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Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi .pdf



Nome del file originale: Paolo Giordano - La solitudine dei numeri primi.pdf
Titolo: Microsoft Word - Giordano Paolo - La solitudine dei numeri primi.doc
Autore: Daniele

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1

Paolo Giordano
LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

© 2008 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione gennaio 2008

2

In copertina: Foto © http://rooze.deviantart.com

3

Indice
La solitudine dei numeri primi __________________________ 5
L'angelo della neve (1983) ___________________________ 6
1________________________________________________ 6
Il Principio di Archimede (1984) _____________________ 15
2_______________________________________________ 15
Sulla pelle e appena dietro (1991) ____________________ 27
3_______________________________________________ 27
4_______________________________________________ 34
5_______________________________________________ 38
6_______________________________________________ 44
7_______________________________________________ 47
8_______________________________________________ 51
9_______________________________________________ 54
10______________________________________________ 60
11______________________________________________ 64
12______________________________________________ 66
13______________________________________________ 72
14______________________________________________ 77
15______________________________________________ 80
16______________________________________________ 82
17______________________________________________ 85
18______________________________________________ 88
19______________________________________________ 90
L'altra stanza (1995) _______________________________ 94
20______________________________________________ 94
Dentro e fuori dall'acqua (1998)_____________________ 103
21_____________________________________________ 103
22_____________________________________________ 109
23_____________________________________________ 117
24_____________________________________________ 126
25_____________________________________________ 129
26_____________________________________________ 133

4

27_____________________________________________
28_____________________________________________
29_____________________________________________
Messa a fuoco (2003) ______________________________
30_____________________________________________
Quello che rimane (2007) __________________________
31_____________________________________________
32_____________________________________________
33_____________________________________________
34_____________________________________________
35_____________________________________________
36_____________________________________________
37_____________________________________________
38_____________________________________________
39_____________________________________________
40_____________________________________________
41_____________________________________________
42_____________________________________________
43_____________________________________________
44_____________________________________________
45_____________________________________________
46_____________________________________________
47_____________________________________________
Ringraziamenti___________________________________

139
148
149
155
155
165
165
172
179
186
190
196
199
201
205
209
215
217
222
225
227
244
246
249

5

La solitudine dei numeri primi

A Eleonora,
perché in silenzio
te l'avevo promesso

La veste riccamente guarnita
della vecchia zia
si adattò perfettamente alla
snella persona di
Sylvie, che mi pregò di
allacciargliela. «Ha le
maniche lisce; com'è ridicolo!»
disse.
Gérard de Nerval,
Sylvie, 1853

6

L'angelo della neve
(1983)

1

Alice Della Rocca odiava la scuola di sci. Odiava la sveglia alle
sette e mezzo del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo
padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare la
gamba nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la
calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non
le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance
e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi,
sempre troppo stretti, che la facevano camminare come un gorilla.
«Allora, lo bevi o no questo latte?» la incalzò di nuovo suo
padre.
Alice ingurgitò tre dita di latte bollente, che le bruciò prima la
lingua, poi l'esofago e lo stomaco.
«Bene. E oggi fai vedere chi sei» le disse.
E chi sono?, pensò lei.
Poi la spinse fuori, mummificata nella tuta da sci verde,
costellata di gagliardetti e delle scritte fluorescenti degli sponsor.
A quell'ora faceva meno dieci gradi e il sole era solo un disco un
po' più grigio della nebbia che avvolgeva tutto. Alice sentiva il
latte turbinare nello stomaco, mentre sprofondava nella neve con
gli sci in spalla, che gli sci bisogna portarseli da soli, finché non
diventi talmente bravo che qualcuno li porta per te.

7

«Tieni le code in avanti, che altrimenti ammazzi qualcuno» le
disse suo padre.
A fine stagione lo Sci Club ti regalava una spilla con delle
stelline in rilievo. Ogni anno una stellina in più, da quando avevi
quattro anni ed eri abbastanza alta per infilare tra le gambe il
piattello dello skilift, a quando ne compivi nove e il piattello
riuscivi ad acchiapparlo da sola. Tre stelle d'argento e poi altre tre
d'oro. Ogni anno una spilla per dirti che eri un po' più brava, un
po' più vicina alle gare agonistiche che terrorizzavano Alice. Ci
pensava già allora, che di stelline ne aveva solo tre.
L'appuntamento era di fronte alla seggiovia alle otto e mezzo in
punto, per l'apertura degli impianti. I compagni di Alice erano già
lì, a formare una specie di cerchio, tutti uguali come soldatini,
imbacuccati nella divisa e rattrappiti dal sonno e dal freddo.
Puntavano i bastoncini nella neve e ci si appoggiavano sopra,
ancorandoli alle ascelle. Con le braccia a penzoloni sembravano
tanti spaventapasseri. Nessuno aveva voglia di parlare, men che
meno Alice.
Suo padre le diede due colpi troppo forti sul casco, manco
volesse piantarla nella neve.
«Stendili tutti. E ricorda: peso in avanti, capito? Pe-so-in-a-vanti» le disse.
Peso in avanti, rispose l'eco nella testa di Alice.
Poi lui si allontanò, soffiandosi tra le mani chiuse a coppa, lui
che se ne sarebbe presto tornato al calduccio di casa a leggere il
giornale. Due passi e la nebbia se lo inghiottì.
Alice lasciò cadere malamente gli sci a terra, che se suo padre
l'avesse vista gliele avrebbe suonate lì, davanti a tutti. Prima di
infilare gli scarponi negli attacchi, li batté sul fondo con il
bastoncino, per far venir giù le zolle di neve appiccicate.
Le scappava già un po'. La sentiva spingere sulla vescica, come
uno spillo conficcato dentro la pancia. Non ce l'avrebbe fatta
nemmeno oggi, ne era sicura.
Ogni mattina lo stesso. Dopo colazione si chiudeva nel bagno e
spingeva, spingeva, per svuotarsi di tutta la pipì. Rimaneva sul

8

water a contrarre gli addominali finché dallo sforzo non le
prendeva una fitta alla testa e le sembrava che gli occhi le
sgusciassero dalle orbite, come la polpa dell'uva fragola se
schiacci l'acino. Apriva al massimo il rubinetto dell'acqua perché
suo padre non sentisse i rumori. Spingeva stringendo i pugni, per
spremere anche l'ultima goccia.
Rimaneva seduta così finché suo padre non bussava forte alla
porta del bagno e gridava allora signorina, abbiamo finito che
siamo in ritardo anche oggi?
Tanto non serviva a niente. Arrivata in fondo alla prima
seggiovia le scappava sempre così forte che era costretta a
sganciarsi gli sci, ad accovacciarsi nella neve fresca, un po' in
disparte, a fingere di stringersi gli scarponi e intanto a fare la pipì.
Ammucchiava un po' di neve addosso alle gambe tenute strette e si
pisciava addosso. Dentro la tuta, nella calzamaglia, mentre tutti i
suoi compagni la guardavano ed Eric, il maestro, diceva come
sempre aspettiamo Alice.
È proprio un sollievo, si trovava a pensare ogni volta, con quel
bel tepore che le si squagliava tra le gambe infreddolite.
Sarebbe un sollievo. Se solo non stessero tutti lì a guardarmi,
pensava Alice.
Prima o poi se ne accorgeranno.
Prima o poi lascerò una chiazza gialla sulla neve.
Mi prenderanno tutti in giro, pensava.
Uno dei genitori si avvicinò a Eric e gli chiese se quel giorno
non ci fosse davvero troppa nebbia per salire in quota. Alice tese
le orecchie speranzosa, ma Eric esibì il suo sorriso perfetto.
«La nebbia è solo qui» disse. «In cima c'è un sole che spacca le
pietre. Coraggio, tutti su.»
In seggiovia Alice fece coppia con Giuliana, la figlia di uno dei
colleghi di papà. Durante il tragitto non parlarono. Non si stavano
né simpatiche né antipatiche. Non avevano nulla in comune, se
non il fatto di non voler essere lì, in quel momento.
Il rumore era quello del vento che spazzava la cima del Fraiteve,
ritmato dallo scorrere metallico del cavo d'acciaio a cui Alice e

9

Giuliana stavano appese, con il mento cacciato nel bavero della
giacca per scaldarsi con il fiato.
È solo il freddo, non ti scappa veramente, si ripeteva Alice.
Ma più si avvicinava la cima, più lo spillone che aveva in pancia
penetrava nella carne. Anzi, era qualcosa di più. Forse stavolta le
scappava qualcosa di serio.
No, è solo il freddo, non può scapparti ancora. L'hai appena
fatta, dài.
Un rigurgito di latte rancido le salì in uno spruzzo fino
all'epiglottide. Alice lo ricacciò giù con disgusto. Le scappava, le
scappava da morire.
Ci sono altri due impianti prima del rifugio. Non la tengo così
tanto, pensò.
Giuliana sollevò la sbarra di sicurezza e tutte e due spostarono il
sedere un po' in avanti per scendere. Quando gli sci toccarono
terra Alice si diede una spinta con la mano per staccarsi dal
seggiolino.
Non si vedeva a più di due metri, altro che sole che spacca le
pietre. Tutto bianco, solo bianco, sopra, sotto, di lato. Era come
stare avvolti in un lenzuolo. Era il contrario esatto del buio, ma ad
Alice faceva la stessa paura.
Scivolò a bordo pista per cercare una montagnola di neve fresca
dove liberarsi. Il suo intestino fece il rumore di quando azioni la
lavapiatti. Si voltò indietro. Non vedeva più Giuliana, perciò
Giuliana non poteva vedere lei. Risalì il pendio di qualche metro,
mettendo gli sci a lisca di pesce, come la obbligava a fare suo
padre quando si era messo in testa di insegnarle a sciare. Su e giù
dalla pista dei piccoli, trenta-quaranta volte in un giorno. Su a
scaletta e giù a spazzaneve, che comprare lo skipass per una pista
sola era uno spreco di soldi e senza contare che così allenava
anche le gambe.
Alice si sganciò gli sci e fece ancora qualche passo. Sprofondò
con gli scarponi fino a metà polpaccio.

