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Alcune storie di Taranto .pdf



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Le colonne doriche di Taranto: tutto ciò che non sape

Le colonne che vedete dietro la recinzione in Piazza Castello, in Città Vecchia, sono l’unica testimonianza
dell’esistenza del tempio dorico di Poseidone. Se ne stanno lì, solenni e maestose, a dare il benvenuto a chi
oltrepassa il Ponte Girevole e a raccontare, mute, una storia secolare.
Esistono altri templi dorici disseminati in Italia (Sicilia e Campania per lo più) ma quello di Taranto – o quel che ne
rimane – è il più antico luogo di culto della Magna Grecia.
Pensate un po’. Le nostre colonne doriche, uniche superstiti di un tempio che fu, hanno visto la luce prima di
quelle di Siracusa e di Paestum. Tutto è cominciato da qui, da Taranto, poi è venuto tutto il resto. E me ne
compiaccio spudoratamente.

http://www.tarantomagna.it/cosa-vedere-taranto/colonne-doriche-taranto-tempio-poseidone/

In questo post parleremo della storia del Tempio di Poseidone, così ricca di
travagli e colpi di scena da far invidia agli intrighi più conturbanti di Beautiful.
Sono quasi certa che a conclusione della lettura avrete imparato almeno una
cosa nuova. Non vi ho convinto? Ok, ecco un piccolo assaggio di quel che vi
aspetta:
lo chiamano Tempio di Poseidone, ma non era dedicato a Poseidone
fino agli anni ‘70 era visibile solo una colonna
alla messa in luce delle due colonne contribuì una lettera di Mussolini
gli studiosi di antichità sono in grado di raccontarci come era fatto il
tempio dorico di Taranto prima che venisse distrutto.

Rinvenimento del Tempio
Dorico di Taranto
Fino al 1700 le colonne residue del Tempio Dorico di Taranto erano una decina. Lo sappiamo perché Artenisio
Carducci, nel commento alle “Deliciae Tarentine” di Tommaso D’Aquino, parla di “dieci spezzoni di colonne
d’ordine dorico” che furono successivamente infrante per consentire la costruzione del Convento dei Celestini.
Di queste, solo una restò a testimonianza dell’antica esistenza del tempio. Vista l’importanza del reperto, mi
aspettavo che la colonna superstite fosse degnamente segnalata da un cartello o illuminata da un faretto. Anche
di pochi watt. Macché.
La colonna solitaria era letteralmente incastrata nella struttura muraria di un piccolo cortile (quello dell’ex
ospedale dei Pellegrini, attiguo al Convento dei Celestini ) e il suo capitello faceva da terrazzino a un balcone
abbellito allegramente con vasi di piante e fiori.
PRESSO IL TEMPIO DI NETTUNO
Del mare assonna
ai murmuri l’acropoli;
ma da millenni
veglia – ed eterna pare! –
la dorica colonna.
”Tanka”, M.I. D’Amuri – 1965

Le prime indagini di Luigi Viola sul Tempio Dorico di Taranto
Il primo a intraprendere i lavori di rinvenimento del Tempio Dorico di Taranto fu Luigi Viola. Fece liberare il fusto
dell’unica colonna visibile dai vari strati di intonaco che ne avevano deturpato l’aspetto, scavò in profondità – fino
a rinvenire i rocchi inferiori della colonna – e all’altezza del suo capitello. Qui individuò un secondo capitello
completamente incastrato nella struttura.

http://www.tarantomagna.it/cosa-vedere-taranto/colonne-doriche-taranto-tempio-poseidone/

Era il 1881 e, dopo allora, non venne più fatta alcuna esplorazione archeologica. Era infatti implicito che ogni
altra indagine richiedeva la demolizione parziale o totale delle costruzioni esistenti e le autorità ecclesiastiche
erano restie a permettere la distruzione dei luoghi sacri di loro pertinenza.

Colonne del Tempio di Poseidone
Poi, qualcosa avvenne. Qualcuno mostrò interesse per i ruderi del Tempio? Non proprio. I lavori di demolizione
del Convento dei Celestini (divenuto nel frattempo un distretto militare) cominciarono, ma solo per costruire il
Palazzo delle Poste. Taranto aveva bisogno di un edificio da adibire a questo scopo e, con tanto spazio a
disposizione, non si trovò area migliore che quella dell’ex Convento.
Sia detto per onestà intellettuale che, man mano che proseguo con questa storia, l’ipotesi dello schianto di un
meteorite che facesse emergere le due colonne completamente intatte dalle macerie sarebbe risultata non solo
provvidenziale, ma persino più credibile.
Fatto sta che, durante i lavori di costruzione delle Poste, vennero prevedibilmente alla luce i primi blocchi di
carparo del tempio dorico. Altolà! Fermo ai lavori e decreto di inedificabilità dell’area.

La lettera di Mussolini interrompe la costruzione delle Poste
Il prezioso ritrovamento archeologico di Taranto fece addirittura nascere una controversia fra il Ministero delle
Comunicazioni e quello della Pubblica Istruzione. Il primo pretendeva dal secondo un indennizzo per l’opera
non eseguita e per la mancata utilizzazione dell’area. A risolvere il battibecco fu una lettera che Mussolini
inviò a Costanzo Ciano, allora Ministro delle Comunicazioni. Ecco qui, solo per i lettori di Taranto Magna, un
piccolo estratto:



“Caro Ciano, la tua Amministrazione ha torto. Lo ha perché non si
è premunita con opportuni preventivi sondaggi dal pericolo di

http://www.tarantomagna.it/cosa-vedere-taranto/colonne-doriche-taranto-tempio-poseidone/

troppo interessanti scoperte archeologiche; […] Taranto, che è la
città più prolifica d’Italia […], non deve assistere all’infinito a una
lite fra due membri dello stesso organismo, fra due
Amministrazioni dello stesso Stato.”

Fu così che il Ministero delle Comunicazioni rinunciò all’indennizzo, e il Palazzo delle Poste venne eretto nella
sede attuale, nel Borgo nuovo.
Tuttavia, Taranto non ebbe nemmeno in questa occasione il suo tempio. Tanto per dirne una, la seconda guerra
mondiale sospese ogni iniziativa. In più, i fondi necessari ai lavori scarseggiavano. Insomma, parafrasando
Manzoni: “Questo tempio non s’ha da fare”.
Solo negli anni ‘70 l’Amministrazione Comunale di Taranto si assunse la responsabilità dell’esecuzione degli
scavi. Il lavoro delle talpe nell’area di interesse liberò i resti del tempio dorico dalle costruzioni posticce e le due
colonne videro finalmente la luce dopo anni di occultamento e di incuria.

