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Progetto bimbi .pdf



Nome del file originale: Progetto bimbi.pdf
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PROGETTO BIMBI

Introduzione e presentazione del progetto...

IL MONDO ANIMALE
“Avete voi riso della favola della volpe e dell'uva? Io no, mai.
Perché nessuna saggezza m'è apparsa più saggia di questa, che insegna a guarir d'ogni voglia
disprezzandola."
Luigi Pirandello

Così nasce una farfalla
Alberto Baroni

Da un ovino bianco e giallo
dentro una fogliolina,
nasco piccola bruchina
verde ahimè e assai bruttina.
Ma che fame che mi viene
non c’è niente che mi tiene,
mangio a tutte l’ore assai,
di brucar non smetto mai
e di dolci foglioline
le ganasce ho sempre piene.
Poi nel freddo di una notte
faccio un gioco di prestigio
dalla bocca sputo seta
e a me attorno fò una botte
e poi dentro mi ci pigio.
Per diversi giorni dormo
ma allor sveglia io m’accorgo
d’esser dura come il marmo,
mamma mia che spavento!
perché il cuore più non sento…
Più non voglio star quà dentro,
come matta mi dibatto
fin che esco dall’anfratto.
Meraviglia ! meraviglia !
Più non son brutta bruchina
ho due ali trasparenti
con disegni gialli e blu
e se m’accarezza il sole
si ravviva il mio colore.
Sono solo appesa a un filo
ho paura di cadere,
finché un alito di vento
mi trasporta via con sé.
Oh che bello!, quanti colori!
ora sono una farfalla
e nell’aria io volteggio
sol di nettare mi nutro
ed in mezzo ai fior campeggio.

Vita da topi
Simonetta Brancato

Il bambino è ancora lì, mi fissa da fuori la gabbia e io corro.
I miei calcoli dicono che durerà ancora pochi secondi, forse un minuto, poi annoiato
accenderà la console e si sparerà un paio di ore di videogiochi, d’altronde sono solo un
topo noioso, come ripete spesso.
Le corse mattutine sono dure e stancanti, ma necessarie.
No no, avete capito male, non ho bisogno di perdere alcun etto, noi criceti siamo a forma
di pera naturalmente... Non è che correndo avremo mai gli addominali di Vin Diesel.
Perché corro vi chiedete allora? Perché questa non è una classica ruota da criceto, o
meglio lo è ma diciamo modificata. E’ meglio partire dall’inizio...
Sono una cavia da laboratorio, cinque mesi fa sono riuscito a scappare da quel posto
orribile... E da stupido mi sono rintanato in un negozio di animali.
La commessa scambiandomi per uno dei suoi criceti, mi ha preso e messo dentro la
gabbietta. Lì ho conosciuto alcuni miei simili, per così dire, decerebrati.
Dopo essere scappato da un laboratorio di massima sicurezza, fuggire da quella gabbietta
insulsa non era così difficile, ma non l’ho fatto, avevo bisogno di pensare al mio futuro.
D’altronde cosa avrei fatto fuori al freddo per le strade della città? Vivere nelle fogne
proprio non mi si addice, così ho deciso di farmi adottare da un umano... E poi... per il mio
obbiettivo era la cosa migliore.
Non sono scappato dal laboratorio solo per evitare le torture, ma perché c’è un’anima
dolce e squittente che mi aspetta, non so dove possa essere ma la troverò.
Con Squeezy ho passato la mia infanzia a giocare e quando finalmente mi dichiarai il figlio
di uno scienziato pretese di adottarla e tenerla a casa sua.
Ci separammo ma le promisi che l’avrei ritrovata e sposata.
Dunque al negozio che era vicino al laboratorio, speravo di intravedere la faccia di quel
bambino che aveva preso la mia Squeezy ma non lo vidi, al suo posto questo bambino
viziato mi adottò.
Già, vi dovevo spiegare della ruota.
Io entro ed esco da questa gabbietta tutte le volte che voglio, ma non mi faccio notare
dagli umani.
Durante la notte ho raccolto alcune provviste utili al mio progetto. Dietro questa ruota c’è
una sorta di dinamo che girando accumula energia al mio piccolo laboratorio dentro la
cuccia. Alla cuccia ho dovuto fare un doppio fondo, perché questi umani sono
particolarmente invadenti e credendo di farmi un favore ogni due o tre giorni svuotano la
cuccia e ripuliscono tutto. Dunque ho dovuto nascondere la mia ferraglia.
Così lavorando di notte e accumulando energia di giorno, in cinque mesi ho finalmente
ultimato il mio veicolo. E’ un veicolo piccolo che potrà ospitare due criceti... Secondo i miei
calcoli arriva alla velocità di 50 km orari, che per un quattro ruote così piccino è quasi un
miracolo, si lo so sono bravo in queste cose. Quindi stanotte uscirò dalla gabbia e andrò a
cercare la mia Squeezy e rimarremo insieme per sempre. Preferisco le fogne con lei che
una vita agiata da solo...
Ho finito la corsa diurna posso andare a riposarmi e prepararmi per la fuga di questa notte.
La mamma del bambino mi si avvicina.

- Ciao topino! E’ ora di una cuccetta più grande! Buttiamo via questa vecchia topaia!Cosa diavolo sta facendo? Oh no! Il mio laboratorio! Non può buttarlo via! Cinque mesi di
lavoro in fumo! Non è possibile...
- Su dai lasciami buttare via la cuccetta. Ecco qui, questa è molto più grande e spaziosa...
Almeno la tua nuova amichetta saprà dove dormire...In mano la donna ha qualcosa, anzi no, qualcuno! Quello è un topo... Bianco, morbido e
profumato... Un miraggio, non ci posso credere, è Squeezy!
- Guarda che carini che sono! Hanno fatto subito amicizia!- Sono topi noiosi mamma... Mi compri un gatto?-

Il corteo degli animali
Gioia Albano
Non in cielo e non in terra
gli animali movon guerra,
caccian per saziar la fame
poi ritraggono le lame
sì quando a riposo stanno,
senza procurarsi danno,
denti e artigli acuminati
raramente sono usati.
Se pur svelan molte voci
mentre corrono veloci
- tra un barrito, un ululato,
un frinito, un latrato lor conoscon molto bene
quello cui chiunque tiene:
il valore di ogni vita,
sempre piena di fatica.
Ma un bel giorno gli animali
furon visti tali e quali
a tanti uomini del mondo
che non sanno fino in fondo
cos'è sciocco, cosa è saggio
cos' è vero o un miraggio.
Dunque cosa capitò?
Pazientate un altro po'!
Se la storia finirete,
il finale scoprirete.
Furon tutti gli animali,
con le pellicce e con le ali,
accusati impunemente
d'una colpa inesistente:
essere come noi umani,
con due piedi e con due mani,
pieni zeppi di difetti
da nascondere sotto i letti.
Presto! Avanzan gli animali

con le pellicce e con le ali!
Marcian in corteo uno a uno
con il vizio di ciascuno:
c'è il leone con maestà,
e il pavone in vanità;
arriva il gatto mendace,
e la gazza assai loquace.
Altri seguon lentamente,
tra il tripudio della gente:
il passero impertinente
e il delfino intelligente.
Li raggiunge la farfalla,
svolazzando rossa e gialla:
lei si mostra spensierata
insieme all'oca infatuata
che starnazza soddisfatta
con la propria posa matta;
mentre il gufo, con fermezza,
è custode di saggezza
e sta appena un poco indietro
sopra un ramo, a men d’un metro;
corre la lepre smarrita,
non sa più dov'è finita.
Questa storia si dilunga
è davvero troppo lunga!
Resistete solo un po'
che ben presto finirò!
Alla fin dell'avventura
manca un'altra creatura:
c'è la tartaruga stanca
che pazientemente arranca.
Di natura schiatte elette
le creature anche imperfette
sembra a voi che han difetti
da nasconder sotto i letti?
Amicizia in quantità
donan sempre a chi vorrà
veder loro quali esempi
di giustizia d'altri tempi.
Non nel cielo e non in terra
gli animali muovon guerra.

