File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



Melissa De La Cruz (The Beauchamp Family 01) Le Streghe Di East End By Agartha .pdf



Nome del file originale: Melissa De La Cruz - (The Beauchamp Family 01) Le Streghe Di East End By Agartha.pdf
Titolo: Le streghe di east end

Questo documento in formato PDF 1.4 è stato generato da Writer / OpenOffice.org 3.3, ed è stato inviato su file-pdf.it il 08/08/2014 alle 16:16, dall'indirizzo IP 79.49.x.x. La pagina di download del file è stata vista 8361 volte.
Dimensione del file: 1 KB (307 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Trama
"Un successo assicurato!" Kelley Armstrong
A volte la vita è fatta di pura magia... a volte c'è solo una
possibilità per ristabilire i fragili equilibri fra il bene e il male.
E ora tutto dipende dalle Beauchamp.
È settembre e le tre donne si sono da poco trasferite a North
Hampton. Sulla cittadina sembra regnare la calma; tuttavia,
quando la comunità viene sconvolta da morti e scomparse
misteriose, e gli occhi di tutti sono su di loro, dovranno
decidere da che parte stare e riprendere in mano il loro destino.
Da secoli hanno rinunciato ai propri poteri: Joanna può
resuscitare i morti, Ingrid prevede il futuro, e Freya ha una
pozione magica per ogni pena d'amore. Ora il tempo stringe, ed
è giunto il momento di recuperarli... Fra misteri, forze oscure
da placare, sensualità e vero amore, si muove questa avventura
dal ritmo incessante e irresistibile.
In questa prima prova per adulti, Melissa de la Cruz si
riconferma come una delle maestre dell'urban fantasy, con la
sua inconfondibile capacità di creare un mondo fantastico,
ricco di atmosfere suggestive, e una voce che incanta a ogni
pagina.

Melissa De La Cruz
Le streghe di east end
ROMANZO
TRADUZIONE DALL'INGLESE DI
ANDREA BRUNO

Agartha eBook 201

Quando ci troveremo ancora noi tre,
nel tuono, nel lampo, o nella pioggia?
Quando la baruffa sarà spenta,
quando la battaglia sarà perduta e vinta.
William Shakespeare, Machbeth

È possibile che alcune Waelcyrgean abbiano
deciso di abbandonare il Valhalla e stanziarsi
in diverse parti del Paese, dove hanno iniziato
una nuova esistenza come streghe
Michael Page e Robert Ingpen,
Encyclopedia of Things That Never Were

Prologo
Il paese ai margini del Nulla
North Hampton non si trovava su nessuna carta geografica,
il che rendeva il localizzare quella piccola comunità insulare
sulla costa atlantica una specie di rebus per i forestieri, i quali
ci capitavano per caso, per poi scoprire che era impossibile
ritornarci; così la località, con le spiagge di sabbia argentea
incredibilmente vuote, i verdi campi ondulati e le fattorie
maestose dalla struttura irregolare, diventava più un sogno per
metà dimenticato che un ricordo reale. Come Brigadoon, era
avvolto dalla nebbia e di rado compariva alla vista. C'era
sempre umidità, anche durante le splendide estati, e gli abitanti
erano un gruppo ristretto di famiglie unite fra loro, che erano lì
da generazioni. A North Hampton, a differenza del resto di
Long Island, c'erano ancora dei coltivatori di patate e dei
pescatori d'alto mare che vivevano dei frutti delle loro fatiche.
Brezze marine salate soffiavano dolci sulle increspate acque
blu, le secche erano piene di molluschi e capesante, e ristoranti
sgangherati servivano le specialità locali come i saraghi, i pesci
palla e la zuppa di molluschi con i pomodori, senza latte. La
modernità non aveva quasi lasciato tracce sugli ameni dintorni,
non c'erano orrendi centri commerciali né altri segni delle
multinazionali del XXI secolo a rovinare il paesaggio
pittoresco.
Oltre la cittadina c'è Gardiners Island, abbandonata e
lasciata andare in rovina. La casa padronale, Fair Heaven, era
vuota e disabitata da tempo immemorabile, un rudere nel

