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Mark Rowlands Il lupo e il filosofo .pdf



Nome del file originale: Mark Rowlands - Il lupo e il filosofo.pdf
Autore: HGW

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Mark Rowlands
IL LUPO E IL FILOSOFO
Lezioni di vita dalla natura selvaggia
The Philosopher and the Wolf:
Lessons from the Wild on Love, Death and Happiness, 2008

“Credo di aver capito perché ho amato Brenin così tanto e perché sento
così dolorosamente la sua mancanza, adesso che non c’ è più.
Lui mi ha insegnato una cosa che non avrei mai imparato con i mezzi
dell’ istruzione ufficiale, cioè che in una qualche antica parte della mia
anima viveva ancora un lupo”.
Mark Rowlands, giovane e inquieto docente di filosofia in un'università
americana, legge per caso su un giornale una singolare inserzione, si
incuriosisce e risponde. Qualche ora dopo è il padrone felice di un cucciolo
di lupo, a cui dà nome Brenin ("re" in gallese antico). Per undici anni, sarà
lui la presenza più importante nella vita del professore, che seguirà
ovunque: assisterà alle sue lezioni acciambellato sotto la cattedra, incurante
degli iniziali timori e del successivo entusiasmo degli studenti, ne
condividerà avventure, gioie e dolori, lo accompagnerà nei suoi spostamenti
dall'America all'Irlanda alla Francia, dove Mark si trasferisce dopo aver
troncato quasi ogni legame con i suoi simili. E sarà, soprattutto, una fonte
continua di spunti di riflessione e idee filosofiche perché, contrariamente
allo stereotipo che ne fa un emblema del male, della ferocia, del lato oscuro
dell'umanità, il lupo è per Rowlands metafora di luce e di verità, la guida
per un viaggio interiore alla scoperta della propria più intima e segreta
identità: "Il lupo è la radura dell'anima umana ... svela ciò che rimane
nascosto nelle storie che raccontiamo su noi stessi". La sua natura selvaggia
e indomabile, infatti, rivela a chi gli sta accanto un modo di vivere e di fare
esperienza del mondo non solo radicalmente diverso da quello degli uomini,
ma forse anche più autentico e appagante perché immune da doppi fini, da
ogni atteggiamento di calcolo e manipolazione.
Divertente e acuto, profondo e bizzarro, a tratti drammatico, e costellato
di una miriade di episodi curiosi che sono l’ inevitabile corollario di un così
strano ménage, Il lupo e il filosofo è la storia struggente della meravigliosa
amicizia tra Mark e Brenin, raccontata con grande passione e suggestione
emotiva. Ma è anche la storia di un filosofo che impara a guardare ai temi
fondamentali della sua ricerca (il senso della vita, l’ essenza della felicità, la
natura del tempo, i misteri dell’ amore e della morte) con occhi veramente
nuovi solo dopo averli visti riflessi negli occhi di Brenin, il suo fiero e
incorrotto alter ego animale.

Mark Rowlands insegna filosofia all’ Università di Miami. Autore di
numerosi saggi e articoli specialistici, ha pubblicato due libri di
divulgazione filosofica: The Philosopher at the End of the Universe (2002)
e Everything I Know I learned from TV (2005).

Indice

Capitolo Uno La radura
Capitolo Due Fratello lupo
Capitolo Tre Decisamente non civilizzato
Capitolo Quattro La Bella e la Bestia
Capitolo Cinque L'ingannatore
Capitolo Sei La ricerca della felicità e i conigli
Capitolo Sette Una stagione all'inferno
Capitolo Otto La freccia del tempo
Capitolo Nove La religione del lupo
Ringraziamenti

A Emma

Uno. La radura

Questo libro racconta la storia di un lupo di nome Brenin. Per oltre un
decennio - buona parte degli anni Novanta e i primi anni del Duemila - ha
vissuto con me. Costretto a convivere con un intellettuale irrequieto e
giramondo, è diventato uno straordinario viaggiatore, essendo stato negli
Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Irlanda e infine in Francia. Ha anche
ricevuto, in gran parte involontariamente, più istruzione universitaria
gratuita di qualsiasi lupo mai esistito. Come vedrete, lasciarlo solo
comportava terribili conseguenze per la mia casa e le mie proprietà, per cui
ho dovuto portarlo al lavoro con me e, dato che sono professore di filosofia,
ciò ha significato portarlo alle mie lezioni. Lui se ne stava acciambellato
sotto la cattedra o disteso in un angolo dell'aula a sonnecchiare, come molti
dei miei studenti, mentre io pontificavo monotono su questo o quel filosofo.
A volte, quando la lezione risultava particolarmente noiosa, Brenin si tirava
su a sedere e ululava, un'abitudine che gli aveva assicurato le simpatie dei
miei studenti, i quali con ogni probabilità lo avrebbero imitato volentieri.
Ma questo è anche un libro su ciò che significa essere un uomo, non come
entità biologica bensì come creatura in grado di fare cose che nessun'altra
creatura può fare. Nelle storie che raccontiamo su noi stessi, la nostra
unicità è un ritornello abituale. Secondo alcuni, tale unicità consiste nella
capacità di creare cultura e di proteggerci così dalla natura, «rossa di zanne
e di artigli». Altri sottolineano il fatto che siamo le uniche creature in grado
di capire la differenza tra il bene e il male, e di conseguenza siamo le uniche
creature davvero in grado di essere buone o cattive. Alcuni affermano che
siamo unici perché abbiamo la ragione: siamo animali razionali, i soli in un
mondo di bestie irrazionali. Altri ritengono che sia l'uso del linguaggio a
distinguerci nettamente dagli animali, privi della parola. C'è chi sostiene che
siamo unici perché siamo i soli dotati di libero arbitrio e di libertà d'azione.
Altri credono che l'unicità umana si basi sul fatto che siamo i soli capaci di
amare. Alcuni dicono che soltanto noi sappiamo comprendere la natura e
l'essenza della vera felicità. Altri, infine, ritengono che siamo unici perché
siamo i soli consapevoli del fatto che moriremo.
Io non accredito nessuna di queste tesi come la testimonianza di un
profondo abisso tra noi e le altre creature. Loro fanno alcune cose che noi
pensiamo non siano in grado di fare. E noi non siamo in grado di fare alcune

cose che pensiamo di poter fare. Per il resto, bè, è soprattutto una questione
di livello, piuttosto che di genere. La nostra unicità sta invece, e
semplicemente, nel fatto che noi ci raccontiamo tali storie e, soprattutto,
possiamo davvero indurre noi stessi a crederci. Se volessi definire gli esseri
umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle
storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono
animali creduloni.
In questi tempi oscuri non vale certo la pena sottolineare che le storie che
raccontiamo su noi stessi possono essere la più importante causa di
divisione tra un essere umano e l'altro. Tra la credulità e l'ostilità, spesso il
passo è breve. Ciò che mi interessa, tuttavia, sono le storie che ci
raccontiamo per distinguerci non l'uno dall'altro, ma dagli altri animali: le
storie su ciò che ci rende umani. Ogni storia possiede quello che potremmo
definire un lato oscuro, cioè getta un'ombra. E tale ombra dev'essere cercata
dietro quello che la storia dice: è lì che troveremo ciò che la storia dimostra
e che probabilmente risulterà oscuro sotto almeno due punti di vista. In
primo luogo, ciò che la storia dimostra è spesso un lato poco lusinghiero,
addirittura sgradevole, della natura umana. In secondo luogo, quello che la
storia dimostra è in genere difficile da vedere. Questi due aspetti non sono
disgiunti. Noi uomini abbiamo una spiccata abilità a sorvolare sugli aspetti
di noi stessi che troviamo spiacevoli. E ciò si estende alle storie che
raccontiamo per spiegare noi stessi a noi stessi.
Il lupo è, naturalmente anche se ingiustamente, il tradizionale emblema
della faccia oscura dell'umanità. Il che è paradossale sotto molti punti di
vista, non ultimo quello etimologico. In greco, «lupo» si dice lykos, una
parola così simile all'aggettivo leukos, «bianco», «splendente» (e quindi tale
da evocare la luce), che i due termini sono stati spesso associati. Può darsi,
quindi, che tale associazione sia derivata semplicemente da errori di
traduzione, oppure che fra le due parole ci fosse un nesso etimologico più
profondo. Ma, quale che fosse la ragione, Apollo veniva considerato il dio
sia del sole sia dei lupi. E in questo libro è proprio il collegamento tra il
lupo e la luce l'elemento importante. Pensate al lupo come a una radura
nella foresta. Nelle viscere della foresta ci può essere troppo buio per
riuscire a vedere gli alberi, mentre la radura è il luogo che consente a ciò
che era nascosto di essere svelato. Il lupo, come cercherò di dimostrare, è la
radura nell'anima umana. Il lupo svela ciò che rimane nascosto nelle storie
che raccontiamo su noi stessi, ovvero ciò che quelle storie dimostrano ma
non dicono.
Noi siamo nell'ombra del lupo. Una cosa può gettare un'ombra in due
modi: ostacolando la luce o essendo la fonte di luce che altre cose

ostacolano. Ci sono le ombre proiettate da un uomo e quelle create da un
fuoco. Con l'espressione «ombra del lupo» intendo non l'ombra proiettata
dal lupo stesso, ma quella che noi creiamo ostacolando la sua luce. E
guardarci di nuovo a partire da questa ombra è proprio quello che non
vogliamo conoscere di noi stessi.
Brenin è morto qualche anno fa. Mi trovo ancora a pensare a lui tutti i
giorni. A molti questo potrà sembrare una manifestazione di affetto
eccessiva: dopotutto, era solo un animale. Ma sebbene adesso la mia vita
sia, sotto tutti i punti di vista più importanti, migliore che mai, io mi sento
più povero. È davvero difficile spiegare perché, e per molto tempo io stesso
non l'ho capito. Ora credo di avere trovato la risposta: Brenin mi ha
insegnato qualcosa che nel mio lungo percorso nelle istituzioni scolastiche
ufficiali nessuno mi aveva mai insegnato, né avrebbe potuto insegnarmi. E
si tratta di una lezione difficile da tenere a mente con il giusto grado di
chiarezza ed entusiasmo adesso che Brenin non c'è più. Il tempo guarisce,
ma lo fa attraverso la cancellazione. Questo libro è il tentativo di fissare
sulla carta quella lezione prima che svanisca per sempre.
Un mito irochese narra di una scelta che una volta quel popolo dovette
compiere. Ne esistono diverse versioni. Propongo la più semplice. Venne
convocato il consiglio delle tribù per decidere dove trasferirsi per la nuova
stagione della caccia, ma nessuno sapeva che il luogo alla fine prescelto era
abitato dai lupi. Secondo la leggenda, gli irochesi vennero ripetutamente
attaccati e via via decimati dai branchi. Si trovarono così di fronte a un
dilemma: spostarsi altrove o uccidere i lupi. Ma si resero subito conto che la
seconda opzione li avrebbe disonorati e li avrebbe resi quel tipo di persone
che non volevano essere. E così si spostarono. Per non ripetere lo stesso
errore, decisero che in occasione di tutte le successive riunioni del consiglio
si sarebbe nominato un rappresentante del lupo, il cui intervento sarebbe
stato sollecitato dalla domanda: «Chi parla per il lupo?».
Questa, naturalmente, è la versione irochese del mito. Se ci fosse una
versione «lupesca», sono sicuro che sarebbe molto diversa. Eppure, nel
racconto c'è del vero. Cercherò di dimostrare che, in generale, ciascuno di
noi ha l'anima di una scimmia. Non investirò troppo nella parola «anima».
Con «anima» non intendo necessariamente una parte di noi, immortale e
incorruttibile, che sopravvive alla morte del corpo. Può darsi che l'anima sia
questo, ma ne dubito. Oppure può darsi che l'anima sia semplicemente la
mente, e che la mente sia semplicemente il cervello. Ma dubito anche di
questo. Nell'accezione in cui uso tale termine, l'anima degli esseri umani si
rivela nelle storie che raccontano su se stessi: storie sul perché sono unici;

storie che noi uomini possiamo davvero indurci a credere, a dispetto di tutte
le prove contrarie. Ciò che ho intenzione di dimostrare è che si tratta di
storie raccontate da scimmie: storie in cui struttura, tema e contenuto sono
palesemente scimmieschi.
In questo contesto uso la scimmia come metafora di una tendenza che
esiste, in misura maggiore o minore, in ognuno di noi. In tal senso, alcuni
esseri umani sono più scimmie di altri. Anzi, alcune scimmie sono più
scimmie di altre. La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in
termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella
cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita
come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle
probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la
tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i
propri scopi. La scimmia applica questo principio tanto alle altre scimmie
quanto - se non di più - al resto del mondo naturale. La scimmia è la
tendenza ad avere non amici, ma alleati. La scimmia non guarda i suoi
simili, li tiene d'occhio. E intanto aspetta l'occasione giusta per ottenere
qualche vantaggio. Vivere, per la scimmia, è attendere di colpire. La
scimmia è la tendenza a basare i rapporti con gli altri su un unico principio,
immutabile e inesorabile: che cosa puoi fare per me, e quanto mi costerà
fartelo fare? Inevitabilmente, questa consapevolezza che anche le altre
scimmie hanno la stessa natura avrà un effetto boomerang, permeando e
infettando la visione che la scimmia ha di se stessa. E così essa pensa alla
propria felicità come a qualcosa che può essere misurato, pesato,
quantificato e calcolato.
E pensa all'amore negli stessi termini. La scimmia è la tendenza a ridurre
le cose più importanti della vita a una questione di analisi costi- benefici.
Questa, vorrei ribadirlo, è una metafora di cui mi servo per descrivere una
tendenza umana. Tutti noi conosciamo persone simili. Le incontriamo sul
lavoro e nel tempo libero, siamo stati seduti di fronte a loro a un tavolo da
riunioni o a quello di un ristorante. Ma tali persone sono solo
estre-mizzazioni del tipo umano fondamentale. Sospetto che la maggior
parte di noi sia così più di quanto ci rendiamo conto o ci piaccia ammettere.
Ma perché definisco scimmiesca questa tendenza? Gli esseri umani non
sono l'unica specie di scimmie che sa soffrire o godere dell'intera gamma
delle emozioni «umane». Come vedremo, altre scimmie possono provare
amore, così come possono sentire un dolore tanto intensamente da morirne.
Possono avere amici, e non solo alleati. Ciononostante questa tendenza è
scimmiesca nel senso che è resa possibile dalle scimmie; più precisamente,

da un certo tipo di sviluppo cognitivo che è avvenuto nelle scimmie e, per
quanto ne sappiamo, in nessun altro animale. La tendenza a vedere il mondo
e coloro che ci vivono in termini di costi- benefici, a pensare alla vita, e a
ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere
quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie. E, fra
tutte le scimmie, è in noi che tale tendenza trova la sua espressione più
completa. Ma c'è anche una parte della nostra anima che esisteva già molto
tempo prima che diventassimo scimmie - prima, cioè, che questa tendenza
potesse afferrarci nella sua morsa - ed è nascosta nelle storie che
raccontiamo su noi stessi. È nascosta, ma può essere scoperta.
L'evoluzione opera per accrescimento graduale. Nell'evoluzione non
esiste una tabula rasa, una lavagna pulita: l'evoluzione lavora solo con ciò
che esiste e non ritorna mai al tavolo da disegno. Così, per citare l'esempio
più banale, i tratti grottescamente distorti dei pesci piatti - nei quali gli occhi
si sono spostati su un solo lato - dimostrano che le pressioni evolutive che li
hanno spinti a specializzarsi nel giacere sul fondo del mare hanno agito su
pesci che si erano originariamente sviluppati per altri scopi e che, pertanto,
avevano gli occhi posizionati sulle superfici laterali, anziché dorsali.
Analogamente, nello sviluppo degli esseri umani l'evoluzione è stata
costretta a lavorare con ciò che era dato. Il nostro cervello è essenzialmente
una struttura storica: è sulle fondamenta di un primitivo sistema limbico un sistema che condividiamo con i nostri antenati simili a rettili - che si è
sviluppata la corteccia dei mammiferi, una cui versione particolarmente
robusta caratterizza gli esseri umani.
Non intendo suggerire che le storie che raccontiamo su noi stessi, e in cui
crediamo, sono prodotti dell'evoluzione come gli occhi dei pesci piatti o il
cervello dei mammiferi. Credo però che si sviluppino in modo analogo:
attraverso un accrescimento graduale, in cui nuovi strati narrativi si
sovrappongono a temi e strutture preesistenti. Non c'è una lavagna pulita
per le storie che raccontiamo su noi stessi. Cercherò di dimostrare che, se
guardiamo con sufficiente attenzione e se sappiamo dove e come guardare,
in ogni storia narrata dalle scimmie troveremo anche un lupo. E il lupo ci
dice - è questa la sua funzione nella storia - che i valori della scimmia sono
rozzi e inutili. Ci dice che ciò che conta nella vita non è mai una questione
di calcolo. Ci ricorda che ciò che ha davvero valore non può essere
quantificato o barattato. Ci rammenta che a volte dobbiamo fare ciò che è
giusto, quali che siano le conseguenze.
Tutti noi, penso, siamo più scimmia che lupo. In molti di noi il lupo è
stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione delle nostre vite. Ma è a
nostro pericolo che permettiamo al lupo di morire. Alla fine i complotti