Rondinella e il passero
Ivano Dell’Armi
E' primavera. Il sole scalda la terra e le creature di madre natura possono finalmente
festeggiare un cielo limpido, scorrazzando tra le onde leggere dell'aria.
Una dolce rondinella si diverte a fare piroette e capriole sfoggiando movimenti aggraziati,
ed il suo volo esprime la gioia della libertà. Durante una picchiata i suoi occhi incrociano
quelli di un passero solo all’ombra di un albero. Allora scende perplessa chiedendogli:
"Perché non stai volando?”
E lui, timido:
"Non posso, non vedi che ho un'ala spezzata?"
Lo sguardo della rondinella si fa meno spensierato, un dubbio la sfiora. Allora gli
domanda:
"Ti fa male?"
E il passero, sospirando appena:
"Ci sono abituato oramai!"
Ma è già tempo di andare, le amiche della rondinella la richiamano a gran voce per
riprendere il divertimento interrotto. Lei le cerca con gli occhi, si sente sollevata. Ha tante
amicizie e può saltare di nuovo lassù.
Eppure le dispiace che quel passero sia così triste, perché una giornata di sole non merita
malinconia ma soltanto sorrisi.
"Sei sicuro che la tua ala sia veramente spezzata? Magari è guarita in tutto questo tempo
e non te ne sei accorto. Dai, salta su con noi". Prova quindi a convincerlo.
Ma lui, storcendo ripetutamente la testa lascia cadere il sipario alle sue aspirazioni:
"Dovevo curarla subito, ora è tardi; resterà così per sempre".
"Prova a muoverla, non si sa mai!" Insiste la rondinella, e sono le sue ultime parole prima
di ritrovarsi nuovamente in cerchio con le sue fortunate compagne di volo.
Ma il passero non le vuole dare ascolto e resta in compagnia della sua solitudine.
Trascorre l’intera giornata: la rondinella in cielo ed il passero sempre all'ombra del suo
albero, fino al sopraggiungere della notte. Il passero soltanto allora si ricorda veramente
delle parole della rondinella.
“Prova a muoverla, non si sa mai!”, le aveva detto quella voce soave. E allora lui trova il
coraggio per sbattere le sue ali intorpidite ora che nessuno può vederlo.
Gli fanno male, sono indolenzite perché è troppo tempo che le aveva dimenticate; e così
cade ripetutamente al suolo. Una lacrima gli riga il volto e si addormenta piangendo
sull'erba.

E sogna di volare insieme alla sua dolce rondinella. Le lacrime si sostituiscono ad un
sorriso e nel sonno il passero inizia a sbattere continuamente quelle ali addormentate, lo
fa per tutta la notte fino a scioglierne i complicati nodi! Ignaro che l'indomani anche lui
avrebbe accarezzato il cielo.

Una piccola scimmia
Alberto Baroni

Lassù in alto dove il verde si sposa
col delicato azzurro del cielo,
saltando fra i rami faccio sfacelo.
La mia casa è nella foresta pluviale
e per salirci non mi occorrono scale.
Son piccolino e peso assai poco,
la mia giornata è una lunga altalena
sulle mie braccia che muovo con lena.
Ho una pelliccia bruno rossiccia
che se mi arrabbio tutta s’arriccia,
or che finita è la mia pubertà
urlo e mi agito in gran libertà.
Ho solo due anni e mi guardo d’intorno,
cerco un amico come me perdigiorno,
quaggiù nessuno mi sarà mai padrone,
vi dico il nome, mi chiamo Gibbone.

La grotta dei pesciolini rossi
Elena Frattalie
Cinque pesciolini nuotavano tranquilli nel fresco laghetto di montagna, quando ad un tratto
arrivarono dei grossi nuvoloni neri, gonfi, gonfi di pioggia. Iniziò a piovere. E piovve,
piovve, per giorni e giorni.
Con la pioggia incessante il laghetto si ingrossò e i pesciolini ne vennero sbalzati fuori e
iniziarono a scivolare a valle.
Mentre scivolavano Pesce giovane urlò agli altri fratellini, indicando una grotta che vide
all’ improvviso davanti a sé
- Ripariamoci qui, presto!
Allora i cinque fratellini si attaccarono uno alla coda dell’altro formando una fila che tagliò
la corrente dell’acqua e riuscirono a rifugiarsi nella grotta dove si infilarono subito in una
pozzanghera che si era formata lì col tempo.
Qui, appena arrivarono, sentirono una voce roca che disse loro:
- Chi è là, cosa ci fate qui, questo è il mio rifugio!

- Chi sei? Chiese Pesce anziano,
-Io sono Rospo e vivo qui, non gradisco che voi stiate qui.
Appena Rospo ebbe finito di pronunciare queste parole ecco che tra mille spruzzi piombò
di colpo Serpente che tutto stordito si guardò intorno e vide gli altri animali che lo
osservavano con sguardo contrariato.
In poco tempo scivolarono nella grotta anche Falco, Gatto, Cane, Topo e Puzzola.
La tempesta non terminava e questi animali riuniti nella grotta non si sopportavano e
passavano il tempo a litigare tra loro:
- Questo è il mio spazio, diceva Cane,
- Puzzola allontanati da me, mi togli il respiro, diceva Topo. Era una guerra senza tregua.
Un giorno però Rospo iniziò a stare male, Serpente se ne accorse e andò dagli altri e
disse:
- Correte, correte, Rospo sta male, cosa possiamo fare? Gli altri si precipitarono disperati
a vedere cosa avesse.
– Sto tanto male, gracchiò Rospo con un filo di voce, ho tanta fame, forse sto per morire,
-No! Abbaiò Cane, questo non deve accadere!
Allora fecero una riunione e decisero di uscire tutti insieme a cercare del cibo. Tutti tranne
Serpente che restò nella grotta per accudire Rospo.
Stettero via per delle ore, Serpente preoccupato vedeva il suo compagno abbandonare le
forze e non sapeva cosa fare.
Nel frattempo il gruppo si dimenava tra pioggia e vento per cercare di accaparrarsi del
cibo.
-Dove saranno? Sibilava Serpente, sarà capitata loro qualcosa?Ad un tratto invece eccoli di ritorno, sconvolti, ma con una sacca piena di cibo trovato qua
e là, ora dall’uno ora dall’altro.
Apparecchiarono la tavola e vi misero sopra tutto ciò che avevano.
Col cibo e con l’affetto dimostratogli dai nuovi amici Rospo in poco tempo riprese a star
bene.
Da quel giorno divennero inseparabili.
Quando terminò la tempesta lasciarono la grotta, si trasferirono nel bosco e lì vissero tutti
insieme felici e contenti.
–Spostati Puzzola! Potresti anche darti una lavata ogni tanto!
Ops…abbastanza felici e contenti.

Problemi di massa
Jst
Dieci rondini in volo beate
incontrano un cartello
Lo oltrepassano come per magia lanciate
verso un mondo per loro più bello
non sapendo che
una rondine più furba
vola più alta e
non vede che cielo:
niente la turba.

