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MICHELLE ZANCARINI-FOURNEL

E LA RAGAZZA COL VELO
RIBELLIONI URBANE E QUESTIONI DI GENERE IN FRANCIA

L

a vicenda delle rivolte urbane francesi degli ultimi quattro decenni può essere declinata mediante molteplici narrazioni storiche.
Ho scelto qui di confrontarmi con le analisi che operano una netta distinzione tra i movimenti sociali del periodo degli “anni del
‘68” e tutti quei fenomeni che sono comunemente indicati come
“violenze” o “sommosse urbane”. In Francia, ma anche in altri paesi europei
quali Regno unito, Italia, Belgio o Germania, questi conflitti sono qualificati come “a-politici”, “infra-politici” o “proto-politici” mentre gli è negata la
caratterizzazione di violenza politica come pure quella di violenza sociale1.
La scelta della formula “ribellioni urbane” è presa in prestito dal vocabolario giuridico e di polizia – «rébellion à la force publique» – e fa riferimento
ai lavori dello storico modernista Jean Nicolas sui movimenti popolari e la
coscienza sociale2. Per ribellione Nicolas intende qualsiasi forma di violenza
collettiva esercitata sui beni o le persone, dimostrando che il conflitto va
letto non come puro disordine, ma come rivelatore di una coerenza. Questi conflitti hanno in comune la medesima esigenza di riconoscimento, di
onore e di dignità. Al di là dei motivi di ribellione caratteristici del contesto
storico della Francia d’ancien régime, questo studio ci offre l’opportunità di
riflettere al fine di “comparare l’incomparabile”3. Nella Francia della fine del
XX inizio del XXI secolo, la questione dei repertori dell’azione è al centro dei
discorsi che tendono a distinguere quello che è legittimo da quello che non
lo è: da un lato, l’uso della violenza in tutte le sue possibili forme (violenza
contro la polizia, distruzione dell’arredamento urbano, incendio di veicoli,
ecc.) è considerato come illegittimo e, dall’altro, l’uso dei tradizionali repertori dell’azione collettiva (petizioni, scioperi, manifestazioni, sit-in, sciopero
della fame, ecc.) è ritenuto legittimo.
1
Cfr. Paola Rebughini, La violence juvénile dans les quartiers populaires. Étude comparative des périphéries de Lyon et de Milan, Atelier national de reproduction des thèses, 1998; Gérard Mauger, L’émeute de
novembre 2005. Une révolte proto-politique, Éditions du Croquant, 2006. Sulla nozione di “années 68” cfr.
Geneviève Dreyfus-Armand et al. (a cura di), Les années 68: le temps de la contestation, Complexe, 2000.
2
Cfr. Jean Nicolas, La rébellion française. Mouvements populaires et conscience sociale 1661-1789, Seuil, 2002.
3
Cfr. Marcel Detienne, Comparer l’incomparable, Seuil, 2000.

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Sotto attacco: la violenza politica in discussione

Mi concentrerò peraltro sulle questioni di genere in continuità con le mie
analisi sul legame tra genere e politica durante gli anni del ‘68. In questo
periodo, si sviluppa una marcata cultura militante maschile, caratterizzata
dagli scioperi dell’affitto nei pensionati in cui risiedono numerosi uomini
soli venuti in Francia per sostenere la famiglia, dagli scioperi della fame
dei “lavoratori immigrati” per ottenere un permesso di soggiorno, e dagli
scioperi degli operai comuni, per lo più stranieri, all’interno delle fabbriche. Nel contesto di crisi economica, il 1973 rappresenta un punto di svolta,
segnato da assassini razzisti a Parigi e Marsiglia e, in reazione ad essi, dalle
manifestazioni del Mouvement des travailleurs arabes, espressione politica
di un raggruppamento identitario4. Nel momento in cui la presenza di questi “lavoratori immigrati” nello spazio pubblico diventa visibile – mentre le
lotte delle donne migranti rimangono isolate e più spesso invisibili (come
del resto le stesse migranti) –, si verificano le prime violenze urbane giovanili maschili nella periferia di Lione. Queste non attirano alcuna attenzione
se non nella forma di brevi notizie di cronaca sulla stampa locale.
Smarcandosi dai paradigmi interpretativi generali di queste rivolte urbane –
che mettono l’accento su fenomeni come “la galère”5, “l’esclusione”, “la delinquenza”, “l’islamizzazione delle periferie”, “il rischio di comunitarismo”
versus “l’assimilazione o l’integrazione” –, le specificità di un approccio storico permettono di ricollocare questi conflitti in una storia di medio-lungo
periodo. Ragazze e ragazzi non vivono questi momenti allo stesso modo e il
mondo esterno non restituisce loro la stessa immagine. Nell’ultimo decennio del XX secolo, si costruiscono progressivamente le figure pubbliche del
“giovane di banlieue”, prototipo (o ideal-tipo?) del ragazzo magrebino, sfaccendato, violento e maschilista, e della “ragazza col velo” sottomessa al peso
della religione, alle pressioni della famiglia e al controllo degli uomini del
gruppo familiare o del quartiere, e che si oppone all’immagine della studentessa-modello immigrata. Senza soffermarci su queste rappresentazioni
– che un convincente saggio di qualche anno fa, Les féministes et le garçon
arabe, ha contribuito a decostruire –, in queste pagine cercherò, nella misura
del possibile, di considerare l’incrocio tra eventi congiunturali di una certa importanza e le traiettorie individuali e collettive di alcuni protagonisti attraversate dalle mutazioni del genere, risituando tali percorsi nel loro
contesto strutturale sociale e urbano6. Queste ribellioni urbane, collocate in
un momento postcoloniale, sono infatti conflitti socio-politici per i quali il
genere si rivela essere un’utile categoria d’analisi.
Lo spostamento verso la microstoria e l’analisi concreta di diversi terreni
d’indagine effettuati nell’agglomerazione di Lione permettono di comprenCfr. Michelle Zancarini-Fournel, Genre, politique et événements dans les années 68, «Vingtième siècle.
Revue d’histoire», 2002, n. 75, pp. 133-143 e Ead., Racisme et antiracisme: 1973, un tournant?, «Cahiers de
la Méditerranée», dicembre 2001, pp. 147-157.
5
La galère (galera, prigione) è un’espressione gergale assai diffusa con la quale si intende una situazione faticosa, difficilmente sopportabile, spesso associata a un compito o a un lavoro da fare [n.d.t.].
6
Cfr. Nacira Guénif-Souilamas e Eric Macé, Les féministes et le garçon arabe, L’Aube, 2004.
4