della scimmia non porteranno a nulla; l'intelligenza della scimmia ti tradirà
e la sua fortuna si esaurirà. Sarà in quel momento che scoprirai ciò che è
veramente importante nella vita. E non si tratterà di quello che ti hanno
procurato i tuoi complotti, le tue capacità e la tua fortuna, ma di ciò che
resta quando complotti, capacità e fortuna ti avranno abbandonato. Tu sei
molte cose. Ma il tu più importante non è quello che ordisce complotti: è
quello che resta dopo che sono falliti. Il tu più importante non è quello che
si compiace della sua astuzia: è quello che resta quando l'astuzia ti lascia per
morto. Il tu più importante non è quello che cavalca la fortuna: è quello che
resta quando la fortuna ti gira le spalle. Alla fine la scimmia ti deluderà
sempre. La domanda più importante che puoi farti è: quando ciò accade, chi
e che cosa resta?
Ci ho messo molto tempo, ma alla fine credo di avere capito perché ho
amato Brenin così tanto e perché sento così dolorosamente la sua mancanza,
adesso che non c'è più. Brenin mi ha insegnato qualcosa che la mia vasta
cultura non poteva insegnarmi: che in una qualche antica parte della mia
anima viveva ancora un lupo.
A volte è necessario lasciare parlare il lupo che c'è in noi per mettere a
tacere l'incessante chiacchiericcio della scimmia. Questo libro è un tentativo
di parlare per il lupo nell'unico modo che conosco.
«L'unico modo che conosco» è risultato essere molto diverso da ciò che
avevo in mente. Ho impiegato parecchio per scrivere questo libro. Alla fin
fine ci ho lavorato per quasi quindici anni. I pensieri che contiene, infatti,
hanno richiesto molto tempo per essere pensati. A volte le ruote girano
lentamente. Il testo è nato dalla mia vita con un lupo, ma per certi versi ho
ancora la concreta sensazione di non capire che cosa sia.
In un certo senso, è un'autobiografia. Tutti i fatti qui descritti sono
successi. Sono successi a me. Ma sotto molti altri aspetti non è
un'autobiografia, o perlomeno non una buona autobiografia. Se qui c'è un
protagonista, quello non sono certo io. Io sono solo un'insignificante
comparsa che si aggira goffamente in secondo piano. Le buone
autobiografie sono popolate di comprimari, mentre qui tali personaggi si
caratterizzano sostanzialmente per la loro assenza: ci sono forse i fantasmi
delle altre persone della mia vita, ma questo è tutto. Per proteggere la
privacy di questi fantasmi, poiché non so se sarebbero entusiasti di essere
citati, ne ho cambiato i nomi. E in presenza di altre cose che desidero
proteggere scopro di essere stato molto evasivo nei dettagli relativi a tempi
e luoghi. Le buone autobiografie sono particolareggiate ed esaurienti. Qui,
invece, i dettagli sono scarsi e la memoria è selettiva. Il testo si basa su ciò
che ho imparato dalla mia vita con Brenin ed è organizzato intorno a quelle

lezioni. Di conseguenza mi sono concentrato perlopiù su quegli eventi della
nostra vita in comune che risultavano pertinenti ai pensieri che volevo
sviluppare. Altri episodi, alcuni significativi, sono stati ignorati e presto
svaniranno nel tempo. Quando specifici dettagli di avvenimenti, persone o
storie minacciavano di soverchiare i pensieri che desideravo sviluppare, li
ho eliminati implacabilmente.
Ma se questo libro non è la mia storia personale, alla fine non è nemmeno
la storia di Brenin. Naturalmente il testo ruota intorno a varie vicende
avvenute nel corso della nostra vita in comune, ma solo raramente cerco di
capire che cosa stesse accadendo nella mente di Brenin in quei momenti.
Malgrado una convivenza più che decennale, non sono sicuro di avere la
competenza per esprimere giudizi del genere, se non nei casi più semplici. E
molti degli avvenimenti che racconto e dei temi di cui discuto non sono
affatto semplici. Sono fermamente convinto che in queste pagine Brenin sia
una presenza concreta e dominante, ma vi compare anche in un modo del
tutto diverso: come un simbolo o una metafora di una parte di me, una parte
che, forse, non c'è più. Così a volte mi abbandono a discorsi metaforici su
ciò che il lupo «sa». Se venissero intese come una valutazione empirica
sull'effettivo contenuto della mente di Brenin, tali affermazioni sarebbero
ridicolmente antropomorfe. Ma, ve l'assicuro, non vanno intese in questo
senso. Così come, quando parlo delle lezioni che ho imparato da Brenin, si
tratta di lezioni viscerali e fondamentalmente non cognitive. Sono state
apprese non dallo studio di Brenin, ma dal fatto che lui e io abbiamo
percorso insieme il cammino delle nostre vite. E molte di quelle lezioni le
ho capite solo dopo che Brenin se n'era andato.
Questo libro non è neppure un testo di filosofia, almeno non nel senso
stretto che sono stato abituato a considerare e che i miei colleghi
approverebbero. Ci sono ragionamenti, ma non c'è alcuna ordinata
progressione dalle premesse alla conclusione. La vita è troppo scivolosa per
premesse e conclusioni. Sono colpito, invece, dal sovrapporsi degli
argomenti di discussione. Sono colpito da come un tema che avevo deciso
di trattare e di collocare in un determinato capitolo riesca a riproporsi con
forza in seguito, in una forma nuova e diversa. A quanto pare, questa è una
conseguenza della natura dell'indagine. Raramente la vita si concede di
occuparsi di se stessa e di darsi un ordine.
I pensieri che informano ciò che ho scritto sono miei, ma al tempo stesso,
e in un senso molto importante, non lo sono. E non perché siano di qualcun
altro, anche se è chiara l'influenza di pensatori come Nietzsche, Heidegger,
Camus, Kundera e Richard Taylor. Piuttosto, e ancora una volta devo

ricorrere alla metafora, credo che certi pensieri possano emergere solo nello
spazio tra un lupo e un uomo.
Nei primi tempi della nostra convivenza, Brenin e io avevamo l'abitudine
di trascorrere qualche weekend a Little River Canyon, nell'angolo
nordorientale dell'Alabama, dove montavamo (illegalmente) una tenda.
Passavamo il tempo rabbrividendo per il freddo e ululando alla luna. Il
canyon era stretto e profondo, e solo con riluttanza il sole si apriva
faticosamente la strada tra le fitte betulle e le querce dei druidi, e una volta
che aveva superato il margine occidentale del canyon, le ombre si
congelavano in un blocco compatto. Dopo circa un'ora di cammino lungo
un sentiero abbandonato, Brenin e io entravamo nella radura. Se avevamo
calcolato bene i tempi, questo accadeva nel momento in cui il sole dava il
suo bacio d'addio al canyon e una luce dorata si rifletteva in quello spazio
aperto. E gli alberi, in gran parte nascosti dalla penombra ormai da un'ora, si
stagliavano in tutto il loro antico e potente splendore. La radura è lo spazio
che permette agli alberi di emergere dall'oscurità alla luce. I pensieri che
danno forma a ciò che ho scritto sono emersi in uno spazio che non esiste
più, e non sarebbero stati possibili - almeno per me - senza quello spazio. Il
lupo non c'è più, e quindi non c'è più nemmeno quello spazio. Quando
rileggo questo libro, rimango colpito da quanto mi risultino estranei i
pensieri che contiene. Il fatto che sia stato io a pensarli è per me una strana
scoperta. Questi non sono pensieri miei perché, pur credendo in essi e
ritenendoli veri, non sarei più capace di pensarli. Questi sono i pensieri della
radura. Sono i pensieri che esistono solo nello spazio tra un lupo e un uomo.

Due. Fratello lupo

Brenin non stava mai sdraiato o accucciato nel retro della mia jeep. Gli
piaceva sempre vedere che cosa stava arrivando. Una volta avevamo
viaggiato in auto da Tuscaloosa, in Alabama, fino a Miami - circa 1300
chilometri - e ritorno, e Brenin era rimasto in piedi per tutto il tragitto,
oscurando con la sua ingombrante mole buona parte del sole e tutto il
traffico alle nostre spalle. Ma quella volta, durante il breve viaggio fino a
Béziers, non rimase in piedi: non ce la faceva. E fu allora che capii che
ormai non c'era più niente da fare. Lo stavo portando nel luogo dove
sarebbe morto. Mi ero detto che se si fosse alzato in piedi, anche solo per
una parte del viaggio, mi sarei concesso un altro giorno: altre ventiquattr'ore
perché accadesse un miracolo. Ma adesso sapevo che era finita. Quello che
era stato il mio amico per gli ultimi undici anni se ne sarebbe andato. E io
non sapevo che tipo di persona avrebbe lasciato dietro di sé.
Il buio inverno francese non avrebbe potuto contrastare di più con quella
luminosa serata in Alabama, all'inizio di maggio, poco più di dieci anni
prima, quando avevo portato nella mia casa e nel mio mondo un Brenin di
sei settimane. Nel giro di due minuti dal suo arrivo - e non sto affatto
esagerando - aveva sfilato dalle guide le tende (di entrambe le finestre!) del
soggiorno e le aveva gettate a terra. Poi, mentre io cercavo di riappenderle,
aveva trovato la strada per arrivare in giardino e sotto la casa. Sul retro
l'edificio era rialzato da terra ed era possibile accedere allo spazio
sottostante attraverso una porta in un muro di mattoni, porta che ovviamente
avevo lasciato socchiusa.
Brenin riuscì ad andare sotto la casa e poi procedette - metodicamente,
meticolosamente e, soprattutto, rapidamente - a staccare e strappare ognuno
dei flessibili tubi rivestiti di materiale isolante che convogliavano l'aria
fredda dalle macchine del condizionatore alla casa attraverso varie
bocchette nel pavimento. Era l'atteggiamento caratteristico di Brenin - il suo
«marchio di fabbrica» - verso tutto ciò che era nuovo e sconosciuto. Gli
piaceva vedere che cosa sarebbe successo. Esplorava, valutava. E poi
distruggeva. Era mio da un'ora e mi era già costato mille dollari:
cinquecento per comprarlo e cinquecento per riparare l'impianto dell'aria
condizionata. Una cifra che, a quei tempi, era pari a circa un ventesimo del
mio stipendio lordo annuo. Questo tipo di schema si sarebbe ripetuto, in

modi spesso innovativi e fantasiosi, per tutti gli anni della nostra
convivenza. I lupi non sono economici.
Perciò, se state pensando di acquistarne uno - o anche solo un incrocio
lupo- cane -, la prima cosa che voglio dirvi è: non fatelo! Non fatelo mai,
non pensateci neppure. I lupi non sono cani. Ma se persistete scioccamente
in questa idea, allora devo avvertirvi che la vostra vita sta per cambiare per
sempre.
Era il mio primo lavoro e lo facevo da un paio d'anni: assistente di
filosofia all'università dell'Alabama, in una città che si chiama Tuscaloosa.
Tuscaloosa è un termine degli indiani choctaw che significa «Guerriero
nero» e la città è attraversata dall'imponente Black Warrior River, il «fiume
del Guerriero nero». Tuscaloosa è nota soprattutto per la sua squadra
universitaria di football, la Crimson Tide, che i membri della comunità
locale sostengono con un fervore più che religioso, anche se non ci vanno
leggeri neppure con la religione. Penso che sia giusto affermare che sono
molto più sospettosi nei confronti della filosofia, e chi può biasimarli? La
vita era piacevole. Mi divertivo fin troppo a Tuscaloosa. Ma ero cresciuto in
compagnia dei cani - perlopiù cani grossi, come gli alani - e ne sentivo la
mancanza. E così un pomeriggio mi trovai a leggere gli annunci economici
del «Tuscaloosa News».
Per buona parte della loro relativamente giovane vita, gli Stati Uniti
hanno perseguito una politica di sistematica eliminazione dei lupi: armi da
fuoco, veleno, trappole, qualsiasi mezzo venisse ritenuto necessario. Il
risultato è che non ci sono virtualmente più lupi selvatici in libertà nei
quarantotto Stati continentali. Ora che questa politica è stata abbandonata, i
lupi sono ricomparsi in alcune aree del Wyoming, del Montana, del
Minnesota e in qualche isola dei Grandi Laghi: Isle Royale, al largo della
costa settentrionale del Michigan è l'esempio più famoso, grazie soprattutto
alle pionieristiche ricerche sui lupi ivi effettuate dal naturalista David Mech.
Di recente, tra le vibranti proteste degli allevatori, sono stati reintrodotti lupi
addirittura a Yellowstone, il più famoso parco naturale americano.
Questa rinascita della popolazione dei lupi, tuttavia, non ha ancora
raggiunto l'Alabama o, in generale, gli Stati del Sud. Ci sono moltissimi
coyote. E ci sono alcuni lupi rossi nelle paludi della Louisiana e del Texas
orientale, anche se nessuno sa bene che cosa siano: potrebbero benissimo
essere il risultato di una storica ibridazione lupo- coyote. Ma i lupi delle
foreste, o lupi grigi come vengono a volte chiamati (non correttamente, dato
che possono essere anche neri, bianchi e marroni), sono un ricordo remoto
nel Sud degli Stati Uniti.

Perciò rimasi piuttosto sorpreso quando lo sguardo mi cadde su un
particolare annuncio: «Vendonsi cuccioli di lupo, 96 per cento». Dopo una
breve telefonata, saltai in auto e puntai verso Birmingham, un viaggio di
circa un'ora in direzione nordest, non sapendo bene che cosa mi aspettassi
da quella spedizione. E fu così che, poco dopo, mi ritrovai faccia a faccia e
occhi negli occhi con il lupo più grosso di cui avessi mai sentito parlare, o
che avessi mai visto. Il proprietario mi accompagnò sul retro della casa per
mostrarmi la stalla e il recinto degli animali. Quando il lupo padre, che si
chiamava Yukon, ci sentì arrivare balzò contro la porta della stalla, proprio
mentre giungevamo lì davanti, dando l'impressione di essersi materializzato
dal nulla.
Era enorme, imponente e, ritto sugli arti posteriori, un po’ più alto di me.
Dovetti alzare lo sguardo per osservarne il muso e gli strani occhi gialli. Ma
furono le sue zampe a rimanermi indelebilmente impresse nella memoria.
La gente non si rende conto - di sicuro non me ne rendevo conto io - di
quanto siano grandi le zampe dei lupi. Molto più di quelle dei cani. Furono
le zampe ad annunciare l'arrivo di Yukon e la prima cosa che vidi quando
saltò per sporgersi al di sopra della porta della stalla. E adesso pendevano
dalla sommità della porta, molto più grandi dei miei pugni, come guanti da
baseball pelosi.
C'è una domanda che la gente mi rivolge spesso, non su questo specifico
episodio - è la prima volta che ne parlo con qualcuno -, ma in generale sul
fatto di possedere un lupo: non hai mai paura di lui? La risposta,
naturalmente, è no. Mi piacerebbe pensare che rispondo così perché sono
una persona eccezionalmente coraggiosa, ma è un'ipotesi che non
reggerebbe mai di fronte alla grande quantità di prove contrarie. Prima di
salire su un aereo, per esempio, ho bisogno di farmi parecchi robusti
bicchierini. Perciò, disgraziatamente, credo che l'attribuzione di un coraggio
buono per tutte le occasioni non sia sostenibile. In presenza dei cani, però,
sono molto rilassato. E ciò si deve in gran parte alla mia educazione: sono il
prodotto disfunzionale di una famiglia piuttosto disfunzionale. Per fortuna,
e per quello che posso dire, tale disfunzionalità era limitata alle nostre
interazioni con i cani.
Quando avevo due o tre anni, facevamo un gioco con Boots, il nostro
labrador. Boots si sdraiava e io mi sedevo a cavalcioni su di lui, afferrando
il collare. A quel punto mio padre lo chiamava e Boots, che da giovane era
veloce come un fulmine, in un istante scattava in piedi e si metteva a
correre.

