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I cantastorie di Palazzo Chimera bozza .pdf



Nome del file originale: I cantastorie di Palazzo Chimera bozza.pdf
Titolo: I cantastorie di Palazzo Chimera bozza

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I cantastorie di
Palazzo
Chimera
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www.chimere.forumcommunity.net


Perché un libro per bambini? ...................................................5
IL MONDO ANIMALE .........................................................8
Così nasce una farfalla .....................................................................................9
Vita da topi ....................................................................................................11
Il corteo degli animali ....................................................................................13
Rondinella e il passero ...................................................................................16
Una piccola scimmia .....................................................................................18
La grotta dei pesciolini rossi ..........................................................................19
Problemi di massa ..........................................................................................21
Topischio ........................................................................................................22
Gabbiani ........................................................................................................24
Storia di una rana ..........................................................................................25
Farfalla ...........................................................................................................28
L’arcobaleno che c’è ......................................................................................29
Il gattino .........................................................................................................31
Il gatto dormiglione .......................................................................................32

C’ERA UNA VOLTA ............................................................34
La favola di un fiocco di neve ........................................................................35
Il principe giocherellone ................................................................................38
Elox e i due reami ..........................................................................................40
Il cavaliere senza traccia ................................................................................44
La principessa sonnambula ...........................................................................46
Dal principio al principio ...............................................................................48
La favola della morbida nube ........................................................................50

NINNA NANNA ...................................................................54
L’avventura del sognare .................................................................................55
Sogni d’oro ....................................................................................................57
Se vuoi un sogno da sognare .........................................................................58
Ninna nanna del magico laghetto ..................................................................60
Ninna nanna .................................................................................................62
Dorme il mondo ............................................................................................63
Ninna nanna a Palazzo Chimera ..................................................................64

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Perché un libro per bambini?
“In un luogo lontano...”
“In un grande castello..”
E il classico “C’era una volta...” magari con tutti quei ghirigori sulla “C” maiuscola a
inizio storia.
Chi non adora l’inizio di un buon libro di favole per bambini? Anche i veterani della
scrittura in qualche modo avranno provato o sognato di raccontare una fiaba ad un bambino.
Questo era il nostro desiderio, il desiderio di un gruppo di aspiranti scrittori che
raccontano generi molto diversi e che, per una volta, hanno voluto mettersi alla prova
immaginando dei “piccoli” lettori a leggerli.
Perché scrivere per un pubblico di bambini?
Di seguito alcune delle risposte degli stessi cantastorie di questo libro:

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“Io credo che scrivere per i bambini possa sembrare facile o banale,
invece non lo è affatto.
Bisogna prestare attenzione a quanta realtà puoi introdurre nel
racconto o favola che sia, ma anche a quanta fantasia perché, per
quanto si desideri che i proprio bimbi siano in grado di sognare
sempre, si vuole anche che imparino a distinguere il vero
dall'immaginario; si vuole che imparino ad affrontare la vita senza mai
farsi scappare il sogno dalle mani.
E si scrive per loro perché, per riuscirci davvero, devi tornare come
loro, devi farti complice di ingenuità e spontaneità, ma anche di
sincerità e sfrontatezza. In pratica ci si mette alla prova, si cresce
tornando piccoli, e in pochi sono in grado di farlo...”

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Silvia Giannattasio

“Ho sempre pensato che scrivere per i bambini sia come osservare un
mondo pieno di elefanti attraverso gli occhi di una formica.

Un adulto non ammetterà che la formica possa svelarci il suo punto di
vista in quanto, secondo lui, il piccolo insetto - catapultato in mezzo a
quei giganteschi pachidermi - verrà schiacciato inevitabilmente.
Viceversa, un bambino non dubiterà che la minuscola creatura sappia
sopravvivere, zigzagando tra le zampe dei giganti.
Dunque, cosa ci mostra la prospettiva della formica, allorché noi adulti
ci arrendiamo alla possibilità di conoscere mediante essa? Che niente è
ciò che sembra a prima vista; che tutto è più semplice - o più complesso
- di come appare alla nostra abitudine "cresciuta" di scrutare e di
giudicare il mondo.
Mentre scrivo per i bambini dimentico che è pressoché impossibile che
un elefante, prima o poi, non schiaccerà la formica. Io immagino che
la formica si arrampicherà sulle zampe dell'elefante; striscerà fino alla
sua proboscide alzata e da lì spiccherà il volo come un uccello.”

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Gioia Albano

“Adoro scrivere per i bambini perché quando lo faccio io stesso ritorno
bambino ed è bellissimo; come bellissimo è lasciare libera la propria
fantasia di galoppare per immense praterie piene di colori, senza
confini, senza regole, dove puoi creare tutto ciò che vuoi in piena
libertà, così da stupire te stesso di essere ancora capace di farlo.”
Alberto Baroni

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“Ho una mia teoria: ogni volta che uno scrittore ha successo con un
libro, ogni volta che un libro riesce a far breccia nel cuore di un
lettore… Significa che lo scrittore è riuscito a far divertire ed
emozionare il bambino che è dentro l’adulto. Ha ricreato quel legame
con sé stessi che si rischia di perdere crescendo. E dunque, che amante
della scrittura potrei mai essere se non comprendo l’importanza di
scrivere ad un bambino? Lo siamo tutti in fondo, chi più chi meno…”
Simonetta Brancato
Dunque, parto dicendo che non ho mai scritto per bambini - eccezion
fatta per la mia (purtroppo saltuaria) partecipazione a questa iniziativa;
ciò che immagino è di scrivere per bambini per dare in primis a loro,
ma anche a noi stessi, alcuni strumenti per "capire" vita e realtà di

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questo universo, anche se mediante l'altrove immaginario che
ricostruiamo nel testo. Penso che scrivere per bambini in un certo senso
ci costringa a "ritornare bambini", a fare pulizia mentale di ideologie e
convenzioni, ricostruendo da capo la realtà così come sinceramente la
vorremmo tutti, grandi e piccoli. Lo ritengo proprio un sano esercizio
interiore, non semplicemente letterario! Un saluto.
Eugenia Abate

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Perché mette in moto un’ immaginazione senza riserve, apre la mente
verso orizzonti che a tratti sembriamo dimenticare, offriamo mondi
fantastici nei quali i bimbi possano rifugiarsi a sognare, scriviamo cose
con le quali trasmettiamo le nostre conoscenze in modo giocoso e
leggero e facilmente raggiungibile dalla loro mente magmatica.

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Elena Frattali

Perché scrivere per bambini? Se dovessi rispondere a questa domanda
direi onestamente "non lo so". Quando ho scritto le mie favole non ho
pensato che fossero rivolte ad un bambino, è la mia anima che mi ha
"guidato" verso quella direzione. Io non ho fatto altro che assecondare
il mio istinto. Tuttavia sono pienamente d'accordo sul fatto che dare
libero sfogo al proprio "fanciullino" sia il modo migliore per
allontanare i "problemi" dei grandi e tornare a vivere un po' la
spensieratezza dell'età dei piccoli. In fondo non si cresce mai del
tutto!!!
Ivano Dell’Armi

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Per le raffigurazioni vogliamo ringraziare i piccoli grandi artisti: Claudia, Zofia, Francesca,
Carolina, Arianna ed Elio.
Un ringraziamento speciale lo facciamo anche a Sophie Chkheidze, la maestra d'arte dei bimbi
che hanno partecipato con le loro splendide opere al progetto; a lei va il merito della pazienza,
della passione e della capacità di lasciare libera espressione ai bambini ai quali insegna, non
ponendo loro nessuno schema, ma offrendo anzi diversi punti di vista, imparando a sua volta
dalla genuina concezione dei piccoli artisti.
Grazie per essere stata dei nostri e un grande in bocca al lupo per i tuoi attuali progetti!


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IL MONDO ANIMALE
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“Avete voi riso della favola della volpe e dell'uva? Io no, mai.
Perché nessuna saggezza m'è apparsa più saggia di questa,
che insegna a guarir d'ogni voglia disprezzandola.”
Luigi Pirandello

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COSÌ NASCE UNA FARFALLA
Alberto Baroni

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Da un ovino bianco e giallo

dentro una fogliolina,

nasco piccola bruchina

verde ahimè e assai bruttina.

