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LA STAMPA
MERCOLEDÌ 14 MAGGIO 2014

Il presidente
del Consiglio
Matteo Renzi
ieri a Milano
per una
riunione
sull’Expo
Poi ha incontrato
gli iscritti
alla Camera
di Commercio

Reportage
MICHELE BRAMBILLA
MILANO

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

erto il duello non avrebbe
potuto svolgersi che a Milano, visto che il tema caldo è
l’Expo e le indagini sui suoi
appalti: ma l’occasione fa
l’uomo ladro, nel senso che sia Renzi
sia Grillo hanno capito benissimo che
per vincere devono (anche) «rubare» i
voti a un Berlusconi che considerano
in inevitabile declino.
Non inganni il fatto che Milano sia
amministrata da una giunta di centrosinistra. È, e rimane, uno dei principali serbatoi di voti del centrodestra. Pisapia, nel 2011, non ha vinto perché la
sua coalizione ha aumentato i consensi (infatti ha preso gli stessi voti di
quanti ne aveva avuti, cinque anni prima, Bruno Ferrante, che aveva perso):
ha vinto perché è crollato il centrodestra. E nonostante la vulgata non è
crollata la Moratti: è crollato un Berlusconi già segnato dalle inchieste su
Ruby e dalle difficoltà del suo governo.
Oggi l’ex Cavaliere, a torto o a ragione,
è dato in ulteriore caduta, e quindi sia
Renzi sia Grillo guardano all’ex elettorato di Forza Italia come una possibile
risorsa.
Come tutti i duelli, anche quello di
ieri si è svolto in uno spazio non più
grande di un ring: Renzi, a parte la
consueta visita in una scuola, è stato
in via Rovello, alla sede dell’Expo, e
poi in via Meravigli, alla Camera di
Commercio; Grillo ha parlato in un
ristorante-discoteca, Le Banque, in
via Bassano Porrone, che sta a pochi
metri di distanza. Tutto in centrissimo, nel cuore di Milano. Però gli sfidanti non si sono incrociati: Renzi ha
parlato in mattinata, Grillo nel pomeriggio. E quando gli è stato chiesto
come mai non fosse andato alla sede
dell’Expo mentre c’era il premier, il
comico ha risposto che non voleva
creare tensioni.
Diversa, oltre che l’ora, anche la
platea. Renzi ha parlato davanti agli
imprenditori, Grillo solo ai giornalisti,
in una conferenza stampa. E diverso,
anzi opposto, è stato naturalmente il
messaggio: Renzi ha detto che l’Expo
«è un’opportunità», Grillo che «è una
puttanata». Così sono stati fedeli al loro modo di essere: il premier parla di
fiducia, insomma chiede di fare; Grillo
- anche se ieri più volte si è lamentato
di essere dipinto sempre come «il signor no» - chiede di spazzare via tutto
e tutti, «come cibo avariato».
Se ci si ferma qui, è chiaro che il
duello di ieri l’ha vinto Renzi. Nel senso che i suoi interlocutori, gli iscritti
alla Camera di Commercio (un mondo
sicuramente a prevalenza berlusco-

C

ell’anno XXIII dell’era manipulitista - cominciata il 17 febbraio
1992 con l’arresto di Mario Chiesa - i più restano di stucco davanti alla
perseveranza nel malaffare di imprenditori e politici. Ma considerando la
propensione all’onestà dell’italiano
medio, a stupire dovrebbe essere, più
del ladrocinio, la disinvoltura, l’imprudenza, la sfrontatezza - per non dire
l’asineria - e anche quel po’ di cattivo
gusto con cui gli indagati parlavano al
telefono. Non vale soltanto per l’Expo,
ma anche e soprattutto per Claudio
Scajola al quale - dal punto di vista politico - andrebbe contestata l’aggravante di essere stato ministro dell’Interno, ruolo nel quale qualche notizia
sull’efficacia delle intercettazioni dovrebbe essergli arrivata. Come uno
che è stato al comando del Viminale

