
portare nei reparti pediatrici e nei centri
per malati di Aids». Il restauratore di
sorrisi lancia un appello all’Italia: circo
in Uganda cerca maestri, maghi e clown
da affiancare a un bulimico mangiafuoco.
@mfarina9
(ha collaborato Manuel Bonomo)

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Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

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Un professore con i suoi studenti a caccia di pergole dimenticate

STORIE
DI TENACIA

La terra

5

Flavio Franceschet

L’Indiana Jones delle vigne
nei luoghi segreti di Venezia
L

o spirito di Venezia si era nascosto tra le sue vigne. Qualcosa di
vivo, per smentire i tanti cantori
della decadenza. John Ruskin,
nelle Pietre di Venezia, ha scritto che «il
fuoco interno delle passioni, fatale come la pioggia di fuoco di Gomorra» ha
consumato la potenza della città-Stato.
Non si era accorto che quelle passioni
hanno fatto rinascere pezzi di quella città. Le passioni di Flavio Franceschet, ad
esempio, insegnante alla scuola media
Calvi ai Gardini di Castello, zona di
Biennale e case popolari. Con i suoi studenti, va alla scoperta di vigne nei giardini dei palazzi, nei monasteri, nei
chiostri, negli anfratti delle isole meno
battute. Scopre pergole dimenticate,
vendemmia, le uve vengono riunite e
portate in un monastero e pigiate con i
piedi. Vini naturali, ancestrali.
Franceschet non è nato a Venezia, ma
ha la laguna nell’anima più di molti altri
«pigri veneziani della classe media che
si infingardiscono leggendo giornali
privi di contenuti», descritti da Ruskin.
Viene da Tarzo, Friuli-Venezia Giulia.
Invece di portare le sue classi al Museo
Naturale, ha creato percorsi di archeologia botanica, puntando sulla scoperta
non delle pietre ruskiniane che raccontano una potenza sparita, ma delle tracce di vita vegetale trascurata.
Nel verde celato dalle splendide facciate sui canali, cresceva talvolta l’uva,
come nei luoghi di ritiro religioso e accanto ai piccoli orti nelle terre emerse in
mezzo all’acqua che sale e cala ogni sei
ore, secondo un ritmo che si impara fin
da bambini a Venezia. L’avventura di
Franceschet è iniziata con una sorta di
fattoria didattica nell’isola di Mazzorbo,
dove poi è arrivato con ben altri mezzi
Gianluca Bisol, della famiglia del Prosecco, piantando l’antico vitigno Dorona assieme al super enologo Armando
Castagno. Da Mazzorbo è partita l’ambizione di catalogare tutti i vigneti della
città ex Serenissima. Con Franceschet
altri tre pionieri: l’oste Mauro Lorenzon, grande e gioviale conoscitore di vini italiani e francesi; Cesare Benelli, che

Il personaggio

Flavio Franceschet (foto
Sabadin) è il fondatore
dell’associazione
culturale «Laguna nel
bicchiere - Le vigne
ritrovate». Lo scopo è
salvare la viticoltura a
Venezia, pratica agricola
antica che stava
scomparendo. Il padre
era arruolato nella
Marina militare e
lavorava all’Arsenale
di Venezia, nel sestiere
di Castello in cui
Franceschet abita.
Con la sua associazione
organizza escursioni in
barca con il motore
elettrico per visitare i
vigneti che sono stati
salvati,
un modo diverso per
scoprire la laguna
di Venezia e conoscere
i suoi prodotti, come
il vino degustato
durante le visite alle
cantine dei micro
produttori che
aderiscono (info:
www.laltravenezia.it).
Le uve sono raccolte a
mano e pigiate con
i piedi, i vini vengono
prodotti nella
cinquecentesca cantina
dell’isola di San Michele

da trent’anni o quasi officia nel ristorante Al Covo; e l’enotecnico Gianantonio Posocco, esperto di vini biologici e
biodinamici. È nata un’associazione noprofit e non poteva che chiamarsi «Laguna nel bicchiere. Le vigne ritrovate»,
ha appena ricevuto il Premio Masi Civiltà del Vino assieme a Bisol e a Michel
Thoulouze, imprenditore televisivo diventato vignaiolo a Sant’Erasmo. I ragazzi delle scuole e gli insegnanti sono
stati coinvolti nelle micro-vinificazioni.
I percorsi delle scoperte e della rinascita della tradizione vitivinicola veneziana che esisteva fin dall’era dei paleoveneti, sono diventati itinerari turistici:
si organizzano esplorazioni per i veneti
(ma spesso si presentano agli appuntamenti anche visitatori americani).
Franceschet fa da guida, esorta ragazzi e
adulti a camminare in silenzio tra i vigneti e le fondamenta delle isole, per
ascoltare i rumori della laguna. E sembra di risentire le voci dei piccoli vignaioli del passato contro il luogo comune
secondo il quale a Venezia «il vino non
si può fare perché il terreno sabbioso
non è adatto». Sono spuntate vigne in
luoghi impensabili, di età indefinite.

Una pergola al cimitero di Murano, ad
esempio, o un filare a poca distanza dall’Harry’s Dolci alla Giudecca. E poi le
uve raccolte dai frati e usate per il vino
da santificare e per quello che accompagna i pasti nei refettori. Ecco i filari di
Moscato dei Carmelitani scalzi accanto

❜❜
La ricerca
Esplorazione tra giardini
dei palazzi, monasteri,
chiostri e isole meno battute

❜❜
Metodo tradizionale
I vini vengono prodotti
immergendo le gambe
nei tini per la pigiatura
MARCO SABADIN/VISION

di LUCIANO FERRARO

Aromi
e passioni
Insegna in
una scuola
media ai
Giardini di
Castello, ma
la sua
passione
l’ha spinto
ad andare in
cerca,
assieme alla
classe, dei
piccoli
vigneti
lagunari del
passato.
Così sono
rinati vini
che
vengono
prodotti con
i metodi più
tradizionali

#Comemamma
Una ragazza giovane
che imita lo stile dei figli
dei fiori, sul modello
di mamma (o di nonna)
nel simpatico scatto
di @dudiaas

#Buongiorno
Assonnato però
pieno di sole
con un letto di rose
e un viso fresco. Una
scarica di ottimismo
da @nestalley

Come una volta La vendemmia dell’uva «dorona» a Mazzorbo

alla chiesa sul Canal Grande in cui sono
conservate le reliquie di Santa Lucia, ecco i tralci potati di Moscato, Malvasia,
Prosecco e Trebbiano dei Frati minori
francescani nell’isoletta di San Francesco della Vigna; ecco i grappoli di Trebbiano e Raboso dei Frati Servi di Maria
all’estremità di Venezia, a Sant’Elena. E
poi tre pergole di uva sull’isola di San
Michele, poco distanti dal cimitero con
la tomba del poeta Ezra Pound, un tempo sede della prigione in cui venne rinchiuso anche Silvio Pellico: pergole che
erano state abbandonate dall’anziano
frate Andrea dei Camaldolesi.
Ne escono vini senza fronzoli, orgogliosi di essere ancora vivi e buoni. Vengono prodotti in modo più che tradizionale, con la pigiatura umana, infilando le gambe nei tini. Hanno tutti
un’etichetta simile: un bicchiere sullo
sfondo di un acquarello di paesaggi veneziani immersi nella foschia, talvolta
resi meno melanconici dall’uso di colori decisi. Il vino più scanzonato si chiama «Primo sbaglio», sull’etichetta si
legge: «Vino di pergola, prodotto a sei
piedi da 600 grappoli di uve incerte»
dall’Arsenale, la zona dell’antico cantiere navale cantato da Dante. Così sono
riapparsi piccoli pezzi di Venezia lontani dal turismo di massa.
È una piccola storia di rinascita in
una città che troppi danno per morta,
soffocata dai visitatori e percorsa da
grandi navi. Una storia induce a chiudere il libro di Ruskin e a leggere una poesia di Andrea Longega sui veneziani che
resistono. Eccola, con la traduzione:
«Semo lontre nuialtri venessiani / semo
rane, e no stene creder / co se lagnemo
de l’aqua che cresse... / dentro quel aqua
se inpianta / le nostre raìse / e co serve
come i sorzi trovémo sempre na piera
più alta – na sfesa / che ne salva». (Siamo lontre noi veneziani / siamo rane, e
non credeteci / quando ci lamentiamo
dell’acqua che sale... / dentro quell’acqua si piantano / le nostre radici / e
quando serve come topi troviamo /
sempre una pietra più alta – una fessura / che ci salva).
divini.corriere.it
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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