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Ma che fame che mi viene

non c’è niente che mi tiene,

mangio a tutte l’ore assai,

di brucar non smetto mai

e di dolci foglioline

le ganasce ho sempre piene.

Poi nel freddo di una notte

faccio un gioco di prestigio

dalla bocca sputo seta

e a me attorno fò una botte

e poi dentro mi ci pigio.

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Per diversi giorni dormo

ma allor sveglia io m’accorgo

d’esser dura come il marmo,

mamma mia che spavento!

perché il cuore più non sento…

Più non voglio star quà dentro,

come matta mi dibatto

fin che esco dall’anfratto.

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Meraviglia ! meraviglia !

Più non son brutta bruchina

ho due ali trasparenti

con disegni gialli e blu

e se m’accarezza il sole

si ravviva il mio colore.

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Sono solo appesa a un filo

ho paura di cadere,


finché un alito di vento

mi trasporta via con sé.
Oh che bello!, quanti colori!

ora sono una farfalla

e nell’aria io volteggio

sol di nettare mi nutro

ed in mezzo ai fior campeggio.

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“Fiore” di Francesca

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VITA DA TOPI
Simonetta Brancato

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Il bambino è ancora lì, mi fissa da fuori la gabbia e io corro.
I miei calcoli dicono che durerà ancora pochi secondi, forse un minuto, poi annoiato
accenderà la console e si sparerà un paio di ore di videogiochi, d’altronde sono solo un topo
noioso, come ripete spesso.
Le corse mattutine sono dure e stancanti, ma necessarie.
No no, avete capito male, non ho bisogno di perdere alcun etto, noi criceti siamo a forma
di pera naturalmente... Non è che correndo avremo mai gli addominali di Vin Diesel.
Perché corro vi chiedete allora? Perché questa non è una classica ruota da criceto, o
meglio lo è ma diciamo modificata. E’ meglio partire dall’inizio...
Sono una cavia da laboratorio, cinque mesi fa sono riuscito a scappare da quel posto
orribile... E da stupido mi sono rintanato in un negozio di animali.
La commessa scambiandomi per uno dei suoi criceti, mi ha preso e messo dentro la
gabbietta. Lì ho conosciuto alcuni miei simili, per così dire, decerebrati.
Dopo essere scappato da un laboratorio di massima sicurezza, fuggire da quella gabbietta
insulsa non era così difficile, ma non l’ho fatto, avevo bisogno di pensare al mio futuro.
D’altronde cosa avrei fatto fuori al freddo per le strade della città? Vivere nelle fogne proprio
non mi si addice, così ho deciso di farmi adottare da un umano... E poi... per il mio obbiettivo
era la cosa migliore.
Non sono scappato dal laboratorio solo per evitare le torture, ma perché c’è un’anima
dolce e squittente che mi aspetta, non so dove possa essere ma la troverò.
Con Squeezy ho passato la mia infanzia a giocare e quando finalmente mi dichiarai il
figlio di uno scienziato pretese di adottarla e tenerla a casa sua.
Ci separammo ma le promisi che l’avrei ritrovata e sposata.
Dunque al negozio che era vicino al laboratorio, speravo di intravedere la faccia di quel
bambino che aveva preso la mia Squeezy ma non lo vidi, al suo posto questo bambino viziato
mi adottò.
Già, vi dovevo spiegare della ruota.
Io entro ed esco da questa gabbietta tutte le volte che voglio, ma non mi faccio notare
dagli umani.
Durante la notte ho raccolto alcune provviste utili al mio progetto. Dietro questa ruota c’è
una sorta di dinamo che girando accumula energia al mio piccolo laboratorio dentro la
cuccia. Alla cuccia ho dovuto fare un doppio fondo, perché questi umani sono
particolarmente invadenti e credendo di farmi un favore ogni due o tre giorni svuotano la
cuccia e ripuliscono tutto. Dunque ho dovuto nascondere la mia ferraglia.

Così lavorando di notte e accumulando energia di giorno, in cinque mesi ho finalmente
ultimato il mio veicolo. E’ un veicolo piccolo che potrà ospitare due criceti... Secondo i miei
calcoli arriva alla velocità di 50 km orari, che per un quattro ruote così piccino è quasi un
miracolo, si lo so sono bravo in queste cose. Quindi stanotte uscirò dalla gabbia e andrò a
cercare la mia Squeezy e rimarremo insieme per sempre. Preferisco le fogne con lei che una
vita agiata da solo...
Ho finito la corsa diurna posso andare a riposarmi e prepararmi per la fuga di questa
notte.
La mamma del bambino mi si avvicina.
- Ciao topino! E’ ora di una cuccetta più grande! Buttiamo via questa vecchia topaia!Cosa diavolo sta facendo? Oh no! Il mio laboratorio! Non può buttarlo via! Cinque mesi
di lavoro in fumo! Non è possibile...
- Su dai lasciami buttare via la cuccetta. Ecco qui, questa è molto più grande e spaziosa...
Almeno la tua nuova amichetta saprà dove dormire...In mano la donna ha qualcosa, anzi no, qualcuno! Quello è un topo... Bianco, morbido e
profumato... Un miraggio, non ci posso credere, è Squeezy!

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- Guarda che carini che sono! Hanno fatto subito amicizia!- Sono topi noiosi mamma... Mi compri un gatto?-

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“Topolino” di Elio

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IL CORTEO DEGLI ANIMALI
Gioia Albano

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Non in cielo e non in terra
gli animali movon guerra,
caccian per saziar la fame
poi ritraggono le lame
sì quando a riposo stanno,
senza procurarsi danno,
denti e artigli acuminati
raramente sono usati.
Se pur svelan molte voci
mentre corrono veloci
- tra un barrito, un ululato,
un frinito, un latrato lor conoscon molto bene
quello cui chiunque tiene:
il valore di ogni vita,
sempre piena di fatica.
Ma un bel giorno gli animali
furon visti tali e quali
a tanti uomini del mondo
che non sanno fino in fondo
cos'è sciocco, cosa è saggio
cos' è vero o un miraggio.
Dunque cosa capitò?
Pazientate un altro po'!
Se la storia finirete,
il finale scoprirete.
Furon tutti gli animali,
con le pellicce e con le ali,

accusati impunemente
d'una colpa inesistente:
essere come noi umani,
con due piedi e con due mani,
pieni zeppi di difetti
da nascondere sotto i letti.
Presto! Avanzan gli animali
con le pellicce e con le ali!
Marcian in corteo uno a uno
con il vizio di ciascuno:
c'è il leone con maestà,
e il pavone in vanità;
arriva il gatto mendace,
e la gazza assai loquace.
Altri seguon lentamente,
tra il tripudio della gente:
il passero impertinente
e il delfino intelligente.
Li raggiunge la farfalla,
svolazzando rossa e gialla:
lei si mostra spensierata
insieme all'oca infatuata
che starnazza soddisfatta
con la propria posa matta;
mentre il gufo, con fermezza,
è custode di saggezza
e sta appena un poco indietro
sopra un ramo, a men d’un metro;
corre la lepre smarrita,
non sa più dov'è finita.
Questa storia si dilunga
è davvero troppo lunga!

Resistete solo un po'
che ben presto finirò!
Alla fin dell'avventura
manca un'altra creatura:
c'è la tartaruga stanca
che pazientemente arranca.
Di natura schiatte elette
le creature anche imperfette
sembra a voi che han difetti
da nasconder sotto i letti?
Amicizia in quantità
donan sempre a chi vorrà
veder loro quali esempi
di giustizia d'altri tempi.

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Non nel cielo e non in terra
gli animali muovon guerra.

"

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“Cane e Lumaca” di Zofia

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RONDINELLA E IL PASSERO
Ivano Dell’Armi

E' primavera. Il sole scalda la terra e le creature di madre natura possono finalmente
festeggiare un cielo limpido, scorrazzando tra le onde leggere dell'aria.


Una dolce rondinella si diverte a fare piroette e capriole sfoggiando movimenti aggraziati, ed
il suo volo esprime la gioia della libertà. Durante una picchiata i suoi occhi incrociano quelli
di un passero solo all’ombra di un albero. Allora scende perplessa chiedendogli:


"Perché non stai volando?”