Topischio
Ivano Dell’Armi

"Pà ci credi al Natale?"
"E me lo chiedi, certo che ci credo!"
Papà Topo guardò il suo piccolo negli occhi, lui un topo robusto dal grosso dente anteriore;
il piccolo un topino di un grigio quasi bianco, molto elegante e con due baffettini minuscoli
sul musetto. Erano lì, appena affacciati dal buco che dava sulla stanza principale. Là fuori
gli umani stavano festeggiando davanti ad una tavola imbandita e ad uno strano albero
tutto imbellettato di palle colorate e strisce luminose con luci e ghirlande ovunque.
"Pà, ma non ti sembrano strani questi… umani??!"
"E perché mai!!! Sono così allegri e stravaganti. E poi festeggiano… il Natale!!! Il Natale,
capisci?"
"E che si festeggia a Natale?"
"Insomma, sembri un cucciolo di topo ancora in fasce, amore mio grande di papà Topo;
ma non lo sai? E’ il giorno in cui è nato il Creatore. E lo sai perché ci credo anche io?
Perché Lui è anche il Nostro Creatore: anche se era… credo… un umano".
Topischio era attratto da tutte quelle leccornie che sembravano danzare sopra alla tavola
imbandita. Avrebbe voluto assaggiare qualcosa, magari anche solo un pezzo di formaggio
o di dolce.
"Dici che se ci facciamo vedere ci danno qualcosa da mangiare?"
Papà Topo sbatté gli occhi contrariato.
"Loro ci considerano brutti e cattivi, cercherebbero di ucciderci! Gli umani sono strani".
Io provo lo stesso, sono agile e non mi farò prendere. E poi ho sentito dire che a Natale
tutti sono più buoni! Non vorranno mica negare un pezzo di dolce a noi che siamo loro
tranquilli ospiti!"
"Mmhhh, non credo sia una buona idea. Aspettiamo che vadano a dormire e poi
mangeremo le loro briciole".
"Ma io ho fame adesso!"
"Tu non hai fame, sei ingordo Topischio! Abbi pazienza e poi ti riempirai il pancino in tutta
tranquillità. Dai retta a Papà".
Topischio sbuffò guardando quei buffi esseri che intanto se la stavano spassando
allegramente. C’erano anche cuccioli di uomo. Topischio aveva notato tra tutti una bimba
con le trecce bionde e la carnagione chiara… come la sua.
"Pà, anche la cucciola di uomo si spaventerebbe di me?"
"Soprattutto lei, Topischio! Soprattutto… è una femmina! E le femmine odiano quelli come
noi, salgono sopra le sedie, urlano come pazze. Come se le potessimo sbranare. Alle volte
ci divertiamo a spaventarle proprio per questo!"
"Pà, ma lei è diversa. Lo sento".
"Non dire così Topischio. Mai fidarsi degli umani, l’apparenza inganna. Andiamo da
Mamma che sta di là, sopra, in soffitta. Lontano dal rumore dei figli simili al Creatore".

Iniziò a suonare una canzone di Natale, Topischio era rimasto lì, incantato da quelle note
così… così… speciali. Cariche di bontà e allegria. Di Natale.
"Pà, gli umani non sono cattivi. Io vado!"
"Topischio, per l’amor del formaggio torna qui!!"
Papà Topo lo prese per la coda fermando la sua folle corsa verso la grande stanza da
pranzo. Ma intanto il suo musetto con i baffetti era già visibile sul pavimento. La bimba lo
aveva notato. A Topischio batté forte il cuore. La bimba non aveva urlato.
"Non lo fare mai più, intesi?"
"OK, Pà…" Sbuffò il piccolo contrariato non capendo il timore del padre che lo stava
trascinando via.
Topischio sentiva già l’odore della leccornia. Ed anche Papà Topo.
La bimba, era stata lei, aveva lasciato un po’ di dolce vicino al loro buco.
"Visto Pà? Evvaii!!!!!!!!!!! Si mangia".
Papà Topo rimase quasi incredulo, poi si rivolse a Topischio.
"Non credere che sia sempre così. Ma forse sì dai, il Natale è davvero una favola come
dicono: succedono cose incredibili! Come questa. Prendi la tua leccornia ed andiamo a
ringraziare il Creatore del Mondo e di tutte le Creature".
"Pà, io la amo!!!"
"Topischio per l’amor del Cielo!!!!"
"Ma io la amo per davvero, sul serio… sul serio!"
Papà Topo non disse nulla questa volta. E’ Natale, lasciamo pure che si sogni un po’!

Gabbiani
Ivano Dell’Armi
Lassù dove il cielo si fa sempre più blu
vola fiero un gabbiano...
anzi no, due gabbiani!
Due bianchi gabbiani!!!
Sospinti dal vento dell'amore
seguono sempre il loro cuore...
Lei si chiama Vita!!!
Siete gabbiani anche voi?
Sì!!!!!!
E allora volate gabbiani,
sempre più su...
fendete con le vostre ali il cielo
e ricordate sempre
di credere sempre a voi stessi!
Volate insieme a noi,
tutti insieme giungeremo
nel cielo più limpido!
E in quel Paradiso,
sereni e pieni di gioia,
canteremo le nostre emozioni.

Storia di una rana
Fabrizio Pusino
Sgranò gli occhi e si guardò intorno, con un occhio verso i bellissimi bitorzoli della propria
schiena mentre l'altro sondava la profondità del panorama lacustre che gli si apriva
davanti. Certo, essere una rana aveva i suoi lati positivi, pensò saltellando allegramente
dalla riva su di una ninfea di passaggio. Cercava sempre di sfruttare le poche occasioni
che gli si presentassero di avere un passaggio gratis e non certo per pigrizia o
taccagneria. Molto più semplicemente, essendo una rana, non aveva le tasche in cui
mettere gli spiccioli necessari per un biglietto d'autobus. E farsi la strada a piedi era
un'impresa troppo ardua per una grossa rana toro.
Lasciò che la corrente trasportasse la sua improvvisata imbarcazione verso Sud, dando
appena qualche colpo di pinna ogni tanto, giusto per correggerne la rotta. A Sud. Sognava
da tempo di migrare verso nuove zone, dove si diceva vi fossero ricchi reami e regine
potenti. E la sua mente sagace sapeva che, dove vi fosse una regina, ci sarebbero state
anche delle principesse.
No, non pensiate che lo facesse per avidità o sete di potere, non sarebbe stato da lui; vi
dirò anzi, e che resti fra noi, che le rane toro non danno molta importanza al denaro o al
potere.
In realtà quello che voleva il nostro amico era un mezzo di trasporto tutto suo. Sì, proprio
come quel suo vecchio amico... come si chiamava?...sì, certo, come il suo amico Azzurro
che, tanti anni or sono, appena baciata una principessa si ritrovò principe e proprietario di
un meraviglioso cavallo bianco. Certo, Azzurro era un atletico rospo, molto più piccolo di
stazza del nostro amico per il quale, forse, cavalcare sarebbe potuto essere un problema.
Ma le rane toro, come vi ho già detto sono animali sagaci ed il nostro amico aveva già in
mente la soluzione: avrebbe baciato la regina!Eh sì, perché se baciare una principessa
dava diritto ad un cavallo bianco, baciare la regina gli avrebbe portato sicuramente una
comoda carrozza con gli interni di fine broccato di seta. Chiaramente, aspettare che la
regina si accorgesse di lui e decidesse di baciarlo sulle labbra sarebbe potuta essere
un'impresa senza speranza. Stabilì quindi nel suo piano d'azione che avrebbe fatto lui la
prima mossa, baciando la regina con la sua lunghissima lingua.
Così, seguendo i sui pensieri e la corrente, il nostro batrace arrivò finalmente a Sud e,
scelto un punto della riva che si confacesse ai suoi gusti, saltò giù dalla ninfea per poi,
nuotando in un perfetto stile rana, raggiungere l'agognata sponda.
Salì quindi su di una pietra un po' più alta delle altre e, controllando con lo sguardo il
viottolo che passava lì vicino, si riposò ai caldi raggi del sole, pensando nel frattempo a
come fare per trovare la regina.
Pensa e ripensa, sul viottolo si avvicendarono manguste, leprotti e ornitorinchi ma
nessuno, vuoi per fretta o vuoi per ignoranza, fu in grado di rispondere alla sua domanda.
La rana toro, ormai stanca ed affamata, stava per perdere ogni speranza quando passò un
liocorno che, come quasi tutti i liocorni, si chiamava Giorgio.
-Eccellentissimo Signor liocorno– disse rispettosamente la rana –potrei chiederle
un'informazione?-.
-Chiamami pure Giorgio- rispose cordialmente l'altro, con l'affabilità tipica della sua specie
-e chiedimi pure quello che vuoi sapere, sarò felice di risponderti!-.
La rana, ringalluzzita dalla disponibilità dell'altro, gli zampettò allegramente accanto,
spiegando il perché ed il percome si trovasse in quelle lande e lo scopo del suo viaggio.
Fu così che Giorgio, usando il corno a mo' di matita, inizio a tracciare sul morbido terreno
la piantina del luogo, spiegando al giovane batrace come raggiungere la dimora della
regina più vicina, evitando le insidie che si annidavano lungo la strada. Naturalmente il
liocorno gli disse anche di guardarsi dalle temibili guardie che vegliavano il palazzo reale.

