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Banchestò .pdf



Nome del file originale: Banchestò.pdf
Titolo: Banchestò
Autore: Pc

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“…E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali,
tranne qual è il crimine giusto per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane,
ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame...”
“Fabrizio De Andrè, Nella mia ora di libertà”

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Capitolo 1
La sicurezza prima di tutto

Via del Corso, Roma, le cinque del pomeriggio, dal caldo che fa pare mezzogiorno. Non ci si crede,
siamo alla fine di ottobre e non si scende sotto i 27 gradi, al Tg dicono che è solo un’ondata di caldo
e che la colpa ovviamente non è dell’effetto serra. Trovo sollievo in un posto all’ombra, un
vicoletto; c’è un palo con sopra un cartello, proprio all’angolo, m’appoggio. Un po’ di refrigerio
alla spalla e al collo. Ah, sia lodato il divieto di sosta, ricoperto di pubblicità e figurine tutte
scarabocchiate e un po’ sbiadite. L’unica intatta è quella di Di Bartolomei, il capitano. Vi chiederete
cosa sto facendo qui, appoggiato ad un palo mentre centinaia di persone inanimate fanno su e giù.
Aspetto. No, non sono un imprenditore con la tipa conosciuta su un sito di escort che fa compere in
uno delle tante boutique per non farsi beccare tra transizioni su conti di mignotte d’alto borgo e
regalini, e neanche quel poveraccio con lo zainetto beige sulle spalle e i lacci legati al petto, gli
occhialini da sole e il cappellino nero, che si ferma davanti alle bancarelle che vendono magliette
spudoratamente contraffatte di calciatori, made in china. Mi fa tanta pena nelle sue espadrillas in
tinta con lo zaino, i figli biondissimi stanchi morti e la moglie paonazza al seguito.
Sto aspettando i miei compagni. Sono andati a fare un prelievo.
Per ammazzare il tempo mi rullo una sigaretta. Chi mi vede all’opera fa una brutta faccia; i
benpensanti in questi casi fanno sempre due più due …capelli lunghi legati sotto un cappellino
sbiadito, barba incolta rossiccia, occhiali da sole, vestito di un blu scuro tra pantaloncini stropicciati
e maglietta di topolino …il solito tossico! Si starà facendo una canna di sicuro …che schifo!
Magari, dico io, magari; ma visto quello che costano le sigarette oggigiorno, figurarsi un po’ d’erba.
Ormai l’unica soluzione, è l’autoproduzione, ma lasciamo perdere in questo momento ho altro a cui
pensare e poi lo fanno già in tanti. Ho le mani sudate, cartine di merda, rollo alla bene e meglio ma
niente, mi si rompe tra le dita, il tabacco cade e in parte mi si appiccica ai palmi delle mani,
impreco; riprovo con un’altra, prima però struscio le mani sui pantaloni e rollo nuovamente; ci sono
quasi, lecco la cartina, la chiudo e la porto alla bocca. Cerco l’accendino in tasca, frugo; suona il
cellulare, un rumore infernale, l’intro di “highway 61 rivisited” di Bob Dylan.
Vediamo chi è che rompe. Mamma cell.
Che vuole, ci siamo sentiti stamattina; rispondo.
Pronto Mà…, che c’è, fai presto che non posso parlare, ti do dieci secondi dai, Mà dai che ho da
fare…
…Silenzio
Mà…, pronto Mà…, è caduta la linea, mha…
Ecco Marco che esce -spengo il cellulare- ed ecco pure Manu.
Però… gli sta bene la divisa da strip-vigile che gli ha rimediato Franco dall’Afgano a porta portese,
le pistole finte nelle fondine prese a Cinecittà da Marco sembrano proprio vere, e loro, loro
sembrano proprio due stronzi. Mi fanno cenno, tutto bene, c’hanno messo poco.
A proposito, dov’è finito Franco?
Intanto i due in divisa vengono verso il vicolo; eccolo, lo vedo, in sella ad un Ktm 250, che esce da
dietro il chiosco del bengalese a qualche decina di metri dalla mia postazione. Marco sale, e
prendono la via di fuga stabilita. Manu allungando il passo viene verso di me con disinvoltura,
faccio finta di niente, fino a quando una volta imboccato il vicolo corriamo a gambe levate. Sputo la
sigaretta appena accesa, ho il cuore in gola, non riesco quasi a respirare; a soli cinquanta metri da
noi c’è una ducati 695 nero lucido con telaio e rifiniture rosso fuoco che ci aspetta assieme ad una
borsa e ad una bottiglietta di minerale riempita di benzina per bruciare la divisa e correre via.
Ci siamo quasi, inizia a spogliarti dai. Manu si strappa la divisa di dosso mentre è in corsa,
inciampa e cade; impreca e si rialza, fa qualche passo indietro per raccogliere il cappello che intanto
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gli era volato via, l’adrenalina non gli fa sentire dolore; gli lancio la borsa appoggiata alla ruota
anteriore della moto.
Infila tutto qui e andiamo!
Cerco le chiavi, frugo, dove cazzo stanno… maledette; accendino, tabacco, fazzoletto, chiavi…
cellulare.. eccole, eccole, chiavi, dai infilati il casco. E’ fatta, è fatta, sali!!
Manu dietro urla, vai… vai corri cazzo, corri.
Ho l’adrenalina a mille, un sorriso nervoso in faccia e le ginocchia premono come non mai sul
serbatoio. E’ quasi meglio di una scopata.
Manu in quel momento mi bussa sulle costole, non ci segue nessuno, passiamo da casa, ho lo
stomaco sottosopra fai presto, tanto l’appuntamento da Franco è per il Tg delle venti, i soldi ce li ha
Marco e qui ancora non se n’è accorto nessuno, il tempo di far sparire la divisa e siamo salvi.
Io e Manu viviamo insieme, dividiamo l’affitto, o meglio il subaffitto di una camera doppia. Oltre a
me e Manu nell’appartamento ci sono anche due ragazzi stranieri, per l’esattezza uno spagnolo Luis
e uno tunisino Hicham a cui il padrone di casa ha fatto un generoso e regolare contratto d’affitto da
seicentocinquanta euro con l’aggiunta di trecento euro in nero per un totale di novecentocinquanta
euro che i due hanno girato per poco più della metà a noi poveri afflitti, ufficialmente studenti
lavoratori.
In realtà io mi barcameno come posso facendo il barista al “Tira”, un circolino a due passi da piazza
Bologna, quattro sere a settimana mentre Manu consegna pizze per “Tonino’s pizza”, un disgraziato
che lavora nei pressi della stazione Termini, e nel tempo libero quando non è impegnato a fare
rapine studia medicina e fa il clown in pediatria.
Vanni hai finito di rompere le scatole al lettore, cosa vuoi che gl’interessi della tua vita prima di
oggi pomeriggio, dai che non resisto, sorpassa il parente di Alemanno e portami a casa.
Eh?
Il bus, Vanni il bus, poi te la spiego, dai muoviti.
Si ok, smettila di tirarmi pugni nelle costole però, rimetti le mani sul serbatoio e stai un po’ zitto che
ci siamo quasi non lo vedi.
Tanto tempo in giro per Roma, a studiarsi tutto città sul cesso e ancora non sa la strada di casa.
Piuttosto Manu, appena arriviamo o bruci la divisa o la nascondi, basta che la fai sparire.
***
Via Jacopo Belgrado, ore 19:50, abbastanza lontano dal centro, Franco abita tra questi palazzi da
sette piani l’uno. Un dormitorio da tremila euro al mq, austero, grigio, senza un filo d’erba, a tratti
marrone con merde di cane ovunque. I marciapiedi ne sono pieni. Qui la gente è apatica, non ci si
conosce neppure tra vicini di pianerottolo; camminano tutti a testa bassa. Nel nostro palazzo le cose
invece sono totalmente diverse, sarà la zona, le persone o il wifi perennemente libero, tant’è che ci
si conosce un pò tutti. Il migliore è l’inquilino del piano di sotto Simone, una famiglia a carico,
spasmi muscolari, tic e una simpatia e una disponibilità fuori dal comune. Per un periodo il thè delle
cinque è stato il nostro rito quotidiano. Uno spasso!
Franco abita al terzo piano del numero 43. La casa gliel’hanno comprata i suoi e la divide con la
sorella minore. La sua è una famiglia di imprenditori edili da generazioni, sperano che diventi un
ingegnere di successo per passargli il testimone e andare in pensione. Ma ho come la vaga
impressione che lui non voglia affatto fare questa fine, anche se al momento studia, forse per
passare il tempo. Per ora la usa come punto di ritrovo per i pochi compagni del collettivo che fanno
parte della frangia dei Senza Valori; non il solito salotto di fighetti e figli di papà dove disquisire
sull’organizzazione dello stato, su rivolte giovanili, burocrazia riforme referendum e cazzate di
questo tipo; per quelle hanno inventato i circoli Pd e le sezioni dei giovani comunisti adiacenti alle
università.
In questo covo di cervelli più o meno sani, determinati ad eliminare l’oligarchia e lo status quo, ci
sono finito per caso. Colpa di Manu grande amico di Franco, (i due sono cresciuti insieme in
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provincia di Firenze) che mi c’ha portato la prima volta qualche mese addietro con la scusa di una
partita di champions league e qualche birra rivelatasi poi la prima riunione della parte attiva del
collettivo; ora non ricordo bene ma credo che l’idea di rapinare una banca sia nata proprio quella
sera da una birra di troppo …e l’unica cosa che mi sono sempre chiesto da allora è come qualcuno
di cui non voglio rivelare il nome, Marco, abbia avuto l’idea di utilizzare le divise da strip-vigile.
L’azione di oggi pomeriggio è stata il primo passo verso la rivolta. In tutta Europa i collettivi
Anarchici, quelli sani che si occupano di chi non ha niente da mettere sotto i denti, quando non
perdono tempo a smentire rivendicazioni fasulle di bombe carta fanno battaglie per strada, per
sfogarsi dalla rabbia che portano dentro contro poveracci in tuta blu, messi a protezioni dei centri
simbolici del potere con molotov fionde e sampietrini il più delle volte danneggiando se stessi.
Di compagni senza dita se ne contano a decine, per non parlare di ustioni, gambe e braccia rotte. Per
non parlare poi degli anni di galera.
Idem per quanto riguarda quegli sbirri sottopagati e incazzati come belve, cani da guardia dei
potenti, (non è un caso che la stessa cosa si dica dei giornalisti) istruiti fin da bambini alla lotta e
alla repressione del diverso o come dicono loro, di chi non è “normale”. Ovviamente tutto questo
succede per una mancanza di ascolto delle ragioni dei cosiddetti sovversivi, che vengono
strumentalizzate a dovere da quattro canaglie represse, potenti che mandano via etere messaggi
subliminali per mezzo delle bocche di opinionisti in giacca e cravatta che si fanno promotori
dell’opinione pubblica e dell’amorale pratica del “non sta bene”, che in tv battibeccano dall’alto
delle loro poltrone e al calduccio delle loro vesti per confondere le idee a casalinghe e manovali
stanchi dopo giornate intense di lavoro o periodi come questo fatti di disperazione e fame,
supportati da giornalai di partito che sprizzano sconcerto, paura, disgusto e terrore da tutti i pori,
costantemente, in nome della presunta sicurezza nazionale dell’economia e del mercato
accentuando l’odio verso chi non ci somiglia allo specchio generando il caos; in un clima in cui la
politica viene resa sempre più simile al gossip per distrarre. Annientandone la sostanza e
sminuendone la potenza così da far sentire ogni individuo già insicuro e precario e oberato dai
propri problemi personali e quotidiani inadatto a praticarla e a farne parte con le proprie idee, le
proprie forze, la propria intelligenza, la propria dignità uguale a quella di qualsiasi altro individuo in
doppio petto se non come un numero o una tessera a cui chiedere di esprimere un voto favorevole o
contrario nel migliore dei casi; facendo passare lo Stato per un quartiere sudicio, dove i più abbienti,
“quelli che ce l’hanno fatta” e che già l’amministrano da secoli, sono gli unici (perché senza
bisogni) in grado di risollevarne apparentemente le sorti.
Noi, vogliamo fare le cose per bene, siamo stufi degli scontri di piazza che non portano a nulla
facendo affievolire nei vari collettivi impegnati nella lotta su strada il punto cruciale, l’obbiettivo
ultimo, il cuore del problema, il divario non solo economico tra ricchi e poveri.
Parcheggiamo la moto davanti al portone.
Citofono.
Chi è?
(metto le mani davanti alla bocca)Polizia, aprite!
…Silenzio
Franco sono Vanni, apri!
Vaffanculo. Questa me la rendo stronzo.
Entriamo nel portone e cominciamo a salire le scale; incrociamo una signora di mezza età tutta
tirata in viso, rossetto acceso, trucco pesante sugli occhi e capelli nero pantegana che sta portando
fuori il cane; indossa dei pantacollant scuri, una maglietta azzurra con un gilet dello stesso colore da
cui sbucano delle cuffie bianche e infine delle scarpe rosa, starà andando a correre. Il cane abbaia,
lei non sente niente, il volume è al massimo, le sorrido e guardando il cane le auguro di pestare più
merde possibile.
Manu ride. Gli do uno scappellotto e continuiamo. Arrivati da Franco la porta è socchiusa,
entriamo.
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Mentre ci salutiamo, lo stereo che sta sulla mensola sopra la tv passa “Abbiamo vinto la guerra” de
“Lo stato sociale” . Ci abbracciamo, e mentre qualcuno tenta qualche passo ritmato, mi dirigo nel
cucinino e apro il frigo per prendere una birra. Sullo sportellino del congelatore intravedo la sagoma
dell’orologio digitale alle mie spalle. Mi giro, sono quasi le venti.
Marco spegni la radio, c’è il tg, metti la tele sul due. Dov’è Manu?
In bagno…
Manu dai, ancora in bagno? Ti fa un brutto effetto rapinare banche? Dai che non t’ha riconosciuto
nessuno, avevi tanta di quella roba in faccia che pure tua madre in fila alle poste t’avrebbe
scambiato per il fratello brutto di Ruggero De Ceglie.
Eccolo, eccolo, il tg, alza il volume Frà. Manu muoviti.
Un attimo, mi sto lavando la faccia.
Abbiamo l’apertura. Rapina in banca in Via del Corso a Roma; due, travestiti da vigili urbani sono
entrati in banca senza destare sospetti, hanno estratto le pistole e in meno di cinque minuti una volta
immobilizzati i cassieri sono riusciti a rubare circa 50.000,00 €. I malviventi, uscendo con la
massima calma, si sono mescolati alla folla facendo perdere le proprie tracce. Si presume all’interno
della banca la presenza di complici, gli inquirenti stanno verificando i contenuti delle telecamere di
sicurezza per scovare qualche indizio chiarificatore. Intervistata una turista statunitense che al
momento della rapina si trovava nei pressi della banca ha dichiarato: “non mi sono accorta di nulla,
guardavo le vetrine, I like bulgari.”
Il capo della polizia intervistato telefonicamente ha dichiarato: Roma è una città tranquilla e sicura,
questo è solo un caso isolato!
Sarà un autunno caldo invece. Vedrai che ti combiniamo appena cominciano le prime
manifestazioni caro mio.
Mentre Manu disgustato dalla faccia di Manganelli in un’immagine di repertorio rivolgeva queste
parole alla tele, Marco stava contando il denaro da dividere in mazzette da cinquemila euro che
tirava fuori di tanto in tanto dallo zainetto insieme agli elastici che aveva rimediato qualche giorno
prima da un suo amico fruttivendolo.
Non aveva sentito neppure una parola di quello che diceva la giornalista e aveva quasi finito di
contare quando portandosi una mazzetta all’orecchio esclama: Massimo, pronto sono Piero,
abbiamo svaligiato una banca! Ragazzi belli, abbiamo quasi…
E tutti in coro… 50.000,00 €
Stupefatto risponde: Cazzo, veggenti…
No cretino, l’hanno detto alla tele.
Ridiamo come ebeti.
Finita la birra Franco, porta la mano sullo stomaco e dice: dove si va a mangiare stasera? In frigo ho
solo - guarda le birre sul tavolino- avevo, solo 4 birre.
Ma sei matto? Ribatte Manu, uscire dopo oggi pomeriggio.
Ma non hai sentito quello che ha detto il tg? Non ci hanno riconosciuto.
Stasera prendiamo il tram da piazzale Dunant, scendiamo a Largo Argentina ed entriamo nel primo
ristorante che ci capita a tiro. Questa la proposta di Marco.
Va bene disse Manu però io e Vanni prendiamo il motorino di tua sorella che sta qui sotto,
dobbiamo tornare a casa, la metro dopo le 21:30 chiude per lavori e i mezzi non mi va di prenderli,
non passano mai.
Non se ne parla proprio rispose Franco, quella se domattina non trova il motorino, chiama
direttamente il 113, non scherziamo, voi stanotte dormite qui, c’è il divano letto e domani con tutta
calma ve ne andate.
E con tua sorella come facciamo?
Voi non vi preoccupate, se torna, e sottolineo se, visto che è andata a ballare anche stasera con le
amiche, a lei ci penso io. Piuttosto Manu, invece di preoccuparti di Serena, prendi la sacca con i
soldi, infilala nella rientranza dietro la spalliera del divano e andiamo.
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Capitolo 2
Operazione Cachaça 51

