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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di laurea in Storia Moderna

Tesi di laurea

“Gesuiti in Giappone: 1549-1639”

1

Relatore:

Candidato:
Amadori lorenzo

Chiar.mo Prof. Giovanni Cipriani

Anno accademico 2009/2010

2

Sommario

1. Il Giappone nel Cinquecento e Seicento.................................................4
1.1. Breve prologo storico..........................................................................4
1.2 Superamento del periodo Sengoku....................................................12
1.3. Alessandro Valignano.......................................................................20
1.4. Tokugawa e l’espulsione dei Cattolici..............................................26
1.5. Fabian Fucan.....................................................................................31
2. I contatti col mondo Occidentale..........................................................35
2.1. Atanasio Kircher..............................................................................45
3. Daniello Bartoli e il Giappone..............................................................53

3

1. Il Giappone nel Cinquecento e Seicento.

Mappa del Giappone durante il periodo Sengoku 1573-83. Da notare le province in lettere
maiuscole e i rispettivi Daimyo in corsivo.

4

1.1. Breve prologo storico.

Per poter comprendere l’arrivo dei Gesuiti in Giappone occorre
riassumere sommariamente le precedenti vicende storiche di questo Paese.
Dopo la fase di forte influenza cinese 1 (VII-XII secolo), che gettò le basi per
una coscienza nazionale, il potere dell’imperatore giapponese va sempre più
scemando a favore dei signori feudali (XIII al XV secolo). Questa
frammentazione del potere politico porterà poi al cosiddetto periodo Sengoku
Jidai (1477 – 1568) durante il quale i vari Daimyō ( 大名 che significa “grande
nome”), una moltitudine di piccoli nobili, gestivano solo nominalmente le terre
per conto dell’imperatore, di fatto, invece, avevano ampie autonomie . A capo
di questi Daimyō c’era lo Shogun, nominato dall’imperatore ed ereditario per la
sola famiglia Minamoto dal 11922. Si hanno cosi due poteri paralleli: quello
civile-religioso costituito dall’imperatore e la sua corte e un potere militare,
ossia lo Shogun e i suoi vassalli. Ed è quest’ultimo potere quello più forte, che
ridusse sempre più il primo a mero simulacro.
Data l’ampia indipendenza dei Daimyo, durante lo Sengoku Jidai (1477-1568)
la crisi di questo sistema politico raggiunse il suo apice, perché i vassalli e i
signorotti locali, non solo si facevano guerra tra di loro ma anche contro il
1

2

R. Caroli e F. Gatti, Storia del Giappone, Roma-Bari, Laterza, 2006
Minamoto no Yoritomo: nel 1192 ricevette il titolo di shōgun e fondò il primo bakufu (il governo militare dello

Shogun) della storia del Giappone, noto come shogunato Kamakura.

5

potere centrale. Si ebbe quindi un ribaltamento dei poteri (gekokujō3) e della
struttura sociale del paese: l’autorità imperiale non era più scelta dalla corte ma
nominata localmente. Questa situazione di conflitti interni iniziò a cessare col
1543 quando alcuni portoghesi fecero naufragio nell’isoletta di Tanegashima 4
portando con se un’ arma rivoluzionaria: l’archibugio 5. È vero che i giapponesi
erano a conoscenza della polvere da sparo, vista la vicinanza con la Cina, ma in
battaglia preferivano usare ancora spade, lance e archi, analogamente ai loro
cugini cinesi.6
Ma perché quest’arma fu tanto importante? Perché, come poi vedremo,
saranno solo i daimyo più potenti economicamente e, di conseguenza,
militarmente, che si potranno permettere degli eserciti dotati di archibugio
(anche per questo motivo sarà Oda Nobunaga a prendere il potere). Ci furono
altre conoscenze portate dagli Europei: orologi, occhiali, oggetti in vetro, il
tabacco e la patata, con conseguenti sconvolgimenti culturali. Si pensi ad
esempio ai vari cambiamenti linguistici come per esempio tabakō, che sta per
tabacco ma anche per sigaretta7. Fra questi portoghesi c’era Fernando Mendez

3

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) Venezia, Ed. Cafoscariana, 2008

4

Si trova a sud delle isole giapponesi appena sotto l’isola del Kyūshū.

5

Tant’è vero che i primi archibugi costruiti dai Giapponesi si chiameranno proprio Tanegashima.

6
7

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 27
R. Caroli e F. Gatti, Storia del Giappone, cit. pp 84

6

Pinto8 e fu proprio lui ad instaurare i primi rapporti diplomatici tra la corona
portoghese e il daimyo locale.
Difatti nel 1547 portò via con sé, dopo una missione nel Kyūshū, due
giapponesi che volevano incontrare Francesco Saverio, allora a Malacca
(nell’attuale Malesia) dopo la sfortunata avventura in India. E fu un altro
portoghese, Jorge Alvarez9, che restò in Giappone abbastanza a lungo per farne
una relazione completa e che convinse il Saverio a tentare di far penetrare il
Cattolicesimo in quelle terre.

“[…] Mentre mi trovavo nella città di Malacca alcuni mercanti portoghesi,
uomini di molto credito, mi parlarono di alcune grandi isole scoperte da poco
che si chiamano Japòn dove, secondo loro, la nostra santa fede potrebbe dare
buon frutto…10”.

8

Lui con altri due compatrioti si imbarcò nel 1542 a Canton su una giunca cinese che, assalita dai pirati, aveva fatto

naufragio proprio a Tanegashima.
9

Era uno di quei fortunati capitani che, fino a quando la corona portoghese non estese stabilmente il suo monopolio sui

traffici, gestivano il commercio come meglio credevano, tra la Cina e il Giappone.
10

G. Schurhammer, S.I. e I. Wicki, S.I (a cura di), Epistolae S Francisci Xaverii alinaque eius scripta, Monumenta

Historica Soc. Iesu, Roma, 1944-45, I, ep. 59, pp. 390-392. D’ora innanzi citato come Epistolae.

7

Francesco Saverio. Kobe City Museum. Kamakura Samurai dal catalogo [2] Hiroshi Naka

8

Siamo arrivati al 15 agosto 1549 quando Francesco Saverio con altri due
gesuiti, Cosme de Torres e Juan Fernandez, con i due giapponesi da poco
convertiti, a cui si aggiunse un terzo, di nome Anjiro, sbarcarono in Giappone.
Grandi erano le aspettative del Saverio per l’evangelizzazione del
Giappone. In un’altra relazione, quella di padre Nicolò Lancillotto, che
interrogò Anjiro, si legge tutta una serie di analogie e parallelismi tra gli Ordini
regolari occidentali e le pratiche religiose giapponesi, volte a dimostrare che
quelle terre erano fertili per la predicazione cattolica. E questa relazione sarà
una delle cause per le incomprensioni future. Basti pensare che il Lancillotto
parlava di un “dio creatore” (errore che peserà a lungo) e “un’ora di avemaria,
che suonano anche in questo paese”11.
Vediamo meglio questa isola meridionale chiamata Kyūshū. Essendo
lontana dalla capitale risentiva meno delle lotte intestine (ed era anche tagliata
fuori dalla corsa al potere). Ma aveva un’enorme indipendenza per
l’amministrazione locale e i traffici commerciali ( anche per la pirateria protetta
dal Daimyo di turno). A nord si trovava la provincia di Bungo comandata da
Yoshishige Sōrin (che diventerà dopo la conversione Don Francesco, strenuo
difensore dei missionari). A sud invece c’era il clan degli Shimazu,
profondamente legati alla famiglia Minamoto. Attorno al 1543 tutti cercarono
di far approdare le navi portoghesi nei propri porti: tasse, armi da fuoco, merci
11

