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La Platea Numero speciale luglio 2014 .pdf



Nome del file originale: La Platea Numero speciale luglio 2014.pdf
Autore: Enrico Ferdinandi

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LaPlatea.it
Inserto speciale luglio 2014:

Le recensioni della stagione
2013/2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

C

ari lettori,

la stagione teatrale è ormai giunta al termine ed è arrivato il momento di tirare le somme di
questa nostro primo anno, anzi mezzo anno, di attività.
L'avventura de LaPlatea.it nasce a fine febbraio 2014. Il sottoscritto, direttore responsabile
della testata, era reduce da altre esperienze redazionali che lo avevano portato a recensire
numerosi spettacoli teatrali all'interno della scena romana. Frequentando assiduamente
questo mondo si è aperta, con sempre maggior insistenza, l'idea di creare un giornale,
mensile, dedicato esclusivamente al mondo del teatro, della cultura e dell'arte. Vi
domanderete, perché?
Il motivo è semplice, sopperire ad una mancanza, grave, presente non solo nel territorio
romano ma in quello nazionale. Si tratta della mancanza di una rivista che sia in grado di
spiegare, narrare, raccontare e dialogare con il pubblico, la Platea per l'appunto, al fine di
spronarlo e spingerlo ad interessarsi, o nel migliore dei casi a farlo ancor di più, nei riguardi
del fantastico universo del teatro e dell'arte.
Lo sappiamo, molte sono le riviste, cartacee ed online, che trattano di questi argomenti, cosa
abbiamo noi di diverso? Come i più assidui lettori avranno notato e come appena accennato
poco sopra, noi cerchiamo di metterci dalla parte del pubblico al fine di rendergli le giuste
informazioni sugli spettacoli, ma sopratutto stiamo creando un 'luogo' dove poter trovare
persone che parlano di teatro in modo semplice, al fine di stimolare un dialogo costruttivo
che possa far vivere uno spettacolo anche dopo la chiusura del sipario.
In questi pochi mesi di attività la nostra redazione composta, oltre che dal sottoscritto, da
Fabio Montemurro, Alessandra Cetronio, Federico Cirillo e Giuliano Armini, è riuscita fare
un ottimo lavoro, imponendosi a Roma come realtà concreta ed in grado di offrire un
servizio che ha lasciato molti di voi più che soddisfatti. Ma “il meglio deve ancora venire”.
Quindi in attesa di una nuova e, speriamo con tutto il cuore, ancor più proficua stagione, vi
proponiamo, in questo numero speciale di luglio, le recensioni scritte in questo primo
“mezzo” anno di attività.
Un caloroso saluto a tutti voi
Enrico Ferdinandi
(Direttore responsabile laplatea.it)

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Teatro Eutheca di Roma: Vedettes e la funambolica ricerca del sé
Scritto da Enrico Ferdinandi
Stefania Pecora e Mariapia Rizzo interpretano il ruolo di due vicine di
casa: divise da un muro, che cela all'una l'esistenza dell'altra, ma unite
dalla medesima ossessione dell'apparire.
Si tratta di un voler apparire come, idealmente, si pensa di esser al
proprio interno. Nella realtà entrambe non sanno veramente quale sia la
vera natura del loro essere in quanto troppo occupate a far sì che,
esteriormente, tutto coincida con le proprie ed altrui aspettative.
La loro vita, e le loro paure, si ritrovano così riempite, appagate, da cose
superficiali e si fa sempre più viva e concreta l'idea che basti modificare
la propria estetica davanti ad uno specchio, o quanto meno immaginare che sia sufficiente vedersi diversi nella
superficie, per sentirsi così anche nel profondo.
Lo specchio è il vero protagonista di questo spettacolo. Lui, che inerme non può far altro che riflettere
l'immagine altrui, si ritrova primo, consapevole, testimone del fatto che quella superficie non basta per
conoscere meglio se stessi, ma solo per illudersi che delle false immagini possano appagare quel bisogno di
sicurezze che servono per rapportarsi con il mondo esterno. La chiave che apre le porte dell'equilibrio psicosociale non sta quindi nella beltà di un corpo riflesso ma all'interno di esso. Ci ritroviamo così nel pieno di una
riflessione pirandelliana che porta le due protagoniste a rimanere imprigionate nei labirinti delle loro
insicurezze: proprio lì, dove ripetere davanti ad uno specchio “fa che per una volta io sia veramente me stessa”,
non fa altro che alimentare quel vortice che allontana dal sé.
È proprio la tentazione di cambiarsi in continuazione, pur di capirsi e piacersi, che fa perdere la bussola,
l'equilibrio. Diviene così impossibile capire, anzi ricordare chi si è veramente. Una perdita d'identità che può
portare alla follia.
Vedettes è uno specchio. La platea guardando lo spettacolo ritrova riflesse quelle stesse pulsioni ed ossessioni
che quotidianamente attanagliano l'animo umano quando pensa al suo ruolo nella società ed al modo in cui
viene percepito. Riflettersi in questo spettacolo non solo aiuta a capire questi meccanismi con grande empatia,
ma a prendere con più ironia tutte quelle paure e quelle ossessioni che spesso ci bloccano e non ci fanno
godere a pieno lo stare con gli altri e con noi stessi.

Enrico Ferdinandi
23 febbraio 2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Informazioni
VEDETTES
Con
Stefania Pecora, Mariapia Rizzo
Regia
Domenico Cucinotta
DAL 20 AL 23 FEBBRAIO 2014
da giovedì a sabato ore 21.00 – domenica ore 17.30

TEATRO EUTHECA
Cinecittà Campus
Via Quinto Publicio n. 90 00175 – Roma
Tel. 06/95945400÷ Fax 06/95945414
www.teatroeutheca.com f.dilecce@eutheca.eu
Linea A – Fermate: Cinecittà/Subaugusta

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Le Nuvole, di Aristofane; messa in scena della Compagnia Castalia, con
adattamento e regia di Vincenzo Zingaro, fino al 16 marzo 2014 al Teatro Arcobaleno
Scritto da Giuliano Armini e Federico Cirillo
La recensione doppia: due diversi punti di vista su 'Le Nuvole' di Aristofane. Di Giuliano Armini e
Federico Cirillo

Il punto di vista di Giuliano Armini
Affascinante estetica della filologia scenica nel recupero e adattamento di un'antica e attuale commedia: ciò è
quanto si svolge sul palcoscenico del Teatro Arcobaleno fino al 16 marzo, nell'ambito di questa stupenda
operazione teatrale condotta ormai da anni dalla Compagnia Castalia.
Viene messo in scena Le Nuvole, di Aristofane (450-380 a.C.). Antica commedia che ironicamente giocava
sulla dicotomia di due differenti approcci filosofico-esistenziali: un dogmatismo che pur facendo uso del mito
contribuiva all'edificazione morale del singolo e della comunità, contro un raziocinio che nel proporsi di
sostituirsi ad una conoscenza apparentemente primitiva e scaramantica, deflagrò in un sofismo utilizzabile per
difendere i vizi a danno delle virtù.
Questa fu la lettura di Aristofane, che causticamente volle colpire i sofisti, dileggiandoli, riconoscendoli colpevoli
di aver utilizzato la retorica a danno del vigore morale di Atene. Nella storia, un vecchio agricoltore, Strepsiade,
stretto dai debiti contratti per colpa del figlio, valuta l'opportunità di farsi insegnare dai sofisti i trucchi della
retorica, così da poter sfuggire ai gravosi oneri finanziari con l'utilizzo della parola; il suo approccio amorale e
truffaldino gli tirerà però un gran brutto scherzo, comprendendo così sulla sua pelle l'importanza del
virtuosismo. Piccole scurrilità, caricature, umane debolezze e imbarazzanti apparenti verità completano, come
tutti sappiamo, l'impianto drammaturgico.
Le Nuvole, oggi riproposte grazie alla virtuosa azione di questa compagnia, oltre a conservare intatta la sua
capacità ironica, funge da educativa metafora in un evo di cultura massmediatica per lo più costruita sia per un

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consumo immediato quanto insoddisfacente, sia intrisa di immagini, schemi e modelli vacui e inconsistenti.
Altresì, all'interno di una felice sintesi scenotecnica, la Compagnia Castalia ci fa un altro regalo: nel recupero
dell'utilizzo della maschera, affascinante peculiarità del teatro degli antichi, realizzate dal rinomato Studio
Carboni, viene recuperata, anche la gestualità dell'attore, dando agli appassionati la possibilità di potersi
incontrare con un'immanenza retinica della scena antica fino a quel momento, magari, solo immaginata.

Il punto di vista di Federico Cirillo
Il regista Vincenzo Zingaro, con un egregio lavoro di adattamento e scenografia, ripropone tutta la sfrontata
ironia di Aristofane con uno dei suoi capolavori, “Le Nuvole”; in scena al Teatro Arcobaleno fino al 16 Marzo.
"Chi non ha letto Aristofane non può capire cosa vuol dire la felicità"
(Hegel)
Un Aristofane di grande attualità quello offerto da Vincenzo Zingaro che nel suo riadattamento ne conserva
intatti i contenuti antichi avvalendosi delle preziose e pregevoli maschere tipiche del teatro greco – “gioielli”
scenici del rinomato Studio Carboni, celebre per la fortunata collaborazione in passato con artisti del calibro di
Fellini e Visconti – le quali, nel giro di due atti dinamici e godibilissimi, riportano lo spettatore indietro di 2500
anni, ad una delle prime commedie embrione, spunto e capostipite di quello che sarà poi ed è attualmente il
teatro occidentale. Dal padre di tutta la commedia antica, un’opera che fa sorridere ma soprattutto riflettere: un
attacco diretto ai sofisti del suo tempo, dipinti dall’autore come cialtroni dediti a contrabbandare, per mezzo
della loro ars dicendi, idee che deteriorano i valori veri dei giovani, allontanandoli, così dalla saggezza del
discorso Maggiore, contrapposto, dunque, al discorso Minore che travia e illude le nuove generazioni,
facendole cascare nella intricate trappole di chi cerca e ottiene, attraverso traversie dialettiche, il loro consenso,
il loro appoggio e l’approvazione per qualsivoglia riprovevole azione che vada, anche, a inficiare il giusto
percorso della legge.
Si intravede e percepisce, ben stagliato in un amaro introiettarsi al presente, una satira tutt’oggi ancora valida,
nei confronti di quella degenerazione del sistema televisivo (e dei media in generale) che vuole e riesce ad
imporre sempre più modelli dai contenuti in realtà vacui e inconsistenti.
Proprio, infatti, nel periodo storico nel quale Sorrentino mette a nudo la Grande Bellezza, sfarzosa e di plastica,
di una certa casta sociale che promuove e guida false illusioni e speranze legate a un mondo materiale – la
classe dirigente, per intenderci – Zingaro ripropone, con consapevole tempismo, il tema delle Nuvole, dove
Aristofane, con maestosa sagacia nel condannare l’arroganza intellettuale di un Socrate (immagine scenica,
ovviamente, ben lontana da quella reale dell’auctoritas del filosofo greco) canzona, con un parodiare fresco,
trasparente e profondo, dove l’osceno non è mai morboso e, anzi, esalta i toni della provocazione astuta, una
cultura emergente che trova la sua corrispondenza nella disonestà, o meglio, nei tentativi di disonestà, del
vecchio Strepsiade – interpretato con maestria da Fabrizio Passerini.
Egli, infatti, afflitto da debiti e dai creditori, si affida agli stratagemmi dell’eloquio e dei discorsi dotti per raggirare
la giustizia e le cause a lui intentategli, inducendo e immettendo sulla strada del “pensatoio”, regno di Socrate –

