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La Stampa 22.05.2014.pdf


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4 .Primo Piano

STAMPA
.LA
GIOVEDÌ 22 MAGGIO 2014

U

VERSO IL VOTO

Taccuino

I TIMORI DEI PARTITI

MARCELLO
SORGI

L’ora della prudenza
Renzi: se vince Grillo
io non mi dimetto
Tutti i leader abbassano l’asticella dei sondaggi
La giornata
di

UGO MAGRI

A

lle 9 di mattina lo
spread (rieccolo)
era balzato a 200
punti. Pure la
Borsa andava
male. Un tam-tam aveva sparso la voce di un Grillo inarrestabile, per cui grande agitazione... Poi, però, il trend si è
rovesciato, Piazza Affari ha
chiuso col segno più. Anche
qui la spiegazione è legata ai
sondaggi, che nei santuari
della finanza circolano sottobanco: dopo quelli del mattino
favorevole ai Cinque stelle, ne
sono circolati altri che vedono
Renzi in testa, da cui l’effetto
calmante. I bookmaker pagano 2,5 una vittoria grillina: segno che giudicano a rischio
metterci su dei soldi.
E i protagonisti? Nei loro
pronostici, di colpo, sono diventati prudentissimi. Quasi
umili. Casaleggio, ad esempio,
confida a Travaglio che gli basterebbe un voto in più del 26
per cento conquistato dal
M5S nel 2013. Berlusconi era
partito dando per sicura Forza Italia al 25 per cento, successivamente era calato al 20,
ora non disdegnerebbe un 1819 (dei voti persi per strada
darà la colpa ad Alfano). Renzi non fissa asticelle. «I dati
delle ultime ore sono straordinariamente incoraggianti»,
infonde fiducia ai suoi. Però
ospite dalla Gruber mette le
mani avanti, «se vince Grillo
non mi dimetto, decide il Parlamento». Gli basterebbe anche meno del 30, così assicura, a patto di avere «il gruppo
più numeroso nel Parlamento
europeo», visto in fondo che di
Europa si tratta. Tutti discorsi inevitabilmente viziati dalla
propaganda. Il premier sa che
non gli basterebbe vincere
per un pelo: se vorrà evitare
fibrillazioni, deve tenere Grillo a debita distanza, altrimenti nel Pd comincerebbero subito a rimproverargli di non
essere l’antidoto giusto al populismo, contro cui Napolitano ha messo ieri in guardia
dalla Svizzera (Marchionne
totalmente d’accordo con lui).
Stesso discorso per i Cinque Stelle. Il loro vero obiettivo è, quantomeno, mettersi
sulla scia del Pd, in modo da
tentare il sorpasso al prossimo rettilineo. Casaleggio sul
«Fatto» già prefigura un ruolo
da ministro per sé e per Beppe, salvo precisare in una nota
che i futuri incarichi di governo verranno decisi dai cittadini on-line. E sempre on-line si
svolgeranno i processi alle
«tre categorie di distruttori»,
all’«orrendo trio», che nella
visione M5S sono giornalisti,

industriali e politici (sul sito
grillino l’editto integrale), tutti
senza distinzione gettati nel falò del risentimento collettivo. A
sua volta l’ex comico deve subire le ingiurie dell’ex Cavaliere
che ospite da Vespa insiste nel
dargli dell’«assassino» per il
triplice omicidio colposo com-

messo nel 1981, «un incidente
d’auto che ha voluto lui» va giù
pesantissimo Berlusconi. Il
quale così ritiene di vendicarsi
per gli epiteti ricevuti da Grillo
(«pregiudicato») e soprattutto
della minaccia poi ritirata di vivisezionare Dudù, cui Silvio
vuole più bene ormai che agli

«Balotelli
voterà
Forza Italia»
Questa
la previsione
di Giovanni
Toti, che ha
«svelato»
il voto
del calciatore

FABIO CIMAGLIA/LAPRESSE

Il premier Matteo Renzi

umani. Rinfaccia a Renzi di essere diventato comunista.
L’unica carta a sorpresa da
quella parte la gioca Toti, rivelando che secondo lui Balotelli
voterà Forza Italia.
Con queste premesse non è
difficile per Renzi accomunare i
rivali, «due facce della stessa

medaglia», e cestinarli insieme
(«In Europa non abbiamo bisogno di pagliacciate»). Stasera
alle 18 parlerà in Piazza del Popolo a Roma. Berlusconi lo precederà di mezz’ora all’Eur. Invece Grillo invoca masse oceaniche domani a San Giovanni,
per la spallata finale.

Il premier
e i timori
per gli effetti
sul governo

G

rillo prepara il suo
show finale, previsto
per domani pomeriggio a Piazza San Giovanni a
Roma, con una serie di colpi a
sorpresa. Dopo la serata
«moderata» da Vespa, e dopo
l’annuncio, ieri, in un’intervista a Marco Travaglio sul
«Fatto», che Grillo e Casaleggio sono pronti a fare i ministri, serviva un aggiustamento di linea per la parte più radicale del popolo della rete.
Ecco quindi i tribunali popolari in cui, oltre a imprenditori e giornalisti, dovrebbero
essere processati, dopo la vittoria che il leader di M5S continua ad annunciare, Napolitano, Renzi, Berlusconi e
Monti, per i quali tra l’altro
sarebbero pronte le celle nel
castello di Lerici.
Anche se è difficile prendere sul serio argomenti come questi (e Grillo tra l’altro
ne approfitta per un gioco di
continui aggiustamenti e
smentite), è chiaro l’obiettivo di occupare la scena fino
all’ultimo momento della
campagna elettorale. Il linguaggio è truce, i tribunali
popolari ricordano quelli
delle Brigate rosse, ma il leader del Movimento, che fino
all’altro ieri ripeteva e assicurava che i grillini non pensano di fare la rivoluzione,
può far finta in ogni momento di aver scherzato.
Renzi è quasi solo ormai
ad accettare la sfida della
campagna in crescendo di
M5S, a ribattere colpo su colpo (ha trattato da «poltronisti» gli aspiranti ministri
Grillo e Casaleggio), e a prepararsi anche lui a chiudere il
suo tour elettorale in Piazza
della Signoria a Firenze, accettando la sfida del numero
dei partecipanti, e non solo
dei telespettatori, alle manifestazioni finali. La scelta del
Presidente del Consiglio è di
contrapporre alla propaganda «pop» l’appello a rafforzare il governo per metterlo in
condizione di proseguire il
proprio lavoro e realizzare il
programma di riforme interrotto a causa delle divisioni
preelettorali. Renzi continua
a ripetere che le elezioni europee non sono un referendum sul governo. Ma sotto
sotto sa che sarà impossibile
sterilizzare i risultati del 25
maggio. Un’eventuale vittoria del Movimento 5 Stelle,
che continua a considerare
impossibile, sarebbe assai
difficile da digerire, sia per il
governo che per il Pd. Una
vittoria, ma solo di un’incollatura, del premier, congelerebbe gli attuali equilibri di
maggioranza
(nessuno
avrebbe più voglia di andare
ad elezioni anticipate), ma
senza dare al governo la spinta di cui ha bisogno.
La preoccupazione per
l’avanzata delle forze populiste del resto riguarda tutta
l’Europa. All’allarme che Napolitano ha ripetuto anche ieri s’è affiancato a sorpresa,
quasi con le stesse parole,
quello dell’amministratore
delegato di Fiat-Chrysler
Marchionne. Un altro segno
del peso che il voto di domenica può avere sulle prospettive del Paese.