A. Boscaro Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 42-43

9

mai viste, riparazioni alle navi che stimolavano l’economia locale erano tutte
cose molto ambite. E quando i giapponesi capirono che con i missionari
arrivavano anche i mercanti, le porte si aprirono. Questo opportunismo sarà,
almeno inizialmente, sfruttato anche dai gesuiti stessi ma poi, con il Valignano,
alcune cose cambieranno.
Si doveva andare dove si spostavano i traffici, o far si che i traffici
seguissero i religiosi? Per il Valignano era essenziale che i commerci
arrivassero in quei porti che proteggevano i missionari. Ma ciò comportava il
fatto che i signorotti convertivano a forza la propria gente 12. In ogni caso,
Francesco Saverio ed i suoi compagni poterono predicare liberamente anche se
subito nacquero attriti con i Bonzi (i monaci buddisti). Quando poi le navi
portoghesi non approdarono più nel Kyūshū, ma tirarono dritto sino a Hirado,
Takaisha Shimazu ordinò che nessuno si convertisse più al cristianesimo sotto
pena di morte. E quindi i gesuiti trasferirono la loro opera missionaria a
Hirado13. Lì furono ben accolti, anche se le ampie conversioni erano dovute al
volere del signore locale e non frutto di una libera scelta. Perciò il Saverio
decise di farsi ricevere dall’imperatore in persona, anche per vedere i centri più
famosi del pensiero religioso. Quando giunse all’attuale Kyoto la trovò in
rovina (ancora non era stata ricostruita dalla Guerra di Onin 14 e si erano aggiunti
12

A. Boscaro, Ventura e sventura dei gesuiti in Giappone (1549-1639), cit. pp. 37

13

Chiamata “Firando” dal Bartoli.

14

1467-1477

10

altri conflitti), l’imperatore e lo Shogun (quest’ultimo era contrario all’attività
missionaria di questi “barbari” 15) erano privi di potere e sovrastati dai signorotti
locali.
Perciò non poté dialogare con nessuna autorità ma in compenso comprese
meglio la mentalità di quelle terre: meglio avere il favore dei Daimyo locali e
adeguarsi alle regole formali. Tornò quindi a sud, precisamente a Yamaguchi,
dove predicò e convertì molti abitanti del luogo. Quando poi venne a sapere che
Mendes Pinto era al porto di Bungo, lo raggiunse. Intanto gli altri due gesuiti,
Torres e Fernandez, che erano rimasti a Bungo, vennero perseguitati e perciò,
sotto richiesta del Saverio vennero trasferiti a Yamaguchi dove, il nuovo
Daimyo, Otomo Hachiro, concesse la sua protezione ai due missionari.
Il progetto politico di Francesco Saverio era di favorire l’espansione dei
Daimyo cristiani (tra cui il clan Otomo) per favorire i missionari e i commerci
dei portoghesi. Ma tutto ciò sfumò quando nel 1556, il clan Mori (da sempre
fervente buddhista) conquistò Yamaguchi.
Nel 1551 Francesco Saverio lascia per sempre il Giappone facendo vela
per l’India, accompagnato da due giapponesi convertiti: Matteo e Bernardo.
Quest’ultimo poi sarà il primo giapponese a visitare l’Europa dove morirà nel
1557. Francesco Saverio morì il 3 dicembre 1552. Il penultimo Granduca di
Toscana, Cosimo III, nel 1698 finanziò la costruzione della sua tomba affidata
15

R. Caroli e F. Gatti, Storia del Giappone, cit. pp. 82

11

al Foggini, in marmo e bronzo. Il corpo, privo del quinto dito del piede destro e
dell’avambraccio destro, tramutate in relique e trasferite a Roma nel 1614 dal
padre generale Acquaviva, è ancora a Goa, nella chiesa di Bom Jesus16.
Per chi rimase a predicare in Giappone, le difficoltà furonoconsiderevoli:
pochi missionari e una moltitudine di anime da salvare. Inoltre c’era la
difficoltà di evangelizzare le campagne e la durata di questa attività spirituale
non era costante, perchè spesso i bonzi e i cambiamenti d'umore del signorotto
di turno costringevano i padri (con qualche fedele indigeno convertito) a
cambiare dimora. Ma le buone notizie non mancarono. Il signore di Yamaguchi,
Otomo Yoshishige, successore di Hachiro, nel 1552, si convertì e regalò un
tempio ai due principali eredi di Saverio, cioè Cosme de Torres e Juan
Fernandez.17 Con gli anni seguenti l'attività missionaria progredì grazie anche ai
suggerimenti lasciati dal Saverio: conoscenza della lingua locale, studio del
buddhismo e maggior precisione dei termini cristiani. Proprio questi ultimi,
sulla base anche degli errori fatti in Cina, non andavano distorti sulla base dei
sinogrammi locali. Sarebbe stato un tradimento del messaggio originario.
Basti pensare a termini come “Dio” o “anima” che non avevano un corrispettivo
giapponese. Da qui parte la cosiddetta “riforma linguistica di Gago 18” nel 1555,
16

J. Wright, I Gesuiti. Storia, mito e passione, trad. it, Roma, Newton & Compton Ed., 2005 (ed. orig. The Jesuits.

Mission, Myths and Histories, Wright, 2004).
17

Interessante notare che nell’atto di cessione i gesuiti sono considerati come “…dei monaci venuti da una regione

occidentale di fondare proprio questo tempio per la diffusione del buddhismo”.
18

A. Boscaro, Ventura e sventura dei gesuiti in Giappone (1549-1639), cit. pp. 48-50

12

che risolse in parte il problema: Balthasar Gago, aiutato dal bonzo convertito
Paolo Koyzen, diede una accurata spiegazione di tutte le possibili combinazioni
di termini, evitando così il dibattito sorto in Cina sulla questione dei significati
e dei riti. Per intenderci: il concetto di “anima” era assimilabile a quello di
“demone” agli occhi dei giapponesi. Ebbene, Gago, spiegando termine per
termine fece maggior chiarezza terminologica a tutto vantaggio dei missionari.
Tutto ciò evitò l’errore cinese, ossia il dibattito sui termini che sfociò nella
“questione dei riti”. Questi problemi erano comuni a tutta l'area asiatica,
soprattutto dove c'era una civiltà che poteva competere con quella europea. La
strategia della tabula rasa poteva essere applicata, purtroppo, solo quando chi la
subiva non aveva una forza culturale simile a quella del colonizzatore. È vero
che quest’ultimo atteggiamento era dato da un sincero sentimento religioso e
umanità, ma spesso, sotto una maschera conforme al cattolicesimo,
sopravvivevano vecchie consuetudini e pratiche, come per esempio il caso del
Peyotismo19.
È inoltre possibile parlare di “secolo cristiano” per il Giappone? Da un
punto di vista occidentale sì, perché i giapponesi recepivano meglio il
Cristianesimo rispetto alla Cina o all’India, anche grazie all’attività dei gesuiti
che per la prolungata permanenza, la loro cultura e la disciplina ebbero un
successo maggiore che in altre parti d’Asia. Ma se si vuol soppesare la realtà
19

È un culto della Chiesa Nativa Americana che riprende l’uso di questo cactus allucinogeno già utilizzato dalle civiltà
precolombiane per comunicare con gli dèi. Vd. Daniele Fiorentino, Le tribù devono sparire, Carocci Editore, Roma,
2001

13

effettiva c’è da dire che fu scarsa l’influenza esercitata dal Cristianesimo
rispetto ad altre religioni o filosofie, quali ad esempio il Buddhismo o il
Confucianesimo, visto che non venne introdotto in maniera genuina, cosa che
molto probabilmente è avvenuta per le classi rurali, ma in parallelo con l’attività
mercantile e le nuove tecnologie e scoperte portate dai “barbari” europei e dal
volere dei vari Daimyo.
“Il numero ridotto dei convertiti, il limitato impatto che la nuova dottrina
(il Cristianesimo) ebbe sulla cultura giapponese e l’interesse extra-religioso
(cioè i commerci) che spinse molti signori feudali ad accogliere i missionari
nei loro feudi, allora pare alquanto eccessivo parlare di “secolo cristiano 20”.

