File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



Giulia Carcasi Ma le stelle quante sono .pdf



Nome del file originale: Giulia Carcasi - Ma le stelle quante sono.pdf
Titolo: Microsoft Word - ma le stelle quante sono
Autore: Flavia

Questo documento in formato PDF 1.4 è stato generato da Acrobat PDFMaker 7.0 per Word / Acrobat Distiller 7.0 (Windows), ed è stato inviato su file-pdf.it il 10/06/2014 alle 16:38, dall'indirizzo IP 87.5.x.x. La pagina di download del file è stata vista 39568 volte.
Dimensione del file: 463 KB (224 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Giulia Carcasi ha vent'anni. È nata a Roma dove vive e studia medicina.
Questo è il suo primo romanzo.
In copertina: © Contrasto.
cover design: ufficio grafico Feltrinelli

SUPER UÈ FELTRINELLI

r1 tr1

giulia carcasi

ma le stelle
quante sono
h\\tO*

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione neU"'Universale Economica" - SUPER UÈ
aprile 2005
Decima edizione settembre 2006
ISBN 88-07-84053-7
Stampa Grafica Sipiel Milano, settembre 2006
www.feltrinelli.it
Libri in uscita, interviste, reading, commenti e percorsi di lettura. Aggiornamenti
quotidiani

Alice
Una vecchia canzone diceva:
"Tu sai tutto sulla realtà del mercato e qui io ammetto di essere negato. Ma a
inventare quel che non c'è io forse son più bravo di te... Tu hai i soldi, io la fortuna di
trovar fiori nella spazzatura. Perché a trovare quel che non c'è io forse son più bravo di
te."
E allora lascia perdere i conti e le cifre.
Sai dire quanto amore hai dentro? Un chilo? Un litro?
Non lo sai, eh?
E allora lascia perdere la matematica.
Inventa quello che non c'è.
Perché quello che c'è è di tutti.
. Ma se riesci a trovare quello che non c'è, be', allora hai qualcosa di solo tuo. E se
qualcun altro vede quello che vedi tu, be', allora hai trovato qualcuno che ti vive.
Non lasciarlo fuggire. Fermalo! Vivilo! Scrivilo!
Le storie sono come le persone.
Non sono fatte per stare sole.
Da qualche parte nel mondo c'è qualcuno che vive una storia che si specchia nella tua.
Guardati intorno!
Quel qualcuno non è tanto lontano da te.
È l'altra metà del libro.
Non perdere tempo a scrivere altre pagine...
Cercalo!
Il resto lo scriverete insieme.
Perché non c'è niente di più riuscito di due storie che s'intrecciano.

A Milla e ai suoi sonni di principessa. A mia madre,
ai segreti che ci hanno diviso e unito. A Carolina,
ai sorrisi che non ha risparmiato. A Giorgio e a tutti quelli che non conosceranno mai
un'emozione. Alle stelle,
che ci guardano in silenzio. A Carlo,
per avermi aiutato a contarle. E, perché no?, a me stessa, all'intensità con cui vivo.

Io la sento nei piedi la vita, nel va e vieni di ogni giorno.
Sono le sette e mezzo e sono pronta.
Do un bacio a mia madre e uno a Milla, rubo tre biscotti alla scatola e li mangio alla
fermata.
Tre biscotti, non uno di meno non uno di più.
Solita corsa per occupare un posto libero sull'autobus, una conquista che dura un
attimo.
"Ragazzina, mi fai sedere? Ho mal di schiena", solito vecchio che cerca di scipparmi
il posto.
Mi do un'occhiata intorno: nessuno si alza, perché io?
Solito tentativo di fare come gli altri; poi però vince la diversità: mi alzo, gli lascio il
sedile.
E ora c'è proprio tutto, anche il solito "Prego".
Il liceo non si è ancora svegliato: la campanella delle otto e mezzo è il suo primo
sbadiglio.
Però la preferisco così questa scuola, senza gli urletti e le moine delle ragazze, senza
pantaloni bassi e frangette lisce. La preferisco così, silenziosa come un mucchio di
cemento che dorme.
Mi siedo sul muretto del cortile, prendo la Smemo dallo zaino, una Bic blu e comincio
a scrivere.
Scrivo favole del risveglio, che è strano perché di solito le favole servono ad
addormentarsi.
Nessuno ci ha mai pensato: favole del risveglio, una grande invenzione, una carica di
buonumore di prima mattina, altro che le merendine ai cinque cereali... ci sarebbero meno
guerre se la gente si svegliasse con una favola.
"E a vincere il Nobel per la pace è..."
.. .Alice Saricca, ultimo anno di liceo, il più bello, dicono.

Per me è uguale agli altri, forse peggio, perché è più incasinato, perché tutti
giocano a fare i grandi, gli esperti del sesso e delle bugie. Più incasinato ancora,
perché ci sono gli esami.
Ma alla fine si sopravvive a tutto, al sesso, alle bugie, agli esami... è la
filosofia del "Me la cavo".
_Sì, ok, te la cavi, ma con le cicatrici-come la metti?
Già, perché lì per lì il fuoco ti piace, però rischi di bruciarti. E io.non voglio
cicatrici.
Carolina me lo ripete all'infinito: "Tu non voli perché hai paura di
precipitare!".
Non me la sento di volare, sono nata senza paracadute.
"Ma così non volerai mai!" e mi spiega che nella vita è meglio avere brutti
ricordi che rimpianti.
Io penso che sono meglio i rimpianti, perché su quellici puoi lavorare, perché
puoi immaginarti il finale che più ti fa comodo, mentre i brutti ricordi il loro finale
ce l'hanno già. Meglio una storia irrisolta, che puoi stringerla tra le mani e cambiarle
forma, come al pongo.
Sì, meglio così, scanso i rischi: niente sesso e niente bugie.
Il fuoco non fa per me.
Sono le otto meno un quarto.
Anche quel ragazzo è arrivato.
Alza il viso, "Ciao" e si siede sui gradini. Mette le cuffie del walkman sulle
orecchie e comincia a fare su e giù con la testa per inseguire le note testarde di
una chitarra elettrica. Kurt Cobain, ascolta sempre Kurt Cobain.
Ha anche una maglietta nera con la scritta Nirvana in rilievo, deve averla
comprata a qualche concerto.
In teoria non lo conosco, in pratica so tutto di lui: Giorgio Battaglia, hi b, carnagione
scura, occhi color pece, capelli neri un po' scompigliati e pizzetto. È uno che quando passa ti
giri, uno di un altro pianeta, uno che sta sempre sulle sue... e non capisco perché mi guarda
così.
Tira fuori dalla tasca dei jeans un pacchetto di Marlboro e per un attimo penso
che è giusto fumare, se lo fa lui è giusto.
Alle otto e venti arriva anche la sua ragazza. Che ci fanno insieme?
Lei ha la bocca imbronciata e gli occhi celesti, ma fermi, che non vanno al di
là; lei ha gli occhi che restano in superficie, gli occhi di lui sono tutt'altra storia...

Lui le da un bacio e se lei gliene chiede un altro, le dice "Uno basta..." e mi guarda.
E io mi sento un'intrusa tra loro, anche se tra me e lui non c'è niente, non ci conosciamo
nemmeno.
Non dovrei, ma mi ci sento lo stesso un'intrusa, perché lui mi mette in mezzo coi suoi occhi di
pece.
La scuola lancia il primo sbadiglio della giornata: metto la Smemo e la Bic nello zaino e mi
avvio verso l'entrata.
Mi siedo dove capita: non ho un compagno fìsso, non mi piace legarmi.
Per questo ho poche amicizie, poche ma vere, di quelle che ti puoi fidare.
Carolina al primo posto.
Ci conosciamo da otto anni e se le racconto un segreto so che la sua lingua starà ferma e
buona dentro al palato.
Ha un anno più di me e studia Psicologia alla Sapienza, lei vuole salvare la testa della gente,
io penso che ognuno si salva da sé.
Le persone si stropicciano gli occhi quando ci vedono insieme perché Carolina e io siamo
diverse in tutto, dalla marca delle scarpe al balsamo dei capelli.
Perché io ho i piedi di piombo e lei no.
Perché lei è una coraggiosa e io no.
Carolina è una tosta davvero: quando ha scoperto che Marco, il suo ragazzo, se la faceva con
un'altra, è andata a parlare con l'altra e ha capito che quella non sapeva che Marco era già
impegnato. Erano state prese in giro, in due. Allora Carolina ha avuto l'idea. Detto, fatto: sono
andate insieme da Marco, gli hanno detto di essere rimaste incinte.
"E ora che fai?" Fai che lui all'inizio è svenuto, poi ha ripreso i sensi, ha fiutato lo scherzo, s'è
sentito un verme e ha chiesto scusa.
"Sei un genio del male" le ho detto quando me l'ha raccontato.
"Grazie, lo so" ha detto lei compiaciuta.
Ma ogni tanto, ogni tanto spesso, Carolina pensa ancora a Marco. E ogni tanto lui la richiama,
si vedono, ci scappa un bacio o qualcos'altro, poi litigano e lei torna a dirmi: "È uno stronzo!".
È uno stronzo, ma lo ama!
E io non capisco: che senso ha amare uno così?
Bah, è proprio vero: l'amore è così, non sai che direzioni
11

prende, ogni tanto salta fuori un nuovo personaggio e tutto si complica.
"Basta, Caro, ma che ci trovi in uno come Marco? È un figlio di puttana!"
"È cambiato un sacco, te lo giuro!"
Ma poi si scopre che quel sacco è piccolissimo e Marco è lo stesso.
È finita, basta!, quella è l'ultima volta che si vedono.
Io faccio finta di crederci, ma già lo so che non è l'ultima, che ce ne sarà un'altra e un'altra
ancora...
Carolina è fatta così: ascolta gli ordini del suo cuore e obbedisce.
Io no, io do retta a tutta me stessa. E ogni volta che devo decidere qualcosa, c'è in me una
riunione di condominio: cuore, testa, corpo e anima si vedono e si consultano.
Di solito è la testa quella a cui do più ascolto: mi sembra abbia idee migliori.
Andrea si siede accanto a me.
Capelli col crestino, alla Beckham, pantalone strappato di Cavalli, maglietta stragriffata rosa,
il top tra i pariolini... scarpe da barca di Prada, occhiale grande, a mosca.
Ha il naso alla francese, più finto delle banconote del Monopoli; gliel'ha rifatto il padre, è
chirurgo estetico. Andrea non si sente a posto se non trasuda soldi, i soldi del papi, se non si va a
prendere l'aperitivo ogni sera, se non litiga con le zecche di scuola.
"Te l'ha fregato pure stamattina il posto quel vecchio?"
Faccio cenno di sì con la testa.
"Per me lo fa apposta, altro che mal di schiena..."
Andrea non si fida delle persone, dice che, in fondo in fondo, siamo tutti paraculi. E su quelle
come me ci si marcia bene.
Carlo arriva in ritardo come sempre.
"Carlo Rossi, sei in ritardo di secoli!" gli dice il professore.
Lui fa una faccia buffa e se ne va al posto.
Le facce di Carlo sono bellissime, sono le facce di uno che non ti vuole fregare, di uno che
non dice balle: nessun autobus in ritardo, nessuna chiave di casa introvabile, nessun incidente
sulla Colombo, nessuna sveglia scarica. Una volta ha detto: "Scusi il ritardo, ma stavo a letto".
Carlo è così, trasparente come un bicchier d'acqua, quella con le bollicine, che ti solletica la gola.
12

