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Polvere di Yndaco cap. 1 e 2 .pdf



Nome del file originale: Polvere di Yndaco - cap. 1 e 2.pdf
Titolo: Microsoft Word - Polvere di Yndaco.docx

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Claudia Mazzullo
Polvere di Yndaco
Lettere Animate Editore
Isbn: 978-88-6882-132-6
Copyright Lettere Animate 2014
www.lettereanimate.com

Tutto ciò che avevo sempre desiderato era stata una vita tranquilla, senza troppe emozioni: sapevo gestire
bene la quotidianità, non gli imprevisti.
Avevo fatto di tutto per adattare alla mia persona l’aggettivo normale, perfino fare cose che non mi
rappresentavano, dire cose che non pensavo fino in fondo, al solo fine di rientrare in canoni di perfezione
imposti da altri.
All’improvviso, poi, tutto era cambiato: quello in cui credevo non esisteva più, ciò per cui avevo
combattuto così strenuamente per tanto tempo aveva perso completamente d’importanza, le mie poche e
fragili certezze erano miseramente crollate, il mondo che conoscevo era svanito. Cancellato. Sfumato.
Adesso mi trovo qui, spaesata, distrutta, martoriata nell’anima, catapultata in una realtà che non conosco,
che non volevo, in ginocchio vicino ai corpi senza vita di tre persone che si sono battute fino alla fine per
difendermi, che hanno creduto davvero in me: in quello che ero, in quello che sono, in ciò che potrei essere.
Ora non posso far altro che andare incontro al mio destino.
Per vendicare loro.
Per aiutare gli altri.
Per salvare lui.
Per riscattare me stessa.

1

Stavo ancora sonnecchiando quando sentii la voce di mia madre dal piano di sotto.
“Alzati dormigliona, sono le sette, devi andare a lezione.”
“Mmmm”.
“Dai, Greta, che poi fai tardi. Io sto uscendo, la colazione è pronta. A più tardi, buona giornata, tesoro.”
“Ciao, mamma” riuscii appena a bofonchiare. Di sicuro non mi aveva sentito.
La mattina riuscivo ormai a malapena ad alzarmi dal letto. Con uno sforzo che mi sembrò disumano mi tirai
di scatto a sedere, scivolai fuori dalle coperte e… che freddo! In una frazione di secondo ero di nuovo a letto,
con la testa sprofondata sotto il cuscino.
‘Dai, Greta, devi assolutamente alzarti’, pensai fra me e me.
Feci un respiro profondo, riempiendo i polmoni dell’aria calda e stantia che era rimasta intrappolata tra le
coperte durante la notte e scesi dal letto. Mi misi subito la vestaglia di pile blu che mi aveva regalato
Veronica il Natale precedente, riacquistando così a poco a poco un po’ del calore perduto. Mi avviai verso il
bagno, passando inevitabilmente davanti al grande specchio vicino alla porta della mia camera, e riuscii a
intravedere qualcosa di sgradevole con la coda dell’occhio… e quella chi era? Feci due passi indietro e
costrinsi la mia mente a guardare l’immagine riflessa nello specchio: al posto dei capelli avevo una specie di
cespuglio, pieno di nodi che non riuscivo a sciogliere neanche con le mani; i miei occhi verdi erano gonfi e
segnati da profonde occhiaie, talmente scure da farmi assomigliare più a un panda che a una ragazza. Ero a
dir poco un mostro. L’unica cosa positiva - o almeno positiva per me, visto che mia madre non faceva altro
che assillarmi col cibo - era che avevo perso qualche chilo e che finalmente riuscivo a rimettere i miei jeans
preferiti che, ahimè, dopo le enormi abbuffate di dolci pre-esami di maturità non mi entravano più.
Guardandomi allo specchio capivo comunque che qualcosa in me non andava. Credevo che il problema
sostanziale del mio pessimo stato fisico e mentale fosse dovuto alla mia insonnia: ormai da mesi non riuscivo
più a dormire bene e le notti erano diventate sempre più lunghe e scure. Avevo mille pensieri, troppe cose su
cui riflettere, e sentivo che qualcosa dentro di me stava cambiando in modo irreversibile, anche se, a dir la
verità, non sapevo neanche io cosa. Forse aveva ragione mia madre, forse era lo stress per tutto quello che
stava subendo la mia vita in quel periodo: finire il liceo, lasciare i vecchi e cari compagni, la nuova avventura
dell’università, tante persone da conoscere, nuovi professori, nuove abitudini. Io ero convinta che ci fosse
dell’altro, ero davvero inquieta e speravo tanto di capire al più presto cosa realmente fosse a provocarmi quel
pessimo stato d’animo, altrimenti a breve sarei diventata davvero uno zombie.