Di solito nelle storie, come pure nei film si evita di parlare di momenti come pranzi e cene, pause
morte nel bel mezzo del racconto, a meno che non vi siano colpi di scena come riavvicinamenti
familiari, incontri tra amanti o omicidi e via discorrendo.
Questa per quanto singolare e movimentata non può essere annoverata tra queste deprecabili
categorie degne di sceneggiatori sciatti e va raccontata per forza per quella che è; vista anche la sua
collocazione e gli attori, da qualche ora furfanti ricercati; e poi Manu si era offerto di pagare la
cena, cosa alquanto strana e per questo degna di qualche riga.
Una volta arrivati a Largo Argentina la decisione di dove si sarebbe cenato venne presa dallo stesso
Manu appena messo un piede fuori dal tram: andiamo in Via del Monte della Farina, conosco un
posto niente male, vi ci porto io, però prima devo fare una cosa. Devo andare a salutare un amico
che sta all’angolo di quella libreria dall’altra parte della strada, aspettatemi qui.
Lo vediamo attraversare, seguendo progressivamente con lo sguardo il suo andare spedito tra i
semafori verdi. Davanti a lui un anziano poco lontano seduto su uno sgabello malconcio e con un
bastone in mano agitava un bicchiere di carta rosso come quelli della coca cola per fare l’elemosina
ai passanti. Manu gli si avvicinò lentamente, il vecchio che lo aveva riconosciuto cominciò ad
agitare il bicchiere e il bastone insieme. Manu raggiunto il vecchio si chinò per dirgli alcune parole
vicino all’orecchio; forse il vecchio era sordo tant’è che poggiò il bicchiere in terra, si strinsero la
mano e il vecchio fece un gran sorriso togliendosi il cappello per grattarsi la testa e poi il naso rosso
come il vino che aveva nascosto dietro una gamba.
Manu tornò da noi salutandolo con la mano una volta lontano, e dopo essersi acceso una sigaretta
nell’attesa del verde disse: andiamo, passiamo per delle viuzze secondarie, si fa prima. Qui i palazzi
traspirano storia e muffa come quel vecchietto; ad alcuni non piace, a me si, mi fa sentire …non so
…vivo. Lo assecondiamo senza dargli troppa retta e in un baleno siamo davanti al locale. Entriamo,
un cameriere ci fa accomodare lasciandoci i menù, il tavolo è vicino all’entrata, un’ampia vetrata
che sembra quasi una vetrina con al centro il logo del locale ben in vista. Qualche minuto dopo un
secondo cameriere si presenta al nostro tavolo attirato da Franco, che nel frattempo si sbracciava per
attirare l’attenzione del primo.
Cosa vogliono ordinare i signori?
Manu sembra un po’ nervoso e gioca con il cestino del pane.
Marco per prenderlo in giro sfogliando il menù gli chiede: vuoi che prendiamo un brodino così non
spendi niente, spilorcio?
Manu non fa una piega, ordina tranquillamente, poi guardando verso di me borbotta: e’ che ho un
dubbio.
Un dubbio? che dubbio -chiede Franco- abbiamo appena ordinato, li hai portati i soldi no?
Si, si, li ho portati risponde Manu -togliendo una mazzetta dalla tasca con si e no 350 euro in pezzi
da 20 e 50- ma non so se sono buoni.
Perché non dovrebbero essere buoni, dove li hai presi?
Dal monte premi di oggi pomeriggio, nella borsa non ci stavano e me li sono infilati in tasca prima
di uscire dalla banca.
Lo guardiamo attoniti, a Marco scivola la forchetta con cui stava infilzando una fetta di pane dalle
mani e fissandolo con disprezzo gli dice testuali parole: l’ho sempre detto io che tu sei tutto scemo,
quelli non si dovevano toccare, te l’abbiamo detto mille volte, non lo sai che ci possono rintracciare
subito, brutto idiota, perché non li hai messi insieme agli altri quando eravamo a casa.
Franco cercando di non perdere la calma ci chiede: quanto avete in tasca?
Facciamo quattro conti e in tre non arriviamo a trenta euro.
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Ragazzi, dodici euro costa solo il risotto ai funghi ordinato da Marco, qua ci fanno lavare i piatti
intanto che chiamano gli sbirri. Facciamoci venire un’idea.
Mentre Franco diceva queste parole, e Marco continuava a fissare Manu, mordendosi le labbra e
tirandogli calci sotto al tavolo mi venne in mente un episodio simile di qualche anno prima nel
quale mi capitò quanto segue…
Era la mia prima volta a Roma, ero partito dalla Calabria per venire a trovare un mio cugino, Lele,
che all’epoca studiava medicina. Avevo all’incirca 17 anni e un diavolo per capello.
All’epoca li portavo molto corti, quasi rasati, niente basette e sul mento avevo un pizzetto molto
folto, per sembrare un po’ più vecchio.
A dividere l’appartamento assieme a mio cugino in un vecchio palazzo a San Lorenzo, c’era un
altro ragazzo, un biondino un po’ strano, fissato con alcolici e bicchieri che raccattava in giro per
locali, di nome Falco.
Ne aveva uno scaffale pieno sopra il quale teneva bottiglie di birra in quantità, di tutte le marche.
Era un vero e proprio collezionista e per ognuno di quei bicchieri aveva una storia da raccontare,
anche due se beveva più d’un paio di campari-gin prima di cena e in tutte c’era sempre una
stangona bionda che lo mandava in bianco e a cui pagava perennemente da bere.
La sera si usciva spesso facendo il giro dei locali, avevamo solo una settimana di tempo e ci
tenevano a farmeli vedere tutti, o almeno quelli in cui ancora non avevano rubato qualcosa.
L’ultima sera, dopo l’ultima cena a base di tagliatelle al ragù che avevo portato per conto dei nonni
insieme al pane fatto in casa, formaggi, olio e l’immancabile soppressata, riempiendoci una valigia
più pesante dello zainetto in cui avevo messo tutte le mie cose, mi portarono a Trastevere, dove
Falco aveva adocchiato un localino qualche sera prima passeggiando tra i vicoli lastricati a san
pietrini e buche.
Il locale, il Cachaça 51, si trovava e forse si trova ancora adesso, in un vicolo abbastanza stretto a
qualche decina di metri da una piazzetta di cui mi sfugge il nome, con una fontana nel mezzo sopra
tre o quattro gradini, con tutt’intorno delle panchine in pietra e sui marciapiedi un groviglio di
motorini.
Il posto se non sbaglio è diventato famoso grazie ad una scazzottata tra ragazzine in un film per
adolescenti disturbate.
Di quel posto, il Cachaça 51, lo aveva particolarmente colpito, oltre al nome del noto liquore alla
base della più nota caipirinha, la procace sudamericana al bancone dalle forme morbide, che era la
vera attrazione del locale. Un buco con quattro tavolini e un paio di sgabelli di fianco al bancone.
Quella sera il locale era semi pieno, l’unico tavolo libero era anche in questo caso quello vicino
all’entrata.
Stipate di fianco a noi, un gruppetto di Australiane niente male stava festeggiando il compleanno di
una di loro, riconoscibile dal miniabito platino e dal nastrino con su scritto happy birthday che le
cingeva i capelli sulla fronte. Assomigliava vagamente a Cicciolina, ma torniamo a noi…
Dietro di loro, appoggiato al muro, il solito cinese con una polaroid in mano cercava di convincerle
in tutti i modi a farsi una foto.
Noi intanto con un occhio consultavamo il menù; i prezzi per un cocktail decente oscillavano dai
sette euro per un Manhattan ai nove e mezzo per un bloody mary.
Io e Lele optammo per la specialità della casa, una caipirinha, tanto per andare sul sicuro, mentre
Falco scelse un white lady, un cocktail abbastanza semplice, con un retrogusto al lime.
Al cameriere che era venuto a prendere l’ordinazione e a ritirare i menù, raccomandammo che le
due caipirinha venissero servite nei bicchieri con sopra il nome del locale tanto per non destare
sospetti ovviamente.
Totale ventiquattro euro; avevamo già preso i soldi per pagare, quando portati i cocktails il
cameriere non ci presenta il conto, forse distratto dalle ragazze ormai al terzo giro che lo
strattonavano per il grembiule facendo un chiasso infernale; io le guardavo e ridevo quando una di
loro con delle orecchie lampeggianti a forma di cuoricino in testa, un po’ bruttina e con degli
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occhiali assurdi se ne accorse e si avvicinò; era un po’ brilla, diciamo quasi ubriaca e cominciò a
parlarmi in inglese. Tra un farfuglio e l’altro –per quanto fosse ubriaca- mi fece una serie di
domande del tipo: italiano? sei di Roma? che ci fai qui? sei uno studente universitario? sei molto
carino lo sai?
A tradurmi il tutto in un orecchio, visto che d’inglese non c’ho mai capito un’acca, fu Falco. Io
annuivo guardandola e con Falco attaccato all’orecchio mi tuffai in un inglese incerto esordendo
con “vacancy… vacancy”.
Lei rise, pure Falco, che nel frattempo si era staccato per sorseggiare il suo drink. Avevo detto:
“vacante… vacante”, invece di “holiday”, “vacanza”. Che figura.
Lei continuava a ridere, non la smetteva più, quando ad un tratto alzando le maniche per mostrarmi
le braccia piene di scritte e scarabocchi disse in inglese: vieni con me, andiamo in bagno.
Io non capivo, fin quando una sua amica ormai ubriaca fece dei gesti molto espliciti portandosi una
mano alla bocca, Falco intanto traduceva. La guardavo ancora una volta stupito, riguardai le braccia
e feci due più due. Rifiutai, prendere malattie non era nei miei programmi quella sera, ma volle
comunque che le firmassi le braccia ed io da stronzo qual ero firmai con un nome d’arte: “IO LA
DO”, bello grande e ricalcato.
Lei non si accorse di nulla, sembrava contenta, mentre Lele e Falco ridevano a più non posso.
Stavamo quasi per finire i nostri drink, quando non so come a Falco venne in mente di svignarcela e
di non pagare, tanto per avere una storiella diversa da raccontare una volta messo il bicchiere nello
scaffale, e poi diciamocela tutta, ventiquattro euro per tre cocktails erano un po’ troppi, anche per
una capitale come Roma.
Nel piano che avevamo elaborato su un tovagliolino del bar tanto per far sembrare la cosa credibile
con tre omini sbronzi e a gattoni con una bottiglia in mano, io dovevo uscire per primo con la scusa
di una chiamata sul cellulare e dirigermi verso la piazza, e li aspettare.
Così feci, nascondendomi dietro la fontana in uno spazio dove dormiva in un angolo un povero
barbone, che spaventai inciampando in una bottiglia di birra.
Dietro di me a qualche decina di metri Lele con il bicchiere in mano (il mio lo avevo lasciato sul
tavolo) percorreva il vicolo mentre cercavo in tutti i modi di chiedere scusa al barbone, che si stava
agitando.
Una volta raggiunta la mia posizione Lele fece uno squillo a Falco, a cui avevamo lasciato trenta
euro nel caso lo avessero fermato.
Dieci secondi dopo una figura con una maglietta rossa a maniche corte schizza fuori con un affare
scuro tra le mani, inseguito da due tizi facendo lo slalom tra i passanti. Io e Lele nascosti ridiamo
come matti mentre Falco correndo a più non posso taglia di netto la piazza infilandosi in un
vicoletto con auto e motorini parcheggiati su di un lato riuscendo a disperdere così le sue tracce.
I due energumeni che lo inseguivano non vedendolo più si fermarono visibilmente affaticati proprio
sotto la nostra postazione. In quel preciso momento il barbone che eravamo riusciti in qualche modo
ad acquietare stava per alzarsi imprecando tra le bottiglie vuote per cercare un altro posto dove
sonnecchiare; avrebbe di sicuro attirato l’attenzione, Lele gli fece cenno in tutti i modi di stare
fermo tanto da arrivare a minacciarlo di morte in dialetto calabrese, incomprensibile per il barbone
ma efficace nella circostanza.
Pochi secondi di paura e i due energumeni tornarono al locale. Aspettammo comunque qualche
minuto prima di uscire per sicurezza.
Scampato il pericolo non ci restava che trovare Falco, quando scesi un paio di gradini ce lo
ritrovammo davanti con i bicchieri tra le dita e la felpa scura addosso.
Si era nascosto tra due macchine, disteso lungo il muro a qualche centinaio di metri dall’imbocco
del vicolo in una via traversa e non vedendo nessuno dopo neanche un paio di minuti aveva deciso
di tornare indietro; pieno di segni su tutti i pantaloni.
Bilancio della serata: un bicchiere cachaça 51 rotto, uno scheggiato, uno normalissimo tutto intero,
e cosa non meno importante il conto era rimasto nel locale.
Alcune cose però non mi quadravano, e per togliermi ogni dubbio gliele chiesi subito.
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Come hai fatto ad usare la felpa come sacca per metterci i bicchieri?
Facile disse, me la sono tolta e una volta fatti i nodi alle maniche c’ho infilato i bicchieri e sono
schizzato via.
E nessuno se n’è accorto mentre ti toglievi la felpa?
Il barbone da dietro la fontana mugugnò distraendo Falco.
Allora, nessuno se n’è accorto?
Ho improvvisato, ti ricordi che le australiane stavano festeggiando un compleanno, ebbene, hanno
abbassato improvvisamente le luci, e una volta entrata la torta si sono accalcate tutte per cantare
tanti auguri e io nel frattempo…
Si, ma com’è che t’hanno sgamato?
Stavo infilando l’ultimo bicchiere mentre stavo per uscire quando hanno riacceso le luci, uno dei
due energumeni mi ha notato e me la sono data a gambe, il resto lo sapete.
Si va bene Vanni, e questa è l’operazione Cachaça 51, ma noi da qui come ne usciamo? Perché
c’hai raccontato questa storia? chiese Manu guardando fuori e sbuffando come uno che sta gustando
una boccata di fumo.
Così, per perdere tempo e poter pensare mentre aspettavamo il primo. Infatti pensavo …siamo
riusciti a fare una rapina no…
Parla piano, cosa gridi…
Dicevo …siamo riusciti a fare una rapina in banca no…
Si Vanni e quindi…
E quindi …tu ti preoccupi se devi uscire da un locale senza pagare il conto. Possibile che non ti
viene in mente niente? Ora vi dico cosa si fa…
Il cameriere intanto si stava avvicinando con il vino.
Allora, si fa così, Franco apri le orecchie e dimmi se ti garba.
Ogni tanto uso l’accento toscano viste le sue origini. Inforco le penne all’arrabbiata che avevo
ordinato e mando giù un boccone, verso il vino e bevo un sorso; poi continuo... allora seguitemi
attentamente …Marco e Manu escono per fumare una sigaretta appena finiscono il primo, io e te
Franco per non destare sospetti restiamo qui e chiediamo al cameriere se si può ordinare il secondo,
appena arriva ordiniamo ma tu esci con la scusa di dover fare una chiamata; non ti preoccupare il
telefono te lo faccio squillare io.
Una volta fuori dai un segnale e loro due cominciano ad allontanarsi; attraversi la strada e ti
avvicini alla bmw grigia parcheggiata qui di fronte; fai scattare l’allarme e scappi, io esco e ti corro
dietro gridando al ladro.
Ovviamente ci dividiamo, voi andate verso sinistra io e Franco corriamo verso destra e cerchiamo
un posto dove nasconderci; ci ritroviamo tra 15 minuti a Largo Argentina per prendere l’8.
Ok, ma che ora è?
Manu, che vuoi sincronizzare gli orologi?
Prendo dalla tasca il cellulare. E’ spento.
Lo accendo. Marco che intanto aveva fatto la stessa cosa, dice: le 23,35.
Digito il pin e aspetto. Ok ragazzi, per mezzanotte meno dieci ci vediamo a Largo Argentina, andate
ora.
Chiamo il cameriere…
Il cellulare squilla, due tre quattro volte; messaggi maledetti.
Mentre sto ordinando il secondo, una bella bistecca ben cotta, leggo i messaggi. Due erano dei “ti
ho cercato” di mia madre. Il terzo un “ti ho cercato di mio fratello”, il quarto, sempre di mio
fratello, recitava così: E’ tutto il giorno che mamma ti cerca, papà è stato male, l’hanno portato in
ospedale, è meglio se vieni giù.
Mi guardo intorno smarrito, Franco mi guarda e mi fa: Vanni tutto bene, dai fammi lo squillo che
comincio ad andare.
Rispondo con un flebile: si, si.
Non squilla, vado lo stesso.
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Lo guardo uscire, mi sento perso, il cameriere è lì impalato, aspetta la mia ordinazione, il suono
dell’allarme mi risveglia …cazzo la macchina, schizzo fuori gridando “mi stanno fottendo la
macchina, al ladro, bastardo ti prendo, al ladro…” e come da copione inseguo Franco.
Svoltato l’angolo ci dileguiamo, lo raggiungo, e guardiamo se qualcuno ci insegue. Nessuno in
vista. Ci fermiamo qualche secondo per via del fiatone nella rientranza di un portone, poi a passo
svelto continuiamo. Franco ride, e mi da una pacca sulla spalla. Bel piano Vannino, bel piano.
Frà, me ne devo andare.
Eh? …ma dove devi andare, la notte è appena cominciata.
Devo tornare giù.
Dai, non scherzare, chi è la tipa stavolta.
No, non è uno scherzo mio padre è stato male, devo scendere col primo treno, l’hanno portato in
ospedale, se non è niente di grave risalgo, però ora devo andare.
Allora non scherzi …dai raggiungiamo gli altri, prendiamo il tram, e una volta da me vediamo a che
ora è il primo treno, ti porto a casa, raccatti la tua roba e andiamo in stazione.
Senti una cosa Frà, ce l’hai ancora la macchinetta per i capelli?
Si, ma che c’entra ora?
Devo rasare i capelli e accorciare la barba.
E perché?
E’ per mio padre …con i capelli lunghi non gli sono mai piaciuto, dice che sembro una donna e poi
dopo oggi pomeriggio è meglio cambiare aspetto, non si sa mai. Ah, un’ultima cosa, per sentirci ti
chiamo io, ancora non abbiamo deciso come impiegare quei soldi e vorrei dire la mia. Almeno per
la mia parte.
Vannino, Vannino, poi se ne parla, troviamo quei due e pensiamo a tornare a casa, …e comunque
te l’ho detto come li vogliamo usare; quel regalino agli onorevoli ci sta tutto.
Si ma è impossibile entrare, non so proprio come si potrebbe fare pur volendo, c’è troppa
sorveglianza. Secondo me è una pazzia, e non ve ne siete ancora resi conto. State puntando troppo
in alto e con troppo poco.
Non credo Vanni, è che bisogna pensare in grande, poi qualcosa verrà fuori.
Contenti voi …io la mia te l’ho già detta prima del colpo Frà, lo sai come la penso. Secondo me
bisogna continuare a svaligiare banche fissando una cifra da raggiungere, magari dilatando i tempi
per non farsi beccare. In seguito farne saltare in aria qualcuna, vuota ovviamente, per tastare il
terreno e innescare dei focolai tra i delusi e i dimenticati, quindi convogliare la loro e la nostra
rabbia verso azioni di rivolta concrete, verso chi si è veramente arricchito sulle nostre spalle. Sento
che ci si potrebbe riuscire Frà, e che questa sia l’unica soluzione per avere il popolo dalla nostra
parte una volta per tutte. Se mi sbaglio potremmo sempre rifarci una vita in Africa o in sud
America, magari aiutando popolazioni indigene con i soldi rubati ai veri ladri.
Vannino, tu sei più pazzo di me, mi ci vedi tra gli indigeni …eccoli sono loro, lasciamo perdere sti
discorsi, ancora non è stato deciso niente, se ci va bene al massimo costruiremo una catena di
supermercati… te la ricordi la canzone di De Gregori, come faceva …“tu da che parte stai, stai
dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti …rubando…”, dai non mi guardare
così, stasera sono contento, e non è momento di parlare di queste cose, su andiamo che c’aspettano,
bisogna dirlo anche a loro che parti.
Si, ma non fatene parola con il collettivo a meno che non torno mi raccomando, pensa a ciò che ti
ho detto.

