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La vita e bella nonostante .pdf



Nome del file originale: La vita e bella nonostante.pdf
Titolo: La vi
Autore: Ufficio Ragioneria-348

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LA

VITA È BELLA NONOSTANTE

A prite a caso questo libro: in qualunque pagina troverete una
frase, un’intuizione, un aneddoto che vi appassioneranno.
Infatti, in quasi trecento fogli di un suo limpidissimo taccuino,
Vittorio BUTTAFAVA affronta con humour o con malinconia,
con sottile intelligenza o con spirito polemico, alcuni grandi
temi che ci coinvolgono tutti; il destino di vivere, i vizi e le
virtù, la donna e l’amore, i padri ed i figli, la felicità ed il
dolore. Da un avvenimento qualsiasi, da un ricordo, dalle parole
di un grande scrittore, dall’incontro con un personaggio del
nostro tempo, BUTTAFAVA trae lo spunto per riflettere su
quell’affascinante e misteriosa avventura che è l’esistenza di
ciascuno di noi. Dispersive solo in apparenza, scritte con
essenziale semplicità, le pagine di La vita è bella nonostante
compongono, alla fine, un preciso mosaico: la storia di un uomo
che, attraverso la gioia e la sofferenza, ha imparato ad accettare
il bene ed il male, la vita e la morte, come elementi indivisibili
di un’unica realtà. “Questo”, dice l’autore nella prima riga della
sua presentazione, “è un libro assolutamente inutile”. Ma è solo
una civetteria che nasconde una sorridente polemica. In realtà,
pochi libri sono tanto utili per scrutare nel cuore degli uomini,
per trovare conforto, per dare un senso agli infiniti avvenimenti
dell’esperienza quotidiana.
La vita è bella nonostante è uno di quei rari libri in cui ogni
lettore ritrova una parte di se stesso, dei propri pensieri, delle
proprie speranze e delusioni. E’ un libro che sorprende ed
incuriosisce ad ogni pagina; un libro da conservare, interrogare
e rileggere.
Mark MILLER

V ittorio BUTTAFAVA è nato a MILANO, dove si è laureato in
Lettere. Dopo una breve esperienza come insegnante, è entrato
nel giornalismo come redattore di Oggi nel 1946. In seguito, tra
il 1956 ed il 1964, ha diretto, contemporaneamente, due
settimanali femminili: Novella ed Annabella. Dal 1964 è
Direttore di Oggi. Critico teatrale e giornalista di molti
interessi, ha pubblicato alcune migliaia di articoli su quotidiani
e settimanali. Questo La vita è bella nonostante è il suo primo
libro ma, se non vi sarà impedito con la forza, ne scriverà un
secondo e, probabilmente, un terzo. E’ sposato e ha una figlia.

–1–

Q uesto è un libro assolutamente inutile. Non insegna a
diventare miliardari, a conquistare le donne ed a tradire gli
amici, non riempie nessun vuoto, non si occupa di politica, non
contiene messaggi, non lancia crociate, non denuncia scandali,
non salva le anime ed i corpi, non piange sul futuro dell’uomo,
non svela ignobili segreti, non distrugge i miti del nostro tempo,
non spiega come sarà il Duemila, non racconta storie di
fantasmi, non promette la felicità. Sembra incredibile ma, pur
occupandosi di donne, di uomini e di amore, non chiama per
nome gli organi genitali, non spiega come raggiungere la piena
soddisfazione sessuale e come evitare di fare i bambini.
Non è nemmeno un romanzo, né un documento storico, né la
biografia di un personaggio celebre, né un saggio filosofico. E’
soltanto la raccolta di trecento pensieri, emozioni, fantasie e
ricordi passati nel cervello di un uomo qualsiasi vissuto in
un’età incolore ed in mezzo ad un’umanità mediocre e spaurita.
Insomma, è proprio un libro inutile. Non capisco perché l’ho
scritto e, meno ancora, perché dovreste leggerlo.

–2–

LA

VITA È BELLA NONOSTANTE

H o letto, non ricordo dove, la più esauriente lezione di
saggezza che si possa dare. Era un aneddoto di sei o sette righe.
Lo trascrivo a memoria: «Un Professore di Filosofia sale in
cattedra e, prima di iniziare la lezione, toglie dalla cartella un
grande foglio bianco con una piccola macchia d’inchiostro nel
mezzo. Rivolto agli studenti, domanda: “Che cosa vedete qui?”.
“Una macchia d’inchiostro”, risponde qualcuno. “Bene”,
continua il Professore, “così sono gli uomini: vedono soltanto le
macchie – anche le più piccole – e non il grande e stupendo
foglio bianco che è la vita”».

E ro andato a trovare in clinica il mio amico. Aveva passato un
brutto momento, una congestione polmonare, l’avevano tenuto
sotto la tenda ad ossigeno e, solo allora, cominciava a
recuperare una goccia di energia, con la convalescenza. Proprio
quel giorno, a Parigi, Henri de Montherlant, scrittore acuto ed
aristocratico, si era ucciso a settantasei anni; essendo vecchio e
quasi cieco, pensava che la vita non valesse più niente, non
fosse degna di lui. Il mio amico, un uomo semplice e mite,
scosse il capo: “Per me”, disse, “la vita è meravigliosa. Ed
anche se non lo fosse, la terrei da conto ugualmente, a qualsiasi
costo. Perché è tutto quello che ho”.
Ecco, a me sembra che esista un solo modo per essere felici:
amare la vita “a qualsiasi costo”. Accettarla per quello che può
dare. Forse è “poco” ma quel “poco” è anche “tutto”. Pretendere
di più sarebbe “troppo”; ed è proprio a causa di questo “troppo”
che siamo infelici. Ma la colpa è nostra, non della vita.
Per sé, per quanto è in grado di offrire, la vita è sempre bella.
Nonostante. Già, nonostante le ansie ed i contrattempi, le
delusioni e gli agguati; nonostante la paura ed i pregiudizi, i
compromessi e le invidie; nonostante “le frustate e lo scherno
del tempo, le ingiurie degli oppressori, le insolenze dei superbi,
le fitte dell’amore disprezzato, le lungaggini della Legge,
l’arroganza dei potenti ed i calci che i giusti ed i mansueti
ricevono dagli indegni” (Amleto, Atto III, Scena prima).
Nonostante il dolore, le sventure e la morte.

–3–

C’ è, nell’immenso luna park del mondo, una giostra che non
smette mai di girare. E’ la giostra dei ricchi.
Molti vi sono saliti ma la folla che preme intorno è
infinitamente più numerosa. Alcuni, i più fortunati, siedono
sulla giostra dalla nascita: i padri, i nonni, i bisnonni hanno
conquistato per loro il posto su un cavalluccio bianco con i
finimenti d’oro. Altri vi sono saliti da poco e hanno ancora i
vestiti in disordine, le mani insanguinate per la lotta. Altri,
avendo afferrato un appiglio qualsiasi, tentano di salire,
resistono agli spintoni, piangono di dolore o di rabbia; a volte,
ce la fanno ma, più spesso, cadono e sono travolti. Enorme,
grigia, rassegnata o vociante, la moltitudine sta intorno alla
giostra e la chiude come in una morsa. Con gli occhi fissi,
accesi dalla curiosità o dall’invidia, tutti guardano là, verso i
cavallucci che girano, girano, girano. Tutti guardano là e non
capiscono perché la gente della giostra, che pure sta al caldo,
siede comodamente ed è servita di tutto, abbia le facce così
smunte, impietrite dalla noia.

I l rimedio più sicuro, quando siete angosciati da un problema
che vi pare enorme, è di aprire a caso un qualsiasi libro di
astronomia. Vi può capitare, ad esempio, di leggere che il corpo
celeste più lontano da noi è a tredici milioni di anni luce (in
chilometri ci vorrebbe un numero con una trentina di zeri); che
la stella più vicina, eccettuato il sole, è a quarantamila miliardi
di chilometri; che la galassia di cui facciamo parte ha, almeno,
dieci miliardi di anni; che la vita sul nostro pianeta è giovane,
avendo appena sette miliardi di anni; che la temperatura del sole
è di trentacinque milioni di gradi… ed avanti così. Di fronte ad
una realtà così impressionante, com’è possibile prendere sul
serio i nostri problemi?
Provate ad abbandonarvi in questo infinito, a naufragare nel
tempo e nello spazio e, dopo un minuto, sentirete dissolversi la
vostra angoscia e rimpicciolire fino a scomparire il vostro
“enorme” problema. Basta poco: un manualetto di astronomia.

–4–

M i fa’ sempre impressione pensare che anche il più odioso
degli uomini, il più corrotto e spietato, è stato un bambino
innocente. Immaginate Landau a tre mesi, nudo su una pelle di
pecora? Anche Hitler a due anni aveva il volto patetico di un
bambolotto. Il “mostro di Düsseldorf”, che fece a pezzi non so
quante decine di persone, era un biondino mite dagli occhi
cerulei. E le donne? La criminale più feroce e la più laida
prostituta hanno portato le treccine e recitato la poesia di
Natale.
Che cosa è accaduto perché quei bambini paffuti e candidi,
quelle bambine sognanti si trasformassero in criminali od in
creature immonde? Quali tare, quali traumi, quali rancori, quali
sfrenate ambizioni hanno provocato in loro tanto disastro? C’è
nell’uomo, tra gli infiniti esseri che palpitano nell’universo, un
segno di nobiltà.
Come si è potuto cancellare? Ecco il mistero del male, che
nacque miliardi di anni fa, che ha i suoi simboli in Lucifero e
Caino e che nessun filosofo ha saputo svelare.

U n’automobile ferma si scarica, un macchinario arrugginisce,
un’acqua diventa putrida, un corpo umano si affloscia e decade.
La vita è movimento; l’immobilità è morte. “Tutto scorre”,
diceva la filosofia panteistica greca, anticipando di venticinque
secoli la scoperta dell’energia che agita l’atomo. Ed i Romani,
spiriti pratici, ammonivano: Nulla dies sine linea, incitando a
fare qualcosa ogni giorno, anche poco, per tenere acceso il
motore del corpo e dello spirito. Che strazio la fatica del
Lunedì, per sciogliere la ruggine della Domenica.

–5–

C’ è una domanda piccola piccola che tutte le persone oneste
si rivolgono almeno una volta. Questa domanda è: “Vale la
pena?”. Dice l’operaio che torna a casa sfinito: “Vale la pena di
sgobbare così per stentare la vita, quando ci sono tanti che,
speculando o rubando o lazzaronando, se la passano
splendidamente?”. Dice la ragazza: “Vale la pena di consumare
la giovinezza in un ufficio, quando mi sarebbe facile guadagnare
in un giorno lo stipendio di un mese?”. Dice lo studente: “Vale
la pena di guastare gli occhi e curvare le spalle sui libri, quando
poi, nel mondo, spadroneggiano gli ignoranti ed i presuntuosi?”.
Dice il padre di famiglia: “Vale la pena di pensare al futuro
dei figli, di sacrificarsi per risparmiare, se poi arrivano le
svalutazioni, le crisi, le guerre?”. Dice la moglie: “Vale la pena
di dedicare la vita, l’unica vita, ai fornelli ed al bucato?”.
Sono domande patetiche, rassegnate, talvolta anche gonfie di
comprensibile rabbia ma inutili. Infatti, qualunque sia il
sacrificio o l’ingratitudine o lo scarso compenso, ciascuno di
noi spende la vita come la sua natura, le circostanze, l’esempio
gli hanno imposto. Chi non è nato ladro o cialtrone o sfaticato o
prostituta non riuscirà mai a diventarlo. Ed è, quindi, superfluo
che si domandi: “Vale la pena?”.

–6–

C he strana avventura, nella sconfinata storia dell’umanità, è
toccata ai Paesi Arabi. Per millenni, anzi, per migliaia di secoli,
sono rimasti inerti, impastati di sabbia e di miseria. Intanto,
sotto la terra avara, per una lentissima decomposizione della
materia, si andava accumulando un tesoro misterioso: il
petrolio. Ad un tratto, più o meno cent’anni fa, su quel tesoro,
tutti allungarono le mani. Fu un assalto violento, il banchetto
più ingordo e dissipatore della storia. Un alluvione di denaro si
rovesciò sul deserto ma non riuscì a fecondarlo, a fare
zampillare l’acqua dalle rocce. Come re Mida, che trasformava
tutto in oro – ed, intanto, moriva di fame – così gli sceicchi
sprofondavano nel denaro e si preparavano a morire
d’indigestione. Adesso, mentre il banchetto si avviava alla fine,
hanno cominciato a gridare tutti insieme, a pretendere più soldi,
a chiedere aiuti. Avranno gli uni e gli altri ma per poco, per quei
trenta, cinquanta, cento anni che occorreranno per consumare,
sino all’ultima goccia, il tesoro accumulato nei secoli.
A quel punto – e chissà per quanti millenni ancora – tornerà il
deserto, con la sua sabbia e la sua miseria. Così,
nell’allucinante corsa dell’umanità, resteranno quegli strani
decenni di falsa ricchezza, un brivido di salute in una
lunghissima agonia.

C hissà perché, quando penso alla vita, mi si affaccia alla
mente l’immagine di un gigantesco sacco di noci. Il sacco si
rovescia sul mondo e le noci, cioè gli uomini, rotolano via.
Alcune si rompono subito, altre si scontrano, si superano nella
corsa, proseguono a spinte ed urtoni. Tutte, presto o tardi, si
fermano. E’ sciocco, lo so, anche un po’ infantile ma mi piace
immaginare come una piccola noce che rotola a casaccio, senza
sapere perché, ne incontra altre e subito le lascia, pare sul punto
di fermarsi e riceve una spinta improvvisa. Una piccola noce
uscita da un sacco nero ed enorme ed illusa di potere correre
chissà fino a quando. Magari per sempre.
Invece no. Qualche metro ancora, qualche piccolo scontro e
poi basta.