Il mio compito, e lo scopo del gioco, consisteva nel rimanere aggrappato
al suo collare e cavalcare sulla sua groppa. Non ci riuscivo mai. Era come se
io fossi un set di piatti, posate e bicchieri sulla tavola apparecchiata e
qualcuno mi strappasse la tovaglia da sotto. A volte la tecnica da mago
canino di Boots era così precisa che mi ritrovavo, con lo sguardo confuso,
seduto esattamente nel punto in cui lui un attimo prima se ne stava disteso.
Altre volte Boots era un po’ meno preciso e io ruzzolavo a terra. Ma in quel
gioco qualsiasi dolore fisico veniva trattato come la piccola seccatura che in
effetti era e io mi rialzavo allegramente, supplicando di poterci riprovare
ancora. Probabilmente oggi, nella nostra cultura cronicamente avversa al
rischio e nevrotica al solo pensiero di fratture infantili, un gioco del genere
non sarebbe possibile. Quasi certamente qualcuno telefonerebbe ai servizi
sociali per l'infanzia, forse alla protezione animali, o magari a entrambi. Ma
io so che detestai il giorno in cui mio padre mi disse che ero diventato
troppo grosso e pesante per continuare quel gioco con Boots.
Se guardo al mio passato, mi rendo conto che in fatto di cani la mia
famiglia, e di conseguenza io, non siamo del tutto normali. Spesso
prendevamo alani dai canili pubblici. A volte erano animali adorabili, altre
volte erano decisamente psicotici. Blue, un alano a cui con scarsa
immaginazione era stato imposto - ma non da noi - quel nome a causa del
suo colore, è un ottimo esempio a tal proposito. Blue aveva circa tre anni,
quando i miei genitori lo salvarono. E non fu difficile capire perché si
trovasse in un canile. Blue aveva un hobby: mordere in modo casuale e
indiscriminato persone e altri animali. In realtà non è del tutto esatto: i
morsi non erano affatto casuali o indiscriminati. Blue aveva - diciamo così diverse idiosincrasie. Una era quella di non permettere a nessuno di uscire
dalla stanza in cui si trovava lui. Se volevi andartene, doveva sempre esserci
qualcuno che distraeva Blue. Naturalmente se questo qualcuno se ne fosse
voluto andare, avrebbe avuto bisogno a propria volta di un'altra persona che
distraesse l'alano. La grande ruota della vita di Blue girava così. Se ti
dimenticavi di distrarlo adeguatamente prima di lasciare la stanza, il
risultato era una cicatrice permanente nel posteriore. Chiedete a mio fratello
Jon.
L'anomalia della mia famiglia si manifestava non solo nella disponibilità
ad accettare le idiosincrasie di Blue, invece di spedirlo dal veterinario con
un biglietto di sola andata, come avrebbe fatto qualsiasi famiglia normale,
ma anche e soprattutto nel modo in cui consideravano questo aspetto
abbastanza irritante della personalità dell'alano come fonte di grande ilarità,
anzi, come un gioco piuttosto divertente. La maggior parte della gente
probabilmente avrebbe pensato, a ragione, che Blue era un costante pericolo

per gli arti e forse per la vita e che, tutto sommato, il mondo sarebbe stato
migliore senza di lui. Ma ai miei familiari quel gioco piaceva. Credo che
tutti loro abbiano ancora le cicatrici delle idiosincrasie di Blue, e non solo
nel posteriore. Blue aveva anche altre idiosincrasie. Io fui l'unico a
sfuggirgli, ma solo perché, quando lui entrò in scena, io ero già uscito di
casa per frequentare l'università. In ogni caso le cicatrici erano viste non
come motivo di compassione o preoccupazione, ma come occasioni di
generali prese in giro e benevola derisione.
La pazzia, naturalmente, è una caratteristica di famiglia ed era forse
troppo aspettarsi che io ne fossi esente. Qualche anno fa, in un paesino
francese, mi trovai impegnato in un gioco quotidiano con una femmina di
Dogo argentino che abitava vicino a casa mia. Il dogo è un cane bianco
grande e possente, un po’ la versione sovradimensionata del pit bull, e in
Gran Bretagna è stato messo al bando dalla legge sulle razze canine
pericolose. Ogni volta che mi vedeva, la cucciola di dogo si fiondava
eccitata contro la recinzione del suo giardino e si drizzava sulle zampe
posteriori perché la accarezzassi. Crescendo, continuò a comportarsi nello
stesso modo. Ma a un certo punto evidentemente decise che, tutto sommato,
poteva essere una buona idea anche quella di mordermi. Per mia fortuna, i
dogo sono grandi e grossi, ma non veloci. E neppure particolarmente
intelligenti: potevo quasi vedere le rotelle che le giravano dentro la testa
mentre valutava le possibilità e le conseguenze di un eventuale morso. E
così tutti i giorni ripetevamo lo stesso gioco. Io passavo davanti al giardino,
lei correva alla recinzione, io le davo qualche colpetto sulla testa e lei si
godeva le coccole per alcuni secondi, annusandomi la mano e
scodinzolando allegramente. Ma poi all'improvviso irrigidiva il corpo e
contraeva la bocca. E poi scattava all'attacco. Se devo essere sincero, credo
che i suoi fossero tentativi poco convinti. Io le piacevo abbastanza, ma lei si
sentiva obbligata a mordermi a causa dei soggetti con cui mi accompagnavo
(come vedremo, aveva buone ragioni per trovare poco simpatiche le mie
frequentazioni, in particolare una di esse). Io ritraevo la mano con tempismo
perfetto, lei richiudeva le fauci a vuoto e io la salutavo con un à plus tard,
augurandole miglior fortuna per l'indomani. Non mi piace pensare che la
stavo tormentando. Era solo un gioco e io ero davvero curioso di vedere
quanto tempo ci sarebbe voluto prima che smettesse di cercare di mordermi.
Non smise mai.
Comunque sia, non ho mai avuto paura dei cani. E questa confidenza si è
estesa con naturalezza anche ai lupi. Salutai Yukon come avrei salutato un
alano mai visto prima: in modo rilassato e amichevole, ma rispettando
comunque le consuete regole. Yukon risultò non assomigliare affatto a Blue

e neppure alla mia amica dogo. Era un lupo di buon carattere, fiducioso e
amichevole. Ma i fraintendimenti possono verificarsi anche con gli animali
migliori. La ragione più tipica per cui un cane morde - e sospetto che lo
stesso valga per i lupi - è l'avere perso di vista la mano di chi gli si avvicina.
Le persone allungano la mano oltre il muso del cane per dargli un colpetto
nella zona posteriore della testa o sul collo. Perdendo di vista la mano, il
cane si innervosisce, sospetta un possibile attacco e, di conseguenza, morde.
È un morso dovuto alla paura, il tipo di morso più comune. Così permisi a
Yukon di annusarmi la mano e gli feci qualche coccola sulla parte anteriore
del collo e sul petto, finché non si abituò alla mia presenza. Andammo
subito d'amore e d'accordo.
La madre di Brenin si chiamava Sitka, come un particolare tipo di abete
rosso, credo. Era alta come Yukon, ma più slanciata e non certo così
massiccia. Con il corpo lungo e snello, aveva più l'aria del lupo, perlomeno
stando alle foto di lupi che avevo visto. Esistono numerose sottospecie di
lupi. Sitka, mi venne detto, era un lupo della tundra dell'Alaska. Yukon,
invece, era un lupo della valle del Mackenzie, nel Nordovest del Canada. Le
loro diverse caratteristiche fisiche riflettevano l'appartenenza alle rispettive
sottospecie.
Sitka era troppo occupata con i sei orsacchiotti che le scorrazzavano tra le
zampe per dedicarmi molta attenzione. «Orsacchiotti» è il termine migliore
che mi viene in mente per descrivere quelle sei creature: rotonde, morbide,
pelose e prive di spigoli. Alcuni erano grigi e altri marroni, tre erano maschi
e tre femmine. La mia intenzione originaria era quella di dare solo
un'occhiata ai cuccioli e poi tornarmene a casa e riflettere attentamente e
razionalmente sulla domanda se fossi davvero pronto ad assumermi la
responsabilità di un lupo, e così via. Ma non appena vidi i cuccioli, capii
subito che me ne sarei portato a casa uno. Quel giorno stesso. Anzi, mi
sembrò di non essere abbastanza veloce a estrarre dalla tasca il libretto degli
assegni. E quando l'allevatore mi informò che non accettava assegni, mi
sembrò di non guidare abbastanza in fretta verso il più vicino bancomat per
procurarmi i contanti.
Scegliere il cucciolo fu più facile di quanto avessi pensato. La cosa
fondamentale era che volevo un maschio. Ce n'erano tre. Il più grosso dei
maschi - in realtà il più grosso dell'intera cucciolata - era grigio e, intuivo,
sarebbe diventato la copia esatta del padre. Sapevo abbastanza di cani da
rendermi conto che sarebbe stato un animale problematico. Senza paura,
energico, dominante sui fratelli e sulle sorelle, era chiaramente destinato a
diventare il maschio alfa e avrebbe richiesto un supplemento di impegno e
di controllo. Ripensai a Blue e, visto che quello sarebbe stato il mio primo

lupo, decisi che la prudenza doveva superare il coraggio. Scelsi quindi il
secondo cucciolo più grosso. Era marrone e il suo colore mi faceva pensare
a un piccolo leone. Di conseguenza lo chiamai Brenin, che in gallese
significa «re». Senza dubbio si sarebbe sentito mortificato, se avesse saputo
che gli era stato dato un nome da felino.
Ma non aveva proprio niente del felino. Sembrava piuttosto uno di quei
cuccioli di grizzly che si vedono su Discovery Channel mentre seguono la
madre in giro per il Denali National Park in Alaska. All'età di sei settimane
Brenin era marrone con una spruzzata di nero, ma con la pancia chiara, una
pennellata color crema che partiva dalla punta della coda e arrivava fin sotto
il muso. E, come un orsacchiotto, era massiccio: grosse zampe, grossa
ossatura degli arti e grossa testa. Gli occhi erano di un giallo molto scuro,
quasi color miele, una caratteristica che non cambiò mai. Non direi che
fosse «socievole», almeno non nel senso in cui lo sono i cuccioli di cane. E
non era, neppure con uno sforzo di immaginazione, entusiasta, esuberante o
ansioso di piacere. Il suo tratto comportamentale dominante era invece il
sospetto, anche questa una caratteristica che non sarebbe mai cambiata:
tranne che nei miei confronti.
È strano. Ricordo tutti questi particolari su Brenin, Yukon e Sitka.
Ricordo di avere sollevato Brenin all'altezza del mio viso e di averlo
guardato in quei suoi occhi gialli. Ricordo la sensazione fisica che mi diede,
con la sua soffice pelliccia di cucciolo, mentre lo tenevo tra le mani. Vedo
ancora chiaramente Yukon che, ritto sugli arti posteriori, mi fissa, lasciando
dondolare le grandi zampe dalla sommità della porta della stalla. Vedo i
fratelli e le sorelle di Brenin che scorrazzano nel recinto, ruzzolano l'uno
sull'altro e si rialzano allegri. Dell'uomo che mi ha venduto Brenin, invece,
non riesco a ricordare praticamente nulla. Era già iniziato un processo che si
sarebbe accentuato con il trascorrere degli anni: stavo cominciando a far
passare in secondo piano gli esseri umani. Un lupo assume il controllo della
tua vita in un modo che un cane raramente riesce a fare. E a poco a poco la
compagnia degli uomini diventa sempre meno importante. Ricordo i dettagli
di Brenin, dei suoi genitori e dei suoi fratelli: che aspetto avevano, che
sensazione fisica davano, che cosa facevano, i versi che emettevano. Riesco
perfino a ricordare il loro odore. I minimi particolari, in tutta la loro
vivacità, complessità e ricchezza, sono ancor oggi chiari nella mia mente
come lo erano allora. Del proprietario dei lupi, invece, ricordo solo i tratti
generici, l'essenziale. Rammento la sua storia - almeno credo -, ma non
ricordo l'uomo.
Si era trasferito in Alabama dall'Alaska, portando con sé una coppia di
lupi da riproduzione. Tuttavia è contro la legge - non so bene se statale o

federale - acquistare, vendere o possedere lupi purosangue. È permesso
acquistare, vendere e possedere incroci lupo- cane e per legge la più alta
percentuale di lupo consentita, rispetto al cane, è il 96 per cento.
L'allevatore mi assicurò che a tutti gli effetti erano lupi, non incroci lupocane. Dato che fino a poche ore prima non avevo neppure avuto idea di
poter possedere un lupo- cane, in realtà non me ne importava. Gli diedi i
cinquecento dollari che avevo prelevato al bancomat, in pratica quasi
svuotando il mio conto corrente, e portai Brenin a casa quel pomeriggio
stesso. Dopodiché lui e io cominciammo a definire i termini del nostro
rapporto.
Dopo l'iniziale impeto distruttivo, che durò circa quindici minuti, Brenin
cadde in una profonda depressione. Si rintanò sotto la mia scrivania e si
rifiutò di uscire e di mangiare. La cosa durò un paio di giorni. Pensai che si
sentisse distrutto dalla perdita dei fratelli e delle sorelle. Mi dispiaceva
tantissimo per lui e mi sentivo molto in colpa. Avrei voluto potergli
comprare un fratello o una sorella perché gli tenesse compagnia, ma
semplicemente non avevo i soldi. Nel giro di due o tre giorni, comunque,
l'umore di Brenin cominciò a migliorare. E fu allora che la prima regola del
nostro reciproco accordo divenne chiara, anzi molto chiara. La regola era
che Brenin non doveva mai, in nessuna circostanza e per nessuna ragione,
essere lasciato da solo in casa. Qualunque deroga a questa regola
comportava conseguenze terribili per la casa e per il suo contenuto. Il
destino toccato alle tende e ai tubi dell'aria condizionata era solo un
modesto assaggio delle reali capacità di Brenin al riguardo. Le suddette
conseguenze includevano la distruzione di tutto il mobilio e dei tappeti, per
i quali, in particolare, era prevista anche l'opzione dell'insozzamento. Ho
imparato che i lupi si annoiano molto, molto in fretta: trenta secondi da soli
in genere sono fin troppi. Quando si annoiava, Brenin masticava cose o ci
faceva la pipì sopra, oppure le masticava e poi ci faceva la pipì sopra. Molto
raramente, arrivava perfino a fare la pipì sugli oggetti per poi masticarli, ma
credo che questo succedesse perché, in preda all'eccitazione, non si
ricordava più a che punto era arrivato nella sequenza delle operazioni. In
ogni caso la conclusione era che, ovunque io andassi, Brenin doveva venire
con me.
Naturalmente la regola del «dove vai tu, vengo anch'io», quando l"«io» in
questione è un lupo, preclude quasi tutte le attività remunerative. Questa è
solo una delle tante ragioni per non diventare mai proprietari di un lupo. Io
però ero fortunato. Tanto per cominciare, facevo il professore universitario
e non dovevo comunque presentarmi al lavoro molto spesso. Inoltre Brenin
arrivò durante la pausa estiva universitaria di tre mesi, per cui in realtà al

