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coelho paulo sulla sponda del fiume piedra mi sono seduta e ho pianto .pdf



Nome del file originale: coelho-paulo-sulla-sponda-del-fiume-piedra-mi-sono-seduta-e-ho-pianto.pdf
Titolo: file:///C|/GIOVANNIFERRARI/LIBRI/_Entrate/Coelho,%20Paulo%20-%20Sulla%20Sponda%20del%20Fiume%20Piedra%20mi%20sono%20seduta%20e%20ho%20pianto%20.txt

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Paulo Coelho,
Sulla sponda del fiume
Piedra mi sono seduta
e ho pianto.
Titolo originale:
Na margem do rio Piedra eu sentei e chorei.
Traduzione di Rita Desti.
Copyright 1994 by Paulo Coelho.
Editora Rocco LTDA, Rio de Janeiro, 1994
1996 by RCS Libri & Grandi Opere S.p.A.

Per
I.C. e S.B., la cui comunione amorosa
mi ha fatto scoprire il volto femminile di Dio;
Monica Antunes, compagna della prima ora,
che con il suo entusiasmo e il suo amore
sparge il fuoco per il mondo;
Paulo Rocco, per l'allegria delle battaglie
che abbiamo sostenuto insieme e per la dignità
delle lotte che abbiamo combattuto tra di noi;
Matthew Lore, per non aver dimenticato
una saggia citazione da I Ching:
"La perseveranza è favorevole."

"Ma alla sapienza è stata resa
giustizia da tutti i suoi figli."
Luca, 7, 35
Nota dell'Autore.
Un missionario spagnolo stava visitando un'isola, quando
incontrò tre sacerdoti aztechi.
"Come pregate?" domandò loro.
"Abbiamo una sola preghiera," gli rispose uno. "Diciamo:
'Dio, tu sei tre, noi siamo tre. Abbi pietà di noi."'
"Una bella preghiera," disse il missionario, "ma non è
esattamente il tipo di preghiera che Dio possa ascoltare. Ve
ne insegnerò una migliore."
E il prete insegnò loro una preghiera cattolica. Poi proseguì nel suo cammino di evangelizzazione. Anni dopo, ormai

sulla nave che lo riconduceva in Spagna, si trovò a passare di
nuovo per quell'isola. Dalla tolda, vide i tre sacerdoti sulla
spiaggia e li salutò.
In quel momento, i tre cominciarono a camminare sulle
acque, verso di lui. "Padre! Padre!" chiamò uno, avvicinandosi alla nave. "Insegnaci di nuovo la preghiera ascoltata da
Dio, perché non abbiamo saputo ricordarla!"
"Non importa," disse il missionario assistendo al miracolo. E chiese perdono a Dio per non aver capito prima che il
Signore parlava tutte le lingue.
Questa storia esemplifica molto bene ciò che cerco di raccontare in questo libro. Raramente ci rendiamo conto che
siamo circondati da ciò che è straordinario. I miracoli avvengono intorno a noi, i segnali di Dio ci indicano la strada, gli
angeli chiedono di essere ascoltati. Ma noi abbiamo imparato che ci sono determinate formule e regole per avvicinarci a
Dio e quindi non prestiamo attenzione a nulla di tutto ciò.
Non comprendiamo che il Signore si trova là dove lo lasciano entrare.
Le pratiche religiose tradizionali sono importanti: ci consentono di condividere con gli altri l'esperienza dell'adorazione e della preghiera. Ma non possiamo mai dimenticare
che l'esperienza spirituale è soprattutto un'esperienza pratica
dell'amore. E nell'amore non esistono regole. Possiamo tentare di seguire dei manuali, di controllare il cuore, di avere
una strategia di comportamento. Ma sono tutte cose insignificanti. Decide il cuore. E quanto decide è ciò che conta.
Lo abbiamo provato tutti nella vita. In un qualche
momento, tutti abbiamo esclamato fra le lacrime: "Sto soffrendo per un amore per cui non vale la pena." Soffriamo
perché pensiamo di dare più di quanto riceviamo. Soffriamo
perché il nostro amore non è riconosciuto. Soffriamo perché
non riusciamo a imporre le nostre regole.
Soffriamo inutilmente, perché il seme della nostra crescita
sta proprio nell'amore. Quanto più amiamo, tanto più siamo
vicini all'esperienza spirituale. I veri illuminati, con l'anima
infervorata dall'amore, vincevano tutti i preconcetti dell'epoca. Cantavano, ridevano, pregavano a voce alta, danzavano,
condividevano ciò che san Paolo ha definito la "santa follia".
Erano pieni di gioia, perché chi ama riesce a vincere il
mondo, non ha paura di perdere nulla. Il vero amore è un
atto di totale abbandono.
Sulla sponda delfiume Piedra mi sono seduta e ho pianto è
un libro sull'importanza di questo abbandono. Pilar e il suo
compagno, personaggi fittizi, sono il simbolo dei numerosi
conflitti che ci accompagnano nella ricerca dell'Altro. Prima

o poi dobbiamo vincere le nostre paure, giacché il cammino
spirituale si compie attraverso l'esperienza quotidiana dell'amore.
Diceva il monaco Thomas Merton: "La vita spirituale si
riassume nell'amare. Non si ama perché si vuol fare il bene
di qualcuno, aiutarlo, proteggerlo. Agendo in questa maniera, ci comportiamo come se vedessimo il prossimo come
semplice oggetto e noi stessi come esseri generosi e saggi. Ma
questo non ha nulla a che vedere con l'amore. Amare significa comunicare con l'altro e scoprire in lui una particella di
Dio."
Che il pianto di Pilar sulla sponda del fiume Piedra possa
condurci sul cammino di questa comunione.
PAULO COELHO.

Sulla sponda del fiume Piedra
mi sono seduta e ho pianto. Narra la leggenda che tutto ciò
che cade nell'acqua di questo fiume. Ie foglie, gli insetti, le
piume degli uccelli, si trasforma nelle pietre del suo letto.
Ah, se solo potessi strapparmi il cuore dal petto e lanciarlo
nella corrente, allora non ci sarebbero più dolore né nostalgìa né ricordi.
Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto.
Il freddo dell'inverno mi ha fatto sentire le lacrime sul viso:
lacrime calde che si sono confuse con le acque gelate che
scorrono davanti a me. In qualche punto, il fiume si unisce
con un altro, poi con un altro ancora, finché, lontano dai
miei occhi e dal mio cuore, tutte le acque si confondono con
il mare.
Che le mie lacrime scorrano lontano, perché il mio amore
non sappia mai che un giorno ho pianto per lui. Che le mie
lacrime scivolino via, e solo allora dimenticherò il fiume
Piedra, il monastero, la chiesa sui Pirenei, la bruma, i cammini che abbiamo percorso insieme.
Dimenticherò le strade, le montagne e i campi dei miei
sogni: sogni che mi appartenevano e che io non conoscevo.
Ricordo il mio istante magico, quel momento in cui un "sì"
o un "no" può cambiare tutta la nostra esistenza. Sembra che
sia accaduto tanto tempo fa, eppure è solo da una settimana
che ho ritrovato il mio amato e l'ho perduto.

Nelle sponde del fiume Piedra, ho scritto questa storia. Le
mie mani erano gelate, le gambe intorpidite dalla posizione,
e io avevo bisogno di fermarmi spesso.
Forse l'amore ci fa invecchiare anzitempo e ci rende giovani quando la gioYentù è passata. Ma come non rammentare
quei momenti? Perciò ho scritto, per trasformare la tristezza
in nostalgia, la solitudine in ricordi. Perché, dopo aver raccontato a me stessa questa storia, io la potessi lanciare nel
fiume Piedra. Era questo l'insegnamento della donna che mi
ha accolto. Allora, per ricordare le parole di una santa, "le
acque avrebbero potuto spegnere ciò che il fuoco ha scritto".
Tutte le storie d'amore sono uguali.
Avevamo trascorso insieme l'infanzia e l'adolescenza. Lui se
n'era andato, come tutti i giovani se ne vanno dalle piccole
città. Aveva detto che voleva conoscere il mondo, che i suoi
sogni si proiettavano al di là delle campagne di Soria.
Per alcuni anni non ne ebbi notizia. Di tanto in tanto
ricevevo una lettera, e questo era tutto, perché lui non è mai
più tornato fra i boschi e sulle strade della nostra infanzia.
Quando terminai gli studi, mi trasferii a Saragozza. E scoprii che aveva ragione: Soria era una città piccola e il suo
unico poeta famoso aveva detto che solo camminando si può
percorrere un sentiero. Entrai all'università e mi fidanzai.
Cominciai a studiare per un concorso che forse non avrebbe
mai proclamato un vincitore. Lavorai come commessa, mi
pagai gli studi, fui bocciata al concorso, lasciai il mio fidanzato.
Le sue lettere, allora, cominciarono ad arrivare più frequentemente e, vedendo i francobolli di paesi diversi, io provavo un po' d'invidia. Lui era l'amico più vecchio che sapeva
tutto, che girava il mondo, che si lasciava crescere le ali,
mentre io cercavo di mettere radici.
Inaspettatamente le sue lettere cominciarono a parlare di
Dio: provenivano sempre dallo stesso paese, la Francia. In
una di esse, mi disse che desiderava entrare in seminario e
dedicare la sua vita alla preghiera. Gli risposi chiedendogli di
aspettare, di vivere ancora la sua libertà, prima di impegnarsi
in qualcosa di tanto serio.
Quando rilessi la mia lettera, decisi di stracciarla: chi ero
per parlare di libertà e di impegno? Queste cose le conosceva
lui, non certo io.'
Un giorno seppi che stava tenendo un ciclo di conferenze.
Ne fui sorpresa perché mi sembrava troppo giovane per insegnare qualcosa agli altri. Ma, due settimane fa, mi ha mandato un biglietto per dirmi che avrebbe parlato per un gruppo ristretto di persone a Madrid. E ci teneva che fossi pre-

sente.
Ho viaggiato per quattro ore, da Saragozza a Madrid, perché volevo rivederlo. Volevo ascoltarlo. Volevo sedermi con
lui in un bar, ricordare i tempi in cui giocavamo insieme e
credevamo che il mondo fosse troppo grande per essere
attraversato.

Sabato, 4 dicembre 1993.
La conferenza si teneva in un luogo più austero di quanto
avessi immaginato e c era più gente di quanta me ne aspettassi. Non capivo come mai.
'Dev'essere diventato famoso,' ho pensato. Non mi aveva
detto nulla nelle sue lettere. Avrei voluto parlare con i presenti, domandare loro che cosa stessero facendo lì, ma non
ne ho avuto il coraggio.
Sono rimasta sorpresa nel vederlo entrare. Era diverso dal
ragazzo che conoscevo. Ma, è chiaro, in undici anni le persone cambiano. Era più carino, e i suoi occhi splendevano di
una luce particolare.
"Ci sta restituendo ciò che era nostro," ha detto una
donna accanto a me.
Era una frase strana.
"Che cosa sta restituendo?" le ho chiesto.
"Quello che ci è stato rubato. La religione."
"No, non ce la sta restituendo," ha aggiunto una donna
più giovane, seduta alla mia destra. "Non si può restituire
quanto ci appartiene."
"Allora lei, che cosa sta facendo qui?" ha domandato irritata la prima donna.
"Voglio ascoltarlo. Voglio vedere come la pensano, perché
in passato ci hanno già messe al rogo e potrebbero volerlo
fare ancora."
"Lui è una voce solitaria," ha detto la donna. "Sta facendo
il possibile."
La giovane ha sorriso ironicamente; poi si è girata, per
chiudere la conversazione.
"Per un seminarista, è un atteggiamento coraggioso," ha
proseguito la donna, guardandomi come per cercare un consenso.
Io, che non ci capivo niente, sono rimasta in silenzio, così

la donna ha desistito. La giovane accanto mi ha strizzato
l'occhio, come se fossi la sua alleata.
Io, però, stavo in silenzio per un'altra ragione. Pensavo alla
parola che aveva pronunciato: "Seminarista."
Non era possibile. Lui mi avrebbe avvertito.
Lui ha iniziato a parlare, ma io non riuscivo a concentrarmi.
'Avrei dovuto vestirmi meglio,' pensavo, senza capire il perché di tanta preoccupazione. Lui mi aveva notato in platea e
io cercavo di decifrare i suoi pensieri: come avrei potuto
essere ora? Qual era la differenza fra una ragazza di diciotto
anni e una donna di ventinove?
La sua voce era la stessa. Eppure le parole erano cambiate.
"E necessario correre dei rischi," diceva lui. "Riusciamo a
comprendere il miracolo della vita solo quando lasciamo che
l'inatteso accada.
"Tutti i giorni, con il sole Dio ci concede un momento in
cui è possibile cambiare ciò che ci rende infelici. Tutti i giorni fingiamo di non percepire questo momento, ci diciamo
che non esiste, che l'oggi è uguale a ieri e identico al domani. Ma chi presta attenzione il proprio giorno, scopre l'istante magico: un istante che può nascondersi nel momento
in cui, la mattina, infiliamo la chiave nella toppa, nell'istante di silenzio subito dopo la cena, nelle mille e una cosa che
ci sembrano uguali. Questo momento esiste: un momento
in cui tutta la forza delle stelle ci pervade e ci consente di
fare miracoli.
"A volte la felicità è una benedizione, ma generalmente è
una conquista. L'istante magico del giorno ci aiuta a cambiare, ci spinge ad andare in cerca dei nostri sogni. Soffriremo,
affronteremo momenti difficili, ricaveremo molte disillusioni: ma tutto è transitorio e non lascia alcun segno. E, nel
futuro, potremo guardare indietro con orgoglio e fede.
"Meschino colui che ha avuto paura di correre rischi.
Perché forse non sarà mai deluso, non avrà disillusioni, né
soffrirà come coloro che hanno un sogno da perseguire. Ma
quando quell'uomo guarderà dietro di sé, perché capita sempre di guardare indietro, sentirà il proprio cuore dire: 'Che
cosa ne hai fatto dei miracoli di cui Dio ha disseminato i
tuoi giorni? Come hai impiegato le doti che il tuo Maestro ti
ha affidato? Le hai sotterrate in una fossa profonda, perché
avevi paura di perderle. Allora la tua eredità è questa: la certezza di aver sprecato la tua vita.'
"Meschino colui che sente queste parole. Allora crederà ai
miracoli, ma gli istanti magici della vita saranno ormai passati."
E stato circondato dalla gente appena ha finito di parlare.