crepuscolo. Di proprietà della stessa famiglia da secoli, per
decenni nessuno ha visto l'ombra di un Gardiner. Circolava
voce che quella famiglia una volta illustre non potessi più
permettersi di mantenerla e che la discendenza si fosse estinta
con l'ultimo erede. Sta di fatto che Fair Heaven e la sua terra
sono rimaste intatte e non sono mai state messe in vendita.
Il tempo aveva dimenticato quella casa, le grondaie sotto il
tetto a punta erano piene di foglie, la vernice si staccava e le
colonne si crepavano, mentre andava lentamente in rovina. Le
banchine dell'isola marcivano e si gonfiavano. I falchi pescatori
facevano i nidi sulle spiagge deserte. I boschi attorno alla
dimora diventavano fitti e impenetrabili.
Una notte d'inizio inverno, ci fu uno scricchiolio pauroso, un
rumore terribile, come se squarciassero il mondo; il vento
ululava e l'oceano infuriava. Bill e Maura Thatcher, i custodi di
una tenuta vicina, stavano passeggiando con i cani lungo la
spiaggia quando udirono quel suono orribile.
«Che cos'era?» chiese Bill, mentre cercava di calmare i cani.
«Sembrava provenire da là» disse Maura, indicando
Gardiners Island. Guardarono verso Fair Heaven, dove nella
finestra più a nord della dimora era comparsa una luce.
«Guarda là, Mo» disse Bill. «Non sapevo che la casa fosse
stata affittata.»
«Forse dei nuovi proprietari?» chiese Maura. Fair Heaven
aveva il solito aspetto: le finestre come occhi dalle palpebre
pesanti, la porta d'ingresso fatiscente, curva come un vecchio
corrucciato.
Maura portò i cani sul prato mentre Bill continuò a
guardare, tormentandosi la barba. Quindi, in un batter d'occhi,
la luce scomparve e la casa ritornò nell'oscurità. Ma ora c'era

qualcuno nella nebbia e non erano più soli. I cani abbaiarono
seccamente alla figura che si stava avvicinando con passo
sicuro, e il vecchio custode si rese conto che il cuore gli stava
battendo all'impazzata, mentre la moglie pareva terrorizzata.
Una donna comparve fuori dalla foschia. Era alta e incuteva
timore, portava una bandana rosso acceso sui capelli e un
impermeabile beige stretto in vita. Aveva gli occhi grigi come il
crepuscolo.
«Miss Joanna!» disse Bill. «Non l'abbiamo vista arrivare.»
Maura annuì. «Ci dispiace disturbarla, signora.»
«È meglio che ve ne andiate via ora, non c'è niente da
vedere qui» disse con voce fredda come le profonde acque
dell'Atlantico.
Bill sentì un brivido lungo la spina dorsale e Maura tremò.
Sapevano che c'era qualcosa di strano nelle loro vicine,
qualcosa di soprannaturale, difficile da definire, eppure fino a
quella sera non avevano mai avuto paura delle Beauchamp. Ma
in quel momento la ebbero. Bill fischiò ai cani, allungò la
mano per stringere quella di Maura e s'incamminarono in fretta
nella direzione opposta.
Lungo la spiaggia, una dopo l'altra, si accesero in
successione altre luci, fino a quando Fair Heaven non fu tutta
illuminata. Brillava come un faro, un segnale nell'oscurità. Bill
si girò ancora una volta a guardare, ma Joanna Beauchamp era
già scomparsa, non lasciando alcuna traccia o impronta sulla
sabbia, o altri segni della sua presenza.