1.2 Superamento del periodo Sengoku

Nel 1560 si svolse una delle battaglie più importanti della storia del
Giappone: quella di Okehazama, dove Oda Nobunaga sconfisse Imagawa
Yoshimoto. Quest’ultimo, tra maggio e giugno, si mise in marcia col suo
esercito verso Kyoto, capitale e residenza dell’imperatore e, entrando nella
regione di Owari, allora appartenente al clan Oda, venne sconfitto da Nobunaga
con un attacco a sorpresa il 12 giugno 1560.

20

R. Caroli e F. Gatti, Storia del Giappone, cit. pp. 83

14

È interessante notare che in questa battaglia, oltre a Nobunaga, troviamo
altri due protagonisti di eventi successivi: Tokugawa Ieyasu, allora dalla parte
degli Imagawa, e Toyotomi Hideyoshi, nominato dal Bartoli Taicosama, che
rivestì in quella battaglia il semplice grado di ashigaru 21. Per effetto della
battaglia i gesuiti ottennero dallo Shogun il permesso di predicare nella capitale
gettando le basi di quella collaborazione con Nobunaga che permetterà loro di
avere ampia libertà d’azione. Percorriamo ora brevemente gli avvenimenti negli
otto anni seguenti la battaglia di Okehazama. Nobunaga si allea con Ieyasu e
insieme reprimono le varie rivolte dei monaci Ikkō in diverse province; con
abile gioco machiavellico, Nobunaga prima si allea con i clan Takeda e Asai e
poi li sconfigge; lo Shogun Asikaga Yoshiteru viene assassinato e Nobunaga
aiuta finanziariamente l’imperatore a restaurarla sua autorità su alcuni domini.
Infine nel 1568 entra trionfalmente a Kyoto e dichiara Shogun il fratello del
defunto Yoshiteru22. Intanto, sempre negli stessi anni, i gesuiti, prima scacciati
dai bonzi dalla capitale, rientrano grazie a Nobunaga iniziando quella politica di
equidistanza e collaborazione tra i due poteri.
Diversamente da quanto afferma Daniello Bartoli, Nobunaga non aiutava
i gesuiti con l’obbiettivo di una conversione del Paese, ma, utilizzando la nuova
“setta”, voleva limitare il potere delle scuole buddhiste che avevano ampie
proprietà e influenza politico. Tant’è vero che lui non si convertirà mai al
21

Soldati appiedati, spesso contadini, che furono i primi a usare in modo sistematico gli archibugi.

22

A. Boscaro Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 55-56

15

cristianesimo. Inoltre, prima del 1560-68 nessuno teneva testa militarmente ai
monaci buddhisti, da sempre belligeranti non solo per le questioni religiose ma
anche per l’autorità imperiale e lo shogunato 23. Essi avevano maggior potere
sulle regioni di Echizen e Kaga, regioni centrali vicine alla capitale. E furono le
armi da fuoco a far diminuire la loro forza : erano alla portata di tutti, facili da
usare e soprattutto, prodotte in serie. Quindi Nobunaga utilizzò i gesuiti per una
mera manovra politica. Dovendo restaurare il potere centrale doveva lottare
contro chi lo impedì. E questo impedimento erano i monaci buddhisti.
Nonostante la sconfitta di Osaka 24, alla fine Nobunaga vinse le sette buddhiste.
Inoltre, quando vennero anche i francescani e altri ordini minori, questa
alleanza con l’autorità giapponese, mise i gesuiti in primo piano rispetto agli
altri ordini cattolici.25
Ma ritorniamo un attimo nel Kyūshū. In quegli anni si era stabilita una
piccola colonia portoghese nella città di Hirado, visti i commerci regolari. Il
daimyo locale però, pur tentato dalle opportunità economiche, cedette alle
pressioni dei monaci e bandì i missionari dalle sue terre. Ma ecco che un altro
daimyo, Omura Sumitada, li accolse nella sua provincia di Hizen che, dopo la
distruzione del suo porto a cauasa delle guerre civili nel 1563, cercava di
risollevarsi. I gesuiti ed i portoghesi ottennero il porto di una piccola cittadina
23

Nel 1537 ci fu un tremendo scontro armato tra le sette buddhiste che distrusse la capitale

24

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 57

25

C’è da considerare che nel 1580 le corone di Spagna e Portogallo sono unite sotto Filippo II ma la concorrenza tra gli

ordini religiosi non cesserà.

16

che da lì in poi si trasformerà in una grande città: Nagasaki. Siamo nel 1569 e
fu un avvenimento importante per la storia dei cristiani in Giappone. Da lì in
poi infatti i gesuiti avevano un ruolo rilevante nell’amministrazione di quella
città, che sarà una “piccola Roma”26 in Estremo Oriente.
I nemici non tardarono a comparire e attaccarono Omura nel 1573; costui,
cedendo definitivamente il porto ai portoghesi nel 1580, sperava che arrivassero
anche dei loro contingenti. Un altro porto importante era Sakai, vicino
all’odierna Osaka, al centro del Giappone. Perciò molte navi saltavano la
regione del Kyūshū ed arrivavano direttamente lì, attirando le attenzioni e le
premure dei daimyo verso i missionari ed i mercanti portoghesi.

26

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 58

17

Ritratto di Oda Nobunaga. Tempio Choko-ji (長興寺) Aichi, Japan

18

Intanto Nobunaga, nel 1575, vinse a Nagashino contro il clan Takeda.
Questa fu la prima vera battaglia dove vennero utilizzate sistematicamente gli
archibugi. Ma sempre nel 1575 fu sconfitto a Osaka dai clan Mori e Ishiyama.
Per estendere la sua autorità in quelle regioni doveva tornare ad affrontare quei
nemici. Divise il suo esercito in due tronconi con il compito di accerchiare i
nemici da nord e da sud e proprio questo incarico fu affidato all’ex ashigaru
Toyotomi

Hideyoshi.

Proprio

Hideyoshi,

impegnato

nell’assedio

di

Takamatsu27, richiese rinforzi a Nobunaga che glieli concesse ma Akechi
Mitsuhide, il comandante designato per tale aiuto, tradì Nobunaga
costringendolo a fare seppoku28 per non cadere prigioniero. Hideyoshi, appena
saputo il fatto, chiese una tregua al clan Mori, marciò contro Akechi e lo
sconfisse. Il suo comportamento fu premiato. Ereditò cosi da Nobunaga la
maggior parte delle provincie del Giappone, l’appoggio dello shogun,
dell’imperatore Ogimachi e la reggenza per il piccolo nipote di Nobunaga.
In questi anni (1568-1582 anno della morte di Nobunaga) i gesuiti
ottengono protezione e assistenza, proprio perché potevano contrastare i bonzi,
ormai troppo potenti. A Kyoto poi furono esentati dalle tasse e poterono erigere
una chiesa. Nobunaga poi incontrò spesso il Valignano rimanendone
favorevolmente colpito e lo stesso avvenne per il gesuita.
27

Capoluogo dell’odierna prefettura di Kagawa, nel Kyushu.