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dietro la cui austera e severa maschera si nasconde Ugo Cardinali - e dei suoi allievi – rappresentati come dei
galletti starnazzanti, sublime espressione dello zoomorfismo tipico delle commedie di Aristofane (come ad
esempio ne Le Vespe, Le Rane e Gli Uccelli) - il figlio Filippide (Piero Scarpa), vittima di un mutamento
radicale e quanto mai ironico.
Da rude amante dei cavalli – passione che ha costretto di fatti il padre a contrarre innumerevoli debiti – il
giovane viene trasformato in etereo efebo dalla parlantina sciolta, aulica e, ironia della sorte, così straripante e
convincente tanto da rinnegare gli insegnamenti stessi del padre al quale, infine, si rivolta, percuotendolo.
Simbolo dunque, Filippide, della volubilità dei giovani, facili e ambite prede di un occulto disegno basato sul
consenso a scapito della giustizia e dei più ingenui.
Il tutto dietro l’astuta e consapevole regia delle Nuvole, appunto: vere e proprie deus ex machina che,
attraverso l’illusione, l’abbaglio, il dramma tragicomico e, infine, la sconfitta di Strepsiade, portano in scena la
morale, la quale nasce, si sviluppa e si concretizza attraverso un percorso di ironica catarsi.
In definitiva, al disperato padre, abbattuto, vinto e ormai sommesso, non rimane altro che incendiare la scuola
dei sofisti, come ultimo atto di purificazione, per rimediare sia agli errori singoli – la convinzione di poter
raggirare il prossimo – sia per contrastare una “piaga” sociale che avrebbe portato, sempre secondo Aristofane
(contrario alle nuove filosofie del tempo viste come sistemi di ragionamento nei quali quello che conta non è
più la difesa dei valori e della giustizia, ma il saper rigirare le parole a proprio vantaggio) al deterioramento della
civiltà.
Chiosando sulle scelte scenografiche, da sottolineare, dunque, l’utilizzo delle maschere, come già evidenziato,
che seppur potrebbe rappresentare un ostacolo interpretativo per gli spettatori moderni o più giovani, di
comprendere un determinato tipo di commedia e di satira antica, serve, però, a focalizzare e definire le
specifiche peculiarità dei personaggi i quali, una volta accettati nel loro universo scenico, regalano al pubblico
tutto il gusto del teatro classico; infine le musiche che sostituiscono il coro, rappresentano un perfetto
accompagnamento alle azioni, talvolta anche volutamente goffe (frequenti nella rappresentazione di Strepsiade
e del discorso Minore), rendendole comunque leggeri e piacevoli come se, sull’aria musicale, si muovessero in
perfetta sincronia.

3 marzo 2014

Informazioni
LE NUVOLE *
di Aristofane
17 gennaio - 16 marzo 2014 (venerdì, sabato: ore 21; domenica ore 17.30)
adattamento e regia Vincenzo Zingaro
con Fabrizio Passerini, Ugo Cardinali, Rocco Militano, Piero Sarpa,

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Laura De Angelis, Erika Puddu, Carmen Landolfi

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Signorinette. Le donne si guardino dal lasciar tracce di rossetto sulle schede,
con Tiziana Avarista, Carmen Giardina, Anna
Maria Loliva, Federica Marchettini; regia di Nuccio Siano.
Al Teatro Quarticciolo, l'8 e il 9 marzo 2014
Scritto da Giuliano Armini

«mercoledì 5 giugno, dopo ore di perplessità i risultati del referendum cominciano a comparire nelle edizioni
straordinarie: l'Italia è repubblica!»
Così recitava un cinegiornale chiudendo un passaggio storico (2 giugno 1946) e, una delle notizie più belle
relative a quel frangente è che veniva affrontato con lo strumento del suffragio universale: l'Eguaglianza e
l'Amore cantarono dentro questo traguardo.
Il Costume iniziava ad assumere un atteggiamento più illuminato, compiacendosi nell'affratellamento e nel
pieno Rispetto: la Donna ora partecipava al voto, come già partecipava alla vita, come aveva partecipato nelle
tribolazioni della guerra e come parteciperà nella rinascita.
In Signorinette il pubblico viene condotto nell'evocazione di un respiro di quel frangente, il quale si compie
attraverso un filtro intriso di femminilità e partecipazione, messo in scena per l'occasione a cavallo della festa
delle Donna (l'8 e il 9 marzo) e che si trova a salutare codesta ricorrenza con una felicissima forza di contenuti:
molte e varie sono le voci incarnate dalle attrici nel corso dello spettacolo, tra queste alcune delle 21 deputate
elette in quell'occasione.
Insomma, un appuntamento imperdibile, specialmente per l'8 marzo.
Giuliano Armini
7 marzo 2014

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Signorette: omaggio alle donne al teatro Quarticciolo di Roma
Scritto da Giuliano Armini

Signorinette. Le donne si guardino dal lasciar tracce di rossetto sulle schede, con Tiziana
Avarista, Carmen Giardina, Anna Maria Loliva, Federica Marchettini; regia di Nuccio Siano

L'8 e il 9 marzo nella calda cornice del Teatro Quarticciolo il pubblico ha potuto emozionarsi con
una messa in scena dello spettacolo Signorinette, un fresco docu-Teatro che evocando il passaggio
storico del referendum del '46 tra monarchia e repubblica apre una riflessione sul riconoscimento
del ruolo politico della Donna nell'Italia moderna, passato attraverso gli anni del ventennio, della
guerra e della ricostruzione con il lavoro quotidiano di milioni di mogli, sorelle e madri.
Senza mai divenire pedante o buonista anzi a tratti velandosi di una felice ironia, lo schema
drammaturgico si rivela squisitamente fluente, in un felice matrimonio con la recitazione delle
attrici, la cui mimica appare “planare” dolcemente tra i flutti della narrazione.
Lo spettacolo, de facto un susseguirsi scorrevole di “flash”, immagini quasi provenienti da una
memoria nazionale, storica, non scade mai nel paratatticismo, bensì dimostra una sequenzialità
estremamente morbida, tale da rasentare il continuum, il cui fluire riesce però anche a dar luogo, in
alcune scene, quasi ad una “sensorialità” , attraverso l'uso di suggestive scelte illuminotecniche.
La formula scelta si rivela, così, ottimale: lo spettatore si trova a comunicarsi con una pluralità di
immagini e concetti, tutti nell'ambito di questioni nel tema, uscendone arricchito di considerazioni
che, a prescindere dal sesso, ne arricchiscono la Coscienza.
Giuliano Armini
9 marzo 2014

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L'importanza di chiamarsi Ernesto: al teatro Quirino di Roma dal 25 febbraio al 16
marzo
Scritto da Enrico Ferdinandi

Siamo in grado di comprendere e capire quale sia la verità che sta celata nelle nostre intenzioni, emozioni o
gesti? Grazie a 'L'importanza di chiamarsi Ernesto', in programmazione al teatro Quirino di Roma è possibile
indagare in tal senso.
Un nome, quel nome, quello che ci portiamo dietro dal giorno della nostra nascita e che determina buona parte
dell'idea che gli altri hanno di noi, lui è il protagonista dell'opera di Oscar Wilde. Qui la verità è solo quella che
viene palesata agli altri, tanto che anche le bugie, paradossalmente, possono finire per combaciare con il reale
andamento dei fatti. Jack, interpretato da un grande Geppy Gleijeses, cerca proprio di farci capire questo. Lui,
stanco dell'immagine che gli altri hanno della sua persona, inventa un alter ego, Earnest. Grazie a
quest'espediente può recarsi a Londra di tanto in tanto per dar libero sfogo a quel lato della sua personalità,
forse la più vera, repressa dalla routine della vita di campagna.
A Londra Jack è per tutti Earnest. Il suo gioco finisce per complicarsi quando, come spesso accade nella vita,
entra in gioco l'amore, quello provato per Miss Gwendolen Fairfax (Valeria Contadino). Gli eventi lo portano a
scoprire che anche il cugino della donna che ama, Algernon (Marianella Bargilli) conduce una doppia vita
grazie ad un immaginario amico invalido, chiamato Bunbury, che lo salva dalle noiose serate aristocratiche
indette da sua zia Lady Bracknell (Lucia Poli).
La verità, nell'opera di Wilde, può esser celata con le parole ma sono gli oggetti, spesso più animati della
volontà degli stessi personaggi, che ristabiliscono l'equilibrio. Un portasigarette e una borsa gettano luce sui
chiaroscuri di un passato colmo di menzogne ed egoismi. Sì. Egoismi. Perfino un nome, quel nome, Earnest
diventa oggetto dei giochi di potere personali dei personaggi. Ognuno di essi vuole qualcosa da Earnest: Miss
Gwendolen Fairfax e Cecily (protetta di Jack ed interpretata da Giordana Morandini) ci vogliono vedere il
fascino dell'uomo dei loro sogni; Jack ed Algernon un motivo per cambiare lo status quo delle loro noiose vite,

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

perfino Lady Bracknell, emblema della cupidigia, cerca in quel nome una buona sistemazione, economica si
intende, per sua figlia e per se stessa, non importa chi sia veramente Earnest.
Le superficialità dell'aristocrazia inglese di fine '800 vengono così tradite da ciò che non si può controllare con
le parole. Alla fine però, e questa è la più grande provocazione di Wilde (che gli attori, tutti, sembrano aver
compreso alla perfezione), per i protagonisti non ha importanza quale sia la verità, ciò che conta è che questa
sia in grado di appagare i propri obiettivi, di sistemare le proprie ambizioni. Earnest, inaspettatamente, esce dal
suo ruolo di alter ego, si incarna sul palco nei panni di un Jack che finisce per concludere la sua ricerca di
libertà, sociale e sentimentale, con un battesimo a lungo atteso: quello che lo porterà a diventare l'Earnest che
tutti vogliono e che forse anche lui, inconsciamente, ha sempre sognato di essere.