Come era fatto il
Tempio di Poseidone?
Attualmente, del Tempio di Poseidone rimangono due
colonne e la base di una terza, ma da una serie di
calcoli è emerso che sul lato lungo dovevano essercene
almeno 13. La mancanze di tracce relative al lato corto
del tempio rendono difficile precisarne le dimensioni, ma
probabilmente era costituito da 6 colonne.
Avanti alle colonne rinvenute doveva essercene almeno
un’altra con un diametro più largo: le colonne situate agli
angoli, infatti, venivano rese più robuste per conferire maggiore staticità alla struttura.
Ordine dorico, ionico e corinzio. I tre ordini dell’architettura greca restano impressi nella memoria degli studenti
anche a molti anni dalla scuola dell’obbligo. Le due colonne di Taranto appartengono all’ordine dorico, il più
essenziale dei tre, tanto per intenderci. Sono alte più di 8 metri e il materiale usato per costruirle è il carparo.
La scanalatura delle colonne aveva una precisa funzione: su di essa incideva la luce del sole, variabile nel
corso del giorno, e questo creava dei piacevoli toni chiaroscurali che donavano all’edificio maggiore risalto.
L’ingresso del Tempio di Poseidone si affacciava sicuramente sul canale navigabile perché quasi tutti i templi
greci avevano il fronte rivolto ad oriente.

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A chi era dedicato il tempio dorico di Taranto
L’attribuzione del Tempio Dorico a Poseidone risale a Luigi Viola, semplicemente considerando che il dio del
mare era il patrono di Taranto e i coloni non potevano che consacrare a lui il principale luogo di culto.
In realtà, è più probabile che il monumento fosse dedicato ad una divinità femminile. Se la giocano Diana,
Venere e Persefone, con una lieve preferenza per quest’ultima. A Taranto, infatti, questa dea ha sempre goduto
di un’altissima considerazione e gli studiosi sono tutti concordi nel ritenere che la statua di Persefone
attualmente situata nel museo di Berlino sia, in realtà, di provenienza Tarantina.
In più, durante gli scavi per il rinvenimento del Tempio Dorico, sono stati trovati 3 frammenti di statuette
rappresentanti una donna seduta in trono, insieme a resti di ossa, zanne di suini e terra bruciata. Questo
insieme di elementi rende più che verosimile l’ipotesi che nell’antico tempio i coloni facessero sacrifici in onore di
una divinità femminile.

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Perché il delfino è il simbolo di Taranto

Vi siete mai chiesti perché il delfino è il simbolo di Taranto? Se la risposta è sì e fremete dal desiderio di
conoscere la verità, violerò tutte le leggi della suspence e della tensione narrativa fornendovi sin dal principio
tutte le risposte a questa domanda:
nelle leggende che si raccontano su Taranto compare sempre un delfino;
il Golfo di Taranto ospita delfini da oltre 4 mila anni e ancora oggi è tutt’altro che raro avvistarli non troppo
lontano dalla città.

Il delfino nelle leggende su Taranto
Cosa hanno in comune Taras, Falanto e Arione? No,
non avevano lo stesso fornitore di tuniche e clamidi.
Se avete letto i precedenti post di Taranto Magna
(l’avete fatto, VERO???), avrete notato che questi tre
personaggi sono accomunati dal fatto di essersi
imbattuti in un delfino nel corso delle loro avventure.
Appare un delfino mentre Taras fa sacrifici presso un
fiume in onore del padre Nettuno.
Ce n’è uno che giunge in soccorso di Falanto durante
un naufragio. E quando, nella traversata da Taranto a
Corinto, Arione si tuffa in alto mare per sfuggire ai suoi
aguzzini, indovinate chi conduce il citarista sano e salvo
a riva? Bravi, un delfino.

http://www.tarantomagna.it/curiosita/perche-delfino-simbolo-taranto/

Ora, non può trattarsi di una coincidenza. Se tre uomini,
Taras e il delfino
la cui storia è legata a Taranto, hanno incontrato a
distanza di secoli l’uno dall’altro lo stesso genere di
mammifero (fra migliaia di specie animali papabili), ci sarà senz’altro una ragione, una premeditazione. Non
potete dirmi che il delfino passava di là per caso… è contrario a ogni statistica.
Sono andata perciò alla ricerca di notizie che motivassero questa sospetta ricorrenza e spiegassero cosa il
delfino rappresentasse nella simbologia del passato.
Oggi si associa al simpatico mammifero una serie di virtù, prime fra tutte l’intelligenza. Ma gli abitanti dell’antica
Grecia quale significato attribuivano a una sua apparizione? State a sentire.

Il delfino, simbolo del favore degli dei
Secondo le tradizioni elleniche, vedere un delfino era segno di buon augurio. Il delfino rappresentava
la manifestazione della volontà di Apollo, il dio degli oracoli (il celebre oracolo di Delfi, da cui delfino, appunto)
e il protettore dei naviganti.
Una delle leggende tramandateci da Omero racconta infatti che Apollo abbia scelto proprio le sembianze di un
delfino per salvare dalla tempesta una nave di mercanti cretesi, dirottandola nel luogo in cui si trovava il tempio
di Delfi. Nominò poi i membri dell’equipaggio custodi del santuario e interpreti dei suoi oracoli.



E poiché mi avete visto pel tempestoso mare prendere le forme di
un delfino per slanciarmi sulla vostra nave, invocatemi sotto il
nome di Delfico, e il tempio di Delfo sarà celebre.

Anche Nettuno veniva rappresentato sotto forma di delfino dai greci e, anzi, questo animale faceva coppia fissa
con il tridente nell’iconografia del dio del mare. Il delfino incarnava Nettuno, era il re delle creature marine
come il leone lo era di quelle terrestri.