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italia: 58555254505450

I nuovi pionieri della nutrizione

STORIE
DI TENACIA

L’imprenditoria

6

Parabola di
un cervello
Venuto in
Italia per
studiare
Legge, il crac
finanziario
che colpì la
famiglia lo
indusse a
puntare su
Economia.
L’olio
estratto da
pesce, krill e
microalghe
è diventato
idea per un
business

#Tramonti
Tra i temi preferiti di
Instagram, il tramonto
ci piace così, a tinte
violacee e su un ponte
di legno (foto di
@rickymedina_gf)

#DavantiAlMare
Questa foto l’abbiamo
scelta perché sotto
c’è scritto: «Cogli
il momento, senza
paura» (lo scatto
è di @saivili)

Gentian Selimi

L’albanese bocconiano
ora principe degli Omega-3
di ELVIRA SERRA

Q

uarant’anni, due figlie piccole
(una è appena nata), un’azienda
di pochi anni che cresce a balzi
del 20% e che chiuderà l’anno
con quasi due milioni di fatturato. Gentian Selimi è un albanese di Tirana, che
ha lasciato il suo Paese vent’anni fa per
venire a studiare in Italia. Adesso è amministratore delegato di un’impresa che
produce e distribuisce Omega-3. «L’abbiamo chiamata U.G.A. Nutraceuticals,
come le iniziali dei santi della festa dei ceri a Gubbio, dov’è la nostra sede, perché
volevamo che incarnasse la lungimiranza
di Sant’Ubaldo, la combattività di San
Giorgio e la passione di Sant’Antonio»,
spiega Gentian prima di raccontare il suo
percorso se non proprio a ostacoli, di sicuro caratterizzato da stop&go, frenate e
ripartenze, deviazioni e accelerate. Un
viaggio inedito, come l’idea di investire
sugli oli di pesce, che per tradizione qui
da noi non si producono né si raffinano.
Ma è il risultato che conta. Ed è vincente.
«Sono immigrato in Italia nel 1993 con
l’obiettivo di studiare Legge a Perugia.
Arrivai con 500 marchi tedeschi in tasca,
che tra affitto e rata universitaria sparirono in due settimane. Cominciai subito a
lavorare nei weekend, per mantenermi:
facevo il cameriere e l’operaio in un maglificio. L’anno successivo vinsi una borsa di studio dell’Ersu, l’ente regionale per
il diritto allo studio».
Nel 1997, a sei esami dalla discussione
della tesi, in Albania scoppia la crisi delle
Piramidi, la truffa delle finanziarie. «Fu
uno choc fortissimo, i miei genitori avevano perso i risparmi di una vita, io il tesoretto che ero riuscito a mettere da parte
fino a quel momento, sei milioni di vecchie lire. Così pensai che sarebbe stato
più utile se mi fossi laureato in Economia. Grazie a un’altra borsa di studio più
robusta di una fondazione albanese di
Ginevra, l’Albanian International Scholarship Foundation, mi trasferii a Milano
per studiare Finanza dei mercati alla Bocconi: mi convalidarono sei esami, per il
resto ripartii da zero. Dopo, feci un master in gestione internazionale. Vinsi anche il dottorato di ricerca in Economia

Che cosa sono
Considerati tra gli
elementi naturali più
benefici per la salute
dell’uomo, gli acidi
grassi essenziali
Omega-3 sono
presenti
principalmente nei
pesci di acqua fredda
(sgombro, halibut,
sardine, salmone e
aringhe) e all’interno di
alcuni tipi di alghe e
crostacei come il krill.
Alcune ricerche
scientifiche (ma ne
esistono altre che ne
contestano le
conclusioni) hanno
sostenuto che possono
giovare alla salute del
cuore, al miglioramento
dell’ipertensione e alla
maturazione dei
sistemi visivo e nervoso
nel cervello del feto
durante la gravidanza.
La U.G.A.
Nutraceuticals, fondata
nel 2005 e con sede a
Gubbio, è stata una
delle prime realtà
italiane a formulare,
produrre e distribuire
integratori Omega-3
altamente purificati e
dalla qualità certificata
Ifos (International Fish
Oil Standard, standard
internazionale per
prodotti a base di
olio di pesce), il
riconoscimento
internazionale più
elevato in materia di
integratori Omega-3

politica, che però non conclusi».
La prima esperienza professionale
qualificante è in una banca d’affari. «Resistetti sei mesi». La vera passione era il
mondo della nutrizione. «Erano i tempi
della dieta a zona, ed io ero diventato una
piccola autorità nei forum specializzati
dove davo consigli. Ero già un consumatore di Omega-3, in Italia se ne trovavano
pochi di qualità e quelli che c’erano costavano troppo». L’illuminazione arrivò
di conseguenza: «Perché non produrne
di buoni e a prezzo ragionevole, meno di
un caffè al giorno, per tutti?».
Ne parla con Susanna Picciolini, la
compagna di allora, con sua sorella Michela, e con il fidanzato di lei, Alessandro
Fecchi. Il gruppo dei soci fondatori era
formato: oggi sono gli stessi, anche se
operativi sono rimasti in due. «L’azienda
è nata nel 2005, commercialmente siamo
partiti nel 2006 direttamente online.
Quell’anno chiudemmo con un fatturato
di 203 mila euro con un solo prodotto:
nel 2012 ne avevamo dodici nel portfolio,
e circa altrettanti in white label per aziende terze, con il fatturato di 1.560.000 euro. Ora contiamo di chiudere il 2013 con
un incremento del 20 per cento».

La scelta di Gubbio fu dettata da ragioni di opportunità. «I soci finanziatori erano di lì. Io poi avevo un bellissimo ricordo del periodo trascorso a Perugia, mi ero
divertito molto più che a Milano. Fu chiaro fin da subito che non avrebbe avuto
senso mettere in piedi una realtà produt-

❜❜
Gli inizi
Nel ‘93 arrivai con 500
marchi: sparirono subito tra
affitto e rate universitarie

❜❜
Cabina di regia

Dall’Italia garantiamo
il percorso mondiale degli
oli con qualità certificata

La patria adottiva Gentian Selimi (40 anni) nella piazza dei Martiri di Gubbio

tiva». I migliori produttori al mondi di oli
di pesce sono in Norvegia e in Canada.
«Convincemmo una grossa azienda norvegese che aveva minimi d’ordine molto
alti a darci un’opportunità e farci partire
con molto meno: il nostro olio arriva da
lì. In Germania, nel Regno Unito e in Italia
produciamo le capsule. A Modena, un
terzista ci fa il confezionamento. A Gubbio ci occupiamo di sourcing delle materie prime, ricerca, sviluppo dei prodotti,
distribuzione e marketing. Siamo garanti
di tutto il percorso, con sistema di qualità
certificata. L’olio estratto dal pesce, dalle
microalghe e dal krill (un piccolo crostaceo dei mari freddi, ndr), subisce cinque
passaggi; ce n’è poi un sesto per rendere
la struttura molecolare più affine al nostro organismo, in modo da assorbirne la
quantità maggiore».
Oggi gli impiegati e i dirigenti negli uffici di Gubbio sono sette. In più, ci sono
una trentina di agenti e informatori medico-scientifici distribuiti in tutta Italia.
L’età media è sotto i 35 anni: «Ma solo
perché io e l’altro amministratore delegato, che ha 45 anni, la alziamo parecchio!». Da un anno l’azienda ha chiesto a
una società esterna di gestire i commenti
dei consumatori. «In 542 opinioni di
clienti che hanno acquistato dal nostro
sito Internet, non abbiamo mai ricevuto
un giudizio neutro o inferiore».
Il portale dove si possono fare gli acquisti (www.omegor.com) è come una
boutique Nespresso: si cerca l’Omega-3
più adatto alle proprie esigente e si fa
l’ordine. «I nostri farmacisti fanno anche
consulenza gratuita, e la consegna è velocissima. Il posizionamento sul mercato
del nostro marchio principe Omegor, sul
segmento degli Omega-3, è quello di un
iPhone tra gli smartphone. Esportiamo
in Spagna, Grecia, Romania, Albania,
Iran, Libano e Oman. E stiamo per aprire
una filiale a Dubai».
Il bilancio personale della fuga di un
cervello dall’Albania all’Italia è positivo.
«Sinceramente mi sento molto fortunato,
perché ho avuto opportunità eccellenti
dalla vita e con determinazione sono riuscito a sfruttarle».
@elvira_serra
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

