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la Repubblica

DIARIO

GIOVEDI 6 MARZO 2014

DI REPUBBLICA

■ 40

Le tensioni fra Russia e Ucraina si riversano su una regione
da sempre al centro di appetiti, ma caratterizzata anche
da mescolanze etniche e religiose che alimentano i nazionalismi

CRIMEA

Quella penisola di nessuno
eterna terra di conquista

ANDREA GRAZIOSI

LIBRI
LEV TOLSTOJ

Racconti
di Sebastopoli
Garzanti
2004

ALEKSANDR
PUSKIN

Eugenio
Oneghin
Quodlibet
2008

VLADIMIR
NABOKOV

Il dono
Adelphi
1998

TERRY
BRIGHTON

Balaklava
Longanesi
2008

ORLANDO
FIGES

La danza
di Natasha
Einaudi
2008

CHARLES
KING

Odessa
Einaudi
2013

ROBERT B.
EDGERTON

Gloria
o morte Crimea
1853-56
Il Saggiatore
2001

VIALE
ETTORE
BERTOLÈ

Lettere
dalla Crimea
1855-1856
Carocci
2006

ALBERTO
CAMINITI

La guerra
di Crimea
Liberodiscrivere
2013

GUALTIERO
BELLUCCI

Cronache
dalla
Crimea
Aracne
2011

a Crimea non appartiene “storicamente”
a nessuno: luogo di
migrazioni e rimescolamenti costanti, e
bersaglio di pianificazioni violente che volevano svuotarla o ripopolarla, essa è divenuta negli
ultimi due secoli, contro la sua
storia, un simbolo del nazionalismo russo, come dimostra la crisi di questi giorni tra l’Ucraina di
cui la penisola fa parte e Vladimir
Putin pronto a invaderla per difendere la maggioranza russa
della popolazione. Prima però la
penisola era stata colonizzata da
greci, romani, bizantini e genovesi e solo nel 1783 la vittoria di
Mosca mise fine a lunghi secoli
di dominio ottomano. Le decine
di migliaia di tatari e musulmani
che allora l’abbandonarono furono sostituiti con una colonizzazione imperiale, e quindi non
etnica, che vide stanziarsi nella
regione slavi, anabattisti tedeschi, greci ortodossi, armeni,
ebrei e anche piccole comunità
italofone.
Nel 1854-55, tuttavia, l’accanita difesa opposta dalla città-fortezza di Sebastopoli all’assedio
franco-britannico avviò la trasformazione di questa penisola
dallo spiccato carattere plurinazionale in un’icona del nazionalismo russo risvegliato qualche decennio prima dall’invasione napoleonica. La capitolazione della
guarnigione, di cui aveva fatto
parte anche il giovane Tolstoj, fu
infatti trasformata in una nuova
epopea della resistenza russa all’Occidente e in un segnale della
necessità di riforme che rendessero vittoriosi i futuri confronti
con quella parte di mondo.
Subito dopo la sconfitta, militari incattiviti e un’amministrazione ostile spinsero quasi 200.000
tatari, forse due terzi della popolazione originaria rimasta, a partire
per l’impero ottomano, e la penisola fu così oggetto di nuove immigrazioni nonché di insediamenti estivi della corte e della nobiltà. La sua bellezza e il suo passato classico ne fecero anche un
luogo ideale della cultura russa.
Essa sarebbe poi divenuta durante la guerra civile una roccaforte bianca e nazionalista, l’ultima regione a essere evacuata
dalle sconfitte forze antibolsceviche. Proprio per ripulirla dai lasciti di quella presenza, i bolscevichi
vi applicarono alla fine del 1920
forse la prima esecuzione pianificata di circa 12.000 giovani ex ufficiali bianchi, condotta con modalità che ricordano da vicino quelle
che avrebbero regolato venti anni
dopo l’eliminazione degli ufficiali polacchi a Katyn.

