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CASTRUM ARGENTIUM .pdf



Nome del file originale: CASTRUM ARGENTIUM.pdf
Autore: UWP

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Domenico Guida

CASTUM ARGENTIUM
(Cose di casa nostra)

In copertina: Bertoldo Hoenburg, Signore di Arienzo (n. 1215 circa - m. 1256 o 1257)
Codex Palatinus Germanicus 848 della Biblioteca dell'Università di Heidelberg..

Alla mia famiglia

Falsi valori, tipicamente materialistici, stanno allontanando la nostra società, non solo dalla cultura
in generale, ma anche dall‟interesse per la propria storia patria.
Mente chi sostiene che la cultura “non si mangia”; mente perché ignora che la cultura nutre sia la
nostra mente che il nostro spirito, mente perché volutamente ignora che l‟uomo ha fame di “sapere”
e mente ancora una volta, quando ignora di proposito il grande veicolo di economia, dalle mille
sfaccettature, che la cultura può mettere in moto.
Un‟indagine nella storia di Arienzo, dalla caduta dell‟Impero Romano fino al XV secolo, è servita a
chiarire definitivamente molte cose: Suessola davvero scompare definitivamente dopo l‟incendio e
il saccheggio dei Saraceni? Chi fu che s‟incastellò su monte Castello di Arienzo? E Castrum
Argentum da cosa o da chi prende il nome? E Arienzo, cosa significa e qual è la sua etimologia.
Un viaggio tra opere di esimi studiosi di ieri e di oggi, uno scorazzare in quella miniera di studi ai
quali il web ti permette l‟accesso e poter disporre di dati, notizie ed elementi di archeologia, storia
antica e medioevale, genealogia, etimologia e toponimia, dati che, esaminati, confrontati e
assemblati, in un soliloquio, tra me e me, hanno dato risposta alle mie domande.
E‟ giusto che i nostri giovani, e non solo, conoscano la storia del loro paese e quanto profonde siano
le sue radici, ed è importante, che sappiano e che si convincano, che senza valori, cultura e senza il
rispetto delle loro origini, in questa società che globalizza, appiattisce e mercifica tutto, non
andranno da nessuna parte.
Questo vale anche per le nostre Amministrazioni Comunali e non che, in fatto di cultura, ne
blateano a iosa, ma nei fatti, è come se “gustassero” un piatto di chiodi arrugginiti.
D. Guida

La Liburia
In origine, prima dell'affermarsi del toponimo Terra di Lavoro, la regione era chiamata con il nome
di Liburia, da un'antica popolazione, quella dei Leborini (o Liburi). Secondo altri, invece, l'origine
del nome sarebbe da individuarsi nel gentilizio Libor, probabilmente divenuto Labor.
Il toponimo Leboria compare per la prima volta nel I secolo d.C. con Plinio il Vecchio nell'opera
Naturalis Historia, quando fa riferimento al territorio che i Greci conoscevano come Campi Flegrei.
Per questo, Liburia, Leboria, Leboriae o, secondo una variante, Liguriae si indicava quell‟area
specifica della Campania felix. In un documento del 786 siglato da Arechi, principe longobardo di
Benevento, ed il Duca di Napoli il toponimo viene citato nella sua versione volgare di Liburia.
Nel corso dei secoli, i confini del territorio identificato come Leboriae si erano ampliati: il toponimo
si riferiva adesso ad un'area che comprendente Capua, Nola, Pozzuoli e Napoli ch‟era ben più vasta
dell'originale.
La Campania felix.
Nell'antichità, gran parte della Terra di Lavoro era denominata Campania felix.
Il toponimo Campania, risalente al V secolo a.C., è di origine classica. L'ipotesi più accreditata è
che esso derivi dal nome degli antichi abitatori di Capua. Da Capuani, infatti, si avrebbe Campani e,
quindi, Campania; infatti, sia Livio che Polibio, parlano di un Ager Campanus riferendosi
chiaramente a Capua e al territorio circostante.
Volere individuare i precisi confini per la Leboria non è semplice. In epoca altomedioevale, quando
questo territorio fu oggetto di contesa tra il Ducato di Benevento e quello di Napoli, i suoi confini
potevano essere: a Nord, il confine era segnato dal fiume Clanio, mentre a Sud era rappresentato da
una linea ideale che attraversava Caibanus, Carditum, Fratta, Villam Casandrini et Grumi.
Nel corso dei secoli, però, questi confini si ampliarono includendo porzioni sempre maggiori di
territorio. Al nucleo rappresentato dall'aera compresa tra il Clanio e i Campi Flegrei, si aggiunsero a
Nord, i territori fino al Volturno e, a Sud e ad Est, l'Ager neapolitanus ed il Territorium nolanum.
Dal VII secolo la denominazione Liburia o Liguria indicò buona parte del Ducato napoletano. Il
Duca di Napoli, nell'anno 715, sottrasse Cuma ai Longobardi, occupando anche le terre leboree che
da allora vennero indicate come Liburia Ducalis, seu de partibus militiae, e mentre i bizantini si
indebolivano nella penisola italica, i Duchi di Napoli estesero, a poco a poco, il patrimonio del loro
Ducato: la Liburia, limitata inizialmente nella piana di Quarto, si estese sino a Liternum (fissando il
confine col territorio Capuano lungo il corso del fiume Clanio), sino ad Avella girando poi intorno
alle falde del Vesuvio e scendendo per la villa di Portici fno al mare. I Longobardi iniziarono ad
associare al toponimo Liburia a parte delle loro terre, in particolare i territori confinanti con la
Liburia napoletana, e per questo, i territori di Nola, di Acerra, di Suessola e di Avella furono, per
consuetudine, denominati Laborini.
In definitiva, in epoca Longobarda, la zona denominata Liburia si estese ai territori immediatamente
circostanti e, poi, alla fine dell'XI secolo, in epoca normanna, a quella che verrà indicata come Terra
di Lavoro durante il Regno di Sicilia. Sotto i Normanni e gli Svevi, si consolidò il toponimo Terra
di Lavoro e cadde in disuso quello di Liburia.
Alla fine del secolo X, la Liburia, una vasta regione della Campania settentrionale al nord di Napoli
e delineata dal fiume Clanio, risultava divisa in due aree di diversa influenza politica. Il territorio,
teatro di aspri combattimenti tra i Longobardi e i Bizantini e non solo, subiva anche irruzioni da
parte dei Saraceni. La regione meridionale della Liburia, apparteneva al ducato di Napoli dominata
a partibus militiate e quella settentrionale detta a partibus longobardorum era annessa al principato
di Capua. Queste due regioni Liburiche erano divise tra loro dalla via consolare Campana (di età
romana) che all‟epoca classica conduceva da Puteoli (Pozzuoli) a Capys (S. Maria C.V.). Al tempo
dei longobardi nella regione settentrionale sorgevano solo piccoli villaggi nati su rovine di ville del
tardo impero.

Fonti

Anna Giordano; Marcello Natale, Adriana Caprio, Terra di lavoro, Napoli, Guida Editore, 2003.
Attilio Zuccagni-Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia e delle sue Isole.
Firenze, Tipografia L'Insegna di Clio, 1845.
Gabriello De Sanctis (a cura di), Dizionario statistico de' paesi del regno delle Due Sicilie, Napoli,
1840.
Alfonso. Gallo. Aversa Normanna, Napoli 1938
Fratelli, Historia Principatum Longobardorum, “De Liburia” Napoli 1749
Gaetano Parente, Origini e vicende ecclesiastiche della città di Aversa, Napoli 1857 vol. I p. 184

WEB
Ferdinando Corradini ,Il distretto di Sora e la Terra di Lavoro

Suessula conosciuta anche come Suessola, fu un'antica città della Campania di origine osca; Gli
Osci erano di origine indoeuropea e si insediarono in Campania verso il 1280 a. C.
L‟antichissima città decadde perché distrutta, non fu più ricostruita e se ne perse la memoria per
impaludamento e imboschimento della zona; fu riscoperta solo nella seconda metà dell '800. È
ubicata nella parte nord-orientale di quello ch‟è oggi il territorio comunale di Acerra. Trovandosi in
posizione strategica era attraversata dalla via Popilia, la strada più importante dell'antichità nel
meridione d'Italia. Fu dominata dagli Osci, e in seguito dagli Etruschi che la inclusero in una
dodecapoli con altri antichi centri della Campania. Fu teatro di diverse battaglie tra Sanniti e
Romani, che vi tenevano stanziato gran parte del loro esercito per difendersi dai Sanniti.
Memorabile fu la battaglia di Suessula fra Romani e Sanniti sotto le mura di questa città nell'anno
341 a.C.: in essa i Romani comandati dal console Marco Valerio Corvo sconfissero i Sanniti. Nel
339 a.C. divenne dominio romano.
In seguito fu sede vescovile, anche se, la sua Diocesi, è unicamente menzionata con riferimento al
VI secolo.
Dai documenti risulta l‟importanza del feudo di Suessula, dove si sparsero gli abitanti scampati ai
Saraceni, la popolazione esercitò gli usi civici sia sull‟antico territorio demaniale sia sul casale e sul
castello, posto all‟incrocio tra la “via Suessulana” e la “Capua-Regium”. Tra gli anni 879 e 882 la
città antica fu totalmente distrutta dai saraceni che erano guidati anche dal sanguinario Suchaymo,
assoldati dal vescovo e duca di Napoli Attanasio come testimonia il racconto di Erchemperto. Altra
documentazione storicha conferma invece che Suessula, nel IX secolo, risulta gastaldato
longobardo, appartenente alla contea di Capua ed è diocesi suffraganea e, dopo maggio del 969
appartenne alla metropolia di Benevento che esercitò il potere di nominarvi il vescovo per 170
anni, fino al 1050 quindi anche quando la presenza normanna era diventata significativa.
La sua cattedrale era dedicata a san Michele e sorgeva lontana dalla zona del Foro in un luogo che
ancora ogg conserva il toponimo “Vescovato”.
La fine della diocesi è da porsi attorno alla metà dell‟XI secolo. L‟ultimo documento in cui si parla
dei vescovi di Suessola è del 1054, mentre in un elenco di vescovi suffraganei dell‟arcidiocesi di
Benevento di cinque anni dopo, non ne compaiono. La diocesi a quel tempo era stata già certamente
unita a quella di Sant‟Agata de‟ Goti i cui vescovi assunsero il titolo di Episcopus Sanctae
Agathae Gothorum et Suessulae.
Il toponimo di Suessula, che è riportato nella Tabula Peutingeriana, documenta che il sito nel
secolo X era ancora abitato e vitale.
Ma Suessola, dove esattamente si trovava.
L‟abitato, relaziona Sergio Cascella, “… è posto lungo la via Popilia ad uguale distanza (9 miglia)
tra Capua e Nola.
L’abitato (I.G.M. 184-I NE) aveva come linite al sud il Clanis, che scaturisce dalle Sorgenti
Minerali riportate in cartografia, e il Castello della Pagliara (Poggio Spinelli); ad ovest la strada
che unisce questa località con il Casale Pennino, dove a nord, nella zona di Grotta Reale, incrocia
un sentiero che, procedendo in direzione est-ovest, lambisce la Masseria Balzo per poi riunirsi, ad
est, con la succitata località delle sorgenti minerali. Questa delimitazione racchiude un’area più o
meno rettangolare di poco meno 1,500 km.q..
… Il sistema viario regolare che si può notare nell’area di Calabricito potrebbe agevolmente
essere interpretato come rete viaria antica fossilizzata. Sono presenti, infatti, 2 assi stradali
principali che vanno da est ad ovest: uno unisce il Casale del Pennino a Masseria Sgambato per
una lunghezza di circa 1,500 km., un’altra, parallela alla prima, parte dalle cosidette “ Sorgenti
minerali” e procede, attraverso l’area di Masseria Calabricito, interrompendosi nel punto in cui
incrocia una via che unisce questa strada a quella ad essa parallela (distanza btra i due assi ca.
150 mt.) con andamento ovest-est. Questi due assi stradali paralleli incrociano circa 18 strade
secondarie e perpendicolari e poste ad uguali distanze. In sostanza si viene determinando un
sistema viario con 2 decumani e 18 cardini che creano isolati di forma rettangolare con il lato
lungo orientato in direzione nord.”

Tavoletta n. 184 (part.) I.G.M.
Sulla direttrice Masseria del Pennino e Masseria Calabricito la rete viaria
antica fossilizzata di Suessola con i due decumani e i 18 cardini

Nel 476 finisce l'impero romano d‟Occidente e la regione cadde sotto varie dominazioni. Fu
occupata dai Bizantini tra il 535 e il 553, poi intorno al 570 con la discesa dei Longobardi la disputa
provocò la divisione della Campania in due parti. Quella interna entrò a far parte del Ducato
Longobardo di Benevento, mentre la costiera con Napoli rimase ai Bizantini.
Prima del nono secolo, Suessola ebbe i suoi conti, secondo il diritto longobardo ma, non se ne
trovano tracce fino al secolo undicesimo. I feudatari che dominaro cumularono il loro titolo su
Suessola e Acerra fino a quando il contado di Suessola non fu assorbito da quello di Acerra.
Nell'ordinamento medievale, il gastaldato o gastaldìa era una circoscrizione amministrativa
governata da un funzionario della corte regia, il gastaldo o castaldo, delegato ad operare in ambito
civile, militare e giudiziario (gastaldi venivano designati sia gli amministratori regi o ducali e sia
personalità che esercitavano la sovranità sul territorio del Gastaldato).
Nell'ordinamento longobardo il gastaldato serviva da utile contrappeso alla quasi indipendenza dei
duchi, dei quali amministravano circa 1/3 delle terre. L'ufficio era temporaneo e la sua importanza
venne meno con il crescere della potenza ducale di fronte a quella regia. I Longobardi avevano
diviso l'Italia in molti gastaldati (da cui derivano le attuali 20 regioni) ognuno dei quali era in mano
ad un gastaldo.
Devoti dell‟Arcangelo S. Michele gli dedicarono il Santuario di S. Angelo a Palombara sulle colline
che sovrastano Cancello ed Arienzo. In questo luogo trovarono un primo rifugio i profughi da
Suessula, l‟antica cittadina di origine osca sita circa un chilometro a sud-ovest di Cancello, allorché
questa fu distrutta dai Napoletani nell'anno 880.
In Campania, i Longobardi dedicarono la Chiesa già tempio di Diana Tifatina, sul monte che
sovrasta Capua antica, a questo loro potente protettore (S. Angelo in Formis). Anche la Chiesa di
Casertavecchia (Casa Yrta; il centro già esisteva nell'anno 880 secondo la testimonianza di
Erchemperto è dedicata a S. Michele Arcangelo.
Nella stessa Suessula la Chiesa principale era certamente dedicata a S. Michele Arcangelo.
La contea di Capua divenne autonoma nel 840, per ciò, la nostra Suessola, fino a questa data,
appartennne alla contea di Benevento.
Gli Atenulfingi o Landolfidi furono una nobile famiglia longobarda, che governò gran parte del
Mezzogiorno tra il IX ed il XII secolo. Discendono da Landolfo I di Capua, i cui antenati sono
sconosciuti e che morì nel 843. Furono feudatari minori che estesero il loro potere fino ad ottenere il
Ducato (poi Principato) di Capua (839) e quello di Benevento (900) che solo nel 1059 venne
conquistato dai normanni.
E‟ a questa famiglia che appartiene il primo signore dell‟antica città di Suessola che conosciamo, ed
è ad un membro di questa famiglia che è legato il nome del più feroce dittatore del XX secolo.
"Narra la tradizione che in punto di morte Gesù Cristo sia stato trafitto al costato da una lancia;
autore del gesto un centurione romano, tale Gaio Cassio Longino. L’arma, a contatto con il sangue
del Figlio di Dio, avrebbe di seguito acquistato poteri miracolosi, “generando” con il passare dei
secoli un alone di leggenda.
Alla storia della lancia è collegata la vicenda umana di Adolf Hitler; proprio il dittatore tedesco
venne a contatto con la reliquia nel lontano 1909 nella Schatzkammer del museo dell’Hofburg di
Vienna. Il giovane austriaco in visita ai tesori degli Asburgo, sostando davanti alla teca contenente
l’arma di Longino, ne sarebbe rimasto come stregato. Lo colpì soprattutto il seguente particolare:
un chiodo era attaccato all’asta e proprio la tradizione voleva che l’oggetto appartenesse al
gruppo di chiodi usati per la crocifissione. Altre lance sacre erano all’epoca conservate in Europa;
una a Parigi dove era stata portata al tempo delle crociate. Una seconda ed una terza in Vaticano e
in una chiesa di Cracovia.