Ho atteso, preoccupata per l'impressione che avrei suscitato
in lui dopo tanti anni Mi sentivo una bambina, insicura,
gelosa perché non conoscevo i suoi nuovi amici, tesa perché
prestava più attenzione agli altri che a me.
Allora si è avvicinato. E arrossito, e non era più l'uomo
che diceva cose tanto importanti: era di nuovo il ragazzo che
si nascondeva con me nella cappella di San Saturnino, per
parlarmi del suo sogno di girare il mondo, mentre i nostri
genitori si rivolgevano alla polizia, pensando che fossimo
annegati nel fiume.
"Ciao, Pilar," ha detto.
L'ho baciato sulla guancia.
Avrei potuto rivolgergli qualche parola di elogio. Avrei
potuto essere stanca di trovarmi in mezzo a tanta gente.
Avrei potuto fare qualche buffo commento sulla nostra
infanzia, dirgli che ero orgogliosa di vederlo tanto ammirato
dagli altri. Avrei potuto spiegargli che dovevo andarmene
subito per prendere l'ultima corriera della sera per Saragozza.
"Avrei potuto": non riusciremo mai a comprendere il
significato di questa frase. Perché in ogni momento della
nostra vita ci sono cose che sarebbero potute accadere, ma
che alla fine non sono avvenute. Ci sono istanti magici che
passano inosservati quando, all'improvviso, la mano del
destino muta il nostro universo.
Ed è accaduto in quel momento. Invece di tutte le cose
che avrei potuto fare, ho pronunciato una frase che, una settimana dopo, mi avrebbe portato davanti a questo fiume a
scrivere queste righe.
"Possiamo prendere un caffè?" gli ho chiesto.
E lui, voltandosi verso di me, ha afferrato la mano che il
destino gli offriva.
"Ho tanto bisogno di parlare con te. Domani ho una conferenza a Bilbao. Sono in macchina."
"Io devo tornare a Saragozza," ho risposto, ignorando che
si trattava della mia ultima via d'uscita.
Ma, in una frazione di secondo, forse perché ero di nuovo
la bambina di un tempo, forse perché non siamo noi a scrivere i momenti migliori della nostra vitaO ho detto:
"C'è la festa dell'Immacolata. Posso accompagnarti a
Bilbao e poi tornare indietro."
Il commento sul "seminarista" ce l'avevo lì, sulla punta
della lingua.
"Vuoi domandarmi qualcosa?" ha detto lui, notando la
mia espressione.
"Sì," ho risposto, dissimulando una certa indifferenza.

"Prima della conferenza, una donna ha detto che le stavi
restitlendo ciò che le apparteneva."
"Nulla di importante."
"Per me, lo è. Non so niente della tua vita, sono sorpresa
di vedere tutta questa gente."
Lui ha riso e si è girato per rivolgersi alle altre persone.
"Un momento," ho detto, trattenendolo per un braccio.
"Non hai risposto alla mia domanda."
"Niente che possa interessarti, Pilar."
"In ogni modo, voglio saperlo."
Ha tratto un respiro profondo, poi mi ha condotto in un
angolo della sala.
"Le tre grandi religioni monoteiste - ebraismo, cattolicesimo, islamismo - sono maschili. I sacerdoti sono uomini. Gli
uomini governano i dogmi e stabiliscono le leggi."
"E che cosa intendeva dire quella donna?"
Lui ha tentennato un po'. Ma, alla fine, ha risposto:
"Che io ho una visione diversa delle cose. Che credo nel
volto femminile di Dio."
Ho tirato un sospiro di sollievo: quella donna si sbagliava.
Lui non poteva essere un seminarista, perché i seminaristi
non hanno una visione diversa delle cose.
"Ti sei spiegato molto bene," ho detto.
La giovane che mi aveva strizzato l'occhio mi aspettava alla
porta.
"So che apparteniamo alla stessa tradizione," mi ha detto.
"Io mi chiamo Brida."
"Non so di che cosa tu stia parlando," le ho risposto.
"Lo sai benissimo," ha replicato, ridendo.
Mi ha preso sottobraccio e siamo uscite insieme, prima
che avessi il tempo di chiarire. La serata non era molto fredda, e io non sapevo che cosa fare fino al mattino seguente.
"Dove andiamo?" le ho domandato.
"Alla statua della Dea," mi ha risposto.
"Mi serve un albergo economico dove passare la notte."
"Poi te lo indico."
Avrei preferito sedermi in un bar, chiacchierare ancora,
sapere il più possibile su di lui. Ma non volevo discutere: mi
sono lasciata guidare lungo il Paseo de Castellana, mentre
rivedevo Madrid dopo tanti anni.
In mezzo al viale, lei si è fermata e ha indicato il cielo.
"Lei è là," ha detto.
La luna piena brillava fra i rami spogli.
"E bella," ho commentato.
Ma lei non mi ascoltava. Ha aperto le braccia a croce, ha
rivolto all'insù i palmi delle mani, ed è rimasta lì a contem-

plare la luna.
'Dove sono andata a cacciarmi,' ho pensato. 'Sono venuta
per assistere a una conferenza e sono finita nel Paseo de
Castellana con questa matta. Domani parto per Bilbao.'
"Oh, specchio della dea Terra," ha cominciato a dire la
giovane, tenendo gli occhi chiusi. "Insegnaci il nostro potere, fa' che gli uomini ci comprendano. Nascendo, brillando
morendo e resuscitando nel cielo, ci hai mostrato il ciclo del
seme e del frutto."
La giovane ha teso le braccia verso il cielo, restando a
lungo in questa posizione. I passanti guardavano e ridevano,
ma lei non se ne rendeva neppure conto. Io, invece, mi vergognavo da morire solo a starle accanto.
"Avevo bisogno di farlo," ha detto alla fine, dopo un prolungato inchino alla luna. "Perché la Dea ci protegga."
"Ma insomma, di che cosa stai parlando?"
"Della stessa cosa di cui ha parlato il tuo amico, ma con
parole vere."
A quel punto, mi sono pentita di non aver prestato attenzione alla conferenza. Adesso mi risultava impossibile sapere
che cosa avesse detto.
"Noi conosciamo il volto femminile di Dio," ha spiegato
la giovane quando abbiamo ripreso a camminare. "Noi
donne che comprendiamo e amiamo la Grande Madre.
Abbiamo pagato la nostra sapienza con le persecuzioni e i
roghi, ma siamo sopravvissute. E adesso comprendiamo i
suoi misteri."
I roghi. Le streghe.
Ho guardato più attentamente la donna al mio fianco. Era
bella; i capelli rossi le arrivavano fino a metà schiena.
"Mentre gli uomini si allontanavano per cacciare, noi
rimanevamo nelle caverne, nel ventre della Madre, occupandoci dei figli," ha proseguito. "E lì che la Grande Madre ci
ha insegnato tutto. L'uomo viveva in movimento, mentre
noi restavamo nel ventre della Madre. Questo ci ha fatto
capire che i semi si trasformano in piante; abbiamo rivelato
quest'arcano ai nostri uomini. Abbiamo cotto il primo pane
per nutrirli. Abbiamo modellato il primo vaso perché bevessero. Poi siamo riuscite a comprendere il ciclo della creazione, perché il nostro corpo seguiva il ritmo della luna."
All'improvviso, si è fermata. "Eccola là."
Ho guardato. In mezzo a una piazza invasa dal traffico,
c'era una fontana.-Al centro della fontana, una scultura raffigurava una donna sopra un carro trainato da leoni.
"E piazza Cibelet" ho detto, con l'intenzione di dimostrarle che conoscevo Madrid. Avevo già visto quella piazza in

decine di cartoline.
Ma lei non mi ascoltava. Stava in mezzo alla strada, cercando di evitare le automobili.
"Andiamo più vicino!" ha gridato, chiamandomi fra le
macchine.
Ho deciso di raggiungerla solo per domandarle l'indicazione di un albergo. Quella follia mi stava stancando, e poi
avevo bisogno di dormire.
Siamo arrivate alla fontana insieme: io con il cuore che
batteva all'impazzata e lei con un sorriso sulle labbra.
"L'acqua!" diceva. "L'acqua è la sua manifestazione!"
"Per favore, mi serve il nome di un albergo economico."
Lei ha immerso le mani nell'acqua della fontana.
"Fallo anche tu," mi ha invitato. "Tocca l'acqua."
"Assolutamente no. Comunque non voglio certo proibirti
di farlo. Io vado a cercare un albergo."
"Solo un altro momento."
La giovane ha tirato fuori dalla borsa un piccolo flauto e
ha cominciato a suonare. La musica sembrava avere un effetto ipnotico: il rumore del traffico è diminuito a poco a poco,
e il mio cuore si è calmato. Mi sono seduta sul bordo della
fontana ad ascoltare l'acqua e il flauto, con gli occhi fissi
sulla luna piena sopra di noi. Qualcosa mi diceva che, malgrado non potessi ancora comprenderla appieno, lì c'era una
parte della mia natura di donna.
Non so per quanto tempo lei abbia suonato. Quando ha
smesso, si è girata verso la fontana.
"Cibele," ha detto. "Una delle manifestazìoni della
Grande Madre. Che regola i raccolti, nutre le città, restituisce alla donna il proprio ruolo di sacerdotessa."
"Chi sei?" le ho domandato. "Perché mi hai chiesto di
accompagnarti?"
Si è girata verso di me. '`Sono colei che tu credi che io sia.
Appartengo alla religione della Terra."
"Che cosa vuoi da me?" ho insistito.
"Posso leggere nei tuoi occhi. Posso leggere nel tuo cuore.
Ti innamorerai. E soffrirai."
"Io?"
"Sai bene di che cosa sto parlando. Ho visto come ti guardava. Lui ti ama."
Quella donna era matta.
"Perciò ti ho chiesto di venire con me," ha proseguito.
"Perché lui è importante. Anche se dice qualche sciocchezza,
almeno riconosce la Grande Madre. Non lasciare che si
perda. Aiutalo."
"Tu non sai quello che dici. Sei perduta nelle tue fanta-

sie," ho replicato, mentre svicolavo di nuovo fra le macchine,
giurandomi di non pensare mai più alle parole di lei.

Domenica, 5 dicembre 1993.
Ci siamo fermati a prendere un caffè.
"La vita ti ha insegnato molte cose," ho detto, tentando di
tener viva la conversazione.
"Mi ha insegnato che possiamo apprendere, che possiamo
cambiare," ha risposto lui. "Anche se questo sembra impossibile."
Stava tagliando corto. Avevamo parlato pochissimo nelle
due ore di viaggio fino a quel bar lungo la strada.
All'inizio, ho cercato di riportare i ricordi al periodo della
nostra infanzia, ma lui si mostrava interessato solo per educazione. Non mi stava neppure a sentire e mi faceva domande su cose di cui gli avevo già parlato.
Sembrava che ci fosse qualcosa di sbagliato. Come se il
tempo e la distanza lo avessero allontanato per sempre dal
mio mondo.
`Lui parla di istanti magici,' ho pensato. 'Che differenza
c'è rispetto alle strade seguite da Carmen, Santiago o Maria?'
Il suo universo era sicuramente un altro, Soria si riassumeva in un ricordo lontanissimo, immobile nel tempo, con gli
amici d'infanzia ancora bloccati in quel periodo remoto e i
vecchi tuttora in vita a fare ancora ciò che facevano ventinove anni addietro.
Cominciavo a pentirmi di aver accettato il passaggio.
Quando lui ha cambiato di nuovo argomento, mentre prendevamo il caffè, ho deciso di non insistere oltre.
Le rimanenti due ore, fino a Bilbao, sono state una vera tortura. Lui fissava la strada, io guardavo fuori dal finestrino, e
nessuno nascondeva il malessere che si era creato. La macchina presa a nolo non aveva la radio, e l'unica cosa da fare era
sopportare il silenzio.
"Chiediamo dov'è la stazione delle corriere," ho detto, appena usciti dall'autostrada. "C'è una linea diretta per Saragozza.
Era l'ora del riposo pomeridiano e si vedeva poca gente
nelle strade. Abbiamo superato un uomo, poi una giovane
coppia, ma lui non Si è fermato per chiedere informazioni.

"Sai già dov'è?" ho domandato, dopo un po'.
"Dov'è che cosa?"
Continuava a non ascoltare ciò che dicevo.
All'improvviso, ho capito il suo silenzio. Di che cosa poteva parlare con una donna che non si era mai avventurata per
il mondo? Che divertimento c'era nel trovarsi accanto a
qualcuno che ha paura dell'ignoto, che preferisce un impiego
sicuro e un matrimonio convenzionale?
Io, povera me, parlavo dei nostri amici d'infanzia, dei
ricordi impolverati di un paese insignificante. Erano il mio
unico argomento.
"Puoi lasciarmi anche qui," ho detto, quando siamo arrivati a quello che sembrava il centro della città. Tentavo di
apparire naturale, ma mi sentivo stupida, infantile e irritante.
Lui non ha fermato l'automobile.
"Devo prendere la corriera per tornare a Saragozza," ho
insistito.
"Non sono mai stato in questo posto. Non so dove sia il
mio albergo. Non so dove si tenga la conferenza. Non so
dove si trovi la stazione delle corriere."
"Me la cavo da sola. non preoccuparti."
Lui ha rallentato, ma ha continuato a guidare.
"Vorrei... ha cominciato a dire.
E per due volte non è riuscito a completare la frase. Io
immaginavo che avrebbe voluto ringraziarmi per la compagnia, mandare i saluti agli amici e, in questo modo, alleviare
quella sgradevole situazione.
"Vorrei che venissi con me alla conferenza, stasera," ha
detto, alla fine.
Mi sono stupita. Forse stava tentando di prendere tempo
per rimediare al silenzio opprimente del viaggio.
'Vorrei tanto che venissi con me," ha ripetuto.
Potevo anche essere una ragazza di campagna, senza grandi storie da raccontare, senza lo spirito e l'avvenenza delle
donne di città. Ma la vita di campagna, anche se non rende
la donna più elegante o preparata, insegna ad ascoltare il
cuore. E a intenderne gli istinti.
Con mia sorpresa, il mio istinto mi diceva che in quel
momento lui era sincero.
Ho tirato un respiro di sollievo. Non sarei rimasta per nessuna conferenza, è chiaro, ma almeno il caro amico di un
tempo sembrava esser tornato e mi invitava a condividere le
sue avventure, i suoi discorsi e le sue vittorie.
"Grazie per l'invito," ho risposto. "Ma non ho soldi per l'albergo e devo tornare ai miei studi."

"I soldi li ho io. Puoi stare nella mia camera. Ne chiederemo una a due letti."
Ho notato che stava cominciando a sudare, maìgrado il
freddo. Il mio cuore ha preso a inviarmi segnali d'allarme
che non riuscivo a identificare. La sensazione di gioia dei
momenti precedenti era stata soppiantata da una grande
confusione.
All'improvviso, ha fermato la macchina e mi ha guardato
negli occhi.
Nessuno riesce a mentire. Nessuno riesce a nascondere
nulla quando guarda negli occhi.
E ogni donna. con un minimo di sensibilità, riesce a leggere negli occhi di un uomo innamorato. Per quanto assurdo
sembri, per quanto fuori luogo e tempo possa manifestarsi
questo amore. D'un tratto, mi sono ricordata delle parole
che la giovane donna dai capelli rossi aveva detto vicino alla
fontana.
Non era possibile. Ma era vero.
Mai, mai nella mia vita avevo immaginato che, dopo tanto
tempo, lui si ricordasse ancora di me. Eravamo bambini,
vivevamo insieme e avevamo esplorato il mondo tenendoci
per mano. Iolo amavo, ammesso che un bambino riesca a
intendere appieno il significato dell'amore. Ma era accaduto
molto tempo prima, in un'altra vita, dove l'innocenza consente al cuore di aprirsi su quanto di meglio vi sia da vivere.
Adesso eravamo adulti e responsabili. Le cose dell'infanzia
appartenevano a un mondo passato.
L'ho guardato di nuovo negli occhi. Non volevo, o non
riuscivo, a credergli.
"Ho quest'ultima conferenza, e poi ci sono le feste
dell'Immacolata Concezione. Bisognerà andare fin sulle
montagne," ha proseguito. "Devo mostrarti qualcosa."
L'uomo brillante che parlava di istanti magici era lì davanti a me e si comportava in modo implausibile. Procedeva
troppo in fretta, era insicuro, faceva proposte confuse. Era
duro vederlo sotto questo aspetto.
Ho aperto la portiera e sono scesa, appoggiandomi all'automobile. Sono rimasta lì a guardare il viale quasi deserto.
Ho acceso una sigaretta, cercando di non pensare. Potevo
dissimulare, fingere di non capire, tentare di convincermi
che fosse veramente la proposta di un uomo a un'amica d'infanzia. Forse aveva viaggiato per molto tempo e cominciava
a confondere le cose.
O forse ero io che stavo esagerando.
Lui è balzato fuori dall'automobile e si è seduto accanto a
me.