© 2014 McDonald’s.

italia: 58555254505450

MENTRE
L’ECONOMIA È
FERMA, DAVIDE
LAVORA PER FAR
ANDARE AVANTI
L’ITALIA.
Davide lavora per Parmareggio, un’azienda emiliana che produce
e commercializza il Parmigiano Reggiano e che collabora con noi.
Insieme a Parmareggio e a tutti i nostri fornitori italiani, abbiamo
già creato 24.000* posti di lavoro sul territorio.
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*Da una ricerca di SDA Bocconi

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Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

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Il trio che indaga sul «lato B» dei quadri

STORIE
DI TENACIA

L’arte

7

#InPugno
O sarebbe meglio dire
«in palmo di mano»:
così auguriamo a tutti
di prendere le cose belle
dell’anno nuovo
(foto di @callmerocks)

#OrmeSullaSabbia
Correndo in riva al
mare, ricordo di certi
pomeriggi d’estate
come augurio di un
anno pieno di sole (foto
di @kaycameron13)

Marco Fiorilli, Demetrio Sorace e Michele Murrone

I custodi del bello nascosto
L’anima segreta degli Uffizi
A

Rapporto
paterno
Catalogano
i dipinti, ne
studiano la
provenienza
conoscono
a memoria
le vite dei
pittori. Tre
impiegati
del grande
museo
fiorentino
hanno reso
i depositi
un museo
parallelo.
E trattano
Botticelli
e Bronzino
come se
fossero figli

l mattino arrivano presto,
quando la città manda i suoi
primi sbuffi assonnati. Arrivano in quella che è una delle
gallerie d’arte più belle del mondo,
timbrano e poi si nascondono. Perché
Marco Fiorilli, Demetrio Sorace e Michele Murrone sono il lato nascosto
degli Uffizi di Firenze, l’ombra operosa che olia la macchina della bellezza.
Sono i custodi dei tesori che non vediamo: gli addetti ai grandi depositi.
«Quando si parla di depositi, riferendosi alla Galleria degli Uffizi di Firenze — dice Fiorilli — non si deve
pensare a uno sciatto scantinato, ma
quasi ad un museo parallelo, con migliaia e migliaia di opere ordinatamente disposte a mo’ di quadreria,
perfettamente curate. Quelle che noi
non lasciamo mai sole». Non è un modo di dire: il 56enne Fiorilli lavora qui
da trentacinque anni, come il collega
(e quasi coetaneo) Sorace — Murrone,
44 anni, è stato assunto più tardi — e,
nei decenni, non solo ha imparato ad
amare la pittura e la scultura, ma ha
stretto con queste un legame quasi affettivo, familiare, intriso di tenerezza.
È lo stesso direttore del museo, Antonio Natali, a indicare loro come «il
trio che si occupa delle opere nascoste» con una passione inesauribile, oltre le mansioni, gli orari, i cartellini e
gli obblighi. Catalogano i dipinti, ne
studiano la provenienza, conoscono a
memoria le vite dei pittori, sanno gli
aneddoti che costellavano la vita di
Pontormo o Bronzino, sanno che dietro quella tela c’è una firma dubbia o
se un quadro famoso era inizialmente
riposto in una custodia speciale. Il loro
contributo, per dire, è prezioso nell’allestimento dell’ormai tradizionale
mostra «Mai visti», quella che ogni
anno, agli Uffizi, svela dei capolavori
non esposti durante l’anno in galleria.
Marco, Demetrio e Michele vivono
insieme ai Carracci, ai Botticelli, ai
Raffaello, ai Manfredi e quando si riferiscono a questi grandi artisti la loro
voce non ha nessuna sfumatura sac-

Il luogo

Prezioso luogo dove
vengono custodite
migliaia di opere,
il Deposito (anzi, i
Depositi) del museo
degli Uffizi sono stati
di recente oggetto
di una importante
ristrutturazione. Pur
restando nei piani
ammezzati dell’ala
di ponente, sono
stati ampliati nei
mezzanini, lasciando
alcuni spazi liberi al
primo piano che sono
entrati a far parte del
percorso espositivo.
Qui trovano riparo
anche alcune opere
semidistrutte: per
esempio, quella nella
foto, quel che resta di
una tela di Manfredi
ridotta in mille pezzi
dalle bombe fatte
esplodere nel 1993
e «curata» dai tecnici
addetti al Deposito.
Una particolare
attenzione è riservata
al sistema scelto per
la conservazione delle
opere: pannellature
grigliate da appendere
al soffitto e
soprattutto modulabili.

cente né accademica né pretenziosa:
ne parlano come se fossero dei parenti, degli amici. «Quel Barocci aveva
una crepa ma l’abbiamo guarita — dice Fiorillo — così come abbiamo salvato una tela di Manfredi semidistrutta dalle bombe del ‘93. Il quadro era
andato in mille pezzi ma noi lo abbiamo curato, ricucito, guarito. E adesso
lo abbiamo appeso qui in deposito».
Si potrebbe leggere come una specie di memento: l’arte può morire se
qualcuno non se ne prende cura, al di
là delle strategie economiche, delle
grandi mostre e del marketing. L’arte
ha bisogno dei Fiorillo, uno di quelli
che ogni mattina si mette i suoi guanti
e controlla che tutto sia a posto: quella
cornice non ha graffi, quella tela che
rientra dal Louvre è intatta, quell’altra, pronta per essere fotografata ai fini di un catalogo, luccica di salute.
«Stando, per così dire, nell’ombra
— dice Marco — si comprende anche
il valore di certe professioni che raramente vengono alla luce, però sono
importantissime nell’arte. Per esempio i restauratori. Non è che una tela
viene acquistata e finisce subito in

esposizione. Prima va esaminata,
eventualmente restaurata. Per dire,
era arrivata una Madonna del Barocci,
bellissima ma malridotta e dei bravissimi specialisti l’hanno rimessa a posto». Se potesse, Fiorilli con i Botticelli
ci dormirebbe. Perché ne conosce

❜❜
L’esperienza

Riconosci al volo quando
una tela ha bisogno
di cure e quando è tardi

❜❜
Il legame

Qui al deposito, ci sono
migliaia di opere mai
viste: non le lasciamo sole
MASSIMO SESTINI

di ROBERTA SCORRANESE

La squadra Da sinistra, Sorace (53 anni), Murrone (44) e Fiorilli (56)

ogni ansa, ogni piega, ogni impercettibile difetto dovuto all’età. «Riconosci al volo quando una tela ha bisogno
di cure — afferma — e quando invece
è tardi. Da lontano vediamo se una
cornice è in buono stato e il nostro lavoro consiste nel mantenerla tale».
Fiorilli si muove con agilità tra i
pannelli perfettamente ordinati sui
quali vengono sistemati i quadri. Per
esempio, il loro deposito conserva circa mille autoritratti preziosi, a fronte
dei circa 350 visibili al pubblico. Così,
negli anni, ha sviluppato una vera
passione per questo genere pittorico
affascinante e misterioso. Più che altro perché lo fa sentire vicino all’artista stesso. «Resto incantato ore e ore a
guardare un autoritratto ben fatto —
confessa —. Ma, in generale, davanti
all’arte, quella vera, me ne sto in contemplazione. Ecco perché non capisco
le scolaresche poco disciplinate».
Se si prosegue nel piano dedicato al
deposito, prima si incontra il passato
(non sempre riconosciuto con esattezza, per esempio ci sono varie opere
attribuite a Filippino e a Botticelli), capolavori non troppo conosciuti come
la curiosa Madonna della Ninna (attribuita a Cimabue, è il ritratto della Vergine forse commissionato dalla Compagnia della Ninna) e infine sfilano
anche artisti moderni, come De Chirico o Pistoletto, Rosai o Balla. Ma Fiorilli non si schioda dalla sua grande
passione: «Botticelli, solo lui. Vede,
quando uno fa il mio lavoro impara a
far caso ai dettagli. I colori, per dire,
l’abilità nel metterli insieme in modo
da creare un altro mondo. Pochi come
Botticelli hanno saputo inventarsi
questa composizione perfetta di toni».
Ecco, la passione e torniamo sempre lì. Di più, l’amore per il bello ha
trasformato un addetto tecnico in un
amante dell’arte, in un conoscitore dei
dettagli. Forse i musei potrebbero ripartire da queste figure, nascoste, certo, eppure indispensabili, che ogni
giorno vegliano sulla salute del patrimonio culturale italiano.
rscorranese@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giovedì 2 Gennaio 2014 Corriere della Sera

