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un piano, col tetto di lamiera. Nel '95 è il primo ex tupamaro a essere eletto in
Parlamento. Poi diventa senatore. Poi ministro dell’Agricoltura. Infine, nel
novembre 2009, presidente con il 52 per cento dei voti (slogan: «Un governo
onesto. Un Paese di prima classe»). È cambiato tutto, tranne l'uomo. E la casa,
di una cinquantina di metri quadrati, in cui vive con la moglie e che preferisce
alla residenza presidenziale. È nel soggiorno, davanti a un tavolinetto su cui è
quasi impossibile prendere appunti tanto è angusto e stracolmo di carte e
libri, che si svolge l'intervista.
Roma-Montevideo, da quando non ci sono più voli diretti, è un'odissea lunga
un giorno. Niente in confronto alla distanza siderale tra Montecitorio/Palazzo
Chigi e Plaza Independencia. Dei novemila euro cui avrebbe diritto come
appannaggio mensile, Mujica ne prende 900 e dà il resto in programmi di
microcredito. Senza tanti bizantinismi, oltre il groviglio apparentemente
indipanabile tra indennità fissa o variabile, diaria o rimborsi, che aveva fatto
alzare bandiera bianca alla commissione Giovannini: 9 parti al popolo, 1 parte
per sé. Semplice.
Con ancora negli orecchi le parole di Antonio Razzi, ex Responsabile poi Pdl,
che commentando terrorizzato l'autoriduzione grillina disse che avrebbe
significato «dormire in un sacco a pelo», gli faccio li domanda delle domande:
«Perché lo fa?». Segue il capitolo principale del Mujica-pensiero: «La mia idea
di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete
prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io
consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro
qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è
servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale
bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci
motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere
libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal
lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per
vivere».
Dal vangelo laico del presidente. Che poi aggiunge: «Lo spreco è funzionale
all’accumulazione capitalista», che per essere alimentata «ha bisogno che
compriamo di continuo, ci indebitiamo fino alla morte». Ma la vita dovrebbe
essere un'altra cosa. Tipo mettere come fondamento la felicità, conseguenza
di un comportamento morale. Eudaimonia dunque, non edonismo. Che
altrimenti «se in 7 miliardi vivessimo tutti come il nordamericano medio ci
vorrebbero tre pianeti. Serve misura. E fare delle scelte».
Lui un catalogo ce l'ha. E il vantaggio rispetto ai politici che conosciamo è
che, quando parla di ridurre la diseguaglianza economica, tendi a crederci.
Perché non lo dice, lo fa. Potrebbe stare nel castello, preferisce questa camera
e cucina e dare il resto a chi non ha neanche quello. Nessun Letta o Alfano,
dall’alto dei loro stipendi, riescono a suscitare altrettanta fiducia. Perché la
realtà mantiene un vantaggio sulle parole.
Dalla tribuna della sua coerenza Mujica può ripetere dunque cose già dette,
ma che acquistano un peso specifico diverso: «Se si dimezzassero i 2000
miliardi di dollari per spese militari si cancellerebbe la fame dal mondo. I
mezzi ci sono, li spendiamo male». Oppure: «Si parla da 20 anni di Tobin Tax,
sulle transazioni finanziarie? Per Wall Street cambierebbe poco, tantissimo
invece per il welfare in crisi ovunque: perché non si fa?».
Obama, per dire, lo ha incontrato e lo «rispetta molto», però pare che «conti
più Bernanke che lui, più l'economia della politica. Ed è sbagliato». Anche
papa Francesco ha conosciuto: «Un gran personaggio. Condividiamo la