Non è come Ludovica...
Se Ludovica è in ritardo, s'inventa le storie più assurde: una volta c'è stato un
incidente mentre lei stava sull'autobus ed è dovuta scendere a prestare aiuto, perché lei ha
fatto un corso alla croce Rossa, un'altra volta l'hanno fermata per un'intervista davanti a
casa sua, un'intervista su cosa? Non si sa.
E io mi aspetto che Ludovica un giorno entrerà da quella porta dicendo "Scusi
professore, ma oggi c'era il Giudizio universale..." o qualcosa del genere.
E sono sicura che tutti le crederanno, perché lei dice le bugie così convinta che non
puoi non crederle.
Carlo si gira e mi guarda. Gli sudano le mani, le appiccica sulla copertina del libro di
greco, tartaglia un "Cia-ciao!", guarda il mio foglio bianco e si rigira dall'altra parte.
È un imbarazzo veloce il suo, che gli fa correre la lingua e non gli fa finire le frasi.
Andrea dice di Carlo: "Quello schiuma quando ti guarda".
Alzo le spalle.
"Sì, ma tanto a te che te ne frega? È uno sfigato..."
Mi sposto un po' di lato con la sedia, sbircio il viso di Carlo. E vorrei dire ad Andrea
che a me frega di Carlo, che se solo si togliesse quegli occhiali, si sistemasse i capelli e si
vestisse meglio, sarebbe uno da farci la fila.
Ma sarà che anche il mio è un imbarazzo veloce, sarà che non mi piace espormi,
guardo Andrea e gli dico "Già...".
Che grande risposta "Già..."!
Non potevi trovare qualcosa di meglio, Alice?
Ricci, il professore di latino e greco, ci assegna una versione di quaranta righe per
domani.
Metto i libri nello zaino e vado verso l'uscita di scuola. Tiro fuori il cellulare dalla
tasca inferiore e mando un messaggio a Caro:
Oggi non posso venire al cinema. Devo fare una versione chilometrica.
Salutami Brad Pitt.

Sullo schermo una busta da lettere viene imbucata: Messaggio inviato.
Continuo a camminare verso casa e lo vedo lì, accanto ai citofoni, davanti al portone
del mio palazzo.
È Giorgio, con la sua maglietta dei Nirvana e le cuffie sulle orecchie. E per un attimo
mi dico: è venuto per me! Poi mi
13

convinco che non è possibile, dev'essere un caso, inutile crearsi aspettative.
La telefonata di Carolina arriva davanti a quel portone, in mezzo ai nostri occhi che
s'incrociano.
Dal cellulare parte un samba, ma il volume è talmente alto che quella suoneria sembra un
richiamo per delfini.
Giorgio mi guarda e sorride. "Sei sorda?"
E vorrei spiegargli che la metto ad alto volume perché se mia madre mi chiama e non
rispondo si preoccupa.
Non gli spiego niente, lo guardo e basta.
Intanto Carolina lampeggia sul display.
"Be'? Non rispondi?"
No, lo guardo e basta, vittima di un incantesimo.
"Dai qua" e mi toglie il cellulare dalle mani.
"Pronto?"
"Pronto? Chi è?" chiede Carolina.
Allungo la mano, cerco di riprendere in pugno la situazione.
"Ridammi il cellulare."
Ma lui si mette il dito davanti alla bocca, come per dire "Shh... tranquilla, ci penso io!" e mi fa
l'occhiolino.
"Sono Giorgio! Cercavi Alice?"
Ha detto "Alice"! E capisco che anche lui sa il mio nome, non è qui per caso.
"E te chi sei?" chiede Carolina, che nelle situazioni strane ci sguazza benissimo. "Le hai
fregato il cellulare?"
"No no, Alice è qui, davanti a me."
"Be', dille che non ci sono storie... passo alle quattro e ce ne andiamo al cinema."
Lui mi guarda, tappa con la mano il microfono del cellulare: "Passa a prenderti lo stesso. Sei
fregata!".
"Dille che non posso! Se m'interroga sulla versione domani, che racconto a Ricci? Gli parlo di
Brad Pitt?"
Giorgio toglie la mano dal microfono.
"No, Alice non può. Deve uscire con me oggi."
Carolina insiste: "La scusa che deve studiare stavolta non attacca".
"No, infatti non è per la versione, è che esce con me oggi."
Io spalanco gli occhi, sorrido.
A Carolina non tornano i conti: "Ma chi sei tu? Quel tipo strano che sta in classe sua?".
Sbianco e penso che Carolina non poteva trovare un momento peggiore per tirare fuori Carlo.
14

Per fortuna Giorgio non se ne accorge e va avanti. "No, non sto in classe sua. Comunque oggi
pomeriggio Alice esce con me" fa lui e attacca.
Giorgio mi restituisce il telefonino, io un sorriso.
"Te la cavi bene con le bugie" gli dico.
"Quali bugie? Passo alle quattro."
Raccoglie il suo zaino e se ne va.
Anch'io raccolgo il mio ed entro nel portone.
Il cellulare è ancora caldo, pieno del suo respiro.
Mando un messaggio a Carolina:
Devo fare una versione chilometrica
e poi devo uscire con un tipo fighissimo...
15

Sono le tre e mezzo del pomeriggio.
Mia madre passeggia per casa con Camilla in braccio.
Camilla è mia sorella, Milla, e io sono la sua "lice".
A lei basta dire "Mamma" per riscuotere un "Brava!" e far sorridere tutti. Basta
battere le mani, canticchiare un motivetto col cucchiaino del caffè come microfono.
Per me è tutto un non-dovere: non devo perdere tempo, non devo fare tardi, non devo
bere, non devo rumare, non devo drogarmi, non devo uscire senza permesso, non devo
andare in motorino con Carolina.
E mi riesce impossibile pensare che una manciata di anni fa ero anch'io così, che era
facile, bastava battere le mani... Ma il tempo scorre veloce e non ti avvisa, non ti dice che
sta per raggiungerti e sorpassarti.
Milla si tiene aggrappata alle spalle di mia madre.
Io ho appena finito di tradurre la versione.
La rileggo e non riesco a trovarle un senso: sono solo duecento parole capitate
insieme, non si può fare di meglio in mezz'ora.
Mi faccio una doccia lampo, vado in camera, apro l'armadio.
Tra un quarto d'ora Giorgio sarà qui
Dove andremo?
Non lo so.
E non so neanche cosa mettermi.
Non so niente!
Sfoglio l'armadio, stampella per stampella, accosto i colori, apro i cassetti e tiro fuori
tutto, anche i vestiti dimenticati, quelli che odorano di naftalina, quelli che chissà se mi
stanno ancora.
Il citofono suona.
"Alice!" urla mia madre dal corridoio. "Un certo Giorgio ti aspetta sotto casa. Ma chi
è? Dove vai?"
16

//

È arrivato Giorgio!
E non so ancora cosa mettermi.
Alice?"
"Sì, mamma!" rispondo veloce e forte come un soldato sull'attenti. "È uno di scuola,
Giorgio Battaglia, in B."
"Dove abita? Mi lasci un suo recapito telefonico?"
E mi rendo conto che non so niente di lui.
"Alice, mi rispondi?"
"Abita qui vicino, il numero non lo so..."
"Come non lo sai? Ma lo conosci?"
"Sì, mamma, lo conosco! Solo non ho il numero di telefono e l'indirizzo preciso..."
E non so ancora come vestirmi.
"Come ragioni, Alice? E se succede qualcosa e il tuo cellulare non prende, come
faccio a rintracciarti?"
"Tanto oggi faccio presto... quando torno ti do tutte le informazioni che vuoi" e
rimetto gli occhi nell'armadio.
"Tu non vai da nessuna parte" ed esce dalla mia stanza.
La inseguo per casa in reggiseno e mutande, cerco di convincerla, sbuffo e ripeto "Sei
peggio dell'FBi!".
E facciamo un patto.
Sono le quattro e mezzo.
Il suono di un clacson scocciato sale dal portone.
Metto dei jeans, una maglietta bianca un po' attillata e senza maniche, cintura,
orecchini di perla, burro di cacao e matita color terra sulle labbra. Solita spolverata di
fard, capelli raccolti, due spruzzate di Acqua di Giò sul collo, calzini colorati, scarpe da
ginnastica e... Ci sto, sono pronta.
Prendo il cellulare, mi do un'occhiata allo specchio, "Dai" mi dico, apro la porta e
scendo.
Faccio le scale di corsa e sono da Giorgio.
Non gli do il tempo di salutarmi.
"Senti, se vuoi che esco con te mi devi dire dove abiti e lasciarmi il tuo numero!"
"Cos'è? Uno scherzo?"
"No, è mia madre."
Lui brontola e scrive su un foglietto.
Rifaccio le scale di corsa, suono il campanello, do a mia madre il foglietto.
"Tieni!"
Lei sorride: sua figlia è una brava ragazza. Mi da un bacio e dice "Stai benissimo",
anche se dopo tre rampe di scale ho il trucco sbavato e il fiato grosso.

"Ho fatto una figura terribile, se non mi chiede più di uscire è colpa tua!"
Lei ride e io non capisco perché.
Chiudo la porta, rifaccio le scale e torno da lui.
Giorgio è lì.
Ha gli occhiali da sole a specchio, jeans e camicia bianca.
Le tinte chiare gli stanno benissimo.
Ha preso in prestito l'Alfa 147 nera di suo padre.
"Scappiamo, sennò tua madre mi chiede il codice fiscale..." e accenna un sorriso, però lo vedo
pensieroso.
Gli dico di stare tranquillo, se sto a casa per l'ora di cena nessuno gli telefonerà.
Non capisco perché è così preoccupato.
Lo capirò tardi.
E in parte non lo capirò mai.
Ce ne andiamo in via del Corso.
L'Alfa la lasciamo sul Lungotevere, perché non abbiamo il permesso per entrare in centro.
Così ci tocca fare un bel pezzo di strada a piedi.
Mi faccio i complimenti da sola per aver messo le Nike... è stata una mossa previdente.
Lui spulcia le vetrine e faccio finta di guardarle anch'io... Gli piace quella maglietta e deve
assolutamente entrare a provarla e poi quel pantalone e poi quel berretto...
"Sei vanitoso come una donna!"
"E tu sei seria come un uomo!"
Passiamo il pomeriggio a pungerci.
Poi ci fermiamo alla Fontana di Trevi.
"Aspetta un attimo!" dico.
"Vuoi buttare una monetina?" mi chiede Giorgio.
Già, perché se ti volti di spalle e butti una monetina, il tuo desiderio si avvera, dicono. C'è
anche un altro rito: le coppie che bevono alla fontanella sul lato sinistro resteranno fedeli.
Leggende...
"No, non credo a certe cose. Ho solo sete."
Mi avvicino piano alla fontana, stando bene attenta a fissare i piedi e a non scivolare.
Torno da lui, con le labbra bagnate.
Giorgio mi guarda, "Ho sete anch'io" si avvicina e mi bacia.
E prima resto lì, immobile, in quel bacio, poi mi libero e mi rimetto a camminare.
"Che c'è?"
18