Enrico Ferdinandi
9 marzo 2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Odin Teatret al teatro Eutheca di Roma: Il Castello di Holstebro II
Scritto da Fabio Montemurro

"In the greenest of our valleys
By good angels
tenanted,
Once a fair and stately
palace-Radiant palace--reared
its head.
In the monarch
Thought's dominion-It stood there!
Never seraph spread a
pinion
Over fabric half so
fair!

[...]
And travellers, now,
within that valley,
Through the red-litten
windows see
Vast forms, that move
fantastically
To a discordant melody,
While, like a ghastly
rapid river,

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Through the pale door
A hideous throng rush
out forever
And laugh--but smile no
more."

( "The Haunted Palace" di
E.A.Poe, 1838)

Il principio è un naufraggio immobile. Lo spazio scenico minimale: una spiaggia dominata da tonalità cremisi e
porpora e un relitto che è una sorta di altare che riecheggia l'âge d'or del Surrealismo.
Non si ha il tempo di mettere a fuoco la scena che iniziano a comparire i primi dettagli. Lentamente muove i
primi passi una melodia premonitrice, un incessante intrecciarsi di trame di sintetizzatore che ci avvolge e la
nostra attenzione viene catturata da qualcosa di materiale che si muove: delle dita che danzano, poi una mano,
successivamente una testa che in realtà è un teschio che in realtà è mr. Peanuts e infine tutto il corpo
racchiuso in un frac. Il corpo di un gigante che si muove goffamente sulle note di un moderno valzer che non fa
in tempo a strapparci un sorriso che già cade a terra si contrae, stringe le mani sull'addome, sembra che voglia
tirarsi via lo stomaco e invece no partorisce una gonna rossa fuori e bianca dentro e dal guscio-gonna esce
fuori una ragazza che inizia ballare un valzer con la morte in frac e poi depone la morte sull'altare-relitto ed
inizia il viaggio un interminabile susseguirsi di naufragi, di personaggi di situazioni.

Da questo momento lo spazio scenico diventa attore e l'attore diventa spazio scenico ponendo lo spettatore
davanti ad un susseguirsi di fatti, personaggi, luoghi, situazioni e rimandi solo apparentemente slegati tra di
loro.
Ogni apparizione-dipinto è tratteggiata con parole, delineata da gesti, riempita da descrizioni inusuali, fatta di
filastrocche cantate con un preciso ritmo casuale e al contempo non casuale, che è anche il ritmo che pervade
l'intera sperimentazione narrativa.
Davanti ai nostri occhi compare e prende vita l'Ofelia di John Everett Millais con tutti ai suo presagi di morte
seguita da un uomo che bussa alla porta: un principe storpio e deforme con tante domande e nessuna risposta,
il suo Amleto, che non lascia il tempo di dirgli che il suo castello si trova a Kronborg perché sulla scena è già
naufragato un marinaio con gli stivali che bussa alla finestra di una fanciulla con la quale passa una notte
d'estasi amorosa ed è di nuovo la vita... un bambino tra le mani di un traghettatore su una barca ed il bambino
cade in acqua e già dopo la Tempesta Ariel già canta a Ferdinando figlio del Re di Napoli che il padre è
affondato con la sua nave. Non si fa in tempo a vedere la morte che già nelle parole dello Spirito dell'aria
ricompare la vita ma la visione sta già sfuggendo e al suo posto compaiono un gruppo di ragazzi e ragazze che
danzano sui prati immersi nella primavera, una primavera che però si vede costretta a lasciare il passo a quella
Peste che falcerà tutti nella sua insaziabile fame di morte.
Nel Caos, nel disordine più totale dell'Universo l'unica legge che può rimettere ordine seppur in modo
provvisorio alle tensioni superficiali e non di tutto, anche dell'animo e quindi dell'esistenza umana, è quella
dell'Entropia e le molteplici trasformazioni di questa messinscena ne sono la dimostrazione.

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“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” ci è stato tramandato da Epicuro e infatti la morte si
trasforma in vita,l a vita morte, la morte in vita e così via all'infinito in un eterno circolo e così come tutto è
iniziato con un valzer tra Vita e Morte così tutto apparentemente finisce.
La protagonista stessa, dicotomia di Vita e Morte, afferma con un misto di ironia e rassegnazione: “Se vedono
barba e baffi, lo chiamano uomo. Se vedono lunghi capelli e seni, lo chiamano donna. Ma guarda! L'anima che
sta dentro di loro,non è né uomo né donna.”
La messa in scena di Julia Varley è bel congegnata e nulla è lasciato al caso.
L'illuminazione su tre assi (centrale e i due laterali) è concepita dal basso come ad illuminare dei dipinti e a
veicolare lo spettatore ad un punto di attenzione centrale su due piani visuali ai due limiti dello spazio d'azione.
Lo spazio scenico attraverso i colori e “la quasi assente” scenografia vine a creare un senso di straniamento
dello spettatore che si ritrova a cercare dei punti riferimento visuale e di riempimento dello spazio davanti ai
suoi occhi a cui appigliarsi.
L'uso della musica (come anche di ogni altro minimo dettaglio all'apparenza insignificante) è veicolato alla
materializzazione e momentanea esistenza di atmosfere scenografie immagini comparse protagonisti
comprimari che ci sono e al contempo non ci sono.
I riferimenti artistici, culturali, metateatrali, folkloristici disseminati all'interno dello spettacolo sono infiniti. Si
parte da Buñuel e Dalì per passare a Shakespeare e deviare dal Surrealismo cecoslovacco per arrivare a
Bergman solo per citare in minima parte ciò che il mio background socioculturale e il mio bagaglio di
esperienze mi hanno permesso di leggere tra le righe ed individuare.
50 minuti che volano via senza rendersene conto totalmente presi da ciò che accade sulla scena sperando, alla
fine dello spettacolo, che davvero non sia già la fine.

Fabio Montemurro
11 marzo 2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Tra sogno e magia: La Tempesta di Shakespeare secondo Binasco al teatro Vascello
di Roma
Scritto da Federico Cirillo

«Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è
racchiusa la nostra breve vita».
(Prospero: atto IV, scena I.)
L’illusione, la magia, l’incanto e lo scontro-incontro tra stato naturale e Stato di società, il tutto contornato
da una contemporanea prorompente ironia che incalza piacevolmente tra due atti, nei quali lo spettatore,
vero e proprio mare, dapprima smosso e agitato da vendicative onde e poi placato da un riconciliante
sentimento di perdono, si lascia trascinare lievemente nella trama narrativa che fu del maestro
Shakespeare e che Valerio Binasco, con la sua compagnia – la Popular Shakespeare Kompany appunto –
ripropone in una chiave moderna, nuova e al contempo popolare.

La Tempesta, in scena al teatro Vascello fino al 16 marzo, è tutto questo.
Un intrico di umanità alle prese con le loro virtù e i loro difetti, disposta a blocchi di due, tre personaggi i
quali, sparsi sull’isola, regno del duca tradito Prospero e di sua figlia, l’ingenua e dolce Miranda, vagano

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

chi alla ricerca della salvezza, chi a quella della libertà, chi dell’amore e chi a caccia di ciò che potrebbe
soddisfare la propria sete di ambizioni e potere, anche e soprattutto a discapito dell’altro: il tutto
sorvegliato, manipolato e orchestrato dal desiderio di vendetta che, a mo’ di spada di Damocle, pende
sulla testa dei malcapitati naufragi.
Escalation di generi, di vizi e pregi su quell’isola incantata, lì dove si ripropone, quale uno dei temi
dominanti della commedia, la sfida aperta tra natura e società: il naturale stato nel quale versano i buoni,
ignari e disposti alla più semplice e candida meraviglia sentimenti di Miranda – la figlia bambina di
Prospero che, inizialmente chiusa in una sorta di aleggiante incantesimo atto a tenerla lontana dalle
nefandezze e dalle alchimie che la mente umana sa compiere, scopre, a piccoli ma decisi passi il mondo
reale – quello brutale invece di Calibano, il servo-mostro del sovrano, l’unico vero nativo dell’isola e
simbolo al contempo dell’isola stessa, selvaggia, pericolosa e naturale insieme e, infine, l’aspetto magico,
reincarnato in Ariel, lo spirito e l’anima dell’atollo sperduto, si interfacciano e si mischiano allo stato
sociale dei nuovi arrivati, la corte di Napoli con il suo Re e l’erede al trono – il figlio Ferdinando – dove si
intrecciano intrighi di potere, ambizioni, tradimenti e disperazione e il più basso scalino dell’umanità,
incarnato dal “buffone” Trinculo e dal cantiniere, sempre ebbro, Stefano, due macchiette della civiltà,
ritratte splendidamente da Binasco nel loro incedere dialettale, goffo, burlesco e comico.
Demiurgo delle vicende e degli avvenimenti è Prospero, quindi, interpretato magistralmente da Binasco
stesso – nel doppio ruolo di regista/attore – il quale pone il suo veto decisionale e il suo controllo sopra
qualsiasi cosa, quasi fosse il deus ex machina sia dell’isola che dei personaggi che la popolano; ma
neanche la sua potente magia può nulla contro i veri artefici di tutto ciò che accade: i sentimenti che
trascinano il duca spodestato a ricercar innanzitutto e con enorme ostinazione la vendetta contro chi gli
usurpò il regno, quindi, in una sorta di viaggio catartico nel quale l’acqua, come anche commedia e
tragedia greca insegnano, è simbolo di purificazione – dapprima in tempesta e agitata, quindi calma e
propizia nel finale – infine, portano il protagonista, colpito dall’amore così puro e spontaneo di Miranda
per Ferdinando e preso dai rimorsi di coscienza, a concedere il perdono, coronamento e suggello
dell’happy ending.
La trama, i valori, i presupposti e i temi shakespeariani vengono qui ripresi, studiati, analizzati e riproposti
sotto una luce che li svecchia e li rende contemporanei: mentre ci si attende un Ariel timoroso ma al
contempo vivace e audace, eccolo invece tramutarsi in uno spiritello maturo, con la maglia di Superman e
i mocassini blu, occhiali spessi, mani ballerine che schioccano incantesimi buffi e un cappello nero tirato
sulla testa; non vola anzi, si muove con passi calibrati e lenti ed ogni spostamento, sempre in precario
equilibrio costante, è un tutt’uno con la grazia comunque irresistibile che sprigiona e che diverte il
pubblico. Quindi la dolce Miranda, donna-bambina ansiosa di conoscere il mondo e quindi incontrollabile
sia nelle emozioni che nelle movenze: le sue gambe frenetiche sembrano non seguir le imposizioni
ordinatele dal padre che lei dovrebbe rispettare e la sua curiosità desta tenere simpatie; quindi Prospero
stesso, reietto duca reso pop e folk anche nell’abbigliamento e negli accessori che lo dipingono (pastrano
lungo quasi fino ai piedi, orecchino pendente da pirata, una collana portata sul petto scoperto dalla
camicia bianca) e ancora la corte con il Re di Napoli, profughi del Sud, arrivati dalle terre di Tunisi, che fu
di Didone, rappresentata come un simpatico e divertente mix di parodiche caricature delle famiglie
malavitose; infine plauso a Calibano, Trinculo e Stefano, posti al gradino più imo dell’umana scala, coloro
che rappresentano tutti i vizi dell’uomo – la sete di ricchezza che si smarrisce nella sete del vino e dei
piaceri – e, anche della natura.