lavoro non dovevo andarci per niente. Ebbi quindi tutto il tempo per
rendermi adeguatamente conto della grandissima passione di Brenin per la
distruzione e per prepararlo a venire al lavoro con me, visto che non potevo
in alcun modo evitarlo.
C'è chi dice che non è possibile addestrare i lupi. Non è così: è possibile
addestrare quasi qualunque animale, se si trova il sistema giusto. È questa la
cosa difficile. Con un lupo ci sono moltissimi modi per fallire, ma, per
quello che ne so, ce n'è solo uno per avere successo. Ciò, comunque, è quasi
altrettanto vero con i cani. Forse l'idea sbagliata più comune è credere che
l'addestramento abbia qualcosa a che fare con l'ego. L'addestramento viene
visto come una battaglia di volontà, nella quale il cane dev'essere costretto a
adeguarsi. L'errore in questo caso consiste nel considerare l'addestramento
come un fatto troppo personale. Il padrone interpreta qualsiasi rifiuto da
parte del cane come un affronto personale, un insulto alla propria virilità (in
genere è l'uomo a vedere l'addestramento in questi termini). E a quel punto,
naturalmente, si arrabbia. La prima regola nell'addestramento dei cani è, o
dovrebbe essere, tenere presente che non c'è nulla di personale.
L'addestramento non è una battaglia di volontà: per chi la pensa così il
risultato sarà disastroso. Se si cerca di addestrarlo in tal modo, con ogni
probabilità un grosso cane aggressivo finirà per diventare nient'affatto
simpatico.
L'errore opposto è pensare che l'obbedienza dell'animale si possa ottenere
non con il dominio, ma con le ricompense. Le ricompense possono
assumere forme diverse. Alcuni lanciano ossessivamente prelibatezze in
bocca al cane per premiarlo anche dopo il più semplice dei compiti. Il
risultato più ovvio sarà un cane grasso che si rifiuterà di obbedire al suo
padrone quando sospetterà che non ci siano bocconcini in vista, o quando
sarà distratto da qualcosa - un gatto, un altro cane, un podista - che gli
sembrerà più interessante del cibo. Più spesso, però, la ricompensa si
trasforma in una serie di insulsi complimenti che il proprietario rivolge al
cane - «Bravo cagnone», «Che cane intelligente sei!», «Bravo, così», «A
cuccia», «Che bravo cane sei!» -accompagnandoli con fastidiosi, piccoli
strappi al guinzaglio che, secondo lui, servono a rafforzare il messaggio.
Questo è esattamente il modo di non addestrare un cane e non ha alcuna
probabilità di funzionare nemmeno con un lupo. Se parlate in continuazione
al vostro cane o gli tirate blandamente il guinzaglio, lui non avrà alcun
bisogno di guardarvi. Anzi, non avrà alcun motivo di interessarsi a ciò che
state facendo. Potrà fare quello che gli pare nella certezza che voi gli farete
sapere che cosa sta succedendo... e che lui potrà, a sua scelta, agire di
conseguenza oppure infischiarsene.

Le persone convinte che l'obbedienza dei cani possa essere comprata
pensano - quante volte l'ho sentito dire! - che fondamentalmente l'animale
desideri comportarsi come il suo «padrone» vuole, desideri sempre
compiacerlo, e abbia bisogno soltanto che gli si spieghi con precisione come
farlo. Naturalmente è una sciocchezza. Il vostro cane non desidera obbedirvi
più di quanto voi desideriate obbedire a un'altra persona. Perché dovrebbe?
La chiave per addestrare il vostro cane è riuscire a convincerlo di non avere
scelta. Questo non perché l'animale debba sentirsi lo sconfitto in una
battaglia di volontà, ma perché voi dovete portare nel vostro addestramento
un atteggiamento di calma, ma inesorabile inevitabilità. In una battaglia di
volontà voi dite al lupo: tu farai quello che ti dico, non ti do altra possibilità.
L'atteggiamento con cui addestrare un lupo, invece, è: tu farai quello che la
situazione esige, la situazione non consente altre opzioni. Quello a cui
reagisci non sono io, è il mondo. Magari sarà una magra consolazione per il
lupo, ma questo approccio di sicuro contribuirà ad assegnare all'addestratore
il suo giusto ruolo: non un'autorità dominante e arbitraria i cui ordini
devono essere eseguiti a tutti i costi, ma un educatore che permette al lupo
di capire che cosa il mondo vuole da lui. Il metodo Koehler è, tra tutti i
metodi di addestramento, quello che ha elevato l'atteggiamento di cui parlo
a forma d'arte.
Quando avevo sei o sette anni, il sabato mattina andavo al cinema con i
miei amici. Mia madre mi dava dieci penny e, in compagnia degli altri
ragazzini, mi facevo tre o quattro chilometri a piedi fino in città. Spendevo
cinque penny per il biglietto del cinema e altri tre e mezzo per una lattina di
MacCola, che veniva venduta non da McDonald's, che all'epoca non era
ancora arrivato nel Galles, ma da MacFisheries, una catena di pescherie. Di
quei giorni ricordo un solo film e una sola scena di quel film. Il film è
Robinson nell'isola dei corsari e la scena è quella in cui le avances piuttosto
sgradite di una tigre vengono respinte dai due alani della famiglia. La
sequenza ovviamente mi fece una grande impressione, senza dubbio perché
ero cresciuto in compagnia di alani. La scena era stata realizzata con l'aiuto
di un addestratore di animali, William Koehler. Il mio io di sei anni non
avrebbe mai pensato - ma ne sarebbe stato senza dubbio contento - che
vent'anni dopo avrei utilizzato i sistemi di Koehler per addestrare un lupo.
Questo accadde grazie a una delle fortuite coincidenze che hanno
costellato la mia vita. Pochi mesi prima dell'arrivo di Brenin, nella
biblioteca dell'università dell'Alabama, mi ero imbattuto in un libro: Adam's
Task di Vicki Hearne. La Hearne era un'addestratrice di animali che
coniugava la sua professione con un interesse amatoriale per la filosofia.
Non ci sono molte persone del genere in giro. Va detto che valeva

sicuramente di più come addestratrice che come filosofa, in quanto la parte
filosofica del libro sembrava consistere perlopiù in una versione piuttosto
confusa della filosofia del linguaggio sviluppata dall'austriaco Ludwig
Wittgenstein. Ciononostante, trovai il testo interessante e suggestivo. Se per
quanto riguardava la filosofia del linguaggio la Hearne sembrava avere le
idee non troppo chiare, su un punto, invece, le aveva chiarissime: William
Koehler era di gran lunga il migliore addestratore di cani. Perciò, quando
Brenin entrò in scena, sapevo già dove indirizzarmi: me lo imponeva se non
altro la solidarietà tra filosofi.
Detto tra noi, Koehler era un po’ uno psicopatico. E, in alcune occasioni,
il suo metodo di addestramento comporta certi eccessi che personalmente
non adotterei mai. Per esempio, se il vostro cane continua a scavare buche
in giardino, in base alle istruzioni di Koehler bisogna riempire la buca di
acqua e quindi tuffarvi la testa dell'animale. E poi - attenzione! - ripetere
l'operazione per cinque giorni, indipendentemente dal fatto che il cane abbia
scavato altre buche oppure no. L'idea è suscitare nell'animale una forte
avversione per le buche. Il metodo si basa su solidi principi
comportamentali e quasi certamente funziona. È presumibilmente il tipo di
metodo che ad Abu Ghraib i militari americani hanno adottato per torturare
i rivoltosi e magari anche qualche sfortunato spettatore. (Nel libro di
Koehler non ho trovato alcun riferimento al waterboarding applicato ai cani,
ma sospetto che l'avrebbe approvato.)
Il consiglio di Koehler mi sarebbe stato certamente d'aiuto nella fase di
scavo delle tane di Brenin - una «fase» durata quasi quattro anni -, durante
la quale il mio giardino, e non solo il mio, venne trasformato in qualcosa di
simile alla Somme. Ma non ho mai avuto il coraggio di seguirlo: ho sempre
tenuto molto di più a Brenin che al giardino. E in ogni caso quello scenario
da guerra di trincea aveva un certo fascino, che dopo un po’ arrivai ad
apprezzare.
Tuttavia, eliminati gli eccessi, scoprirete che il metodo Koehler, in
generale, si basa su un principio molto semplice ed efficace: il vostro cane/
lupo dev'essere costretto a guardarvi. La chiave dell'addestramento di
Brenin - e sarò eternamente grato a Koehler per avere avuto ragione su
questo punto - fu di convincerlo, in modo calmo, ma inesorabile, che
doveva guardarmi. Fare in modo che l'animale guardi quello che state
facendo, e quindi capisca da voi che cosa deve fare, è la pietra angolare di
ogni regime di addestramento, che l'animale sia un lupo o un cane. Ma è
particolarmente importante nel caso di un lupo, con il quale è più difficile
riuscire nell'impresa. Per i cani è un comportamento naturale, ma i lupi

devono essere persuasi a adottarlo. Le ragioni di questa differenza stanno
nelle rispettive storie.
Negli ultimi decenni sono stati effettuati diversi studi per stabilire se sia
più intelligente il lupo o il cane, studi che, a mio avviso, convergono su
un'unica risposta: nessuno dei due. L'intelligenza dei lupi e quella dei cani
sono diverse perché sono state plasmate da ambienti diversi e sono, quindi,
la risposta a necessità ed esigenze diverse. In linea di massima, il quadro è il
seguente: i lupi se la cavano meglio dei cani in azioni legate alla soluzione
di problemi, mentre i cani se la cavano meglio dei lupi in azioni legate
all'addestramento.
Un'azione legata alla soluzione di problemi implica che l'animale si
impegni in una qualche forma di ragionamento mezzo- fine. Per esempio,
Harry Frank, professore di psicologia all'università del Michigan- Flint,
riferisce che uno dei suoi lupi aveva imparato ad aprire la porta per uscire
dal canile nel recinto esterno. La maniglia doveva essere spinta verso la
porta e poi ruotata. Frank afferma che un cane - un Alaskan Malamute - che
viveva nella stessa struttura, pur avendo osservato quell'operazione
parecchie volte al giorno per sei anni, non aveva mai imparato a farla. Un
incrocio lupo- malamute acquisì la tecnica dopo due settimane. Ma una lupa
imparò ad aprire la porta dopo averlo visto fare dall'incrocio una sola volta,
e non adottò la stessa tecnica: l'incrocio si serviva del muso, lei delle zampe.
Ciò sembrerebbe dimostrare che la lupa aveva capito la natura del problema
e quello che si doveva fare per risolverlo, e che non stava semplicemente
imitando il comportamento dell'incrocio.
I test hanno confermato che i lupi sono superiori ai cani in questo genere
di ragionamento mezzo- fine. I cani però risultano superiori ai lupi nelle
prove che richiedono istruzione o addestramento. In un test di questo tipo,
per esempio, ai cani e ai lupi veniva richiesto di effettuare una svolta a
destra ogni volta che una luce lampeggiava. I cani potevano essere
addestrati a farlo, ma i lupi evidentemente no, almeno non per la durata dei
test.
Nel caso dell'uscita dal canile il problema da risolvere è di tipo
meccanico. Il fine desiderato è uscire nel recinto e c'è un unico mezzo per
raggiungerlo: la maniglia della porta dev'essere manovrata nel modo e
nell'ordine giusto. Nel test di addestramento, invece, non c'è alcuna
relazione meccanica tra la luce lampeggiante e la svolta a destra. Perché a
destra e non a sinistra? E perché una svolta? Il collegamento tra la luce
lampeggiante e il conseguente comportamento richiesto è del tutto
arbitrario.

È facile individuare il motivo di questa differenza tra lupi e cani. I lupi
vivono in un mondo meccanico. Per esempio, se c'è un albero caduto in
equilibrio precario su un masso, il lupo riesce a capire che camminarci sotto
è una cattiva idea. Ciò succede perché, in passato, i lupi che non riuscivano
a capirlo erano di gran lunga più esposti degli altri a incidenti causati dalla
caduta di oggetti. Di conseguenza i lupi che non capivano il rapporto tra
l'albero, il masso e il possibile pericolo avevano meno probabilità di
trasmettere il loro patrimonio genetico di quelli che invece lo capivano. In
questo senso, l'ambiente del lupo seleziona in base all'intelligenza
meccanica.
Prendiamo ora in esame il mondo del cane. Il cane vive in quello che per
lui è un mondo magico, non meccanico. Quando sono in viaggio per lavoro,
telefono a casa per parlare con mia moglie, Emma. La nostra Nina, un
incrocio tra un pastore tedesco e un malamute, si eccita moltissimo quando
sente la mia voce e comincia ad abbaiare e a saltare per tutta la casa. E se
Emma le porge il ricevitore, lei lo lecca con entusiasmo. I cani si trovano a
loro agio con la magia. Chi avrebbe mai pensato che la voce del maschio
alfa del branco potesse materializzarsi dal nulla ogni volta che qualcuno
solleva quel coso dalla forma strana sulla scrivania? E chi avrebbe mai
pensato che toccare un interruttore sulla parete potesse trasformare il buio in
luce? Il mondo del cane non ha senso meccanico. E, anche se l'avesse, i
mezzi per controllarlo esulano dalle possibilità del cane, il quale non può
arrivare all'interruttore, non sa digitare un numero di telefono e non sa
inserire una chiave nella serratura.
A questo punto devo stare attento a non lasciarmi trasportare
dall'entusiasmo, altrimenti correreste il rischio di una conferenza sulla
embodied and embedded cognition, la cognizione incorporata e inclusa. In
ambito professionale la mia notorietà è forse legata al fatto che sono uno
degli artefici di una visione della mente che la considera sostanzialmente
incorporata e inclusa nel mondo che la circonda. Le attività mentali non
hanno meramente luogo nella nostra testa, non sono meri processi cerebrali,
ma coinvolgono anche le attività che svolgiamo nel mondo: in particolare la
manipolazione, la trasformazione e lo sfruttamento di strutture ambientali
pertinenti. E la conferenza a questo punto è già in pieno svolgimento.
Precursore di questa visione fu lo psicologo sovietico Lev Vygotskij che,
con il collega Anton Luria, dimostrò quanto i processi del ricordo e altre
attività mentali fossero cambiati con lo sviluppo di uno dispositivo esterno
per lo stoccaggio delle informazioni. La notevole memoria naturale delle
culture primitive si indebolisce a mano a mano che ci si affida sempre di più
alla scrittura come mezzo per conservare i propri ricordi. Nella cronologia

dell'evoluzione lo sviluppo della scrittura è ovviamente un fenomeno molto
recente, il cui effetto sulla memoria e su altre attività mentali è stato,
nondimeno, molto profondo.
Per farla breve, il cane è stato incluso in un ambiente molto diverso da
quello del lupo e di conseguenza i suoi processi psicologici e le sue capacità
si sono sviluppati in modi molto diversi. In particolare, il cane è stato
costretto a contare su di noi e, cosa ancora più importante, ha sviluppato la
capacità di usarci per risolvere i suoi problemi, cognitivi e non. Per i cani
noi siamo utili dispositivi per l'elaborazione delle informazioni. Noi uomini
siamo parte della mente estesa del cane. Che cosa fa un cane quando si
trova di fronte a un problema meccanico che non riesce a risolvere? Si
procura il nostro aiuto. Proprio mentre sto scrivendo questa frase, mi viene
offerto un esempio, semplice, ma efficace, di questo principio. Nina vuole
uscire in giardino. Non essendo capace di aprire la porta, le si piazza
davanti e mi guarda. Se non l'avessi notata, avrebbe emesso un piccolo
guaito. Ragazza intelligente! L'ambiente del lupo seleziona in base
all'intelligenza meccanica. Ma l'ambiente del cane seleziona in base alla
capacità di usare noi uomini. E per usarci i cani devono essere in grado di
leggerci. Quando un cane intelligente deve affrontare un problema
insolubile, la prima cosa che fa è guardare il volto del suo padrone:
culturalmente inserito in un mondo di magia, trova la cosa naturale. Ma a un
lupo non succede la stessa cosa. La chiave per addestrare un lupo è
convincerlo a fare qualcosa.
Naturalmente tutto ciò è una razionalizzazione a posteriori. All'epoca non
ne sapevo niente. Brenin era già un vecchio lupo, quando ho pubblicato il
mio primo libro su tali argomenti. E sto ancora cercando di affinare questa
visione. Ma è interessante notare come una teoria che avrei sviluppato solo
molti anni dopo mi abbia consentito di capire esattamente la ragione per cui
il metodo che avevo scelto per addestrare il mio lupo era stato così efficace.
E non posso fare a meno di ritenere che il processo di addestramento mi
abbia fatto pensare, a un livello inconscio, nel modo che poi mi ha
consentito di sviluppare la teoria. Se le cose stanno così, potrebbe trattarsi di
una di quelle coincidenze fortuite di cui parlavo.
Seguendo il metodo Koehler, dunque, cominciai l'addestramento di
Brenin comprando una corda di cinque metri, che adattai a guinzaglio.
Brenin e io andavamo nel grande giardino dietro casa, dove piazzavo tre
segnali ben visibili: in questo caso, lunghi paletti di legno conficcati nel
terreno. Fissavo la corda al collare a strozzo di Brenin. Non permettete a
nessuno di dirvi che i collari a strozzo sono crudeli: al contrario, sono
essenziali per un addestramento efficace perché comunicano al cane