Il seppoku (切腹 cioè taglio dello stomaco) il rituale di suicidio dei samurai, conosciuto in Occidente come
harakiri (腹切り ossia taglio del ventre).
28

19

“Deve avere circa 37 anni, è alto, magro, la barba rada, la voce chiara usa al
comando, coraggioso […] è molto rispettato da tutti. Non beve vino, ha
maniere brusche, è sprezzante verso re e nobili del Giappone che tratta
dall’alto al basso come se fossero degli inferiori, mentre tutti lo riveriscono
come padrone assoluto […] sprezza le divinità buddhiste che shinto e ogni
forma di idolatria e superstizione. Appartiene allo hokkeshu ma dichiara
apertamente che non esistono ne creatore dell’universo, né immortalità
dell’anima, né vita dopo la morte.”29

Questo è una piccola parte della descrizione di Nobunaga del gesuita
Fròis nel 1569 quando fu ricevuto dall’imperatore a Kyoto. Intanto, nel 1585
Hideyoshi, nominato reggente (kanpaku), liquidava le ultime resistenze dei
monaci e conquistava l’isola di Shikoku, legando a sé la maggioranza dei
daimyo o per matrimonio o per vassallaggio. Solo il Kyūshū e il Kanto30
rimasero ancora indipendenti.
E quindi, nel 1587, partì alla conquista del sud del Giappone. Anche
Nobunaga avrebbe cambiato opinione nei confronti dei cattolici, perché non
voleva avere un altro ordine religioso indipendente, ben conscio dell’immenso
potere che avevano avuto i buddhisti e gli enormi sforzi che erano stati
29

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 60-61

30

La regione dell’odierna capitale Tokyo.

20

necessari per contenere la loro forza. Successore di Nobunaga, Hideyoshi non
fu ostile ai missionari ma proprio con la campagna del Kyūshū mutò
atteggiamento nei loro confronti. Nel maggio del 1586, padre Coelho fu
ricevuto da Hideyoshi e si accordarono per un’alleanza tra i daimyo cristiani del
sud con lo shogunato contro gli Shimazu, che si stavano espandendo nel sud del
Giappone. Le resistenze di una parte dei gesuiti e del Valignano 31 testimoniano
che alcuni padri erano ben consci dell’errore che si stava commettendo:
Hideyoshi, anni dopo, giustificherà con questo episodio la successiva reazione.
Il reggente vinse gli Shimazu riuscendo a riunire quasi tutto il Giappone, dopo
anni di divisione. E tutto faceva pensare che l’alleanza tra lo shogunato e i
gesuiti sarebbe continuata ma, come un fulmine a ciel sereno, nel 1587,
Hideyoshi firmò l’editto di espulsione dichiarando che i cristiani erano simili
agli Ikko (cioè ai buddhisti), vietando ogni tipo di associazione religiosa e
minacciando severi castighi nei confronti dei Daimyo che obbligavano i propri
contadini a convertirsi visto che era in loro concessione solo la terra, non le
persone che la abitavano.
È il 23 luglio del 1587. Il giorno dopo Hideyoshi firma un altro editto che
esilia il daimyo più fedele ai cristiani, Takayama Ukon. Il commercio però,
secondo il reggente, è un’altra cosa e continua indisturbato. Perché questo
atteggiamento? Secondo alcuni gesuiti dell’epoca la responsabilità era deò
31

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 64

21

“troppo buon vino portoghese” ma la vera ragione, quella di fondo , è che,
come Nobunaga, Hideyoshi colpiva ogni associazione anche potenzialmente
ostile e dotata di potere politico. Certo, non pensava ad un intervento armato dei
cristiani, ma la fede poteva scalfire la fedeltà all’imperatore e allo shogunato e
questo era improponibile dopo anni di lotte per tornare ad essere un paese unito.
E come reagirono i gesuiti dopo i due editti? Coelho si fece prendere dal panico
e cercò di indire una “crociata” dei daimyo cristiani contro Hideyoshi. Cercò
anche l’aiuto militare dei portoghesi ma non venne preso sul serio da entrambi.
Nell’editto si affermava che “il Giappne è paese degli Dèi” e questo significava
due cose: che Hideyoshi voleva essere divinizzato dopo la morte e che il
politeismo shinto, buddhismo e confucianesimo non erano altro che facce della
stessa medaglia. Il cristianesimo era lontano da queste forme spirituali e perciò
visto sempre con sospetto.
Ma l’ editto ebbe, nel breve periodo, pochi effetti pratici. I gesuiti non se
ne andarono e il loro giudizio sul reggente passò da “benevolo signore” a
“tiranno sanguinario”. Certo ci furono tentennamenti e doppi giochi anche nella
mente di Hideyoshi, per esempio cacciò Takayama ma non un altro daimyo
cristiano, Konishi Yukinaga, su consiglio del suo medico personale, Tokuun,
che era dalla parte dei buddhisti. Ma è anche vero che furono gli stessi
missionari a scavarsi la fossa da soli non ubbidendo agli ordini del reggente,
continuando a fare proseliti e le loro diatribe interne, tra gesuiti e francescani in
22

primis, gettarono fango sulla loro reputazione. Egli inoltre voleva gestire
direttamente il commercio con i paesi esteri, senza la mediazione dei religiosi.

Toyotomi Hideyoshi (豐臣秀吉 o 豊臣秀吉), in una immagine del 1601, successiva alla sua morte.

Nel 1596 ci fu la classica goccia che fa traboccare il vaso: l’incidente
della San Felipe32. Era un galeone spagnolo che fece naufragio vicino a Shikoku
32

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 70-71

23

e Hideyoshi confiscò la nave e il carico e fece crocifiggere tutto l’equipaggio. Il
timore era che, dopo un’avanscoperta di missionari e mercanti, venisse il tempo
della conquista militare, cosa più temuta che reale. Ma fu proprio la paura di
essere conquistati il vero motivo della cacciata degli europei e la parallela
chiusura del Giappone. Inoltre gli attriti con i buddhisti e con la gerarchia
feudale giapponese, dava al Cristianesimo una forte carica eversiva, anche
perchè era inammissibile obbedire a un capo straniero in un luogo remoto 33. Nel
1591 Hideyoshi prese il titolo di taikō (da qui probabilmente il nome dato dal
Bartoli, Taicosama) e nel 1592 e nel 1597 intraprese due campagne per la
conquista della Corea, fallite entrambe per la morte di Hideyoshi nel 1598.

1.3. Alessandro Valignano

33

R. Caroli e F. Gatti, Storia del Giappone, cit. pp. 86

24

Alessandro Valignano in un dipinto del XVII secolo.

