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29/5/2014

Ministero della Giustizia. Sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo

Ministero della Giustizia
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Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 29 gennaio
2013 - Ricorso n. 25704/11 - causa Lombardo c. Italia
© Ministero della Giustizia, Direzione generale del Contenzioso e dei Diritti Umani, traduzione
effettuata dalla dott.ssa Anna Aragona, funzionario linguistico.
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
SECONDA SEZIONE
CAUSA LOMBARDO c. ITALIA
(Ricorso n. 25704/11)
SENTENZA
STRASBURGO
29 gennaio 2013
Questa sentenza diverrà definitiva alle condizioni definite nell’articolo 44 § 2 della Convenzione. Può
subire modifiche di forma.
Nella causa Lombardo c. Italia,
La Corte europea dei diritti dell’uomo (seconda sezione), riunita in una camera composta da:
Danutė Jočienė, presidente,
Guido Raimondi,
Peer Lorenzen,
Dragoljub Popović,
Işıl Karakaş,
Nebojša Vučinić,
Paulo Pinto de Albuquerque, giudici,
e da Stanley Naismith, cancelliere di sezione,
Dopo aver deliberato in camera di consiglio il 18 dicembre 2012,
Pronuncia la seguente sentenza, adottata in tale data:
PROCEDURA
1. All’origine della causa vi è un ricorso (n. 25704/11) proposto contro la Repubblica italiana, con
cui un cittadino di questo Stato, Sergio Lombardo («il ricorrente»), ha adito la Corte il 22 aprile
2011 in virtù dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle
libertà fondamentali («la Convenzione»).
2. Il ricorrente era rappresentato dall’avv. G. Vaccaro, del foro di Roma. Il governo italiano («il
Governo») era rappresentato dal suo agente, E. Spatafora, e dal suo ex co-agente, S. Coppari.
3. Nel ricorso, il ricorrente lamentava in particolare una violazione del diritto al rispetto della vita
familiare, garantito dall’articolo 8 della Convenzione.
4. Il 25 agosto 2011 il ricorso è stato comunicato al Governo. Come consentito dall'articolo 29 § 1
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della Convenzione, è stato inoltre deciso che la camera si sarebbe pronunciata contestualmente
sulla ricevibilità e sul merito della causa.
IN FATTO
I. LE CIRCOSTANZE DEL CASO DI SPECIE
5. I fatti della causa, così come esposti dalle parti, si possono riassumere come segue.
6. Dalla relazione del ricorrente con A.D. il 31 marzo 2001 nasceva una bambina, S. Il 29 gennaio
2003, a causa dei continui conflitti che laceravano la coppia, A.D. lasciava il ricorrente e la città
di Roma, portando con sé la figlia a vivere presso la sua famiglia, a Termoli. Dal momento della sua
partenza, A.D. manifestava una netta opposizione a qualsiasi relazione tra il ricorrente e S.
A. Procedura relativa alla definizione delle modalità di esercizio del diritto di visita del ricorrente alla
figlia
7. Il 26 febbraio 2003 A.D. chiedeva al tribunale per i minorenni (di seguito «il tribunale») di Roma
l’affidamento di S.
8. Con decisione del 9 luglio 2003, il tribunale di Roma disponeva l’affidamento esclusivo della
minore a A.D. e concedeva al ricorrente un diritto di visita da esercitarsi due pomeriggi a
settimana, un week-end su due senza alloggio fino ai tre anni di età della minore, tre giorni a
Pasqua, sei giorni a Natale e dieci giorni durante le vacanze estive.
9. Il 20 agosto 2003, a causa delle difficoltà incontrate nell’esercizio del diritto di visita, il
ricorrente adiva il giudice tutelare di Termoli. Egli lamentava di aver potuto incontrare la figlia
una sola volta, il 25 luglio 2003, per qualche minuto ed alla presenza della madre e dello zio della
minore, e chiedeva il rispetto del suo diritto di visita.
10. Il 13 ottobre 2003 il giudice tutelare confermava il decreto del tribunale di Roma e precisava
che gli incontri dovevano aver luogo nella sede dei servizi sociali di Termoli alla presenza di un
assistente sociale e della madre di S.
11. Il 27 novembre 2003 il ricorrente adiva nuovamente il giudice tutelare per chiedere l’effettivo
svolgimento degli incontri protetti.
Il 23 dicembre 2003 il giudice tutelare confermava la decisione del 13 ottobre 2003.
12. Il 26 gennaio 2004, sempre a causa delle difficoltà incontrate nell’esercizio del diritto di
visita, il ricorrente adiva una terza volta il giudice tutelare, il quale, con decisione del 13 marzo
2004, confermava le decisioni precedenti.
13. Il ricorrente afferma che, tra il 2003 ed il 2004, la madre, che sarebbe stata presente agli
incontri, aveva minacciato S. di abbandono, qualora la minore avesse detto di preferire restare
sola con il padre.
14. Frattanto, il ricorrente aveva impugnato il decreto del tribunale di Roma del 9 luglio 2003
dinanzi alla corte d’appello di Roma, chiedendo l’affidamento di S. e, in subordine, un
ampliamento del diritto di visita. Il perito nominato dalla corte d’appello osservava che A.D.
aveva opposto una forte resistenza agli incontri tra il ricorrente e la minore e che grazie al perito
stesso ed ai suoi collaboratori era stato possibile che alcuni incontri si svolgessero in modo
positivo senza la presenza della madre. Egli affermava, per contro, che i servizi sociali di Termoli
non avevano mai lavorato al fine di facilitare gli incontri menzionati ed avevano lasciato che la
madre assistesse agli incontri tra padre e figlia.
15. Con decreto del 19 ottobre 2004, la corte d’appello disponeva che gli incontri avessero luogo
sotto sorveglianza nella sede dei servizi sociali di Campobasso per tre pomeriggi al mese.
16. Il 30 marzo 2005 il ricorrente presentava un ricorso al tribunale di Campobasso, in cui
affermava di aver potuto incontrare la figlia solo in rare occasioni, sosteneva che il decreto della
corte d’appello non era stato rispettato e chiedeva l’affidamento della minore.