Hitler venne al corrente della storia della reliquia viennese; fu Costantino il Grande il primo a
servirsene come potente talismano. Carlo Martello si sarebbe giovato dei suoi poteri all’uopo di
scacciare la minaccia araba dalla Francia nell’VIII secolo. Lo stesso Federico Barbarossa ne
sarebbe entrato in possesso, alimentando ulteriormente la credenza che l’uso della medesima
portasse la vittoria a chi la avesse detenuta.
Secondo lo studioso austriaco Walter Stein, amico di Hitler, il fascino esercitato dal cimelio
avrebbe causato la progressiva apertura del führer al mondo delle arti occulte; calato in questa
atmosfera magica e tenebrosa egli si sarebbe convinto di essere la reincarnazione di Landolfo II di
Capua, il sanguinario principe longobardo del IX secolo.
I poteri della lancia lo avrebbero aiutato a procedere alla conquista del mondo.
Quando la Germania nazista procedette all’annessione dell’Austria nel 1938, Hitler dette l’ordine
di trasferire l’arma dall’Hofburg a Norimberga, all’interno di una chiesa. Conseguentemente il
luogo di culto tedesco divenne una sorta di santuario del nazismo, strettamente controllato e
protetto.
Durante i bombardamenti alleati la lancia venne nascosta in un sotterraneo del castello della città
tedesca e, a quanto sembra, proprio il 30 aprile del 1945, soltanto poche ore prima che il dittatore
si suicidasse in un bunker di Berlino, i soldati americani la trovarono.
A tutt’oggi l’inquietante reliquia è conservata a Vienna.
Torniamo alla nostra storia.
Landolfo I (c.795 – + 843 ca), detto il Vecchio, della sua illustre famiglia fu il primo gastaldo di
Capua. Secondo la Cronaca della Dinastia di Capua, la governò per 25 anni e quattro mesi e
governò la Nuova Capua per un altro anno e otto mesi. Secondo Erchempert, era "un uomo molto
bellicoso" (vir bellicosissimus).
Ebbe quattro figli, Pandone,Landone, Landonolfo e Landolfo che alla morte del padre si divisero il
Contado di Capua.
Landone uno dei figli del vecchio Landolfo, che era alleato con i napoletani, ebbe da sua moglie
Aloara cinque figli: Lando (II), Landolfo, Landenolfo, Pando, e Pietro e, per cementarne l'alleanza
con i napoletani, fece sposare il figlio Landolfo e che si chiamava come il nonno, con la figlia di
Sergio I duca di Napoli che era anche sorella del vescovo Attanasio, Con l‟aiuto di suo suocero e
con estrema ferocia, nell‟856 si impossessò con la forza della città di Suessola che era posseduta da
Pandulfo, suo consanguineo, che venne esiliato assieme a due dei suoi figli, mentre altri due furono
uccisi.
Questo Landolfo, diventato Principe di Suessola, prese il cognome Suessolano.
Landolfo Suessolano, sempre in sintonia con il Duca Sergio di Napoli, non esitò a marciare contro
Capua e quindi contro il padre. Infatti, nel maggio del 859, una spedizione militare di salernitani,
napoletani, amalfitani e suessolani inviata dal duca Sergio di Napoli con a capo i suoi figli
Gregorio, Cesario e suo genero Landone Suessolano, marciò su Capua. Landone era ammalato ed
figlio Landone il giovane prese le armi per difendere la città; sconfisse le forze alleate inviate contro
Capua presso il ponte di Teodemondo sul Volturno facendo prigioniero, tra tanti altri, anche
Cesario il figlio del duca Sergio. Landone non sopravvisse a lungo a questa grande vittoria, morì
infatti nell‟885.
Gli succede Landone il giovane sopranominato Cyrrutu che vuol dire “crespo, ricciuto”.
I fratelli del vecchio Landolfo, Landone e Landulfo che era anche vescovo di Capua, ignorando la
volontà del vecchio principe, alla sua morte scacciarono da Capua e perseguitarono i figli del
fratello, ed essendosi questi rifugiatosi presso il loro fratello Landolfo, il gastaldo di Suessola,

iniziarono le ostilità anche verso questa città che fu devastata nel 862 da Pandonulfo cugino di
Landolfo Suessolano e dopo un susseguirsi di avvenimenti nell‟880 fu data alle fiamme dai saraceni
e nel 881 completamente devastata.
Landolfo Suessolano trovò rifugio nel castello di Avella assieme al figlio minore; il primo suo
figlio, che si chiamava Landone, andò a Costantinopoli con Guaimaro Principe di Salerno.
Il Vescovo e Duca Attanasio, nipote della moglie di Landolfo, assieme a greci e capuani nell‟887
(Erchemperto) assaltarono il castello e per tradimento di quelli di dentro, catturarono Landolfo
Suessolano, il suo figlio minore e la nuora.
Nessun‟altra notizia si ha di essi.
I Longobardi furono Conti di Capua fin dal 594 con Adoaldo ed a Capa apparteneva Suessola; tra
quelli dendificati con certezza, nel periodo longobardo, furono Signori di Suessola:
-? - 856
856 - 881

Pandulfo
Landolfo Suessolano

Capua aveva già raggiunto il suo apogeo verso la fine del X secolo, al tempo del principe Pandolfo I
Testadiferro (961-981), che, con la conquista del Principato di Salerno (978), era riuscito a creare
quella che verrà chiamata Langobardia Minor; egli inoltre, venendo in aiuto di papa Giovanni XIII,
esule da Roma tra il 965 ed il 966, aveva ottenuto l'elevazione di metropolia per la chiesa capuana;
Il primo decennio del 1000 ed il Natale del 1130, due famiglie: i Drengot, provenienti dal borgo
francese del Quarrel, e i d’Hauteville, originari dalla penisola del Cotentin, si contesero l‟egemonia
nel Mezzogiorno, scrivendone le più turbolente ed appassionanti pagine di storia e rendendolo il più
prestigioso Stato unitario a forma monarchica mai conosciuto, nonostante le spietate ed irriducibili
rivalità non lenite dai rapporti di parentela.
La loro avventura cominciò per caso, quando un modesto manipolo di cavalieri, reduci da un
pellegrinaggio in Terra Santa, anticipando quelli già venuti in Sicilia al servizio di Giorgio
Maniace, soccorse la longobarda Salerno posta in stato d‟assedio dai Saraceni.
Era l‟anno 999.

Fonti
Giovanni Vitolo , Vescovi e diocesi, in Storia del Mezzogiorno, dir. da G. Galasso e R. Romeo,
pag.81
Eliodoro Savino, Campania tardo antica (284.604 D.C.)parte 3^, Diocesi scomparse della
Campania, Edipuglia pag.312 n. 268
Giovanni Spinelli, Il papato e la riorganizzazione ecclesiastica nello Longonardia Meridionale;
in Longobardia e longobardi nell'Italia meridionale: le istituzioni ...
AA.VV.,Università Cattolica del Sacro Cuore. Centro di cultura, n.52, pag.35
Nicola Lettieri, Istoria dell‟antichissima città di Suessola e del vecchio, e nuovo Castello di Arienzo, Napoli
1778; Ristampa anastatica, Centro Studi Valle di Suessola, Santa Maria a Vico,
luglio 2010
Erchemperto,Historia Langobardorum Beneventanorum, a cura di G. Waitz, in Monumenta
Germaniae Historica, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX,
Hannover, 1878
Granata, Francesco, Baldi, Antonio, ; Thouvenot, Jacob:Storia civile della fedelissima città di
Capua, partita in tre libri : ne' quali si fa memoria de' suoi principi, e de' suoi fasti
dalla prima antichissima sua fondazione sino all'anno 1750 ... (1752), Napoli
stamperia Muziana
Sergio Cascella, Primo contributo alla topografia dell‟antica città di Suessola (dattiloscritto)
Domenico Camardo, Vittoria Carsana, Amedeo Rossi; Suessola tra tardoantico e Medioevo
Gaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della città di Acerra e dei conti che la tennero
in feudo, Napoli 1889
Gustavo La Posta, Neapolis, Storia di Napoli e sel Meridione d‟Italia, E.S.I.,Napoli 1994
Web
Federico Cordella, La torre di Suessola
http://www.saperincampania.it/la-torre-di-suessola
http://valledisuessola.it/2010/08/16/la-valle-di-suessola/
Foundation for Medieval Genealogy
Il castello di Avella

I Normanni
Si imposero per il loro coraggio nell‟area campana e avviarono quel fantastico processo di
demografia multirazziale delle aree costiere. Di temperamento ardimentoso e di fede cristiana,
aggredirono i Musulmani con tanta audacia da indurli al terrore e alla fuga, come testimonia Amato
di Montecassino : «...Prima dell’anno Mille, dopo che Cristo, nostro signore, si incarnò, generato
dalla Vergine Maria, apparvero al mondo quaranta valorosi pellegrini. Provenivano dal Santo
Sepolcro di Gerusalemme, dove avevano adorato Gesù Cristo. Si recarono a Salerno, che era
assediata dai Saraceni e si trovava in una situazione altamente critica da essere sul punto di
arrendersi ... fecero visita a Guaimaro, Serenissimo Principe che governava Salerno secondo
giustizia. Lo pregarono di dotarli di armi e cavalli ... attaccarono i Saraceni e ne uccisero un gran
numero. Molti si precipitarono nel fiume, altri fuggirono attraverso i campi. Così, vinsero i
valorosi Normanni ... Il Principe e tutto il popolo salernitano li ringraziarono con grandi effusioni.
Fecero loro dei regali, gli promisero grandi ricompense e li supplicarono di rimanere per difendere
i Cristiani. Ma i Normanni non desideravano ricompense in argento in cambio di ciò che avevano
fatto per amor di Dio. E si scusarono di non poter restare...››
Tornati in Normandia e memori della prosperità delle regioni dell‟estremo Sud europeo, reclutarono
nuove risorse e tornarono per offrirsi al servizio di Signori pugliesi oppressi da incursioni greche e
levantine.
Partirono per primi, dal borgo di Quarrel, i normanni Drengot : una turbolenta famiglia il cui
capostipite, Gisilberto, era stato esiliato per omicidio dal Duca Rolf di Normandia. Malgrado essi
saldassero i propri destini alla Campania e alla Puglia; malgrado fornissero un incommensurabile
contributo alla conquista del Mezzogiorno peninsulare operata dai d’Hauteville; malgrado
vantassero personaggi di rilevante spessore umano e politico, furono sempre ingenerosamente
ignorati dalla Storia.
In Italia, Giselberto giunse verso il 1018 con i germani Rainulfo, Asclettino, Osmondo e Ridolfo.
Forte di un contingente di trecento uomini, si pose subito alle dipendenze di Guaimaro IV di
Salerno concorrendo a fondare, entro il 1039, un compatto dominio nelle regioni centrali del Sud
ma, ben presto, cedendo il ruolo di capo indiscusso al carismatico Rainulfo.
Di fatto fondatore della dinastia aversana, dopo aver partecipato alla rivolta pugliese contro le
oppressioni fiscali bizantine, egli aveva legato il suo nome alla storia delle contrade campane e si
era imposto nella più consolidata aristocrazia terriera locale: già alle dipendenze dei conti di
Comino per aver fiancheggiato il Duca Sergio IV di Napoli nel recupero dei beni sottrattigli da
Pandolfo di Capua, accettò di servire il barese Melo, insofferente dell‟autorità bizantina, e ne
ottenne il privilegio di fondare, sulle rovine della antica Atella, la Contea di Aversa: nodale per le
comunicazioni fra Napoli e Capua.
Legittimato dall‟imperatore Corrado, inoltre, in cambio di una spedizione armata contro i Bizantini
ed in virtù delle nozze contratte con la sorella del Duca napoletano, Rainulfo si vide poi assegnati
anche Siponto; parte del promontorio del Gargano e Gaeta di cui s‟era già impadronito.
Nel 1058 il normanno Riccardo Drengot Quarrel (1058 - 1078) conquistò il Principato e quindi, da
quel momento il titolo di Conte d'Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua.
Era sorto il primo ceppo normanno/italiano stanziale, a Sud dei territori pontifici: sarebbe durato
fino al 1139.

Tra i normanni distinguiamo, nel loro ordinamento civile e militare:
Il Comes (pl. comites)
Indicava inizialmente solo chi accompagna un altro (da “cum-eo”, cioè: “vado con”). Da questa
radice latina deriva “conte”, il titolo feudale che, legando il titolo di comes al territorio, ne fece
dimenticare il significato originario.
Così i Conti franchi sostituirono i duchi longobardi e i ducati e gastaldati longobardi furono
trasformati in contee rette da un conte; ma è importante sapere anche chi era il “miles” perché lo
troveremo in alcuni documenti che ci riguardano.
Il Miles
Da uomo a cavallo a feudatario.
Come è noto l‟età feudale fu anche l‟età dei cavalieri, dei milites, uomini a cavallo detentori del
potere.
Gli studi sulla cavalleria, sulla guerra, sull‟armamento e sulle condizioni socio-economiche
illustrano l‟espandersi di questa classe sociale.
Indubbiamente non è pensabile che l‟uomo a cavallo in un dato e preciso momento (potremmo dire
intorno al X secolo) sia divenuto padrone incontrastato degli scenari guerreschi e di conseguenza
della vita sociale. Il processo di “scalata” militare e sociale di quest‟uomo è sicuramente da
ricercarsi nell‟evoluzione - in bene o in male – degli assetti economici, sociali e politici che
lentamente ma inesorabilmente hanno visto mutare l‟intera Europa.
Il miles, a partire dal X secolo, invade e fa sua la scena politica e sociale della nuova società
medievale. Costui grazie al beneficium diveniva nobile ma per il beneficio ottenuto era tenuto al
servizio armato.
Le contee normanne, la struttura amministrativa e la trasmissione ereditaria
Errico Cuozzo, con perfetta sintesi, ci chiarisce che : “…Le fonti mostrano in modo inequivocabile
come i Normanni si siano inseriti, quale nuova classe dirigente, nel vecchio organismo politico
longobardo, senza sconvolgerne le strutture amministrative e, almeno in una prima fase, quelle
economico-sociali.
Riccardo si fece incoronare principe secondo il cerimoniale in uso a Capua, e conservò nei suoi
diplomi le intitolazioni dei vecchi principi longobardi. Il suo entourage, inoltre, fu composto oltre
che da cavalieri normanni, anche da giudici, notai, e curiali, di origine longobarda.
Fu conservata la distrettuazione territoriale per contee, in atto nel principato longobardo, nonché
la prassi della loro trasmissione ereditaria secondo il frazionamento pro-capite tra tutti gli aventi
diritto. E questo avvenne anche quando, a partire dai 1066, inesorabilmente vennero messi da parte
gli antichi conti longobardi, ed al loro posto furono insediati conti di origine normanna, che erano
legati
da
parentela
con
la
famiglia
principesca
al
potere.
La stessa distribuzione della proprietà fu conservata secondo la prassi in atto nel principato
longobardo e contemplata nel diritto longobardo, tanto che è da credere che gran parte dei vecchi
proprietari abbiano conservato intatti i loro possessi. Basti pensare che durante gli anni di governo
del principe Riccardo I (1058-1078) e di suo figlio Giordano I (1078 - novembre 1090), non
compare mai nei documenti il concetto franco di feudo, che pur i Normanni avevano utilizzato per
tempo in Aversa”.