N

Taccuino
MARCELLO
SORGI

Lo scontro finale
si gioca anche
sugli sviluppi
dell’inchiesta
mbientato volutamente a Milano, la
Milano dell’Expo e
dello scandalo delle tangenti,
dove Grillo ieri ha raggiunto
Renzi per non lasciargli la
scena, lo scontro tra il presidente del consiglio e il capo
del Movimento 5 stelle sembra destinato a segnare la
conclusione della campagna
elettorale. Se Renzi ha insistito sulla linea della «normalizzazione» - avanti con i
lavori dell’Esposizione internazionale, massima severità
con i corrotti -, Grillo ha parlato di «rapina» in corso e ha
chiesto di fermare i cantieri.
Sarà questo il «mood» del
confronto finale, che tende a
concentrare l’attenzione degli elettori sui due leader, con
il rischio, per gli altri, di finire nel cono d’ombra di un appuntamento elettorale che
già non solletica molto l’attenzione dei cittadini.
Renzi punta a superare il
30 per cento e a distaccare
l’avversario M5S. Grillo continua ad assegnarsi l’obiettivo di arrivare primo, battere
il Pd com’è avvenuto (tolti i
voti degli italiani all’estero)
l’anno scorso, e far saltare
per aria il fragile equilibrio
della maggioranza di governo. Ora, è possibile che un risultato polarizzato sui due
maggiori avversari di questa
tornata possa danneggiare,
sia l’assetto dell’esecutivo sia
il cammino delle riforme, si
tratti di quella elettorale (se
Forza Italia arriva terza,
Berlusconi non avrà più interesse a un sistema a doppio
turno), o di quelle istituzionali, che sempre Berlusconi
rimette ormai in discussione
tutti i giorni. Ma nell’immediato, a meno di una vittoria
piena di Grillo, il rafforzamento del M5S spingerebbe
tutti gli altri partiti a resistere e a evitare, almeno nel futuro prossimo, nuove crisi e
prove elettorali.
Molto dipenderà dagli
sviluppi in arrivo dell’inchiesta di Milano: sebbene
il dissenso interno alla Procura sia ormai venuto allo
scoperto in termini assai
espliciti. È abbastanza
chiaro ormai che tra il procuratore Bruti Liberati che
ha voluto gli arresti della
scorsa settimana e il suo vice Robledo che s’è rifiutato
di firmarli non c’era accordo sui tempi e sui confini da
dare alle indagini: nel dubbio, secondo il vice, che ulteriori approfondimenti
avrebbero potuto portare a
un più largo coinvolgimento
dei vertici politici, e non solo all’individuazione delle
responsabilità dei manovali
delle tangenti.

A
TAMTAM

Il duello sotto la Madonnina
tra il premier e Grillo
La sfida per conquistare il voto dell’elettorato deluso da Berlusconi
Beppe Grillo
ieri ha tenuto
una conferenza
stampa
a Milano
attaccando
l’Expo
«È una
associazione
a delinquere
finalizzata
al riciclaggio
di denaro
pubblico»

BALTI/PHOTOVIEWS

niano o ex berlusconiano), preferiscono
sentirsi dire che l’Expo si farà piuttosto
che ascoltare discorsi sulla decrescita
felice. Il premier ha dispensato ottimismo a un mondo che di ottimismo ha disperatamente bisogno: «È un momento
in cui sembra che l’Italia non abbia più
la possibilità di un futuro, sembra che
tutto quello che si sta per fare debba essere bloccato», ha detto: «Ma anche se i
sondaggisti mi hanno sconsigliato di
parlare di Expo, sono qui per dirvi che il
governo non rinuncia a questa sfida».
Un discorso generale, senza entrare nel
dettaglio su come si interverrà, ma il

messaggio è stato chiaro: «Fermeremo i
ladri, non i lavori».
Grillo, invece, nel pomeriggio ha detto ai giornalisti che ladri e lavori vanno
di pari passo: «L’Expo è come la Tav:
un’associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro pubblico».
Grillo, a parte il suo movimento («Noi
siamo onesti, perbene e trasparenti»)
vede un film dell’orrore: a partire da
Renzi «l’ebetino», il quale «racconta
frottole con la complicità di voi giornalisti»; le banche «degli amici degli amici»;
Berlusconi, «una salma che ora promette le dentiere, poveretto non ci crede più