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Capitolo 3
Verso casa

Stazione Termini ore 7:30.
Un borsone pieno di roba in una mano, uno zaino sulle spalle e tanta ansia.
Franco da buon amico, mi aiuta mentre faccio l’inventario delle cose che non dovevo lasciare per
nessuna ragione al mondo in camera e che dovevo assolutamente eliminare; parrucche, nasi e
sopracciglia finte, piantine del centro storico di Roma e della banca, foto compromettenti e cose di
questo tipo.
Manu comunque avrebbe fatto sparire tutto qualora mi fossi lasciato alle spalle qualcosa, il mio era
più un esercizio per tenermi sveglio.
Mentre cerco il binario con gli occhi rivolti ai led luminosi che sovrastano l’accesso ai binari,
continuo l’inventario ricordando le cose che avrei dovuto portare con me; Franco ripete
bonariamente e un po’ sbuffando -tenendo i conti con le dita- le cose che elenco, mutande calzini e
cintura, caricatore del cellulare, due paia di jeans e una felpa, tre magliette, la mia tuta preferita, la
bandiera libertaria che mi ha portato sempre fortuna, computer, pipa e rasoio; libri.
Franco, porca miseria…
Che ti sei dimenticato?
Il fu Mattia Pascal sul comodino, e ora cosa leggo?
Ma non abbiamo dormito per niente, cosa vuoi leggere su, e poi ne hai tanti nello zaino, appena
poggi la testa crolli e ti risvegli a destinazione. Piuttosto, hai avvertito che arrivi? Con la pelata che
ti ritrovi ora mi sa che neanche ti riconoscono.
No, ancora no, non me la sentivo di mandare un messaggio a mio fratello in piena notte; t’immagini
lo spavento, come minimo avrebbe perso dieci anni di vita saltando dal letto, pensando subito a
nostro padre.
Siamo arrivati, binario 23, ecco il treno, ci si saluta qui Vannino, speriamo non sia nulla di grave.
Grazie di tutto Franco, che giornata eh…
Mi sorride. Sali, fai presto che ti passo il borsone.
Ci abbracciamo. Promettimi che state attenti e che non fate cazzate.
Tanto torni, non c’è bisogno di promettere.
A me sta situazione pare surreale Franco, sta andando tutto troppo veloce, e poi non lo so se torno,
se mi hanno chiamato vuol dire che sta veramente male. State attenti, e per un bel po’ non
muovetevi; tieni lontano Manu dai soldi. Le cose stanno cambiando, in peggio purtroppo, tieni
d’occhio i ragazzi, ho sentito che si stanno organizzando per fare un gran casino. E se succede
qualcosa torna a Firenze.
Ok Vannino, fai buon viaggio e non pensarci.
Ciao Franco, ci sentiamo presto.
Il treno piano piano si riempie, nella fretta mi sono dimenticato di obliterare il biglietto fatto alle
macchinette all’entrata della stazione. Il controllore non dovrebbe fare storie. Non ho fatto neppure
colazione, ho lo stomaco chiuso. Le due ore di riposo di stanotte mi hanno dato il colpo di grazia;
solo ora sto smaltendo la tensione. Il treno è piuttosto freddo, ho i brividi lungo le braccia, le prime
ore del mattino mi fanno sempre questo effetto anche d’estate. Trovo il mio scompartimento, il
posto è il 37, quasi al centro del vagone, obsoleto e sporco come quasi tutto l’intercity, ma a me
poco importa, farò una doccia appena arrivo; controllo sul biglietto di non essermi sbagliato,
qualcuno è arrivato prima di me, una signora sulla cinquantina capelli castani raccolti, occhialino
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con la cordicella, gambe accavallate e un libro in mano. La saluto con un cenno della mano e un
buon giorno.
Poggio la borsa sul sedile e tolgo lo zainetto dalle spalle; tiro fuori la felpa e la uso come coperta.
La borsa la ficco semi aperta sulla mensola sopra la testata della signora in prossimità del finestrino,
lo zainetto invece no, pensavo di usarlo come cuscino, ma dopo un paio di tentativi per sistemarlo al
meglio mi rendo conto che è troppo scomodo per via dei libri che contiene e schiaffo anche lui
affianco alla borsa.
Il treno nel frattempo continuava a riempirsi.
Davanti all’uscio dello scompartimento un via vai di persone che facevano scontrare quasi di
proposito i loro trolley. Un continuo “scusi… scusate… scusi” ronzava nel corridoio già saturo di
gente ammassata senza il posto assegnato.
Mi affaccio in corridoio, destato da un rumore poco lontano; due battibeccavano qualche
scompartimento più avanti. Un tale aveva pestato i piedi di un altro con un accento straniero con
posto corridoio per entrare nello scompartimento di fronte. Mi giro, borbotto qualcosa sul fatto che
al giorno d’oggi non si riesca ad ovviare a questi disagi e al fatto che la gente debba accettare dei
posti in corridoio per fare un viaggio lungo cinque ore in un treno fatiscente e la signora
evidentemente pendolare mi dice: chi tardi arriva male alloggia, la colpa è di tutti questi stranieri
che non sanno proprio dove andare; che restassero al paese loro.
La guardo sbigottito, non capisco l’intromissione nel mio pensare ad alta voce; ma soprattutto il
nesso. Mi siedo e penso sia meglio dormire, non ho voglia di discutere; nel frattempo entra un altro
signore, occhialino da intellettuale anche lui, con la custodia di pelle scamosciata appesa al collo,
giacca leggera, sottobraccio un giornale e in testa un cappello da signorotto dei primi del ‘900.
Saluta, ricambiamo; mi volto verso il finestrino, coprendomi con la felpa fin sopra il naso. Gli occhi
mi cadono sul libro della signora, che è seduta di fronte a me appoggiata al finestrino. E’ un libro di
Moccia. Si spiega tutto penso tra me e me, ruoto gli occhi e già che ci sono, incuriosito scruto il
giornale del signore, che si è seduto di fianco alla signora sul sedile centrale; la manica della felpa
mi copre la visuale, non riesco a leggere il titolo, la sposto con il mento e leggo. La Repubblica.
Un altro che si crede di sinistra, oggi tutti a me capitano.
Partiamo, il treno si muove. Le carrozze barcollano a singhiozzo per i primi metri come un ubriaco
al quarto gin tonic. Il solito ritardatario con quattrocento valigie si presenta alla porta dello
scompartimento. E’ un calabrese come me, si sente da come dice buongiorno, gli do si e no
trentacinque anni.
Una volta sistemato affianco a me, dopo aver creato un po’ di scompiglio giocando a tetris con le
valigie, fissa senza dire una parola il giornale del signore di fronte che nel frattempo lo aveva aperto
per leggere le pagine dello sport.
La prima pagina era interamente dedicata alle famose risate del premier francese con la cancelliera
tedesca scaturite dalla fallace credibilità del premier italiano e di tutto il governo che lo sostiene.
Ammetto di aver fissato quella pagina anch’io, ma non ero attirato dalle facce ammiccanti e
sorridenti dei due primi ministri in combutta, bensì dalla parola credibilità che campeggiava nel
titolo.
L’informazione spesso manipola e abusa di parole improprie, sdoganando e stravolgendone spesso
il significato.
Credibilità…l’avrò ripetuta si e no una decina di volte come una ninna nanna e più la ripetevo e più
pensavo…
Chi ha bisogno di essere Credibile?
Si dice sempre con più forza nell’ultimo periodo, l’Italia ha bisogno di un premier e di un governo
Credibili.
Come se il popolo sovrano non avesse bisogno d’altro che di un Re forte… che poi se ci penso bene
mi chi chiedo ...ma a dover essere credibili, e quindi convincenti, non sono i bugiardi? I ciarlatani, i
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venditori di fumo? E poi …l’Italia quando mai è stata credibile? L’Italia non è forse il paese che ha
inventato le banche per agevolare e legalizzare il lavoro degli strozzini, che ha avuto un ventennio
fascista, che viene influenzato e manipolato tutt’oggi da un potere che si nasconde dietro una tunica
bianca che imbonisce e ammonisce le masse dall’alto di uno scranno ricoperto d’oro, che ha avuto
quarant’anni di democrazia cristiana dal quale ad uscirne senza ossa rotte sono state solo mafia
‘ndrangheta e camorra accantonando per un attimo lo IOR. L’Italia non è forse il paese degli
attentati di Stato e degli omicidi di partito, e del debito pubblico più alto d’Europa? Più ci penso e
più mi interrogo. Mi viene fuori una frase, mi capita spesso nei momenti di vaga lucidità. Non ho
carta e penna con me, prendo il cellulare e la salvo in bozze. La frase recita così: “Ad aver bisogno
di credibilità sono i bugiardi, gli onesti no …per loro parlano i fatti”. La leggo a bassa voce. Il
vicino calabrese mi sente, è d’accordo con me e mi dice in dialetto: “chissi su tutti na maniata i
bastardi, ladri lestofanti e puttanieri, na bumma ce volera intra chiru parlamentu”.
Che in italiano si traduce in: “questi sono tutti uguali, bastardi ladri lestofanti e puttanieri, una
bomba in parlamento ci vorrebbe”.
Annuisco. Non è la prima volta che qualcuno me lo dice, è un sentimento popolare molto diffuso,
che viene sempre messo da parte il giorno delle elezioni purtroppo. Il tizio comunque potrebbe
essere chiunque, non mi sbottono, lui continua, sempre in dialetto. Per comodità traduco
direttamente in italiano: “Una volta ce l’avevamo fatta a toglierceli dai piedi (si riferisce al golpe
borghese del ‘70) e a tornare ai bei tempi, solo che poi qualcuno all’ultimo si è tirato indietro e ora
ci troviamo in questo stato. E pensare che a questo, al cavaliere, l’abbiamo pure votato” e dicendo
queste parole mi tocca il braccio. Mi passa per la mente una canzone di Rino Gaetano dove avevo
sentito del golpe della forestale, come si chiamava… ah si, “Scusa Mary” e mentre fischietto il
motivetto cercando di non dare fastidio penso.. ma ha detto …“l’abbiamo pure votato”?
Lo guardo corrucciato, questo mi ha scambiato per uno stupido fascista. Maledetti capelli rasati.
Faccio finta di niente e mi limito nel dire: Io non voto, non mi piace delegare.
Il signore con in mano il giornale, lo scuote un po’, e guardandomi con aria supponente mi chiede: e
sentiamo, perché non voti?
Perché delegare è come masturbarsi, e a farlo regolarmente può succedere come è successo che
qualcuno si scopa la tua libertà.
La signora spalanca gli occhi e arrossisce, lui invece cambia pagina spazientito, non si aspettavano
questa durezza da uno sconosciuto, sbuffa e legge ad alta voce: “si paventa l’ipotesi di un governo
tecnico” poi continua alzando gli occhi dal giornale: “almeno ci togliamo di mezzo a Berlusconi”.
L’incubo dei democristiani si riassume in quel cognome; gli stessi democristiani che hanno trovato
terra fertile nella sinistra orfana di se stessa, flagellando la coscienza di classe e spezzettando il
popolo in fazioni, favorendo la guerra tra poveri, facendosi il segno della croce e distribuendo
pioggie di briciole per non sentirsi in colpa. Cosa non farebbero per tornare al potere …annullare
anche la democrazia apparente sputtanandosi una volta per tutte, fors’anche con un inciucio,
tenendo botta, purchè non si pronunci e non vi rientri quel nome …o forse si.
La vera democrazia è stata pur sempre una gravidanza non voluta, prima indotta ad un aborto e poi
parzialmente accettata, come una figlia illeggittima.
Questi sono soggetti veramente strani, se gli parli di democrazia diretta è come tirargli un pugno in
un occhio, reagiscono male, diventano ancora più cattivi; si eccitano se gli parli di riforme e
riproducono finti orgasmi multipli se gli sussurri liberalizzazioni all’orecchio o l’uscita di scena di
Berlusconi …ma solo in regolari elezioni. Come se il risultato migliorasse una volta invertiti o
addirittura sottratti i fattori. Disconoscendo quelle proprietà, commutativa e invariantiva che ci
insegnano alle elementari.
Riforme, nuove forme, mai nessuno che pensasse alla sostanza.
Provate con questo tipo di persone ad usare parole come globalizzazione, finanza, mercato, nelle
accezioni negative, perché è solo così che possono ottenere la giusta rilevanza, e vi sbraneranno,
come cani rabbiosi, sostenendo in maniera del tutto miope come unica soluzione possibile non si sa
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a cosa -forse ad una effimera sete di ricchezza in alcuni casi o di un salario “sicuro” in altril’unificazione dei mercati per promuovere “lo sviluppo economico Europeo”; molto simile a quello
accennato dal D’azeglio e da molti altri scrittori prima di lui (in secoli in cui solo i ricchi
-notoriamente privi di interessi- possedevano l’erudizione per poter scrivere) nella sua Proposta per
l’opinione nazionale italiana, dove si auspicava l’unità dei commerci nazionali, l’abbattimento
delle dogane e l’adozione di un sistema uniforme di monete pesi e misure (vedi Euro) rivelatosi poi
fatale e impoverente per il meridione, ad oggi dell’Europa (vedi Spagna Grecia e altri paesi
prossimi a dichiarare bancarotta). Criticato pubblicamente dall’inascoltato Gramsci nell’aprile del
’18, che profeticamente aveva previsto questo risultato, il paese ha seguito il pensiero di D’azeglio e
di altri, scordando che in una fusione c’è sempre una parte più forte, la quale col tempo soggioga e
inghiotte l’altra espellendone i resti dopo averne succhiato tutto il nutrimento.
La tv, il lavoro, gli stessi giornali, hanno lobotomizzato i villeggianti di questo paese, tanto che al
bar sorseggiando del caffè chiedono al barista a quanto sta lo spread, dopo aver passato in rassegna
ovviamente tutto il calcio minuto per minuto, inebriandosi alla sera stanchi dallo stress quotidiano
con talk show politici tutti chiacchiere e distintivo.
Gli occhi mi si chiudono pensando a queste cose, mentre quei due, fermi immobili nei loro
posticini, composti, si scrutano e dibattono sulle parole dette nella famigerata conferenza dai
cosiddetti potenti della terra; fantocci della finanza creativa e del mercato dei derivati, dati in pasto
al popolo per distrarlo.
Uno dei due nell’enfasi dello scontro dialettico dice: “Berlusconi invierà un altro messaggio alla
nazione in questi giorni per scagionarsi dal caso Ruby e per dire che va tutto bene”. In quel
momento mi ricordo di dover mandare un messaggio a mio fratello per avvertirlo del mio arrivo a
Lamezia Terme nel primo pomeriggio, perdendomi la replica di colui che si era fatto trascinare in
quella inutile quanto disdicevole conversazione.
Sarei dovuto scendere più avanti, a Catanzaro Lido ma a causa di un’alluvione improvvisa di
qualche giorno prima il ponte sul fiume Amato era crollato facendo chiudere la tratta. Come nelle
peggiori sceneggiature un treno regionale con a bordo una decina di persone, si trovava proprio li
nel momento del crollo, accasciandosi su di un lato dopo averlo fortunosamente attraversato.
La causa del crollo? Per la maggior parte dei calabresi è da imputare al volere del signore, che pare
quel giorno fosse in vena di fare miracoli; per me invece è da imputare a chi ha cementificato
tirando via la sabbia dal letto del fiume con la stessa avidità con la quale ha ridotto all’inutilità i
cervelli dei calabresi, un popolo manodopera, pronto a venerare l’imprenditoria e a baciare i piedi
degli ultimi feudatari. Ovvero chi controlla il movimento terra e l’edilizia ed è nel giro della
massoneria.
Il messaggio l’ho inviato, sistemo la felpa sul naso, spero lo legga prima del mio arrivo; cerco di
dormire, speriamo il controllore non venga a svegliarmi chiedendomi il biglietto.

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Capitolo 4
Ciao Pà

Il viaggio stava per terminare, i miei auspici di dormire e non essere disturbato sono andati a farsi
benedire molto presto, in compenso ho passato la maggior parte del tempo ad ascoltare un po’ di
buona musica grazie ad un mp3 trovato per caso nello zainetto mentre ero in cerca di un buon libro
da leggere e un goccio d’acqua per l’arsura. De Andrè nelle cuffie è un toccasana, mischiato a
qualche buon pezzo di Dylan e degli Stones anche se la colonna sonora di questo viaggio se la sono
meritatamente aggiudicata i The Zen Circus che con le loro canzoni mi hanno riportato alla mente
tanti, forse troppi perché, che mi avevano portato lontano da dove stavo miserabilmente tornando.
A volte certe cose le trovi sempre quando non le cerchi. Il più delle volte le metti da parte, senza
pensarci. Un po’ come le parole di notte, quando vorresti imprimerle con l’inchiostro su di un foglio
per non perderle; ma in quel preciso momento non trovi la penna, accendi la luce, le parole
fuggono, e tu speri in un arrivederci.
La colonna sonora si era costruita col passare delle tracce in modo eterogeneo ma gradevole;
assieme a “Nati per subire”, “L’egoista” e “Andate tutti a fanculo” mischiate a molte altre canzoni
degne di nota, dopo la stazione di Salerno ho avuto il piacere di poter ammirare un gradevole
panorama.
Sopra i bordi del libro che avevo scelto per diluire il tempo, al posto della pendolare un filo
xenofoba, si era seduta una ragazza, dall’aspetto semplice, non troppo delicato, ma piacevole,
pensierosa, in quella posa da sognatrice, incantata forse, che non riusciva a staccare per nessun
motivo gli occhi dall’orizzonte fuori dal finestrino.
Per tutto il tempo, non abbiamo scambiato una parola, ma il viaggio è risultato gradevole lo stesso.
A volte parlare è superfluo, quando con uno sguardo – quelle poche volte – si può capire cosa vuole
chi hai di fronte. E cosa voleva quella ragazza era chiaro; il silenzio.
Guardo il cellulare, un messaggio di mio fratello: “sto per arrivare in stazione”.
Penso, meno male, non mi tocca aspettare.
Mio fratello si chiama Giuseppe, è più grande di me di qualche anno, ma da quando è piccolo per
tutti è Peppe. E’ un tipo tacituro, spesso burbero, e da buon taciturno per mestiere non poteva che
fare il marinaio. Con me fin da bambini divide la stanza, ma a parte questo non abbiamo mai avuto
nessun punto in comune se non un minimo d’affetto reciproco. Di lui a parte questo e un’inutile
descrizione fisica posso solo dire che non siamo mai andati particolarmente d’accordo, e che su
molti, moltissimi temi ci siamo sempre scontrati, evitando però di litigare, per lo meno in casa
davanti a nostra madre.
Il treno è quasi fermo, aiuto la ragazza a prendere le valigie dalla mensola; mi sorride. Ho voglia di
chiederle come si chiama e di dov’è, ma ripenso al discorso delle cose trovate per caso e messe da
parte e mi sfugge l’occasione; dovevo chiederglielo prima e fare conversazione –penso- e alla fine
non riesco a dirgli neanche arrivederci.
Peppe è giù che aspetta, ha la faccia un po’ felice ed un po’ triste. Lo vedo dal finestrino del
corridoio che da sulla banchina seguire con lo sguardo una ragazza poco più avanti; è sempre il
solito, scendo e ci abbracciamo.
Ovviamente la prima cosa che gli dico prima del ciao è: come sta papà?
Se l’è vista brutta-mi dice-, un infarto; ma ora sta meglio, è in ospedale. Gli devono fare un doppio
bypass tra stasera e domani in mattinata.
Oh merda, e me lo dici così …mi ci porti subito vero?
No, non conviene, il tempo di arrivare a Catanzaro e termina l’orario delle visite; torniamo alle
sette, per il turno serale. Non mi hai detto neppure ciao complimenti.
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Ciao …senti ma …mamma, mamma dov’è?
E’ con papà, andiamo.
Uscendo dalla stazione noto che ha parcheggiato nel posto per i disabili, proprio davanti alle
scalette del sottopassaggio. Glielo faccio notare.
Sbuffa, e contrariato mi risponde: oh Vanni …“scassa menu” e sali in macchina; ti porto a casa,
stasera li vedi.
Poi per tutto il viaggio neanche una parola. Attaccato l’mp3 allo stereo per noi parlavano le canzoni.
Avvicinandoci al paese noto che il paesaggio non è cambiato di una virgola, se non fosse per le
cave e per le villette a schiera che hanno trasformato la zona costiera nel villaggio dei puffi, ma
giallo canarino.
Abbandonata la statale 106 per la via di casa, cerco di guardarmi in giro per notare qualche
cambiamento; arrivati nel centro abitato non noto nulla di strano. I pensionati digeriscono sulle
panchine a bordo strada, come al solito, parlando quasi sicuramente dell’ultima causa vista a forum
e di quello che hanno sentito di sfuggita al telegiornale.
Intravedo qualche macchina di vecchi amici. Ancora ne ricordo vagamente le targhe; di loro
neanche l’ombra però, saranno indaffarati in qualche cantiere nelle vicinanze penso.
Manco da casa da un paio d’anni, da quando è morta nonna, una delle donne più importanti della
mia vita. Al solo pensiero nel naso sento l’odore del sugo con le polpette che preparavamo insieme
quando ero piccolo; spero non sia cambiato nulla in via Malacoppola.
Una volta arrivati davanti l’uscio di casa Peppe fa per prendere le chiavi, quando lo precedo.
Ho le mie, gli dico.
Non me ne sono mai separato, sono sempre state nel mio mazzo.
Scendo dalla macchina, lui parcheggia, ovviamente sotto il divieto di sosta.
Entro in casa, fortunatamente non è cambiato nulla, anche l’odore è sempre quello; l’odore fresco di
mia madre.
Quanto tempo era che non lo sentivo. L’aria qui è diversa, ho qualche fastidio al naso.
Ho voglia di un caffè, anche se ho un leggero mal di testa. Per prepararlo non ho nessuna difficoltà,
tutto l’occorrente da venti anni non ha mai cambiato posto.
Metto la moca sul gas e nel frattempo porto la borsa in camera; anche qui niente è cambiato. Sul
muro campeggia ancora la scritta “El pueblo unido jamas serà vencido” con affianco l’immaginetta
del “Che” su di un foglio di polistirolo in basso rilievo per via della bomboletta acrilica. Nella
libreria i miei vecchi libri un tantino impolverati, dei profumi e la mia prima pipa abbastanza
consumata. Sul comò un narghilè coperto da un capello nero e sopra il letto di mio fratello vicino
all’immaginetta della madonna la vecchia maglia della juve; mi giro ed alzo gli occhi, sull’armadio
c’è ancora la chitarra con le corde rotte; non ho mai imparato a suonarla.
Il caffè è uscito, si sente il rumore, corro in cucina a spegnere il gas, già l’odore mi ristora. Lo
verso, poggio la tazzina sul marmo della finestra, giro con il cucchiaino il miele messo
precedentemente, sorseggio e guardo fuori.
Da casa mia è tutto uno spettacolo. A fare da cornice in alto cingendo il cielo come in un dipinto i
monti della sila piccola e a metà i vari paesini pre montani nascosti in parte dalle colline; abbasso lo
sguardo e noto una macchia di sabbia verticale con un puntino arancione nel mezzo, poi un’altra
macchia; maledette cave. Lascio tutto com’è, mi dirigo verso il divano e mi ci butto sopra a peso
morto come i vecchi tempi.
Peppe è appena entrato, gli dico che è rimasto un po’ di caffè anche se ricordo che lui di solito non
lo prende. Mi si chiudono gli occhi, meglio riposare. Domani magari mi faccio un giro e ci vado.
***
Alle 18:35 sono di nuovo in viaggio. Puzzo come un cane, ma poco importa.
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Avevo troppo bisogno di dormire, non ho neanche disfatto le valigie. Peppe sembra tranquillo, non
spiccica come al solito una parola, il vedere tra poco i nostri genitori gli da un’aria serena; io invece
ho una strana sensazione addosso, sarà perché non ho toccato cibo, sarà che gli ospedali come le
farmacie mi fanno sempre un brutto effetto e mi provocano angoscia. Sarà per il trauma che ho
subito da piccolo, quando ho preso in pieno un ferro arrugginito in mezzo agli occhi e una
dottoressa che puzzava di sambuca misto a fumo mi ha ricucito dopo avermi anestetizzato
bloccandomi sul lettino insieme a due infermiere. Ci penso mentre passo tutte le stazioni radio.
Arrivati, parcheggiamo, questa volta sulle strisce vicino alla fermata del bus. Spira un vento
infernale dalle parti dell’ospedale e non capisco se i brividi che ho addosso sono per il vento o per
la paura di vedere mio padre in fin di vita. Il solito ambulante all’entrata cerca di rifilarmi un
accendino.
Peppe lo scansa, io gli regalo un sorriso e un “buona sera” anche se un poco amaro.
Allunghiamo il passo, una volta entrati dalla doppia porta scorrevole l’aria cambia; qui è sempre
pieno di gente purtroppo. Incrociamo medici in camice bianco e sandali, che escono per prendere un
caffè. Non mi piace, più vado avanti più mi innervosisco.
Saliamo le scale e sento sempre gli stessi brividi, qui oltre ai medici alla macchinetta del caffè,
tanta gente in vestaglia si intravede negli atri dei vari piani. Uno di loro mi colpisce particolarmente,
è seduto quasi disteso con una gamba su di una panca appoggiato sia alla spalliera che alla sua
stampella, ha un grosso panciotto e sembra sonnecchiare, ma sbava, secondo me sta male, non
riesco a dire nulla, i medici e i parenti dei pazienti gli passano davanti inseguiti di tanto in tanto da
qualche ambulante che cerca di rifilare qualcosa per poter campare.
Arriviamo davanti la porta della camera di papà. Peppe, che mi guidava entra diretto.
Io mi fermo un attimo fuori, tremo anche se cerco di controllarmi; mamma mi vede, esce e mi
abbraccia. Sorrido e le annuso i capelli. Ha fumato parecchio.
Che hai fatto ai capelli Vanni?
Mi tiene le mani, non le rispondo.
Come sta papà?
Il medico ha detto che lo operano domani, ha detto che questi sono interventi di routine, deve solo
stare calmo e non si deve affaticare per nessuna ragione. Entra a salutarlo. Mi prende per mano.
Rimango fermo qualche istante, sbircio scostando il capo, poi entro. Ci guardiamo e per togliere
l’imbarazzo riesco solo a dire:
Ciao Pà.
Lui sbatte gli occhi, sorride flebilmente e contraccambia: ciao Vanni.
Non diciamo altro, ci guardiamo come sempre, mentre mamma e Peppe parlano. Mamma come al
solito gli chiede se abbiamo mangiato.
Nel letto di fianco a quello di mio padre più vicino alla finestra un anziano signore apparentemente
in fin di vita veniva accudito dalla moglie seduta al suo fianco; una strana signora dai capelli
rossicci e arruffati con una sciarpa multicolore e una giacca rossa. Inizialmente non l’avevo neppure
notata, fin quando avvicinandomi alla finestra per cercare un po’ d’aria salubre mi rivolge la parola.
Puoi chiudere la finestra per favore.
Senza obiettare lo faccio, dentro di me impreco, ma voltandomi le sorrido.
Scusa sai, lo so che fa un po’ caldo, ma non voglio gli prenda qualcosa.
Siamo in ospedale i germi giocano alla cavallina per i corridoi e l’aria fresca credo sia l’ultimo dei
mali che possono nuocere ad un povero cristo, ma annuisco, è pur sempre una povera vecchina con
il marito in fin di vita.
Continuo a sorridere flebilmente. Mamma che per tutto il pomeriggio c’aveva chiacchierato mi fa:
“ Vanni la signora è una poetessa, dipinge; prima faceva l’ispettore del lavoro, ora è in pensione”.
Lei annuendo incalza: tu che fai ragazzo?
18

Ci penso… ultimamente mi sono messo a rapinare banche, potrei dirlo ma… non posso far morire
su due piedi mia madre mio padre la signora e il marito, così rispondo: studio lettere e scrivo.
Tutto vero se non fosse che non sono la mia attività principale da mesi, anche se ho veramente la
passione letteraria.
E cosa scrivi?
Racconti, chi li ha letti dice che sono dei picareschi, ma ancora non sono riuscito a pubblicare.
Mugugna …è una bella passione la nostra, l’unico problema è che non si mangia scrivendo.
Eh lo so …lo so …borbotto, però bisogna insistere, sognare e scrivere non costano niente, come
pensare. Si dice che pensare è gratis no?
Bravo. Io il mio sogno non l’ho potuto realizzare, anche per colpa sua; con una faccia seria e col
dito indice mi indica il marito.
Vorrei resistere ma la curiosità mi assale, così glielo chiedo: qual era il suo sogno?
Il mio sogno era quello di prendere un bel capannone grande, anche in affitto, riempirlo di bambini
e di libri e fargli fare tutto quello che gli passasse per la mente. Senza educatori o altro; solo colori
pittura e tanta carta, farli esprimere; fa una pausa pensandoci e continua… e farli leggere, leggere
tanto. Perché è solo con la cultura che ci si emancipa e ci si libera dai mali della società.
Mi si illuminano gli occhi ad ascoltarla, se ne accorge, si toglie la sciarpa e me la porge dicendomi:
pensa che questo è il mio sogno, se vuoi fallo tuo, anche se lo modifichi a me non importa.
Grazie, ma non posso accettare ...no davvero non posso
Prendila su, fammi contenta...
Dietro di noi mio padre diceva a Peppe qualcosa, faccio qualche passo indietro per ascoltare ma se
ne accorgono e smettono di parlare. Nessuno fiata fino all’ora di andare; stranito saluto mio padre,
ci vediamo domani gli dico, saluto la signora agitando la sciarpa; mamma esce in corridoio con noi
e ci da un bacio; gli chiediamo se ha bisogno di qualcosa, dice di no, ma ci guarda e i suoi occhi
dicono: mi basta sapervi qui.
La salutiamo e ci incamminiamo verso l’uscita. Una volta fuori dal reparto fermo Peppe.
Che ti ha detto papà che io non devo sapere?
Stupidaggini.
Tipo?
Ha detto di tagliare le pesche se non ce la fa e di vendere i terreni, lo sai com’è fatto.
Che testa di cazzo.
Mio padre ha 59 anni, e in testa ha solo il lavoro; ne ha passati a spaccarsi la schiena la bellezza di
quarantasei, per vari padroncini, sedici dei quali da irregolare, mentre l’ultima decina ha lavorato in
proprio coltivando la terra. Da qualche settimana ha saputo che quelli come lui, i nati nel ’52, non
potranno andare in pensione prima dei 65 anni, a causa dei sacrifici che lo Stato ha appioppato sul
groppone dei lavoratori, e questo credo abbia contribuito a farlo cedere.
I terreni, due piccoli appezzamenti da poco più di un ettaro l’uno, di cui parlava con mio fratello
Peppe li abbiamo grazie a nonno Vannino Zema che ce li ha lasciati in eredità, il padre di mio
padre, morto a 58 anni a causa di un ictus che l’ha stroncato, dopo essersi spaccato anche lui la
schiena tutta la vita per mandare avanti la famiglia cercando di progredire in qualche modo e
migliorare senza porsi limiti. Per lui il lavoro era l’unico modo per farcela. Militava nel partito
comunista e dai suoi fratelli come da suo padre, quasi tutti democristiani o fascisti era visto come lo
zappaterra, il cocciuto, la pecora nera. Era un uomo estremamente onesto, un tipo in gamba e
scherzoso che non aveva paura di dire come la pensava, amante del vino e della boxe era uno che
per togliere qualche ignorante come lui dal bar e portarlo in sezione era disposto anche a pagargli la
tessera e caricarselo sul motocarro. Io purtroppo non l’ho conosciuto ma chi ha avuto questa fortuna
ancora se lo ricorda bene.

