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area di combustione nel luogo di culto messapico di piazza Dante (Vaste Lecce .pdf



Nome del file originale: area di combustione nel luogo di culto messapico di piazza Dante (Vaste - Lecce.pdf
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The Journal of Fasti Online (ISSN 1828-3179) ● Published by the Associazione Internazionale di Archeologia Classica ●
Piazza San Marco, 49 – I-00186 Roma ● Tel. / Fax: ++39.06.67.98.798 ● http://www.aiac.org; http://www.fastionline.org

Analisi stratigrafica e funzionale di un’area di combustione nel luogo di culto
messapico di Piazza Dante (Vaste - Lecce)
Giovanni Mastronuzzi - Giampiero Colaianni - Girolamo Fiorentino Claudio Giardino - Valeria Melissano

Archaeological investigations carried out in 1999 in the town centre of Vaste (Puglia, inland from Otranto) have brought to light a Messapian
sanctuary. The sacred area includes a building divided in two enclosures with fireplaces, and an open space with three large underground
pits. In the enclosure B a large hearth comprises layers pertaining to various activities in the life of the sanctuary. They show a persisting use
of the same area going on through centuries since the sixth till the end of the third century BC. In the first century BC this place was still
reminded, so it was protected by a crumbled limestone stratum. Metallurgical and archaeobotanical analysis contribute to reconstruct some
aspects of the worship.
Parole chiave
Italia meridionale, indigeni (Messapi), età ellenistica, Demetra, focolare, archeologia della nostalgia, archeobotanica, archeometallurgia

1. Introduzione
Le ricerche condotte dall’Università del Salento sul popolamento della Messapia nel periodo compreso tra
l’età del Ferro e l’età ellenistica hanno portato all’individuazione di un “sistema dei culti” che caratterizza questa regione fin dalle fasi più antiche: vari aspetti della vita sociale ed economica trovano precisi riscontri nella documentazione archeologica relativa ai culti e più in generale alla sfera religiosa.
Nel 1999 le indagini archeologiche sistematiche condotte a Vaste, sotto la direzione di Francesco D’Andria1,
hanno messo in luce un luogo sacro posto nella zona centrale dell’abitato messapico del IV-III sec. a.C. (fig. 1)2.
L’area è caratterizzata dalla presenza di recinti e cavità ipogeiche destinate alla celebrazione di un culto con valenze
ctonie dedicato ad una divinità femminile assimilabile alla greca Demetra3. I principali elementi a conforto di una simile interpretazione sono costituiti dalle offerte di prodotti dell’agricoltura, dal sacrificio di maialini in età neonatale e
dalla modalità di deposizione di doni e suppellettile usata nelle cerimonie; in una testa in calcare con tracce di decorazione dipinta è riconoscibile l’immagine di culto della dea4.
Strutture e contesti stratigrafici si collocano prevalentemente nel periodo compreso tra la fine del IV ed il III
sec. a.C., ma alcuni elementi sono riferibili ad una prima frequentazione in età tardo-arcaica. È stato possibile riconoscere e datare agli ultimi anni del III sec. a.C. una serie di azioni compiute deliberatamente al fine di abbandonare
la destinazione cultuale del complesso5.
Due ambienti, A e B, sono stati interpretati come recinti a cielo aperto (fig. 2): essi erano adibiti allo svolgimento di pratiche religiose che hanno avuto come esito finale la deposizione, in grandi cavità ipogeiche, di offerte,
resti dei sacrifici e vasellame impiegato nei riti effettuati all’esterno. In particolare il recinto B, il maggiore dei due per

1

Al prof. Francesco D’Andria rivolgiamo un sincero ringraziamento per averci affidato lo studio di questo contesto, seguendo le
ricerche con vivo entusiasmo. Le schede delle monete sono di Adriana Travaglini. Le foto di scavo sono degli AA.; l’elaborazione
delle planimetrie si deve all’arch. Fabrizio Ghio; i disegni dei materiali sono stati realizzati da Fabiola Malinconico, disegnatrice
presso il Laboratorio di Archeologia Classica del Dipartimento di Beni Culturali - Università del Salento.
2
Per una sintesi sulle ricerche nell’abitato di Vaste, si veda ora CARLUCCIO, MASTRONUZZI, MELISSANO 2012.
3
Per l’analisi del contesto e per le osservazioni sul culto, si vedano: MASTRONUZZI 2005; MASTRONUZZI, CIUCHINI 2011.
4
MASTRONUZZI, CIUCHINI 2011: pl. 2.
5
Si veda in part. MASTRONUZZI c.s.
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Fig. 1. Vaste (LE). Carta dell’insediamento con indicazione del luogo di culto di Piazza Dante.

estensione, appare connotato dalla presenza di diversi focolari e piani di cottura per la preparazione dei pasti rituali,
chiari indicatori della funzione che lo spazio rivestiva nell’ambito delle attività cultuali (fig. 3).
Le tre cavità ipogeiche presentano significative differenze nelle caratteristiche strutturali e nelle sequenze
stratigrafiche del loro riempimento6. La maggiore (n. 3) era probabilmente destinata ad accogliere la celebrazione di
alcuni riti, comprendenti le libagioni versate in una lastra forata, con funzione di altare, e le offerte derivanti dai
sacrifici cruenti di caprovini e maiali in età giovanile, nonché da quelli incruenti, collegati al dono di primizie, come

6

MASTRONUZZI 2005: 239-240.

2

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Fig. 2. Vaste (LE), Piazza Dante. Planimetria del luogo di culto con il grande focolare del recinto B.

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Fig. 3. Vaste (LE). Piazza Dante. Veduta generale
dell’area di culto.

melagrane, uva e cereali7. Nella cavità 1,
alcuni depositi votivi in giacitura secondaria,
mostrano associazioni di forme funzionali
riconducibili alla pratica dei pasti sacri. Al
consumo di zuppe ed impasti a base di legumi è affiancato il sacrificio di ovicaprini e
suini, e, in maniera particolarmente significativa, quello di cani. Nella cavità 2 la presenza di ossa di animali risulta poco consistente; nelle deposizioni, inoltre, la quasi
totale assenza di semi e frutta corrisponde
ad un’associazione di forme funzionali riferibile al rituale della libagione.

2. Il contesto archeologico
Nella parte centrale del recinto B, nella zona
contigua ai due focolari 215 e 216, quasi a ridosso del
muro perimetrale est, è stato intercettato un piano costituito da frammenti di tegole disposti orizzontalmente
(226), esteso per un’ampiezza di m 2 in senso est-ovest
e per ca. m 1,20 in senso nord-sud (figg. 4, 7a). Questo
strato ha restituito pochi frammenti di ceramica ellenistica, tra i quali risalta la presenza di un vaso miniaturistico (cat. n. 20). La concentrazione delle tegole e la loro
disposizione lasciano chiaramente intendere che non si
tratta di un crollo relativo alla copertura dell’edificio,
bensì di una sistemazione intenzionale realizzata al fine
di obliterare lo strato sottostante.
Le tegole, infatti, ricoprivano un’area di combustione di forma quasi circolare (398, cm 95 x 90, fig. 5).
Essa occupava una superficie minore rispetto al livello
soprastante e presentava un andamento concavo. Il
modesto avvallamento era colmato da terreno fortemente combusto (371, figg. 6, 7b) in cui erano contenuti almeno 7 chiodi di grosse dimensioni ed altri elementi in
ferro riferibili a punte di chiodi, che consentono di conteggiare un numero complessivo di almeno tredici esemplari (cat. nn. 23-24); lo strato aveva uno spessore
massimo di ca. cm 8. Nelle immediate vicinanze è stato
rinvenuto anche un coltello in ferro (cat. n. 26).
A sud del focolare, su un’area di ca. 4 mq, si
Fig. 4. Vaste (LE), Piazza Dante. a) Area del focolare; b) dettaglio
stendeva uno strato di terreno grigiastro, fortemente cidella sistemazione di tegole (US 226).
neroso, con resti di carbone (342). Lo strato è interpretabile come accumulo formatosi in seguito alla dispersione di scarichi provenienti dall’uso del focolare. Sono stati rinvenuti frammenti di ceramica inquadrabili nell’ambito
del III sec. a.C. ed una moneta della zecca di Brundisium, un sestante della fine del III sec. a.C. (cat. n. 28). A sudovest, la US 342 risulta rimaneggiata per la presenza di due buche di età moderna (331, 335).

7

SOLINAS 2008.

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Fig. 5. Vaste (LE). Piazza Dante. Area di combustione con il focolare
398.