10

Finalmente era seduta. Smise di trattenere il fiato e rilassò i
muscoli. Una piacevole scossa elettrica le si propagò per tutto il
corpo per poi annidarsi sulle punte dei piedi.
Sarà stato il latte, di sicuro fu il latte. Sarà che aveva le chiappe
mezzo congelate, a stare seduta nella neve a più di duemila metri.
Non le era mai successo, almeno da quanto poteva ricordare. Mai,
nemmeno una volta.
Se la fece addosso. Non la pipì. Non solo. Alice si cagò addosso,
alle nove in punto di una mattina di gennaio. Se la fece nelle
mutande e nemmeno se ne accorse. Almeno finché non sentì la
voce di Eric che la chiamava, da un punto indefinito dentro il
blocco di nebbia.
Si alzò di scatto e fu in quel momento che sentì qualcosa di
pesante nel cavallo dei pantaloni. D'istinto si toccò il sedere, ma il
guanto le toglieva ogni sensibilità. Comunque non ce n'era
bisogno, tanto aveva già capito.
E ora che faccio?, si chiese.
Eric la chiamò di nuovo. Alice non rispose. Finché stava lì
sopra, la nebbia l'avrebbe nascosta. Poteva abbassarsi i pantaloni
della tuta e pulirsi alla bell'e meglio con la neve oppure scendere
da Eric e dirgli nell'orecchio cosa le era capitato. Poteva dirgli che
doveva tornare in paese, che il ginocchio le faceva male. Oppure
fregarsene e sciare così, facendo attenzione a chiudere sempre la
fila.
Invece rimase semplicemente lì, attenta a non muovere un
muscolo, protetta dalla nebbia.
Eric la chiamò per la terza volta. Più forte.
«Sarà già andata allo skilift, quella stordita» rispose un
ragazzino al posto suo.
Alice udì un vociferare. Qualcuno disse andiamo e qualcun altro
disse ho freddo a stare fermo. Potevano essere lì sotto, a pochi
metri o magari ancora all'arrivo della seggiovia. I suoni
ingannano, rimbalzano sulle montagne, affondano nella neve.
«Accidenti a lei... Andiamo a vedere» disse Eric.

11

Alice contò lentamente fino a dieci, trattenendo la voglia di
vomitare per l'impiastro molliccio che sentiva colare giù per le
cosce. Arrivata a dieci ripartì da capo e contò ancora fino a venti.
Non c'era più nemmeno un rumore.
Prese gli sci e li portò a braccia fin sulla pista. Ci mise un po' a
capire come doveva metterli per essere perpendicolare alla linea di
massima pendenza. Con una nebbia così non capisci nemmeno da
che parte sei girato.
Agganciò gli scarponi e strinse gli attacchi. Si sfilò la
mascherina e ci sputò dentro perché si era appannata.
Poteva scendere a valle da sola. Non le importava nulla che Eric
la stesse cercando in cima al Fraiteve. Lei, dentro quella
calzamaglia imbrattata di merda, non ci voleva stare un secondo di
più del necessario. Pensò al percorso. Non era mai scesa da sola
ma, insomma, avevano preso solo la seggiovia e quella pista
l'aveva fatta decine di volte.
Si mise a spazzaneve, era più prudente e poi con le gambe
larghe le sembrava di essere meno impiastricciata là sotto. Giusto
il giorno prima, Eric le aveva detto se ti vedo fare ancora una
curva a spazzaneve, giuro che ti lego le caviglie insieme.
Lei a Eric non piaceva, ne era sicura. Lui pensava che era una
cagasotto. E i fatti gli davano ragione, in fin dei conti. A Eric non
piaceva nemmeno suo padre, perché ogni giorno, a fine lezione, lo
assillava con un miliardo di domande. Allora come va la nostra
Alice, allora stiamo migliorando, allora abbiamo una campionessa,
allora quando iniziano queste gare, allora questo, allora quello.
Eric fissava sempre un punto alle spalle di suo padre e rispondeva
sì, no oppure con dei lunghi eh.
Alice vedeva tutta la scena passarle in sovraimpressione sulla
mascherina piena di nebbia, mentre scendeva pianissimo, senza
distinguere nulla oltre le punte degli sci. Solo quando finiva nella
neve fresca capiva che era il momento di curvare.
Si mise a canticchiare una canzone per sentirsi meno sola. Di
tanto in tanto si passava il guanto sotto il naso per asciugarsi il
moccio.

12

Peso a monte, punta il bastoncino e ruota. Appoggia sugli
scarponi. Adesso peso in avanti, capito? Pe-so-in-a-van-ti, le
suggerivano un po' Eric e un po' suo padre.
Si sarebbe arrabbiato suo padre, come una belva. E lei doveva
preparare una bugia. Una storia che stesse in piedi senza buchi o
contraddizioni. Non se lo sognava nemmeno di dirgli quello che le
era capitato veramente. La nebbia, ecco, colpa della nebbia. Stava
seguendo gli altri sulla pista del gigante quando le si era staccato
lo skipass dalla giacca. Anzi no, lo skipass non vola via a nessuno.
Bisogna proprio essere idioti per perderlo. Facciamo la sciarpa. Le
era volata via la sciarpa e lei era tornata su un pezzo per
recuperarla e gli altri non l'avevano aspettata. Lei li aveva
chiamati cento volte ma quelli niente, erano spariti nella nebbia e
allora lei era tornata giù a cercarli.
E perché poi non sei risalita?, le avrebbe chiesto suo padre.
Giusto, perché? A pensarci bene era meglio se perdeva lo
skipass. Non era tornata su perché non aveva più lo skipass e
l'uomo della seggiovia non l'aveva più fatta salire.
Alice sorrise, soddisfatta della sua storia. Non faceva una grinza.
Non si sentiva nemmeno più così sporca. Quella roba aveva
smesso di colare.
Probabilmente si è congelata, pensò.
Avrebbe passato il resto della giornata davanti alla tele. Si
sarebbe fatta una doccia e avrebbe messo dei vestiti puliti e
infilato i piedi nelle sue ciabatte pelose. Sarebbe rimasta al caldo
per tutto il tempo, se solo avesse alzato un po' gli occhi dagli sci,
quel poco che bastava per vedere la banda arancione con scritto
Pista chiusa. E sì che suo padre glielo diceva sempre impara a
guardare dove vai. Se solo si fosse ricordata che sulla neve fresca
il peso non va messo in avanti e magari Eric, qualche giorno
prima, le avesse regolato meglio quegli attacchi e suo padre avesse
insistito di più a dire ma Alice pesa ventotto chili, non saranno
troppo stretti così?
Il salto non fu poi tanto alto. Qualche metro, appena il tempo di
sentire un po' di vuoto allo stomaco e niente sotto i piedi.

13

Dopodiché Alice era già faccia a terra, con gli sci per aria, piantati
belli dritti, che avevano avuto la meglio sul perone.
Non sentì davvero male. Non sentì quasi nulla, a dire il vero.
Solo la neve che le si era infilata sotto la sciarpa e dentro il casco e
che bruciava a contatto con la pelle.
La prima cosa che mosse furono le braccia. Quand'era più
piccola e si svegliava che aveva nevicato, suo padre la
imbacuccava tutta e poi la portava di sotto. Camminavano fino al
centro del cortile, poi, tenendosi per mano, contavano uno due e
tre e insieme si lasciavano cadere all'indietro, a peso morto. Suo
padre le diceva adesso fai l'angelo e Alice muoveva su e giù le
braccia e, quando si rialzava e guardava la sua sagoma incisa nel
manto bianco, sembrava proprio l'ombra di un angelo con le ali
aperte.
Alice fece l'angelo nella neve, così, senza un motivo, giusto per
dimostrare a se stessa che era ancora viva. Riuscì a girare la testa
da una parte e ricominciare a respirare, anche se le sembrava che
l'aria che inalava non arrivasse proprio giù dove doveva. Aveva la
strana sensazione di non sapere come fossero girate le sue gambe.
La stranissima sensazione di non averle più, le gambe.
Provò a sollevarsi, ma non ci riuscì.
Senza quella nebbia magari qualcuno l'avrebbe vista dall'alto.
Una macchia verde spiaccicata sul fondo di un canalone, a pochi
passi da dove in primavera avrebbe ripreso a scorrere un piccolo
torrente e con il primo caldo sarebbero venute fuori le fragoline di
bosco, che se aspetti abbastanza diventano dolci come caramelle e
in una giornata capace che ne riempi un cestino intero.
Alice gridò aiuto, ma la sua vocina esile se la inghiottì tutta la
nebbia. Provò di nuovo ad alzarsi, a girarsi per lo meno, ma niente
da fare.
Suo padre le aveva detto che chi muore assiderato, un attimo
prima di tirare le cuoia, sente un gran caldo e gli viene da
spogliarsi, così che quasi tutti i morti per il freddo li trovano in
mutande. Lei aveva le mutande sporche, per di più.

14

Iniziò a perdere sensibilità anche alle dita. Si tolse un guanto, ci
soffiò dentro e poi ci rimise il pugno chiuso per scaldarsi. Lo fece
anche con l'altra mano. Ripeté quel gesto ridicolo due o tre volte.
Sono le estremità che ti fregano, diceva sempre suo padre. Dita
dei piedi e delle mani, naso, orecchie. Il cuore fa di tutto per
tenersi il sangue per sé e lascia congelare il resto.
Alice si immaginò le sue dita che diventavano blu e poi,
lentamente, anche le braccia e le gambe. Pensò al cuore che
pompava sempre più forte e cercava di tenersi tutto il calore
rimasto. Sarebbe diventata così rigida che se fosse passato di lì un
lupo le avrebbe spezzato un braccio semplicemente camminandoci
sopra.
Mi staranno cercando.
Chissà se ci sono davvero i lupi.
Non sento più le dita.
Se non avessi bevuto il latte.
Peso in avanti, pensò.
Ma no, i lupi vanno in letargo.
Eric sarà infuriato.
Io quelle gare non le voglio fare.
Non dire fesserie, lo sai benissimo che i lupi non vanno in
letargo.
I suoi pensieri si fecero via via più illogici e circolari.
Lentamente il sole sprofondò dietro il monte Chaberton facendo
finta di nulla. L'ombra delle montagne si allungò sopra Alice e la
nebbia divenne tutta nera.

15

Il Principio di Archimede
(1984)

2

Quando i due gemelli erano ancora piccoli e Michela ne
combinava una delle sue, come lanciarsi con il girello dalle scale
oppure incastrarsi un pisello su per una narice, che poi bisognava
portarla al pronto soccorso per farglielo estrarre con delle pinze
speciali, loro padre si rivolgeva sempre a Mattia, il primo ad aver
visto la luce, e gli diceva la mamma aveva l'utero troppo piccolo
per tutti e due.
«Chissà che avete combinato dentro quella pancia» diceva. «Mi
sa che a forza di dare calci a tua sorella le hai procurato qualche
danno serio.»
Poi rideva, anche se non c'era niente da ridere. Sollevava
Michela per aria e le affondava la barba tra le guance morbide.
Mattia guardava da sotto. Rideva pure lui e lasciava che le
parole del papà gli filtrassero dentro per osmosi, senza capirle
davvero. Lasciava che si depositassero sul fondo dello stomaco, a
formare uno strato spesso e vischioso, come il precipitato dei vini
invecchiati a lungo.
La risata di papà si trasformò in un sorriso tirato quando, a
ventisette mesi, Michela non spiccicava ancora una parola che
fosse una. Nemmeno mamma o cacca o nanna o bau. I suoi
gridolini disarticolati giungevano da un posto così solitario e
deserto che papà rabbrividiva ogni volta.