Il Giorno dei caduti
I cuori palpitano
Sei mesi dopo

1
La malattia da graffio di gatto
Freya Beauchamp fece vorticare lo champagne nel bicchiere
in modo da far esplodere una dopo l'altra le bollicine sul bordo,
fino a quando non ce ne furono più. Quello avrebbe dovuto
essere il giorno più bello della sua vita - o almeno, uno dei più
belli -, ma si sentiva soltanto agitata.
Era un problema, perché ogni volta che Freya s'innervosiva
succedevano delle cose, come un cameriere che d'improvviso
inciampa su un tappeto Aubusson e ricopre di antipasti il
davanti del vestito di Constance Bigelow. O il cupo, incessante
abbaiare e ululare del cane che sovrasta il quartetto di violini.
O il bordeaux invecchiato di trecento anni tirato fuori dalla
cantina di famiglia dei Gardiner che sembra una brodaglia da
tre dollari acida e cattiva.
«Che succede?» chiese sua sorella maggiore Ingrid,
mettendosi al suo fianco. Con la sua postura rigida da scuola di
modelle e i vestiti impeccabili e castigati, Ingrid non si agitava
facilmente, ma quella sera appariva nervosa e si toccò una
ciocca di capelli che era sfuggita allo stretto chignon. Bevve un
sorso dal bicchiere di vino e fece una smorfia. «Su questo vino
c'è un incantesimo di strega» sussurrò, posandolo su un tavolo
vicino.
«Non ho fatto niente, lo giuro! » protestò Freya. Era la
verità, più o meno. Non riusciva a evitare che la sua arte
magica facesse accidentalmente capolino, ma non aveva fatto
nulla per incoraggiarla. Conosceva le conseguenze e non

avrebbe mai corso un rischio così grande. Freya sentiva che
Ingrid stava cercando di indagare oltre la superficie, di scrutare
nel futuro per trovare una risposta al suo attuale malessere, ma
era uno sforzo inutile. Freya sapeva proteggere bene la propria
linea della vita. L'ultima cosa di cui aveva bisogno era una
sorella maggiore in grado di predire le conseguenze delle sue
azioni impulsive.
«Sei sicura di non voler parlare?» chiese Ingrid con
gentilezza. «Voglio dire, alla fine è avvenuto tutto così in
fretta.»
Per un attimo Freya prese in considerazione l'idea di
spifferare tutto, ma alla fine decise di non farlo. Era troppo
difficile da spiegare. E anche se nell'aria c'erano oscuri presagi
- l'ululare del cane, gli 'incidenti', l'odore di fiori bruciati che
inesplicabilmente riempiva la stanza - non sarebbe accaduto
niente. Amava Bran. Sul serio. Non era una bugia, non era per
niente simile a una di quelle bugie che diceva sempre a sé
stessa, come: Questo è l'ultimo bicchiere della serata, oppure:
Non darò fuoco alla casa di quella arpia. L'amore per Bran lo
sentiva nel midollo, c'era qualcosa in lui che la faceva sentire a
casa, come sprofondare nel sonno sotto un piumone: al sicuro e
protetta.
No, non poteva dire a Ingrid cosa la stava preoccupando.
Non in quell'occasione. Loro due erano intime. Non erano
soltanto sorelle e rivali occasionali, erano anche migliori
amiche. Tuttavia Ingrid non avrebbe capito. Ingrid si sarebbe
intimorita e Freya adesso non aveva bisogno del rimprovero
della sorella maggiore. «Vai via Ingrid, stai spaventando i miei
nuovi amici» disse, mentre accettava le congratulazioni ipocrite
dall'ennesimo gruppo di donne venute a farle gli auguri.