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Il teppista e la ragazza col velo

ZOOM

dere la specificità delle forme della violenza giovanile maschile. Questi
episodi esistono pubblicamente solo nel momento in cui sono ripresi dalla stampa nazionale o dalla televisione, matrice che impone la pertinenza
dell’evento. È il caso degli incidenti avvenuti nella cité di La Grapinière, a
Vaulx-en-Velin, o di quelli d’Olivier de Serre, a Villeurbanne (nell’est lionese), entrambi repertoriati dai sociologi nel 1979-80 dopo la pubblicazione di
alcuni reportage sui giornali e i settimanali parigini (suscitati dal sindaco
socialista di Villeurbanne, Charles Hernu, allo scopo di perseguire la sua
politica di distruzione delle “barres” nella sua circoscrizione, una novità nella Francia del 1978), mentre i primi incidenti del 1971 erano stati segnalati,
brevemente, solo dalla stampa regionale7.
È dunque difficile, che si tratti del XVIII secolo – come ha mostrato Arlette
Farge8 – o del XX, separare gli eventi che segnano e plasmano le storie familiari e i percorsi individuali, dalle rappresentazioni e dai discorsi, in particolari quelli mediatici. In un primo tempo, cercherò di abbozzare una storia
delle rivolte giovanili sul lungo periodo e di articolare le violenze politiche e
le violenze urbane, per passare poi all’analisi della specificità delle ribellioni
urbane nella Francia del XXI secolo, ribellioni che chiamerò postcoloniali.
La comparazione con altri paesi europei (Belgio, Regno unito, Germania,
Italia) ha verificato la validità di tale ipotesi. In effetti, questo articolo è il
frutto di una ricerca allo stesso tempo personale, sviluppatasi nell’arco di
una decina d’anni presso vari archivi (nazionali, dipartimentali, municipali), e collettiva, effettuata a più mani nell’ambito di un progetto condotto tra
il 2006 e il 20109.
RIBELLI E RIBELLIONI URBANE, UNA STORIA DI LUNGO PERIODO

C

he si tratti di conflitti, di periferie o di ribelli, le tracce di tali episodi
abbondano negli archivi e hanno fatto la felicità di molti storici. Sulla scia dell’«elogio controllato dell’anacronismo», proposto da Nicole
Loraux, cercherò di evocarli in modo da poter comparare ciò che potrebbe
apparire incomparabile10. In effetti, così come per il XIX secolo, considerare gli episodi di ribellioni urbane della fine del XX alla stregua di conflitti
socio-politici obbliga a sospendere la criminalizzazione dei protagonisti.
Cfr. Christophe Bachmann e Nicole Leguennec, Violences urbaines. Ascension et chute des classes moyennes à travers cinquante ans de politique de la ville, Albin Michel, 1996. La cité designa i grandi complessi
abitativi che accolgono diverse centinaia (o anche migliaia) di alloggi, costruiti essenzialmente nelle
periferie tra gli anni cinquanta e settanta, e destinati alle fasce sociali più deboli. Le barres (stecche)
insieme alle tours (torri) sono gli elementi architettonici caratteristici di queste forme di edilizia popolare dai volumi massicci [n.d.t.].
8
Cfr. Arlette Farge, La vie fragile. Violences, pouvoirs et solidarité à Paris au XVIII siècle, Seuil, 1986.
9
Cfr. M. Zancarini-Fournel, Généalogie des rébellions urbaines en temps de crise (1971-1981), «Vingtième
siècle. Revue d’histoire», 2004, n. 84, pp. 119-127; Sophie Béroud et al. (a cura di), Engagements, Rébellions
et Genre dans les quartiers populaires, Éditions des archives contemporaines, 2011.
10
Cfr. Nicole Loraux, éloge de l’anachronisme en histoire, «Le Genre humain», 1993, n. 27, pp. 23-39; ripreso in Les Voies traversières de Nicole Loraux. Une helléniste à la croisée des sciences sociales, «EspacesTemps
Les Cahiers»/«Clio, Histoire, Femmes et Sociétés», 2005, n. 87-88.
7

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Sotto attacco: la violenza politica in discussione