Corriere della Sera Giovedì 2 Gennaio 2014

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Un’infermiera al pronto soccorso del Buzzi a Milano

STORIE
DI TENACIA

La sanità

9

Franca Bonomelli

Nell’ospedale dei bambini
curo il panico dei genitori
S

uccede. «Signora, non si preoccupi». Al cellulare, è l’educatrice
dell’asilo di mia figlia Alice, 3 anni. Il cervello si blocca. «Alice è
scivolata. È meglio che la porti in ospedale». È una di quelle mattine in cui la
vita ti fa lo sgambetto. Con un sorriso si
è spento un amico di vecchia data e la
notizia mi è appena arrivata per sms.
Addio sangue freddo, ma sono già all’asilo. La situazione non è grave, Alice
sorride, ha un cerotto tra le sopracciglia, il taglio c’è, ci vorrà qualche punto.
La pediatra, al telefono, consiglia di andare al Buzzi, l’Ospedale dei bambini di
Milano, anche se non è il più vicino. È
un lunedì di ordinaria follia a Milano:
sciopero dei mezzi pubblici con ingorghi tra tram e bus, traffico impazzito, un
corteo di studenti paralizza il centro,
lunghe code per aggiudicarsi un taxi,
tasse da pagare e sistemi bancari in tilt.
La gente è su di giri e non è per il Natale
imminente.
Sono fortunata, chiamo un taxi e arriva subito, mi faccio accompagnare d’urgenza al Buzzi e pazienza se l’autista fa
la cresta sulla tariffa, l’importante è varcare in fretta, con Alice, la porta del
pronto soccorso. Anche qui, davanti al
vetro dell’accettazione, c’è la fila: una
mamma e la tata filippina stringono tra
le braccia due gemellini di sei mesi con
sospetta bronchiolite, un papà regge un
bimbo di due anni e mezzo con il mento
da suturare. Mi specchio nei visi degli
altri genitori, stessa tensione. Al di là
del vetro, ad assegnare i codici di gravità del triage, c’è un’infermiera robusta
dagli occhi cerchiati per la stanchezza,
in prima linea ad ammortizzare l’onda
d’ansia dei genitori. Le mostro Alice e
mi fa subito entrare in accettazione, assiste il medico mentre visita mia figlia.
Domande precise, tono della voce pacato, avvolgente.
Dall’interno quel vetro sembra il filo
di ferro di una trincea. Un papà, panicato per il neonato che ha in braccio, sibila
all’infermiera una minaccia: «Se succede qualcosa a mio figlio la ritengo responsabile». L’infermiera incassa, mite

In espansione
Il 2014 sarà un anno
di espansione per
l’Ospedale dei
Bambini «Vittore
Buzzi», che da oltre un
secolo rappresenta un
fondamentale
riferimento lombardo
per l’assistenza
pediatrica e ostetricoginecologica,
secondo punto nascita
di Milano con più di
3.500 parti l’anno, e
uno dei due pronto
soccorso pediatrici
della città con 22.417
accessi registrati nel
2012 (con un
aumento del 5.1 per
cento dal 2008 a
oggi). Nei prossimi
mesi inizieranno,
salvo contrattempi, i
lavori di ampliamento
e riqualificazione
strutturale
dell’ospedale, con
potenziamento della
dotazione tecnologica
innovativa. Il costo
dell’intervento è
di quaranta milioni
di euro e lo
stanziamento dei
fondi da parte della
Regione Lombardia
è già avvenuto con
una delibera del
gennaio 2013. La
realizzazione del
megapolo di cura per
l’infanzia sarà
ultimato, con buone
probabilità, nel 2017.
(V. Cr.)

nel suo camice azzurro, non altera la voce, chiede ragguagli per assegnare il
triage. Ad Alice ha dato il codice verde,
la pomata anestetica deve assorbire prima che il chirurgo le dia i punti. Andiamo a sederci in sala d’attesa. Pazienza,
oggi dovevo scrivere dell’ennesimo
«Lago dei Cigni» e mi trovo invece nella
palude dove soffrono i bambini della
nuova Milano: molti cinesi, filippini,
qualche ispanico, un’africana di cinque
anni con le treccine che contende ad
Alice lo stesso gioco, ma finiranno per
ridere insieme.
Fa un caldo tropicale, nessuno si azzarda ad aprire le finestre, ci sono bimbi
con 40 di febbre e fuori fa freddo. Spunta un medico che avverte: «Se non aprite, passate tutti il Natale a letto», e qualche finestra si schiude. Dopo quattro
ore d’attesa, nello schermo si accende
finalmente il 669. Tocca a noi. Entriamo
nell’ambulatorio 2, riecco il chirurgo e
al suo fianco la stessa infermiera. Mia figlia è sul lettino, l’infermiera le immobilizza busto e braccia in un lenzuolo e
le ferma la testa con le mani massicce
affinché non si muova mentre il medico
sutura i punti, a me tocca tenere le gam-

be di mia figlia. Alice urla, mi si piegano
le ginocchia.
Torniamo in sala d’attesa ad aspettare
il referto. La dottoressa bionda mi dà
istruzioni con il sorriso, mentre alle sue
spalle la stessa infermiera è ora china
sui fogli da compilare, lo sguardo umile:

❜❜
Comprensione
Ogni tanto i parenti se la
prendono con me. Ma io
ho 4 figli, so cosa vuol dire

❜❜
Oltre il vetro
Vedo papà più premurosi
e mamme quarantenni
senza l’aiuto delle nonne
MAURIZIO MAULE/FOTOGRAMMA

di VALERIA CRIPPA

Trincea
quotidiana
Cronaca
di una corsa
all’ospedale
per una
caduta.
Lo sguardo
accogliente
e le mani
esperte di
una donna
più salda di
ogni
nervosismo
e così
l’«angelo
delle
retrovie»
ammortizza
le paure
delle attese

#Dolcezza
Biscotti, golosità e tutto
il food più allegro
perché Instagram
ci piace così: zuccherato
come nella foto
di @happycoolme

#SugliSci
Il relax, una giornata in
montagna (o al mare): che
questo nuovo anno sia
pieno di possibilità ma anche di relax come nella foto di @terezakovy

è il momento della burocrazia. Ringrazio entrambe e lei non alza la testa verso
di me, non si aspetta la mia gratitudine.
È un angelo delle retrovie, senza lo status del camice bianco. Bisogna tornare.
Un altro giorno. Domenica mattina, accettazione del Buzzi. Dietro il vetro ancora lei, con il suo camice azzurro.
Le chiedo di raccontarmi la sua storia. «Mi chiamo Franca Bonomelli, sono
milanese, ho 47 anni e 4 figli, la maggiore ha 23 anni e vuole fare la parrucchiera, il piccolo 8. Sono infermiera dal
1987, prima all’Istituto dei Tumori, dal
2000 lavoro al Buzzi: sala parto, terapia
intensiva, sala operatoria. E sono rinata,
ho bisogno di sapere che c’è una via
d’uscita alla morte, perché di cancro si
muore ancora troppo. Tra i bambini è
un’altra cosa, anche se vivo in trincea.
Lavoro al pronto soccorso dal 2004: è
l’amore della mia vita. I genitori in preda al panico? Sì, non è facile quando mi
minacciano, ma mi metto nei loro panni, brutte esperienze alle spalle o difficoltà alla nascita dei figli. Nelle loro parole leggo una richiesta d’aiuto. Al
pronto soccorso siamo in 22 infermieri
con la caposala e 5 operatori: io sono di
terzo livello, quindi mi spetta il compito
più delicato, assegnare il triage, ma se
c’è bisogno altrove vado a dare una mano. Che cosa vedo al di là del vetro?
Nuovi papà più premurosi e mamme
ultraquarantenni senza il supporto delle nonne. Le straniere, invece, sono
spesso molto giovani, ingenue e accompagnate da qualcuno. Molti i cinesi:
hanno il terrore della febbre e coprono i
bambini all’inverosimile. Noi li spogliamo e li mandiamo in sala d’attesa, ma
nelle telecamere li vediamo presto rivestiti per metà. Da noi arrivano anche gli
adolescenti. Quando vedo una tredicenne ubriaca mi chiedo: dov’è la famiglia? Ho provato anch’io a venire qui da
madre, con il figlio più piccolo. Non è
facile perché sai cosa può succedere. La
notte più lunga? Tutte, da settembre a
giugno».
Finalmente posso abbracciarla. Grazie di cuore, Franca.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Esperienza Franca Bonomelli, 47 anni, infermiera dal 1987, al Buzzi dal 2000
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La record woman della solidarietà