Ma l’associazione con Taranto?
Ora ci arrivo. Come senz’altro saprete, Taranto era la Capitale della Magna Grecia. La sua posizione geografica
le permetteva di esercitare un controllo sul mare davvero invidiabile, e questo aveva favorito il fiorire del
commercio, dell’economia e, in conseguenza, dell’arte e della cultura.
Ad una città di questo calibro dovevano essere trovate origini divine che testimoniassero che era nata sotto una
buona stella, col beneplacito di Apollo in persona, il protettore dei naviganti, o di Nettuno, dio del mare.
Per questo i greci diedero vita a queste meravigliose leggende, e si servirono del delfino per dimostrare il favore
degli dei alla fondazione della città.

http://www.tarantomagna.it/curiosita/perche-delfino-simbolo-taranto/

I delfini nel Golfo di
Taranto oggi
Osservare i delfini, vederli lambire la nave o saltare
come esperti acrobati nell’acqua, è un privilegio che in
pochi si possono permettere. E chi vive a Taranto o
viene da queste parti per le vacanze, può farlo eccome.
Nel Golfo di Taranto i delfini hanno trovato il loro
habitat ideale per via dell’abbondanza in queste acque
di pesce azzurro di cui vanno letteralmente ghiotti.
L’hanno scelta come loro casa da oltre 4 mila anni.

La Stenella – Fonte Jonian Dolphin Conservation

Le specie più comuni sono le stanelle striate e per
poterle ammirare è sufficiente contattare il team dello
Jonian Dolphin Conservation, un’associazione
scientifica che si occupa dal 2009 di studiare e
classificare i cetacei dello Ionio attraverso escursioni
esplorative a bordo del catamarano “Taras”.

In più del 90% delle uscite in mare è stato possibile osservare i delfini mentre nuotano e sollevano simpatici
schizzi, e neanche troppo lontano dalla città.
Se siete interessati a viaggiare sulle rotte dei delfini e a trascorrere una giornata diversa dal solito, troverete tutte
le informazioni utili sul sito dello Jonian Dolphin Conservation che vi segnalo con piacere, e dai cui ho anche
preso in prestito le foto a corredo di questo post.
E voi avete già fatto un’escursione con Jonian Dolphin Conservation? Aspetto i vostri commenti!

http://www.tarantomagna.it/curiosita/perche-delfino-simbolo-taranto/

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Una leggenda legata a Taranto: Arione e il delfino

La prima volta che ho incontrato Arione è stato nel titolo di una versione di greco di quinto ginnasio. La versione
si chiamava proprio così, “Arione e il delfino”.
Non chiedetemi come faccia a ricordarmelo, so solo che negli anni ho sviluppato questa strana capacità di
rammentare perfettamente cose insignificanti e di tralasciare quelle di capitale importanza.
Ora, chi come me ha avuto a che fare col greco, sa benissimo che nella traduzione non ci si può prendere troppe
libertà e che si deve rimanere quanto più possibile fedeli al testo.
Capirete quindi lo stato d’animo di rivalsa con cui mi accingo a raccontare questa leggenda: in barba ai frustranti
vincoli della traduzione letterale, ho tutta l’intenzione di prendermi un sacco di licenze (nel metodo di narrazione,
non nei contenuti) e di parlare di Arione e il delfino esattamente come mi pare.

Arione, il citarista
Dicevo, Arione e il delfino. Presentiamo come si deve i due protagonisti di questa leggenda.
Arione era una famoso citarista. Periandro, il tiranno di Corinto, adorava sentirlo suonare e cantare, ma lo lasciò
partire per permettergli di accrescere la sua fama.
Arione girovagò per l’Italia, ma a Taranto dimorò più a lungo che in altre città riuscendo ad accumulare ingenti
ricchezze. La sua abilità con la cetra gli aveva infatti procurato presso i Tarantini grande ammirazione: come
strimpellava lui, manco Jimi Hendrix.
Sul delfino non mi sento di aggiungere molto, se non che era curioso (ridere in questo punto, prego). Il suo
destino si intreccerà con quello del citarista nel prossimo paragrafo.

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Arione da Taranto a Corinto
Essendo al culmine della notorietà, Arione pensò fosse
giunto il momento di allontanarsi da Taranto e di
tornare a Corinto. Quando la nave salpò e fu in alto
mare, la ciurma complottò contro di lui perché voleva
impadronirsi del suo denaro.
Arione supplicò l’equipaggio di prendersi tutti i suoi averi
e di lasciarlo in vita, ma nessuno dei marinai si
commosse. Gli fu data, tuttavia, la possibilità di
scegliere (che gentili…) fra un suicidio con degna
sepoltura in terra o un tuffo in alto mare.
Arione scelse la seconda alternativa ma, prima di
compiere l’estremo gesto, chiese di intonare un ultimo
canto. Presa la cetra, suonò e cantò una lode ad Apollo
così soavemente che attirò intorno alla nave un gruppo
di delfini.

Arione di Albrecht Durer

Quando si buttò, uno di essi lo raccolse sul dorso e lo portò sano e salvo presso il santuario di Poseidone a
Capo Tenaro.
I marinai proseguirono per Corinto senza accorgersi di nulla.

La rivincita di Arione
Smanioso di ripartire subito, Arione dimenticò di spingere in mare il delfino, che morì in quel luogo. Raggiunse
Corinto e raccontò all’amico Periandro la sua disavventura. Il re ordinò che il delfino fosse sepolto e gli fosse
innalzato un monumento funebre.
Poco tempo dopo, giunse a Corinto la nave su cui Arione aveva viaggiato. Periandro fece chiamare l’equipaggio
e, fingendosi ignaro dei fatti, domandò notizie di Arione. I furbetti risposero che era in ottima salute, nessun
acciacco perché era giovane e forte, che girava per l’Italia raccogliendo trionfi ovunque, ma che al momento si
trovava a Taranto.
La risposta di Periandro fu questa: “Domani giurerete
davanti al monumento del delfino!” e comandò che
fossero rinchiusi in prigione.
Il giorno dopo furono condotti al sepolcro e qui essi
giurarono di aver detto su Arione la verità, tutta la verità,
nient’altro che la verità. Ma il citarista, che fino a quel
momento se ne era rimasto nascosto, si palesò al
cospetto dei marinai lasciandoli di stucco.

http://www.tarantomagna.it/curiosita/leggenda-taranto-arione-delfino/

Arione su un cavallo marino di Bouguereau

Periandro li fece crocifiggere presso la tomba del
delfino, vendicando così l’offesa che l’amico Arione
aveva subito.