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Mentre mi vengono di questi pensieri siamo quasi fuori dall’ospedale, con lo sguardo cerco
l’ambulante, avevo bisogno di un accendino e frugando nelle tasche avevo racimolato qualche
spicciolo. Peppe mi da un colpetto con il gomito; che diceva la signora che t’ha dato la sciarpa?
Niente, m’ha parlato di un sogno e me l’ha voluto regalare.
Tutti tu li becchi quelli strani, ci fermiamo in una rosticceria qui sotto a mangiare quattro arancini,
che ne dici?
Se paghi tu, volentieri!

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Capitolo 5
Meglio uscire

Poco più di due settimane dopo l’operazione che - grazie a Dio- come direbbe Peppe è andata bene,
il buon Gino, in arte mio padre, era stato rilasciato.
Si, rilasciato, perché per lui passare due settimane in ospedale equivalevano a qualcosa di molto
peggio dall’essere tenuto in ostaggio da qualche banda armata; tant’è che una volta a casa era già
pronto per tornare a lavoro.
Io invece ero triste, non per lui ovviamente, ma per il fatto che non riuscivo a contattare i vecchi
amici a Roma.
In quei giorni era in programma una manifestazione indetta dai soliti universitari da caffè letterario,
aspiranti sindacalisti da salotto, che non perdono mai occasione per farsi una passeggiata per la
capitale con le loro bandierine in mano e che cambiano sempre nome -un po’ come quelli del PDispirandosi alle solite americanate del momento, prese ad esempio dai giornali, per via del loro
fascino senza senso e pacifista.
Questi rivoluzionari 2.0 non avevano fatto altro che occupare ad oltranza una piazzetta di fronte
wall street, piantando tende, ripetitori wifi e rivendicando ogni tipo di libertà, ma solo a parole,
riuscendo a canalizzare l’attenzione di tutto il mondo sulla loro comunità freak pacifista, inutile ma
tecnologica, capace solo di solidarizzare. Un assurdo che rimarrà nella storia insomma ma che come
tutti gli assurdi viene immediatamente preso ad esempio dall’intellighenzia di “sinistra” di questo
paese.
Il pacifismo (comunemente distorto) non si sa perché, attira, non disturba, crea precedenti, fa
comodo e tende all’immobilismo; quando invece dovrebbe essere feroce determinato e pronto
all’azione.
Come se non bastasse in queste due settimane non ero uscito per niente, neanche al bar, mi ero
preoccupato solo di fare la spola tra casa e l’ospedale per accompagnare mia madre mentre mio
fratello che aveva ricevuto una carta d’imbarco si preparava alla partenza, passando tutto il tempo
con la fidanzata.
Quel giorno, era il diciassette di novembre, all’ora di pranzo mi arrivò uno strano messaggio, da un
numero sconosciuto: “guarda il tg, oggi si fanno i botti…”
Accendendo la tele su Rai 3 si sente da subito un gran frastuono, le immagini sembrano confuse,
non si capisce bene cosa stia succedendo; per capire meglio, mentre mi affretto ad abbassare
l’audio, leggo i titoli che scorrono in basso: “in diretta da piazza San Giovanni, scontri tra polizia e
manifestanti”. Nel video si vede la polizia caricare sui manifestanti che contrattaccano con lancio di
sampietrini ma non ne sono del tutto sicuro; l’operatore con in mano la telecamera indietreggia
velocemente per evitare gli scontri …e tutto risulta mosso e sfocato.
Sul divano di fronte a me, Gino guarda sbigottito. Mi passa per la testa il motivetto di “La legge
giusta dei Modena City Ramblers” e fischietto sottovoce guardando gli scontri che sembrano quelli
del G8 di Genova. Da una parte mi sento eccitato, dall’altra la preoccupazione mi fa stringere i
pugni. Qualcuno mi sembra di conoscerlo per via di qualche maglia porta fortuna già usata in altri
scontri e sfoggiata come trofeo; speriamo non finisca come a Genova. Cerco gli amici, scrutando la
folla di incappucciati. Ne individuo qualcuno nelle prime file, altri non li ho mai visti prima, non
sembrano di certo “compagni”. Mi agito sulla poltrona, ho i piedi sul tavolino, sono preoccupato.
La tattica usata sembra ben organizzata, non ci sono pause, le raffiche sono costanti, noto che è tutto
un altro stile. Col passare dei minuti le cariche si fanno sempre più violente, per non parlare delle
critiche che si sentono dallo studio. Gino borbotta qualcosa; si associa ai commenti del solito
opinionista strapagato che si traveste da giornalista per l’occasione. Digito il numero sconosciuto,
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mi allontano dal salotto dirigendomi in camera mia con un occhio sul televisore, squilla. Risponde
una voce, è Manu, in sottofondo sento dei botti, forse bombe carta.
Manu …Manu che sta succedendo?
Ehi Vannino, stai sentendo che casino…
Si sto sentendo, ma voi come state?
Bene, bene, siamo al centro della piazza; questi caricano.
Si lo so, ho visto ho visto …senti, piuttosto state attenti si stanno organizzando …le telecamere li
hanno appena inquadrati …ci sono feriti tra i nostri?
Non lo so Vannino penso di no…
Stammi a sentire Manu …ma …dimmi una cosa …ho visto parecchi neri li in mezzo o sbaglio, lo
stile delle raffiche è il loro, che è sta storia? Franco che dice, vedo tanta roba, ma come avete fatto a
portare tutto quel materiale?
E’ una storia lunga, in parte li abbiamo finanziati noi Vannino.
Ma non avevamo detto di stare calmi?
Aspetta Vannino mi devo spostare …arrivano lacrimogeni
Pronto Manu …ci sei ancora …allora…. Franco che dice?
Abbiamo votato, maggioranza assoluta, lo sai come sono fatti… – cazzo non si respira –
Oh allora Manu, dimmi di Franco…
Eh Vanni …Franco …Franco era contrario ma noi abbiamo deciso così, lo sai come siamo fatti.
Si lo so come siete fatti, teste di minchia, piuttosto state attenti e sparite da li …e copritevi che ci
sono un sacco di telecamere. Ci sentiamo, ricordati di usare l’altro numero quando mi contatti,
questo mi è comparso sul display, buttalo, non fare certi errori, chiamami appena siete fuori. E
salutami gli altri…
Va bene, ciao Vannino.
Ciao, ciao …non ci posso credere, cadono sempre nello stesso errore. Ogni volta a fare la guerra
con quei quattro animali sottopagati senza concludere mai niente.
Sempre la stessa guerra tra poveri. Possibile che non lo capiscono che così facendo invece di
innescare una rivolta allontanano anche l’ultimo degli sfruttati che accendendo il televisore vede
solo immagini cruente e sente solo parole di condanna. Va bene la rabbia, la foga, la voglia di
distruggere tutto, però gliel’ho detto un milione di volte che certe azioni vanno pianificate, e che
devono risultare efficaci se si vogliono colpire obiettivi concreti che suscitino qualcosa oltre la
rabbia. Certe azioni devono essere d’impatto si, ma non devono ricordare il terrore del passato.
Devono ispirare un cambiamento; la possibilità di ottenere un periodo nuovo con un altro tipo di
lotta. Mi ero anche preso la briga di appendere in salotto una massima di Russeau scritta nel
Contratto sociale per ricordarglielo: “Popoli liberi, ricordatevi di questa massima: la libertà si
conquista, ma non si recupera mai.”
Gli avevo anche fatto leggere il lungo discorso che precedeva questa massima per non fuorviarli,
ma …aspetta, com’era, l’avevo anche segnato …il libro è nello zaino, ora lo trovo e lo rileggo
…eccolo, trovato: “ In questi periodi le rivoluzioni sconvolgono i popoli come certe crisi gli
individui, l’orrore del passato agisce come l’oblio, lo Stato, messo a ferro e fuoco dalle guerre
civili, rinasce per così dire dalla propria cenere e, uscendo dalle braccia della morte ritrova il
vigore della giovinezza. Così fu per Sparta ai tempi di Licurgo e per Roma dopo i Tarquini; e così è
stato ai tempi nostri per l’Olanda e la Svizzera dopo l’espulsione dei tiranni. Ma sono eventi rari,
eccezioni giustificate sempre dalla particolare costituzione dello Stato che infrange la regola. Non
potrebbero nemmeno verificarsi due volte presso lo stesso popolo, perché un popolo può rendersi
libero solo finchè è barbaro, ma non più quando la molla della civiltà si è consumata. Allora può
essere distrutto dai disordini senza essere rigenerato dalle rivoluzioni; e non appena le sue catene
sono spezzate, cade in frantumi e non esiste più. Ciò che gli serve ormai, è un padrone, e non un
liberatore…”
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Rileggo il discorso almeno tre volte, l’ultima parte, la più esaltante, è abbastanza provocatoria; la
rabbia comincia a montarmi dentro. Non riesco a non pensare che c’eravamo fregati con le nostre
mani ancora una volta.
Mi butto sul letto col libro sulla faccia e con lo stato d’animo di chi non può fare nulla, mentre dal
salotto Gino condannava ad oltranza e dava ragione agli assediati. I politici, “costretti” a stare nella
zona rossa adiacente il parlamento, che sgomitavano come bambini pur di apparire davanti ai
microfoni e alle telecamere con voci sgomente, cercando di nascondere la gioia dietro le loro
maschere sprezzanti, per non perdere l’occasione di condannare sobriamente il clima di tensione e i
facinorosi che l’avevano provocato, così da scagionarsi clamorosamente da ogni responsabilità con
un gioco di prestigio; con poche parole, consapevoli della fortuna che questi scontri avrebbero
riversato immediatamente sulla loro credibilità mediatica.
Come al solito è tutto surreale e insopportabile; mi viene in mente “Salviamo sto paese” di Giorgio
Gaber. Se fossi il direttore del tg3 la passerei per tutta la durata degli scontri.
Tiro giù il libro e guardo fuori dalla finestra, meglio uscire penso, quasi quasi vado a dare
un’occhiata alla cava, magari mi distraggo, prendo le chiavi della macchina e senza dire niente
schizzo via.
Mi chiedo se è una buona idea andare a vedere, non so se qualcuno ci sta lavorando al momento, i
camionisti non hanno la fama di essere tipi gentili ed ospitali, un po’ come i muratori all’ora di
pranzo il venti d’agosto.
Ci manca solo che faccio a pugni con qualcuno.
Ci vado lo stesso.
Imbocco la strada sterrata e percorro qualche chilometro nella direzione della cava; più mi avvicino
più rimango a bocca aperta, è imponente.
Incontro un folto gregge di pecore che occupa tutta la carreggiata e i terreni che la costeggiano;
sembra un’invasione, mi devo fermare.
Alla fine del gregge il pastore che le guida in sella ad una vespa degli anni ’80 con un bastone
legato al copri motore che sembra un’antenna mi guarda stranito.
Lo riconosco, è Mario, lui dapprima non mi riconosce, poi si ferma, io e il figlio scorrazzavamo per
queste strade da piccoli con una vespa truccata inseguendo le sue pecore.
Abbasso il finestrino e mi sporgo.
Mi sorride. Ci stringiamo la mano.
Mi chiede dove sto andando.
Alla cava, rispondo.
Lo sai di chi è?
No…
E’ meglio se non ci vai allora controbatte…
Perché? gli chiedo incuriosito
E’ di uno …mi fa il gesto del taglio sulla guancia con il pollice, “sa sta tirandu para para e nessunu
po dira nente”, meglio se non t’avvicini…
Perché, c’è qualcuno?
No, a quest’ora non credo, è tardi, ma ci lavorano parecchio. L’hanno dissequestrata da poco, pare
fosse abusiva, si dice grazie ad un magistrato di Catanzaro amico loro, che ultimamente è finito sui
giornali per roba di case …mo non ti so dire …pare centrasse pure questo qua.
Strano, ma non improbabile, vado a dare un’occhiata allora, che dici Mario ne vale la pena ...?
Vanni fai come vuoi, però stai attento e mettici poco, vai a questa, l’altra lasciala perdere?
L’altra? Quale altra?
Non lo sai, ce n’è una più avanti a circa cinque chilometri, è nascosta, c’è un cancello sulla strada
non ti ci fanno arrivare. Solo i cacciatori hanno le chiavi.
Va bene Mario, vado e torno. Senti ma tuo figlio…?
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Ha trovato lavoro a Milano, è partito il mese scorso …non ti mettere nei guai Vanni.
Mi fa piacere, salutamelo come lo senti allora …ti saluto Mario, stammi bene.
Ciao Vanni …ah Vanni senti, ho saputo di tuo padre, come sta?
Bene, bene … “smanìe”, non vede l’ora di tornare a lavoro.
Ridiamo. Lo saluto, proseguo e lascio la macchina a qualche decina di metri dall’entrata, salgo a
piedi pronto a fare le foto, intanto penso a quei rincoglioniti in mezzo agli scontri.
Hanno devastato tutto, la macchia di sabbia che vedevo da casa mia non è neanche la metà di tutta
la parete verticale strappata via. Altro che i terrazzamenti da dodici metri ciascuno, qui ci sono
almeno ottanta metri a strapiombo tagliati in due dalla strada che serve a far arrivare gli automezzi
fino in cima. Da qui si gode di una vista pazzesca, le colline, il paese, i terreni coltivati, il fiume e
infine il mare, di un blu intenso.
Fotografo tutto e torno a casa. Come è stato possibile mi chiedo? Stando a quanto dice Mario questa
è la più piccola, nessuno fa o dice niente, mha, probabile che siano pure abusive e se non lo sono di
sicuro non pagano neanche un euro al comune. Devastano gratuitamente; è inaccettabile.
Torno indietro.
Davanti casa è pieno di macchine; il pensiero va subito a mio padre, si sarà sentito male, bestemmio
tutto il calendario. Una volta dentro, la sorpresa, mio padre sta bene, menomale penso, sono venuti i
parenti e gli amici del bar a trovarlo. Mi abbracciano e mi baciano, mi avvicino per dargli le chiavi.
Dove sei stato? mi chiede…
Mi sono fatto un giro qui sopra alla cava ….hai visto che stanno facendo?
La voce di Tonino, un amico di mio padre, si fa largo alle mie spalle: Vanni, ancora non hai
imparato a farti i fatti tuoi eh? Non ti è bastato quello che ti è successo a te e agli amici tuoi?
Lo guardo male, siamo in casa mia, ci sono tutti i parenti e mio padre non sta bene, devo ingoiare il
rospo e non ne ho voglia. Mi rimetto le chiavi in tasca. Faccio dietrofront con addosso la voglia di
sferrargli un pugno, quando sento mio padre che sta discutendo con suo fratello seduto su una
poltrona, nascosto dagli altri in piedi nel salotto.
Stanno decidendo se affittare i terreni o vendere alla pianta per quest’anno, così da avere il tempo di
riprendersi; anche se in cuor suo sa che non potrà più lavorare come un tempo.
Per giustificarsi con se stesso lo sento tirare in ballo il fatto che quasi tutti i produttori stanno
estirpando visto che il prezzo all’ingrosso sta calando di anno in anno vertiginosamente.
In molti vendono ai grossisti dice, e chi non lo fa prova a portarle al mercato generale, tentando di
non svenderle con il rischio di ritrovarsele in mano marce e da buttare.
Sentendo queste parole mi arresto e mi giro nuovamente e rivolgendomi a tutti e due li prendo alla
sprovvista, dicendo: “ci lavoro io alle pesche quest’anno, tanto a studiare non ci torno”.
Dapprima mi guardano seri, poi mio padre con sufficienza quasi per irridermi risponde in dialetto:
“tu, ma vida duve cazzu a e jire ca non sa minare mancu a zappa”.
Traduco: “ma dove devi andare tu, che non sai neanche come si usa la zappa”
Mi insegni tu… tento di controbattere mentre tutti cercano di trattenere le risa …tu mi dici come
devo fare e io lo faccio.
Non è possibile Vanni, vai a farti un giro per favore, vai và…
Amareggiato mi dirigo verso la porta; incrocio lo sguardo di Tonino, lo fulmino.
Sbatto la porta.
Dove vai? Urla mia madre.
Vado a farmi un giro…

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Capitolo 6
Giovani & Ribelli