Dopo aver ringraziato Giorgio per la sua esaustiva spiegazione, la rana toro s'incamminò
in direzione della sua meta.
Saltella saltella, dopo un lasso di tempo che, non portando l'orologio, non sarebbe stato in
grado di quantificare, giunse ai piedi dell'alto palazzo.
Alzò gli occhi all'insù e ancora più in su, cercando con lo sguardo la fine dell'enorme
struttura in cui centinaia, migliaia o forse milioni di esseri si muovevano, freneticamente
indaffarati nello svolgimento delle proprie mansioni.
Diciamocelo pure apertamente: la rana toro si sentì un po' intimorita dal gran palazzo e da
tutti i suoi abitanti. Astutamente, pensò quindi di raggiungere una roccia vicina, da cui
poter controllare l'entrata del palazzo senza dare nell'occhio; avrebbe atteso che la regina
uscisse e l'avrebbe baciata.
E cosi aspettò ed aspettò e aspettò ancora. L'attesa fu così lunga che avrebbe potuto
mettersi a giocare a carte con la noia in persona; certo, se avesse avuto un mazzo di
carte. Ma, siccome le rane non hanno le tasche, non le aveva portate con sé.
Dicevamo comunque che aspettò finché, ad un certo punto, percepì un insolito fervore
animare il palazzo. La rana toro s'allertò, preparandosi a fare la sua mossa.
Uno stuolo di guerrieri uscì dal palazzo e solo la sua acuta vista gli permise di distinguere,
occultata fra di loro, la figura della pingue Regina. Caricò le zampe posteriori, spiccando il
salto più lungo che avesse mai fatto in vita sua e, al momento opportuno, estroflesse la
lingua al suo massimo.
Non c'era posto per lei nel palazzo, lo sapeva da sempre. Sua madre l'aveva sopportata a
forza, facendole capire chiaramente che, appena in età da marito, l'avrebbe data al primo
pretendente che si fosse presentato. Certamente, lei non era d'accordo ma era
impensabile ribellarsi al volere della Regina; soprattutto se tutto l'esercito vegliava su di te.
Stava giusto sognando quanto le sarebbe piaciuto, almeno per una volta, essere baciata
da qualcuno diverso quando accadde: una pastosa sostanza appiccicaticcia la colpì in
faccia rapendola in un lungo bacio. Le guardie, colte di sorpresa, non ebbero il tempo di
reagire e si limitarono a guardare la giovane formica regina involarsi verso l'enorme bocca
della grossa rana.
La rana toro terminò con grazia il suo salto, atterrando sul soffice prato che circondava
l'alto formicaio. Ci mise un po' a staccare la minuscola preda dalla propria lingua, ed
ancora di più per spiegarle il perché di quel bacio rubato.
Giusto il tempo che servì all'esercito di formiche rosse per circondarli. La rana toro e la
giovane regina senza regno si guardarono negli occhi con uno sguardo d'intesa perfetta.
Lei si sistemò fra i comodi bitorzoli della schiena di lui e, a grandi balzi, fuggirono lontano
dall'armata nemica.
Ed eccoci alla fine della nostra storia: il nostro amico rana toro non ebbe mai la carrozza
che tanto sognava ma, a forza di saltare, perse un po' di peso in eccesso e non ne sentì la
mancanza. In compenso trovò un'amica fidata con la quale, grazie anche all'aiuto
economico di Giorgio (i liocorni sono notoriamente ricchi), aprì un piccolo albergo.
Se passate da quelle parti non mancate di fermarvi una notte da loro per ascoltare le
incredibili storie che, sicuramente, avranno da raccontarvi.
...dite la vostra
che ho detto la mia
e tardi s'è fatto
per cui scappo via...

Farfalla
Alberto Baroni
Sfarfallan sfarfallando
mi diverto volando
rubo ogni colore,
mi poso dove l’ape
ha baciato il fiore
e bevendo polline
mi ubriaco di sapore.
Parlo con le amiche
attraverso i miei colori
con i riflessi delle ali
che mai sono uguali.
Son delicata, fragile e bella
la mia vita è breve
ma del prato son la stella.

L’arcobaleno che c’è
Silvia Giannattasio
C’era un tempo in cui essere umani e animali convivevano pacificamente...
no, non soltanto convivevano come oggi, vivevano assieme in tutto e per tutto.
In quei giorni passati tutti avevano il dono della parola ed ognuno poteva comunicare con
l’altro senza difficoltà. Collaboravano, lavoravano, risolvevano ogni tipo di problema
sempre restando uniti, insieme da simili.
Un brutto giorno però, il cielo iniziò a rannuvolarsi; le nuvole erano nere, gonfie di pioggia
da piangere dai loro occhi di cotone. Esseri umani ed animali si prepararono al meglio,
coprendo i campi coltivati, molto importanti per la sopravvivenza di ognuno.
Purtroppo la pioggia non era arrivata per andarsene dopo poco, ma restò per giorni e
giorni e giorni, rendendo triste ogni abitante del mondo.
Gli animali, che avevano un cuore nobile e altruista e si sentivano debitori verso i loro
amici uomini, decisero di convocare il Padrone del Cielo. Esso non tardò a comparire tra le
nubi sempre più scure, lucenti solo grazie ai tanti lampi brillanti, e li ascoltò senza
interrompere:
ogni animale chiese che gli umani avessero un dono, un regalo per essere di nuovo felici
e allegri come un tempo.
Il Padrone del Cielo però, non era disposto ad accontentarli senza avere qualcosa in
cambio e chiese loro... la voce.
Se avessero dato lui la capacità di parlare la lingua umana, lui avrebbe concesso un dono
agli uomini, mentre gli animali avrebbero potuto comunicare solamente con dei versi, ad
ogni specie il suo.
Non pensarono nemmeno di rifiutare e si sacrificarono.
Pochi istanti dopo la pioggia diminuì, riducendosi solo a poche gocce piacevoli; le nuvole
si diradarono e i raggi del sole iniziarono a farsi strada tra di esse e a riscaldare di nuovo il
loro mondo.
Non era tutto però, perché all’orizzonte comparve il dono tanto atteso: un arco, formato da
sette colori accesi e incantevoli, s’insinuò nel cielo, provocando reazioni entusiaste e i
sorrisi stupefatti degli umani e degli animali.

Oggi lo chiamiamo Arcobaleno.
Non tutti sanno però come questo è nato e grazie a quale grande sacrificio possiamo
ammirarlo e attenderlo con tanta impazienza.

Il gattino
Fabrizio Pusino
Il mio amico Serafino
ha un gattino molto bello
che abbaiar sa come un cane
e volar come un uccello
Il gattin di Serafino
sotto il sol porta il cappello
ma se il tempo gira a brutto
esce fuori con l'ombrello.
Il mio gatto invece resta
lì seduto alla finestra
aspettando tutto il giorno
l'arrivar del mio ritorno.
Poi si siede a me vicino
e facendo il suo rumore
dice mille e mille volte
che per me ha tant' amore.

Il gatto dormiglione
Eugenia Abate
Questo gatto è un dormiglione!
Non ha mai intenzione
di giocherellare
perché sul “suo” divano vuole restare.
Sempre pensa: “Miagolare o sbadigliare?”
Sogni perfetti vorrebbe accumulare
ad ogni occasione,
questo gatto è un vero dormiglione!