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Il racconto procede così tra incanti, prodigi, magie, risate, fino al toccante finale dove le fragilità umane,
sempre in procinto di disfarsi, si sciolgono nella malinconia di Prospero che accetta, una volta svelati i suoi
piani al gruppo di dispersi, ormai riuniti nella scena ultima, di ritornare al mondo reale, in patria, dove gli
sarà riconosciuto nuovamente il titolo usurpatogli in passato.
A dare il saluto e il tocco magico al the end, non poteva che non essere Ariel, il quale, ormai reso libero
dal padrone, dopo anni di servigi, con l’ultimo incanto si accommiata con la sua espressione stralunata e
pura, per poi sparire definitivamente.

Federico Cirillo
13 marzo 2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Linapolina: Lina Sastri canta Napoli al teatro Quirino di Roma
Scritto da Ferdinandi Enrico
«Il mio nome finisce con l’inizio del nome della
mia città, il nome della mia città finisce con
l’inizio del mio nome, il nome della mia città
comincia con la fine del mio nome, il mio nome
comincia con la fine del nome della mia
città."Linapolina"».
Questo il tentativo di Lina Sastri, provare a
descrivere lo spirito ed i sentimenti di Napoli, dei
napoletani e del suo esser napoletana.
Ma parlare di confini per una città come questa
vuol dire parlare di un ossimoro, perché i confini di Napoli sono quelli di una 'bella jurnata e sole' che si
rispecchia nel mare.
I confini di Napoli sono anche le grida dei bambini che giocano per le vie (napule è), gli sguardi degli amanti, la
voglia di libertà delle donne che vorrebbero poter camminare sempre a piedi nudi fino a lambire quel lembo di
terra che unisce terra e mare... ed è proprio nel e con il mare che Napoli bilancia i suoi equilibri. Quel mare che
è sia amore, quindi dolce rifugio, sia vita selvaggia e lavoro, sostentamento.
Lo sguardo di Lina Sastri è quello di una Napoletana che ama la sua città. Proprio perché la ama non ha paura
di gridare che spesso quella che crediamo di conoscere non è la vera Napoli. Sul palco le canzoni della
tradizione napoletana si susseguono e con esse ai nostri occhi compaiono le immagini della città, gli umori e le
emozioni di chi canta.
'L'amore è poca cosa se non hai qualcuno con cui condividerlo', ed ancora ' qui la poesia sembra esser nata
per bisogno di luce, la musica per mancanza di Dio': questa è la visione bellissima che Lina Sastri ci regala di
Napoli e anche della sua persona.
Un'interpretazione ruvida, struggente, passionale che mette in luce il lato più femmineo e sensibile di una
Napoli che può riconoscere solo che l'ha vissuta e ci ricorda che la vita è bellissima... come il mare!
Un plauso ai musicisti, tutti, in grado di creare un'atmosfera unica e surreale, in particolar modo a Gennaro
Desiderio (Violino).
Enrico Ferdinandi
20 marzo 2014

Informazioni:

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dal 18 al 30 marzo 2014
Diana Or.i.s
Lina Sastri
LINAPOLINA
Le stanze del cuore
spettacolo in prosa musica e danza
musicisti
Filippo D’Allio - chitarra
Gaetano Desiderio - pianoforte
Salvatore Minale – percussioni
Claudio Romano – 2° Chitarra e mandolino
Gennaro Desiderio - violino
Gianni Minale - fiati
Sasà Piedipalumbo - fisarmonica
Giuseppe Timbro - contrabbasso
Diego Watze - danzatore

idea scenica e disegno luci Bruno Garofalo
arrangiamenti Maurizio Pica
coreografie Alessandra Panzavolta
direzione musicale Ciro Cascino
immagini videografiche Claudio Garofalo
coordinamento costumi Maria Grazia Nicotra

scritto e diretto da Lina Sastri

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SCALETTA BRANI
I TEMPO
1) I’ TE VURRIA VASA’

(Russo-Di Capua)

2) ERA DE MAGGIO

(Di Giacomo)

3) CORE ‘NGRATO

(Cardillo-Cordiferro)

4) TORNA MAGGIO

(Russo)

5) REGINELLA

(Bovio-Lama)

6) MARIA MARI!

(Di Capua-Russo)

7) CANZONE APPASSIUNATA

(E.A. Mario)

8) ’O SURDATO NNAMMURATO

(Califano-Cannio)

9) SCI', SCI' PIAZZA DEI MARTIRI

(Fiorelli-Rendine)

10) MANHA DO CARNAVAL

(L. Bonfá)

11) NAPULETANATA

(Di Giacomo)

12) PASSIONE

(Bovio, Tagliaferri, Valenti)

13) GUAPPARIA

(Bovio)

14) RENUNCIA

(Ruben Rios)

15) BAMMENELLA

(Viviani)

16) NUN ME SCETA’

(Murolo, Taglieferri)

II TEMPO
17) TANGO GRECO

(McKennitt)

18) TUTTA PE' MME

(Fiore, Lama)

19) 'O SOLE MIO

(Capurro-Di Capua)

20) TARANTELLA GARGANO

(anonimo)

21) NASCETTE MMIEZ 'O MARE

(De Simone)

22) GUARRACINO

(anonimo)

23) MARUZZELLA

(Carosone, Bonagura)

24) TAMMURRIATA NERA

(E.A. Mario, Nicolardi)

25) TARANTA

(anonimo)

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26) COMME E’ BELLO ‘O MARE

(S. Ferraiuolo)

27) TORNA A SURRIENTO

(E. De Curtis, G. De Curtis)

28) A VITA E’ COMME ‘O MARE

(C. Faiello)

29)MUSICA ROM – FINALE

Intestame', un lampo di vita di Carlo Ragone al Teatro Eutheca di Roma
Scritto da Enrico Ferdinandi

Le movenze di Totò, le cadenze di Massimo Troisi e la magia di Eduardo de Filippo in un unico attore, Carlo
Ragone, che porta in scena al teatro Eutheca di Roma, all'interno dell'evento Festival di Narrazione, lo
spettacolo “Intestamé”.
Intestamè, un testamento che sta in testa a me, anzi in testa a Matteo. Un espediente che gli permette di
rivivere la vita vissuta attraverso gli oggetti che hanno segnato la sua esistenza. Un giornale, 'Life', lasciato al
cognato, una forbice al fratello, una macchina ad uno zio... ma l'eredità più grande è quella che Matteo lascia al
figlio Fernando: «Spero tu possa vivere quello che io non ho vissuto».
In questo modo Matteo regala al figlio l'eredità più grande: i ricordi di una vita ricca di emozioni e dolori,
sempre vissuti con leggerezza e col sorriso, ma nessun legame materiale, quindi la possibilità di vivere ciò che
il fato, la volontà o semplicemente il caso, non gli hanno permesso di vivere.
Sul palco Carlo Ragone non è da solo, con la sua bravura riesce a far immergere la platea nei frammenti di vita
di Matteo. Lì c'è tanto da imparare, da ridere e da riflettere. Dai dolori dell'infanzia vissuta nella Napoli immersa
nella guerra, la seconda guerra mondiale, all'accettazione sociale, il sogno americano, la voglia di lavorare per
essere indipendente, l'amore. Tutto è legato dallo stesso, invisibile ma papabile, filo conduttore:
Quell'irrefrenabile voglia di vivere, farfalle nello stomaco, che è in grado di provare (nel pieno spirito
napoletano) solo chi è consapevole che il semplice vivere è il dono più grande.
Come dice Matteo a Fernando «la vita è un lampo, scorre via che nemmeno te ne accorgi». Il messaggio più
grande che viene trasmesso è un invito, l'invito a vivere la vita con slancio, col sorriso, che tanto anche se la
vivi piangendo passa lo stesso in un lampo.

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A completare la mise en scène un ben assortito trio di musicisti (guidati da un grande Stefano Fresi) che
rendono lo spettacolo veramente unico, tanto che alla fine viene naturale pensare di aver assistito e vissuto
due ore di perfetta armonia e sentimenti.
Enrico Ferdinandi
24 marzo 2014
Informazioni:
Teatro Eutheca (Roma via Quinto Publicio, 90)
22 e 23 MARZO 2014
Sabato e Domenica ore 21.00
INTESTAME'
di Carlo Ragone e Loredana Scaramella

Regia Loredana SCARAMELLA
Con Carlo RAGONE
Musiche di Stefano FRESI
Musica dal vivo Stefano FRESI

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Teatro Ambra Jovinelli: Lillo e Greg non si fermano più!
Scritto da Federico Cirillo
Dopo lo straordinario successo del giallo a tinte decisamente
parodiche de “Il mistero dell’assassino misterioso” il duo
comico, ormai da anni consolidatosi grazie alle vincenti
performance sia in televisione che al cinema oltre che in radio
- con il consueto appuntamento di 610 (“sei uno zero”) su
Radio2 – torna prepotentemente a cavalcare e a divorare le
scene teatrali dell’Ambra Jovinelli con il nuovo e coinvolgente
“Occhio a quei due”.