Presa la macchina me ne andai sgommando per far notare il disappunto, lo so, sono fatto male, ma a
me poco importa del giudizio degli altri, e in modo particolare quello di chi vorrebbe fare una cosa
e si trattiene dal farla. Reprimendosi magari.
Ero indeciso se andare al mare o andare al bar a bere qualcosa. Non c’ho ancora messo piede da
quando sono tornato e cercando qualcosa da fumare mi accorgo di aver finito il tabacco. Quello che
avevo non bastava per poter rollare una sigaretta, decido così di passare dal tabacchino e prendere
dei sigari; parcheggio poco lontano, costeggio tutte le auto ed entro, prendo quello che mi serve e da
perfetto sconosciuto esco. Quasi tutti sapevano del mio ritorno, e una volta fuori qualcuno mi
riconosce. Chi saluta lo fa freddamente, qualcuno si slancia in un “oè Vanni tuttu appostu?” seguito
da una stretta di mano, qualcun altro chiede di mio padre, nulla più; gli amici non ci sono, di solito
questa è l’ora del rifornimento delle sigarette, l’ora del ritorno dal lavoro, saranno tutti buttati sul
divano a riprendere le forze penso. Forse usciranno più tardi.
Mentre mi dirigo alla macchina, tra quelle parcheggiate in fila indiana, una mi salta all’occhio, ha il
muso rivolto verso il tabacchino, mi sembra di conoscerla, sembra ci sia qualcuno dentro, rallento il
passo e guardo meglio. Sorride, sta parlando al telefono, i denti gli luccicano, porta l’apparecchio,
mi avvicino al finestrino, lo abbassa, chiude la chiamata e mi fa: era ora, dovevi finire le sigarette
per farti vivo?
Lo sai che non fumo sigarette. Ho preso dei sigari.
Sali che andiamo a farci un giro. L’ultima volta che ci siamo visti avevi giurato che non saresti più
tornato.Quando me l’hanno detto non ci volevo credere.
La persona con cui sto parlando è Marco detto Mancino, amico fraterno e braccio destro al tempo
dei Giovani Ribelli, l’ultima volta che ci siamo visti a cui si riferisce eravamo sdraiati in un lettino
d’ospedale con il volto tumefatto, delle costole incrinate e un braccio rotto a testa.
Hai saputo di mio padre?
Si.
Allora ti sei risposto da solo.
Che cazzo ti sei mangiato a mezzogiorno pane e acido muriatico?
(Lui ha sempre di queste espressioni strane)
Trattengo una risata e continuo: ti ricordi Tonino, l’amico di mio padre?
Ma chi, lo spione?
Si, sono tornato a casa dopo essere stato alla cava sopra casa mia, hai presente? me lo sono trovato a
rompermi le palle in mezzo a tutti i parenti. Sai che mi ha detto: Vanni, ancora non hai imparato a
farti i fatti tuoi eh? Non ti è bastato quello che ti è successo a te e agli amici tuoi?
Un nervoso guarda.
“Cchi figgh’e puttana”… e raccontami che aspetti.
Da come era iniziata la chiacchierata con Mancino sembrava che invece di due anni fossero passati
al massimo due giorni. Ci conoscevamo, non servivano convenevoli idioti o i come stai o i “tuttu
appostu”, la bellezza di un’amicizia come la nostra è che si arrivava sempre al punto senza girarci
intorno, parlandoci chiaro, senza timore di offendere o di essere fraintesi; tante volte bastava uno
sguardo, il tempo un cui si stava insieme o no ha sempre contato poco. Mancino stava cercando di
aprire il cruscotto quando interruppe questi miei brevi pensieri dicendo: da quando sei partito qua è
tutto morto - sposta per favore il ginocchio- Sellia è un paese di sordomuti. Sono contento che sei
tornato, i ragazzi sembrano più vecchi dei vecchi, non fanno altro che andare al bar a bere, fumano
merda, e giocano a carte e a biliardino; non fanno altro. I bar sono addirittura diventati tre, sono
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quasi una lobby, e hanno fatto pure cartello sui prezzi, ma nessuno sembra essersene accorto. I
vecchi ci vanno solo per passare il tempo, e dopo le sette si incollano alla tv come mosche alla carta
moschicida e alla sera in giro non si vede anima viva. Ti dico queste cose perché so che me le
avresti chieste da un momento all’altro…
E gli altri, Mauro Vito e Ale, che fanno?
Guardandomi beffardamente, tira fuori dal cruscotto una bustina con un po’ d’erba. Ti ricordi come
si rulla?
Lo guardo come per mandarlo a quel paese, certo che mi ricordo …che domande.
E allora fanne una, che ci spostiamo, dove vuoi andare?
Andiamo a mare, ancora non ci sono stato….
Vuoi sapere che fanno? -riprende il discorso- ora ti dico uno per uno come se la passano, da quando
i GR si sono sciolti e cosa fanno quando stanno insieme. Intanto rulla e cerca di sbrigarti che adesso
ti dico. Proprio l’altra sera ci siamo visti sotto casa di Vito per una grigliata di carne e mi ha detto
un paio di cose. Innanzitutto due di loro lavorano, il terzo no… indovina chi?
Ale, che domande, la solita testa di cazzo immagino?
Si, non riesce a tenersi un lavoro per più di quindici giorni, per via del carattere e pensa sempre e
solo a litigare con la fidanzata.
Immagino, intanto accendo la cannetta e comincio a fumare, e trattenendo il fumo gli chiedo: degli
altri due invece che mi dici?
Non se la passano meglio. Mauro lavora dieci giorni al mese in un forno; prima se ti ricordi
lavorava per quel macellaio che gli dava seicento euro per lavorare dieci ore filate comprese le
trasferte nelle sagre e nelle fiere. Ora ne piglia trecento. Ma non è finita qui, il fornaio che lo ha
assunto l’ha fatto per via degli incentivi che lo Stato o la Regione, ora non ricordo bene, ha dato alle
imprese nei mesi scorsi per l’assunzione di apprendisti. Il fornaio, dopo avergli promesso di tutto,
come ti ho già detto, lo fa lavorare dieci giorni a trenta euro e poi alla fine del mese quando arriva
l’assegno a nome di Mauro, lo manda a riscuotere in banca. Una volta fatta la transazione, il
poveretto deve consegnare tutto quello che gli spetterebbe per legge al fornaio “benefattore”, che
poi magnanimo gli da la miseria pattuita.
E lui non dice niente?
Gli ho fatto la stessa domanda… vuoi sapere la risposta che mi ha dato?
Sentiamo…
“A me basta che mi faccio la mia giornata di lavoro, del resto me ne fotto”.
Ma io non lo so come ragionano questi, e dicendo queste parole passo la cannetta a Mancino.
Era ora mi dice, avevi chiuso il passaggio a livello?
Non capisco, ma mi viene da ridere. Poi gli chiedo …ma Mauro ce l’ha ancora l’apecar?
Si ma non la usa più, adesso lo usa il fratello, va avanti e indietro per il paese a manetta e con lo
stereo a palla.
Come lo stereo a palla?
Si, gli ha fatto l’impianto, mentre le portiere si reggono con lo sputo e il fil di ferro; ma è un tipo
apposto solo un po’ scapestrato, ogni tanto fa il succhiotto alle macchine che non hanno il tappo
chiuso a chiave. Devi vedere che tipo, le riconosce al volo ormai. Piuttosto perché mi hai chiesto
dell’apecar? Che ti era venuto in mente?
No niente è che siamo passati in un punto dove una volta abbiamo cappottato. Mauro sosteneva di
saper andare su due ruote, ma lasciamo perdere, di Vito che mi dici?
Vito è cresciuto in mezzo al grasso e ai motori, secondo te che poteva fare …fa il meccanico, per
una grossa ditta.
Se la passa bene allora, sono contento…
Macchè, pure a lui gli hanno fatto un bel servizio.
Che cosa vuoi dire?
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Voglio dire che dopo essersi fatto due anni di apprendistato a quattrocento euro al mese, lavorando
con un contratto part-time da seicento euro, otto ore al giorno, come un operaio qualsiasi, oggi ne
guadagna ottocentocinquanta, con un contratto a tempo indeterminato e con una busta paga da mille
e duecentocinquanta euro che lui vede solo su carta.
Ma come, mi stai dicendo che sulla carta ne prende milleduecentocinquanta e invece gliene danno
cinquecentocinquanta? Ma come è possibile? E lui firma la busta paga?
Ti dirò di più, i soldi glieli accreditano pure sul bancoposta.
Cioè …fanno tutto alla luce del sole? Mi stai dicendo che creano fondi neri sfruttando Vito questi
imbecilli?
Si, è quello che ti sto dicendo, non c’è bisogno di stupirsi, di ‘sti tempi è normale purtroppo, prassi.
Mi ha mostrato pure le buste paga e gli estratti conto. La gente ha bisogno di lavorare e accetta
anche queste cose purtroppo Vanni.
E ti ha detto che pensa di fare? Da quando va avanti sta storia?
Da sempre Vanni.
Si, ma ti ha detto cosa pensa di fare?
Niente, dice che se gli fa causa, può pure emigrare, lavoro non ne trova più; ormai pare che l’omertà
sia diventata un valore, lo sai come funziona con questi, le mosche bianche le schiacciano.
Come hanno fatto con noi, due anni fa.
No, a noi non c’hanno schiacciato, c’hanno pestato, che è diverso.
Ogni tanto ci penso Mancio, c’hanno incastrato per bene quella volta; ti ricordi, avevano attaccato i
manifesti funebri del vice sindaco, che si sospettava fosse in odor di mafia dandoci la colpa, e noi
l’avevamo detto a Dario, quel mio amico giornalista che passava tutti i nostri colpi ai giornali
facendo chiacchierare un po’ tutti in paese. Quella volta c’aveva tirato su pure un bel pezzo,
sostenendo che noi non l’avremmo mai fatto, ipotizzando addirittura che il vice sindaco se li fosse
affissi da solo per apparire pulito e vedere quanto contavamo per l’opinione pubblica.
Noi avevamo un altro stile Vanni, più dissacrante, e poi ci firmavamo, ancora mi ricordo uno dei
primi manifesti che fece breccia tra la gente, dopo lo striscione appeso prima di Natale su quel
ponteggio al terzo piano in favore degli abitanti delle palazzine popolari allagate: “sono venute a
mancare dopo anni di atroci e lancinanti sofferenze ONESTA’e DIGNITA’ ne danno il triste
annuncio i cittadini onesti di Sellia Marina. Le salme putrefatte da anni di abusi e mazzette,
clientele e lecchinaggio, muoveranno dal Palazzo Comunale, dove non sono mai entrate da vive, nel
giorno di mai del mese di poi, in attesa di una risurrezione nelle spente coscienze della popolazione
ignorante”. Con un p.s. a dir poco fenomenale: “L’Amministrazione comunale in una nota dichiara
all’unanimità che non parteciperà ai funerali delle compiante defunte vista la mancanza di legami
affettivi con quest’ultime”.
Era troppo bello quel manifesto funebre. Maledetti, ancora non riesco a capire come hanno fatto a
trovarci quella sera, stavamo belli tranquilli in macchina a fumare, ascoltando il re lucertola che
cantava Break On Through (To the Other Side) dietro la chiesa.
Facile. I telefonini; non ti ricordi che in quel periodo gli sbirri ci stavano col fiato sul collo. La
perquisizione all’autolavaggio te la sei dimenticata?
E chi se la scorda, ero rimasto paralizzato con i due euro in mano che ti stavo passando per
cambiarli in gettoni. Quella volta pensavo ci volessero picchiare, all’inizio non si erano manco
identificati, erano arrivati a colpo sicuro convinti di trovare lo zaino con i volantini da piazzare sulle
auto e da infilare nelle buche delle lettere.
Non so perché quella sera c’era venuta l’idea di farci prima un giro di perlustrazione, forse era
nell’aria che sarebbe successo qualcosa; l’idea di lasciare lo zaino a casa era venuta ad Ale ricordi,
c’era pure lui con noi…

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Si …tremava tutto. Ancora mi ricordo la risposta che gli hai dato quando guardandoti la maglietta
lo sbirro ti ha chiesto se ti piaceva “Che” Guevara: “non sono ricchione” hai ribattuto secco
…troppo forte Mancio.
E dopo, allora, il casino che ha fatto quando ha letto il tuo nome sulla patente, mettendo a
soqquadro la macchina, e poi la A cerchiata sul tuo nome Vanni nel verbale di perquisizione. Si
vedeva che cercavano i volantini. Quando ci hanno chiesto se avevamo roba non ci hanno neanche
infilato le mani in tasca, era palese, eppure cercavano lo scontro, provocavano.
Bastardi invece di pensare ai mafiosi e ai corrotti; e tu dici che erano in combutta con il sindaco e
tutti gli altri?
Ragiona, in tutti questi anni sono successe un sacco di cose strane e nessuno ha mai parlato,
secondo te come si spiega il fatto che sia la stazione dei carabinieri come quella della finanza e dei
vigili del fuoco si trovano sullo stesso terreno e pagano l’affitto a uno che si dice nascondesse
latitanti, un pezzo grosso nato dal nulla che per vicino di casa ha un onorevole mago del cemento
che ha costruito mezza Catanzaro e che ha avuto l’onore se si può chiamare così di ospitare nei suoi
anni d’oro il picconatore reazionario Cossiga; cave che nascono come funghi, disoccupati e operai
che aprono dall’oggi al domani ditte con quindici o venti operai; il prolificarsi di istituti di vigilanza
privata che hanno preso il posto del racket, e il fatto che si sono susseguiti comandanti e marescialli
e l’unico che non ha mai cambiato zona è sempre lo stesso?
Chi?
Giulietto, lo sbirro. E’ lui il collegamento, è sempre nell’ufficio del sindaco o davanti ai locali
giusti.
Quindi mi stai dicendo che secondo te è stato lui che c’ha messo sotto controllo e c’ha fatto trovare
quella sera del pestaggio?
Certo, lui e qualcun’altro; e sai che c’ha fregato, il volantino in cui parlavamo delle opere abusive a
casa dell’assessore. Lì hanno capito che potevamo fare davvero male, si sono spaventati. Devo
confessarti che dopo la sera del pestaggio ho avuto una paura di morire che non mi ha lasciato più.
La botta finale me l’ha data la consapevolezza della morte dopo che mia nonna se n’è andata come
la rondine che il sabato di pasqua è entrata nella stanza mentre esalava l’ultimo respiro, come per
distrarre i figli e strappargli un ultimo triste sorriso.
Mi viene in mente quando dicevo di non averne affatto di paura. Me lo ripetevo sempre, forse per
darmi forza, ingenuamente cercavo la mia strada pensando che non sarebbe mai potuta finire;
pensando che avrei avuto tutto il tempo per realizzare quello che avevo in mente. Pensando che non
c’era fretta.
Forse sono partito per scappare da questa paura, da allora ho sempre pensato che sarei morto
giovane, con in testa la voce un po’ roca di mio padre che sussurra: la vita è una fumata di
sigaretta. Queste poche parole di un uomo segnato dalla vita e a tratti stanco, affiancate alla
consapevolezza della morte mi hanno fatto capire una cosa importante, ossia che la vita è una parte
del gioco, come la pallina in un flipper, e che fin quando sei in gioco, devi colpirla per centrare gli
obbiettivi che la vita stessa ti pone, andando avanti giorno dopo giorno per non restare uno
spettatore inconsapevole dei tuoi fallimenti, scuotendo alle volte anche un pò il flipper, rischiando
spesso il tilt perché no, ma pensando sempre ad accumulare punti e vincere le partite per lasciare il
tuo nome sul tabellone, perché una volta fermo, la pallina inevitabilmente cadrà nel buco e rimarrà
solo la scritta game over seguita da una data su di un inutile epitaffio. Perché, vedi caro lettore,
secondo me ognuno di noi dovrebbe lasciare un segno, un segno tangibile del suo passaggio nella
storia, qualcosa che non sia per forza grandioso, ma che sia unico, frutto di una passione, magari
semplice, ma personale e rivolta agli altri.
Una volta arrivati nella zona a mare passiamo dal lungomare, Mancino mi fa notare che non è
cambiato nulla, la gente continua a camminare sul cemento grezzo e le macchine sulle mattonelle,
qui il mondo va tutto alla rovescia mi dice. Poi ricordandosi le mie parole continua: a proposito di
finire nel buco, lo vuoi sapere che cosa fanno quei tre quando stanno insieme?
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Rimango qualche secondo dubbioso cercando di capire se aveva ascoltato effettivamente o almeno
in parte quello che gli avevo detto. Conoscendo però la sua scarsa soglia di attenzione faccio finta di
niente e gli chiedo di continuare.
Mi guarda… ti ho ascoltato non ti preoccupare poi ti dico cosa penso io della morte, intanto ti dico
che quei tre vanno in cerca di fortuna.
E che c’entra il finire nel buco con l’andare in cerca di fortuna? Spiegati meglio.
Hai ragione, manchi da tanto, ora ti spiego, negli ultimi tempi c’è stato un bum delle sale da gioco,
e delle macchinette.
E quindi, vai avanti…
Avrai sentito che il giro è gestito dalla mala?
Come tutto o quasi se si tratta di soldi, e allora, non è una novità?
In paese ne hanno aperto uno, e quei tre ogni sera verso una certa ora dopo essersi dati
appuntamento al bar partono alla volta del club, così lo chiamano, e una volta li si chiudono in una
stanzetta semibuia illuminata da dei neon blu che sembra un buco con una cinquantina di
macchinette messe in fila attaccate alle pareti pronti a sputtanarsi lo stipendio. Ale ovviamente non
avendo un euro va solo per stare in compagnia degli altri due, che invece ne hanno fatto una
malattia. Tengono i conti di chi gioca per scoprire quale macchinetta ha pagato o deve pagare e
negli ultimi tempi, si sono messi a fare i turni prendendo di mira un cinese che sta lì giorno e notte.
Mi viene in mente uno spot: “gioca responsabilmente”…dovevano aggiungerci tutto quello che hai.
Ma lasciamo perdere queste fesserie –continua-, ho saputo che tuo padre vuole vendere le pesche, è
ancora in ospedale?
No, è arrivato e già abbiamo ripreso a litigare, comunque sei il solito sbadato, appena sono salito in
macchina ti ho detto che a casa c’erano tutti i parenti e che ho incontrato Tonino, ci potevi pure
arrivare… ma a proposito di fesserie, quando sono andato a trovarlo in ospedale sai che m’è
successo? Una vecchietta che era li per il marito mezzo morto mi ha voluto a tutti i costi regalare un
sogno.
Come un sogno?
Sì un sogno, o qualcosa di simile insieme ad una sciarpa.
E che sogno ti avrebbe lasciato, con una sciarpa poi? A te l’erba non ti fa bene Vanni te l’ho sempre
detto, ti fa parlare a vanvera.
Si, ora ti spiego; mi ha detto che il suo sogno era quello di costruire un centro culturale per bambini
dove potessero fare ciò che volevano con la loro fantasia. Un posto pieno di libri.
Vanni, secondo me tu mi stai prendendo in giro, ne parlavi già due anni fa di un posto così, di un
centro culturale per i ragazzi dove poter leggere scrivere fare radio dipingere e creare cose.
Lo so, proprio per questo l’ho accettato, tu ci staresti ad aprirne uno?
Non lo so Vanni, è difficile, sembra una cosa campata in aria e poi questo è un posto dove si spaccia
per cultura la religione o l’istruzione scolastica. Le associazioni non fanno altro che crocifiggere
Gesù Cristo, venerando l’omicidio più reclamizzato della storia, lavare i piedi ai chierichetti e
aspettare il parto della madonna di turno a Natale. E poi, i soldi; senza soldi non si può fare niente,
dove li troviamo, chi te li da?
Lo so Mancio, però le cose facili le sanno fare tutti, quelle difficili sono per pochi. I soldi poi si
trovano.
Si, va bene, e come li trovi, che vuoi fare una rapina?
Ehm… a dire la verità non è proprio una cattiva idea sai, ci risolverebbe parecchi problemi.
“Tu l’ha frisca a capu Vanni”. Fatti dire piuttosto cosa penso della morte, che ultimamente è
diventata anche un pensiero ricorrente che mi fa stare male, ascolta bene: Io credo che si muoia un
pezzettino alla volta, e non in una volta sola. Credo che si cominci a morire la prima volta che un
brivido freddo ci pervade da capo a piedi. Ogni volta che pensiamo a come sarà l’istante della
nostra morte. Alla paura che da. Ogni volta che metteremo da parte il coraggio evitando di fare ciò
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in cui crediamo. Proprio così, ogni volta che penseremo perché sarà noi moriremo di un pezzettino,
magari minimo, ma che sommato a tutti gli altri porterà alla fine, e solo allora riusciremo a capire se
la lunghezza di una vita dettata dalla paura sarà comparabile con la brevità di una vita segnata dal
coraggio di vivere.
Bella riflessione Mancino, non male, non so se sei tu o l’erba a parlare ma non è niente male,
veramente; ora però riportami a casa, e ricordati che rapinare banche per una giusta causa è proprio
come dire una bugia per lo stesso motivo. Rubare a chi ha accresciuto le proprie ricchezze rubando
e schiacciando quelli come noi o peggio, non la vedo una cosa così sbagliata, anzi dovrebbe essere
il principio fondante della giustizia sociale.
Se non sbaglio da qualche parte lo dice anche la bibbia sta cosa Vanni, e non dovrebbe nemmeno
essere considerato un peccato …mi pare
Senza giustizia sociale non può esserci libertà Mancio. E io la mia la voglio! ...e tu? la vuoi la tua
libertà no? O forse vuoi che resti oltre l’orizzonte, senza riuscire neanche a vederla.
Mi passa l’ultimo tiro di canna …trattiene il respiro e poi esclama buttando fuori il fumo: “oh
libertad, divina libertad”