Il fluire dei miei pensieri venne interrotto dal trillo del telefono: mi avviai a passi svelti verso la cucina, al
piano di sotto – e per poco non caddi dalle scale - chissà chi poteva essere alle sette e mezza del mattino.
“Pronto?”
“Greta…sei tu?”
“Sì, Marika, tutto bene?”
“Mamma mia che voce che hai, ma ti senti male?”
“No, tranquilla, è solo che ho dormito poco e male e…”
Prima che riuscissi a finire la frase, Marika era già ripartita col suo solito discorso.
“Adesso basta, Greta. Sono settimane che non dormi, sembri uno straccio, vuoi darmi retta per una volta
nella tua vita? Fatti visitare da mio padre, vedrai che ti aiuterà, quantomeno potrà darti qualcosa per farti
riposare. E non ricominciare con la storia delle tisane, che a quanto pare non funzionano da sole. Se non vuoi
farlo per me, almeno fallo per tua madre, sai quanto è in ansia per te.”
Sospirai, arrendendomi ormai davanti all’evidenza dei fatti: dovevo fare qualcosa, la mia salute cominciava a
dare qualche preoccupazione anche a me.
“Va bene, Marika, mi farò visitare da Giulio. Farò come volete voi.”
“Evviva, ce l’abbiamo fatta,” disse in tono acidulo Marika, “meglio tardi che mai. Senti, passo a prenderti
alle otto e mezza, andiamo a lezione e poi vieni a pranzo da me. Mio padre sarà a casa nel tardo pomeriggio,
così ti darà un’occhiata.”
“Ok, Mari, grazie. A dopo.”
“A dopo. Ciao ciao.”
Che cara ragazza. Marika era più di un’amica per me, era come una sorella. Ormai la conoscevo talmente
bene che sapevo riconoscere ogni sua espressione, ogni sua singola inflessione vocale. La sua famiglia era la
mia seconda casa e lo stesso valeva per lei. I suoi genitori, Giulio e Lucia, erano due persone fantastiche,

sempre allegre e disponibili, oltre che due bravissimi medici: Giulio era un chirurgo, Lucia una psichiatra, e
non avevo mai visto nessuno così innamorato del proprio lavoro come loro due. Marika era proprio come
loro, sempre di buon umore e pronta a darti una mano, con un carattere forte e un temperamento deciso: era
sempre stata la mia roccia, l’amica su cui contare e la spalla su cui piangere, soprattutto quando Maurizio mi
aveva lasciata pochi mesi prima e si era trasferito in America con la sua nuova fiamma. Secondo Marika la
mia insonnia e il mio malessere nascevano da qui, ma io non ne ero sicura, anzi, ero convinta proprio del
contrario. E’ vero, ero stata male quando, senza preavviso, Maurizio mi aveva detto che amava un’altra e che
se ne andava via con lei, ma non credo di averlo mai amato veramente. Mi piaceva, gli volevo bene, ma il
mio interesse verso di lui stava già diminuendo da un po’ e quando se ne era andato, a fine Luglio – e quindi
già da quattro mesi circa – avevo pianto, ma non tanto per lui, quanto per me stessa. Non volevo rimanere di
nuovo sola. Ho sempre avuto un carattere un po’ particolare, sin da piccola amavo rimanermene in disparte
ed anche crescendo non ero mai diventata il fulcro di nessuna comitiva. Credo che l’aggettivo migliore per
inquadrare la mia anima fosse malinconica: avevo da sempre la sensazione di non trovarmi nel posto giusto,
di non avere ancora afferrato il vero scopo della mia vita… era come se mancasse sempre qualcosa. Amavo
la notte e da quando non riuscivo a dormire passavo ore a contemplare la luna e le stelle, quasi in adorazione,
e soltanto in quei momenti mi sentivo in pace con me stessa e col mondo. Ecco, l’aver conosciuto Maurizio
mi aveva dato, per così dire, uno “scossone”: lui era l’esatto contrario di me, il tipico ragazzo egocentrico e
accentratore sempre pieno di amici, allegro e spensierato. Era stato proprio questo ad attirarmi: volevo
entrare a far parte di un mondo completamente nuovo. Avevo sempre avuto la sensazione di essere in
qualche maniera sbagliata e lui era sempre stato così gentile e coinvolgente con me che, ecco, io pensavo che
accanto a lui sarei in qualche modo cambiata, perfino migliorata. Anche i miei genitori ne erano entusiasti:
Marta, mia madre, lo aveva adorato sin dal primo giorno – anche se le avevo detto di non affezionarsi troppo
a lui, che ci stavamo solo conoscendo – e Francesco, mio padre, era finalmente felice nel vedermi fare ciò
che normalmente fanno le ragazze della mia età. Credo di essere l’unica persona ad aver sentito dire dal
proprio padre frasi del tipo “Dai, Greta, basta studiare, esci un po’, o alla fine ti si fonderà il cervello” oppure
“Ma come, già sei tornata a casa?”.