Lo storico americano John Merriman ha ricostruito alcuni percorsi di abitanti ai margini della città, nei sobborghi e nelle periferie della prima metà
del XIX secolo11. Merriman evoca la criminalità, le emozioni e la vita ai confini delle periferie urbane. La stessa parola sobborgo (faubourg) richiama
pure i sollevamenti rivoluzionari che attraversano il secolo. Sono gli eventi
lionesi del 1831 e del 1834 che producono presso la borghesia liberale l’ossessione del “barbaro” fomentatore di disordini. Benché assai conosciuto,
l’articolo apparso sul «Journal des Débats» l’8 dicembre 1831, che assimila
la figura del proletario al barbaro, vale la pena d’essere citato per l’accostamento con l’esempio coloniale, sovente omesso: «ogni fabbricante vive nella
sua fabbrica come i proprietari di piantagioni delle colonie in mezzo ai loro
schiavi, uno contro cento; e la sedizione di Lione è una specie d’insurrezione di Santo Domingo»12. I “barbari”, i rivoltosi lionesi del 1831 (i «canuts», i
tessitori), sono di fatto dei fabbricanti, capiofficina e compagnons13, alcuni di
questi in età matura, ma la presenza di alcuni adolescenti è attestata dalle
fonti, come dimostra la canzone dal titolo «l’enfant du Rhône», composta
il 21 e 22 novembre 1831, e che riferisce delle gesta di un «ragazzino» di 14
anni, battutosi valorosamente durante le due giornate dell’insurrezione14.
Le figure di giovani ribelli abbondano nelle fonti letterarie e giornalistiche
del XIX secolo. Il pittore Eugène Delacroix nel suo quadro La libertà che guida
il popolo, così come Victor Hugo con il personaggio di Gavroche ne I miserabili, hanno messo in luce la figura dello scugnizzo parigino, l’eroe delle barricate. I discorsi moralizzatori e la paura delle classi pericolose esprimono
la diffidenza nei confronti di questi giovani pronti all’effervescenza sociale.
Ne abbiamo notizia nelle procedure giudiziarie in cui sono rimasti impigliati. In seguito alla Comune di Parigi, il Consiglio di guerra giudica 651
ragazzi di meno di 18 anni (la maggior parte dei quali, di età compresa tra i
14 e i 18 anni, invoca l’assenza di lavoro come ragione delle proprie azioni)15.
La fine del XIX secolo vede l’apogeo degli Apaches, studiati da Michelle Pierrot, questi ragazzi di strada delle periferie parigine che rigettano la società
borghese così come il mondo operaio. Questi ragazzi, che sembrano vivere al di fuori della civiltà, rappresentano forse l’ideal-tipo di una gioventù
ribelle?16 Come ha mostrato Dominique Kalifa, l’«Apache di carta» è fiorito nella letteratura romanzesca offerta in occasione della distribuzione dei
premi di fine anno scolastico, contribuendo così a forgiare gli immaginari

11
Cfr. John M. Merriman, Aux marges de la ville. Faubourgs et banlieues en France 1815-1870, Seuil, 1994
(1a ed. Oxford, 1991).
12
Fernand Rude, Les révoltes des canuts (1831-1834), La Découverte, 2001, p. 72.
13
I compagnons sono degli operai specializzati in una professione artigianale nonché membri di una
corporazione [n.d.t.].
14
F. Rude, Les révoltes des canuts, cit, p. 197.
15
Cfr. Edith Thomas, Les Pétroleuses, Gallimard, 1963.
16
Cfr. Jean-Claude Caron, Annie Stora-Lamarre e Jean-Jacques Yvorel (a cura di), Les âmes mal nées.
Jeunesse et délinquance urbaine en Europe (XIXe-XXIe siècles), Presses universitaires de Franche-Comté,
2008.

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Il teppista e la ragazza col velo

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sociali17. Compresi in un numero che oscilla tra i 20-30.000, di cui due terzi
ha tra i 15 e i 20 anni, questi giovani vagabondano e sfidano la polizia. Venuti dalle periferie parigine e raggruppati in bande di quartiere dalle strutture
piuttosto lasche, gli Apaches sono degli attori urbani che investono il cuore
della città e impauriscono i borghesi. Le ragazze di queste bande appartengono a un uomo che sovente le riempie di botte, segno di potere e di virilità.
Si tratta, conclude Perrot, di «una microsocietà con la propria geografia, la
propria gerarchia, il proprio linguaggio, il proprio codice d’onore che implica la solidarietà tra i pari»18. Per questa gioventù povera, essere al centro
dell’attualità è una sfida, una rivincita. Essa non ha una visione dell’avvenire e il destino atteso è la prigione o la morte. L’opinione pubblica denuncia la
capitolazione delle autorità giudiziarie e di polizia, la viltà dei magistrati, la
comodità delle prigioni. Gli Apaches parigini, che svaniscono inghiottiti dalle trincee della Grande Guerra, sopravvivranno nell’immaginario, immortalati dal film di Jacques Becker, Casque d’or (1952), ripreso qualche anno più
tardi pure da una striscia di fumetti.
Mezzo secolo dopo, nel 1957, il demografo Alfred Sauvy mette in evidenza
i problemi legati all’aumento rapido dei giovani e sottolinea l’esistenza di
una potenziale crisi della gioventù19. La delinquenza giovanile e il conflitto
tra generazioni diventano da quel momento temi ed espressioni familiari
nei giornali e nelle opere di divulgazione, così come alla televisione20. Nel
1959, alcuni fatti di cronaca montati ad arte dalla stampa attirano l’attenzione dell’opinione pubblica sulle bande dei “blousons noirs” («giubbotti neri»), nell’immediato studiate con minuzia da Émile Copfermann nel
suo La génération des blousons noirs21. Queste bande incarnano le questioni
poste dall’insieme dei giovani della società francese. Sono operai manuali e
apprendisti, che abitano nei grandi complessi immobiliari appena costruiti
nelle periferie o nei centri storici degradati, dei «ribelli senza causa» secondo l’espressione della storica Françoise Tétard22. Copfermann ci ricorda che
è possibile individuare un legame tra le violenze gratuite delle bande di
adolescenti dei quartieri popolari e la violenza della guerra d’Algeria; ma
bisogna sottolineare, di converso, che fenomeni simili appaiono altrove (e
più precocemente) in Europa, con appellativi diversi. Teddy Boys in InghilCfr. Dominique Kalifa, Archéologie de l’Apachisme. Les représentations des Peaux Rouges dans la France
du XIXe siècle, «Revue d’histoire de l’enfance “irrégulière”», 2002, n. 4, pp. 19-37.
18
Michelle Perrot, Dans la France de la Belle Epoque, les “Apaches” premières bandes de jeunes, Les marginaux et les exclus dans l’histoire, «Cahiers Jussieu», 1979, n. 5, pp. 387-407.
19
In Francia, le ricerche sulla gioventù hanno preso nuovo slancio con la pubblicazione, nel 1957, del
numero speciale dei «Cahiers pédagogiques» intitolato Crise de la jeunesse?
20
Il regista Marcel Bluwal, a partire dall’ottobre 1957, realizza una serie televisiva sui problemi della
gioventù la cui prima puntata è dedicata alla delinquenza giovanile: Si c’était vous, programma trasmesso il 1° ottobre 1957.
21
Cfr. Émile Copfermann, La génération des blousons noirs. Problèmes de la jeunesse française, prefazione
di Claude Bourdet, Maspero, 1962.
22
Cfr. Françoise Tétard, Le phénomène “blouson noir” en France fin des années1950-début des années 1960,
in Fabienne Gambrelle e Michèle Trebitsch (a cura di), Révolte et société, Publications de la Sorbonne,
1989, t. 2, pp. 205-214.
17