Dopo Francesco Saverio, l’altra grande figura di missionario della
Compagnia di Gesù in Giappone, e in generale di tutta l’Asia, è Alessandro
Valignano (1539-1606). Egli soggiornò tre volte in Giappone e fu l’iniziatore in
25

Asia di quella lungimirante politica di dialogo e assimilazione tra il
Cristianesimo e le tradizioni dei vari luoghi. In pratica, bisognava tener conto
della mentalità locale, soprattutto per “le forme dei rapporti sociali. Il codice di
comportamento dei missionari avrebbe dovuto adeguarsi alle consuetudini
locali e alle abitudini di vita in una società rigidamente gerarchizzata e attenta
alle forme esteriori34”. Perciò il Valignano propose un cerimoniale a cui
dovevano riferirsi tutti i missionari che venne redatto nel 1581 restando
operativo sino al 1592, quando il Valignano stesso lo aggiornò con il Libro
delle Regole.
«Mi sono fatto giudeo con i giudei, per guadagnare i giudei; con coloro
che non hanno la legge sono diventato come uno che è senza legge... per
guadagnare coloro che sono senza legge... Mi sono fatto tutto a tutti». Era
questo il suo pensiero, riproponendo, in chiave moderna, la concezione della
Chiesa dell’apostolo Paolo. È da notare che sino al Concilio Vaticano II (196265) questa politica di apertura fu osteggiata a vantaggio di scelte che non
diedero buoni frutti come, ad esempio, mantenere l’originalità delle pratiche
occidentali e il latino durante la messa. Diversamente dai Francescani e dai
Domenicani, i Gesuiti avevano una “concezione antropologica ottimistica 35”,

34

P. Vismara, Il Cattolicesimo dalla “Riforma Cattolica” all’Assolutismo Illuminato, pp. 192, saggio da G. Filoramo e

D. Menozzi, Storia del Cristianesimo: l’età moderna, Roma-Bari, ed. Laterza, 2006
35

Ibid.

26

cioè pensavano che in ogni uomo ci fosse una parte dello spirito di Dio, in cui il
cristianesimo avrebbe potuto germogliare senza snaturarsi nelle fondamenta.
Valignano fu nominato Visitatore Generale delle Indie nel 1573 e fu lui a
decidere di mandare Matteo Ricci in Cina e Roberto De Nobili in India. Intanto,
dal 1579 al 1582 è in Giappone dove incontra Nobunaga, si batte per la
formazione di un clero indigeno e organizza un’ambasceria di nobili da
mandare in Europa36. Inoltre sostituì il Superiore della Missione, Francisco
Cabral, con un altro prelato di nome Choelo. Cabral non condivideva molte
strategie di Valignano, in primis quella della formazione di un clero indigeno.
Perciò non aveva costruito scuole e noviziati, cosa che risolse direttamente
Valignano, riproponendo quei collegi in stile europeo che non servivano solo
per la formazione del clero, ma anche per educare i figli della nobiltà locale e,
in misura minore, del popolo. Inoltre egli compone il primo Catechismo in
lingua Giapponese, usando il codice morale del luogo e ponendo fine
all’equivoco chū37/Dio.
Non dimentichiamoci che in Giappone il concetto di chū38, era in urto con
la mancanza di potere da parte dell’imperatore, sovrastato da persone di rango
inferiore che però lo rispettavano solo formalmente. Il Cristianesimo con i suoi
dogmi (la gerarchia, una morale senza compromessi, il sacrificio e la vita
36

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 74

37

Letteralmente “lealtà verso il superiore” e quindi verso l’imperatore.

38

I primi Gesuiti modificarono questa parola indirizzandola non verso un regnante terreno ma verso Dio. Era in
conflitto perché, agli occhi del credente giapponese, se l’imperatore era continuamente tradito, poteva esserlo anche Dio
stesso.

27

semplice) attirava a sé molte persone, come i bushi39, cioè i guerrieri
giapponesi. C’era poi un’altra difficoltà: il quinto comandamento era poco
assimilabile con la cultura giapponese, nella quale la vita umana ha ben poco
valore (basti vedere le pratiche si seppoku, junshi, kaishaku e tameshigiri 40). Fu
risolto così: doveva coincidere il sacrificio per la fede con la scarsa attenzione
verso il corpo umano. Basti pensare che Konishi Youkinaga, il Don Agostino di
Daniello Bartoli, dopo la sconfitta di Sekigahara (1600) restò indeciso sul da
farsi, diviso tra la tradizione che gli imponeva il seppoku (il suicidio), oppure
consegnarsi prigioniero come voleva il suo nuovo credo 41. Non dimentichiamo
poi altre pratiche quali l’infanticidio e l’aborto a cui il Valignano non poteva
che essere contrario42. Alle diatribe con Cabral, seguirno altre resistenze del
Generale Acquaviva per l’assimilazione delle pratiche cristiane nella cultura
indigena. E come risolse il Valignano, in questo breve periodo, tutti quei
problemi di natura economica che affliggevano i gesuiti? I feudatari convertiti
infatti non li aiutavano economicamente, perché utilizzavano principalmente il
loro denaro per le spese militari. Nagasaki era il porto concesso da Omura
Sumitada (alias Don Bartolomeo) ai gesuiti nel 1580. Dopo tale cessione il
porto prosperò e la città crebbe, le navi arrivavano regolarmente e le finanze dei
39

Ivi, pp.78

Lo junshi (殉死) si riferisce all'atto medievale giapponese di vassalli commettere seppuku (suicidio rituale) alla morte
del loro signore, il kaishaku (介錯人) era invece il colpo mortale, dato da una persona fedele, a chi faceva seppoku,
paragonabile, con tutte le differenze del caso, al boia mentre il tameshigiri (試し斬り ) era la prova delle spade sui
cadaveri , per testarne la qualità.
41
A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp 79
40

42

Ibid.

28

gesuiti ne risentrono in positivo, ma era difficile far conciliare questo
commercio con l’attività religiosa 43, visto che spesso e volentieri i gesuiti stessi
eccedevano nei traffici e nell’usura, senza contare poi che la concorrenza
olandese e inglese aumentava sempre di più.
Valignano tornerà in Giappone nel 1590 con i membri dell’ ambasceria
giapponese ma troverà il paese cambiato: Hideyoshi aveva emanato gli editti
contro il cattolicesimo. I due si incontrarono, però, nel 1591 quando, in
contemporanea, aumentò la concorrenza della Spagna e quindi dei Francescani.
Con questo suo secondo viaggio in Giappone, il Valignano diffonde la stampa a
caratteri mobili, per aumentare la produttività delle tipografie ecclesiastiche in
tre lingue: latino, giapponese e romaji, ossia giapponese traslitterato in caratteri
latini. Quest’ultima lingua serviva sia ai missionari per studiare il giapponese,
sia ai giapponesi per comprendere certi termini latini.
Ma vediamo meglio questa ambasceria in Europa. Fu fatta perché i
giapponesi non comprendevano come mai gli europei si spostassero nel mondo.
Forse perché, dicevano, il loro paese è povero? E allora il loro Dio non è buono
come dicono? Valignano, per far fronte a questi dubbi, fece toccare con mano
diretta le meraviglie d’occidente. Ma volle anche dimostrare qualcosa agli
occidentali: che i semi spirituali gettati in Giappone stavano maturando per

43

A tal proposito si veda: Takase Koichiro, “Unauthorized commercial activies by Missionaries in Japan”, Acta

Asiatica, 30, 1976, pp. 19-33.