E lui, timido:


"Non posso, non vedi che ho un'ala spezzata?"


Lo sguardo della rondinella si fa meno spensierato, un dubbio la sfiora. Allora gli domanda:


"Ti fa male?"


E il passero, sospirando appena:


"Ci sono abituato oramai!"


Ma è già tempo di andare, le amiche della rondinella la richiamano a gran voce per
riprendere il divertimento interrotto. Lei le cerca con gli occhi, si sente sollevata. Ha tante
amicizie e può saltare di nuovo lassù.

Eppure le dispiace che quel passero sia così triste, perché una giornata di sole non merita
malinconia ma soltanto sorrisi.


"Sei sicuro che la tua ala sia veramente spezzata? Magari è guarita in tutto questo tempo e
non te ne sei accorto. Dai, salta su con noi". Prova quindi a convincerlo.


Ma lui, storcendo ripetutamente la testa lascia cadere il sipario alle sue aspirazioni:


"Dovevo curarla subito, ora è tardi; resterà così per sempre".


"Prova a muoverla, non si sa mai!" Insiste la rondinella, e sono le sue ultime parole prima di

ritrovarsi nuovamente in cerchio con le sue fortunate compagne di volo.

Ma il passero non le vuole dare ascolto e resta in compagnia della sua solitudine.


Trascorre l’intera giornata: la rondinella in cielo ed il passero sempre all'ombra del suo
albero, fino al sopraggiungere della notte. Il passero soltanto allora si ricorda veramente delle
parole della rondinella.


“Prova a muoverla, non si sa mai!”, le aveva detto quella voce soave. E allora lui trova il
coraggio per sbattere le sue ali intorpidite ora che nessuno può vederlo.

Gli fanno male, sono indolenzite perché è troppo tempo che le aveva dimenticate; e così cade
ripetutamente al suolo. Una lacrima gli riga il volto e si addormenta piangendo sull'erba.


E sogna di volare insieme alla sua dolce rondinella. Le lacrime si sostituiscono ad un sorriso e
nel sonno il passero inizia a sbattere continuamente quelle ali addormentate, lo fa per tutta la
notte fino a scioglierne i complicati nodi! Ignaro che l'indomani anche lui avrebbe
accarezzato il cielo.

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“Uccellino” di Elio

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UNA PICCOLA SCIMMIA
Alberto Baroni

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Lassù in alto dove il verde si sposa

col delicato azzurro del cielo,

saltando fra i rami faccio sfacelo.

La mia casa è nella foresta pluviale

e per salirci non mi occorrono scale.

Son piccolino e peso assai poco,

la mia giornata è una lunga altalena

sulle mie braccia che muovo con lena.

Ho una pelliccia bruno rossiccia

che se mi arrabbio tutta s’arriccia,

or che finita è la mia pubertà

urlo e mi agito in gran libertà.

Ho solo due anni e mi guardo d’intorno,

cerco un amico come me perdigiorno,

quaggiù nessuno mi sarà mai padrone,

vi dico il nome, mi chiamo Gibbone.

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LA GROTTA DEI PESCIOLINI ROSSI
Elena Frattali

Cinque pesciolini nuotavano tranquilli nel fresco laghetto di montagna, quando ad un
tratto arrivarono dei grossi nuvoloni neri, gonfi, gonfi di pioggia. Iniziò a piovere. E piovve,
piovve, per giorni e giorni.
Con la pioggia incessante il laghetto si ingrossò e i pesciolini ne vennero sbalzati fuori e
iniziarono a scivolare a valle.
Mentre scivolavano Pesce giovane urlò agli altri fratellini, indicando una grotta che vide
all’ improvviso davanti a sé:
-Ripariamoci qui, presto!Allora i cinque fratellini si attaccarono uno alla coda dell’altro formando una fila che
tagliò la corrente dell’acqua e riuscirono a rifugiarsi nella grotta dove si infilarono subito in
una pozzanghera che si era formata lì col tempo.
Qui, appena arrivarono, sentirono una voce roca che disse loro:
- Chi è là, cosa ci fate qui, questo è il mio rifugio!
- Chi sei?- Chiese Pesce anziano,
-Io sono Rospo e vivo qui, non gradisco che voi stiate qui
Appena Rospo ebbe finito di pronunciare queste parole ecco che tra mille spruzzi piombò
di colpo Serpente che tutto stordito si guardò intorno e vide gli altri animali che lo
osservavano con sguardo contrariato.
In poco tempo scivolarono nella grotta anche Falco, Gatto, Cane, Topo e Puzzola.
La tempesta non terminava e questi animali riuniti nella grotta non si sopportavano e
passavano il tempo a litigare tra loro:
- Questo è il mio spazio!- abbaiava Cane,
- Puzzola allontanati da me, mi togli il respiro!- squittiva Topo. Era una guerra senza
tregua.
Un giorno però Rospo iniziò a stare male, Serpente se ne accorse e andò dagli altri e
disse:
- Correte, correte, Rospo sta male! Cosa possiamo fare?
Gli altri si precipitarono disperati a vedere cosa avesse.
– Sto tanto male-gracidò Rospo con un filo di voce- ho tanta fame, forse sto per morire?
-No! Abbaiò Cane con forza, questo non deve accadere!
Allora fecero una riunione e decisero di uscire tutti insieme a cercare del cibo. Tutti
tranne Serpente che restò nella grotta per accudire Rospo.

Stettero via per delle ore, Serpente preoccupato vedeva il suo compagno abbandonare le
forze e non sapeva cosa fare.
Nel frattempo il gruppo si dimenava tra pioggia e vento per cercare di accaparrarsi del
cibo.
-Dove saranno?- Sibilava Serpente, sarà capitata loro qualcosa?
Ad un tratto invece eccoli di ritorno, sconvolti, ma con una sacca piena di cibo trovato
qua e là, ora dall’uno ora dall’altro.
Apparecchiarono la tavola e vi misero sopra tutto ciò che avevano.
Col cibo e con l’affetto dimostratogli dai nuovi amici Rospo in poco tempo riprese a star
bene.
Da quel giorno divennero inseparabili.
Quando terminò la tempesta lasciarono la grotta, si trasferirono nel bosco e lì vissero tutti
insieme felici e contenti:
–Spostati Puzzola! Potresti anche darti una lavata ogni tanto!

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Ops…abbastanza felici e contenti.

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“Vasca coi pesci rossi” di Elio

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PROBLEMI DI MASSA
JSTJart
Dieci rondini in volo beate

incontrano un cartello

Lo oltrepassano come per magia lanciate

verso un mondo per loro più bello

non sapendo che

una rondine più furba

vola più alta e

non vede che cielo:

niente la turba.

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“Uccellino” di Zofia
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TOPISCHIO
Ivano Dell’Armi

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"Pà ci credi al Natale?"
"E me lo chiedi, certo che ci credo!"

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Papà Topo guardò il suo piccolo negli occhi, lui un topo robusto dal grosso dente
anteriore; il piccolo un topino di un grigio quasi bianco, molto elegante e con due baffettini
minuscoli sul musetto. Erano lì, appena affacciati dal buco che dava sulla stanza principale.
Là fuori gli umani stavano festeggiando davanti ad una tavola imbandita e ad uno strano
albero tutto imbellettato di palle colorate e strisce luminose con luci e ghirlande ovunque.

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"Pà, ma non ti sembrano strani questi… umani??!"
"E perché mai!!! Sono così allegri e stravaganti. E poi festeggiano… il Natale!!! Il Natale,
capisci?"
"E che si festeggia a Natale?"
"Insomma, sembri un cucciolo di topo ancora in fasce, amore mio grande di papà Topo;
ma non lo sai? E’ il giorno in cui è nato il Creatore. E lo sai perché ci credo anche io? Perché
Lui è anche il Nostro Creatore: anche se era… credo… un umano".