Bisogna, adesso però, fare un piccolo passo indietro.
I suessolani, dopo la distruzione di Suessola, quindi dopo l‟880, benché l‟antica città, anche se più
volte devastata, continuò a vivere ancora a lungo, come dimostrano documenti del X° secolo,
salirono sul monte dove si insediarono, abitarono e che poi fortificarono.
ARIENZO
Sul toponimo “Arienzo” molto si è ipotizzato; quello che segue lo riassume:
“Il toponimo potrebbe derivare da argentea, termine con il quale veniva chiamata la valle dove
sorge Arienzo, per la sua fertilità, e che nel Catalogus Baronum troviamo nella variante Argentia.
Argentium era anche il nome dell’antica fortezza sul Monte Castello, forse corruzione volgare della
pagana Ara-Cyntiae (Cinzia= Diana, la dea della caccia) in quanto il luogo era consacrato a
Diana e qui sorgeva un tempio dedicato a lei. Il Rohlfs vede nel toponimo il nome di un antico
gentilizio romano: Argentius. Si è pensato anche ad un’antica Aruntia o Aruntium che sarebbe il
nome di un’antica città osca.
Nel Medioevo troviamo Argentium e poi Ariento presso vari autori dei secoli XV e XVIII.”
Per meglio chiarire, ricorreremo all’etimologia, toponomastica, onomastica, genealogia e storia
antica.
Il cognome
L'uomo è un animale sociale e resosi conto che esistevano “gli altri” lo ha condotto
all'identificazione di se stessi come appartenenti ad un gruppo e rende perciò indispensabile la
definizione del proprio gruppo con un nome comune che definisca l'appartenenza al gruppo stesso,
nasce così il germe del cognome. Il cognome può prendere molti riferimenti per identificarsi, dal
nome del capofamiglia, "io sono uno dei figli di .", al nome della località d'origine "io sono uno di
quelli della valle.", al tipo di mestiere svolto dal proprio gruppo, "io sono uno dei cacciatori.",
l'unico limite è la fantasia. Gli antichi Romani già varie centinaia di anni prima di Cristo sentirono
l'esigenza di chiamare ogni cittadino con i tria nomina (tre nomi) che rappresentano il praenomen (il
nome), la gens (il nome della famiglia allargata o clan), ed il cognomen (il soprannome), in questo
modo ogni romano poteva essere identificato, in caso di omonimia il soprannome poteva essere
composto aggiungendo un quarto ed un quinto nome a completare il praenomen. Con la caduta
dell'impero romano le influenze barbariche portarono ad un quasi completo abbandono dei
“tria nomina”, la struttura cognominale latina, tranne che per pochissime famiglie patrizie, e
si ritornò all'uso del semplice nome dell'ambito famigliare spessissimo ispirato al nome di
santi della religione cristiana. Verso la fine del XI° secolo le influenze delle popolazioni
barbariche portarono ad affiancare al semplice nome, almeno per le famiglie più abbienti, il
nome del padre o della madre nella forma genitiva (de, di), come era in uso presso le
popolazioni barbare dove l'identificativo per eccellenza era il nome del padre o della madre
con un suffisso patronimico o matronimico.
Nella loro maggioranza, i cognomi italiani indicano semplicemente il nome di battesimo (o
prenome) del capostipite preceduto da di o de. Per altri cognomi, ma quest‟uso è più diffuso nel
Nord Italia, si è ricorso alla forma latina del nome (mettiamo: Martinus), e se ne è ricavato il
genitivo (Martini> figlio di Martino), che non deve essere scambiato per un plurale. I di e i de dei
cognomi meridionali, nella stragrande maggioranza, sono caduti per sottinteso. Le famiglie che li
hanno ancora sono di solito quelle che hanno conservato per motivi di vanto dinastici la forma più
antica, magari perché così registrati per iscritto in vecchi documenti di famiglia.

Anche un semplice cognome come IANNONE o CHIANCONE bisogna intenderli come DI
IANNONE o DI CHIANCONE e indicava, nell‟atto ufficiale di nascita o di battesimo, che si
trattava del figlio o del discendente di colui che nella linea maschile di quella famiglia aveva portato
per primo quel nome (nome del capostipite).
Il Toponimo
(dal greco tòpos, luogo , e ònoma, nome) è il nome di un luogo geografico e il suo studio (la
toponomastica) rientra nella categoria più ampia dell‟onomastica, cioè lo studio del significato e
dell‟origine di un nome proprio, sia esso di luogo o di persona.
I toponimi propriamente detti, cioè i nomi di località, paesi e città, hanno origini disparate, sia di
ordine naturale che umano. Possono, per esempio, rifarsi alle caratteristiche fisiche di un luogo,
ricordare nomi di persone illustri o di famiglie che hanno esercitato un dominio su luoghi o fatti
legati alla fondazione. L'interpretazione etimologica e semantica dei toponimi, infatti, offre
informazioni per comprendere le relazioni tra società umane e luoghi.
Lo studio di uno dei tanti interessanti toponimi del nostrio territorio, è servito a documentata come
l‟origine del nome della frazione di Rosciano di Santa Maria a Vico, derivi dalla antica famiglia
romana Roscia che dovette possedere quella località.
ARGENTIA
Che “Argentia” possa derivare dalla fertilità della valle, facendo riferimento all‟argento (argenteum)
potrebbe essere una ipotesi semplice e sbrigativa. Infatti, “arg” radice indoeuropea “'bianco,
luminoso”, ha dato per esempio, il latino “argentum”. Questo tipo di significato, però, è molto più
adatto per la denominazione di un fiume.
Indicativo invece è di come il latino “argenteum” abbia dato il castigliano “Arienzo”, antica
moneta d'argento” e la vecchia misura di 'superficie “aranzadas” e i suoi derivati: ARGENTEUS>
Argentia > Argenzo> Arenz> Arienzo.
A proposito di “radici” vediamo anche che
ĀRENS
ārens, ārens, ārens
agg. part pres. II cl.|adj. part pres. II cl.|adj. pres. part. II cl.
Etimologia: HOR.); arens sitis, sete ardente, PROP. e a.
La sua etimologia “arens sitis” (sete ardente), nel nostro caso potrebbe stare ad indicare l‟essere
arida e brulla l‟intera cima del Monte Castello dove i suessolani si rifuggiarono dopo la distruzione
della loro città; quindi “arva arentia” (campi aridi o bruciati), avrebbe potuto far nascete un
toponimo la cui successiva abbreviazione, avrebbe fatto diventare “arentia”
II suo genitivo plurale maschile, femminile e neutro sono arentĭum
I suoi nominativo, accusativo e vocativo neutri sono arentia
Di grande interesse è lo studio di una località spagnola “AREZ” e di alcune divinità locali.
Il toponimo Arez a volte appare elencato come "Ares" e può essere connessa con l'interpretazione
di allusione aria buona per la località. Un'altra ipotesi riguarda il nome romano Arentius, nome
che abbiamo già trovato associato ad Arienzo.

Arentius è stato identificato come il dio romano Arencio nel contesto degli attuali resti
dell'occupazione romana nella regione di Nisa. Sempre legati alla occupazione romana ci sono
alcune parole relative al nome del villaggio "Arens", "arent" che significa secco o arido, e "Aires"
e "Ares" sono nomi di località in altre Regioni del Mondo romano
ARENTIA - E‟ una dea lusitana, impersonata da una cavalla ed è la moglie di Arentius.
ARENTIUS – Dio della Guerra del popolo lusitano è sposato con la dea Arentia; sono la
coppia più importante nel Pantheon lusitano.
Sia Arentius che Arentia, teonimi (nomi degli dèi) celtici studiati di recente da Olivares Pedreño
sono noti da alcune attestazioni epigrafiche e si ipotizza l‟equivalenza di Arentius con il romano
Apollo e Arentia con Rosmeta (Rosmerta era una dea dell'abbondanza, perciò è raffigurata con in
mano una cornucopia, una patera o un sacchetto).
ARA-CINTIAE
Ara= Altare e Cinzia= Diana, la dea della caccia
Niente riesce a giustificare una qualche possibilità a proposito.

Guglielmo Peirce ci dice che: “…In Italia, molti nomi di luoghi, ricordano, come quelli di persona, la
denominazione longobarda, pur condividendone gli etimi indoeuropei con una gran parte dei
toponimi preesistenti sin dall’antichità grecoromana. Come per gli antroponimi, i toponimi, hanno
un significato molto semplice: legato in massima parte o all’allevamento del bestiame o
all’esercizio dell’agricoltura. La “fara” e la “fiera” trovano ad esempio, origine da FAR(H)A, (H)ARA.
ARENTIUS
L‟ipotesi che il nostro possa derivare da Arentius potrebbe essere considerata perché, sulla base di
un periodo del De Lingua latina di Varrone (IV, 19 "... Aventinum ... quod commune latinorum
Dianae Templum sit constitutum"), si è sostenuto che il borgo di DIANO ARENTINO abbia
assunto tale nominazione per il dileguamento della V nella liquida R , fosse il colle che portava al
tempio [sotto il profilo etimologico il nome del borgo o toponimo non è di facile lettura: la
tradizione vuole che esso derivi da un latino Arentius da collegare ad un insediamento prediale
romano di una gente di tale nome.
Ad onor del vero, poco o niente è documentato per questo Arentius.
ARETIUM o ARRETIUM, etrusco il primo e latino il secondo, che per altra ipotesi, avrebbero
potuto originare per una sorta di eufonizzazione o assimilazione fonetica con altri termini l‟odierna
forma Arienzo.
ARGENTIUS
Gentilizio romano.
Sembrerebbe chiarificatore per dare il nome ad una località che si imparenta molto con la nostra.
Sulla riva laziale, oltre i resti della zona archeologica della città romana di Minturnae, procedendo
verso il mare sul lungo fiume si arriva al Colle Argenti, con su un rilievo roccioso il sito, fu
incastellato nel X secolo, dal castrum Argenti. Qui si tenne l‟incontro che portò alla redazione del
Placitum di castrum Argenti, con il quale furono risolte le diatribe relative alla definizione dei
confini tra il ducato di Traetto (oggi Minturno) e il territorio della Terra Sancti Benedicti, governata
dall‟Abbazia di Montecassino.
L'area, che comprende il promontorio di Monte D'Argento (nome che secondo alcuni deriverebbe
da un Cornelio Argento che qui ebbe la sua villa), è sito in località Marina di Minturno nel
territorio del Comune di Minturno, a metà strada tra Scauri e la foce del Garigliano.

Di questo Cornelio Argento quasi niente, se non niente, si sa, e comunque, la ricerca del nome
proprio romano e del gentilizio “Argento”, almeno allo stato degli atti visionati, ha dato esito
negativo.
Vediamo quindi se, effettivamente genealogia, toponomastica, onomastica, storia antica e
etimologia, possono chiarirci qualche cosa.
In merito all‟origine dei cognomi italiani si scopre che:
ARGENTI, ARGENTO
Argenti ha un nucleo importante in Umbria e Lazio e possibili ceppi anch'essi probabilmente
primari lungo la riviera tosco ligure e nel Veneto, Argento sembra avere un ceppo in Sicilia tra
palermitano ed agrigentino, uno nel napoletano e probabilmente anche uno nel barese, dovrebbero
derivare dal mestiere di argentiere o dal nome Argento abbastanza diffuso in centro Italia in
epoca medievale, o da suoi ipocoristici (Appellativo di tipo affettuoso‖ Diminutivo, vezzegiativo
di nome proprio).
Esempio di questa cognominizzazione si ha a Capua (CE) con “Maria Pietro argente” che troviamo
in una donazione del 1118 di Goffredo de Medania, mentre in un atto del 1120 si legge:
"...Quoniam per interventum Aymonis cognomento De Argintia...(Aimone d'Arienzo (de
Argentia): uomo d'arme normanno della famiglia dei conti d'Acerra che, al tempo di Riccardo I°,
principe di Capua, era già notevolmente consolidata nell'agro aversano.
La troviamo per la prima volta in un atto del 28 agosto 1097, e sempre a Capua, nel 1381 troviamo
Petro de Argentio, Thomasio de Argentio e Thomasius de Argentio. A Firenze nel 1200 trroviamo
Filippo Argenti contemporaneo e nemico personale di Dante, che apparteneva alla fazione politica
dei Guelfi Neri, e che Dante incontra nel quinto girone dell'Inferno tra i superbi immersi nella
melma della palude stigia. A Roma nel 1500 troviamo gli Argenti alla Corte papale in qualità di
segretari di Papi e Cardinali ed un Antonio Pillonico de Argentio troviamo nell’'inventario dei beni
di Onorato II.
ARIENZI, ARIENZO, D'ARIENZO
Si rileva che Arienzi sembrerebbe stato toscano ed è ormai scomparso in Italia, Arienzo è tipico di
Napoli e di Salerno e delle aree limitrofe, D'Arienzo ha un ceppo tra romano e latinense ed uno
nell'area che comprende le province di Campobasso, Foggia e tutta la Campania, dovrebbero
derivare dal toponimo Arienzo nel casertano, mentre il ceppo toscano potrebbe derivare da una
modificazione dialettale del nome medioevale Arientus (vedi ARIENTE), ma è pure possibile una
derivazione dal termine ariento (argento) in uso in epoca medioevale anche come nome, tracce di
queste cognominizzazioni le troviamo nella seconda metà del 1700 a Solofra nell'avellinese, Nicola
d'Arienzo e suo fratello don Marcantonio sono tra i combattenti borbonici contro i francesi nel
1799.
ARIENTE, ARIENTI
Ariente è quasi unico, Arienti è tipico della Lombardia, ha un ceppo anche nel bolognese ed in
Romagna, ed uno nella zona di Orbetello e Isola Del Giglio nel grossetano, dovrebbero derivare dal
nome medioevale Arientus di cui abbiamo un esempio d'uso in una Carta venditionis nell'anno
1163 a Milano: "Anno dominice incarnationis milleximo centeximo sexageximo, tercio die mensis
aprilis, indictione octava. Constat me Garbaniate infantulum filium quondam Markisi Veneroni de
loco Garbaniate qui professus sum lege vivere Longobardorum, michi qui supra Garbaniati
infantulo consentiente Ugone qui dicitur Arientus de suprascripta civitate tutore sibi dato in hoc
solummodo negotio ab Anselmo iudice et misso domini regis...", ma è pure possibile una

derivazione dal nome medioevale Ariente, Arienta, di cui abbiamo un esempio nell'Archivio
Capitolare di Vercelli, in un atto di donazione del settembre 1430 si legge: "...in vicinia ecclesie
Sancti Petri videlicet in domo habitacionis domine Ariente...", tracce di questa cognominizzazione
le troviamo a Bologna nel 1200; "Anno millesimo ducentesimo sexagesimo tercio.. ..mortuus fuit
dominus Uguicio de Arientis, quem occiserunt dominus Maghinardus comes de Panici et
Goxadini." e nel 1400 con lo scrittore: "...Iohannes Sabadinus de Arientis Bononiensis ad
illustrissimum et inclitum Herculem Estensem, Ferarie Ducem, compatrem ac dominum...".
E non si tralascia che:
D‟ARIENZO
Secondo alcuni autori è un cognome di origine patronimica (parte del nome di una persona che
indica la discendenza paterna. Si distingue dal cognome perché, mentre quest'ultimo è fisso, il
patronimico varia nelle generazioni) da Laurienzo, forma antica di Lorenzo.
Nel casale di S. Agata di Solofra ha dato origine al toponimo Casarienzo, località dove il ceppo
risiedeva.
Adesso, sappiamo che:
Argento era un nome abbastanza diffuso in centro Italia in epoca medievale
Esempio di questa cognominizzazione si ha a Capua nel 1120 con Aymonis
cognominato De Argintia...(Aimone d'Arienzo (de Argentia)
Ariento (argento) era in uso in epoca medioevale anche come nome proprio
Ma quello che maggiormente a noi interessa, è un documento ( e non è l‟unico) in cui si legge:
“…Audipertu qui et Argentio vocatur filio quondam Auduald...(765 Pisa)”.
Questo documento ci dimostra l‟uso dei soprannomi che, come ad esempio nel caso di Arnifridus
(752 Sovana) detto Arnucciolo, è semplicemente il diminutivo, formato con suffissi italiani del
nome proprio, in altri casi invece il soprannome non è tratto dal nome di battesimo, ma spesso è
latino per una persona dal nome longobardo, proprio come Audipertu detto Argentio.
Magistralmente Enrico Cuozzo spiega che:
“…La scelta dei nuovo cognomina, avvenne per iniziativa dei singoli feudatari, che furono guidati
in tale scelta da ben precisi criteri: gli esponenti dell’alta nobiltà longobarda adottarono, come già
in precedenza, un cognomen genealogicum, che faceva cioè riferimento al lignaggio di
appartenenza; coloro invece che nella società longobarda non appartenevano all’alta nobiltà,
adottarono un cognomen toponomasticum (come i normanni). Non ci troviamo di fronte ad un
nomen paternum che incomincia ad essere utilizzato e che viene poi ereditato fino a diventare
cognomen. Ma ci troviamo di fronte ad esponenti della vecchia nobiltà longobarda che sono
chiamati a fare appello alla memoria genealogica sulla quale fondano la propria nobiltà (…) Per
distinguersi evidentemente dagli altri feudatari, fanno riferimento al nome del capostipite del ramo
comitale a cui appartengono”.