17. Con decreto del 19 luglio 2005, il tribunale di Campobasso limitava la potestà genitoriale della
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madre, disponeva l’affidamento della minore ai servizi sociali, confermando la collocazione della
stessa presso il domicilio della madre, per consentire ai servizi sociali di vigilare affinché la
minore costruisse una relazione equilibrata con il padre. Il tribunale osservava altresì che alla data
del 3 giugno 2005 avevano avuto luogo solo sette incontri sui diciannove previsti, che A.D. non
aveva permesso allo psicologo nominato dal tribunale di vedere la minore, che il suo
comportamento era finalizzato alla cancellazione della figura paterna e che i servizi sociali, nella
relazione del 6 giugno 2005, avevano preso in considerazione solo le dichiarazioni della madre,
ignorando la versione dei fatti fornita dal ricorrente.
18. Dai documenti presentati dal Governo risulta che, tra agosto 2005 e dicembre 2005, sui sedici
incontri organizzati dai servizi sociali, il ricorrente ha incontrato la figlia solo dieci volte.
19. Tra gennaio e febbraio 2006, gli incontri programmati non avevano avuto luogo, in quanto
A.D. non si era presentata.
20. Con decreto dell’8 marzo 2006, il tribunale di Campobasso ordinava a A.D. di non ostacolare
l’esercizio del diritto di visita da parte del ricorrente. Esso osservava che A.D. impediva lo
svolgimento degli incontri e, in particolare, che in agosto non vi era stato alcun incontro.
Ordinava inoltre che i servizi sociali di Termoli organizzassero nella loro sede, in presenza di un
altro psicologo, gli incontri che non avevano avuto luogo tra il 2005 ed il 2006.
21. In data 11 aprile 2006 i servizi sociali informavano il tribunale che, tra il 10 gennaio ed il 21
marzo, lo psicologo aveva potuto incontrare la minore solo cinque volte, sempre in presenza della
madre, e che S. non voleva sentir parlare di suo padre.
22. Il 27 maggio 2006 il tribunale di Campobasso constatava che il decreto dell’8 marzo 2006 non
era stato rispettato e che la madre aveva scientemente operato al fine di troncare qualsiasi
relazione tra il padre ed S. Esso ordinava ai servizi sociali di Termoli di provvedere ad organizzare
gli incontri che il tribunale aveva disposto e che i servizi stessi non avevano effettuato.
23. Nel giugno 2006 il ricorrente incontrava lo psicologo dei servizi sociali, ma A.D. non si
presentava all’incontro e non vi conduceva S.
24. Il 26 settembre 2006 lo psicologo dei servizi sociali depositava una relazione sulla situazione
della minore, in cui riferiva che, tra giugno e settembre, sui diciassette incontri previsti se ne
erano tenuti solo undici. Egli osservava che S. non accettava il padre e che questi si mostrava
molto critico e rigido nei suoi rapporti con i servizi sociali. La madre della minore avrebbe
confessato di non parlare mai del ricorrente a S., in quanto non voleva traumatizzare la minore,
troppo giovane per comprendere la situazione. Lo psicologo aggiungeva che, pur manifestando
grande empatia e grande attenzione nei confronti di S., la madre non collaborava allo sviluppo
della relazione fra padre e figlia.
25. Il 6 novembre 2006 lo psicologo nominato dal tribunale in qualità di perito redigeva una
relazione, nella quale suggeriva che la madre della minore seguisse un programma di sostegno
psicologico e che, qualora il diritto di visita del ricorrente non venisse rispettato, dovessero
essere modificate le modalità di affidamento della minore.
26. Il 15 dicembre 2006 il tribunale, basandosi su detta relazione, ordinava alla madre della minore
di seguire il programma consigliato dallo psicologo.
Tra il 2006 ed il 2007, il ricorrente incontrava la minore solo qualche volta e solo per pochi minuti
alla volta, a causa dell’ostilità di A.D. nei confronti di tali incontri.
27. Con decreto del 9 febbraio 2007 il tribunale ordinava a A.D. di proseguire il suo programma di
sostegno psicologico e di consentire gli incontri tra il ricorrente e S.
28. Il 30 maggio 2007 il ricorrente depositava un nuovo ricorso presso il tribunale di Campobasso.
Egli denunciava il mancato rispetto del suo diritto di visita, attribuendolo all’opposizione della
madre ed all’inerzia dei servizi sociali. Sottolineava il mutamento di atteggiamento di S., la quale,
in precedenza disponibile ad incontrarlo, sarebbe in seguito divenuta aggressiva nei suoi
confronti. Inoltre chiedeva l’affidamento della minore.
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29. Il 17 luglio 2007 il tribunale confermava che gli incontri tra il ricorrente e S. dovevano tenersi a
Campobasso e che A.D. doveva proseguire il suo programma di sostegno psicologico. Nel mese di
agosto 2007, il ricorrente incontrava S. quattro volte.
30. Il 10 dicembre 2007 il tribunale di Campobasso rilevava che A.D. stava seguendo un programma
di sostegno psicologico e la invitava a proseguire. Esso disponeva l’affidamento congiunto della
minore ed incaricava i servizi sociali di organizzare tre incontri al mese a Termoli ed uno a Roma
in presenza di un assistente sociale. Ordinava a A.D. di esortare la minore ad incontrare il
ricorrente.
31. I servizi sociali organizzavano uno solo degli incontri previsti a Roma.
32. Il 1° luglio 2008, il ricorrente impugnava il decreto del 10 dicembre 2007 dinanzi alla corte
d’appello.
33. Egli affermava che S. aveva subito un danno irreparabile dovuto all’ostinata resistenza
opposta dalla madre e chiedeva che la minore potesse vivere a Roma. La corte d’appello
incaricava un perito di riesaminare la situazione della minore. Il perito giungeva alla conclusione
che la minore soffrisse di una depressione infantile e sottolineava la necessità che la medesima
riallacciasse i legami con il padre.
34. Con decreto del 27 giugno 2009, la corte d’appello di Campobasso confermava il decreto del
tribunale ed ordinava ai servizi sociali di dare attuazione al diritto di visita secondo le modalità
stabilite.
35. Durante l’estate 2009 il ricorrente trascorreva un pomeriggio in spiaggia con S., in presenza
del perito nominato dalla corte d’appello per convincere A.D. In seguito avevano luogo alcuni
incontri in presenza della madre.