neanche lui»; Napolitano, da spedire
«anche lui a Cesano Boscone» dopo che
«avremo vinto le elezioni e faremo una
“gita” a Roma, magari con un milione di
persone, per chiedere le sue dimissioni». Insomma il solito Grillo, che ieri ha
fatto poco per convincere i delusi del
centrodestra. Ma quando tornerà a Milano, e avrà davanti non i giornalisti ma
la piazza, gli argomenti per soffiare sul
malcontento non gli mancheranno. E
questa è sempre stata la sua forza e lo
sarà ancora a lungo, fino a quando il
mondo che lui denuncia non si deciderà
a togliergli almeno qualche argomento.

Greganti & Frigerio telefonate in libertà
nell'eterna incarnazione di “Amici miei”
MATTIA FELTRI
ROMA

Primo Piano .3

.

possa avere certe conversazioni telefoniche con la moglie di un latitante in procinto di andare a Beirut, Libano («Stiamo parlando della capitale?», dice lei.
«Certo, certo». «Che inizia con la L».
«Bè, il paese...». «No. Che inizia con la
B». «Brava».) è un mistero in grado di
insidiare quello della casa vista Colosseo. Dalle carte pubblicate è senz’altro
più facile cogliere aspetti dell’avventatezza, e forse del delirio d’onnipotenza,
che non della colpevolezza di Scajola.
Secondo quanto si è scritto ieri, in alcuni
scambi di battute al cellulare l’ex ministro si vantava di disporre di un servizio
segreto personale con cui raccogliere informazioni su mezzo mondo.
La vanteria è una costante di questi
articoli compilati con le intercettazioni.
Gianstefano Frigerio, già arrestato ai
tempi di Mani pulite, ora protagonista
dell’inchiesta sull’Expo, è descritto nelle
carte come uno avveduto quando parla al

cellulare. E chissà se fosse stato incauto,
visto che a un amico confida di un suo
amico carabiniere che ogni tanto gli fa le
«pulizie», e in un’altra occasione spiega di
dover sbrigare «un lavoro di copertura
politico-giuridica»: in pratica organizza
una cena (poi mai tenuta) fra il senatore
Luigi Grillo e un comandante della Guardia di Finanza. Eppure nell’anno XXIII
dell’era manipulitista una lezione si presupporrebbe mandata a memoria: non
dire niente di ambiguo al telefonino. Macché: sono tutti lì a darsi arie (sia Frigerio
che Primo Greganti raccontano di conoscere questo e quello, di aver accesso qui
e là) intanto che parlano con aplomb di
appalti e mazzette. Forse la medaglia
d’oro va al direttore di Expo 2015, Angelo
Paris, uno che si direbbe preoccupato di
sollecitare l’attenzione anche di un demente quando dice: «Io vi do tutti gli appalti che volete se favorite la mia carriera». Sergio Cattozzo, braccio destro del

senatore Luigi Grillo, chiama trafelato
(secondo quanto dicono i verbali) perché
sta «uscendo una cosa da 67 milioni».
Greganti dice di dover scendere a Roma
per parlare «con gli amici miei». Un tocco
di suspense che si scioglie nella rivelazione: si vedrà con Gianni Pittella (Pd, vicepresidente del Parlamento europeo), ma
è una millanteria. Intanto Frigerio ogni
tre per due pronuncia la parola Arcore e
manda sms a Silvio Berlusconi persuaso
che siano irrintracciabili. Dice che si va a
pranzo con Silvio Berlusconi e Gianni
Letta, e nel frattempo condisce i programmi con antica saggezza: «Bisogna
mettere venti stecche in forno per tirarne fuori dieci». Sembrerebbe che ne
escano anche meno: il gruppo sollecita i
debitori. In fondo «le nostre richieste non
sono esose, chiediamo l’1 per cento, gli altri il quattro e il cinque». La vera domanda è: peggio avere una classe dirigente ladra o fessa? È peggio se è l’uno e l’altro.

Jena
Remake
Né con lo Stato
né con i ladri.

jena@lastampa.it