Si dice che Apollo, colpito dal canto intonato in suo onore, abbia poi assunto fra le stelle sia Arione che il delfino
trasformandoli in due costellazioni: la costellazione della lira e la costellazione del delfino.

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Le sirene di Taranto: la storia d’amore di Skuma

La storia d’amore che c’è dietro le sirene sedute sugli scogli del Lungomare di Taranto è piaciuta anche ad una
ragazza poco romantica come me. E quando dico che sono poco romantica intendo che non lo sono per niente.
Zero spaccato.
Ve ne do notizia non perché vi facciate un’idea della personalità della sottoscritta (di cui, suppongo, non vi importi
un granché) ma perché siate preparati al racconto che seguirà nelle prossime righe: se, infatti, una storia
d’amore incontra persino il gradimento di un cuore di pietra come il mio, questa non può che essere una
garanzia di qualità. Modestia a parte.
Non si tratta di una storia d’amore come le altre.
E’ piena di colpi di scena in stile fantasy: fiori magici,
sortilegi, fate e altri cliché tipici. Eppure, è
straordinariamente realistica perché i suoi protagonisti
sono persone che hanno fatto un errore e hanno trovato
la forza di perdonarsi.
Ecco, ci sono: quella delle sirene di Taranto è la storia
di un perdono reciproco, la più difficile dimostrazione
d’amore che esista.
E dopo questa premessa, mi impegno formalmente a
indirizzare ogni sforzo narrativo sui due personaggi
principali del racconto. Così sia.

http://www.tarantomagna.it/cosa-vedere-taranto/sirene-taranto-leggenda-skuma/

La leggenda di Skuma
Chiariamo subito un equivoco. Le sirene appollaiate sugli scogli del lungomare di Taranto non sono una
vecchia conoscenza di Ulisse. Anche alle sirene Tarantine piaceva sedurre i naviganti con canti e guizzi di pinna,
ma la loro storia non ha nulla a che vedere con Circe, Itaca e i tappi per le orecchie.
E no, non sono nemmeno parenti alla lontana di Re Tritone.
Taranto, essendo bagnata da due mari, divenne meta
prediletta dalle sirene che decisero di risiedervi in
mondo stabile e di costruirvi il loro castello incantato.
All’epoca dei fatti, viveva in città una coppia di giovani
sposi. Lei, una bellezza straordinaria. Lui, un prestante
pescatore.
Proprio a causa del suo mestiere, il marito stava lontano
da casa dall’alba al tramonto, se non per giorni e giorni.

Sirena dalla Rotonda del Lungomare

Un ricco signore tarantino cominciò a provare un vivo
interesse per la sposa solitaria e approfittò
dell’assenza del pescatore per corteggiarla e farle regali
costosi. Un giorno riuscì a sedurla.

La donna, in preda al rimorso, confessò tutto al marito quando rientrò a casa dal lavoro. Questi, l’indomani,
condusse la bella moglie in barca e, non appena furono in alto mare, la spinse in acqua facendola affondare
(non sapeva nuotare).
Le sirene arrivarono in soccorso della ragazza appena in tempo e, affascinate dalla sua incredibile bellezza, la
incoronarono loro regina col nome di Ariel di Skuma (Spuma) perchè era stata portata dalle onde.

Il pentimento del pescatore
Nel frattempo, il pescatore si pentì del gesto compiuto e, credendola morta, tornò ogni giorno nel punto in cui
l’aveva vista annegare a piangere amare lacrime.
Le sirene si incuriosirono per il suo comportamento e, decise ad impadronirsi della barca, lo fecero cadere in
acqua. Lo condussero al castello incantato, Skuma lo riconobbe e pregò le sue nuove amiche di risparmiargli la
vita.
Quando il pescatore si risvegliò a riva, ricordò quel che era accaduto e capì che nulla era più importante che
ricongiungersi alla sua sposa. Una fata gli rivelò come liberare l’amata: raccogliere l’unico fiore di corallo
bianco dal girdino delle sirene.
Il giorno seguente, si procurò un’altra barca e in mezzo al mare si mise a urlare a squarciagola il nome della
moglie. Skuma fuggì dal castello e raggiunse il pescatore, riabbracciandolo calorosamente.

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Skuma coglie il fiore di corallo bianco
Prima di lasciarla tornare dalle sirene, il pescatore riferì alla moglie che l’unico modo per liberarla una volta per
tutte era impadronirsi del fiore di corallo bianco e consegnarlo alla fata. Skuma elaborò un piano diabolico e il
marito fu pronto ad obbedirle alla lettera il giorno seguente.
Usò tutti i loro risparmi per comprare bellissimi gioielli, li mise in barca e si addentrò nel golfo di Taranto. Le
sirene lasciarono incustodito il castello perché ingolosite da gemme e pietre preziose.
Skuma poté così agire indisturbata, rubare il fiore di corallo e portarlo alla fata che attendeva sulla spiaggia.
La fata agitò la sua bacchetta e, a colpi di bibidi-bobidi-bù, sollevò un’enorme onda che trascinò via le sirene
dal golfo di Taranto, mentre Skuma e il pescatore si risvegliarono, l’uno accanto all’altra, in riva al mare. Di
nuovo uniti – o, forse, uniti davvero per la prima volta – ritornarono insieme a casa.

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Foto tratta dalla Pagina Taranto Città Vecchia
Ora, sorvolando su questioni marginali come l’adulterio e il tentato omicidio, esprimo tutta la mia simpatia per
questi due personaggi, due comuni esseri umani con debolezze e imperfezioni che hanno saputo correggersi e
imparare dai loro errori.