L

Una vignetta satirica sulla guerra di Crimea del 1853

Violenze

Perestrojka

Un’area obiettivo
di invasioni, sottoposta
ad assedi e violenze
e dove si scatenarono
massacri ed epurazioni

Solo dopo la perestrojka
furono aboliti alcuni
divieti e la provincia
poté riacquistare
un profilo multinazionale

Nel primo decennio sovietico,
il contenimento poi del nazionalismo russo andò di pari passo con
una politica favorevole alle minoranze, e quindi in Crimea ai tatari,
che lo zarismo aveva tanto represso. Ma la svolta staliniana del
1928-29 portò alla ripresa di
un’aggressiva politica anti-straniera: proprio per il carattere cosmopolita della sua popolazione,
la Crimea soffrì particolarmente
delle purghe e del terrore scatenato contro le minoranze nazionali
nel 1936-1938, anche allo scopo di
“purificare” le regioni di confine.
Fucilazioni e deportazioni di
massa ridussero allora la presen-

za dei non slavi, e anche la piccola
comunità italiana fu perseguitata.
Tre anni dopo, gli invasori tedeschi sottoposero Sebastopoli ad
un secondo assedio, durato anch’esso più di un anno e costato
decine di migliaia di morti. La retorica sovietica e ormai filorussa
del regime staliniano celebrò allora la città-eroina i cui difensori si
erano battuti come e più di quelli
zaristi per fermare un nemico in
arrivo da Occidente. Sebastopoli
divenne così anche in Urss il simbolo della resistenza russa a
un’Europa nemica, un discorso
che ha trovato negli ultimi anni

SILLABARIO
CRIMEA

LEV TOLSTOJ

un sentimento che raramente e con pudore
si manifesta nel russo, ma che è situato nel
profondo dell’anima di ciascuno: l’amore
per la patria. Soltanto adesso i racconti sui primi
tempi dell’assedio di Sebastopoli, quando non v’era il minimo dubbio che la città non sarebbe stata
ceduta al nemico, quando quest’eroe, Kornilov,
esclamava: «Moriremo! Urrà! Ma non cederemo
Sebastopoli!», e i nostri rispondevano: «Moriremo!
Urrà!», solo adesso quei racconti hanno finito di
rappresentare per voi una stupenda leggenda storica, e sono divenuti autenticità, fatto. Quegli eroi in
tali difficili momenti non sono caduti nello sconforto, ma si sono esaltati nell’animo e con gioia si sono
preparati a morire per la patria. A lungo questa epopea di Sebastopoli lascerà in Russia tracce profonde. Ed eroe di questa epopea è stato il popolo russo.

È

grande spazio nelle pubblicazioni
favorevoli al regime di Putin,
spesso esaltato come riunificatore delle “terre russe” contro un’America ostile e un’Europa aliena,
accusate di aver tramato alla fine
degli anni Ottanta coi traditori
della perestrojka per svendere a
un corrotto Occidente la più pura
e diversa civiltà russa.
Nel 1944 la sconfitta tedesca
provocò un nuovo e radicale mutamento nella popolazione della
penisola: i suoi ebrei erano stati
sterminati; molti degli slavi erano
stati evacuati prima dell’arrivo
dei tedeschi o ne erano stati scacciati per ordine di Hitler, che voleva fare della regione un insediamento germanico; i vecchi coloni
di ceppo tedesco seguirono la
Wehrmacht in ritirata, e subito
dopo la vittoria Stalin ordinò la
deportazione dei tatari rimasti,
accusati di collaborazionismo
con gli invasori.
Si pose quindi il problema del
ripopolamento della Crimea e già
nel 1944 Kruscev propose che esso fosse fatto da ucraini, cui la regione andava assegnata in ricompensa delle loro sofferenze. Stalin
rifiutò. Poco più tardi, la proposta
di stabilire in Crimea una repubblica autonoma ebraica, anch’essa intesa come compenso per le
stragi naziste, fu uno dei capi d’accusa in base ai quali fu sterminato
il Comitato antifascista ebraico
sovietico.
La regione fu quindi insediata
essenzialmente da russi e ridivenne sede della flotta, simbolo del
loro nazionalismo e luogo di vacanze di buona parte dell’alta nomenklatura moscovita. Arrivato
nel 1953 al potere, però, Kruscev
tornò alla sua vecchia idea, e non
certo in un momento di ubriachezza decise di assegnare la regione all’Ucraina, di cui non aveva mai fatto parte. Allo stesso tempo egli confermò nel 1956 il divieto ai tatari di tornarvi, unico popolo che quindi non riebbe con la
destalinizzazione il pieno ristabilimento dei propri diritti.
Solo alla fine della perestrojka il
divieto fu abolito e la Crimea riacquistò così almeno in parte il suo
carattere multinazionale. Oggi
una maggioranza di russi vi convive con circa un 25 per cento di
ucraini e un 15 per cento di tatari:
si potrebbe pensare che il problema posto da una penisola dal passato così complesso, e con una
popolazione dotata di una così
forte tendenza alla differenziazione, meriterebbe forse soluzioni
politiche speciali e condivise, fondate su larga autonomia, forte
apertura e garanzia dei diritti di
tutti i suoi abitanti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Gli autori
IL SILLABARIO di Lev Tolstoj è tratto da I racconti di Sebastopoli (Garzanti). Lo storico
Andrea Graziosi ha scritto L’Unione Sovietica 1914-1991 (Il Mulino). Lo scrittore russo
Viktor Erofeev è autore di Il buon Stalin (Einaudi). L’ultimo libro di Pietrangelo Buttafuocoè Il dolore pazzo dell’amore(Bompiani).