36. In data 20 agosto 2009 i servizi sociali informavano la corte d’appello che a Roma non era
stato organizzato nessun incontro e che il padre aveva trascorso dei week-end a Termoli per
poter stare vicino alla figlia. Essi spiegavano che la minore temeva che il padre potesse
allontanarla dalla madre e chiedevano al tribunale di vigilare sul benessere della minore, la quale
sarebbe stata traumatizzata da una presunta aggressione del ricorrente, in occasione di uno degli
incontri.
37. Con decreto del 5 novembre 2009, il tribunale di Campobasso richiamava ancora una volta
l’attenzione sulla necessità che tutte le parti si conformassero al precedente decreto del 27
giugno 2009, suggerendo di prevedere un sostegno psicologico per la minore, al fine di superare
la sua resistenza agli incontri con il padre.
38. Il ricorrente contattava i servizi sociali per lamentare l’assenza di assistenti sociali durante gli
incontri. In una relazione, depositata il 14 gennaio 2010, i servizi sociali affermavano che, per
carenza di personale disponibile il sabato e la domenica, non avevano potuto assicurare lo
svolgimento degli incontri.
39. Il 24 febbraio 2010 il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni di
Campobasso chiedeva la sospensione degli incontri tra il ricorrente e la minore.
40. Il 13 maggio 2010 il tribunale di Campobasso rigettava la richiesta del procuratore,
argomentando che una siffatta decisione avrebbe avuto l’effetto di annullare il lavoro svolto per
vari anni e di peggiorare il conflitto fra i genitori. Esso incaricava i servizi sociali di predisporre un
programma di sostegno psicologico per S. e di assicurare il rispetto del diritto di visita.
41. Tra maggio e novembre 2010, malgrado le richieste rivolte dal ricorrente ai servizi sociali, non
veniva organizzato alcun incontro.
42. Il 9 agosto 2010, il ricorrente chiedeva al tribunale di far rispettare il precedente decreto e di
intervenire per far sì che egli potesse incontrare la figlia.
43. Con nota del 24 agosto 2010, il tribunale di Campobasso confermava ai servizi sociali di
Termoli che non era stata decisa alcuna sospensione degli incontri e che, di conseguenza, i
medesimi dovevano aver luogo secondo le modalità già stabilite dalla corte d’appello nel giugno
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2009.
44. Con decreto del 27 ottobre 2010, il tribunale osservava che i rapporti tra il ricorrente e S.
erano interrotti de facto, e che ciò nuoceva alla minore, ma constatava che il precedente
decreto emesso dalla corte d’appello il 25 giugno 2009 in relazione al diritto di visita non era
stato modificato.
45. In data 3 gennaio 2011 i servizi sociali di Termoli inviavano al tribunale di Campobasso una
relazione aggiornata sulla situazione della minore, riferendo in particolare che la madre era
disposta a collaborare e che il padre mostrava un atteggiamento polemico, che risultava nefasto
per la minore.
46. Il 17 gennaio 2011 i servizi sociali comunicavano al tribunale che la minore proseguiva il
programma di sostegno psicologico e che rifiutava di parlare con il padre. Lo psicologo informava
altresì il tribunale che non era stato possibile organizzare un incontro con il padre, nonostante le
convocazioni scritte indirizzate al medesimo.
47. Il 21 gennaio 2011 i servizi sociali invitavano i due genitori della minore a fissare il calendario
degli incontri. Il ricorrente, che aveva subito un’operazione, non si presentava.
48. Il 12 aprile 2011 i servizi sociali informavano il tribunale che nel mese di marzo 2011 il
ricorrente non si era presentato agli incontri fissati.
49. Con relazione depositata il 3 ottobre 2011, i servizi sociali comunicavano al tribunale che la
minore accettava di vedere il padre e che, durante l’estate, gli incontri previsti avevano
effettivamente avuto luogo.
50. Con decreto del 17 novembre 2011 il tribunale di Campobasso rilevava che nell’ultimo periodo
la madre non si era opposta agli incontri e che il percorso psicologico seguito dalla minore era
positivo. Constatando che i genitori non avevano presentato nessun’altra richiesta, ordinava ai
servizi sociali di vigilare affinché la minore proseguisse il programma di sostegno psicologico ed
archiviava il procedimento.
A. Procedimenti penali promossi contro A.D.
51. Il 28 maggio 2007 A.D. veniva condannata ad un mese di reclusione con la sospensione
condizionale per inosservanza delle decisioni del tribunale concernenti il diritto di visita.
52. Il 12 ottobre 2010 la suddetta veniva condannata per calunnia e diffamazione ad un anno e sei
mesi di reclusione con la sospensione condizionale.
53. Il 17 gennaio 2011 veniva altresì condannata ad una multa per inosservanza delle decisioni
emesse dal tribunale per i minorenni.
IN DIRITTO
I. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 8 DELLA CONVENZIONE
54. Il ricorrente lamenta una violazione del suo diritto al rispetto della vita familiare in quanto,
nonostante le molteplici decisioni emesse dal tribunale per i minorenni sulle modalità di esercizio
del diritto di visita, non avrebbe potuto esercitare pienamente tale diritto a partire dal 2003. Egli
contesta ai servizi sociali di aver usufruito di un’eccessiva autonomia nell’esecuzione delle
decisioni del tribunale per i minorenni ed a quest’ultimo di non aver esercitato, come avrebbe
dovuto, un controllo costante sul lavoro dei servizi sociali, affinché la condotta dei medesimi non
inficiasse le decisioni del tribunale. Denuncia, inoltre, la totale inerzia dimostrata, talvolta per
lunghi periodi, dai servizi sociali, i quali avrebbero demandato alla madre della minore il compito
che spettava loro, ossia la gestione degli incontri. Infine, il ricorrente sottolinea che il tempo
trascorso ha avuto conseguenze molto gravi per la sua relazione con S. Invoca l’articolo 8 della
Convenzione, che recita:
«1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita (...) familiare, (...).
2. Non può esservi ingerenza di un’autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale
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ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è
necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese,
alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o
alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.»