esattamente ciò che gli viene richiesto. Il messaggio trasmesso dai collari
normali è di gran lunga meno preciso e, conseguentemente, l'addestramento
richiederebbe più tempo. Camminavo passando da un paletto all'altro, che
sceglievo a caso e decidendo di volta in volta i tempi. Lo facevo rimanendo
impassibile, senza guardare Brenin o perfino ignorandone la presenza.
Per realizzare un programma di addestramento intelligente e riuscito
dovete mettervi sempre nei panni del vostro cane. È ironico, e per me assai
divertente, che alcuni filosofi continuino a chiedersi se gli animali abbiano
una mente, se possano pensare, credere, ragionare, addirittura provare
sentimenti. Una volta o l'altra dovrebbero alzare il naso dai loro libri e
provare a addestrare un cane. Il programma di addestramento vi sorprenderà
sempre con qualcosa di inaspettato. Il vostro cane non farà ciò che si
suppone faccia e voi non riuscirete a trovare la risposta nel libro, neppure in
un testo approfondito ed esauriente come quello di Koehler. A quel punto
non vi resterà che provare a pensare come il vostro cane. E se lo farete, in
genere riuscirete a capire quello che dovete fare.
Mettetevi nei panni di Brenin. Se si lancia in una direzione, ha a
disposizione cinque metri di corda per correre a perdifiato, ma poi viene
strattonato e bloccato bruscamente. L'effetto risulta esasperato se lui scatta
nella direzione opposta a quella in cui io sto camminando. Presto, molto
presto, lui si rende conto che, se vuole evitare questa esperienza sgradevole,
deve stare attento a dove sto andando. All'inizio cerca di osservarmi dalla
distanza limite del guinzaglio. Ma questo lo espone alla possibilità che io
effettui una brusca svolta, allontanandomi da lui, cosa che poi faccio. Così
Brenin mi si avvicina. Adesso cerca di camminare poco più avanti di me,
ma abbastanza indietro da poter vedere con la coda dell'occhio che cosa sto
facendo. Questo, a quanto pare, è assolutamente tipico. Ho corretto tale
comportamento andandogli improvvisamente addosso e colpendolo nelle
costole con un ginocchio, non con cattiveria ma con impassibilità. A questo
punto Brenin comincia a camminarmi dietro: ragazzo intelligente. Ho
corretto anche questo comportamento fermandomi di colpo e camminando
all'indietro, possibilmente pestandogli le zampe. Comprensibilmente, adesso
Brenin cerca di camminare restando il più lontano possibile da me. Ma si
ritrova di nuovo alla massima estensione del guinzaglio, o quasi, e ciò lo
espone a una mia brusca svolta, che naturalmente effettuo subito. E così
siamo di nuovo al punto di partenza. Tutto questo viene eseguito in silenzio
e tranquillamente. È questo l'aspetto calmo, ma inesorabile, del metodo
Koehler. Non c'è niente di personale negli errori di un lupo e non dovete
mai arrabbiarvi con lui.

In breve Brenin esaurisce tutti i modi possibili per non collaborare con
me. Non gli resta che la collaborazione. E così finalmente cammina al mio
fianco.
Alcuni - tra cui dei possessori di lupi - mi dicevano che era impossibile
insegnare a un lupo a camminare al guinzaglio. Si trattava di quel genere di
persone che tengono il proprio lupo, o incrocio lupo- cane o cane, rinchiuso
in un recinto nel giardino dietro casa. E questo, sono convinto, è un atto
criminale per il quale sarebbe opportuna una pena detentiva (cosa che
senz'altro aiuterebbe quelle persone a mettersi nei panni del loro lupo). Io,
in realtà, impiegai non più di due minuti per convincere Brenin a
camminare al guinzaglio. Altri mi dicevano che era impossibile insegnare a
un lupo a camminare al fianco del padrone. Io ci impiegai dieci minuti.
Quando ci fummo impadroniti entrambi delle tecniche fondamentali della
passeggiata al guinzaglio, insegnare a Brenin a camminare senza fu
sorprendentemente facile, perché - cosa fondamentale - lui capiva già quello
che ci si aspettava facesse. All'inizio lavorammo con il guinzaglio ancora
attaccato al collo di Brenin, ma senza che io lo tenessi. Poi, superata con
successo tale fase, passammo all'eliminazione totale del guinzaglio. A
questo punto l'uso di un collare a scaletta è essenziale. Si tratta di una
versione più piccola del collare a strozzo, anche se io in effetti mi servii di
un collare a strozzo per cani di piccola taglia. Se Brenin si allontanava dal
mio fianco, io facevo tintinnare il collare e poi glielo scagliavo contro. Il
dolore del colpo era notevole, ma svaniva in fretta. E, ovviamente, non
provocava alcun danno permanente. Come faccio a saperlo? Perché,
essendo un po’ diffidente su questa parte del metodo Koehler, prima di
metterla in pratica chiesi a un amico di colpirmi due o tre volte con il
collare. In pochissimo tempo Brenin arrivò ad associare il tintinnio del
collare alla successiva esperienza spiacevole e non ci fu più bisogno di
colpirlo. Impiegai quattro giorni (due lezioni di trenta minuti al giorno) a
addestrarlo a camminare al mio fianco senza guinzaglio.
Insegnai a Brenin solo ciò che ritenevo avesse bisogno di sapere. Non vidi
mai motivo di insegnargli esercizi particolari. Se non aveva voglia di
distendersi a pancia in su, perché avrei dovuto imporgli di farlo? Non mi
presi neppure il disturbo di insegnargli a obbedire all'ordine di mettersi a
sedere: che stesse in piedi o seduto, per quanto mi riguardava, era una sua
decisione personale. Camminare al mio fianco divenne rapidamente il suo
comportamento standard. C'erano solo altre quattro cose che doveva sapere:
Vai pure e annusa in giro: «Go on!», vai. Rimani dove sei: «Stay!»,
fermo. Vieni da me: «Here!», qui.

E la più importante di tutte: Non toccare: «Out!», proibito.
Pronunciavo ogni comando con voce gutturale, come un ringhio. In
seguito lavorammo sugli schiocchi delle dita e sui segnali con le mani. Per
la fine dell'estate Brenin era abbastanza - non direi completamente, ma
quasi - padrone di questo basilare linguaggio verbale e non verbale.
Sono eccessivamente compiaciuto di ciò, lo so. Ma l'addestramento è
stato il più grande regalo che io abbia mai fatto a Brenin, un esempio
luminoso di una delle poche cose che ho fatto davvero bene in vita mia.
Alcuni pensano che addestrare cani - e, a maggior ragione, lupi - sia
crudele, come se si spezzasse la loro vitalità o li si costringesse a una
permanente sottomissione. Ma lungi dal sentire la propria vitalità spezzata,
quando un cane o un lupo sa con esattezza che cosa ci si aspetta e che cosa
non ci si aspetta da lui, la sua sicurezza di sé e, quindi, la sua compostezza
aumentano enormemente. È una dura verità il fatto che, come disse
Friedrich Nietzsche, coloro che non sanno darsi disciplina troveranno
qualcun altro che lo farà per loro. E, nei confronti di Brenin, avevo la
responsabilità di essere quel qualcuno. Ma il rapporto tra disciplina e libertà
è profondo e importante: lungi dall'essere il contrario della libertà, la
disciplina è ciò che rende possibili le più alte forme di libertà. Senza
disciplina non c'è autentica libertà, c'è solo licenza.
Nei dieci anni seguenti a volte, durante le nostre passeggiate, ci capitava
di incontrare persone che tenevano costantemente al guinzaglio il proprio
cane - e spesso si trattava di cani molto simili ai lupi, come gli husky o i
malamute -sostenendo che altrimenti l'animale si sarebbe allontanato di
corsa e non sarebbero più riusciti a rimettergli il guinzaglio o addirittura a
rivederlo. Può darsi che fosse vero. Ma di sicuro non doveva essere
necessariamente così. In seguito, all'epoca in cui vivevamo in Irlanda,
Brenin e io passeggiavamo tutti i giorni in campi dove pascolavano greggi
di pecore. Brenin era senza guinzaglio. Devo ammettere che la prima volta
ero un po’ nervoso, anche se forse non quanto lo erano le pecore. Per tutta
la durata della nostra convivenza non ho mai dovuto alzare la voce con
Brenin né ho mai dovuto picchiarlo. Se c'è una cosa di cui sono sicuro, è
che se un lupo può essere addestrato a ignorare totalmente la sua preda
archetipica, allora qualsiasi cane può essere addestrato a venire da voi
quando lo chiamate.
Come vedrete, Brenin avrebbe vissuto quella che, per un lupo, è quasi
certamente una vita senza precedenti. Questo perché, avendone la
possibilità, l'ho sempre portato con me ovunque andassi. Devo ammettere
che la motivazione iniziale è stata la capacità di Brenin di distruggere la
casa se l'avessi lasciato incustodito per una sola mattina mentre facevo

lezione. Ma la possibilità di vivere insieme in modo significativo - invece di
rinchiudere Brenin nel giardino sul retro e dimenticarmelo là - è stata
garantita dal fatto che il mio lupo aveva imparato un linguaggio. Tale
linguaggio ha dato alla sua vita una struttura che altrimenti non avrebbe
potuto avere e, di conseguenza, ha rivelato una serie di possibilità che
altrimenti la sua vita non avrebbe avuto. Bre-nin ha appreso un linguaggio
e, dato che avrebbe vissuto in un mondo umano, più magico che meccanico,
quel linguaggio l'ha reso libero.
Una vita senza precedenti, è ovvio, non è necessariamente una buona vita.
Talvolta mi è stato chiesto: come hai potuto fare una cosa del genere? Come
avevo potuto togliere un animale dal suo ambiente naturale e costringerlo a
vivere una vita che lui doveva trovare del tutto innaturale? Era quasi sempre
un particolare tipo di persona a rivolgermi questa domanda: un accademico
liberal della classe media, con pretese ecologiste e nessuna esperienza o
conoscenza sul possesso di cani. Ma screditare la persona che pone la
domanda, piuttosto che considerare la domanda in sé, è ciò che in filosofia
viene definita «fallacia ad hominem». La domanda in sé è interessante e
dev'essere affrontata.
Prima di tutto potrei sottolineare, penso, che Brenin era nato in cattività e
che, senza l'indispensabile addestramento da parte dei genitori, sarebbe
rapidamente morto, se fosse stato «liberato» nel suo ambiente naturale. Ma
questa risposta non mi porta molto lontano. Pagando denaro in cambio di
Brenin, io perpetuavo un sistema che vedeva allevare lupi in cattività, lupi
che venivano quindi privati della possibilità di agire come la natura aveva
inteso. Perciò la domanda è: come potevo giustificare un'azione simile?
Credo che alla base di tale interrogativo ci sia questa convinzione: un
lupo può sentirsi davvero felice o realizzato solo facendo ciò che la natura si
prefiggeva che facesse, e cioè impegnarsi nei suoi comportamenti naturali,
come cacciare e interagire con gli altri membri del branco. Tale asserzione
può sembrare vera fino all'ovvietà, ma in realtà è difficile da definire. C'è
innanzitutto l'idea piuttosto complessa di ciò che la natura si prefiggeva.
Che cosa si prefigge la natura per un lupo? O, peraltro, che cosa si prefigge
la natura per un umano? O addirittura, in che senso la natura può prefiggersi
qualcosa? Nella teoria dell'evoluzione a volte parliamo, metaforicamente, di
ciò che la natura si prefigge, ma il discorso in sostanza si riduce a questo: la
natura «si prefigge» che le creature trasmettano i loro geni. L'unico senso
concreto che può essere attribuito all'idea delle intenzioni della natura si
fonda sul concetto di successo genetico.

La caccia e la vita nel branco sono strategie usate da animali come i lupi
al fine di soddisfare questo fondamentale imperativo biologico. Perfino i
lupi, tuttavia, possono adottare strategie diverse. A un certo punto della loro
storia, per ragioni ancora poco chiare, alcuni lupi si aggregarono ai gruppi
umani e diventarono cani. Nella misura in cui la natura può avere
intenzioni, questa fu una delle sue intenzioni, né più né meno del fatto che i
lupi restassero lupi.
C'è un utile trucco che ho imparato dalla filosofia: quando qualcuno fa
un'asserzione, cerca di capire quali sono i presupposti di tale asserzione.
Perciò, se qualcuno sostiene che i lupi possono essere felici solo
impegnandosi in comportamenti naturali come cacciare e interagire con il
branco, quali sono i presupposti di questa affermazione? Io credo che, se
esaminiamo i presupposti, ciò che troviamo, almeno nella maggior parte dei
casi, sono espressioni dell'arroganza umana.
Jean- Paul Sartre tentò di definire l'idea dell'essere umano affermando che
per l'uomo, e per l'uomo soltanto, l'esistenza precede l'essenza. È questo il
principio alla base del movimento filosofico che diventò famoso come
esistenzialismo. L'essere dell'uomo, sosteneva Sartre, è essere- per- sé, a
differenza dell'essere di qualsiasi altra cosa, che è meramente essere- in- sé.
Per dirla con Sartre, l'uomo è il solo essere che possiede il proprio poter
essere. Ciò che intendeva dire è che l'uomo deve scegliere come vivere la
propria vita e non può contare su regole o principi predati - religiosi, morali,
scientifici o altro - che gli dicano come farlo. Adottare un particolare
principio, una morale o una religione, per esempio, è un'espressione di
scelta. Per cui, a prescindere da quello che fate e da come vivete, in ultima
analisi si tratterà sempre di un'espressione della vostra volontà. L'uomo,
secondo Sartre, è condannato a essere libero.
L'altra faccia della medaglia è che, per Sartre, tutto il resto non è libero.
Le altre cose, perfino altre cose viventi, possono fare solo ciò che sono state
progettate a fare. Se millenni di evoluzione hanno fatto dei lupi animali
cacciatori che vivono in branco, allora quella per loro sarà l'unica forma di
vita praticabile. Un lupo non possiede un proprio poter essere. Un lupo può
essere solo quello che è. Il presupposto implicito nella nostra domanda come hai potuto fare questo a Brenin? - allora è questo: per un lupo,
l'essenza precede l'esistenza.
Naturalmente non è chiaro se Sartre avesse ragione sulla libertà umana.
Ma ciò che mi interessa è quest'idea più generale di flessibilità esistenziale.
Perché l'uomo, e l'uomo soltanto, dovrebbe essere in grado di vivere la
propria vita in una miriade di modi diversi, mentre ogni altra creatura è
condannata a essere schiava del suo retaggio biologico, una mera serva della