Non lo so.
Dentro di me c'è stata un'altra riunione di condominio e qualcuno ha deciso che dovevo
staccarmi dalle sue labbra. Non so chi è stato dei quattro, se il cuore, la mente, il corpo o
l'anima...
"Mi vuoi dire che c'è?" urla.
E io non sopporto chi urla!
"Non urlare!" gli urlo. "Non ha senso quel bacio."
"Come non ha senso? Mi piaci, ti bacio."
Fa tutto facile Giorgio: mi piaci, ti bacio.
Logico, no? E invece no!
Non è logico, perché io non riesco a non mettermi nei panni di tutti, nei panni del vecchio
dell'autobus che si vuole sedere, nei panni di mia madre che vuole sapere con chi esce sua figlia,
nei panni della ragazza di Giorgio, quella con gli occhi in superficie.
"Sai, ho pensato che, se fossi la tua ragazza, in questo momento non sarei al massimo della
felicità, sapendo che ti baci con un'altra, che poi sarei io..."
"Ma tu non sei la mia ragazza."
Stavolta sono io a non capirlo.
"Tu sei una che fa tutto difficile" dice Giorgio.
E me lo dice anche mia madre.
E me lo dice anche Carolina.
Ok! avete ragione, sono una che fa tutto difficile.
Torniamo alla macchina.
Zitti, apriamo la portiera e ci mettiamo seduti. Giorgio fa partire una canzone di Kurt Cobain,
Come as you are.
Interrompo il cd.
"Io odio quelli come te" e penso a Marco e penso che io no, non voglio fare la Carolina, non
voglio dire "È uno stronzo, ma lo amo!".
Giorgio guida attento e si ferma al rosso.
Su uno scooter accanto a noi un ragazzo si aggiusta sulle spalle un maglione celeste, sorride
di buono e promette che tra cinque minuti la raggiungerà.
Torna il verde. Il ragazzo schizza via, ha fretta di incontrarla.
Giorgio riparte con calma.
"So come funzionano queste cose. Alice: adesso mi odi, domani avrai già cambiato idea."
"Non ci contare, io non cambio mai idea."
"Ascolta, quella che sta a scuola non conta niente, è una storia che si trascina da qualche
mese, praticamente finita. Lei sa che oggi uscivamo insieme."
19

E mi sento in colpa, per aver dubitato della sua onestà.
"Tocca a te. Che ne pensi di noi?"
E io ci devo pensare a noi, perché io E te è un conto, ma noi spaventa un po'.
"Non lo so, vorrei conoscerti meglio prima di... Sì, insomma, frequentiamoci e
vediamo come va a finire."
E mi rendo conto che ho parlato proprio come mia madre, che ogni volta ripete "Se
son rose fioriranno".
E mi sento una stupida, una capitata per caso in questa generazione.
Una che fa tutto difficile.
"Be', com'è andata col tipo?" chiede Carolina al telefono.
"Mmm..."
"Che vuoi dire 'Mmm...'? Sei diventata una mucca?"
E io le spiego che il pomeriggio non è andato un granché: Giorgio è uno di quelli che
prendono subito l'iniziativa.
"Bene, proprio uno così ti ci vuole! Uno che non ti lascia pensare e ti marca stretto."
Le dico che il mio tempo me lo sono preso lo stesso: ho chiesto a Giorgio di rallentare
e conoscerci meglio.
"Perché l'hai fatto? Basta Alice! Rischiatela! Possibile che non salti se non hai il
materasso sotto?"
"E se poi cado sul marmo?"
"Se cadi sul marmo ti fai un po' male e amen."
Poi cominciano le domande, le solite domande che trovano sempre le solite risposte.
"Con quanti ragazzi sei stata?"
"Zero" e faccio una smorfia.
"Ti senti più forte adesso che sei scappata da ogni relazione possibile e
immaginabile?"
No, ho ancora più paura, perché quando rimandi, ti carichi di aspettative e della paura
che queste aspettative siano deluse.
E io ho rimandato così tanto l'incontro con un ragazzo, che adesso mi aspetto l'arrivo
del principe azzurro su un cavallo bianco.
Che poi è davvero improbabile... arriverà in motorino o su un'Alfa 147 magari, ma
sul cavallo proprio no...
"Allora, Alice? Non pensi che è il momento di rischiare?"
Abbasso la cornetta, mi siedo alla scrivania e cerco di aggiustare la versione, di darle
una parvenza di logica, il finto
20

ordine di chi accartoccia i vestiti e li chiude nell'armadio. Mi domando se sono mai andata a
scuola con una versione non fatta, se mi sono mai presentata a un'interrogazione senza sapere
tutto per filo e per segno, se ho mai preso un impreparato, se mi sono mai giustificata, se ho mai
bigiato...
La risposta è "no!".
Non per bravura, per paura.
Allora penso che è tempo di chiudere il libro delle versioni e di mettermi a guardare la tv o di
ascoltare un po' di musica, così, senza pensieri.
Alzo il volume dello stereo.
Radio Subasio 94.5: Ligabue canta Piccola stella senza cielo.
Non è una canzone recente, ma trattiene il suo fascino, come quelle signore invecchiate bene.
E me lo chiedo anch'io.
Alice, non pensi che è il momento di rischiare?
21

Le interrogazioni sono una roulette russa: si sta in silenzio e ci si passa la pistola
carica.
Oggi ci sono tre pallottole dentro e una di quelle, forse, è per me.
Ricci apre il registro.
L'adrenalina sale dai piedi, si arrampica nelle vene e si accumula nello stomaco.
Premo il grilletto e non esce niente. Salva!
Una scarica di adrenalina.
"Paolo, Andrea, Carlo." È toccata a loro la pallottola oggi. Paolo ruba un 7, Andrea
resta a 5, Carlo fa il buffone e prende un 6 stracciato.
Carlo che fa il buffone? Carlo che prende 6?
Impossibile...
È da qualche giorno che Carlo è cambiato: si concia in modo ridicolo, coi boxer di
fuori, con i pantaloni che puliscono per terra, con magliettine striminzite e piene di scritte
stupide, coi capelli fonati, con le collane a pallettoni d'acciaio. E così, non è più lui.
In pochi giorni si è legato ai tipi più in vista del liceo: basta avere lo sguardo spento e
la maglietta giusta per meritarsi la loro amicizia.
Suona la ricreazione: Carlo sta vicino al distributore di caffè e fa il mollicone con
Ludovica.
E lei se lo rigira come un calzino.
M'immagino quali storie assurde gli sta raccontando per addomesticarlo: magari di
quella volta che è andata a Valle- lunga a fare le corse sulla moto col suo ex, o quando è
andata al college in Inghilterra e ha conosciuto il figlio di un principe arabo che la voleva
sposare e ricoprire d'oro e diamanti. O di quella volta che stava facendo surf a Santa
Severa e ha visto la pinna di uno squalo che si avvicinava: lei ha trattenuto
22

il fiato per un'ora e ha fatto finta di essere morta e lo squalo se n'è andato.
E io mi chiedo: come fai a trattenere il fiato per un'ora? Ma me lo chiedo solo io...
Carlo sorride interessato e continua ad ascoltarla.
E penso che il mio amico ha fatto la stessa fine di Kafka, che un giorno si sveglia
scarafaggio.
Speriamo che qualcuno non lo schiacci.
Due mani arrivano da dietro e mi tappano gli occhi.
"Chi sono?"
Non mi è difficile capire di chi è quella voce roca: Giorgio. Però gioco a non dargli
soddisfazione.
"Non lo so, chi sei?"
Allora lui toglie le mani dagli occhi e mi si mette davanti.
Me lo guardo, faccio la disinteressata e dico: "Ah, il tipo con cui sono uscita ieri
pomeriggio...".
Lui non si perde una battuta.
"...e con cui uscirai anche oggi."
Alle quattro e mezzo, sotto casa mia.
Stavolta non arriverò in ritardo, lo giuro!
Scarto una barretta Pesoforma e pranzo con quella.
"Non mangi? Poi ti senti male..."
È mio padre, sempre preoccupato per i miei pasti.
Mi mette davanti tre fettine d'arrosto col purè di patate.
"Adesso ti siedi e mangi con noi."
Gli faccio notare che ho già mangiato una barretta e che mi sento pienissima, anche se
dentro lo stomaco sento l'eco.
Mi chiudo in camera mia.
Metto il cd di Gianna Nannini nello stereo.
Traccia n. 9: Bello e impossibile.

Mi piacciono queste canzoni che fanno rumore, che ti fanno sentire innamorata pure
se non lo sei- Ascolto Bello e impossibile e mi convinco che sono innamorata, sì, sono
innamorata, ma di chi? Dell'Amore forse, quello con la A maiuscola, che non lo trovi
neanche a pagare oro.
Il ritornello della strofa sale:
Girano le stelle•_ nella notte e io ti penso e forte forte forte ti vorrei! Bello, bello e impossibile,
con gli occhi neri e il tuo sapor mediorientale.

Canto a squarciagola, mentre mio padre sta in cucina e urla: "Se hai intenzione di fare
la cantante, sei messa male...". Gli dico di non preoccuparsi che io farò la scrittrice, sarò
una grande scrittrice. E sorrido.
Il ritornello ritorna.
Bello, bello e invincibile, con gli occhi neri e la tua bocca da baciare.

E io lo sento ancora di più: sì, sono innamorata. Ed è facile pensare a Giorgio, che sta per
arrivare, che è più vicino, più a portata di mano dell'Amore.
Sono le quattro e mezzo.
Giorgio arriva puntuale.
Da un colpo di clacson e mi fa uno squillo col cellulare per dirmi che è qui sotto.
Raggiungo mia madre in salone.
Sta guardando in tv uno di quei programmi stupidi in cui tre persone sono pagate per
inventarsi una storia e si mettono a litigare tra loro, anche se non si conoscevano fino a
pochi minuti prima. Io esco!
"Con Giorgio?"
"Sì. Perché storci la bocca?"
"Non ho storto la bocca!"
Poi mi dice di fare attenzione e di andarci piano.
"Guarda che mica stiamo insieme..."
Lei mi squadra e poi si rimette a guardare la tv.
"Fai come ti pare. Basta che non è una cosa seria..."
La bacio sulla guancia: "Tranquilla...".
Lei non mi crede. E forse neanch'io.
Ce ne andiamo all'Eur, non al Laghetto o in viale Europa.
Facciamo tutte le stradine secondarie che stanno nei paraggi.
"Al 19 ci stanno Carolina e Marco. Te li presento."
"La prossima volta..." mi promette, a lui non piace stare in mezzo alla gente.
Camminiamo per un'ora e non la smette un attimo di parlare: delle sue vacanze al
Giglio, della sua ex, quella che sta a scuola nostra, dei suoi amici, del calcetto...
24

"Ci mettiamo seduti?"
Oggi ho i sandali e mi sento come la Sirenetta di Andersen: ogni passo è una
pugnalata.
Ci sediamo sui gradini del Colosseo Quadrato, quello che sembra una fetta di gruviera
e che io da piccola chiamavo "Il palazzo coi buchi".
Gli racconto di quando mio padre mi portava in questo spiazzo a giocare e io mi
divertivo a segnargli un gol troppo facile.
Giorgio mi guarda, fa finta di sbadigliare.
"C'è un modo per farti stare zitta?"
Gli faccio notare che ho subito le sue storie stupide sul Giglio, sulla sua ex, sui suoi
amici, sulle sue partite di calcetto.
"Hai proprio il cuore di pietra!" gli dico e sbuffo.
Lui prende la mia mano e se la mette sul petto.
"Secondo te le pietre vanno così veloci?"
Il battito accelerato.
Lo guardo fisso e lascio ancora un po' la mia mano lì, sul suo petto. E penso che
basterebbe così poco per baciarlo.
Penso ma non agisco: è la pratica il mio problema.
"Be', quando rotolano sì..." gli rispondo e mi convinco che ho un talento particolare:
dico le cose sbagliate nei momenti giusti.
Gli busso sul petto e mi ritorna un rumore cupo: "Sì, è proprio di pietra...".
Lui si avvicina e mi bacia. Stavolta non scappo.
Le labbra di Giorgio invitano a ballare le mie, ma le mie non conoscono bene i passi,
le mie sono ballerine alle prime armi, che guardano quelle di lui e cercano di imitarle.
Ma non è facile imparare il ritmo...
"Ahia!" dice lui e si stacca e io divento prima rossissima e poi verde, peggio di un
semaforo.
E vorrei dirgli che le mie labbra non sanno ballare, non hanno mai ballato prima di
oggi.
Poi mi vengono in mente le lezioni di Carolina.
Prima regola: Mai dire a un ragazzo che è il primo.
Si sentirà come uno che ha vinto una corsa. Sentirà di averti in pugno e se ne
approfitterà, puoi scommetterci.
Io e Giorgio ce ne stiamo zitti per un po', ognuno con le labbra al loro posto.
Poi lui spezza il silenzio con quella domanda.
"Non hai mai baciato?"
Prima regola: Mai dire a un ragazzo che è il primo.
Faccio la vaga, meglio.
25