–7–

S pesso, al mattino, al momento di uscire dal letto, sono
tentato di improvvisare una preghiera come questa: “Ti prego,
mio Dio, dammi anche oggi tanta fatica, tante preoccupazioni e,
magari, qualche guaio (non grosso, per favore). Ma liberami
dalla noia. E’ come un animale viscido e nero, con mille braccia
che paralizzano la volontà ed uccidono il gusto di vivere.
Meglio le ansie, i pericoli, la paura di sbagliare, di non arrivare
in tempo; meglio tutto, persino la morte, che – almeno – è
un’inerzia inconsapevole. La noia, invece, è una morte lucida,
con il cervello sveglio che lavora, giudica ed avvilisce.
Non darmi, mio Dio, la ricchezza e la gloria; non mi
interessano. Dammi qualunque cosa che mi impedisca di
annoiarmi.”.

E ra gobbo, pallidissimo, con una grande testa sproporzionata
sul corpo esile; soffriva di asma, di “congestione cardiaca
cronica”, d’insonnia, di cataratta, di reumatismi, di coliche
tremende; a vent’anni, per il troppo studio, già non riusciva
quasi più a leggere; pare che fosse impotente od, almeno, non si
ha nessuna prova del contrario. In casa, la madre, donna
rigidissima, lo opprimeva e lo teneva lontano; il padre, per
debolezza o per ottusità, non lo capiva. Quando usciva per le
strade del suo paese, Recanati, i ragazzini lo sbertucciavano e
gli lanciavano sassolini o palle di neve. Nessuna donna ricambiò
mai il suo amore, nemmeno per compassione.
Per orgoglio, non volendo dipendere dalla famiglia, visse
poverissimo, soffrendo spesso la fame, in abitazioni miserabili.
Era trasandato e sudicio; aveva un solo vestito e cambiava la
camicia una volta al mese. Morì a trentanove anni soltanto, a
Napoli, mentre infuriava il colera. Nell’ultima lettera al padre,
scrisse: “I miei patimenti fisici giornalieri ed incurabili sono
arrivati ad un grado tale che non possono più crescere. Spero
che, superata – finalmente – la piccola resistenza che oppone
loro il moribondo mio corpo, mi condurranno all’eterno riposo
che invoco caldamente ogni giorno”.
Leggevo queste cose nel bel libro che Iris ORIGO ha dedicato
a Leopardi ed, intanto, mi chiedevo: “Com’è potuta, in
condizioni simili, nascere la poesia? Dove ha trovato l’energia,
questo rottame d’uomo, per comporre alcune centinaia di pagine
che resisteranno ai secoli?”.
Ma è inutile cercare una risposta. E’ proprio qui, in questa
forza misteriosa, l’irraggiungibile segreto del genio.

–8–

M a che cosa sa la gente di quello che ci passa nella testa?
Come potrebbero capire gli altri che cosa si nasconde dietro i
nostri sorrisi e le nostre lacrime, dietro i silenzi e le collere?
Abbiamo tutti, dentro, una grande confusione di ricordi e di
emozioni, di atroci dolori e di timide speranze. E tutto è
raccolto lì, nel caotico magazzino del cervello, come nella
bottega di un rigattiere.
Noi ci muoviamo, parliamo, lavoriamo, ascoltiamo, amiamo
ed, intanto, da quel magazzino emergono, lampeggiando, parole
ed immagini, rimorsi e nostalgie, felicità ed angosce. Ma la
gente che ci vive accanto e crede di conoscerci bene, non sa
niente di tutto questo. Ogni uomo è un pianeta sul quale lui solo
ha posato il piede.

C’ è una dote che ammiro più di tutte, proprio perché non
riesco a possederla: ed è la capacità di soffrire da soli. Sono
rare – lo so – ma esistono persone che sanno nascondere dietro
un sorriso fatiche tremende e dolori sconfinati, che non
affliggono gli altri con i loro guai, che non fanno pesare un mal
di testa o la mancanza di quattrini od i bisticci con la moglie.
Persone che non chiedono comprensione ma la offrono; che non
mendicano pietà ma la regalano generosamente. Sono persone
forti e, quindi, altruiste. L’egoismo, infatti, è dei deboli, come
si vede spesso nei malati, nei bambini, nei vecchi.

L’ invidia e l’avarizia, tra i sette vizi capitali, sono – nello
stesso tempo – i più diffusi ed i più stupidi. Invidiare gli altri
vuole dire soffrire e torturarsi; essere avari significa,
considerata la precarietà della vita, imporsi rinunce
irragionevoli. Non è stupido tutto questo? I vizi della gola, della
lussuria, dell’accidia, della superbia, eccitano – almeno – i
piaceri della tavola, dell’amore, della dolce pigrizia, del
successo. Anche l’ira, altro vizio capitale, ubbidisce – almeno –
ad un impulso indomabile, ad una esplosione irrazionale ma
comprensibile. L’invidia e l’avarizia, invece, non hanno senso;
rappresentano soltanto una tirannia, una cattiveria, una
punizione contro se stessi.
E non è tragicamente stupido, mentre già si lotta contro la
malvagità del prossimo, sprecare la vita per farsi del male?

–9–

E’ sbalorditiva la facilità con cui la gente esprime giudizi su
qualsiasi opera d’arte: un romanzo, un quadro, una poesia, una
scultura, un dramma, una musica, un film. Nessuno, che non sia
Medico od Ingegnere od Avvocato, oserebbe giudicare un caso
clinico od un nuovo apparecchio od un Disegno di Legge. Tutti,
invece, si sentono in grado di esaltare o condannare il lavoro di
un artista. La ragione è che, nell’opinione comune, l’arte è,
soprattutto, istinto, improvvisazione, una specie di gioco che
chiunque può fare e comprendere senza studi e diplomi.
Insomma, un passatempo da dilettanti. Magari bravi, magari
bravissimi ma dilettanti. La realtà, invece, è del tutto diversa.
L’arte è scienza, geometria, fatica, studio senza fine, pazienza
illimitata.
La
governano
regole
inesorabili,
equilibri
delicatissimi. Un grande pittore mi ha detto un giorno: “Dipingo
da cinquant’anni ed imparo, ogni minuto, qualcosa di nuovo.
Morirò con la coscienza di non sapere quasi niente”.

C’ è un sentimento, uno stato d’animo, che distingue l’uomo
dalle altre creature: la malinconia. Non è dolore, né collera, né
rassegnazione, né dolcezza di temperamento, tutte passioni che
si possono trovare anche negli animali. E’ consapevolezza della
precarietà della vita, della fragilità del nostro corpo, dello
smarrimento della mente, di fronte al mistero dell’infinito. E’,
soprattutto, rimpianto per l’innocenza perduta, per i sogni
dell’infanzia, per le inquiete illusioni dell’adolescenza. E’,
nello stesso tempo, il segno della nostra miseria e della nostra
ricchezza.

B ertoldo, come sapete, piangeva quando c’era il sole perché
pensava che poi, fatalmente, sarebbero venuti il gelo e la
pioggia. La cosa mi farebbe ridere se non scoprissi ogni giorno
che, più o meno, tutti somigliamo a Bertoldo. Invece di godere
un’ora od un minuto di felicità, ci torturiamo al pensiero che,
presto, dovrà pure finire e che, dietro l’uscio, in agguato, c’è
sempre la morte.
E’ vero, certo, che la felicità e fuggevole e che la morte ci
aspetta ma, a maggiore ragione, dovremmo afferrare l’avaro
dono del destino e gustarlo prima che ci sia tolto.
Come giudichereste un uomo che, avendo in mano un buon
frutto maturo, invece di mangiarlo, lo gettasse via, pensando
che, tanto, quel frutto marcirà presto? Eppure, così faceva
Bertoldo e così facciamo noi.

– 10 –

D iciamo: “La mia vita è un romanzo” ed abbiamo l’illusione
che ogni capitolo sia il più sorprendente mai scritto al mondo.
Tra miliardi di vite, chissà perché, siamo persuasi di possederne
una specialissima, senza confronti possibili. E va bene: se
proprio ci fa’ piacere, continuiamo pure a divorare le pagine del
nostro inimitabile romanzo. Ma l’ultima non la leggeremo.
Peccato. Proprio la storia che ci appassiona di più non sapremo
mai come va a finire.

D etesto gli uomini che proclamano: “Io sono sincero, dico
quello che penso. Se una cosa non mi va, la grido in faccia
subito”. Detesto questi uomini perché, con stupida ipocrisia,
vogliono fare passare per sincerità la loro maleducazione.
Essere sinceri significa non mentire, non ingannare, non tradire;
e questa è una virtù. Ma litigare sempre – e con tutti – dire cose
sgradevoli, offendere, significa ritenersi giudici infallibili del
prossimo e riconoscere a se stessi il diritto di umiliare. Gli
uomini hanno il dono della parola – è vero – ma anche il dono
del silenzio, che – spesso – vuole dire rispetto degli altri,
comprensione, riservatezza. Chi non ha questo rispetto, abbia –
almeno – il buon gusto di non proclamarsi virtuoso.
Dal momento che si ritiene “sincero” ammetta “sinceramente”
di essere un villano e di meritare l’antipatia che gli altri, con il
loro duro silenzio, provano per lui.

– 11 –

O rmai siamo tutti persuasi di vivere un periodo straordinario,
addirittura sconvolgente, nella storia dell’umanità. Diciamo:
“Oggi ci sono le atomiche, non avremo più guerre; sarebbe un
suicidio mondiale. Manca l’acqua, l’aria è inquinata, le risorse
naturali sono consumate; siamo arrivati ad un disastro che non
ha confronti nei secoli. La crisi del petrolio ha sconvolto il
nostro sistema di vita; si torna indietro di un secolo, all’età
della diligenza e delle candele. La contestazione giovanile ha
scardinato i legami della famiglia, il senso del dovere e gli
ideali della patria. Mai è stato così in ribasso il sentimento
religioso. La delinquenza, poi, ha superato qualsiasi eccesso; si
rapina e si uccide con una crudeltà ed una freddezza che l’uomo
non ha mai conosciuto. Non parliamo dell’immoralità dilagante;
il pudore è finito, morto per sempre. Viviamo davvero una crisi
gigantesca”.
Ebbene, queste sono sciocchezze. Solo l’ignoranza e la stolta
presunzione possono farci credere che il mondo attorno a noi sia
davvero diverso, anzi, del tutto sconvolto, rispetto a quello dei
nostri antenati. Vediamo. Le guerre nacquero con gli uomini
(ricordate Caino ed Abele?) e vivranno con loro per l’eternità,
con o senza le atomiche; cercheremo, ad ogni costo, state pure
certi, nuove risorse naturali e fonti di energia; padri e figli,
vecchi e giovani, si scontrano oggi come in qualunque altra
generazione dall’inizio dei tempi; la fede religiosa ha
conosciuto periodi d’oscuramento ben più gravi di quello che
viviamo; la bestialità umana ha raggiunto, in altri tempi, nelle
stragi e nelle violenze, eccessi che non riusciamo nemmeno ad
immaginare; quanto all’immoralità, alla mancanza di pudore,
all’ossessione del sesso, basta leggere le cronache antiche (a
cominciare dalla Bibbia) per capire come non ci sia niente di
nuovo sotto il sole.
No, non viviamo un tempo eccezionale. Anzi, siamo i
meschini interpreti di una commedia piuttosto noiosa.

C’ è una massima di Leonardo che mi ha sempre affascinato e
turbato: “Sii solo e sarai tutto tuo”. La solitudine: che
situazione meravigliosa e disumana. Offre, insieme, il massimo
della libertà e della disperazione.
Difende dalla volgarità e dall’invadenza del prossimo ma ci
abbandona alla nevrosi ed ai tormenti dell’immaginazione.
Nessuno riuscirà mai a cantarla come Salvatore Quasimodo, con
la misteriosa potenza della poesia.
Ricordate? “Ognuno sta solo sul cuor della terra – trafitto da
un raggio di sole: – ed è subito sera”.
– 12 –

H o sempre pensato, come la maggiore parte della gente, che
gli avari siano, per natura, egoisti e pessimisti, cioè preoccupati
solo di sé e spinti ad accumulare per un invincibile terrore della
vita. Invece, è tutto il contrario.
Ve lo dimostro con un esempio. Pochi giorni fa, è morto, a
settantotto anni, uno degli uomini più avari che siano mai
esistiti. E’ morto, naturalmente, ricco. Fino ad un giorno prima
di restituire, come si dice, “la bell’anima a Dio”, ha covato, con
geloso amore, i suoi quattrini.
Eppure aveva settantotto anni ed abbastanza esperienza,
presumo, per sapere che non sarebbe rimasto a lungo sulla terra.
Non vi sembra da ottimisti, dunque, credere nel futuro e
preoccuparsi di garantirselo a quasi ottant’anni? Quest’uomo,
poi, era tutt’altro che egoista. Si è privato di ogni cosa, non ha
soddisfatto né la gola, né la lussuria, né la superbia. Anzi, ha
lasciato agli eredi i frutti dei suoi sacrifici. Non è altruismo?