Per la regia di Pino Quartullo e con l’ormai consueta e
piacevole
partecipazione
in
scena
di Vania
Della
Bidia e Danilo De Santis, Pasquale Petrolo eClaudio
Gregori (Lillo&Greg appunto) danno vita ad uno spettacolo
d’intelligente e arguta comicità che, come una sorta di diesel,
parte sornione, quasi in prima marcia, per poi, con il
susseguirsi di sketch e scenette, innescare la quinta e portare
il pubblico, risata dopo risata, verso un atterraggio musicale
che lascia spazio agli applausi, degno e giusto finale per la
divertente rappresentazione.
Mix di varie gag separate e a sé stanti – alcune delle quali
rivisitate e riprese da precedenti performances, ma che
comunque, grazie alla capacità dialettica, mimica ed
interpretativa dei due, regalano sempre numerevoli risate –
unite dal filo conduttore ben tracciato da Danilo De Santis, il quale, travestito da professore ed esperto di
sociologie e psicologia e alle prese con un convegno sui vizi e difetti dell'animo umano (come la venalità,
l'insicurezza, l'egoismo, la meschinità, il piacere e l’apparire), da il la a numerose situazioni che oscillano tra il
comico e il grottesco, tutte ben calate nel tipico non-sense, negli equivoci verbali e nel sarcasmo, marchi di
fabbrica, oltre che linfa vitale, della coppia comica: entrando sempre di più nel cuore della stravagante e
simpatica lezione-convegno, il Prof. Assianoris (Danilo De Santis, appunto) illustra come ci riduca la chimera di
un favore sessuale femminile o quanto ci imbarazzi mettere a nudo un sentimento normalissimo come la paura;
oppure come si menta spudoratamente pur di arrivare ad una meta stabilita o ancora quanto la smania di
apparir sempre i primi della classe ci faccia impantanare in enormi gaffe.
Un vero e proprio montaggio di sketch esilaranti che si staglia nella sofisticata scenografia resa originale e
dinamica grazie al palco rotante, atto a ricalcare il flusso temporale e spaziale proprio
del climax cinematografico ed è impreziosito dall’ottimamente calibrato mosaico di luci che fa da cornice alle
umoristiche trovate dei due mattatori, abili a strappare una risata anche in un evidente momento di empasse
tecnico, dovuto probabilmente a qualche imprevisto dietro le quinte che, grazie all’abilità dei comici, non ha
comunque pesato sulla resa dello spettacolo.
Tocchi di surreale parodia, umorismo intelligente, battute al di fuori dell’ovvietà e quasi mai retoriche: questo la
ben riuscita miscela che Lillo e Greg, confermando una fortunata e vincente tradizione, portano in scena
all’Ambra Jovinelli fino al 30 Marzo.

Federico Cirillo
25 marzo 2014

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L'esperienza metalinguistica del Cyrano sulla Luna, al teatro Vascello di Roma
Scritto da Fabio Montemurro

LUx
NAture
(Cesare Della Riviera,Il Mondo magico
de gli heroi,Milano,1605)

Natur die spricht : << Mir
nach!>>
(Anonimo della Scuola di Paracelso,Berglied o Canto della Montagna,fine XIV inizio XV
secolo)
Chi è davvero Cyrano?
Toglietevi dalla testa lo scontroso spadaccino nasuto dall'irresistibile vitalità, conosciuto per la sua abilità con la
spada e con la lingua con la quale ama mettere in ridicolo i suoi nemici (sempre più numerosi grazie al suo
carattere poco incline al compromesso e al suo disprezzo verso chi è prepotente e/o crede di essere un
potente) e per l'amore impossibile per la cugina Rossana portato alla ribalta da Edmond Rostand.
Cyrano è anche questo, ma non solo.
Cyrano è una pietra preziosa dalle infinite sfaccettature, uno di quei gioielli tagliati con grande maestria dal
Tempo che ha finito per celare nel suo infinito lavoro di rifinitura la purezza della materia grezza originaria.

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Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac nasce a Parigi nel 1619, figlio di un avvocato del Parlamento degno
rappresentante della piccola nobiltà francese.
Da adolescente si appassiona a More, Campanella a Luciano da Samosata e all'idea di civiltà simili alla nostra
su pianeti simili alla Terra ma dopo un paio d'anni trascorsi da bohémien, a 20 anni, conseguito il diploma in
materie umanistiche, forse volontario o chissà cadetto lo ritroviamo nella Compagnia delle Guardie di Carbon
de Casteljaloux.
A questo punto le notizie sulle sue prodezze militari si fanno incerte, di certo c'è solo che sarà ferito gravemente
a Mouzon ma dopo neanche un anno lo ritroviamo nell'assedio di Arras punto cruciale della sua vita poiché
disgustato dal solo combattimento “esteriore” deciderà di riprendere gli studi filosofici e di impugnare come
unica arma la penna.
Cyrano riprenderà tra le mani il trasognato progetto adolescenziale e lo concretizzerà decidendo a questo
punto di andare sulla Luna... dopo un primo tentativo fallito con relativo atterraggio di fortuna in Canada al
secondo ben congegnato tentativo (con un prototipo di razzo degno delle prime strip di Buck Rogers e Flash
Gordon) ci riuscirà e vi troverà un mondo che pur essendo il rovescio della Terra ha comunque tante e più
contraddizioni della Terra stessa.
Il resoconto di questo suo primo viaggio gli porterà non poche critiche, da chi leggerà tra le righe accuse, ai
rappresentanti di precise classi sociali.
Ma Cyrano nonostante tutto non si arrende e intraprende un secondo viaggio, questa volta sul Sole.
La pubblicazione del resoconto farà sì che un attentato, per mano molto probabilmente Gesuita, gli farà
perdere la vita il 28 luglio 1655.
C'è da dire che col senno di poi la commedia eroica di Rostand involontariamente non ha fatto altro che
adombrare ulteriormente la figura del Cyrano filosofo alchimista poeta scrittore concentrando l'attenzione sul
suo “ormai” famosissimo naso.
La critica letteraria invece, come già successo anche con “I viaggi di Gulliver” di Swift ed altre opere affini, ha
ingabbiato la sua opera nella categoria “Viaggi fantastici” rendendogli un servizio non certo migliore di quello di
Rostand, infatti viste da un punto di vista più obiettivo si tratta di vere e proprie opere dove a concetti filosofici e
simbolismi alchemici si alternano vere e proprie critiche alla società a lui contemporanea (proprio in Francia nel
2004 viene istituito il Premio Cyrano un riconoscimento della fantascienza che nella prima edizione è stato
assegnato non a caso a Robert Sheckley).
Cyrano sulla luna si svolge all'interno di quattro dimensioni ben delineate e delimitate all'interno delle quali
l'interprete guida il pubblico in un viaggio fatto di letterario e reale, visivo ed immaginato infrangendo e
ridelimitando i confini a suo piacimento:
1) La dimensione reale ossia lo spazio teatrale all'interno del quale si svolge l'azione scenica.
2) La storia di Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac; ossia la storia del personaggio storico poco noto
scrittore filosofo ermetista drammaturgo e soldato francese del 1600 autore degli "Stati e imperi della Luna"
(seguito dopo un po' di tempo da "Stati e imperi del Sole" poi scomparso e successivamente ricomparso).
3) La storia di Cyrano de Bergerac personaggi letterario e tutto ciò che vi ruota intorno, ossia Edmond Rostand

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e la sera della prima messa in scena il 28 dicembra 1897 al Théâtre de la Porte-Sain-Martin di Parigi.
4) Il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
L'uso dell'illuminazione finalizzata a rendere le atmosfere degli stati d'animo ci è piaciuta sopratutto nel
momento della dichiarazione a Rossana, le ombre nette della scena in contrasto ai toni arancioni e languidi di
tutto il resto rendono a pieno la premonizione di sconfitta di Cyrano e l'illusa felicità di Rossana.
Il discorso metalinguistico attuato con l'entrata in scena di Don Chisciotte e Sancho Panza destabilizza
sicuramente quella parte del pubblico che non afferra subito il nesso logico del gioco di paragoni.
La scenografia essenziale è composta da un punto centrale dove su una doppia panca di legno sono sparsi
diversi volumi e due punti focali laterali, a sinistra spettatore un manichino con un posticcio naso prominente
(Cyrano) e a destra uno sgabello con leggio; sullo sfondo uno schermo su cui verranno proiettate a seconda
del momento della narrazione/viaggio lo Spazio esterno, la Luna che si muove intorno alla Terra, estratti dal
“Viaggio nella Luna” (Le voyage dans la Lune) di Georges Méliès del 1902, Don Quixote di Orson Welles
(travagliatissimo lavoro del maestro le cui riprese sono andate avanti per più di 20 anni ed interrotte dalla morte
dello stesso,montato postumo nel 1992 dal regista madrileno Jesús Franco suo operatore di macchina durante
le prime riprese) e infine una scala di corda sospesa tra la Luna...e il pubblico.

Fabio Montemurro
26 marzo 2014

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L’Innaffiatore del cervello di Passannante al teatro Eutheca di Roma
Scritto da Federico Cirillo
«Colla berretta d'un cuoco, faremo una bandiera»
Napoli,

1878:

Giovanni

Passannante,

cuoco

lucano di umili origini, ultimogenito di dieci fratelli,
con un coltello dalla lama di 12 centimetri, assale
la carrozza reale che trasportava, per le vie del
capoluogo campano, il nuovo Re d’Italia –
incoronato a Gennaio dello stesso anno –
Umberto I, la moglie Margherita, il figlio e futuro
Re Vittorio Emanuele III e l’allora Presidente del
Consiglio Benedetto Cairoli, con l’obiettivo, mosso
da ideali anarchici e sentimenti antimonarchici, in
nome di una maggior uguaglianza sociale, di
attentare all’incolumità del sovrano.
L’attentato, il primo di una lunga serie ai danni del Re – che troverà la morte 22 anni dopo per mano
dell’anarchico Bresci a Monza – è il prologo di un’infinita agonia alla quale il trentenne di Salvia – che per
decreto regio cambiò nome in Savoia di Lucania, attuale toponimo del comune – è sottoposto: arrestato e
torturato, condannato alla pena di morte, commutata poi in ergastolo presso la Torre della Linguella – oggi
anche detta Torre di Passannante, appunto – sull’Isola d’Elba. Da qui il calvario: dieci anni di completo
isolamento, agganciato ad una corta catena di 18 chili e costretto a vivere in uno spazio angusto e insalubre,
sotto il livello del mare, stato che influisce in maniera determinante sulla sua salute sia fisica che psichica;
Passannante, malato e affetto ormai da un’acuta malattia mentale, viene quindi trasferito nel manicomio
criminale di Montelupo Fiorentino nel 1889, dove troverà la morte, cieco e sessantenne. Dopo la morte il
cadavere, in ossequio alle teorie dell'antropologia criminale dell'epoca, miranti ad individuare supposte cause
fisiche alla "devianza", fu sottoposto ad autopsia, decapitato, privato del cervello e del cranio i quali, immersi in
una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati nel manicomio di Montelupo Fiorentino per poi, nel 1936,
essere trasferiti, assieme ai suoi blocchi di appunti, presso il Museo Criminologico di Roma, ove il cervello,
immerso in formalina, venne conservato in una teca di vetro sigillato sino al 2007, quando finalmente furono
tumulati nel paese natio.
La terribile vicenda è stata, per anni, lo spunto per la battaglia civica dell’attore impegnato Ulderico Pesce, il
quale, con il suo “L’innaffiatore del cervello di Passannante”, in scena per due serate consecutive, il 29 e il 30
Marzo, presso il Teatro Eutheca di Roma, con una storia dai toni delicati, semplici e dalla narrazione insolita
(Pesce indossa qui i panni di un ignaro e simpatico carabiniere lucano, di Salvia appunto, che si ritrova a dover
far da guardiano e custode al cervello di Passannante con il compito di “innaffiarlo” con la formalina,
ogniqualvolta questa stia per evaporare), racconta la vita dell’anarchico: una storia nella storia, in quanto il
racconto ci viene illustrato attraverso dei cartigli che lo svampito carabiniere/custode, trova accanto alla
bacheca, dimenticati da una giovane attrice di teatro, Lucia, della quale egli si era innamorato durante una sua
fugace visita presso il Museo Criminologico, la sera di Natale.

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Un eccelso esempio di teatro civico, quello portato avanti da Ulderico Pesce in questi ultimi anni, che si sposa
perfettamente con il suo impegno profuso già dagli anni ’90, di tumulare i resti di Passannante nel suo luogo di
origine; impegno che ha avuto il suo apice nel 1999, quando diede vita a una raccolta di firme per la causa:
all'iniziativa aderirono numerosi personaggi dello spettacolo e della letteratura tra cui Francesco Guccini, Dario
Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Oliviero Diliberto, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De
Luca e Giorgio Tirabassi, con il risultato della definitiva sepoltura nel 2007.
Unico nella sua essenzialità, sia scenografica che narrativa, il singolo atto si compone piacevolmente nel
racconto di un dramma attraverso lo stupore, la semplicità, l’ironia e il dialetto di un uomo qualunque il quale,
ritrovatosi da un giorno all’altro a vestire i panni di carabiniere/custode/innaffiatore, non nasconde affatto i suoi
sentimenti e le sue vive e vere emozioni nei confronti di Passannante e della sua tragedia, che già fecero da
spunto, subito dopo l’arresto, ad un componimento del poeta Pascoli.

Federico Cirillo
30 marzo 2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Recensione de Il re muore, di E. Ionesco, dalla Compagnia Stabile Spazio 47
Scritto da Giuliano Armini

Negli scorsi giorni -dal 25 al 30 marzo- la Sala Orfeo del Teatro dell'Orologio (Roma) ha ospitato la recita de Il
re muore, celebre opera di Teatro dell'Assurdo di Eugène Ionesco (1962); codesta “novella” intimamente
metafisica, itinere di passaggi attorno a un fenomeno, appunto, la “morte del re”, si rivela metafora, d'una fine o
d'un passaggio, pur comunque veicolata da questa figura regale che diverrà centrale anche per il pubblico, il
quale, magia del teatro, condividerà il rispetto della sua giurisdizione e quindi il pathos che intride la corte in
quel momento nefasto quanto ormai atteso.
Re Bérenger, suo malgrado, è consumato da una malattia: il vero istrione è forse proprio questa “erosione”, al
tempo stesso del re e del suo regno, di cui la corte che ne rimane è ormai di fatto una versione grottesca -un
residuo?- anche già solo d'una minimamente opportuna formalità; e difatti attorno al re esistono ancora ormai
solo poche presenze: due mogli, un dottore, una serva e una guardia. Talune che cercano di far prendere
coscienza al re della verità ch'egli s'ostina a fuggire: la sua morte è ormai prossima; tal altre che paiono
seguirlo nel suo cieco rifiuto della verità dei fatti, nei suoi guizzi d'orgoglio e ostinazione giungendo poi
inevitabilmente allo stridere di queste due anime con passaggi non scevri di esiti ironici.
L'occasione di questo spettacolo ci offre lo spunto per accendere i riflettori altresì sull'attività di questa realtà
teatrale, appunto la compagnia e il teatro Spazio 47, a cui si riconosce, fin già nelle scelte drammaturgiche,
l'intrigante slancio verso autorialità interessantissime, nonché la qualità del loro lavoro.
Nata qualche anno fa in Aprilia, operazioni come Spazio 47 sono di quelle che ci fanno gioire: un'associazione
culturale, recupera uno spazio in disuso, riformulandolo nella soluzione di un crogiolo di attività e spettacoli,
nonché sviluppando una sua compagnia teatrale, un'attività costumistica e una produzione scenografica.
Giuliano Armini
1 aprile 2014

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La magia di Costellazioni al teatro Vascello di Roma
Scritto da Fabio Montemurro
"Ero rimasto così,fermo ai primi passi di tante vie,con
lo spirito pieno di mondi,o di sassolini,che fa lo
stesso."
(Uno,nessuno e centomila,Luigi Pirandello,1926)

Posta Marianna sull'asse "y" e Orlando sull'asse "x" all'interno di uno spazio "z" ....
No, non è matematica ne fisica o forse un po' sì fisica quantistica e neanche fantascienza anche se per certi
versi qualcosa di un certo tipo di fantascienza la ricorda il fatto è che potrebbe essere di più una partita a dadi,
certo due dadi particolari dato che infinite combinazioni presuppongono un numero infinito di facce.
Costellazioni parte da un invisibile filo conduttore lineare, l'incontro di Marianna, che lavora all'Università
nell'ambito della cosmologia quantistica e Orlando che nella vita invece fa l'apicoltore. Per l'epoca in cui
viviamo potremmo dirci di trovarci davanti a due tipi particolari, ma anche se fosse non è questo che interessa
all'autore. Infatti quello che viene messo in scena sono le infinite variabili di sviluppo ed evoluzione del loro
incontro.
Teoricamente è proprio Marianna a spiegare ad Orlando in uno delle possibili variazioni sul tema di un
momento del loro incontro cosa accade parlando di multiverso, scelte,futuri possibili e dadi.
La scena sostanzialmente non esiste infatti nel non spazio scenico vengono messe in scena o più
precisamente si susseguono in disordine e discontinuità apparente le possibili variabili e sviluppi dei momenti
cruciali della relazione di Marianna e Orlando.
Nel multiverso in cui si muovono M ed O (che è il nostro stesso multiverso) il passaggio dimensionale e
veicolato da veri e propri black out di movimenti emozioni colori luci,come se la vita dei due protagonisti e tutto
ciò che c'è o non c'è intorno venisse letteralmente abbandonata perchè l'autore dato uno sguardo al risvolto
della storia in una dimensione già stanco o forse più per curiosità,l'abbandona per inserirsi in un altra e vedere
come andrebbe a finire se invece...
Lontanamente il gioco psicologico ci fa pensare a Stanislaw Lem e al suo Solaris,discorso che ritorna anche

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dal punto di vista dell'illuminazione.
Un illuminazione disturbante che ricorda molto la fotografia di Vadim Jusov,un disegno luci giocato sugli
ossimori visivo-emotivi,tonalità fredde nei momenti di distensione e tonalità calde nei momenti di tensione.
Gli accostamenti paradossali di possibilità nel contempo discordanti sono di primo impatto simpatiche e
divertenti ma alla fine dello spettacolo si iniziano a mettere insieme i pezzi del mosaico e inevitabilmente ci si
accorge di come ogni istante del nostro tempo è condizionato inevitabilmente dai più piccoli dettagli e dalle più
intangibili sfumature : una parola invece che un altra,un passo in meno,una pausa in più,un luogo piùttosto che
un altro,um messaggio non inviato,una vecchia conoscenza o una nuova conoscenza...tutte variabili
indipendenti che condizionano senza sosta la nostra esistenza ponendo un serio punto di osservazione su
quale peso ha davvero il "caso" e quanto poco sia il diciamo "libero arbitrio".
...e alla fine nelle infinite notti degli infiniti cieli delle infinite dimensioni del multiverso sono infinite le lune ed
infinite le costellazioni.

Fabio Montemurro
2 aprile 2014

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Due passi sono, di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, al teatro Vascello di Roma
Scritto da Giuliano Armini

Se fosse possibile tradurre in drammaturgia l'intima finezza de Le bolle di sapone, di Chardin, o della
commovente perfezione “calligrafica” della miniatura medievale, lo spettacolo Due passi sonosarebbe
sicuramente tra le possibili metamorfosi.
Ivi si svolge il compiersi quasi maieutico di uno spazio intriso di onirica surrealtà, ove un ambiente domestico
apparentemente convenzionale si rivela diffuso di strane presenze immateriali: una bottiglia di plastica
smisuratamente lunga, un fiore con tanto di stelo grande e colorato quanto fatto all'uncinetto, di cui però non
disorienta il suo ruolo di pianta decorativa, perché perfettamente parte di questo luogo di innocente fantasia; e
proprio il fascino infantile del microcosmo d'un carillon “tintinnante” nel suo meccanico svolgersi appare evocato
in alcuni passaggi, quasi transizioni da una fase ad un'altra della struttura drammaturgica.
Quello che appare uno statico presente si rivelerà infatti tutt'altro che immutabile, giungendo infine allo
scardinamento di questa realtà asfissiante in cui vivono i due personaggi, Pe e Cri, i quali inquilini di un mondo
avvinghiato da fobie, ansie e ipocondrie, ma comunque intriso di affetto, empatia e sensibilità, giungeranno
proprio tramite queste e quelle diversità caratteriali, che nel loro stridere saranno crogiolo di simpatiche gag, a
trovare la chiave della risoluzione dei loro “vincoli” e così al compimento completo del loro amore.
Vicendevolmente colmando le debolezze dell'altro affronteranno l'esterno, con un incantevole finale che non
sveliamo, ma di cui non possiamo tacere sulla portata metaforica di un sé auspicato e raggiunto proprio
ragionando su quelle caratteristiche che infine, rilette da un diverso punto di vista, diverranno spendibili come
punti di forza, ed espressa scenicamente con un'immagine estremamente poetica.