"No, non è quello. È che non ho avuto tante storie." E penso di cavarmela così,
dicendo "non tante" invece di "nessuna".
"Be', allora si vede che il tuo ex era un tricheco e vi baciavate coi denti..." e ride.
"Che ti ridi?" e capisco che Giorgio non è un principe, perché un principe non mi
prenderebbe in giro perché non so baciare.
Raccolgo la borsetta e faccio per andarmene.
"Dove vai, scema?"
Mi prende una voglia matta di strappare dal suo viso quel sorrisino.
"Vado dove mi pare. E poi 'scema' lo dici a tua sorella!"
"Sono figlio unico!"
"Allora dillo a tua madre!" e me ne vado.
Giorgio mi segue, ride, scuote la testa.
"No, Alice, non ci siamo proprio, queste cose non si dicono, mai mettere in mezzo i
genitori."
"Sei uno stronzo!"
"E tu sei bellissima."
Lui scherza... Io no.
"Riaccompagnami a casa!" gli ordino.
No."
"Va bene, prendo l'autobus! Ma non mi parlare mai più!"
Mi avvio alla fermata.
"Sei proprio una ragazzina."
Gli faccio un sorriso tirato.
"Adieu!" e salgo sul 714.
Lui sorride e m'insegue con le parole.
"Tanto non mi scappi!" e scuote la testa: già lo sa che non è l'unico, l'ultimo addio,
che ce ne saranno altri.
Mi metto sui sedili posteriori e lo guardo dal finestrino.
Lo guardo finché posso, finché non diventa un punto piccolissimo... e scompare.
E lui sta lì, fisso, alla fermata, mentre mi allontano.
Metto a fuoco i suoi occhi color pece: già sento il bisogno di ricordarli... Dio, perché
l'hai fatto così bello?
26

Giorgio non scriverà un messaggio per riprendermi.
È uno fatto così: non lascia tracce di sé.
Ci vediamo a scuola il giorno dopo. E quello dopo ancora. E ancora.
Lui continua a parlare con la sua ex.
Io resto qui, nella mia classe, mi affaccio dalla porta e li inseguo con lo sguardo.
Parlano fitto, non so di cosa, non riesco a sentire.
Li spio e un po' me ne vergogno...
Non si toccano, non c'è contatto e questo mi fa stare meglio.
La campanella strilla la fine della ricreazione.
I ragazzi del primo anno finiscono in fretta di mangiarsi la merenda e tornano di corsa in
classe.
Quelli dell'ultimo anno no, ormai lo sanno come funziona: non rinunciano a un altro bacio, al
secondo cappuccino, all'ultimo tiro di sigaretta. Hanno capito che la vita non va mai presa troppo
sul serio, mai di fretta. Solo l'amore, solo quello consumano come i kleenex: usa e getta.
Andrea torna in classe e mi si avvicina. Si scopre il polso e fa finta di guardare l'ora, tanto per
mostrare il Rolex.
"Solitària oggi?"
"Sì" e intanto cerco con gli occhi Giorgio e la sua ex. Non ci sono più, li ho persi!
"A che pensi?"
"A niente!" rispondo d'istinto e cambio subito discorso. "Che hai fatto sabato sera, Andrea?"
È stato con una ragazza. Si sono conosciuti in discoteca, al Goa. Hanno ballato per qualche
ora, sono andati a prendersi qualcosa da bere in un pub, poi, non si sa come, si sono risvegliati
abbracciati nella macchina di Andrea, con i vestiti scomposti e i pantaloni abbassati. "Insomma,
abbiamo fatto sesso."
27

"In macchina!?"
"E dove sennò? A casa mia ci stavano i miei e lei pure abita coi suoi."
"Dev'essere scomodo."
Ma lui dice di no, si può fare, basta che ci sono i sedili reclinabili. Certo, ti ritrovi con
la schiena un po' incriccata e devi stare attento ai guardoni, ma se metti sul cruscotto
qualche foglio di giornale il gioco è fatto.
"Perché, tu dove lo fai, scusa?" mi chiede.
Penso alla mia prima volta e mi prometto che non accadrà mai su un sedile ribaltato,
che almeno la prima volta dev'essere da fiaba, perché me la ricorderò per tutta la vita.
Penso, ma non dico.
Di questi tempi, è una colpa dirlo.
"Sono vergine!" e tutti ti sparano gli occhi addosso e pensano che non sei normale o
non ti ha voluto nessuno. E non capiscono che si può scegliere, dare tempo al corpo.
Mi risparmio la fatica e lascio intendere ad Andrea che anch'io lo faccio, sì, faccio
sesso sfrenato, non in macchina però. Con chi lo faccio?
Be', non te lo posso dire.
"Non lo conosci..."
Non può conoscerlo, non lo conosco neanch'io.
Poi Andrea riprende a raccontare e dice che appena ha visto bene in faccia questa
ragazza si è spaventato e l'ha lasciata.
"Era un mostro, peggio di Shrek! Prima sembrava una fata, poi mi sono svegliato e
accanto c'avevo 'sta strega..." L'alcol tira brutti scherzi...
Ricci entra in classe e con lui tutte le pecore tornano all'ovile. Ognuno si siede al
proprio posto: Ricci ha riportato i compiti di latino. E mentre Silvia Di Giosio li
distribuisce, voglio sapere com'è finita la storia di Andrea.
"Be', ti sei pentito allora?"
"No no, la scopata è stata eccezionale."
E io mi prometto che non lo farò mai in macchina e lo farò da lucida, così non ci
saranno sorprese al risveglio.
Silvia Di Giosio da il compito a ciascuno e commenta: "Bravo Carlo!... Peccato
Andrea!... Mi dispiace Paolo!...". Partecipa con noi, come se fossimo amici suoi, come se
lei volesse il bene di tutti, nessuno escluso.
"Complimenti Alice!" e sorride.
È nata bugiarda: sa che la odio e io so che lei mi odia.
Gliel'ho persino detto, quella volta che mi ha suggerito una risposta sbagliata: "Sei
disgustosa, Silvia. L'hai fatto apposta!".
28

Io penso che ognuno nasce senza qualcosa.
Silvia è nata senza sincerità.
Andrea senza rimorsi.
Ludovica senza mutande.
Carlo senza maschere.
Io senza paracadute.
E Giorgio?
Be', lui è nato senza di me.
Mi piace pensarlo così, come un muro con una crepa.
E io sarò il suo stucco.
E lui il mio paracadute.
Sì, va bene, ma se lui non mi chiama come faccio a volare?
Non lo so, per ora resto a terra.
"Saricca, può scendere e chiedere al bidello se le fa venti fotocopie di questi appunti
su Catullo?" mi chiede Ricci.
Sono gli appunti di quando lui stava all'università, fogli che nessun essere umano è in
grado di leggere.
"Certo, professore!" e scappo. Mi faccio una passeggiata per la scuola, prendo un
caffè alla macchinetta, vado in bagno e poi scendo al piano terra, davanti alla presidenza.
Il bidello non c'è.
Mi affaccio in segreteria.
"Dov'è Massimo?"
La segretaria mi risponde che è andato ad aggiustare le lampade della palestra, c'è da
aspettare un po', anche un altro ragazzo deve fare le fotocopie.
E penso che quell'altro ragazzo è Giorgio.
Sono sensazioni, non te le puoi spiegare.
Mi giro di scatto.
"Alice, devi rispettare i turni: ci sono prima io."
È lui.
Respiro forte e gli faccio un cenno con la mano come sottospecie di saluto.
"Anche tu?"
Già... Gli faccio vedere i fogli di Ricci.
"Questo scrive come un serial killer!"
Sorrido e gli domando quando mai ha visto come scrive un serial killer.
"Boh, però secondo me i serial killer scrivono così."
"E tu?"
Mi fa vedere le domande di letteratura che Malari darà domani ai ragazzi della prima.
I miei occhi s'illuminano: "Mi è venuta un'idea".
29

E lui dice che le mie idee lo spaventano.
"Dai! Fai una buona azione!" cerco di convincerlo.
Intanto arriva Massimo, prende i fogli con le domande di letteratura.
"Quante ne devo fare?"
Giorgio dice subito "Ventitré!".
E io lo guardo con aria di sfida e dico "Ventiquattro!".
"Decidetevi: ventitré o ventiquattro?"
Allora Giorgio risponde di nuovo "Ventitré!".
E io di nuovo "Ventiquattro!". Non mollo la mia idea.
"Vabbe', ne faccio ventiquattro... però mettetevi d'accordo!" dice quel poveraccio.
La copia in più la prendo io, la metto sotto la maglietta.
Giorgio raccoglie le altre ventitré e scompare.
E penso che è brutto come finale, poteva almeno aspettare che io facessi le mie.
Do a Massimo gli appunti di Ricci. "Di questi, venti."
Prendo le mie copie, gli dico "Grazie!" e mi avvio per tornare in classe. Passo davanti agli
spogliatoi della palestra, ai ripostigli dei bidelli...
Una mano mi afferra il polso e mi trascina dentro.
Subito dopo chiude la porta.
Giorgio è così, ti prende alla sprovvista.
Ce ne stiamo lì, chiusi in quello sgabuzzino di mezzo metro, con gli scopettoni che ci
pungono la schiena e gli stracci che ci intralciano i piedi.
Ce ne stiamo stretti, con i corpi appiccicati, ma una vicinanza che non richiede coraggio, una
vicinanza forzata, perché lo spazio è quello che è.
"Io vado, altrimenti Ricci mi da per dispersa" e metto la mano sulla maniglia della porta.
"Te ne vai senza salutare?"
Gli do due baci sulle guance, "Almeno questi li so dare..."
"Secondo me ti serve solo un po' di pratica e dopo sai dare pure quelli sulla bocca. Se vuoi
posso fare da cavia..."
E, per un attimo, mi dimentico della regola numero uno.
"Sai, io non ho mai baciato..."
Lui dice che gli fa piacere e l'aveva capito. Poi aggiunge: "Be', allora cerchiamo di darlo bene
questo primo bacio...".
E io capisco che devo tenere lontani i denti e giocare solo di labbra. E mi piace sì, stavolta mi
piace. Mi manca il fiato, le sue mani si aggrappano ai miei fianchi e sento il bisogno anch'io di
stringermi a lui, di accarezzargli i capelli.
La porta dello stanzino si apre leggermente.
30