I l tempo, si dice, è un grande medico che guarisce e consola.
E’ vero – certo – ma non sempre, non per ogni cosa. Può guarire
una delusione, cancellare un ricordo d’amore, sbloccare la
memoria da un pensiero molesto, da un incubo, da un’amarezza.
Ma ci sono dolori che non hanno tempo: immobili, enormi, mille
volte più forti delle nostre capacità di soffrire, restano lì,
inesorabili, come pugnali nel cuore. In due o tre secoli, chissà,
forse, svanirebbero. Ma una vita non basta, è troppo breve;
anche cinquant’anni, anche sessanta, sono niente, meno di un
giorno. Provate a chiederlo ad una madre e ad un padre che
abbiano perduto il loro figliolo.

C’ è un motto notissimo tra i giornalisti di tutto il mondo: “Un
cane che morde un uomo non fa’ notizia ma un uomo che morde
un cane fa’ notizia”. Questo significa che i giornali, per loro
natura, registrano i fatti insoliti, sorprendenti, eccezionali e
trascurano quelli inconsueti. Ma, spesso, il pubblico dimentica
questa regoletta e, leggendo – ad esempio – che quattro
giovinastri hanno violentato una minorenne o che una moglie ha
strangolato il marito, è portato a commentare che il mondo va
alla deriva, che non c’è più morale, né religione. Ma,
naturalmente, non è così. Nelle stesse ore in cui quei giovinastri
violentavano e quella moglie uccideva, milioni di giovani e di
mogli lavoravano, amavano, si sacrificavano. Di costoro, però, i
giornali non parlano. Come non parlano dei cani che mordono.

– 13 –

Q uando scopro che un cattolico praticante è avaro sino alla
taccagneria, rimango penosamente deluso. A parte la mancanza
di carità, che resta il peccato più triste per un cristiano, mi
stupisce la scarsa o nessuna fiducia nella provvidenza, che –
agli occhi di un vero credente – dovrebbe essere la garanzia più
sicura per ogni momento della vita. Naturalmente, non serve a
nulla fare passare l’avarizia per sobrietà, trasformando un vizio
in virtù. In questo caso, anzi, al peccato si aggiunge una miseria
non meno grave: l’ipocrisia.

E’ banale – lo so – ma non riesco a vedere la vita
diversamente da una strada lungo la quale, nascendo, ci
incamminiamo insieme. Sul principio, ci guardiamo intorno, un
po’ smarriti, impariamo a parlare e subito cerchiamo
comprensione ed amicizia; ad un tratto, fatale come il morbillo,
arriva l’amore; e, poi, un anno dopo l’altro, andiamo avanti a
passo spedito o barcollando o di gran corsa. Intanto, attorno a
noi, la folla si dirada: qualcuno si è fermato per sempre, altri ci
hanno abbandonato, altri incrociano la nostra strada e
spariscono.
Lentissimamente si attenua la luce. Non ce ne siamo accorti
ed è già il tramonto. Vediamo la strada ancora lunga davanti,
vorremmo percorrerla tutta – per sempre – ma le gambe non
reggono più, l’oscurità ci sgomenta.
Cerchiamo conforto ma quasi nessuno è rimasto vicino.
Siamo soli, vorremmo gridare ma la voce è diventata rauca,
solo un bisbiglio. E poi, chi potremmo chiamare?
Di colpo, si è fatto buio. Meglio fermarsi.

– 14 –

O ggi, diciamo, la vita è piena di pericoli. Ogni minuto la
mettiamo in gioco, per necessità o per incoscienza. E’
pericoloso salire su un aereo, viaggiare in auto, attraversare una
strada, usare la corrente elettrica, lavorare presso un qualsiasi
macchinario, affacciarsi al finestrino del treno, servirsi
dell’ascensore, maneggiare un’arma, affrontare il mare con un
motoscafo. La civiltà, ripetiamo, ci ha dato infiniti strumenti ma
sono strumenti di morte.
Tutto questo è vero ma solo a metà. Per gli uomini, da
sempre, la vita è in pericolo. Un milione di anni fa, non
esistevano l’auto e l’aereo, le armi da fuoco e la corrente
elettrica ma c’erano disagi spaventosi, epidemie terrificanti,
cataclismi naturali contro i quali non esistevano difese. Ancora
al tempo dei Romani, solo duemila anni fa, la durata media della
vita era di trent’anni. Nel secolo scorso, la tubercolosi era più
micidiale del cancro di oggi. Quarant’anni fa, prima che fosse
diffusa la penicillina, si moriva come niente per una polmonite
o per un’appendicite. Adesso, in Italia, la vita media è di
settantasette anni per gli uomini e di settanta due per le donne.
Abbiamo nuovi strumenti di morte – è vero – ma altrettanti – e
più efficaci – strumenti di vita.

G li uomini, diciamo, sono – per natura – egoisti: ed è vero.
Eppure, la loro manifestazione più importante, il lavoro, è una
continua gara di altruismo. Ciascuno di noi, infatti, lavora per
gli altri; e gli altri lavorano per noi. Il muratore, il meccanico,
il calzolaio creano case, macchine e scarpe che altri useranno;
ma questi, a loro volta, coltivano la terra, allevano il bestiame,
conservano cibi, producono il vino per dare loro da mangiare e
da bere. Nel cuore della notte, mentre riposiamo, il panettiere
ed il giornalista preparano il pane ed il giornale che ci
offriranno di prima mattina; nel pomeriggio, mentre siamo
assorbiti dalle nostre faccende, gli attori, i cantanti, le ballerine
provano o registrano gli spettacoli che ci terranno occupati alla
sera. Così, per una delle tante contraddizioni della vita, gli
uomini diventano altruisti, in un gigantesco scambio di aiuto
reciproco, proprio nel momento in cui, con l’ansia dello
stipendio, del guadagno e del successo, affermano più
accanitamente il loro egoismo.

– 15 –

P irandello diceva: “La vita o si vive o si scrive” e voleva
intendere che un uomo, quando è assorbito da un’attività (che
per lui era lo scrivere), fatalmente, rinuncia a tutto, anche ad
una vita propria. Qui sta, infatti, il segreto (e la condanna) degli
uomini di successo.
Spinti dall’orgoglio, o dalla necessità, o dal caso (ma, spesso,
solo da una frenetica inquietudine), si accaniscono, giorno per
giorno, nel lavoro fino a sacrificarvi ogni cosa: il riposo, gli
affetti, la serenità, l’amore, gli svaghi. Talvolta, nei rari
momenti di abbandono, si chiedono: “E’ stato giusto rinunciare
a così tanto, giocare la vita, su una sola impresa?”.
Ma è una domanda senza risposta. Ormai il gioco è fatto, la
pallina della roulette sta girando. E, presto, si fermerà.

O ggi è stata una giornata qualsiasi. Praticamente, non mi è
successo niente. Ho visto cominciare il giorno e calare la notte
senza un brivido di emozione. Eppure, nel mondo, sono nati
centocinquanta bambini al minuto, poco meno di centomila
persone sono morte, molte migliaia di altre si sono sposate,
hanno rischiato la vita, incontrato l’amore, sofferto
un’ingiustizia, fatto o subito una violenza, ottenuto una vittoria
od una sconfitta, ricevuto un premio, pianto per una sventura,
benedetto o maledetto il prossimo. Per tutti costoro, questa
giornata, che io considero inutile, è stata importante od,
addirittura, fatale. Ecco, mi piace pensare a tre miliardi di
burattini sulla terra ed immaginare un Grande Burattinaio che ci
muove a gruppi ogni giorno, un po’ felici ed un po’ disperati. Lo
spettacolo dura da millenni, sempre uguale. Cambiano solo gli
interpreti.

– 16 –

G li uomini, secondo la morale, coltivano sette vizi capitali:
superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola e lussuria. Sono la
fiera delle nostre debolezze. Ma c’è una colpa che le riassume
tutte: l’ipocrisia. E’ questo il vero grande spaventoso
irrimediabile vizio del secolo.
Chi è ipocrita? L’uomo che si finge umile ed è superbo, di
buon animo ed è invidioso, paziente ed è gonfio di collera
repressa, generoso ed è avaro, sobrio ed è avido, casto ed è
lussurioso. Tutti i vizi, anche i più meschini, vivono in lui. Ma,
ad essi, si aggiunge la malizia, cioè l’arte di nasconderli, di
camuffarli con gli abiti della virtù. L’ipocrisia è un vizioso che
conosce le proprie colpe ma che, invece di combatterle, si
preoccupa di non mostrarle agli altri. Non gli importa di
migliorarsi; gli importa che gli altri non lo vedano com’è. Così,
mentre è sempre possibile che un vizioso si ravveda, è
impossibile che un ipocrita perda la sua maschera virtuosa.
L’ama troppo.

O rmai so che i malati vivono più a lungo dei sani.
Non parlo, naturalmente, dei malati gravi, colpiti in qualche
organo vitale, o consumati da un tumore. Parlo delle persone
gracili, malazzate dappertutto, vulnerabili allo spiffero d’aria
come al piatto di pastasciutta. Timorose di tutto, trascorrono la
vita avvolte nel cellophane; si mettono a letto all’annuncio di un
raffreddore, vanno dal medico più spesso che dal panettiere,
mangiano in bianco per anni, conoscono il nome e le virtù di
tutte le medicine, si coricano e si alzano sempre alla stessa ora,
lavorano con parsimonia, cullano ogni doloretto come un
bambino.
In questo mondo, consumano al minimo la benzina della vita,
resistono fino al secolo e, magari, anche più in là. Intanto, i
sani, convinti di essere indistruttibili, sprecano tempo ed
energia con pazzesca incoscienza; mangiano senza controllo, si
buttano a capofitto nel lavoro, dormono quando capita e girano
al largo dai medici. Come macchine lanciate a duecento all’ora
sull’autostrada, con l’acceleratore schiacciato, ad un tratto
restano senza un goccio di benzina. E s’inchiodano proprio nel
momento più esaltante della corsa.

– 17 –

R iconoscere i propri errori è, a mio avviso, la migliore prova
di maturità che un uomo possa dare. Solo i bambini capricciosi
e gli ignoranti credono di avere sempre ragione. Ma basta uscire
dall’infantilismo ed affrontare con un minimo di senso critico
qualsiasi problema per capire che la verità è complessa e che
ragione e torto non sono mai da una parte sola. I nostri antenati,
sottili conoscitori della natura umana, usavano due celebri frasi
per esprimere questi concetti. Dicevano: “E’ saggio l’uomo che
sa cambiare opinione” ed aggiungevano: “Sbagliare è umano ma
perseverare è diabolico”. In parole schiette, volevano intendere
che non è disonorevole ammettere di avere sbagliato ma che è
delittuoso battere sugli stessi errori per testardaggine, per falso
orgoglio o per presunzione. C’è una sottile frase di Jenkins che
vi consiglio di meditare: “Errare è umano ma, quando la gomma
per cancellare si consuma prima della matita, vuole dire che si
sta esagerando”.

E siste un modo infallibile per svalutare una cosa che si
desidera: ottenerla. Questa terribile regoletta vale per tutto: per
il successo, per il denaro, per l’amore. Ma c’è un’altra regoletta
altrettanto inesorabile. Ed è questa: per valutare esattamente
una cosa (od una persona) bisogna perderla. Il desiderio ed il
rimpianto, insomma, sono il sale della vita. Il possesso,
l’appagamento, la conquista di un traguardo sognato portano
alla delusione ed alla noia. In questo senso va interpretato un
grandissimo proverbio: “Finita la casa, entra la morte”.

I n un Albergo di Londra, all’ingresso della sala ristorante,
c’era un avvertimento: “Attenzione allo scalino”. Per tre giorni,
messo sull’avviso, entrai in sala, alzando opportunamente il
piede. Il quarto giorno, inciampai e, solo per miracolo, evitai di
finire lungo disteso. Da quel momento, non inciampai più.
Questo episodio mi ha convinto, una volta per sempre, che
parole ed avvertimenti valgono ben poco; l’unica cosa che conta
è l’esperienza diretta. Ecco perché i figli, anche i più
sottomessi, ascoltano con un solo orecchio i consigli dei
genitori. Preferiscono imparare sbagliando da soli.

– 18 –

T ra poco arriverà, per gli uomini della mia generazione, l’ora
di fare le consegne, di affidare il mondo nelle mani dei figli.
Che cosa lasceremo loro? Che cosa abbiamo fatto perché
possano godere un po’ di anni sereni? Troppo poco, lo so, quasi
niente, ma temo che non fosse possibile fare di più. C’è stata,
alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del secolo, quella che è
stata chiamata “la bella epoca”; i giovani di quel tempo si
diceva appartenessero alla “generazione felice”, prediletta dal
destino. Invece, si scatenò la prima guerra mondiale ed i
“giovani felici” morirono come topi, sotto il sole e la neve, in
quei luridi budelli di sassi e di fango che erano le trincee. Dalla
prima guerra mondiale uscì la mia generazione. Dopo
un’esperienza cos’ spaventosa, si diceva, il mondo era diventato
saggio; mai più, per nessun motivo, gli uomini avrebbero fatto
un’altra guerra. Per anni, ricordo, tutti ripeterono a noi ragazzi
queste cose; la guerra pareva, solo a parlarne, una cosa oscena
ed assurda. Invece, tornò e, sebbene tutti giurassero che sarebbe
durata, al massimo, un mese, tirò avanti quasi sei anni. SI
abbatterà anche sui nostri figli, improvvisa, la catastrofe? E
qualcuno dirà anche a loro, per spingerli, vigliaccamente, al
macello, che in un mese e con quattro bombe sarà tutto finito?
Gli uomini della mia generazione si rivolgono perplessi
questa domanda e non possono trovare una risposta. Intanto,
sentono che la vita si allontana dolcemente da loro e li mette da
parte, sul ciglio dell’interminabile strada del destino. E’ venuta
l’ora dei figli, adesso tocca a loro.
E noi, che li abbiamo cresciuti con un affetto esclusivo e
struggente, restiamo a guardarli impotenti mentre affrontano,
così teneri, una mischia forse più crudele di quella da cui siamo
scampati per miracolo.