Fig. 6. Vaste (LE). Piazza Dante. Focolare con chiodi (371).

Fig. 7. Vaste (LE). Piazza Dante. Planimetrie di dettaglio: a) sistemazione di tegole; b) focolare con chiodi (371).

La parte meridionale del recinto B è occupata da un piano (386) con segni di alterazione dovuta a combustione e scarichi di cenere (385, 387). Tra i pochi materiali provenienti da 386 si sono riconosciuti esclusivamente
frammenti ceramici di età arcaica, mentre 385 e 387 restituiscono reperti databili tra la fine del IV ed il III sec. a.C.
Al di sopra delle tegole e del piano 386, è stato messo in luce un livellamento costituito da una gettata di tufina e pietrisco (341, fig. 4a), dello spessore di ca. 6/7 cm, al cui interno è stato rinvenuto un asse dimezzato, riferibile ai primi anni del principato di Augusto (cat. n. 27).

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3. Proposta interpretativa
La ricca documentazione restituita dal complesso di Piazza Dante si presta a numerose valutazioni sulle dinamiche di uso del luogo di culto. I dati provenienti dalle tre cavità hanno permesso di individuare alcune azioni rituali e di riconoscere le differenti funzioni degli ambienti ipogeici: a questo risultato è stato possibile giungere grazie
all’esame contestuale di manufatti ed ecofatti ed attraverso la ricostruzione dei processi deposizionali8. D’altro canto, il luogo di culto è fortemente caratterizzato dalla presenza di recinti all’aperto, di fronte ai quali si aprono le cavità.
Purtroppo gli ambienti delimitati dai muri a blocchi sono stati oggetto di frequentazione anche in età romana: in particolare sono state isolate alcune buche di scarico ed un fornello costruito al centro del recinto A. Questi elementi
hanno determinato la perdita di informazioni e la difficile lettura delle tracce conservatesi.
Nonostante ciò, nel recinto B è stato possibile riconoscere strutture ed azioni riconducibili alla celebrazione
del culto. Nella parte settentrionale, a ridosso del muro che lo separa dal recinto A, sono presenti un focolare ed un
piano di cottura. Sulla base dei consistenti ritrovamenti di ceramica da fuoco, resti faunistici ed antracologici, è facile
ipotizzare la loro connessione con la pratica di preparazione e consumo dei pasti rituali9.
Più complessa appare l’interpretazione del focolare messo in luce nel medesimo recinto, più a sud. In
quest’area è presente un livello di frequentazione, con segni di combustione (386, fig. 7), che può essere riferito ad
età arcaica, per la presenza di alcuni materiali ceramici (cat. nn. 1-4). Esso si collega ad altri elementi riconducibili a
quest’epoca riconosciuti in questo settore dell’area sacra, tra i quali, in particolare, la struttura che delimita ad ovest i
due recinti ed un piano ad essa associato che ha restituito una coppetta monoansata e ossa di animali10.
Nell’ambito della fase del IV e III sec. a.C., quando l’assetto del luogo di culto viene definito nella complessità dei suoi elementi, l’area in esame è nuovamente destinata all’accensione di fuochi. In particolare, nel piano di età
arcaica viene ricavata una fossa poco profonda per azioni di combustione legate al culto. Nel suo riempimento risalta la presenza di alcuni chiodi che devono essere riferiti ad un manufatto ligneo, bruciato intenzionalmente per via
del suo forte valore simbolico11. Nello spazio circostante, a fronte della significativa attestazione di resti archeobotanici, si deve segnalare la totale assenza di reperti faunistici12. Quest’ultimo elemento consente di ipotizzare un uso
specifico del focolare, probabilmente non in connessione con la pratica del sacrificio cruento.
Sulla base di un attento esame dei reperti ceramici provenienti dal contesto, è emerso un dato molto significativo che può fornire un’indicazione circa la destinazione del focolare: insieme ai chiodi, è stato rinvenuto un frammento di coppa a vernice nera pertinente ad un esemplare recuperato in uno strato di obliterazione della cavità n. 3
(fig. 8)13. Questo elemento indica che la formazione dei due contesti, il focolare e l’abbandono
dell’ambiente ipogeico, è avvenuta verosimilmente in un arco di tempo piuttosto breve, collocabile alla fine del III sec. a.C. In questa prospettiva, si potrebbe ritenere che il rogo del manufatto ligneo indiziato dai chiodi possa costituire la
testimonianza di una vera e propria “cerimonia di
chiusura”, compiuta per segnare l’abbandono
del luogo di culto14. Nel corso del rito venne probabilmente utilizzata suppellettile ceramica, come la coppa a vernice nera, che, ridotta in
frammenti, fu successivamente scaricata nella
cavità n. 315.…………...………………….………
Fig. 8. Vaste (LE). Piazza Dante. Coppa a vernice nera dalla cavità n. 3.

8

MASTRONUZZI, CIUCHINI 2011.
MASTRONUZZI 2005: 239-240.
10
MASTRONUZZI 2011: 13-14.
11
Per la possibile interpretazione archeologica v. infra V. Melissano, 4. I manufatti; per l’esame archeometallurgico dei chiodi v.
infra C. Giardino, 6.2. Considerazioni; per i dati archeobotanici v. infra G. Fiorentino, G. Colaianni, 7.4. Analisi archeobotaniche e
ricostruzione delle modalità rituali.
12
I dati sono stati cortesemente messi a disposizione dal Laboratorio di Archeozoologia del Dipartimento di Beni Culturali – Università del Salento. Si ringraziano il prof. Jacopo De Grossi Mazzorin e la dott.ssa Anna Solinas.
13
MASTRONUZZI c.s.: cat. n. 33.
14
Per osservazioni su questo tipo di cerimonie, si veda CERCHIAI 2008. In alcuni contesti le cerimonie di chiusura sono segnate
da riti di purificazione che comprendono il sacrificio del cane; si veda in part. la documentazione di Torre di Satriano in Lucania
(OSANNA 2004: 53-55, con bibl. prec. relativa ad altre situazioni dell’Italia meridionale). Sul significato del sacrificio dei cani v. anche DE GROSSI MAZZORIN, MINNITI 2002. Per i rituali di abbandono nel centro daunio di Ascoli Satriano v. FABBRI, OSANNA 2005:
217-218, 227, 230, 232.
15
Esemplari con profilo identico sono documentati tra i materiali da Torre Santa Sabina in corso di pubblicazione a cura di R. Auriemma e F. Silvestrelli (Università del Salento).
9

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Un’ulteriore peculiarità della struttura è costituita dalla presenza di uno strato di tegole poste intenzionalmente a sigillare il focolare dopo il suo ultimo uso in cui è stato bruciato l’oggetto in legno.
L’azione deliberata di occultamento corrisponde alla volontà di proteggere il focolare con i resti al suo interno, al fine di preservare un luogo sacro e forse anche di tramandarne il ricordo. Sempre a Vaste, un caso simile è
stato recentemente riscontrato nel luogo di culto di proprietà Manfredonia: qui una serie di buche con deposizioni
votive realizzate nel VII sec. a.C., risultano sigillate con battuti di tufina nel corso del IV sec. a.C., allo scopo di rispettare le azioni rituali compiute nel passato e conservare la memoria della valenza cultuale dell’area16. A Roma e
nel suburbio, in contesti di età ellenistica, è possibile riconoscere una vera e propria prassi rituale che comprende
l’obliterazione intenzionale con strati di tegole e schegge di tufo, in maniera da preservare l’integrità e la memoria di
scarichi e deposizioni di materiali impiegati nell’ambito di cerimonie a carattere religioso17.
A questo proposito, è opportuno fare riferimento alle considerazioni proposte da John Boardman nel volume
dedicato all’“Archeologia della nostalgia”18. In una lettura suggestiva, in cui, tuttavia, numerosi interrogativi sono destinati a rimanere privi di risposta, l’A. ha enucleato argomenti del mito e dell’epos ed anche oggetti archeologici e
contesti geografici che nell’immaginario degli antichi Greci possono aver costituito uno strumento per la definizione e
la consapevolezza del proprio passato. Ai diversi temi illustrati dallo studioso inglese, è possibile accostare esempi
documentati archeologicamente, in particolare presso “società stanziali” che abbiano acquisito “un grado anche modesto di autocoscienza”19. La consapevolezza del passato può essersi manifestata in continuità ed anche in discontinuità con esso. A quest’ultima circostanza si può ricondurre un esempio individuato nel complesso santuariale lucano di Torre di Satriano: il ritrovamento fortuito di una sepoltura arcaica nel corso di una risistemazione dell’edificio
di culto effettuata nel III sec. a.C., fu l’occasione per compiere azioni cerimoniali volte a ristabilire la sacralità del
luogo20.
A Vaste lo spazio del focolare, grazie alla protezione delle tegole, sembra aver mantenuto a lungo una riconoscibilità, tanto che è possibile datare nel I sec. a.C., più precisamente negli anni finali del secolo, la realizzazione
di una gettata di tufina destinata a coprire tutta l’area, evitandone la distruzione. Nello strato di calcare sbriciolato
era presente un asse dimezzato, riferibile all’epoca di Augusto, che costituisce un prezioso termine di datazione
post-quem (cat. n. 27).
G.M.