Le donne erano venute per festeggiare il fidanzamento, ma
soprattutto per osservare, per giudicare e per sghignazzare, Non
troppo tempo prima, tutte le donne in età da marito di North
Hampton avevano avuto il sogno non troppo nascosto di
diventare loro la signora Gardiner. Erano venute tutte nella
grande casa restaurata a rendere invidioso omaggio a colei che
aveva vinto il premio, che l'aveva agguantato prima che la
partita iniziasse, prima che alcuni concorrenti si fossero accorti
che lo sparo di partenza era stato esploso.
Quando si era trasferito in paese Bran Gardiner? Non molto
tempo prima, ma nonostante ciò tutti a North Hampton
sapevano chi fosse; l'affascinante filantropo era l'oggetto di
pettegolezzi e voci ai concorsi ippici, agli incontri
dell'associazione per la tutela dei beni culturali e alle regate del
fine-settimana, che erano i pilastri della vita di campagna. Tutti
parlavano della storia della famiglia Gardiner, di come fossero
scomparsi molti anni prima, anche se nessuno ricordava con
precisione quando. Nessuno sapeva dov'erano andati o cos'era
successo loro nel frattempo, ma solo che ora erano tornati, la
loro fortuna più ragguardevole che mai.
Freya non aveva bisogno di saper leggere le menti per
intuire
cosa
pensassero
le
comari
di
North
Hampton. Ovviamente nel momento in cui Bran Gardiner è
arrivato in città, ha deciso che avrebbe sposato una cameriera
adolescente. Sembrava diverso, ma è uguale a tutti gli altri.
Uomini. Al solito pensano con le loro parti basse. Cosa cavolo
ci trova in lei oltre all'ovvio?
Barista, Freya voleva correggerle. 'Cameriera' stava per una
servetta con il seno prosperoso che portava boccali di birra a
contadinotti seduti attorno a traballanti tavoli di legno. Peccato

che lei lavorasse al North Inn, le cui birre da intenditori
venivano servite soltanto in pinte ed erano aromatizzate alla
prugna, alla vaniglia e alla quercia, grazie alla conservazione in
botti spagnole.
Aveva diciannove anni (anche se la patente di guida che le
consentiva di servire alcolici diceva che ne aveva ventidue).
Era dotata di una bellezza appariscente e vivace, rara in
tempi in cui lo zenith della bellezza femminile era
rappresentato da modelle deperite. Freya non aveva l'aria di
qualcuno che ha fame, o a cui non dispiacerebbe un buon
pasto; al contrario, Freya sembrava che avesse tutto ciò che
voleva dal mondo, e poi ancora. Sembrava florida, anche se
non è la parola giusta. Da ogni poro trasudava sesso, colava da
ogni centimetro delle sue splendide curve. Piccola e minuta, la
chioma ribelle biondo rame della precisa tonalità di una pesca
dorata, le guance per le quali una modella avrebbe ucciso, un
piccolo nasino, grandi occhi verdi da gatto che all'estremità
curvavano leggermente all'insù, il vitino stretto per indossare i
busti più aderenti, e sì, il seno. Nessuno avrebbe mai
dimenticato il suo seno, e infatti tutti gli uomini non vedevano
altro quando guardavano Freya.
Potrebbero non ricordarsi del suo viso, ma non dei gemelli,
come Freya amava chiamarli: non erano troppo grandi, e non
ostentavano quella pesante sensualità che portava gli ex ragazzi
in vena di facezie a chiamarli 'borse dello spasso', definizione
che a Freya suonava un po' troppo come 'borse del grasso'; no, i
suoi erano incantevoli. Perfettamente tonici, sostenuti senza
artifici, morbidi e voluttuosi. Non indossava mai il reggiseno.
Ed è stato questo, pensandoci bene, a metterla in primo luogo
nei guai.