16

A cinque anni e mezzo una logopedista con gli occhiali spessi
mise di fronte a Michela un parallelepipedo di compensato con le
incisioni di quattro forme diverse - una stella, un cerchio, un
quadrato e un triangolo - e le corrispondenti formine colorate da
incastrare nei buchi.
Michela la osservava meravigliata.
«Dove va la stella, Michela?» chiese la logopedista.
Michela abbassò lo sguardo sul gioco e non toccò nulla. La
dottoressa le mise in mano la stella.
«Dove va questa, Michela?» domandò.
Michela guardava ovunque e da nessuna parte. Si infilò una
delle cinque punte gialle in bocca e prese a morsicarla. La
logopedista le tolse la mano dalla bocca e ripeté la domanda per la
terza volta.
«Michela, fai come ti dice la dottoressa, accidenti» ringhiò suo
padre, che non ci riusciva proprio, a stare seduto dove gli avevano
detto.
«Signor Balossino, la prego» disse la dottoressa conciliante. «Ai
bambini bisogna concedere il loro tempo.»
Michela si prese il suo tempo. Un minuto intero. Poi emise un
gemito straziante, che poteva essere tanto di gioia quanto di
disperazione, e con sicurezza incastrò la stella nel posto del
quadrato.
Nel caso Mattia non l'avesse già capito da solo che sua sorella
aveva qualcosa di storto, ci pensarono i suoi compagni di classe a
farglielo presente, ad esempio Simona Volterra, che quando in
prima la maestra le disse Simona, questo mese sarai vicina di
banco di Michela, si ribellò incrociando le braccia e disse io vicino
a quella là non ci voglio stare.
Mattia aveva lasciato che Simona e la maestra litigassero per un
po' e poi aveva detto maestra, posso restarci io vicino a Michela.
Tutti quanti erano apparsi sollevati: quella là, Simona, la maestra.
Tutti quanti, a parte Mattia.

17

I due gemelli stavano al primo banco. Michela colorava per tutto
il giorno disegni prestampati, andando meticolosamente fuori dai
contorni e assegnando i colori a caso. La pelle dei bambini blu, il
cielo rosso, gli alberi tutti gialli. Impugnava la matita come un
batticarne e calcava sul foglio tanto da strapparlo una volta su tre.
Di fianco a lei Mattia imparava a leggere e scrivere. Imparava le
quattro operazioni aritmetiche e fu il primo della classe a saper
fare le divisioni con il riporto. La sua testa pareva un ingranaggio
perfetto, nello stesso modo misterioso in cui quella di sua sorella
era così difettosa.
A volte Michela prendeva a dimenarsi sulla sedia e a sbattere le
braccia forsennatamente, come una falena in trappola. Gli occhi le
si facevano bui e la maestra restava a guardarla, più impaurita di
lei, con la vaga speranza che quella ritardata potesse davvero
prendere il volo, una volta o l'altra. Qualcuno nelle file dietro
ridacchiava e qualcun altro gli faceva shhh.
Allora Mattia si alzava in piedi, sollevando la sedia per non farla
stridere sul pavimento e andava dietro a Michela, che ruotava la
testa da una parte e dall'altra e ormai sbatteva le braccia talmente
veloce che lui aveva paura le si staccassero.
Mattia le prendeva le mani e delicatamente le chiudeva le
braccia intorno al petto.
«Ecco, non le hai più le ali» le diceva in un orecchio.
Michela ci metteva ancora qualche secondo prima di smetterla
di tremare. Restava fissa su qualcosa di inesistente, per alcuni
secondi, e poi tornava a torturare i suoi disegni come se nulla
fosse. Mattia si sedeva di nuovo al suo posto, la testa bassa e le
orecchie rosse di imbarazzo e la maestra andava avanti con la
spiegazione.
In terza elementare i gemelli non erano ancora stati invitati a
nessuna delle feste di compleanno dei loro compagni. La mamma
se n'era accorta e aveva pensato di risolvere la situazione
organizzandola loro una festa, per il compleanno dei gemelli. A
tavola il signor Balossino aveva cassato la proposta, dicendo per
pietà Adele, è già abbastanza penoso così. Mattia aveva tirato un

18

respiro di sollievo e Michela aveva lasciato cadere la forchetta per
la decima volta. Non se n'era più parlato.
Poi, un mattino di gennaio, Riccardo Pelotti, quello con i capelli
rossi e i labbroni da babbuino, si avvicinò al banco di Mattia.
«Senti, ha detto mia madre che ci puoi venire anche tu alla mia
festa di compleanno» disse d'un fiato, guardando verso la lavagna.
«E anche lei» aggiunse indicando Michela che stava lisciando
accuratamente la superficie del banco, neanche fosse stata un
lenzuolo.
La faccia di Mattia prese a formicolare per l'emozione. Rispose
grazie, ma Riccardo, levatosi il peso, si era già allontanato.
La mamma dei gemelli entrò subito in agitazione e portò tutti e
due alla Benetton per vestirli a nuovo. Girarono tre negozi di
giocattoli ma ogni volta Adele non era abbastanza convinta.
«Ma che gusti ha Riccardo? Gli può piacere questo?»
domandava a Mattia, soppesando la confezione di un puzzle da
millecinquecento pezzi.
«E io che ne so?» le rispondeva il figlio.
«È un tuo amico, insomma. Saprai bene che giochi gli
piacciono.»
Mattia pensò che Riccardo non era un suo amico e che non
sarebbe riuscito a spiegarlo a sua madre. Si limitò a scrollare le
spalle.
Alla fine Adele decise per l'astronave dei Lego, la scatola più
grande e costosa del reparto.
«Mamma, è troppo» protestò il figlio.
«Ma va'. E poi voi siete in due. Non vorrete mica fare brutta
figura.»
Mattia sapeva benissimo che, Lego o no, loro la brutta figura la
facevano comunque. Con Michela era impossibile il contrario.
Sapeva benissimo che a quella festa Riccardo li aveva invitati solo
perché i suoi lo avevano obbligato. Michela gli sarebbe stata
appiccicata tutto il tempo, si sarebbe rovesciata l'aranciata addosso
e poi si sarebbe messa a frignare, come faceva sempre quando era
stanca.

19

Per la prima volta Mattia pensò che forse era meglio starsene a
casa.
Anzi no, pensò che era meglio se Michela se ne stava a casa.
«Mamma» attaccò incerto.
Adele cercava il portafoglio nella borsa.
«Sì?»
Mattia prese fiato.
«Michela deve proprio venirci, alla festa?»
Adele si immobilizzò di colpo e piantò gli occhi in quelli del
figlio. La cassiera osservava la scena con sguardo indifferente e
con una mano aperta sul tapis roulant, in attesa dei soldi. Michela
stava mischiando i pacchetti di caramelle sull'espositore.
Le guance di Mattia si scaldarono, pronte a ricevere una sberla
che non arrivò mai.
«Certo che ci viene» si limitò a dire sua madre e la questione si
chiuse lì.
A casa di Riccardo potevano andarci da soli. Erano appena dieci
minuti a piedi. Alle tre in punto Adele spinse i gemelli fuori dalla
porta.
«Dài, che fate tardi. Ricordatevi di ringraziare i suoi genitori»
disse.
Poi si voltò verso Mattia.
«Fai attenzione a tua sorella. Sai che di schifezze non ne può
mangiare.»
Mattia annuì. Adele li baciò entrambi sulle guance, Michela più
a lungo. Le sistemò i capelli sotto il cerchietto e disse divertitevi.
Lungo la strada per la casa di Riccardo, i pensieri di Mattia
erano scanditi dal fruscio dei pezzi di Lego, che si muovevano
nella scatola come una piccola marea, urtando le pareti di cartone
su una faccia e poi su quella opposta. Alle sue spalle, qualche
metro più in là, Michela incespicava per tenere il passo,
trascinando i piedi sulla poltiglia di foglie morte incollate
all'asfalto. L'aria era ferma e fredda.
Farà cadere tutte le patatine a terra, pensò Mattia.

20

Prenderà la palla e non vorrà più ridarla a nessuno.
«Ti vuoi sbrigare?» si voltò a dire alla gemella, che d'un tratto si
era accovacciata in mezzo al marciapiede e con un dito torturava
un verme lungo una spanna.
Michela guardò il fratello come se lo rivedesse per la prima
volta dopo tanto tempo. Gli sorrise e gli corse incontro stringendo
il verme tra pollice e indice.
«Che schifo che fai. Buttalo via» le ordinò Mattia, ritraendosi.
Michela guardò ancora un momento il verme e sembrò
domandarsi come fosse finito tra le sue dita. Poi lo lasciò cadere e
abbozzò una corsa sbilenca per raggiungere il fratello che si era
già allontanato di qualche passo.
Si prenderà il pallone e non vorrà più darlo a nessuno, proprio
come fa a scuola, pensava Mattia.
Guardò la gemella che aveva i suoi stessi occhi, il suo stesso
naso, il suo stesso colore di capelli e un cervello da buttare e per la
prima volta provò un odio autentico. Le prese la mano per
attraversare il corso, perché lì le macchine andavano forte. Fu
mentre attraversavano che gli venne un'idea.
Lasciò la mano della sorella, coperta dal guantino di lana, e
pensò che però non era giusto.
Poi, mentre costeggiavano il parco, cambiò idea un'altra volta e
si convinse che non l'avrebbe mai scoperto nessuno.
È solo per qualche ora, pensò. Solo per questa volta.
Cambiò direzione bruscamente, tirandosi dietro Michela per un
braccio, ed entrò nel parco. L'erba del prato era ancora umida dalla
gelata della notte. Michela gli trotterellò dietro, sporcando i suoi
stivaletti di scamosciato bianco nuovi nuovi nella fanghiglia.
Al parco non c'era nessuno. Con quel freddo la voglia di
passeggiare sarebbe passata a chiunque. I due gemelli raggiunsero
una zona alberata, attrezzata con tre tavoli di legno e una griglia
per il barbecue. In prima si erano fermati a pranzare proprio lì, una
mattina che le maestre li avevano portati in giro a raccogliere
foglie secche, con cui poi avevano confezionato dei brutti
centrotavola da regalare ai nonni per Natale.