55. Il Governo contesta la tesi del ricorrente.
A. Sulla ricevibilità
56. Il Governo sostiene che il presente ricorso è irricevibile per mancato esaurimento delle vie di
ricorso interne, in quanto il ricorrente avrebbe dovuto adire il giudice tutelare. Questi sarebbe
specializzato nell’esecuzione delle misure volte alla protezione della famiglia e, in caso di
ostacolo all’esercizio del diritto di visita, potrebbe chiedere l’intervento di ogni organismo o
istituzione necessari all’esecuzione della misura.
57. Inoltre, il Governo contesta che la decisione interna definitiva nella causa in questione sia il
decreto del tribunale per i minorenni di Campobasso datato 27 ottobre 2010, in quanto il
tribunale avrebbe disposto il non luogo a procedere, poiché il fatto costitutivo della domanda,
nella fattispecie la sospensione delle visite alla minore, non sussisteva. Il tribunale avrebbe in
effetti rilevato che non era stata disposta alcuna sospensione del diritto di visita.
58. Indicare il decreto del 27 ottobre 2010 come decisione interna definitiva consente, secondo il
Governo, di aggirare gli obblighi previsti dall’articolo 35 § 1 della Convenzione.
59. Il ricorrente ribatte di aver adito per tre volte, nel 2003 e nel 2004, il giudice tutelare di
Termoli (paragrafi 9-13 supra). Con tre decisioni, il giudice tutelare avrebbe ordinato che gli
incontri tra padre e figlia si tenessero nella sede dei servizi sociali di Termoli. A tali decisioni non
sarebbe stato dato alcun seguito e le strutture pubbliche avrebbero mostrato al riguardo totale
indifferenza.
60. Quanto al decreto del 27 ottobre 2010, il ricorrente afferma che il tribunale si è limitato ad
ordinare ai genitori della minore di conformarsi al decreto della corte d’appello del 25 giugno
2009. Egli aggiunge che tale decisione è stata emessa dopo parecchi mesi di totale assenza di
notizie di sua figlia. Secondo il ricorrente, il decreto del 27 ottobre 2010 ha rappresentato per le
autorità giudiziarie nazionali un’occasione perduta di intervenire concretamente per porre
rimedio alla violazione dei suoi diritti fondamentali.
61. Riguardo al primo aspetto dell’eccezione sollevata dal Governo, la Corte osserva innanzi tutto
che il ricorrente si è rivolto in tre occasioni al giudice tutelare e che tale circostanza è stata
menzionata dal Governo stesso nelle sue osservazioni complementari sulla ricevibilità del ricorso.
Il giudice tutelare ha ordinato che gli incontri avessero luogo nella sede dei servizi sociali di
Termoli in presenza di un assistente sociale e della madre della minore. Non si può dunque
contestare al ricorrente di non essersi rivolto al giudice tutelare. In ogni caso, la Corte ritiene
che l’iniziativa suggerita dal Governo avrebbe potuto condurre solo ad una decisione con la quale
si ordinava ai servizi sociali di intervenire, come è avvenuto nel caso di specie.
62. La Corte constata, inoltre, che il Governo non ha indicato quale misura «necessaria» avrebbe
potuto essere adottata dal giudice tutelare, al fine di far rispettare il diritto di visita del
ricorrente. Di conseguenza, essa ritiene che questo primo aspetto dell’eccezione debba essere
rigettato.
63. Riguardo al secondo aspetto dell’eccezione, la Corte rammenta che le decisioni del tribunale
per i minorenni relative al diritto di visita non sono definitive e quindi possono essere modificate
in qualsiasi momento in funzione degli eventi connessi alla controversia. Nel caso di specie, essa
osserva che il ricorrente aveva a disposizione tale via di ricorso per lamentare l’interruzione dei
contatti con la figlia. Di conseguenza, non si pone nel caso di specie alcun problema di
osservanza del termine di sei mesi. La Corte osserva d’altronde che, sino alla fine del 2010, il
ricorrente non ha potuto esercitare pienamente il suo diritto di visita.
64. Pertanto, la Corte ritiene che l’eccezione sollevata dal Governo debba essere rigettata.
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65. La Corte constata che il ricorso non è manifestamente infondato ai sensi dell'articolo 35 § 3 a)
della Convenzione e rileva peraltro che esso non incorre in altri motivi di irricevibilità. È dunque
opportuno dichiararlo ricevibile.
B. Sul merito
1. Tesi delle parti
a) Il ricorrente
66. Il ricorrente rammenta di aver promosso il suo primo ricorso dinanzi al tribunale per i
minorenni di Roma nel 2003 al fine di opporsi alla richiesta di affidamento esclusivo della minore,
presentata dalla madre, ed al fine di ottenere il diritto di visita. Egli afferma che alla decisione
del suddetto tribunale, emessa il 9 luglio 2003, hanno fatto seguito i procedimenti dinanzi al
giudice tutelare di Termoli, nell’ambito dei quali il ricorrente avrebbe chiesto l’effettiva
esecuzione della decisione in questione – in particolare l’attuazione delle disposizioni relative
agli incontri con sua figlia –, e successivamente il procedimento dinanzi alla corte d’appello di
Roma. Nel corso di quest’ultimo procedimento, il perito nominato dalla corte d’appello avrebbe
stilato una prima relazione, nella quale si evidenziavano le numerose difficoltà riscontrate dal
padre negli incontri con la figlia e si raccomandava in modo preciso l’intervento di terze persone
competenti, intervento considerato molto importante dal perito per uno svolgimento positivo
degli incontri tra padre e figlia. Secondo il ricorrente, dette raccomandazioni non sono state
messe in pratica dai servizi sociali di Termoli.
67. Per quanto concerne gli altri procedimenti dinanzi al tribunale per i minorenni e dinanzi alla
corte d’appello di Campobasso, il ricorrente sostiene che il numero di udienze dimostra la lunga
durata dei procedimenti e che la persistenza della violazione del suo diritto al rispetto della vita
familiare gli ha cagionato un danno ancora più grave ed irreparabile. I giudici avrebbero nominato
dei periti psicologi al fine di esaminare la situazione familiare e proporre delle soluzioni, ma le
decisioni delle autorità giudiziarie non avrebbero tenuto sufficientemente conto delle
raccomandazioni dei periti. In particolare, le modalità dell’affidamento e la struttura dei servizi
sociali, che uno dei periti aveva ritenuto inadeguate, non sarebbero state modificate. Inoltre,
sebbene a Roma fosse stato organizzato un solo incontro, il tribunale per i minorenni di
Campobasso avrebbe continuato ad incaricare la stessa struttura di Roma dell’organizzazione
degli incontri, senza che le decisioni in questione fossero mai state attuate.