Ecco quindi perché avevo pianto quando Maurizio se ne era andato: con lui era andata persa anche la mia
speranza di riuscire ad avere una vita normale… perché ci avevo provato, davvero, con tutta me stessa, ma
ero stata tutto fuorché felice e soddisfatta. Avevo tentato di vivere una vita che andava bene agli altri, ma che
in me lasciava sempre quella sensazione di vuoto e solitudine che ormai conoscevo bene e che temevo che
mai mi avrebbe abbandonato. Tutto stava nel conviverci.
Queste cose ovviamente non le avevo mai dette a nessuno anche perché la reazione di mia madre sarebbe
stata quella di mandarmi dritta dritta dalla sua psicoterapeuta, o peggio ancora da Lucia, ma Maurizio aveva
evidentemente captato qualcosa di negativo in me ed era scappato alla prima occasione. Ovviamente non
gliene avevo fatto una colpa, probabilmente io al suo posto avrei agito allo stesso modo.
Comunque, Maurizio o no, avevo davvero bisogno di dormire, di togliermi quel costante cerchio alla testa.
Forse Marika aveva ragione, in fin dei conti qualche sonnifero non avrebbe certo potuto farmi stare peggio di
come realmente mi sentivo.
Assorta com’ero nei miei pensieri neanche mi ero accorta di essermi nel frattempo lavata e vestita. Scesi in
cucina e attaccai un post-it sul frigo per avvisare i miei che non avrei pranzato a casa, alzai gli occhi verso il
grande orologio e… oh no, di nuovo in ritardo! Non feci neanche in tempo a pensarlo che sentii Marika
suonare il clacson davanti casa. Urlai qualcosa alla mia amica – che molto probabilmente non sentì - mi
precipitai in bagno per pettinarmi e truccarmi al volo – dovevo assolutamente coprire quelle orrende occhiaie
- afferrai una brioche, la mia tracolla e sgattaiolai fuori casa.
Un’altra settimana era iniziata.

2

“Insomma Greta, perché non vuoi venire con noi? Sì, è vero, dobbiamo studiare, ma guarda che ci
divertiremo anche. Un fine settimana fuori non può che farti bene, staccare la spina potrebbe aiutare a
rilassarti e magari anche a dormire un po’… hai un colorito davvero spaventoso.”
E meno male che mi ero anche messa il fondotinta.
“Lo so Marika, grazie, davvero, ma non me la sento. Non sarei di compagnia e lo sai anche tu, sarei più
solitaria del solito. E’ uno strano periodo per me, non ho voglia di stare in mezzo alla gente, questo cerchio

alla testa mi farebbe impazzire, ho solo bisogno di stare un po’ per conto mio.”
“Come se non passassi già troppo tempo da sola con te stessa. Tesoro, tu pensi troppo, e avresti invece
bisogno di svagarti. Ma non insisterò… ricordati che l’invito è sempre valido, puoi cambiare idea in qualsiasi
momento. Hai ancora qualche giorno per pensarci.”
“Grazie, Marika.”
Accesi subito la radio, così da far capire alla mia amica che non avevo intenzione di discutere ancora della
cosa e ricevendo così da Marika la prima occhiataccia della giornata.
A differenza del mio umore, la giornata era veramente splendida, con un cielo azzurro e limpido e un tiepido
sole invernale, che mi costrinse a indossare gli occhiali.
Arrivammo in poco tempo all’università e, dopo aver parcheggiato, ci incamminammo lungo il viale alberato
che portava in facoltà.
Sapevo che Marika era in qualche modo offesa per quel mio rifiuto per il successivo fine settimana, la
conoscevo troppo bene per non captare il suo eccessivo e prolungato silenzio, davvero insolito per lei. Mi
sentivo in colpa, mi dispiaceva davvero farla stare così, ma cosa potevo fare? Decisi di rompere quel muro di
imbarazzo per non rimuginare ancora sopra al problema.
“Allora, che materie abbiamo oggi?” chiesi con finto interesse.
“Beh, oggi… se non erro, Chimica inorganica e Geometria.”