Giuliano Armini
4 aprile 2014

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Informazioni
Due passi sono
scene e costumi: Cinzia Muscolino
disegno luci: Roberto Bonaventura
aiuto regia: Roberto Bitto

Teatro Vascello
fino al 13 aprile 2014
dal giovedì al sabato alle 21.30; la domenica alle 18.30

Via Giacinto Carini, 78 (Roma)

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Nemico del popolo di Ibsen al Teatro Sala Umberto
Scritto da Enrico Ferdinandi

Corruzione, ignoranza, egoismo e menefreghismo del popolo nei confronti del bene comune. Questi sono i
valori, negativi, che emergono dall'eccellente riadattamento italiano della pièce teatrale 'Nemico del popolo'
del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen.
Come sempre le opere di Ibsen rimangono attuali in quanto i temi trattati mettono in mostra quei vizi e quelle
virtù dell'animo umano che, a dispetto del tempo, sembrano rimanere immutati. Possono cambiare modi,
obiettivi e protagonisti ma le finalità rimangono sempre le stesse e sono quelle derivanti dall'eterno scontro fra
ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; o almeno fra ciò che taluno crede giusto e ciò che talaltro crede
sbagliato.
Nemico del popolo è per questo motivo decisamente attuale. Anni 70', il dottore Tommaso Storchi (interpretato
da un appassionato Gianmarco Tognazzi), direttore sanitario di un piccolo paese in grande espansione grazie
all'attività termale da lui stesso fortemente voluta, scopre che le falde acquifere sono inquinate. Una scoperta
che può compromettere un intero sistema. Bloccare l'attività delle terme vuol dire infatti bloccare l'economia ed
il futuro di un'intera città. Punto di vista che non viene subito colto dal dottor Storchi, mosso da ideali sani e volti
ad assicurare il bene comune, ma recepiti in maniera immediata dalla sua nemesi, il fratello Pietro, sindaco e
presidente del consorzio delle terme.
Fra i due nasce una lotta, quella della messa in piazza della vera verità. Ma, come spesso accade nelle
società, quella che arriva al popolo è la verità che fa più comodo alla maggioranza, pazienza se poi quelle
acque sporche portino malattie e virus. Ago della bilancia di questa lotta per il bene comune sono il direttore del
giornale locale ed il tipografo, presidente dell'associazione dei piccoli imprenditori. Ignavi, questi ultimi che
seguiranno la bandiera più favorevole al vento delle loro necessità. Alla fine a pochi cittadini interesserà la
verità sulla salute delle acque termali. È più importante che vengano preservati i beni materiali, che la città
continui a crescere e le casse, comuni e private, ad arricchirsi.
Vicino a Tommaso per combattere la battaglia per ciò che è giusto rimangono solo sua moglie, la figlia ed il

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capitano di lungo corso Horster. Quest'ultimo (egregia l'interpretazione di Franz Cantalupo) uomo di mare
abituato ad affrontare ben più temibili avversari, non avrà paura di spalleggiare il dottore... ma alla fine tutti e
quattro si ritroveranno vittime del sistema, un sistema meschino e figlio della forza della volontà di quella massa
che, vuoi per ignoranza, vuoi per pigrizia, preferisce scegliere un male minore in grado di lasciar immutato lo
status quo a discapito del benessere futuro. Un meccanismo che porterà il dottor Storchi a diventare,
paradossalmente, un nemico del popolo.
In una mite notte di primavera il Sole entra al teatro Sala Umberto di Roma come per ricordare che basta avere
sani ideali da perseguire per esser felici ed in pace con sé stessi e gli altri: il Sole, quel Sole, è già di per sé uno
dei regali più belli che la vita ci ha donato.
Ed anche se dovesse tramontare resta il mare che, metafora del nostro vivere, con le sue tempeste e le sue
meraviglie ci fa sognare con la semplicità di un pensiero: quello che proietta il nostro sguardo verso l'immagine
del futuro che ci aspetta oltre l'orizzonte.

Enrico Ferdinandi
10 aprile 2014

Informazioni
di H. Ibsen adattamento di Edoardo Erba
con
FRANZ CANTALUPO
ALESSANDRO CREMONA
STELLA EGITTO
SIMONETTA GRAZIANO
RENATO MARCHETTI
ANTONIO MILO
con la partecipazione di
LOMBARDO FORNARA
scene Andrea Taddei
costumi Andrea Serafino
musiche Paolo Coletta
disegno luci Anna Maria Baldini
direzione tecnica Vincenzo Sorbera

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produzione esecutiva Monica Cannistraro
organizzazione Goffredo Maria Bruno
foto di scena Gabriele Gelsi
scenotecnica All'Opera Societa' Cooperativa
sarta Floriana Villani
parrucche Rocchetti & Rocchetti srl
trasporti Di Martino Service
ufficio stampa Silvia Signorelli
cpncept grafico Livia Clementi
grafica Photogramma
distribuzione Chi e' di scena Service
regia
ARMANDO PUGLIESE
Dal 8 al 21 aprile 2014
Teatro Sala Umberto
Via della Mercede, 50
00187 Roma

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Racconti Incivili al teatro Eutheca di Roma
Scritto da Fabio Montemurro

"Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
• Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kiblai Kan
• Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse
formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: - Perchè mi parli delle pietre? È solo dell'arco che
m'importa.
Polo risponde: - Senza pietre non c'è arco."
(Le città invisibili, Italo Calvino, 1972)

Del grande mosaico di Racconti Incivili abbiamo potuto vedere,non per mancanza di
disponibilità dell'organizzazione e tutto ma per nostra mancanza di tempo,solo le ultime tre
tessere animarsi davanti ai nostri occhi e farci rimpiangere di non aver trovato il tempo di
assistere all'intera rassegna che ha animato tra grottesco comico e ironia il teatro Eutheca
facendo nascere nelle menti degli spettatori non poche riflessioni.
Il palcoscenico spoglio,la scenografia al limite dell'essenziale una sedia un palo delle
indicazioni stradali due musicisti commentatori in ombra di ciò che accade sul palco e i
binari di un treno con un trenino.
Ma così pochi elementi scenici possono davvero fare da scenografia e cornice a tre storie
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diverse senza per questo renderle niose e ridondanti?
Sì,possono e come,se i tre singoli interpreti (Sandra,Danilo e Flavio) non si limitano ad
usare solo le parole per descrivere visualizzare raccontare,ma vanno oltre,narrando le loro
storie materializzando dal nulla personaggi luoghi,personaggi e fatti con gesti movimenti
del corpo ed espressioni facciali caratterizzazioni che rendono tangibile un mondo tanto
visibile quanto invisibile ai nostri occhi anestetizzati dalla televisione dalla pubblicità
dall'insistente finzione di ogni giorno e quindi disabituati alle brutture della vita.
Tutto è iniziato con 'Soltanto Parole – Ero(T) ica' il resoconto di una donna non più
giovane che dopo aver scoperto che il marito la tradisce con una ragazzina sentendosi ormai
destinata al viale del tramonto,sola e senza amiche,risponde all'annuncio di lavoro di Linea
amica e una volta contattata decide di partire dalla provincia per Roma dove al telefono
dovrà affrontare una realtà molto ma molto più grande di lei.
E' seguito poi 'L'ultimo numero del domatore di colori' la storia di un incontro a Parigi di
un giovane giornalsta e di un clown depresso perchè il suo saper domare i colori l'ha portato
fuori dall'ombra e la clebrità con tutti i problemi che porta l'ha convinto a rilasciare un
ultima intervista prima di suicidarsi pirandellianamente.
Infine 'Occhi in polvere' storia di un bambibìno africano (uno dei tanti milioni ogni anno)
che viene letteralmente strappato alla tranquilla vita del villaggio e portato a lavorare nei
nell'Inferno dei campi di cacao.
Lo spettacolo scorre via fluido e veloce trovando il tempo anche per i CCCP con un trenino
che passa arrancando sui binari e spesso deragliando,un po' come la vita delle ombre
protagoniste delle storie che per un breve istante vengono messe in luce e nelle quali chi in
un punto chi in un altro troviamo tutti un barlume di contatto reale con un istante
imprecisato della nostra vita dove forse c'è proprio capitato di scorgere una di queste ombre
o dove forse proprio noi eravamo una delle tante ombre e ci viene anche da pensare che
forse lo siamo ancora nonostante vogliamo illuderci di essere l'opposto...e alla fine la rabbia
e la sfida di "Buona cioccolata a tutti!!!" renderà un cioccolatino più amaro e pungente di un
chicchiaio di sale.

Fabio Montemurro
12 aprile 2014

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L'Ildegarda di Bingen secondo Cristina Borgogni e Paolo Lorimer
Scritto da Giuliano Armini

produzione: TSI La fabbrica dell'attore
assistente alla regia: Luca Signore
disegno luci: Valerio Geroldi
musiche: a cura di Dario Arcidiacono
costumi: Avdul Caya e Inna Danila

Ildegarda. La sibilla renana è una squisita rappresentazione teatrale di e con Cristina Borgogni; affiancata da
Paolo Lorimer, la coppia da luogo ad un'interessantissima ed emozionante recita su questa Santa in cui si può
riconoscere un faro di emancipazione culturale: scienziata, musicista e innanzitutto donna straordinaria, fu
monaca e badessa benedettina del XII secolo.

“Sibilla” di visioni divine vissute “in stato di coscienza”, Ildegarda fu certo un personaggio dal Pensiero
“illuminato” e illuminante, a cui questo spettacolo cerca di dare epifania, riconsegnandolo nella sua essenza.
La realtà scenica, definita da pochi elementi (un leggio, una sedia e poco altro) trova poi negli spazi del Teatro
Due un interessante connubio: la sala che era parte del corpo edilizio della Basilica di Sant'Andrea delle Fratte,
conserva l'impronta della struttura ecclesiastica in un affresco sulla platea nonché nella parete di fondo del
piccolo palcoscenico, la quale, a vista, partecipa felicemente alla contestualizzazione “scenografica” dello
spettacolo.
Non meramente le vicende della vita, bensì la fenomenologia di una coscienza umile e curiosa è quella che
viene evocata dalla messa in scena, ove le nozioni biografiche rimangono solo sullo sfondo del dirompente
flusso di vitalità, intuizioni, relazioni e umanità di questo affascinante personaggio che fu Santa Ildegarda di
Bingen (1098-1179); una virtuosa scelta drammaturgica, che nel completarsi di “tra sé” (aside) e “tableau
vivant”, mette in scena quel che veramente rese grande questa monaca del medioevo.