68. Il ricorrente riferisce poi di aver potuto vedere la figlia, tra il 2004 ed il 2007, solo in qualche
occasione e per breve tempo. Nella decisione emessa il 27 maggio 2006, il tribunale per i
minorenni di Campobasso, dopo aver constatato che gli incontri previsti non avevano avuto
luogo, avrebbe chiesto un intervento immediato dei servizi sociali, al fine di organizzare gli
stessi. Gli incontri finalmente organizzati sarebbero divenuti sempre più brevi fino a scomparire
del tutto e ciò, a detta del ricorrente, nella completa indifferenza dei servizi sociali.
69. Al riguardo, il ricorrente rammenta che a quell’epoca la minore era stata affidata ai servizi
sociali. Dopo il decreto del 2007 non sarebbe stato organizzato nessun altro incontro a Roma.
70. Per quanto concerne l’ultimo procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni di
Campobasso, il ricorrente rammenta che il tribunale aveva lasciato ai due genitori il compito di
organizzare gli incontri tra padre e figlia ed aveva incaricato i servizi sociali di Termoli e Roma di
vigilare sul loro svolgimento. Il solo elemento nuovo sarebbe stato rappresentato dall’attuazione
di un programma di sostegno psicologico a beneficio della minore. Quanto al ruolo svolto dai
servizi sociali in questo periodo, il ricorrente osserva che i medesimi avevano dichiarato di non
essere stati specificamente incaricati, dal tribunale o dalla corte d’appello, dell’organizzazione
degli incontri, aggiungendo che i mancati incontri tra padre e figlia erano esclusivamente dovuti
ai problemi creati dai genitori.
71. Per quanto concerne gli sviluppi recenti della sua relazione con S., il ricorrente parla di una
timida ripresa degli incontri. Tuttavia, questi sarebbero sempre caratterizzati da numerose
difficoltà dovute al comportamento di A.D., che, senza rispettare le decisioni giudiziarie,
cambierebbe il luogo degli appuntamenti ed abbrevierebbe la durata degli incontri.
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72. Il ricorrente tiene a sottolineare dinanzi alla Corte la circostanza di non aver mai vissuto una
relazione stabile con sua figlia. Questa situazione sarebbe dovuta soprattutto alla mancanza di
diligenza, di attenzione e di imparzialità delle competenti autorità nazionali. Queste ultime non
avrebbero adottato tutte le misure necessarie al fine di conseguire un giusto equilibrio fra i vari
interessi in gioco. Il solo interesse effettivamente salvaguardato per anni dalle pubbliche
autorità, ed in particolare dai servizi sociali, sarebbe stato quello della madre di S.
b) Il Governo
73. Il Governo contesta le affermazioni del ricorrente. Riassumendo le misure adottate nel caso di
specie dal tribunale per i minorenni e dalla corte d’appello, esso ritiene che le autorità
giudiziarie nazionali abbiano operato con ogni mezzo utile al fine di conseguire un
riavvicinamento fra la minore ed il padre. Esso osserva che, riguardo alla diligenza delle autorità
competenti nell’attuazione del diritto di visita, l’attività istruttoria delle medesime è stata
solerte. Al riguardo, esso precisa che i genitori della minore sono stati sentiti più volte e che nel
corso delle udienze, le quali a parere del Governo sono state numerose, venivano adottati nove
decreti.
74. Il Governo afferma in seguito che un procedimento articolato e complesso, come quello del
caso di specie, era volto a ricostruire, nel superiore interesse della minore, dei legami familiari i
quali non sarebbero stati distrutti dallo Stato, bensì influenzati negativamente dalle difficoltà di
relazione fra i genitori della minore. Al riguardo, esso sottolinea che i giudici hanno chiesto
l’aiuto dei servizi sociali e di periti psicologi al fine di studiare la situazione, di sentire i genitori
e la minore e di trovare la soluzione più adeguata allo scopo di fornire alla minore il miglior
contesto relazionale in cui vivere e crescere. Dopo aver preso conoscenza delle relazioni degli
esperti, i giudici avrebbero adottato numerose decisioni, privilegiando le misure meno
traumatiche per la minore.
75. Secondo il Governo, la Corte non può sostituirsi alle autorità nazionali al fine di valutare ciò
che è meglio per un minore senza influire in modo eccessivo sul margine di apprezzamento dello
Stato. Nella presente causa, la posta in gioco non consisterebbe solo nella ricerca di un giusto
equilibrio tra gli interessi menzionati, bensì anche nei limiti del controllo esercitato dalla Corte
sulle sentenze dei giudici nazionali. La Corte disporrebbe certamente del potere di verificare che
le motivazioni delle decisioni sottoposte al suo esame non appaiano manifestamente
irragionevoli o arbitrarie. Per contro, essa non avrebbe facoltà di formulare una propria ipotesi e
procedere ad una ricostruzione dei fatti o proporre dei criteri propri, sostituendo il proprio
convincimento a quello del giudice nazionale.
76. Al riguardo, il Governo difende la legittimità e l’utilità delle misure adottate. Le autorità
competenti avrebbero esercitato una vigilanza costante nell’interesse della minore e dei suoi
genitori. Tutte le misure adottate nel caso di specie sarebbero state giustificate dalla necessità
che le autorità nazionali si mostrassero equidistanti rispetto ai due genitori, nell’esclusivo
interesse della minore.
77. Riguardo all’assistenza prestata dalle autorità nazionali al fine di assicurare la regolarità degli
incontri tra il ricorrente e S., il Governo sottolinea le misure attuate per superare gli ostacoli
posti dalla madre agli incontri tra il padre e la minore: la modifica delle modalità di affidamento, la
disponibilità della sede e del personale, l’intervento continuo dei servizi sociali mediante azioni
di mediazione, i colloqui con i genitori ed il programma di sostegno psicologico realizzato per
tutti i membri della famiglia. Secondo il Governo, misure più drastiche avrebbero potuto
traumatizzare la minore, allontanandola dalla madre.