4. I manufatti
Dall’area di combustione proviene vasellame molto frammentario che rientra nelle classi e nelle forme già
attestate nel complesso cultuale.
Tra i pochi reperti arcaici, restituiti da un lembo di piano di calpestio riferibile al primo impianto del luogo di
culto, figurano due vasi corinzi: una kylix con decorazione figurata a volatili (cat. n. 1) appartiene ad un gruppo ben
attestato a Taranto e nella Puglia centrale, ma fino ad ora non documentato nell’area meridionale della regione; una
brocchetta a vernice nera (cat. n. 2) si confronta con esemplari analoghi dalla necropoli e dal luogo di culto arcaico
di Monte Papalucio ad Oria21.
Il resto dei materiali è costituito da ceramica da mensa a vernice nera, a fasce ed acroma, e ceramica da
fuoco databili tra la fine del IV ed il III sec. a.C. Questi mostrano caratteristiche tecniche e morfologiche del tutto coerenti con quelle delle classi di produzione locale o regionale, ampiamente note a Vaste ed in altri centri della Messapia22. Accanto a piatti, coppe, coppette, tazze, forme chiuse da dispensa, vasi miniaturistici e pentole, si segnala il
rinvenimento di un coltello in ferro (cat. n. 26). La suppellettile può facilmente essere ricondotta ad alcune delle pratiche rituali che sono state già riconosciute nel luogo di culto, attraverso l’analisi delle deposizioni nelle cavità23. In
particolare, le ceramiche da mensa e da fuoco ed il coltello rinviano alla preparazione ed al consumo dei pasti rituali.
I materiali documentano la destinazione d’uso del recinto B, ma non sono direttamente collegabili al momento in cui
il focolare 398 venne utilizzato per bruciare l’oggetto in legno; del resto, nello strato con i chiodi in ferro, è stato rinvenuto un solo frammento di coppa a vernice nera24. Infine, poiché questo settore del luogo di culto non ha restituito
ossa di animali il rinvenimento del coltello difficilmente può essere riferito all’azione del sacrificio cruento.
16

D’ANDRIA 2012: 569.
Si vedano gli esempi della Villa dell’Auditorium (D’ALESSIO, DI GIUSEPPE 2005: 184-191) e dei contesti della Via Campana (DI
GIUSEPPE, SERLORENZI 2008: in part. 9-10).
18
BOARDMAN 2008.
19
BOARDMAN 2008: 197.
20
V. in part. OSANNA 2004: 60.
21
Per l’esame analitico di sequenze stratigrafiche e materiali arcaici di questo complesso v. ora MASTRONUZZI 2013.
22
Si veda in gen. YNTEMA 2001.
23
V. in part. MASTRONUZZI, CIUCHINI 2011: con bibliografia precedente.
24
V. supra G. Mastronuzzi, 3. Proposta interpretativa, fig. 8.
17

7

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G. Mastronuzzi, G. Colaianni, G. Fiorentino, C. Giardino, V. Melissano ● Analisi stratigrafica e funzionale di un’area di combustione nel luogo di culto messapico di Piazza Dante (Vaste - Lecce)

Un discorso a parte meritano i chiodi il cui studio appare fondamentale ai fini della ricostruzione delle azioni
svolte in questo punto dell’area sacra. Sulla base delle analisi archeobotaniche ed archeometallurgiche condotte nei
laboratori dell’Università del Salento25, è risultato chiaro che essi sono pertinenti ad un oggetto ligneo bruciato nel
rogo. La posizione in cui essi sono stati trovati sembra evidenziare la pertinenza ad un manufatto di forma rettangolare, verosimilmente costituito da assi di legno di pino26. La forma dei sette chiodi maggiori, il cui stelo in almeno
cinque casi è piegato quasi ad angolo retto, appare un indizio del loro impiego. Lo spazio compreso tra l’attaccatura
della testa ed il punto in cui lo stelo è ribattuto misura tra 4 e 8 cm: è possibile che tale distanza corrisponda allo
spessore degli elementi uniti27. Quattro chiodi hanno una larga capocchia circolare che mostra minime alterazioni
dovute alla battitura per l’inserimento nelle assi di legno; si potrebbe allora pensare che i chiodi avessero una funzione decorativa, ancor più che di fissaggio; quest’ultimo sarebbe stato garantito dai chiodi di dimensioni minori. La
funzione dei chiodi maggiori sarebbe dunque analoga a quella di borchie, e dunque si può pensare ad un loro impiego per un mobile o una cassa28; in questa prospettiva il reperto n. 25 potrebbe essere interpretato come maniglia29.
Purtroppo l’indagine non ha
restituito elementi utili a definire con
certezza l’oggetto del rito di combustione, mentre i dati contestuali
suggeriscono il forte significato simbolico che esso dovette rivestire,
quello cioè di partecipare alla comunità il momento conclusivo degli eventi sacri nel luogo. La scelta sarà
indubbiamente ricaduta su un elemento di una certa importanza, forse
legato a quello spazio sacro già da
tempo, magari in uso nel santuario
stesso, come parte dell’arredo o impiegato nello svolgimento delle cerimonie religiose; in ogni caso, comunque, fu ritenuto degno di rendere
chiara la sacralità della cerimonia di
chiusura, capace di sottolineare il legame con gli eventi precedentemente
vissuti ed insieme assicurarne la trasmissione della memoria. Conferma
questa ipotesi la copertura intenzionale del focolare, realizzata utilizzando frammenti di tegole, allo scopo di
sigillare l’intero spazio. La zona, così
protetta, viene effettivamente rispettata anche in seguito e, a distanza di
molti decenni, in un’epoca in cui il luogo di culto, e con esso gran parte dell’abitato messapico subiscono profonde trasformazioni30, un livellamenFig. 9. Vaste (LE). Piazza Dante. N. 1: ceramica corinzia; n. 2: ceramica a vernice nera (VI-V
to del piano di calpestio ne rende ansec. a.C.); nn. 3-4: ceramica a fasce (VI-V sec. a.C.); nn. 5-9: ceramica a vernice nera (IV-III
cora una volta salva la memoria.
sec. a.C.).

25

V. infra C. Giardino, 6.2. Considerazioni; G. Fiorentino, G. Colaianni, 7.4. Analisi archeobotaniche e ricostruzione delle modalità rituali.
26
V. infra G. Fiorentino, G. Colaianni, Analisi xilotomica dei prodotti di corrosione.
27
Per una situazione analoga, ma riferibile ad un contesto di diversa cronologia, cfr. ad es. CIURLETTI 2007: 321.
28
A margine si deve comunque osservare che le notevoli dimensioni, nonché la sezione quadrata, potrebbero far pensare ad un
impiego in opere di carpenteria, per il fissaggio di travi lignee o nei battenti di una porta (v. bibl. nella scheda cat. n. 23).
29
In un’ipotesi ancor più suggestiva, anche se difficilmente dimostrabile, il manufatto ligneo potrebbe aver avuto la funzione di
base per l’immagine di culto, a cui è riferibile la testa in calcare proveniente dalla cavità n. 3.
30
MELISSANO, MASTRONUZZI 2012: 157-160.

8

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6)
Coppa (fig. 9).
VPD99 385.
H. 2,5; diam. orlo 16,6.
Argilla arancio rosata (M 5YR 7/6); vernice nera, opaca.
Orlo svasato, con sottili scanalature all’int. ed all’est.
Fine III sec. a.C.
YNTEMA 2001, form K45, in part. n. 343.