C’ERA UNA VOLTA
“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole
dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti."
Gilbert Keith Chesterton, Enormi sciocchezze, 1909

La favola di un fiocco di neve
Ivano Dell’Armi
C'era una volta l'inverno. E in inverno si sa fa freddo! Eppure è sempre un piacere
osservare dal cielo i candidi fiocchi di neve che scendono dall'alto. Ecco, questa è la
favola di un fiocco di neve che aveva paura di conoscere la terra, perché sapeva cosa
l’avrebbe atteso: molto presto il sole sarebbe tornato ad infondere il suo calore sulla
natura ed inesorabilmente si sarebbe sciolto. Per questo quel batuffolo di neve non
intendeva per nessuna ragione allontanarsi dalla sua soffice nuvola. Ma il suo tempo era
oramai giunto, la sua nuvola non attendeva altro che potersi finalmente rilassare: portava
peso da troppo tempo! Fu così che una fredda mattina si rivolse al fiocco indignata.
“Non puoi continuare ad opporti, è tuo destino scendere… e scenderai”; e così dicendo
scoppiò in una tonante risata. “Perciò preparati, la discesa sarà molto lunga e soprattutto
lenta”.
Gli altri fiocchi di neve ridevano, prendendosi gioco di lui, l’unico al quale quest’avventura
sul mondo sembrava terrorizzarlo. Lo schernivano ripetendogli e convincendolo che debole e spaventato com'era - si sarebbe sicuramente sciolto prima di posarsi sulla neve
che già colorava di bianco il paesaggio; o ancora peggio che, seppure ce l’avesse fatta,
sarebbe finito sopra uno sterco di vacca, ed il suo candido colore si sarebbe sporcato,
inghiottito da quella orribile cosa.
Nell'udire quelle parole “batuffolo” (lo chiameremo così) era ancora più inquieto, passava
tutto il tempo ad immaginare quel doloroso momento in cui si sarebbe separato da
“mamma nuvola”. Tremava e piangeva, pregava e piangeva; ma a forza di versare lacrime
divenne ancora più piccolo e fu il primo a staccarsi! In balia del vento iniziò a discendere
sballottato disordinatamente, mentre il vento che si divertiva a fargli girare la testa.
“Piccoletto”, gli urlava con la sua voce schizzata. “Ora ti scaravento dritto dentro l’acqua
gelida, sta a guardare”.
Ed il povero batuffolo stringeva gli occhi e fermava il respiro. Continuava a piangere ed a
sgretolarsi, sicché quando giunse a pochi passi dal suolo era talmente minuscolo che a
stento si riusciva a vederlo. Non toccò nemmeno terra, ma si adagiò lievemente sopra una
minuscola foglia, ultima valorosa condottiera di un arbusto ingiallito e sofferente
schiacciato sì dal ghiaccio, ma ancora vivo.
“BRRRRR! Per la miseria, ci mancavi anche tu adesso”, gridò l’arbusto crucciato. “Che ci
fai qui! Ancora non sta nevicando, piccola peste antipatica”.
Il povero fiocco di neve si sentì in colpa, la sua presenza lì era sgradita.
“Non lo so, io… io…”, farfugliava; “… io ho tanta paura, sono solo! E poi nessuno mi vuole
bene”.
“Ecco, allora vattene”, rispose risoluta la pianta che poi si mise ad invocare il vento.
“Portamelo via, accidenti a te! Ma proprio sulla mia foglia dovevi farmelo cadere,
dannato?”
“Quante storie”, sbuffò allora il vento innervosito. “E’ inutile che ti agiti così tanto, lo sai che

morirai presto lo stesso”.
Batuffolo, udite quelle parole, tristemente si lasciò cadere al suolo salutando appena
l’arbusto, che comunque non riuscì a sentirlo tanto era impegnato ad inveire contro di lui.
L’impatto con la neve fu una sensazione di freddo intenso, batuffolo non sapeva se dolce o
amara; non ebbe nemmeno il tempo di rendersene conto, era così minuscolo che
rapidamente filtrò verso il basso a differenza di tutti gli altri fiocchi di neve che invece
stavano già posati uno sopra l’altro.
“Vattene via, sciò… sparisci”.
Gli ribadivano questi prendendolo a calci e spingendolo sempre più velocemente verso il
basso. Buio, tristezza, paura, solitudine, rimpianto, anche rabbia per come era stato
trattato dagli altri… tanti furono i pensieri che lo accompagnarono nell'oblio; finché si sentì
tirare. Dal basso dove era caduto... di nuovo verso l’alto.
Verso l’alto? Cosa stava succedendo? Fu una folle risalita senza spiegazione, batuffolo
teneva gli occhi chiusi e pregava: pregava perché aveva paura, pregava perché era l’unica
cosa che potesse fare. Pregava e piangeva, e piangendo si faceva più grande... ora che
era puro liquido. Non si accorse di quanto aveva pianto: tanto, tantissimo questo sì, ma
non troppo.
Come d’incanto si ritrovò circondato da una sottile parete di colore verde dove tanti nuovi
“amici” lo stavano accogliendo desiderosi di farlo entrare nel loro “nuovo” paradiso. Come
erano diversi dai “gelidi compagni” di prima… ma soprattutto quanto tempo era passato da
allora!? Potrebbe sembrare appena uno sbatter di ciglia, in realtà pochi mesi… a batuffolo
invece sembrava una vita: ed in quella “vita” era cambiato, cresciuto… migliorato… ora
era pronto per seguire il suo destino, con coraggio.
Ma cosa era successo a batuffolo? In breve era finito in un giardino pieno di fiori che
stavano soffrendo il freddo dell’inverno, assimilato da quello che presto sarebbe diventato
un bellissimo fiore. Ed il fiore, cominciandosi a nutrire tra gli altri anche di lui, ora lo stava
ringraziando.
“Non so come sdebitarmi con te”, disse allora il fiore quando crebbe sano, forte e robusto.
“C’era poca acqua e tu hai contribuito affinché ne fosse prodotta a sufficienza affinché io
potessi germogliare e sfavillare”.
“Davvero?”, rispose incredulo batuffolo, che lì si sentiva perfettamente a suo agio, ma
soprattutto contento di essere stato utile, efficace ed adeguato alla situazione.
“Ora è primavera, è tempo di fiorire”, cantò il fiore spiegando le sue foglie al sole. “Esprimi
un desiderio ed io lo esaudirò carissimo mio amico”.
Il piccolo non ci stette troppo a pensare e subito rispose gioioso.
“Voglio volare in cielo, e da lì ammirare quanto è bello il mondo con i suoi prati e i suoi
fiori; e poi voglio vederti da lassù”.
“Tutto qui?”, rispose il fiore piacevolmente. “Allora va, e grazie per tutto quello che hai fatto
per me”.
Il sole diffondeva luce sul mondo… ed il fiore sorrideva a quella meraviglia… ed il fiore

rilasciò tanto ossigeno quel giorno, ossigeno puro che si espanse per l’aria profumandola
tutta. Quello che un tempo era un fiocco di neve, poi divenuto acqua, era appena stato
rilasciato nell'aria per tornare leggero in cielo, libero e soddisfatto… pronto a compiacersi
in quello stupendo spettacolo.
“Eccomi… si torna a casa!”, gridava batuffolo; mentre intanto la primavera lo stava
abbracciando tra i suoi caldi raggi d’amore.
Il principe giocherellone
Alberto Baroni
C’era una volta in un regno incantato
un principino allegro e svogliato
che tutto il giorno a palla giocava
e se chiamato a studiare scappava.
Il rè suo padre non sapeva che fare
maestri e maghi seguitava a chiamare,
ma nessuno riuscì a fermare il monello
che diventò sempre più grandicello.
Finalmente un bel giorno d’aprile,
il rè stanco dette al figlio un badile
e nel giardino lo mise a vangare
notte e giorno senza sostare.
Il principino dalle guardie osservato
a lavorare così fu obbligato,
del giardiniere divenne l’amico
e a lui si confidò sotto un fico.
Le tabelline il principe odiava,
ecco perché dallo studio scappava.
Il giardiniere che in effetti era un mago
gliele insegnò con il gioco e lo svago.
Questa la prima tabellina insegnata
che nel giocare venne imparata:
Quel che vero è vero
due per zero - zero.
Lo sa anche un bue
due per uno – due.
Le zampe del gatto
due per due – quattro.
Somaro non sei
due per tre - sei.
Come è buono il risotto,
due per quattro – otto.
Oggi c’è pasta e ceci
due per cinque – dieci.