Una necessaria precisazione sui primi insediamenti longobardi.
I Longobardi probabilmente si insediarono in nuclei autonomi, composti di tribù, gestite da gente
mercenaria, atta a fare la guerra, a saccheggiare e pronta a contrastare i Bizantini. Tali
insediamenti collocati sulle alture montane avevano una struttura primitiva, con steccati, torri
di legno ed erano gestiti da famiglie protette dai duchi, ma completamente autonome. I primi
anni della presenza longobarda in Italia furono caratterizzati da una grande mobilità e da una
costante ricerca di territori da conquistare e depredare. Dopo questo primo momento d‟occupazioni
militari , furono consolidati gli insediamenti territoriali in maniera massiccia. Paolo Diacono parla
di Hospitalitas, cioè del tipico sistema abitativo dei barbari.E' solo con Autari (a.584) che
l'invasione divenne realmente occupazione e che i vari contingenti si stabilizzarono nelle diverse
località. Naturalmente furono occupati prima di tutto i luoghi d‟importanza strategica: i castelli
limitanei che furono già goti e bizantini , le città fortificate, le valli e i passi , i ponti e i nodi
stradali. Nacquero le fare (far-an) nome col quale si designava la famiglia dominante e il luogo
dove essa dimorava.
Prima di continuare, è necessario chiarire anche che cosa era un “castrum” nell‟antichità.
Castrum o castro in italiano (latino: singolare castrum, plurale castra) era l'accampamento o
meglio, la fortificazione, nel quale risiedeva in forma stabile o provvisoria un'unità dell'esercito
romano come per esempio una legione. Deve essere notato che l'utilizzo del termine castra, anche
per il singolare, ha un'accezione chiaramente militare, mentre castrum può essere adoperato
ambiguamente anche per opere civili con scopi di protezione. Sarebbe pertanto adeguato l'utilizzo
del solo termine castra al singolare come al plurale per le installazioni di tipo militare come
fortemente consigliato da Le Bohec e Rebuffat.
Il termine castrum, derivato probabilmente dall‟osco castrous, indicava originariamente un luogo
munito di recinti, ma, mentre per i romani la parola designò in seguito l‟accampamento fortificato
dai legionari, nel corso dei secoli, e in particolare intorno al mille, castrum assunse il valore di
castello o fortezza.
E‟ necessario precisare che i castelli intorno al mille non coincidono affatto con il significato che ci
è pervenuto in italiano, in quanto essi erano in gran parte formati solo da un fossato e da un
terrapieno fortificato da una palizzata, sia intorno a piccoli borghi, sia intorno a residenze padronali
o capanne contadine.
Questi accorgimenti primitivi, sufficienti per l‟aggiunta del termine castrum al nome del luogo,
erano edificati per lo più in legno, ed è per questo motivo che oggi non ne ritroviamo traccia, come
invece accade per i castelli tre-quattrocenteschi..
La nostra Arienzo, è chiamata in antichi documenti Castrum Argentium.
Conosciamo altri castrum la cui origine ci è stata tramandata?
Nel territorio di Sorbo Serpico (AV) i I Longobardi eressero un castrum sulla collina che fronteggia
l'attuale abitato, come già risultava nel 901. Di "Castrum Serpico" si parla in un documento del
1146.
Cales nel V secolo d.C. divenne sede vescovile e assoggettata al Ducato longobardo di Benevento,
nell'863 fu castaldato della contea di Capua. Nell‟872 fu distrutta dai Saraceni, e solo in età
angioino-aragonese si iniziò la costruzione del castello, nell'area del preesistente castrum
longobardo.
Il Palazzo Mediceo di Ottaviano all'inizio fu un "castrum" longobardo, un fortilizio destinato al
controllo dell'ampia pianura nolana e di una strada fondamentale per il commercio del grano.
Il sito ove sorge il castello ducale di Sessa probabilmente fin dall'antichità preromana fu adibito a
funzioni pubbliche, grazie alla sua preminenza topografica sull'intero territorio e l'insediamento ai

suoi piedi. Sicuramente un castrum longobardo esisteva nel 963, perché proprio in quella data e nel
castello fu rogato il placito sessano (uno dei più antichi documenti in volgare italiano).
La Dogana di Avellino fu uno dei primi edifici della città sviluppatasi intorno al castrum
longobardo a seguito della distruzione della vecchia Abellinum.
L‟antico castello di Montefusco fu costruito in epoca Normanna sui ruderi di un primitivo
"castrum" longobardo…
E‟ inutile farne una lista, sarebbe troppo lunga e già quelli che abbiamo nominato bastano per
dimostrare che di “castrum” longobardi ve ne erano tanti ed ovunque, quindi, andiamo oltre.
Alla luce di quanto si è detto, tenendo presente che i longobardi governarono gran parte del
Mezzogiorno tra il IX ed il XII secolo, si ritiene che l‟ipotesi più accreditata, che ha fatto chiamare
il nostro “Castrum Argentium” sia:
Dopo la distruzione di Suessola nell'880 i superstiti iniziarono a ritirarsi sulla cima del monte ed è
sul monte che un longobardo impiantò il “Castrum”.
Questo longobardo, che aveva preso il cognome dal nome di suo padre “Argento” nome
abbastanza diffuso in centro Italia in epoca medievale, diventando “de Argentia”, dette il nome al
castrum e la Terra Murata che sorse successivamente ai suoi piedi, fu chiamata
“Argentia”,(Argento) e continua ad essere chiamata, ancora così, anche ne XVIII° secolo: “ (12
settembre 1758)…Carolus Carfora Terre Argentii…Io sono nativo della Terra detta Arienzo
Diocesi di S. Agata de’ Goti, dalla quale mia patria fui portato in questa Città figliuolo piccolo…”.
E‟ interessante notare che nel documento citato, compare sia “ Terra Argentii” che “Terra detta
Arienzo”; Arienzo incominciava a sostituire Argentii.
L‟evoluzione del toponimo è stata quindi:
Argentio (nome proprio) >
de Argentea/de Argintia/ de Argentio (cognome patronimico) >
Argentium (nome che il Castrum ha preso dal cognome del suo feudatario) >
Terra Argentii, nome della nuova città (che richiama quello del “castrum”), sorta a
valle >
Valle Argentia, la valle che prende il nome dalla Terra Argentii
Arienzo
Giusto per completare, il toponimo Arienzo, è catalogato dal Chiappinelli come derivante
direttamente da nome di persona (Valle Argentia abl.).
Una curiosità:
Arienzo è anche il nome di una bellissima spiaggia di Positano.

Fonti
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http://www.golfotv.info/home/content/view/5215/26/
http://www.villamariascauri.it/it/un-po-di-storia.html
http://www.cognomiitaliani.org/cognomi/index.html sito curato da Ettore Rossoni
fundation for Medieval Genealogy. Medieval Lands - general information
http://www.cesn.it/principato.htm (Errico Cuozzo, Storia e istituzioni)
http://it.wikipedia.org/wiki/Nomina_romani

Nell‟anno 1135 Ruggiero il normanno fece demolire molte fortezze e tra queste, come riporta
Alessandro Telesino, anche il castello di Arienzo.
Del periodo che va dalla costruzione del vecchio Castello di Arienzo (dopo l‟anno 880) alla sua
demolizione nel 1135 cosa sappiamo dei suoi Signori e degli abitanti?
In Italia i Normanni giunsero verso il 1018 e sul monte, dopo la distruzione di Suessola si ritiene
poter ipotizzare, molto verosimilmente, che il “Castrum”, sia diventato feudo di un “de Argentia” ,
ipotesi che appare ovvia se si tiene presente che questa cognominazione è ancora presente nel
territorio nel 1073, ed è questa cognominazione che, alla fine, da dato nome all‟intera Valle
Argentia.
Ancora una volta la storia, con l‟aiuto di toponomastica e genealogia, ci racconterà altre cose.
Abbiamo visto che i primi cognomi appaiono in Italia nel IX secolo come prerogativa distintiva di
una classe privilegiata, poi man mano il fenomeno si diffonde sempre più, fino ad arrivare. in epoca
rinascimentale ad essere abbastanza diffuso. Non è ancora comunque una caratteristica ereditaria,
ma piuttosto un carattere distintivo della persona, solo i nobili trasferiscono ai figli primogeniti l'uso
dell'identificativo del casato, che così si perpetua. Verso il XVIII° secolo il bisogno di far un poco
d'ordine e la necessità di identificare popolazioni diventate ormai troppo popolose porta
all'imposizione per legge dell'obbligo del cognome.
Una vera e propria statistica riguardante l'origine dei vari cognomi non esiste, ma si stima che un
35% derivi da nomi propri del padre o del capostipite, un altro 35% abbia relazione con la
toponomastica, cioè faccia riferimento a nomi di paesi o località o zone, un 15% sia relativo a
caratteristiche fisiche del capostipite, un 10% derivi dalla professione o dal mestiere o
dall'occupazione o dalla carica mentre un 3% sia di derivazione straniera recente ed un 2% sia un
nome augurale che la carità cristiana riservava ai trovatelli.
A tale proposito, basta ricordare che è del 1144 la prima menzione del Molise. Il conte di Bojano
Ugo II, assume il titolo di conte di Molise. Deriva dal nome del capostipite della dinastia normanna
dei conti di Bojano, Raoul de' Moulins, italianizzato in Rodolfo de Molisio.
Tra quelli derivanti dal nome proprio del padre o del capostipite, vi fu il de Argentio ceppo a cui
appartennero Aymus de Argentio, Com. et.Miles, Raynerius de Argentio, Mil. Rentius de
Argentio, Ector de Argentio che, come riportata il Pratilli, possono leggersi nell‟antico calendario
necrologico nella sua storia dei Longobardi.
1073 Il franco Rainaldo, detto de Argentia (da Arienzo nell'attuale provincia di Caserta) unus de
militibus di Aversa, dona al monastero di S. Biagio un moggio di terra, i cui confini sono segnati da
due lati da siepi, da un lato dalla via pubblica, e dal quarto dalla terra che era stata donata al
monastero da Bigone Franco, predecessore dello stesso Rainaldo, nell‟ordo militum di Aversa, e
quindi anche nel possesso della terra. Rainaldo fa la donazione sicut mos Francorum est, et pro parti
bus nostre militie, e si impegna, con i suoi successori, a difenderla ab omnibus ho minibus
omnibusque partibu de nostre millitie) (E Cuozzo).
1082 Il parroco di San Nicola Magno (1657) Giovanni Andrea Buffolino, riporta un fatto del 1082:
il normanno Roberto Il Guiscardo dopo aver preso con le armi il vecchio castello di Arienzo, lo
donò ad un suo valoroso Capitano chiamato Marliano.
Di questo Marliano niente si sa e neppure il Lettieri si sente di confermare o smentire.
A solo titolo conoscitivo, ma sottolineando che con il nostro Marliano e la storia della nostra Terra
non vi è alcun collegamento, può dirsi che la famiglia Marliani (o Mariani), Conti e Nobili dalla
terra di Mariano Comense, il Merelianum d'un tempo, ebbe origine da quel borgo,di cui assunse il
nome, era già nota in Brianza fin dall‟anno 1033. Si trasferì in Milano ove sin dal 1170 occupò le
più importanti cariche della città. Consoli, capitani, decurioni, prelati, magistrati, ambasciatori,

senatori, medici, giuristi, letterati illustrarono ed ornarono per sette secoli il casato nonostante
progenie omicida e cortigiana adombrasse talvolta quel casato.
1087-1097 Rainulfo de Argenzia; Due pergamene, una del 1087 e l‟altra del 1097, lo nominano
per le sue donazioni di terre, villici ed altro che sono nel territorio di Suessola e di Acerra. E‟ il
primo conte di Acerra ed è evidente che lo è anche di Suessola.
Nella pergamena del 1097 si legge : “…e la chiesa di san Conone e la chiesa di san Severino che
sono in Acerra; e la chiesa di san Lorenzo che è in territorio si Suessole e Acerre nel pantano vale
a dire vicino al bosco con tutte le loro pertinenze; e le terre e i villici che Rainulfo de Argentia
diede al predetto monastero in territorio di Acerre;…”
1097 AIMONE d'Arienzo (Aimo de Argentia, Comes.). - Uomo d'arme normanno, della famiglia dei
conti d'Acerra, al tempo di Riccardo II, principe di Capua, era già notevolmente consolidata
nell'agro aversano. E‟ ricordato per la prima volta in un atto del 28 ag. 1097: la madre, con il
consenso del figlio, donava al monastero di S. Lorenzo di Aversa. Signore di Castel Cicala, sposò
Sica, figlia del conte di Pozzuoli, appartenente all'aristocrazia napoletana. Nel 1116 sottoscrisse un
diploma del principe Roberto in favore del monastero di S. Lorenzo d'Aversa. Nel 1121 è tra i più
fidi baroni capuani, al seguito di Giordano II, presenziando e sottoscrivendo una donazione del
principe al vescovo d'Aversa, Roberto. Durante il conflitto scoppiato tra Roberto di Capua e
Ruggero II, si schierò con quest'ultimo, e quando nel 1135 Ruggero ricevette la sottomissione dei
capuani, Aimone venne inviato nella città come amministratore della giustizia.
In una pergamena del 1136 di Monte Vergine, si legge di “Aimo, signore di Castelcicala e figlio
del fu Radulfo di Arienzo”; il suo elevato grado sociale lo si rileva dal “... Aimo de Argentia, unus
ex baronibus Averse, signore di Castelcicala…”.
Lo si trova ancora in un documento del 1143 con i suoi nipoti Gualterius de Molinis e Riccardo
Delicatus, che sottoscrive la donazione di una prisa nelle mura di Aversa
Suo padre, Rainulfo de Argentia, fu il primo conte di Acerra.
Come in uso a quei tempi, con il “de Argentia” che segue il suo nome, sottolinea il radicarsi in
quello che dovette essere il suo feudo.
1113 (ante) Un Bernardo, o Leonardo (prima dell'8 maggio 1113). è Conte di Sessula e di
Acerra.
Il nome di sua moglie non è noto, ma si sa che avevano un figlio:
Giovanni di Acerra (dopo l'8 maggio 1113).
"Marino Filio et dux q --- civitatis Caiete" donato proprietà "per absolutionem ... d. Iohannis ...
consul et dux atque ... magister militum et Imperiali Protosebasto exadelfo Germano Suo" …
"abbocatore d. Iohanne qui nominatore de Filio Acerre qd Bernardi qui Fuit Comité de Sessula
et de Acerre" (B.Capasso)
E un documento del Codice Diplomatico Gaetano, datato 8 maggio 1113 dove Giovanni, compare
come avvocato in una dichiarazione fatta da Marino figlio di Landolfo, duca di Gaeta.

Fonti
Camillo Pellegrino,Francesco Maria Pratilli, Historia Principum Langobardorum: Volume 5,
Napoli 1754
Francesco Perrotta, Memorie delle Monache Lateranensi o Rocchettine; Manoscritto inedito
di Giovanni Andrea Buffolino – 1672 -; Centro Studi Valle di Suessola, Arienzo
2003
M. Del Treppo, Aimone d'Arienzo (de Argentia), Dizionario Biografico degli Italiani-TreccaniGaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della città di Acerra e dei conti che la tennero
in feudo, Napoli 1889
Bartolomeo Capasso, (ed.) (1881) Monumenta ad Neapolitani Ducatus historiam pertinentia
Naples
Bartolomeo Capasso,"Monumenta Neapolitani Ducatus"), Vol. II, Part 1 (1885), Regesta
Neapolitana
Giacinto Libertini, Documenti per la storia di Caivano, Pascarola, Casolla Valenzana
Francesco Capecelatro, Historia della città, e regno di Napoli, detto di Cicilia
Michele Russo, Note geneaologiche sulla famiglia De Avenabulo ex genere normannorum
Errico Cuozzo, in Persée : La militia Neapolitanorum : un modello per i milites normanni di Aversa
- 1995 – pag.36-38
Guglielmo Peirce: Le origini preistoriche dell‟onomastica italiana
Biblioteca Statale di Montevergine ,Pergamene 1132-1139 - (Radulfo d‟Arienzo)

WEB
Bruno d‟Errico - Francesco Montanaro, Appunti per la storia di Orta di Atella (aimo), pagg. 34-35
Origine dei cognomi italiani, http://www.cognomiitaliani.org/cognomi/index.html sito curato da Ettore
Rossoni
www.smashwords.com/.../le-origini-preistoriche-dellonomastica-italiana
Stefano Latorre, Situazione socio-politica e uomini d‟arme
Marcella Campanelli, Centralismo romano e "policentrismo" periferico: chiesa e religiosità…
fundation for Medieval Genealogy. Medieval Lands - general information
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27Abruzzo

Una precisazione sui baroni Normanni
Apprendiamo dal Gallo, che i Baroni di Aversa, si possono distinguere in due gruppi che sono al
vertice della gerarchia: i vassalli di curia e i feudatari che tengono i beni da un vassallo maggiore.
I primi appartenevano alla nobiltà di più alto rango e tra i “ nostris dilectis baronibus” si trova
Robberto de Medania.
DE MEDANIA
Vennero in Italia meridionale con gli Angioini. Il nome "Medania" ricorda "Medana", in latino per
Mayenne, ma nessuna connessione è stata finora fatta con la famiglia dei Signori de Mayenne nel
Maine.
Furono Conti di Acerra e di Buono Albergo Goffredo, Roberto, Ruggiero e Riccardo e, allo stato
della documentazione, Signori di Suessola Goffredo e Roberto.
Casato importantissimo per la storia, non solo la nostra ma anche di tutto il meridione come
vedremo ed è per questo motivo che si ritiene opportuno citarli tutti.
Buonalbergo è situata a nord-est di Benevento.
Nei primi del 1050 si trova nominato Gerardo di Buonalbergo, che è probabilmente lo stesso
“Giraldius" che viene indicato nelle Gesta di Roberti Wiscardi alla battaglia di Civitate nel 1053.
Alberada, zia di Gerard è la prima moglie di Roberto "il Guiscardo", futuro Duca di Puglia.
Buonalbergo fu concessa in contea da Ruggero I re di Sicilia a Robert de Medania, nel 1150. Nel
"Catalogus Baronum", (1168) leggiamo che:…Comes “Robertus de Bonoherbergo dixit, quod tenet
in Principatu Capuae in demanio Sessulam Patanam , quae feudum VIII Militum. Et de parte sua
de la Cerra, quod est feudum VII. Militum, & Marellanum, quod est feudom VII. militum…”
(numero 806 del Commentotariolus dei subfeudi).
Non è certa l‟appartenenza dei due alla stessa famiglia, ma quello che “afferma” Roberto di
Buonalbergo, è per noi importante: possiede il feudo di Suessola..
1108 ROBERTO DE MEDANIA, figlio di Turgisio normanno, italianizzato in Trogisio, poi
Troisio, E‟ nominato in una carta a Capua datata maggio 1092. Robert de Medania è chiamato
"consanguineus" di Riccardo II, principe di Capua in un documento datato ottobre 1105, ma il suo
rapporto preciso con la famiglia dei Conti di Aversa non è stato rintracciato; è nominato in un
documento datato 1108.
Suo padre, Turgisio di Sanseverino (Normandia, ... – Italia, 1081), era un cavaliere normanno
discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia.
Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia il fratello Angerio. Per
il suo valore in battaglia, nel 1061 ricevette da Roberto il Guiscardo la contea di Rota, già
appartenuta alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio si appropriò di altre terre e
casali del principe longobardo Gisulfo, di chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di
Melfi, Alfano, vescovo di Salerno, lo fece scomunicare dal Papa Alessandro II, col quale poi si
riconciliò a Capua.
Nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San
Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il
cognome dinastico de Sancto Severino.
Morì nel 1081 e gli successe nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la
longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne
signore di Roccapiemonte, Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta
andò sposa al milite Eremberto.