C’ è un giorno, nella vita di tutti, che decide un destino. In
quel giorno, si apre una porta – che può essere inferno o
paradiso – e si chiudono tutte le altre. A volte, è una sventura,
una morte, comunque, un dolore; altre volte, è una gioia, un
incontro, un sogno a lungo coltivato. Da un’ora all’altra, spesso
da un attimo all’altro, accade qualcosa che sconvolge la nostra
visione del mondo. Dopo, diventiamo “diversi”. E non saremo
mai più quelli di prima.

– 19 –

U no psicologo mi ha detto: “Ci sono molte persone sensibili
che soffrono atrocemente nella vita. Una parola cattiva, un
pettegolezzo, un contrattempo, una qualsiasi avversità, le
feriscono. Vorrebbero soffrire meno, accettare gli eventi con
distacco, non crogiolarsi nel loro tormento ma non ci riescono.
E’ come se avessero nell’animo un orecchio acutissimo, che
avverte, persino, i sospiri. Si dolgono di questo ma anche se ne
compiacciono. Infatti, è meglio avere un buon orecchio,
piuttosto che essere sordi”.
Ecco un’osservazione importante: o si “sente” la vita o si è
“sordi”. Nel primo caso, si soffre (e si gode) con la massima
intensità; nel secondo, si passa attraverso gli anni attoniti, come
persone senza orecchie in una folla urlante. Ma, poiché la vita è
breve, eppure sempre interessante, vale la pena di “sentirla”.

U n proverbio dice: “Ogni bambino nasce con il suo canestro”.
Questo significa che, al mondo, bene o male, ci sarebbe posto
per tutti ma vuole dire, specialmente, che la nascita di un
bambino, esaltando il loro amore, spinge i genitori a fare di più,
appunto, per riempire quel canestro. Preso così, alla lettera, il
proverbio è simpatico. Il guaio è che, in questo momento,
vivono sulla terra un miliardo e mezzo di bambini. Ebbene, un
miliardo e duecento milioni di loro sono denutriti. I canestri ci
sono ma vuoti.

U na delle maggiori fortune che possano capitare ad un uomo
è quella di non nascere genio. Leggete la vita dei grandi, poeti e
condottieri, artisti e scienziati. Nove volte su dieci, li scoprirete
malati od in felicissimi, pazzi od invertiti, deformi o
psichicamente distrutti, maniaci o masochisti, consumati
dall’ambizione o dall’invidia. Un genio sereno ed in buona
salute, come l’olimpico Goethe od il timido Einstein, è
un’eccezione. Mille volte meglio nascere con un cervello
appena passabile ed una sensibilità modesta. Non per niente, il
grande Orazio (ecco un altro raro esempio di genio felice)
ammirava la “dorata mediocrità” e scongiurava gli uomini di
custodirla.

– 20 –

C om’è difficile voltare le pagine della vita, finire un capitolo
ed aprirne un altro. L’impulso di cercare cose nuove è forte, a
volte sembra irresistibile ma altrettanto forte è l’abitudine, la
voglia di restare chiusi nel bozzolo che, con pazienza, ci siamo
costruiti. Uscire di casa, creare una propria famiglia, cambiare
lavoro, cercare fortuna all’estero, rompere un legame diventato
miserabile. Ecco, tutto questo pare, nello stesso tempo,
affascinante e terribile. Potremmo buttarci ma abbiamo paura
del vuoto. Così, indugiando, spesso, ci trasciniamo dubbiosi
sino alla fine. E consumiamo una vita sola, mentre avremmo
potuto viverne cinque, dieci, magari cento.

Q uando leggo tanti scrittori di oggi, che si credono grandi
perché riescono a scrivere mille pagine senza dire niente, mi
torna in mente il capitoletto del De bello gallico in cui Giulio
Cesare descrive lo sbarco dei suoi soldati in Inghilterra. In
trenta righe, quel genio della guerra racconta tutto: il suo piano
d’invasione, i rischi dell’impresa, il panico di una possibile
catastrofe, l’orgoglio della vittoria. Trenta righe limpide,
compatte, scolpite davvero nel bronzo dei secoli. Dopo averle
lette, almeno tre quarti degli scrittori di oggi dovrebbero
spezzare, per sempre, la penna.

H o letto, in un articolo scritto in occasione della morte, che il
Presidente Segni era solito dire: “Lo riconosco, sono pessimista.
Così non ho mai delusioni e, quando i fatti mi smentiscono, li
accolgo come una gradita sorpresa”. E’ filosofia spicciola ma
penetrante. Il pessimista è un uomo debole, che ha paura della
vita; per cautelarsi contro i suoi colpi, si prepara al peggio e
spera, in questo modo, di attutire il dolore. Un amico medico mi
ha detto una volta: “E’ comodo, nel mio mestiere, fare i
pessimisti. Se il malato muore, puoi dire che, purtroppo, l’avevi
previsto, che non c’era niente da fare; se guarisce, diventi un
mago che l’ha strappato dalla tomba. Quando sei ottimista,
invece, succede il contrario. Se il malato guarisce nessuno ti
ringrazia, tanto l’avevi detto anche tu che la malattia era di
poco conto; ma se muore, ti chiamano assassino. Ci vuole
coraggio per essere ottimisti al mondo”.

– 21 –

Q uando penso che Schubert morì a trentuno anni, Alessandro
Magno a trentatré, Bellini a trentaquattro, Mozart a
trentacinque, Modigliani a trentasei, Raffaello e Van Gogh a
trentasette, Chopin e Leopardi a trentanove, Van Dyck a
quarantadue,
Maupassant
a
quarantatré
e
Cechov
a
quarantaquattro, sono preso dallo smarrimento. Com’è possibile,
mi chiedo, che – in così breve arco di vita – abbiano conquistato
il diritto a lasciare il loro nome ai posteri? Quale forza
misteriosa si sprigionava dalla loro mente? Sembriamo tutte
creature uguali, od – almeno – pretenderemmo di esserlo. Ma
non è vero. In alcuni di noi, cento o mille ogni secolo, c’è un
segno di nobiltà che gli altri non riusciranno mai a decifrare. E’
il segno del genio, che rende gli uomini, al tempo stesso,
privilegiati ed immensamente infelici.

C iascuno di noi, per fortuna, vive con un briciolo di
incoscienza ed immerso in un oceano d’ignoranza. Guai se
dovessimo valutare tutti i pericoli che insidiano i minuti delle
nostre giornate. Non useremmo un apparecchio elettrico, non
saliremmo in automobile, non prenderemmo il treno e l’aereo,
non ci bagneremmo in mare. Lo direste che il luogo più
rischioso del mondo è la casa in cui viviamo? Eppure è
dimostrato che, per colpa del fuoco o dell’acqua o dei vetri o
dei coltelli o delle scale o degli arnesi in genere, si muore e ci
si ferisce più tra le pareti domestiche che nelle strade. Certo, se
considerassimo tutte queste cose, vivremmo paralizzati dal
terrore. Invece, beatamente inconsapevoli, giochiamo la pelle
sgusciando tra i pericoli come gli sciatori tra i paletti dello
slalom.
Un amico medico mi confidò un giorno: “Quando il mio
bambino ha la febbre, io resto tutta la notte a vegliarlo… Basta
niente per fare morire un bambino. Noi medici lo sappiamo; per
questo abbiamo, più degli altri, una tremenda paura del male.
Del resto, guarda come sono prudenti i marinai e gli alpinisti
mentre affrontano il mare e la montagna. E’ la consapevolezza
del rischio che li rende sospettosi. Gli inesperti si buttano allo
sbaraglio. Magari, una volta su dieci, pagano ma, nove volte, va
bene”.

– 22 –

L a merce più rara al mondo è il buon senso, la più preziosa il
coraggio, la più fragile la virtù ma la più svalutata
l’intelligenza. Infatti, è difficile incontrare persone di
buonsenso, coraggiose, virtuose ma abbastanza facile trovarne
di intelligenti. Guardatevi attorno: dappertutto c’è intelligenza,
nel bene e nel male, nella rettitudine e nella frode. Sono
intelligenti i bambini in fasce ed i truffatori, i Professori e gli
spaccapietre; sono intelligenti i Ministri che rubano, gli
Avvocati che corrompono la verità, gli ipocriti che si fingono
santi, i ladri che rapinano e le prostitute da un milione per
notte. Tonnellate di intelligenza si sprecano ogni giorno.
Appunto per questo non vale molto, quasi niente. Tant’è vero
che Cristo, nei Vangeli, esalta tutte le doti degli uomini,
proclama beati i poveri in spirito, i misericordiosi, i diseredati,
i miti, i perseguitati, i pacifici, i puri di cuore ma non dedica
una parola agli intelligenti.

C on i soldi, diciamo, si compra tutto. Ma dovremmo spiegare
che, con i soldi, si compra tutto ciò che non può essere pagato
diversamente. Un bel ragazzo non ha bisogno di soldi per avere
l’amore di una donna; un vecchio, invece, sì. Per soddisfare
l’ambizione, ciascuno di noi è disposto a compiere anche le
imprese più rischiose senza badare ai quattrini; ma, se
l’ambizione non è appagata, se la fatica è solo umiliante, allora
restano soltanto i soldi a conforto dei disagi, del sudore,
dell’avvilimento. Ecco perché un Professore di Università
guadagna meno di un commerciante di stracci: perché il primo
ha il suo compenso nell’orgoglio di insegnare da una cattedra,
mentre il secondo sopporta il suo disgustoso mestiere solamente
perché ne ricava un mucchio di soldi. Prendete un attore. Pur di
recitare l’Amleto in un grande teatro ed avere applausi ed elogi,
lavorerebbe anche per niente ma, per fare due minuti di
pubblicità ai formaggini in televisione, chiede milioni. I soldi,
insomma, valgono quando non c’è altro a sostituirli; ma se c’è
amore, orgoglio, ambizione, gioia di donare, allora non contano
più. Milioni di eroi, in tutti i secoli, hanno accettato di morire
per un qualsiasi vago ideale di giustizia e di libertà. Ma, per i
soldi, anche per mille miliardi, un uomo appena ragionevole non
accetterebbe di tagliarsi un dito.

– 23 –

E ccola qui la nostra vita: un pezzetto di tempo nell’eternità.
La terra rotola nell’infinito da milioni di anni e continuerà a
rotolare per chissà quanti milioni ancora. Ad un tratto, siamo
arrivati noi; ed, adesso, vivi, siamo un puntino nero che freme,
grida e si spegne.
Trent’anni o cinquanta o settanta; magari anche ottanta e,
persino, cento. Sembrano molti e sono niente. La vita è lì, tutta
per noi, disposta a lasciarsi vivere come ci piace. Potremmo
bruciarla in un minuto con ansia, tentando mille esperienze
insieme, privandoci del sonno per non perdere tempo. Ma
varrebbe la pena? Dopo tanto correre, che cosa ci resterebbe?
Forse, sarebbe meglio appartarci in un angolo – soli – e
naufragare nel tempo, lasciarlo scorrere come un grande fiume
pigro; tanto, prestissimo, dovrebbe pure finire. Ecco, questo è il
dilemma: allungare le mani ed occhi su tutto o rannicchiarsi
immobili, indifferenti? La vita è un lampo. Che cosa fare?
Aggredirla od ignorarla? Certi, incerti, la spendiamo
stupidamente, angustiati di tutto senza motivo. Ed, alla fine, ci
domandiamo ancora se l’abbiamo vissuta oppure no.

L a superficialità dei nostri giudizi è avvilente. Diciamo: “Gli
uomini sono tutti uguali, pensano e vogliono le stesse cose”.
Con questa convinzione, crediamo di sapere giudicare chiunque
alla prima occhiata. In realtà, sappiamo poco di noi stessi ed
assolutamente niente degli altri. L’errore fondamentale, infatti,
è proprio di credere che tutti siamo uguali. Abbiamo tutti, è
vero, due occhi, un naso, una bocca; eppure, ciascuno ha un
volto diverso. Persino tra due gemelli esiste sempre una
sfumatura di differenza. Diverse, tra miliardi di persone, sono le
impronte digitali, le orme dei piedi, le linee della mano. Com’è
possibile che siano uguali i pensieri, i sentimenti, le
inclinazioni? E’ illogico pensare che la natura si sia preoccupata
di fare diversi i nasi, gli occhi, le bocche, i pollici ed abbia
modellato in serie proprio il cervello ed il cuore, dove risiede la
nobiltà dell’uomo.

– 24 –

T utti i grandi uomini hanno avuto in comune una sofferenza:
la solitudine. Ma è fatale che sia così. Shakespeare scrisse
Romeo e Giulietta a ventisette anni; Beethoven compose la
prima sinfonia a ventinove; Leopardi scrisse le sue poesie più
alte attorno ai trenta; Mozart creava musica, addirittura, a nove
anni; Raffaello cominciò a venticinque i suoi incomparabili
affreschi in Vaticano; Chopin, Schubert, Bellini, Cechov,
Maupassant, Toulouse-Lautrec, pur morendo tra i trenta ed i
quaranta, ebbero il tempo di lasciare prove indistruttibili del
loro ingegno; a trent’anni, Verdi era già un miracolo del
melodramma; Napoleone era Generale a ventisette, Comandante
supremo a ventotto, Imperatore a trentacinque. Guglielmo
Marconi, per citare un contemporaneo, inventò la telegrafia
senza fili quando era ancora ragazzo. Com’è possibile che
uomini così – e migliaia di altri come loro – non si sentissero
soli? Chi avrebbe potuto capirli? Erano già immortali all’età in
cui gli altri riescono, al massimo, a prendere una Laurea, a
diventare impiegati statali, od a vincere un Festival di Sanremo.
Elefanti in un mondo di formiche. E non mi risulta che esista un
qualsiasi dialogo tra gli elefanti e le formiche.