STORIE
DI TENACIA

La testimonial

10

Intervento
urgente
«Ho sempre
amato lo
sport ma
quando ho
saputo dei
piccoli che si
squamano tra
i dolori per la
epidermolisi
bollosa non
ho più potuto
far finta di
niente».
E così la
campionessa
di ultracycling
semina
primati per
accendere
i riflettori
su di loro

#Jump!
Ovvero, salto, in alto
sfidando il deserto e una
luce che non si dimentica come certi viaggi
(foto di @backpackerswithoutaplan)

#Tenerezza
Un abbraccio materno
come augurio di un mondo più attento agli affetti
e al lato umano delle
cose, come nello scatto
di @elena_semenenko

Anna Mei

Sulla bici per più di 24 ore
contro una malattia vigliacca
di GAIA PICCARDI

C’

è chi pedala per l’adrenalina.
Chi per rimanere in forma. Chi
per vincere il Giro d’Italia o il
Tour de France. Anna Mei pedala per amore.
Quarantasei anni, milanese trapiantata sul Lago di Lecco, Anna è una moglie
(di Stefano). Una mamma (delle due figlie del marito). Ed è mediatore culturale
alla scuola primaria Santo Stefano di Lecco: «Accolgo i ragazzi stranieri, più numerosi ogni anno che passa, e li aiuto a
integrarsi nella realtà italiana». Nel tempo libero, Anna è un’ultracycler — viene
definito così chi pedala più di 24 ore consecutivamente — dal cuore grande: la sua
missione è accendere i riflettori su una
rara malattia genetica, l’epidermolisi bollosa (EB), che dipende da un deficit di alcune proteine deputate all’adesione dell’epidermide al derma, che colpisce circa
mille bambini in Italia e per la quale non
esistono cure, solo palliativi. Le imprese
di Anna Mei in bicicletta sono da Guinness dei Primati, e di bontà.
«Ho sempre amato lo sport: ho giocato
a tennis, ho corso e poi sono salita in bici.
Ma non sono una santa: semplicemente,
da quando ho scoperto l’esistenza dell’epidermolisi bollosa e dei bimbi che ne
soffrono, i bambini-farfalla, non ho potuto più far finta di niente...». Nel weekend dell’Immacolata, mentre nel resto del
mondo preparavamo l’albero di Natale, è
scesa in pista nel velodromo di Montichiari (Brescia) e ha percorso 901 chilometri, alla media di 28.153 km all’ora, per
un totale di 3603 giri, centrando il nuovo
record mondiale di percorrenza sulle 24
ore in pista: 738,851 km. È scesa di sella
con le cosce abrase, il cuore in gola e le
gambe gonfie di stanchezza. «Avevo nel
mirino 5 record, ho perso quello sulle 12
ore per 400 metri (pari a 3 minuti), alla fine ne ho centrato uno. Mi ero allenata bene, ma nulla può prepararti all’imprevisto: dentro il velodromo c’erano solo 18
gradi e, per riscaldare l’ambiente, i termoconvettori mandavano in giro moltissima polvere, che ha seccato l’aria. Le fauci mi si sono asciugate e ho avuto difficoltà ad alimentarmi». Minestrone frul-

La patologia
Epidermolisi significa
rottura della pelle.
Bollosa si riferisce alla
tendenza a formare
bolle, vesciche e
scollamenti della cute
e delle mucose. Ciò
significa che già alla
nascita, il neonato
presenta spesso grosse
bolle ed estese
lacerazioni della pelle.
Per tutta la vita un
paziente EB deve fare
i conti con diverse ore
di medicazioni e
bendaggi quotidiani,
con continue terapie a
base di antibiotici per
combattere il pericolo
di infezione delle ferite,
oltre che con il rischio
dell’insorgenza di tumori
della pelle. Spesso si
parla, a proposito di
Epidermolisi Bollosa,
anche di «Sindrome
dei bambini farfalla».
È una malattia che
in Italia colpisce un
bambino su circa
82.000 nati (la media
mondiale è 1 su 17 mila,
per un totale di circa
500 mila casi), ma
proprio per questo
anche trascurata dal
punto di vista degli
investimenti per la
ricerca, che spesso si
rivolgono a patologie
più diffuse. La Onlus
Debra Italia (sito web:
.debraitaliaonlus.org)
è stata fondata nel 90
da un gruppo di genitori

lato, integratori, barrette, frutta.
Un’ultracycler in azione può permettersi
solo le soste fisiologiche. «Alla sesta ora
di pedalata non sono stata bene. La mia
media è scesa da 35 km a 30 km all’ora.
Da lì in poi è cominciata la grande rincorsa al record sulle 24 ore, che ho strappato
all’americana Seana Hogan, un’icona dell’ultracycling che ha vinto per sei volte la
Race Across America...».
La gioia più grande? Aver riacceso i riflettori dei media sui bambini farfalla,
«perché io soffro mentre pedalo per ore
senza fermarmi ma quando smetto tutto
passa e in ogni caso il mio sforzo non è
nulla rispetto al dolore di questi bimbi la
cui pelle, a causa dell’epidermolisi, si
gonfia e squama: è fragile come le ali di
una farfalla. Il dolore, dalla nascita, è una
presenza costante della loro vita. Nonostante ciò, i bambini farfalla hanno un’infinita voglia di vivere». Durante la performance a Montichiari, la onlus Debra Sudtirol (www.debra.it) ha raccolto qualche migliaia di euro da devolvere alla
ricerca. Ma sono i piccoli gesti dei privati,
racconta Anna, a dare un senso alla sua
esistenza da Forrest Gump a due ruote.
«Dopo il record si è mossa molta atten-

zione. Un gioielliere, che ha chiesto di rimanere anonimo, si è messo in contatto
con me attraverso Facebook e Twitter
(@anna24h): mi ha mandato 40 braccialetti con una piccola farfalla da rivendere
per raccogliere fondi per i bambini-farfalla. Sono questi episodi che mi motiva-

❜❜
Senza fine
Ho percorso in pista ben
901 chilometri nel solo
weekend dell’Immacolata

❜❜
La resistenza
Soffro e finisco con le cosce
ferite ma tutto passa
pensando ai bambini-farfalla

Traguardo sudato Anna Mei (46 anni) detiene il record mondiale sulle 24 ore

no ad andare avanti». Dopo il record, per
toccare con mano le conseguenze dell’impresa, Anna ha visitato il Centro di
Medicina Rigenerativa Stefano Ferrari di
Modena, dove i professori Michele De Luca e Graziella Pellegrini hanno ottenuto
importanti risultati grazie alla prima sperimentazione al mondo di terapia genica
a base di cellule staminali epiteliali geneticamente corrette, pubblicato su «Nature
Medicine», che ha aperto nuove frontiere
per la cura di patologie genetiche a carico
degli epiteli. «Su un paziente sono stati
trapiantati alcuni lembi di pelle geneticamente corretta, che non hanno mai più
presentato bolle e lesioni» spiega Anna,
commossa. Dopo un lungo periodo di
blocco, richiesto dall’adeguamento alle
normative europee, i professori sono finalmente pronti a riprendere la sperimentazione e ad estenderla anche alle altre forme di EB. «A farmi compagnia,
mentre pedalavo per ore nel silenzio del
velodromo, il pensiero che la mia fatica
sarebbe servita a raggiungere un obiettivo più importante: battere la malattia».
Anna Mei avrebbe potuto giocare a
tennis. Il papà, Aldo, è stato lo storico
maestro del Tc Bonacossa di Milano; il
nonno, Vincenzo, prima della seconda
Guerra Mondiale fu capitano di Coppa
Davis in una sfida tra l’Italia di Gardini e
la Germania del barone Von Cramm, preceduta sul centrale del Tc Milano dal saluto nazista. Anna invece ha fondato il Team Pedalacolcuore, che sostiene la cultura dello sport in tutte le sue espressioni.
Diplomata Isef, è salita in bicicletta nel
2000 e non è mai più scesa. Nel 2011 ha
stampato due record mondiali di ultracycling: 385,32 km in 12 ore e 711,04
km in 24 ore. L’anno dopo ha vinto la
Coppa del mondo della specialità. Per il
2014 ha grandi idee: «Sto pensando a
qualcosa outdoor, su strada. Voglio tentare il record da mare a mare: VentimigliaTrieste. E poi il grande sogno: portare i
bambini farfalla coast to coast negli
Usa...». Ha scoperto che l’ex campione
svedese di tennis Mats Wilander, vincitore di sette titoli del Grande Slam, è papà
di un bambino farfalla. «Vorrei coinvolgerlo: in due la battaglia avrebbe più forza...». Tranquilli. Anna ci riuscirà.
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Il calcio come riscatto, anche di genere