5. Catalogo dei reperti
Ceramica corinzia
1)
Kylix (fig. 9).
VPD99 386.
H. 2,5; largh. 3,8.
Argilla giallina (M 2.5Y 8/4), ben depurata; vernice bruna.
Fr. di parete con raffigurazione di volatile retrospiciente,
del quale è visibile il lungo collo.
Attribuibile al Pittore del Fregio degli Uccelli, ceramografo attivo nel secondo quarto del VI sec. a.C.
Si veda Corinth XV, III: 129-130, pl. 30, n. 645. La resa
della figura è molto simile a quella di una kylix da una
tomba di Bari, datata al 560-550 a.C.: ANDREASSI, RADINA 1988: 220, n. 504, fig. 264. Un motivo analogo compare anche su una kylix da una tomba da Taranto: Museo Taranto I, 2: fig. 52 (570 ca.).

7)
Coppetta (fig. 9).
VPD99 342.
H. 1,6; largh. 2,5; diam. ric. orlo 8.
Argilla nocciola (M 5YR 7/3); vernice nera.
Orlo arrotondato; parete a profilo concavo-convesso.
Fine IV-III sec. a.C.
V. MOREL 1981, F 2433.
8)
Coppetta monoansata (fig. 9).
VPD99 342.
H. 1,5; largh. 2,1; diam. ric. orlo 9.
Argilla nocciola (M 5YR 7/3); vernice nera.
Orlo assottigliato, leggermente rientrante; parete echiniforme con attacco dell’ansa.
Seconda metà III sec. a.C.
Cfr. YNTEMA 2001, form K14a, n. 261.

Ceramica a vernice nera (VI-V sec. a.C.)
2)
Brocchetta (fig. 9).
VPD99 386.
H. 4; diam. max. 6,9.
Argilla nocciola (M 7.5YR 8/2); vernice nera scrostata.
Orlo estroflesso; corto collo distinto, parete a profilo
globoso; attacco dell’ansa.
Probabile produzione corinzia.
Cfr. SEMERARO 1997: 151, n. 296 (da Oria), datata al V
sec. a.C.

9)
Piatto (fig. 9).
VPD99 385.
Mis. max. 2,4 x 1,9.
Argilla nocciola chiara (M 5YR 7/3); vernice nera, scrostata.
Orlo rientrante, ad inflessione netta; parete a profilo
troncoconico.
MOREL 1981, F 2234a1.
III sec. a.C.

Ceramica a fasce (VI-V sec. a.C.)
3)
Lekane (fig. 9).
VPD99 386.
H. 3; diam. ric. orlo 15,4.
Argilla nocciola (M 7.5YR 8/4), con inclusi bianchi; vernice rossiccia (M 10R 5/6), sottile.
Fr. di orlo diritto, solcato da scanalature; parete con carena nella parte superiore.
Cfr. YNTEMA 2001: Form C22b.

10)
Piatto (fig. 10).
VPD99 387.
H. 1,4; diam. orlo 15.
Argilla nocciola, molto chiara (M 10 YR 8/3), abbastanza depurata; vernice nera, molto scrostata.
Orlo obliquo.
MOREL 1981, F 2237a1.
Fine IV-inizi III sec. a.C.

4)
Lekane (fig. 9).
VPD99 342.
H. 3; largh. 6,2; diam. ric. orlo 29.
Argilla nocciola (M 5YR 8/3), depurata e compatta; vernice arancio (M 2.5 YR 5/8), piuttosto sottile e abrasa.
Orlo ribattuto all’esterno, superiormente piatto; parete a
profilo convesso. Fascia decorata sull’orlo e all’interno
della parete.
Cfr. YNTEMA 2001, form C21c, n. 93.

11)
Tazza (fig. 10).
VPD99 385.
H. 3,6; diam. orlo 12.
Argilla nocciola rosata (M 5YR 7/4); vernice nera, opaca.
Orlo estroflesso, parete con profilo “ad S”.
YNTEMA 2001, form K44a, nn. 334-335; MOREL 1981, F
3220.

Ceramica a vernice nera (IV-III sec. a.C.)
5)
Coppa (fig. 9).
VPD99 342.
H. 1,8; largh. 3,2; diam. ric. orlo 16.
Argilla nocciola (M 5YR 7/3); vernice nera, opaca.
Orlo rivolto all’interno; parete a profilo echiniforme.
Seconda metà III sec. a.C.
Cfr. YNTEMA 2001, form K25, in part. nn. 289-291.

Ceramica a fasce (IV-III sec. a.C.)
12)
Coppetta (fig. 10).
VPD99 226.
H. 2,5; largh. 2,2.

9

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Fig. 10. Vaste (LE). Piazza Dante. Nn. 10-11:
ceramica a vernice nera (IV-III sec. a.C.); nn.
12-15: ceramica a fasce (IV-III sec. a.C.); n.
16: ceramica a vernice bruna; nn. 17-18: ceramica comune acroma (IV-III sec. a.C.).

Argilla nocciola, con nucleo arancio
(M 5YR 7/6); vernice rossiccia (M
10R 4/6), piuttosto diluita.
Parte inferiore della parete con piede
a disco. Fascia all’attacco con il piede e linee sul fondo esterno.
Ceramica a vernice bruna (IV-III
sec. a.C.)
16)
Tazza (fig. 10).
VPD99 385.
H. 2,2; diam. 16.
Argilla nocciola rosata (M 5YR 8/3),
con minuscoli inclusi bianchi; vernice
bruno-rossiccia (M 4-5 YR 5/6).
Fr. di orlo leggermente estroflesso
con parete a profilo globoso.
Ceramica comune acroma (IV-III
sec. a.C.)
Argilla nocciola (M 7.5YR 8/4), micacea; vernice arancio
(M 5YR 6/6), molto sottile, abrasa.
Fr. di orlo assottigliato. Parete a profilo echiniforme.
Sottile fascia verniciata sull’orlo.

17)
Coppetta (fig. 10).
VPD99 342.
H. 3,2; largh. 4,5; diam. ric. orlo 8,8.
Argilla nocciola-arancio (M 7.5 YR 7/6), con inclusi rossicci; ingubbiatura nocciola chiara.
Fr. di orlo diritto assottigliato; parete echiniforme.
III sec. a.C.
Cfr. YNTEMA 2001, form M01, in part. n. 418.

13)
Idria (fig. 10).
VPD99 386.
H. 1,8; diam. orlo 16,2.
Argilla nocciola giallina (M 10YR 8/3), con piccoli inclusi
scuri; vernice bruna (M 10YR 4/2), molto sottile, quasi
completamente abrasa.
Fr. di orlo svasato con labbro ingrossato; sulla faccia
superiore incavo e piccolo listello.
Cfr. profilo simile da Castro: DE MITRI 2009: 162, n. 99.

18)
Brocca (fig. 10).
VPD99 342.
Mis. max. 2,2 x 3.
Argilla grigiastra (M 5YR 5/1) per effetto di esposizione
al fuoco.
Fr. di orlo estroflesso.
Cfr. YNTEMA 2001, Form M22, in part. n. 435.

14)
Forma chiusa (brocca?) (fig. 10).
VPD99 387.
H. 4,5; largh. 3,8.
Argilla nocciola rosata (M 7.5YR 7/4); ingubbiatura nocciola; vernice bruna (M 5YR 4/3).
Fr. di ansa a nastro con decorazione a linee diritte, ondulate e intrecciate.

Ceramica da fuoco
19)
Pentola (fig. 11).
VPD99 342.
H. 2; diam. ric. orlo 19.
Argilla marrone (M 2.5YR 4/6), grossolana; superficie
esterna annerita.

15)
Forma chiusa (fig. 10).
VPD99 385.
H. 2,7; diam. piede 7.

10

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Fig. 11. Vaste (LE). Piazza Dante. N. 19: ceramica da fuoco; nn. 20-22: vasi miniaturistici.

Fr. di orlo estroflesso, con labbro arrotondato, battente
interno piuttosto pronunciato. Attacco della parete globosa.
III sec. a.C.
Cfr. YNTEMA 2001, Form N04, n. 540.

Parte inferiore della parete e piede appena distinto.
Metalli
23)
N. 7 chiodi in ferro (figg. 12-13).
VPD99 371.
1) Lungh. 16,5; diam. capocchia 5,4.
Larga capocchia circolare a profilo convesso, con concavità nella parte inferiore (“a fungo”). Stelo a sezione
quadrangolare ripiegato ad angolo retto. Tracce di
combustione; superficie molto ossidata.
2) Lungh. 11,2; diam. capocchia 4.
Capocchia come nn. prec. Stelo a sezione quadrangolare ripiegato ad angolo retto. Tracce di combustione;
superficie molto ossidata.
3) Lungh. 15; diam. capocchia 5,2.
Capocchia come n. prec. Stelo a sezione quadrangolare ripiegato a 45°. Tracce di combustione; superficie
molto ossidata.
4) Lungh. 16,8; diam. capocchia 5,4.
Capocchia come nn. prec. Stelo a sezione quadrangolare ripiegato a 45°.
5) Lungh. 9,2; diam. capocchia 2,5.
Piccola capocchia circolare con faccia superiore leggermente convessa. Stelo a sezione quadrangolare ripiegato ad angolo quasi retto.
6) Lungh. 15,6; diam. capocchia 5.
Larga capocchia circolare, piatta. Stelo diritto a sezione
quadrangolare. Tracce di combustione; fortemente ossidato.
7) Diam. capocchia 5.
Capocchia come n. prec. Attacco dello stelo a sezione
quadrangolare. Ossidato.