Giuliano Armini

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14 aprile 2014
Informazioni:
Teatro Due Roma
fino al 20 aprile 2014
dal martedì al sabato alle 21; la domenica alle 18
Vicolo dei Due Macelli, 37 (Roma)

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Al Teatro Salone Margherita, tutta la magia de La Traviata rivive nelle note de I
Virtuosi dell’opera di Roma.
Scritto da Federico Cirillo

« Ah della traviata sorridi al desìo
a lei deh perdona, tu accoglila, o Dio »
(Violetta, atto III scena IV)
La cornice di una Parigi libertina e mondana di metà ottocento, l’atmosfera frizzante e delicata al
contempo, di armonie e note immortali che furon di Verdi, i gorgheggi melodici e i virtuosismi canori dei
tenori, dei soprani e dei baritoni che in tre atti accompagnano soavemente il pubblico, rapito
dall’incedere delle scale melodiche e dall’eleganza sopraffina dell’interpretazione; il resto è la storia
dell’opera, della lirica, del teatro, della musica classica e dello spettacolo: un melodramma, dapprima
letterario, fattosi arte sublime e che dal 1853 viene rappresentato ininterrottamente sui più importanti
palcoscenici mondiali.
Tutto questo è La Traviata; e basta solo il titolo a far aleggiare nelle nostre menti passaggi memorabili
quali l'invocazione di Violetta Amami, Alfredo, il famoso brindisi Libiamo ne' lieti calici, la cabaletta
Sempre libera degg'io, il concertato finale del secondo atto, l'aria Addio, del passato e il duetto Parigi, o
cara, tanto da rendere spasmodica l’attesa prima che il sipario si alzi.
L’opera, tratta dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio), La signora delle camelie e rappresentata
per la prima volta in assoluto presso il Teatro La Fenice di Venezia, rivive in questi giorni, e con spettacoli
alterni fino ad agosto inoltrato, nel raffinato contesto del Teatro Salone Margherita, a Roma, portata in
scena dall’orchestra ed il coro de “I Virtuosi dell’opera di Roma”, interpreti magistrali e perfetti del
dramma amoroso di Violetta e Alfredo, i due infelici protagonisti della celeberrima opera verdiana.
Gli acuti freschi e spumeggianti del soprano Carmela Maffongelli – straordinaria interprete di una
Violetta Valery da strappare applausi - , le estensioni vocaliche calde, ricche e piene del tenore lirico
Adriano Gentili – nei panni di un tormentato Alfredo Germont - , la gravità austera tutta rinchiusa nelle

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note profonde e amplificate del baritono Giancarlo Pera – a indossar le vesti di Giorgio Germont, padre di
Alfredo -, il tutto contornato dal coro armonioso di bassi, mezzosoprani e tenori e accompagnato dalla
leggiadra orchestra di archi, ottoni, legni e percussioni diretta in maniera eccellente dal maestro Adriano
Melchiorre, direttore tra i più affermati a livello internazionale, regalano emozioni e veri brividi sia a
coloro i quali assistono ammirati e stupiti per la prima volta ad uno spettacolo di opera – godendo, così,
appieno il gusto inimitabile dell’arte lirica – sia agli appassionati e agli assidui frequentatori e conoscitori, i
quali non lesinano numerosi applausi per una performance degna dell’originale capolavoro di Verdi, reso
celebre, tra gli altri, dalla Callas prima e da Pavarotti poi.
Il Teatro Salone Margherita, da sempre uno dei fulcri della cultura della Capitale, si fregia, ancora una
volta della presenza di artisti di prim’ordine quali, appunto, “I Virtuosi dell’opera di Roma” nati nel 1999
su iniziativa dell'Associazione culturale Musica&Musica e da sempre distintisi quale primo esempio di
istituzione concertistica interamente privata e sovvenzionata unicamente con fondi non pubblici che
ripropongono il meglio della tradizione lirica italiana offrendo a migliaia di spettatori, ogni anno, la
possibilità di entrare in contatto con l'opera lirica e con l'affascinante cultura che la caratterizza e che la
rende ambasciatrice dell'italianità in tutto il mondo.

Federico Cirillo
15 aprile 2014

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Dopo il successo de “La Traviata”, I Virtuosi dell’Opera di Roma tornano in scena al
Salone Margherita con “Il Barbiere di Siviglia”.
Scritto da Federico Cirillo

Da Parigi a Siviglia; dalle struggenti note melanconiche di un lieto fine impossibile da realizzare ed infranto solo
dal fato avverso alle spumeggianti e allegre arie di una storia d’amore bizzarra, divertente e coronata
dall’happy ending, suggello di una delle più briose “opere buffe” mai composte; dalla Traviata, insomma,
al Barbiere di Siviglia, il passo è lungo: due opere diametralmente opposte ed agli antipodi della
rappresentazione, sia per quanto riguarda il genere alle quali esse appartengono – un melodramma il primo,
una commedia l’altra – sia per le sinfonie che per l’interpretazione scenica, ovviamente.
Filo conduttore dei due capolavori made in Italy, vessillo e simbolo dell’italica eccellenza oltre che del nazionale
orgoglio, la performance impeccabile de I Virtuosi dell’Opera di Roma, i quali, dopo il primo appuntamento
con Verdi e la sua Signora delle Camelie, propongono, in un turbinio di arzille melodie e festosi gorgheggi, resi
celebri da Rossini, Il Barbiere di Siviglia, tratto dal primo libro della trilogia dedicata a Figaro, il protagonista,
del drammaturgo francese Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais.
Ripetendo il successo della Traviata, quindi, la compagnia, sempre diretta dal maestro d’orchestra Adriano
Melchiorre, prende per mano il numeroso pubblico sin dall’incipit della deliziosa overturerossiniana, la quale
predispone e prepara da subito gli spettatori ad un allegro andante. L’animo della platea, così riscaldato è
premiato dalla cavatina del baritono Carlo Riccioli (nei panni di Figaro) il quale si esibisce nel brano Largo al
factotum – eccellente nell’interpretazione mimica e gestuale, un po’ meno in quella canora, laddove l’orchestra
sembra quasi prendere il sopravvento, nascondendo, purtroppo, a tratti, la voce dell’artista –, quindi deliziato
dagli acuti energici e squillanti del soprano Sabina Leone, nelle vesti della bella e frizzante Rosina; ammaliato
ed incantato dalle note possenti e profonde del Conte di Almaviva (il tenore Giuliano di Filippo) e infine
divertito dalla travolgente e imperdibile aria de La calunnia è un venticello, interpretata passeggiando per il
pubblico dal bassoFabrizio Nestonni (Don Basilio) e dal baritono Mauro Utzeri, impeccabile e divertente nel
portare in scena Don Bartolo, reso perfetto sia nei virtuosismi canori che anche nell’interpretazione
propriamente teatrale (piacevole e spiritoso in chiusura di primo atto, durante il finale Ehi di casa…buona
gente…).

LaPlatea.it uscita numero V, numero speciale.

Un’opera fatta di travestimenti, intrighi comici, trovate buffe che, mescolando i temi classici del teatro – dalla
“vis comica” di plautina memoria, sino alle improvvisazioni tipiche della commedia dell’arte – alle grandi
partiture del maestro Rossini, riproposte ad hoc dall’orchestra, meritevole di lode e di una menzione speciale
dopo il successo de La Traviata, vale davvero la pena di scoprire, apprezzare, ammirare e, infine, vivere
appieno.

Federico Cirillo
22 aprile 2014

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Insonnia al teatro Vascello di Roma
Scritto da Fabio Montemurro

"Sia il sonno che l'insonnia,oltre la giusta misura,sono malattie."

(Ippocrate di Kos)

Anche se non è proprio l'Odin Teatret, l'Odin Teatret c'è comunque e la sua presenza metalinguistica e
comunicativa si sente e come.
Insonnia viene messa in scena dalla Riotous Company una compagnia teatrale nata nel 2007 ma la regia e la
coreografia è di Tage Larsen membro storico dell'avangiardia del Terzo Teatro
Ad ogni modo parliamo di Insonnia.
La scena è essenziale due sgabelli e un pianoforte : è sullo sfondo che si staglia un guazzabuglio di oggetti
forme accantonati sovrapposti contrapposti in veri e propri ossimori visivi,ma questa è una visione incerta e
sfocata che colpisce l'occhio per pochissimo: il tempo che il pianista entra in scena e si siede al pianoforte e
quando alla fine tutto s'abbandona al sonno prima che il sipario si chiuda.
Insonnia ha per protagoniste due donne che in realtà non sono altro che i due aspetti (il doppio?) della psiche
della stessa donna e un pianista che con le note del pianoforte come un burattinaio decide dove come quando
cosa...una sorta di subconscio.
La bellezza di Insonnia e nel creare dal nulla stimolando la fantasia di che guarda attraverso i movimenti la
gestualità le costruzioni astratte dipinte con rapidi e la contempo lenti tratti dai corpi delle due ballerine e nel
commento musicale del pianista che sta lì a suggerire con note di pianoforte e percussioni dello sgabello
situazioni atmosfere luoghi ritmi pulsazioni...svolgendo con repentini e improvvisi cambi di scena
capovolgimenti di situazioni catene che uniscono e stringono sempre più,addirittura annodano e alla fine
snodano quella che potremmo definire l'azione di "perturbante" mantenendo,dosando l'alternanza di momenti di
distesione a momenti di maggiore tenzione,sempre accesa l'ansia la paura la preoccupazione,condizioni

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emotive alla base di questo disturbo psichico che cosciente di un rumore di fondo va alla ricerca di tante pause
di silenzio.
I riferimenti culturali sono infiniti Freud,E.T.A Hoffmann,E.A.Poe,Gustave Flaubert,Emily Dickinson,la musica
espressionista. Quelli metalinguistici invece fanno riferimento in particolar modo al grande lavoro svolto da Pina
Bausch col suo Tanztheater nel periodo delle opere più mature ossia a partire da Café Müller (1978) dove
inizia il lavoro d'introspezione e analisi della psiche umana in rapporto alla società in cui vive.
L'illuminazione (crepuscolare) è forse ancora più essenziale della messa in scena poichè si avvale dell'uso dei
proietori unicamente per creare macchie di luce sopratutto intorno alle ballerine permettendoci di osservare lo
scontro delle due personalità della stessa donna all'interno dei meandri nei recessi oscuri della mente sul sottile
filo della zona di confine tra sonno e insonnia per non cedere all'Uomo della Sabbia che già sta salendo le
scale.

Fabio Montemurro
4 maggio 2014

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