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Capitolo 7
A primavera

Il letargo stava finalmente per finire, gli inverni da queste parti oltre a dilatare le giornate sembrano
rallentare anche i battiti cardiaci e il paesaggio come gli occhi della gente sembrano aspettare una
fine inesorabile. Al venti di marzo il freddo fa ancora intorpidire le mani alla sera e non solo quelle.
Anche i pensieri vacillano. Nelle poche passeggiate, in compagnia del silenzio che costeggia i
campi, trascorro qualche minuto contemplando un buon sigaro di tanto in tanto, o la pipa o quando
non c’è niente da fumare, una gomma da masticare, con in mano il cellulare, aspettando un cenno,
un segno degli amici romani che dia un senso ad una partenza improvvisa priva di rimorsi da questo
posto morto, buono solo per degli eremiti stanchi, dove la vita non trascorre affatto e s’impantana
mentre la gente si barrica in casa, chiusa, intenta ad imparare e ad emulare qualsivoglia stronzata
venga vomitata dalla televisione tutto il giorno. Schiava di palinsesti inconsistenti triti e ritriti che
accompagnano la loro inutile esistenza in un oblìo fatto di attesa e confusione. Scandito solo dagli
svaghi domenicali.
In queste infinite settimane di tanto in tanto per spezzare la monotonia del pensare in solitaria e
dallo scrivere cose poco interessanti per avere qualche contatto umano ho provato anche a
frequentare un pò il bar, sperando in un’inversione di tendenza, ma con scarsi risultati. In paese
sembrava vigere un tacito coprifuoco e oltre a me, al barista, i soliti tre o quattro malati di slot e
qualche persona facente parte dell’arredamento dopo le nove e mezza di sera per le strade non si
trovava anima viva. Solo qualche pazzo, intento a parlare da solo passeggiava su e giù per il viale
della chiesa. Neanche Mancino usciva più la sera. Dal giorno in cui c’eravamo rincontrati non
sembrava più lo stesso, o forse non lo era già da prima. Il padre aveva da poco perso il lavoro e
ormai lui si era talmente conformato e rassegnato a quell’ambiente da non fare altro che lavorare
come saldatore e giocare a biliardo ogni santo giorno, solo qualche volta si chiacchierava da soli e
in quelle poche occasioni lo vedevo smunto, i sogni di partire e vedere il mondo erano spariti e non
riusciva a parlare d’altro. Sentirlo imprecare contro il padre che a sessantadue anni suonati non
poteva andare in pensione per via dei troppi anni passati a lavorare da irregolare mi provocava non
poca irritazione. Forse l’avevo perso e non volevo rendermene conto. Ero di nuovo solo coi miei
sogni e la mia voglia di continuare nella lotta ma ogni volta che mi spingevo oltre il ricordo d’essere
trattenuto dalla cintola mi faceva tornare coi piedi per terra. Non potevo andarmene e lasciare mio
padre e la terra in balìa del suo male. Purtroppo nessuno aveva voluto prendere in affitto le piante
da frutto per la stagione e poi qualcuno doveva prendersi cura anche di mia madre; mio fratello non
c’era mai, impegnato com’era per mare a racimolare denaro per sposarsi e qualcuno doveva
occuparsene, cercando di tirare a campare almeno per altri tre mesi, fino a quando non si sarebbero
raccolti i frutti, lavorando la terra di tanto in tanto e accompagnando Gino, che vedeva la pensione
come un miraggio, nel preparare le piante al lieto evento. Cercando di non farlo sforzare più di tanto
e litigandoci nello stesso tempo per farlo sentire un poco vivo.
Si, perché tra me e lui le cose non sono mai andate come dovevano, il nostro unico modo di
comunicare dopo la stretta di mano a capodanno è il litigio, e quando si lavora assieme siamo come
cane e gatto, ma questo è il nostro modo di volerci bene e misurarci l’uno con l’altro. Il suo cavallo
di troia per potermi attaccare è sempre stato lo stesso e comincia al piccolo trotto senza preamboli
ma semplicemente con un: “ma tu da grande che vuoi fare?” e la mia risposta è sempre la stessa:
“quando lo scoprirò sarai il primo a saperlo non ti preoccupare, per adesso sto bene così.”
E così si cominciava a litigare finendo sempre sui temi più disparati, per poi non rivolgersi la parola
per giorni.
Oltre a questo però, non avevo altro da fare, e così nei vasti momenti di solitudine spesso velati da
una vibrante inquietudine, che mi concedevo per rimanere intellettualmente sveglio mi aggrappavo
a quelli che per me diventavano improvvisamente problemi vitali, come rompere le scatole a chi
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provoca ingiustizie; cosa, questa, che mi faceva e mi fa sentire molto vivo. Quelli che si stavano
arricchendo con quella maledetta cava che ogni mattina mi rovinava il piacere del caffè mentre
ammiravo l’unico paesaggio che fino ad allora era rimasto intatto in questa terra martoriata
dall’abusivismo edilizio erano i migliori sparring partner che potessi trovare sul mio cammino,
abbastanza grossi da intimorirmi, abbastanza grossi da fare un gran rumore una volta caduti tra i
vegetali selliesi. Non potendo espormi però, visti i pochi mezzi a disposizione per approfondire la
faccenda senza attirare l’attenzione e creare scompiglio in casa, pensai che l’unico modo per fare
qualcosa era quello di chiamare una persona che in passato mi aveva dato una grossa mano, che
aveva coraggio da vendere e che da tanto tempo nè vedevo nè sentivo.
Cerco il numero in rubrica, spero sia ancora quello, gli mando un messaggio: “Ciao Dario, sono
Vanni, lo so è tanto che non ci si sente, sono tornato, ho qualcosa per te, si tratta di una cava, se
leggi il messaggio e ti interessa domani pomeriggio vieni sotto casa mia per le sedici, buona
primavera.”
Non passa neanche un minuto e arriva la risposta: “ Ciao Vanni, sono contento che sei tornato, certo
che mi interessa, a domani ore sedici, così parliamo di persona, un abbraccio. Dario”
Vado a dormire sereno, qualcosa si stava smuovendo finalmente, la primavera e il bel tempo
avrebbero portato qualcosa, buono o meno non era dato saperlo, l’unica cosa certa è che avrei
canalizzato le energie su qualcosa di diverso.
***
All’indomani intorno all’orario stabilito squilla il telefono, è un sms: “sono sotto casa tua”. E’
Dario.
Esco in strada, finalmente ci vediamo.
Dall’auto mi sorride, dietro i suoi occhiali scuri, con l’immancabile sigaretta in bocca.
Non scende, salgo io. Ci abbracciamo. Lui non è cambiato per niente, solo qualche ruga in più per
via dei pensieri e del fumo, e neanche la sua auto sembra essere cambiata, piena di ammaccature
come una volta. Tutto sembra essersi fermato a due anni prima su quel cruscotto, quando saltavo al
volo per passargli i manifesti freschi di stampa in qualche piazzola sperduta. Il posacenere sempre
pieno, cd sparsi ovunque e la bussola sferica che assomiglia ad un grande occhio attaccata con una
ventosa sopra i diffusori dell’aria ha sempre l’acqua a metà, anche se il colore è diventato
giallognolo. L’alberello alla vaniglia attaccato allo specchietto retrovisore assieme ad un tau è solo
ornamentale e l’odore di diana blu una volta dentro è talmente avvolgente che con la sua intensità
all’inizio mi pizzica le narici. Ci guardiamo, non diciamo nulla, i sorrisi stampati sul viso dicono già
tante cose; partiamo. Con un dito indico dove si trova la cava, ci dirigiamo verso di lei. Incrociamo
un camion, poi un altro e una volta imboccata la strada sterrata altri due; forse se ne stanno andando
-dice Dario- sono le quattro e un quarto.
Forse -rispondo-, c’è una strada secondaria sulla destra prova a imboccarla, facciamogli vedere che
andiamo da un’altra parte.
Detto fatto e una volta passati i due bestioni facciamo marcia indietro e proseguiamo. La cava non è
lontana, già si intravede; appena sotto raccomando a Dario di continuare per un centinaio di metri
così da lasciare la macchina dopo una curva, nel caso qualcuno avesse la brillante idea di tornare
indietro.
Aspettiamo qualche minuto, nel frattempo gli spiego che più avanti è presente un’altra cava al
momento ferma, forse più grande, proprio come mi ha detto Mario il pastore mesi prima, ma che la
strada è chiusa da un cancello. Scendiamo dall’auto e torniamo indietro a piedi, una volta sotto la
cava lo spettacolo provoca in tutti e due uno strano malessere, la parete a strapiombo sembra essersi
allungata; è immensa e negli ultimi tre mesi di scavi il tutto sembra aver cambiato aspetto.
Non la ricordavo così Dario, è peggio di prima.
Dario guarda attonito e si fa scappare un “Minchia”.
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Rido. Dario è sempre stato un tipo sobrio e pacato, quella parola in bocca a lui sembrava quasi una
bestemmia.
Sentendomi ridere senza staccare lo sguardo dalla cava resta pietrificato qualche secondo, poi mi fa
notare una cosa; un palo dell’alta tensione proprio sulla sommità della parete.
E con quello –mi chiede- che hanno intenzione di fare, ci scavano intorno?
Probabile- rispondo- sono così avidi che non mi stupirei se lo facessero veramente.
Poi col dito traccia una linea immaginaria. La traccia dalla base del palo dell’alta tensione fino alla
collina di fronte, un po’ più in basso di qualche decina di metri rispetto alla sommità della parete.
La linea forma una piccola gobbetta discendente abbastanza dolce, seguo con lo sguardo il dito di
Dario e di colpo un “minchia” esce dalle mie labbra come dalle sue. Si sono tirati via una collina
intera.
Subito Dario mi chiede informazioni a raffica.
Quanti camion vanno su e giù ogni giorno?
Quanti metri cubi di materiale può trasportare un camion?
Quanto costa un viaggio di “misto”?
E poi di questo misto che cosa ne fanno?
Nei mesi passati, oltre ad aver fatto ciò che ho raccontato nelle pagine precedenti ho cercato in
lungo e in largo ma sempre sottotraccia informazioni sul movimento terra tramite un mio vecchio
parente che lavorava nel settore e dal quale sono riuscito ad ottere informazioni dettagliate che ho
tenuto volontariamente nascoste fino a questo momento.
Cerco di rispondere in ordine ma non è facile.
Da quello che so, i camion che lavorano in questa cava di solito sono tre ma ogni tanto diventano
quattro proprio come hai visto tu stesso poco fa. Questi fanno un massimo di cinque viaggi al
giorno, a testa ovviamente, con un totale che varia dai quindici ai venti viaggi.
Ogni camion può trasportare a pieno carico venti metri cubi di materiale, e il costo per ogni viaggio
varia, dai sessanta euro ai centocinquanta in base alla destinazione e alla quantità richiesta.
Poi cosa mi avevi chiesto?
Cosa ne fanno di questo misto…
Allora, per quanto ne so, chi gestisce la cava ha anche un cementificio nel Crotonese, dove una
parte, quasi la totalità viene usata per produrre cemento, mentre ciò che resta viene “lavato”.
Che vuol dire che viene “lavato”?
Vuol dire che il misto avendo parti di sabbia e pietre di varie dimensioni, viene fatto passare per
delle grate, così da suddividere la sabbia dalle pietre che vengono poi stoccate nelle varie
dimensioni. Una volta fatto questo passaggio il materiale subisce una crescita esponenziale del
valore di mercato tanto che la sabbia può arrivare a toccare i quindici euro al metro cubo e il
movimento terra diventa così una vera e propria gallina dalle uova d’oro.
Cerchiamo di farci quattro conti Vanni… Se un camion di misto “sporco” costa dai sessanta ai
centocinquanta euro e una volta “lavato” la sabbia arriva a costare intorno ai quindici euro al metro
cubo per non parlare poi di tutte le pietre che riescono a stoccare, quanto ci hanno guadagnato fino
ad ora con una media di quindici camion al giorno?
Dario non ti scordare il cemento che ne fanno…
Dario mi guarda ancora una volta sbigottito, anche se con un flebile sorriso.
Capisco che vuole andare fino in fondo e che quello che abbiamo per le mani è un colpo grosso, di
quelli che fanno scalpore.
Lo blocco subito. Dario guarda che ci facciamo male con questi, bisogna andarci coi piedi di
piombo, questi non querelano, non sono avvocatucci da Cda, questi prima ci bruciano vivi e poi ci
fanno sparire. Lo so che ti c’ho portato io, ma non è saggio metterceli contro.
Ah, le querele, ne ho già nove Vanni appena mi notificano la decima ho già pronto lo spumante, ho
l’ufficiale giudiziario alle costole e se mi trova mi pignora tutto; con il rischio che l’appartamento
lasciatomi da mio padre venga messo all’asta. E’ un casino. Sono costretto a dormine nella casa a
mare di un mio amico. Sono messo veramente male, sarei capace di tutto per tirarmi su.
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Dario questi ti trovano anche li, con questi non possiamo scherzare, non conoscevo la tua situazione
e non so proprio dove trovi tutto questo coraggio. Mi dispiace proprio tanto.
Lo so, so solo che se mi toccano la casa o ammazzo qualcuno o faccio una rapina Vanni, ma
lasciamo perdere, concentriamoci su questa cava, dobbiamo saperne di più, soprattutto su quelli che
hanno chiuso un occhio fin ora, è con loro che bisogna prendersela.
Dario ha d’un tratto cambiato espressione. E’ scuro in volto e la voce gli trema, forse dalla rabbia.
Per non farlo stare male decido di assecondarlo anziché approfondire il discorso e così continuo nel
dargli informazioni: dalle poche ricerche che ho fatto, ho scoperto che i tecnici del comune ogni sei
mesi sono obbligati a fare dei controlli insieme al direttore dei lavori, per vedere come procedono, e
cosa più importante la ditta che estrae il materiale è tenuta a dichiarare con esattezza la quantità di
materiale estratto così l’ente secondo i suoi coefficienti può calcolare la tassa che la ditta è tenuta a
pagare.
Allora bisogna impossessarsi di questi dati Vanni, vista l’avidità con cui hanno tirato via questa
collina, non mi stupirebbe trovare uno zero o qualche centinaio di euro alla voce tasse pagate per il
materiale estratto.
Sperando che abbiano spudoratamente dichiarato il falso.
Sarebbe uno scoop Vanni, una roba da striscia la notizia.
Si, proprio da striscia la notizia, Dario ma cosa stai dicendo, qui se non vogliamo vedere le nostre
auto o i nostri corpi in fiamme o sotterrati da qualche parte bisogna fare tutto in forma anonima.
Già, ho pensato ad alta voce, scusami, mi rendo conto d’aver detto una cazzata; piuttosto ho come il
sospetto che tu abbia già pensato a tutto…cos’hai in mente Vanni …vuoi far risorgere i Giovani
Ribelli come un tempo?
Una specie, purtroppo mi manca il materiale umano. Sarebbe già un miracolo staccarli dal
biliardino quei quattro sfaticati, e poi quel nome ormai è bruciato, anche se un ritorno in grande stile
sarebbe una gran bella cosa. Credo che per il momento sarebbe meglio temporeggiare Dario,
bisogna capire se riusciamo ad ottenere l’appoggio della popolazione. Senza di loro non ha senso
agire. Se non interessa a loro alla fine ci rimettiamo solo noi, passando pure per rompi scatole. Qui
la faccenda è delicata, non è come sparare a zero su quei quattro babbei dell’amministrazione.
Concordo Vanni, tastiamo il terreno, ma toglimi una curiosità prima, mi sono sempre chiesto come
mai vi siete sciolti.
Lascia perdere Dario è una storia troppo lunga, posso dirti solo che è per quello che ho fatto perdere
le mie tracce e sono andato via ….mi dispiace solo aver perso i contatti…
E che hai fatto andandotene via?
Se perdi la casa te lo dico…
Come?
Un giorno te lo dirò…
Va bene Vannino va bene, torniamo a noi, come facciamo con i documenti, potrei andare io a
chiederli che ne dici?
Si, e addio anonimato, hai dimenticato cosa ti ho detto dei tecnici del comune? Se ogni sei mesi
dichiarano che è tutto apposto ci sarà un motivo no, poco fa concordavi sul temporeggiare
…lasciamo perdere, mi sa che ho sbagliato a portartici Dario.
E allora che si fa? Hai provato a chiedere a qualche consigliere comunale di opposizione?
So già la risposta che mi darebbero quei conigli, non vale la pena perdere fiato con quei quattro,
lasciamo perdere, se siamo in queste condizioni è anche merito del loro silenzio non trovi, e poi
troppe domande potrebbero insospettire. Facciamo che ti ho chiamato solo per riprendere i contatti.
Queste parole mi ricordano quello che diceva Paolo Borsellino Vanni…
Che diceva Borsellino?
Borsellino diceva: “politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio:
o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.”
Mi hai fatto venire un’idea Dario.
Che idea?
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Tra maggio e giugno dell’anno prossimo ci sono le elezioni, abbiamo un sacco di tempo per
indagare e fare uscire la notizia così da ingarbugliare i fili tra le marionette.
Scusa ma non eri tu quello che non voleva rischiare di essere bruciato o sepolto vivo? Che vuoi
ingarbugliare?
Ascolta, non mi distrarre sennò perdo il filo del discorso, l’idea è quella di far esplodere il bubbone
in piena campagna elettorale, con un bel manifesto anonimo, ripreso da te e piazzato sul giornale o
su un blog come fatto di cronaca; fino a quel momento nemmeno un fiato sulla faccenda, così tu
non puoi essere querelato e preso di mira, io resto vivo e vegeto in disparte, mentre la patata
bollente la lasciamo in mano ai politici e ai carabinieri, che ci gusteremo mentre annaspano tra la
vergogna e la paura di qualche ritorsione.
Geniale -esclama Dario- però ci vorrebbero i documenti del comune per produrre un buon
manifesto tipo dossier; come possiamo fare per averli?
Io li dentro non mi fido di nessuno Dario, ci faremo venire qualche cosa in mente, gli elementi per
metterli sotto scacco sono già in mano nostra e poi basta guardare questo scempio per rendersi
conto che qualcosa non va. Al limite ci spiattelliamo una bella fotografia che ne dici. Mentre dico
queste parole Dario che stava già scattando qualche foto inciampa in un sasso, lo raccoglie e lo
lancia nel fiume; lanciando il sasso colpisce un tronco tagliato di netto quasi ne volesse colpire la
base, il sasso rimbalza e colpisce qualcosa producendo un rumore sordo. Dario si sposta, scende
l’argine e salta su di una pietra poco vicina, incuriosito da quello strano rumore.
Vanni avvicinati, guarda quella pietra.
Che c’è Dario, non vedo niente.
Dai su avvicinati, non stare li, guarda quant’è bella? Che forma che ha? E’ di tanti colori…
Faccio come dice. Effettivamente, aveva una forma strana, ma non ci vedevo tutta quella bellezza
così lo assecondo per vedere dove vuole andare a parare e lo incalzo: che vuoi fare, te la vuoi
portare a casa?
Buona idea Vanni, e dicendo queste parole la solleva –poi continua- già so dove metterla; in
giardino da me ci starebbe proprio bene.
Provo a sfotterlo, non avevo mai visto nessuno così contento d’aver trovato una pietra e lo incalzo
nuovamente trattenendo a stento le risate: tu non sei normale Dario, lo sai questo vero?
Ti dirò –risponde serio- se ero da solo non l’avrei neanche raccolta sai …e dicendo così la fa
cadere.
Rido. Lui invece è affannato, tossisce tra una smorfia e una risata.
E’ così pesante?
No Vanni, è che l’unico esercizio fisico che faccio è fumare, non faccio una corsa da quando
Scalfaro era presidente della Repubblica, piuttosto la vuoi una?
No grazie, il catrame non lo fumo e dicendo questo prendo la pipa e il trinciato di tabacco.
Mette le mani in tasca e tira fuori il pacchetto; prende la sigaretta e la porta alla bocca, come fosse
un gesto meccanico; velocemente infila la mano nella tasca per cercare l’accendino, non lo trova, ci
rimane male. Un altro si sarebbe toccato le altre tasche lui no, sa che è li e se non c’è vuol dire che
l’ha perso; si guarda intorno, gli è caduto nel fiume mentre sollevava la pietra, ormai è
inutilizzabile, sembra dispiaciuto; tolgo il mio dalla tasca e dopo aver acceso la pipa glielo passo
guardando verso la cava. Messo di fianco a lui il fumo della pipa gli passa davanti alla faccia.
Borbotta, sembra la sua solita tosse, mi giro per battergli sulla spalla, quando alzando lo sguardo
con voce rauca esclama: che ignoranti! solo degli ignoranti possono tirar via una collina senza
alcuno scrupolo, senza rimorsi, non hanno una coscienza.
Poi schiarisce la voce… sai cosa penso Vanni?
Cosa?
Che l’ignoranza è proprio la più grande fonte rinnovabile di stronzi.
Mi perdo qualche secondo a pensare, poi elaboro …hai proprio ragione amico mio non l’avevo mai
pensata in questi termini, è geniale.
Grazie, piuttosto aiutami a caricare la pietra e andiamo che ne dici, s’è fatto tardi.
35

Si Dario ok, però lasciatelo dire, sei proprio un pazzo.
Da che pulpito Vanni. Dai monta che torniamo a casa.
Senti Dario, un’ultima cosa, lasciando perdere questa storia …se hai problemi, di qualsiasi tipo, con
il fatto della casa o altro, fammi sapere, non esitare a chiamare, ho un piccolo gruzzolo da parte per
le emergenze ...ok?
Va bene Vanni, sei un amico.

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Capitolo 8
E’ sempre meno 25 aprile