Intravedo Ludovica, parla con Massimo.
"Hai visto Alice, quella che sta in classe mia?"
Massimo le dice che ho fatto le fotocopie una decina di minuti fa e poi non sa che fine
ho fatto.
Mi attacco di più a Giorgio e prego la porta di restare così, immobile, di non aprirsi,
non un centimentro in più.
Ma la porta non mi da retta e scricchiolando si apre.
Esco dallo stanzino, con la faccia arrossata e il fiato corto.
Ludovica mi guarda storto: "Ricci ti da per dispersa".
Poi squadra Giorgio, lo spulcia dalla testa ai piedi.
"E brava Alice Saricca..." dice.
Giorgio si pulisce la bocca con il dorso della mano e le risponde pronto: "Guarda che
non stavamo facendo niente. Alice s'è sentita male dopo aver fatto le fotocopie. Si sentiva
svenire. L'ho accompagnata qui e l'ho aiutata a bagnarsi la fronte". E io sono contenta che
lui abbia trovato una bugia per me, perché io non sarei mai riuscita a trovarne una così
buona. Gli occhi di Ludovica continuano a guardarlo ed è come se dicessero: "A me non
mi freghi...".
Ma anche se gli occhi parlano, le bocche stanno zitte.
Ludovica dice "Sbrigati!" e risale in classe.
Le chiedo di aspettarmi: meglio salire in due e raccontare lo stesso malore.
Vado da Giorgio, gli dico "Grazie!" ad alta voce, poi mi avvicino al suo orecchio:
"Dammi tre giorni e divento la regina dei baci".
Controllo se ho ancora il foglio con le domande di letteratura sotto la maglietta. Sì, è
ancora lì.
Salgo le scale e rientro in classe.
Ludovica parla fìtto con Giada. Già lo so che stanno parlando di me, di Giorgio, dello
sgabuzzino. E mi piace pensare che il mondo lo sappia: Alice Saricca ha finalmente
trovato il ragazzo giusto, quello che tutte vorrebbero.
Ma ora è suo.
suo.
E devono stargli alla larga.
Prendo le fotocopie e le distribuisco: Carlo ci si costruisce un aeroplanino, Ludovica
ne strappa un pezzo e ci sputa la gomma, Paolo comincia a tagliarla in tante striscette per
prepararsi le canne, Andrea mi chiede: "Che ci faccio? Mi ci pulisco il culo?" e io gli
rispondo che è una buona idea, in mancanza di meglio...
La campanella strilla: la giornata è finita.
Prendo il mio zaino e vado davanti alla porta della m B, faccio cenno a Giorgio di
uscire. "Dai!"
31

Ma lui ci mette secoli.
"Sbrigati, non facciamo in tempo!"
Lui si da una mossa ed esce. Facciamo le scale insieme e andiamo davanti alle prime.
"Ci faranno una statua..." dico.
Dalla porta esce un ragazzino di quindici anni, coi vestiti da uomo e il viso da
bambino.
"Domani Malari vi darà queste. Falle girare" e gli passo il foglio con le domande del
compito di letteratura. E gli occhi di quel ragazzino brillano ed è subito un passaparola e
tanti occhi che fanno contatto e s'illuminano, tutti insieme, come le luci dell'albero di
Natale.
Mi dicono che sono una grande, "meglio di Robin Hood!". Li saluto, dico a Giorgio
"Andiamo!" e ci avviamo verso l'uscita. Lo guardo come per dire "Hai visto?", ma lui
smonta tutto il mio entusiasmo...
"Se ti scoprono sei fottuta."
E non capisco: perché "sei fottuta" e non "siamo fottuti"?
Lui non combatte con me.
E io non voglio rovinarmi la giornata con un pensiero triste. Oggi è il giorno del mio
primo bacio, del primo dato per bene. Allora faccio finta di non sentire, guardo Giorgio e
mi rassicuro.
"Chissenefrega... Bisogna rischiare per un po' di felicità."
Ho detto proprio: "Bisogna rischiare" e non credo a me stessa.
32

Ci siamo amati così, dentro un ripostiglio di scuola, in un pub sconosciuto, in una stradina
secondaria; ci siamo chiamati col suono di un clacson, lo squillo di un cellulare. Mai Al 19, mai
al citofono, mai un messaggio... Non bisognava lasciare tracce.
"A che ti serve dimostrare che stiamo insieme?" mi chiedeva Giorgio.
A niente... a sentirmi meno invisibile... a niente.
Non bisognava amarsi davanti a qualcun altro.
"Ti vergogni di me?" e pensavo che forse non ero adatta, troppo poco per lui.
Troppo poco, perché io faccio tutto difficile e lui è uno che sa vivere, perché lui ha gli occhi
di pece e Dio l'ha fatto dannatamente bello.
"No!" rispondeva deciso.
E allora, perché?
"Non voglio far soffrire Sara."
Sara, la sua ex, la ragazza con gli occhi in superficie.
"Ma così fai soffrire me..."
"Tanto tu sei forte, tu le capisci queste cose" diceva lui.
Sì, io sono forte... sono di granito... le capisco queste cose.
Io, che mi metto nei panni di tutti, nei miei no, i miei li lascio nell'armadio, tra la polvere.
Ma ogni tanto mi stancavo di indossare quei panni usati, che appartenevano ad altri, che non
erano della mia taglia.
"Basta, Giorgio, sono stanca di capire. Lasciami perdere" aprivo la portiera della macchina e
mi avviavo verso casa.
E lui mi seguiva fino al portone, mi prendeva per il polso, mi stringeva forte.
"Mi fai male!"
Continuava a stringere e a ripetere "Resta, ho bisogno di te!".
Allora chiedevo al mio cuore se anche lui aveva bisogno di Giorgio. Sì. E restavo.
33

A volte cercavo di resistere, provavo ad addomesticare il mio cuore, a darli io gli ordini: "Stai
zitto tu! Non hai bisogno di lui!".
"Lasciami!" e gli sparavo addosso i miei occhi, pieni di una rabbia pronta a sciogliersi.
Slacciavo la sua mano dal mio polso e continuavo per la mia strada.
Chiudevo il portone di fretta e salivo le scale, senza guardarmi indietro.
Di corsa.
Perché è istintivo pensare che se corri avanti ti sarà più fa cile non voltarti indietro.
Perché pensi che più vai lontano e più vedrai piccolo e distante quello che ti sei lasciata alle
spalle.
Ma le regole della prospettiva non sono valide in amore.. Puoi andare lontano mille miglia,
mesi, anni, ma basterà girarti un attimo, abbassare per un solo secondo le difese e lasciarti vincere
dai ricordi, per ritrovarlo lì, bello come sempre, con i suoi occhi appiccicati ai tuoi, con la sua
mano che cerca di trattenerti, con il suo pizzetto e la sua barba di qualche giorno che ti irrita la
pelle, con la sua bocca che viaggia sul tuo corpo, viaggia, sì, perché l'amore conosce strani mezzi
di trasporto
Ti basterà quell'attimo per farti capire che non sei andata poi così lontano, che non hai fatto
tanta strada.
Basterà a farti risentire fragile, a ridarti l'affanno.
Ma questo l'ho capito dopo.
A quei tempi mi bastava scappare, fare le scale di fretta e pensare già di dimenticarlo.
Poi però me lo ritrovavo nel cuore, in un gesto distratto che tanto piaceva a lui, nei capelli
lasciati sciolti per essere accarezzati meglio, nel vestito del primo appuntamento, nelle scarpe
della fuga, nei capelli color carbone di un ragazzo visto per strada.
Me lo ritrovavo sotto casa, nella penombra del portone.
Una rosa in mano e uno "Scusa" in bocca.
E tante promesse...
Tante.
"Sarà tutto diverso" diceva.
Accettavo la rosa e gli credevo.
Salivo le scale, con una nuova spinta nei piedi, con la voglia di mettermi a camminare, di
nuovo, al suo fianco.
Prendevo la rosa e la mettevo in un vaso.
Quanta acqua le davo, quante energie...
.. .Dopo qualche giorno era appassita, sapeva già di vecchio.
Il nostro amore era un po' come lei.

È martedì mattina.
Carlo non è venuto, dev'essersi messo nei casini coi suoi nuovi amichetti. Ieri era agitato ed è
uscito prima da scuola. Ha detto che voleva andare via. Al Laghetto. Da solo.
Non lo so cosa gli passa per la testa, ma il mio sesto senso mi dice che c'è lo zampino di
Ludovica.
Quando un ragazzo di questa scuola è stordito, nel novantanove per cento dei casi c'entra
Ludovica.
E io pagherei qualunque cifra per essere come lei: schioccare le dita e avere tutti ai miei piedi.
È una che fa tutto facile, Ludovica. Per questo piace.
Però pensavo che Carlo... lo facevo diverso.
Mah, in questo periodo mi sto sbagliando su tutto. E su tutti.
Andrea entra, chiede alla prof d'inglese se può parlare alla classe, si mette in piedi davanti alla
cattedra e comincia a strillare: "Il preside ha autorizzato la festa d'Istituto. Domani sera, dalle
nove all'una. Il biglietto costa 5 euro a capoccia. Lo dovete comprare da me. Se non venite siete
degli sfigati".
Poi chiede alla classe l'applauso, s'inchina, ringrazia la prof e se ne va al posto.
Mi avvicino ad Andrea e gli dico che prendo due biglietti.
"E l'altro per chi è?" Mi fa l'occhiolino e mi da di gomito.
E io resto lì, senza dire niente.
Non so se a Giorgio piacerebbe sentirmelo dire.
Per il mio ragazzo.
"Per un amico."
"Sì, vabbe', mo' si chiamano amici..."
E io glielo assicuro: è un amico, solo un amico.
Anche se stiamo insieme da sei mesi, sei mesi oggi.
La campanella della ricreazione ci libera.
35

Prendo i miei due biglietti e li metto nella tasca dei jeans, piena di buoni propositi.
Giorgio e io ci incontriamo nel cortile di scuola.
Mi metto seduta sul muretto, lui resta in piedi davanti a me.
"Stasera sarà speciale. Ho una sorpresa per te."
E io vorrei abbracciarlo e chiedergli di che sorpresa si tratta. Ma siamo a scuola e lui
davanti agli altri non si compromette.
"Stasera ti porto in un posto carino, così festeggiamo il nostro seimesiversario."
Gli ricordo che in questi sei mesi ci siamo lasciati e ripresi non so quante volte. E
penso che è andata così perché lui è un mago e sa trasformare ogni "addio" in un "ciao".
Sono stati sei mesi intensi: nessuno sa amare e fare tanto male come lui.
"Ti passo a prendere alle otto" e già fa per tornare in classe.
Prendo la rincorsa e lo raggiungo con la voce.
"Sai qual è la sorpresa più bella che mi puoi fare?"
E lui si ferma ad ascoltarmi.
"Qual è?"
"Stare insieme a me davanti agli altri. Non voglio più essere un'ombra."
Ecco! L'ho detto...
Scendo dal muretto e mi metto in piedi davanti a lui. Ti prego. Dio, fa' che mi baci,
sulla bocca, davanti a tutti, dagli il coraggio che hai dato a me.
Lo scoprirò dopo che non si trattava di coraggio...
Giorgio sorride, si avvicina e mi bacia.
Due baci sulla guancia, come due buoni amici.
Infilo la mano nella tasca dei jeans: i biglietti stanno lì, nascosti, in silenzio, pieni
d'ingenuità e belle speranze.
Quei biglietti stanno come me.
36

