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La felicità al potere.

Intervista al presidente della Repubblica
Orientale dell'Uruguay, José Mujica.
di Riccardo Staglianò

«Adattamento rivoluzionario,
come una seconda pelle». È lo
slogan azzurro sotto le ultime Nike da corsa,
quelle con la tomaia di maglia, che brillano di "una
luce radioattiva in una vetrina già parecchio scintillante. La contraddizione
essenziale tra sostantivo e aggettivo, che il marketing magicamente
rappacifica, è solo l'inizio. Perché, prima di diventare il centro commerciale
Punta Carretas, questa era il carcere di Punta Carretas.
E al posto di sconfinati negozi, lindi e deumidificati, c'erano dei buchi neri che
per pietosa convenzione chiamavano celle, tra le tante in cui l'attuale
presidente della Repubblica Orientale dell'Uruguay è stato inghiottito nei suoi
quattordici anni di prigionia. Dieci in quasi totale isolamento. A volte in fondo
a pozzi. Parlando con formiche e rane per non impazzire. Lasciandoci un rene,
perché gli davano da bere col contagocce. E guadagnandoci una saggezza che
gli fa dire, ricombinando Seneca con chissà quanti altri, che «chi non è felice
con poco non sarà felice con niente».
Lui, José «Pepe» Mujica, è felicissimo anche rinunciando al 90 per cento del
suo stipendio presidenziale. E ha riadattato pezzi di teoria marxiana per
spiegare perché il consumismo compulsivo, del tipo che si pratica dentro
queste mura, è la schiavitù che molti hanno allegramente scelto di infliggersi.
Le sue scarpe, per la cronaca, sono delle espadrillas color carta da zucchero,
che con gli anni - più che invecchiate, d'antiquariato - hanno assunto la forma
esatta dei suoi piedi. La via proletaria al costoso miracolo promesso
dalletecno-sneakers.
Brevi note biografiche. Mujica nasce nel '35, da madre originaria della Liguria
e padre coltivatore. Ciclista promettente. Fa studi di agronomia e si
appassiona a come ripartire (politicamente) la terra in modo più equo. Dai
primi anni Sessanta fa parte dei Tupamaros, un movimento di lotta armata che
si muove sull'onda della rivoluzione cubana. Lo arrestano quattro volte. Gli
mettono sei pallottole in corpo. Organizza la più massiccia evasione della
storia, così almeno la raccontano i sudamericani, facendo uscire 106 persone
grazie a un rocambolesco scavo di tunnel. Quando lo riacciuffano
seppelliscono vivi lui e gli altri otto principali leader del movimento. Al primo
passo falso dei compañeros fuori, uccideranno uno dei «nove ostaggi» dentro.
Dopo tre anni gli consentono di ricevere libri. Lui chiede testi di matematica e
Chacra, una rivista di agraria. Reni e vescica però non reggono. I medici
prescrivono due litri d'acqua al giorno, i secondini gliene concedono una
tazza.
Sua madre gli porta un vaso da notte rosa, ultima spiaggia dell'emergenza
liquidi. Beve la sua pipì. Quando nell'85 finisce la dittatura militare e li
liberano lo brandisce come un talismano, pieno di margheritine. Dai diamanti
non nasce niente. Dalle viscere della terra alla terra, visceralmente. Trova un
appezzamento verde al Cerro, a una mezz'ora dalla capitale, con una casetta a