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Sotto attacco: la violenza politica in discussione

terra, teppisti in Italia, hooligans in Polonia, nozems nei Paesi bassi, gamberros
in Spagna. Questa gioventù turbolenta, che si manifesta in bande attraverso
atti di vandalismo e sommosse puntuali, è presto considerata come deviante e delinquente. Appare priva di scopi precisi, senza parole d’ordine e senza
capi23. Vi furono anche delle bande di ragazze, evocate retrospettivamente
da un’etnologa24.
Durante gli anni del ‘68, e in particolare nei mesi di maggio e giugno, nelle
manifestazioni di piazza non ci sono solo studenti e liceali ma anche giovani operai e altri giovani etichettati da tutta la stampa – da «L’Aurore» a
«L’Humanité-Dimanche» passando per il «Progrès de Lyon» –, come «teppisti», «ragazzi di strada» o «delinquenti»25 . Alla fine del XIX secolo un medico
parigino aveva apostrofato gli Apaches come «selvaggi indomabili», espressione ripresa un secolo più tardi dal ministro degli Interni, Jean-Pierre
Chevènement. Le parole hanno un peso e un senso.
QUALI SONO LE SPECIFICITÀ DELLE RIBELLIONI URBANE NEGLI ANNI DEL
POST-SESSANTOTTO?

D

al 1970 al 2012, in varie occasioni, diverse generazioni d’adolescenti
costruiscono la loro identità e i loro percorsi di vita in questi specifici
momenti di ribellione urbana, o sono confrontati ad essi. Lo scoppio
della rivolta delle banlieues – i cui inizi sono solitamente datati nel 1981 (la
calda estate del quartiere delle Minguettes a Vénissieux), nel 1991 (le sommosse nella cité di Mas du Taureau a Vaux-en-Velin), oppure nel 2005 in tutta la Francia –, ha fatto versare molto inchiostro. Ricordiamo i fatti del 2005:
a giugno, il ministro degli Interni di allora, Nicolas Sarkozy, aveva promesso di «dare una ripulita definitiva» a una delle più celebri cités della banlieue
parigina, la «cité des 4.000» a La Courneuve, dopo la morte di un ragazzino
di undici anni raggiunto da un proiettile vagante26. Alla fine di ottobre, due
adolescenti, Zyad Benna (17 anni) e Bouna Traoré (15 anni), sono inseguiti
da una pattuglia della polizia che li spinge a rifugiarsi in un’area pericolosa,
un generatore elettrico, dove muoiono fulminati. Il 30 ottobre, un candelotto
lacrimogeno è lanciato dalla polizia contro la moschea di Clichy-sous-Bois e
i fedeli sono costretti ad abbandonare il luogo di culto perché invaso da gas
lacrimogeni. Questi episodi segnano il riaccendersi delle sommosse nella
regione parigina e in alcune città di provincia. Il governo impone lo “stato
di emergenza” rimettendo in vigore un decreto del 1955 adottato durante
Cfr. l’analisi pionieristica di Georges Paloczi-Horvath, Le soulèvement mondial de la jeunesse. Le
soulèvement mondial de la jeunesse. Naissance d’un pouvoir, 1955-1970, Robert Laffont, 1972.
24
Cfr. testimonianza della sorella maggiore di una di queste capo-banda in Marie Roué, Les blousons
noirs, analyse d’un mythe urbain, Rapport pour le ministère de la Culture, 1987.
25
Archives départementales du Rhône, 4099W44E. Le testate citate hanno tiratura nazionale o locale,
d’ispirazione repubblicana o comunista [n.d.t.].
26
L’espressione utilizzata nell’occasione era «nettoyer au Kärcher», con riferimento a una nota marca
di macchine pulitrici industriali ad alta pressione [n.d.t.].
23

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Il teppista e la ragazza col velo