29

ottenere fondi e accrescere il peso della Compagnia di Gesù in quelle terre
mentre l’Europa era dilaniata da eresie.
Il 20 febbraio del 1582 l’ ambasceria parte per l’Europa e i giapponesi
fortunati sono quattro: due inviati dai rispettivi daimyo e esponenti di famiglie
nobili. Ma appena giunti a Goa, nell’ottobre del 1583, il Valignano dovette
lasciarli per ordine del Generale Provinciale delle Indie. Finalmente, dopo un
lungo viaggio, nell’agosto del 1584 giunsero a Lisbona e, raggiunta la Spagna,
furono ricevuti da Filippo II a Madrid. Grande era l’attenzione di tutto il mondo
cattolico per quei quattro giapponesi: erano la prova che il cattolicesimo stava
vincendo. Ma anche altri aspetti erano importanti. Per stati che avevano rapporti
tesi col Papato, come ad esempio Venezia, i quattro giapponesi furono delle
buone “pedine” per nuovi negoziati. Visitarono Firenze dove furono ricevuti da
Francesco I dei Medici, grande estimatore delle porcellane orientali. Visitarono
Roma e furono accolti dal Papa che, su richiesta del Valignano, firmò la bolla
Ex pastorali officio, che dava aiuti finanziari alle missioni in Asia.
Nel 1590 i giapponesi tornarono a casa ma, come ho già detto, con una
situazione interna molto cambiata, ostile al Cristianesimo (non dimentichiamoci
che nel 1587 Hideyoshi promulgò l’editto di espulsione). Il frutto di questa
ambasceria fu un diario di viaggio, scritto dal Valignano stesso, basandosi sugli
appunti dei giapponesi che vi avevano partecipato, intitolato De Missione. Con
esso si voleva proporre la realtà occidentale ai giapponesi, insegnando la lingua
30

e la storia europea. Questo testo era stato scritto originariamente in spagnolo,
poi tradotto in latino (per i novizi giapponesi dei seminari). La traduzione in
giapponese, vero cardine per il Valignano in quanto il testo doveva essere
diffuso verso in tutta la società nipponica, non venne fatta per la definitiva
cacciata degli europei. Nel 1592 il missionario ripartì ma ritornò sei anni dopo,
quando un altro protagonista, Tokugawa Ieyasu prese le redini del comando.
Nel 1603 poi dirà addio al Giappone, proprio quando i Domenicani poseranno
per la prima volta i loro piedi in quelle terre, facendo vela verso Macao dove,
nel 1606, si spense.

Un nobile giapponese a colloquio con un gesuita. Ca. 1600 “ “Nouvelle Asie” Belin.

31

1.4. Tokugawa e l’espulsione dei Cattolici.

32

Tokugawa Ieyasu (徳川 家康)

Come già detto, nel 1598 Hideyoshi muore e si ripete quanto avvenuto nel
1582: Tokugawa conquista il ruolo di reggente estromettendo l’erede di
Hideyoshi e gli avversari politici. Ma c’è una piccola differenza: Ieyasu assume
la carica di Shogun, nel 1603, che cederà due anni dopo al figlio, assumendo
33

quella di ogosho cioè di “shogun in ritiro”44, cosa che non avevano fatto sia
Nobunaga che Hideyoshi, rispettando la tradizione dei Minamoto. Difatti
proprio nel 1600 sconfigge la coalizione dei “Daimyio occidentali” ossia la
fazione che voleva l’erede di Hideyoshi al potere, nella battaglia di Sekighara.
L’assetto feudale, riformato dai Tokugawa, si fondava su tre tipologie di
Daimyo: quelli imparentati con i Tokugawa, i vassalli diretti e infine i tozami
ossia i “signori esterni” cioè i daimyo minori e marginali, ma non per questo
poco potenti. Con le riforme attuate da Nobunaga sulla fiscalizzazione della
terra, era considerato daimyo chi aveva terre tassate per oltre diecimila koku45 di
riso46. Un clan, quello dei Tokugawa, controllava tutto il Giappone: nel 1615
verrà emanato il Regolamento per l’aristocrazia militare (e reso effettivo nel
1635) che comprendeva anche la proibizione del Cristianesimo. Inoltre saranno
loro a effettuare quel controllo, e parziale impoverimento, degli altri daimyo
con la “residenza alterna” (sankin kotai47), ai quali venne imposto l’obbligo di
risiedere a Edo con la propria famiglia. Questa regolare frequentazione del
centro del potere soffocava le voglie d’autonomia che fino ad allora avevano
sconquassato il Giappone durante lo sengoku jidai, cosa che, similmente, farà
Luigi XIV in Francia. I Tokugawa comanderanno, chiudendo il Giappone alle
influenze esterne, sino al 1867 anno cruciale perché è l’inizo dell’era Meiji
44

R. Caroli e F. Gatti, Storia del Giappone, cit. pp. 95

45

Un koku era circa 180,39 litri di riso. Verrà abolito durante l’era Meiji in favore del sistema metrico internazionale

46

Ivi, pp. 91

47

Ivi, pp. 98-99

34

dove il Giappone riaprirà le porte agli occidentali e l’imperatore ritornerà ad
avere un ruolo primario nella politica di questo Paese.
Ma torniamo sui notri passi. Ieyasu, nel 1605, fa un gesto inusuale:
rinuncia al titolo di Shogun a favore del figlio Hidetada. Questo per assicurarsi
la gestione del potere per il suo clan visto che sia Nobunaga sia Hideyoshi non
erano stati lungimiranti. Nel 1614-15 poi eliminerà le ultime resistenze dei
Toyotomi e, cosa più importante, condannerà il cristianesimo al rango di jakyo
ossia “dottrina perversa”48. A dir la verità, Ieyasu, pur emanando leggi contro i
gesuiti, sarà abbastanza morbido con loro, diversamente dai suoi successori.
Come in Europa, anche in Giappone il 1600 sarà un secolo di grandi
cambiamenti. Nel 1593 i gesuiti perdono il monopolio missionario in Giappone
a vantaggio dei francescani. Nel 1603 arrivano anche i domenicani.
Conseguenza di ciò è che i tre ordini si ostacolarono e questo fu uno dei tanti
motivi dell’espulsione. Hiteada difatti nel 1606 espulse i francescani e gli
occidentali potevano attraccare con le loro navi solo a Nagasaki e Hirado.
Inoltrei pirati giapponesi, i wako, che da tempo infestavano quelle acque,
creavano seri problemi ai commerci dei gesuiti.
Nell’anno 1600 inoltre arrivò una figura a cambiare le carte in tavola:
William Adams, inglese, che subito entra nelle simpatie di Ieyasu, a discapito
del gesuita Rodrigues. Per vent’anni (morirà nel 1620) sarà una pedina
48

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 111

35

importante nel cambiamento nei confronti dei gesuiti. Adams insegna le
tecniche di navigazione occidentali e convince Ieyasu della pericolosità dei
cattolici, degli spagnoli e dei portoghesi forte dell’estraneità di tutti i protestanti
all’autorità papale. Tutto ciò colpì duramente i commerci portoghesi e le
finanze gesuitiche. Con i Tokugawa il Giappone era completamente unito come
stato e ogni possibile pericolo a questa ritrovata unità, veniva eliminato. Così
accadde anche per i cristiani. Le inquisizioni giapponesi si ampliarono
costringendo all’abiura dei missionari. Di particolare importanza è l’anno 1633,
non solo per il processo in Europa a Galileo, ma anche per l’apostasia del
viceprovinciale Christoavo Ferreira che, cedendo alla tortura del pozzo, scatenò
la propaganda buddhista che insisteva sulla poca credibilità dei capi missionari.
Inoltre dal 1633 al 1639 verranno promulgati i cinque editti di isolamento del
Giappone che resteranno effettivi sino al 1868, cioè con l’era Meiji.