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Topischio era attratto da tutte quelle leccornie che sembravano danzare sopra alla tavola
imbandita. Avrebbe voluto assaggiare qualcosa, magari anche solo un pezzo di formaggio o di
dolce.
"Dici che se ci facciamo vedere ci danno qualcosa da mangiare?"
Papà Topo sbatté gli occhi contrariato.
"Loro ci considerano brutti e cattivi, cercherebbero di ucciderci! Gli umani sono strani".
“Io provo lo stesso, sono agile e non mi farò prendere. E poi ho sentito dire che a Natale
tutti sono più buoni! Non vorranno mica negare un pezzo di dolce a noi che siamo loro
tranquilli ospiti!"
"Mmhhh, non credo sia una buona idea. Aspettiamo che vadano a dormire e poi
mangeremo le loro briciole".
"Ma io ho fame adesso!"

"Tu non hai fame, sei ingordo Topischio! Abbi pazienza e poi ti riempirai il pancino in
tutta tranquillità. Dai retta a Papà".
Topischio sbuffò guardando quei buffi esseri che intanto se la stavano spassando
allegramente. C’erano anche cuccioli di uomo. Topischio aveva notato tra tutti una bimba
con le trecce bionde e la carnagione chiara… come la sua.
"Pà, anche la cucciola di uomo si spaventerebbe di me?"
"Soprattutto lei, Topischio! Soprattutto… è una femmina! E le femmine odiano quelli
come noi, salgono sopra le sedie, urlano come pazze. Come se le potessimo sbranare. Alle
volte ci divertiamo a spaventarle proprio per questo!"
"Pà, ma lei è diversa. Lo sento".
"Non dire così Topischio. Mai fidarsi degli umani, l’apparenza inganna. Andiamo da
Mamma che sta di là, sopra, in soffitta. Lontano dal rumore dei figli simili al Creatore".

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Iniziò a suonare una canzone di Natale, Topischio era rimasto lì, incantato da quelle note
così… così… speciali. Cariche di bontà e allegria. Di Natale.
"Pà, gli umani non sono cattivi. Io vado!"
"Topischio, per l’amor del formaggio torna qui!!"
Papà Topo lo prese per la coda fermando la sua folle corsa verso la grande stanza da
pranzo. Ma intanto il suo musetto con i baffetti era già visibile sul pavimento. La bimba lo
aveva notato. A Topischio batté forte il cuore. La bimba non aveva urlato.
"Non lo fare mai più, intesi?"
"OK, Pà…" Sbuffò il piccolo contrariato non capendo il timore del padre che lo stava
trascinando via.
Topischio sentiva già l’odore della leccornia. Ed anche Papà Topo.
La bimba, era stata lei, aveva lasciato un po’ di dolce vicino al loro buco.
"Visto Pà? Evvaii!!!!!!!!!!! Si mangia".
Papà Topo rimase quasi incredulo, poi si rivolse a Topischio.
"Non credere che sia sempre così. Ma forse sì dai, il Natale è davvero una favola come
dicono: succedono cose incredibili! Come questa. Prendi la tua leccornia ed andiamo a
ringraziare il Creatore del Mondo e di tutte le Creature".
"Pà, io la amo!!!"
"Topischio per l’amor del Cielo!!!!"
"Ma io la amo per davvero, sul serio… sul serio!"

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Papà Topo non disse nulla questa volta. E’ Natale, lasciamo pure che si sogni un po’!

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GABBIANI
Ivano Dell’Armi

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Lassù dove il cielo si fa sempre più
blu
vola fiero un gabbiano...
anzi no, due gabbiani!
Due bianchi gabbiani!!!

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Sospinti dal vento dell'amore
seguono sempre il loro cuore...
Lei si chiama Vita!!!

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Siete gabbiani anche voi?
Sì!!!!!!
E allora volate gabbiani,
sempre più su...
fendete con le vostre ali il cielo
e ricordate sempre
di credere sempre a voi stessi!

“Impronta di uccelli” di Claudia
Volate insieme a noi,
tutti insieme giungeremo
nel cielo più limpido!
E in quel Paradiso,
sereni e pieni di gioia,

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canteremo le nostre emozioni.

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“Impronta di uccelli” di Claudia

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STORIA DI UNA RANA
Fabrizio Pusino

Sgranò gli occhi e si guardò intorno, con un occhio verso i bellissimi bitorzoli della
propria schiena mentre l'altro sondava la profondità del panorama lacustre che gli si apriva
davanti. Certo, essere una rana aveva i suoi lati positivi, pensò saltellando allegramente dalla
riva su di una ninfea di passaggio. Cercava sempre di sfruttare le poche occasioni che gli si
presentassero di avere un passaggio gratis e non certo per pigrizia o taccagneria. Molto più
semplicemente, essendo una rana, non aveva le tasche in cui mettere gli spiccioli necessari per
un biglietto d'autobus. E farsi la strada a piedi era un'impresa troppo ardua per una grossa
rana toro.
Lasciò che la corrente trasportasse la sua improvvisata imbarcazione verso Sud, dando
appena qualche colpo di pinna ogni tanto, giusto per correggerne la rotta. A Sud. Sognava da
tempo di migrare verso nuove zone, dove si diceva vi fossero ricchi reami e regine potenti. E
la sua mente sagace sapeva che, dove vi fosse una regina, ci sarebbero state anche delle
principesse.
No, non pensiate che lo facesse per avidità o sete di potere, non sarebbe stato da lui; vi
dirò anzi, e che resti fra noi, che le rane toro non danno molta importanza al denaro o al
potere.
In realtà quello che voleva il nostro amico era un mezzo di trasporto tutto suo. Sì, proprio
come quel suo vecchio amico... come si chiamava?...sì, certo, come il suo amico Azzurro che,
tanti anni or sono, appena baciata una principessa si ritrovò principe e proprietario di un
meraviglioso cavallo bianco. Certo, Azzurro era un atletico rospo, molto più piccolo di stazza
del nostro amico per il quale, forse, cavalcare sarebbe potuto essere un problema. Ma le rane
toro, come vi ho già detto sono animali sagaci ed il nostro amico aveva già in mente la
soluzione: avrebbe baciato la regina! Eh sì, perché se baciare una principessa dava diritto ad
un cavallo bianco, baciare la regina gli avrebbe portato sicuramente una comoda carrozza
con gli interni di fine broccato di seta. Chiaramente, aspettare che la regina si accorgesse di
lui e decidesse di baciarlo sulle labbra sarebbe potuta essere un'impresa senza speranza.
Stabilì quindi nel suo piano d'azione che avrebbe fatto lui la prima mossa, baciando la regina
con la sua lunghissima lingua.
Così, seguendo i sui pensieri e la corrente, il nostro batrace arrivò finalmente a Sud e,
scelto un punto della riva che si confacesse ai suoi gusti, saltò giù dalla ninfea per poi,
nuotando in un perfetto stile rana, raggiungere l'agognata sponda.
Salì quindi su di una pietra un po' più alta delle altre e, controllando con lo sguardo il
viottolo che passava lì vicino, si riposò ai caldi raggi del sole, pensando nel frattempo a come
fare per trovare la regina.
Pensa e ripensa, sul viottolo si avvicendarono manguste, leprotti e ornitorinchi ma
nessuno, vuoi per fretta o vuoi per ignoranza, fu in grado di rispondere alla sua domanda.