21

«Michi, ascoltami bene» disse Mattia. «Mi stai ascoltando?»
Con Michela bisognava sempre accertarsi che quel suo stretto
canale di comunicazione fosse aperto. Mattia attese un cenno del
capo della sorella.
«Bene. Allora, io adesso devo andare via per un po', okay? Però
non sto via molto, solo mezz'oretta» le spiegò.
Non c'era motivo per dire la verità, tanto per Michela mezz'ora o
un giorno intero faceva poca differenza. La dottoressa aveva detto
che lo sviluppo della sua percezione spazio-temporale si era
arrestato a uno stadio pre-cosciente e Mattia aveva capito
benissimo cosa voleva dire.
«Tu stai seduta qui e mi aspetti» disse alla gemella.
Michela fissava il fratello con serietà e non rispose nulla, perché
non sapeva rispondere. Non diede segno di aver capito davvero,
ma per un momento gli occhi le si accesero e per tutta la vita
Mattia pensò a quegli occhi come alla paura.
Si allontanò di qualche passo dalla sorella, camminando
all'indietro per continuare a guardarla e assicurarsi che lei non lo
seguisse. Solo i gamberi camminano così, lo aveva sgridato una
volta sua madre, e finisce sempre che vanno a sbattere da qualche
parte.
Era a una quindicina di metri e Michela non lo guardava già più,
tutta presa nel tentativo di staccare un bottone dal suo cappotto di
lana.
Mattia si voltò e si mise a correre, stringendo in mano il
sacchetto con il regalo. Dentro la scatola più di duecento cubetti di
plastica sbattevano l'uno sull'altro e sembrava volessero dirgli
qualcosa.
«Ciao Mattia» lo accolse la mamma di Riccardo Pelotti aprendo
la porta. «E la tua sorellina?»
«Lei aveva la febbre» mentì Mattia. «Un po'.»
«Oh, ma che peccato» disse la signora, che non sembrava
dispiaciuta per niente. Si fece da parte per farlo entrare.

22

«Ricky, c'è il tuo amico Mattia. Vieni a salutarlo» gridò rivolta
verso il corridoio.
Riccardo Pelotti comparve con una scivolata sul pavimento e la
sua espressione antipatica. Si fermò per un secondo a guardare
Mattia e cercò tracce della ritardata. Poi, sollevato, disse ciao.
Mattia alzò la borsa con il regalo sotto il naso della signora.
«Questo dove lo metto?» domandò.
«Cos'è?» chiese Riccardo sospettoso.
«Lego.»
«Ah.»
Riccardo afferrò la borsa e sparì di nuovo in corridoio.
«Vai con lui» disse la signora spingendo Mattia. «La festa è di
là.»
Il soggiorno di casa Pelotti era incorniciato da ghirlande di
palloncini. Su un tavolo coperto da una tovaglia di carta rossa
c'erano delle ciotole di pop-corn e patatine, una teglia di pizza
secca tagliata a quadrati e una fila di bottiglie ancora chiuse di
bevande gassate di vari colori. Alcuni dei compagni di Mattia
erano già arrivati e stavano in piedi al centro della stanza, a
presidiare il tavolo.
Mattia fece qualche passo verso gli altri e poi si fermò a un paio
di metri, come un satellite che non vuole occupare troppo posto
nel cielo. Nessuno fece caso a lui.
Quando la stanza fu piena di bambini, un ragazzo sulla ventina,
con un naso di plastica rossa e una bombetta da pagliaccio, li fece
giocare a mosca cieca e alla coda dell'asino, quel gioco in cui vieni
bendato e devi attaccare la coda a un asino disegnato su un foglio.
Mattia vinse il primo premio, che consisteva in una manciata extra
di caramelle, ma solo perché vedeva da sotto la benda. Tutti gli
gridarono buu e hai barato, mentre pieno di vergogna si infilava i
dolci nella tasca.
Poi, quando fuori era già buio, il ragazzo vestito da pagliaccio
spense le luci, fece sedere tutti in cerchio e attaccò a raccontare
una storia dell'orrore. Teneva una torcia accesa sotto il mento.

23

Mattia pensò che la storia non faceva davvero paura, ma la
faccia illuminata in quel modo sì. La luce proiettata dal basso la
rendeva tutta rossa e ne scopriva delle ombre terrorizzanti. Mattia
guardò fuori dalla finestra per non guardare più il pagliaccio e si
ricordò di Michela. Non se n'era mai dimenticato veramente, ma
per la prima volta la immaginò da sola in mezzo agli alberi, ad
aspettarlo, mentre con i guantini bianchi si strofinava la faccia per
scaldarsi un po'.
Si drizzò in piedi, proprio mentre la mamma di Riccardo faceva
il suo ingresso nella stanza buia con una torta piena di candeline
accese e tutti quanti si mettevano ad applaudire, un po' alla storia e
un po' alla torta.
«Io devo andare» le disse, senza nemmeno darle il tempo di
appoggiare la torta sul tavolo.
«Proprio adesso? C'è la torta.»
«Sì, adesso. Devo andare.»
La mamma di Riccardo lo guardava da sopra le candeline.
Anche la sua faccia, illuminata così, era piena di ombre
minacciose. Gli altri invitati tacquero.
«Va bene» disse la donna incerta. «Ricky, accompagna il tuo
amico alla porta.»
«Ma devo spegnere le candeline» protestò il festeggiato.
«Fai come ti dico» gli ordinò la madre, senza smettere di fissare
Mattia.
«Cheppalle che sei, Mattia!»
Qualcuno si mise a ridere. Mattia seguì Riccardo fino
all'ingresso, prese la sua giacca da sotto un mucchio di giacche e
gli disse grazie e ciao. Quello non rispose nulla e gli chiuse la
porta dietro, per tornare di corsa alla sua torta.
Dal cortile del condominio di Riccardo, Mattia si voltò per un
attimo verso la finestra illuminata. Le grida dei suoi compagni
filtravano da sotto le finestre e giungevano ovattate alle sue
orecchie, come il brusio rassicurante della televisione in salotto,
quando alla sera la mamma spediva lui e Michela a dormire. Il

24

cancelletto si chiuse alle sue spalle con uno schiocco metallico e
lui si mise a correre.
Entrò nel parco e, dopo una decina di passi, la luce dei lampioni
sulla strada non bastò più a distinguere il vialetto di ghiaia. I rami
spogli degli alberi dove aveva lasciato Michela erano soltanto dei
graffi un po' più scuri contro il cielo nero. Vedendoli da lontano,
Mattia ebbe la certezza, limpida e inspiegabile, che sua sorella non
fosse più lì.
Si fermò a pochi metri dalla panca dove Michela era seduta fino
a qualche ora prima, tutta intenta a rovinare il suo cappotto. Restò
fermo, in ascolto, finché il fiatone non gli fu passato, come se da
un momento all'altro sua sorella dovesse sbucare da dietro un
albero facendogli cucù e poi corrergli incontro, svolazzando con la
sua andatura sbilenca.
Mattia chiamò Michi e si spaventò della propria voce. Lo ripeté
più piano. Si avvicinò ai tavoli di legno e poggiò una mano nel
punto in cui Michela era seduta. Era freddo come tutto il resto.
Si sarà stufata e sarà andata a casa, pensò.
Ma se non la sa neppure, la strada. E poi non può attraversare il
corso da sola.
Mattia guardò il parco, che si perdeva nel buio davanti a lui.
Non sapeva nemmeno dove finiva. Pensò che non voleva
proseguire e che non aveva altra scelta.
Camminava in punta di piedi per non far scricchiolare le foglie
sotto le suole, girando la testa da una parte all'altra, nella speranza
di scorgere Michela accucciata dietro un albero, a fare la posta a
uno scarabeo o a chissacché.
Entrò nel recinto delle giostrine. Si sforzò di ricordare i colori
che aveva lo scivolo nella luce della domenica pomeriggio,
quando la mamma cedeva alle urla di Michela e le faceva fare un
paio di giri, anche se lei per lo scivolo era già troppo grande.
Costeggiò la siepe fino ai bagni pubblici, ma non ebbe il
coraggio di entrarci. Ritrovò il sentiero, che in quel punto del
parco era solo una striscia sottile di terriccio segnata
dall'andirivieni delle famiglie a passeggio. Lo seguì per dieci

25

minuti buoni, finché non seppe più dov'era. Allora gli venne da
piangere e da tossire insieme.
«Sei proprio una stupida, Michi» disse a mezza voce. «Una
stupida ritardata. Te l'ha spiegato mille volte mamma che quando
ti perdi devi fermarti dove sei... Ma tu non capisci mai niente...
Niente di niente.»
Risalì un lieve pendio e si trovò di fronte al fiume che tagliava
in due il parco. Suo padre gli aveva detto il nome un sacco di
volte, ma Mattia non riuscì a ricordarselo. L'acqua rifletteva un po'
di luce presa da chissà dove e la faceva tremolare nei suoi occhi
umidi.
Si avvicinò alla sponda del fiume e sentì che Michela doveva
essere vicina. L'acqua le piaceva. Mamma raccontava sempre che,
quando da piccoli faceva il bagno a tutti e due insieme, Michi
strillava come una pazza perché non voleva uscire, anche dopo
che l'acqua era diventata fredda. Una domenica papà li aveva
portati sulla riva, proprio lì forse, e gli aveva insegnato a lanciare i
sassi piatti per farli rimbalzare sulla superficie. Mentre gli
spiegava che doveva sfruttare meglio il polso, che era quello a
dare la rotazione, Michela si era sporta in avanti e aveva fatto in
tempo a scivolare in acqua fino alla vita, prima che papà
l'acchiappasse per un braccio. Le aveva mollato uno schiaffo e lei
si era messa a frignare e poi erano tornati tutti e tre a casa, in
silenzio e con i musi lunghi.
L'immagine di Michela che con un ramoscello giocava a
scomporre il proprio riflesso nell'acqua e poi ci scivolava dentro
come un sacco di patate attraversò la testa di Mattia con la
violenza di una scarica elettrica.
Si sedette a mezzo metro dalla riva, stanco. Si voltò per guardare
dietro di sé e vide il buio che sarebbe durato ancora molte ore.
Prese a fissare la superficie nera e lucida del fiume. Di nuovo
cercò di ricordarsene il nome, ma non ci riuscì neppure stavolta.
Affondò le mani nella terra fredda. Sulla riva l'umidità la rendeva
più morbida. Vi trovò un pezzo di bottiglia, il rimasuglio tagliente
di qualche festeggiamento notturno. Quando se lo conficcò la

26

prima volta nella mano non sentì male, forse non se ne accorse
neppure. Poi cominciò a rigirarlo nella carne per piantarlo più a
fondo, senza staccare gli occhi dall'acqua. Aspettava che da un
momento all'altro Michela affiorasse alla superficie e nel
frattempo si chiedeva perché certe cose stanno a galla e certe altre
invece no.