Brevi note sulle sirene di Taranto
Le statue delle sirene sul lungomare di Taranto sono state realizzate dallo scultore Francesco Trani in
cemento marino per renderle più resistenti all’azione corrosiva dell’acqua e alla salsedine. Quelle da me
fotografate e che vedete in questo articolo si trovano:
sugli scogli vicino al Molo Sant’Eligio
nei pressi della Rotonda Marinai d’Italia
In particolare, l’ultima foto in alto mi è stata gentilmente concessa dai gestori di “Taranto città vecchia”, una
pagina facebook davvero interessante che pubblica ogni giorno foto meravigliose sulla nostra isola tarantina.
Questa immagine mi ha colpito perché, essendo scattata da molto vicino, riesce a cogliere certi particolari che
dalle mie non emergono a causa della diversa angolazione.
Un grazie ancora a loro per esser stati così disponibili.

http://www.tarantomagna.it/cosa-vedere-taranto/sirene-taranto-leggenda-skuma/

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La storia di San Cataldo, dall’Irlanda a Taranto

Cataldo e' il santo patrono di Taranto: su questo non ci piove. L'altra cosa certa e' che nacque in Irlanda. Ora,
qualcosa non torna. Come fa un irlandese ad essere il protettore di una citta' del sud Italia? Quali peripezie lo
hanno condotto fin qui?
Il mare limpido e la bonta' del pesce tarantino sono
un'indiscutibile attrattiva...conosco persone che per una
spaghettata con le cozze sarebbero capaci di
attraversare lo Ionio nuotando a farfalla (ogni
riferimento a fatti e persone e' puramente casuale). Ma
qualcosa mi dice che non sia per queste cose che
abbia abbandonato il paese natio. Per cosa, allora?
Dovevo indagare, dovevo sapere. Dalle mie letture
sono venute fuori notizie interessantissime. Ho scoperto
che San Cataldo era un uomo colto, generoso e di
talento.
Ma soprattutto, come molti eccellono nello sport, nella
pittura, negli scacchi o nel comporre versi, Cataldo
sembrava avere invece, sin da piccino, una certa
attitudine a far miracoli. Molti miracoli. Non tre o
quattro, come nel curriculum di ogni santo che si

http://www.tarantomagna.it/storia-taranto/san-cataldo-irlanda-taranto/

rispetti.
Ha fatto piu' miracoli lui nella vita che starnuti io nella
mia.

Foto tratta dal sito della Bottega d'Arte di Mortet

La cosa che piu' mi ha colpito, poi, e' la disinvoltura disarmante con cui compiva questi prodigi. Raccontano le
leggende che San Cataldo resuscitava i morti e guariva gli infermi con la stessa naturalezza con cui un comune
mortale si gratta il naso. Una carezza, un bacio, un po' di terriccio sollevato in aria e... puff! Accadeva
l'impossibile.

I Miracoli di San Cataldo
La vita di San Cataldo e' densa di avvenimenti affascinanti. Come dicevo, pero', sono troppi perche' io ne possa
parlare come si deve. Ho deciso percio' di limitarmi a citarne alcuni rapidamente.

rispetti.
Ha fatto piu' miracoli lui nella vita che starnuti io nella
mia.

Foto tratta dal sito della Bottega d'Arte di Mortet

La cosa che piu' mi ha colpito, poi, e' la disinvoltura disarmante con cui compiva questi prodigi. Raccontano le
leggende che San Cataldo resuscitava i morti e guariva gli infermi con la stessa naturalezza con cui un comune
mortale si gratta il naso. Una carezza, un bacio, un po' di terriccio sollevato in aria e... puff! Accadeva
l'impossibile.

I Miracoli di San Cataldo
La vita di San Cataldo e' densa di avvenimenti affascinanti. Come dicevo, pero', sono troppi perche' io ne possa
parlare come si deve. Ho deciso percio' di limitarmi a citarne alcuni rapidamente.

http://www.tarantomagna.it/storia-taranto/san-cataldo-irlanda-taranto/

San Cataldo in prigione
Non spaventatevi per questo titolo. San Cataldo restò in prigione solo per una notte... non ebbe neanche il tempo
di vedere il sole a scacchi.
L'affetto che il popolo provava per lui aveva suscitato le invidie dei potenti. La notizia dei suoi miracoli arrivo'
infatti fino alle orecchie del re (non si sa quale re) che fece rinchiudere Cataldo in una prigione con l'accusa di
praticare la magia.
Ma la notte del re fu piena di incubi: sogno' due angeli. Uno gli annunciava la morte imminente, l'altro gli
prometteva il perdono se avesse liberato il prigioniero e gli avesse donato il ducato di Meltride, che sarebbe
morto quella notte.
Appena sveglio, il re racconto' alla moglie il sogno. In quel preciso momento, un nunzio li raggiunse e comunico'
loro la morte di Meltride.
Dire che il re fosse terrorizzato e' veramente poco. Era bianco come un lenzuolo. Subito diede ordine che
Cataldo fosse liberato e, per farsi perdonare, lo prego' di accettare il Vescovado di Rachau e il ducato di
Meltride.

La visione in Terra santa
Arriviamo adesso al nocciolo della questione, ovvero a spiegare cosa condusse San Cataldo fino a Taranto. Si
trovava in Terra Santa a visitare i luoghi sacri, quando ebbe una visione. Dio gli disse:



Cataldo, recati a Taranto, ove la Fede predicata dal mio primo
Apostolo Pietro sta in pericolo di perdersi del tutto. Ti costituisco
percio' Pastore di quei popoli che si trovano senza guida. Alle tue
cure raccomando la Chiesa Tarantina: vade Tarentum!

La volonta' divina era che Cataldo evangelizzasse Taranto, una citta' dove la fede languiva a causa della
mancanza di Clero e Pastori.
Durante la traversata in mare, infurio' una terribile tempesta, che, indovinate un po', Cataldo riusci' a domare
con la forza delle sue preghiere. Per la cronaca, in questa occasione resuscito' anche un marinaio, travolto da
uno dei pennoni della nave.

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L'arrivo a Taranto
Arrivato a Taranto, il Santo comincio' a predicare il Vangelo come prima di lui fecero San Pietro e Marco, suo
discepolo. Fece moltissimi miracoli e l'entusiasmo dei tarantini fu tale che tutti abbracciarono la Fede Cristiana e
proclamarono Cataldo vescovo della citta'.
Quanto tempo sia vissuto a Taranto, non si sa con precisione: forse vent'anni. Si sa pero' che mori' molto vecchio
e che chiese che il suo corpo venisse sepolto nella Cappella di S. Giovanni in Galilea, accanto alla Cattedrale.
Anche dopo la sua morte accaddero eventi prodigiosi: ogni sorta d'infermita' e di sofferenza venivano guarite
solo toccando il suo corpo.