La rana toro, ormai stanca ed affamata, stava per perdere ogni speranza quando passò un
liocorno che, come quasi tutti i liocorni, si chiamava Giorgio.
-Eccellentissimo Signor liocorno– disse rispettosamente la rana –potrei chiederle
un'informazione?-.
-Chiamami pure Giorgio- rispose cordialmente l'altro, con l'affabilità tipica della sua
specie -e chiedimi pure quello che vuoi sapere, sarò felice di risponderti!-.
La rana, ringalluzzita dalla disponibilità dell'altro, gli zampettò allegramente accanto,
spiegando il perché ed il percome si trovasse in quelle lande e lo scopo del suo viaggio.
Fu così che Giorgio, usando il corno a mo' di matita, inizio a tracciare sul morbido
terreno la piantina del luogo, spiegando al giovane batrace come raggiungere la dimora della
regina più vicina, evitando le insidie che si annidavano lungo la strada. Naturalmente il
liocorno gli disse anche di guardarsi dalle temibili guardie che vegliavano il palazzo reale.
Dopo aver ringraziato Giorgio per la sua esaustiva spiegazione, la rana toro s'incamminò
in direzione della sua meta.
Saltella saltella, dopo un lasso di tempo che, non portando l'orologio, non sarebbe stato in
grado di quantificare, giunse ai piedi dell'alto palazzo.
Alzò gli occhi all'insù e ancora più in su, cercando con lo sguardo la fine dell'enorme
struttura in cui centinaia, migliaia o forse milioni di esseri si muovevano, freneticamente
indaffarati nello svolgimento delle proprie mansioni.
Diciamocelo pure apertamente: la rana toro si sentì un po' intimorita dal gran palazzo e
da tutti i suoi abitanti. Astutamente, pensò quindi di raggiungere una roccia vicina, da cui
poter controllare l'entrata del palazzo senza dare nell'occhio; avrebbe atteso che la regina
uscisse e l'avrebbe baciata.
E cosi aspettò ed aspettò e aspettò ancora. L'attesa fu così lunga che avrebbe potuto
mettersi a giocare a carte con la noia in persona; certo, se avesse avuto un mazzo di carte.
Ma, siccome le rane non hanno le tasche, non le aveva portate con sé.
Dicevamo comunque che aspettò finché, ad un certo punto, percepì un insolito fervore
animare il palazzo. La rana toro s'allertò, preparandosi a fare la sua mossa.
Uno stuolo di guerrieri uscì dal palazzo e solo la sua acuta vista gli permise di distinguere,
occultata fra di loro, la figura della pingue Regina. Caricò le zampe posteriori, spiccando il
salto più lungo che avesse mai fatto in vita sua e, al momento opportuno, estroflesse la lingua
al suo massimo.

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Non c'era posto per lei nel palazzo, lo sapeva da sempre. Sua madre l'aveva sopportata a
forza, facendole capire chiaramente che, appena in età da marito, l'avrebbe data al primo
pretendente che si fosse presentato. Certamente, lei non era d'accordo ma era impensabile
ribellarsi al volere della Regina; soprattutto se tutto l'esercito vegliava su di te. Stava giusto
sognando quanto le sarebbe piaciuto, almeno per una volta, essere baciata da qualcuno
diverso quando accadde: una pastosa sostanza appiccicaticcia la colpì in faccia rapendola in

un lungo bacio. Le guardie, colte di sorpresa, non ebbero il tempo di reagire e si limitarono a
guardare la giovane formica regina involarsi verso l'enorme bocca della grossa rana.

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La rana toro terminò con grazia il suo salto, atterrando sul soffice prato che circondava
l'alto formicaio. Ci mise un po' a staccare la minuscola preda dalla propria lingua, ed ancora
di più per spiegarle il perché di quel bacio rubato.
Giusto il tempo che servì all'esercito di formiche rosse per circondarli. La rana toro e la
giovane regina senza regno si guardarono negli occhi con uno sguardo d'intesa perfetta. Lei si
sistemò fra i comodi bitorzoli della schiena di lui e, a grandi balzi, fuggirono lontano
dall'armata nemica.
Ed eccoci alla fine della nostra storia: il nostro amico rana toro non ebbe mai la carrozza
che tanto sognava ma, a forza di saltare, perse un po' di peso in eccesso e non ne sentì la
mancanza. In compenso trovò un'amica fidata con la quale, grazie anche all'aiuto economico
di Giorgio (i liocorni sono notoriamente ricchi), aprì un piccolo albergo.
Se passate da quelle parti non mancate di fermarvi una notte da loro per ascoltare le
incredibili storie che, sicuramente, avranno da raccontarvi.

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...dite la vostra

che ho detto la mia

e tardi s'è fatto

per cui scappo via...

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FARFALLA
Alberto Baroni
Sfarfallan sfarfallando

mi diverto volando

rubo ogni colore,

mi poso dove l’ape

ha baciato il fiore

e bevendo polline

mi ubriaco di sapore.

Parlo con le amiche

attraverso i miei colori

con i riflessi delle ali

che mai sono uguali.

Son delicata, fragile e bella

la mia vita è breve

ma del prato son la stella.

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“Fiore” di Claudia

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“Arcobaleno” di Claudia

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L’ARCOBALENO CHE C’È
Silvia Giannattasio

C’era un tempo in cui essere umani e animali convivevano pacificamente...
no, non soltanto convivevano come oggi, vivevano assieme in tutto e per tutto.
In quei giorni passati tutti avevano il dono della parola ed ognuno poteva comunicare con
l’altro senza difficoltà. Collaboravano, lavoravano, risolvevano ogni tipo di problema sempre
restando uniti, insieme da simili.
Un brutto giorno però, il cielo iniziò a rannuvolarsi; le nuvole erano nere, gonfie di
pioggia da piangere dai loro occhi di cotone. Esseri umani ed animali si prepararono al
meglio, coprendo i campi coltivati, molto importanti per la sopravvivenza di ognuno.
Purtroppo la pioggia non era arrivata per andarsene dopo poco, ma restò per giorni e
giorni e giorni, rendendo triste ogni abitante del mondo.
Gli animali, che avevano un cuore nobile e altruista e si sentivano debitori verso i loro
amici uomini, decisero di convocare il Padrone del Cielo. Esso non tardò a comparire tra le

nubi sempre più scure, lucenti solo grazie ai tanti lampi brillanti, e li ascoltò senza
interrompere:
ogni animale chiese che gli umani avessero un dono, un regalo per essere di nuovo felici e
allegri come un tempo.
Il Padrone del Cielo però, non era disposto ad accontentarli senza avere qualcosa in
cambio e chiese loro... la voce.
Se avessero dato lui la capacità di parlare la lingua umana, lui avrebbe concesso un dono
agli uomini, mentre gli animali avrebbero potuto comunicare solamente con dei versi, ad ogni
specie il suo.
Non pensarono nemmeno di rifiutare e si sacrificarono.
Pochi istanti dopo la pioggia diminuì, riducendosi solo a poche gocce piacevoli; le nuvole
si diradarono e i raggi del sole iniziarono a farsi strada tra di esse e a riscaldare di nuovo il
loro mondo.
Non era tutto però, perché all’orizzonte comparve il dono tanto atteso: un arco, formato
da sette colori accesi e incantevoli, s’insinuò nel cielo, provocando reazioni entusiaste e i
sorrisi stupefatti degli umani e degli animali.
Oggi lo chiamiamo Arcobaleno.

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Non tutti sanno però come questo è nato e grazie a quale grande sacrificio possiamo
ammirarlo e attenderlo con tanta impazienza.

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IL GATTINO
Fabrizio Pusino
Il mio amico Serafino
ha un gattino molto bello
che abbaiar sa come un cane
e volar come un uccello
Il gattin di Serafino
sotto il sol porta il cappello
ma se il tempo gira a brutto
esce fuori con l'ombrello.
Il mio gatto invece resta
lì seduto alla finestra
aspettando tutto il giorno
l'arrivar del mio ritorno.
Poi si siede a me vicino
e facendo il suo rumore
dice mille e mille volte

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che per me ha tant' amore.

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IL GATTO DORMIGLIONE
Eugenia Abate
Questo gatto è un dormiglione!
Non ha mai intenzione
di giocherellare
perché sul “suo” divano vuole restare.
Sempre pensa: “Miagolare o sbadigliare?”
Sogni perfetti vorrebbe accumulare
ad ogni occasione,

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questo gatto è un vero dormiglione!

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Mazzo di fiori” di Carolina

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C’ERA UNA VOLTA
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“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i
bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono
essere sconfitti."

Gilbert Keith Chesterton, Enormi sciocchezze, 1909

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LA FAVOLA DI UN FIOCCO DI NEVE
Ivano Dell’Armi

C'era una volta l'inverno. E in inverno si sa fa freddo! Eppure è sempre un piacere
osservare dal cielo i candidi fiocchi di neve che scendono dall'alto. Ecco, questa è la favola di
un fiocco di neve che aveva paura di conoscere la terra, perché sapeva cosa l’avrebbe atteso:
molto presto il sole sarebbe tornato ad infondere il suo calore sulla natura ed inesorabilmente
si sarebbe sciolto. Per questo quel batuffolo di neve non intendeva per nessuna ragione
allontanarsi dalla sua soffice nuvola. Ma il suo tempo era oramai giunto, la sua nuvola non
attendeva altro che potersi finalmente rilassare: portava peso da troppo tempo! Fu così che
una fredda mattina si rivolse al fiocco indignata.