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la guerra d’Algeria, che prevede la possibilità di sospendere le libertà pubbliche (in particolare attraverso l’attivazione del copri-fuoco). L’antropologo
Alain Bertho ha in seguito contabilizzato e analizzato ben 137 atti di rivolta
urbana durante la presidenza Sarkozy, dal 2007 al 201227.
Anche se ciascuna configurazione è specifica e se le differenti generazioni
dei protagonisti non si portano dietro la stessa storia o la stessa memoria
degli eventi, è possibile distinguere, nel corso di questi quattro decenni,
alcuni punti in comune nei vari episodi di conflitto urbano?
Questi punti di contatto si trovano sia nelle cités costruite in tutta fretta alla
fine della guerra d’Algeria sia nelle Zup (Zone di urbanizzazione prioritaria)
create recentemente, in cui sono presenti famiglie di harkis (algerini assoldati come ascari dall’esercito francese per combattere gli indipendentisti), pieds
noirs chiamati anche «rimpatriati» del 1962 (i francesi d’Algeria), lavoratori
del Nord Africa detti célibataires (celibi) e provenienti dai pensionati-hotel
che allora stavano chiudendo, famiglie algerine arrivate dopo l’indipendenza (la libertà di circolazione tra le due sponde del Mediterraneo è prevista
dagli accordi di évian del marzo 1962 che mettono fine alle ostilità), così
come funzionari piazzati lì dalle autorità municipali. La popolazione composita delle cités diventa assai rapidamente un problema, sia dal punto di
vista della convivenza che da quello economico. Il numero delle persone
nate all’estero in quarant’anni aumenta sensibilmente facendo progressivamente di questi luoghi dei veri e propri ghetti etnici28.
Le prime difficoltà di relazioni in queste cités sono segnalate dai sindaci
negli anni precedenti al 1968. I primi incidenti in cui la polizia interviene,
nel settembre 1971, si verificano in una cité di Vaulx-en-Velin, nella periferia
lionese, la Grapinière. Nel 1975 si registrano i primi saccheggi di scuole e,
tra il 1975 e il 1978, i primi rodei con delle auto rubate di grossa cilindrata29.
Se non si tratta di forme tradizionali di azione politica, emerge chiaramente una reazione di rifiuto dell’esclusione e dell’ingiustizia sociale, oltre che
una volontà di partecipare ai consumi di massa (le vetture sono utilizzate
come arieti per svaligiare i magazzini del centro di Lione). Le forme di ribellione si aggravano e gli atti delittuosi mirano in un primo tempo le cose –
auto, garage, vetri – e poi le persone: alcune donne e ragazze sono molestate
durante i loro spostamenti quotidiani; dapprima si registrano delle parole e
dei gesti irrispettosi, in seguito diversi atti di violenza vera e propria.
Cfr. la lista di riferimenti mediatici contenuta nel suo blog: http://berthoalain.com/ (consultato il
17 giugno 2013).
28
Il numero di operai è sceso in maniera considerevole mentre il numero di disoccupati è aumentato,
in particolare presso i più giovani. Si prenda l’esempio di una cité di 6.000 abitanti come Villiers-surMarne (nella lontana periferia di parigina) studiata da Marwan Mohamed. Gli operai che nel 1982 rappresentavano 85,2% della popolazione attiva sono diventati, nel 1999, il 33,9%. Il tasso di disoccupazione della popolazione totale è quasi raddoppiato in questo scorcio di tempo, passando dal 6,2 al 12,3%.
Quello degli stranieri nello stesso periodo è triplicato (dal 10,6 al 31,5%) e il tasso di disoccupazione dei
giovani di meno di 25 anni ha raggiunto, nel 1999, il 38,54 %.
29
Archives municipales de Vaulx-en-Velin, dossier «La Grapinière».
27

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Sotto attacco: la violenza politica in discussione

Gli incidenti riguardano solamente una minoranza di adolescenti, a volte
molto giovani. Bisogna notare che, nella maggior parte dei casi, le cités si
infiammano a seguito della morte, accidentale o no, di uno di questi ragazzi.
Ma di fronte all’intervento della polizia, la popolazione parteggia sempre
per i ribelli. Questo perché i celerini francesi occupano periodicamente i
quartieri facendo di queste cités dei veri “villaggi di raggruppamento” come
ai tempi della guerra d’Algeria, evocata continuamente dalle numerose petizioni inviate dagli abitanti delle zone limitrofe. Queste petizioni designano
un collettivo di aggressori, i giovani chiamati indistintamente «nordafricani», collocandoli in uno spazio di alterità e di estraneità che è meglio tenere
a distanza o a volte “civilizzare”, come ai tempi del periodo coloniale. Vediamo bene negli immaginari del vicinato la pregnanza della separazione della
Francia dall’Algeria e il peso della memoria di una storia che non è affatto
pacificata.
I giovani che, attraverso queste forme di violenza, testimoniano del loro
mancato adattamento alle condizioni di vita della Francia e delle loro reazioni al rigetto delle popolazioni vicine, hanno capito che, più o meno indirettamente, la violenza diventa uno strumento politico. Va sottolineato che,
in questi episodi conflittuali, i più attivi sono, nella maggior parte dei casi, i
figli di harkis (i cui padri erano stati impiegati dall’esercito francese in Algeria fino al 1962 per poi essere abbandonati al momento dell’indipendenza).
Questo impegno si verifica non solo nei momenti di scontro, ma anche in
quegli episodi che contribuiscono ad attenuare la violenza, come in occasione della Marcia per l’uguaglianza e contro il razzismo dell’autunno del
198330.
Se non c’è una filiazione diretta tra gli avvenimenti degli anni del ‘68 e queste rivolte, non c’è tuttavia una cesura totale, non solamente in alcuni repertori d’azione (lanciare sassi o pezzi di selciato e bruciare le auto), ma anche
nel senso attribuito esplicitamente o implicitamente a questi fatti da alcuni
protagonisti: è il caso di alcuni militanti di sinistra che sostengono queste
azioni in maniera episodica o dei primi collettivi autonomi, come il gruppo Zaâma d’Banlieue, costituito di giovani studentesse di origine algerina,
nato nel 1979 sulla scia dei comitati anti-espulsioni che si opponevano alle
misure del segretario di stato Lionel Stoléru (che preconizzava il ritorno forzato degli immigrati nel proprio paese), e che formerà in seguito il collettivo
misto Jeunes arabes de banlieue.
Gli adolescenti implicati in questi fatti crescono e maturano e, nella maggior
parte dei casi, seguono strade diverse da quella della violenza. Viceversa una
minoranza sprofonda nella delinquenza, piccola o grande, facendo affiorare
una permeabilità tra universi differenti. Un’altra minoranza, a partire dagli
30
Si tratta di una marcia antirazzista che ha luogo a Parigi il 3 dicembre 1983 e a cui partecipano più
di 60.000 persone. Organizzata in risposta agli scontri tra giovani di origine immigrata e polizia nel
quartiere delle Minguettes di Venissieux, nella periferia di Lione, la marcia è animata da militanti e
associazioni dei quartieri popolari, sostenuti da partiti e associazioni di sinistra [n.d.t.].