S uccede a tutti, alla svolta dei quarant’anni, di chiedersi: “E
se avessi sbagliato la mia vita? Forse, avrei dovuto scegliere un
altro lavoro, amare una persona diversa, accettare quella
sistemazione che ho rifiutato, scegliere altre amicizie, altre
esperienze”. E’ il momento della crisi. Non si è abbastanza
giovani per ricominciare né abbastanza vecchi per rassegnarsi.
Si rimane lì, smarriti, nel dubbio. Ma non c’è niente da fare.
Sbagliata o no, la vita si lascia vivere una volta sola. E’ come
un palazzo con mille porte; ma basta aprirne una perché, di
schianto, tutte le altre si chiudano per sempre.

– 25 –

C hissà perché abbiamo un po’ tutti la pretesa di essere i
prediletti della sfortuna, i campioni mondiali della sventura. Per
un curioso atto di superbia, crediamo il destino trovi un piacere
particolare nel fare del male proprio a noi, a noi soltanto. Ed –
invece – no, non facciamoci illusioni, non siamo così
importanti. Il destino ha altro da fare; ha da badare a tutti e da
distribuire, con abbastanza criterio, nell’arco della vita, guai e
fortune.
Perché, alla resa dei conti, nel bilancio finale, tutti ci
ritroviamo, più o meno, la medesima sorte. E, se qualcuno, oggi,
sembra più fortunato di voi, lasciate che passi il tempo. Per
giudicare l’esistenza di un uomo, aspettare che sia interamente
trascorsa; solo allora, quando tutto è ormai compiuto, per
l’eternità, si possono tirare le somme. No, credete, non siete voi
gli imperatori della sfortuna. Certo, esiste un modo infallibile
per evitare i guai: morire giovani. Ma, questo, è – da solo – un
guaio così grosso che basta a compensare tutti gli altri.

U n uomo non si giudica nella sfortuna ma nella fortuna. Di
fronte ad una sventura, sotto lo schianto di un dolore, qualunque
persona appare fragile e mite, meritevole di pietà; anche un
mostro ispira compassione il giorno in cui gli muore, che so, la
madre od un figlio.
Ma è nei momenti di trionfo, quando le ambizioni si
scatenano e la vanità resta solleticata, che affiorano le qualità
vere di un uomo. E’ allora che si scopre se è davvero generoso,
comprensivo, disposto a riconoscere che la fortuna e la
ricchezza non sono una prova della sua superiorità ma, soltanto,
un dono che la vita gli ha offerto perché ne faccia partecipi gli
altri. La buona sorte ha un fascino prepotente; è difficile
resisterle.

– 26 –

U n giorno, tra miliardi di anni, suoneranno (sembra) le
trombe del Giudizio Universale. Talvolta, ci penso e mi
immagino confuso in una moltitudine che coprirà non solo la
Terra ma l’Universo; una moltitudine di poveri corpi
infreddoliti, appena usciti alla luce, con gli occhi sbarrati per la
paura e la meraviglia. Vicino a me, ci saranno degli sconosciuti,
svegliati anche loro di soprassalto dopo un interminabile riposo.
Ci guarderemo con indifferenza; non conterà nulla avere
dormito gomito a gomito, nel grembo della terra, per una lunga
catena di secoli. Ma, subito, cercherò – con gli occhi – le
persone che mi sono state care in quel barlume di tempo che
sembrerà la mia vita. Anche gli altri cercheranno come me, in
una confusione gigantesca, senza speranza. Non ci ritroveremo.
E, ciascuno di noi, solo, comincerà a vivere la sua eternità.
Ma allora, forse, le passioni, gli affetti di oggi non
conteranno più niente; gli amori che adesso ci scuotono saranno
non più che fantasmi della memoria. Eppure (così, almeno, ci
assicurano), saremo felici ugualmente, immersi in una gioia
immutabile, anche se ora, a pensarci, uomo tra gli uomini, non
riesco ad immaginare una felicità che non sia impastata di
tenerezza, di amore, di nostalgia e di dolore.

D iciamo: “Acqua passata non macina più”. Sembra un
proverbio banalissimo. Invece, è straordinariamente acuto e
prezioso. Che cos’è l’“acqua passata”? Sono i ricordi fastidiosi,
gli amori sbagliati, gli errori, le brutte figure, le stolte
cattiverie, le amarezze. E vi sembra poco saggio un proverbio
che invita, con cinque parole, a buttare via tutta questa merce
ingombrante? Abbiamo tutti, dentro, fiumi di “acqua passata”. E
noi, invece di renderci conto che, ormai, “non macina più” e
che, quindi, non vale la pena di trattenerla, continuiamo a
restarvi immersi sino al collo, perdendo tempo, serenità e
coraggio. La vita è una corsa in discesa, sempre più accelerata.
Non è stolto percorrerla guardando all’indietro, alle infinite
cose che “non macinano più”, quando c’è così poco spazio
davanti, così poca acqua nuova per “macinare”?

– 27 –

N on saprei dirvi dove sia scritta, però ricordo, esattamente,
questa frase di Cicerone: “Anche l’uomo più vecchio è persuaso
di avere, ancora, almeno, un anno da vivere”. Ma è proprio
questa persuasione, mi sembra, la causa di molti errori. Infatti,
illudendoci sempre, anche a cent’anni, di avere davanti un
pezzetto di vita, siamo portati a rimandare un progetto, a
conservare il gruzzoletto per il futuro, a continuare il lavoro
anche quando sarebbe tempo di mettersi a riposo, insomma a
“tirare in là”, come se ci fosse chissà quanto tempo ancora da
godere.
Spesso, questi propositi sembrano saggi, dettati da una
virtuosa prudenza. Peccato che siano, almeno otto volte su
dieci, assolutamente inutili. Infatti, per un accidente qualsiasi,
che può essere una malattia od un contrattempo od una crisi
economica od una morte, la sognata casetta in campagna non si
può costruire più, il lavoro non si fa’ in tempo a smetterlo, il
risparmio passa agli eredi che lo bruciano in un soffio.
Inutilmente, il grande Orazio ammoniva a “cogliere l’attimo
fuggente” ed il magnifico Lorenzo cantava che “del doman non
vi è certezza”.
Inutilmente. Pur sapendo di essere mortali, viviamo tutti come
se fossimo eterni.

T oglietevi dalla testa, se foste così ingenui da coltivarla,
l’illusione di essere indispensabili. Lo so, è spiacevole
ammetterlo ma il mondo può benissimo vivere anche senza di
noi. Quando muore qualche personaggio importante, i giornali
scrivono: “Ha lasciato un vuoto incolmabile”. Storie. Non
esistono vuoti incolmabili; poche settimane bastano per riempire
il baratro più spaventoso. E’ soltanto la nostra vanità a farci
credere di non poter essere sostituiti, di possedere noi soli il
segreto per mandare avanti bene una certa cosa: il lavoro,
l’azienda, la famiglia. Invece, siamo tutti, soltanto, invisibili
rotelline di un enorme ingranaggio. Ogni tanto, migliaia e
migliaia al giorno, una rotellina si spezza; l’ingranaggio ha un
impercettibile sussulto. Ma è niente, appena un brivido. Ci sono
lì, pronte, altre migliaia di rotelline nuove.

– 28 –

N on perdete tempo a fare progetti per l’avvenire. Tanto, poi,
tutto va diversamente da come avevate sperato o temuto.
Muoiono giovani quelli che si affannavano a mettere da parte il
gruzzolo per la vecchiaia e campano novant’anni i malati
aggrappati ad un filo di fiato; i ragazzi discoli diventano
capitani d’industria ed i primi della classe fanno i fattorini; le
ragazze più bruttine e civette si sposano mentre restano zitelle
certe donnine sagge e graziose che parevano nate per il
matrimonio; vanno a rotoli le fortune più solide e si trasformano
in colpi di fortuna le imprese più disastrose. Non fate
programmi, non perdete tempo in queste fantasie. La vita, come
una scatola cinese, si spalanca all’improvviso e fa’ balzare fuori
la marionetta che ride od il fantoccio che vi dà un pugno sul
naso.

S pesso, la gente, leggendo od osservando testimonianze di
secoli lontani, si stupisce che gli antichi sapessero già fare tante
cose belle e fossero, soprattutto, nel bene e nel male, così simili
a noi. A teatro, la gente, ascoltando Eschilo od Aristofane, si
domanda: “C’erano anche allora questi vizi e queste virtù?”.
Legge i dialoghi di Platone e commenta: “Venticinque secoli fa,
qualcuno pensava già queste cose meravigliose!”. Ammira i
ruderi di grandi civiltà e chiede alla guida turistica: “Già allora
si sapevano costruire monumenti così giganteschi?”.
Non ho mai capito la ragione di questo stupore. Non capisco,
cioè, per quale motivo gli antichi non avrebbero dovuto pensare,
vivere, costruire, sbagliare, tradire, perdersi come noi. Avevano
un cervello come il nostro ed un cuore gonfio di generosità e di
avarizia, di amore e di perfidia, proprio come noi. Niente ci
autorizza a credere che, a parte le novità della tecnica,
l’umanità progredisca. Da milioni di secoli, gli uomini
compiono gli stessi errori e, ad ogni nuova generazione,
ricominciano a sbagliare da capo. L’umanità scorre nel tempo, è
vero, ma è sempre nuova, diversa, giovane. Per quanti secoli
siano passati, è rimasta – e sarà sempre – disarmata,
capricciosa, ed inconsapevolmente crudele come un bambino
che non riuscirà mai a crescere.

– 29 –

M a perché non lo dimostriamo con i gesti, con le parole, ogni
giorno, il bene che vogliamo alle persone care?
Perché le elogiamo di nascosto, con gli estranei, quando non
ci sentono? Perché aspettiamo che muoiano per esaltare davanti
a tutti le loro virtù? Non mi è mai accaduto di sentire un marito
dire alla moglie: “Tu sei una donna rara, esempio di tutte le
virtù, madre amorosa sino al sacrificio, creatura eletta degna del
cielo”. Eppure, milioni di mariti hanno fatto scrivere parole
come queste – e, magari, più altisonanti – sulle tombe delle loro
mogli. Ma perché hanno aspettato tanto? Perché non le hanno
dette prima, quando “lei” avrebbe potuto udirle e restarne
commossa?

– 30 –

E ccomi qua, seduto in

prima fila, nel grande teatro del
mondo, ad assistere allo spettacolo della vita. Le porte della
sala sono chiuse e, dietro di esse, un immenso esercito di
giovani preme per entrare. Ieri (ma proprio ieri) anch’io ero con
loro, sentivo la stessa impazienza, il fastidio per un’attesa così
lunga e, mi sembrava, così inutile. Su, avanti, dicevo con loro,
aprite le porte, lasciateci entrare, vogliamo vedere anche noi. Si
alzino i vecchi dalle loro poltrone, se ne vadano, hanno avuto
abbastanza. Su, adesso tocca a noi.
Sono entrato – finalmente – e ho avuto la mia poltrona;
piccola, dura, scomoda ma l’ho avuta. Mi guardo attorno. Non è
un bello spettacolo. Sognavo chissà quali meraviglie – mentre
ero fuori – ed adesso mi annoio: sempre le stesse parole, gli
stessi gesti, gli stessi errori. Intanto, da fuori, il clamore
diventa più alto, assordante.
Molti, per essere ammessi più presto, si fingono già cresciuti,
già “grandi”: le ragazzine si sono spalmate di trucco la faccia,
gonfiati i capelli, alzate le gonne ed i giovanotti, con quell’aria
di bambini appena svezzati, hanno preso a prestito una falsa
sicurezza, che farebbe ridere se non fosse patetica.
Insomma, vogliono entrare. E va bene, ce ne andremo.
Ma un minuto ancora, che diamine. Lasciatemi dare un’altra
occhiata intorno. Quanti posti già vuoti. Tanti, entrati con me,
od un minuto prima od un minuto dopo, se ne sono andati. In
punta di piedi, senza una parola.
Si sono stufati, certo. E’ andato uno che mi sedeva vicino, una
donna dietro a me; ed altri, di continuo, in silenzio, come se
avessero timore di disturbarci, si alzano e vanno. Non sanno
bene dove ma escono a schiere ogni giorno, ogni minuto. Un
momento ancora e me ne andrò anch’io. Abbiate pazienza voi, là
fuori. Vi lascio la mia poltrona, sedetevi pure. E’ piccola, dura,
scomoda ma non farete in tempo ad accorgervene. Ci saranno gli
altri fuori ad urlare di muoversi in fretta, di lasciare il posto per
loro. E voi, come noi adesso, li lascerete entrare.