1114 GOFFREDO DE MEDANIA (n. ? - + marzo dopo 1118) figlio di Roberto
Conte di Buono Albergo, Signore di Suessola e di Acerra , sposò Sica (Sigelgaida) di Salerno figlia di
Landolfo di Salerno Conte di Policastro con la quale ebbe Cecilia de Medania.

Un documento del 1114, riguardante una concessione del vescovo di Acerra Girardo † (1098 1116) ai Monaci dei SS, Sergio e Bacco la chiesa di S. Pietro a Cancello ch‟era interamente
abbandonata, parla di “….Gaufrido demeduana Suessulanorum et acerranorum domino…tota
terra castro quod sessola vocatur pertinere…”. Quindi, Goffredo di Medania nel 1114 è Signore dei
suessolani e degli acerrani e possiede la terra di Suessola.
Nel 1118, ottenne, la nuova chiesa di S.Pietro Apostolo costruita a Cancello, le decime delle
piazze di Suessola e di Acerra, due mulini, fusari e terre alla Mefite e a Canneto e si dichiara ancora
Suessolarum Senior,
ROBERTO DI MEDANIA ( + prima di giugno 1154)
Conte di Acerra e di Buono Albergo, figlio di Goffredo di Medania (+ dopo marzo 1118) e di Sica
di Salerno (+ prima del 1121) sposò Judicta (?). La loro figlia Cecilia di Medania, Contessa di
Acerra, sposò Rainaldo d‟Aquino conte di Roccasecca; era loro figlia Sibilla d‟Aquino Regina di
Sicilia (+ D. a 1194)
In un documento del 1118, sottoscritto da Roberto di Medania, si legge :"…Gaufridus qui vocor de
Medania Suessolanorum et Acerranorum ... senior ... Sikelgarda sua coniux" donato proprietà, per
le anime dei "... Roberti Barbani mei". Fu nominato Conte di Buonalbergo da Ruggero I re di Sicilia
nel 1150.
RUGGIERO DI MEDANIA
Già conte di Buonalbergo, poi conte di Acerra , morì nel 1168 senza eredi.
Gli successe nel possesso della contea di Acerra Riccardo "de Aquino", figlio di sua sorella Cecilia
e di Rainaldo "de Aquino"
Nel "Catalogus Baronum", datato 1168 si legge: "… Rogerius Boni Albergi… "[in] demanium
suum Terræ Beneventanæ, Apice de ... de Bono ... Albergo de Sancto Severo", con "milites XIII
cum et augmento ... XXXI milites ".
RICCARDO D‟AQUINO
Riccardo "de Aquino", figlio di Cecilia Di Medania e di Rainaldo "de Aquino, divenne il più
sicuro e autorevole sostenitore di Tancredi d'Altavilla in Terra di Lavoro e contrastò con forza
Enrico VI di Svevia personaggio di temperamento freddo e calcolatore; avido di potere e di gloria,
l‟erede al trono imperiale; il figlio del leggendario Barbarossa; il marito della ricca e potente
Costanza d’Hauteville; l‟uomo che nessuno vide mai sorridere, seppur per un periodo brevissimo fu
il più potente Statista occidentale dopo Carlo Magno.
Dopo la morte di Tancredi e la deportazione da parte dell'imperatore svevo di Sibilla, con i due
figli, in Sicilia, Riccardo di Aquino, conte di Acerra, cercò di organizzare una ultima resistenza al
predominio svevo. Per il tradimento di una monaca, Diopoldo di Schweinspeunt (Diopoldo
d‟Arce) lo vinse e lo catturò mentre tentava di fuggire dal Regno. Il giorno di Natale del 1196
Enrico VI, di ritorno dalla Germania, tenne a Capua una solenne corte, e secondo un‟antica
consuetudine, dette alcuni esempi di Schrecklichkeit (terribilità): Riccardo di Aquino, dopo essere
stato trascinato a coda di cavallo per tutte le vie di Capua, fu appeso alla forca per i piedi. Soltanto
dopo tre giorni, un buffone dell'imperatore, ne ebbe pietà e ne affrettò la fine mettendogli un cappio
al collo appesantito da una pietra.
Diopoldo D‟Arce che lo aveva consegnato a Enrico VI, ottenne come premio il possesso del
Contado di Acerra, ma presto finì per essere imprigionato da Federico II. Quest‟ultimo, infine,

diede in possesso lo stesso Contado di Acerra e le terre di Marigliano a Tommaso conte d‟Aquino
che le trasferì al nipote Tommaso che sposò Margherita, figlia naturale dell‟imperatore.
Pur non avendo a che fare con il feudo di Suessola, per essere discendente di Roberto di Medania,
conte di Suessola e di Acerra, e principalmente figura di primo piano nella storia del Mezzogiorno,
si ricorda:
SIBILLA DI MEDANIA
nota anche come Sibilla di Acerra (Acerra, 1153 – 1205), fu regina consorte di Sicilia dal 1189 al
1194 in quanto moglie di re Tancredi, nonché reggente del regno dal febbraio al dicembre del 1194
in nome del figlio Guglielmo.
Sorella di Riccardo di Acerra, Sibilla si unì in matrimonio con Tancredi di Lecce, poi re di Sicilia.
Dall'unione nacquero:
Ruggero, nato nel 1175 e morto il 24 dicembre 1193 pochi mesi dopo aver sposato Irene
Angelo (1180-1208)
Maria Albina (m. dopo il 1216), Contessa di Lecce, sposata a Gualtieri III di Brienne
Costanza, sposata a Pietro Ziani, Doge di Venezia
Medania
Valdrade sposata a Jacopo Tiepolo, Doge di Venezia
Guglielmo (1185-1198), Re di Sicilia (24 febbraio-24 dicembre 1194)
Dei figli ed eredi di Tancredi e Sibilla, il primo, Ruggero, non arrivò ad essere incoronato re, poiché
morì prima ancora del padre; il secondo, Guglielmo, salì al trono a nove anni nel febbraio del 1194
sotto la reggenza della madre.
Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI di Germania (1165-1197), marito di Costanza d'Altavilla,
avviò la conquista del regno, che nel 1189, alla morte di Guglielmo il Buono, era stato destinato a
sua moglie. Nel luglio del 1194 varcò i confini, ottenendo ovunque successi ed acclamazioni. La
campagna fu fortunata e molte città si sottomisero senza combattere; perfino Napoli si arrese subito
al vincitore, che proseguiva minaccioso verso la Sicilia. Espugnò le città che si opponevano alla sua
autorità e in ottobre sbarcò con il suo esercito sull'isola: Messina si arrese subito senza combattere,
nel timore di rappresaglie.
Palermo fu conquistata agli inizi di dicembre e Sibilla fu costretta a fare atto di sottomissione in
segno di resa al vincitore. Il 25 dicembre Enrico VI si incoronò re di Sicilia, incamerando il regno
normanno nei domini dell'impero. In cambio del trono, a Guglielmo e alla madre Sibilla venne
offerta la contea di Lecce e Taranto ma pochi giorni dopo, il 28 dicembre, Enrico accusò Sibilla di
complotto e fece arrestare lei, i figli e tutta la nobiltà a loro fedele, fra cui Nicola Ajello,
arcivescovo di Salerno, e Margarito da Brindisi.
Sibilla e i suoi figli furono incarcerate in un monastero in Alsazia.
A Guglielmo fu riservato un tragico destino: fu infatti condotto nel castello di Hohenems
(nell'attuale Voralberg, Austria), probabilmente dopo aver subito mutilazioni che dovevano renderlo
inadatto al ruolo di re: l‟inglese Ruggero di Howden parla di evirazione, mentre Ottone di St.
Blasien parla di accecamento, che fu la stessa pena a cui furono sottoposti anche altri congiurati.
Nel castello Guglielmo morì prigioniero poco dopo il 1198.
Migliore sorte ebbero la madre e le sorelle, che, godendo dell'intercessione di Innocenzo III,
riuscirono a fuggire dal monastero alsaziano di Hohenberg verso la più accogliente terra di Francia

Fonti
Pasquale Cayro,Storia sacra e profana d'Aquino e sua diocesi, vol. 1°, pag.148
Michele Russo, Note geneaologiche sulla famiglia De Avenabulo ex genere normannorum
Gaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della città di Acerra e dei conti che la tennero
in feudo, Napoli 1889
Michele Russo, Note geneaologiche sulla famiglia De Avenabulo ex genere normannorum
Gaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della città di Acerra e dei conti che la tennero in
feudo, Napoli 1889
Carlo Cerbone, Afragola feudale: per una storia degli insediamenti rurali del Napoletano, Istituto di
Studi Atellani pagg.92-93
Errico Cuozzo, L‟antroponimia aristocratica nel Regnum Siciliae. L‟esempio dell‟Abruzzo nel
“Catalogus Baronum” (1150-1168); in MEFRM, 1994, pagg.658-661
Errico Cuozzo, Catalogus baronum. Commentario (Fonti per la storia d'Italia, Roma 1984
Carlo Cerbone, Afragola feudale: per una storia degli insediamenti
rurali del Napoletano, Istituto di Studi Atellani pagg.92-93
Alfonso Gallo, Aversa normanna, Napoli ITEA
Bartolomeo Capasso, Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la
dominazione normanna, Atti dell'Accademia di Archeologia, Letteratura e
Belle Arti.
Carmini Fimiani, Commentorialus de subfeudis ex iure longobardico et neapolitano, Napoli 1787

WEB
Famiglia Aquino in “Federiciana” – Treccani
Acerra-Storia
Di alcuni ordini cavallereschi e ospitali eri nella Campania
www.auditorium.info/files/Ugo%20de%20Pagano.pdf
www.hohenstaufen.org.uk/fondazione_federico_ii.htm
centrostudiarc.altervista.org/images/.../pdf/SYLVA%20MALA%20XIII.pdf
Cenni storici di Pomigliano
www.iperteca.it/download.php?id=1783 - Simili
Wikipedia, l'enciclopedia libera
http://it.wikipedia.org/wiki/Sibilla_di_Medania
Dizionario Biografico degli Italiani, Guglielmo III d'Altavilla, re di Sicilia
208.112.112.177/ourfamily/pedigree.cfm?pid=46594
Ornella Mariani, Enrico VI di Hohenstaufen

I MOSCA e il primo feudo normanno in Campania

Le Terre concesse da Sergio V, duca di Napoli ai Normanni, guidati da Rainulfo (terras in loco
octabi) (terre nel luogo ottavo ossia il villaggio): “qui vocatur Sanctum Paullum at Averze”
denominato San Paolo ad Averze e le terre circostanti, non furono le prime terre possedute dai
normanni
in
Campania;
essi,
avevano
infatti,
già
altri
feudi.
Gaetano Parente scrive che nel 1022 l‟imperatore Enrico II, detto il Santo, concesse in feudo ad
alcuni Normanni che lo avevano aiutato contro Pandolfo di Capua, delle terre: “Anno 1022
Henricus imperator Campaniam petens Trojam, Neapolim, Capuam et caeteras civitates in
deditionem accepit, et Nortmannis quibusdam, qui tempore ejus illo confluxerant, quoddam (ut
ferunt) in illis partibus territorium concessit”e nel 1022 l‟imperatore Enrico, dopo la resa di Napoli,
Capua ed altre città, e concesse ai Normanni, suoi alleati, altre terre.
A riguardo di questo feudo che l‟Imperatore concesse ai Normanni, ci sono fornite importanti
notizie da Guglielmo Appulo.
Cùmque locum sedis primæ munire pararent,
Undique densa palus, nec non & multa coaxans
Copia ranarum prohibet muninima sedis:
Haud procul, inde suis alium stationibus aptum
Invenere locum, quem nullo dante juvamen
Cultorum patriæ, pro se munire tendi
Conantur, sic se, facto munimine, cuidam,
Qui Princeps Capuanus erat, conjungere gaudent
(E allorchè il luogo del primo insediamento si prepararono a fortificare,
da ogni parte una densa palude nonché una gran quantità
di rane gracidanti impedisce di fortificare la sede:
Di poi non lontano dai loro accampamenti trovarono un altro
luogo idoneo, che senza alcun aiuto
delle patrie campagne, da soli si sforzano di munire per difendersi,
cosicchè, costruite le fortificazioni, a qualcuno,
che era il Principe di Capua, hanno piacere di unirsi)
Non vi sono altre indicazioni a riguardo di questa terra, paludosa e abitata da rane che fu il primo
piccolo feudo dei Normanni che, prima della fondazione di Aversa, si erano già insediati nella
Liburia.
Giuseppe Guadagno, in un recente studio, rilegendo Guglielo Appulo nella parte in cui scrive: che
“…una grande palude li cinge da tutti i lati ed anche una grande quantità di rane gracidanti
rendono proibitivo l’insediamento…(omissis)…non lontano da li trovarono un luogo adatto ad un
insediamento stabile che decidono di fortificare per proteggersi, senza che alcuno degli abitanti
desse loro qualche aiuto…”, dimostra che l‟area in questione è quella dei territori di Suessola,
stretta tra paludi, pantani e boscaglie, e della non lontana Acerra.
Dalla lettura dei ricostruiti Registri Angioni si rileva una serie di documenti viene nominata una
„Baronia Francisca‟ che, potrebbe ipotizzarsi essere il primo feudo concesso ai Normanni nel 1022.
Dai documenti si comprende, chiaramente, che la Baronia Francisca, estesa da Ponte a Selice fino al
villaggio di Casapuzzana, comprende i villaggi di Casolla , Sant‟Adiutore, Boyano/Biniano/Bruiano
e parte del villaggio di Aprano, e che prima di essere divisa fra una serie di feudatari minori era
stata possedimento di Rainaldo di Avella. Inoltre, in un altro documento, definendola „Baronia
Francisca seu Musca‟ ci si dice che precedenti feudatari erano della famiglia Musca, cioè di una
famiglia normanna molto conosciuta che risaliva ai tempi dei primi insediamenti.