Vasi miniaturistici
20)
Vaso biansato (fig. 11).
VPD99 226.
H. 2,2; diam. orlo 3.
Argilla nocciola chiara (M 10YR 8/3); vernice bruna (M
10YR 4/2), scrostata.
Breve orlo svasato, collo stretto, anse sormontanti a
bastoncello schiacciato. Parte superiore verniciata. Vari
frr. pertinenti allo stesso esemplare.
Fine IV sec. a.C.
Cfr. D’ANDRIA 1990: 136, n. 211; DELLI PONTI 1996: 107,
n. 8.
21)
Forma chiusa (fig. 11).
VPD99 342.
H. 2; diam. piede 3,4.
Argilla nocciola arancio (M 7.5YR 8/4), con inclusi rossicci; ingubbiatura nocciola.
Fr. di fondo piano con piede appena distinto.
22)
Forma chiusa (fig. 11).
VPD99 387.
H. 2; diam. piede 3,5.
Argilla nocciola arancio (M 5YR 7/6), con minuscoli inclusi rossicci; ingubbiatura nocciola, sgocciolatura di
vernice rossiccia (M 2.5YR 5/4).
11

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Cfr. Ori Taranto: 383, n. 3; 464, n. 8; 489, nn. 23-25;
508, nn. 2-5. La presenza di chiodi di grandi dimensione, con capocchia emisferica e fusto ripiegato ad angolo, è ben documentata da esemplari in bronzo e ferro
nella necropoli del Fusco di Siracusa, probabilmente in
relazione al loro impiego per klinai o casse per accogliere i defunti; v. ad es. ORSI 1893: 448, 459-460. A Sibari,
esemplari simili sono riferiti ad una porta in legno (GUZZO 1981: 16, fig. 6, n. 3); porte decorate con borchie in
bronzo sono note nell’edificio quadrato dell’Heraion del
Sele (GRECO, FERRARA 2002: scheda n. 27, fig. 129) e
nella residenza aristocratica arcaica di Satriano (OSANNA 2013: 120, 122). Per chiodi, anche se di piccole dimensioni, deposti in un’area di culto, v. D’ANDRIA 2009:
32, fig. 19, nn. 14-15 (da Castro). Per un’analisi tipologica e quantitativa di questa categoria di reperti, v. Settefinestre: 39-49, in part. tav. 4 (chiodi per carpenteria)
e tav. 8, nn. 5-6, 9 (chiodi per granaio o collegati
all’attrezzatura del torchio). Vd. anche: BLUNDO 1994:
412-413, n. 859; OBELOSLER 2007: 321-322, tav. 2, in
part. nn. 33-34; D’ANGELA 1988: 173-174, tav. LXXXV,
nn. 185-197. Per la forma v. HICKS, HICKS 1992: 302,
fig. 10:10, nn. 103-104.
24)
N. 6 chiodi in ferro (fig. 12).
VPD99 226, 371.
Lungh. media 4,5.
Elementi in ferro ribattuti, con una estremità appuntita.
Cfr. D’ANDRIA 2009: 32, fig. 19, n. 13 (da Castro, area
cultuale di età ellenistica); D’ANGELA 1988: tav. LXXXV,
n. 201; Settefinestre: tav. 5, n. 7.

Fig. 12. Vaste (LE). Piazza Dante. N. 23: chiodi in ferro.

25)
Maniglia in ferro (?) (fig. 12).
VPD99 371.
Mis. 7 x 4,2.
Elemento ad angolo retto, a sezione quadrata, con
un’estremità appuntita e ripiegata; allo stesso oggetto è
probabilmente riferibile un’altra estremità simmetrica.
Si può pensare di ricostruire un oggetto di forma quadrangolare con un lato aperto compreso tra le due piccole estremità ripiegate, forse destinate a ruotare all’interno di una guida.
26)
Coltello in ferro (fig. 12).
VPD99 371.
Lungh. 13,8.
Lama con dorso ricurvo e parte di codolo, sul quale sono visibili i resti del manico ligneo. Superficie corrosa e
fortemente ossidata.
Cfr. esemplari simili da una tomba ellenistica di Taranto:
Ori Taranto: 375, nn. 4-5; v. anche, da contesti più tardi:
D’ANGELA 1988: 172, tav. LXXXIV, nn. 172-173; BLUNDO
1994: 408, n. 846; OBELOSLER 2007: 323-325, tav. 3,
nn. 46-50 (con ampia trattazione e bibliografia).
V.M.

Fig. 13. Vaste (LE). Piazza Dante. N. 23: chiodi in ferro; n. 24: punte
di chiodi; n. 25: maniglia (nella foto maniglia di cassa lignea dell’800);
n. 26: coltello in ferro.

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Monete31
27)
ROMA REPUBBLICA.
VPD 99 341.
Roma, AE, asse (dimezzato). 157-156 a.C.; g 12.00; mm 31;
p.c. 3; c.m.
D/ Testa laureata di Janus; in alto I.
R/ [ROMA] (in basso). Prua, a d.; in alto a d. [I].
RRC: 244, nn. 197-198B/1a-b.
28)
CALABRIA.
VPD 99 342.
Brundisium, AE, sestante. Fine III sec. a.C.; g 4.70; mm 16;
p.c. 0; c.c.
D/ Testa laureata di Poseidon, a d.; a s. victoria che lo incorona e tridente; in basso due globetti.
R/ [BRVN] (in basso). Giovane su delfino a s., con victoria e
cetra; in basso due globetti.
SNG Par.: 6, 1, n. 1503.
A.T.

6. I reperti in ferro
I materiali ferrosi dal recinto B del complesso sacro di
Fig. 14. Vaste (LE). Piazza Dante. Chiodi nn. 23/1 (macrofoto
Piazza Dante a Vaste, benché in apparente buono stato di
della superficie esterna e della concavità interna della testa e
conservazione, sono apparsi ad un più approfondito esame
della punta piramidale), 23/3, 23/7 (faccia esterna della testa),
autoptico in avanzato stadio di corrosione, che ha purtroppo
24.
completamente degradato il metallo. Ciò ha reso impraticabili
eventuali indagini archeometallurgiche sulla microstruttura originaria o sulla composizione della lega ferrosa.
Il processo corrosivo del ferro porta questo metallo a ricoprirsi di ruggine, un composto spontaneo costituito
da ossidi e carbonati basici idrati, che si sgretola scoprendo la parte metallica sottostante ed esponendola continuamente al processo fino a quando non è completamente consumata32.
I reperti in esame sono essenzialmente costituiti da una dozzina di chiodi (cat. nn. 23-24), rinvenuti assieme
e pertinenti ad uno stesso manufatto in legno, cui apparteneva pure una piccola maniglia a contorno angolato (cat.
n. 25), anch’essa in ferro. Dall’area proviene inoltre un coltello a codolo di ca. 14 cm (cat. n. 26), la cui lama spezzata, è all’interno totalmente corrosa.
6.1. I chiodi
I chiodi, diversi fra loro per dimensione e foggia, sono stati rinvenuti in associazione fra i resti di un focolare,
assieme a frammenti di legno combusto. Essi erano tutti alquanto ossidati e in gran parte frammentari. Dovevano
appartenere ad un unico manufatto ligneo, forse un mobiletto a cassa33.
Particolare interesse rivestono alcuni esemplari massicci e di grosse dimensioni, caratterizzati dalla grande
testa emisferica. Il n. 23/3, tutt’ora integro, è lungo 15 cm, con capocchia a calotta sferica fortemente bombata del
diametro di 5,2 cm, la cui faccia interna è lievemente concava (fig. 14). La superficie esterna della testa, assai convessa, non sembra recare tracce di martellature, che, verosimilmente, avrebbero altrimenti prodotto delle pur lievi
31

ABBREVIAZIONI:
c.b.
conservazione buona
c.c.
conservazione cattiva
c.m.
conservazione mediocre
D/
dritto
es.
esergo
g
grammi
mm
millimetri
p.c.
posizione del conio
R/
rovescio
32
GIARDINO 2010: 193.
33
V. supra V. Melissano, 4. I manufatti.