Il ritrovamento del corpo di San Cataldo
L'Arcivescovo Drogone trovo' il corpo di San Cataldo circa dieci secoli piu' tardi quando ordino' di ricostruire la
chiesa diroccata dove il Santo era stato sepolto. Di San Cataldo era ormai stata perduta ogni memoria a causa
delle continue distruzioni che Taranto subi' nel tempo (mannaggia ai Saraceni!).
Era il 10 maggio del 1071 e, mentre gli operai scavavano, il loro piccone urto' contro un sarcofago di marmo
che emanava una dolce profumo.
Venne trovato al suo interno un corpo in perfetto stato
di conservazione e una crocetta di oro su cui era
inciso a caratteri latini il nome "Cataldus".
Come si sparse la notizia del rinvenimento delle
reliquie di San Cataldo, i fedeli accorsero per chiedere
grazie, molte delle quali furono soddisfatte.

Foto tratta dal sito ufficiale della Cattedrale di
Taranto

Le ossa del santo sono oggi custodite all'interno
del cappellone del Duomo e ogni anno, nei giorni 8, 9
e 10 maggio, Taranto festeggia il suo patrono con
fuochi di artificio, spettacoli folkloristici e una suggestiva
processione marittima che passa attraverso il canale
navigabile.

Un giusto tributo, direi, ad un uomo che ha fatto davvero del bene alla citta', siano o meno soltanto favole.

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Taranto città vecchia: storia, impressioni, vicoli e pesc

Taranto Vecchia è un’isola. Una di quelle che c’è, che esiste senza bisogno di Peter Pan. Per raggiungerla è
sufficiente attraversare il Ponte Girevole o il Ponte Punta Penna, perciò mettete in garage il vascello da pirata e
conservate la polvere magica per altre occasioni.
Avete capito bene. La zona più antica di Taranto è concentrata su un’isola che trasuda storia da ogni pietra.
Non sono sicura di quel che sto per scrivere, ma credo che Taranto sia l’unica città al mondo in cui parte antica e
nuova siano separate non solo storicamente ma anche geograficamente. Insomma, confondersi fra le due è
praticamente impossibile.

Taranto Vecchia, un mondo a parte
Forse è proprio questa “separazione fisica” a rendere
Taranto Vecchia un posto speciale. Quando percorro le
sue strade, ho sempre l’impressione di trovarmi immersa
in un mondo a parte, in un’atmosfera tutta diversa, per
nulla simile a quella che ferve altrove.
Non so spiegarlo. E’ come se a Taranto Vecchia non
splenda lo stesso sole che brilla per gli altri Tarantini.
Sembra un altro sole, creato apposta per illuminare quei
tetti, quelle strade, quei volti.
Passeggiando fra le viscere dell’isola, ci si accorge di
quanto sia facile passare da uno scorcio mozzafiato ad
un altro: il mare a strapiombo dalla ringhiera di Corso

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Vittorio Emanuele II, il tripudio architettonico di chiese e palazzi d’epoca, il fascino antico delle colonne del
Tempio di Poseidone.
E poi il tocco finale, così normale e quotidiano, dei balconcini delle case, abbelliti con vasi di gerani e ciclamini,
da cui pendono lenzuola e capi di biancheria variopinta.
Si va avanti così, di stupore in stupore, senza averne mai abbastanza, senza che gli occhi si abituino a un simile
suggestione. Eppure, in mezzo allo splendore, sbucano tratti di strade abbandonate, zone interdette, case
disabitate che hanno il sapore di un’occasione sprecata, di una trascuratezza ingiusta.

Vista da Corso Vittorio Emanuele II
Stradine tortuose e cunicoli senza sole si intervallano a palazzi vecchi, sbarrati, addormentati. Osservandone
le crepe, qualcuno scorge il fascino di un passato importante, altri l’amarezza per un futuro ancora solo probabile.
Ma qualcosa sta cambiando…c’è nell’aria l’odore del cambiamento, della rinascita. Così, a poco a poco, sono
sorti in città vecchia pub frequentatissimi, lounge bar alla moda, caffetterie assortite, ristoranti tipici,
alberghi caratteristici e persino l’Università. Questi luoghi hanno contribuito a vivacizzare le strade della città
vecchia, a riempirle di turisti e di cittadini che vogliono riappropriarsi della loro isola, conquistarla, farla bella e
sentirsi a casa anche oltre il Ponte Girevole.

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Gli stretti vicoli di Taranto Vecchia
Come dicevo, Taranto Vecchia è organizzata in vicoli stretti e angusti, che
restano senza sole tutti i giorni dell’anno. Alcuni sono talmente stretti che vi
passano attraverso solo i mingherlini, mentre le persone di più robusta
costituzione imboccano strade alternative non essendo propensi a sottoporsi
ad una settimana di denutrizione (esagero).
Vi siete mai chiesti perché siano stati costruiti così?
Dopo il 927, quando i Saraceni causarono la totale distruzione della Taranto
greco-romana, si rese necessario ricostruire la città tenendo conto di questa
tragica esperienza.
L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, che è considerato il secondo
fondatore di Taranto dopo Taras, si interessò alla faccenda su pressione dei
superstiti alla strage, e fece arrivare architetti dalla Grecia perché la
ricostruissero.
Il fatto che sorgesse su un’isola creava già buone opportunità difensive, ma
non era sufficiente. La nuova struttura urbanistica di Taranto doveva consentire di proteggere la popolazione
dagli sbarchi di nuovi invasori, perciò le sue strade vennero rese strettissime in modo che non potesse
passarvi più di una persona per volta.
Molti di questi architetti non tornarono nella terra natia perché non seppero resistere – comprensibilmente – al
fascino delle donne tarantine, e ad esse si unirono in matrimonio. Tra le stradine della città vecchia si iniziò a
parlare una lingua strana, un misto di greco e latino, tanto che ancora oggi nel linguaggio dialettale è rimasta
qualche traccia di vocaboli di sapore “esotico”: babbione, citro, paturnia, vastàse, rummàte, vummìle…
Niceforo dotò Taranto di acquedotti e salde mura; rese inoltre più bassa la costa lungo il Mar Piccolo per
consentire ai pescatori di praticare facilmente la loro attività.
Nonostante la devastazione cui fu sottoposta, Taranto ritornò così a dominare il suo mare, da cui aveva tratto sin
dall’inizio forza e ricchezza.

