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Correre .pdf


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LUNEDÌ 30 DICEMBRE 2013

LA SICILIA

.39
1977

L’ANNO DI NASCITA
ufficiale del jogging

30

I MINUTI DI CORSA
consigliati per chi vuole
cominciare a praticare
questa attività

ENRICO TRANTINO

C

orrere. A scuola non ne volevo
sapere. Il prof. Caccetta mi considerava irrecuperabile per la pigrizia che sfoggiavo a ogni occasione di
sforzo fisico. Le corse campestri e i giochi scolastici al Leonardo da Vinci mi
vedevano impegnato, tutt’al più, come
responsabile dei pettorali che i miei
compagni dovevano indossare. Ero sovrappeso, ma consideravo più gratificante spendere le mie energie per recarmi al bar sotto casa per gustare un
pezzo di rosticceria.
Correre. Al primo anno di università
la svolta. Ero già “sfilato” e mi piaceva
l’idea di raggiungere livelli di migliore
forma fisica. Preparando gli esami estivi a Costa Saracena, cominciai con leggere andature fino a raggiungere la soglia della mezz’ora ininterrotta, traguardo creduto velleitario fino a qualche tempo prima.
Correre. Negli anni successivi diventò
l’appuntamento di inizio estate per accelerare il dimagrimento in vista della
prova costume. Mi piaceva, tanto; ma
non ne coglievo il lato “esistenziale”
che assaporai in età più adulta.
Correre. Nacque mio figlio Vincenzo,
e per lavori di ristrutturazione a casa
nostra, riparammo provvisoriamente
in una casa al lungomare di Aci Castello. L’ubicazione era ideale. Mi consentiva di dedicarmi a quell’allenamento anche nelle serate invernali, non avendo il
pensiero di un mezzo con cui andare e
tornare. A ogni corsa spostavo il limite
di resistenza. Cominciava il gusto per il
confronto con me stesso. Unico strumento in dotazione, un orologio con
cronometro – che non mi rivelava la
distanza percorsa – e un lettore cd portatile, ma resistente agli sbalzi, con cui
ascoltare l’immancabile musica. Rimanevo indifferente alle condizioni atmosferiche e avvertivo maggiormente il
piacere se accompagnato da qualche
goccia di pioggia. Una sera, tornando a
casa, mi accorsi di avere superato l’ora
e un quarto. Non ero preparato e pensavo, avendo già oltrepassato i quarant’anni, che stavo esagerando. Decisi
di fermarmi per un po’.
Correre. Miei cari amici, Giancarlo,
Ivan, Franco, Antongiulio, Maurizio,
Mauro, avevano affrontato la prima maratona, impresa che evocava obiettivi da
me ritenuti impossibili. Leggevo nei loro occhi, prima ancora che ascoltare
dalle loro parole, il gusto di quelle fatiche, la personalissima vittoria che ciascuno conseguiva tagliando la linea del
traguardo.
Correre. La decisione era presa. Al
termine del 2008 decisi di iscrivermi
per il sorteggio che si sarebbe svolto la
primavera successiva per garantirsi il
pettorale per la maratona di New York.
In ogni caso avrei partecipato, acquistando un pacchetto da uno di quei tour
operator che gestiscono in Italia l’organizzazione dell’evento. Scaricai da Internet una mia tabella di marcia, perché
i miei tempi – e soprattutto il mio passo – non coincidevano con quelli dei

Il popolo che corre.
Come riscoprire se stessi
la città, il mare, il silenzio
Si può anche arrivare all’ormai mitica Maratona di New York
ma la bellezza è andare ogni giorno un po’ oltre, liberi e leggeri

miei amici e “colleghi” runners. Acquistai un cronometro con Gps e numerose altre funzioni che, da quel momento,
divenne il mio rivale virtuale che mi
avrebbe permesso di superare progressivamente i miei limiti. L’agenda di corsa prevedeva quattro allenamenti la
settimana con almeno due di essi dedicata a specifici lavori di potenziamento.
L’esigenza di preservarmi per il resto
della giornata con un numero di forze
sufficienti a fronteggiare gli impegni
professionali, mi indusse a personalizzare la tabella, indifferente al tempo
che avrei realizzato. D’altra parte, uno
solo era l’obiettivo: concludere la gara.
Correre. Scaricare le tossine, sentirsi
pungere dall’aria fresca, o bagnati dagli
spruzzi delle onde sollevati dal vento
nelle giornate di mare agitato; godere
del nostro litorale fin quando non è invaso da venditori abusivi che, occupan-

do metà del marciapiede, ti impediscono di trovare spazio tra la gente che
passeggia. Assaporare, specie in estate,
correndo all’alba, una Catania che speranzosa sbadiglia al risveglio, sperando
di non essere offesa dal caos e inciviltà
di ogni giorno. Una città che lungo uno
dei miei percorsi di marcia, dalla Villa
Bellini alla Scogliera, ti fa capire con le
sue strade vuote, perché ti manchi appena la lasci; e che quel che detesti non
è Catania, ma l’uso sprezzante che tutti ne facciamo. Terminare in estate, la
mattina presto, alla Villa Bellini e sentirti in un giardino di Shangai per l’alto numero di atleti e donne cinesi impegnati in varie pratiche di allenamento e,
una trentina di costoro, in una sincronizzata danza che suscita l’idea di un
cerimoniale etnico che tiene legata gente lontana dalla propria terra.
Correre. Diventò una specie di rito.