13

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schiacciature. Questo, come gli altri chiodi a calotta, sembra quindi essere stato conficcato nel mobile avendo cura
di non alterarne la superficie, probabilmente utilizzando allo scopo un mazzuolo di legno. Il fusto, a sezione quadrangolare appare ripiegato leggermente.
Simili al chiodo n. 23/3 erano altri tre chiodi, i nn. 23/1, 2 e 4.
Il n. 1, lungo cm 16,5, ha il fusto ripiegato e spezzato; la sua capocchia è di 5,4 cm. La superficie esterna
della testa, dalla forte convessità, appare abbastanza liscia e priva di deformazioni meccaniche - le uniche appaiono
quelle legate alla corrosione - indice della volontà di evitare ogni alterazione visibile all’esterno. Il buono stato di
conservazione ha consentito l’osservazione a maggiori ingrandimenti, che ha confermato l’assenza di tracce evidenti di martellatura (fig. 14). La punta, piramidale, è anch’essa ben preservata, indizio che è penetrata in un legno relativamente tenero o sfruttando un foro d’invito già predisposto.
Analoghe caratteristiche sono riscontrabili nel chiodo n. 23/4, sebbene sia maggiormente arrugginito; è lungo 16,8 cm e la capocchia, pure bombata, ha, come negli altri esemplari, il diametro di cm 5,4.
A scopi soprattutto estetici devono avere assolto non solo i precedenti esemplari, ma anche i due grossi
chiodi a larga testa appiattita nn. 23/6 e 7. In essi la parte inferiore della testa non è concava, come nei chiodi a calotta, ma piana. Entrambi potrebbero aver subito martellature, senza che queste abbiano lasciato tracce evidenti sulla superficie della testa, piatta e assai deteriorata.
Il n. 23/6 ha il diametro della capocchia di cm 5, mentre lo stelo è lungo 15,6 cm. In esso la corrosione, oltre
a distaccare il fusto, ha pure intaccato consistentemente la testa. Di forma analoga è il chiodo n. 23/7 (fig. 14).
Il più piccolo chiodo n. 23/5 potrebbe aver assolto invece a funzioni eminentemente strutturali, piuttosto che
ornamentali: la sua capocchia, piatta, ha il diametro di cm 2,5, mentre il fusto è di cm 9,2.
A questi esemplari più completi si aggiungono inoltre alcuni altri chiodi di minori dimensioni, lunghi 4-5 cm e
privi di capocchia. Sono frammentari, deformati e corrosi; debbono aver avuto impiego nel fissaggio delle parti lignee del mobiletto.
6.2. Considerazioni
Lo studio archeologico sistematico dei chiodi antichi, specie degli esemplari in ferro, è abbastanza carente;
uno dei lavori tipologico-funzionali più dettagliati resta ancora oggi quello condotto sui materiali provenienti dalla villa
romana di Settefinestre, fra Capalbio e Orbetello in Toscana, indagata fra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli
anni Ottanta del secolo scorso. In tale contesto sono stati rinvenuti, tra gli altri, alcuni chiodi tipologicamente analoghi a quelli presenti nel luogo di culto di Vaste34.
L’impiego di accessori in metallo, come chiodi di vario tipo, a scopo ornamentale nel mobilio ligneo è ben
noto nell’antichità. Mentre però gli elementi in bronzo sono giunti a noi più frequentemente, quelli in ferro sono pervenuti in quantità assai più limitata e generalmente in cattivo stato di conservazione35. I reperti da Vaste quindi, alcuni dei quali discretamente preservati, acquistano un particolare interesse, anche per la varietà delle loro tipologie.
In questo mobile i chiodi più piccoli assolvevano esclusivamente alla funzione strutturale di unire e tenere
assieme fra loro i vari elementi. I chiodi più grandi devono invece aver avuto uno scopo eminentemente decorativo,
forse più ancora che meccanico: là dove le teste erano destinate a rimanere esposte e visibili, queste erano infatti di
grosse dimensioni e venivano ulteriormente abbellite rendendole levigate e lucide, come ci è suggerito dall’esemplare n. 23/1. Assolvevano quindi al compito di grosse borchie bombate, verosimilmente lucide, nelle quali il colore
chiaro e brillante del ferro doveva risaltare su quello opaco e scuro del legno. Costituivano dunque un vero e proprio
elemento ornamentale di rifinitura del mobilio ed erano probabilmente disposte a gruppo a costituire qualche sorta di
motivo in rilievo. Il mobiletto di cui facevano parte deve quindi aver rivestito un certo pregio e importanza, come è
del resto evidenziato dall’essere stato dato alle fiamme come sacrificio36.
Al di là dell’aiuto fornito dai chiodi per la comprensione del manufatto di cui facevano parte, essi ci offrono
inoltre un significativo indizio sull’abilità e la qualificazione degli artigiani che li hanno prodotti.
La produzione di chiodi di forme e funzioni differenti fa presupporre che intorno al III secolo a.C. fossero attivi, nello stesso Salento - se non proprio nella comunità messapica di Vaste - fabbri considerevolmente qualificati. La
fabbricazione di chiodi è infatti un tipo di produzione specialistica a carattere para-industriale, poiché necessariamente eseguita in grandi quantità; è quindi un’attività che viene generalmente considerata caratteristica del
mondo romano, piuttosto che delle popolazioni indigene del meridione della penisola.
Essa necessita di una particolare tecnologia, che è rimasta praticamente inalterata sino all’avvento, in tempi
moderni, delle macchine (fig. 15), oltre che di un’attrezzatura relativamente sofisticata. Non essendo possibile forgiare individualmente ogni singolo chiodo, giacché ciò avrebbe comportato un considerevole ed eccessivo dispendio

34

M.L. FAMÀ, in Settefinestre: 53, tav. 8: 3, 9, 11.
ALDRED 1993: 238-239, fig. 209 G.
36
V. supra V. Melissano, 4. I manufatti.
35

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di tempo ed energie, venivano quindi realizzati degli attrezzi per produrre chiodi della
forma voluta; alcuni esemplari di chiodaie di
età romana sono stati rinvenuti in Inghilterra,
a Silchester (Hampshire)37, consistenti in
barre di ferro recanti alle estremità stampi
forati per realizzare la testa dei chiodi. Le asticelle metalliche, della lunghezza voluta,
venivano scaldate sulla forgia al calor rosso,
quindi lavorate dal fabbro velocemente a
martellatura, avendo cura di foggiare il gambo e la punta con poche martellate; la parte
che sporgeva dalla chiodaia era infine sagomata, ancora calda, con rapidi colpi38.
C.G.

7. I resti archeobotanici
L’area archeologica di Piazza Dante
a Vaste, investigata a partire dal 1999, ha
evidenziato una intensa frequentazione nel
corso delle fasi arcaica ed ellenistica, con
particolare caratterizzazione cultuale del contesto39. Le indagini archeobotaniche sinora
effettuate hanno interessato in particolare tre
contesti ipogei, con un’ampia attestazione di
macro-resti vegetali che sono stati utilizzati
per ricostruire le caratteristiche del paleoambiente e le pratiche cultuali nel corso delle
fasi ellenistiche40.
Le analisi archeobotaniche presentate si riferiscono ai campionamenti effettuati
nell’area del recinto B e pertinenti a due aree
di combustione (371-386) (fig. 7) datate al
VI-V ed al IV-III sec. a.C.41, già parzialmente
studiati42 e qui presentati in maniera sistematica. In particolare sono state analizzate diverse categorie di macro-resti vegetali: semi/frutti, carboni e frammenti lignei ossidosostituiti associati ad una serie di manufatti
metallici.
Fig. 15. Fabbricazione artigianale di chiodi (da DIDEROT, D’ALEMBERT (1751-1782),
Il complesso cultuale di Piazza Danère
“Cloutier grossier”, planche Iere ).
te a Vaste rappresenta, insieme al santuario
di Monte Papalucio ad Oria, uno dei pochi
contesti arcaico/ellenistici dell’Italia meridionale investigati in maniera sistematica dal punto di vista archeobotanico43.
7.1. Materiali e metodi
Nel corso dello scavo del Recinto B si è proceduto ad un campionamento a vista dei macro-resti vegetali
combusti, mentre l’intero sedimento cineroso pertinente alle US 371 e 386 è stato campionato e sottoposto a setac37