78. Quanto alle decisioni penali concernenti A.D., alle quali si riferisce il ricorrente, il Governo
sottolinea che non si tratta di sentenze definitive. Non sarebbe dunque possibile sostenere
dinanzi alla Corte la «responsabilità» di A.D. Peraltro dette condanne dimostrerebbero che non vi
è stata alcuna inerzia da parte delle autorità nazionali e che nel caso di specie non è stato
evitato il ricorso a sanzioni, in caso di comportamento manifestamente illegale del genitore
convivente con il minore.
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79. Il Governo contesta infine le affermazioni del ricorrente, secondo le quali i servizi sociali non
hanno mai lavorato per facilitare gli incontri tra il ricorrente e S. A parere del Governo, i servizi
sociali hanno invece lavorato, nonostante la relazione conflittuale fra i genitori, dimostrando una
rigorosa imparzialità nei confronti degli stessi, nell’interesse della minore.
2. Valutazione della Corte
80. Come la Corte ha più volte rammentato, se l’articolo 8 ha essenzialmente per oggetto la
tutela dell’individuo dalle ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici, esso non si limita ad ordinare
allo Stato di astenersi da tali ingerenze: a tale obbligo negativo possono aggiungersi obblighi
positivi attinenti ad un effettivo rispetto della vita privata o familiare. Essi possono implicare
l’adozione di misure finalizzate al rispetto della vita familiare, incluse le relazioni reciproche fra
individui, e la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi
diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie ovvero di misure specifiche
appropriate (si veda, mutatis mutandis, Zawadka c. Polonia, n. 48542/99, § 53, 23 giugno 2005).
Tali strumenti giuridici devono permettere allo Stato di adottare misure atte a riunire genitore e
figlio, anche in presenza di conflitti fra i genitori (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide
c. Romania, n. 31679/96, § 108, CEDU 2000 I, Sylvester c. Austria, nn. 36812/97 e 40104/98, § 68,
24 aprile 2003, Zavřel c. Repubblica ceca, n. 14044/05, § 47, 18 gennaio 2007, e Mihailova c.
Bulgaria, n. 35978/02, § 80, 12 gennaio 2006). Essa rammenta altresì che gli obblighi positivi non
implicano solo che si vigili affinché il minore possa raggiungere il genitore o mantenere un
contatto con lui, bensì comprendono anche tutte le misure propedeutiche che consentono di
pervenire a tale risultato (si vedano, mutatis mutandis, Kosmopoulou c. Grecia, n. 60457/00, § 45,
5 febbraio 2004, Amanalachioai c. Romania, n. 4023/04, § 95, 26 maggio 2009, Ignaccolo-Zenide,
sopra citata, §§ 105 e 112, e Sylvester, sopra citata, § 70).
81. Per essere adeguate, le misure volte a riunire genitore e figlio devono essere attuate
rapidamente, in quanto il decorso del tempo può avere conseguenze irrimediabili sulle relazioni
tra il minore ed il genitore non convivente (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide, sopra
citata, § 102, Maire c. Portogallo, n. 48206/99, § 74, CEDU 2003 VII, Pini e altri c. Romania, nn.
78028/01 e 78030/01, § 175, CEDU 2004 V (estratti), Bianchi c. Svizzera, n. 7548/04, § 85, 22
giugno 2006, e Mincheva c. Bulgaria, n. 21558/03, § 84, 2 settembre 2010).
82. Esaminando la presente causa, la Corte rileva innanzi tutto che, al momento della
separazione, il ricorrente e la sua ex compagna non avevano raggiunto un accordo sulle modalità
di esercizio del diritto di visita da parte del padre. Essa osserva che la madre della minore, A.D.,
si è fin da subito opposta all’esercizio del diritto di visita da parte del ricorrente e che ha
presentato nel 2003 al tribunale per i minorenni una domanda di affidamento esclusivo della
minore. Il tribunale accoglieva detta domanda, accordando al ricorrente il diritto di visita da
esercitarsi due pomeriggi a settimana, un week-end su due senza alloggio fino ai tre anni di età
della minore, tre giorni a Pasqua, sei giorni a Natale e dieci giorni durante le vacanze estive.
Tra il 2003 ed il 2004, il ricorrente ha adito per tre volte il giudice tutelare, segnalando le
difficoltà incontrate nell’esercizio del diritto di visita. Il giudice tutelare si è limitato a
confermare il decreto del tribunale. Di fronte all’impossibilità di esercitare il suo diritto di visita,
il ricorrente ha impugnato il decreto dinanzi alla corte d’appello, la quale ha ordinato che gli
incontri, per tre pomeriggi al mese, si tenessero nella sede dei servizi sociali di Campobasso.
Nel mese di luglio 2005, su richiesta del ricorrente, il tribunale ha limitato la potestà genitoriale
della madre, disposto l’affidamento della minore ai servizi sociali ed autorizzato il ricorrente ad
incontrare la minore. Esso ha criticato il comportamento dei servizi sociali, che nella relazione
del 6 giugno 2005 avevano tenuto conto delle dichiarazioni della madre, ignorando quelle del
padre. Tuttavia, nonostante questa decisione, il ricorrente non ha potuto esercitare pienamente
il suo diritto di visita (paragrafi 18 e 19 supra).
83. Nei mesi di marzo e maggio 2006 il tribunale si è nuovamente pronunciato, constatando la
mancata esecuzione dei suoi precedenti decreti, causata in parte dagli ostacoli posti dalla madre
allo svolgimento degli incontri (paragrafo 20 supra). Solo a dicembre 2006 il tribunale, dopo aver
constatato più volte che i decreti precedenti non erano stati rispettati, ha ordinato a A.D. di
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seguire un programma di sostegno psicologico.