– 31 –

LA

DONNA , L ’ UOMO E L ’ AMORE

N on capisco, anche se molti hanno tentato di spiegarmelo,
perché il sesso sia una vergogna per la donna ed un vanto per
l’uomo. Una donna che abbia amato più di una volta è, spesso,
ancora oggi, considerata quasi una sgualdrina; un uomo che
abbia sedotto un plotone di fanciulle e piantato le corna ad una
dozzina di mariti è un irresistibile conquistatore. Se le donne
nascondono i loro peccati, gli uomini li sventolano o, non
avendone commessi, li inventano. Persino le mamme sono
complici di questo gioco misterioso; coprono con il silenzio le
battaglie d’amore delle figlie e divulgano con orgoglio le
prestazioni virili dei figli.
Pare che sia sempre stato così. Per natura, l’uomo sarebbe
cacciatore e la donna preda. Ma, ammesso che sia un vanto
abbattere la selvaggina, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché
sarebbe un’infamia (e non, eventualmente, una sventura) essere
abbattute. Insomma, non mi riesce di capire per quale motivo,
nella schermaglia dell’amore, sempre egoista e – spesso –
crudele, una parte riceva solo applausi e l’altra solo insulti. Ma,
ormai, si dice, tutto questo sta cambiando. Adesso c’è
l’uguaglianza, parità nei diritti e nei doveri, gloria o vergogna
per tutti. Può darsi, anche se ne dubito. Tuttavia, mi chiedo:
occorrevano proprio migliaia di secoli per accorgersi che, nel
bene o nel male, a letto od altrove, uomini e donne
appartengono alla stessa razza?

E siste, tra gli innamorati, un dialogo segreto di cui essi
soltanto intuiscono tutti i significati. La conoscenza reciproca,
dopo mesi ed anni d’intimità, è arrivata ad un punto tale che
bastano una frase, una parola, un silenzio, per creare una
corrente di comprensione od, al contrario, di ostilità. Ecco
perché gli altri, chiunque siano, non dovrebbero mai intervenire
per giudicare o consigliare. Ignorando le battute di quel dialogo
segreto, possono, anche senza volerlo, anche con le migliori
intenzioni, urtare un’impensabile suscettibilità o risvegliare un
contrasto che si era assopito. E’ come se ogni coppia
d’innamorati avesse inventato un vocabolario esclusivo.
Con quale diritto gli altri pretendono di conoscerlo?

– 32 –

S i dice che le donne si vestono, s’ingioiellano, si truccano,
s’impellicciano e si tingono per piacere agli uomini. Non è vero.
Nove uomini su dieci non danno nessuna importanza ai vestiti
eleganti, ai gioielli, alle pellicce e così via; nove uomini su
dieci preferiscono una ragazza con la faccia lavata ad una con
gli occhi bistrati, un vestitino di cotone al più prezioso abito da
sera. In verità, ogni donna si veste, s’ingioiella, s’impelliccia,
ecc. non per gli uomini ma per le altre donne. E’ da loro che
vuole essere ammirata e, naturalmente, invidiata. Una signora
mi ha detto: “Quando, ad una festa, qualche donna elogia il mio
vestito o la mia pelle od altro, mi sento subito in allarme: è
segno che qualcosa non va. Infatti, se fossi perfetta, nessuna
fiaterebbe. L’invidia è un sentimento così forte che toglie,
persino, la forza di parlare”.

L e donne, parlando del loro uomo, dicono spesso: “Non mi
ama più, non gli importa niente di me, non si accorge nemmeno
se vado dal parrucchiere o se metto un vestito nuovo”. Ma
sbagliano. Nell’amore, contano quasi niente i capelli appena
pettinati od il vestito di moda. Del resto, è naturale che sia così.
Noi tutti, infatti, osserviamo con curiosità, sino nei particolari,
le persone estranee ma, delle persone care, che sono entrate
nella nostra vita e che ci appartengono come gli occhi, non
abbiamo bisogno di osservare più niente. Sappiamo già tutto.
Così un uomo, quanto più è legato ad una donna e tanto meno
riesce a vederla. Perché, ormai, non l’ha davanti a sé come
un’altra persona ma dentro di sé, come una cosa sola con lui.

U na donna di quarant’anni, sola, mi ha detto: “Ho deciso di
non innamorarmi più. Forse non ci riuscirò ma lo spero tanto.
Non posso più sopportare l’idea di un primo incontro, del “lei”
che diventa “tu”, della solita notte nel letto anonimo di un
Albergo, dei giuramenti retorici, delle delusioni e dei litigi, dei
suoi sbalzi d’umore e delle mie paure ad ogni nuova
mestruazione. No, basta. Questo film l’ho visto troppe volte,
non mi diverte più”.

– 33 –

L e donne non amano quasi mai il loro corpo; a volte, lo
sopportano con fastidio od, addirittura, con ostilità. Abituate a
scrutarlo fino dalla prima adolescenza, ne conoscono tutti i
particolari e, fatalmente, tutte le imperfezioni. I capelli, il naso,
gli occhi, la bocca, la pelle, il seno, il ventre, i fianchi, le
gambe non hanno segreti per loro; conoscono tutti i doni e gli
errori della loro natura. Ma c’è ben altro, al di là di questa
puntigliosa osservazione di se stesse. C’è, ad esempio, il disagio
(che, all’inizio, è sempre drammatico) del sesso che sanguina, la
violenza del primo rapporto d’amore, la meravigliosa ma
sconvolgente avventura della maternità; c’è, attorno ai
cinquant’anni, la malinconia del declino, la sorgente della vita
che s’inaridisce e si spegne. Dal principio alla fine, dai primi
turbamenti alla rassegnata rinuncia, la donna si controlla si
rimprovera, cerca rimedio ai guasti, si amareggia, qualche volta
con compiacimento ma, più spesso, con disappunto ed, anche,
con angoscia.
Intanto, l’uomo la osserva e la desidera. Quel corpo, che per
lei è più assillo che gioia, resta – per lui – il più eccitante
mistero dell’universo. Una donna non capirà mai quale stupendo
dono della vita sia, per l’uomo, la scoperta del suo corpo. Ma è
giusto che sia così. Guai se essa avesse, sino in fondo, la
consapevolezza del proprio potere. Troppe volte ne abuserebbe.

C ome figlia o sorella, amica o moglie, amante o madre, la
donna è nata per amare. E, dall’amore, nasce la sua passione
fondamentale: la gelosia. Non soltanto quella più appariscente e
banale – nei confronti di una rivale in amore – ma quella che
investe qualunque aspetto della sua vita: gelosia della propria
casa, degli oggetti cari, dei ricordi, del proprio lavoro, delle
persone che, per qualunque motivo, le vivono accanto. L’eterno
conflitto tra suocera e nuora non nasce, forse, dalla gelosia per
l’uomo che una ha messo al mondo e l’altra sposato? Allo stesso
modo, infinite mogli sono gelose dell’affetto che i figli
dimostrano verso il padre. Possessiva per natura, istintivamente
portata a stringere a sé ogni cosa, a mettere in qualunque azione
una carica di passionalità, la donna non può impedirsi di essere
gelosa. E’ la sua debolezza ma anche la sua forza: la forza
dell’edera che, così tenera e mite, si aggrappa ai muri come se
avesse dita di ferro.

– 34 –

L’ intuito delle donne è sbalorditivo. Dicono: “Quell’uomo
non mi piace, non mi fido di lui” ed indovinano sempre. Se la
Polizia fosse nelle loro mani, nessun delinquente la passerebbe
liscia. Il guaio sarebbe, però, che – presto o tardi – avrebbero
compassione delle loro vittime, se ne innamorerebbero ed
aprirebbero le galere per farle scappare. Questo è il destino
della donna: vedere l’uomo con implacabile lucidità ma, subito
dopo, chiudere gli occhi, abbagliata dalla pietà e dall’amore.

Q ualche tempo fa, un giornalista bianco americano si
sottopose ad un trattamento per assumere l’aspetto di un negro.
Così trasformato, si mescolò tra le persone di colore per capire
come fosse davvero la loro vita. L’esperimento lo sconvolse.
Egli era vissuto in mezzo ai negri, aveva giocato con loro da
bambino, li aveva avuti compagni all’Università e colleghi nel
lavoro; con loro, a contatto di gomito, si era trovato al cinema,
al ristorante, nella strada, in ascensore, dovunque. Era persuaso,
insomma, di conoscere perfettamente la loro condizione.
Invece, quando si trovò a vivere come uno di loro, scoprì –
con sgomento – che la realtà era diversa, assai più complessa e
tormentata. Un uguale sgomento, penso, invaderebbe un uomo
se, anche solo per un giorno, potesse vivere da donna. Molte
azioni che gli sembrano naturali diventerebbero, ad un tratto,
impossibili, sconvenienti o, comunque, difficili. Persino il
camminare per la strada gli creerebbe un continuo problema.
Chissà come soffrirebbe per gli sguardi della gente, per
l’invadenza degli uomini, per il controllo dei gesti e delle
parole, per le mille regole di comportamento che una donna
assimila dall’infanzia e che, per un uomo, sarebbero
paralizzanti.
Noi ripetiamo, da anni, che uomini e donne sono uguali ma
non è così. Possono avere uguali diritti, certo, uguali
responsabilità e problemi ma le loro nature saranno sempre
diverse. Anzi, opposte.

– 35 –

L’ ironia più stupida è, a mio avviso, quella che colpisce le
zitelle. Non capisco come si possa offendere una donna solo
perché non si è sposata; meno ancora capisco perché debba
essere altamente considerata una che abbia saputo, bene o male,
convinta o no, agguantare un marito. E’ chiaro che, volendo,
cioè adattandosi, qualunque donna potrebbe sposarsi. Tutte, per
quanto brutte o povere o sfortunate, incontrano – almeno una
volta nella vita – l’occasione che potrebbe condurle all’altare.
Alcune piombano su questa occasione ad ogni costo, anche
superando l’indifferenza o vincendo l’avversione; altre, più forti
e dignitose, scelgono la solitudine piuttosto che una convivenza
senza amore. Conosco donne che, incapaci di rassegnarsi al
compromesso, hanno combattuto, per anni, una lotta patetica
contro tutti per respingere un matrimonio di convenienza ed
aspettare, con silenziosa tenacia, l’uomo da sempre sognato.
Poi, il tempo le ha consumate, il matrimonio è svanito e l’uomo
atteso non è arrivato. Ma, in loro, è rimasto, almeno, l’orgoglio
di non essersi tradite, di non avere rinnegato nulla. Ed, adesso,
spiegatemi perché, proprio loro, queste donne coraggiose,
dovrebbero essere ferite dalla nostra stupida ironia.

E’ diffusa, tra gli uomini, una curiosa opinione: che la virilità
si dimostri andando a letto con il maggiore numero possibile di
donne. Graniticamente convinti di questo, passano la vita ad
adescare ragazzine sprovvedute, zitelle angosciate dalla
solitudine, mogli insoddisfatte; nelle, inevitabili, pause “in
bianco”, pur di mantenersi in esercizio, ricorrono al
marciapiede. Il loro ragionamento è elementare: l’uomo è nato
per cercare la donna; quante più ne trova e tanto più è uomo.
Cioè virile.
Invece, non è così. La virilità è forza di carattere, dominio di
se stessi; e questi uomini sono deboli ed incontrollati. La
virilità è dignitosa; e loro, fatalmente invischiati in un perenne
e squallido gioco erotico, devono ignorare la dignità per avere
successo. La virilità è scelta precisa, persino cocciuta; e loro
agguantano tutto a casaccio, senza impegnare né la volontà né il
sentimento.
La virilità è riservatezza, distacco, decisione; e loro sono
ciarlieri, appiccicosi, molli. Certo amano la donna come altri
amano la buona tavola. Ma esiste un abisso tra l’elegante
parsimonia di un buongustaio e la scomposta avidità di un
ingordo.

– 36 –

L a bellezza, come la ricchezza, è utile sino ad un certo limite;
al di là, produce più danno che vantaggio. Un uomo troppo
ricco, appunto perché resta pur sempre un uomo, non riuscirà
mai a godere tutta la propria ricchezza. In compenso, trascorrerà
la vita sentendo crescere, attorno a sé, invidie, gelosie, lotte
feroci, appetiti disordinati.
Così è per la donna bella. A lei, come a qualsiasi altra donna,
basta l’amore di un uomo. Ma, per ottenere questo, non ha
bisogno del suo fascino eccezionale; un aspetto gradevole ed
una naturale simpatia sarebbero più che sufficienti. Tutto il
resto, cioè l’ammirazione sfrontata degli uomini, la loro caccia
implacabile, sono un di più, qualcosa di troppo, anzi, che la
mette in tentazione, la costringe a difendersi, la disorienta,
talvolta la disgusta. Come un uomo troppo ricco, una donna
troppo bella possiede una fortuna in eccesso che, alla fine,
invece di dare felicità, procura tormenti e pericoli.

N on ho mai conosciuto una ragazza che, prima dei vent’anni,
non abbia ricevuto proposte di matrimonio da almeno un paio di
ricchi cinquantenni. Ora, i casi sono due: od il mondo è
popolato, oltre ogni ragionevole immaginazione, da maturi
signori ricchi carichi di soldi, oppure questi maturi signori,
ricevendo – da ogni parte – rifiuti, invecchiano ripetendo, dieci
o venti o cinquanta volte, le loro sfortunate proposte.

D a secoli, e chissà per quanti secoli ancora, ripetiamo le
stesse domande sull’amore. “Si può amare senza stima? Esiste il
colpo di fulmine? Una donna può amare un uomo che ha l’età di
suo padre? Può amare un ragazzo che potrebbe essere suo
figlio? Si può amare il compagno d’infanzia che, per anni, è
stato come un fratello? L’amore può scoppiare a settant’anni? E’
possibile amare una donna brutta? Una donna può amare uno
storpio, un delinquente, un fannullone, un bugiardo, un
traditore? Un uomo può delirare per una prostituta?”.
Decine di domande: potrebbero essere centinaia. E la risposta
è sempre sì, mille volte sì. Niente è impossibile in amore, niente
è abbastanza irrazionale. Anche l’amore più balordo è pur
sempre amore. Cioè il sentimento più violento (e meno
razionale) che esista.