sua storia naturale? Su che cosa può basarsi questa idea, se non su una
forma residua di arroganza umana? Un paio di anni fa, la sera prima di un
volo all'alba per Atene, me ne stavo seduto nel giardino del bar di un
albergo non lontano dall'aeroporto di Gatwick. A un certo punto mi si
avvicinò una volpe, si sedette come un cane a circa un metro da me e
aspettò paziente che le lanciassi qualche pezzetto di cibo, cosa che
naturalmente feci. La cameriera mi informò che la volpe era ormai
un'istituzione di quell'albergo e, a quanto pareva, anche di altri. Provate a
dire a quella volpe che deve impegnarsi nel suo comportamento naturale di
dare la caccia ai topi. Provate a spiegarle che la sua essenza precede la sua
esistenza e che, a differenza di me, non possiede il suo poter essere.
Sminuiamo la volpe, se pensiamo che il suo comportamento naturale si
limiti alla caccia ai topi. Sminuiamo la sua intelligenza e la sua
intraprendenza, se adottiamo una concezione così restrittiva del suo essere,
per dirla con Sar-tre. La cosa naturale per la volpe è il continuo
cambiamento di pari passo con le vicissitudini della storia e della fortuna. E,
di conseguenza, anche questo è l'essere della volpe, ciò che la volpe è.
Non possiamo, è ovvio, liquidare semplicemente i vincoli della storia
naturale. La volpe non sarebbe né felice, né realizzata, se dovesse stare
seduta giorno dopo giorno dentro una gabbia. Né lo sarebbe un lupo. Né lo
sarei io. Tutti noi abbiamo certi bisogni basilari lasciatici in eredità dalla
nostra storia. Ma sarebbe un non sequitur supporre che il lupo e la volpe
siano mere marionette biologiche i cui fili vengono manovrati dalla loro
storia. La loro essenza può vincolare la loro esistenza, ma non può fissarla o
determinarla. Questo vale per la volpe e per il lupo, così come per noi esseri
umani. Nella vita ognuno di noi gioca la mano di carte che gli è stata data.
A volte è così brutta che non possiamo utilizzarla in alcun modo. Ma a volte
non lo è e, in quel caso, possiamo giocarla bene o male. La mano toccata
alla volpe era un rapido sconfinamento urbano da quello che ci piace
pensare come il suo habitat naturale (anche se credo che sia passato molto,
molto tempo da quando questa espressione aveva un significato reale).
Penso che la mia amica volpe stesse giocando la sua mano piuttosto bene, a
giudicare dal modo in cui si spostava da un tavolo all'altro - fermandosi
però solo là dove c'era da mangiare - e si sedeva ad aspettare pazientemente
finché non riceveva l'inevitabile offerta di cibo.
Anche a Brenin è toccata una mano particolare e io credo che l'abbia
giocata molto bene. La mano, comunque, non era poi così male. Brenin
sarebbe potuto finire - come molti lupi e incroci di lupo affidati a padroni
incapaci di gestirli -in una gabbia nel cortile dietro casa. Invece ha avuto
una vita varia e, mi piace pensare, stimolante. Ho fatto in modo che potesse

fare almeno una lunga passeggiata ogni giorno, e il suo addestramento gli
ha permesso di evitare il guinzaglio. Quando le circostanze lo consentivano,
ho fatto sì che avesse la possibilità di impegnarsi in comportamenti naturali,
come cacciare e interagire con altri canidi. Ho fatto del mio meglio perché
non si annoiasse mai, nonostante dovesse assistere alle mie lezioni.
Supporre che Brenin non fosse felice solo perché non faceva quello che
fanno i lupi in natura è poco più di una banale forma di arroganza umana e
sminuisce la sua intelligenza e flessibilità.
Brenin, naturalmente, seguiva le orme dei suoi antenati di circa
quindicimila anni fa rispondendo al richiamo degli esseri civilizzati che
spinse quegli antenati a un rapporto simbiotico, e forse indistruttibile, con la
più potente e crudele delle grandi scimmie. In termini di successo genetico
basta pensare al numero di lupi oggi nel mondo rispetto al numero di cani approssimativamente 400.000 contro 400 milioni - per rendersi conto che si
trattò di una strategia straordinariamente efficace. E supporre che far ciò sia
innaturale per un lupo tradisce una visione abbastanza superficiale di quello
che è naturale. Se a questo si aggiungono l'aspettativa di vita piuttosto breve
dei lupi nel loro ambiente naturale - sette anni sono già tanti - e il tipo di
morte solitamente molto sgradevole che gli tocca, allora forse il richiamo
degli esseri civilizzati non è stato un disastro totale.
Credo che il metodo Koehler che ho usato per addestrare Brenin abbia in
definitiva avuto tanto successo perché rispecchia una certa visione della
natura esistenziale dei cani e dei loro fratelli selvatici, un aspetto forse
nascosto dalla mia caricaturale sottolineatura di certi suoi eccessi. Ciò che
anima il metodo Koehler è una sorta di fede. È la fede nell'idea che l'essenza
di un cane, o di un lupo, non precede la sua esistenza. È la fede nell'idea che
un cane, o un lupo, possiede il suo poter essere esattamente come un uomo.
Per questo bisogna accordare a qualsiasi cane, o lupo, un certo tipo di
rispetto e, conseguentemente, un certo tipo di diritto: un diritto morale. Per
dirlo con le parole di Koehler, è «il diritto alle conseguenze delle sue
azioni». Un lupo non è un burattino di carne che segue ciecamente i dettami
della sua eredità biologica, perlomeno non lo è più di quanto lo siano gli
esseri umani. Un lupo è adattabile, anche se non infinitamente adattabile
(ma chi o che cosa lo è?). Un lupo, non meno di un uomo, può giocare la
mano che gli è stata data. E, ciò che è più importante, voi potete aiutarlo a
giocarla. E a mano a mano che migliora nel gioco, il lupo diventa sempre
più sicuro di sé. Gli piace quello che impara e vuole imparare di più.
Diventa più forte e, di conseguenza, più felice.

Brenin era uno schiavo? Era uno schiavo perché io avevo stabilito i
parametri della sua educazione, determinando così i contorni del suo agire
futuro? Sette anni di scuola secondaria unificata, seguiti da tre anni
all'università di Manchester e da due a quella di Oxford - anni in cui i
parametri della mia educazione sono stati senza dubbio stabiliti da altri hanno fatto di me uno schiavo? Se Brenin è stato uno schiavo, allora lo sono
stato anch'io. Ma, se è così, che cosa significa la parola «schiavo»? Se tutti
noi siamo schiavi, chi è il padrone? E se non c'è un padrone, allora chi è lo
schiavo?
Forse questa argomentazione non è solida quanto credo. Forse il mio
giudizio è offuscato da tutto ciò che Brenin ha fatto per me. Ci sono persone
che adottano un cane e, dopo che la novità si è esaurita, sostanzialmente lo
piantano nel giardino dietro casa e se ne dimenticano. A quel punto il cane
diventa solo un noioso dovere. Bisogna dargli da mangiare e da bere e
questa è la sola interazione tra proprietario e cane: un compito tedioso,
qualcosa che il proprietario non ha voglia di fare, ma che ritiene suo dovere
fare. Alcuni pensano perfino di essere buoni padroni perché danno
regolarmente da mangiare e da bere ai loro animali. Se è così che la pensate,
perché prendersi il disturbo di avere un cane? Non ne ricaverete nulla, se
non l'irritazione quotidiana di dover fare qualcosa che in realtà non avete
voglia di fare. Quando, invece, un cane vive in casa con voi, quando si
inserisce nella vostra vita in modo così completo da diventarne parte, allora
si scopre la gioia. Quello con un cane è come un qualsiasi altro rapporto: ne
ricaverete solo ciò che sarete disposti a mettervi dentro, a lasciarvi entrare.
Lo stesso vale per un lupo. Ma poiché un lupo non è un cane - poiché un
lupo ha eccentricità che un cane non ha - dovrete impegnarvi molto più
duramente per farlo entrare nella vostra vita.
Brenin e io siamo stati inseparabili per undici anni. Cambiavano le case,
cambiava il lavoro, cambiavano i paesi e addirittura i continenti, e gli altri
miei rapporti andavano e venivano - perlopiù andavano -, ma Brenin c'era
sempre: a casa, sul lavoro, nel tempo libero. Era la prima cosa che vedevo la
mattina quando mi svegliavo, soprattutto perché era lui a svegliarmi verso
l'alba, con una grande leccata umida sulla faccia: un'incombente presenza
fatta di alito pesante e lingua ruvida, incorniciata dalla luce incerta del
primo mattino. Questo nei giorni buoni. In quelli cattivi mi svegliava
facendomi cadere in faccia il volatile che aveva catturato e ucciso in
giardino. (Prima regola della convivenza con un lupo: aspettarsi sempre
l'inaspettato.) La mattina si sdraiava sotto la scrivania mentre io scrivevo.
Passeggiava o correva con me quasi ogni giorno. Nel pomeriggio stava in

classe con me mentre facevo lezione. E la sera rimaneva seduto a tenermi
compagnia mentre bevevo il mio Jack Daniel's.
Mi faceva piacere averlo vicino, questo è certo. Ma non c'era solo questo.
Molto di ciò che ho imparato su come vivere e comportarmi l'ho imparato
durante quegli undici anni. Molto di ciò che so della vita e del suo
significato l'ho imparato da Brenin. Che cosa significa essere un uomo io
l'ho imparato da un lupo. E Brenin si è inserito in modo così totale in ogni
sfaccettatura della mia vita, le nostre vite sono diventate così saldamente
intrecciate che sono arrivato a comprendere, perfino a definire, me stesso
nei termini del mio rapporto con lui.
C'è chi sostiene che tenere un animale da compagnia sia sbagliato perché
l'animale diventa una tua proprietà. Tecnicamente suppongo che sia vero. In
un qualche senso legale si potrebbe dire che sono stato il proprietario di
Bre-nin, anche se, dato che per buona parte della sua vita non ho mai avuto
alcun tipo di documento che lo comprovasse, non si capisce come avrei
potuto dimostrarlo in un'aula di tribunale. In ogni caso tale obiezione non
mi ha mai convinto perché, in realtà, si tratta di un non sequitur. Presuppone
che, se sei il proprietario di qualcosa in senso legale, allora questo è l'unico
rapporto che potrai mai avere con quel qualcosa, o, quantomeno, la
proprietà sarà il rapporto dominante che avrai con esso. In effetti, però, ci
sono scarsi motivi per crederlo.
Fondamentalmente, Brenin non era una mia proprietà e di certo non era il
mio animale da compagnia. Era mio fratello. A volte, e sotto certi aspetti,
era il mio fratello minore. In quelle occasioni, e per quei particolari aspetti,
io ero il suo tutore e lo proteggevo da un mondo che lui non capiva e che
non si fidava di lui. In quelle occasioni dovevo decidere che cosa dovevamo
fare e imporre la mia decisione, che Brenin fosse d'accordo oppure no. A
questo punto alcuni miei amici del movimento per i diritti degli animali
cominceranno a lamentarsi degli impari rapporti di potere e del fatto che,
siccome non poteva dare il suo consenso alle mie decisioni, Brenin era di
fatto mio prigioniero. Ma anche in questo caso l'accusa non sembra molto
plausibile. Immaginate che questo mio fratello sia un uomo anziché un lupo.
Se fosse troppo giovane per capire il mondo e le conseguenze delle sue
azioni in quel mondo, non potrei semplicemente abbandonarlo a tali
conseguenze. Come abbiamo visto, Koehler sostiene il diritto del cane alle
conseguenze delle sue azioni. Sono d'accordo, ma, naturalmente, non si
tratta di un diritto assoluto. È ciò che i filosofi definiscono un «diritto prima
facie», un diritto, cioè, che può essere annullato in determinate circostanze.
Se il vostro cane stesse per finire sotto un'auto, magari per avere ignorato le
vostre istruzioni, non gli permettereste semplicemente di subire le

conseguenze delle sue azioni. Al contrario, fareste del vostro meglio per
evitargliele. Esattamente come se sotto l'auto stesse per finire il vostro
fratello più piccolo. Nei limiti imposti dal buonsenso e dalle regole generali
del vivere civile, e quando le conseguenze non fossero troppo gravi o
debilitanti, permetterei al mio fratello minore di subire le conseguenze delle
sue azioni, o di goderne, perché solo così potrebbe imparare. Ma in altre
circostanze sarei tenuto a proteggerlo nel miglior modo possibile, anche se
lui non accettasse la mia protezione. Dire che questo lo renderebbe mio
prigioniero è, a mio parere, il risultato di una determinazione
eccessivamente emotiva a ignorare la distinzione fra tutela e prigionia.
Il concetto di tutela, piuttosto che quello di proprietà, sembra offrire il
modo più plausibile di comprendere il rapporto primario tra le persone
(perlomeno quelle perbene) e i loro compagni animali. Ma, con Brenin
neppure questo concetto sembra funzionare del tutto. E ciò lo ha distinto, e
in modo deciso, da qualsiasi cane abbia mai conosciuto. Solo alcune volte, e
in determinate circostanze, Brenin è stato il mio fratello minore. Altre volte,
e in altre circostanze, è stato il mio fratello maggiore: un fratello che
ammiravo e che, soprattutto, avrei voluto emulare. Come vedremo, non è
stato un compito facile e non sono mai arrivato a realizzarne più di una
frazione. Ma è stato quel tentativo, e il conseguente sforzo, a plasmarmi. La
persona che sono diventato - di questo sono assolutamente convinto - è
migliore di quella che sarei stato senza di lui. E non si può chiedere di più a
un fratello maggiore.
Ci sono modi diversi di ricordare. Quando pensiamo alla memoria,
tendiamo a tralasciare ciò che è più importante a favore di ciò che è più
evidente. Un uccello non vola perché sbatte le ali: tale azione è solo la forza
propulsiva. I veri principi del volo vanno ricercati nella forma delle, ali e
nelle conseguenti differenze della pressione dell'aria che fluisce sulla
superficie superiore e su quella inferiore delle ali stesse. Ma nei primi
tentativi di volo umano, abbiamo tralasciato ciò che era più importante a
favore di ciò che era più evidente: abbiamo costruito macchine che
sbattevano le ali. La nostra comprensione della memoria è simile. Pensiamo
alla memoria come a esperienze coscienti grazie alle quali ricordiamo eventi
o episodi passati. Gli psicologi la definiscono «memoria episodica».
La memoria episodica, credo, è solo lo sbattere delle ali ed è sempre la
prima a tradirci. Non è particolarmente affidabile nella maggior parte dei
casi - decenni di ricerche psicologiche convergono su questa conclusione ed è la prima a sbiadire quando il nostro cervello inizia la sua lunga, ma
inesorabile discesa nell'indolenza, come lo sbattere delle ali di un uccello
che sfuma gradualmente in lontananza.

Ma c'è un altro modo di ricordare, più profondo e più importante: una
forma di memoria a cui nessuno ha mai neppure pensato di dare dignità con
un nome. È la memoria di un passato che si è scritto su di voi, nel vostro
carattere e nella vita con la quale quel carattere ha rapporti. Non siete,
almeno non di solito, coscienti di tali ricordi; spesso sono cose di cui non è
neppure possibile essere coscienti. Ma sono questi ricordi, più di qualsiasi
altra cosa, a rendervi ciò che siete. Si manifestano nelle decisioni che
prendete, nelle azioni che fate e quindi nella vita che vivete.
È nella nostra vita e non, fondamentalmente, nelle nostre esperienze
coscienti che troviamo i ricordi di coloro che non ci sono più. La nostra
consapevolezza è volubile e non degna del compito di ricordare. Il modo
più importante di ricordare qualcuno è essere la persona che quel qualcuno
ci ha reso, almeno in parte, e vivere la vita che quel qualcuno ha contribuito
a plasmare. A volte il qualcuno in questione non è degno di essere ricordato.
In questo caso il nostro compito esistenziale più importante è cancellarlo dal
racconto della nostra vita. Ma quando è degno di essere ricordato, allora
essere la persona che lui ha contribuito a formare e vivere la vita che lui ha
contribuito a modellare non sono solo il modo in cui lo ricordiamo: sono il
modo in cui lo onoriamo.
Io ricorderò sempre il mio fratello lupo.