STORIE
DI TENACIA

Lo sport

12

Joanna Borella

L’allenatrice che nel pallone
vede un gioco da femmine
di ALESSANDRA COPPOLA

N
Contro
i pregiudizi
Nata a
Bombay, nel
‘67 fu il primo
caso italiano
di adozione
internazionale
e il calcio lo ha
avuto sempre
nel sangue,
superando
ogni ostacolo.
«Occorre
estenderlo
nelle scuole
anche alle
ragazzine: per
sviluppare
la fantasia,
non la
competitività»

#VengoAnchio
Perché gli amici
a quattro zampe sono
sempre all’erta quando
c’è qualcosa di buono
come nella (bella) foto
di @fukayaqui

#SfidaSullOnda
L’anno che entra sarà
così pieno di energia
che nemmeno le onde
più alte ci faranno
paura, come nella foto
di @Alvarog13

ina non ha paura di sbagliare
un calcio di rigore, perché mister Jo glielo ripete di continuo
e all’occorrenza glielo canta,
come nella canzone di De Gregori: «Un
giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia». L’inno in campo di Joanna Borella.
«L’allenatore — spiega — deve trasmettere tranquillità, fiducia. Se riesci a
fare gol, ben venga». Se non centri la
porta, ve bene uguale. «Ci sono bambine che mi dicono: “ma io non so giocare”. Io rispondo che non si tratta solo di
far andare il pallone da qui a lì, quello
che è importante è lavorare sull’equilibrio della persona». Crescere calciando.
Tutta un’altra filosofia rispetto allo
sport come è inteso oggi: competitivo e,
soprattutto, maschile. È la visione di Joanna: verrà un giorno in cui il calcio sarà un gioco da femmine.
Essere tifose non c’entra. Squadra
preferita? L’allenatrice milanese una risposta ce l’ha, ma è spiazzante: «La
Sampdoria di Boskov». Per carità, è Storia: «Vialli, Mancini, Cerezo, lo scudetto
del ‘91». Ma sono vent’anni fa. Oggi?
«Non mi piacciono le squadre prepotenti, gli schemi rigidi, i club che fanno
a gara ad accaparrarsi i talenti più famosi e poi li distruggono». La Sampdoria
di quelle stagioni «era fatta di persone
semplici — dice Joanna — nessuno ci
credeva: ma io, se avessi scommesso,
avrei vinto...».
È per questo che ai mondiali di Italia
’90 ammirava il Camerun, «una squadra
di muratori, elettricisti, vivevano il calcio anche per portare onore a un Paese
povero». Il pallone come riscatto, come
istinto, come prova di coraggio. «Da
questo punto di vista non può non piacermi Maradona, senza negare tutte le
sciocchezze che ha fatto: un giocatore
che veniva dalla strada, selvaggio, senza
l’impostazione precisa, quasi militaresca, che danno le scuole di calcio».
Palleggiare secondo natura, spontaneo come respirare. È chiaro che nel
pantheon di Joanna c’è Pelé. E nella filmografia sul calcio scelta da mister Jo

I suoi modelli
Tra i punti di
riferimento
imprescindibili di
Joanna Borella c’è «La
leva calcistica del ‘68»
di Francesco De
Gregori, uno degli inni
al gioco del pallone più
poetici e saccheggiati
di sempre, uscito sul
suo album del 1982
«Titanic» e dedicato
all’ex giocatore della
Roma Agostino Di
Bartolomei. Altro suo
mito è la talentuosa
Sampdoria guidata
dall’allenatore serbo
Vujadin Boskov, che
tra il 1986 e il 1992
seppe aggiudicarsi
uno scudetto, due
Coppe Italia, una
Coppa delle Coppe e
una Supercoppa
Italiana, arrivando
perfino a una finale di
Coppa Campioni dove
fu sconfitta 1-0 dal
Barcellona. Al cinema
invece vincono a mani
basse «Fuga per la
vittoria», il cui cast di
celebri campioni (tra
cui un disorientato
Sylvester Stallone)
venne diretto nel
1981 da John Huston,
e «Sognando
Beckham», un curioso
spaccato quasi
sociologico sul calcio
femminile
anglosassone firmato
nel 2002 da Gurinder
Chadha

c’è un grande classico, Fuga per la vittoria di John Huston, che tra gli attori
conta anche il fuoriclasse brasiliano.
Se dovesse, però, assegnare l’Oscar
della categoria, lo attribuirebbe a una
pellicola più recente, Sognando Beckham (2002): storia di Jess, ragazza inglese di origine indiana, appassionata
di calcio contro i pregiudizi e le limitazioni della famiglia. «Ogni volta che lo
vedo dico, scherzando: “Avrebbero potuto prendere me...” Poi mia figlia aggiunge: “Impossibile, tu hai sempre
avuto i capelli corti”». Certo, l’allenatrice oggi ha 47 anni. Ma all’età di Jess, in
pantaloncini e scarpette, la somiglianza
deve essere stata forte: Joanna è nata a
Bombay (così si chiamava allora Mumbai e così è scritto sui suoi documenti)
nel 1966.
Poi, all’età di un anno, è arrivata a
Milano, la prima adozione internazionale in Italia. Non ha mai imparato
l’hindi, non sa come si cucina il pollo
tandoori. «Ho lavorato per un periodo
in Questura all’ufficio immigrazione ed
era imbarazzante, e divertente, perché
bengalesi, pachistani o indiani mi parlavano in una lingua di cui io non so

niente... mi sun de Milàn...».
Cresciuta in zona piazzale Libia, in
Porta Romana. Con due fratelli maggiori, maschi. «Mia madre racconta che
quando sono arrivata non sapevo camminare, in una settimana già cominciavo a fare i primi passi, dietro un pallo-

❜❜
Preoccupazioni
Da piccola in campo tra i
maschi. E le mamme: «Mi
raccomando lo spogliatoio...»

❜❜
La canzone
Alle ragazze cito spesso De
Gregori: un giocatore lo vedi
da coraggio e altruismo

Gioco di squadra Joanna Borella (47 anni, a destra in piedi) e le sue allieve

ne». Il principio è stato questo: in famiglia. Poi in strada, quindi sui prati, infine nei campi veri. Ma quasi sempre in
mezzo ai maschi.
Piccoli scontri di civiltà al parco Lambro: un gruppo di egiziani non voleva
giocare contro una donna, lei si è infilata una maglietta più accollata e qualcuno (non tutti) ha accettato di entrare in
campo. Imbarazzi delle mamme alla
scuola del Trotter (zona interculturale
di via Padova, dove vive adesso) — «Mi
raccomando lo spogliatoio...» —, perché era l’unica nella squadra dei papà.
«Alla fine, mi sono trovata bene nel
mio viaggio calcistico, m’hanno sempre
trattata alla pari. Anzi: nessuno ha avuto
pietà di me. Sarebbe bello, però, che le
bambine avessero accesso a scuole di
calcio vere, e potessero crescere giocando anche tra di loro». Joanna fa la sua
parte: un gruppo in una polisportiva insieme all’Ambrosiana Inter, una squadra di calcetto in una palestra di basket,
dove allena anche la figlia Maria e la ragazzina a cui canta De Gregori, Nina.
Ma ha anche un sogno più ambizioso, scritto nel progetto «Bimbe nel Pallone» (cercasi sponsor): diffondere il
calcio femminile già alle elementari,
considerarlo uno sport formativo non
solo per i maschi, valorizzare la squadra, l’istinto, la fantasia e non la competitività. Uno sport per ragazze pensato
— anche — dalle ragazze. Una rivoluzione in Italia, dove è ancora frequente
incontrare genitori che dicono: «Non è
adatto». «Mi è capitato spesso, è una
mentalità da cambiare...».
Se conoscessero Joanna, in molti si
convincerebbero: lunga esperienza di
pallone, ma anche una formazione (e
vent’anni di lavoro) come «operatrice
d’infanzia». Il suo impegno a bordo
campo lo intende come «allenatrice/
educatrice». E più che gridare rimproveri, le sue bimbe le incoraggia: come
suggerisce ancora la canzone, nelle
scarpe bisogna prima di tutto metterci il
cuore.
(Ha collaborato
Sumaya Abdel Qader)
terrastraniera
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L’uomo che a Napoli rimette in sesto San Pietro a Majella