... Teraldo cui supranomen Musca, seniori nostro, qui est unum ex magnatibus Aversane urbis
milicie.
(... Teraldo (chiamato anche Turoldo) il cui cognome è Musca, nostro signore, che è uno dei
potenti fra i militi della città Aversana).
E‟ appena il caso di precisare che il termine „francisca‟ nella lingua volgare dell‟epoca significava
francese o franco
... domni Riccardi gloriosi Francorum comes in urbe Averse ... Ideoque ego Raynaldo, filio
quondam Asgocti, vice comiti, qui fuit ex genere Francorum ..
( del signore Riccardo glorioso conte dei Franchi nella città di Aversa ... Pertanto io Rainaldo,
figlio del fu Asgotto, vice conte, che fu della stirpe dei Franchi)
Magistralmente osserva Giacinto Libertini che: ”Quelle terre in parte semipaludose a sud del
Clanio che vanno da Ponte a Selice fino a Casapuzzana compreso erano state un feudo di proprietà
di una delle più nobili famiglie normanne di Aversa ed il feudo era da tutti conosciuto nel XIII
secolo come la baronia dei Franchi. Questa definizione è insolita se si considera che l’intero feudo
di Aversa era considerato nei secoli precedenti un feudo abitato e governato da Franchi. L’unica
spiegazione plausibile è che la Baronia Francisca sia stata il primo feudo assegnato ai Normanni
da Enrico II e che il termine in qualche modo vuole e permette di distinguere queste prime terre
assegnate ai Normanni dall’insieme ben più vasto del feudo di Aversa di cui la Baronia è parte”.
Certi del fatto che Rainaldo (Mosca) che “…è uno dei potenti fra i militi della città Aversana…”, è
anche il” figlio di Riccardo signore di Avella” e che è lo stesso Rainaldo Mosca che tiene in
“…tenet in valle argentia feudum…” come si legge al n. 839 nel “commentorialus” dei subfeudi,
indirizziamo la ricerca sui Signori di Avella
Non abbiamo notizie dei signori di Avella del periodo longobardo, se non in forma indiretta in due
documenti del 1137) nei quali, nella genealogia di uno dei Dauferio (Dauferio il Profeta e Dauferio
il Muto o Balbo), personaggio quindi di nome longobardo,è citato un comes de Abelle.
Con l‟arrivo dei Normanni nell‟Italia meridionale nell‟XI secolo e lo strutturarsi del loro potere ,
anche nel castello di Avella fu messo un feudatario.
Il primo feudatario normanno attestato dalle fonti è “Aldoyno franco comes de Abelle et uni ex
militi bus Abersano”. L‟Aldoino citato in questo documento del 1087 utilizza ancora il titolo
longobardo di comes e fa riferimento anche ad alcuni bisconti autcastaldei nostri, parlando di
ufficiali del suo seguito e che quindi conservano ancora il titolo longobardo di gastaldus.
Tale situazione sembra riferibile ad un territorio da poco tempo sotto il dominio normanno
considerato che i successori di Aldoino non utilizzeranno più il titolo di comes.
Appare poi sottolineato il rapporto di Aldoino con Aversa, quasi a sancire, attraverso il riferimento
alla prima contea normanna d‟Italia, la legalità dell‟origine del proprio potere. Discussa è la
discendenza di Aldoino da Turoldo Mosca milite normanno giunto ad aversa nella seconda metà
dell‟XI secolo ipotizzata da diversi autori sulla base di tre documenti del 1074. Tuttavia, il legame
con la famiglia Mosca ritorna con il successore di Adoino nella signoria di Avella. Infatti le fonti
dicono che nel 1129 questo feudo non era più guidato da Ardoino ma da Rainaldo (II) detto Mosca
Lo stesso Rainaldo compare poi in diversi punti del Catalogus Baronum che permette di ricostruire
il suo dominio su diciassette feudi di diversa importanza e dimensione. Nessuno dei feudi è
esplicitamente indicato come Avella, ma già Cuozzo, e con ulteriori argomentazioni, il Colucci

identificano Avella nel feudo che il conte di Buonalbergo aveva concesso a Rainaldo con l‟obbligo
di fornire all‟esercito regio quattro cavalieri. La famiglia Mosca mantenne il controllo di Avella per
tutto il periodo normanno, ma la situazione non mutò con l‟avvento della dominazione sveva.
In un documento del 1222 è indicato, come feudatario, Rainaldo (III) Mosca. Questi potrebbe essere
identificato con il Raynaldus de Avella, ricordato in un documento del 1237 in cui è contenuto
l‟elenco dei baroni ai quali Federico II affidò i prigionieri lombardi dopo la vittoria di Cortenuova.
Ipotizzare che Rainaldo Mosca e Rainldo d‟Avella siano la stessa persona appare sicuramente
rievante, perché presuppone l‟abbandono da parte di Rainaldo del cognome materno Mosca per
quello toponomastico de Avella, sottolineando in questo modo un radicamento nell‟area più forte
rispetto al peso storico della famiglia normanna dei Mosca. Successore di Rainaldo fu il figlio
Riccardo d‟Avella ucciso nel 1256, durante la difesa del castello di Aversa assediato da Manfredl.
La famiglia Mosca sembra essersi subito schierata dalla parte dei muovi dominatori angioini. Il
successore di Riccardo fu Rainaldo (IV) d‟Avella, probabilmente figlio di Riccardo, che ebbe alti
onori alla corte angioina; egli infatti fu nominato grande ammiraglio del regno.
A Rainaldo (IV) d‟Avella successe la figlia primogenita Margherita, alla cui morte prematura, agli
inizi del XIV secolo, i feudi dei d‟Avella passarono alla secondogenita Francesca, già vedova di
Giannotto Stendardo dei Signori di Arienzo e Arpaia, sposa in seconde nozze (1308) di Amelio
del Balzo.
Con Francesca, morta vecchissima nel 1371, si estingueva la famiglia che per due secoli aveva
dominato Avella.
Anche gli studi sulla origine del cognome d‟Avella, confermano quanto si è detto: “Avella è tipico
del napoletano e salernitano ed ha un ceppo anche nel barese, D'Avella è specifico di Avella (AV)
con un ceppo secondario anche a Napoli, deriva dal toponimo Avella (AV); il caso con la D'
davanti può sia indicare una provenienza, sia la famiglia di un figlio di un Avella”.

MOSCA
(Normanni)
Quella che segue è una probabile cronologia dei Mosca diventati poi d‟Avella, con la possibile duplicazione di qualche
nominativo.
I nomi sono stati tratti dalla documentazione consultata.

? Asgotto Mosca (viceconte)
1073 Turoldo (Terando) Mosca figlio di Asgotto
1087 Aldoyno Franco (?)
Giordano (padre di Riccardo ?)
Riccardo (figlio di Giordano)
Turoldo (figlio di Riccardo)
1094 Rainaldo (figlio di Turoldo)
Sorella di Rainaldo
1114 Riccardo – Ata (nipote di Rainaldo I)
1120 Goffredo

1135 (6) Rainaldo Mosca, figlio di Riccardo d‟ Avella
1147 Guglielmo I
1182 Riccardo
1197 Aldemoda (moglie di Gisulfo, Signore di Avella)
1210 Rainaldo II
1248 Riccardo II
1262 Guglielmo II
1290 Rinaldo II
Margherita d’Avella (+XIV sec.)
Francesca d’Avella (+ Napoli 1371)

DOCUMENTI
Dai Registri Angioini:

Vol. III [a. 1269-70], p. 178
(Secreto Terre Laboris Principatus et Aprutii)
417.- (Iacobo Cancellario Urbis, Cintio et Iohanni de Cancellario, fratribus, concessio Baronie noncupate Francisca,
site in Aversa et pertinentiis eius, que fuit Raynaldi de Avella, consistentis in villis Bruiani, Casepuzane, Casolle
Sancti Adiutorii, Aprani, et terrarum in Ponte Silicis; quas dictus Raynaldus de Avella dedit Henrico de Sancto
Arcangelo).
(Al Secreto di Terra di Lavoro, del Principato e dell‟Abruzzo)
417.- (A Giacomo Cancellario Urbis, Cinzio e Giovanni de Cancellario, fratelli, la concessione della Baronia
denominata Francisca, sita in Aversa e nelle sue pertinenze, che fu di Rainaldo di Avella, consistente nei villaggi di
Bruiano, Casapuzzana, Casolla Sant‟Adiutore, Aprano, e di terre presso Ponte a Selice, che il detto Rainaldo di Avella
diede a Enrico di Sant‟Arcangelo).
Vol. IV [a. 1266-70], p. 72
(Secretis Principatus, Terre Laboris et Aprutii)
464. - (Il Re ordina al Secreto del Principato e di Terra di Lavoro di non molestare Rainaldo di Avella nel possesso
della baronia „Francisca seu de Musca‟ devoluta alla Regia Corte per sentenza emanata dalla Magna Curia nell‟aprile
del 1269, avendo egli fatto appello contro la detta sentenza).
Magistris portulanis)
339. - (Mandat ne Andreas de Sirignano, Alduinus de Salerno, Maria de Bagnara, Petrus et Franciscus de Sancto
Arcangelo, Riccardus Musca, Rogerius Dopne Perne, Goffridus de Manzino, Simon Ianarius, Angelus de Blancacio et
Nicolaus Staccionus, feudatarii baronie Francesce et unius molendini, quod tenuit Raynaldus de Avella, molestentur ad
solvendum adohamentum, cum ipsum iam solverint; que bona olim Filippo de Leonessa mil. concessa fuerunt, et deinde
ei datum excambium fuit in Suessa de bonis qd. Iacobe Cutone).
(Ai Maestri portolani)
339. - (Comanda che Andrea di Sirignano, Alduino di Salerno, Maria di Bagnara, Pietro e Francesco di Sant‟Arcangelo,
Riccardo Musca, Rogerio Dopne Perne, Goffredo de Manzino, Simone Ianarius, Angelo de Blancacio e Nicola
Staccionus, feudatari della baronia Francisca e di un mulino, che fu proprietà di Rainaldo di Avella, non siano
molestati per il pagamento dell‟adoha, giacchè hanno già pagato lo stesso; i quali beni un tempo furono concessi a
Filippo di Lagonessa, milite, e successivamente a lui furono dati in cambio dei beni in Sessa del fu Giacomo Cutone)
p. 179
(Privilegia)
454. - (Donat quibusdam de familia Cancellaria, militibus et familiaribus, quedam bona, olim Raynaldi de Avella, fid.,
de Baronia Francisca, vid. in Aversa et pertinentiis eius).
(Privilegi)
454. - (Dona ad alcuni della famiglia Cancellario, militi e familiari, alcuni beni, un tempo di Rainaldo di Avella,
fedele, della Baronia Francisca, vale a dire in Aversa e nelle sue pertinenze).

Pergamene di Montevergine, riguardanti gli anni 1132-1139
CARTULA OBLATIONIS
1133 (4) – aprile, ind. XI, Avella
Il milite Eleazaro, figlio di Adelardo, di Sant’Arcengelo di Aversa e residente ad Avella, col consenso del signore locale
Rainaldo Mosca offre alla chiesa di Santa Maria la rendita di vino a lui spettante su un pezzo di terra tenuto in fitto da
Stefano figlio di Giovanni e sito nelle pertinenze di Baiano dove si dice Vinazzaro; aggiunge inoltre la clausola che,
qualora il colono dovesse liberamente lasciare il terreno o morire senza eredi legittimi, la stessa chiesa entrerà nel
pieno dominio di quel terreno.
(Originale, PERGAMENA N. 204, mm. 155x280; scrittura beneventana).
221. CARTULA PASTINATIONIS
1135 (6) – luglio, ind. XIII, Avella
Rainaldo Mosca, figlio di Riccardo signore di Avella, cede in fitto a Bernardo figlio di Maggio, un orto sito
nell’ambito dell’abitato di Mugnano e tre pezzi di terreno siti fuori dell’abitato dello stesso paese, i primi due dove si
dice al Beneficio ed il terzo a li Bagnali, con l’obbligo di incrementare gli alberi da frutta nell’orto, di coltivare e
trasformare in vigneti gli altri terreni, di corrispondere il terratico in ragione della quarta parte dei cereali, di
consegnare la metà della frutta e del vino e, per il vinello assegnato tutto a Bernardo, chiede un pollo per sé ed il vitto
a due suoi operai al tempo della raccolta.
(Originale, PERGAMENA N. 219, mm. 185x295; scrittura beneventana).

Fonti
L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Milano 1724, tomo V, p. 255
Guillelmus Apuliensis,Gesta Roberti Wiscardi; edizione: Guillaume de Pouille, La geste de Robert
Guiscard, ed. M. Mathieu, Palermo 1961
Giacinto Libertini, Primo feudo dei normanni in Campania
Cronica cinglense, riportato in: Gaetano Parente, Origini e vicende ecclesiastiche della Città di Aversa,
Napoli 1857, vol. I, p. 67.
(Bartolomeo Capasso, M.N.D.H.P., 1881-1892, vol. II, 10, a. 1022, citato da Alfonso Gallo, Aversa
normanna, Napoli 1938, p. 5.
Ermanno Contratto, Chron. in Canisii Thes. tom. III., riportato in: Parente, op. cit., vol. I, p. 20,n.1
Riccardo Filangieri et Altri, I registri della cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri
con la collaborazione degli archivisti napoletani, Napoli presso l‟Accademia.
Alfonso Gallo, Codice Diplomatico Normanno di Aversa, Napoli, Società Napoletana di Storia
Enrico Cuozzo, in Persée : La militia Neapolitanorum : un modello per i milites Normanni di
Aversa, 19995– pag.37)
Guseppe Guadagno, Suessola (ed Acerra): primo insediamento stabile dei normanni in Liburia.
Gaetano Capasso, pagine tratte da opere di di Gaetano Capasso; da cardito ieri ed oggi, edizioni
rassegna storica dei comuni, napoli 1969, pagg. 7-20
Ferrante della Marra e Ottavio Beltrano, Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese
ne' Seggi di Napoli
P. Colucci, I Signori di Avella dall‟XI al XIII secolo, 1999, pag.12
Carmini Fimiani, Commentorialus de subfeudis ex iure longobardico et neapolitano, Napoli 1787

WEB
Castelli.net ; Il castello di Avella
Stefania Manni, Langobardia minor
ALIM: Archivio della Latinità Italiana nel Medioevo: Fonti documentarie
CDC TEXT: Codex Diplomaticus Cavensis
Prassi del potere,13 Gennaio, 2008 -da Storia Digitale
Giacinto Libertini, Il primo feudo dei normanni in Campania
del balzo (de baux), 1308 Francesca d'Avella, figlia ed erede di Rainaldo II Signore di Avella
Storia di Caivano
montevergine.librari.beniculturali.it › ... › Regesti –

HOENBURG
1251 Bertoldo Hoenburg è detto “Signore d‟Arienzo”
Distrutto il vecchio castello gli arienzani scesero in piano e edificarono, tra il 1135 e il 1154 la
Terra Murata, che fu posseduta nei secoli da molti nobili.
Bertoldo Hoenburg , (Bertòldo IV di Vohburg, famiglia poi nota come Hoenburg (n. 1215 circa m. 1256 o 1257) margravio (Nel mondo feudale germanico, signore che aveva la potestà su un
grande territorio di confine, corrispondente al marchese del mondo latino. Il margravio aveva piena
giurisdizione delle cose temporali quali tribunali, i pedaggi, le collette, ecc., nella contea di
frontiera detta appunto margraviato) del Castello Alto (Vohburg) un Comune dell‟Alta Baviera in
Germania e di Hohenburh, un‟altro comune tedesco pure in Baviera, era un feudatario tedesco
venuto in Italia con Federico II.
Figlio primogenito del marchese Diepold VI von Vohburg e di Mathilde von Wasserburg, figlia del
Conte Dietrich II assieme ai due fratelli Otto e Ludwig furono stati i sostenitori principali della
casa Hohenstaufen e giocarono nella gestione del Sud Italia e Sicilia un ruolo significativo.
Bertòldo era margravio del Castello Alto, Conte di Castro, e Ascoli Montescaglioso, capo delle
forze armate dei cavalieri tedeschi nel Regno di Sicilia, conte di Avellino e governatore del Regno
di Sicilia.
Nel testamento di Federico II che fu aperto a Salerno il 17 dicembre 1251 è chiamato Signore di
Arienzo.
Sposò Isolda figlia del marchese Manfredi Lancia (+ Dopo 25.VIII.1259) ma non ebbe figli.
Isolda era sorella di Bianca Lancia sposata da Federico II poco prima della sua morte e di Galvano
Lancia che fu decapitato insieme a Corradino di Svevia.
Scrisse diverse canzoni d'amore ed è immortalato con le canzoni del menestrello "nella scrittura
Manesse in una posizione di rilievo. In Italia partecipò attivamente alla vita intellettuale stando a
stretto contatto con studiosi ebrei, bizantini e musulmani.
In una splendida miniatura medioevale è rappresentato mentre recita una raccolta di canzoni; la sua
spada, quasi a significare che in quel momento lo spirito del guerriero è lontano, è appesa a un
chiodo; domina la scena dall‟alto lo scudo con il suo blasone.
Dei suoi due fratelli Otto Vohburg margravio del Castello Alto e Conte di Chieti
morì in carcere 2.2.1256/21.3.1258; Ludwig Vohburg, margravio del Castello Alto e Conte di
Cotrone morì anche lui in carcere 2.2.1256/12.3.1258
Alla morte di Federico II (1250), per testamento dovette assistere Manfredi come reggente del
regno. Astuto e ambiguo, seppe abilmente barcamenarsi fra Corrado IV e Manfredi; Corrado
morendo (1254) lo nominò baiulo (lat. bauilas, tutore) e reggente per Corradino.
L‟Hohenburg, anche nella consapevolezza di essere inviso ai sudditi, dai quali era considerato un
usurpatore, cedette successivamente a Manfredi il governo non trascurando di insidiarlo, di tradirlo,
di spingersi fino a trattenere le entrate erariali necessarie a fronteggiare i clavisegnati, già pronti
all‟aggressione del Sud. Infatti, San Germano, stazione di confine, cadde nelle mani di Innocenzo;
le Baronie si disposero a sollecite trattative con la Chiesa e lo stesso Hohenburg si mostrò pronto a
cambiare sponda politica.
Passato al papa, che lo nominò gran siniscalco del regno, nel 1255 affrontò Manfredi uscendone
sconfitto e catturato fu imprigionato per fellonia
Fu condannato a morte nel febbraio 1256; condanna fu tramutata poi in carcere a vita virtù del
legame di sangue che lo legava a Manfredi Lancia.
Nello stesso anno, o nell'anno successivo, fu assassinato in carcere.
I suoi fratelli morirono in carcere tra il 2.2.1256 e il 21.3.1258.