Abituato a un lavoro in cui non basta
l’efficacia della tua prestazione per conseguire il risultato sperato, a causa del
filtro compiuto da altri – i giudici cui mi
rivolgo – che possono vanificare le tue
attese, avevo bisogno di un terreno di
confronto con me stesso in cui essere
protagonista unico dell’esito. Solo i tuoi
muscoli e la tua testa; la realizzazione
dell’obiettivo solo nelle tue gambe; nel
tuo cuore. Cominciai a trarre benefici
anche nella sfera interiore, sapendo che
non dovevo dimostrare nulla ad alcuno
e che l’unico avversario da battere albergava in me stesso.
Correre. Ponte di Verrazzano, 1 novembre 2009. 48.000 partecipanti, consapevoli che l’aria iniziale di festa, doveva, allo start, lasciare spazio alla gestione delle fatiche. Con Fabio e Giampiero
condividevamo come unico obiettivo
quello di concludere la corsa; decidem-

mo di andare insieme, con i nostri nomi
impressi sulle magliette per farci incitare da una folla gioiosa che ti trascina e
spinge laddove non basta l’adrenalina.
A Brooklyn il passaggio, a un punto concordato, per ricevere l’emozionato –
eemozionante - saluto degli zii paterni.
Poi, godersi lo spettacolo all’interno
della corsa – per le storie che molte
magliette, con una dedica o una fotografia, raccontavano – e ai margini della corsa per i cartelli che ti fornivano la
giusta dose di carica. Alla prima salita
impegnativa, sul Pulansky Bridge, un
uomo anziano, in piedi sul cavalcavia,
con in mano un cartoncino rivolto ai
corridori con scritto “Io non ho paura. Io
ce la posso fare. Io arriverò al traguardo”. Un uomo di colore che, sul marciapiede, avvertendo una mia smorfia di
fatica, comincia a correre accanto a me
per duecento metri gridandomi, leg-

gendo il nome, “Enrico, don’tthink,
don’tthink, you can do it, youhave to getit”. Per sette volte lo stimolo al pianto
per la commozione suscitata da quel
che osservavo o pensavo. Superato il
ventisettesimo chilometro, avvertivo
l’inizio di una nuova sfida non avendo
mai corso in precedenza distanze superiori. Cominciavano piccoli e crescenti
dolori (il muscolo esaurisce le scorte di
glicogeno e comincia a nutrirsi di se
stesso). Compensavo con le banane e
zuccheri offerti dalla gente. In un momento di crisi leggevo il cartello che
sapevo mi avrebbe portato al traguardo: “Il dolore è per una volta. L’onore è
per sempre”. Fifth Avenue, Central Park,
Columbus Circle, l’arrivo. A cento metri
dalla linea penso a mia moglie e i miei
figli, ma devo rimuovere quella immagine per evitare di piangere come un
bambino. Taglio il traguardo. Ho vinto.
A quarantasei anni ho battuto me stesso.
Qualcuno ha detto che la corsa è un
disperato urlo di vitalità per chi, aumentando gli anni, ha bisogno di non
cedere al timore di incombente senilità.
Intanto, nelle mie sgambate, riscontro
un crescente numero di reclute nell’esercito dei runners catanesi. Non so
quanti di costoro la vivono simbolicamente. Per me è un insieme di metafore di vita: capisci che ogni difficoltà può
essere superata e che un passo è sempre il necessario inizio di ogni sfida
(non ho idea di quanti ne abbia messi
insieme; ma so che avrei esitato se
avessi pensato di doverne compiere così tanti). È energia, volontà di potenza,
conoscenza di te stesso e delle tue debolezze, gioia di affrontare il resto della giornata con più spazio nel tuo animo
per raccogliere gioie, dopo averlo svuotato dalle tossine del quotidiano. È
emozione, istinto di sopravvivenza, desiderio di fatica per essere più allenato
a affrontare quelle che la vita di ogni
giorno ti riserva. È un modo per ricordarti il rapporto proporzionale tra sforzo e ricompensa, nel senso che quanto
più sarà il primo, tanto più gratificante
la seconda. È – come ha scritto Murakami Haruki nel suo “L’arte di correre” – “uno stimolo interiore silenzioso e
preciso, che non cerca conferme in un
giudizio esterno”.
Ho imparato a cogliere aspetti reconditi sempre più appaganti. Quanto mi
piace cimentarmi in una corsetta in un
posto che non conosco o in una grande
città già visitata, per cogliere, dal passo
spedito a piedi, angoli che probabilmente non avrei mai osservato. Le colonne sonore modulate sull’obiettivo:
se per accompagnarmi, musica più soffusa; se per battere il ritmo, rock e note veloci o che, per i ricordi che suscitano, scatenano le endorfine che mi assistono nello sforzo.
Correre. Un passo dopo l’altro. Sentirsi libero e leggero. Dimenticando le ansie. Sfogando le delusioni. Salutando il
sole che sorge o quello che va. Accudito
dal tuo respiro. Scortato dal tuo battito.
Essere uno e tutto, con ogni giorno un
traguardo. Correre.


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