I Diari online
TUTTI i numeri del “Diario” di Repubblica, comprensivi delle fotografie e
dei testi, sono consultabili su Internet
in formato Pdf all’indirizzo web
www.repubblica.it. I lettori potranno
accedervi direttamente dalla home
page del sito, cliccando al menu “Supplementi”.

Fëdor Dostoevskij

Edmondo De Amicis

Irène Némirovsky

Sopra ogni cosa rimpiango
di non aver perso un braccio
a Sebastopoli per la gloria

Cantarono un inno ai soldati
morti in Crimea così bello
che lo dovettero cantare da capo

Essendo nati nello stesso porto
di Crimea si sentivano fratelli,
avevano condiviso un pane amaro

I demoni, 1871

Cuore, 1886

Il signore delle anime, 1939

IL “KHANATO”

LA GUERRA DI CRIMEA

L’URSS

L’UCRAINA

OGGI

I tatari, popolazioni
turche in Crimea sin dagli
Unni, nel 1441 fondano il
khanato (da “Khan”). Nel
1784 passa alla Russia

Dal 1853 al 1856,
per il controllo
dei luoghi santi, esplode
la guerra di Crimea,
persa dalla Russia

Sotto Stalin, anche in
Crimea vengono attuate
purghe e deportazioni
Poi nel 1954, Kruscev
la cede alla Rss Ucraina

Dopo il crollo dell’Urss
nel 1992 la Crimea
proclama l’autogoverno
ma accetta di rimanere
legata all’Ucraina

Con la caduta
del presidente ucraino
Yanukovich, scoppia
la crisi in Crimea. Putin
mobilita truppe e mezzi

■ 41

Le tappe

L’ideologia dell’aggregazione politica e teologica Le vacanze a Yalta di Tolstoj, Checov e Gorkij

ALLA RICERCA IL MAR NERO
DELL’EURASIA DEGLI SCRITTORI
PIETRANGELO BUTTAFUOCO

VIKTOR EROFEEV

on è solo un'espressione geografica, l’Eurasia. È un
progetto ideologico. Parla con la lingua di Eduard Limonov, è nazionalbolscevica nell’accezione più
sgargiante, e, infatti, unisce in un’unica affabulazione Solgenitzin e il kalashnikov. È un esito di passionalità e di
convenienze. Sorge oltre i luoghi del Novecento, e da queste
giornate di Crimea, in cui la civilizzazione liberale di piazza
Majdan, a Kiev, incontra lo specialissimo “spirito russo” – irriducibile Kultur di operai e soldati –, pur con la guerra in agguato genera un amplesso che è già una visione del mondo:
l’euroasiatismo.
Questa idea dell’aggregazione continentale di Europa e
Asia si accompagna, nella versione più profonda, alla ri-cristianizzazione della società. Si fa carico dell’eredità teologica
di Pavel Florenskj e si attiva nella “creazione di una comunità
giusta”, per dirla con Il destino della teocrazia di Vladimir Solov’ev, teorico della rinascita spirituale.
Tutto diventa teocentrico e politico. Sacro e Romano è Putin, che in visita a Roma ha donato al Papa la copia dell’Icona
con cui Stalin fece benedire la “patria sovietica”. E non è un caso che il primo atto ufficiale della crisi ucraina sia stato del Patriarca di Mosca: la rimozione del Metropolita di Kiev. Mosca,
oggi, come più di cento anni fa con Solov’ev, sente la responsabilità verso il «sacerdote d’Occidente che ha bisogno della