36

Missionari Gesuiti in Giappone.

37

Ma già prima di questi anni sono avvenute delle espulsioni: come ho già detto, i
francescani nel 1606; i giapponesi non potevano espatriare dal 1621, gli inglesi
si auto-espulsero due anni dopo mentre i portoghesi saranno espulsi a forza nel
1639. I soli a restare sono gli olandesi che potevano commerciare, sotto
sorveglianza, nel porto di Deshima. Parallelamente Matteo Ricci traduceva in
cinese molti testi cristiani. A tal proposito lo shogun Iemitsu vietò, nel 1630,
l’importazione di libri occidentali così da impedire la loro divulgazione. Ma gli
zelanti funzionari impedirono a tutte le opere straniere di entrare nel Giappone,
comprese quelle scientifiche sempre del Ricci.
Nel 1637 scoppiò la rivolta di Shimabara 49. Dopo tutte queste misure
restrittive, si potrebbe erroneamente pensare che fu una rivolta in difesa della
religione. Ma invece era una lotta tra il popolo contro il signore locale,
Matsukura Katsuie che tassava il doppio i propri contadini e puniva, con crudeli
torture e esecuzioni, quelli che non pagavano. Però sia i missionari che lo
shogunato avevano l’interesse di farla passare come una lotta di religione: i
missionari per giustificare la loro presenza in quelle terre e per il martirio, lo
shogun per creare un alibi nella lotta contro i cristiani. Difatti, erano considerati
come una setta diabolica per la conquista del Giappone, e tale episodio ne era la
prova. I contadini locali, forti dell’influenza missionaria di quella città,
accolsero abbastanza bene il cristianesimo e la rivolta dilagò portando i ribelli a
49

Città a est di Nagasaki.

38

trincerarsi nel castello di Hara. Questo episodio servì, come ho già detto, allo
shogun per giustificare le azioni contro i missionari. Ma servì anche per capire
se gli olandesi veramente erano indipendenti dal Papa oppure no: gli fu chiesto
di bombardare il castello e così fu fatto. Per questo solo a loro fu concesso di
restare, seppur limitatamente.
Dal 1614, anno della promulgazione dell’editto di persecuzione, la
situazione per i missionari era molto peggiorata: si andava a caccia di cristiani
giapponesi e europei sottoponendoli al fumie, ossia il calpestio delle immagini
sacre. Chi lo faceva era libero ma doveva andare a un tempio buddhista a
iscriversi così da essere più facilmente controllato 50. Poteva poi essere richiesto
un giuramento di apostasia. È in questi anni che aumentano i “cristiani occulti”
cioè quelle persone che solo intimamente rimanevano cristiani, pur cedendo,
solo esteriormente, al volere dell’autorità.

50

Questo di concerto con altre misure che miravano alla stabilità di un solo potere effettivo, quello dei Tokugawa.

39

Martiri in Giappone

40

Editto di proscrizione del Cristianesimo. Brendan Egan, Università di Waterloo.

41

1.5. Fabian Fucan

Ed è sempre in questi anni che il Giappone raffina la sua strategia: dalla
cacciata del 1639 di quasi tutti gli europei, si passò a reprimere l’immagine del
cristianesimo non solo con la violenza ma anche con la letteratura popolare. Il
maggior libro in questione è il Ha Daiusu51, cioè “contro i cristiani”, scritto nel
1620 da Fabian Fucan, un giapponese apostata, divenuto strenuo accusatore di
tutte le ipocrisie e i limiti del cristianesimo. Quando era ancora un convinto
cristiano, i gesuiti gli affidarono l’elaborazione di testi ad uso missionario e
studentesco tra cui, nel 1605, un “Dialogo tra le dame Myoshu e Yutei”, così da
dare anche a un pubblico femminile la possibilità di istruirsi nelle cose della
fede cristiana. E questo testo lo dedica a un amico, molto legato ai Tokugawa
(forse è per questo che saranno i Tokugawa a “rispolverarlo” nel 1620)..
Nel 1606 avviene uno scontro col confuciano Hayashi Razan. E ognuno
resta sulle proprie posizioni perché sono come due mondi che parlano lingue
diverse, pur essendo entrambi giapponesi. Da questa data sino al 1620 di Fucan
non si hanno più notizie. Con il Ha Daiusu la sorpresa per il mondo cattolico è
enorme perché Fucan era sempre considerato un ottimo cristiano e
un’importante pedina nell’attività di missionariato. Ma è lo stesso autore a darci
una parziale risposta di questa apostasia: la frustrazione di non essere ammesso
51

Vd., A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 245-282

42

agli ordini dopo anni di duro lavoro. Ed è una prova che il Valignano aveva
ragione nel dire che bisognava creare un clero indigeno. Combattè i gesuiti
anche consegnando un elenco di quelli nascosti a Nagasaki e per questo,
Daniello Bartoli lo chiamerà “doppiamente apostata”52. Era dura sconfitta
culturale per i gesuiti. Inoltre Fucan conosceva bene il noviziato e tutti i dubbi
che sollevavano durante la loro formazione, per questo, i gesuiti redassero testi
proprio per colmare questa lacuna.
Le questioni sollevate da Fucan sono molteplici: dal sacrificio della
messa, l’ostracismo dei giapponesi verso il sacerdozio, l’adulterio, i martiri
etc… Ma ci sono molti altri Fabian Fucan che confutarono a livello letterario e
popolare il cristianesimo. Il tutto per far passare questo messaggio: che non era
la casata dei Tokugawa che aveva favorito l’insediamento degli europei e che i
missionari convertivano i giapponesi con arti magiche. Molti però sono i testi
popolari come l’Hai Yaso di Razan, il dotto confuciano che nel 1606 si scontro
con l’allora convinto cattolico Fucan. Un altro interessante testo è Kengiroku di
Sawano Chuan, anche lui apostata che confuta vari dogmi cristiani tra cui il
settimo comandamento:

“il settimo comandamento induge a non rubare. Tuttavia, nel diffondere la
dottrina della religione Kirishitan paese dopo paese è stato usurpato. Nova
52

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 124

43

Hispania, Luzon, India, sono state strappate via dall’Europa che se ne è
impadronita. […] Cinquanta anni fa gli imperatori di due paesi chiamati
Portugal e Castila decisero di costruire navi, inviare uomini, andare alla
ricerca di terre sconosciute, aprire nuove rotte e commerciare. Quando il
pappa venne a conoscenza di questo piano, divise in due le rotte di
navigazione. […] “ L’imperatore di Portugal verso oriente e l’imperatore di
Castela verso occidente: inviate quindi i vostri uomini a diffondere la fede! E
ogni qual volta vi capiterà di impossessarvi di terre e luoghi, fate come volete”
così decise il pappa […] non è forse un furto per mezzo della religione?”53

Questo testo era ovviamente per gettare benzina sul fuoco. Ma non era del tutto
falso, basti vedere l’esperienza della tabula rasa di francescani e domenicani in
Sud America, che avevano provato di applicare in Giappone. Basta vedere la
fine delle civiltà amerinde. La polemica anticristiana dei giapponesi si basa
proprio su questo. La letteratura popolare e il teatro ne faranno uno dei temi
preferiti: il missionario che altro non è la maschera del soldato conquistatore.
Altri libri poi attaccano le affinità tra buddhismo e cristianesimo, a suo tempo
poste da Saverio. Molto importante poi, come azione repressiva, fu l’istituzione,
nel 1640 dell’inquisizione per scovare i cristiani clandestini. A capo di questo
ufficio fu chiamato Inoue Chikugo, un cristiano apostata che ben conosceva i
53