STORIE
DI TENACIA

Le note di
una svolta
Uno scrigno
con 5 secoli
di partiture,
manoscritti
e strumenti
che la
cattiva
gestione
stava
mettendo in
pericolo.
Ora la
rinascita
con un
commissario che
riesce a
coniugare
buona
amministrazione e
nuove
iniziative
artistiche

#MissingDog
La foto tenerissima
di Chipper, un cane che
si è perso a Fairfield
(California): ritrovarlo
sarà una sfida (nella foto di @cher26fc)

#SuConLaVita
Un bel salto in riva
al mare, il ricordo di
un’estate felice e anche
il 2014 si colora di
ottimismo, nella foto
di @powerofuniverse

Achille Mottola

Un Conservatorio di cristallo
per difendere la musica
di BIAGIO COSCIA

I

suoni che arrivano dalle finestre sul
vicolo San Pietro a Majella non sorprendono solo i viaggiatori di passaggio, ma anche i napoletani. Gli
archi pizzicati che si sovrappongono ai
fiati, le voci dei cantanti che si intrecciano con i pianisti che corrono per lo loro
scale diatoniche tutti insieme, ma ognuno per conto proprio. Le note di centinaia di esercizi rimbalzano anarchiche sulle pareti dei palazzi che si aprono su
piazza Bellini e via Costantinopoli. E sotto, nel vicolo, i turisti con il naso per aria
che cercano di capire la magia di uno dei
luoghi più simbolici di una Napoli decadente che resiste grazie alla passione di
pochi.
Il Conservatorio di San Pietro a Majella è un’istituzione che non finisce mai di
sorprendere, anche se negli ultimi anni è
stata offuscata da questioni amministrative.
Per mettere ordine tra le pareti dell’antico convento dei Padri Celestini è
stato nominato un commissario che ha
fatto della musica una delle sue passioni
vitali.
«Per me la musica è stata un sogno
che è diventato segno — dice Achille
Mottola, da un anno commissario con
funzione di presidente del cda del conservatorio di San Pietro a Majella —. Non
so se benedire o maledire l’insegnante di
scuola media che non ci faceva ascoltare
la musica. Mi sarebbe piaciuto molto poterla studiare bene ma, quello che potevo
fare era disegnare i tasti del pianoforte
sul banco e farli sparire durante l’intervallo per non essere rimproverato dagli
altri insegnanti. È stata una spinta, quello che ho capito è che l’insegnamento
della musica è fondamentale fin dalla
scuola dell’infanzia, importantissima
nella scuola primaria e quindi nelle medie. È determinante avere degli insegnanti che sappiano leggere la musica e
che siano in grado di capire e poi indirizzare la vocazione degli allievi». Achille
Mottola ha cominciato una sua piccola
rivoluzione per creare, parole sue, un
«Conservatorio con le pareti di cristallo».
«Deve essere possibile guardare all’in-

L’istituzione

Dal 1826 il
Conservatorio di San
Pietro a Majella si
trova nell’edificio che
era il convento dei
Padri Celestini vicino
a piazza Dante e al
decumano maggiore.
Trae le sue origini
nei quattro Orfanotrofi
sorti nel Cinquecento
nelle zone più povere
e più derelitte di
Napoli: il Santa Maria
di Loreto, la struttura
di Sant’Onofrio a Porta
Capuana, i Poveri
di Gesù Cristo e la
Pietà dei Turchini.
La scuola di musica
nacque appunto
dall’unione degli
studenti di questi
orfanotrofi. La sede
attuale ospita una
biblioteca dove sono
conservati autografi,
manoscritti e stampe
rare con una sezione
particolare dedicata
alla musica del
Settecento
napoletano.
La sala Scarlatti,
che ha un’acustica
spettacolare, si
affaccia su uno dei
chiostri del
conservatorio. Sito:
sanpietroamajella.it

terno del conservatorio — dice — per
permettere a tutti di vedere e godere degli incredibili tesori che contiene, ma anche per verificare che tutto si svolga secondo le regole. Quello che ho dovuto fare è riattivare le procedure amministrative contabili. San Pietro a Majella era in
condizioni critiche, non erano stati fatti i
consuntivi, non c’erano bilanci di previsione. Sono ripartito da zero e i sogni rimangono sogni se non si trovano le
energie per realizzarli». Mottola è uno
specialista, dopo sei anni con un ruolo
analogo al conservatorio di Benevento e
dieci anni come presidente dell’associazione Amici della Musica, si muove tra le
faccende musicali organizzando concerti
e incontri.
«Una volta trovate le energie, quello
che rimane è la passione e la soddisfazione di aver coinvolto tanti ragazzi a fare
una cosa meravigliosa. A Benevento ho
trovato risorse per quasi sei milioni di
euro. Abbiamo acquisito uno stabile del
’700 per dare una sistemazione al conservatorio, eppure non è quella la grande
soddisfazione del mio percorso. Uno dei
risultati veri e che mi ha ricompensato di
più è il concerto dei ragazzi diretti da Sir

Anthony Pappano. Era estate e pur di essere seguiti dal grande direttore d’orchestra, anche lui di origini sannite, i ragazzi, erano settantuno elementi, rinunciarono alle vacanze e rimasero a provare
chiusi in un cinema».
I progetti legati alla crescita di istitu-

❜❜
Il meccanismo virtuoso
Far sì che ogni cosa sia
secondo le norme porta
a trovare nuove risorse

❜❜
L’ospite prestigioso
A Benevento ho avuto la
più grande soddisfazione: i
ragazzi diretti da Pappano
FRANCESCO SQUEGLIA

L’istituzione

13

In biblioteca Achille Mottola (54 anni) con un codice miniato gregoriano

zioni come un conservatorio devono comunque legarsi alla modernità anche
per lasciare una traccia del percorso seguito. «Al conservatorio di Benevento —
dice Mottola — ho sperimentato la creazione di un’etichetta discografica. Lo
stesso ho fatto a Napoli. Abbiamo ora
delle edizioni San Pietro a Majella, poi
avremo anche un’etichetta discografica
per poter promuovere e commercializzare la musica registrata da noi, avremo un
bookshop. Però, la cosa principale è la
tutela e la promozione di un patrimonio
storico immenso».
Come la mostra dedicata a Giuseppe
Verdi, inaugurata il 21 dicembre, realizzata tutta con materiali custoditi nella
biblioteca. Ci sono la partitura originale
dell’unico quartetto per archi scritto da
Giuseppe Verdi, il calco della sua mano,
ed altre testimonianze del rapporto tra
Verdi e la città. «La biblioteca-archivio
del Conservatorio di Napoli è la storia
della musica degli ultimi cinque secoli
— dice il commissario —. Contiene partiture autografe di Alessandro e Domenico Scarlatti, i manoscritti di Pergolesi e
Monteverdi. Ho dovuto far installare un
sistema di telecamere per una videosorveglianza attiva 24 ore al giorno. Quelle
che c’erano o non funzionavano o erano
finte. Il 28 gennaio erano scomparse 40
pagine di un manoscritto di Monteverdi».
C’è una parte molto arida dietro il corretto funzionamento di una grossa istituzione come un conservatorio di musica. La gestione corretta del patrimonio,
anche quello immobiliare, è una componente decisiva per la riuscita di iniziative
artistiche. «Per quanto si possa essere
capaci a intercettare risorse e organizzarle, ci vogliono gli spazi per realizzare le
cose. Ma in realtà quello che mi preoccupa di più non sono gli spazi fisici, ma
quelli mentali. Via Costantinopoli potrebbe diventare la strada della cultura.
In cento metri sono attivi due grossi poli
culturali della città, il Conservatorio e
l’Accademia delle Belle Arti. Se si riuscisse a creare anche un polo dedicato alla
danza, sarebbero i cento metri più creativi della città».
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Un ex operaio Ilva insegna recitazione ai giovani di Taranto