Aveva incontrato Bran alla festa di beneficenza per
il museo. La raccolta fondi per l'istituto d'arte locale era una
tradizione primaverile. Freya fece un'entrata non da poco.
Quando arrivò, una spallina del suo vestito ebbe un problema,
si staccò - ping! -, proprio così, e l'improvvisa messa a nudo la
fece inciampare sui tacchi, dritta tra le braccia del vicino
gentiluomo con un vestito a righe. Bran aveva avuto quello che
corrispondeva a uno spettacolo gratuito, e al loro primo
incontro aveva rimediato una palpata (accidentale, è ovvio).
Tuttavia era successo. Lei era letteralmente sgusciata dal suo
vestito nelle sue braccia. Con grande tempismo, lui si era
innamorato. Quale uomo avrebbe resistito?
Fu il forte imbarazzo di Bran a conquistarla fin da subito.
Era diventato rosso come la gardenia che aveva all'occhiello.
«Oddio, mi dispiace. Sta bene... Ha bisogno di...?» E quindi
rimase in silenzio a guardare, e solo allora Freya si rese conto
che tutto il davanti del suo abito con le spalline le era scivolato
in vita, e che era sul punto di scivolarle via del tutto; il che
comportava un altro problema, dal momento che Freya non
indossava biancheria intima.
«Lasci che...» E quindi provò ad allontanarsi, cercando
ancora di coprirla, e fu allora che ci fu la mano sulla tetta,
avendo lui tentato di tirare su il tessuto scivoloso, e invece la
mano calda si posò sulla sua pelle pallida. «Oddio...» ansimò.
Gesù, pensò Freya, c'è da credere che facendo così non sia mai
andato oltre i preliminari! E in un batter d'occhio, perché ormai
l'intera faccenda sembrava essere una tortura per il poveraccio,
il vestito di Freya fu rimesso a posto, si trovò una spilla da
balia, lo squarcio venne abilmente coperto (più o meno: la
nudità sembrava uno sviluppo naturale, data l'ampiezza della

scollatura), e Freya disse, con quei suoi modi spontanei e
schietti: «Mi chiamo Freya. E lei è...?»
Branford Lyon Gardiner, di Fair Heaven e Gardiners Island.
Filantropo generoso e dal portafoglio gonfio, quell'estate aveva
fatto la più grande donazione al museo e il suo nome
compariva spesso nel programma. Freya viveva a North
Hampton da abbastanza tempo per sapere che i Gardiner erano
fuori dal comune perfino rispetto alle famiglie antiche e
facoltose di quel lembo settentrionale e oriente di Long Island,
la quale non era affatto Long Island (di certo non era 'quella'
Long Island, luogo d'origine dei capelli lunghi e dei più grandi
centri commerciali, più New Jersey e New York), ma un luogo
in una dimensione del tutto differente.
Quel piccolo villaggio che vacillava sull'orlo del mare non
era soltanto l'ultimo bastione della vecchia guardia, era la
regressione a un'epoca diversa, un'età scomparsa. Avrebbe
potuto avere tutte le caratteristiche per essere una tipica
enclave dell'East End, con i suoi immacolati club di golf e le
siepi squadrate, ma era qualcosa di più di un luogo di
villeggiatura per l'estate, poiché la maggior parte degli abitanti
viveva in paese tutto l'anno. Le graziose vie alberate erano
disseminate di negozietti a gestione familiare, nella parata del
Quattro luglio i carri dei pompieri venivano trainati dalle
bestie, e i vicini erano tutt'altro che degli estranei, erano amici
che venivano a trovarti e a bere il tè in veranda. E se c'era
qualcosa di strano in North Hampton, se per caso la Statale 27,
che collegava i ricchi villaggi sulla costa, non sembrava avere
un'uscita per il paese, e se i forestieri non ne avevano mai
sentito parlare (North Hampton? Vuoi dire East Hampton,
vero?), nessuno lo notava o se ne preoccupava. I residenti