84. La Corte rammenta che il fatto che gli sforzi delle autorità siano stati vani non implica
automaticamente che lo Stato abbia disatteso gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 della
Convenzione (si veda, mutatis mutandis, Mihailova, sopra citata, § 82). In effetti, l'obbligo in
capo alle autorità nazionali di adottare misure idonee a riavvicinare il genitore ed il figlio non
conviventi non è assoluto e la comprensione e la cooperazione di tutte le persone coinvolte
costituiscono sempre un fattore importante. Seppure le autorità nazionali devono impegnarsi a
facilitare tale collaborazione, l’obbligo in capo alle medesime di ricorrere alla coercizione in
materia non può che essere limitato: esse devono tener conto degli interessi, nonché dei diritti
e delle libertà di dette persone ed in particolare dell’interesse superiore del minore e dei diritti
conferiti al medesimo dall’articolo 8 della Convenzione (Voleský c. Repubblica ceca, n. 63267/00,
§ 118, 29 giugno 2004). Come costantemente sancito dalla giurisprudenza della Corte, è
necessaria grande prudenza prima di ricorrere alla coercizione in una materia così delicata
(Reigado Ramos c. Portogallo, no 73229/01, § 53, 22 novembre 2005) e l'articolo 8 della
Convenzione non autorizza i genitori a far adottare misure pregiudizievoli per la salute e lo
sviluppo del minore (Elsholz c. Germania [GC], n. 25735/94, §§ 49-50, CEDU 2000 VIII). Il punto
decisivo consiste dunque nell’appurare se le autorità nazionali abbiano adottato, allo scopo di
facilitare il diritto di visita, ogni misura necessaria che si potesse ragionevolmente esigere da
esse (Nuutinen c. Finlandia, n. 32842/96, § 128, CEDU 2000 VIII).
85. Nel caso di specie, la Corte rileva che, a fronte dell’impossibilità di esercitare il suo diritto di
visita, il ricorrente ha nuovamente adito il tribunale il 30 maggio 2007, segnalando che la figlia era
divenuta aggressiva e non era più disposta ad incontrarlo. La Corte ritiene che le carenze rilevate
appaiono ancora più gravi a causa del lasso di tempo trascorso, il quale, tenuto conto dell’età
della minore e del contesto familiare disturbato, ha prodotto effetti negativi sulla possibilità per
il ricorrente di riallacciare una relazione con la figlia.
86. Nel 2007 il tribunale, al quale il ricorrente si era rivolto, ha disposto l’affidamento congiunto
della minore ed incaricato i servizi sociali di organizzare gli incontri a Termoli e Roma (§ 30 supra).
Nel 2009, la corte d’appello si è limitata ad ordinare ai servizi sociali di assicurare l’esercizio del
diritto di visita del ricorrente.
87. Con decreto del 5 novembre 2009, il tribunale ha rammentato di nuovo la necessità per tutte
le parti di dare esecuzione al decreto precedente, suggerendo che la minore seguisse un
programma di sostegno psicologico, al fine di vincere la resistenza opposta dalla medesima agli
incontri con il padre. Tra il 2009 ed il 2010 il ricorrente ha adito più volte il tribunale, affinché il
suo diritto di visita venisse rispettato. Nel mese di ottobre 2010 il tribunale ha dichiarato che gli
incontri erano interrotti de facto.
88. Solo nel 2011 la madre ha cominciato a non opporsi più agli incontri. Di conseguenza, nel
mese di novembre 2011, il tribunale ha deciso la chiusura del procedimento ed ha ordinato ai
servizi sociali di vigilare sulla prosecuzione del programma di sostegno psicologico avviato a
beneficio della minore.
89. È opportuno rammentare che, in una causa analoga, l’adeguatezza di una misura è stata
valutata sulla base della rapidità della sua attuazione (Maire, sopra citata, § 74, e Piazzi c. Italia,
n. 36168/09 § 58, 2 novembre 2010). Nel caso di specie, la Corte osserva che, secondo il Governo,
il comportamento dei servizi sociali e del tribunale si spiega con la volontà di non traumatizzare
ulteriormente la minore e che, sempre secondo il Governo, le autorità giudiziarie nazionali si
sono sempre pronunciate sulle richieste del ricorrente ed hanno adottato tutte le misure
necessarie al fine di favorire i contatti tra l’interessato e la figlia. La Corte osserva che, sebbene
il ricorrente avesse chiesto più volte al tribunale, a partire dal 2003, quando la minore aveva solo
due anni, l’esecuzione delle decisioni giudiziarie, il tribunale si era limitato a constatare la
mancata esecuzione dei precedenti decreti.
90. Così, invece di adottare misure atte a consentire l’esercizio del diritto di visita del
ricorrente, il tribunale si è limitato a prendere atto della situazione della minore e ad ordinare
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più volte ai servizi sociali la prosecuzione del programma di sostegno psicologico a beneficio
dapprima della madre ed in seguito anche alla minore. La Corte rammenta al riguardo che non è
suo compito sostituirsi alla valutazione operata dalle competenti autorità nazionali sulle misure
da adottare, in quanto tali autorità possono, in linea di principio, effettuare più efficacemente
tale valutazione, in particolare perché le medesime sono a diretto contatto con il contesto della
causa e con le parti coinvolte (Reigado Ramos c. Portogallo, sopra citata, § 53). Tuttavia, essa
non può ignorare la circostanza che nel caso di specie il tribunale ha più volte osservato che il
mancato esercizio del diritto di visita del ricorrente fosse imputabile alla madre. Inoltre, essa
osserva che il tribunale ha atteso il 2006 per ordinare a A.D di seguire un programma di sostegno
psicologico e il 2009 per disporre che anche la minore seguisse detto programma.
91. La Corte riconosce che le autorità si trovavano nel caso di specie di fronte ad una situazione
molto difficile, dovuta specificamente alle tensioni fra i genitori della minore. Essa ritiene
tuttavia che una mancanza di collaborazione fra i genitori separati non possa dispensare le
autorità competenti dall’adozione di ogni mezzo atto a mantenere il legame familiare (si veda,
mutatis mutandis, Reigado Ramos, sopra citata, § 55). Nel caso di specie le autorità nazionali non
hanno invece fatto tutto ciò che ci si poteva ragionevolmente attendere da esse, dal momento
che il tribunale ha delegato la gestione degli incontri ai servizi sociali. Esse sono quindi venute
meno al loro dovere di adottare misure pratiche al fine di indurre gli interessati ad una migliore
collaborazione, tenendo comunque conto del superiore interesse della minore (Zawadka, sopra
citata, § 67).