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Il teppista e la ragazza col velo

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anni ottanta, si rivolge all’islam e trova nella pratica religiosa un conforto e
uno scopo di vita. Ma i repertori d’azione perdurano e la crisi socio-politica,
con la disoccupazione di massa che colpisce particolarmente i ragazzi delle
banlieue, è sufficientemente radicata da permettere a queste rivolte urbane,
che esacerbano una formazione virile e combattiva tra pari, di modellare i
codici di genere per diverse generazioni, contribuendo così a modificare i
rapporti tra i sessi e a stigmatizzare l’etnicizzazione di un gruppo. Questi
episodi trovano dunque un’eco nella memoria e negli immaginari contemporanei.
La specificità di queste ribellioni urbane della seconda parte del XX secolo
rispetto alla lunga storia delle ribellioni giovanili sta nel fatto che queste
azioni si iscrivono a un tempo in una situazione sociale e urbana degradata
a causa della crisi del lavoro, all’interno di periferie sempre più in balìa di
se stesse, e in una situazione postcoloniale che segna profondamente gli
spiriti, benché questo problema sia stato a lungo occultato31. A partire dal
2005, e in particolare a seguito della contestazione dell’articolo di una legge
che preconizzava l’insegnamento del «ruolo positivo» della Francia nelle
colonie, la situazione appare considerevolmente cambiata nella percezione
del passato coloniale, come dimostra, per esempio, il nome del gruppo Les
indigènes de la République, movimento di protesta antirazzista nato proprio
nel 2005. Alcuni storici – tra cui anche Pierre Nora che tuttavia ha ampiamente contribuito con la sua opera Les lieux de mémoire a questa assunzione della memoria – hanno addirittura parlato di «ipermnesia»32. Potremmo
piuttosto parlare di memoria selettiva, poiché focalizzandosi sugli episodi
di conflitto – chiamati violenze o sommosse urbane – a cui viene rifiutata
una qualificazione politica, si sottovalutano di fatto tutte quelle forme di
resistenza, di associazione e di organizzazione, siano esse politiche, culturali o religiose, che hanno dato un altro volto e, forse, un po’ di speranza a
questi giovani delle banlieues. Si sottovalutano inoltre altri possibili percorsi individuali che riguardano le famiglie di estrazione popolare i cui figli
diplomati si scontrano, nella loro attività professionale, con gli effetti del
cosiddetto “soffitto di cristallo” a causa del loro nome e cognome di origine
straniera.
I percorsi e gli immaginari sociali sono ugualmente plasmati dalle rappresentazioni mediatiche che influiscono sulle identità di genere.

Cfr. Benjamin Stora, La Gangrène et l’oubli. La mémoire de la guerre d’Algérie, La Découverte, 1991. Si
tratta del primo libro ad aver messo in evidenza questo fenomeno, circa trent’anni dopo la fine della
Guerra d’Algeria e l’indipendenza dei paesi africani.
32
Il primo a utilizzare il concetto di “ipermnesia”, a proposito della Guerra d’Algeria, è Henry Rousso,
Les raisins verts de la guerre d’Algérie, in Yves Michaud (a cura di), La guerre d’Algérie (1954-1962), Odile
Jacob, 2004, pp. 127-151, seguito in modo un po’ paradossale da Pierre Nora. Su quest’ultimo cfr. Pierre
Nora, Les Lieux de mémoire, 3 tomi, 7 volumi, Gallimard, 1984-1992. Il solo articolo concernente “l’impero francese” in quest’opera riguarda l’esposizione coloniale del 1931.
31

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Sotto attacco: la violenza politica in discussione