– 37 –

C hissà perché la gente ripete che l’amore è fuggevole, che
finisce presto. Svanito l’incanto, si dice, tramonta e muore.
Invece, non è così. L’amore, quando è vero, non può morire.
Anzi, si arricchisce ogni giorno, si trasforma, scende più in
fondo, va mille volte al di là della passione, dell’egoismo, della
volgare gelosia, delle stolte incomprensioni, dei puntigli
infantili. Ma la gente, vedendolo diventare così quieto e sicuro,
così tollerante e pacifico, crede che sia morto.

S i usa dire che, perché nasca l’amore, è necessario incontrare
“la persona giusta al momento giusto”. Per conto mio, ritengo
più importante il “momento” che la “persona”. Se il “momento”
è giusto, diventano moltissime le persone alle quali si può dare
l’amore; ma, se il “momento” è sbagliato, non esiste “la persona
giusta”. Voglio dire, insomma, che non credo all’anima gemella,
unica al mondo, incontrata per un miracolo divino. Ci sono
migliaia, forse milioni di anime gemelle per ciascuno di noi.
Basta incontrarne una ma al “momento” giusto.

C onoscevo una ragazza bellissima. Un giorno, sposò l’uomo
più brutto del mondo, solo perché era ricco a tonnellate. Ma è
stata punita: i suoi due bambini sono la copia perfetta del padre.

L’ amore, si dice, è tenerezza, passione, stima, altruismo, un
mucchio di cose meravigliose. Verissimo. Ma è anche rabbia,
odio, disprezzo. La bufera della gelosia è terrificante. Gli
scoppi di collera tra gli innamorati sono manifestazioni naturali,
direi indispensabili. Corrono spesso, tra moglie e marito, offese
più roventi di quelle che, ciascuno dei due, saprebbe lanciare
contro il peggiore nemico. Eppure, anche questo è amore.
Perché l’amore è tutto ad eccezione di una cosa: l’indifferenza.

– 38 –

B eatrice fu una ragazza qualsiasi che morì a Firenze quasi
settecento anni fa, rimpianta da pochi e sconosciuta quasi a
tutti. Ma, per Dante, che l’amava, fu una donna di Paradiso,
simbolo eterno di perfezione. Se Dante l’avesse sposata, il suo
nome nella Divina Commedia non comparirebbe nemmeno, come
– appunto – è accaduto a Gemma Donati, moglie legittima del
poeta e madre dei suoi tre figli. Una situazione analoga si ripete
per il Tetrarca, che immortalò Laura – andata in moglie ad un
altro e diventata madre di nove figli – ed ignorò totalmente la
donna, rimasta tutt’ora misteriosa, che lo rese due volte padre.
Questo dimostra che persino due uomini così grandi e
sensibili non seppero sfuggire alla comune e meschina regola di
idolatrare le cose (e le donne) che non si ottengono e di
svalutare quelle che si hanno.

C’ è un’età, intorno ai cinquant’anni, in cui l’uomo, come dice
Pirandello nei Sei personaggi in cerca d’autore, non è
abbastanza vecchio per rinunciare all’amore né abbastanza
giovane per sperare d’incontrarlo ancora.
E’ l’età più pericolosa, l’età dei soprassalti sentimentali, delle
sbandate patetiche, delle assurde ricerche di una giovinezza
perduta. Certo, un uomo maturo che chieda amore ad una donna
che potrebbe essergli figlia è un personaggio ridicolo. Anche lui
lo avverte e se ne vergogna. Ma il miraggio di un amore, un
ultimo amore, è troppo forte, vale più del ridicolo e della
vergogna. Solo la delusione, alla fine, lo convincerà a
rassegnarsi.

M i sono chiesto tante volte quale sia, per un uomo, il segreto
del successo in amore. La bellezza no di certo: le donne, si sa,
non le danno molta importanza e, comunque, sono troppo
discordanti, tra loro, le opinioni sulla bellezza maschile. La
ricchezza? Non direi. Ci sono donne, è vero, che badano molto
ai quattrini di un uomo ma ce ne sono tantissime altre che li
considerano un elemento trascurabile. La cordialità, la simpatia,
la gentilezza? Doti notevoli – certo – ma non decisive: un uomo
cordiale, simpatico o gentile può essere apprezzato ma non
necessariamente amato.
Ebbene, ho scoperto che la grande dote di chi vuole essere
amato è questa: avere tempo. Cioè potere dedicare tante ore alla
donna, coprirla di attenzioni, consolarla, capire e risolvere i
suoi problemi. La donna è come una pianta: deve essere
coltivata, dissetata, protetta. Altrimenti, appassisce.

– 39 –

E’ certamente triste amare e non essere ricambiati. Ma è
altrettanto triste non riuscire ad accettare un amore ed a
restituirlo. E come avere, a portata di mano, un tesoro e non
trovare la forza di afferrarlo e tenerlo stretto. Perché l’amore è
un tesoro che quasi mai ci viene incontro più di una volta. Ed è
un delitto respingerlo proprio quando, finalmente, è lì davanti
agli occhi.

L a dote più preziosa, nella donna, è la straordinaria capacità
di essere, nello stesso tempo, fragile e resistentissima. Prendete
la fanciulla più tenera e pallida, gettatele sulle spalle il peso di
una famiglia, chiedetele sacrifici crudeli per la persona che ama
e la vedrete diventare d’acciaio. Non ho capito dove trovino,
tante donne, la loro sbalorditiva forza di volontà, il loro
accanimento nella fatica, la sconfinata rassegnazione nel dolore.
Avete mai visto una madre presso il letto di un figlio malato?
Anche se piegata dagli anni, logorata nel fisico e straziata
nello spirito, troverà sempre la forza di sorridere, di dire una
pietosa bugia, di prestare aiuto. Ecco, questa è la grande virtù
della donna: questa mescolanza di gentilezza e di tenacia, di
fragilità e di coraggio. La natura ha riempito il suo cuore di
sogni; l’ha fatta capace di commuoversi per nulla, di costruire
paradisi d’illusione, di abbandonarsi all’impeto dei sentimenti.
Ma le ha dato anche, perché se ne serva nei momenti di
pericolo, una corazza di ferro. Dietro questa corazza, che
l’amore rende invulnerabile, battono i cuori trepidanti di quelle
piccole donne coraggiose – madri e sorelle, mogli e figlie – che
mandano avanti, come soldatini di uno sterminato esercito, la
vita del mondo.

– 40 –

N ascere brutta è un castigo per la donna ma lo è, altrettanto,
nascere troppo bella. Non a caso, Marilyn Monroe si è suicidata
e Brigitte Bardot ha tentato di farlo più di una volta. Una donna
bella, troppo bella, comincia la sua guerra con l’uomo a dodici
anni al massimo. E’ una guerra spietata, fatta di tentazioni, di
lusinghe, di rischi. Può essere piacevole per lei, certo, sentirsi
ammirata ma diventa ossessivo il perenne desiderio degli
uomini, la loro sfrontata galanteria. Anche ad avere un cuore di
pietra e nervi di acciaio, è fatale che arrivi il giorno della
capitolazione. Tra tanti cavalieri partecipanti al torneo, ci deve
pur essere un vincitore.
Spesso, anzi, uno non basta. Non ne bastano neppure due o tre
o cinque. In una battaglia così furiosa è impossibile evitare tutte
le stoccate; ed ogni stoccata è pur sempre una ferita.
Ma i guai più grossi cominciano quando la donna avverte la
straordinaria potenza della sua bellezza. Dapprima, se ne
compiace ma, presto, se appena possiede un briciolo di
sensibilità, è presa dallo sgomento. Comincia a chiedersi: “Che
cosa sono io per gli uomini? Che cosa amano di me? Come si
comporterebbero se non fossi bella?”. Su questi interrogativi si
sono tormentate milioni di donne bellissime, incapaci di capire,
sino all’ultimo giorno di vita, quanto valesse il loro spirito
rispetto al corpo eccessivamente desiderabile che il destino
aveva loro riservato.

E’ incredibile come basti poco, un particolare insignificante,
per distruggere la bellezza: una gobbetta sul naso, qualche
foruncolo sulla pelle, due centimetri di fianchi in più, tre
centimetri di altezza in meno, le ginocchia un po’ ossute e le
caviglie appena più grosse. Un anno, ricordo, fui nella giuria di
un concorso di bellezza. Le concorrenti sfilarono davanti a noi
in costume da bagno una ventina di volte, nel giro di tre giorni.
Alla prima sfilata, mi parvero tutte bellissime; era impossibile,
pensavo, fare una scelta. All’ultima, avevo scoperto, in
ciascuna, un numero tale di difetti che trovavo ingiusto
assegnare un premio qualsiasi. Ma la colpa era mia, non delle
ragazze. Una donna non è un insetto da osservare al
microscopio; bisogna prenderla com’è – tutta intera – ed amarla,
semmai, con i suoi difetti. Anzi, proprio per loro.

U n uomo, qualunque uomo, che pretenda di insegnare ad una
donna i segreti, le sfumature e le astuzie dell’amore, mi fa’
pensare ad un bambino che voglia spiegare ad un vecchio
“tabaccone” come si fuma la pipa.
– 41 –

U na delle cose più sorprendenti è la sincerità, la sicurezza, la
disinvoltura, con cui tante donne riescono a dire bugie. Poi, se
dicono la verità, balbettano.

S e volete capire che cos’è il primo amore, pensate alla favola
della Bella addormentata nel bosco. La ragazza è immobile,
sprofondata nei sogni dell’adolescenza, i suoi sensi sono
assopiti; ma è sufficiente che arrivi il Principe azzurro, al
momento stabilito, perché la bella si svegli d’incanto, con un
bacio leggero. Il Principe potrebbe anche essere un ragazzetto
qualsiasi, un gaglioffo che ha appena messo i pantaloni lunghi e
che si rade due volte alla settimana. Ma non è questo che conta;
l’importante è che, inconsciamente, abbia indovinato l’attimo
fatale, l’ora più vicina al risveglio. Infatti, la bella, anche se
dorme, si prepara ad amarlo già da prima, senza conoscerlo,
senza averlo nemmeno visto. Perché la donna, a quindici anni
come a sessanta, non ama quasi mai un certo uomo, proprio
quello: ama l’amore.

I n amore, gli uomini sono strani animali: vogliono che la loro
donna non abbia avuto esperienze prima di conoscerli ma, poi,
la rimproverano di essere troppo inesperta. Certo, vi sono molte
donne che sanno bene come prenderli, come eccitarli e come
appagarli. Le altre, non avendo mai coltivato quest’arte,
sbagliano di frequente, tacciono o parlano a sproposito,
ignorano qualsiasi civetteria, sono impacciate, reticenti, inibite,
maldestre nei giochi d’amore, non conoscono il ricatto astuto e
l’attesa paziente del momento più opportuno.
Una donna che ha amato e sposato l’unico uomo della sua
vita, mi diceva: “Se avessi avuto altri fidanzati, od – addirittura
– un altro marito, avrei evitato molti errori, molte ingenuità
della mia vita coniugale. Ammaestrata da altre esperienze, avrei
saputo tacere in certe occasioni od usare un altro tono o
ricorrere a sotterfugi o, comunque, fare valere di più le mie
risorse di donna giovane. Ci sono notti in cui una donna,
volendo, potrebbe ottenere qualsiasi vittoria. Invece, così
inesperta, sono andata avanti alla cieca; imparando sì, qualche
cosa ma a forza di sbagli, di sorprese e di delusioni. Oggi, se
dovessi cominciare da capo con un altro uomo, saprei bene
come accontentarlo ed educarlo nello stesso tempo. Ma – poi –
lui, soddisfatto da una parte, mi riproverebbe dall’altra di avere
un passato”.

– 42 –

N on c’è al mondo un uomo innamorato il quale resista alla
tentazione di chiedere alla sua donna: “A chi hai voluto bene
prima che a me?”. E’ una domanda che brucia sulle labbra e che
nasconde uno dei sentimenti più tormentosi e, purtroppo, più
inutili: la gelosia del passato. Prendete l’uomo più
spregiudicato, più refrattario alle illusioni e scoprirete, ad un
certo momento, dentro di lui, una segreta speranza: potere
essere, per una donna almeno, il vero grande unico insuperabile
amore. Forse, è soltanto vanità, o presunzione infantile; forse, è
orgoglio oppure esasperato egoismo. Certo, i fantasmi del
passato oscurano il cielo dell’amore e coprono di ombre la sua
strada. Ed è inutile fingere di non vederli o, peggio, tentare di
combatterli. Meglio lasciarli lì, affidarli al tempo che passa ed
aspettare che, piano piano, insensibilmente, si dissolvano
nell’aria. Come si dice, facciano i fantasmi per bene.

L a paura di litigare: ecco un brutto segno per l’amore. Ci
sono innamorati che non alzano mai la voce, non hanno mai uno
scatto di nervi, non escono mai sbattendo la porta. In apparenza,
il loro amore è perfetto; in realtà, lo sentono così insicuro che
preferiscono non metterlo alla prova. Un tempo, quando l’amore
era incandescente, i litigi erano aspri, esplodevano come
temporali d’estate ma finivano quasi subito ed il desiderio di
fare pace, poi, accresceva la tenerezza. Adesso no.
L’amore non è più così caldo da sfidare i contrasti; è
diventato fragile, tiepido, vicino all’indifferenza. Guai a
provocarlo. Una parola cattiva, una porta sbattuta, potrebbero
mandarlo in frantumi.