"Vorrei che restassi per la conferenza, stasera," ha ripetuto.
"Ma, se non puoi, capirò."
Ecco. Il mondo aveva compiuto un giro completo e ritornava a posto. Non era nulla di ciò che pensavo: lui non insisteva più, era pronto a lasciarmi partire. Gli uomini innamorati non si comportano in questa maniera.
Mi sono sentita stupida e sollevata allo stesso tempo. Sì,
potevo restare, almeno un giorno. Avremmo cenato insieme
e ci saremmo ubriacati un po', cosa che non avevamo mai
fatto da bambini. Era una buona occasione per dimenticare
le sciocchezze che avevo pensato alcuni minuti prima, un'ottima opportunità per rompere quel ghiaccio che ci aveva
accompagnati fin da Madrid.
Un giorno non avrebbe fatto alcuna differenza. Almeno
avrei avuto qualcosa da raccontare alle mie amiche.
"Letti separati," ho detto, con un tono scherzoso. "E
paghi la cena perché, nonostante l'età, sono ancora una studentessa. Non ho soldi."
Abbiamo depositato le valigie nella camera dell'albergo e
siamo scesi per recarci a piedi fino alla sala della conferenza.
Siamo arrivati in anticipo, e così ci siamo seduti in un bar.
"Voglio darti una cosa," ha detto lui, consegnandomi un
pacchettino rosso.
L'ho aperto subito. Dentro c'era una medaglia vecchia e
arrugginita, con la Madonna delle Grazie da un lato e il
Sacro Cuore di Gesù dall'altro.
"Era tua," ha detto, vedendo la mia espressione di sorpresa.
Il mio cuore ha ricominciato a inviarmi segnali d'allarme.
Era autunno, come adesso, e avevamo forse una decina
d'anni. Ero seduto con te nella piazza dove c'è la grande
quercia. Stavo per dirti qualcosa, qualcosa che provavo da
settimane. Appena cominciai, mi dicesti di aver perduto la
tua medaglia nella cappella di San Saturnino e mi chiedesti
di andarla a cercare."
Me ne ricordavo. Ah, Dio, se me ne ricordavo!
"Riuscii a trovarla. Ma, tornato nella piazza, non ebbi più
il coraggio di dirti quello che mi ero ripetuto tante volte," ha
proseguito. "Allora promisi a me stesso che ti avrei riconsegnato la medaglia solo quando avessi potuto completare la
frase che avevo iniziato. E accaduto quasi vent'anni fa. Per
molto tempo, ho tentato di dimenticare, ma quella frase era
sempre presente. Non posso più vivere tenendomela dentro."
Ha finito il caffè, si è acceso una sigaretta e ha fissato a
lungo il soffitto. Poi si è rivolto a me.

"La frase è molto semplice," ha detto. "Io ti amo."
"A volte siamo preda di una sensazione di tristezza che non
riusciamo a controllare," diceva lui. "Intuiamo che l'istante
magico di quel giorno è passato e noi non abbiamo fatto
niente. La vita nasconde la propria magia e la propria arte.
Dobbiamo ascoltare il bambino che eravamo un tempo e
che ancora esiste in noi. Questo bimbo è in grado di capire
gli istanti magici. Noi sappiamo come soffocarne il pianto,
ma non possiamo farne tacere la voce.
"Il bambino che eravamo un tempo è sempre presente.
Beati i fanciulli, perché loro è il regno dei cieli.
"Se non rinasceremo, se non torneremo a guardare la vita
con l'innocenza e l'entusiasmo dell'infanzia, non ci sarà più
significato nel vivere.
"Esistono molte maniere di suicidarsi. Coloro che tentano
di annientare il proprio corpo offendono la legge di Dio. Ma
anche quelli che cercano di uccidere l'anima violano la legge
divina, benché il loro crimine sia meno visibile agli occhi
dell uomo.
"Prestiamo dunque attenzione a ciò che ci dice il bambino
che serbiamo nel cuore. Non vergogniamocene. Non lasciamo che abbia paura, perché quel bimbo è solo e non viene
ascoltato quasi mai.
"Consentiamogli di prendere le redini della nostra esistenza. Questo bambino sa che ogni giorno è diverso dall'altro.
Facciamo in modo che si senta di nuovo amato. Compiaciamolo, anche se ciò significa comportarci in una maniera per
noi desueta, anche se sembra una sciocchezza agli occhi degli
altri.
"E bene ricordare che la saggezza degli uomini è follia
davanti a Dio. Se ascolteremo il bambino che abbiamo nell'anima, i nostri occhi torneranno a brillare. Se non perderemo il contatto con questo bimbo, non smarriremo il rapporto con la vita.
Intorno a me, i colori hanno cominciato a intensificarsi; ho
sentito che stava parlando a voce più alta e faceva più rumore, posando il bicchiere sul tavolo.
Un gruppo di una decina di persone era andato a cena
dopo la conferenza. Tutti parlavano simultaneamente, e io
sorridevo: sorridevo perché era una serata diversa. Dopo
molti anni, la prima che non avevo pianificato.
Che gioia!
Quando avevo deciso di andare a Madrid, i miei sentimenti e le mie azioni erano ancora sotto controllo. All'improvviso, tutto era mutato. Adesso ero lì, in una città nella
quale non avevo mai messo piede, benché si trovasse a meno

di tre ore dal mio luogo natale. Seduta a quel tavolo dove
conoscevo una sola persona e dove tutti mi parlavano come
se mi frequentassero da lungo tempo. Ero stupita di me stessa perché ero in grado di chiacchierare, di bere e di divertirmi come loro.
Mi trovavo lì perché, d'un tratto, la vita mi aveva consegnato alla Vita. Non provavo alcuna colpa, paura o vergogna. Più mi avvicinavo a lui e lo ascoltavo e più mi convincevo che aveva ragione: esistono momenti in cui è ancora
necessario correre dei rischi, fare dei passi folli.
'Trascorro intere giornate inchiodata a quei libri e a quei
quaderni, facendo uno sforzo sovrumano per comprare la
mia stessa schiavitù,' ho pensato. 'Per quale motivo voglio
questo impiego? Di che cosa mi arricchirà come essere
umano o come donna?'
Di nulla. Io non ero nata per passare la mia vita dietro a
un tavolo, aiutando i giudici a sbrigare i loro processi.
'Non posso pensare così della mia vita. Dovrò riprenderla
questa settimana stessa.'
Doveva essere l'effetto del vino. In fin dei conti, chi non
lavora, non mangia.
'E un sogno. Finirà.'
Ma di quanto tempo avrei potuto prolungare questo
sogno? Per la prima volta, ho pensato di accompagnarlo, nei
giorni seguenti, fino alle montagne. D'altronde, stava per
iniziare una settimana di festa.
"Lei chi è?" mi ha domandato una bella donna seduta al
nostro tavolo.
"Un'amica d'infanzia," ho risposto.
"Faceva già queste cose, da bambino?" ha proseguito.
"Quali cose?"
Al tavolo, la conversazione sembrava prima essersi affievolita e pOi spenta.
"Lo sa," ha insistito la donna. "I miracoli."
"Parlava già bene," ho replicato, senza capire ciò che andava dicendo.
Tutti hanno riso, anche lui. E io non comprendevo il
motivo di quella risata. Ma il vino mi aveva liberata: non
avevo bisogno di controllare tutto ciò che stava succedendo.
Mi sono fermata. Lasciando vagare lo sguardo, ho fatto un
commento su qualcosa che un attimo dopo ho dimenticato.
E di nuovo ho pensato ai giorni di festa.
Era bello trovarsi lì, conoscere gente nuova. Discutevano
di cose serie, facendo commenti divertenti, e io avevo la sensazione di essere partecipe di ciò che accadeva nel mondo.
Per lo meno quella sera non ero la donna che assisteva alla

vita attraverso la televisione e i giornali.
Una volta tornata a Saragozza, avrei avuto molto da raccontare. Se avessi accettato l'invito per la festa dell`Immacolata, avrei potuto passare un anno intero vivendo di ricordi.
'Aveva davvero ragione lui a non prestare attenzione alle
mie parole su Soria,' ho riflettuto. E ho provato pena per me
stessa: da anni, il cassetto della mia memoria custodiva le
stesse storie.
"Beva un altro goccio," mi ha detto un uomo dai capelli
bianchi, riempiendomi il bicchiere.
Ho bevuto. Ho pensato alle poche cose che avrei avuto da
raccontare ai miei figli e nipoti.
"Conto su di te," mi ha detto lui, adagio, in modo che
solo io potessi sentirlo. "Andiamo fino in Francia."
Il vino mi rendeva più libera di dire ciò che pensavo.
"Solo se si riuscirà a chiarire una cosa," ho ribattuto.
"Che cosa?"
"Quello che mi hai detto prima della conferenza. Al bar."
"La medaglia?"
"No," ho risposto, guardandolo negli occhi e facendo il
possibile per sembrare sobria. "Quello che hai detto..."
"Poi ne parliamo," ha concluso lui, cambiando argomento.
La dichiarazione d'amore. Non avevamo avuto il tempo di
parlarne, ma avrei potuto convincerlo che si trattava di
tutt'altro.
"Se vuoi che ti accompagni nel viaggio, bisogna che mi
ascolti," ho detto.
"Non voglio parlarne qui. Ci stiamo divertendo."
"Tu sei andato via molto presto da Soria," ho insistito. "Io
sono soltanto un legame con il tuo paese. Ti ho lasciato vicino alle tue radici, e questo ti ha dato la forza per andare
avanti. Ma solo questo. Non può esistere nessun amore."
Mi ha ascoltato senza fare alcun commento. Qualcuno lo
ha chiamato perché voleva sentire la sua opinione riguardo a
qualcosa e io non sono riuscita a proseguire.
'Per lo meno ho chiarito quello che penso,' mi sono detta.
Non poteva esistere un amore del genere, se non nelle favole.
Perché, nella vita reale, è necessario che l'amore sia possibile. Anche se non c'è un riscontro immediato, l'amore riesce a sopravvivere solo quando esiste la speranza, sia pur lontana, che conquisteremo la persona amata.
Il resto è fantasia.
Come se indovinasse il mio pensiero, dall'altro capo del
tavolo lui si è rivolto a me con un brindisi.

"All'amore!" ha esclamato.
Anche lui era un po' brillo. Ho deciso di cogliere l'occasione.
"Ai saggi, capaci di capire che certi amori sono sciocchezze
dell'infanzia," ho detto.
"Colui che è saggio, lo è soltanto perché ama. E colui che
è sciocco, lo è solamente perché pensa di poter capire l'amore," ha risposto lui.
Gli altri hanno udito il commento e, un minuto dopo, si
è accesa un'animata discussione sull'amore. Tutti avevano
un'opinione precisa, difendevano i propri punti di vista con
le unghie e con i denti. Ci sono volute diverse bottiglie di
vino perché i commensali si calmassero. Alla fine, qualcuno
ha detto che si era fatto tardi e che il padrone del ristorante
voleva chiudere.
"Avremo cinque giorni di festa," ha gridato un uomo da
un altro tavolo. "Se il padrone vuole chiudere il ristorante è
perché stavate parlando di cose serie!"
Tutti hanno riso, meno lui.
"E dove dovremmo parlare di cose serie?" ha domandato
all'ubriaco dell'altro tavolo.
"In chiesa!" ha risposto quello. E stavolta l'intero ristorante è scoppiato a ridere.
Lui si è alzato. Ho pensato che stesse andando a litigare.
Tutti sembravano tornati all'adolescenza, quando i litigi
riempiono la notte, insieme ai baci, alle carezze proibite, alla
musica alta e alla velocità.
Ma si è limitato a prendermi per mano e a dirigersi verso
la porta.
"E meglio prenderla sul ridere," ha detto. "Si sta facendo
tardi."
Pioveva a Bilbao, e anche nel mondo. Chi ama ha bisogno di
sapere se perderà e se ritroverà. Lui stava riuscendo a mantenere perfettamente in equilibrio questi due aspetti. Era allegro e cantava, mentre rientravamo in albergo.
Sono i pazzi che hanno inventato l'amore.
Benché ancora con la sensazione del vino e dei colori forti, a
poco a poco stavo acquistando un po' di equilibrio. Avevo
bisogno di mantenere il controllo della situazione, perché
volevo fare questo viaggio.
Sarebbe stato facile mantenere il controllo, giacché non
ero innamorata. Chi è in grado di domare il proprio cuore, e
capace di conquistare il mondo.
Le parole della canzone dicevano
Un poema e una cornetta
possono far vagare il cuore.

'Mi piacerebbe lasciar vagare il mio cuore,' pensavo. 'Se riuscissi a concederlo, sia pure soltanto per un fine-settimana,
questa pioggia sul viso avrebbe un altro sapore. Se amare
fosse facile, starei abbracciata a lui, e le parole della canzone
racconterebbero una storia che è la nostra storia. Se dopo
questi giorni di festa non esistesse Saragozza, finirei per desiderare che l'effetto dell'alcool non passasse mai e sarei libera
di baciarlo, di accarezzarlo, di dire e di ascoltare le cose che si
confidano gli innamorati.
E invece no. Non posso.
Non voglio.
La canzone dlice:
Usciamo a volare, amata mia.
Sì, usciamo e voliamo. Alle mie condizioni.
Lui non sa ancora che la mia risposta al suo invito è: "Sì."
Per quale motivo, voglio correre questo rischio? Perché in
questo momento sono ubriaca e stanca dei miei giorni sempre uguali.
Ma la stanchezza passerà. E io desidererò tornare subito a
Saragozza, la città dove ho scelto di vivere. Mi aspettano gli
studi, mi attende un concorso. Mi aspetta un marito di cui
ho bisogno e che non sarà difficile incontrare.
Mi attende una vita tranquilla, con figli e nipoti, con lo
stipendio sicuro e le ferie annuali. Non immagino i suoi terrori, ma conosco i miei. Non ho bisogno di paure nuove: mi
bastano quelle che ho.
Non potrei mai innamorarmi di uno come lui. Lo conosco troppo bene, abbiamo vissuto insieme molto tempo, so
delle sue debolezze e dei suoi timori. Non riesco ad ammirarlo come fanno gli altri.
So che l'amore è come le dighe: se lasci una breccia dove
possa infiltrarsi un filo d'acqua, a poco a poco questo fa saltare le barriere. E arriva un momento in cui nessuno riesce
più a controllare la forza della corrente.
Se le barriere crollano, l'amore si impossessa di tutto. E
non importa più ciò che è possibile o impossibile, non
importa se possiamo continuare ad avere la persona amata
accanto a noi: amare significa perdere il controllo.
'No, non posso lasciare alcuna breccia. Per piccola che sia.'
"Un momento!"
D'un tratto, ha smesso di cantare. I passi rapidi risuonavano sul suolo bagnato.
"Andiamo," ha detto, tirandomi per un braccio.
"Aspetti!" gridava un uomo. "Ho bisogno di parlarle!"
Ma lui affrettava sempre più il passo.
"Non ce l'ha con noi," ha detto. "Andiamo in albergo."