enché si guardi alla Russia come a un paese freddo,
connotato da inverni lunghissimi e fatali bufere di
neve, la sua cultura, a differenza di quella finlandese
o norvegese, è una cultura calda, affine a quella mediterranea. Questo grazie soprattutto al Mar Nero che bagna
le rive meridionali della Russia, e in particolare della Crimea.
La costa subtropica della Crimea assomiglia a un bikini
d’uva con il quale, un tempo, l’Impero copriva le proprie nudità. Lo splendido palazzo di Livadija, nei mesi più caldi dell’anno, fu residenza di Alessandro III e Nicola II, l’ultimo zar.
Poco lontano dal palazzo degli zar c’era Yalta, località di villeggiatura allegra e decadente, piena di case in stile liberty e
di fanciulle e giovani spensierati. Una cittadina assai perversa in cui spesso soggiornò un amante appunto di raffinate
perversioni, Anton Cechov: vi ambientò La signora col cagnolino, uno dei suoi racconti migliori. Oltre a Cechov, a Yalta vissero Tolstoj, Gorkij, Stanislavskij e le attrici e gli attori del
suo teatro.
Agli inizi del ’900, poi, si assiste a una corsa alla Crimea. Il
villaggio preferito tra gli scrittori russi modernisti era un paesino bulgaro dal nome tataro Koktebel’, una sorta di SaintTropez dell’età d’argento della cultura russa. Come disse Andrej Belyj, veniva a visitare Koktebel’ il venticinque per cento
di tutta l’élite culturale russa delle due capitali. I suoi espo-

N

FOTO: GILARDI

LA GUERRA
Sopra,
una stampa
antica in cui
è raffigurata
una carica
durante
la battaglia
di Balaclava,
nel 1854
A sinistra,
una vignetta
che raffigura
le dure
sopraffazioni
d’epoca
sovietica

B

La ricristianizzazione

Saint-Tropez

È un approdo della dottrina conservatrice. In tema
di valori propri della sacralità, Mosca offre
più garanzie di Washington. E questo progetto
si accompagna alla ricristianizzazione della società

Dalla spiaggia raggiungevano le montagne
dove le loro guide tatare cucinavano spiedini
oppure Sebastopoli, dove ascoltavano gesta eroiche
o anche Koktebel’, una sorta di Saint-Tropez

venuta e della protezione del sovrano d’Oriente». Nella terra
che fu laboratorio del materialismo scientifico, l’ostacolo alla
causa di Dio è l’ateismo e, al tempo stesso, «il frazionamento
del potere statale».
L’Occidente attende di diventare Oriente e l’euroasiatismo
(che non è un’esclusiva dei russi: uno dei più attivi teorici è Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri turco) è l’approdo della
dottrina politica conservatrice. In tema di valori propri della
sacralità, infatti, Mosca offre più garanzie di Washington; ed è
significativo come in tutti i think tank della destra – una volta
esaurita l’islamofobia – con la criminalizzazione dell’euroasiatismo la russofobia sia diventata la questione principale.
L’Occidente muove guerra all’Oriente. E ciò in ragione di
un’inimicizia che prescinde la stessa eredità della Guerra
Fredda tra i due blocchi. Lo schema, oggi, è quello di un revival: il ritorno del Grande Gioco, The Great Game, dal racconto
di Peter Hopkirk; e non ci si muove dall’eterno conflitto per il
controllo di quello che la geopolitica descrive come “il cuore
della terra”.
L’Eurasia s’invera nel continente dello scacchiere centroasiatico dove perfino la Cina – forte di una primogenitura culturale, Wu Chengh’en in coppia con Marco Polo – a dispetto
dei secoli si presenta con i suoi uomini d’affari per svegliare la
Via della Seta - e bussare alle porte dell’Occidente. E lo fa sempre con accorta mossa politica, non senza schierarsi, come nel
delicato caso dell’Ucraina, al fianco della Russia, la cui Aquila
– bicefala – si volge con una testa al di qua degli Urali per cercare un punto d’appoggio esterno, mentre l'altra è compiaciuta nella direzione opposta. Ossia a Oriente, dove Mosca –
“terza Roma” avendo mutuato in cesarismo universale l’eredità della Terza Internazionale – vigila sui destini delle repubbliche centro-asiatiche, alleandosi con l’Iran, dove l’Eurasia è
già carta d’identità, e poi rinnovando il protettorato con le antiche nazioni indo-saracene, dove, in luogo di Solov’ev, le confraternite sufi e i reduci delle guerre afgane leggono in cirillico
i testi di Ahmed Yassavi, il Dante Alighieri (o Francesco d’Assisi) degli sciamani. Non sarà mai una costruzione burocratica, l’Eurasia. Vista da qui, dall’Occidente, è un istinto. Vista da
lì, da Oriente, un cammino.