Ancor prima di avere il tempo di risponderle, una voce familiare richiamò la nostra attenzione.
“Ehi, ma dove vanno queste due belle ragazze sole solette?”
“Buongiorno Andrea!” rispose Marika in tono amichevole.
“Ciao bellezza” rispose Andrea, facendole l’occhiolino.
“Ciao Andrea”, dissi con voce che, mi resi conto solo dopo, non lasciava trasparire la benché minima gioia di
vederlo.
“Greta, qual buon vento ti porta tra noi comuni mortali? Sono giorni che non ti si vede.”
“Non sono stata bene, tutto qui. Ma come vedi eccomi, sana e salva” dissi, sfoderando il mio falso sorriso
migliore.
Lui mi sorrise a sua volta, non afferrando assolutamente il lato ironico della mia frase – o forse si? Tra noi
non correva buon sangue, era evidente a tutti. Lui mi considerava una ragazzina viziata, scambiando la mia
diffidenza e la mia riservatezza per snobismo, io lo consideravo invece un pallone gonfiato, troppo sicuro di
se ed egocentrico… o forse non avevo simpatia per lui perché caratterialmente assomigliava in parte a
Maurizio, ma a questo non riuscii mai a dare una risposta univoca e definitiva.
Pochi secondi dopo si avvicinarono a noi anche Ludovica, Marco, Veronica, Giorgio e Davide, altri nostri
compagni del Corso di Laurea, tutti futuri chimici. Con mio grande sollievo, dopo un rapido saluto e un
generale interessamento alla mia salute, cominciarono a parlare e a progettare il fine settimana successivo ed
io sprofondai nuovamente nei miei pensieri, captando solo qualche parola sconnessa della loro discussione. Il
mio sguardo era concentrato sul lungo viale, così bello in inverno, con le ultime foglie che abbandonavano
gli alberi cadendo leggere e riempiendo l’asfalto di mille colori e sfumature differenti – rame, bronzo,
cioccolato, rosso.
“Ehi, Bella Addormentata, che fai, entri o rimani qui al freddo?”
Marika mi richiamò all’ordine: era ora di entrare a lezione. Ormai mi accadeva sempre più spesso: m’isolavo
completamente dal mondo, era come trovarsi dentro una bolla di sapone. Anche in quella circostanza non mi
ero resa conto che erano già tutti entrati in aula e chissà quant’era che ero persa nei meandri della mia mente.
Forse era colpa della stanchezza, ma non riuscivo neanche più a portare avanti un ragionamento ben definito,
semplicemente bastava un insignificante dettaglio per perdermi in un flusso ininterrotto di pensieri e alla fine,
spesso, non ricordavo neanche cosa l’avesse scatenato.
Mi trascinai sbadigliando in aula appena prima del professor Verra e le prime due ore di chimica passarono
abbastanza rapidamente – la materia mi piaceva molto e l’insegnante era davvero coinvolgente. Non potevo
dire lo stesso di Geometria: dopo neanche dieci minuti la mia mente già vagava altrove. Passai le successive
due ore ad analizzare i miei compagni.
Veronica già la conoscevo dal liceo ed era una ragazza a dir poco prorompente. Aveva i capelli lunghi fin
sotto le spalle, biondi e con ricci ben definiti, due grandi occhi color nocciola e un sorriso smagliante. Era un
po’ meno alta di me ed era una ragazza espansiva, gentile e molto dolce - lei, Marika ed io eravamo davvero
molto legate.
I primissimi giorni di università avevamo conosciuto Ludovica e Giorgio. Ludovica era la ragazza più fragile
che avessi mai visto: piccola, con i capelli rossi appena sopra le spalle e liscissimi, magrissima, con un
visetto tondo e un naso piccolino. Quando la abbracciavi avevi quasi paura di spezzarla. D’altra parte era
solo apparenza perché Ludovica, oltre ad essere iperattiva, era anche cintura nera di karate e aveva, nella sua
camera, vari attestati e premi – di cui andava molto fiera - vinti anche in altre discipline orientali delle quali,
però, non riuscivo mai a ricordare il nome. Giorgio era suo fratello gemello ed era il suo esatto contrario:

cicciottello, molto alto, goffo, con un viso tondo e simpatico, era cronicamente lento e in perenne ritardo; in
compenso era un vero asso ai videogiochi. Le uniche due cose che avevano in comune i due fratelli erano i
capelli rossi e le lentiggini.