92. La Corte osserva, inoltre, che lo svolgimento del procedimento dinanzi al tribunale evidenzia
piuttosto una serie di misure automatiche e stereotipate, quali le successive richieste di
informazioni e la delega della funzione di controllo ai servizi sociali, ai quali veniva ordinato di far
rispettare il diritto di visita (Piazzi, sopra citata, § 61). Le autorità hanno così lasciato che si
consolidasse una situazione di fatto generata dall’inosservanza delle decisioni giudiziarie, mentre
dal semplice decorso del tempo derivavano delle conseguenze sulla relazione del padre con la
minore. Non sembra nemmeno che le autorità abbiano ordinato ai genitori di seguire una terapia
familiare (Pedovič c. Repubblica ceca, n. 27145/03, § 34, 18 luglio 2006), né che abbiano disposto
lo svolgimento degli incontri presso una struttura specializzata (si vedano, per esempio, Mezl c.
Repubblica ceca, n. 27726/03, § 17, 9 gennaio 2007, e Zavřel, sopra citata, § 24). La Corte
constata che, tenuto conto della tenera età della minore al momento delle separazione dei
genitori, tale interruzione del contatto con il padre, seguita da un diritto di visita limitato dal
mancato svolgimento degli incontri programmati, ha reso impossibile al ricorrente costruire una
relazione stabile con S.
93. In queste circostanze, la Corte ritiene che, di fronte a tale situazione, le autorità avrebbero
dovuto adottare misure più dirette e specifiche finalizzate a ristabilire il contatto tra il
ricorrente e la figlia. In particolare, la mediazione dei servizi sociali avrebbe dovuto essere
utilizzata per incoraggiare le parti a collaborare ed i servizi sociali avrebbero dovuto organizzare,
secondo quanto disposto dai decreti del tribunale, gli incontri tra il ricorrente e la figlia, inclusi
quelli che avrebbero dovuto tenersi a Roma. Le autorità giudiziarie nazionali non hanno invece
adottato alcuna misura adeguata al fine di creare in futuro le condizioni necessarie all’effettivo
esercizio del diritto di visita del ricorrente (Macready c. Repubblica ceca, nn. 4824/06 e
15512/08, § 66, 22 aprile 2010, e Piazzi, sopra citata, § 61).
94. Tenuto conto di ciò che precede e nonostante il margine di apprezzamento dello Stato
convenuto in materia, la Corte ritiene che le autorità nazionali abbiano omesso di profondere un
impegno adeguato e sufficiente a far rispettare il diritto di visita del ricorrente violando in tal
modo il suo diritto al rispetto della vita familiare garantito dall’articolo 8 della Convenzione.
95. Pertanto, vi è stata violazione della citata disposizione.
II. SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE
96. Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione,
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« Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi protocolli e se il
diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette se non in modo imperfetto di rimuovere
le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, se del caso, un’equa soddisfazione alla parte
lesa. »
A. Danni
97. Il ricorrente chiede il risarcimento del danno morale, cagionato dall’impossibilità di avere una
relazione stabile con la figlia e dall’angoscia generata da tale situazione. Egli chiede 230.000 euro
(EUR) a tal titolo.
98. Il Governo si oppone a tale richiesta e denuncia la natura «finanziaria» del ricorso.
99. Tenuto conto delle circostanze del caso di specie e della constatata impossibilità per il
ricorrente di costruire una relazione stabile con la figlia, la Corte è del parere che l’interessato
abbia subito un danno morale che non può essere riparato con la semplice constatazione di
violazione dell’articolo 8 della Convenzione. Essa ritiene tuttavia che la somma richiesta a tal
titolo sia eccessiva. Considerati tutti gli elementi in suo possesso e deliberando in via equitativa,
come previsto dall’articolo 41 della Convenzione, la Corte accorda all’interessato 15.000 EUR per il
danno morale.
B. Spese
100. Il ricorrente chiede altresì 7.034 EUR per le spese sostenute dinanzi alle autorità giudiziarie
nazionali e 8.788 EUR per le spese sostenute dinanzi alla Corte. Chiede inoltre 12.000 EUR per le
spese sostenute per i viaggi ed i soggiorni a Campobasso, finalizzati ad assistere alle udienze
dinanzi al tribunale ed alla corte d’appello.
101. Il Governo chiede alla Corte di non accogliere detta richiesta.
102. Secondo la giurisprudenza della Corte, un ricorrente può ottenere il rimborso delle spese
sostenute solo nella misura in cui ne siano accertate la realtà e la necessità, ed il loro importo sia
ragionevole. Nel caso di specie, tenuto conto dei documenti in suo possesso e della sua
giurisprudenza, la Corte ritiene ragionevole la somma di 10.000 EUR a titolo di rimborso di tutte le
spese e la accorda al ricorrente.
C. Interessi moratori
103. La Corte ritiene opportuno basare il tasso degli interessi moratori sul tasso di interesse delle
operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea maggiorato di tre punti
percentuali.
PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE, ALL’UNANIMITÀ,
1. Dichiara il ricorso ricevibile;
2. Dichiara che vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione;
3. Dichiara
a. che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente, entro tre mesi a decorrere dalla data in cui la
sentenza sarà divenuta definitiva conformemente all’articolo 44 § 2 della Convenzione, le
seguenti somme:
i. 15.000 EUR (quindicimila euro), più l’importo eventualmente dovuto a titolo di imposta,
per il danno morale,
ii. 10.000 EUR (diecimila euro), più l’importo eventualmente dovuto a titolo di imposta dal
ricorrente, per le spese;
b. che a decorrere dalla scadenza di detto termine e fino al versamento tale importo dovrà essere
maggiorato di un interesse semplice a un tasso equivalente a quello delle operazioni di
rifinanziamento marginale della Banca centrale europea applicabile durante quel periodo,
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aumentato di tre punti percentuali;
4. Rigetta la domanda di equa soddisfazione per il resto.
Fatta in francese, poi comunicata per iscritto in data 29 gennaio 2013, in applicazione dell’articolo 77 §§
2 e 3 del regolamento.
Stanley Naismith
Cancelliere
Danutė Jočienė
Presidente

Itinerari a tema
Tutela dei diritti umani in sede di Consiglio d'Europa

Link utili
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali

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