erano abituati alle stradine di campagna e meno turisti
affollavano le spiagge, meglio era.
Il fatto che Bran Gardiner era stato a lungo assente dal
palcoscenico sociale non inficiava la sua popolarità. Qualsiasi
stramberia veniva subito perdonata o dimenticata. Ad esempio,
durante il restauro di Fair Heaven, la casa era rimasta al buio
per giorni, ma un radioso mattino il colonnato apparve
completamente rinnovato, oppure dall'oggi al domani la casa
aveva sfoggiato nuove finestre e un tetto nuovo. Era un bel
mistero, dato che nessuno si ricordava di aver visto una
squadra di operai nei pressi della proprietà. Era come se la casa
stesse prendendo vita da sé, scuotendo le grondaie, brillando di
vernice fresca, tutto da sola.
Dunque, era la domenica prima del Giorno dei caduti, e cosa
c'era di meglio che inaugurare un'altra estate idilliaca a
Hampton con una festa nella magione da poco restaurata? I
campi da tennis baluginavano in lontananza, la vista delle
creste delle onde non aveva paragoni, i tavoli del
banchetto erano piegati sotto il peso di un rinfresco
stravagante: aragoste congelate grosse e pesanti come palle da
bowling, piatti di mais fresco, chili e chili di caviale servito in
singole coppette di cristallo con cucchiaini di madreperla
(nessuna aggiunta, senza tartine o crème fraîche a diluire il
sapore). L'inaspettato acquazzone della mattina aveva in parte
guastato i piani e la festa era stata spostata nel salone, lontano
dai gazebo bianchi e arricciati che rimasero vuoti e deserti su
un lato della collina.
Il fatto che Bran avesse trent'anni, fosse intelligente, ben
educato, scapolo e ricco oltre ogni immaginazione, lo rendeva
una preda perfetta, il pesce più grosso nello stagno degli

uomini da sposare. Ma ciò che la gente ignorava, o voleva
ignorare, era che più di ogni altra cosa Bran era d'animo buono.
Quando Freya lo conobbe, pensò che fosse l'uomo più gentile
che avesse mai incontrato. La sentì: la bontà sembrava
espandersi da lui, come il bagliore attorno alla lucciola. Il
modo in cui si era preoccupato per lei, il suo imbarazzo, il suo
balbettio; e quando sì era ripreso le aveva portato qualcosa da
bere e per tutta la sera non si era più staccato dal suo fianco,
aggirandosi protettivo.
Ed eccolo là, alto, moro, con indosso un blazer che gli sta
stretto, muoversi tra la gente alla festa, accettando gli auguri
degli amici col suo solito sorriso timido. Bran Gardiner non era
per niente affascinante, colto, sagace e mondano come altri del
suo stesso ambiente, i quali amavano sfrecciare sulle strade
sterrate con l'ultimo modello delle loro auto sportive italiane. In
effetti, per essere un erede era bizzarro e goffo e con un talento
alla Mr Ripley, come se fosse esterno a una cerchia ristretta e
non il centro di quella stessa cerchia.
«Eccoti» disse sorridendo, mentre Freya si allungava per
raddrizzargli il nodo della cravatta. Notò che le maniche della
camicia erano logore, e quando la cinse con un braccio sentì un
leggero odore di sudore. Poverino, sapeva che aveva temuto
quella festa. Le folle non erano il suo forte.
«Credevo di averti perso» disse. «Va tutto bene? Vuoi che ti
prenda qualcosa?»
«Sono a posto» disse sorridendogli, sentendo che le farfalle
nello stomaco iniziavano a placarsi.
«Bene.» Le diede un bacio in fronte e le sue labbra erano
morbide e calde sulla pelle di lei. «Mi mancherai.» Trastullava
nervosamente l'anello con le iniziali che portava alla mano