Marco era un ragazzo sveglio, aveva un anno più di noi e si era trasferito a Chimica dopo il primo anno
passato – o buttato, come diceva lui – a Ingegneria. Era sempre molto disponibile con tutti ed era lui che ci
aiutava nelle materie più ostiche , come appunto Geometria. Era un ragazzo alto, magrolino, castano, un po’
stempiato, con un viso dai tratti marcati e il mento pronunciato. Aveva occhi piccoli e marroni, occhiali da
vista stravaganti, il naso un po’ allungato e portava sempre camicie a quadri e jeans, con scarpe da colori e
tessuti veramente improponibili. Lo chiamavano tutti l’Ingegnere. Lui all’inizio se l’era presa molto per
questo soprannome, ma alla fine ci aveva fatto l’abitudine e più lo guardavo, più capivo che non c’era nome
più azzeccato per lui.
Ovviamente il soprannome era arrivato da Andrea, che dal primo giorno di università aveva iniziato ad
affibbiare nomignoli a tutti.
Giorgio e Ludovica, per evidenti motivi, erano i fratelli Malpelo; Veronica, visti il suo fisico e il suo colore
preferito – il rosa – era ormai conosciuta ai più col nome di Barbie.
Marika, per via dei suoi capelli nerissimi, lunghi e lisci e dei suoi grandi occhi verdi e allungati era stata
rinominata Cleopatra. Marika era sempre stata molto bella ed era una delle ragazze più ammirate
dell’università. Aveva un viso ovale, proporzionato, dai tratti decisi, la pelle chiara, occhi molto grandi,
ciglia lunghissime, naso piccolino e labbra ben definite. Era qualche centimetro più alta di me, longilinea e
agile. A dispetto del suo aspetto fisico, Mari era una ragazza molto alla mano, disponibile ed estroversa.
Davide, che si era unito solo di recente alla nostra comitiva, era davvero un passo avanti a tutti noi su ogni
materia del corso. Era alto, di corporatura media, castano, con tantissimi capelli perennemente in disordine,
con grandi occhi grigi e folte sopracciglia scure. Veniva chiamato da tutti lo scienziato pazzo: immaginarlo
con i capelli bianchi, un camice e qualche provetta in mano mi fece scappare una risata e notai Marika,
seduta vicino a me, girarsi e guardarmi con aria interrogativa, sollevando un sopracciglio. Mi scusai, alzando
una mano, e lei mi rispose con un grande sorriso, rimettendosi subito a prendere appunti come una forsennata:
era diventata davvero una secchiona! Ritornai ai miei pensieri, guardando Andrea seduto due file sotto la mia
che, come al solito, non stava seguendo la lezione ma stava disegnando a matita il volto del professore sul
suo quaderno – ‘Senti da che pulpito viene la predica’, mormorò la mia coscienza, ma la sentii a malapena e
la misi subito a tacere. Il soprannome di Andrea, scelto da tutti noi senza troppe discussioni, era Tritatutto
perché, a causa della sua poca sensibilità, spesso feriva gli altri, anche se non intenzionalmente – o almeno
Marika la pensava così, io non ne ero proprio sicura.
Andrea era considerato il belloccio del gruppo: alto, muscoloso, moro, con grandi occhi scuri e carnagione
olivastra. Portava quasi sempre jeans, camicia e maglione.
Poi c’ero io… anche a me era ovviamente toccato un nomignolo: visto che non amavo il sole e mi trovavo a
mio agio di notte, al buio, il mio soprannome era Dracula. Io ero stata poi l’unica ad aver avuto il “privilegio”
di avere non uno, ma ben due soprannomi, il secondo dei quali era L’Eremita – per ovvie ragioni. Questo
nomignolo, però, col tempo era caduto nel dimenticatoio perché avevo imparato pian piano a conoscere i
miei nuovi amici e mi ero integrata bene nel gruppo, del quale facevo ora parte a pieno titolo.
La lezione finalmente finì e tutti si precipitarono fuori dall’edificio, me compresa. Ci salutammo dandoci
appuntamento al giorno seguente e Marika ed io ci incamminammo silenziose verso la macchina. Il cielo nel
frattempo si era riempito di nuvole, il sole faticava a farsi vedere ed un vento di tramontana pungeva i nostri
visi. Istintivamente mi coprii meglio la gola con l’enorme sciarpa di lana nera e grigia che avevo acquistato
la settimana prima.
Fu Marika a parlare per prima.
“Senti, Greta, ho bisogno di parlarti. So che adesso ti sembrerò matta, ma posso dire solo a te quello che mi
sta succedendo, anche se ne sono enormemente imbarazzata.”
Questa sua frase mi lasciò a dir poco senza parole. Avevo sentito la voce della mia migliore amica così tesa e
spaventata solo in un’altra occasione, molto tempo prima, quando sua nonna si era gravemente ammalata.