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Taranto Vecchia e i
suoi pescatori
In questo dedalo di vicoli millenari vive una popolazione
tenace, che non vuole abbandonare la città vecchia ma
rimanere lì, all’ombra di San Cataldo, nello stesso luogo
in cui si insediò la famiglia moltissimi anni prima.
Si tratta per lo più di pescatori, avviati al mestiere sin da
bambini.
I pescatori di Taranto Vecchia hanno sempre avuto un
po’ paura di essere sradicati dall’isola, di essere
inseriti in un altro mondo percepito come diverso.
Questo modo di vivere e pensare, inculcato sin dalla
giovane età, ha reso difficile – per molti anni – lo spostamento del pescatore in altri quartieri della città e, anche
quando ciò avveniva, il legame con l’ambiente di provenienza non si esauriva mai del tutto. Tipico è, fra i
pescatori, il modo di dire:



Agghie nate ‘ndalle cozze!

In passato, la più grande aspirazione di un abitante di Taranto vecchia era avere una barca propria. La pesca
costituiva – ed è tuttora così - il nucleo centrale delle attività dell’isola e, prima di organizzarsi anche in forme più
complesse, era praticata esclusivamente in modo artigianale, con una tecnica che risale a migliaia di anni fa.
Il mare che circonda la città è ricco di fauna marina (triglie, orate, dentici, spigole), tanto che è possibile
praticare la pesca senza bisogno di allontanarsi troppo dalla costa e disponendo di un’attrezzatura assai
modesta.

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I motopescherecci si inoltrano all’alba nel Mar Ionio e rientrano, poi, per scaricare il pesce – già sistemato in
cassette – sulla sponda di Via Garibaldi, dove si tiene il mercato all’ingrosso. Questa scena si ripete ogni giorno
e la si può ammirare senza che perda il suo antico fascino.
Durante le lunghe pesche notturne, i pescatori si riscaldano accendendo il fuoco in un rustico recipiente e,
protetti da rozze coperte, si stendono sul fondo della barca aspettando l’alba.

L’esodo dalla Città Vecchia
Nel 1746, all’epoca dei catasti onciari decretati da Carlo III di Borbone, l’attuale Taranto vecchia costituiva il
100% della città e tutta la popolazione era raccolta sull’isola.
La città vecchia era inoltre circondata interamente da una massiccia cinta muraria. Questo determinò col tempo
un sovraffollamento fastidioso, che si fece più acuto con la creazione dell’Arsenale della Marina Militare.
All’epoca della grande industrializzazione, la situazione migliorò perché la popolazione – prima dedita solo alla
pesca – venne progressivamente assorbita in questo nuovo settore, il che non rendeva necessaria la sua
residenza sull’isola.
L’esodo si è fatto sempre più consistente con l’andare del tempo, tanto che oggi molte delle case della città
vecchia sono disabitate. Alcune strutture, erette in luoghi strategici ma fatiscenti, aspettano di essere
restaurate, di essere riportate alla loro antica, importante, meravigliosa, palpitante, unica bellezza.
Non fatele attendere a lungo.

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Le “gare” della Domenica delle Palme a Taranto

Oggi è la Domenica delle Palme e la gente per strada si scambia auguri e ramoscelli d’ulivo.
E’ una giornata speciale per Taranto. Ci si riunisce per il pranzo in famiglia, si pregustano le vacanze ormai
prossime, si tende la mano a chi ci ha fatto un po’ arrabbiare (tipicamente, suocere e fratelli). Ma, soprattutto, c’è
grande trepidazione per le cosiddette “gare” per aggiudicarsi le statue delle processioni pasquali.
La parola “gare” compare per la prima volta nei documenti ufficiali nel 1850 ad
indicare le offerte al rialzo dei confratelli per aggiudicarsi simboli e statue da
portare in processione durante i Riti della Settimana Santa.
La Domenica delle Palme dà infatti ufficialmente inizio ai Riti della Settimana
Santa Tarantina, conosciuta in tutta Italia – ma che dico, in tutto il mondo! –
come momento di grande aggregazione e manifestazione di fede. Un evento
religioso fra i più suggestivi, di forte impatto emotivo.

Foto di “Sotto quel
cappuccio bianco”

Durante le processioni, i “perdùne” delle confraternite tarantine camminano
scalzi e incappucciati per le strade della città in un pellegrinaggio di penitenza
a cui si sottopongono con fervore e devozione.

L’anno prossimo, nel 2015, i Riti Tarantini compiranno 250 anni di vita e grandi
cose saranno architettate per festeggiare questo importante anniversario, lo so. Ma pensiamo a quest’anno.

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Perché si chiamano “gare” della Domenica
delle Palme
Le gare della Domenica delle Palme hanno il compito di “scegliere” i partecipanti alle due processioni pasquali,
quelle dell’Addolorata (Giovedì Santo) e dei Misteri (Venerdì Santo), e di raccogliere offerte per l’ingaggio dei
complessi musicali, per l’allestimento del Sepolcro e per l’organizzazione dell’evento religioso in genere.
Si comincia con una breve preghiera e, tra offerte e
scampanellii, si arriva alla completa aggiudicazione dei
simboli.
Le offerte vengono pronunciate dai confratelli a voce
alta, come se fosse una vera e propria asta: chi offre
di più diventa aggiudicatario del simbolo per cui ha
concorso.
Sarà lui poi a indossare l’abito della confraternita e a
prendere parte a una delle due processioni, se non ad
entrambe.

Foto di “Sotto quel cappuccio bianco”

Un po’ di storia sulle “gare”

La prima gara si svolse nell’oratorio della Chiesa di
San Domenico. Cresciuto il numero dei confratelli, si pensò di trasferire le gare nelle chiese per ragioni di spazio.
Solo nel 1979, per volontà dell’arcivescovo Guglielmo Motolese, le gare della Domenica delle Palme non si
svolsero più in chiesa ma nell’auditorium “Tarentum” e nel Salone dell’Amministrazione Provinciale.
Ah! Dimenticavo… le donne non possono partecipare alle gare né presenziare ad esse.

Polemiche sulle offerte
Si ipotizza che secoli fa i confratelli abbiano cominciato le gare usando i loro risparmi e che, con l’aumento del
numero degli iscritti, siano via via cresciute anche le somme, toccando cifre talvolta eccessive che hanno
suscitato critiche comprensibili.
Negli anni si sono perciò escogitati alcuni accorgimenti per evitare il monopolio dei cittadini più abbienti. Un
esempio è il sistema della “rotazione”: chi si aggiudica una statua o un simbolo, per tre anni non può
concorrere per quel simulacro.
In questa maniera, sotto ciascuna statua si succedono 32 confratelli diversi ogni 4 anni.