A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 128-129

44

missionari: mirava all’abiura, non al martirio. Le torture andavano applicate ma
mai per uccidere i malcapitati ma per sfinirli: il mokuba54 consisteva nel far
salire il sospettato su un cavallo e mettergli grossi pesi alle caviglie, oppure di
legarli a testa in giù in un secchio pieno d’acqua. Molto famosa era anche la
tortura delle maree: consisteva nel legare a un palo il cristiano e di aspettare
l’alta marea. Ce ne sono poi altre ben più crudeli ma venne espressamente
vietata la crocifissione.
Tornando al filone degli scritti popolari è interessante notare che, nei
kirishitan monogatari55, Nobunaga sia dipinto come un colpevole, per aver
concesso a “questi maghi” di entrare nel paese. Questo è spiegabile perché gli
autori di questi racconti sono spesso buddhisti e noi ben sappiamo quanto
combatterono contro Nobunaga. Vi sono 2 tipi di kirishitan monogatari, uno
che parla dell’arrivo dei missionari, l’altro della rivolta di Shimabara. La figura
del missionario presente in questi racconti è sempre un pericolo per la ritrovata
unità nazionale tanto che un monogatari venne ristampato nel 1868, quando di
nuovo l’occidente si riaffaccia alle porte del Giappone.

54
55

Ivi, pp. 131
A. Boscaro, Ventura e sventura dei Gesuiti in Giappone (1549-1639) cit., pp. 132-139

45

Un Fumi-e (踏み絵)

Monumento dei 26 Martiri di Nagasaki. Particolare.

46

2. I contatti col mondo Occidentale.
Come abbiamo già in parte visto, i contatti tra questi due mondi sono
molteplici ma riferibili a due insiemi: quello religioso e quello commerciale.
Ovviamente c’erano molti altri motivi di dialogo tra l’Occidente e il Giappone.
Tra questi è interessante vedere la figura di Girolamo De Angelis. Daniello
Bartoli ce ne parla indirettamente56, raccontando la figura di Padre Carlo
Spinola, compagno d’avventure del De Angelis. Come tanti altri compagni di
noviziato, crebbe in loro il desiderio d’andare a salvare anime e a predicare il
Cristianesimo in Asia.
S’imbarcarono il 10 aprile 1596 da Lisbona e, dopo mille peripezie 57, nel 1602
giunsero finalmente a Nagasaki dove iniziarono fin da subito a fare opera di
proselitismo. Il De Angelis, nel 1610 verrà trasferito a Sumpu (l’odierna
Shizuoca) per fondare una missione. Come abbiamo già visto, nel 1614, fu
emanato il primo decreto di espulsione e il De Angelis, come molti altri
missionari, lascia l’abito talare e si traveste da giapponese, rifugiandosi a
Nagasaki. Nel 1618 fu il primo europeo a metter piede nell’isola di Hokkaido,
scoprendo che si trattava di un’ isola e non di un’ appendice del continente
asiatico. Redasse una mappa e una relazione di quell’isola chiamata “Relazione
sul regno di Yezo”, pubblicata poi nel 1624. Fu il primo documento geografico
56

Daniello Bartoli, Historia della compagnia di Gesù: Giappone, Spirali 1985, Milano, cit. pp. 205

57

Saranno catturati dalla marina Inglese e portati a Londra. Verranno poi liberati due anni dopo. Cfr

http://it.wikipedia.org/wiki/Girolamo_De_Angelis (controllato il 16/07/10)

47

e etnologico occidentale per l’isola di Hokkaido. Costretto ad abbandonare
l’isola nel 1620, dato l’atteggiamento ostile del daimyo locale, si rifugiò a
Yendo (l’odierna Tokyo) dove, dopo l’inasprimento delle persecuzioni del
nuovo shogun, Iemitsu Tokugawa, fu scoperto e arso sul rogo nel 1623 58. Ma le
influenze tra il mondo giapponese e quello europeo non finisco qui. I pochi
giapponesi che entrarono nel Vecchio Continente, le Litterae annuae che
venivano lette nei collegi, le varie relazioni, diari e appunti facevano
infiammare le menti non solo dei gesuiti e dei missionari, ma anche di mercanti,
diplomatici, capitani.
Interessante è la figura di un mercante, Francesco Carletti (1573-1636)
che compie, con propri mezzi, fra il 1594 e il 1606, un viaggio intorno al
mondo toccando anche il Giappone59. Nato a Firenze nel 1573, compiuti i
diciotto anni parte col fratello Antonio, per la prima tappa del suo giro del
mondo: Siviglia. Da qui, dopo il passaggio nelle Americhe, nel mese di maggio
del 1597 arriveranno a Nagasaki, evadendo il divieto di transito dalla sfera
d’influenza spagnola a quella portoghese60.
Tornerà da solo a Firenze nel 1606, dopo la morte del fratello nel 1598 a
Macao, non senza aver subito l’attacco di vascelli olandesi che depredarono il
suo carico, a cui seguì un lungo processo dove ottenne solo un inutile
58

Nel 1867 Pio IX lo proclamò Beato. Inoltre a Enna, nella chiesa di San Marco è custodita la reliquia del suo teschio.
Adele Dei (a cura di), Francesco Carletti, Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo, Milano, Mursia 1987.
d’ora innanzi citato come Ragionamenti.
60
Già stabilita nel Trattato di Tordesillas nel 1494 e rinnovata in quello di Siviglia nel 1529.
59

48

risarcimento61. Appena tornato iniziò a scrivere i Ragionamenti collaborando
anche con la corte medicea, assumendo la carica di Maestro di Casa dal 1609 al
1617. Carletti non ha scopi di evangelizzazione o di colonizzazione, non vede il
Giappone come lo vedrebbe un Saverio o un Valignano. Essendo mercante vede
prima di tutto con occhio pratico e utilitario, quasi oggettivo, come lui stesso ci
dice: “riferire solo quelle cose che ha fatte e viste”62.
Inoltre non vede in maniera eurocentrica ma cosmopolita, distruggendo i
miti meravigliosi se non ha alcuni“attestati di autenticità”, facendo i conti con i
soprusi europei e lo slancio dissennato dei missionari. I Ragionamenti proprio
nella tappa giapponese, e in generale quella asiatica, subiscono una virata
poiché non ha più a che fare con dei “buon selvaggi” ma con grandi civiltà.
L’Asia sarà solo superficialmente influenzata dagli europei, relegati in punti
costieri e limitati; il Carletti non si limita a descrivere solo la burocrazia e le
istituzioni ma amplia la visuale anche per la gastronomia, la lingua, gli usi e
costumi. Diversamente dal Saverio, Carletti vede un Giappone gerarchico e
tradizionalista, con feroci rituali, basti pensare che i guerrieri giapponesi
provavano le katane sui corpi dei giustiziati “Sopra i corpi, dopo che sono
morti, fanno prova delle loro scimitarre, che essi chiamano catane” 63. Non
dimentichiamoci che Carletti arriva a Nagasaki nel maggio del 1597 e che solo

61

Ivi, pp. 21
Ivi, pp. 6
63
Ragionamenti, pp. 106
62

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