Mi fermai di scatto e lei fece lo stesso, con la differenza che continuò a guardare davanti a sé, senza voltare il
suo viso verso il mio.
“Marika, che succede? Sai che puoi dirmi tutto, non devi vergognarti di niente con me.”
Lei rimase qualche secondo in silenzio, poi mi guardò, con gli occhi pieni di lacrime, ed in meno di un
secondo me la ritrovai aggrappata alla giacca, in preda ai singhiozzi.
“Ehi Mari, così mi stai facendo davvero preoccupare. Cerca di calmarti, dimmi cosa sta succedendo, vedrai
che sistemeremo tutto” le dissi, accarezzandole i lunghi capelli. “Vieni”.
Ci sedemmo sulla panchina più vicina, il vento freddo ci muoveva i capelli ed io presi le sue mani giacciate
tra le mie. Pian piano si calmò ed io aspettai che fosse lei a parlare.
“E’ cominciato tutto un mese fa, più o meno. Sai che di solito è papà a portare fuori il cane la sera, ma era

così occupato con l’ospedale che mi sono offerta di far fare la passeggiata a Bottiglia al posto suo. Così,
saranno state le sette, sono uscita ed ho cominciato il solito giro dell’isolato. Sai com’è il quartiere, quando
le giornate si accorciano: la sera fa freddo, le strade sono quasi deserte e l’illuminazione lascia alquanto a
desiderare.”
Marika fece un mezzo sorriso ironico, respirò a fondo ad aumentò in modo quasi impercettibile la pressione
della sua mano sulla mia, poi continuò.
“Comunque, ad un certo punto ho iniziato ad avvertire qualcosa, uno strano senso di inquietudine. Hai
presente quando hai la sensazione di essere seguita? Così mi sono girata più volte ad osservare nella
penombra che mi lasciavo alle spalle, ma niente, non vedevo nessuno. Sai che non sono un tipo
particolarmente coraggioso al buio e ricordo di essermi anche data della stupida paranoica in quel momento.
Così ho ripreso a camminare, allungando un po’ il passo. Poco dopo però ho sentito un rumore non lontano
da me. Non sai la paura: il cuore mi andava a mille, il respiro mi si era bloccato in gola. Ho messo
istintivamente la mano in tasca, volevo chiamare papà e solo in quel momento mi sono accorta di aver
lasciato il cellulare a casa… ho fatto un respiro profondo, ho preso in braccio il cane e ho cominciato a
correre più veloce che potevo, senza voltarmi, fino a casa. Ero talmente spaventata che non riuscivo neanche
ad infilare la chiave nella serratura. Alla fine sono entrata, ho chiuso la porta a chiave, mi sono seduta a terra
– poggiando Bottiglia vicino a me - e sono scoppiata a piangere… dopo sono stata decisamente meglio, è
stato un pianto liberatorio. Ho ripreso lentamente il controllo su me stessa, le mani continuavano a tremare
ma mi sono imposta di ragionare e, insomma… perché mai qualcuno avrebbe dovuto seguirmi? Giusto?”
Marika mi osservava e mi resi conto che aspettava una conferma, una rassicurazione da parte mia.
“Certo tesoro, probabilmente ti sei sbagliata, la nostra è una zona piuttosto tranquilla, anche se qualche
malintenzionato in giro può sempre esserci… ma perché non mi hai chiamata? Potevo venire da te, stare lì
fino all’arrivo dei tuoi genitori.”
“Non volevo che uscissi, ero tranquilla a saperti a casa. E comunque ho aspettato che sbollissero rabbia e
spavento, poi ho chiuso tutte le finestre e ho guardato fuori. Non c’era nessuno.”
Marika mi lasciò le mani e si girò a guardare le foglie che si lasciavano trasportare dal vento, tirandosi su il
cappuccio della giacca. Dall’espressione tirata del suo viso capii che qualcosa ancora non andava.
“C’è dell’altro, vero?” chiesi, titubante.
“Sì. In effetti, sì. Quello che ti ho raccontato adesso non è stato un episodio isolato. E’ stato il primo di una
lunga serie.”
“Non capisco”, dissi, adesso davvero confusa. Cosa stava dicendo?
“Quello che sto cercando di dirti è che quel giorno io non mi sentivo seguita, io ero seguita… e lo sono
tuttora. Da un mese c’è un uomo che mi pedina.”
“C..c..cosa?” balbettai. Qualcuno la seguiva?? Da settimane??
Dovevo aver assunto un’espressione atroce, visto che Marika abbozzò un debole sorriso.