STORIE
DI TENACIA

Il teatro

14

#Amiche
Una serata in amicizia
basta a far nascere
un hashtag bello come
#happiness? Ma certo
e lo vediamo nella foto
di @yessicamicaeaavila

Giovanni Guarino

Dall’altoforno al palcoscenico
per riscattare i ragazzi difficili
di PEPPE AQUARO

G
La sfida di
un ribelle
Assieme al
lavoro in
fabbrica,
la scoperta
della
recitazione
che ha
trasformato
in uno
strumento
contro la
delinquenza
e il diffuso
abbandono
scolastico.
Il presente
di Guarino
è TaTà,
che sorge
di fronte
all’acciaieria
(come un
monito)

#Celhofatta!
Un apostrofo in meno
nell’hashtag si perdona
se il salto che vedete è
un salto di gioia per un
risultato ottenuto (foto
di @abdullah_alobedan)

iovanni Guarino, sessant’anni,
tarantino da almeno cinque generazioni, nelle sue varie vite è
stato prima operaio e delegato
sindacale all’Italsider (oggi Ilva) nella
fabbrica dell’acciaio più grande d’Europa, poi attore ed interprete dei suoi stessi testi. Ma soprattutto non ha mai dimenticato d’essere nato in Città Vecchia,
in vico Ospizio.
Che è il titolo di uno spettacolo sui
suoi primi 43 anni di vita tra viuzze, acciaieria e attenzione al prossimo. «Ho
iniziato a lavorare quando avevo sette
anni, come garzone in un negozio di
tessuti, a pochi passi da casa mia: ben
presto mi sono guadagnato la fiducia
dei clienti», ricorda. Fino al giorno in
cui non lo scoprono mentre faceva sparire le stoffe. «Non erano per me: le avvolgevo sotto il braccio e le portavo a
don Michele, il parroco di San Cataldo,
lui le avrebbe distribuite ai poveri del
quartiere». In Città Vecchia c’era solo
l’imbarazzo della scelta.
In quel pezzo di Taranto, l’Isola, con il
ponte girevole a dividerla dal Borgo (la
parte più nobile della città, sorta dopo
l‘Unità d’Italia), Giovanni ha saputo intuire che avrebbe potuto parlare ai pescatori di via Duomo, il cuore di Taranto
Vecchia, restando se stesso. Alla fine degli anni 60 è impossibile non notarlo:
veste alla Gigi Meroni, sembra un dandy
impegnato a saltare da un cornicione all’altro dei palazzi fatiscenti, presto
svuotati dalla grande fuga in direzione
Paolo VI, il quartiere nuovo soltanto nel
nome. «Quando vedi crollare le case,
non puoi restartene con le mani in mano». È il 13 maggio del 1975 e i morti del
palazzo di vico Reale saranno sei. «Se
oggi riesco a parlare a questi ragazzi cresciuti in situazioni particolari, è perché
mi rivedo in loro — dice Guarino, salvato dall’arte della recitazione —. Diciamo
che mi ha dato un codice per comunicare con la gente». Da buon educatore.
Nel ’71, lo stipendio fisso è il posto in
fabbrica: «Divento addetto al recupero
di materiali ferrosi per la Icrot, nell’Italsider: in piedi su una bramma, con una

Il personaggio

La sua autobiografia
l’ha intitolata «Vico
Ospizio», dal nome
della traversa di via
Cava, dove è nato, in
Città Vecchia, la parte
più antica di Taranto.
Giovanni Guarino, ex
operaio dell’Ilva, attore
ed educatore, ha
affidato al teatro di
narrazione più di 40
anni della sua «prima
vita», scritta dieci anni
fa. La seconda parte
la vorrebbe intitolare
«Alzheimer», in tono
provocatorio.
Ma è un nome buttato
giù per caso, tipico
dei cantori sognatori,
impegnati nel
volontariato pratico,
quello che non fa
rumore. Come il mare
di Taranto, Grande o
Piccolo, ottima
metafora del fare:
«Questa città non ha
mai intuito in pieno le
potenzialità del suo
mare» (nella foto,
Guarino e il suo teatro
delle marionette).
(Pe. Aq.)

cannula tagliavo la ghisa». Non è come
starsene su un palco. Ci prova comunque. «Smontante alla Icrot, di corsa in
via Duomo, da Francesco Zigrino, il tarantino venuto dal Brasile, fondatore
del Teatro degli Audaci». Il 1978 è l’anno
della prima compagnia sorta tra i «cozzaruli», con le loro barche che ritornavano dalla discesa Vasto, la strada per il
Mar Piccolo. Guarino arrotola l’ennesima sigaretta, ricordando che, fino ai
primi anni Ottanta, si è assistito ad un
vero e proprio rinascimento tarantino:
«Per Sogno di una notte di mezza estate,
c’erano diecimila persone in corteo».
Negli stessi anni, molto lavoro sull’handicap per «Teatro e anche», rassegne jazz a Pendio la Riccia, a due passi
da Palazzo d’Aquino, e un viaggio in
Brasile. «Provavamo Pinocchio, a un
certo punto si avvicina il capo della
compagnia, mi fissa negli occhi dicendomi che sarei potuto diventare un santone, per la mia capacità di ascoltare,
oppure San Giorgio, a causa della mia
inquietudine». La profezia per poco non
va a farsi benedire dopo 19 giorni di
viaggio a bordo di un cargo sudcoreano,
da San Paolo a Taranto. «Mentre ero in

Brasile, si discuteva in fabbrica del nuovo turno unico, allora telefono alle
quattro squadre degli operai dicendo di
aspettarmi; arrivato a Taranto, mi chiama l’ufficio del personale contestandomi persino le cinquantamila lire di telefonate fatte per lavoro dall’estero». Due

❜❜
L’identificazione
A sette anni ero garzone.
Mi rivedo in questi
quartieri a rischio

❜❜
La riflessione
Oggi come 30 anni fa dico:
finché c’è un’altra possibilità
non ti possono condannare

Generazioni Guarino (60 anni) insegna teatro anche ai nipoti dei primi allievi

anni di sospensione. Tanto c’è la strada
che ha bisogno di lui, con il primo teatro
a Città Vecchia, il Crest, fondato 30 anni
fa insieme a Clara Cottino a palazzo
D’Ayala. Il teatro del sociale. Ricorda
Giovanni: «Con Clara abbiamo portato
in scena Senza faccia, la storia di un ragazzo disabile alla ricerca di se stesso».
Un tema famigliare per Giovanni e Santina, compagna di vita e di palcoscenico. Poi, capita che un giorno leggi «Vacanze matte» di Richard Powell, e fai tua
la lotta contro il potere arrogante. «Tornato in fabbrica, fermo il carroponte,
c’erano troppe vibrazioni: tutto questo
in nome dell’articolo 187, la Bibbia della
sicurezza». Già. Solo che il nuovo dirigente Icrot, Adriano Giummo, prima gli
fa notare che quell’articolo non c’entra
nulla, poi gli affida dei corsi di formazione attraverso la recitazione.
In Albania, nel porto di Valona, i
bambini del posto ridono, chiamandolo
«Giagi», zio Giovanni. Per la recita degli
ultimi va in Germania, poi torna a Taranto, dove è arrivato prima di lui il
nuovo padrone dell’Ilva, Emilio Riva.
Trentadue anni di fabbrica e cinque e
mezzo d’amianto: Guarino è in pensione. Per strada o su un palco. «In piazza
Catanzaro, alle spalle della Concattedrale di Gio Ponti, c’è uno spazio dove i ragazzi di strada diventano le sentinelle
della legalità». Una delle tante iniziative
realizzate con l’amico Gianni Liviano.
«La città che vogliamo» è una di queste.
Alla dispersione scolastica ci pensa Giovanni (a bordo di un furgoncino con il
simbolo di Peter Pan) trasformatosi in
una sorta di pifferaio magico. «L’abbiamo chiamata Decontaminazione dalla
strada». Il presente di Guarino è tra il
TaTà, il teatro del Crest ai Tamburi, il
quartiere in faccia alle ciminiere dell’Ilva, e quel sogno per Taranto: un parco
delle arti, «che inizia, a destra del teatro,
dove c’è il muro della ferrovia, da superare attraverso un ponte». Quel parco
terminerebbe in Città Vecchia, qui Giovanni fa animazione teatrale ai nipoti
dei suoi primissimi ragazzi. «Finché tu
sai che c’è un’altra possibilità, non ti
possono condannare».
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