La stagione della raccolta stava per arrivare, con le incertezze del periodo; tra pioggia sole e il
rischio di grandinate improvvise che avrebbero distrutto il lavoro di un intero anno.
Per me non c’era un gran da fare per casa e passavo ormai tutte le mie giornate a fumare la pipa,
scrivere, indagare e pensare ad un piccolo progetto cercando sollievo tra i tavoli del bar, che avevo
ricominciato a frequentare tutte le sante sere.
Gino non voleva che saperne di prendermi in considerazione nella gestione e nella cura delle piante.
Ostinato com’era, voleva avere tutto sotto controllo, e per me l’unica cosa da fare era aspettare la
metà di maggio, quando si sarebbero visti i primi frutti.
Finalmente mi sarei reso utile, seppure nel ruolo marginale che mi spettava da più di dieci anni. Mi
sono sempre occupato del trasporto della frutta appena strappata dalle piante al motocarro. Portando
con una vecchia carriola arrugginita le cassette; tre o quattro per volta, che accatastavo
metodicamente, formando due o tre piani di dodici casse ciascuno.
Non ero mai avanzato di grado e men che meno ci tenevo. Facevo il lavoro più usurante, ma non mi
importava; almeno questo lo sapevo fare. Gino ovviamente vedeva questo come uno smacco.
Leggeva la cosa come un mio disinteresse. Non gli andava mai bene niente, e litigavamo appena se
ne presentava l’occasione; come al solito.
Nei miei confronti non ha mai mostrato un briciolo di pazienza. Non ha mai ammesso sbavature o
errori da parte mia. Molte volte mi viene da pensare che forse dovevo nascere già “imparato”.
L’attesa della raccolta comunque logorava un po’ tutti in famiglia e anche Peppe che era lontano
nelle rare volte che chiamava chiedeva sempre a che punto eravamo; per non parlare dei soldi poi,
che si anticipavano tra operai trattamenti concimazioni e fresature dei terreni che rendevano in casa
l’aria irrespirabile.
Come se non bastasse io non contribuivo in nessun modo e nell’ultimo periodo ero diventato solo
una spesa. Di lavoro neanche a pagarlo e per la testa avevo sempre lo stesso pensiero che mi
attanagliava. Tornarmene a Roma e ricominciare la mia doppia vita. Qui Gino sembrava riprendersi,
mia madre lo accudiva come un bambino e a me oltre ad una vecchia bici da corsa che nel
frattempo avevo ristrutturato e un po’ di vino nel quale annegavo i dispiaceri e i ricordi ormai di
qualcun altro non mi restavano altro che gli amici; con i quali tra una risata e l’altra ero riuscito a
riformare la vecchia cricca, ancora non del tutto attiva però. Passavamo le serate solo a
chiacchierare fino a notte fonda, dando da mangiare patatine a Filiberto, un bastardino al quale
bastava sentire il rumore della busta per trovartelo sotto la sedia, oppure fumando accovacciati sui
muretti davanti al bar; fin quando non sono riuscito a convincerli a fare una cosuccia che mi
passava per la mente da un po’ di tempo la notte del 25 aprile.
Mi era venuta in mente leggendo un vecchio foglietto trovato tra i miei libri delle elementari che
stavo riguardando tra un pensiero e l’altro nelle notti insonni che ultimamente mi avevano costretto
a scendere a patti con l’ozio notturno.
Solo Mauro mancava all’appello e da poco si era chiamato fuori dai giochi. Aveva deciso di mettere
la testa a posto; sistemandosi una volta per tutte. Negli ultimi due mesi, era riuscito ad abbandonare
il forno e a trovare un lavoro sicuro come manovale per una ditta edile e felice com’era si era
trasferito a casa della fidanzata con cui aveva deciso di sposarsi il prima possibile. Così noi ci
ritrovammo in 4 e ogni sera ci scervellavamo sul modo di fare soldi in fretta possibilmente in
maniera onesta.
Eravamo tutti a secco, tranne Ale stranamente. Mancino non riusciva a sbarcare il lunario con la
cassa integrazione che bastava a malapena a pagare le necessità e Vito era sempre alle prese con
problemi di ogni tipo.
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Ale aveva trovato un lavoro come netturbino notturno da qualche giorno, per una ditta che aveva
vinto da poco l’appalto in paese; dopo che le ditte precedenti, una dopo l’altra, avevano chiuso i
battenti dichiarando bancarotta. E’ inutile dire che il mio amico Dario c’aveva già messo gli occhi
sopra da un pezzo senza che io lo avvertissi delle voci che giravano su quest’ ennesima ditta nata
dal nulla e costituita dagli stessi amministratori che avevano in gestione le vecchie aziende. Ma
queste ovviamente erano ancora solo delle voci, anche se a favore della nostra ipotesi c’era il fatto
che i dipendenti delle vecchie società erano quasi tutti stati riassunti da quest’ultima. Forse un caso,
una coincidenza, un gioco politico, ma un infiltrato inconsapevole ci avrebbe fatto comodo
comunque per saperne di più. Ad Ale comunque non dissi nulla, limitandomi ad ascoltare i suoi
sfoghi; non era il caso di infastidirlo con le nostre indagini mettendolo in mezzo. Riuscire a
guadagnare dei soldi era la sua unica preoccupazione e la chimera di un posto fisso lo faceva
sognare ad occhi aperti. Fargli rischiare il posto anche se in mano aveva solo un contratto a tempo
determinato di un mese ottenuto a calci nel sedere non mi sembrava giusto.
Intanto il primo di maggio si stava avvicinando, e tra di noi, disoccupati cronici, nelle strane
chiacchierate di primavera si riproponeva di anno in anno l’idea di partire col treno notturno del 31
per andare una volta per tutte al concertone e respirare l’aria elettrica e rabbiosa degli sfoghi della
classe operaia o di quel che ne restava. Questo a differenza degli altri anni pareva l’anno giusto e
cominciammo così ad organizzarci. Per me ovviamente non era la prima volta visto che avevo
vissuto qualche anno nella capitale ma l’idea di fare il viaggio tutti e 4 assieme mi piaceva
parecchio. Inoltre si incontra molta gente interessante in quella notte, facendo caso e distinguendo
con molta attenzione per i particolari i figli di papà, imbottiti di hashish per arrotondare la paghetta,
dai pezzenti come noi. Si, perché io oggettivamente mi reputo un pezzente; magari messo meglio
dei due terzi della popolazione mondiale non lo nego e questo dovrebbe farmi stare calmo, ma sono
cosciente che questo è dovuto solo ad una botta di fortuna. Sono europeo si, ma non per merito mio,
e verso la parte povera, sarà un difetto, cerco di guardare sempre il meno possibile per non cullarmi
nella mia posizione favorevole da semi oppresso come fanno purtroppo in tanti. Mi sono sempre
interessato invece della parte ricca, o meglio, della parte predominante, quella fatta di filantropi
potenti, ladri impegnati politicamente, e piccoli borghesi che aspirano alla massoneria che non
hanno il problema della fame e che pensano a fare battaglie per stupidaggini come reti wireless e
informazione condivisa, adoratori del vil denaro e dello status quo, disinteressandosi e sviando dal
vero problema globale, e cioè la Vita, che dovrebbe essere degna per tutti e non dignitosa per pochi.
Ma questo è un altro discorso. Non vedevo l’ora di poter ritornare a Roma, avevo già in mente cosa
fare; del concertone a dir la verità mi importava poco, onestamente non la sentivo la mia festa.
Per prima cosa, avrei ripreso i contatti con Franco e gli altri, riunito la banda e magari rivelato la
mia seconda vita, per togliermi un peso o per portare qualcuno sulla mia strada. Magari non l’avrei
detto a tutti, ma di sicuro l’avrei detto a Mancino. Solo una cosa mi preoccupava, Manu, non
rispondeva più al numero col quale mi aveva chiamato il giorno degli scontri, e non ero sicuro di
trovarlo nella vecchia casa dove dividevamo l’affitto. Marco e Franco forse li avrei trovati a casa di
Franco, o almeno ci avrei trovato Franco, che era quello che mi interessava incontrare più di tutti.
Avevo in mente una certa cosa e lui era l’unico che poteva darmi una mano. L’unico che non si
sarebbe tirato indietro.
La notte del 25 aprile comunque non fu solo una notte come tutte le altre. Quella notte armati di
stencil, bombolette spray e una latta di vernice bianca onorammo la memoria partigiana di una
grande donna della nostra terra; che diede la vita per ciò che credeva, come tanti disgraziati
coraggiosi che la storia tanto osanna e che come premio di consolazione relega a figure marginali e
commemorative tra fogli di quarta elementare e inchiostro rosso da calendario. Così prima di andare
a dormire, con il sottofondo di Mia dolce rivoluzionaria nelle casse e con gli occhi lucidi di una
memoria immaginifica ci fermammo in una strada molto trafficata, dove su di un muro coprimmo la
scritta “Me ne frego” che campeggiava a caratteri cubitali a pochi passi dal municipio, e a qualche
metro da una più piccola, strana e senza senso, quasi illeggibile: “si nonnuma avia tri palle era nu
flipper”. Messa li, mi piace pensare, proprio perché senza senso, come la prima.
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Decidemmo di non coprirla, ci faceva troppo ridere.
Omaggiammo comunque Giuditta Levato con un murales composto da una foto stencil e una scritta,
che recitava: “Giuditta Levato Giovane Ribelle”.
All’indomani tutto il paese vide quella scritta e più di una persona si fece largo tra i tavoli del bar,
avvicinandomi con malizia, intenta a chiedermi chi fosse questa Giuditta Levato cercando di carpire
se fossi stato io a farla. E la cosa triste sapete quale fu? Che tra i tanti, i più giovani non sapevano
veramente chi fosse questa Giuditta Levato!

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Capitolo 9
Tutti al concertone

Trentuno sera, i bagagli c’erano quasi tutti, mancavano solo quelli di Vito, che proprio all’ultimo si
era dovuto tirare indietro a causa di un incidente sul lavoro occorso allo zio sollevando un
ingranaggio di ferro molto grosso. Scivolando dal rimorchio, col quale l’avevano trasportato, questo
gli era andato a finire proprio sul mignolo del piede destro. Avrebbe dovuto terminare il lavoro
proprio giorno uno, per riuscire a consegnare il mezzo l’indomani stesso. Vito si sentiva molto in
colpa per questo contrattempo. Non era ancora riuscito ad uscire dai confini calabresi e solo una
volta era arrivato in un paesino nei pressi del Pollino, ma per lavoro. Questa per lui sarebbe stata la
prima vera vacanza della sua vita. Il primo distaccamento dalla realtà di paese. Il primo viaggio di
piacere in compagnia degli amici di sempre, che c’avevano messo una vita a convincerlo a staccare
la spina e partire una volta per tutte. Si offrì comunque di accompagnarci alla stazione con la
macchina del padre per farsi perdonare. Accettammo e anche se dispiaciuti della sua assenza,
caricammo l’auto tra sorrisi e pacche sulle spalle. Sembrava dovesse partire un reggimento, eppure
dopo la defezione di Vito eravamo rimasti solo in tre.
I bagagli però dicevano il contrario. Quei due si erano portati dietro l’impossibile. Due borse piene
di ogni ben di Dio, cibo per una settimana e un cambio completo a testa nello zaino. Io che mi ero
portato solo uno zainetto con due panini e frittata e un libricino quasi mi sentivo in colpa per non
aver pensato a tutti e tre, e una volta partiti feci fare subito inversione a Vito verso casa mia, con la
scusa di essermi scordato qualcosa d’importante. Sceso dall’auto andai subito in cantina e presi il
primo boccione di vino che mi capitò a tiro. Eravamo pronti a partire finalmente, tra
strombazzamenti e quattro frecce accese per festeggiare “u picciriddu”. Con questo contrattempo si
era fatto tardi, mancava veramente poco e solo grazie alla guida spericolata di Vito riuscimmo a
salire per tempo sul treno rischiando un paio di volte la vita sulla 106.
L’avventura poteva finalmente cominciare e una volta salutato Vito le rogne non tardarono a farsi
avanti.
Il treno alla stazione di Catanzaro lido era già strapieno. La gente nei primi vagoni si accalcava,
accampandosi per i corridoi alla bene e meglio. Per noi attraversarli risultò da subito un’impresa
impossibile. Guardando bene negli scompartimenti si poteva osservare gente dormire addirittura
sulle mensole; alcuni riuscivano persino a leggervi i fumetti.
Le porte, che collegavano i vagoni, erano stranamente chiuse e alla prima stazione scendemmo di
corsa per poter cambiare carrozza in cerca di un posto a sedere, ma più si andava avanti più il treno
si riempiva; o almeno così era per la seconda classe.
I vagoni della prima a confronto erano semivuoti. Non ci volle molto prima di decidere di salire in
prima e rischiare una multa. Una volta su, scoprimmo che anche altri già accomodati avevano avuto
la nostra stessa idea e tutti ovviamente erano sprovvisti di biglietto.
Cominciammo da subito a fare amicizia e trovato uno scompartimento ci sistemammo per bene,
insieme ad altri due che già si trovavano dentro, legando le porte con una cinghia per non essere
disturbati.
Dopo poco cominciammo a cenare, offrendo quello che avevamo, come si usa dalle nostre parti, a
quelli che erano diventati ormai nostri ospiti.
Per ricambiare, i due alla fine della cena inaspettata, tolsero dalle tasche quel che avevano,
apparecchiando su un bracciolo dei sedili centrali un po’ d’erba e qualche pezzo di fumo che aiutò a
conciliare il sonno di tutti e quattro dopo qualche partita a tresette briscola e scopa, bevendo quello
che rimaneva del vino.
A me non fece un grosso effetto, e il fatto di mangiare in treno mi creò non pochi problemi di
digestione. Passai tutto il viaggio nel corridoio a fumare la pipa e a leggere seduto per terra, cullato
dall’ondeggiare del treno in corsa, e dalle note di Tracy Chapman fino a Napoli dove un tizio che si
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presentò col nome di Gabriele si inginocchiò davanti a me levandosi il cappello per elemosinare
piangendo. Era veramente messo male. Occhiaie profonde, pelle giallognola e chiazze senza capelli
sulla nuca dove erano visibili due cicatrici profonde. In poco meno di trenta secondi con le mani per
terra e il cappello davanti sciorinò tutta la sua vita d’un fiato, piangendo e tremando. Ad una prima
occhiata chiunque gli avrebbe dato al massimo venti giorni di vita. I suoi vestiti erano tutti sporchi e
stracciati e lui non mi sembrava puzzasse di alcool. Vedevo nei suoi occhi un briciolo di dignità; gli
diedi 5 euro, pensando di dargli anche il panino che mi era rimasto, ma sarebbe stato troppo
umiliante.
Ripreso il cappello in mano lo porse mentre mi mettevo le mani in tasca; gli dissi di alzarsi e non
piangere e di rimetterselo in testa. Gli strinsi la mano, passandogli i soldi e augurandogli buona
fortuna; tentò di baciarmela ma io risposi che non si baciano neppure ai santi, così lo salutai
chiedendogli di non piangere più. Solo una volta ripartito ripensando alla scena mi venne in mente
che quello poteva anche essere un povero tossicodipendente. Non mi pentii di avergli dato quei
soldi però; anche se mi venne il disgustoso pensiero che magari proprio con quei soldi avrebbe
potuto comprare la dose che avrebbe posto fine alla sua schiumosa e mendicante vita da reietto che
qualcuno l’aveva indotto a subire, come un topo da laboratorio cresciuto in un labirinto.
Rientrato nello scompartimento dopo aver svegliato Ale appoggiato al vetro con un pugno per
slacciare al cintura, me ne andai a dormire riponendo la pipa nel taschino e il libro sulla pancia.
All’indomani ci ritrovammo tutti un po’ frastornati alla stazione Termini. Ale sembrava un bambino
al luna park, Mancino che ancora sonnecchiava silenziosamente si portava avanti a stento seguendo
il fumo della sigaretta che aveva acceso. Io, invece facevo da cicerone, cercando di farmi seguire
fino alle scale della metro. Nel tragitto li avrò persi almeno quattro o cinque volte tra la folla e nel
cercarli mi ritrovai a guardare fuori. Vicino alla stazione si intravedeva parte dell’insegna di
Tonino’s pizza dove lavorava Manu; e anche se a quell’ora era ancora chiuso ero così sicuro di non
trovarcelo, che pensai bene di dirigermi ugualmente alla metro, e non per andare al San Giovanni
ma per raggiungere casa di Franco. Dovevamo solo prendere la linea B fino a piramide e poi il 719
che ci avrebbe lasciato nei pressi di piazzale Dunant.
Ad Ale e Mancino ovviamente non dissi nulla. Loro erano convinti di andare in piazza e visto il
casino erano fuori controllo. Nelle scale mobili un gruppo di lavoratori in tuta e caschetto cantava
Bella Ciao e solo quando si divisero le linee cominciarono a capire che stavamo andando da
tutt’altra parte. Spiegata la faccenda non obiettarono, i cortei si sa stancano, e Mancino doveva pure
andare in bagno e l’occasione di usare quello di un amico piuttosto che quello della stazione non gli
dispiaceva. Inoltre non avevo sprecato parole per descrivere la sorella di Franco e i due sembrava
avessero più fretta di me d’arrivare a casa del toscano. Una volta arrivati, la brutta scoperta. Al
citofono non rispondeva nessuno, anche se il motorino c’era e Mancino stava scoppiando. Alle sette
del mattino pensavamo ad un sonno profondo ma dopo dieci minuti col dito incollato al citofono
ancora niente. Doveva essere rotto, il bottone era anche un po’ bruciacchiato. Seduti sui motorini
aspettavamo che qualcuno aprisse il portone per poter salire e suonare il campanello, ma niente,
quando poi accostò un’auto. Ne scese una ragazza coi capelli a caschetto di un viola pallido tutta
vestita di nero. Io che ero appoggiato con la schiena sullo sterzo rivolto alla strada e le gambe
incrociate sul sellino la vidi solo aprire il portone con la coda dell’occhio e quando mi vide mentre
mi stavo alzando per evitare che si chiudesse, spaventata di scatto entrò sbattendomi con forza la
porta in faccia. Una volta dentro, da dietro il vetro pensando forse ad un maniaco mi scrutò
attentamente mentre mi tenevo il naso dal dolore imprecando in dialetto stretto tra le lacrime. Forse
sentendomi parlare mi riconobbe e riaprendo la porta mi saltò al collo. Rimasi di sasso. Ero ancora
intontito dalla botta, e con gli occhi appannati dalle lacrime la riconobbi solo in un secondo
momento dal profumo, Hypnotic.
Era Serena. Ale non aveva ancora collegato e sgomitando con Mancino, che ne frattempo stava per
scoppiare sul motorino di fianco esclamò: “Oh, Mancì, u vidisti u latin lover cu u nasu ruttu?”
Serena stava rientrando proprio in quel momento dalla solita serata in discoteca. Da poco si era
messa a fare la PR.
41

Mi sa che il citofono è rotto - gli dico- Franco non risponde, ho provato per dieci minuti ma niente.
Franco non c’è mi dice, salite vi offro un caffè.
Per le scale presento Serena alla truppa e arrivati al pianerottolo Ale diventa stranamente silenzioso
mentre Mancino senza aspettare l’ultima mandata della serratura mi chiede agitato dov’è il bagno a
gesti senza farsi vedere.
Una volta dentro posate le borse mi butto sul divano toccandomi il naso per scongiurare ogni
possibile perdita di sangue e fortunatamente è tutto apposto. Noto che c’è un forte e inebriante
odore di donna e tutto sembra cambiato, anche la disposizione dei mobili. Il divano è nel solito
posto e sembra sia rimasto lo stesso. Infilo una mano dietro la spalliera ma di soldi neanche
l’ombra. Ale resta impalato sulla porta a osservare Serena, che nel frattempo mettendosi in libertà si
dirige in cucina lanciando scarpe e pochette dietro un cassapanca orribile che non riesco a ricordare
insieme alla sua parrucca viola pallido. Mancino invece corre in bagno senza neanche chiedere il
permesso.
Arrivata in cucina Serena mi chiede se ho bisogno del ghiaccio.
Le rispondo gentilmente di no e le chiedo nuovamente di Franco. Non ho sue notizie da sette mesi
-le dico- da quando sono partito. E chissà cosa ne avrà fatto dei soldi penso.
Lei non si scompone, è troppo stanca, e preparando la moca mi dice: guarda, io sono messa peggio
di te, non ho sue notizie da un sacco. Pensa che l’ultima volta che abbiamo parlato mi ha detto di
tuo padre. A proposito come sta?
Bene, bene, ha la pelle dura quello. Ma è successo qualcosa tra te e Franco che non parlate da così
tanto?
No, nulla. E’ che orari diversi e vita notturna non ci facevano incontrare mai.
Ho capito, ma almeno sai dove si trova adesso, vero?
Si, è tornato a Firenze.
Come a Firenze, che c’è andato a fare?
Gli ho fatto la stessa domanda; mi ha risposto che gliel’avevi consigliato tu prima di partire.
E non ti ha detto altro? Non ti ha lasciato niente nel caso io Marco o Manu fossimo venuti a
cercarlo? Che so, un recapito, un biglietto, un indirizzo, qualcosa.
Si, in effetti c’era qualcosa, aspetta che ci penso …ah ecco, mi aveva chiesto di darti il numero di
casa di nonna a Firenze. Ora te lo scrivo. Verso il caffè e arrivo.
Grazie Sere, ma …senti se ti chiedo di Marco e Manu sai dirmi qualcosa? Li hai visti per caso in
giro, in qualche locale?
No Vanni, sono spariti da quando se n’è andato Franco. O almeno Manu; anche se dava
l’impressione che sarebbe tornato a rompermi le scatole.
Perché?
Da quel che ho capito, sembrava gli piacessi. Marco invece è da prima che non lo vedo, non so, si
era distaccato dal gruppo negli ultimi tempi, secondo me si è cacciato in qualche guaio.
Perché dici così?
Perché una volta, sempre pochi giorni prima che Franco partisse, ho ascoltato involontariamente
una sua chiamata. Pensavo parlasse con te; diceva che qualcuno era stato arrestato, un suo amico da
quanto ho capito in seguito, e che c’era bisogno di sparire e far calmare le acque. Pochi giorni dopo,
due o tre al massimo, ha fatto i bagagli e se n’è andato. In piena sessione d’esami tra l’altro senza
dire niente a nessuno, neanche ai miei. Ovviamente collegare Marco alla chiamata è azzardato, me
ne rendo conto, ma visto che è sparito da un giorno all’altro, l’improvvisa partenza di Franco mi ha
fatto riflettere.
Appena sento tuo fratello glielo chiedo. Mi hai fatto venire il dubbio.
Ecco il numero Vanni, conservalo. Come vedi non chiedo nulla, non so cosa avete combinato, ma di
certo l’avete fatta grossa se è come penso e io preferisco non sapere.
E fai bene, sei un tesoro, ma cosa vuoi dire?
Niente, non ci pensare Vanni, quanto zucchero piuttosto?
Due e mezzo Sere.
42

E i tuoi amici, quanto zucchero?
Ale non si era ancora mosso dalla porta e non aveva nessuna intenzione né di sedersi né di
rispondere intimidito com’era dalle curve di Serena. Così risposi io: per la bella addormentata due
zollette; per Mancino invece niente, tra un attimo dovrebbe aver finito, appena esce si serve da solo,
per lui la dose di zucchero nel caffè è quasi una scienza esatta; sicuro starà preparando qualche
sigaretta per dopo.
Vanni, ma …perché lo chiamate Mancino? Non può essere il suo vero nome?
No, si chiama Marco, ma lo chiamiamo Mancino perché una volta, tra i quattordici e i quindici anni
ha rubato il fiorino del padre e per una scommessa persa si è messo a girare per tutto il paese
guidando a sinistra, creando non poco scompiglio.
E per questo lo chiamate Mancino?
No, perché quando il padre l’ha scoperto gliene ha date così tante con la mano sinistra che lui da
mancino che era ha cominciato a usare solo la mano destra.
Poveretto, e voi infierite così, che stronzi che siete. Ma, senti, ancora non mi hai detto che ci fai qua
dopo tutti questi mesi, non sarai venuto solo per trovare Franco?
No, però avrei voluto vederlo, siamo venuti per il concerto in realtà, niente di che; per loro è la
prima volta.
Si, ma siamo venuti solo per vedere Caparezza, risponde Ale.
Ah, bene allora ce l’hai la voce, lo incalza Serena sorridendo, mi stavo preoccupando. C’è un
problema però Vanni, Caparezza chiude il concerto stasera, che pensate di fare tutto il giorno?
Eh, bella domanda, ero venuto qui per passare un po’ di tempo con tuo fratello e fare conoscere
Roma a questi due con uno più esperto di me affianco.
Allora oggi mi sa che ti tocca fare il cicerone da solo.
Una specie.
T’accompagnerei io, se non fosse che sto per crollare; sono tre notti di fila che finisco di lavorare
alle sette, ho bisogno di recuperare.
Figurati Sere, è già tanto averti rivisto e avere il numero di tuo fratello, non avrei voluto disturbarti
a quest’ora del mattino credimi. Grazie mille per il caffè, meno per il portone sul naso, ma ora
scappiamo. A proposito ..Marco hai finito? Dobbiamo andare.
Si arrivo.
Vanni mi dispiace un sacco per averti dato quella botta, non t’avevo proprio riconosciuto, hai
tagliato i capelli …e poi sei senza barba.
E’ già passata tranquilla, neanche io t’avevo riconosciuto con quella parrucca. Dimmi un’ultima
cosa prima di andare, posso chiamare a qualsiasi ora da tua nonna?
Si, non ti preoccupare, tanto quella non dorme mai. L’unica cosa, aspetta se senti squillare tante
volte, ci mette un po’ ad arrivare alla cornetta.
Ok Sere, grazie di tutto. Finalmente è uscito dal bagno.
Marco, il caffè è sul tavolo, ancora nella moca.
Sbrigati che andiamo dai.
Arrivo. Grazie di avermi fatto usare il bagno Serena, ti lascio una sigaretta speciale sopra una
tazzina.
Grazie, ma non devi disturbarti.
Figurati, ti concilierà il sonno.
Allora noi andiamo Sere.
Fatti abbracciare, chissà quando ti rivedo Vanni.
Si hai ragione, vieni qui; un’ultima cosa, ti lascio il mio numero, passaglielo se li vedi e digli che li
cerco. Poi se ti va ogni tanto scrivimi.
Ok Vanni, sarà fatto, contaci. Ciao ragazzi, buon divertimento.
Grazie ancora Sere, e buona notte.
…Vanni …mi raccomando, chiamalo.
43