nenti abitavano nella dacia (o nei dintorni) di Maksimil’jan
Vološin, un uomo grasso e barbuto, poeta, filosofo e primo
nudista russo. A Koktebel’ la cultura russa si scatenava. Tra le
celebrità qui si potevano incontrare Anna Achmatova, Michail Bulgakov, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’štam e Aleksej Tolstoj.
Quando iniziò la Guerra Civile e il nudismo passò di moda,
Maksimiljan Vološin si offrì di nascondere nella sua dacia
Rossi e Bianchi, a turno, a seconda di chi fosse al potere. Quando la guerra ebbe fine, dopo che il poeta ne aveva denunciato
gli orrori, la accolse a braccia aperte come il più ospitale dei
padroni di casa. Negli anni ’20 del ’900, nel clima moderato
degli anni sovietici della Nep, a Koktebel’ comparvero di nuovo le star della letteratura. La Russia tornava a scaldarsi, come
un cane bagnato, sotto il sole di Koktebel’.
La tomba di Vološin si trova sulle montagne di Koktebel’,
con vista sul Mar Nero. Il poeta non fu fucilato, ma all’inizio
degli anni ’30 la collettivizzazione e altre nefandezze del potere sovietico lo influenzarono a tal punto da portarlo alla
morte: ci ha lasciato una bellissima casa museo. Quando,
morì anche Stalin, Koktebel’ cominciò a rinascere. In un bellissimo parco sempreverde fu costruita la Casa degli scrittori,
che ospitò le star della nuova generazione di scrittori, i cosiddetti “sessantini”: Evegenij Evtušenko, Andrej Voznesenskij,
Vasilij Aksenov. Anche per me diventò un luogo di culto.
Molti intellettuali russi hanno vissuto con preoccupazione la perdita della Crimea. Per un po’ a Koktebel’, Yalta e Sebastopoli, c’è stato il solito andirivieni di artisti, ma poi tutto
è finito, senza un perché. Continuo a essere convinto che prima o poi ci potremo incontrare a Koktebel’ come i francesi e
i tedeschi si incontrano in Alsazia. Ma i tempi non sono ancora maturi. Finché regnerà la mentalità militare di Putin, questo è impossibile. Abbiamo appena rischiato di precipitare in
una guerra come in un lago di sangue proprio a causa dell’arretrata mentalità sovietica. E in Russia un’altra mentalità deve ancora nascere. A Kiev, come ha mostrato la recente rivoluzione ucraina, è già nata. Da noi, invece, c’è ancora un lungo inverno da superare.
Traduzione di Marco Dinelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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LIBRI
ADAM
MICKIEWICZ

I sonetti
di Crimea
e altre
poesie
Adelphi
1977

IRÈNE
NÉMIROVSKY

Il signore
delle
anime
Adelphi
2011

FËDOR
DOSTOEVSKIJ

I demoni
Newton
Compton
2010

VASILIJ
AKSËNOV

L’isola
di Crimea
Mondadori
1988

EURIPIDE

Ifigenia
in Tauride
Baccanti
Garzanti
2010

ISAAK BABEL’

I racconti
di Odessa
Bur
2012

A. FERRARA
N. PIANCIOLA

L’età delle
migrazioni
forzate
Il Mulino
2012

GILBERT
SINOUÉ

La signora
della
lampada
Neri Pozza
2010

S. MENSURATI
G. GIACCHETTI
BOICO

Il genocidio
dimenticato
Gli italiani
di Crimea
Editrice Goriziana
2013


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