“Non puoi continuare ad opporti, è tuo destino scendere… e scenderai”; e così dicendo
scoppiò in una tonante risata. “Perciò preparati, la discesa sarà molto lunga e soprattutto
lenta”.


Gli altri fiocchi di neve ridevano, prendendosi gioco di lui, l’unico al quale quest’avventura sul
mondo sembrava terrorizzarlo. Lo schernivano ripetendogli e convincendolo che - debole e
spaventato com'era - si sarebbe sicuramente sciolto prima di posarsi sulla neve che già
colorava di bianco il paesaggio; o ancora peggio che, seppure ce l’avesse fatta, sarebbe finito
sopra uno sterco di vacca, ed il suo candido colore si sarebbe sporcato, inghiottito da quella
orribile cosa.


Nell'udire quelle parole “batuffolo” (lo chiameremo così) era ancora più inquieto, passava
tutto il tempo ad immaginare quel doloroso momento in cui si sarebbe separato da “mamma
nuvola”. Tremava e piangeva, pregava e piangeva; ma a forza di versare lacrime divenne
ancora più piccolo e fu il primo a staccarsi! In balia del vento iniziò a discendere sballottato
disordinatamente, mentre il vento che si divertiva a fargli girare la testa.


“Piccoletto”, gli urlava con la sua voce schizzata. “Ora ti scaravento dritto dentro l’acqua
gelida, sta a guardare”.


Ed il povero batuffolo stringeva gli occhi e fermava il respiro. Continuava a piangere ed a
sgretolarsi, sicché quando giunse a pochi passi dal suolo era talmente minuscolo che a stento
si riusciva a vederlo. Non toccò nemmeno terra, ma si adagiò lievemente sopra una minuscola
foglia, ultima valorosa condottiera di un arbusto ingiallito e sofferente schiacciato sì dal
ghiaccio, ma ancora vivo.


“BRRRRR! Per la miseria, ci mancavi anche tu adesso”, gridò l’arbusto crucciato. “Che ci fai
qui! Ancora non sta nevicando, piccola peste antipatica”.




Il povero fiocco di neve si sentì in colpa, la sua presenza lì era sgradita.


“Non lo so, io… io…”, farfugliava; “… io ho tanta paura, sono solo! E poi nessuno mi vuole
bene”.


“Ecco, allora vattene”, rispose risoluta la pianta che poi si mise ad invocare il vento.
“Portamelo via, accidenti a te! Ma proprio sulla mia foglia dovevi farmelo cadere, dannato?”


“Quante storie”, sbuffò allora il vento innervosito. “E’ inutile che ti agiti così tanto, lo sai che
morirai presto lo stesso”.


Batuffolo, udite quelle parole, tristemente si lasciò cadere al suolo salutando appena l’arbusto,
che comunque non riuscì a sentirlo tanto era impegnato ad inveire contro di lui. L’impatto
con la neve fu una sensazione di freddo intenso, batuffolo non sapeva se dolce o amara; non
ebbe nemmeno il tempo di rendersene conto, era così minuscolo che rapidamente filtrò verso
il basso a differenza di tutti gli altri fiocchi di neve che invece stavano già posati uno sopra
l’altro.


“Vattene via, sciò… sparisci”.


Gli ribadivano questi prendendolo a calci e spingendolo sempre più velocemente verso il
basso. Buio, tristezza, paura, solitudine, rimpianto, anche rabbia per come era stato trattato
dagli altri… tanti furono i pensieri che lo accompagnarono nell'oblio; finché si sentì tirare.
Dal basso dove era caduto... di nuovo verso l’alto.


Verso l’alto? Cosa stava succedendo? Fu una folle risalita senza spiegazione, batuffolo teneva
gli occhi chiusi e pregava: pregava perché aveva paura, pregava perché era l’unica cosa che
potesse fare. Pregava e piangeva, e piangendo si faceva più grande... ora che era puro liquido.
Non si accorse di quanto aveva pianto: tanto, tantissimo questo sì, ma non troppo.

Come d’incanto si ritrovò circondato da una sottile parete di colore verde dove tanti nuovi
“amici” lo stavano accogliendo desiderosi di farlo entrare nel loro “nuovo” paradiso. Come
erano diversi dai “gelidi compagni” di prima… ma soprattutto quanto tempo era passato da
allora!? Potrebbe sembrare appena uno sbatter di ciglia, in realtà pochi mesi… a batuffolo
invece sembrava una vita: ed in quella “vita” era cambiato, cresciuto… migliorato… ora era
pronto per seguire il suo destino, con coraggio.


Ma cosa era successo a batuffolo? In breve era finito in un giardino pieno di fiori che stavano
soffrendo il freddo dell’inverno, assimilato da quello che presto sarebbe diventato un
bellissimo fiore. Ed il fiore, cominciandosi a nutrire tra gli altri anche di lui, ora lo stava
ringraziando.


“Non so come sdebitarmi con te”, disse allora il fiore quando crebbe sano, forte e robusto.
“C’era poca acqua e tu hai contribuito affinché ne fosse prodotta a sufficienza affinché io
potessi germogliare e sfavillare”.


“Davvero?”, rispose incredulo batuffolo, che lì si sentiva perfettamente a suo agio, ma
soprattutto contento di essere stato utile, efficace ed adeguato alla situazione.



“Ora è primavera, è tempo di fiorire”, cantò il fiore spiegando le sue foglie al sole. “Esprimi
un desiderio ed io lo esaudirò carissimo mio amico”.


Il piccolo non ci stette troppo a pensare e subito rispose gioioso.


“Voglio volare in cielo, e da lì ammirare quanto è bello il mondo con i suoi prati e i suoi fiori;
e poi voglio vederti da lassù”.


“Tutto qui?”, rispose il fiore piacevolmente. “Allora va, e grazie per tutto quello che hai fatto
per me”.


Il sole diffondeva luce sul mondo… ed il fiore sorrideva a quella meraviglia… ed il fiore
rilasciò tanto ossigeno quel giorno, ossigeno puro che si espanse per l’aria profumandola tutta.
Quello che un tempo era un fiocco di neve, poi divenuto acqua, era appena stato rilasciato
nell'aria per tornare leggero in cielo, libero e soddisfatto… pronto a compiacersi in quello
stupendo spettacolo.


“Eccomi… si torna a casa!”, gridava batuffolo; mentre intanto la primavera lo stava
abbracciando tra i suoi caldi raggi d’amore.

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“Neve col sole” di Arianna

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IL PRINCIPE GIOCHERELLONE
Alberto Baroni
C’era una volta in un regno incantato
un principino allegro e svogliato
che tutto il giorno a palla giocava
e se chiamato a studiare scappava.

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Il rè suo padre non sapeva che fare
maestri e maghi seguitava a chiamare,
ma nessuno riuscì a fermare il monello
che diventò sempre più grandicello.

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Finalmente un bel giorno d’aprile,
il re stanco dette al figlio un badile
e nel giardino lo mise a vangare
notte e giorno senza sostare.

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Il principino dalle guardie osservato
a lavorare così fu obbligato,
del giardiniere divenne l’amico
e a lui si confidò sotto un fico.

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Le tabelline il principe odiava,
ecco perché dallo studio scappava.
Il giardiniere che in effetti era un mago
gliele insegnò con il gioco e lo svago.
Questa la prima tabellina insegnata

che nel giocare venne imparata:

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Quel che vero è vero
due per zero - zero.
Lo sa anche un bue
due per uno – due.
Le zampe del gatto
due per due – quattro.
Somaro non sei
due per tre - sei.
Come è buono il risotto,
due per quattro – otto.
Oggi c’è pasta e ceci
due per cinque – dieci.
I porcelli sono sudici
due per sei – dodici.
Sotto la pioggia t’infradici
due per sette – quattordici.
Ora gioco con gli amici
due per otto – sedici.
Sotto il sole io mi scotto
due per nove fa diciotto.
E’ finita, siam contenti
due per dieci - venti

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Così il principe non più perditempo

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la matematica imparò nel frattempo.