I porcelli sono sudici
due per sei – dodici.
Sotto la pioggia t’infradici
due per sette – quattordici.
Ora gioco con gli amici
due per otto – sedici.
Sotto il sole io mi scotto
due per nove fa diciotto.
E’ finita, siam contenti
due per dieci - venti
Così il principe non più perditempo
la matematica imparò nel frattempo.

Elox e i due reami
Gioia Albano
C'era una volta uno strano reame dove ogni cosa era bianca: dalle chiome degli alberi,
all'erba dei prati; dai tetti e dai muri delle case, agli oggetti di uso quotiano che si
trovavano dentro le stanze. Perfino il cielo sopra quel regno, ben più distante dall'ultimo
luogo conosciuto della Terra, era bianco e così pure le sette montagne che lo
circondavano tutto intorno, formando una barriera naturale lungo il suo perimetro. Come
se tutto ciò non bastasse anche gli animali e le persone che qui vivevano non avevano
traccia di colore sui loro corpi.
Sembrava proprio che su tutti gli esseri viventi e non, dal più piccolo al più grande, si fosse
deposto un manto di neve impenetrabile che nessun calore sarebbe stato capace di
sciogliere.
Proprio per tale caratteristica questo luogo era chiamato “Il Reame Della Neve Perpetua.”
Viveva qui un pastore che, ogni giorno, si svegliava all'alba per portare a pascolare il suo
gregge di pecore. Elox era un giovane di buon cuore che si prendeva cura degli animali a
lui affidati con tenerezza. Era anche molto bravo a imitare i versi degli uccelli, tanto che
quando fischiava non si riusciva a distinguere le sue imitazione dagli autentici canti delle
creature alate. A causa di questa abilità, quest'ultime lo consideravano un amico su cui
vegliare.
Un giorno, prima di ritornare a casa, il giovane si accorse che nel suo gregge mancava un
agnello. Dov'era finito? Egli lo cercò in lungo e in largo ma non riuscì a trovarlo da
nessuna parte.
Un usignolo, intenerito dalla tristezza del pastore, gli si posò sulla spalla e gli sussurrò:
- L'agnello sano e salvo troverai, se oltre le montagne al castello ti recherai. La bella
principessa dagli occhi di carbone ti aiuterà e dalle guardie crudeli ti salverà. Amore e
fortuna attendono l'audace che alfin ovunque riporterà la pace.
Elox si precipitò a casa e raccontò al padre, con il quale viveva, che cosa gli aveva
predetto l'usignolo.
- Non puoi andare nel “Reame della Fuliggine Eterna”! Rischieresti di essere catturato
dalle guardie del castello. Il re è nemico del nostro pacifico reame e potrebbe ucciderti, l'ammonì il genitore, desiderando che il figlio desistesse dal proposito di partire.
Elox finse di accondiscendere alla supplica del padre, ma quando l'uomo si fu
addormentato, il giovane sgattaiolò via, incontro al proprio destino.
Intanto l'usignolo lo seguiva da lontano, stringendo nel becco un minuscolo sacchetto. Ma
non era il solo. Anche un canarino, un'allodola, un passerotto, un pettirosso, un fringuello e

uno storno volavano in fila indiana dietro Elox, ciascuno stringendo nel proprio becco un
piccolo sacchetto simile a quello dell'usignolo.
Il giovane camminò per giorni e giorni, sempre seguito a distanza dai sette uccellini.
Durante il tragitto incontrò un mendicante affamato a cui regalò del pane. Lui, in cambio,
gli donò una logora corda; poi incontrò un bambino assetato a cui dette l'acqua rimasta
nella borraccia. Lui, in cambio, gli donò una scatola di fiammiferi. Infine incontrò una
vecchietta vestita di stracci e infreddolita, a cui regalò la sua calda giacca di lana. Lei, in
cambio, gli donò il mantello strappato che aveva indosso.
Cammina, cammina Elox arrivò finalmente alle pendici di una delle sette montagne,
scalando la quale sarebbe giunto a destinazione.
- E ora come farò ad arrivare lassù in cima?, - si chiese.
- Lancia la logora corda verso la montagna, - gli suggerì una voce.
Elox lo fece e la corda si trasformò in una scala che, gradino dopo gradino, lo condusse
agilmente fino alla cima della montagna e poi fino alle sue pendici, dall'altra parte.
- Questo strano colore m'impedisce di vedere qualunque cosa! - esclamò.
- Accendi un fiammifero, - gli suggerì un'altra voce.
Elox lo fece e il fiammifero si trasformò in una fiaccola; così egli riuscì a vedere.
Nel “Reame della Fuliggine Eterna” tutto era privo di splendore e lucentezza. L'oscurità,
che non aveva ancora conosciuto gli faceva paura. Tuttavia osservò che, eccezion fatta
per il colore, le persone e gli animali erano uguali a quelli che vivevano del suo reame.
- Qui non c'è nessuno, ma se mi dirigerò verso il castello le guardie mi avvisteranno da
lontano. Sono troppo diverso dagli altri... Come posso fare?, - si domandò, incerto sul da
farsi.
- Copriti con il mantello, - lo esortò una terza voce. Elox lo fece e, da bianco che era,
divenne nero. Ora nessuno l'avrebbe scoperto. Mimetizzato stupendamente, egli
raggiunse il castello senza intoppi. Il ponte levatoio del castello era abbassato e poté
entrare. Subito sentì il canto di una dolce voce femminile e poi il belato di un agnello. Nel
cortile vide la più bella fanciulla che avesse mai incontrato. Aveva folti capelli scuri che le
scendevano fin sotto le spalle e due occhi profondi che ispiravano gentilezza con ogni
gesto. Il giovane se ne innamorò alla prima occhiata.
- L'agnello che state accarezzando è mio, - dichiarò il giovane, facendosi avanti un po'
timoroso; pure era abbagliato da quella figura di donna che effondeva bontà con ogni
gesto.
- Ma il piccolo è bianco. Come può essere?, - si stupì la fanciulla.
Elox si tolse il mantello per mostrarle la verità: - Anch'io lo sono.
- Ah! Capisco. E lo rivolete indietro, immagino. Mi mancherà. Da quando è arrivato mi ha
tenuto molta compagnia.
- Giacché vi siete affezionata a lui, ve lo regalo.
- Avete un animo sensibile e siete anche coraggioso a svelare la vostra vera identità. Io
sono la principessa Melos.
Senza il travestimento magico, le guardie del palazzo non tardarono a scoprire l'intruso. In
men che non si dica gli piombarono addosso e lo trascinarono davanti al re. Egli lo
interrogò furente.
- Abitante del “Reame Della Neve Perpetua,” perché sei i venuto nel “Reame Della
Fuliggine Eterna”?
- Sono un umile pastore, maestà, che è giunto fin qui per riportare a casa un agnello
perduto del proprio gregge, - raccontò Elox, sostenendo fieramente l'ira del sovrano.
- Non ti credo. Tu sei una spia del re mio nemico; e come tutte le spie sarai giustiziato a
morte questa notte stessa, - sentenziò.
La principessa Melos si gettò ai piedi del padre. - Aspettate! Se riportasse nel nostro regno
i sette colori dell'iride dovrebbe essere graziato, - gli rammentò. - Concedetegli di tentare
l'impresa, lasciandolo libero fino a domani! Non avete niente da perdere, - lo supplicò.