Fonti
Nicola Lettieri, Istoria dell‟antichissima città di Suessola e del vecchio, e nuovo Castello di Arienzo,
Napoli 1778; Ristampa anastatica, Centro Studi Valle di Suessola, Santa Maria a Vico,
luglio
2010
Pandolfo Collenuccio, Compendio de li istorie del Regno di Napoli, a cura di Alfredo Saviottii, Laterza Bari,
1929
Carlo Tenivelli,Biografia Piemontese – 1787, pag.23
Pietro Giannone - Istoria civile del Regno di Napoli, 1839 (www.liberliber.it, 1 edizione elettronica del 1.8.2008)
Thomas Ried Genealogish –Diplomatische, Geschichte der Grafen Von Hohenburg Markgrafen hauf dem
Nordgau, Regensburg, 1812; pagg.51- 58
Kantorowicz Ernst, L'imperatore Federico II, Klett-Cotta Verlag, Stuttgart 1991, pagine
292.293.318.448.604.627)
Meyers GroBes Conversatioms-LexokonBavaria nobility - Chapter 13. Grafen von Hohenburg
aus Wikipedia, der freien Enzyklopädie (Da Wikipedia, l'enciclopedia libera) :
Lexikon des Mittelalters: Band I Seite 2032 (Enciclopedia del Medioevo: Volume I, pagina 2032)
Genealogisches handbuch zur bairisch-österreichischen geschichte Genealogia - Guida alla storia
bavarese-austriaco
Genealogische tafeln zur mitteleuropäischen geschichte Tavole genealogiche per la storia europea
Centrale
Foundation for Medieval Genealogy – general information
Manesse: le grandi canzoni manoscritto di Heidelberg, facsimile completo del Codex Palatinus Germanicus
848 della Biblioteca dell'Università di Heidelberg..
Libro d'Oro della Nobility di Mediterranean;Lancia family
(www.maltagenealogy.com/.../lancia.html)

REBURSA
Riccardo de Rebursa, succede a Bertoldo di Hohemburg dopo la sua condanna a morte,
tramutata poi in carcere; possiede quindi, il nuovo Castello di Arienzo, dal 1256 o poco dopo.
Quando nel 1266 Carlo d‟Angiò strappò con le armi il regno di Sicilia agli Svevi, la città di
Aversa, così come gran parte delle città e terre del Meridione, non accolse sfavorevolmente il nuovo
sovrano, ma, in breve, le prime avvisaglie dell‟esasperato fiscalismo angioino, diffusero il
malcontento tra le popolazioni meridionali e ingrossarono le fila, in un primo momento assai
sparute, dei partigiani della causa sveva, che avevano in Corrado di Hohenstaufen, detto Corradino
per la sua giovane età, un legittimo pretendente al trono di Sicilia. Nel 1268, all‟avvicinarsi alle
terre del Regno dell‟esercito svevo condotto da Corradino, Aversa e i suoi casali si sollevarono
contro gli Angioini. Guidava la sollevazione Riccardo de Rebursa, potente feudatario aversano. Gli
avvenimenti, però, volsero sfavorevolmente per i rivoltosi. Sconfitto l‟esercito di Corradino a
Tagliacozzo, la rivolta di Aversa e di altre località della provincia di Terra di Lavoro fu facilmente
domata e la repressione si abbatté spietata contro i proditores (traditori), come venivano definiti
coloro che si erano sollevati contro gli Angioini.
Dichiarato traditore e messo al bando, Riccardo de Rebursa abbandonò la Casa che « l‟habitat
propre portam S. Andrea in parochia S.Audeni iuxta vias publicas ». Per ordine di Carlo I d‟Angiò,
che fu deciso e duro contro i sostenitori della casa Sveva, i ribelli furono catturati e il 29 ottobre
1268 furono portati a Napoli a Piazza Mercato, dove Corradino, il Duca d‟Austria, il Conte Gerardo
da Pisa, il Conte Galvano Lancia e Don Enrico di Castiglia furono decapitati mentre i conti
Riccardo de Rebursa, Giovanni da la Grutta, Marino Capeccio e Ruggiero Busso furono impiccati.
I beni dei baroni giustiziati furono confiscati e donati ai nuovi « fedeli - baroni » angioini.
La proprietà dei Rebursa (con ingresso ad Aversa da Via Seggio) passò ad Ugo d‟Ablens, amico e
vassallo di Carlo d‟Angiò.
In una di queste proprietà, si ritrovarono e chiesero di costituire il ramo femminile del
francescanesimo, le Clarisse … Altrude vedova di Bartolomeo de Rebursa e Margherita de Rebursa
moglie di Riccardo de Rebursa posizionandosi, secondo alcuni studiosi, presso la Chiesa di S.
Francesco d‟Assisi.
Il Monastero di San Francesco e Santa Chiara infatti, sarebbe stato fondato nel 1235 da Altrude e
Margherita Rebursa, madre e moglie del nobile feudatario Riccardo Rebursa. Del grande convento, di cui
faceva parte anche l'odierna Piazza Municipio, gli elementi romanici sopravvivono ancora in parte del
primitivo chiostro e nel campanile addossato alla cupola maiolicata.

Sassinora e Elena, figlie di Pietro de Rebussa finirono invece prigioniere nel convento delle Clarisse
di Santa Maria di Donnaregina di Napoli che, sorto sotto Carlo I, era adibito anche a prigione delle
discendenti dei traditori.
I beni espropriati a Riccardo di Rebursa, furono incamerati dal demanio e Carlo I li darà poi a
Guglielmo Stendardo.

Fonti
(Riccardo Filangieri et alii, I registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri
con la collaborazione degli archivisti napoletani, Napoli presso l‟Accademia, dal 1950 in poi.
 Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo Dio eterno. Nell’anno dalla sua incarnazione MCC
nono, nel mese di aprile della dodicesima indizione, e nell’undicesimo anno di regno del signore
nostro Federico per grazia di Dio serenissimo Re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di
Capue. Noi Unfredo di cognome de Rebursa conestabile di Averse, figlio del fu Unfredo dello
stesso cognome, e Giudecca, marito e moglie, volendo utilmente provvedere alla salvezza delle
nostre anime e affinché ogni anno sia celebrato l’anniversario per le nostre anime dalla
congregazione di san Paolo, come opportuno e congruo è per noi, di certo anche per buona
volontà nostra, presenti pure e volenti Pietro e Rebursa figli nostri, mediante strumento, in
presenza di Ogerio giudice della suddetta città di Averse e di altro teste, presenti anche i
sottoscritti uomini, in perpetuo diamo, consegniamo e offriamo a Dio e alla congregazione della
chiesa del beato Paolo di Aversa, per mano di voi maestro Goffredo de Malleone canonico
aversano e Vincenzo presbitero, economi della predetta congregazione, cioè un certo pezzo di terra
a noi appartenente, che deve comprendere trenta moggia di terra risulta essere nelle pertinenze
della suddetta città di Averse non molto lontano dalla chiesa di santa Maria Maddalena,e ha questi
confini: a oriente è la terra della prebenda di san Giovanni; a mezzogiorno è la terra di Goffredo
figlio di Iuelis e verso la stessa parte di mezzogiorno si trasforma in fratta a cui è di confine la
terra già di Marino di Ysula; a occidente è la terra di Goffredo figlio di Iuelis; a settentrione è la
via pubblica. Tutto e per intero l’anzidetto pezzo di terra, indicato per i predetti confini, con tutte le
cose ad esso sottostanti e sovrastanti e con le sue vie per entrarvi e uscirne e con ogni sua altra
pertinenza, noi suddetto Unfredo de Rebursa e Giudecca, a voi predetto maestro Goffredo e
presbitero Vincenzo economi, a voi tuttavia per la parte e le veci dell’anzidetta congregazione,
abbiamo dato, consegnato e offerto al possesso e proprietà dell’anzidetta congregazione e dei suoi
rettori presenti e futuri, o di chi nelle cui mani comparisse questo atto per la parte e le veci
dell’anzidetta congregazione, ad averlo e possederlo fermamente da ora e sempre e a farne
pertanto qualsiasi cosa piacesse alla stessa congregazione, poiché dunque né a noi né ad altri
alcunché riservammo. E noi suddetti Unfredo e Giudecca obblighiamo noi e i nostri eredi per voi
anzidetto maestro Goffredo e presbitero Vincenzo economi, per voi tuttavia per la parte e le veci
dell’anzidetta congregazione e dei suoi rettori presenti e futuri, o per chi nelle cui mani comparisse
questo atto per la parte e le veci della suddetta congregazione, a difendere e sostenere da ora e
sempre da tutti gli uomini e da tutte le parti l’integra suddetta nostra dazione, consegna e offerta. E
quando vorrete abbiate licenza e potestà per la parte e le veci dell’anzidetta congregazione di
essere attori e difensori in vece nostra e dei nostri eredi con questo atto della nostra dazione,
consegna e offerta e con altre nostre e vostre ragioni come e nel modo in cui meglio potrete e
vorrete e qualsiasi cosa pertanto vorrete e potrete fare per la parte della congregazione sia vostra
o di loro potestà. E quando vorrete la difendiamo per voi o per quelli per la parte dell’anzidetta
congregazione come sopra ci siamo obbligati. Se poi per voi o per quelli per la parte dell’anzidetta
congregazione non lo potremo o vorremo difendere e non facessimo e non adempissimo,per voi e
per quelli per la parte della suddetta congregazione, tutte quelle cose soprascritte per lo stesso
ordine che prima si legge, o se questo atto con queste cose che contiene in qualsiasi tempo con
qualsiasi artifizio cercassimo di violare o annullare obblighiamo noi e i nostri eredi a pagare come
ammenda due libbra d’oro a voi suddetto maestro Goffredo e presbitero Vincenzo economi, a voi
tuttavia per la parte e le veci dell’anzidetta congregazione e dei suoi rettori presenti e futuri o per
chi nelle cui mani comparisse per la parte e le veci della predetta congregazione. E tutte le cose
anzidette adempiamo per la predetta congregazione e questo atto con queste cose che contiene
fermo rimanga sempre. E per adempiere tutte queste cose anzidette, in presenza del predetto
giudice e di altro teste e dei sottoscritti uomini, per nostra volontà, abbiamo dato garanzia a voi

suddetto maestro Goffredo e presbitero Vincenzo, a voi tuttavia per la parte e le veci della predetta
congregazione, e per voi per conto della stessa congregazione abbiamo pertanto posto come
garanti per convenienza i predetti Pietro e Rebursa figli nostri. Pertanto, se fosse necessario, noi
suddetti Pietro e Rebursa garanti e noi suddetti Unfredo de Rebursa e Giudecca per noi stessi
come garanti, abbiamo obbligato noi e i nostri eredi al pignoramento per voi suddetti maestro
Goffredo e presbitero Vincenzo economi, per voi tuttavia per la parte e le veci della predetta
congregazione e dei suoi rettori presenti e futuri o per chi nelle cui mani questo atto comparisse
per la parte e per conto dell’anzidetta congregazione, vale a dire per le nostre cose fino a quanto
previsto dalla legge. E in tal modo noi suddetti Unfredo e Giudecca, marito e moglie, come per noi
fu opportuno, abbiamo fatto e a te Angelo notaio di Averse che fosti presente richiedemmo di
scrivere. Redatto in Averse. (S)
 Segno della mano del predetto Unfredo de Rebursa.  Segno della mano della predetta
Giudecca moglie sua.  Segno della mano del prenominato Pietro figlio loro.  Segno della mano
dell’anzidetta Rebursa figlia dei suddetti Unfredo e Giudecca.  Segno della mano di Riccardo di
Sancto Archangelo.  Segno della mano di Giovanni di Suessa.  Segno della mano di Goffredo
Sinorece.  Segno della mano di Rainaldo Bovis.  Segno della mano del presbitero Martino di
Cesia. Segno della mano di Giovanni de Flora.
(anno 1209 CDSA, Vol. I, pp. 112-114, doc. LV)
(Libro delle donazioni di Carlo primo)
Nel giorno XXVI di febbraio della I indizione (1273) presso Capuam.
Sono concessi in feudo al predetto Giovanni de Salciaco e ai suoi eredi ... dei beni concessi al fu
Giovanni de Angittu, morto senza figli legittimi, devoluti nelle mani del Re per mancanza di eredi, i
sottoscritti beni feudali, che furono di Altruda, madre di Riccardo de Ribursa, che sono in Aversa e
nelle sue pertinenze; nonché i beni concessi al fu Pietro de Burgis in vita sua soltanto, per morte
dello stesso senza aver lasciato figli legittimi devoluti nelle mani della Curia per mancanza di
eredi, quelli che furono di Giacomo de Castello, Giovanni Maiore, Riccardo de Ribursa e della
predetta Altruda, traditori nostri di Aversa, che per tradimento della stesso pervennero in possesso
della Curia, per il valore di once d’oro VIII.
Invero gli stessi beni sono questi, vale a dire: quelli che furono della predetta Altruda: un pezzo di
terra senza alberi dove è detto ad Fossam Abbatisse, vicino alla via pubblica, e contiene moggia
XL; poi un pezzo di terra nelle pertinenze del villaggio di Casolle Valenzani, dove è detto ad ...
[vicino alla] via pubblica e alla terra della chiesa di S. Lorenzo di Aversa, e contiene moggia di
terra XXIII. Poi quelli che furono di Giacomo de Castello, vale a dire: nel Mercato di sabato una
casa con un piccolo cortile adiacente, vicino alla casa di Pietro de Goffredo e alla via pubblica, in
cui vi era una cantina, vale annualmente tar. XXV; poi un pezzo di terra nelle pertinenze del
villaggio di Fullani, dove è detto ad Gualdum Briani, vicino alla terra del giudice Biagio e alla via
pubblica, e comprende moggia di terra VII, vale tar. XXVIIII; poi nelle pertinenze del villaggio di
S. Arcangeli un pezzo di terra senza alberi vicino alla terra di Giovanni de Goffredo e alla terra di
Enrico di Sancto Arcangelo, e contiene moggia di terra VIIII, vale once I; poi nelle pertinenze del
villaggio di Savingiani un orticello vicino al fossato di Averse e alla via pubblica, vale tar. III; poi
un orto che appartenne al fu Riccardo de Ribursa nel Mercato del sabato, vicino al fossato di
Averse e alla via pubblica, vale tar. XV; poi un piccolo pezzo di terra che fu di Giovanni Maiore
nelle pertinenze della predetta terra, vicino alla terra del giudice Ade Malaclerica, alla terra di
Giacomo Maiore e alla terra di Matteo Iacono, vale tar. VII; poi una casa che fu di Altruda, moglie
del fu Bartolomeo e madre di Riccardo de Ribursa, sita nella parocchia di sant’Adeno di Aversa,
vicino alla casa di Rainaldo Porcario, alla casa di Giacomo e Gualterio Porcario e alla casa del
predetto Riccardo, vale tar. X.