27

Sulla pelle e appena dietro
(1991)

3

L'orribile vaso in ceramica bianca, ornato con dei complicati
intrecci floreali in oro, che occupava da sempre un angolo del
bagno, apparteneva alla famiglia Della Rocca da cinque
generazioni, ma non piaceva veramente a nessuno. Più volte Alice
aveva provato l'impulso di scaraventarlo a terra e di gettarne i
minuscoli e inestimabili frammenti nel cassonetto di fronte alla
villa, insieme alle confezioni di Tetra Pak del purè in scatola, agli
assorbenti usati, non certo da lei, e ai blister vuoti degli ansiolitici
di suo padre.
Alice ci passò un dito sopra e pensò a quanto fosse freddo, liscio
e pulito. Soledad, la governante ecuadoriana, era diventata via via
più meticolosa con il passare degli anni, perché a casa Della Rocca
si faceva caso ai particolari. Quando si era presentata la prima
volta, Alice aveva appena sei anni e la studiava con sospetto al
riparo della gonna di sua madre. Soledad si era chinata su di lei e
l'aveva guardata con meraviglia. Che bei capelli che hai, le aveva
detto, posso toccarli? Alice si era morsa la lingua per non dire no e
Soledad le aveva sollevato una ciocca castana come se fosse stata
uno scampolo di seta e poi l'aveva lasciata ricadere. Non riusciva a
credere che dei capelli potessero essere tanto sottili.
Alice trattenne il fiato mentre si sfilava la canottiera e non poté
fare a meno di strizzare gli occhi per un momento.

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Quando li riaprì vide se stessa riflessa nel grande specchio sopra
il lavandino e provò una piacevole delusione. Arrotolò l'elastico
degli slip di un paio di giri, in modo che arrivassero appena sopra
la cicatrice e rimanessero abbastanza tesi da lasciare un po' di
vuoto tra l'orlo e la pancia, a formare un ponte fra le ossa del
bacino. L'indice ancora non ci passava, ma il mignolo sì e poterlo
infilare lì in mezzo la faceva impazzire.
Ecco, deve spuntare proprio da qui, pensò.
Una rosellina blu, come quella di Viola.
Alice si mise di profilo, il destro, quello buono, come era
abituata a dire nella sua testa. Spostò tutti i capelli in avanti e
pensò che così assomigliava a una bambina indemoniata. Provò a
raccoglierli in una coda di cavallo e poi in una coda più alta,
proprio come la portava Viola, che piaceva sempre a tutti.
Non funzionava nemmeno così.
Lasciò ricadere i capelli sulle spalle e con un gesto abituale li
pinzò dietro le orecchie. Appoggiò le mani al lavandino e si spinse
con la faccia a pochi centimetri dallo specchio, così veloce che gli
occhi le sembrarono sovrapporsi in un unico, terrificante occhio da
ciclope. Con il fiato caldo creò un alone sul vetro, che le coprì
parte della faccia.
Non riusciva proprio a spiegarselo dove Viola e le sue amiche
trovassero quegli sguardi con cui andavano in giro a fare strage di
ragazzi. Quegli sguardi spietati e accattivanti, che potevano
decidere se distruggerti o graziarti con una sola, impercettibile
flessione delle sopracciglia.
Alice cercò di essere provocante con lo specchio, ma vide solo
una ragazza impacciata, che agitava le spalle senza grazia e pareva
muoversi sotto l'effetto di un anestetico.
Era convinta che il vero problema fossero le sue guance, troppo
gonfie e paonazze. Soffocavano gli occhi, mentre lei voleva che le
schizzassero fuori dalle orbite e si piantassero, come schegge
appuntite, nello stomaco dei ragazzi che li incrociavano. Voleva
che il suo sguardo non risparmiasse nessuno, che lasciasse un
segno indelebile.

29

Invece continuava a dimagrire solo di pancia, culo e tette,
mentre le guance restavano lì, due cuscinetti tondi da bambina.
Qualcuno bussò alla porta del bagno.
«Ali, è pronto» risuonò la voce odiosa di suo padre attraverso il
vetro smerigliato.
Alice non rispose e risucchiò le guance dentro la bocca per
vedere come sarebbe stata meglio così.
«Ali, ci sei?» la chiamò suo padre.
Con la bocca tutta arricciata in avanti, Alice diede un bacio al
proprio riflesso. Con la lingua sfiorò la propria lingua sul freddo
dello specchio. Chiuse gli occhi e, come nei veri baci, fece
ondeggiare la testa, con troppa regolarità per risultare credibile. Il
bacio che desiderava veramente non l'aveva ancora trovato sulla
bocca di nessuno.
Davide Poirino era stato il primo a usare la lingua, in terza
media, per una scommessa persa. L'aveva fatta ruotare
meccanicamente intorno a quella di Alice per tre volte, in senso
orario e poi si era girato verso i suoi amici e aveva detto okay?
Quelli erano scoppiati a ridere e qualcuno aveva detto hai baciato
la zoppa, ma Alice era contenta lo stesso, perché aveva dato il suo
primo bacio e Davide non era niente male.
Poi ce n'erano stati altri. Suo cugino Walter alla festa della
nonna e un amico di Davide di cui non sapeva neppure il nome,
che in segreto le aveva chiesto se per favore faceva provare anche
lui. In un angolo nascosto del cortile della scuola erano rimasti con
le labbra appiccicate per alcuni minuti, senza che nessuno dei due
avesse il coraggio di muovere un muscolo. Una volta staccati, lui
aveva detto grazie e si era allontanato a testa alta, con il passo
molleggiato di un uomo fatto.
Adesso era indietro. Le sue compagne parlavano di posizioni, di
succhiotti e di come usare le dita e discutevano se era meglio con
o senza il profilattico, mentre Alice aveva ancora sulle labbra il
ricordo sciapo di un bacio a stampo in terza media.
«Ali? Mi senti?» gridò più forte suo padre.

30

«Cheppalle. Sì che ti sento» rispose Alice scocciata, con un tono
di voce che fosse appena udibile da fuori.
«È pronta la cena» ripeté il padre.
«Ho capito, accidenti» disse Alice. Poi, sottovoce, aggiunse
rompicoglioni.
Soledad lo sapeva che Alice buttava via la roba da mangiare.
All'inizio, quando Alice avanzava il cibo nel piatto, le diceva mi
amorcito, finisci tutto, che nel mio paese i bambini muoiono di
fame.
Una sera Alice l'aveva guardata dritto negli occhi, furiosa.
«Anche se io mi ingozzo fino a stare male, i bambini del tuo
paese non la smetteranno certo di morire di fame» aveva detto.
Così Soledad non le diceva più nulla, ma le metteva sempre
meno roba nel piatto. Tanto non faceva alcuna differenza. Alice
era in grado di pesare gli alimenti con lo sguardo e di selezionare
sempre le sue trecento calorie per la cena. Il resto lo faceva fuori,
in qualche modo.
Mangiava con la mano destra poggiata sul tovagliolo. Di fronte
al piatto disponeva il bicchiere del vino, che si faceva versare ma
non beveva mai, e quello dell'acqua, in modo da formare una
barricata di vetro. Poi, durante la cena, posizionava
strategicamente anche il contenitore del sale e l'oliera. Aspettava
che i suoi si distraessero, ognuno assorto nel faticoso meccanismo
della masticazione. A quel punto, con cautela, spingeva il cibo già
sminuzzato fuori dal piatto, dentro il tovagliolo.
Nel corso di una cena faceva sparire almeno tre tovaglioli pieni
nelle tasche della tuta. Prima di lavarsi i denti li svuotava nel
gabinetto e guardava tutti quei pezzetti di cibo ruotare verso lo
scarico. Con soddisfazione si passava una mano sullo stomaco e lo
sentiva vuoto e pulito come un vaso di cristallo.
«Sol, accidenti, hai di nuovo messo la panna nel sugo» si
lamentò sua madre con la governante. «Quante volte te lo devo
ripetere che non la digerisco?»
La madre di Alice spinse in avanti il piatto con disgusto.

31

Alice si era presentata a tavola con un asciugamano arrotolato
sulla testa a mo' di turbante, per giustificare con una doccia mai
fatta tutto il tempo che aveva passato chiusa in bagno.
Aveva riflettuto a lungo se chiederglielo o no. Ma tanto
l'avrebbe fatto comunque. Lo desiderava troppo.
«Vorrei farmi un tatuaggio sulla pancia» esordì.
Suo padre scostò dalle labbra il bicchiere da cui stava bevendo.
«Chiedo scusa?»
«Hai capito» fece Alice, sfidandolo subito con lo sguardo.
«Voglio farmi un tatuaggio.»
Il padre di Alice si passò il tovagliolo sulla bocca e sugli occhi,
come per cancellare una brutta immagine che gli aveva
attraversato la mente. Poi lo ripiegò con cura e lo ripose sulle
ginocchia. Riprese in mano la forchetta, cercando di esibire tutta la
sua irritante padronanza di sé.
«Io non so nemmeno come certe cose ti vengano in mente»
disse.
«E cosa vorresti tatuarti? Sentiamo un po'» intervenne la madre,
con il viso alterato, di sicuro più dalla panna nel sugo che dalla
richiesta di sua figlia.
«Una rosa. Piccolina. Viola ce l'ha.»
«E, di grazia, chi sarebbe Viola?» domandò il padre, con
un'inflessione ironica appena troppo marcata.
Alice scosse la testa, guardò verso il centro del tavolo e si sentì
insignificante.
«Viola è una sua compagna di classe» rispose Fernanda con
evidente sforzo. «Ne avrà parlato un milione di volte, su. Si vede
proprio che tu non ci sei con la testa.»
L'avvocato Della Rocca guardò sua moglie con sufficienza,
come a dire non sei stata interpellata.
«Perdonatemi, ma non credo di essere molto interessato a ciò
che le compagne di classe di Alice si fanno disegnare addosso»
sentenziò infine. «In ogni caso tu non ti fai nessun tatuaggio.»
Alice spinse nel tovagliolo un'altra forchettata di spaghetti.

32

«Tanto non puoi impedirmelo» azzardò, continuando a fissare il
centro vuoto del tavolo. La sua voce fu incrinata da un accenno di
insicurezza.
«Potresti ripetere?» domandò suo padre, senza mutare il volume
e la calma della propria voce.
«Potresti ripetere?» scandì più lentamente.
«Ho detto che tanto non puoi impedirmelo» disse Alice, alzando
gli occhi, ma senza riuscire a sostenere quelli profondi e ghiacciati
di suo padre per più di mezzo secondo.
«Lo credi davvero? Da ciò che mi risulta tu hai quindici anni e
questo ti vincola alle decisioni dei tuoi genitori per, il calcolo è
molto semplice, ancora tre anni» spiegò l'avvocato. «Allo scadere
di questo periodo sarai libera di, diciamo così, impreziosire la tua
pelle con fiori, teschi o quant'altro.»
L'avvocato sorrise verso il piatto e si infilò in bocca una
forchettata di spaghetti, arrotolati per bene.
Ci fu un lungo silenzio. Alice faceva scivolare pollice e indice
lungo l'orlo della tovaglia. Sua madre, insoddisfatta della propria
cena, sbocconcellava un grissino e vagava con lo sguardo per la
sala da pranzo. Suo padre fingeva di mangiare di gusto. Masticava
con movimenti rotatori della mascella e ai primi due morsi di ogni
boccone teneva gli occhi chiusi, in estasi.
Alice scelse di affondare il colpo, perché lo detestava sul serio,
perché vederlo mangiare in quel modo le faceva irrigidire anche la
gamba buona.
«A te non importa nulla se io non piaccio a nessuno» disse. «Se
non piacerò mai a nessuno.»
Suo padre la guardò interrogativo, poi tornò alla sua cena, come
se nessuno avesse parlato.
«Non ti importa se mi hai rovinata per sempre» continuò Alice.
L'avvocato Della Rocca rimase con la forchetta a mezz'aria.
Guardò sua figlia per alcuni secondi, stravolto.
«Non capisco di cosa tu stia parlando» disse con la voce un po'
tremante.