Il sovrano accolse la preghiera della figlia. - Se ci riuscirà prima del levarsi della luna di
domani, avrà salva la vita e gli concederò la tua mano, - le promise. Dopodiché si rivolse
allo straniero: - Rimarrai libero fino a domani, - annunciò il sovrano. - Ma se fallirai, i miei
soldati ti uccideranno, - soggiunse.
In giardino Elox strinse a sé la principessa confessandole il proprio amore.
- Ho prolungato la vostra vita, ma non sono riuscita a salvarvi, - si dolse Melos fra le
lacrime.
- Anche se domani verrò ucciso non m'importa. Questo giorno con voi, principessa, vale
più di un'intera vita trascorsa da solo, - le confessò Elox nel tentativo di consolarla.
Nel frattempo l'usignolo, il canarino, l'allodola, il passerotto, il pettirosso, il fringuello e lo
storno che avevano seguito Elox, lasciarono cadere i minuscoli sacchetti che avevano nel
becco ai piedi dei due innamorati.
- Dentro ci sono dei semi! - esclamò il pastore, aprendoli uno dopo l'altro. - Li pianterò,
così quando non ci sarò più, ciò che nascerà testimonierà il nostro amore, - decise.
Quindi, interrò accuratamente i semi in un angolo incolto del giardino, non sprecandone
nessuno. Le lacrime di Melos, sostituendosi all'acqua, li annaffiarono.
Il giorno dopo, poco prima che la luna sorgesse (mentre la vita di Elox era sul punto di
concludersi a causa di un ordine reale), quale meraviglia apparve dinanzi agli occhi
sbigottiti del sovrano e di tutti i presentii! Dai semi piantati appena la notte prima, erano
cresciuti e già sbocciati dei fiori colorati: papaveri, tageti, ranuncoli, erba, fiordalisi,
campanule e lillà. I sette colori dell'iride erano stati restituiti al “Reame Della Fuliggine
Eterna”.
La promessa del re fu mantenuta, ovviamente. Elox da semplice pastore acquistò il titolo
di "Altezza Reale" e Melos trovò un marito più unico che raro. L'agnello diventò membro di
nuovo gregge, un gregge di pecore nere. E fu così che tutti vissero felici e contenti... Anzi
no, non tutti. L'agnello, crescendo, venne additato “come la pecora bianca”e si sentì
discriminato dagli altri ovini.

Il cavaliere senza traccia
Simonetta Brancato
Vi narrerò la storia
del coraggioso cavaliere
che perso per strada
dimenticò il suo mestiere.
Ognuno lo conosceva
per le sue grandi gesta
nessuno però sapeva
che gli passava per la testa.
Mentre cercava uno scopo
un sentimento vero,
trovò legato a un albero
il suo bel destriero.
Gli disse di salire
sulla sua groppa,

era ora di partire
per un’altra lotta.
Lui sorpreso allor chiese
“Per cosa? Che guerra?”
il cavallo preoccupato
rispose guardando a terra:
“non so, è il tuo lavoro
tu non guardi in faccia,
guadagni fama e oro
inseguendo una traccia.
Il tuo nemico non ha nome
tu uccidi per dovere.
Questo per te è onore
lo dici tutte le sere...”
Il cavaliere salì a cavallo
e anche se niente ricordava
sapeva che non era lui
quell’uomo che già detestava.
“Chi ero poco importa
so cosa voglio e ti dico:
niente lotte d’ogni sorta,
verrai con me amico?”
Ti seguirò ovunque tu vada
ci vuol coraggio, niente boria
per inseguir questa strada
senza onore né gloria.
Così i due amici insieme,
per mille avventure,
scoprirono che non le lotte
son le imprese più dure.
La principessa sonnambula
Eugenia Abate
C’era una volta Carmela, fanciulla assai buona, tenera di cuore, graziosa come una
ghirlanda di margherite, ricca in quanto figlia di un ricco re, ma che avrebbe venduto tutto il
suo invidiabile castello e finanche zappato gli orticelli per accontentare il suo servo
preferito, Antonio. Quest’ultimo era il servo tuttofare nelle cucine della sua reale dimora ed
era bello quanto basta a mettere in moto un fertile sogno da innamorata ed anche se non
aveva – e immaginava mai avrebbe avuto – una corona in testa, per Carmela significava
tutto il mondo.
Quella notte, non potendo più dormire sopra al fuoco che le scoppiettava in petto, Carmela
volle raggiungere il servo nella stanzetta dove riposava da solo e confessargli
apertamente il suo amore, ben sapendo che, allorché respinta con dolci parole, non
sarebbe passato molto tempo prima che al castello giungesse notizia di una principessa

gettatasi a precipizio da una rupe vicina. Ma tale tragedia non avvenne perché Antonio,
veduta correre da lui la principessa così innamorata, accettò di buon grado che Carmela
gli cascasse tra le braccia come una pera cotta scoprendosi pure invaghito di lei più di
chiunque altro. Il prosieguo delle ore buie fu gaio e spensierato per entrambi, ma era
oramai sorta l’alba quando Carmela si rese conto che a causa della sua avventatezza quel
loro vascello d’amore imbarcava acqua da ogni parte e che se i domestici l’avessero vista
uscire dalle cucine con il sole già alto, nulla avrebbe impedito loro di congetturare qualche
malevole conclusione. Così, per evitare che Antonio finisse giustamente decapitato dal
boia di corte, progettò un piano meno avventato del precedente e al mattino, tenendosi la
testa con una smorfia dolorante mentre usciva dalle cucine, raccontò ai domestici di
essere sventuratamente diventata una sonnambula. Le guardie corsero presto ad avvisare
il Re che per tutto il giorno non riuscì a pacificarsi con l’idea che sua figlia Carmela,
fanciulla bella e cara, avesse un tale triste difetto perchè sarebbe servita una magia
strabiliante, un bididi-bodidi-bù senza eguali, per renderlo accettabile ad un futuro
promesso sposo. E proprio quei pensieri e quelle preoccupazioni riguardo al matrimonio
della figlia diedero modo ad una pulce di insinuarsi nell’orecchio del Re, il quale, passando
i giorni e venendo tutte le mattine a sapere che la sua principessa si era risvegliata per
caso tra i fornelli delle cucine, cominciò a tormentarsi con qualche paranoia aldilà di quel
presunto sonnambulismo. Chiamò allora un suo fido soldato e gli disse: “Ho bisogno di te.
Questa notte segui con cura ogni passo di mia figlia e domattina vieni a raccontarmi quello
che hai visto. Ma bada a non farti sfuggire niente con nessuno!” e gridato questo al
poveretto, si rinchiuse a pigliar pesci nel suo studiolo. L’agguato della notte trovò
impreparati i due giovani i cui cuori battevano ormai simultaneamente e che prima ancora
di abbracciarsi si sorpresero minacciati dalla lama sudata del soldato. “Tra-traditore!” gridò
il suddetto ad Antonio che vedendosi non impiegò uno sputo di secondo a correre via. Il
soldato, anziché lasciarsi mortificare dalle urla concitate di Carmela, incalzò il servo con
un breve inseguimento durante il quale il non farti sfuggire niente con nessuno del suo
sovrano era l’unica avvertenza presente nella sua mente. Tant’ è che non si accorse del
sopraggiungere di tre allegre fatine, sbrilluccicanti e sbriluccicose alquanto, fino al
momento in cui non finì sepolto nella foresta di spine da loro fatta germogliare sotto i suoi
piedi. Le tre fate raggiunsero subito Antonio e presero a dire: “Siamo in viaggio da tanti
anni e veniamo da molto lontano, ma sforzandoti non ti sarà impossibile immaginare il
nostro regno in quanto tu stesso ci sei nato. Il Re tuo padre sarà tanto lieto di sapere, caro
Principino, che sei stato ritrovato!” Così si venne a scoprire del sangue nobile di Antonio e
di quanto perdutamente fosse ricco, più ricco del Re padre di Carmela, il quale, fingendosi
quanto mai estraneo ai farfugliamenti del soldato che aveva attentato alla vita di un
principe, tra gli applausi e le musiche dei festeggiamenti per l’imprevista guarigione della
sonnambula, diede il suo gioioso consenso al matrimonio del principe Antonio e della sua
principessa.

Dal principio al principio
Silvia Giannattasio
C’era una volta una foglia, piccola e forte,
c’era una volta il sole caldo e accogliente.
La piccola foglia era verde e brillante,
il sole, suo amico, la rendeva più grande.
Come le gemme nei prati cresceva ,
la sua brillantezza paragoni non aveva
e il sole dall’alto sempre più riscaldava.
C’era una volta una foglia, fragile e grande,
c’era una volta una brezza che fresco diffonde.
La fragile foglia il suo verde perdeva,
al giallo del sole ora più somigliava.
Quel ramo sottile stava per salutare,
sentiva il momento pronto ad arrivare.
C’era una volta una foglia, secca e increspata,
c’era una volta il gelo che il verde dirada.
La secca foglia sul terreno era adagiata,
lontana dall’albero su cui era cresciuta.
Le sue punte socchiuse in un silenzioso saluto,
sotto un candido manto il suo volo è finito.
C’era una volta un sole caldo accogliente,
c’era un volta… e qui si riparte.