Torno dalla piscina, svuoto il borsone, metto a lavare il costume e l'accappatoio e
vado in camera a prepararmi.
"Mamma, stasera esco!"
Non chiede più "Con chi?", non è scema.
Stasera voglio che tutto ricominci da capo, voglio fare marcia indietro e ripartire. Sì,
stasera lo convincerò. Dobbiamo stare insieme alla luce del sole.
Ho comprato un vestito nero stile anni cinquanta: un tubino avvitato che mi arriva
fino al ginocchio, con una scollatura da vertigini. Per pagarlo ho chiesto a mio padre un
prestito: dovrò restituirgli le paghette di due mesi e forse dovrò vendermi un rene per
saldare i conti.
Fa niente, il vestito scorre liscio sulla pelle ed è sexy. Mi guardo allo specchio e mi
convinco che sono bella. Sì, stasera sei una gran figa, Alice, sei meglio di Ludovica, di
Sara e di tutte quante messe insieme.
Carolina passa da me; mi da una mano a truccarmi.
"Sei da infarto!" dice.
Ci chiudiamo in bagno.
Stasera non bastano una pennellata di fard e un po' di burro di cacao. Caro tira fuori la
sua sacca con i trucchi e comincia a dipingermi il viso e quella roba brucia sulla pelle,
stuzzica gli occhi. Ma la regola numero due parla chiaro: Chi bella vuole apparire,
qualche pena deve soffrire.
"Io propongo di andare su un ombretto bianco, così fa da contrasto col vestito scuro...
ok?"
"Sei tu l'esperta" mi fido.
Caro passa il dito nella scatolina e sfuma l'ombretto sul dorso della mano per
raggiungere la tonalità giusta.
Ne esce un bianco delicato, puro.
"Stasera devi essere come il diavolo e l'acquasanta... tra bene e male..." dice ed emana
entusiasmo da tutti i pori.
Io il mio lo trattengo nella pelle.
37

Mi passa il mascara sulle ciglia.
"Che bello poi questo vestito! Dove l'hai preso?"
L'ho preso in centro, in via Frattina, in quel negozio che abbiamo sempre visto da lontano,
con la bava alla bocca. Allora Carolina capisce che non mi è costato poco, che quel vestito è di
una semplicità molto molto cara.
"Quanto?" e si strofina l'indice col pollice.
E mi vergogno, perché io ero quella che diceva che sono soldi stupidi quelli spesi per i
vestiti...
"350."
Carolina tira un sospiro di sollievo.
"Vabbe', 350 mila lire non sono poi tanto, pensavo peggio..."
Abbasso ancora di più gli occhi.
"Euro."
"Cosa!? 350 euro per un pezzo di stoffa nero!? No, Alice, tu non sei tu, spendi 350 euro per
un vestito che dopo due ore Giorgio ti toglierà e butterà su una poltrona?" E io le spiego che non
andrà così, che io e Giorgio passeremo la serata insieme e basta. La serata, non la notte. E il
vestito mi serve, perché mi fa sentire meno invisibile, perché se vuoi che il cuore del tuo lui vada
a mille, be', gliela devi dare un po' di benzina.
"Non dirmi che tu non hai pensato alla possibilità...?" chiede Carolina mentre mi passa il
rossetto rosa.
"A quale possibilità?" le richiedo, cercando di tenere le labbra immobili.
Carolina smette di truccarmi, apre la porta del bagno per vedere se c'è qualcuno nei paraggi,
no, non c'è nessuno, la richiude e riprende a parlare a bassa voce.
"Non hai pensato che stasera può essere la sera?"
Fisso gli occhi a terra.
"Sì, l'ho pensato."
Lei si china a rincorrere i miei occhi. "Sarà lui il primo?"
Non è mai stata così grande Carolina, così materna, quell'anno in più lo dimostra ora.
"Non lo so."
Mi viene voglia di piangere, un pianto di incertezza, di guerriero che non sa se vuole
combattere.
E Carolina mi abbraccia e mi ordina di non piangere, altrimenti se ne va via tutto il trucco.
"Solo se te la senti, Alice. Il tuo corpo saprà cosa fare. La testa no, ma il corpo sì. Se il corpo
fa resistenza, lascia perdere" e mi accarezza i capelli.
E penso che sarebbe bello se l'amore fosse solo questo, accarezzarsi i capelli. Sarebbe meno
rischioso.
38

Carolina mi tampona gli occhi con un rettangolino di carta igienica. "Togliti il
vestito..." mi chiede e io me lo sfilo subito.
"Ho fatto bene a pensarci..." Tira fuori dallo zaino una busta di Intimissimi e mi da un
pacchetto regalo.
Un completo intimo nero, semplice e provocante.
L'abbraccio d'istinto.
"Non sai neanche se è della taglia giusta..."
Allora me lo provo.
Il reggiseno è leggermente grande.
"È un po' grande..." commenta Carolina e storce il naso.
"no, è perfetto! Giusto giusto!"
Stacco le etichette e mi rimetto il vestito.
Un suono di clacson sale dal portone.
"Ma questo ragazzo non conosce l'uso del citofono?" strilla mia madre. "Non gli salta
in mente di salire quelle benedette scale e salutare i tuoi genitori?"
Carolina le spiega che i ragazzi sono tutti così oggi. "A trovarlo un ragazzo normale,
signora."
E mia madre si sente già più tranquilla: non è sua figlia che non sa scegliere, è la
scelta che offre poco.
"Mamma, stasera faccio un po' tardi."
Allora lei, la madre, la guarda, "Com'è bella stasera" pensa, lancia un sospiro e dice
"Va bene" e ha paura che la figlia ami anche con il corpo.
Ha paura che la figlia provi male lontano da lei, che lei non potrà essere lì a curarla,
come faceva quando la sua bambina cadeva dalla bici e si sbucciava il ginocchio, quando
la sua bambina aveva mal di pancia e lei, la madre, le massaggiava il dolore. Ha paura
che quella bambina non sia più la sua, che sia di qualcun altro, qualcun altro che non
l'ama come lei.
"Fai attenzione..." le dice e rinchiude in quel "Fai attenzione..." tutte le sue paure.
Le dico "Tranquilla..." e rinchiudo in quel "Tranquilla" tutte le mie di paure.
Prendo la borsa e lancio un'ultima occhiata allo specchio.
Perfetto!
Carolina saluta mia madre e scende le scale con me. Prenderemo mezzi diversi: io
salirò in macchina con Giorgio, lei salirà sul motorino e si incontrerà con Marco.
Marco, che spegne il cellulare e scompare per giorni, che la sera in palestra aiuta
qualche ragazza ben messa a fare i dorsali e le poggia l'asciugamano dietro al collo,
Marco che ogni tanto sa di un'altra.
39

Carolina vede, scopre, soffre, s'incazza, piange, ma poi lo abbraccia di nuovo,
cancella il conto e riparte da zero.
Forse anche io sono un po' come lei, forse tutte siamo un po' così, ma per fortuna
Giorgio non è uno alla Marco.
Un altro colpo di clacson.
Ci salutiamo dentro il portone.
"Grazie, Caro." E volo da lui.
Giorgio scende dalla macchina e mi apre la portiera.
Ha una camicia bianca con il collo alla coreana e una giacca nera. Le scarpe da
ginnastica e i jeans a sdrammatizzare. Sei rose rosse sul cruscotto, di quelle col gambo
lungo, una per ogni mese passato insieme: passione e spine. Uno zainetto dell'Adidas mi
sta tra i piedi.
"Mettilo dietro, così stai più comoda" mi consiglia Giorgio. Lo sollevo e lo poggio sui
sedili posteriori.
"Che c'è dentro?"
"Niente." Mette in moto e per una volta mi lascia decidere la musica.
Niente Kurt Cobain, stasera.
94.5 Per un'ora d'amore, con Subasio.

E penso che un'ora è troppo poco per l'amore.
Non può bastare.
Dopo mezz'ora siamo arrivati.
E sarà che è buio, sarà che i miei occhi non sono più imparziali, è tutto pulito stasera,
persino il Tevere. E potrei camminare per ore, così, stretta a lui, ma siamo arrivati al
ristorante e Romolo è già lì, pronto a chiederci dove vogliamo sederci.
Giorgio mi prende per mano e mi porta in terrazza.
E penso che è tutto come l'ho sempre immaginato: principe azzurro, rose, terrazza, la
mia mano nella sua.
Giorgio gioca a fare il cavaliere: mi apre la porta, mi sposta la sedia, mi versa
l'acqua... e scopro nei suoi gesti una premura nuova.
"Sei stupenda stasera!"
E io sono tutta un sorriso: sorrido con gli occhi, sorrido con la bocca e sono contenta
di avere speso quei 350 euro. Scanso il complimento: "Se lo dici tu non vale, tu sei di
parte...".
Allora Giorgio dice che sono la solita, non mi fido mai, chiama Romolo, mi indica e
gli chiede: "Lei non trova stupenda questa ragazza?".
E Romolo si sente messo in mezzo, sorride, mi fa una radiografia, "Bel bocconcino,
non c'è che dire, ottima scelta!" e
40

da una pacca sulle spalle a Giorgio. Poi tira fuori dalla tasca un blocco e ci chiede cosa
vogliamo ordinare.
Giorgio prende i rigatoni all'amatriciana e ordina il vino, "Un vino rosso, tosto...".
"E la ragazza che prende?" E la ragazza come sempre si fa trovare impreparata. Apro
il menu: solo cucina romanesca, di quella che ti resta sullo stomaco per anni.
Voglio stare leggera: il vestito è calibrato al punto giusto, non resisterebbe a un
grammo in più...
"Per me un'insalata."
Giorgio scuote la testa: le ragazze agli appuntamenti ordinano sempre insalata.
Intanto arriva il vino.
Cerca di versarmelo, ma copro il bicchiere con le mani.
"No no, non lo voglio!" se stasera si farà l'amore, voglio essere presente.
"Un goccio! Ti rilassa!"
"Sono già rilassata."
Non è vero, sotto pelle scorrono paure senza nome.
I nostri piatti arrivano pochi minuti dopo.
Mi metto a inseguire quattro bachini nascosti dalla lattuga.
Il locale è al completo ormai. Ordinazioni che si sovrappongono, voci, risate più o
meno gustose, camerieri che si spostano veloci da un tavolo all'altro in un balletto di
portate.
"Ho preso i biglietti per la festa d'Istituto..." la butto là.
Un suono di stoviglie rotte viene dalla cucina.
"Ah, sì? Con chi ci vai? "
Sta scherzando!?
"Scemo, ci vado con te..." e gli ricordo la promessa: "Sono passati sei mesi, che senso
ha continuare a nascondersi, fingersi sconosciuti a scuola e poi stare qui, a questo tavolo,
baciarsi e prendersi per mano! Che senso ha, Giorgio? Spiegamelo".
Sono diventata coraggiosa.
Lui mi guarda con sospetto.
Tolgo la mia mano dalla sua, la lascio lì, sul tavolo, libera.
Lui me la riprende e tira un sospiro.
"E va bene: domani andiamo insieme alla festa. Sara se ne farà una ragione."
"Me lo prometti?"
"Sì" risponde lui, toglie la mano dalla mia e riprende a mangiare.
"Così non vale. Devi metterti la mano destra sul cuore e dire: 'Lo giuro!'."
41