LA RAGAZZA INTEGRATA E I MONDIALI DI CALCIO DEL 1998:
CODICI E IDENTITÀ DI GENERE

È

possibile mettere a confronto due momenti in cui la questione di
genere è posta pubblicamente: nel 1989, allorché la cosiddetta “affaire del foulard” pone la questione della diversità (mixité) nello spazio
pubblico e nello spazio della scuola, e nel 1998, in occasione dei mondiali di
calcio celebrati proprio in Francia. La costruzione di figure ideal-tipiche da
parte di media come la televisione si traduce, nel giro di un decennio, nella
valorizzazione alternata della figura dell’integralista, dell’integrata e, qualche anno più tardi, ancora dell’integralista. Tutto ciò risulta sfasato rispetto
alle realtà vissute nel quotidiano da queste ragazze che vengono identificate
come le «discendenti d’immigrati nord-africani», per riprendere il titolo del
libro di Nacira Guénif Souilamas33.
Il dibattito nato nel 1989 attorno alla questione della laicità a scuola si allarga
rapidamente alla difesa della Repubblica e alla lotta contro il comunitarismo. La polemica, peraltro, è stata per alcuni gruppi islamisti minoritari
un’opportunità per farsi conoscere attraverso il mezzo televisivo. Le ragazze
con il velo, così come alcune donne in chador, piazzate in testa ai cortei in
occasione delle manifestazioni di strada, colpiscono l’opinione pubblica. Gli
stereotipi sul velo si forgiano attraverso diverse realtà, spazialmente lontane, quelle dell’Algeria, dell’Iran o dell’Afghanistan, ma anche mobilitando
le immagini del passato, rammentate (o inventate nel senso di «invenzione
di una tradizione» secondo Hobsbawm) per l’occasione34. Le giovani donne
con il velo risvegliano anche un immaginario nazionale e politico che associa donne e religione in una “storia santa” della laicità che dimentica che la
scuola repubblicana ha organizzato la separazione dei sessi, che la diversità
(mixité) scolastica è un fenomeno recente e che la laicità à la française è una
laicità di compromesso35. Ignorate fino al momento in cui si sono mostrate
ricoperte con un velo, l’immagine di queste ragazze si costruisce in contrappunto con quelle dei propri fratelli o cugini, giovani ribelli delle banlieues o
“delinquenti” resi particolarmente visibili in seguito alla nuova ondata di
sommosse degli anni novanta che prende le mosse nella regione di Lione.
Qualche anno più tardi, è un altro ideal-tipo a essere messo in scena dalla
televisione: si tratta della giovane beurette, la ragazza magrebina seducente
che non esita a mostrarsi in strada, esempio-tipo della riuscita di un modello
repubblicano e femminile d’integrazione.
Le pratiche urbane, individuali e collettive, hanno funzionato come un evidenziatore identitario durante le manifestazioni che accompagnano l’avCfr. Narcia Guénif Souilamas, Des “beurettes” aux descendantes d’immigrants nord-africains, Grasset/
Le Monde, 2000.
34
Cfr. Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi, 2002 (1a ed.
Cambridge, 1983).
35
Cfr. Rebecca Rogers (a cura di), La mixité dans l’éducation. Enjeux passés et présents, ENS Éditions, 2004.
33

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Il teppista e la ragazza col velo

ZOOM

venimento sportivo dei mondiali di calcio36. Diverse identità nazionali e
sessuate s’intercalano nel rituale sportivo della partita di calcio. Le ragazze
sono in strada, con i capelli al vento e il trucco tricolore sulle guance. C’è
così il riferimento, attraverso l’uso diffuso dei colori della bandiera francese, all’appartenenza a una comunità nazionale, ma nello stesso tempo a un
ricongiungimento affettivo con una comunità immaginata, quella del paese
di origine dei genitori o dei nonni: la bandiera algerina sventolata accanto
a quella tricolore celebra gli exploit del marsigliese Zidane, di origini cabile,
divenuto in quel periodo il simbolo dell’integrazione “alla francese”. Una
decina d’anni più tardi la Marsigliese sarà fischiata allo Stade de France di
Parigi in una partita tra le squadre nazionali francese e algerina, prova del
capovolgimento della situazione.
Nel 1998, l’assunzione di una Francia plurale, personificata nell’epopea della propria squadra variopinta (denunciata da Jean-Marie Le Pen), si riflette
nella scomparsa provvisoria delle differenze e dei conflitti all’interno di un
pubblico «di tutte le età e di tutte le razze», come viene detto alla televisione37. Ciò permette di misurare lo scarto con le immagini prodotte nel 2004
dopo il 2005 (legge che vieta i segni religiosi visibili a scuola) e negli anni
successivi fino alla legge voluta da Sarkozy nel 2010 sul burqa, facendo così
di quella stessa categoria, arbitrariamente costituita, di ragazze cosiddette “provenienti dall’immigrazione”, delle potenziali integraliste con il corpo dissimulato dal loro “velo islamico”, germe di distruzione dell’identità
repubblicana38. Malgrado i buoni risultati scolastici, queste ragazze sono
prese nella morsa, da un lato, della politica perseguita dai governi francesi
successivi, una politica accompagnata da un clima di xenofobia, e, dall’altro, dall’azione dei fondamentalisti che, attraverso le loro reti di soccorso
nei quartieri popolari, costituiscono un’alternativa di fronte al fenomeno di
rigetto di tutti coloro che, in disprezzo alla loro carta d’identità, sono considerati come degli stranieri/e nella società francese.
Le rappresentazioni mediatiche possono, temporaneamente, cristallizzare
gli individui in identità sociali e politiche prescritte, lungi dal costruire delle identità individuali reali dotate di molteplici sfaccettature, a volte dolorose, se non contradditorie, che si forgiano nel quotidiano familiare e nelle
maniere di vivere del quartiere.
Queste considerazioni ci mostrano quanto sia difficile fare la storia di “gruppi improbabili” come queste ragazze e ragazzi, ma che bisogna, con maggiore investimento di energie e di tempo, scrivere la storia di eventi significativi
36
Lo studio si fonda sulla visione, effettuata presso l’Inathèque della Bibliothèque nationale de France, di tutti i reportage televisivi sui mondiali di calcio del 1998 (relativi alla semifinale e alla finale) e
sullo spoglio della stampa dei mesi di giugno e luglio 1998.
37
Come proclama, senza trattenersi, il commentatore del telegiornale di France 2, in prima serata, il
13 luglio 1998.
38
La legge approvata nel 2010 proibisce l’uso del burqa (il velo integrale di origine afghana) nei luoghi
pubblici [n.d.t.].