“Sei pedinata? Ma… oddio, e da chi? E perché? E Giulio lo sa?” chiesi tutto d’un fiato, con un tono di voce
davvero troppo alto, tanto che alcuni ragazzi in lontananza si girarono incuriositi nella nostra direzione.
“Greta, non lo so. So solo che lo vedo praticamente tutti i giorni, compare all’improvviso e scompare nello
stesso modo. L’ho detto a papà e lui mi ha anche praticamente costretto a sporgere denuncia, ma non saprei
davvero cos’altro fare. Alla Polizia ci hanno detto che hanno le mani legate, che non possono fare niente
perché a tutti gli effetti lui non mi ha fatto niente di male. Ancora.”
A quella parola sentii un brivido dentro, ma non di freddo, di paura. Paura per lei, per la sua incolumità.
“Marika… non ho parole, non sai quanto mi dispiace! Ma perché non me l’hai detto prima? Potevo starti
vicina, darti una mano… insomma, aiutarti!”
“Speravo che col tempo questa cosa scemasse. La cosa davvero strana è che nessuno ha mai visto
quest’uomo, né mamma, né papà… nessuno. Ogni volta che lo vedo sono sola e se c’è qualcuno con me, beh,
io non faccio in tempo a chiamarlo che quest’uomo si è già… smaterializzato. Puff, sparito.” E con le mani
mimò proprio questa scena, a rafforzare l’immagine.
“Non so cosa voglia da me, non so se voglia farmi del male o meno, a volte mi guarda e sorride… non so, è
come se si aspettasse qualcosa, come se fosse in attesa di… mah, non so più cosa pensare. Se avesse voluto
avrebbe potuto già mettere in atto il suo piano, qualunque esso sia. Tante volte quando l’ho visto ero da sola,
ma lui non si è mai avvicinato. Forse sono pazza, magari quest’uomo non esiste, alla fine non lo ha mai visto
nessuno se non io.”
“Non dirlo neanche per scherzo,” dissi, “se l’hai visto vuol dire che c’è. Non sei pazza, casomai è lui ad
essere furbo e veloce. Mi dispiace di non essermi accorta prima del tuo stato d’animo, ero troppo concentrata
a risolvere i miei problemi… scusami, davvero.”
“Greta è tutto ok, non potevi sapere. Ma ora avevo davvero bisogno di sfogarmi e di parlarne con te, non
potevo più tenermi dentro questo segreto.”
Le sorrisi e la abbracciai forte, sentendo una strana inquietudine farsi largo dentro di me. Poi mi allontanai

per guardarla negli occhi.
“Senti, Mari, ma quest’uomo… sei riuscita a vederlo bene? Sapresti descriverlo?”
“L’ho visto sempre per pochi secondi, ma lo riconoscerei subito se me lo ritrovassi davanti ora. E’ alto,
carnagione scura, ha i capelli neri e lunghi, anche se credo che li portasse legati l’ultima volta che l’ho visto.
E ha degli occhi veramente stranissimi, credo che porti delle lenti a contatto. Ha i lineamenti molto marcati,
assomiglia nell’insieme al ragazzo che consegna i giornali la mattina qui nella zona.”
“Quel ragazzo è il figlio di un’amica di mia madre, si chiama Hosè. Loro sono di origine peruviana.”
“Allora probabilmente anche lui lo è. E poi è alto, molto alto, e muscoloso… una montagna.” A
quell’espressione la vidi tremare, chiudere gli occhi ed incrociare le braccia sul petto, come a volersi
abbracciare. Provai un odio profondo e viscerale per questo individuo.
“Senti, Mari, perché pensi che porti le lenti a contatto?”
“Anche questa è una cosa che mi fa mettere in dubbio la mia sanità mentale. Lo penso perché…” disse, non
completando la frase, come a cercare le parole giuste da utilizzare.
“Perché?” le chiesi, sempre più curiosa. Dopo qualche secondo fece un respiro, scosse la testa e mi disse:
“Perché i suoi occhi cambiano colore” disse, con un tono di voce talmente basso che feci fatica a sentirlo.
Cambiano colore? Avevo capito bene?
“Che vuol dire che cambiano colore?” chiesi, sempre più spaesata.
“Non so, Greta, ormai mi fido sempre meno dei miei sensi. So solo che a volte sembrano verdi, altre volte
sembrano… viola.”
“Viola?” ripetei stupita. “Non esistono occhi viola… forse è solo la luce del sole che fa cambiare loro
sfumatura, come succede ai miei.”