Ce l'aveva con noi: non c'era nessuno in quella strada. Il
mio cuore ha preso a battere all'impazzata, e l'effetto dell'alcool è sparito di colpo. Mi sono ricordata che Bilbao è nei
Paesi Baschi e che gli attentati terroristici sono frequenti. I
passi hanno cominciato ad avvicinarsi.
"Andiamo," ha ripetuto lui, affrettandosi.
Ma era tardi. La figura di un uomo, bagnato dalla testa ai
piedi, si è interposta fra noi.
"Fermatevi, per favore!" ha detto l'uomo. "Per amor di
Dio!"
Ero terrorizzata, cercavo un posto dove rifugiarmi, una
macchina della polizia che potesse spuntare come per miracolo. D'istinto, gli ho afferrato il braccio, ma lui mi ha allontanato le mani.
"Per favore!" ha esclamato l'uomo. "Ho saputo che lei era
in città. Ho bisogno del suo aiuto. Si tratta di mio figlio!"
L'uomo è scoppiato a piangere e si è inginocchiato.
'`Per favore!" ripeteva. "Per favore!"
Lui, traendo un respiro profondo, ha chinato il capo,
chiudendo gli occhi. Per alcuni istanti, è rimasto in silenzio,
e tutto ciò che si poteva sentire era il rumore della pioggia
frammisto ai singhiozzi dell'uomo inginocchiato sulla strada.
"Torna in albergo, Pilar," ha detto, alla fine. "E dormi. Io
arriverò all'alba."

Lunedì, 6 dicembre 1993.
L'amore è disseminato di trappole. Quando vuole manifestarsi, mostra soltanto la sua luce e non ci permette di vedere
le ombre che quello stesso chiaro provoca.
"Guardati intorno," ha detto lui. "Sdraiamoci per terra,
ascoltiamo il battito del cuore del pianeta."
"Non adesso," gli ho risposto. "Non mi va di sporcarmi
l'unica giacca che ho con me."
Abbiamo camminato per colline ricoperte di uliveti.
Dopo la pioggia del giorno prima a Bilbao, il sole di quel
mattino mi dava la sensazione di vivere in un sogno. Non
avevo neppure un paio di occhiali scuri: non avevo portato
niente con me, perché intendevo tornare a Saragozza il giorno stesso. Ho dovuto dormire con una camicia che mi ha
prestato lui; mi sono comprata una camicetta nei pressi del-

l'albergo, per poter lavare quella che indossavo.
"Sarai stufo di vedermi con lo stesso vestito," ho detto
scherzando, per vedere se un argomento banale mi riportava
alla realtà.
"Sono felice perché sei qui."
Non aveva più riparlato di amore dalla restituzione della
medaglia, ma era di buon umore e sembrava essere tornato ai
diciott'anni. Camminava al mio fianco, immerso anche lui
nel chiarore del mattino.
"Che cosa devi fare laggiù?" ho domandato, indicando le
vette dei Pirenei all'orizzonte.
"Al di là di quelle montagne c'è la Francia," ha risposto
lui, sorridendo.
"La geografia l'ho studiata. Voglio solo sapere perché dobbiamo andare fin laggiù."
Per un po' di tempo non ha detto nulla, limitandosi a sorridere.
"Perché tu veda una casa. Può darsi che ti interessi."
"Se pensi di vendermi un immobile, scordatelo. Non ho
soldi."
Per me era identico stare in un paese della Navarra o arrivare fino in Francia. Comunque non volevo passare i giorni
di festa a Saragozza.
'Vedi?' ho sentito il mio cervello dire al cuore. 'Sei soddisfatta di avere accettato l'invito. Sei cambiata e non te ne
rendi conto.'
No, non ero cambiata affatto. Mi ero soltanto rilassata un
po.
"Osserva le pietre."
Erano rotonde, senza spigoli Sembravano ciottoli del
mare. Eppure il mare non era mai arrivato nelle campagne
della Navarra.
"I piedi dei lavoratori, dei pellegrini, degli avventurieri
hanno modellato queste pietre," ha detto lui. "Ed esse sono
cambiate, proprio come i viaggiatori."
"Sono stati i viaggi a insegnarti tutto ciò che sai?"
"No. Sono stati i miracoli della Rivelazione."
Io non ho capito e non ho neppure cercato di approfondire la cosa. Ero immersa nel sole, nella campagna, nelle montagne all'orizzonte.
"Dove stiamo andando, adesso?" ho domandato.
"In nessun posto. Ci stiamo godendo la mattinata, il sole,
il paesaggio. Davanti a noi abbiamo un lungo viaggio in
macchina."
Lui ha tentennato per un momento, poi mi ha domandato:

"Hai conservato la medaglia?"
"Sì," gli ho risposto, e mi sono messa a camminare con
passo più svelto. Non volevo che toccasse l'argomento:
avrebbe potuto rovinare la gioia e la libertà della mattinata.
A un certo punto ci è apparso un paese. Simile alle città
medievali, si trovava in cima a un colle e io, a distanza, potevo vedere la torre della chiesa e le rovine di un castello.
"Arriviamo fin lassù?" gli ho chiesto.
Lui era in dubbio, ma ha finito per acconsentire. Lungo il
cammino, abbiamo trovato una cappella e io ho voluto
entrare. Non ero più capace di pregare, ma il silenzio delle
chiese tranquillizza sempre.
'Non sentirti in colpa,' mi sono detta. 'Se è innamorato, è
un problema suo.'
Mi aveva domandato della medaglia. Sapevo che si aspettava che riprendessi la conversazione del bar. Ma, allo stesso
tempo, aveva paura di ascoltare ciò che non voleva sentire,
perciò non andava avanti, sorvolava sull'argomento.
Può darsi che mi amasse davvero. Ma saremmo riusciti a trasformare questo amore in qualcosa di diverso, di più profondo?
'Ridicolo,' ho pensato. 'Non esiste niente di più profondo
dell'amore. Nei racconti d'infanzia, le principesse baciano i
rospi, e questi si trasformano in principi. Nella vita reale, le
principesse baciano i principi, e questi si trasformano in
rospi.'
Dopo quasi mezz'ora di cammino, siamo arrivati alla cappella. Un vecchio se ne stava seduto sui gradini
Si trattava della prima persona che vedevamo dall'inizio
del nostro cammino. Era la fine di ottobre, e le campagne
erano di nuovo nelle mani del Signore che fertilizza la terra
con la sua benedizione e consente all'uomo di ricavare il proprio sostentamento con il sudore della fronte
"Buon giorno," gli ha detto lui.
"Buon giorno."
"Come si chiama quel paese?"
"San Martín de Unx.'
"Unx?" ho chiesto io. "Sembra un nome da gnomo!"
Il vecchio non ha afferrato la battuta. Con poca voglia, mi
sono avviata alla porta della cappella
"Non può entrare," ha sentenziato il vecchio. "Si chiude a
mezzogiorno. Se vuole, può tornare alle quattro."
La porta era aperta. Io riuscivo a vedere l'interno della
cappella, ma confusamente, per via della forte luce esterna.
"Solo un minuto. Vorrei dire una preghiera."
"Mi dispiace molto. E già chiusa."

Lui era rimasto ad ascoltare la mia conversazione con il
vecchio, senza dire nulla.
"Va bene, andiamo via," ho detto io. "Non serve a nulla
stare qui a discutere."
Lui continuava a guardarmi, ma i suoi occhi erano assenti,
distanti.
"Non vuoi vedere la cappella?" mi ha chiesto.
Sapevo che il mio atteggiamento non gli era piaciuto.
Deve avermi trovato debole, codarda, incapace di lottare per
ciò che desideravo. Senza bisogno di alcun bacio. la principessa si era trasformata in rospo.
"Ti ricordi ieri?" gli ho chiesto. "Al bar hai troncato la
conversazione perché non avevi voglia di discutere. Adesso
che io faccio la stessa cosa, mi rimproveri."
Il vecchio ascoltava impassibile la nostra discussione.
Doveva essere contento perché stava accadendo qualcosa
proprio lì, davanti a lui, in un luogo dove tutte le mattine,
tutti i pomeriggi e tutte le sere erano uguali.
"La porta della chiesa è aperta," ha detto lui, rivolgendosi
al vecchio. "Se vuole dei soldi, possiamo darle qualcosa. Ma
lei vuole vedere la chiesa."
"L'orario è passato."
"Va bene. Ma entreremo comunque."
Mi ha preso per il braccio e siamo entrati insieme.
Il mio cuore ha fatto un balzo. Il vecchio sarebbe potuto
diventare aggressivo, avrebbe potuto chiamare la polizia,
rovinarci il viaggio.
"Perché lo stai facendo?"
"Perché tu vuoi vedere la cappella," ha risposto lui.
Io non sono riuscita neppure a guardare che cosa c'era
dentro; quella discussione e il mio atteggiamento avevano
tolto ogni fascino a una mattinata quasi perfetta.
Il mio udito era attento a ciò che succedeva fuori: da un
minuto all'altro mi immaginavo il vecchio allontanarsi e le
guardie del paese arrivare.
'Profanatori di cappelle. Ladri. State facendo qualcosa di
proibito, state violando la legge. Il vecchio ha detto che era
chiusa, che non era più l'orario di visita!' ho pensato che
dicessero. Quell'uomo era un povero vecchio, incapace di
fermarci, ma le guardie sarebbero state ancora più dure, perché avevamo mancato di rispetto a un anziano.
Mi sono trattenuta all'interno solo il tempo sufficiente a
mostrare di essere a mio agio. Il cuore continuava a battermi
talmente forte che avevo addirittura paura che lui ne percepisse il rumore.
"Possiamo andare," ho detto, dopo aver lasciato passare il

tempo necessario per recitare un'Ave Maria.
"Non aver paura, Pilar. Non puoi 'controinscenare'."
Non desideravo che quella discussione con il vecchio si
trasformasse in un litigio con lui. Dovevo mantenere la
calma.
"Non so che cosa significhi 'controinscenare'," ho risposto.
"Certe persone vivono in lotta con altre, con se stesse, con
la vita. Allora si inventano opere teatrali immaginarie e adattano il copione alle proprie frustrazioni."
"Ne conosco molte così. Ho capito di cosa stai parlando."
"La cosa peggiore, però, è che non possono rappresentare
quest'opera da soli," ha continuato lui. "Allora cominciano a
convocare altri attori
"E quanto ha fatto quel tipo là fuori. Voleva vendicarsi di
qualcosa e ha scelto noi. Se avessimo accettato la sua proibizione, ce ne saremmo pentiti. Gli avremmo permesso di
includerci nella sua vita meschina e nelle sue frustrazioni.
"L'aggressività di quell'uomo era visibile: è stato facile evitare di 'controinscenare'. Altri, invece, ci 'convocano' quando
cominciano a comportarsi da vittime, lamentandosi per le
ingiustizie della vita, chiedendoci di essere d'accordo, di dare
consigli, di partecipare."
Mi ha guardato negli occhi.
"Attenzione," ha detto. "Quando si entra in questo gioco,
se ne esce sempre sconfitti."
Aveva ragione. Io, comunque, mi sentivo alquanto a disagio là dentro.
"Ho pregato. Ho fatto ciò che desideravo. Adesso possiamo uscire."
Siamo usciti. Il contrasto fra l'oscurità della cappella e la
luce intensa all'esterno mi ha accecato per alcuni istanti.
Appena i miei occhi me lo hanno permesso, ho visto che il
vecchio non c'era più.
"Andiamo a pranzo," ha detto lui, avviandosi verso l'abitato.
A pranzo ho bevuto due bicchieri di vino. Non avevo mai
bevuto tanto in vita mia. Stavo diventando un'alcolizzata.
'Che esagerazione!'
Chiacchierando con il cameriere, lui ha scoperto che nei
dintorni c'erano delle rovine romane. Io cercavo di seguire la
conversazione, ma non riuscivo a nascondere il mio malumore.
La principessa era diventata un rospo. Ma che importava?
A chi avevo bisogno di dimostrare qualcosa se non ero alla
ricerca di niente, né uomo, né amore?

'Lo sapevo,' ho pensato. 'Lo sapevo che avrei spezzato l'equilibrio del mio mondo. Il cervello mi aveva avvisato, ma il
cuore non ha voluto seguirne il consiglio.'
Ho dovuto pagare un prezzo alto per ottenere quel poco
che possedevo. Ho dovuto rinunciare a tanti desideri, recedere da tanti cammini. Ho sacrificato i miei sogni in nome
di uno più grande: la pace dello spirito. Ora non volevo
allontanarmene.
"Sei tesa," ha detto lui, interrompendo la conversazione
con il cameriere.
"Sì, è vero. Penso che quel vecchio sia andato a chiamare
la polizia. Questa è una piccola cittadina: credo che sappiano
dove ci troviamo. La tua ostinazione a pranzare qui potrebbe
mettere fine ai nostri giorni di festa."
Lui ha continuato a rigirare tra le mani il bicchiere d'acqua minerale. Doveva sapere che non si trattava affatto di
questo. In verità, mi vergognavo. Perché mai trattiamo così
le nostre vite? Perché mai scorgiamo la pagliuzza nell'occhio
e non vediamo le montagne, le campagne e gli uliveti?
"Ascolta: non accadrà niente di tutto ciò," ha detto lui.
"Quel vecchio se n'è già tornato a casa e non si ricorda neanche più dell'episodio. Abbi fiducia in me."
'Non è per questo che sono tesa, sciocco,' ho pensato.
"Ascolta con più attenzione il tuo cuore," ha continuato
lui.
"E proprio questo: lo sto ascoltando," ho risposto. "E preferisco andare via da qui. Non mi sento a mio agio."
"Non bere più durante il giorno. Non serve a niente."
Fino a quel momento mi ero controllata. Adesso era ora di
dire tutta la verità.
"Tu pensi di sapere tutto," ho detto. "Parli di istanti magici, di bambini che vivono dentro di noi. Non so proprio che
cosa tu stia facendo accanto a me."
Lui ha riso.
"Io ti ammiro," mi ha detto. "E ammiro la lotta che stai
sostenendo contro il tuo cuore."
"Quale lotta?"
"Niente," ha risposto.
Ma io sapevo che cosa intendeva dire.
"Non illuderti," ho aggiunto. "Se vuoi, possiamo parlarne.
Ti sbagli riguardo ai miei sentimenti."
Lui ha smesso di rigirare il bicchiere e, fissandomi, mi ha
detto:
"No, non mi sbaglio. So che non mi ami."
Il che mi ha lasciato ancora più disorientata.
"Ma io lotterò," ha proseguito lui. "Esistono cose nella