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ELOX E I DUE REAMI
Gioia Albano

C'era una volta uno strano reame dove ogni cosa era bianca: dalle chiome degli alberi,
all'erba dei prati; dai tetti e dai muri delle case, agli oggetti di uso quotidiano che si trovavano
dentro le stanze. Perfino il cielo sopra quel regno, ben più distante dall'ultimo luogo
conosciuto della Terra, era bianco e così pure le sette montagne che lo circondavano tutto
intorno, formando una barriera naturale lungo il suo perimetro. Come se tutto ciò non
bastasse anche gli animali e le persone che qui vivevano non avevano traccia di colore sui loro
corpi.
Sembrava proprio che su tutti gli esseri viventi e non, dal più piccolo al più grande, si fosse
deposto un manto di neve impenetrabile che nessun calore sarebbe stato capace di sciogliere.
Proprio per tale caratteristica questo luogo era chiamato “Il Reame Della Neve
Perpetua.”
Viveva qui un pastore che, ogni giorno, si svegliava all'alba per portare a pascolare il suo
gregge di pecore. Elox era un giovane di buon cuore che si prendeva cura degli animali a lui
affidati con tenerezza. Era anche molto bravo a imitare i versi degli uccelli, tanto che quando
fischiava non si riusciva a distinguere le sue imitazione dagli autentici canti delle creature
alate. A causa di questa abilità, quest'ultime lo consideravano un amico su cui vegliare.
Un giorno, prima di ritornare a casa, il giovane si accorse che nel suo gregge mancava un
agnello. Dov'era finito? Egli lo cercò in lungo e in largo ma non riuscì a trovarlo da nessuna
parte.
Un usignolo, intenerito dalla tristezza del pastore, gli si posò sulla spalla e gli sussurrò:
- L'agnello sano e salvo troverai, se oltre le montagne al castello ti recherai. La bella
principessa dagli occhi di carbone ti aiuterà e dalle guardie crudeli ti salverà. Amore e fortuna
attendono l'audace che alfin ovunque riporterà la pace.
Elox si precipitò a casa e raccontò al padre, con il quale viveva, che cosa gli aveva
predetto l'usignolo.
- Non puoi andare nel “Reame della Fuliggine Eterna”! Rischieresti di essere catturato
dalle guardie del castello. Il re è nemico del nostro pacifico reame e potrebbe ucciderti, l'ammonì il genitore, desiderando che il figlio desistesse dal proposito di partire.
Elox finse di accondiscendere alla supplica del padre, ma quando l'uomo si fu
addormentato, il giovane sgattaiolò via, incontro al proprio destino.
Intanto l'usignolo lo seguiva da lontano, stringendo nel becco un minuscolo sacchetto. Ma
non era il solo. Anche un canarino, un'allodola, un passerotto, un pettirosso, un fringuello e
uno storno volavano in fila indiana dietro Elox, ciascuno stringendo nel proprio becco un
piccolo sacchetto simile a quello dell'usignolo.
Il giovane camminò per giorni e giorni, sempre seguito a distanza dai sette uccellini.
Durante il tragitto incontrò un mendicante affamato a cui regalò del pane. Lui, in cambio, gli
donò una logora corda; poi incontrò un bambino assetato a cui dette l'acqua rimasta nella

borraccia. Lui, in cambio, gli donò una scatola di fiammiferi. Infine incontrò una vecchietta
vestita di stracci e infreddolita, a cui regalò la sua calda giacca di lana. Lei, in cambio, gli
donò il mantello strappato che aveva indosso.

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“Fiori dell’amore” di Carolina

Cammina, cammina Elox arrivò finalmente alle pendici di una delle sette montagne,
scalando la quale sarebbe giunto a destinazione.
- E ora come farò ad arrivare lassù in cima?, - si chiese.
- Lancia la logora corda verso la montagna, - gli suggerì una voce.
Elox lo fece e la corda si trasformò in una scala che, gradino dopo gradino, lo condusse
agilmente fino alla cima della montagna e poi fino alle sue pendici, dall'altra parte.
- Questo strano colore m'impedisce di vedere qualunque cosa! - esclamò.
- Accendi un fiammifero, - gli suggerì un'altra voce.
Elox lo fece e il fiammifero si trasformò in una fiaccola; così egli riuscì a vedere.

Nel “Reame della Fuliggine Eterna” tutto era privo di splendore e lucentezza. L'oscurità,
che non aveva ancora conosciuto gli faceva paura. Tuttavia osservò che, eccezion fatta per il
colore, le persone e gli animali erano uguali a quelli che vivevano del suo reame.
- Qui non c'è nessuno, ma se mi dirigerò verso il castello le guardie mi avvisteranno da
lontano. Sono troppo diverso dagli altri... Come posso fare?, - si domandò, incerto sul da
farsi.
- Copriti con il mantello, - lo esortò una terza voce. Elox lo fece e, da bianco che era,
divenne nero. Ora nessuno l'avrebbe scoperto. Mimetizzato stupendamente, egli raggiunse il
castello senza intoppi. Il ponte levatoio del castello era abbassato e poté entrare. Subito sentì il
canto di una dolce voce femminile e poi il belato di un agnello. Nel cortile vide la più bella
fanciulla che avesse mai incontrato. Aveva folti capelli scuri che le scendevano fin sotto le
spalle e due occhi profondi che ispiravano gentilezza con ogni gesto. Il giovane se ne
innamorò alla prima occhiata.
- L'agnello che state accarezzando è mio, - dichiarò il giovane, facendosi avanti un po'
timoroso; pure era abbagliato da quella figura di donna che effondeva bontà con ogni gesto.
- Ma il piccolo è bianco. Come può essere?, - si stupì la fanciulla.
Elox si tolse il mantello per mostrarle la verità: - Anch'io lo sono.
- Ah! Capisco. E lo rivolete indietro, immagino. Mi mancherà. Da quando è arrivato mi
ha tenuto molta compagnia.
- Giacché vi siete affezionata a lui, ve lo regalo.
- Avete un animo sensibile e siete anche coraggioso a svelare la vostra vera identità. Io
sono la principessa Melos.
Senza il travestimento magico, le guardie del palazzo non tardarono a scoprire l'intruso.
In men che non si dica gli piombarono addosso e lo trascinarono davanti al re. Egli lo
interrogò furente.
- Abitante del “Reame Della Neve Perpetua,” perché sei i venuto nel “Reame Della
Fuliggine Eterna”?
- Sono un umile pastore, maestà, che è giunto fin qui per riportare a casa un agnello
perduto del proprio gregge, - raccontò Elox, sostenendo fieramente l'ira del sovrano.
- Non ti credo. Tu sei una spia del re mio nemico; e come tutte le spie sarai giustiziato a
morte questa notte stessa, - sentenziò.
La principessa Melos si gettò ai piedi del padre. - Aspettate! Se riportasse nel nostro regno
i sette colori dell'iride dovrebbe essere graziato, - gli rammentò. - Concedetegli di tentare
l'impresa, lasciandolo libero fino a domani! Non avete niente da perdere, - lo supplicò.
Il sovrano accolse la preghiera della figlia. - Se ci riuscirà prima del levarsi della luna di
domani, avrà salva la vita e gli concederò la tua mano, - le promise. Dopodiché si rivolse allo
straniero: - Rimarrai libero fino a domani, - annunciò il sovrano. - Ma se fallirai, i miei soldati
ti uccideranno, - soggiunse.
In giardino Elox strinse a sé la principessa confessandole il proprio amore.