“No. Conosco bene i tuoi occhi e tutte le loro tonalità. I suoi occhi non hanno niente a che fare con i tuoi,
fidati.”
“Perché mai qualcuno dovrebbe mettersi delle lenti a contatto colorate per seguire una persona? Viola, poi…
davvero non ha senso. Se poi come dici ha la carnagione così scura avrebbe dovuto mettersi lenti colorate
scure, per non farsi notare.”
“Davvero non lo so, anche io sono arrivata alle tue stesse conclusioni, non ho mai trovato una spiegazione
plausibile. Te l’ho detto, forse è solo la mia immaginazione a giocarmi brutti scherzi. Ovviamente questo
‘piccolo’ particolare non l’ho detto ai miei genitori… sai com’è mia madre.”
“Certo, Mari, non dirò niente” le promisi, capendo perfettamente cosa voleva dire, visto che Lucia era una
psichiatra e che io avevo fatto la stessa cosa in passato.
Avevo abbassato lo sguardo, intenta a riflettere su quel fiume di informazioni, e quando lo rialzai ed
incrociai i suoi occhi capii che non aveva ancora finito.
“E’ tutto?” chiesi, sapendo mio malgrado già la risposta ed essendo consapevole di aver appreso già troppe
brutte notizie per quel giorno.
“No. Manca ancora una cosa. La più imbarazzante.”
Ecco, appunto. Ma cosa ci poteva essere di ancora più strano di quello che mi aveva detto? Più strano
dell’essere pedinata da settimane, di vedere occhi che cambiano colore? Mi sembrava impossibile.
“Cosa.” Le chiesi in tono gelido.
“Vedi, non è facile da spiegare… ecco… so che quest’uomo mi sta seguendo, e Dio solo sa perché e cosa
vuole da me, ed ogni cellula del mio corpo mi grida di stargli il più lontano possibile, ma… negli ultimi
giorni il mio sesto senso mi dice di non avere paura. La mia parte razionale mi dice di scappare, ma quella
irrazionale no. L’ultima volta che l’ho visto lui ha anche cercato di parlarmi da lontano… mi ha detto di non
avere paura, che non voleva farmi del male… sono stata tentata di avvicinarlo, avevo voglia di parlare con
lui, di capire… ma poi ho sentito un rumore e lui è sparito di nuovo.”
Marika aveva visto la mia espressione e si era ammutolita. Io ero a dir poco scioccata: ma che stava dicendo?
Era davvero impazzita? Avevo scartato categoricamente quest’ultima opzione in precedenza, ma adesso…
Coraggiosamente riprese a parlare.
“Io mi sento attratta da quell’uomo. Non pretendo che tu lo capisca, d’altronde è incomprensibile persino per
me, ma è così che stanno le cose. Vorrei solo che tu mi stessi vicina, posso parlare di quello che mi sta
succedendo solo con te.”
“Lo credo bene” risposi, in tono più duro di quello che avrei voluto.
“Ti prego” disse, e mi guardò con occhi pieni di fiducia e speranza.
Cosa potevo fare?
“Senti, Mari, io ti voglio un mondo di bene e sai che sono sempre stata dalla tua parte, ma questa faccenda
non mi piace. Ti rendi conto di quello che rischi? E’ pericoloso, non puoi avvicinare uno sconosciuto che ti
perseguita da un mese!! Mi dispiace, ma non resterò a guardare e non asseconderò questa tua follia. Non dirò
niente, ma promettimi che non lo avvicinerai. Almeno finché non avremo capito cosa vuole da te.”
Lei abbassò lo sguardo e non rispose.

“Promettimelo, Marika” dissi, alterata.
Lei mi guardò per qualche istante e poi biascicò un timido “Ci proverò.”
Era sempre meglio di niente.
Senza aggiungere altro ci alzammo e ci incamminammo verso la macchina. Mi sentivo uno schifo, ero stata
così egoista, non le ero stata vicino e non mi ero accorta di niente: ma che amica ero? E poi ero veramente
preoccupata per lei, per la sua incolumità. Non l’avrei lasciata sola, di questo ero certa.
Così, in preda a sensi di colpa irrefrenabili e conscia tuttavia che mi sarei a breve pentita di quello che stavo
per dire, esclamai: “C’è ancora un posto libero per il prossimo fine settimana?”
Marika stava per salire in macchina, ma si fermò e corse verso di me, buttandomi le braccia al collo,
talmente di corsa che per poco non cademmo a terra tutte e due.
“Sì, che bello! Vedrai, ci divertiremo un sacco!”
“Certo” le risposi, ricambiando l’abbraccio, ma per nulla convinta di quella mia ultima affermazione.

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