Fonti
Nicola Lettieri, Istoria dell‟antichissima città di Suessola e del vecchio, e nuovo Castello di Arienzo, Napoli
1778; Ristampa anastatica, Centro Studi Valle di Suessola, Santa Maria a Vico, luglio 2010
Pandolfo Collenuccio, Compendio de le Istorie del Regno di Napoli, 4° libro pag 93
Libro d'Oro della Nobility di Mediterranean;Lancia family
www.maltagenealogy.com/.../lancia.html
Bruno d‟Errico - Francesco Montanaro .Appunti per la storia di Orta di Atella
Carlo Tenivelli,Biografia Piemontese – 1787, pag.23
(1196) Unfredo de Rebursa figlio di Unfredo de Rebursa conestabile di Aversa figli Pietro, Riccardo E
Rebursa (ex Archivio Sacri Monasteri…Diocesis Salernitanae)
(Hypothèses 2007: Travaux de l'Ecole doctorale d'histoire de l'université ...
Di Pauline Schmitt Pantel,Collectif, pag.168)
Riccardo Filangieri et alii, I registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri
con la collaborazione degli archivisti napoletani, Napoli presso l‟Accademia, dal 1950 in poi.
Vol. II, a. 1265-81, pp. 238-239

ll feudo e le successioni feudali nel Regno di Napoli
Le particolari evoluzioni storico-istituzionali vissute dal regno di Napoli fondato sulla struttura
istituzionale del feudo, rendono questo estremamente frammentario a partire dal sec. XV.
Il feudo è donato, o concesso, dal sovrano del regno di Napoli se posseduto in demanio dalla Regia
Corte, oppure venduto da questa ai diversi feudatari interessati al suo acquisto. Per ottenere il pieno
titolo del possesso del feudo, il nuovo feudatario investito riceve dal sovrano il relativo privilegio di
regio assenso e l'invito a pagare in favore della Regia Corte del Regno di Napoli le tasse di relevio e
dell'adoa infisse sul feudo e stabilite in base al valore dello stesso. Il relevio o laudemio, è un
tributo caratteristico medioevale e consiste nella prestazione della metà del reddito dei beni al
rinnovarsi dell'investitura feudale. È uno degli elementi che caratterizzano il contratto della
concessione feudale, che ha per presupposto giuridico la condizione che i singoli successori non
derivano la loro qualità dall'ultimo investito, ma piuttosto dalla legge costitutiva del feudo e quindi
dal primo investito. Ne consegue che ogni nuovo possessore deve chiedere l'investitura al signore,
prestargli il giuramento e pagare il laudemio. Quest'ultimo, infatti, detto anche relevio, è una
prestazione introdotta per consuetudine, e destinata a riaffermare, dapprima simbolicamente, poi
come valore intrinseco, il negozio giuridico dell'investitura, come compenso del nuovo vassallo per
il fatto di essere accettato (laudare) dal signore e di riottenere (relevare) il feudo, che è ricaduto
nelle mani del legittimo titolare. Infine così come il nuovo feudatario presta il proprio giuramento di
fedeltà al sovrano comparendo innanzi al regio Commissario generale dell'officio di ligio omaggio
ed assicurazione dei vassalli del regno di Napoli, allo stesso modo i vassalli e le rispettive
Università compaiono innanzi al detto regio Commissario per riconoscere il nuovo signore feudale:
per legittimo ed indubitato utile padrone di detta Terra “... prestare tutti quelli servizi reali, e
personali, e di riconoscerli, e corrisponderli di tutte l'entrade, rendite, ed altre ragioni solite
spettanti all'utile dominio di detta terra, il tutto ...” secondo le leggi feudali del Regno, la legge
dell'investitura e l'acquisto del feudo.
Infine a tutela della popolazione del feudo, al momento dell'accettazione del nuovo feudatario, si
rinnova tra questi e la rispettiva Università un contratto con cui il signore feudale s'impegna a
rispettare i diritti acquisiti dell'Università e dei suoi cittadini.

Fonti
Lodovico Bianchini, Della storia delle finanze del regno di Napoli
Giacinto Dragonetti,Origine de'feudi ne'regni di Napoli e Sicilia, loro usi, e leggi feudali
http://www.grecia-salentina.it/MELPIGNANO/g/ga.html

LA PLATEA DI SUESSOLA
Nella Storia dei Monumenti del Reame delle due Sicilie, quando si tratta de “Le Platee di
Suessola” troviamo scritto che:
“…Tennero questi cespiti in possedimenti un tale Pirro del Balzo e Maria Donata degli Orsini,
duchessa di Venosa, come leggesi nel 1.° Inventario. Surse in seguito la celebre Platea (o il 2°
Inventario) in cui Federico di Aragona Principe di Altamuta e Conte di Acerra dispose (prima in
carta Bambacia, e poi in Pergamena, o Papiro di quei tempi) di tutti quei beni di sua investitura.
Per la morte di suo nipote re Ferdinando, (nel 1494) egli, pervenuto al trono di questo Reame,
tenne questi fondi fino al 1499, nel quale tempo per compravendita, pervennero a Ferdinando de
Cardenas, Marchese di Laino (venuto con Alfonso) e terzo conte di Acerra.
…Il bosco abbonda di aere purissima, di tenere erbe,irrigate dalle acque Minerali di corso
perenne, erbe che sono salite ad un certo grido pel sàlubre pascolo che offrono agli armenti. Il
suolo, oggi, è tanto asciutto che può chiamarsi un Prater tedesco colmo di piante arboree, come la
Quercia, l’Olmo,il Castagno, il Carpine, la Betulle ed infinete altre specie fruttifere.
Nella epoca dei Vicerè, surse un eremo (per i Conti di Acerra) contiguo ai Fusari. L’andar dei
secoli lo ridusse ad abituro delle gregge; ma nel 1844 (per cura di Ferdinando Spinelli Scalea),
ritornò ad essere novellamente Chiesa. L’incruento Sacrificio nel bosco, e tra le adorazioni dei
pastori, ha tutta la sublimità del culto semplice Patriarcale.”
L‟inventario “in carta Bambacia”fu redatto dai conigi Pirro e Maria Donata nel novembre del 1481
e fu riformato da Federico d‟Aragona nel 1494.
L‟antico documento, riportato dal Caporale, è di estrema importanza non solo perché serve a meglio
comprendere i confini della “platea” di Suessola che, in un “privilegio” del 1375 della regina
Giovanna I sono così indicati: “…Pietra del Gallo, covellito della regina, palude, ponte di Casolla,
lagno di S. Arcanglo, Lariano, termine fra Acerra, Lariano e Maddaloni, via Paludosa nel fondo di
Palma, foresta imperiale, Calabricito, fosso grande, via pubblica per Maddaloni, Cancello, confine
di Nola con Acerra”, ma anche perché, ritengo, faccia chiaramente comprendere l‟avvenuto
assorbimento della contea di Suessola in quella di Acerra e che, a un certo punto,essendo diventato
il territorio (la Platea) di Suessola soltanto una estensione del territorio acerrano, fu naturale che i
Conti smettessero di definirsi “di Suessola ed Acerra” per dirsi solo “di Acerra”. Ma, ciò che
appare molto interessante, è l‟inizio dell‟”inventario” per una precisazione che contiene:
“Platea Suessule.
Item habet dicta Curia plateam Suessule que vendi solet anno quolibet ad incaatum per Magistros
camera Acerrarum ut infra in capitalis annotator.
Et territorium dicte Sessule venditur per magnificam cameram plus offerenti et in presenti anno XV
indict….”
L‟indicazione “Territorio detto Suessola” fa pensare immediatamente ad un‟area, una superficie,
la località di un territorio, “dicte Sessule” (detto Suessula).
Un toponimo quindi, un semplice toponimo che indica una determinata località.
Se teniamo poi presente che quello che possedeva Tommaso II d‟Aquino nel 1271/1272, era
soltanto un semplice “casale”, l‟ipotesi sembra più che sostenibile.
Ma, se così è, com‟è potuto scomparire anche il toponimo “Suessula”?
Dopo un breve periodo di abbandono, l‟antica città si ridusse, tra l'XI e il XII sec., ad un villaggio
di capanne fino a decadere definitivamente. I suoi resti si affiancano ad alcuni ruderi esistenti nei
campi circostanti e quelli supposti, ma mai verificati (di un tempio o un anfiteatro) sotto la Casina
Spinelli.
Nell'alto medioevo, l'intero territorio, diventato una malsana palude per le continue inondazioni del
Clanio, e il Guadagno scrive :”…Qui nel X secolo il fiume estende il suo negativo influsso, la

inundatio di serviana memoria, ad un’ampia fascia, tanto che all’interno di uno stesso fundus le
terre hanno come punto di riferimento l’essere sive “intus Laneum et a foris ipsum Laneum”, a
partire dall’XI sec. La palude ad Ovest (un continuum di dimensioni gigantesche dal “Ponte di
Acerra” fino a “Boscorotto”, in tenimento di Maddaloni) ed il bosco ad E. “assediano” Acerra e
soffocano Suessola; eppure questa città agli inizi del secolo (1028) sopravvive anche dopo le
ricorrenti devastazioni dei secoli precedenti ad opera di Longobardi e Saraceni, ma tra la fine di
questo (1089) e gli inizi del successivio (1109) vede il “Bosco di Calabricito” già presente nel suo
seno stesso, e questo continua col “Bosco di Maregliano” e tra i due si insinuerà il nemus
Palmiani”.
Il territorio si spopola ed è abbandonato. Nell‟XI secolo Acerra, che nasce come contea legata al
Principato di Capua, assorbe letteralmente quella che in precedenza era stata la contea principale:
quella di Suessola.
La prima bonifica della grande palude fu fatta nel XVII secolo.
Nella carta del 1588 di Giulio Iasolino, Suessola vi compara ancora cinta dalle sue mura con
attorno, le Sorgenti e le paludi e d‟altronre, il Mazzella nella sua “descrizione” del 1601, dice che
“…hora questa città è quasi ruinata…”
Una mappa su pergamena, del XVII secolo, riporta l‟enorme “Selva di S. Arcangelo” che si
protende verso la “Selva di Magdolone” incontrandovi prima il “Casale dell‟Olmo Cupo” e poi
“Sessola” che è rappresentata da una casetta con tetto a cuspide sormontata da una croce che, nella
simbologia dei cartografi, indica il sito come sede di vescovato; poco lontano il “Gaudello” con la
stessa rappresentazione di Suessola e appresso, il “Casale di Cancello”; sul lato opposto alla selva
di “S. Arcangelo”, con in mezzo Suesssola e Gaudello, l‟immensa “Selva del Falcone” e il
“Casale del Falcone”.

Mappa su pergamena del XVII secolo

E‟ interessante fare un balzo in avanti nel tempo per leggere il commento ad una famosa Carta
Topografica.
Scrive Maria Rosaria Iacono che “La particolare efficacia artistica della ”Carta Topografica delle
reali cacce di Terra di lavoro e loro adiacenze” disegnata da Rizzi Zannoni nel 1784 e rimasta
manoscritta favorisce la percezione immediata delle aree destinate alla caccia reale ( Torcino e
Mastrati, Mondragone, Riserva di Carditello, Demani di Calvi, Reali Fagianerie, Montegrande,
Boscarello, Selva nuova, Caccia della Spinosa, Cerquacupa, Longano, Bosco di Calabricito, Bosco
di S. Arcangelo) punti di eccellenza in un’area vastissima, tra i quali si svilupperanno
successivamente i siti reali di Carditello e San Leucio”.
Alla bonifica del XVII secolo, seguì quella degli inizi dell‟Ottocento che prosciugò le paludi di
Acerra, Candelaro, Aurno, Loriano, Maddaloni, S.Arcangelo, Pozzobianco, Ponterotto, Pascarola,
Apramo e Melaino con la creazione delle sorgenti della tenuta di Carditello.
Era nato quel grande complesso idrico dei Regi Lagni grazie al quale i terreni furono recuperati
all‟agricoltura.
S‟iniziarono a costruire “eremi” che diventarono poi “chiese”, qualche casolare e La Casina dei
Signori Spinelli.
Del territorio, così scrive il Giustiniani: “…Due fiumi che oggi percorrono nell’agro acerrano, il
primo è chiamato Mofeta, l’altro Gorgone che unendosi formano il lagno appellato Sagliano il
quale, avendo il suo corso verso ponente, riceve altre acque dette i Fossi o Lagni del Pantano e va
così a scaricarsi nei Regi Lagni.
Il territorio è fertilissimo ed è ricco di quattro boschi: il primo di Calabricito, di circa 800 moggi,
annovera querce annose, cerri ed alberi selvaggi ed animali da caccia (daini, volpi, lupi, lepri,
cinghiali e cervi). Il detto bosco fu fatta costruire un’eccelllente Casina el il Casamento delle
Bufole, nominato la Pagliaia. Altri tre boschi: Fangone, Vasignano contiguo al primo, ad oriente
di Acerra, e Laviano, assai palustre adibito soprattutto a pascolo.”
La “casina”, che prese il nome dal Marchese Marcello Spinelli dei Principi di Scalea, detta di
Calabricito, fu edificata dal Conte di Acerra Ferdinando de Cardenas per farvi intrattenere i sovrani
di Napoli nel periodo invernale.
Nella tenuta del Conte, sotto il bosco che si estendeva intorno alla villa, era celata la città di
Suessola con la sua ricchissima necropoli.
“La Pagliara” indica il cuore di Suessola, ed infatti, recenti scavi archeologici hanno fatto scoprire
che quell‟area corrisponde al quella del suo Foro”
Molto del materiale dell‟antica città, come in uso all‟epoca, fu asportato per essere riutilizzato,
come ad esempio, alcuni studiosi sostengono che la cattedrale di Sessa fu costruita con materiali
ricavati dalle rovine della romana Suessola, e infatti, non solo sono stati utilizzati come materiali
vari blocchi squadrati, ma anche pezzi di statue e utilizzando colonne e pietre perfettamente tagliate.
Il lato orientale della “Casina” è addossato a una torre che il Caporale indica come coeva o di poco
precedente costruzione della Casina.
La torre, di forma tronco conica, vuota all‟interno,realizzata con blocchi di tufo accuratamente
messi in opera in corsi orizzontali, con una sola apertura in alto e senza saettiere è simile a quella
del castello di Acerra, che recenti indagini archeologiche hanno datato al IX secolo (longobarda).
Il sito, fino al '700 era denominato Castellone (Lettieri) probabilmente per la presenza di ruderi
fortificati.
Calabricito, Pagliara, Castellone, Bosco Fangone, Piazza Vecchia e altri ancora, tutti nuovi
toponimi che, “frazionando” il territorio dell‟antica “Platea” si sovrapposero al toponimo “
Suessola” fino a farelo scomparire anche se, l‟antica cartografia del XVII, XVIII e XIX secolo,
continuò a indicarne il sito.

Salvatore Puglia (litografo), Veduta delle sorgenti di acque minerali nel bosco di Acerra
da: Poliorama Pittoresco (1845?)

Fonti
Storia dei Monumenti del Reame delle due Sicilie, Tomo 1Prefazione e introduzione di Pietro
Micheletti Napoli Stamperia Cartiere del Fibreno, 1846, pag.547 1846 - Naples (Italy)
Nicola Lettieri, Istoria dell‟antichissima città di Suessola e del vecchio, e nuovo Castello di
Arienzo, Napoli 1778; Ristampa anastatica, Centro Studi Valle di Suessola, Santa Maria
a Vico, luglio 2010
Gaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della città di Acerra e dei conti che la tennero in
feudo, Napoli 1889
Lorenzo Giustiniani, Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, Napoli 1802
Giuseppe Guadagno, L‟impaludamento acerrano.literninno come conseguenza del bradismo
puteolano, in:Diocesi di Acerra, Quaderno n.1 –anno 2006
Domenico Guida, Suessola nella cartografia del „500, „600 e „700
In. San Felice Oggi-Valle di Suessola, n.4, pag.3
Domenico Guida, Suessola nel 16° secolo
In. San Felice Oggi-Valle di Suessola, 1992 n.4, pag.3
Domenico Guida, Perché la nostra è la Valle di Suessola
In. San Felice Oggi-Valle di Suessola, 1991 n.1, pag.3
S.I., Una corsa alle sorgenti di Acerra, in Poliorama Pittoresco (archivio privato)
Giuseppe Guadagno, Dopo la morte di Suessola…
In. San Felice Oggi-Valle di Suessola, 1991 n.4, pag.3
Giulio Iasolino carta topografica del 1588 in: de Rimedi Naturali che sono nell‟isola di Pithecusa,
oggi detta Ischia, Napoli 1588
Maria Rosaria Iacono,I siti reali e la trasformazione del paesaggio agrario in Terra di Lavoro
Domenico Camardo, Vittoria Carsana, Amedeo Rossi; Suessola tra tardoantico e Medioevo
Carla Maria Carletti, Le influenze multiculturali nell'arte delle cattedrali romaniche in Campania
Guseppe Guadagno, Suessola (ed Acerra): primo insediamento stabile dei normanni in Liburia.

WEB
http://www.comune.acerra.na.it/pagina.php?id=43
http://www.archemail.it/arche9/0acerra.htm
http://www.ilgazzettinolocale.com/Gazzettino/il-resto-del-gazzettino/storie-dimenticate/1474-storiedimenticate-la-casina-spinelli.html
http://comitatiduesicilie.org/index.php?option=com_content&task=view&id=549&Itemid=73
http://www.cittadelfare.it/palazzi/acerra1.htm
http://www.ilgazzettinolocale.com/Gazzettino/il-resto-del-gazzettino/storie-dimenticate/1708-storiedimenticate-lantica-suessola.html


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