Tre. Decisamente non civilizzato

A fine agosto Brenin e io ci presentammo all'università dell'Alabama per
la nostra prima lezione insieme. L'estate l'aveva visto crescere in fretta, forte
e robusto. Da orsacchiotto paffuto Brenin si era trasformato in un lupo
lungo, slanciato e spigoloso. Anche se non aveva ancora sei mesi, era già
alto quasi ottanta centimetri al garrese e pesava circa trentacinque chili. Ero
solito pesarlo prendendolo in braccio, con suo grande disappunto, e salendo
sulla bilancia del bagno. Ma i giorni in cui potevo seguire questa procedura
stavano per finire, non tanto perché non riuscissi più a sollevarlo, quanto
perché, presi insieme, stavamo diventando troppo pesanti per la bilancia. I
colori di Brenin erano rimasti gli stessi: marrone spruzzato di nero e panna
(per la pancia). Dai genitori aveva ereditato le grosse zampe tipo racchette
da neve e dava sempre l'impressione di inciamparci sopra. Non successe
mai. C'era una riga nera che gli scendeva dalla testa verso il naso, in mezzo
agli occhi, che erano ancora color miele e che a quel punto avevano assunto
la forma allungata e socchiusa tipica dei lupi. In quel primo periodo non
riusciva quasi a controllare la forza che doveva pervadergli tutto il corpo.
L'avevo soprannominato «Buffalo Boy» perché aveva l'abitudine di
lanciarsi a tutta velocità in corse folli dentro casa, facendo cadere qualsiasi
oggetto che non fosse avvitato al pavimento (e anche alcuni che lo erano).
Durante l'estate le nostre uscite da casa si erano lentamente trasformate in
qualcosa al limite del rituale. Io annunciavo la partenza dicendo:
«Andiamo», il che per Brenin costituiva il segnale d'inizio del suo pezzo
forte: l'acrobazia sulla parete del soggiorno. Il suo metodo consisteva nel
correre verso il divano, saltarci sopra e poi continuare la corsa sulla parete.
Arrivato alla massima altezza possibile, ruotava le zampe posteriori e
scendeva, sempre di corsa. Era la stessa storia ogni volta che uscivamo.
Spesso Brenin si esibiva nel suo numero prima ancora che dicessi qualcosa,
come se volesse farmi sapere che c'erano persone che dovevamo vedere e
posti in cui dovevamo andare. Quindi posso dire che fu con una certa
trepidazione che quel giorno mi diressi verso l'università per la nostra prima
lezione.
In realtà, quella mattina non si verificarono grandi disastri. Prima di
entrare, avevo stancato Brenin con una lunga passeggiata e, dopo che si fu
abituato alla presenza di altre persone nell'aula, si sdraiò sotto la cattedra e

si mise a dormire. Poi però si svegliò e cominciò a mordermi i sandali, più o
meno nel momento in cui stavo spiegando i motivi per cui Cartesio dubitava
dell'esistenza del mondo esterno. Ma tutti, credo, accettarono con piacere la
distrazione.
Le cose tuttavia non andarono sempre lisce. Ogni tanto capitò un
contrattempo. Dopo qualche settimana Brenin cominciò a concedersi una
sessione di ululati post- sonnellino a metà lezione, forse per manifestare la
sua generale insoddisfazione per il modo in cui la lezione stava procedendo.
Una rapida occhiata in direzione degli studenti mi confermava che sapevano
esattamente a che cosa alludeva il mio lupo. Altre volte Brenin decideva di
sgranchirsi le zampe e cominciava a vagare su e giù tra le corsie, annusando
in giro. Un giorno in cui si sentiva particolarmente audace, o affamato, o
tutte e due le cose, vidi la sua testa scomparire dentro lo zaino di una
studentessa - una persona che, bisogna dire, era perlopiù abbastanza nervosa
in presenza dei cani -e riemergere pochi secondi dopo con il suo pranzo.
Temendo una potenziale ondata di richieste di risarcimento danni da parte
di studenti affamati, mi vidi quindi costretto a inserire una particolare
clausola nel programma che consegnavo agli studenti all'inizio del corso: tre
frasi che, sono certo, non erano mai comparse prima in alcun programma di
filosofia. Subito dopo i paragrafi riguardanti i testi da leggere e i metodi di
valutazione, ce n'era uno che diceva:
Attenzione: per favore, non badate al lupo. Non vi farà alcun male.
Tuttavia, se avete cibo nello zaino, assicuratevi che lo zaino sia
ermeticamente chiuso.
Se ci ripenso, mi sembra un miracolo il fatto che non ci siano mai state
lamentele, né tanto meno denunce.
Nel pomeriggio mi spogliavo dei panni di docente per indossare quelli di
studente. Quando ero arrivato in Alabama, avevo ventiquattro anni ed ero
più giovane di molti dei miei studenti. A Oxford avevo conseguito il PhD in
poco più di diciotto mesi, un tempo insolitamente breve, forse addirittura un
caso unico. Ma negli Stati Uniti il sistema è molto diverso. C'è una lunga,
faticosa marcia di cinque anni - minimo - prima di conseguire il dottorato. E
poiché occorre più tempo - più di quattro anni, invece di tre - anche per
raggiungere la laurea di primo grado, questo significa che la maggior parte
degli americani entra a fare parte del personale accademico solo intorno ai
trent'anni. E questo, dalla mia prospettiva, era decisamente antiquato. Dato
che metà degli studenti erano comunque più vecchi di me, se volevo
cercarmi degli amici, erano loro, piuttosto che i colleghi accademici, a
costituire il mio naturale bacino. E non era poi un male: gli studenti si
divertono molto di più.

Così, quando ero arrivato in Alabama, per farmi una vita sociale ricorsi a
una strategia sperimentata e consolidata: gli sport di squadra. In Gran
Bretagna avevo giocato a rugby a un livello abbastanza alto. Come la
maggior parte delle università americane, anche quella dell'Alabama aveva
una propria squadra di rugby - molto buona, secondo gli standard locali - e,
grazie a una vistosa mancanza di rigore da parte della Usa Rugby Football
Union nelle procedure di verifica dei requisiti (vale a dire che non c'era
alcuna verifica), ero riuscito a farmi passare per studente e a giocare nella
squadra. Quando un paio di anni dopo era entrato in scena Brenin,
naturalmente avevo cominciato a portarlo con me agli allenamenti. E così,
quasi tutti i pomeriggi infrasettimanali, ci ritrovavamo entrambi a Bliss
Field, ai margini dell'enorme complesso sportivo dell'università.
Nei weekend c'era sempre una partita contro questa o quella università, in
casa o in trasferta. Brenin ci accompagnava in tutti i nostri viaggi.
Ovviamente gli hotel in quella parte del mondo sono, quasi senza eccezione,
ostili ai cani, per non parlare dei lupi. Era, invece, facile introdurre di
nascosto Brenin nei motel. In un motel si parcheggia l'auto davanti alla
porta della camera, per cui, se la reception non affacciava proprio sul
parcheggio, l'atto di introduzione abusiva del lupo in genere passava
inosservato. E, così, citate un qualsiasi grande campus universitario in
Alabama, Georgia, Florida, Louisiana, Carolina del Sud o Tennessee e ci
sono buone probabilità che Brenin ci sia stato per una partita di rugby e per
la festa del dopopartita. Ha mangiato calamari in Bourbon Street a New
Orleans in una tiepida sera d'inizio settembre. E stato a Daytona Beach
durante una vacanza di primavera. A Baton Rouge c'è la sede di
un'associazione universitaria femminile che lui conosceva in lungo e in
largo. Nella periferia ovest di Atlanta c'è uno strip club a buon mercato che
lui ha visitato in numerose occasioni. È andato perfino a Las Vegas, per
gentile concessione dell'annuale torneo di rugby Midnight Sevens, così
chiamato perché le partite si giocano di notte.
I miei compagni di squadra si resero ben presto conto di qualcosa che per
loro era molto importante: Brenin era una calamita per attirare le ragazze. In
realtà loro usavano un'espressione leggermente diversa, più colorita, ma
irripetibile in questo contesto. Comunque si volesse definire la cosa, la
convinzione generale era che, se ti trovavi a una festa dopo la partita e avevi
un grosso lupo accanto a te, in men che non si dica un'attraente
rappresentante del gentil sesso (le fan del rugby erano note come rugger
huggers) si sarebbe avvicinata per dirti: «Adoro il tuo cane [sic]». E questo
dava la possibilità di un aggancio senza il solito lavoro preparatorio. La
presenza di Brenin al proprio fianco diventò così il premio per il giocatore

che quel giorno si era maggiormente distinto in campo: l'Mvp, il Most
Valued Player, come lo chiamano da quelle parti. Io ero escluso da questa
«gara» con la scusa che potevo usare Brenin per quei particolari scopi in
qualsiasi momento, o almeno così si supponeva.
Durante il periodo delle lezioni partivamo per simili trasferte quasi un
weekend sì e uno no: ci mettevamo in viaggio il venerdì pomeriggio,
percorrevamo fino a millecinquecento chilometri tra andata e ritorno,
giocavamo a rugby, ci sbronzavamo, crollavamo a dormire in un motel da
due soldi e poi rientravamo la domenica pomeriggio, spesso ancora
ubriachi, sempre esausti, ma molto felici. Negli altri weekend c'erano le
partite in casa, nelle quali il copione era lo stesso, con l'esclusione del
viaggio in auto. E questa fu più o meno la nostra vita - mia e di Buffalo Boy
- per i primi quattro anni della nostra convivenza.
I lupi giocano, ma non come i cani. I cani stanno ai lupi come i cuccioli
stanno ai cani adulti. E il gioco dei cani è il risultato del comportamento
infantile che si è radicato in loro in quindicimila anni. Scagli lontano un
bastoncino per il tuo cane e quasi sicuramente lui, o lei, scatterà per correre
a recuperarlo in un impeto di eccitazione frenetica. Nina, che vi ho già
presentato, ha la passione dei bastoncini e, se le venisse permesso,
correrebbe a recuperarli fino a crollare sfinita. Cercai più volte di
convincere Brenin delle delizie della caccia al bastoncino, alla palla e al
frisbee. Lui mi guardava come se fossi stato pazzo, con un'espressione
facile da interpretare: andarlo a prendere? Dici sul serio? Se ci tieni tanto,
perché non vai a riprendertelo tu? Anzi, se ci tieni tanto, perché l'hai gettato
via?
Quando giocano, i lupi spesso terrorizzano gli esseri umani presenti, i
quali non riescono a vedere la differenza tra il loro gioco e la lotta. Me ne
sono reso conto solo anni più tardi, quando ho visto Brenin giocare con sua
figlia Tess e con Nina, che lui aveva abituato a essere - a parte la passione
per la caccia al bastoncino - tanto lupo quanto cane. Ciò che all'epoca a me
sembrava naturale negli altri suscitava grida di allarme. Per Brenin giocare
consisteva nell'afferrare l'altro animale per il collo e inchiodarlo a terra. A
quel punto cominciava a scuoterlo violentemente avanti e indietro, come
una bambola di pezza, il tutto con il sottofondo di una cacofonia di ringhi e
grugniti sinistri. Poi lasciava che il suo compagno si liberasse e facesse a lui
più o meno la stessa cosa. Questo era il gioco. Io non so perché i lupi
giochino in modo così duro, ma lo fanno. Sono i ringhi e i grugniti a
scoprire il gioco: è uno dei meccanismi di cui i lupi si servono per
assicurare al compagno che stanno ancora giocando, dato che i
comportamenti sono così simili alla lotta da poter essere facilmente

fraintesi. Come ebbi modo di scoprire, quando i lupi lottano sul serio, lo
fanno in un silenzio totale e spaventoso.
Naturalmente queste sono tutte cose ben note a un lupo, ma non
necessariamente a un cane. Così i giovanili tentativi di Brenin di iniziare il
gioco con i cani si risolvevano in genere in un disastro, con il cane che lo
attaccava o guaiva terrorizzato. Il povero Brenin deve avere trovato
incomprensibili entrambe le reazioni. C'è stato però un cane che lo ha
accettato totalmente. Era un grosso, irriducibile pit bull di nome Rugger, a
cui il gioco duro piaceva.
Per essere un pit bull, Rugger era enorme - pesava più di quaranta chili - e
apparteneva a qualcuno che, per essere un uomo, era altrettanto enorme:
Matt, uno degli avanti di seconda linea della mia squadra di rugby. I pit bull
hanno una cattiva reputazione, ma non sono intrinsecamente cattivi. Di
norma sono le persone a renderli cattivi. Noi uomini amiamo molto l'idea di
essere tutti diversi: la nostra individualità fa parte del nostro fascino unico,
come amiamo raccontarci. Ma in realtà, sospetto, l'individualità ha poco a
che fare con l'unicità umana. I cani sono tutti diversi. Alcuni sono adorabili,
altri sono cattivi. Questi ultimi sono tali perlopiù in conseguenza di
sfortunate condizioni di allevamento. Sono sicuro che questo fosse il caso
del nostro Blue, l'alano psicotico, nei suoi primi tre anni di vita. Ma sono
altresì convinto che alcuni cani semplicemente nascano cattivi. Come alcuni
esseri umani, sono cattivi per natura. Mi preme sottolineare che sto parlando
di singoli cani, non di razze. In base alla mia esperienza, c'è un tenue
rapporto tra la razza di un cane e il suo temperamento, ma niente di più.
Non c'era nulla di molto sbagliato in Rugger dato che non c'era nulla di
molto sbagliato in Matt. Ma affermare che Rug-ger abbia sempre accettato
Brenin non sarebbe la verità. Rug-ger era di qualche anno più vecchio e,
finché Brenin era ancora un cucciolo, lo disprezzava. Poi, come vedremo,
quando Brenin superò i diciotto mesi, tra loro sarebbe sorta una nuova serie
di problemi. Ci fu, comunque, una finestra di circa un anno durante la quale
furono ottimi amici. Quasi tutti i pomeriggi infrasettimanali il nostro
allenamento veniva distratto dalle stupefacenti, acrobatiche esibizioni di
finta lotta che quei due inscenavano su un lato del campo da gioco.
Ma quando Brenin compì diciotto mesi, il suo atteggiamento nei confronti
dei cani cominciò a cambiare. Se il cane era una femmina e non era stata
sterilizzata, allora lui cercava invariabilmente di saltarle addosso, a
prescindere dalla differenza di stazza (un gran numero di West Highlands e
Yorkshire traumatizzate e di padroni altrettanto traumatizzati impararono
rapidamente a evitare il Bliss Field nei pomeriggi infrasettimanali). Ma il
vero problema erano i maschi. Con loro l'atteggiamento di Brenin era di

sprezzante indifferenza o, se giudicava il cane abbastanza grosso da
rappresentare una minaccia, di esplicita ostilità. Perlopiù non accadeva
nulla, perché Brenin era ben addestrato, molto obbediente e non avrebbe
mai avvicinato altri cani senza il mio permesso. Ogni tanto, però, erano loro
ad avvicinarlo, in genere con un bagliore sinistro negli occhi, e allora la
situazione degenerava.
Rugger era sicuramente abbastanza grosso da costituire una minaccia.
Anzi, era difficile immaginare un cane dall'aspetto più minaccioso e
impressionante di Rugger. Quando Brenin raggiunse la maturità, i due
ricominciarono a detestarsi e durante gli allenamenti li vedevamo non più
giocare, ma camminare impettiti uno davanti all'altro, con le gambe rigide e
il pelo dritto. Matt e io li tenevamo diligentemente separati, ma ogni tanto
capitava l'inevitabile svista. Un sabato pomeriggio, durante gli allenamenti
prepartita, Rugger riuscì a liberarsi dalla catena che lo legava al pick-up di
Matt. Io stavo facendo stretching in mezzo al campo e così fui testimone
dello scontro da una distanza di circa trenta metri. Rugger partì alla carica
contro Bre-nin: basso, tarchiato, tutto muscoli e aggressività. Brenin aspettò
fino all'ultimo secondo, poi spiccò un salto di lato. Adesso era posizionato
dietro l'avversario, saltò sulla schiena di Rugger e cominciò a mordergli
collo e testa. Nel giro di qualche istante un orecchio di Rugger era stato
strappato via quasi per intero e il sangue gli colava dal muso, dal collo e dal
costato. Mentre si svolgeva questa scena orribile, io ero scattato dalla metà
campo. In preda alla paura e allo sgomento, mi tuffai istintivamente nella
mischia e cercai di staccare Brenin dal pit bull. Fu un errore, di quelli
potenzialmente fatali. Rugger approfittò della momentanea tregua per
attaccarsi implacabile alla gola di Brenin.
Fu così che imparai la mia prima, preziosa lezione di intervento nelle lotte
tra canidi. Non staccate mai il vostro lupo da un pit bull. La seconda lezione
fu che se un pit bull tiene il vostro lupo per la gola, probabilmente perché
siete stati così stupidi da trascinare via il lupo, c'è un solo modo per fare
desistere il pit bull. Lasciate perdere l'idea di cercare di aprirgli a forza le
fauci: non funziona. E lasciate perdere anche l'idea di prenderlo
ripetutamente a calci nelle costole: non funziona neppure questo. Invece,
buttategli dell'acqua sul muso. L'unico modo di interrompere un'azione
istintiva - quale è per il pit bull attaccarsi con le fauci - è indurre una
reazione istintiva, e l'acqua di solito funziona. Per fortuna Matt aveva
imparato questa lezione prima di me.
La terza lezione è quella che appresi in occasione di successivi
combattimenti: se dovete trascinare via il vostro lupo che sta lottando con
un cane, afferratelo per la coda o per i fianchi, mai - sottolineo, mai - per il