vita per le quali vale la pena di lottare sino alla fine."
Le sue parole mi hanno lasciata ammutolita.
"Tu ne vali la pena," ha concluso.
Ho distolto lo sguardo, cercando di fingere un interesse
per le decorazioni del ristorante. Prima mi sentivo un rospo,
ma in quel momento ero di nuovo una principessa.
'Voglio credere alle sue parole,' ho pensato, guardando un
quadro con pescatori e barche. 'Non cambierà nulla, ma per
lo meno non mi sentirò tanto debole, tanto incapace.'
"Scusa la mia aggressività," gli ho detto.
Lui ha sorriso. Dopo aver chiamato il cameriere, ha saldato il conto.
Sulla via del ritorno, ero più confusa. Davo la colpa al sole,
ma non era così: eravamo in autunno inoltrato, e il sole non
riscaldava affatto. Forse era colpa del vecchio, ma quel tipo
era uscito dalla mia vita da un bel pezzo.
Forse era tutta colpa della novità. Le scarpe nuove danno
un po' fastidio. Per la vita non è diverso: ci coglie alla sprovvista e ci obbliga a incamminarci verso l'ignoto quando noi
non lo vogliamo, quando non ne abbiamo bisogno.
Tentavo di concentrarmi sul paesaggio, ma non riuscivo
più a vedere le campagne ricoperte di ulivi, la cittadella sul
monte, la cappella con il vecchio davanti alla porta. Niente
di tutto ciò mi era familiare.
Ricordavo l'ubriacatura del giorno prima e la canzone che
cantava lui:
I tramonti di Buenos Aires hanno un certo...
Come si può dire?
Be' escidicasa, vaiperArenales...
Perché mai Buenos Aires se eravamo a Bilbao? Che strada era
questa: Arenales? Che cosa voleva lui?
"Qual è la canzone che cantavi ieri?'` ho chiesto.
"Ballata per un folle," ha detto lui. "Perché me lo domandi
soltanto oggi?"
aNiente," ho risposto.
Invece sì, un motivo c'era. Sapevo che cantava quella canzone perché era una trappola. Mi aveva insegnato le parole.
E io che avrei dovuto imparare le materie per l'esame!
Avrebbe potuto cantare una canzone conosciuta, che io
avevo già sentito migliaia di volte. Ma aveva preferito qualcosa che io non avessi mai ascoltato.
Era una trappola. In questo modo, quando in futuro la
radio, o un disco, avrebbero suonato questa canzone, mi
sarei ricordata di lui, di Bilbao, di quel periodo in cui l'autunno della mia vita si era trasformato di nuovo in primavera. Mi sarei ricordata l'eccitazione, l'avventura, il bambino

che rinasce, Dio solo sa dove.
Doveva aver pensato tutto questo. Lui era saggio, esperto,
vissuto, e sapeva come conquistare la donna che desiderava.
'Sto diventando matta,' mi sono detta. Immaginavo di
essere alcolizzata perché ho bevuto due giorni di seguito.
Pensavo che lui conoscesse tutti i trucchi. Che mi controllasse e mi governasse con la sua dolcezza.
"Ammiro la lotta che stai sostenendo contro il tuo cuore,"
aveva detto lui, quando eravamo al ristorante.
Ma si sbagliava. Perché ho già lottato contro il mio cuore
e l'ho vinto tanto tempo fa. Non mi sarei innamorata dell'impossibile. Conoscevo i miei limiti e la mia capacità di
soffrire.
"Di' qualcosa," l'ho pregato, mentre tornavamo alla macchina.
"Che cosa?"
"Qualsiasi cosa. Parlami."
E ha attaccato a raccontarmi delle apparizioni della
Madonna, a Fatima. Non so dove avesse scovato questo
argomento, ma la storia dei tre pastorelli che avevano parlato
alla Madonna riusciva a distrarmi.
A poco a poco il mio cuore si è calmato. Sì, conoscevo
bene i miei limiti e sapevo controllarmi.
Siamo arrivati di sera, con una nebbia talmente fitta da non
consentirci di distinguere dove ci trovassimo. Scorgevo solo
una piazzetta, un lampione, alcune case medievali male illuminate dalla luce gialla e un pozzo.
"La nebbia!" ha esclamato, eccitato.
Sono rimasta lì senza capire.
"Siamo a Saint-Savin," ha concluso.
Il nome non mi diceva nulla. Ma eravamo in Francia, e
questo mi eccitava.
"Perché questo luogo?" ho domandato.
"Per via di quella casa che voglio venderti," ha risposto lui,
ridendo. "Inoltre, ho promesso che sarei tornato nel giorno
dell'Immacolata Concezione."
"Qui?"
"Qui vicino."
Ha fermato l'automobile. Quando ne siamo scesi, mi ha
preso per mano e abbiamo cominciato a camminare nella
nebbia.
"Questo luogo è entrato nella mia vita senza che me lo
aspettassi," ha detto.
'Anche tu,' ho pensato.
"Qui, un giorno, ho creduto di avere smarrito il cammino. E invece non era così: in verità, lo avevo ritrovato."

"Parli per enigmi," ho detto.
"E' qui che ho capito quanto mi mancavi nella vita."
Mi sono guardata intorno. Non riuscivo a comprenderne
il motivo.
"Cos'ha a che vedere con il tuo cammino, tutto questo?"
"Vedremo di trovare una camera, perché gli unici due
alberghi di questo paese sono aperti soltanto in estate. Poi
ceneremo in un buon ristorante, distesi. senza la paura della
polizia, senza aver bisogno di ritornare di corsa in macchina.
E quando il vino ci scioglierà la lingua, chiacchiereremo a
lungo."
Siamo scoppiati a ridere. Ormai ero più rilassata. Durante
il viaggio, mi ero resa conto delle sciocchezze che avevo pensato. Mentre attraversavamo la catena montuosa che separa
la Francia dalla Spagna, ho chiesto a Dio di lavare la mia
anima dalla tensione e dalla paura.
Ormai ero stanca di interpretare un ruolo infantile, comportandomi come tante amiche che avevano paura dell'amore impossibile, anche se non sapevano neppure bene che cosa
fosse "l'amore impossibile". Continuando così, avrei perduto
tutto quello che di buono potevano concedermi quei pochi
giorni insieme a lui.
'Attenzione,' ho pensato. `Attenzione alla breccia nella
diga. Se dovesse aprirsi, niente al mondo riuscirebbe a chiuderla.'
"Che la vergine ci protegga da qui in avanti," ha detto lui.
Non ho risposto.
"Perché non hai detto: 'Amen'?" ha domandato allora.
"Perché non lo ritengo più tanto importante. C'è stato un
tempo in cui la religione faceva parte della mia vita, ma
ormai è passato."
Lui ha fatto una sorta di giravolta e ci siamo incamminati
verso la macchina.
'`Prego ancora," ho proseguito. "L'ho fatto mentre attraversavamo i Pirenei. Ma è qualcosa di automatico: non so
neppure se ho ancora fiducia."
"Per quale motivo?"
"Perché ho sofferto e Dio non mi ha ascoltato. Perché, più
volte nella vita, ho tentato di amare con tutto il cuore e, alla
fine, l'amore è stato calpestato, tradito. Se Dio è amore,
avrebbe dovuto avere maggior cura del mio sentimento."
"Dio è amore. Ma chi conosce molto bene l'argomento è
la Vergine.",
Lì sono scoppiata in una risata. Quando l'ho guardato di
nuovo, ho visto che era serio: non era stata una battuta.
"La Vergine conosce il mistero del concedersi in maniera

totale," ha proseguito. "E, avendo amato e sofferto, ci ha
liberati dal dolore. Così come Gesù ci ha liberati dal peccato."
"Gesù era il figlio di Dio. La Vergine era solo una donna a
cui è stata concessa la grazia di accoglierlo nel proprio ventre," ho risposto. Volevo porre rimedio a quella risata fuori
luogo; volevo che sapesse che rispettavo la sua fede. Ma sulla
fede e sull'amore non c'è da discutere, soprattutto in un bel
posto come quello.
Ha aperto la portiera dell'automobile e ha preso le due
borse. Quando ho tentato di recuperare il mio bagaglio, ha
sorriso.
"Lascia che porti io la tua borsa," ha detto.
'Da quanto tempo nessuno mi tratta in questo modo!' ho
pensato.
Abbiamo bussato alla prima porta; la donna ci ha detto
che non affittava camere. Alla seconda, nessuno è venuto ad
aprire. Alla terza, un vecchietto ci ha accolto con gentilezza
ma, visionando la camera, abbiamo scoperto che c'era soltanto un letto matrimoniale. Ho rifiutato.
"Forse sarebbe meglio andare in un paese più grande," ho
suggerito quando siamo usciti.
"Troveremo una camera," ha risposto lui. "Conosci l'esercizio dell'Altro? Fa parte di una storia scritta cento anni fa, il
cui autore..."
"Dimenticati dell'autore e raccontami la storia," gli ho
detto, mentre ci avviavamo a piedi verso l'unica piazza di
Saint-Savin.
`'Un tizio incontra un vecchio amico che vive tentando di
sfondare, ma senza risultato. "Dovrò dargli qualche spicciolo," pensa. Ma poi, proprio quella notte, scopre che il suo
vecchio amico è ricco ed è venuto a pagare tutti i debiti contratti nel corso degli anni.
"Si recano in un bar che frequentavano nei tempi andati e
lui paga da bere a tutti. Quando gli chiedono il motivo di
tanto successo, risponde che fino ad alcuni giorni addietro
stava vivendo l'Altro.
"`Che cos'è l'Altro?' domandano.
"'L'Altro è colui che mi hanno insegnato a essere, ma che
non sono io. L'Altro crede che sia obbligo degli uomini trascorrere la vita pensando al modo di accumulare denaro per
non morire di fame da vecchi. Tanto pensa e tanto progetta
che, alla fine, scopre di essere vivo solo quando i suoi giorni
sulla terra stanno volgendo al termine. Ma allora è troppo
tardi.'
"'E tu, chi sei?'

"'Io sono quello che chiunque di noi può essere, se ascolterà il proprio cuore. Uno che si meraviglia davanti al mistero della vita, che è aperto ai miracoli, che prova gioia ed
entusiasmo per ciò che fa. Solo che l'Altro, per paura di
deludere, non mi lasciava agire.'
"'Ma la sofferenza esiste,' dicono le persone nel bar.
"Esistono le sconfitte. Ma nessuno può sfuggirvi. "Perciò è
meglio perdere alcuni combattimenti nella lotta per i propri
sogni, piuttosto che essere sconfitto senza neppure conoscere
il motivo per cui stai lottando.'
"'Soltanto questo?' domandano gli avventori.
"Sì. Quando l'ho scoperto, mi sono svegliato deciso a
essere ciò che realmente ho sempre desiderato. L'Altro è
rimasto lì, nella mia camera, a guardarmi, ma non l'ho più
fatto entrare, anche se talvolta ha cercato di spaventarmi,
mettendomi in guardia sui rischi di non pensare al futuro.'
"'Dal momento in cui ho scacciato l'Altro dalla mia vita,
l'energia divina ha operato i suoi miracoli."'
'Credo che questa storia l'abbia inventata lui. Può essere
bella, ma non è vera,' ho pensato, mentre continuavamo a
cercare un luogo dove fermarci. Saint-Savin non aveva più di
trenta case: ben presto avremmo dovuto fare ciò che avevo
suggerito io, cioè andare in un paese più grande.
Per quanto entusiasmo avesse lui, per quanto l'Altro fosse
ormai lontano dalla sua vita, gli abitanti di Saint-Savin non
sapevano che il suo sogno era trascorrere lì quella notte, e
non gli avrebbero dato alcun aiuto. Eppure, mentre lui raccontava la storia, mi sembrava di vedere me stessa: le paure,
l'insicurezza, la voglia di non scorgere tutto ciò che è meraviglioso, perché domani può finire e noi soffriremo.
Gli dèi lanciano i dadi, ma non domandano se vogliamo
partecipare al gioco. Non vogliono sapere se hai lasciato un
uomo, una casa, un lavoro, una carriera, un sogno. Gli dèi
non badano al fatto che tu vuoi avere una vita in cui ogni
cosa sia al proprio posto, in cui ogni desiderio si possa esaudire con il lavoro e la pertinacia. Gli dèi non tengono conto
dei nostri piani e delle nostre speranze. In qualche luogo dell'universo, loro lanciano i dadi e, casualmente, vieni scelto
tu. Da quel momento in poi, vincere o perdere è solo questione di opportunità.
Gli dèi lanciano i dadi e liberano l'amore dalla sua gabbia.
Questa forza può creare o può distruggere, a seconda della
direzione in cui soffiava il vento nel momento in cui si è
liberata dalla prigione.
Per il momento, questa forza stava soffiando verso di lui.
Ma i venti sono capricciosi come gli dèi e io, in fondo al mio

essere, cominciavo a sentire qualche raffica.
Come se il destino volesse mostrarmi che la storia dell'Altro
era vera e che l'universo cospira sempre a favore dei sognatori, abbiamo trovato una casa dove fermarci, con una camera
a due letti. Per prima cosa ho fatto un bagno, ho lavato la
biancheria e indossato la camicetta che avevo comprato. Mi
sono sentita come nuova, e questo mi ha dato maggiore sicurezza.
'Chissà se all'Altra piace questa camicetta?' ho riso fra me
e me.
Dopo aver cenato con i padroni di casa - anche I ristoranti erano chiusi in autunno e in inverno -, lui ha chiesto una
bottiglia di vino, promettendo di comprarne un'altra il giorno seguente.
Ci siamo messi le giacche, abbiamo preso in prestito due
bicchieri e siamo usciti.
"Andiamo a sederci sul bordo del pozzo," ho detto io.
appena fuori.
Siamo rimasti lì, a bere per allontanare il freddo e la tensione.
"Sembra che l'Altro sia di nuovo penetrato in te," ho
scherzato. "Il tuo umore è peggiorato."
Lui ha riso.
"Ho detto che avremmo trovato una camera e l'abbiamo
trovata. L'universo ci aiuta sempre a lottare per i nostri
sogni, per quanto sciocchi possano sembrare. Perché sono i
nostri e soltanto noi sappiamo quanto ci costa sognarli."
La nebbia che il lampione colorava di giallo, non ci lasciava distinguere neppure il lato opposto della piazza.
Ho tratto un respiro profondo. L'argomento non poteva
più essere rimandato.
"Dobbiamo ancora parlare dell'amore," ho proseguito.
Non possiamo più evitarlo. Sai come ho passato questi giorni. Quanto a me, l'argomento non sarebbe neppure venuto
fuori. Ma, giacché è accaduto, non riesco a non pensarci."
Amare è pericoloso."
"Lo so,' ho risposto. "Ho già amato. Amare è come una
droga. All inizio viene la sensazione di euforia, di totale
abbandono. Poi, il giorno dopo, vuoi di più. Non hai ancora
preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla
tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due
minuti e te ne dimentichi per tre ore.
"Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a
dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te
ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è
vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la