Lui scuote la testa, sono proprio una ragazzina, si appoggia la mano sul petto e, mentre
sorride, lo dice: "Lo giuro!". Non è spaventato per domani, sa già che le sue promesse non
valgono un granché. Sono io che non l'ho ancora capito.
Giorgio paga il conto, mi mette il braccio intorno alla spalla e ci avviamo verso la macchina.
"Fermati un attimo!" mi affaccio dal ponte.
"Vuoi che scendiamo e passeggiamo di sotto?" propone lui.
"No, mi piace guardarlo da lontano questo fiume." Da lontano è lava e argento e l'acqua è una
carezza che scivola piano. Da vicino è melma e sassi e l'acqua è una mano ruvida che raschia
terra dal letto.
Giorgio si avvicina da dietro, mi avvolge le sue braccia intorno alla vita e guarda il fiume con
me.
Comincia a baciarmi il collo e a respirarmi nell'orecchio. E appoggia ancora di più il suo
corpo al mio. È eccitato.
Anch'io mi lascio andare e stringo forte le sue braccia intorno alla mia vita.
"Vuoi continuare a vedere da lontano anche me?" chiede e le sue labbra continuano a
scivolare sul mio collo. E io penso che è più difficile amare da vicino, dentro, perché gli occhi
vedono bene, non puoi più dare alle nuvole la forma che vuoi.
"Io voglio vederti da vicino" e continua a sfiorarmi.
Uno strano formicolio mi prende le gambe, come se avessero voglia anche loro di avvicinarsi.
"Ti amo" me lo dice piano, all'orecchio, come un segreto.
"Anch'io." E non so se è giusto osare quelle parole.
"Ti voglio" stavolta la sua voce è più forte, più convinta.
Mi prende la mano.
Camminiamo in fretta verso la macchina.
Apriamo le portiere e ci mettiamo seduti.
Per un attimo mi prende la paura che lui lo voglia fare lì, su quei sedili.
"Ti porto in un posto carino, ok?"
Gli faccio un sorriso impaurito.
Mi bacia, infila la chiave nel quadro e mette in moto.
Lui non è come Andrea, non fa l'amore in macchina.
Lui è il mio cavaliere, mi porterà nel suo castello.
Il mio cavaliere.
E penso che domani, al risveglio, alcune parole avranno un significato nuovo per me, capirò
cosa vuol dire "suo" e "mio"... scoprirò il linguaggio dell'appartenenza.
42

"Dove stiamo andando, Giorgio?"
"Verso la Casilina."
Palazzi enormi, tutti appiccicati, fanno da guardrail.
Palazzi pieni di finestre che tra qualche ora si apriranno per riempirsi di sbadigli e
urla, clacson e motori.
E penso che l'amore ha un fuso orario tutto suo: mentre qualcuno si sveglia, qualcun
altro cerca un posto tranquillo dove andare a fare l'amore.
"Eccolo!"
Giorgio ferma la macchina.
Il mio castello sono tante casette prefabbricate messe una accanto all'altra. Sono
camere con un letto, due comodini, i sanitari e, se paghi l'extra, una vasca da bagno.
Fastlove Motel si chiama.
Sono stanze prese e lasciate in una notte, stanze che hanno visto la fretta e la paura di
essere scoperti, che hanno sentito tanti gemiti e poche parole. Scendiamo dalla macchina.
Giorgio prende lo zaino dal sedile posteriore, saluta il portiere e si fa dare una chiave.
Noto tra loro una certa confidenza... un pensiero che caccio subito.
Camera 22.
"Il numero perfetto, no?" dice Giorgio e mi accompagna tenendomi per mano.
La porta fa un po' di resistenza, ma alla fine con uno strattone si apre.
"Aspettami un attimo, entro e vedo se è tutto a posto."
"No, resta qui con me. Lascia tutto in disordine..."
Lui mi da un bacio e fa come gli pare.
Aspetto fuori, da sola, con il mio vestito da 350 euro, inadatto per queste casette, con
il mio vestito che è di stoffa buona, che durerà più di un amore veloce.
Stringo la borsetta, apro la cerniera e tiro fuori il cellulare, lo spengo d'istinto e
continuo ad aspettare.
Un uomo esce dalla stanza di fronte alla nostra, la 23: una sigaretta in bocca, il
telefonino in mano, la camicia sgualcita e la zip dei pantaloni abbassata.
Riesco a vedere tra le lenzuola una donna raggomitolata dal trucco pesante.
Il suo cavaliere lascia la porta aperta e fa una telefonata.
"Marina, mi sono messo in viaggio adesso col camion, almeno non trovo traffico.
Certo che ti ho portato un pensierino da Napoli..."
E capisco che quella donna, Marina, non conosce la furba
43

geografia di quell'uomo: non sa che Napoli è a Roma, forse a pochi passi da casa sua.
Un saluto veloce e poi l'uomo torna a guidare il camion nella sua stanza. Un lavoro
che rende bene, appaga. E penso che mi fa schifo, che il Tevere visto da vicino è sporco.
Sono stanca di aspettare: apro la porta della 22.
Giorgio si è portato le lenzuola da casa, le sta mettendo al letto, gli piace sentire il
pulito, io invece comincio a sentirmi sporca.
"Mi riaccompagni a casa?" glielo chiedo stanca e con un po' di nausea.
"Perché?"
"Non mi piace questo posto."
Gli racconto del camionista e della donna col trucco pesante, del fastidio che mi ha
preso allo stomaco.
"Calmati. Ora chiudiamo la porta e scompare tutto... L'importante è che siamo qui io e
te, no?"
Sì, forse l'importante è questo: io e te.
Giorgio accende lo stereo, fa partire un cd che ha portato da casa per coprire i rumori
delle altre stanze.
Here with me di Dido esce dalle nostre casse.
"Alza il volume!" gli chiedo, non voglio che il mio gemito si confonda tra quelli di
altre donne, di altre stanze. Voglio che risuoni solo nelle orecchie di lui. E poi voglio
ascoltare la mia canzone, perché forse mi capiterà di risentirla tra qualche anno e mi farà
ricordare la mia prima volta.
Giorgio mi afferra la vita e comincia a baciarmi, le sue mani si intrecciano nei miei
capelli, mi invadono la schiena alla ricerca della zip del vestito, ci si aggrappano e la
costringono a scendere.
Ascolta l'odore della mia pelle: "Sai ancora di cloro..." e ci scappa un sorriso.
Arrossisco e mi giustifico "È la piscina" continuo a baciarlo, a guardarlo negli occhi.
Non hanno paura, i miei sì. "Tranquilla, non ti faccio male."
Il vestito scivola giù, si arrende subito.
Adesso tocca a me spogliare lui, cercare di sfilare i bottoni dalle asole. E mi rendo
conto che le camicie hanno un sacco di bottoni, proprio tanti.
Giorgio non ha voglia di aspettare: si prende la camicia e se la toglie come una
maglietta.
Poi si toglie anche i pantaloni e restiamo così, lui con i boxer e io con il mio
completo.
Il suo corpo si appiccica al mio e mi trascina indietro, mi accompagna sul letto.
44

Ci sdraiamo su quelle lenzuola fresche e ho un brivido.
Giorgio mi passa la mano dietro la schiena e mi slaccia il reggiseno. Mi stringe forte tra le sue
braccia e viaggia sul mio corpo con la sua bocca.
Un viaggio in terre non ancora esplorate.
Mi sfila gli slip, li fa scivolare lenti tra le gambe.
E la sua mano accarezza subito quella nuova terra nuda, che ha paura di essere scoperta.
"Tranquilla, non ti faccio male."
Poi si riprende dal mio corpo i suoi occhi e le sue mani: gli servono per sfilarsi i boxer. E io
senza i suoi occhi addosso mi sento nuda, persa in lenzuola non mie, su un materasso liso,
scomodo, in un letto che già conosce il piacere e non farà differenza se quel piacere è il mio.
E poi la sua fretta... la fretta delle mani... mani che vogliono concludere... mani che non danno
tempo... mani che fanno loro per te. E i suoi occhi, affamati e fermi.
"Non ti faccio male."
È sicuro lui: sicuro di non farmi male, sicuro che è giusto, sicuro che mi piacerà.
Io no, io non sono sicura.
E vorrei che lui mi guardasse con uno sguardo un po' più incerto e avesse paura per me, con
me.
La sua mano scivola tra le mie cosce cercando di farsi spazio, ma il mio corpo fa resistenza e
sa cosa fare.
Mi alzo dal letto, raccolgo il vestito da terra e lo rimetto. Giorgio mi afferra per il polso.
"Che c'è?"
E non può capire.
"Ti prego, riportami a casa."
Lui insiste "Amami".
Anche la musica mi chiede di amarlo.
"No, non me la sento."
E lui sbuffa, raccoglie i boxer, si rimette la camicia, s'infila i pantaloni e prende le chiavi della
macchina.
"Mi dispiace" ripeto con gli occhi bassi.
Sono contenta, sento il corpo più calmo, meno agitato.
Il mio "cavaliere" se ne farà una ragione. È la musica che continua a insistere.
Ma stavolta non mi lascio convincere da una canzone: non ho trovato quello per cui ho
aspettato...
45

Sono le cinque di notte o di mattina, è tardi o presto, dipende dai punti di vista. Saluto
Giorgio con un bacio.
Io non la smetto di giustificarmi: "È questione di tempo..." gli ripeto.
Lui fa cenno di sì con la testa.
Non è poi così dispiaciuto.
Forse non aveva tanta voglia di fare l'amore con me... Dovrei essere contenta: significa che
lui non sta con me solo perché vuole portarmi a letto, ne può fare a meno.
Dovrei essere contenta. E invece non lo sono.
Vorrei vederlo dispiaciuto, arrabbiato, distrutto...
Non aveva tanta voglia di fare l'amore con me.
"Ci vediamo domani alla festa." Mette in moto e se ne va.
Salgo le scale del palazzo.
Uno.
Due.
Tre piani.
Sono davanti alla porta.
Cerco le chiavi di casa nella borsetta e mi ricordo di non averle mai prese. Sei una stupida,
Alice! E suonare sarebbe una follia.
Mi metto seduta accanto alla porta, a gambe rannicchiate.
Mio padre si alza alle sette, puntuale.
Aspetterò due ore qui, su questi gradini.
Mi prendo le ginocchia tra le braccia.
E comincio a contare...
Perché è meglio contare che pensare.
1... 2... 3... 4... 5... 6... 7...
Quanto sarà passato?
Dieci minuti?
No, ancora no.
E allora ricomincio a contare.
1... 2... 3...
La porta si apre di scatto.
"Entra, piano che Camilla dorme..."
È mia madre, mi ha aspettato tutta la notte.
Non dice niente, mi guarda e basta.
Ho il vestito sgualcito, le guance rosse, le labbra gonfie, il rossetto sbiadito, il mascara
colato...
Mi guarda e pensa di avere già capito.
Io le chiedo scusa per aver dimenticato le chiavi e le dico "Grazie" per avermi aspettato.
"Non ti ho aspettato, è che avevo voglia di leggere."
Tra le mani un libro, l'ha cominciato stasera ed è quasi finito: L'amante di Marguerite Duras.
46

Mi tolgo le scarpe col tacco per non svegliare Camilla.
Vado in bagno e mi strucco con una salvietta.
Poi corro in camera mia e comincio a spogliarmi.
E controllo se su quel corpo sono rimaste tracce di lui. Sì, stanno lì, sulla mia pelle chiara.
Allora infilo svelta il pigiama e penso che tra qualche giorno saranno già scomparsi quei
segni. I ricordi sono più difficili da raschiare via...
M'infilo sotto le lenzuola. Le mie lenzuola.
Mia madre entra e si siede sul mio letto.
"Cerca di dormire, almeno un po', che domani devi andare a scuola..." e intanto continua a
indagare con i suoi occhi, a cercare prove nei fazzoletti di carne scoperti dal pigiama, nel profumo
di lui che si è impigliato nei miei capelli, nel mio sguardo stanco.
"Buonanotte, mamma" la stringo forte, come per dirle "Grazie!", perché so che non è restata
sveglia per leggere un libro, perché so che mi ha aspettato per vedere come stava la sua bambina,
se è delusa, se le è piaciuto.
L'ha aspettata per ore e ore la sua bambina, solo per farle quelle due domande: "L'hai fatto?
Com'è stato?".
La madre la controlla con gli occhi e pensa di avere capito. Pensa, ma non ha il coraggio di
chiedere.
Eppure sarebbe così bello sentirselo dire:
"L'hai fatto?".
"No."
E abbracciarsi.
E la bambina glielo direbbe volentieri: le racconterebbe del suo corpo che le ha detto
"Scappa!". E lei, la bambina, è scappata.
Sarebbe bello sentirselo dire: no, mamma, non lo amo con il corpo.
Ma la madre non ha il coraggio di chiedere. E io non ho il coraggio di dire.
Camilla dorme nel suo lettino.
E non sa quante incertezze l'aspettano.
Crescerai, Milla, e sarà complicato.
Non ti basterà vedere papàe battere le mani per saperti brava, per sentirti felice.
Imparerai a dire anche "Alice"e "acqua", scoprirai che ci sono tante altre parole, parole che
hanno più senso di quelle che usi adesso o che, forse, non ne hanno per niente. Parole senza
senso, che ti faranno inciampare.