collo. In questo caso, infatti, se il cane non è del tutto traumatizzato - e il
tipo di cane che solitamente attaccava Brenin non era di quelli che si
traumatizzavano facilmente - continuerà ad attaccare anche mentre le vostre
mani si trovano vicino alla gola del vostro animale, il che è una pessima
cosa. Sulle mani e sugli avambracci ho ancora il patchwork di cicatrici che
mi sono procurato durante il lungo e doloroso processo di perfezionamento
della mia tecnica d'intervento.
Non vorrei ingigantire la propensione di Brenin alla lotta. Potrei contare il
numero di episodi significativi sulle dita di una mano sola... e sono grato di
avere ancora tutte le dita necessarie per dimostrarlo. Brenin non ha mai
provocato gravi danni all'avversario, nulla a cui non si potesse porre
rimedio con qualche punto di sutura qua e là. Perfino Rugger, una volta
rattoppato, si è ripreso benissimo. Ma tutto questo, ne sono certo, è stato
possibile solo perché io ero sempre presente, pronto a staccare Brenin
dall'avversario. Inoltre era raro che fosse il mio lupo ad aprire le ostilità,
anche se forse ciò era dovuto al fatto che, dato il suo addestramento, non ne
aveva quasi mai l'opportunità. E anche nel caso in cui un cane gli si fosse
avvicinato mentre ero distratto, la lotta veniva facilmente evitata. Bastava
che il cane lanciasse qualche segnale convenzionale di sottomissione o di
mortificazione. In pratica tutti gli scontri di Brenin sono avvenuti con cani
grossi e aggressivi - pit bull e Rottweiler, perlopiù - che erano sfuggiti ai
padroni e non avevano la minima intenzione di sottomettersi a lui.
Il problema non era l'entusiasmo di Brenin per il combattimento. Era il
suo atteggiamento. Se scoppiava una zuffa, io dovevo buttarmi tra i
contendenti e cercare di far cessare le ostilità. E per evitare che si ripetesse
l'incidente di Rugger, dovevo cercare di afferrare contemporaneamente
entrambi gli animali. Il che non era affatto facile. Ma dovevo farlo, perché
fino a quando il cane avesse continuato a combattere, Brenin avrebbe
continuato a combattere. E se Brenin avesse continuato a combattere, il
cane sarebbe morto. La velocità del lupo era accecante, la sua ferocia
sbalorditiva. Era difficile conciliare quel Brenin con l'animale che ogni
mattina mi svegliava stampandomi in faccia una grande leccata umida, o
che, parecchie volte al giorno, cercava di salirmi in grembo in cerca di
coccole. Ma io non potevo permettermi di dimenticare che Brenin era sia
l'uno sia l'altro.
Alcune persone sostengono che per i lupi, o anche per gli incroci canelupo, non c'è posto in una società civilizzata. Dopo molti anni di riflessione,
sono arrivato alla conclusione che è vero. Ma non per le ragioni che quelle
persone pensano. Brenin era un animale pericoloso: è un dato di fatto che
non si può nascondere. Era del tutto indifferente agli esseri umani al di fuori

del suo padrone... e devo dire che questo, segretamente ed egoisticamente,
mi faceva moltissimo piacere. Se una persona diversa da me cercava di
parlargli, o lo accarezzava come si fa di solito con i cani, Brenin la guardava
imperscrutabilmente per qualche secondo e poi se ne andava. Ma, nelle
giuste circostanze, avrebbe potuto uccidere il vostro cane in modo rapido ed
efficace. Tuttavia non è perché era così pericoloso che non c'era posto per
Brenin in una società civilizzata. La vera ragione è che non era, neanche
lontanamente, abbastanza pericoloso e abbastanza sgradevole. La
civilizzazione, io credo, è possibile solo per animali molto sgradevoli. Solo
una scimmia può essere davvero civilizzata.
Una sera - Brenin aveva circa un anno - mi ritrovai seduto davanti alla
tivù con la cena tipica di tutti gli scapoli americani che si rispettino: un
piatto di glutammato di sodio al microonde, noto come il «pasto
dell'affamato». Sdraiato accanto a me, Brenin osservava la scena come un
falco, nel caso in cui dal piatto fosse caduto qualcosa. Il telefono squillò e
andai a rispondere, lasciando il piatto sul tavolino. Avete presente quando
Wile Coyote insegue Bip Bip e, correndo a tutta velocità, supera il bordo
del precipizio? Pensate all'istante successivo, al momento in cui si rende
conto che è successo qualcosa di terribile, ma non sa bene cosa, al momento
che precede il suo disperato, ma inutile tentativo di risalita. Wile Coyote è
in piedi a mezz'aria, paralizzato, con un'espressione che passa gradualmente
dall'entusiasmo alla confusione e infine alla disperazione per l'imminente
catastrofe. Era quello il genere di scena che mi aspettava quando rientrai
nella stanza. Brenin, dopo aver divorato il mio «pasto dell'affamato», si
stava dirigendo veloce verso la sua cuccia dall'altra parte della stanza. Il mio
ritorno, sgradito ma non del tutto inatteso, lo immobilizzò a metà di un
passo: una zampa davanti all'altra, il muso rivolto verso di me e
un'espressione che gradualmente diventò di apprensione alla Wile Coyote.
A volte, subito prima di precipitare nell'abisso, Wile mostra un cartello con
la scritta YIKES! (Accidenti!). Sono sicuro che, se avesse avuto a
disposizione quel cartello, Brenin avrebbe fatto la stessa cosa.
Wittgenstein una volta disse che, se un leone potesse parlare, noi non
potremmo capirlo. Wittgenstein era senza dubbio un genio, ma, diciamo la
verità, non ne sapeva molto di leoni. Un lupo parla con il corpo ed era
chiaro che cosa stava dicendo il corpo di Brenin: beccato! Si potrebbe
pensare che, forse, gli sarebbe convenuto assumere un atteggiamento più
indifferente, addirittura noncurante, nei confronti del suo ladrocinio: io non
so niente del tuo piatto. Non sono stato io. Era già vuoto, quando sono
arrivato. O magari addirittura: hai mangiato tutto tu prima di andartene,
vecchio bastardo rintronato. Ma i lupi non fanno così. Possono parlare. E,

cosa più importante, noi possiamo capirli. Quello che i lupi non sanno fare è
mentire. È per questo che non c'è posto per loro in una società civilizzata.
Un lupo non può mentirci, né può farlo un cane. Ecco perché crediamo di
essere migliori di loro.
È noto che, in rapporto alle dimensioni corporee, le scimmie hanno un
cervello più grande di quello dei lupi; la differenza è circa del 20 per cento.
L'inevitabile conclusione che traiamo da questo dato è che le scimmie sono
più intelligenti dei lupi: l'intelligenza scimmiesca è superiore a quella
lupesca. Tale conclusione è non tanto falsa quanto semplicistica. L'idea
della superiorità è ellittica. Se X è superiore a Y, lo è sempre sotto un
aspetto o l'altro. Perciò, se l'intelligenza scimmiesca è realmente superiore a
quella lupesca, dovremmo chiederci: sotto quale aspetto? E, per rispondere
a questa domanda, dobbiamo capire in che modo le scimmie hanno
acquisito un cervello più grosso e qual è il prezzo che hanno pagato.
Un tempo si riteneva che l'intelligenza consistesse semplicemente nella
capacità di affrontare il mondo naturale. Può darsi, per esempio, che uno
scimpanzé scopra che, infilando un rametto in un formicaio, riesce a estrarre
le formiche e a mangiarsele senza farsi mordere. È un esempio di quella che
in precedenza ho definito «intelligenza meccanica». Il mondo presenta un
problema allo scimpanzé - procacciarsi cibo senza farsi mordere - e lo
scimpanzé lo risolve in un modo meccanicamente intelligente.
L'intelligenza meccanica consiste nel comprendere il rapporto tra le cose in questo caso tra il rametto e il probabile comportamento delle formiche - e
utilizzare tale comprensione per favorire i propri scopi. Come abbiamo
visto, i lupi sono creature meccanicamente intelligenti, forse non quanto le
scimmie, ma più dei cani.
Comunque il cervello delle creature sociali è, in genere, più grosso di
quello delle creature solitarie. Come mai? Il mondo pone i medesimi
problemi meccanici a tutte le creature, sociali e non. Che tu sia una tigre, un
lupo o una scimmia, ti si presenterà lo stesso tipo di problema meccanico.
La conclusione che dovremmo trarre, a quanto pare, è che l'intelligenza
meccanica non è ciò che stimola l'aumento delle dimensioni del cervello. È
l'osservazione che sta alla base di quella che Andrew Whiten e Richard
Byrne, primatologi dell'università di St Andrews, hanno definito «ipotesi
dell'intelligenza machiavellica». L'aumento delle dimensioni del cervello e
la conseguente maggiore intelligenza sono stimolati non dalle richieste del
mondo meccanico, ma da quelle del mondo sociale.
Ora dobbiamo stare attenti a non mettere il carro davanti ai buoi. Si
potrebbe pensare, per esempio, che siano stati il cervello più grosso e la
conseguente maggiore intelligenza a far sì che alcune creature si rendessero

conto che se la sarebbero cavata molto meglio in gruppo, in quanto il
gruppo avrebbe garantito loro appoggio e protezione comuni. Cioè, queste
creature sono diventate animali sociali perché erano più intelligenti.
Secondo l'ipotesi dell'intelligenza machiavellica, è vero invece il contrario:
sono diventate più intelligenti perché erano animali sociali. L'aumento delle
dimensioni del cervello non è la causa della vita di gruppo di certi animali: è
l'effetto della loro vita di gruppo. Gli animali sociali devono essere in grado
di fare cose che gli animali solitari non fanno. L'intelligenza meccanica può
consistere nel comprendere i rapporti tra le cose, ma gli animali sociali
hanno bisogno di qualcosa di più: hanno bisogno di comprendere i rapporti
con altre creature simili a loro. E questa è l'intelligenza sociale.
Per esempio, una scimmia, o un lupo, ha bisogno di tenersi al corrente
delle dinamiche interne al proprio gruppo. Deve sapere chi è chi e deve
ricordare chi gli è superiore e chi subordinato. Se non lo facesse, non si
comporterebbe in modo adeguato e, di conseguenza, avrebbe a soffrirne.
Anche molti insetti - formiche, api, ecc. - devono riuscire in questo compito,
ma lo fanno rilasciando e ricevendo messaggi chimici: è questa la strategia
che l'evoluzione ha lasciato loro in eredità. Ma nei mammiferi sociali è stata
usata una diversa strategia: un aumento di intelligenza di un certo tipo.
Secondo l'ipotesi dell'intelligenza machiavellica, sono la natura sociale degli
animali e la necessità di tenersi al corrente delle relazioni sociali a stimolare
l'aumento delle dimensioni e delle capacità del cervello, non il contrario.
Questo è un tratto che, più o meno, scimmie e lupi hanno in comune.
Tuttavia a un certo punto, molto, molto tempo fa, le scimmie hanno
imboccato un sentiero evolutivo che i lupi non hanno seguito. E le ragioni di
questi percorsi diversi sono, per la maggior parte degli esperti,
assolutamente oscure. Vivere in gruppo comporta sia nuove possibilità sia
concomitanti esigenze: possibilità che le creature solitarie non avevano mai
avuto ed esigenze che non avevano mai dovuto soddisfare. La prima
possibilità consiste nel manipolare e sfruttare i propri compagni, acquisendo
così tutti i benefici della vita di gruppo e sostenendone in misura minore i
costi. Manipolazione e sfruttamento si basano su una capacità d'inganno: il
principale e più efficace modo per manipolare i propri compagni è
ingannarli. La prima esigenza della vita di gruppo, perlomeno se vivi in un
simile gruppo, è una conseguenza di ciò. Poiché per una scimmia non
sarebbe bene ritrovarsi a pagare più costi e a ricavare meno benefici delle
altre scimmie, la vita di gruppo le richiederà di diventare abbastanza furba
da capire quando la stanno ingannando. La conseguenza è un incremento
dell'intelligenza,
stimolato
dall'imperativo
di
ingannare
e,
contemporaneamente, di non essere ingannata. Nella storia evolutiva delle

scimmie la crescente capacità di imbrogliare procede di pari passo con la
crescente capacità di individuare l'imbroglio (quest'ultima, per necessità,
appena un po’ superiore alla prima).
C'è un'altra possibilità offerta dalla vita di gruppo: formare alleanze con i
propri pari. Nella società delle scimmie le alleanze permettono di usare
alcuni membri del gruppo per formare una coalizione contro altri membri
del medesimo gruppo. Per riuscirci, bisogna essere capaci di complottare, il
che, però, comporta un'altra esigenza. Non è bene - non favorisce il
benessere né le prospettive a lungo termine - essere oggetto di complotti
altrui, vittima di una alleanza dopo l'altra. Se altri tramano costantemente
contro di te e tu vuoi continuare a fare parte del gruppo, allora devi tramare
costantemente contro di loro. Vivere in certi tipi di gruppo comporta la
necessità di essere artefici di complotto almeno tanto quanto se ne è vittime.
In questi gruppi la capacità di tramare implica la necessità di tramare.
Complotto e inganno sono il nucleo dell'intelligenza sociale di cui sono
dotate le scimmie. Per qualche ragione, i lupi non hanno mai preso questa
strada. Nel branco si complotta e si inganna pochissimo. Alcune prove
sembrerebbero suggerire che i cani abbiano la capacità di creare primitive
forme di alleanza, singolarmente di poco conto. Ma tali prove non sono
conclusive. E, in ogni caso, una cosa è certa: per quanto riguarda questo
genere di capacità - complotto e inganno -, i cani e i lupi sono come
bambini a paragone delle grandi scimmie. Nessuno sa spiegare perché le
scimmie hanno adottato questa strategia e i lupi no. Ma, anche se non
sappiamo perché è successo, una cosa è assolutamente evidente: è successo.
Naturalmente questa forma di intelligenza raggiunge la sua apoteosi nel re
delle scimmie: l'Homo sapiens. Quando parliamo della superiore
intelligenza delle scimmie, della superiorità dell'intelligenza scimmiesca
rispetto a quella lupesca, dovremmo tenere ben presenti i termini del
paragone: le scimmie sono più intelligenti dei lupi perché, in definitiva,
sanno complottare e ingannare meglio dei lupi. È da questo che deriva la
differenza tra l'intelligenza delle scimmie e quella dei lupi.
Ma noi siamo scimmie e possiamo fare cose che i lupi non si sognano
nemmeno. Possiamo creare arte, letteratura, cultura, scienza, possiamo
scoprire la verità delle cose. Non ci sono lupi- Einstein, né lupi- Mozart e
neppure lupi- Shakespeare. E, più modestamente, Brenin non avrebbe mai
potuto scrivere il libro che state leggendo: solo una scimmia poteva farlo.
Ciò, naturalmente, è vero, ma dobbiamo ricordare qual è l'origine di tutto
questo. La nostra intelligenza scientifica e artistica è un sottoprodotto
dell'intelligenza sociale. E la nostra intelligenza sociale consiste nella nostra


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