Capitolo 10
Cambio di programma

Sentire quelle ultime parole pronunciate da Serena per le scale insieme al tonfo prodotto dalla
chiusura del portone alle mie spalle una volta usciti creò dentro di me una specie di vuoto, e più
andavo avanti più sentivo mancare qualcosa.
Anche se camminavo mi pareva d’essere fermo; quasi fossi bloccato.
Mi sentivo strano, solo. Non trovare Franco mi aveva scombussolato e pensare cosa poteva essere
successo a Marco mentre Mancino ed Ale ridevano e scherzavano mi rendeva nervoso.
In mano stringevo il foglietto con il numero che mi aveva lasciato Serena e mentre rimuginavo
dirigendomi verso piazzale Dunant, cercavo di impararlo a memoria.
Se Franco era scappato, casa sua sicuramente non era più un posto sicuro, e da li a poco qualcuno ci
avrebbe potuto fermare. Farmi trovare con quel numero addosso sarebbe stato stupido. Decido di
impararlo a memoria e di buttare il foglietto. A pochi metri dalla fermata, appena svoltato l’angolo
tiro fuori l’accendino e dandogli fuoco lo butto alla base di una siepe, mentre con la coda
dell’occhio tento di capire se c’è qualcuno dietro di me.
Dovevo chiamare Franco, o almeno avere sue notizie. Non potevo aspettare, dovevo sapere come
stavano le cose. Cominciai a scrivere un messaggio.
Le cose stavano cominciando ad acquistare velocità, lo sentivo e dovevo sbrigarmi, avevo come una
sensazione …ma non so dire quale.
Arrivati alla fermata il tram non si vedeva, e uno era appena partito dal marciapiede opposto.
Ale e Mancino poggiate a terra le borse cominciarono a fissarmi mentre io facevo su e giù a piccoli
passi col cellulare in mano.
Avevano sentito tutta la conversazione tra me e Serena ed io da quando eravamo in strada non gli
avevo rivolto la parola. Mancino aveva capito che qualcosa non andava, mentre Ale pensava ce
l’avessi con lui per qualche strano motivo.
Scritto il messaggio misi il cellulare in tasca, ma senza inviarlo e avvicinandomi alle borse chiesi
qual’era la borsa con i cambi.
Mancino me la indicò con la testa senza dire una parola. Ale invece, chiese perché.
Perché la prendo io, risposi.
E perché ? -continuò Ale- prendendo in mano la borsa, mal interpretando il mio tono serio.
Perché vuole andare a Firenze ‘sto pazzo -rispose Mancino- dagli sta borsa e basta.
Ale non disse nulla, non capiva anche se aveva ascoltato tutta la conversazione.
Il messaggio non serve più allora –dissi- parlando tra me e me ma ad alta voce.
Che messaggio?
No niente, ve ne stavo scrivendo uno per un’uscita ad effetto. Volevo prendere la borsa, seguirvi fin
sopra il tram e una volta su, scendere salutarvi e sparire.
Ma per farlo non avresti dovuto chiederci della borsa rispose Mancino dandomi dello “sberto”.
Lo so, ma non sapevo qual era quella giusta. A parte gli scherzi, devo partire. Devo capire che è
successo, è per questo che avevo deciso di salire a Roma per il concertone. In città comunque è
difficile perdersi, non sarà così brutto senza di me, anche se vi mollo di punto in bianco e mi
dispiace, ci sono un sacco di turiste e poi mi fa gioco se casomai qualcuno si è messo in testa di
seguirci.
Come seguirci?
Tranquillo Ale, non è niente, magari è solo una mia ansia, prometto che una volta tornati a casa vi
racconto. Ora prendete l’8 e arrivate a Largo Argentina, è il capolinea non potete sbagliare. Alla
prima edicola comprate una cartina del centro e seguite la coda di turisti, se avete qualche dubbio
chiedete in giro, meglio nei bar. Tra domani e dopodomani dovrei tornare se tutto va bene.
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Ora torno in stazione e vedo di prendere il primo treno per Firenze, ho a malapena 30 euro per
l’andata. Per il ritorno mi inventerò qualcosa.
Arrivato in stazione mi guardo attorno; non noto nulla di strano, anche se nelle scale mobili della
metropolitana più di uno mi fissa per qualche secondo incrociando il mio sguardo.
Non credo di essere seguito comunque, in fondo sono un perfetto signor nessuno, non ho precedenti
e ho cambiato aspetto da quando sono stato l’ultima volta a Roma. Mi dirigo verso la biglietteria,
poca gente, seguo la serpentina di nastri e velocemente, prenoto il mio biglietto per il primo treno
per Firenze. Fortunatamente parte subito, ho appena il tempo di trovare un telefono pubblico nelle
vicinanze.
Eccolo, trovato, vicino alle macchinette per fare i biglietti da soli. Mi avvicino ripetendo sottovoce
il numero di telefono, frugando nelle tasche cerco le monetine. Trovate. Controllo sia funzionante,
digito.
Squilla, continua a squillare, dopo qualche secondo risponde una voce. E’ la nonna di Franco col
fiatone.
Pronto, chi llè?
Salve signora, sono un amico di suo nipote. E’ in casa?
No, nipoti …io non ho nipoti, guardi che ha sbagliato numero.
Come non ha nipoti, signora il numero me l’ha dato la sorella, cerco Franco.
Franco chi?
Signora gli dica che sono Vanni. Che lo cerca Vannino, l’amico suo. Parto tra un quarto d’ora da
Roma. Ha capito signora?
Si ho capito.
Grazie signora. A presto.
Ciao Vannino.

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Capitolo 11
Alessandro Storti

Neanche un’ora e mezza e finalmente sono a Firenze, partendo da Catanzaro sarei arrivato da
qualche minuto alla stazione di Lamezia Terme. Il treno è comodo e veloce, ma il biglietto per il
freccia Argento mi ha spolpato; col resto del biglietto non riesco a prenderci neanche un caffè,
speriamo la nonna non si sia scordata di avvisare Franco.
Mi guardo attorno, non lo vedo. Mi siedo. Passa qualche minuto e la banchina è semivuota, in
massa scendono le scalette del sottopassaggio in tutta fretta. Solo un tizio va nel senso opposto, si
avvicina; non l’ho mai visto. Ha un cappello e dei capelli lunghi con un po’ di barba che gli coprono
i lineamenti del viso. Lo seguo con la coda dell’occhio per tutto il tragitto; si siede accanto a me,
sulla panca di marmo, ci divide solo la borsa.
Vanni Zema? mi chiede.
Dipende…
Polizia –continua con una voce piuttosto rauca- non ti muovere, ti conviene.
Non mi scompongo -l’avevo preventivato- mi faccia vedere il tesserino -gli chiedo- per prendere
tempo.
Esita e si volta per guardarsi intorno quando cerco il suo sguardo, ma mette lo stesso una mano
nella tasca interna del gilè. Non toglie nulla, si abbassa gli occhiali e sorride. Si gira…
Coglione non mi hai riconosciuto.
Cazzo, è Franco. Sorrido e faccio per abbracciarlo ma si alza …andiamo -mi dice- guardandosi
ancora intorno, parliamo in macchina. Qui è pieno di telecamere.
Va bene, sono davvero contento di vederti Frà.
Shh …non mi chiamare Franco.
Ci incamminiamo, non capisco; nel sottopassaggio glielo chiedo: come ti devo chiamare?
Alessandro, Alessandro Storti. Ora ti spiego, sali in macchina.
Anche lui come mio fratello parcheggia nel posto per i disabili, ma non glielo faccio notare.
Avevamo altro di cui discutere, e appena usciti dal parcheggio accende lo stereo, parte una canzone
già iniziata “house of rising sun” di Jimi Hendrix, alza il volume e taglia subito corto: ho saputo che
sei stato da Serena.
Si, te l’ha detto tua nonna vero …non è molto brava a recitare.
No, Serena. Il numero che ti ha dato non è quello di mia nonna.
Ma se mi ha detto che non ti sente da una vita.
Gli ho detto io di dire così, anche se a te poteva dire subito tutto, senza farti passare per scemo e
venire fino a qui. E’ che trovarti sotto casa con gli amici tuoi alle sette e mezza del mattino…
Mmh …capisco, l’hai istruita bene, è stata prudente almeno; comunque ora sono qui, perché non mi
racconti un po’ di cose “Ale”... . Innanzitutto che fine hanno fatto Marco e Manu e tu perché sei
sparito, e poi da quando non ti fidi di me, e che fine hanno fatto i soldi e i progetti che avevamo, e
perché ti sei conciato così, da come ti comporti sembri un ricercato. Io non ci sto capendo più nulla,
e non vorrei trovarmi come un fesso qui con te mentre qualcuno ci ferma e ci sbatte in galera.
Addirittura …rilassati Vannino, sti mesi di inattività ti hanno proprio mandato in tilt eh; guarda me,
pensa che mi sono talmente rilassato che sono diventato un altro.
Si scherza tu, Frà o come cazzo ti chiami ma io non ci sto capendo più nulla, mi sembra tutto
surreale, strano …come quando il battito cardiaco accelera improvvisamente e il respiro diventa
d’un tratto affannato, quasi come se ti stesse per venire un infarto.
Non faccio nulla da ormai non so quanto tempo, ormai non sapevo neanche che gusto avesse
l’adrenalina, vivo tra i morti da talmente tanto tempo che certe sere riesco a pensare solo alle
giocate del tresette o a come scappare da quel posto; e poi sono senza una lira, ti cerco e non ti
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trovo, ti trovo e ti chiami Alessandro, in tasca ho solo trenta centesimi del cazzo e tutto sembra
andare a puttane.
In treno stavo ascoltando la radio, bello rilassato, c’era pure della musica decente, non so come
passavano gli Stones quando per sbaglio passo al giornale radio e sento che dalle mie parti c’è stata
una grandinata tremenda. Voi che non vi fate più sentire. Mi stanno per saltare i nervi, se penso al
raccolto che è andato in fumo, guardo il telefono aspettando la chiamata di mia madre in lacrime e
penso a mio padre, che minimo sta per avere un altro infarto. Frà dammi una buona notizia. Non mi
fare girare le palle pure tu. Quanti soldi sono rimasti.
Intanto calmati, e non mi chiamare Franco, cerca di abituarti a chiamarmi Alessandro. In macchina
ci potrebbero essere cimici.
Come cimici.
Si cimici, ho un affare che le mette fuori uso, più tardi ti dovrebbe venire pure un forte mal di testa;
per sicurezza cerca di fare attenzione, non so quanto lo stereo può coprire le voci, non lo senti
quanto è alto. Memorizza questo –mi dice- tirando fuori un documento d’identità dalla tasca interna
del gilè.
Me la passa, la guardo…
Aprila e leggi –continua- che aspetti.
Ok leggo… Storti Alessandro nato il 19/02/86 a Firenze cittadinanza Italiana etc. etc. …ma è
falsa…
No è perfetta, un falso d’autore; bella eh, sembra autentica, e per certi versi lo è. Le fa un amico
mio, la moglie lavora all’ufficio anagrafe e si è portato un po’ di lavoro a casa negli anni. Lui fa
l’autista fino al venerdì e la domenica fa lo Stuart allo stadio. Peccato che oggi la Fiore non gioca.
Te l’avrei fatto conoscere volentieri, è un tipo in gamba. Proprio allo stadio me l’ha fatta avere
questa, mentre faceva finta di controllarmi il biglietto. I compagni che non possono permettersi il
biglietto quando c’è lui entrano sempre gratis.
Si, bella, ma ancora non mi hai detto perché hai dovuto cambiare nome. Il cognome vedo che è
sempre lo stesso.
Si, questa è una copia della carta di identità di un altro Storti, uno che ora non so se vive all’estero o
nel nord italia, ma non è un mio parente, così cerco di non mettere nei guai nessuno.
Si, ho capito e perché hai dovuto cambiare nome?
Per colpa di Marco. Anche Manu c’ha rimesso purtroppo, non ha avuto neanche il tempo di mettersi
al sicuro però.
Cosa? E com’è successo?
Ti ricordi il giorno della manifestazione a Roma, quando ti ha chiamato Manu. Quel giorno Marco è
stato arrestato; negli scontri una di quelle camionette che fanno sempre il girotondo per dividere la
folla, hai presente, gli è andata addosso scagliandolo contro un marciapiede. Nell’impatto si è rotto
la gamba e slogato una clavicola e mentre ce lo stavano per portare via abbiamo caricato. Io ho
colpito uno sbirro che lo stava tirando per un braccio con un bastone che era li vicino ma questo
dalla foga è riuscito a tirarmi via la bandana; Manu invece portava un passamontagna e inizialmente
non è stato riconosciuto. Alla fine grazie ad altri due siamo riusciti a tirarlo via, ma era messo male.
Gridava il mio nome a squarciagola, distrutto dalle fitte, mi implorava di aiutarlo…
E poi…
E poi me lo sono caricato sulle spalle e l’abbiamo portato in ospedale, o meglio l’ho portato in
ospedale; Manu dopo avermi aiutato a farlo sedere sulla moto è tornato agli scontri.
Tu mi dirai: e perché non l’hai portato a casa…
Era in condizioni troppo gravi per portarlo a casa e appena si è aperto un varco siamo filati. Inutile
dirti che l’ospedale era piantonato dalla polizia, ma che dovevo fare, ho fermato la moto a qualche
centinaio di metri e l’ho caricato su una macchina che passava di lì dicendo al tizio di portarlo
d’urgenza in ospedale.
E poi che hai fatto…
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Da li sono tornato a casa, e ho chiamato un compagno che fa l’infermiere in quell’ospedale, ho
chiesto di Marco e mi ha detto che davanti alla porta della sua stanza c’erano già due piantoni. Poi
ho tentato di contattare pure Manu ma niente. Alla fine avevano preso pure lui, mettendo sotto sopra
casa sua. E sai che c’hanno trovato?
No, cosa…
Il pezzo di sotto e il cappello della divisa da strip-vigile, che dovevate bruciare. Ora è ai domiciliari,
e quelli fortunatamente al momento nemmeno sospettano che c’entra qualcosa con la rapina, o
almeno credo. A me come vedi è andata bene, sono riuscito a sparire e a mettere al sicuro i soldi.
Ancora mi cercano quelli, hanno pure il mio identikit. Vedi tu se per una cazzata come quella
dovevo rischiare di finire in galera pure io. Te l’avrà detto Manu che non ero d’accordo. E’ già tanto
che c’abbiamo perso un sacco di soldi Vannino, mandando a puttane il collettivo. E poi non è
venuta neanche bene boia di un giuda. Quegli stronzi fascisti si sono messi a sfasciare tutto e quei
quattro ragazzini esagitati che gli andavano appresso scarabocchiando (A) da tutte le parti …una
roba guarda... un delirio.
Aspetta un attimo…
Cosa?
Prima hai detto che sei riuscito a mettere i soldi al sicuro, e poi che ne avete spesi un sacco. Fammi
capire, quanti soldi sono rimasti dei 50 mila che avevamo?
Pochi Vannino.
Pochi quanto?
9-10 mila, non di più.
Quanto? Come cazzo avete fatto a spendere tutti ‘sti soldi cristo santo, per una cazzata simile poi?
Ma come si fa …ti rendi conto che abbiamo rischiato la pelle e la galera per quei soldi…
Lo so…
No, tu non sai un cazzo …tu e quegli stronzi che hanno votato a favore senza chiedermi niente. Ora
quei due sono in galera, e noi siamo rimasti senza soldi, o almeno io. Mi dici che cazzo di fine
hanno fatto tutti i progetti che avevamo? Lasciando perdere i soldi che non me n’è mai fregato un
cazzo fin’ora, ma davvero credevate di poter entrare nella zona rossa; di mettere a ferro e fuoco il
centro, senza armi, con le fionde le pietre i bastoni e qualche molotov? Avete fatto una
dimostrazione, avete bruciato quattro macchine e l’appartamento di una merda, bene, e poi, e poi
non avete concluso un cazzo. Ci s’è ritorto tutto contro, ci rimettiamo sempre noi, mentre quelli che
non vogliono altro che il mantenimento dello status quo stanno a guardare e brindano mentre ci
inculiamo da soli, e questa volta pure aiutati dai fascisti. A questo punto era meglio una bomba
come avevate deciso prima della rapina; almeno si spendeva di meno e i risultati erano immediati.
Ora mi dici che cazzo ci facciamo con 10 mila euro; che poi sarebbe la mia parte, e col fatto che la
raccolta è andata a puttane dovrei prendermeli io, spacciarli per una vincita al dieci e lotto e farci
campare i miei per un altr’anno. Ma poi? Poi dovrei andare a lavorare, a fare lo schiavo per mille
euro al mese o anche meno, per il resto della vita, sedato come qualsiasi morto che cammina. Te ne
rendi conto? Giri pure con una carta d’identità falsa, e di sicuro c’avrai pure la patente uguale …che
cazzo ne abbiamo ricavato …no, no …mi devo inventare qualcosa. Cazzo Frà, mi avete messo in un
bel guaio. Avevo in mente qualcosa per sistemarci, invece avete speso quasi tutto …ora come si fa,
porco giuda.
E cosa avevi in mente?
Eh, cosa avevo in mente ...in questi mesi c’ho pensato tanto, ma con quei quattro amici che mi sono
rimasti non potevo proprio muovermi; solo uno poteva seguirmi e darmi una mano ma doveva
prima perdere tutto e ora che ha perso tutto, visto che mi ha chiamato piangendo l’altro giorno
chiedendomi di aiutarlo economicamente non posso neanche farlo …basta con questa idea della
rivoluzione in Italia, basta, finisce solo che ci becchiamo la galera Frà. Non fraintendermi non mi
sono arreso, ma l’Italia non si cambia, non si cambia più, e non si cambieranno di certo gli italiani.
Ci possiamo anche provare non credere, ma qui anche i poveri stanno bene, litigano per le molliche
che cadono dalla tavola del padrone, e sono contenti così, l’unica cosa che ripetono anche nei bar è
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che hanno una voglia matta di rompersi la schiena e lavorare, vergognandosi di dire la verità,
ovvero che vorrebbero solo i soldi; quelli veri, quelli che giustamente dovrebbero pretendere con le
unghie e con i denti almeno per avere garantito il pane. C’è gente che ha patrimoni da 250 milioni
di euro e noi ci sveniamo per riuscire a pagare delle bollette del cazzo. Lo so è folle se ci pensi,
utopico quasi, e per questo secondo me bisogna andarsene, andarsene in un territorio vergine se si
vuole fare la rivoluzione. Andare li, insediarsi e ricominciare da capo, perché è questo che in fondo
si intende per rivoluzione. E se proprio questo sembra troppo, andarsene tra le popolazioni africane,
quelle del centro, o in Sud America e vivere insieme a loro, aiutando magari i bambini a migliorare
le proprie condizioni di vita e farli crescere sani, nutrendoli e in piena libertà espressiva come
voleva fare quella vecchia dell’ospedale…
Chi?
Nessuno …oppure potremmo mandare tutto a fanculo e finire per viaggiare, viaggiare in giro per il
mondo per i prossimi vent’anni …o a fare i pescatori a Bora Bora, in fondo abbiamo solo una vita
cristo santo Frà.
Si, ho capito Vanni, lo sai che a me andrebbe bene tutto, ma non stavamo parlando di rivoluzione,
quella da soli mica la possiamo fare …senti mi dispiace per la raccolta, è una bella mazzata per i
tuoi, so che è per questo che sei pieno di rabbia e vorresti andartene, ma mi stavi dicendo qual’era la
tua idea, che hai in mente di fare, se è valida sappi che io ci sono…
Eh, che ho in mente …che avevo in mente semmai ..ai miei alla fine ci penserà Peppe…volevo
cominciare con qualcosa di piccolo, una cosa da 50-60 mila euro; una cosa simile ad una rapina, ma
senza rischi immediati.
Si senza rischi…
Ho detto rischi immediati, non ho detto senza rischi. Una cosa che in due da soli non possiamo fare
di certo. Magari in tre si, meglio se in quattro, ma non di certo in due…
E sentiamo, di cosa si tratterebbe?
Una truffa. Dalle mie parti da un paio d’anni già fanno qualcosa di simile e ancora non hanno
beccato nessuno.
E chi vorresti truffare?
Lo Stato.
Andiamo bene …e come vorresti fare sentiamo.
Ora ti spiego, in verità di idee ne ho un paio ora ti dico la prima anche se sono propenso per la
seconda; te la faccio breve, dalle mie parti l’ordine dei commercialisti cerca gente che non ha nulla
da perdere, imprenditori messi male, presta nome, vecchi in fin di vita e quant’altro per frodi di
piccolo calibro. Richiedendo finanziamenti pubblici per aziende fittizie alla comunità europea, loro
ti fanno avere tutta la documentazione, ovviamente falsa ma con timbri ufficiali chiedendoti a
transazione avvenuta la metà esatta del finanziamento.
Troppo semplice Vanni, funziona in modo troppo strano sta cosa, mi stai raccontando una fesseria,
non ne ho mai sentito parlare, se è così semplice perché non lo fanno tutti, dov’è il trucco.
Il trucco c’è, ma non si vede.
Che battuta scontata, hai intenzione di dirmelo o lo devo indovinare?
Si te lo dico, non ci crederai ma il trucco sta nel dare solo un codice fiscale diverso, cambiato di un
paio di cifre. Non so se hanno uno all’interno dell’organismo di controllo ma so che quando
immettendo il codice fiscale diverso nel database dei morosi -così lo chiamano- non trovano nulla,
rilasciano automaticamente i fondi che vengono intascati e fatti sparire. Il prestanome ovviamente, a
quanto dicono, non rischia niente. Almeno così ho saputo, fino ad ora nessuno è finito in galera.
Come? A me sembra una stronzata Vanni.
Per me lo è solo perché ci devo mettere la faccia e devo dare la metà dei soldi a quattro colletti
bianchi. Per il resto è geniale.
E la seconda idea?
Per la seconda idea mi sei venuto incontro tu.
Come ti sono venuto incontro io?
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