destra. Era uno dei suoi piccoli tic, e Freya gli strinse forte la
mano. Bran sarebbe volato a Copenaghen il giorno seguente,
per conto della Fondazione Gardiner, l'istituzione no-profit di
famiglia, dedicata a promuovere associazioni umanitarie in giro
per il mondo. Quel progetto lo avrebbe tenuto impegnato per
quasi tutta l'estate. Forse per quello era così nervosa. Non
voleva stare senza di lui ora che si erano trovati.
La prima sera in cui si erano incontrati, lui non le aveva
neppure chiesto di uscire, la qual cosa all'inizio aveva irritato
Freya, ma poi si era resa conto che era troppo modesto per
pensare che lei fosse interessata a lui. Invece si fece vedere la
sera seguente durante il suo turno all'Inn, e la sera dopo, e tutte
le sere successive, semplicemente fissandola con quei suoi
occhioni castani, con uno struggimento malinconico, finché,
alla fine, non dovette prendere l'iniziativa e chiedergli di uscire.
Aveva capito che se avesse lasciato la cosa in mano a lui, non
se ne sarebbe fatto niente. E questo è quanto. Quattro settimane
dopo si fidanzarono, il giorno più bello della sua vita.
Lo era davvero?
Eccolo di nuovo. Il problema. Non Bran, l'uomo dolce che
aveva promesso di amare per sempre, il quale era stato rapito
dalla folla ed era impegnato a parlare con la madre di lei. I suoi
capelli scuri erano piegati verso quelli bianchi di Joanna, e
sembravano i migliori amici.
No. Il problema non era affatto lui.
Il problema era il ragazzo che la fissava dall'altro angolo
della stanza. Freya sentiva i suoi occhi su di lei attraverso
l'intera lunghezza della sala, come una carezza fisica. Killian
Gardiner. Il fratello minore di Bran, ventiquattrenne, che la

guardava come se fosse in vendita al miglior offerente e lui
fosse ben contento di pagare quel prezzo.
Killian era tornato a casa dopo un lungo soggiorno
all'estero. Bran aveva raccontato a Freya di non aver visto il
fratello per diversi anni, dato che si era spostato parecchio,
viaggiando in giro per il mondo. Freya non aveva capito bene
se fosse appena arrivato dall'Australia, o dall'Alaska, forse.
L'unica cosa che importava era che quando erano stati
presentati, lui l'aveva fissata con quei suoi sorprendenti occhi
verde-blu, e lei aveva sentito un fremito in tutto il corpo. Era,
in mancanza di una parola migliore, bello, con ciglia lunghe e
scure a incorniciare quegli occhi penetranti; aveva i lineamenti
marcati, il naso aquilino e la mascella squadrata. Sembrava
sempre che dovesse venir immortalato in una foto: pensieroso,
intento a fumare una sigaretta, come un divo in un film
francese della Nouvelle Vague.
Era stato impeccabilmente cortese, beneducato, e l'aveva
abbracciata come una sorella, e il viso di Freya non aveva
tradito il tumulto che stava provando, il che va a suo merito.
Aveva accettato il bacio con un sorriso modesto, ed era stata
addirittura in grado di intrattenerlo con una normale
conversazione da cocktail. Il tempo umido, la data fissata per il
matrimonio, come trovava North Hampton (non ricordava,
forse non aveva ascoltato, era ipnotizzata dal suono della sua
voce: un borbottio basso, come quello di un dj notturno).
Quindi finalmente qualcun altro attirò la sua attenzione e fu
libera di rimanere da sola; e fu allora che iniziarono a
succedere tutti quei piccoli orribili incidenti durante la festa.
Malattìa da graffio di gatto. Era quella, vero? Un prurito che
non si poteva raggiungere, placare o soddisfare. Freya si sentì