MANNING 1976: 151-152, fig. 259.
GIAMBARTOLOMEI 1931: 126.
39
V. supra G. Mastronuzzi, 1. Introduzione.
40
MARINÒ 2007; SOLINAS 2003; SOLINAS 2008.
41
V. supra G. Mastronuzzi, 2. Il contesto archeologico.
42
MARINÒ 2007.
43
CIARALDI 1998; FIORENTINO 2008.
38

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ciatura in acqua, attraverso maglie di 4,0 e 0,5 mm, per il recupero di resti di piccole dimensioni. L’analisi archeobotanica è stata accompagnata da una attenta lettura contestuale delle diverse componenti emerse nel corso dello
scavo.
La selezione e la ricognizione morfologica dei resti vegetali pertinenti a semi/frutti è stata effettuata attraverso un microscopio stereoscopico (Nikon SMZ 645) con ingrandimenti 8-63x, il confronto con la carpoteca del Laboratorio di Archeobotanica e Paleoecologia e gli atlanti di riferimento44.
La determinazione dei resti lignei combusti è stata effettuata attraverso la visione di tre sezioni anatomiche
(trasversale, longitudinali tangenziale e radiale) con un microscopio episcopico a luce riflessa (Nikon Me600), con
ingrandimenti da 100x a 500x, il confronto con la collezione di riferimento e gli atlanti di anatomia del legno45.
I manufatti metallici sono stati osservati allo stereomicroscopio per isolare le aree con tracce di tessuto
organico inglobato nei prodotti di corrosione del metallo, successivamente, i resti lignei ossido-sostituiti recuperati
sono stati visionati al microscopio episcopico con opzione a luce trasmessa per la determinazione tassonomica.
7.2. Risultati
Analisi antracologica
Il sedimento campionato nell’US 371 ha restituito 68 antracoresti, per un totale di 5 taxa identificati.
L’essenza più rappresentata è l’olivo (Olea europaea), associato a Pomoideae e ad altre essenze tipiche della macchia mediterranea, come il leccio (Quercus tipo ilex) ed il lentisco (Pistacia lentiscus). Particolarmente significativa,
nonostante il numero ridotto di resti, è la presenza di carboni attribuiti a pino da pinoli/pino d’Aleppo (Pinus cf. pinea/halepensis) (fig. 16; tab. 1).
L’US 386 appariva caratterizzata da un minor numero di carboni, pari a 40 frammenti, con la stessa variabilità tassonomica (n° 5 taxa) e la presenza dell’alaterno/fillirea (Rhamnus/Phillyrea) e dell’erica (Erica cfr. multiflora) in
sostituzione delle pomoidee, mentre assenti erano i frammenti attribuiti a conifere (fig. 16; tab. 1).
Analisi carpologica
Tab. 1: antracoresti rinvenuti all’interno delle unità stratigrafiche 371 e 386.
antracoresti
Olea europaea
Quercus tipo ilex
Pistacia lentiscus
Erica multiflora
Rhamnus/Phillyrea
Pomoideae
Pinus cf. pinea/halepensis
indeterminati/midollo
totale

US 371
47
5
4
0
0
7
2
3
68

US 386
13
13
7
3
2
2
0
0
40

Tab. 2: carporesti rinvenuti all’interno delle unità stratigrafiche 371 e 386.
carporesti
Olea europaea
Triticum dicoccum
Triticum aestivum/durum
Hordeum vulgare
Lens esculenta
Vicia ervilia
indeterminati
totale

US 371
8
9
6
19
2
6
3
53

US 386
6
6
0
4
0
0
0
16

Nell’US 371 sono stati identificati 6 taxa (fig. 16; tab. 2), pertinenti a cariossidi di cereali, in particolare di orzo (Hordeum vulgare),
di farro dicocco (Triticum dicoccum)
e di grano nudo (Triticum aestivum/durum), e leguminose come la
veccia (Vicia ervilia) e la lenticchia
(Lens esculenta), ed endocarpi di
olivo (Olea europaea). All’interno
dell’US 386 è stata evidenziata, invece, la presenza di una minore
concentrazione di carporesti (fig.
16; tab. 2) con l’attestazione di olivo
(Olea europaea), farro dicocco (Triticum dicoccum) ed orzo (Hordeum
vulgare).

Analisi xilotomica dei prodotti di corrosione
Gran parte dei chiodi analizzati presenta tracce di tessuto legnoso mineralizzato (metasomatosi
o ossidosostituzione). Il processo è
dovuto al fatto che il metallo sotto-

44

ANDERBERG 1994; BERGGREN 1981; JACOMET 2006; KATZ et al. 1965; MARTIN, BARLEY 1961; SCHOCH et al. 1988.
FAHN et al. 1986; GREGUSS 1955; GREGUSS 1959; JACQUIOT 1955; JACQUIOT et al. 1973; NARDI BERTI 2006; SCHWEINGRUBER 1990;
VERNET et al. 2001.
45

16

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Fig. 16. Vaste (LE), Piazza Dante. Diagrammi antracologici e carpologici delle US 371 e 386.

posto a corrosione, a contatto con il legno in ambiente umido, si comporta come una cellula galvanica, perché capace di attivare un flusso elettrolitico. Durante questa reazione, i prodotti della corrosione si depositano negli spazi tra
le cellule vegetali, prima conferendo al legno una caratteristica colorazione rossastra, poi sostituendo i tessuti attraverso la produzione dei calchi delle pareti cellulari46.
Le fibre legnose ossido-sostituite si presentano come concentrazioni isolate sui chiodi e su alcuni di essi è
stato possibile riscontrarne la presenza in diversi punti della superficie (testa e stelo dei chiodi). Le ridotte dimensioni dei frammenti lignei ed il pessimo stato di conservazione delle fibre non hanno impedito l’attribuzione dei resti a
46

BAKER 1974; GRAHAM et al. 1976; KEEPAX 1975; PLINION 1970; SAFA et al. 2012; STELLATI 2007; ZABEL, MORRELL 1992.

17

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pino da pinoli/pino d’Aleppo (Pinus cf. pinea/halepensis) (figg. 17-18). La localizzazione e l’orientamento delle fibre
sulla superficie dei chiodi di diversa fattura e morfologia ha permesso di ricostruire, quando possibile, la tecnica di
inserimento dei chiodi nel materiale ligneo e l’eventuale assemblaggio di più tavole (tab. 3)47:

Tab. 3: orientamento delle fibre sulle diverse parti dei chiodi.
Chiodi

Sezioni visibili sullo stelo

Taxon

sez. trasversale/ sez.
tangenziale

Pinus cf. pinea/halepensis

24, 23/4, 23/5

sez. tangenziale

Pinus cf. pinea/halepensis

Altri

sez. tangenziale

Pinus cf. pinea/halepensis

23/1, 23/3, 23/6, 23/7

Sezione visibili sotto la testa
sez. tangenziale

Fig. 18. Sezione trasversale di tessuto legnoso ossido-sostiuito di
Pinus cf. pinea/halepensis (ingrandimento 100x).
Fig. 17. Sezione schematica di tessuto legnoso di conifera (1: tracheide; 2: canale resinifero; a: sezione trasversale; b: sezione tangenziale; c: sezione radiale).

7.3. La ricostruzione del paleoambiente
Le essenze attestate, su un totale di 108 frammenti analizzati, si riferiscono ad un ambiente di macchia mediterranea fortemente caratterizzato da Olea (olivo coltivato e/o selvatico), leccio (Quercus tipo ilex), lentisco (Pistacia cfr. lentiscus), ramno/fillirea (Rhamnus/Phillyrea), erica (Erica cfr. multiflora).
L’elevata concentrazione dei resti di olivo sembra indicare un fenomeno di sovra-rappresentazione probabilmente dovuto sia a forme di coltivazione (attestata dai noccioli di olivo tra i carporesti) che a selezione del combustibile (forse in relazione alle specificità cultuali del contesto).
L’attestazione di frammenti di Pomoideae, oltre che riferirsi a specie diffuse normalmente nella vegetazione
spontanea della macchia mediterranea, o ai margini antropizzati di aree boscate più mesofile, può rappresentare la
traccia di un’articolata arboricoltura.
Di particolare rilevanza risulta il ritrovamento di frammenti pertinenti a legno di pino di tipo mediterraneo (Pinus cf. pinea/halepensis): questa attestazione, per quanto possa essere considerata come parte della vegetazione
naturale presente nell’area, sembra piuttosto riferirsi all’apporto di combustibile derivato da un manufatto, volontariamente combusto nel corso delle cerimonie del culto. I frammenti combusti di pino si trovano infatti esclusivamente
nella US 371 in associazione con i chiodi in ferro, sulla cui superficie sono stati trovati frammenti della stessa essenza sotto forma di ossido-sostituzione.
47

FIORENTINO et al. 2007.