- Ho prolungato la vostra vita, ma non sono riuscita a salvarvi, - si dolse Melos fra le
lacrime.
- Anche se domani verrò ucciso non m'importa. Questo giorno con voi, principessa, vale
più di un'intera vita trascorsa da solo, - le confessò Elox nel tentativo di consolarla.
Nel frattempo l'usignolo, il canarino, l'allodola, il passerotto, il pettirosso, il fringuello e lo
storno che avevano seguito Elox, lasciarono cadere i minuscoli sacchetti che avevano nel
becco ai piedi dei due innamorati.
- Dentro ci sono dei semi! - esclamò il pastore, aprendoli uno dopo l'altro. - Li pianterò,
così quando non ci sarò più, ciò che nascerà testimonierà il nostro amore, - decise. Quindi,
interrò accuratamente i semi in un angolo incolto del giardino, non sprecandone nessuno. Le
lacrime di Melos, sostituendosi all'acqua, li annaffiarono.
Il giorno dopo, poco prima che la luna sorgesse (mentre la vita di Elox era sul punto di
concludersi a causa di un ordine reale), quale meraviglia apparve dinanzi agli occhi sbigottiti
del sovrano e di tutti i presentii! Dai semi piantati appena la notte prima, erano cresciuti e già
sbocciati dei fiori colorati: papaveri, tageti, ranuncoli, erba, fiordalisi, campanule e lillà. I sette
colori dell'iride erano stati restituiti al “Reame Della Fuliggine Eterna”.
La promessa del re fu mantenuta, ovviamente. Elox da semplice pastore acquistò il titolo
di "Altezza Reale" e Melos trovò un marito più unico che raro. L'agnello diventò membro di
nuovo gregge, un gregge di pecore nere. E fu così che tutti vissero felici e contenti... Anzi no,
non tutti. L'agnello, crescendo, venne additato “come la pecora bianca”e si sentì discriminato
dagli altri ovini.

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IL CAVALIERE SENZA TRACCIA
Simonetta Brancato
Vi narrerò la storia
del coraggioso cavaliere
che perso per strada
dimenticò il suo mestiere.

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Ognuno lo conosceva
per le sue grandi gesta
nessuno però sapeva
che gli passava per la testa.

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Mentre cercava uno scopo
un sentimento vero,
trovò legato a un albero
il suo bel destriero.
Gli disse di salire
sulla sua groppa,
era ora di partire
per un’altra lotta.

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Lui sorpreso allor chiese
“Per cosa? Che guerra?”
il cavallo preoccupato
rispose guardando a terra:

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“non so, è il tuo lavoro
tu non guardi in faccia,
guadagni fama e oro
inseguendo una traccia.
Il tuo nemico non ha nome

tu uccidi per dovere.
Questo per te è onore
lo dici tutte le sere...”

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Il cavaliere salì a cavallo
e anche se niente ricordava
sapeva che non era lui
quell’uomo che già detestava.

!

“Chi ero poco importa
so cosa voglio e ti dico:
niente lotte d’ogni sorta,
verrai con me amico?”

!

Ti seguirò ovunque tu vada
ci vuol coraggio, niente boria
per inseguir questa strada
senza onore né gloria.

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Così i due amici insieme,
per mille avventure,
scoprirono che non le lotte

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son le imprese più dure.

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LA PRINCIPESSA SONNAMBULA
Eugenia Abate

C’era una volta Carmela, fanciulla assai buona, tenera di cuore, graziosa come una
ghirlanda di margherite, ricca in quanto figlia di un ricco re, ma che avrebbe venduto tutto il
suo invidiabile castello e finanche zappato gli orticelli per accontentare il suo servo preferito,
Antonio. Quest’ultimo era il servo tuttofare nelle cucine della sua reale dimora ed era bello
quanto basta a mettere in moto un fertile sogno da innamorata ed anche se non aveva – e
immaginava mai avrebbe avuto – una corona in testa, per Carmela significava tutto il mondo.
Quella notte, non potendo più dormire sopra al fuoco che le scoppiettava in petto,
Carmela volle raggiungere il servo nella stanzetta dove riposava da solo e confessargli
apertamente il suo amore, ben sapendo che, allorché respinta con dolci parole, non sarebbe
passato molto tempo prima che al castello giungesse notizia di una principessa gettatasi a
precipizio da una rupe vicina. Ma tale tragedia non avvenne perché Antonio, veduta correre
da lui la principessa così innamorata, accettò di buon grado che Carmela gli cascasse tra le
braccia come una pera cotta scoprendosi pure invaghito di lei più di chiunque altro. Il
prosieguo delle ore buie fu gaio e spensierato per entrambi, ma era oramai sorta l’alba
quando Carmela si rese conto che a causa della sua avventatezza quel loro vascello d’amore
imbarcava acqua da ogni parte e che se i domestici l’avessero vista uscire dalle cucine con il
sole già alto, nulla avrebbe impedito loro di congetturare qualche malevole conclusione. Così,
per evitare che Antonio finisse giustamente decapitato dal boia di corte, progettò un piano
meno avventato del precedente e al mattino, tenendosi la testa con una smorfia dolorante
mentre usciva dalle cucine, raccontò ai domestici di essere sventuratamente diventata una
sonnambula. Le guardie corsero presto ad avvisare il Re che per tutto il giorno non riuscì a
pacificarsi con l’idea che sua figlia Carmela, fanciulla bella e cara, avesse un tale triste difetto
perché sarebbe servita una magia strabiliante, un bididi-bodidi-bù senza eguali, per renderlo
accettabile ad un futuro promesso sposo. E proprio quei pensieri e quelle preoccupazioni
riguardo al matrimonio della figlia diedero modo ad una pulce di insinuarsi nell’orecchio del
Re, il quale, passando i giorni e venendo tutte le mattine a sapere che la sua principessa si era
risvegliata per caso tra i fornelli delle cucine, cominciò a tormentarsi con qualche paranoia
aldilà di quel presunto sonnambulismo. Chiamò allora un suo fido soldato e gli disse: “Ho
bisogno di te. Questa notte segui con cura ogni passo di mia figlia e domattina vieni a
raccontarmi quello che hai visto. Ma bada a non farti sfuggire niente con nessuno!” e gridato
questo al poveretto, si rinchiuse a pigliar pesci nel suo studiolo. L’agguato della notte trovò
impreparati i due giovani i cui cuori battevano ormai simultaneamente e che prima ancora di
abbracciarsi si sorpresero minacciati dalla lama sudata del soldato. “Tra-traditore!” gridò il
suddetto ad Antonio che vedendosi non impiegò uno sputo di secondo a correre via. Il
soldato, anziché lasciarsi mortificare dalle urla concitate di Carmela, incalzò il servo con un
breve inseguimento durante il quale il non farti sfuggire niente con nessuno del suo sovrano era
l’unica avvertenza presente nella sua mente. Tant’è che non si accorse del sopraggiungere di
tre allegre fatine, sbrilluccicanti e sbriluccicose alquanto, fino al momento in cui non finì
sepolto nella foresta di spine da loro fatta germogliare sotto i suoi piedi. Le tre fate

raggiunsero subito Antonio e presero a dire: “Siamo in viaggio da tanti anni e veniamo da
molto lontano, ma sforzandoti non ti sarà impossibile immaginare il nostro regno in quanto tu
stesso ci sei nato. Il Re tuo padre sarà tanto lieto di sapere, caro Principino, che sei stato
ritrovato!” Così si venne a scoprire del sangue nobile di Antonio e di quanto perdutamente
fosse ricco, più ricco del Re padre di Carmela, il quale, fingendosi quanto mai estraneo ai
farfugliamenti del soldato che aveva attentato alla vita di un principe, tra gli applausi e le
musiche dei festeggiamenti per l’imprevista guarigione della sonnambula, diede il suo gioioso
consenso al matrimonio del principe Antonio e della sua principessa.

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“Principessa” di Carolina

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DAL PRINCIPIO AL PRINCIPIO
Silvia Giannattasio
C’era una volta una foglia, piccola e forte,
c’era una volta il sole caldo e accogliente.
La piccola foglia era verde e brillante,
il sole, suo amico, la rendeva più grande.
Come le gemme nei prati cresceva ,
la sua brillantezza paragoni non aveva
e il sole dall’alto sempre più riscaldava.

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C’era una volta una foglia, fragile e grande,
c’era una volta una brezza che fresco diffonde.
La fragile foglia il suo verde perdeva,
al giallo del sole ora più somigliava.
Quel ramo sottile stava per salutare,
sentiva il momento pronto ad arrivare.

!

C’era una volta una foglia, secca e increspata,
c’era una volta il gelo che il verde dirada.
La secca foglia sul terreno era adagiata,
lontana dall’albero su cui era cresciuta.
Le sue punte socchiuse in un silenzioso saluto,
sotto un candido manto il suo volo è finito.

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C’era una volta un sole caldo accogliente,

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c’era un volta… e qui si riparte.

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“Albero” di Claudia

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