33

«Invece lo capisci benissimo» fece Alice. «Lo sai che è soltanto
colpa tua se io sarò così per sempre.»
Il padre di Alice appoggiò la forchetta sul bordo del piatto. Con
una mano si coprì gli occhi, come se stesse riflettendo
profondamente su qualcosa. Poi si alzò e uscì dalla stanza. I suoi
passi pesanti risuonarono sul marmo lucido del corridoio.
Fernanda disse oh Alice, senza compassione o rimprovero, solo
scuotendo la testa rassegnata. Poi seguì il marito nell'altra stanza.
Alice continuò a fissare il suo piatto pieno per quasi due minuti,
mentre Soledad sparecchiava il tavolo, silenziosa come un'ombra.
Poi si cacciò in tasca il tovagliolo ripieno e si chiuse nel bagno.

34

4

Pietro Balossino aveva smesso da tempo di provare a penetrare
l'universo oscuro di suo figlio. Quando, per sbaglio, lo sguardo gli
cadeva sulle sue braccia devastate dalle cicatrici, ripensava alle
notti insonni passate a setacciare la casa in cerca degli oggetti
taglienti rimasti in giro, le notti in cui Adele, gonfia di sedativi,
dormiva sul divano con la bocca aperta, perché non voleva più
dividere il letto con lui. Le notti in cui il futuro sembrava arrivare
solo fino al mattino e lui contava le ore, tutte quante, dai rintocchi
delle campane in lontananza.
La convinzione che una mattina avrebbe trovato suo figlio a
faccia in giù su un cuscino intriso di sangue si era conficcata a una
tale profondità nella sua testa che lentamente si era abituato a
ragionare come se non ci fosse già più, anche adesso che se ne
stava seduto in macchina al suo fianco.
Lo stava accompagnando alla nuova scuola. Fuori pioveva, ma
la pioggia era così fine da non fare rumore.
Qualche settimana prima, la preside del liceo scientifico E.M.
aveva convocato lui e Adele nel suo ufficio, per fare presente una
situazione, come aveva scritto a Mattia sul diario. Al momento
dell'incontro, l'aveva presa alla larga, soffermandosi a lungo sul
temperamento sensibile del ragazzo, sulla sua straordinaria
intelligenza, sulla sua incrollabile media del nove in tutte le
materie.
Il signor Balossino aveva preteso che suo figlio fosse presente
alla discussione, per una ragione di correttezza, che di sicuro
interessava solo lui. Mattia si era seduto di fianco ai genitori e per
tutto il tempo non aveva alzato gli occhi dalle proprie ginocchia.
Stringendo i pugni era riuscito a farsi sanguinare molto
superficialmente la mano sinistra. Due giorni prima Adele, in un

35

momento di distrazione, gli aveva controllato solo le unghie
dell'altra.
Mattia ascoltava le parole della preside come se non stesse
davvero parlando di lui e gli tornò in mente quella volta in quinta
elementare, quando la maestra Rita, dopo cinque giorni filati che
lui non spiccicava una parola, lo aveva fatto sedere al centro
dell'aula, con tutti gli altri disposti intorno a ferro di cavallo. La
maestra aveva attaccato a dire che di sicuro Mattia aveva un
problema di cui non voleva parlare a nessuno. Che Mattia era un
bambino molto intelligente, forse troppo intelligente per la sua età.
Poi aveva invitato i compagni a stargli vicino, a fare in modo che
si confidasse, a fargli capire che loro erano suoi amici. Mattia si
guardava i piedi e quando la maestra gli aveva domandato se
voleva dire qualcosa, lui finalmente aveva parlato e aveva chiesto
se poteva tornare al suo posto.
Finiti gli elogi, la preside arrivò al dunque e quello che il signor
Balossino capì, ma soltanto alcune ore più tardi, fu che tutti i
docenti di Mattia avevano espresso un particolare disagio, un
sentimento quasi impalpabile di inadeguatezza nei confronti di
questo ragazzo straordinariamente dotato, che sembrava non voler
creare legami con nessuno dei suoi coetanei.
La preside aveva fatto una pausa. Si era appoggiata allo
schienale della sua comoda poltrona e aveva aperto un fascicolo in
cui non doveva leggere nulla. Poi lo aveva richiuso, come
ricordandosi tutt'a un tratto che c'erano altre persone nel suo
ufficio. Con parole studiate attentamente aveva suggerito ai
coniugi Balossino che forse il liceo E.M. non era in grado di
rispondere pienamente alle esigenze di loro figlio.
Quando, a cena, il papà di Mattia gli aveva domandato se voleva
davvero cambiare scuola, lui aveva risposto alzando le spalle e poi
si era messo a osservare il riflesso abbagliante del neon sul
coltello con cui avrebbe dovuto tagliare la carne.
«Non piove davvero storto» disse Mattia, guardando fuori dal
finestrino e strappando il padre dai suoi pensieri.

36

«Cosa?» fece Pietro, scuotendo d'istinto la testa.
«Fuori non c'è vento. Altrimenti si muoverebbero anche le foglie
sugli alberi» continuò Mattia.
Suo padre si sforzò di stare dietro al ragionamento. In realtà non
gliene importava nulla e sospettava che fosse soltanto un'altra
stramberia del figlio.
«Quindi?» chiese.
«Sul finestrino le gocce scendono di traverso, ma è solo un
effetto del nostro movimento. Misurando l'angolo rispetto alla
verticale, uno potrebbe pure calcolare la velocità di caduta.»
Mattia seguì con il dito la traiettoria di una goccia. Si avvicinò
con la faccia al parabrezza e ci soffiò sopra. Poi con l'indice
tracciò una linea nella condensa.
«Non alitare sui vetri, che rimangono i segni» lo rimproverò suo
padre.
Mattia sembrò non averlo sentito.
«Se non vedessimo nulla fuori dalla macchina, se non sapessimo
che ci stiamo muovendo, non ci sarebbe modo di capire se è colpa
delle gocce o colpa nostra» fece Mattia.
«Colpa di cosa?» gli domandò suo padre, smarrito e un po'
seccato.
«Colpa che vengano giù così storte.»
Pietro Balossino annuì seriamente, senza capire. Erano arrivati.
Mise l'auto in folle e tirò il freno a mano. Mattia aprì la portiera e
una ventata d'aria fresca penetrò nell'abitacolo.
«Vengo a prenderti all'una» disse Pietro.
Mattia fece sì con la testa. Il signor Balossino si spinse un po' in
avanti per dargli un bacio, ma la cintura lo trattenne. Si appoggiò
di nuovo allo schienale e guardò suo figlio scendere e chiudersi la
portiera alle spalle.
La nuova scuola era in una bella zona residenziale della collina.
L'edificio era stato costruito nel Ventennio e, nonostante le recenti
ristrutturazioni, restava un pugno nell'occhio in mezzo a tutte
quelle ville sontuose. Un parallelepipedo di cemento bianco, con

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quattro file orizzontali di finestre equidistanti e due scale
antincendio in ferro verde.
Mattia salì le due rampe di scale che portavano all'ingresso e
rimase in disparte da tutti i gruppetti di ragazzi che aspettavano la
prima campanella, anche se fuori dalla tettoia si bagnava la testa.
Una volta entrato cercò il tabellone con la disposizione delle
aule, per non chiedere aiuto alle bidelle.
La seconda F era l'ultima del corridoio del primo piano. Mattia
fece un lungo respiro ed entrò. Si mise ad aspettare a ridosso della
parete in fondo all'aula, con i pollici appesi alle bretelle dello
zaino e gli occhi di uno che nella parete avrebbe voluto affondarci.
Mentre si sedevano ai loro posti, le nuove facce gli gettarono a
turno un'occhiata apprensiva. Nessuno gli sorrise. Alcuni ragazzi
si scambiarono delle frasi all'orecchio e Mattia era sicuro che
fossero su di lui.
Teneva d'occhio i banchi rimasti liberi e, quando anche quello
vicino a una ragazza con le unghie pitturate di rosso venne
occupato, si sentì sollevato. La professoressa entrò nell'aula e
Mattia scivolò nell'unico banco rimasto libero, di fianco alla
finestra.
«Sei quello nuovo?» gli chiese il suo compagno di banco, uno
che aveva tutta l'aria di essere solo quanto lui.
Mattia fece sì con la testa, senza guardarlo.
«Io sono Denis» si presentò l'altro, allungandogli la mano.
Mattia la strinse mollemente e disse piacere.
«Benvenuto» fece Denis.

38

5

Viola Bai era ammirata e temuta con lo stesso trasporto da tutte
le sue compagne, perché era tanto bella da mettere a disagio e
perché a quindici anni conosceva la vita più a fondo di tutte le sue
coetanee, o almeno così dava a vedere. Il lunedì mattina, durante
l'intervallo, le ragazze si radunavano intorno al suo banco e con
avidità ascoltavano il resoconto del suo weekend. Il più delle volte
si trattava di una sapiente rielaborazione di ciò che Serena, la
sorella di Viola più grande di otto anni, aveva raccontato a lei il
giorno prima. Viola ribaltava tutto su di sé, ma sapeva arricchire i
racconti di particolari sordidi, spesso inventati di sana pianta, che
alle orecchie delle sue amiche suonavano misteriosi e inquietanti.
Parlava di questo o di quel locale senza averci mai messo piede,
ma era in grado di descriverne con minuzia l'illuminazione
psichedelica o di soffermarsi sul sorriso malizioso che il barista le
aveva rivolto versandole un cuba libre.
Nella maggior parte dei casi con il barista ci finiva a letto o
magari nel retro del locale, tra i fusti della birra e le casse di
vodka, dove lui la prendeva da dietro e con una mano le tappava la
bocca per non farla gridare.
Viola Bai sapeva come far funzionare una storia. Sapeva che
tutta la violenza è racchiusa nella precisione di un dettaglio.
Sapeva calcolare bene i tempi, in modo che la campanella
suonasse proprio mentre il barista era alle prese con la zip dei suoi
jeans firmati. A quel punto il suo pubblico affezionato si
disperdeva lentamente, con le guance rosse di invidia e di
indignazione. Viola si faceva strappare la promessa di continuare
al cambio d'ora successivo, ma era troppo intelligente per farlo
davvero. Finiva sempre per liquidare la faccenda con una smorfia
della sua bocca perfetta, come se quello che le era successo non