18

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Il quadro paleoambientale che emerge evidenzia una vegetazione modificata dall’impatto antropico, come testimoniano anche i resti di piante
erbacee coltivate (cereali e leguminose) e resti di
frutticoltura arborea, ma non ancora completamente degradata ed in cui è ancora possibile scorgere
gli elementi caratteristici della macchia mediterranea a sclerofille sempreverdi, mentre del tutto marginali risultano i caratteri del bosco misto caducifoglio.
7.4. Analisi archeobotaniche e ricostruzione delle
modalità rituali
Le analisi archeobotaniche sui campioni
prelevati durante lo scavo del recinto B, hanno offerto la possibilità di raccogliere informazioni sulle
caratteristiche della complessa relazione tra mondo vegetale ed uomo in un contesto con forte connotazione cultuale in ambito indigeno-messapico.
Fig. 19. Rappresentazione schematica della modalità di impiego del chiodo
Le caratteristiche contestuali e la particolare valen23/1.
za cultuale dell’area di Piazza Dante, già evidenziate nelle analisi archeobotaniche delle cavità48, si
arricchiscono di nuovi elementi utili alla decodifica
delle modalità del rituale.
Il ritrovamento di manufatti metallici, in
particolare di chiodi con valenza prettamente decorativa, a cui sono associati i residui di tessuto
legnoso ossido-sostituito attribuiti a pino, rimandano alla presenza di un oggetto composto dall’assemblaggio di tavole. La ricostruzione della forma
di questo manufatto è parzialmente possibile grazie all’analisi integrata tra la dislocazione dei chiodi all’interno della superficie di combustione (371),
il loro rapporto forma/dimensione e l’orientamento
delle fibre vegetali riscontrate su di essi.
Nell’ambito della US 371 è infatti possibile
isolare una zona particolarmente alterata dal fuoco, in cui si concentrano i reperti metallici, di forma
rettangolare e dalle dimensioni di circa 60x30 cm,
che sembra rimandare alle dimensioni originali del
manufatto. I chiodi di maggiori dimensioni, come
evidenziato anche dalle analisi metallografiche49,
non mostrano segni di martellatura sulla testa, ma
si presentano ricurvi e con le tracce della sezione
Fig. 20. Rappresentazione schematica della modalità di impiego di uno dei
tangenziale del legno a contatto con la parte infechiodi 24.
riore della testa dei chiodi. Tutti questi elementi indicherebbero che i chiodi erano penetrati profondamente all’interno delle tavole, non con la percussione, ma probabilmente attraverso fori guida praticati in precedenza nel legno di pino, notoriamente poco duro e particolarmente adatto alla foratura50.
L’individuazione, invece, della sezione tangenziale e trasversale del legno sullo stelo rivelerebbe che era inserito in un’unica tavola, oppure che serviva a tenere insieme due tavole con le fibre orientate allo stesso modo. Una
volta oltrepassata una o più assi, i grossi chiodi sarebbero stati curvati (fig. 19). Su alcuni esemplari più piccoli, privi
della testa, è stata riscontrata la presenza di fibre in sezione tangenziale, mentre su uno sono state riscontrate tracce di fibre in sezione trasversale e radiale, con diverso orientamento in parti differenti dello stelo.
48

MARINÒ 2007; SOLINAS 2003, SOLINAS 2008.
V. supra C. Giardino, 6.2. Considerazioni.
50
GIORDANO 1981.
49

19

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Questo dato ci offre l’opportunità di ricavare un prezioso indizio sulla tecnica costruttiva dell’oggetto: il chiodo in questione mostra, infatti, d’aver tenuto insieme due tavole (fig. 20). Esso sarebbe stato inserito prima nella tavola 1 e quindi, una volta fuoriuscito dalla superficie opposta del legno, gli sarebbe stata impressa una certa inclinazione. In questo modo, l’estremità acuminata sarebbe stata spinta nella tavola 2, disposta perpendicolarmente rispetto alla precedente. La torsione della punta rivelerebbe, infine, che quest’ultima aveva oltrepassato anche la seconda tavola e subito un’ulteriore rotazione, forse per attenuarne la protrusione.
L’insieme degli elementi forniti dall’analisi dei residui legnosi sui chiodi consente di ipotizzare la presenza di
un manufatto ligneo dalla forma rettangolare con elementi decorativi in metallo, tra cui una probabile maniglia. Potrebbe trattarsi di una sorta di arca ferrata51, dotata di un lato lungo di circa 60 cm e di uno corto prossimo ai 30 cm.
Le modalità di preservazione dei resti lignei, sottoposti sia a mineralizzazione che a carbonizzazione, forniscono ulteriori informazioni sulle modalità d’uso del manufatto, in quanto si sono sviluppate sicuramente in momenti
diversi. La metasomatosi, infatti, ha avuto luogo durante la fase d’uso dell’oggetto, in tempi lunghi, tali da attivare il
processo di ossidazione del metallo di cui sono fatti i chiodi ed in un ambiente relativamente umido per consentire la
reazione elettrolitica di passaggio degli ossidi al materiale ligneo. La carbonizzazione, invece, è certamente avvenuta successivamente, mediante l’arsione del manufatto sul focolare nel quale sono stati ritrovati i chiodi. Tutti questi
elementi permettono di avanzare l’ipotesi che esso, al momento d’uso del focolare 398, era probabilmente un oggetto “antico” e che le stesse modalità di combustione erano parte di un rituale connesso alla memoria del passato
nell’ambito della già evocata “archeologia della nostalgia”52.
Le analisi archeobotaniche sinora effettuate nel complesso cultuale di Piazza Dante a Vaste, hanno evidenziato la presenza di rituali con forti componenti ctonie53 e rievocative, intrecciati tra di loro in maniera complessa. Le
tracce di un rituale articolato, in cui sono coinvolte le diverse strutture cultuali scavate a Piazza Dante, sembra evidenziarsi anche nella presenza di frammenti di uno stesso contenitore nel focolare in superficie e nel riempimento
della cavità 354, o il ritrovamento di carboni attribuiti a pino, nel focolare 371 e nel riempimento della cavità 155.
Ogni resto del passato, sia esso manufatto o ecofatto, incarna la dialettica tra materiale ed ideale, ed il tentativo di investigazione e decodifica delle modalità del rituale rappresenta di per sé un’impresa rischiosa, come
sempre accade nello studio degli aspetti simbolici del passato, ma allo stesso tempo non è privo di suggestioni metodologiche e spunti interpretativi. I dati botanici ed organici in genere, proprio per la loro natura, possono fornire a
questo proposito una serie di indicazioni relative alle modalità del culto ed alle pratiche ad esso connesse se accuratamente inseriti in una lettura contestuale in relazione agli altri dati archeologici56.
G.F. - G.C.

Giovanni Mastronuzzi
Laboratorio di Archeologia Classica, Dipartimento di Beni Culturali – Università del Salento
E-mail: giovanni.mastronuzzi@unisalento.it
Giampiero Colaianni
Laboratorio di Archeobotanica e Paleoecologia, Dipartimento di Beni Culturali – Università del Salento
E-mail: colaianni.gia@libero.it
Girolamo Fiorentino
Laboratorio di Archeobotanica e Paleoecologia, Dipartimento di Beni Culturali – Università del Salento
E-mail: girolamo.fiorentino@unisalento.it
Claudio Giardino
Laboratorio di Archeometallurgia, Dipartimento di Beni Culturali – Università del Salento
E-mail: claudiogiardino@hotmail.it
Valeria Melissano
Laboratorio di Archeologia Classica, Dipartimento di Beni Culturali – Università del Salento
E-mail: valeria.melissano@unisalento.it

51

V. DE CAROLIS 2007: 140-143.
BOARDMAN 2008; v. supra G. Mastronuzzi, 3. Proposta interpretativa.
53
V. MASTRONUZZI, CIUCHINI 2011.
54
V. supra G. Mastronuzzi, 3. Proposta interpretativa.
55
MARINÒ 2007.
56
FIORENTINO 2008; FIORENTINO, CARACUTA 2010; FIORENTINO, SOLINAS 2009; FIORENTINO et al. 2012.
52

20

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