67

Sotto attacco: la violenza politica in discussione

e di itinerari individuali e familiari che permettano di far risaltare la complessità delle situazioni. Il confronto tra questi differenti episodi di ribellione urbana presuppone un’attenzione precisa ai rapporti di forza locali e
agli attori presenti sul campo. Come scrive Arlette Farge, bisogna «cogliere
le cose nel dettaglio della loro storia al fine di costruire degli sguardi diversi. Il dettaglio ci informa sulla scala minuscola dell’evento permettendo, al
contempo, di spiegare i fenomeni».
Come hanno sottolineato numerosi analisti, l’ondata di rivolte urbane del
novembre 2005 nelle banlieues esprime a un tempo l’esperienza vissuta, sempre più precoce, della disperazione sociale, la reazione contro l’esclusione
(in particolare da parte dei giovani diplomati senza impiego) e una rivendicazione di valori di uguaglianza e di partecipazione civica. Per la prima
volta, alcune ragazze sono state segnalate come parte attiva di questi conflitti urbani, segno di un mutamento di genere che è caratteristico dell’età
contemporanea. Espressione di una violenza indirizzata contro le istituzioni, la distruzione delle strutture sociali e delle scuole può essere analizzata, al pari di tutti i conflitti, come una violenza fondatrice di nuove azioni
più costruttive, come si è intravisto nell’ondata d’iscrizioni dei giovani di
banlieue sulle liste elettorali in vista delle elezioni presidenziali del 2007. Ma
al di là di questo atto di iscrizione e di un voto eventuale, quali sono le condizioni per l’esercizio di una cittadinanza attiva?
Senza programma, senza organizzazione strutturata e senza leader, le rivolte urbane della seconda metà del XX secolo e dei primi decenni del XXI secolo sono ben diverse dalle violenze politiche e dai conflitti sociali del periodo
a cavallo tra XIX e XX secolo, ma esprimono allo stesso modo una rivolta
contro l’ingiustizia sociale e un’aspirazione ai valori iscritti sui frontoni dei
palazzi della Repubblica francese: Liberté, égalité, fraternité.
(traduzione di Andrea Brazzoduro e Ferruccio Ricciardi)

68

Il teppista e la ragazza col velo

Specialista di storia sociale e storia di genere, la mia ricerca sulle rivolte urbane
si iscrive in una riflessione di lungo periodo relativa all’importanza delle tracce
della guerra d’Algeria nella società francese, che raramente hanno sollecitato la
coscienza storica nazionale. A tale proposito, ero stata messa in guardia, tra le
altre cose, dalla lettura di alcune interviste di militanti sindacalisti trentenni
nel 1968, i quali comparavano, scherzando ma non troppo, le violenze degli
avvenimenti di quegli anni con le violenze vissute in veste di soldati durante il
conflitto franco-algerino.
Dal punto di vista istituzionale, ho sviluppato la mia riflessione all’interno di
un gruppo di ricerca dell’Institut d’histoire du temps présent specializzato
sugli anni del ‘68. Ho studiato il legame tra memorie e storia, la periodizzazione
della sequenza storica e i movimenti sociali del periodo, in particolare quelli
che hanno dato luogo a delle forme di violenza politica. Ero stata ugualmente
colpita dalla lettura dei lavori di alcuni sociologi che indicavano una frattura
netta tra gli avvenimenti del ’68 e le rivolte dei giovani nelle banlieue francesi.
Sulla scia di un seminario sul periodo del ’68, insieme ad altri colleghi, nel 2001
abbiamo promosso un altro seminario presso l’Université Sorbonne-Paris I dal
titolo “Crisi e coscienza della crisi”. In tale contesto, ho proposto di studiare
la crisi urbana e gli episodi di ribellione che l’hanno accompagnata, facendo
ritorno agli archivi e scegliendo un terreno concreto d’indagine nella regione
lionese, dove risiedo, dal momento che la doxa precisava che i primi focolai di
violenza urbana si erano registrati nelle cité della periferia lionese, nel 1981. Lo
studio della stampa, dei rapporti di polizia e di quelli prefettizi ha mostrato
che il fenomeno era assai più precoce (i primi incidenti si verificano nel 1971) e
riprendeva i repertori d’azioni dei manifestanti del ’68 (auto bruciate, lancio di
pietre, ecc.), mentre la risposta della polizia rinviava a delle azioni identiche a
quelle praticate in Algeria durante la guerra (quadrillage dei quartieri sensibili,
occupazione del terreno, controlli d’identità a tappeto, ecc.). Tra l’altro, la scoperta di petizioni contro la presenza di algerini in alcuni quartieri di periferia
indicava la permanenza, presso una parte della popolazione francese, di profondi risentimenti derivanti dalla perdita dell’Algeria nel 1962.
Dal 2006 ho proseguito a interessarmi di questi temi nell’ambito di un progetto
di ricerca collettivo finanziato dall’Agence nationale de la recherche che intendeva incrociare le questioni di genere (le relazioni tra i sessi all’interno di questi
quartieri popolari, la dimensione sessuata dei movimenti sociali, la costruzione
della virilità negli episodi di rivolta) e la questione dell’assegnazione di un’origine etnica ad alcuni gruppi di persone (in particolare gli algerini, genericamente chiamati magrebini), che non è altro che una forma di razzializzazione
all’interno della società francese. Volevamo in tal modo indagare il legame tra
i momenti di raggruppamento associativo (come la marcia per l’uguaglianza
del 1983) e gli episodi di rivolta urbana. Si trattava, in altri termini, di mostrare
che esistevano delle forme non convenzionali di fare politica. Alcuni risultati di
questa ricerca sono presenti in questo articolo.
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