droga. A quel punto, come i drogati rubano e si umiliano
per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare
qualsiasi cosa per l'amore."
"Che esempio orribile," ha detto lui.
Era davvero un esempio orribile, del tutto inadatto al
vino, al pozzo, alle case medievali intorno alla piazzetta Ma
era la verità. Se lui aveva fatto tanti passi per via dell'amore,
bisognava che ne conoscesse i rischi.
"Perciò dobbiamo amare soltanto chi possiamo avere vicino, ho concluso.
Si è fermato a lungo a guardare la nebbia. Sembrava che
non mi avrebbe più chiesto di navigare insieme nelle acque
pericolose di un discorso sull'amore. Ero stata dura, ma non
c'era altra via.
'Chiudiamo l'argomento,' ho pensato. La convivenza di
tre giorni - e, per giunta, il fatto che mi avesse visto sempre
con gli stessi vestiti - è stata sufficiente per fargli cambiare
idea. Il mio orgoglio di donna si è sentito ferito, ma il cuore
ha preso a battere più sollevato.
'Ma io voglio davvero tutto questo?' mi sono domandata.
Perché già cominciavo a sentire le tempeste che i venti dell'amore portano con sé. E già iniziavo a notare una breccia
nella barriera della diga.
Siamo rimasti lì a bere a lungo, senza toccare alcun argomento serio. Abbiamo fatto qualche commento sui padroni
di casa e sul santo fondatore del paese. Poi lui mi ha raccontato alcune leggende sulla chiesa al di là della piazzetta, che
riuscivo a distinguere a stento per via della nebbia.
"Sei distratta," ha detto, a un certo punto.
Sì, la mia mente stava vagando. Avrei voluto essere lì con
qualcuno che lasciasse il mio cuore tranquillo, con qualcuno
con cui poter vivere quell'istante, senza la paura di perderlo
il giorno seguente. Allora il tempo sarebbe passato più lentamente: avremmo potuto restare in silenzio, c'era il resto della
vita per parlare. E io non avrei avuto bisogno di preoccuparmi di argomenti seri, di decisioni difficili, di parole dure.
Siamo rimasti in silenzio. e questo era un segnale. Per la
prima volta restavamo in silenzio, benché avessi notato soltanto allora che si era alzato per andare a prendere un'altra
bottiglia di vino.
In silenzio. Ho ascoltato il suono dei suoi passi che ritornavano verso il pozzo dove eravamo seduti da più di un'ora.
a bere e a guardare la nebbia.
Per la prima volta siamo rimasti in silenzio per davvero.
Non era il silenzio opprimente della macchina, del viaggio
da Madrid a Bilbao. Non era il silenzio del mio cuore

impaurito quando ero nella cappella vicino a San Martín de
Unx.
Era un silenzio che parlava. Un silenzio che mi diceva che
non era più necessario stare a spiegarci le cose l'un l'altro.
Lui si era fermato. Ora mi stava guardando e ciò che vedeva doveva essere bello: una donna seduta sul bordo di un
pozzo, in una notte di nebbia, sotto la luce di un lampione.
Le case medievali, la chiesa dell'XI secolo e il silenzio.
La seconda bottiglia di vino era già quasi a metà quando ho
deciso di parlare.
"Stamattina mi stavo convincendo di essere alcolizzata.
Non faccio che bere. In questi tre giorni, ho bevuto più di
quanto abbia fatto durante tutto l'anno scorso.`'
Mi ha sfiorato il capo con la mano, senza dire nulla. Io
sentivo il suo tocco e non facevo niente per allontanarlo.
"Raccontami qualcosa della tua vita," gli ho chiesto.
"Non ci sono grandi misteri. Esiste il mio cammino, e io
faccio il possibile per percorrerlo con dignità."
"Qual è il tuo cammino?"
"Il cammino di chi cerca l'amore."
Ha perso tempo giocherellando con la bottiglia quasi
vuota.
"E l'amore è un cammino complicato," ha concluso.
"Perché, in questo percorso, o gli eventi ci innalzano al
cielo, o ci scagliano giù all'inferno," ho detto, senza tuttavia
avere la certezza che si stesse riferendo a me.
Lui non ha aggiunto niente. Forse era ancora immerso
nell'oceano del silenzio.
A me, invece, il vino ha sciolto di nuovo la lingua e ho
sentito la necessità di parlare.
"Hai detto che qualcosa qui, in questo posto, ha modificato la tua rotta."
"Penso di sì. Non ne sono ancora certo, ed è per questo
che ho voluto portarti fin qui."
"E una prova?"
"No. E una maniera di concedersi. Affìnché lei mi aiuti a
prendere la decisione migliore."
"Lei chi?"
"La Vergine?"
La Vergine. Avrei dovuto immaginarlo. Mi stupiva vedere
come tanti anni di viaggi, di scoperte, di nuovi orizzonti,
non lo avessero liberato dal cattolicesimo dell'infanzia.
Almeno in questo, i nostri amici e io eravamo progrediti:
non vivevamo più sotto il peso della colpa e dei peccati.
"E sorprendente come, dopo tutto quello che hai passato,
tu abbia mantenuto ancora la stessa fede."

"Non l'ho mantenuta. L'ho perduta e poi recuperata."
"Ma, questa fede nelle Vergini? In cose impossibili e fantastiche? Non hai avuto una vita sessuale attiva?"
"Normale. Mi sono innamorato di molte donne."
Ho sentito una punta di gelosia e mi sono stupita della
mia reazione. Ma la lotta interiore sembrava essersi placata e
non volevo risvegliarla.
"Per quale motivo lei è 'la Vergine'? Perché non ci mostrano la Madonna come una donna normale, uguale alle altre?"
Ha scolato quel poco che restava nella bottiglia. Quindi
mi ha chiesto se ne volevo un'altra, e io gli ho detto di no.
"Voglio solo che tu mi risponda. Ogniqualvolta affrontiamo certi argomenti, ti metti a parlare d'altro."
"Lei era una donna normale. Ebbe altri figli. La Bibbia ci
racconta che Gesù aveva due fratelli. La verginità nel concepimento di Gesù si deve ad altro: Maria inizia una nuova era
di grazia. Lì comincia un'altra tappa. Lei è la sposa cosmica,
la terra che si apre al cielo e si lascia fertilizzare.
"In quel momento, grazie al suo coraggio di accettare il
destino, lei consente che Dio scenda sulla terra. E si trasforma nella Grande Madre."
Non riuscivo a seguire le sue parole. Lui se ne è accorto.
"Lei è il volto femminile di Dio. Possiede una propria
divinità."
Ha pronunciato queste parole in maniera tesa, quasi forzata, come se stesse commettendo un peccato.
"Una Dea?" ho chiesto.
Ho atteso perché me lo spiegasse meglio, ma lui non ha
proseguito il discorso. Solo qualche minuto prima, pensavo
con ironia al suo cattolicesimo. Adesso le sue parole mi sembravano blasfeme.
"Chi è la Vergine? Che cos'è la Dea?" Sono stata io a
riprendere l'argomento.
"E difficile spiegarlo," ha detto lui, con un fare sempre più
impacciato. "Ho con me qualcosa di scritto. Puoi leggerlo, se
vuoi."
"Adesso non intendo leggere niente, voglio che me lo spieghi tu,' ho Insistito.
Lui cercava la bottiglia di vino che però era vuota. Non ci
ricordavamo già più che cosa ci avesse portato al pozzo.
C'era qualcosa di importante nell'aria, come se le sue parole
stessero compiendo un miracolo.
"Continua a parlare," ho insistito.
"Il suo simbolo è l'acqua, la nebbia intorno a lei. La Dea
usa l'acqua per manifestarsi."
La nebbia sembrava acquistare vita e trasformarsi in qual-

cosa di sacro, benché io continuassi a non capire bene ciò
che lui stava dicendo.
"Non voglio certo parlarti di storia. Se vuoi saperne qualcosa, puoi leggere il testo che ho portato con me. Ma sappi
che questa donna - la Dea, la Vergine Maria, la Shekhinah
giudaica, la Grande Madre, Iside, Sofia, serva e signora - è
presente in tutte le religionì della terra. E stata dimenticata,
proibita, mascherata, ma il suo culto si è tramandato di millennio in millennio ed è giunto fino a noi.
"Uno dei volti di Dio è il volto di una donna."
L'ho guardato in viso. I suoi occhi brillavano e fissavano la
nebbia davanti a noi. Ho capito che non avevo più bisogno
d'insistere perché continuasse.
"Lei è presente nel primo capitolo della Bibbia, quando lo
spirito di Dio aleggia sulle acque, e lui le pone al di sotto e al
di sopra delle stelle. E il matrimonio mistico della terra con
il cielo. Lei è presente nell'ultimo capitolo della Bibbia,
quando
lo Spirito e la sposa dicono: 'Vieni!'
E chi ascolta ripeta: 'Vieni!'
Chi ha sete, venga,
chi vuole attinga gratuitamente lacqua della vita."
"Perché il simbolo del volto femminile di Dio è l'acqua?"
"Non lo so. Ma generalmente lei sceglie questo mezzo per
manifestarsi. Forse perché è la fonte della vita: veniamo
generati nell'acqua, vi rimaniamo per nove mesi. L'acqua è il
simbolo del potere della donna a cui nessun uomo, per
quanto illuminato o perfetto sia, può aspirare."
Si è fermato per un attimo, ma ha ripreso subito a parlare.
"In ogni religione e in ogni tradizione, lei si manifesta in
diverse maniere, ma si disvela sempre. Siccome sono cattolico, la riconosco quando sono davanti alla Vergine Maria."
Mi ha preso per mano e, dopo neppure cinque minuti di
strada, siamo usciti da Saint-Savin. Lungo il percorso, siamo
passati vicino a una colonna, sulla cui cima c'era qualcosa di
strano: una croce con la raffigurazione della Vergine al pOStO
di Gesù Cristo. Ripensando alle sue parole, mi sono stupita
della coincidenza.
Adesso eravamo completamente circondati dall'oscurità e
dalla nebbia. Cominciavo a immaginarmi nell'acqua, nel
ventre materno, dove il tempo e il pensiero non esistono.
Tutto ciò che stava dicendo sembrava avere un incredibile
senso. Ripensavo a quella donna alla conferenza. Alla giovane che mi aveva condotto nella piazza. Anche lei aveva detto
che l'acqua era il simbolo della Dea.
"A venti chilometri da qui c'è una grotta," ha proseguito

lui. "L'11 febbraio 1858, una giovinetta raccoglieva legna nei
dintorni insieme ad altri due bambini. Era una creatura fragile, asmatica, la cui povertà rasentava la miseria. In quella
giornata d'inverno, ebbe paura di attraversare un piccolo
ruscello: poteva bagnarsi, ammalarsi, e i suoi genitori avevano bisogno di quel poco denaro che lei guadagnava come
pastorella.
"Fu allora che comparve una donna vestita di bianco, con
due rose dorate sui piedi. Si rivolse alla giovinetta come se
questa fosse una principessa, la pregò di ritornare in quello
stesso posto un certo numero di volte e poi svanì. Gli altri
due bambini, che avevano assistito alla scena come in trance,
senza perdere tempo diffusero la notizia dell'accaduto.
"Da quel momento iniziò per lei un lungo calvario. Fu
imprigionata e le fu ordinato di rinnegare tutto. Fu tentata
con denaro, affinché chiedesse favori speciali all'Apparizione.
Nei primi giorni, la sua famiglia fu insultata pubblicamente:
si diceva che lei facesse tutto ciò per atrirare l'attenzione
della gente.
"La giovinetta, che si chiamava Bernadette, non aveva la
minima idea di quello che aveva visto e continuava a vedere.
Chiamava la donna che le era apparsa 'Quella' e i suoi genitori, addolorati, si rivolsero al prete del paese per avere aiuto.
Questi suggerì alla giovinetta di domandare alla signora,
come si chiamava.
"Bernadette fece come le aveva detto il prete, ma l'unica
risposta che ottenne fu un sorriso. 'Quella' le apparve diciotto volte, la maggior parte delle quali, senza dire nulla. Una
di queste volte, però, chiese alla giovinetta di baciare per
terra. Pur senza capire, Bernadette fece ciò che le venne ordinato. Un altro giorno, la signora le chiese di scavare una
fossa dentro la grotta. Bernadette obbedì e, all'istante, affiorò
una pozza di acqua fangosa. Lì dentro, infatti, venivano
custoditi i maiali.
"'Bevi quest'acqua,' le disse la signora.
"Ma l'acqua era talmente sporca che Bernadette la raccolse
e poi la buttò via per tre volte, senza avere il coraggio di
avvicinarla alle labbra. Ma infine obbedì, anche se con ripugnanza. Nel punto dove aveva scavato, cominciò a sgorgare
altra acqua. Un uomo, cieco da un occhio, dopo essersene
passato alcune gocce sul viso recuperò la vista. Una donna,
disperata perché il figlio appena nato le stava morendo,
immerse il piccino nella fonte in un giorno in cui la temperatura era scesa sotto lo zero. Il piccino guarì.
"A poco a poco la notizia si diffuse e le persone cominciarono ad accorrere a migliaia. La giovinetta continuò a chie-

dere alla signora quale fosse il suo nome, ma lei si limitò a
sorridere. Finché, un bel giorno, si rivolse a Bernadette e
disse: 'Io sono l'Immacolata Concezione.'
"Soddisfatta, la giovane pastorella corse a raccontarlo al
parroco.
"'Non è possibile,' disse lui. 'Nessuno può essere l'albero e
il frutto allo stesso tempo, figliola. Torna laggiù e bagnala
con l'acqua benedetta.
"Per il prete, soltanto Dio poteva esistere fin dal principio,
e Dio, tutto sta a indicarlo, è un uomo."
Lui ha fatto una lunga pausa. E poi ha proseguito:
"Bernadette bagnò la signora con acqua benedetta. E
l'Apparizione sorrise con tenerezza, nient'altro.
"Il 16 luglio la donna apparve per l'ultima volta. Poco
dopo Bernadette entrò in convento, senza sapere di avere
cambiato completamente il destino di quel piccolo paese nei
pressi della grotta. La fonte continua a riversare acqua e i
miracoli si succedevano.
"La storia si diffonde prima in Francia e poi nel mondo
intero. La città cresce e si trasforma. Cominciano ad arrivare
e a insediarsi i commercianti. Si aprono alberghi e locande.
Bernadette muore e viene sepolta lontano: non aveva mai
realmente saputo ciò che stava accadendo.
"Alcuni, per mettere in difficoltà la Chiesa - visto che, a
questo punto, il Vaticano ammette le apparizioni--, cominciano a inventare falsi miracoli che vengono poi smascherati.
La Chiesa reagisce con rigore: da una certa data in poi,
accetta come miracoli solo quei fenomeni che vengono sottoposti a una serie di esami rigorosi compiuti da commissioni mediche e scientifiche.
"Ma l'acqua sgorga ancora e le guarigioni continuano."
Mi è sembrato di sentire qualche cosa vicino a noi. Ho avuto
paura, ma lui non si è mosso. La nebbia possedeva vita e storia. Mi sono fermata a pensare a tutto quello che stava raccóntando e alla domanda di cui non ho capito la risposta:
come sapeva tutto ciò?
Ho pensato al volto femminile di Dio. L'uomo accanto a
me aveva un'anima piena di conflitti. Poco tempo prima, mi
aveva scritto dicendo di voler entrare in un seminario cattolico, ma era convinto che Dio avesse un volto femminile
Lui stava in silenzio. Io continuavo a sentirmi nel ventre
della Madre Terra, senza tempo e senza spazio. La storia di
Bernadette sembrava svolgersi davanti ai miei occhi, nella
nebbia che ci circondava.
Poi lui ha ripreso a parlare.
"Bernadette non sapeva due cose importantissime," ha