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Pasqua 2013: la Settimana delle “gare spostate”
Lo scorso anno si è fatto uno strappo alla tradizione: l’Arcivescovo Filippo Santoro ha stabilito che le gare si
svolgessero il quarto sabato di Quaresima, suscitando non poche perplessità da parte dei fedeli.
La ragione della decisione è stata che le gare, per via della loro somiglianza ad un’asta, rappresenterebbero
qualcosa di “commerciale”, che poco si concilia con lo spirito religioso che dovrebbe animare la giornata.
Insomma, il monito di monsignor Santoro alla cittadinanza è stato un invito a maggiore sobrietà e compostezza
nel giorno in cui si celebra l’arrivo di Cristo a Gerusalemme.
Quest’anno le “gare” si svolgeranno nella Domenica delle Palme, come tradizione vuole. Durante la Settimana
Santa, a cui le gare danno il via, i Tarantini mostrano il loro vero volto: non un popolo in decadenza, come le
cronache vogliono far credere, ma una comunità viva, fervida e fervente, disposta al sacrificio e illuminata dalla
speranza.
Buona Settimana Santa a tutti!

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Il ponte girevole: storia e curiosità

Il Ponte Girevole rappresenta sicuramente il simbolo più conosciuto della città di Taranto. L’associazione
Taranto-Ponte Girevole è praticamente automatica, un po’ come Roma-Colosseo, Parigi-Torre Eiffel, Londra-Big
Ben, Amsterdam… vabbè, avete capito.
Vediamo come funziona il Ponte Girevole e ripercorriamo brevemente (sì, brevemente) le tappe della sua
costruzione.
Innanzitutto, è costituito da un’imponente struttura in metallo che scavalca il canale navigabile collegando l’Isola
della Città Vecchia con il Borgo Nuovo.
Le acque che il ponte sovrasta vengono solcate quotidianamente dalle piccole imbarcazioni dei pescatori
tarantini, i cui volti sono abbronzati tutti giorni dell’anno.
Anticamente esisteva un vero e proprio istmo a unire le due sponde. Questo tratto di terra congiungeva
l’acropoli della città (oggi “Città Vecchia”) con il resto dell’abitato, situato nell’attuale Borgo Nuovo, ma fu poi
rimosso alla fine del ’400 per proteggere il Castello Aragonese dall’attacco dei nemici. Più precisamente si
trattava dei Turchi, i quali (dicono gli storici più rigorosi e preparati) erano tipi piuttosto vivaci…

L’apertura del Ponte Girevole
Assistere all’apertura del Ponte Girevole è davvero uno spettacolo singolare, tanto più considerando che
avviene solo per consentire il passaggio di navi di grandi dimensioni nel Mar Piccolo o da questo verso il Mar
Grande.

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E’ prevista un’apertura straordinaria anche nel mese di maggio per il transito della suggestiva processione
marittima dedicata al Santo Patrono di Taranto, San Cataldo.
Nell’ottobre 1989 i suoi bracci si sono invece schiusi al cospetto di Papa Giovanni Paolo II, che lasciò una
traccia del suo passaggio in barca nei cuori di tutti i cittadini presenti all’evento.
Sì, ok, ma come funziona l’apertura del ponte? Provo a spiegarla come se non capissi nulla di ingegneria. Il che
corrisponde al vero.
Il Ponte Girevole è diviso in due metà. L’azione degli
ingranaggi le separa l’una dall’altra e le fa ruotare su un
lato in modo alternato: dapprima si sposta quella più
vicina all’Isola, poi quella collegata al borgo nuovo.
A conclusione della manovra, che dura circa tre minuti,
le due metà del Ponte Girevole volgono verso il Mar
Piccolo e sono spalancate come le braccia di un parente
che ti dà il benvenuto in casa. Il borgo nuovo viene
temporaneamente separato dal borgo antico e la città si
spezza come un biscotto.
La nave può finalmente passare e l’equipaggio si raduna in coperta per ricambiare con enfasi il saluto della gente
affacciata sul Lungomare.

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Passano così le belle navi pronte per entrare nella darsena sicura,
volta la poppa al jonico orizzonte - Gabriele d’Annunzio

Il primo Ponte Girevole
Qualche dato serioso. Pare che il primo Ponte
Girevole di Taranto risalga alla fine del 1800 e che sia
stato realizzato in legno da una ditta di ingegneri di
Napoli. Le turbine che ne garantivano il funzionamento
erano azionate dalla caduta dell’acqua in una
cisterna situata nel Castello Aragonese.
Nel 1956 il ponte in legno venne sostituito con quello
attuale in metallo, sostanzialmente analogo al
precedente ma con funzionamento elettrico. E’ inoltre
più largo di alcuni metri.

Pescatori che hanno oltrepassato il Ponte
Girevole

In passato, il Ponte Girevole rappresentava l’unica via di
comunicazione fra l’Isola della Città Vecchia e la
terraferma, ma dal 1977 è affiancato in questo compito
dal Ponte Punta Penna, detto anche Ponte Pizzone,
che venne costruito a cavallo del restringimento
naturale che crea i due seni del Mar Piccolo.

Curiosità (= frivolezze) sul Ponte Girevole
Avete mai letto il libro o visto il film “Ho voglia di te” di Federico Moccia? No? Questo depone a vostro favore.
Stando a quello che mi ha detto un amico di un amico (ok, ho letto il libro ma non mi è piaciuto affatto), è la storia
di due ragazzi romani che si promettono eterno amore sul Ponte Milvio legando simbolicamente un lucchetto alla
catena di un lampione e gettandone via la chiave nelle acque del Tevere.
Perché vi racconto questo? Perché gli innamorati della città bimare hanno trovato nel Ponte Girevole un analogo
del Ponte Milvio e hanno attaccato alla sua ringhiera i famosi lucchetti dell’amore, lanciandone la chiave nel
canale navigabile.
La maggior parte di essi sono stati rimossi, altri restano coraggiosamente aggrappati alla ringhiera a suggellare
qualche ardore giovanile. Nonostante le numerose immersioni nel canale, le chiavi non sono mai state recuperate
(è una battuta).

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