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avesse alcun peso. Era soltanto un altro particolare della sua vita
straordinaria e lei era già proiettata anni luce avanti.
Il sesso l'aveva provato davvero e anche qualcuna delle droghe
di cui così spesso le piaceva elencare i nomi, ma era stata con un
solo ragazzo e, per di più, una volta sola. Era successo al mare e
lui era un amico della sorella, che quella sera aveva fumato e
bevuto troppo per rendersi conto che una ragazzina di tredici anni
era troppo giovane per certe cose. Se l'era scopata in fretta, per
strada, al riparo di un bidone dell'immondizia. Mentre tornavano
con le teste basse dal resto della compagnia, Viola gli aveva preso
la mano, ma lui si era divincolato e le aveva chiesto che fai? A lei
formicolavano le guance e il calore che le era rimasto intrappolato
fra le gambe l'aveva fatta sentire sola. Nei giorni seguenti il
ragazzo non le aveva più rivolto la parola e Viola si era confidata
con la sorella, che aveva riso della sua ingenuità e le aveva detto
fatti furba, che cosa ti aspettavi?
Il pubblico affezionato di Viola era composto da Giada
Savarino, Federica Mazzoldi e Giulia Mirandi. Insieme formavano
una falange compatta e spietata, le quattro stronze, come le
chiamavano alcuni ragazzi della scuola. Viola le aveva scelte una
per una e da ognuna aveva preteso un piccolo sacrificio, perché la
sua amicizia te la dovevi meritare. Era la sola a decidere se eri
dentro o fuori e le sue decisioni erano oscure e inequivocabili.
Alice osservava Viola di nascosto. Dal proprio posto, due file di
banchi più in là, si nutriva di frasi spezzate e brandelli dei suoi
racconti. Poi la sera, in camera da sola, si crogiolava nelle sue
storie.
Prima di quel mercoledì mattina Viola non le aveva mai rivolto
la parola. Fu una specie di iniziazione e venne fatta come si deve.
Nessuna delle ragazze seppe mai con certezza se Viola stesse
improvvisando o se avesse meditato a lungo quella tortura. Ma
tutte quante furono d'accordo nel trovarla assolutamente geniale.
Alice detestava lo spogliatoio. Le sue compagne così perfette
indugiavano il più a lungo possibile in mutande e reggiseno per
farsi invidiare per bene dalle altre. Assumevano delle pose

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innaturali e contratte, tiravano in dentro la pancia e fuori le tette.
Sbuffavano di fronte allo specchio mezzo frantumato che
occupava una delle pareti. Dicevano guarda qui, misurando con le
mani la larghezza del bacino, che in nessun modo avrebbe potuto
essere più proporzionato e seducente.
Il mercoledì Alice usciva di casa con i pantaloncini sotto i jeans,
per non doversi spogliare. Le altre la guardavano con malizia e
sospetto, immaginandosi lo scempio che doveva nascondere sotto
quei vestiti. Lei si toglieva la maglietta voltata di spalle, per
impedire che le vedessero la pancia.
Si metteva le scarpe da ginnastica e spingeva le altre contro il
muro, sistemandole parallele tra loro. Ripiegava i jeans con cura. I
vestiti delle sue compagne, invece, colavano disordinatamente
dalle panche di legno e le loro scarpe erano sparpagliate per il
pavimento e girate al contrario, perché tutte se le sfilavano usando
i piedi.
«Alice, tu sei golosa?» le disse Viola.
Alice impiegò qualche secondo a convincersi che Viola Bai
stava davvero parlando con lei. Era convinta di essere trasparente
al suo sguardo. Tirò le due estremità dei lacci delle scarpe, ma il
nodo le si sciolse fra le dita.
«Io?» chiese guardandosi attorno, a disagio.
«Non ci sono altre Alici, mi pare» le fece il verso Viola.
Le altre ridacchiarono.
«No. Non sono tanto golosa.»
Viola si alzò dalla panca e le venne più vicino. Alice si sentì
addosso i suoi occhi meravigliosi, tagliati a metà dall'ombra che la
frangia le proiettava sul viso.
«Però le caramelle ti piacciono, no?» continuò Viola, con voce
suadente.
«Sì. Insomma. Così così.»
Alice si morse il labbro e si rimproverò subito quell'insicurezza
da cretina. Aderì con la schiena ossuta alla parete. Un tremito le
attraversò la gamba buona. L'altra rimase inerte, come sempre.

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«Ma come così così? Le caramelle piacciono a tutti. È vero
ragazze?» Viola si rivolse alle tre amiche, senza girarsi.
«Mm-mm. A tutte» le fecero eco quelle. Alice percepì una
strana trepidazione negli occhi di Federica Mazzoldi, che la
fissava dal fondo dello spogliatoio.
«Sì, in realtà mi piacciono» si corresse. Cominciava ad avere
paura, senza ancora sapere di cosa.
In prima le quattro stronze avevano immobilizzato Alessandra
Mirano, quella che poi era stata bocciata ed era finita a fare la
scuola da estetista, e l'avevano trascinata nello spogliatoio dei
maschi. L'avevano chiusa dentro e due ragazzi glielo avevano
tirato fuori davanti. Dal corridoio Alice aveva sentito le grida di
incitamento, mischiate con le risate a crepapelle delle quattro
carnefici.
«Infatti. Ne ero sicura. E adesso la vorresti una caramella?»
domandò Viola.
Alice ci pensò su.
Se rispondo di sì, chissà cosa mi fanno mangiare.
Se dico di no, magari Viola si incazza e portano anche me nello
spogliatoio dei maschi.
Rimase in silenzio come una stupida.
«Allora? Non è una domanda così difficile» la prese in giro
Viola. Estrasse dalla tasca una manciata di caramelle gommose
alla frutta.
«Voi lì dietro quale volete?» chiese.
Giulia Mirandi si avvicinò a Viola e le guardò nella mano. Viola
non la smetteva di fissare Alice e lei sentiva il proprio corpo
accartocciarsi sotto il suo sguardo, come un foglio di giornale che
brucia nel camino.
«Ci sono arancia, lampone, mirtillo, fragola e pesca» disse
Giulia. Lanciò un'occhiata fugace e apprensiva verso Alice, senza
farsi vedere da Viola.
«Io lampone» disse Federica.
«Io pesca» fece Giada.

42

Giulia lanciò loro le caramelle e scartò la sua all'arancia. Se la
infilò in bocca e poi indietreggiò di un passo per restituire la scena
a Viola.
«Sono rimaste mirtillo e fragola. Allora, la vuoi o no?»
Forse mi vuole solo dare una caramella, pensò Alice.
Forse vogliono soltanto vedere se mangio oppure no.
È solo una caramella.
«Io preferisco la fragola» disse piano.
«Accidenti, era anche la mia preferita» le fece Viola, con una
pessima interpretazione del dispiacere. «Ma a te la do volentieri.»
Scartò la gelatina alla fragola e lasciò cadere a terra l'involucro.
Alice tese la mano per prenderla.
«Aspetta un momento» le disse Viola. «Non essere ingorda.»
Si chinò a terra, tenendo la caramella tra pollice e indice. La fece
strisciare sul pavimento sudicio dello spogliatoio. Camminando
con le ginocchia piegate, la trascinò lentamente lungo tutta la
parete a sinistra di Alice, a filo dello spigolo, dove lo sporco era
coagulato in batuffoli di polvere e grovigli di capelli.
Giada e Federica ridevano che non ce la facevano più. Giulia si
mordicchiava un labbro nervosamente. Le altre ragazze avevano
capito l'aria che tirava ed erano uscite, chiudendo la porta.
Giunta al fondo della parete, Viola si avvicinò al lavandino,
dove le ragazze si sciacquavano le ascelle e la faccia dopo l'ora di
ginnastica. Con la caramella raccolse la mucillagine biancastra che
ricopriva la parete interna dello scarico.
Tornò di fronte ad Alice e le mise quella schifezza sotto il naso.
«Ecco» disse. «Alla fragola, come volevi tu.»
Non rideva. Aveva l'aria seria e determinata di chi sta facendo
una cosa dolorosa ma necessaria.
Alice scosse la testa per dire no. Aderì ancora di più alla parete.
«Cos'è? Ora non la vuoi più?» le chiese Viola.
«Già» si intromise Federica. «L'hai chiesta e ora te la mangi.»
Alice deglutì.
«E se non la mangio?» ebbe il coraggio di dire.

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«Se non la mangi, accetti le conseguenze» rispose Viola
enigmatica.
«Che conseguenze?»
«Le conseguenze non le puoi sapere. Non le puoi mai sapere.»
Mi vogliono portare dai maschi, pensò Alice. Oppure mi
spogliano e poi non mi ridanno più i vestiti.
Tremando, ma in modo quasi impercettibile, tese la mano verso
quella di Viola, che le lasciò cadere la caramella lurida nel palmo.
Lentamente l'avvicinò alla bocca.
Le altre erano ammutolite e sembravano pensare non lo farà
veramente. Viola era impassibile.
Alice appoggiò la gelatina sulla lingua e sentì i capelli che ci
stavano appiccicati sopra asciugarle la saliva. Masticò solamente
due volte e qualcosa le scricchiolò sotto i denti.
Non vomitare pensò. Non devi vomitare.
Ricacciò giù un fiotto acido di succhi gastrici e ingoiò la
caramella. La sentì scendere giù a fatica, come un sasso, lungo
l'esofago.
Il neon del soffitto produceva un ronzio elettrico e le voci dei
ragazzi nella palestra erano un impasto informe di gridolini e
risate. Nei sotterranei l'aria era pesante e le finestre erano troppo
piccole per lasciarla circolare.
Viola fissò Alice con serietà. Annuì. Senza sorridere le fece un
cenno della testa che voleva dire adesso possiamo andare. Poi si
voltò e uscì dallo spogliatoio, superando le altre tre senza degnarle
di uno sguardo.