Q uando ero ragazzo, mia madre, che aveva un negozietto di
mercerie, diceva: “I clienti migliori sono i più difficili. Guai a
fidarsi di quelli che comprano ad occhi chiusi, non discutono il
prezzo, prendono tutto a mani piene. Un giorno o l’altro,
piantano un debito grande come una cattedrale e scompaiono.
Facili nell’acquisto, lo sono anche nell’imbroglio. Meglio i
clienti arcigni, tirati sulla Lira”.
Così è nell’amore. Guai a fidarsi di quelli che si buttano
subito, giurano a prima vista, dicono sempre di sì. La paglia fa’
una grande fiammata ma è subito cenere. Meglio il duro legno
dell’ulivo che resiste al fuoco, stenta a consumarsi ma scalda la
casa.

– 43 –

U n giovanotto dice: “Ho un lavoro, soldi in tasca e sono
libero. Perché dovrei sposarmi?”. Anche la ragazza: “A casa mia
sto bene, non ho preoccupazioni, i genitori mi viziano, con i
tempi moderni ho tutta, o quasi, la libertà. Per quale motivo
dovrei accettare il peso e le incognite di un marito?”. Parole
ineccepibili.
Eppure, ad un certo giorno, il giovanotto e la ragazza se ne
vanno di casa, dicono addio alla loro vita libera e serena e
mettono su famiglia con un estraneo/a che diventato marito/
moglie. Oltretutto, sono felici. Questa è la forza prodigiosa ed
irrazionale dell’amore.

L a donna s’intenerisce per i deboli ma ama i forti.
Molti uomini non lo capiscono e credono di conquistare
l’amore mostrandosi condiscendenti, sottomessi, fragili.
E’ un errore. Essere gentili e cavallereschi sì ma piagnucolosi
ed imploranti no. Le lacrime di un uomo, spesso, sciolgono
l’amore; una stretta vigorosa, una parola decisa al momento
opportuno, lo rinsaldano.

I ncontro una donna sui quarantacinque anni. Non la vedevo
da tempo. E’ ancora bella, vivace, anche se si affanna per
coprire i capelli bianchi e sostenere il seno.
Ha avuto molti amori ma non si è sposata. Vent’anni fa
avrebbe potuto diventare, a sua scelta, moglie di un industriale
o di un professionista o di un proprietario di terreni. Oggi
avrebbe gioielli, la villa al mare, la macchina con l’autista,
magari qualche figlio in età di matrimonio. Invece, arranca con
lo stipendio di segretaria, fa’ tre settimane di vacanza in una
pensione di Rimini, ha – da sei anni – una “500” e vive sola in
due stanze. Adesso, vorrebbe trovare un marito; dice un po’
scherzando ma, in fondo, sul serio: “Mi andrebbe bene
chiunque, anche un tipo modesto, non bello, non ricco,
possibilmente, sotto i sessant’anni. Ma anche sopra, se non c’è
altro. Niente di male se è vedovo. Anzi, meglio un vedovo
ancora caldo di affetti che uno scapolo congelato dalla
solitudine”.
Mi viene da pensare a Pinocchio che, dapprima, rifiuta la
buccia della pera ma, poi, quando lo prende la fame, la divora.
Le dico, scherzando, a mia volta: “Hai rifiutato tante splendide
pere nella tua vita ed, adesso, accetteresti anche la buccia”. Mi
risponde: “E’ vero. Ma mi resta una consolazione: adesso,
apprezzo la buccia molto più di quanto non apprezzassi,
vent’anni fa, le pere più belle”.
– 44 –

U na donna è già donna a vent’anni, un uomo diventa uomo
verso i trent’anni ed anche più in là. La donna è un meccanismo
complesso ed imprevedibile; l’uomo, soprattutto nei suoi
sentimenti, è una macchina elementare.
Queste diversità, questi differenti tempi di maturazione si
rivelano, soprattutto, in amore, dove l’uomo comincia appena,
vagamente, a capire la donna quando gli spuntano i primi capelli
grigi. E quando, spesso, ormai, ha sbagliato tutto,
irrimediabilmente.

L’ amore: questa è la forza e la debolezza della donna.
Per amore, od – almeno – per affetto, è disposta a tutto: si
lascerebbe anche uccidere, sfruttare, ingannare. Senza amore,
non sa fare niente, è come paralizzata. Ci sono donne che
consumano la vita, un pezzetto ogni giorno, non soltanto per il
loro uomo o per i figli ma per l’amica, per la padrona, per una
persona cara, per una qualsiasi creatura che abbia bisogno di
essere curata e protetta. Se volete chiedere qualche cosa ad una
donna, domandatevi prima se può volervi bene. Se rispondete di
no, non perdete tempo: non avrete niente. Ma, se pensate che vi
ami, che vi sia affezionata, che abbia stima o pietà di voi,
chiedetele qualunque cosa: vi darà tutto.

S ì, certo, si può amare più di una volta; anche due, tre, cinque
volte. Ma non di più. Come tutte le cose, anche i sentimenti si
logorano. Non che il cuore perda, con il tempo, la capacità di
amare; caso mai, anzi, ne acquista. Ma perde il coraggio, questo
sì. Il primo amore è slancio, fiducia cieca, abbandono; la sua
fine, qualunque sia la causa, è come un brutale risveglio. Da
questo momento, il cuore diventa prudente. Dopo il secondo, il
terzo, il quarto amore, la prudenza si trasforma in paura, la
diffidenza in angoscia. Il cuore potrebbe amare ancora ma non
osa più, ha imparato a non illudersi.
E, finalmente, viene l’ora in cui dice basta; basta con le
sofferenze inutili, con le gelosie, con i dubbi; basta con le
lunghe attese, le domande, gli incontri frettolosi, le lettere, i
distacchi. E’ ancora gonfio di amore – il cuore – ma, come una
cassaforte stracolma di cui si sia perduta la chiave.

– 45 –

M alinconia di un amore quando finisce. Tanto desiderio, tanti
tormenti, tante attese e speranze. Ed, adesso, più niente: solo
indifferenza ed un po’ di fastidio. Le parole eterne sono già
morte, le promesse non sono state mantenute, i giuramenti sono
caduti. Il cuore, che – prima – era gonfio, ormai, è vuoto; la
fantasia si è inaridita, gli slanci di un tempo sono perduti.
Certo, ora non ci sono più, finalmente, le ansie, le paure, le
gelosie. Non c’è più niente, ora. Si è più quieti, più liberi ma
anche, spaventosamente, più poveri.

C i sono donne, rarissime, che hanno amato una volta sola
nella vita. Una volta sola ed un uomo solo. Privilegiate tra tutte,
hanno avuto i vantaggi dell’amore senza i disinganni, la gioia di
essere corrisposte subito, alla prima fiammata, senza l’amarezza
della delusione e dell’abbandono. Ma ancora più privilegiato,
penso, è il loro uomo, il quale può dire, a se stesso, con stupore
ed orgoglio, che una donna, una donna intera, anima e corpo, è
venuta al mondo soltanto per lui.

C hissà perché tante persone si scandalizzano vedendo due
innamorati che si baciano per la strada, stanno appiccicati l’uno
contro l’altra alla fermata di un tram, o si stringono sulle
panchine dei giardini. Che cosa c’è di osceno in questo amore
all’aperto, offerto candidamente alla curiosità di tutti? E, forse,
preferibile, nelle strade, il caos rabbioso del traffico o la corsa
agghiacciante delle ambulanze o la sfilata dei cortei di protesta
o le cariche della Polizia? Per fortuna, ci sono gli innamorati.
Sono retorico – lo so – ma mi sembrano fiori bianchi spuntati
per caso in una livida palude.

Q uando vedo una donna brutta – ma proprio brutta – cerco,
istintivamente, la sua mano sinistra. Trovo sempre, o quasi, una
vera nuziale. Dunque, mi dico, c’è un uomo che ama anche lei,
che – probabilmente – la terrà vicina tutta la vita e che è felice
di averla nel letto. Ed, allora, mi viene da sorridere pensando
alle ragazze che, guardandosi allo specchio, si chiedono
disperate: “Troverò un marito?”, perché hanno scoperto un
foruncolo su una guancia od osservato, con sgomento, che il
naso è un po’ grosso, gli occhi troppo piccoli ed il seno un po’
floscio.

– 46 –

S e un uomo di cinquant’anni, in un giorno di Primavera, porta
un mazzolino di violette alla sua donna, la gente ride. E
continua a ridere se una donna, della medesima età, scrive
lettere d’amore od abbandona, languidamente, il capo sulla
spalla del suo uomo. Queste, dice la gente, sono cose di
vent’anni, non di cinquanta. Ma è una sciocchezza ed una
crudeltà. Sino all’ultimo giorno, sino a cent’anni, magari, lo
spirito resta giovane; e non è colpa sua se il corpo, così fragile
e povero, comincia tanto presto ad andare a pezzi.

A vete mai visto un mendicante grasso? No, nessuno gli
crederebbe. Un grassone potrebbe essere annientato dalla
disperazione, angosciato dal pensiero dei figli senza pane e
dall’affitto da pagare ma, se stendesse la mano, nessuno gli
allungherebbe cento Lire. L’uomo grasso, secondo il piccolo
cervello della gente, è ben pasciuto, florido, ricco. Nessuno
pensa che il suo peso possa essere, semplicemente, una malattia
e che un cuore sia dilaniato dalla sofferenza anche se batte in un
quintale di ciccia. Così è per le donne innamorate. Una ragazza
di centoventi chili fa’ ridere se sospira d’amore. Eppure,
l’amore non si calcola a peso.

L a donna, per amare un uomo, ha bisogno di ammirarlo o di
proteggerlo, cioè di essere dominata o di dominarlo. Nel primo
caso, ubbidisce a quel dono di fragilità e di gentilezza che fu,
per molti secoli, una qualità e quasi un vanto del suo sesso. Nel
secondo caso, ricorre al sentimento più prepotente, l’istinto
materno, che le suggerisce di andare incontro, con tenerezza di
madre, ai dubbi, alle paure, alle depressioni del suo uomo. In un
modo o nell’altro, restando in ginocchio o chinandosi su di lui,
una donna riesce sempre ad amare l’uomo che le piace. Ad un
solo patto, però: che non sia meschino. Infatti, una donna può
accettare tutto, tranne che la meschinità, cioè la grettezza,
l’aridità di cuore, l’avarizia. E’ questo il vero, anzi l’unico,
nemico dell’amore.

– 47 –

N iente riesce ad intenerirmi quanto un rammendo.
Non ridete, vi prego, non meravigliatevi. Mi accade, a volte,
di parlare ad una persona con indifferenza o, magari, con
fastidio ma è sufficiente che mi cada lo sguardo su un piccolo
rammendo al colletto od al guanto od al polsino della camicia
perché subito mi vinca una dolce tenerezza. Perché, dietro quel
rammendo, ecco le mani di una donna, madre o moglie, sorella
od innamorata. Quelle piccole mani prodigiose che mi hanno
raccolto appena nato, cullato e lavato, accarezzato e protetto;
quelle mani che, posandosi sulla mia fronte infuocata, pareva
avessero il potere di spegnere la febbre e vincere il dolore. Le
mani operose della donna che ci vestono, ci nutrono, mettono
ordine nella nostra casa, conservano le nostre cose più care,
passano leggere tra i capelli per scacciare gli affanni. Le mani
che ricamano, stirano, rammendano. Le mani che, in ogni gesto,
in ogni momento della giornata, anche nelle mansioni più umili
ed ingrate, compiono un rito d’amore. Non desidero molte cose
dalla vita ma una sì, la vorrei: che l’ultimo dono per me, un
attimo prima di scomparire dal mondo, fosse la carezza di una
donna.

– 48 –

N ON

È FACILE ESSERE GIOVANI

I giovani più sensibili avvertono il malessere del nostro
tempo e ne sono disorientati. Non sanno in che cosa credere, in
quale direzione muoversi, quale posto cercare nella vita, che
affidamento fare sul futuro. In grande maggioranza, concordano
su un punto: non avere figli e, comunque, non volerne più di
uno od, al massimo, due. Nel 1973, infatti, si è registrato, in
Italia, il più basso incremento di popolazione degli ultimi
cinquant’anni. “E’ giusto che sia così”, commentano i giovani.
“Che cosa potremmo offrire ai nostri figli, quali certezze?”.
Quando ascolto queste malinconiche considerazioni, mi
ritrovo ragazzo, negli anni della guerra e dell’immediato
dopoguerra. Anche allora, tra noi, si parlava così. Circondati
dalle macerie, atrocemente delusi, privi di qualsiasi prospettiva,
ci chiedevamo se saremmo mai riusciti a scavare il nostro
piccolo nido nel mondo, dove rifugiarci. Poi, buttati allo
sbaraglio, un nido l’abbiamo scavato ad ogni costo. Lo
scaveranno anche i giovani d’oggi.
Dopo tante inquietudini, dopo essersi crogiolati nella paura
del presente e nell’angoscia del futuro, accetteranno anch’essi
la vita ed, a scossoni, un po’ sperando ed un po’ disperando, la
percorreranno sino in fondo.
Paolo VI, in uno dei suoi colloqui con Jean Guitton, ha detto:
“Per le nature difficili non esistono soluzioni facili”. Ecco, i
giovani di ieri, di oggi e di domani sono “nature difficili”
capitate a vivere in “tempi difficili”.
Come pretendere che trovino “soluzioni facili”?

– 49 –


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