Stasera ci sarà la festa d'Istituto.
Il professore d'italiano, Malari, m'incontra per i corridoi di scuola: "Saricca, cerchi di
non stancarsi e di non prenderla tanto sul serio questa maturità. I miei colleghi e io la
conosciamo da cinque anni ormai e sappiamo benissimo quanto vale, non ha bisogno di
consumarsi per avere il massimo, non lei".
E penso che è carino Malari, che non è da lui sorridere e preoccuparsi della
stanchezza di qualche studente.
Voglio bene a questa scuola.
"Grazie professore, il fatto è che ho sempre paura di non fare abbastanza, di non
essere abbastanza..."
"Lei non è abbastanza, lei è troppo! Si lasci andare alle debolezze, nella vita non si
può essere sempre preparati."
Sorrido, mi metto in tasca il consiglio e torno in classe.
Andrea si avvicina al mio banco.
"Allora? Stasera vieni col tuo amico alla festa?"
"Sì!" E dimostrerò a tutti che non è solo un amico.
"Vabbe', comunque, se il tuo amico non viene ti passo a prendere io. Con la Mini.
Basta dirlo."
La sua Mini Cooper S rossa, con la bandiera dell'Inghilterra disegnata sul lettino... il
top tra i figli di papà"Grazie, comunque no, non serve."
Carlo entra in classe con passo deciso, ride dalla testa ai piedi.
"Ma che ha fatto Carlo?" chiedo ad Andrea.
"Stanno in tresca, Carlo e Ludovica."
"E che sarebbe una tresca?"
"Ahò, Alice, prendi appunti, dicesi tresca quando due persone stanno insieme senza
stare insieme."
"Stare insieme senza stare insieme, complicato come concetto..."

Andrea sbuffa.
"Una tresca è quando due persone si strusciano, paccano, fanno roba, senza essere fidanzati,
senza stare insieme. È una relazione un po' clandestina e mooolto poco seria: della serie
'divertiamoci ed è morta lì', capito?"
Faccio cenno di sì con la testa.
"Ma Carlo lo sa che non stanno insieme e che è solo una tresca?"
Perché Carlo non è tipo da "tresca".
"Certo che lo sa!"
Lo sa!?
"E gli sta bene così?"
"Mica è scemo, certe occasioni le devi cogliere al volo. Fossero tutte come Ludovica le
ragazze..."
Andrea mi fa il panegirico di Ludovica e penso che lei è una che ci sta bene dentro questo
mondo.
Ha capito come funziona: stare insieme senza stare insieme.
"Vedi, Alice, tu dovresti essere più troia, più Ludovica..."
"Vedi, Andrea, io non voglio un ragazzo che mi vuole solo scopare."
"Certo, non ce l'hai..."
"E tu che ne sai?"
"Non ti viene a prendere davanti a scuola, non ti telefona e tu non parli mai di lui, non dici
neanche come si chiama, com'è fatto..."
Basterebbe così poco...
Si chiama Giorgio ed è bello, bello e dannato.
Stiamo insieme da sei mesi.
Dice che mi ama, ma non vuole farsi vedere insieme a me, per non fare soffrire la sua ex,
dice, a me non sembra un buon motivo...
Basterebbe poco: la verità.
Ma, chissà perché, quel poco non riesco a dirlo.
"Io, quando sto con una ragazza che mi piace una cifra, la presento a tutti i miei amici, per
farmi vedere insieme a lei. Se hai qualcosa di bello, è giusto mostrarlo, no?"
"No! Non è giusto. Mica devi mostrare una macchina... è la tua ragazza, cavolo!"
Andrea non è convinto, mi guarda sospettoso: vuole affondare il dito nella piaga.
"Be', per una sera puoi portarlo questo ragazzo, no? A meno che non sia l'uomo invisibile..."
La campanella ci libera: anche oggi è finita!
Guardo Andrea fisso negli occhi: ha lanciato una sfida e io la raccolgo.
50

"No no, è in carne e ossa. Stasera verrà alla festa, te lo presento, stasera."
Cazzo! E se non verrà?
Mi metto lo zaino in spalla e mi avvio verso casa.
Incontro Giorgio nell'androne.
Ciao.
Due baci svelti, sulle guance.
"Ehi, dove vai?"
"Scusa, Alice, ma devo scappare. Mia madre mi aspetta: vado a comprarmi qualcosa da
mettere stasera."
"Se vuoi ti accompagno io..."
"Mi piacerebbe, ma andare senza mia madre è come andare senza bancomat."
Ciao.
Lo trattengo per il braccio, ho bisogno di certezza.
"Se non vieni stasera, ti uccido!" e sorrido nervosa.
"Tranquilla... ci vediamo qui alle nove."
"Non puoi passarmi a prendere?"
"No, stasera vengo in motorino. Vieni con me?"
Sa già che non posso, se mio padre mi becca in motorino sono morta.
"No, ci vediamo qui. Un modo per venire lo trovo."
Giorgio si catapulta fuori dall'androne: lo aspetta un pomeriggio di scarpe e vestiti.
Forse Andrea ha ragione: sto con un ragazzo invisibile.
E mi sento persa.
Ma non devo...
Stasera Giorgio verrà con me alla festa, me l'ha promesso.
Allora, perché mi sento così?
Basta! Me l'ha promesso.
E una promessa è una promessa.
Carlo esce da scuola adesso e ci raggiunge.
Sulla sua faccia c'è un non so che di arrogante.
Non gli sudano più le mani quando mi parla.
Fuma disinvolto.
È lontano da me, lontano anni luce.
Eppure, quante volte ci siamo guardati di nascosto. Quante volte ci siamo regalati un sorriso,
senza motivo.
Ci siamo piaciuti da subito, dal primo giorno di scuola, in quarta ginnasio.
Anche quel giorno Carlo era arrivato in ritardo, con i suoi occhiali storti sul naso. E mentre se
ne andava al posto era in

ciampato nel mio zaino, un vecchio Invicta blu e celeste con un delfino disegnato sopra.
E a me era piaciuto subito quant'era goffo quell'inciampare davanti a tutti.
Io ho il terrore di inciampare, non mi perdono un passo falso.
E Carlo aveva il coraggio dei suoi sbagli.
Ci siamo spiati da un banco all'altro per quattro anni, senza dirlo quel sentimento.
L'abbiamo lasciato crescere dentro di noi, come si cresce un figlio segreto.
Anche quando i nostri corpi erano senza forme, quando le magliette stavano enormi e
una prima di reggiseno era diffìcile da riempire...
E forse è l'amore più onesto che possa esistere: l'amore senza forme.
Carlo continua a fumare e a lanciare lo sguardo al di là del cortile. Forse anche lui,
adesso, ha in mente i miei stessi ricordi. No, adesso lui ha Ludovica. E io ho Giorgio.
Giorgio non inciamperebbe mai davanti agli altri.
Giorgio non conosce l'amore senza forme.
Carlo finisce la sigaretta, "Ciao raga..." e torna a casa.
Io e Andrea restiamo ancora un po' per vedere come si può risolvere l'interrogazione
di domani.
Chi andrà volontario?
E ci rendiamo conto che nessuno se la sente, perché è da masochisti offrirsi volontari
all'interrogazione su Tacito.
Ludovica esce da scuola adesso.
Ha ancora lo zaino aperto e le mani indaffarate, che cercano di mettere a posto
l'ultimo libro e gli anelli.
E, a un certo punto, quelle mani perdono l'equilibrio e lasciano cadere tutto: il libro fa
un tuffo cupo, gli anelli corrono impazziti sui gradini del cortile.
Un cerchietto d'argento rallenta sul mio piede e s'infila sotto la mia scarpa.
Andrea si china a raccoglierli e li rida a Ludovica.
"Oh, ma quanti anelli c'hai?" le chiede.
Lei sorride e mi guarda.
"Uno per fidanzato" risponde.
Restituisco il sorriso a Ludovica, raccolgo l'anello ai miei piedi e le restituisco anche
quello.
"Grazie" dice e si avvia verso casa.
E non mi accorgo che, a volte, il destino ti vuole mettere in guardia.
Quanti segni, quanti fili ci uniscono e non ce ne rendiamo conto.
52

Ludovica non è solo una mia compagna di classe.
Giorgio non è solo il mio ragazzo.
E quell'anello sotto al mio piede non è solo un anello.
"Fammi sapere a che ora devo venirti a prendere, ok?"
"Ok" apro la portiera e scendo dalla macchina.
Due ragazzi della festa mi passano accanto, uno da una gomitata all'amico, mi indica:
"Oh, guarda che fica, quella!".
Allora mio padre s'incazza.
"Ma guarda sti cretini" e scuote la testa. Non lo capisce proprio questo mondo.
"Dai, papà, che pure ai tempi tuoi si guardavano le ragazze."
"Ma mia figlia no! Mia figlia non devono guardarla così."
Sorrido e penso che i genitori non sanno essere imparziali.
"Mi raccomando, Alice, eh? Qualsiasi problema mi chiami e ti vengo a prendere."
"Ok, papo!" gli do un bacio nervoso sulla guancia.
Mio padre si crede superman. E io voglio bene a questo supereroe, che vuole
proteggermi da tutto e da tutti.
"Basta che fai un fischio e papàviene a salvarti" mi diceva da piccola quando avevo
paura.
E la paura passava, anche se non sapevo fischiare.
Mi bastava saperlo lì, vicino a me, con l'orecchio attento a un mio "Ahi!", a sentirmi
tossire in piscina quando ingoiavo acqua.
Mi bastava saperlo lì, pronto a rialzarmi da terra, a versare acqua ossigenata sulle
ferite, a soffiare e a dirmi "Ora passa, ora passa...".
Anche quella volta, al mare, quando una tracina mi aveva punto e mi avevano messo
il piede dentro una bacinella con ammoniaca e acqua calda, e quella notte all'ospedale,
quando mi avevano operato di appendicite e sentivo la pelle tirata e la pancia bruciare.
"Ora passa... ora passa."
E quel dolore si metteva subito a fare le valigie, pronto ad andarsene.
Se n'è andato tanto tempo. Eppure la frase è sempre quella.
"Qualsiasi problema mi chiami e ti vengo a prendere."
"Ok" e chiudo la portiera.
L'aula magna è piena di fumo e suoni. Il dj ha già cominciato a far girare i dischi, a farli
scattare avanti e indietro sotto la puntina.
53


Documenti correlati


Documento PDF giulia carcasi ma le stelle quante sono
Documento PDF schede
Documento PDF the heartbreakers versione ita ali novak
Documento PDF m5s brindisi programma
Documento PDF manuale balie feline 1
Documento PDF presentazione health technology pdf


Parole chiave correlate