La favola della morbida nube
Elena Frattalie
C’era una volta un bosco
dove le foglie secche,
avevano il potere
di aumentare la sete.
Di esso i grossi rami
eran forti giganti,
che in petto covavano
dei fulmini ruggenti.
La natura selvaggia
allevava i suoi nembi,
tra i grovigli contorti
di quelle braccia verdi.
Un giorno una bambina
dai grandi occhi rotondi,
azzurri come il cielo,
lunghi riccioli biondi,
si smarrì tra gli intrecci
di quel posto pauroso,
non trovando la strada
cancellata dal bosco.
Si accasciò disperata,
perse ormai le speranze,
invocò la sua mamma,
non riusciva a gridare.
Tremava la bambina
sotto l’ombra più cupa,
la sete l’ assaliva
e non c’era la cura.
Ad un tratto nel bosco
rimbombò la domanda:
“dite perché proprio lei
ch’è così dolce e candida?”
Si impietosì il pino
di nome Cuoreduro,
che non seppe resistere
a uno spirito puro.
A raccolta chiamò
il leccio vecchio e torvo ,
il suo appoggio invocò
ma le spalle gli mostrò.
Sconvolto allora il pino
chiese l'aiuto al corvo,
che di rientro al suo nido
si congedava al giorno.
Il minaccioso uccello
vide la chioma d’oro,
e una lacrima calda
gli scese dritta al cuore.
Volò per la foresta

e il suo amaro lamento,
raggiunse i suoi simili
che con grande sgomento,
in sciame lungo e spesso
leali frecce nere,
accorsero a vedere
che cos’ era successo.
Videro la bambina,
le si fecero intorno,
sfinita ormai giaceva
abbandonata al bosco;
in sei la sollevarono
adagio e con rispetto,
e sotto le formarono
un gran morbido letto.
Nube di piume nere
sfidò fulmini e vento,
cercando in ogni dove
della cucciola il tetto.
Per caso o per destino
scorsero un bel giardino,
dove una donna in lacrime
cercava il suo bambino.
La soave nube allora
atterrò con dolcezza
e la bionda testina
salutò con carezze.
Tra le braccia materne
si svegliò la bambina
col lontano ricordo
di un fantastico volo.
Una scia di ali nere
si fuse col cielo,
mutando la tempesta
in un canto sereno.

NINNA NANNA

“Dormire è distrarsi dal mondo.”
Jorge Luis Borges, Finzioni, 1944

L’avventura del sognare
Silvia Giannattasio
Sogna e vola lucciolina,
sogna e illumina la luna,
dei tuoi risi addormentati
fai armature contro i draghi,
dei tuoi piedi assai esitanti
fai un cavallo e corri avanti.
E se il drago non si arrende
tieni le tue braccia aperte,
stringi stringi e non mollare,
una carezza può bastare
per scoprire in lui un amico,
il tesoro sai più antico…
Sogna e vola lucciolina,
sogna e illumina la luna,
quando giungerà il mattino
non temere, sarem vicino,
sempre pronti ad ascoltare
l’avventura del sognare…
Sogna e vola lucciolina,
sogna e illumina la luna.

Sogni d’oro
Alberto Baroni
Vieni sonno, vieni vicino
prendi questo mio piccolino,
prendilo, cullalo, fallo sognare
e fra le nuvole fallo giocare.
Dagli un bellissimo orsetto bianco
e un cagnolino che corra al suo fianco,
e sui binari dell’arcobaleno
mettili sopra un bellissimo treno.
Dormi piccolo, dormi contento
mentre tu voli felice nel vento
e con le rondini a te vicino
nel cielo gioca a nascondino.
Dormi piccolo, dormi tanto
che la tua mamma è ancora qui accanto,
dormi piccolo, dormi tesoro,
ti dò un bacino e… sogni doro.

Se vuoi un sogno da sognare
Gioia Albano

Dormi bimbo, non aspettare,
se vuoi un sogno da sognare!
Il tramonto è già arrivato
con il suo alone dorato,
d'argento appare il cielo
tutto brilla senza velo.
I grilli non cantan più...
le aquile non volan più...
Ogni fiore si riposa
dal fiordaliso alla rosa;
ogni cosa va a cercare
un bel sogno da inventare.
Dormi bimbo, non aspettare,
se vuoi un sogno da sognare!
E' il tempo di riposare,
nel silenzio quieto stare;
giunta è l'ora di dormire
ma il sonno non vuol venire;
gli occhi ancor son spalancati
per guardare i visi amati.
Senza sole il mondo è oscuro,
non c'è niente di sicuro.
Delle tenebre hai timore
che son prive di colore.
Dormi bimbo, non aspettare,
se vuoi un sogno da sognare!
Or le stelle splenderanno,
luce intorno a te faranno,
veglieranno il tuo riposo
in un abbraccio affettuoso.
La luna starà vicino
al sonno del mio bambino
per scacciare le sue paure,
preparar molte avventure.
Dormi bimbo, non aspettare,
se vuoi un sogno da sognare!

Ninna nanna del magico laghetto
Elena Frattalie
Gli uccellini aspettano l'alba
affacciati al laghetto incantato,
che le piume fa loro argentate
ed il becco colore del sol.
Piume d'argento,
piume d'argento,
fatte dormire
il mio bimbo contento.
Becchi dorati,
becchi dorati,
date al mio amore
dei sogni incantati.
L'ochetta allegra si dondola lenta
e magici cerchi le nascono intorno,
un pesciolino le corre incontro
e fa con lei un bel girotondo.
Piuma di panna,
piuma di panna,
canta al mio bimbo
la ninna nanna.
Squama adorata,
squama adorata,
regala al mio amore
una vita fatata.

Ninna nanna
Alberto Baroni
NB: diritti
Ecco la bimba
si va addormentando
mentre la ninna nanna
sto cantando.
Niinna nanna,
Niinna Oh, niinna Oh!
La legna nel cammino
sta bruciando
si va la bimba mia
addormentando.

Niinna nanna,
niinna Oh, niinna Oh!
La bimba s’addormenta
a poco a poco
come la legna verde
dentro il fuoco.
Niinna nanna,
niinna Oh, niinna Oh!
La legna verde
brucia senza fiamma
così fa la mia bimba
a far la nanna.
Niinna Nanna,
Niinna Oh, niinna Oh!
Dal canto del papà
accompagnata
lassù fra i sogni belli
or sei volata.
Niinna nanna,
niinna Oh, niinna Oh!

Dorme il mondo
Simonetta Brancato
Mondo matto, mondo caro
smetti ora di girare
spegni il sole, spegni il faro
c’è il mio bimbo da cullare.
Dolce sonno nel sognare
forza, Luna, fai volare!
Col cuscino e la canzone
un bel viaggio interstellare!
Dormi cucciolo mio amore
non occorre più pensare,
chiudi gli occhi nel calore,
che la nanna sa incantare...

Ninna nanna a Palazzo Chimera
Ivano Dell’Armi
Ninna nanna, ninna oh
questo bimbo a chi lo do?
Lo do a ximox la chimera
che sorride sempre sincera
e se lo tiene una settimana intera.
Lo do a Runa, la maga bruna
che lo porta fin sulla luna.
Lo do all’uomo Flogoriano
che lo scalda con la mano.
Lo do a Irene, vampira buona,
non pensare che fuori tuona.
Lo do a Fert il gladiatore,
che di versi è un gran cantore.
Lo do a Kira o a Nashíra,
prendi fiato e respira.
Lo do a Erendal l’elfetto,
che ti fa un do di petto.
Or che bello, è tutto perfetto!
Lo do a j.darkblue,
adesso dormi e non piangere più.


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