detto. "La prima era che, ancor prima che la religione cristiana giungesse in questi luoghi, queste montagne erano abitate
dai celti e la Dea era il principale oggetto di devozione di
questa cultura. Generazioni e generazioni riconoscevano il
volto femminile di Dio e condividevano il suo amore e la sua
gloria."
"E la seconda?"
"La seconda era che, poco prima che Bernadette avesse le
visioni, le alte autorità del Vaticano si erano riunite in segreto. Quasi nessuno sapeva che cosa succedesse durante quelle
riunioni e sicuramente il prete di Lourdes non doveva averne
la minima idea. I vertici della Chiesa cattolica stavano decidendo se dichiarare il dogma dell'Immacolata Concezione.
Infine fu dichiarato con la bolla papale Inquabilis Deus. Ma
senza chiarire esattamente, al grande pubblico. che cosa
significasse."
"E tu, che cosa c'entri con tutto ciò?" ho chiesto.
"Io sono un suo discepolo. Ho appreso con lei," ha detto,
non rendendosi conto di svelare la fonte di tutto ciò che
sapeva.
"Tu la vedi?"
"Sì."
Siamo tornati nella piazza e abbiamo percorso i pochi metri
che ci separavano dalla chiesa. Ho visto il pozzo, la luce del
lampione e la bottiglia di vino con i due bicchieri sul bordo.
'Devono esserci stati due innamorati,' ho pensato allora.
'Silenziosi, mentre i loro cuori si parlavano. E quando i loro
cuori si sono detti tutto, hanno cominciato a condividere i
grandi misteri.'
Ancora una volta non si era parlato affatto di amore. Non
importava. Ho capito di trovarmi davanti a qualcosa di
molto serio e dovevo approfittarne per capire tutto ciò che
mi era possibile. Per alcuni momenti ho pensato ai miei
studi, a Saragozza, all'uomo della vita che volevo incontrare:
ma adesso tutto mi sembrava lontano, circondato dalla stessa
nebbia che aleggiava su Saint-Savin.
"Perché mi hai raccontato la storia di Bernadette?" ho
domandato.
"Il motivo preciso non lo so," ha risposto lui, senza guardarmi negli occhi. "Forse perché siamo vicini a Lourdes. O
perché dopodomani è il giorno dell'Immacolata Concezione.
Oppure perché voglio dimostrarti che il mio mondo non è
tanto solitario e folle come può sembrare. Altre persone ne
fanno parte. E credono a ciò che affermano."
"Non ho mai detto che il tuo mondo sia folle. Forse è
folle il mio: sto sprecando il periodo più importante della

mia vita appresso a quaderni e studi che non mi faranno
certo uscire da un luogo che già conosco.`'
Ho sentito che era più sollevato: lo capivo.
Mi aspettavo che continuasse a parlare della Dea, ma si è
voltato verso di me dicendo: "Andiamo a dormire. Abbiamo
bevuto molto."

Martedì, 7 dicembre 1993.
Lui si è addormentato subito. Io sono rimasta a lungo sveglia, pensando alla nebbia, alla piazza, al vino e alla conversazione. Ho letto il manoscritto che mi ha prestato e mi sono
sentita felice. Se Dio esistesse veramente, sarebbe Padre e
Madre.
Poi ho spento la luce e sono rimasta a pensare al silenzio
che c'era vicino al pozzo. E stato proprio nei momenti in cui
non abbiamo parlato che ho capito quanto gli fossi vicina.
Nessuno di noi aveva detto niente. E inutile parlare dell'amore, perché l'amore ha una propria voce e parla da sé.
Quella sera, sul bordo del pozzo, il silenzio ha concesso ai
nostri cuori di avvicinarsi e di conoscersi meglio. Il mio
cuore, allora, ha ascoltato ciò che il suo cuore diceva e si è
sentito felice.
Prima di chiudere gli occhi, ho deciso di fare quello che
lui definiva l"'esercizio dell'Altro".
'Sono qui in questa camera,' ho pensato. 'Lontano da
tutto ciò a cui sono abituata, parlo di cose per le quali non
ho mai provato alcun interesse e passo la notte in un paese
dove non ho mai messo piede prima. Posso fingere, per alcuni minuti, di essere diversa.'
Mi sono messa a immaginare come mi sarebbe piaciuto
vivere quel momento. Mi sarebbe piaciuto essere piena di
gioia, curiosa, felice. Vivere intensamente ogni istante, dissetarmi con l'acqua della vita. Avere di nuovo fiducia nei
sogni. Essere capace di lottare per ciò che desideravo.
Amare un uomo che mi amava.
Si, era davvero questa la donna che avrei voluto essere e
che, all'improvviso, compariva e si trasformava in me.
Ho sentito la mia anima inondata dalla luce di un Dio, o
di una Dea, in cui non credevo più. E ho percepito che, in
quel momento, l'Altra abbandonava il mio corpo e si sedeva

in un angolo della piccola camera. Io guardavo la donna che
ero stata fino ad allora: era debole, ma fingeva di essere forte.
Aveva paura di tutto, ma diceva a se stessa che non si trattava
di paura, bensì della saggezza di chi conosce la realtà.
Costruiva pareti intorno alle finestre da cui penetrava la
gioia del sole, affinché i suoi mobili non si sbiadissero.
Ho visto l'Altra seduta nell'angolo della camera, fragile,
stanca, delusa. Controllava e schiavizzava quello che avrebbe
dovuto essere sempre libero: i sentimenti. Tentava di giudicare l'amore futuro in base alla sofferenza passata.
L'amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una,
due, dieci volte nella vita: ci troviamo sempre davanti a una
situazione che non conosciamo. L'amore può condurci all'inferno o in paradiso, comunque ci porta sempre in qualche
luogo. E necessario accettarlo, perché esso è ciò che alimenta
la nostra esistenza. Se non lo accettiamo, moriremo di fame
pur vedendo i rami dell'albero della vita carichi di frutti: non
avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli. E necessario ricercare l'amore là dove si trova, anche se ciò potrebbe
significare ore, giorni, settimane di delusione e di tristezza.
Perché, nel momento in cui partiamo in cerca dell'amore,
anche l'amore muove per venirci incontro.
E ci salva.
Quando l'Altra si è allontanata da me, il mio cuore ha ripreso a parlarmi. Mi ha raccontato che il foro nel muro della
diga lasciava passare un piccolo flusso, i venti spiravano in
tutte le direzioni e lui era felice perché io lo ascoltavo di
nuovo.
Il mio cuore mi diceva che ero innamorata. E mi sono
addormentata contenta, con un sorriso sulle labbra.
Quando mi sono svegliata, la finestra era aperta e lui stava
guardando le montagne. Per alcuni minuti, non ho detto
niente, pronta a chiudere gli occhi se avesse girato il capo.
Come se capisse ciò che stavo pensando, si è voltato e mi
ha guardato negli occhi.
"Buon giorno," ha detto.
"Buon giorno. Chiudi la finestra, entra freddo."
L'Altra era comparsa senza preavviso. Tentava ancora di
cambiare la direzione del vento, di scoprire difetti, di dire
che, no, non era possibile. Ma sapeva che era tardi
"Ho bisogno di cambiarmi," ho detto.
"Ti aspetto di sotto," ha risposto lui.
E allora mi sono alzata, ho allontanato dal pensiero l'Altra,
ho riaperto la finestra, ho fatto entrare il sole. Il sole che
inondava tutto: le montagne ammantate di neve, il suolo
ricoperto di foglie secche, il fiume che non vedevo, ma senti-

vo.
Il sole si è riflesso sui miei seni, ha illuminato il mio corpo
nudo, eppure non sentivo freddo, perché un calore mi consumava: il calore di una scintilla che si trasforma in fiamma
della fiamma che si muta in fuoco, del fuoco che si apre nell'incendio impossibile da controllare. Lo sapevo.
E lo volevo.
Sapevo che da quel momento in poi avrei conosciuto i
cieli e gli inferni, la gioia e il dolore, il sogno e lo sconforto,
e che non potevo più trattenere i venti che spiravano dagli
angoli remoti dell'anima. Sapevo che da quel mattino mi
avrebbe guidata l'amore, benché fosse già presente fin dall'infanzia, da quando lo avevo visto per la prima volta.
Perché non l'ho mai dimenticato, anche se mi ero giudicata
indegna di lottare per lui. Era un amore difficile, irto di barriere che non volevo superare.
Ho ricordato la piazza di Soria, il momento in cui gli
avevo chiesto di cercarmi la medaglia che avevo perduto. Io
sapevo, sì, sapevo che cosa stava per dirmi e non volevo sentirlo, perché lui era come certi ragazzi che un bel giorno se
ne partono in cerca di denaro, di avventure o di sogni. Io
avevo bisogno di un amore possibile: il mio cuore e il mio
corpo erano ancora vergini, e un principe azzurro mi sarebbe
venuto incontro.
A quell'epoca me ne intendevo poco di amore. Quando
l'ho rivisto alla conferenza e poi ho accettato l'invito, ho creduto che la donna matura fosse capace di controllare il cuore
della bambina che ha lottato tanto per incontrare il suo principe azzurro. Poi, quando aveva parlato dei bambini sempre
presenti in noi, avevo risentito la voce della piccina di un
tempo, della principessa che aveva paura di amare e di perdere.
Per quattro giorni avevo tentato di ignorare la voce del
mio cuore, ma questa gridava sempre più forte, lasciando
l'Altra disperata. Nell'angolo più remoto della mia anima, io
esistevo ancora e credevo ai sogni. Prima che l'Altra dicesse
qualche cosa, avevo accettato il passaggio e il viaggio: avevo
deciso di correre i rischi.
Ed è per questo, per quel poco di me che restava, che l'amore mi è venuto di nuovo incontro, dopo avermi cercato ai
quattro angoli del mondo. L'amore mi è venuto ancora
incontro, benché l'Altra avesse costruito una barriera di preconcetti, di certezze e di libri in una tranquilla via di
Saragozza.
Ho aperto la finestra e il mio cuore. Il sole ha inondato la
camera e l'amore ha pervaso la mia anima.

Abbiamo vagato per ore a digiuno, nella neve; lungo la strada, abbiamo preso il primo caffè del mattino in un piccolo
paese di cui non saprò mai il nome: lì c'è una fontana con
una scultura raffigurante un serpente e una colomba fusi in
un unica creatura.
Vedendola, ha sorriso.
"E un segnale. Il maschile e il femminile uniti nella stessa
figura."
"Non avevo mai pensato a quello che mi hai detto ieri,"
ho commentato. "Eppure, è logico."
"Maschio e femmina Dio li creò," ha detto lui, ripetendo
una frase della Genesi. "Perché così era a sua immagine e
somiglianza: maschio e femmina."
Ho visto un nuovo bagliore nei suoi occhi. Era felice e
rideva di qualunque sciocchezza. Attaccava a parlare con le
poche persone che incontravamo strada facendo: contadini
con abiti grigi che si recavano al lavoro, scalatori in abbigliamento colorato che si preparavano ad arrampicarsi su qualche picco. Io restavo zitta, perché il mio francese è pessimo.
Ma la mia anima gioiva nel vederlo così.
Era tale la sua felicità che, parlando con lui, sorridevano
tutti. Forse il suo cuore gli aveva detto qualcosa e adesso lui
sapeva che io lo amavo, anche se mi comportavo ancora
come una vecchia amica d'infanzia.
"Sembri più contento," ho detto a un certo punto.
"Perché ho sempre sognato di trovarmi qui con te, fra
queste montagne, a cogliere i frutti dorati del sole."
"I frutti dorati del sole": un verso scritto tanto tempo fa
che lui ripeteva adesso, al momento giusto.
"e' un altro il motivo della tua gioia," ho commentato,
mentre lasciavamo quuel paesino con la strana fontana.
"Quale?"
"Tu sai che sono contenta. E merito tuo se oggi mi trovo
qui, a scalare picchi reali, lontana dalle montagne di quaderni e di libri. Mi stai rendendo felice. E la felicità è qualcosa
che si moltiplica quando viene condivisa."
"Hai fatto l'esercizio dell'Altro?"
"Sì, come lo sai?"
"Perché anche tu sei cambiata. E perché apprendiamo
questo esercizio sempre al momento giusto."
L'Altra mi ha seguito per tutta la mattina. Tentava di riavvicinarsi. Ma, via via che i minuti passavano, la sua voce si
affievoliva sempre più e la sua immagine cominciava a dissolversi. Mi veniva in mente il finale dei film dell'orrore,
quando il mostro diventa polvere.
Abbiamo superato un'altra colonna con l'immagine della

Vergine sulla croce.
"A che cosa stai pensando?" ha domandato.
"Ai vampiri. Alle creature della notte che, rinchiuse in se
stesse, disperatamente cercano compagnia. Ma sono incapaci
di amare. Ecco perché, secondo la leggenda, solo un piolo
conficcato nel cuore può ucciderle. Quando ciò accade, il
loro cuore libera l'energia dell'amore e distrugge il male."
"Non ci avevo mai pensato prima. Ma è giusto."
Io ero riuscita a conficcare questo piolo. Il cuore, finalmente
libero dalle maledizioni, era ormai conscio di tutto. Per
l'Altra non c'era più posto.
Mille volte ho provato il desiderio di prendergli la mano e
altrettante volte sono rimasta immobile, senza far nulla. Ero
un po' confusa: avrei voluto dirgli che lo amavo, ma non
sapevo da dove cominciare.
Abbiamo parlato di montagne e di fiumi. Ci siamo smarriti nella foresta per quasi un'ora, ma poi abbiamo ritrovato
il sentiero. Abbiamo mangiato panini e bevuto neve sciolta.
Quando il sole ha cominciato a tramontare, abbiamo deciso
di tornare a Saint-Savin.
Il suono dei nostri passi riecheggiava tra le pareti di pietra.
D'istinto ho portato la mano alla fonte dell'acqua benedetta
e mi sono fatta il segno della croce. Ho ripensato a ciò che
mi aveva detto: "L'acqua è il simbolo della Dea."
"Andiamo fin laggiù," ha detto lui.
Abbiamo quindi attraversato la chiesa vuota e buia dove,
sotto l'altare maggiore, c'è la tomba di san Savino, un eremita vissuto agli inizi del primo millennio. Le pareti della chiesa sono state abbattute e ricostruite più volte.
Certi luoghi sono così: possono essere rasi al suolo da
guerre, persecuzioni e indifferenza, ma restano sacri. Chi vi
passa, allora, sente che manca qualcosa e lo ricostruisce.
C'era un'immagine di Cristo crocifisso che mi ha suscitato
una strana sensazione: avevo la netta impressione che il suo
capo si muovesse, seguendomi.
"Fermiamoci qui."
Eravamo davanti a un altare dedicato alla Madonna.
"Guarda la statua."
Maria con il figlio in braccio. Gesù Bambino che indicava
verso l'alto.
Ho commentato con lui ciò che vedevo.
"Guarda con più attenzione," ha insistito.
Ho cercato di osservare ogni dettaglio della scultLra
lignea: la pittura dorata, il piedistallo, la perfezione delle pieghe del mantello. Ma solo quando ho notato il dito di Gesù
ho capito che cosa intendesse dire.