44

6

C'era qualcosa di importante da sapere su Denis. A dirla tutta,
Denis pensava fosse la sola cosa di lui che valesse davvero la pena
di conoscere e per questo non l'aveva mai detta a nessuno.
Il suo segreto aveva un nome terribile, che si adagiava come un
telo di nylon su tutti i suoi pensieri e non li lasciava respirare. Se
ne stava lì, a pesare dentro la sua testa come una condanna certa,
con la quale prima o poi avrebbe dovuto fare i conti.
Quando, a dieci anni, il suo insegnante di pianoforte gli aveva
accompagnato le dita per tutta la scala di re maggiore, premendo
con il palmo caldo sul dorso della sua mano, a Denis era mancato
il fiato. Si era piegato un po' in avanti con il busto, per coprire la
sagoma dell'erezione che gli era esplosa nei pantaloni della tuta.
Per tutta la vita avrebbe pensato a quel momento come all'amore
vero e avrebbe esplorato a tentoni ogni angolo della sua esistenza,
alla ricerca dello stesso calore adesivo di quel contatto.
Ogni volta che ricordi come questo gli invadevano la mente, al
punto da fargli sudare il collo e le mani, Denis si chiudeva in
bagno e si masturbava con ferocia, seduto al contrario sul
gabinetto. Il piacere durava soltanto un momento e si irradiava per
pochi centimetri intorno al suo sesso. Il senso di colpa, invece,
quello gli piombava addosso dall'alto, come una doccia di acqua
sporca. Gli colava sotto la pelle e andava ad annidarsi tra le
viscere, facendo marcire tutto lentamente, come le infiltrazioni che
si mangiano i muri delle vecchie case.
Durante l'ora di biologia, nel laboratorio al piano interrato,
Denis osservava Mattia sezionare un pezzo di bistecca, per
separare le fibre bianche da quelle rosse. Aveva voglia di
accarezzargli le mani. Voleva scoprire se quel grumo ingombrante
di desiderio che aveva piantato nella testa si sarebbe davvero

45

sciolto come burro, al semplice contatto con il compagno di cui si
era innamorato.
Erano seduti vicino. Tutti e due tenevano gli avambracci
appoggiati al bancone da esperimenti. Una fila di beute, becher e
provette trasparenti li separava dal resto della classe e defletteva i
raggi di luce, deformando tutto quanto stava oltre quella linea.
Mattia era concentrato sul suo lavoro e non alzava gli occhi da
almeno un quarto d'ora. Non gli piaceva la biologia, ma stava
svolgendo il compito con lo stesso rigore che dedicava a tutte le
discipline. La materia organica, così violabile e piena di
imperfezioni, gli risultava incomprensibile. L'odore vitale che quel
pezzo di carne molliccia si ostinava a emanare non suscitava in lui
nient'altro che un lieve fastidio.
Con un paio di pinzette estrasse un sottile filamento bianco e lo
depose sul vetrino. Avvicinò gli occhi al microscopio e aggiustò la
messa a fuoco. Sul quaderno a quadretti prese nota di ogni
particolare e fece uno schizzo dell'immagine ingrandita.
Denis fece un respiro profondo. Poi, come in un tuffo
all'indietro, trovò il coraggio di parlare.
«Matti, tu ce l'hai un segreto?» domandò all'amico.
Mattia sembrò non averlo udito, ma il coltellino con cui stava
tagliando un'altra sezione di muscolo gli sfuggì di mano e tintinnò
sul piano metallico. Lo riafferrò con un gesto lento.
Denis attese alcuni secondi. Mattia era immobile e teneva il
coltello sollevato a un paio di centimetri dal pezzo di carne.
«A me lo puoi dire, il tuo segreto» continuò Denis. Adesso che
si era spinto oltre, che aveva fatto un passo nell'intimità
affascinante del suo compagno, la faccia gli pulsava per la
trepidazione e non aveva alcuna intenzione di mollare la presa.
«Sai, anch'io ne ho uno» disse.
Mattia tagliò a metà il muscolo con un colpo netto, quasi volesse
uccidere qualcosa che era già morto.
«Io non ho nessun segreto» disse sottovoce.

46

«Se tu mi dici il tuo, io ti dico il mio» insistette Denis. Con lo
sgabello si fece più vicino e Mattia si irrigidì visibilmente. Fissava
il brandello di carne, senza espressione.
«Dobbiamo finire l'esperimento» disse con voce monocorde.
«Altrimenti non possiamo completare la scheda.»
«Non mi importa niente della scheda» fece Denis. «Dimmi cosa
hai fatto alle mani.»
Mattia contò tre respiri. Nell'aria si agitavano molecole
leggerissime di etanolo e alcune gli penetrarono le narici. Le sentì
risalire come un piacevole bruciore lungo il setto, fino al centro
degli occhi.
«Vuoi davvero sapere cosa ho fatto alle mani?» chiese,
voltandosi verso Denis, ma guardando i barattoli di formalina che
stavano allineati alle sue spalle, decine di barattoli, contenenti feti
e arti amputati di diversi animali.
Denis annuì, fremente.
«Allora guarda qui» disse Mattia.
Strinse il coltello con tutte e cinque le dita. Poi se lo piantò
nell'incavo tra l'indice e il medio e lo trascinò giù fino al polso.

47

7

Il giovedì Viola l'aveva aspettata fuori dal cancello. Alice la
stava già superando, a testa bassa, quando lei l'aveva fermata
tirandola per una manica. L'aveva chiamata per nome e lei era
trasalita. Subito aveva ripensato alla caramella e la nausea le
aveva fatto girare la testa. Quando le quattro stronze ti prendevano
di mira poi non ti mollavano più. Quella di mate mi vuole
interrogare, aveva detto Viola. Io non so nulla e non mi va di
entrare. Alice l'aveva guardata senza capire. Non sembrava ostile,
ma lei non si fidava. Aveva cercato di allontanarsi. Andiamo a
farci un giro, aveva continuato l'altra. Io e te? Sì, io e te. Alice si
era guardata intorno terrorizzata. Dài muoviti, l'aveva incalzata
Viola, non devono vederci qui davanti. Ma..., aveva provato a
opporsi Alice. Però Viola non l'aveva lasciata continuare, l'aveva
tirata più forte per la manica e lei l'aveva seguita, arrancando nella
corsa fino alla fermata dell'autobus.
Si erano sedute vicino. Alice era addossata al finestrino per non
rubare spazio a Viola e si aspettava che succedesse qualcosa da un
momento all'altro, qualcosa di terribile. Viola invece era raggiante.
Aveva preso un rossetto dalla borsa e se l'era passato sulle labbra.
Poi le aveva chiesto ne vuoi? Alice aveva scosso la testa. La
scuola si allontanava alle loro spalle. Mio padre mi ammazza,
aveva sussurrato. Le gambe le tremavano. Viola aveva sospirato.
Ma figurati, fammi vedere il libretto delle assenze. Studiando la
firma del padre di Alice, aveva detto è facilissima, te la faccio io.
Poi le aveva mostrato il suo di libretto. Le aveva indicato le firme
che aveva falsificato, tutte le volte che non aveva avuto voglia di
entrare. Tanto alla prima ora di domani c'è la Follini, aveva detto,
quella non ci vede.
Viola si era messa a parlare della scuola, di quanto non le
importasse nulla della matematica perché tanto dopo avrebbe fatto

48

legge. Alice faticava ad ascoltarla. Pensava al giorno prima, allo
spogliatoio e non riusciva a dare un nome a quella confidenza
improvvisa.
Erano scese in piazza e si erano messe a camminare sotto i
portici. Viola si era infilata in un negozio di abbigliamento con le
vetrine fluorescenti in cui Alice non aveva mai messo piede. Si
comportava come se fossero amiche da una vita. Aveva insistito
perché provassero dei vestiti, li aveva scelti tutti lei. Aveva chiesto
ad Alice la sua taglia e lei si era vergognata a dire trentotto. Le
commesse le guardavano con sospetto, ma Viola non ci faceva
caso. Si erano cambiate nello stesso spogliatoio e, di nascosto,
Alice aveva confrontato il proprio corpo con quello dell'amica.
Alla fine non avevano comprato nulla.
Erano entrate in un bar e Viola aveva ordinato due caffè, senza
chiedere ad Alice cosa voleva. Lei era frastornata, non ci capiva
nulla, ma una felicità nuova e inattesa si faceva spazio nella sua
testa. Lentamente si era dimenticata di suo padre e della scuola.
Era seduta in un bar con Viola Bai e quel tempo sembrava solo
loro.
Viola aveva fumato tre sigarette e aveva preteso che anche Alice
ne provasse una. Rideva, con i suoi denti perfetti, ogni volta che la
sua nuova amica attaccava a tossire da dilettante. Le aveva fatto
un piccolo interrogatorio, sui ragazzi che non aveva avuto e sui
baci che non aveva dato. Alice aveva risposto abbassando gli
occhi. Vuoi farmi credere che non hai mai avuto un fidanzato?
Mai mai mai? Alice aveva scosso la testa. È impossibile. È una
tragedia, aveva esagerato Viola. Dobbiamo assolutamente fare
qualcosa. Non vorrai mica morire vergine!
Così il giorno seguente, all'intervallo delle dieci, erano andate in
giro per la scuola, alla ricerca del ragazzo per Alice. Viola aveva
liquidato Giada e le altre, dicendo noi abbiamo da fare, e loro
l'avevano guardata uscire dalla classe mano nella mano con la sua
nuova amica.
Aveva già architettato tutto. Sarebbe successo alla sua festa di
compleanno, il sabato successivo. Bisognava solamente trovare

49

quello giusto. Passando nel corridoio aveva indicato questo o
quello e diceva ad Alice guardagli il sedere, non è niente male, di
sicuro ci sa fare.
Lei sorrideva nervosamente e non sapeva decidersi. Nella sua
testa si delineava con una limpidezza inquietante il momento in
cui un ragazzo le avrebbe infilato le mani sotto la maglietta. In cui
un ragazzo avrebbe scoperto che, sotto quei vestiti che le
cadevano così bene, c'erano solamente ciccia e pelle floscia.
Adesso erano appoggiate alla ringhiera della scala antincendio,
al secondo piano, e guardavano i ragazzi giocare a calcio nel
cortile, con un pallone giallo che sembrava troppo sgonfio.
«E Trivero?» le chiese Viola.
«Non so chi è.»
«Come non sai chi è? Fa la quinta. Andava a canottaggio con
mia sorella. Si dicono cose interessanti su di lui.»
«Cosa si dice?»
Viola fece un gesto con la mano che stava a indicare una
lunghezza e poi rise forte, godendosi l'effetto sconcertante delle
sue allusioni. Alice sentì una vampata di vergogna salirle alla
faccia, insieme alla certezza meravigliosa che la sua solitudine era
davvero finita.
Scesero al piano terra e passarono di fronte ai distributori di
snack e bevande. Gli studenti formavano una coda caotica e alcuni
facevano tintinnare delle monete nelle tasche dei jeans.
«Insomma, devi deciderti» disse Viola.
Alice fece un giro su se stessa. Si guardò intorno, disorientata.
«Quello là mi sembra carino» disse, indicando due ragazzi che
se ne stavano in disparte, accanto alla finestra. Erano in piedi, uno
vicino all'altro, ma non si parlavano né si guardavano.
«Ma chi?» le domandò Viola. «Quello con la fasciatura o
l'altro?»
«Quello con la fasciatura.»
Viola la fissò. I suoi occhi scintillanti erano spalancati come due
oceani.


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