In realtà, benché fosse Maria a tenerlo fra le braccia, era
Gesù a sostenere lei. Il braccio del bambino, rivolto al cielo,
sembrava trasportare la Vergine verso l'alto: verso la dimora
del suo sposo celeste.
"L'artista che ha fatto questa scultura, più di seicento anni
fa, sapeva quello che voleva esprimere," ha commentato lui.
Si sono uditi dei passi sul pavimento di legno. Una donna
è entrata e ha acceso una candela davanti all'altare maggiore.
Noi non ci siamo mossi per alcuni minuti, rispettando il
silenzio della sua preghiera.
'L'amore non viene mai a poco a poco,' pensavo mentre lo
vedevo assorto nella contemplazione della Vergine. Il giorno
prima, il mondo aveva un senso anche senza la sua presenza.
Adesso avevo bisogno che lui mi fosse accanto per poter
distinguere l'autentico fulgore delle cose.
Quando la donna è uscita, lui ha ripreso a parlare.
"L'artista conosceva la Grande Madre, la Dea, il volto misericordioso di Dio. Finora non sono riuscito a rispondere a
una tua domanda. Mi hai chiesto: 'Dove hai appreso tutto
ciò?"'
E vero, gliel'avevo domandato, e lui mi aveva già risposto.
Ma ho taciuto.
"Ebbene, l'ho appreso come questo artista," ha proseguito.
"Ho accettato l'amore che scaturiva dall'alto. Mi sono lasciato guidare. Ricorderai certamente quella lettera in cui ti
dicevo che volevo entrare in un monastero. Non te l'ho mai
raccontato ma, alla fine, ci sono entrato."
Mi sono subito ricordata la conversazione prima della
conferenza. Il mio cuore ha cominciato a battere più velocemente e io ho cercato di fissare lo sguardo sulla Vergine. Lei
sorrideva.
'Non è possibile.' ho pensato. 'Ci sarà pure entrato, ma ne
è uscito. Per favore, dimmi che sei uscito dal seminario.'
"Avevo già vissuto intensamente la mia gioventù," ha proseguito lui, senza intuire i miei pensieri. "Conoscevo altri
popoli e altri paesaggi. Avevo già cercato Dio ai quattro
angoli del pianeta. Mi ero già innamorato di altre donne e
avevo lavorato per molti uomini. facendo diversi mestieri."
Altra fitta. "E' necessario che io faccia attenzione perché
l'Altra non ritorni,' mi sono detta, mantenendo lo sguardo
fisso sul sorriso della Vergine.
"Il mistero della vita mi affascinava, volevo comprenderlo
fino in fondo. Ricercai le risposte dove mi si diceva che qualcuno sapeva qualcosa. Andai in India e in Egitto. Conobbi
maestri di magia e di meditazione. Vissi con alchimisti e
sacerdoti. E scoprii ciò che avevo bisogno di scoprire che la

verità è sempre là dove esiste la fede."
La verità è sempre là dove esiste la fede. Ho guardato di
nuovo la chiesa intorno a me, le pietre consumate, tante
volte abbattute e quindi ricollocate al loro posto. Che cosa
spingeva l'uomo a insistere, a impegnarsi tanto per ricostruire quel piccolo tempio, in un luogo remoto, fra montagne
così alte?
La fede.
"I buddisti erano dalla parte della ragione, così come gli
induisti, gli indios, i musulmani e gli ebrei. Ogniqualvolta
l'uomo avesse seguito, con sincerità d'animo, il cammino
della fede. sarebbe stato in grado di unirsi a Dio e compiere
miracoli.
"Ma limitarsi a saperlo non serviva: era necessario fare una
scelta. Scelsi la Chiesa cattolica perché in essa sono stato
educato, e la mia infanzia è impregnata dei suoi misteri. Se
fossi nato ebreo, avrei scelto l'ebraismo. Dio è lo stesso,
anche se ha mille nomi: ma per chiamarlo si deve sceglierne
uno."
Di nuovo i passi nella chiesa.
Si è avvicinato un uomo, fermandosi a guardarci. Poi ha raggiunto l'altare maggiore e ha tolto i due candelabri. Doveva
essere il custode della chiesa.
Mi sono ricordata del sorvegliante di quell'altra cappella
che non voleva lasciarci entrare. Ma stavolta l'uomo non ci
ha detto niente.
"Stasera ho un appuntamento," ha detto lui, appena l'uomo è uscito.
"Per favore, continua quello che stavi raccontando. Non
cambiare argomento."
"Entrai in un seminario qui vicino. Per quattro anni, studiai più che potei. In quel periodo, presi contatto con gli
Illuminati, con i Crismatici, con le diverse correnti che cercavano di aprire porte chiuse da lungo tempo. Scoprii che
Dio non era quel giustiziere che mi spaventava nell'infanzia.
C'era tutto un movimento per tornare all'innocenza originaria del cristianesimo."
"Intendi dire che, dopo duemila anni, bisognerebbe consentire a Gesù di far parte della Chiesa," ho detto, con una
certa ironia.
"Puoi anche scherzarci, ma è proprio così. Cominciai ad
apprendere con uno dei superiori del monastero. Mi insegnò
che bisognerebbe sempre accettare il fuoco della Rivelazione,
lo Spirito Santo."
A mano a mano che udivo le sue parole, il cuore mi si
stringeva. La Vergine continuava a sorridere e Gesù Bambi-

no aveva un'espressione gioiosa. Anch'io lo avevo creduto un
giorno, ma poi il tempo, l'età e la sensazione di essere una
persona più logica e più pratica, avevano finito per allontanarmi dalla religione.
Ho pensato a quanto grande fosse il desiderio di recuperare quella fede dell'infanzia che mi aveva accompagnato per
moltissimi anni, facendomi credere negli angeli e nei miracoli. Ma era impossibile riaverla con un semplice atto di
volontà.
"Il mio superiore mi diceva che, se avessi creduto di sapere,
alla fine avrei saputo," ha proseguito. "Cominciai a parlare
da solo quando ero nella mia cella. fregai perché lo Spirito
Santo si manifestasse e mi insegnasse tutto ciò che avevo
bisogno di sapere. A poco a poco cominciai a scoprire che,
mentre parlavo da solo, una voce più saggia diceva le cose al
posto mio."
"Capita anche a me," ho detto, interrompendolo.
Lui si aspettava che proseguissi. Ma io non sono riuscita
ad aggiungere altro.
"Ti ascolto," ha insistito lui.
Qualcosa mi aveva bloccato la lingua. Lui diceva cose
tanto belle; io non sapevo esprimermi con altrettanta nobiltà.
"L'Altra sta cercando di tornare," ha detto lui, come se
indovinasse il mio pensiero. "L'Altra ha sempre paura di dire
delle sciocchezze."
"Sì," ho risposto, facendo il possibile per vincere la paura.
"Molto spesso, quando parlo con qualcuno e mi entusiasmo
per un argomento. finisco per dire cose che non ho mai pensato prima. E come se attivassi un'intelligenza che non mi
appartiene e che, della vita, ne capisce molto più di me. Ma
capita di rado. Di solito, in qualsiasi conversazione, io preferisco ascoltare. Così ho l'impressione di apprendere qualcosa
di nuovo, anche se finisco sempre per dimenticare tutto."
"La nostra grande sorpresa siamo noi stessi," ha detto lui.
"Una fede grande quanto un granellino di senape può smuovere quelle montagne laggiù. E ciò che ho appreso. E oggi
mi sorprendo quando ascolto le mie stesse parole.
"Gli apostoli erano pescatori, analfabeti e ignoranti. Ma
accettarono la fiamma che scendeva dal cielo. Non si vergognarono della propria ignoranza: ebbero fede nello Spirito
Santo.
"E questo il dono per chi vorrà accettarlo. Basta solo credere, accettare e non aver paura di commettere errori."
La Vergine continuava a sorridere lì davanti a me. Lei aveva
avuto moltissimi motivi per piangere, eppure sorrideva.

"Continua a raccontare," ho detto.
"Si tratta di questo," ha risposto. "Accettare il dono. Allora
il dono si manifesta."
"Non è proprio così."
"Non mi capisci?"
"Sì, ti capisco. Ma sono come tutti gli altri: ho paura.
Penso che questo si verifichi per te, o per il mio vicino, ma
non certo per me. Mai."
"Un giorno cambierà. Quando capirai che siamo come
quel bambino che è qui davanti a noi e che ci sta guardando."
"Ma fino ad allora, penseremo tutti di essere giunti vicino
alla luce e non riusciremo ad accendere la nostra fiamma."
Non mi ha risposto.
"Non hai finito di raccontarmi la storia del seminario," ho
detto, dopo un po'.
"Sono ancora in seminario."
E prima che potessi reagire, si è alzato, incamminandosi
verso il centro della chiesa.
Io non mi sono mossa. Mi girava la testa, non capivo nulla
di quanto stava accadendo. In seminario!
Era meglio non pensare. La diga si era rotta, l'amore inondava la mia anima e io non potevo più controllarlo. C'era
ancora una via d'uscita: l'Altra. Lei era dura perché debole,
fredda perché timorosa, ma io non la volevo più. Non potevo più vedere la vita attraverso i suoi occhi.
Un suono ha interrotto i miei pensieri: un suono acuto,
prolungato, come di un flauto gigantesco. Il mio cuore ha
fatto un balzo.
Un altro suono. E poi un altro. Ho guardato dietro di me:
c'era una scala di legno che conduceva a una sorta di piattaforma, in contrasto con l'armonia e la bellezza gelida della
pietra. Su di essa si poteva ammirare un antico organo.
E lui era lassù. Non distinguevo il suo viso perché era
buio, ma sapevo che era lì.
Mi sono alzata e lui mi ha chiamata.
"Pilar!" ha detto, con voce carica di emozione. "Resta
dove sei!"
Ho obbedito.
"Che la Grande Madre mi ispiri," ha proseguito. "Che la
musica sia la mia preghiera di oggi."
E ha cominciato a suonare l'Ave Maria. Dovevano essere le
sei del pomeriggio, l'ora dell'Angelus, l'ora in cui la luce e le
tenebre si confondono. Il suono dell'organo riecheggiava
nella chiesa vuota, si fondeva con le pietre e le statue cariche
di storia e di fede.

Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che la musica mi pervadesse, si fondesse con me, che purificasse la mia anima dalle
paure e dalle colpe, che mi facesse rammentare che ero pur
sempre migliore di quanto pensassi, più forte di quanto credessi.
Ho provato un immenso desiderio di mettermi a pregare.
Da quando avevo lasciato il cammino della fede era la prima
volta che accadeva una simile cosa. Benché fossi seduta su un
banco, la mia anima era lì inginocchiata ai piedi di quella
Signora davanti a me, al cospetto di quella donna che aveva
detto:
"Sì,
quando avrebbe potuto dire:
"No",
e l'angelo ne avrebbe cercata un'altra, e lei non avrebbe
avuto alcun peccato agli occhi del Signore, perché Dio conosce ogni debolezza dei propri figli. Ma lei aveva detto:
"Sia fatta la tua volontà",
anche quando comprese di ricevere, insieme alle parole
dell'angelo, tutto il dolore e la sofferenza del proprio destino.
E gli occhi del suo cuore riuscirono a scorgere il diletto figlio
allontanarsi da casa, gli uomini che lo seguivano e poi lo
negavano, ma:
"Sia fatta la tua volontà".
anche quando, nel momento più sacro della vita di una
donna, dovette giacere con gli animali di una stalla per partorire, perché così volevano le Scritture:
`'Sia fatta la tua volontà",
anche quando, addolorata, cercò il figlio per le strade e lo
ritrovò nel tempio. E lui le chiese di non ostacolarlo, perché
aveva altri doveri e altri compiti da eseguire:
"Sia fatta la tua volontà",
anche se sapeva che avrebbe continuato a cercarlo per il
resto dei suoi giorni, con il cuore trafitto dal dolore, temendo ogni istante per la sua vita e sapendo che era perseguitato
e minacciato:
"Sia fatta la tua volontà",
anche se, incontrandolo in mezzo alla folla, non era riuscita ad avvicinarsi a lui:
"Sia fatta la tua volontà",
anche se, dopo aver chiesto a un uomo di avvisarlo che lei
era lì, il figlio le aveva fatto rispondere: "Mia madre e i miei
fratelli sono questi che sono con me."
"Sia fatta la tua volontà",
anche se, alla fine, tutti erano fuggiti e ai piedi della croce,
a sopportare le risa dei nemici e la vigliaccheria degli arnici,

erano rimasti solo lei. un'altra donna e un uomo:
"Sia fatta la tua volontà."
Sia fatta la tua volontà, Signore. Perché tu conosci la debolezza del cuore dei tuoi figli e a ciascuno concedi solo il fardello che può sopportare. Che tu comprenda il mio amore,
perché è l'unica cosa che possiedo realmente, l'unica cosa
che potrò portare con me nell'altra vita. Fa' che esso si mantenga coraggioso, puro e sempre vivo, malgrado gli abissi e le
trappole del mondo.
Il suono dell'organo era cessato e il sole si era nascosto dietro
le montagne, come se entrambi fossero regolati dalla stessa
mano. La sua supplica era stata ascoltata; la musica era stata
la sua preghiera. Ho aperto gli occhi: la chiesa era completamente buia, se non fosse stato per quella candela solitaria
che illuminava la statua della Vergine.
Ho sentito di nuovo i suoi passi, che ritornavano a me. La
luce di quell'unica candela ha illuminato le mie lacrime e il
mio sorriso: non era bello come quello della Vergine, ma
dimostrava che il mio cuore era vivo.
Lui è rimasto lì a fissarmi, mentre io guardavo lui. La mia
mano ha cercato la sua e l'ha trovata. Adesso, era il suo cuore
a battere con più rapidità: riuscivo quasi a sentirlo, perché
eravamo di nuovo in silenzio.
La mia anima, però, era serena e il mio cuore in pace.
Ho stretto forte la sua mano e lui mi ha abbracciata. Siamo
rimasti lì, ai piedi della Vergine, non so per quanto, perché il
tempo sembrava essersi fermato.
Lei ci guardava. La giovane adolescente di campagna che
ha detto "sì" al proprio destino. La donna che ha accettato di
portare nel proprio ventre il figlio di Dio e nel cuore l'amore
della Dea. Lei era in grado di capire
Io non volevo chiedere niente. Erano bastati i momenti
trascorsi nella chiesa, quel pomeriggio, per giustificare il
viaggio. Erano suffìcienti i quattro giorni vissuti con lui per
salvare quell'intero anno in cui non era accaduto nulla di
particolare.
Perciò non volevo chiedere niente. Siamo usciti dalla chiesa tenendoci per mano e siamo tornati in camera. Mi girava
la testa: il seminario, la Grande Madre. l'appuntamento che
lui aveva quella sera.
Allora mi sono resa conto che entrambi volevamo legare le
nostre anime allo stesso destino. Ma c'era un seminario in
Francia, c'era Saragozza. Ho sentito il mio cuore stringersi.
Ho guardato le case medievali, il pozzo della notte precedente. Ho ricordato il silenzio e l'espressione triste dell'Altra
che ero stata un tempo.



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