come se fosse in fiamme, come se da un momento all'altro
dovesse prender fuoco spontaneamente, non lasciando nulla a
parte le ceneri e i diamanti. Smettila di guardarlo, disse fra sé.
È una follia, un'altra delle tue pessime idee. Ancora peggiore di
quando hai riportato in vita il gerbillo (aveva ricevuto una bella
tirata d'orecchi da sua madre, per paura che qualcuno nel
Consiglio lo venisse a sapere, e in più gli animali zombie non
sono mai stati una grande idea). Vai fuori Prendi un po' d'aria
fresca. E poi ritorna al ricevimento Scivolò inosservata dietro
al vaso delle rose centifolie, cercando di placare quel terremoto
di emozioni annusando il loro profumo. Non funzionò. Sentiva
ancora il suo desiderio.
Maledizione, doveva proprio essere così bello? Si ritenevi
immune a quel genere di cose: il cliché dell'uomo alto, moro e
di bell'aspetto. Odiava quei ragazzi presuntuosi e arroganti che
credevano che le donne esistessero solo per soddisfare i loro
voraci appetiti sessuali. Lui era il peggior rappresentante di
quella specie: le sgommate con la Harley e quei suoi ridicoli
capelli ribelli, ispidi, con la frangia sugli occhi, con quel fuoco
sexy e attraente. Ma c'era qualcos'altro. Un'intelligenza. Un
acume nello sguardo. Sembrava che, quando la guardava,
sapesse esattamente chi era e com'era fatta. Una strega. Una
dea. Non di questa terra, ma neppure estranea a essa. Una
donna da amare, temere e adorare.
Alzò lo sguardo da dietro il vaso e lo trovò ancora che la
fissava. Era come se Killian avesse aspettato tutto quel tempo
soltanto per quell'istante. Fece un cenno col capo, muovendosi
verso una porta lì vicino. Davvero? Qui? Adesso? Nel
gabinetto delle signore? Non era quello un altro cliché, che fa il
paio con la motocicletta e l'atteggiamento da bullo? Stava

davvero entrando in bagno con un altro uomo - il fratello del
suo fidanzato, perdio - alla sua festa di fidanzamento?
Sì. Freya avanzò, come stordita, verso quell'appuntamento.
Chiuse la porta dietro di sé e rimase in attesa. Il viso che la
osservava dallo specchio era rosso e fulgido. Delirava per la
gioia, era cosi eccitata che non sapeva cosa fare. Lui dov'era?
La stava facendo aspettare. Killian Gardiner sapeva come
comportarsi con le donne eccitate, almeno così sembrava.
Il pomello girò, e lui entrò, liscio come l'olio, chiudendo a
chiave la porta. Le labbra gli si incurvarono in un sorriso, una
pantera con la sua preda. Aveva vinto.
Fuori, nel bel mezzo del ricevimento, le rose centifolie
presero fuoco.

2
Topolino di campagna
Vecchia bacucca. Culo stretto. Zitella. Ingrid Beauchamp
sapeva bene cosa pensasse di lei la gente; aveva visto il modo
in cui confabulava e sussurrava dietro le mani a coppa mentre
attraversava la biblioteca, mettendo a posto sugli scaffali i libri
restituiti. Nei dieci anni in cui aveva lavorato lì, Ingrid si era
fatta pochi amici tra i frequentatori abituali, i quali la trovavano
severa e autoritaria. Non solo non condonava mai una
sanzione, ma aveva l'abitudine di fare ramanzine su come
custodire e conservare i libri sotto la sua giurisdizione. Un libro
restituito con la costola rotta, la copertina bagnata o con le
orecchie alle pagine, di sicuro si guadagnava una bella
ramanzina. Era già abbastanza deprimente che il loro budget
operativo coprisse a malapena le spese; Ingrid non aveva
bisogno che i clienti causassero danni ai libri in prestito.
Ovviamente si supponeva che Hudson facesse il lavoro
sporco, ma anche se Ingrid era l'archivista capo, le piaceva
l'aspetto materiale del lavoro e non gradiva star seduta tutto il
giorno dietro una scrivania, a vaporizzare cianografie. Le
piacevano la consistenza e il peso dei libri, passare la mano
sulle pagine ammorbidite dall'usura o rimettere a posto una
sovraccoperta sbagliata. Inoltre le dava l'opportunità di
sorvegliare la biblioteca, svegliare i fannulloni che
schiacciavano un pisolino nei posti di consultazione e

assicurarsi che non ci fossero dei ragazzini che pomiciavano
dietro gli scaffali.
Pomiciare era una parola così buffa. Non che qualcuno
pomiciasse ancora. La maggior parte degli adolescenti si era
spinta ben oltre. A Ingrid piacevano i teenager, i ragazzi che
venivano in biblioteca per richiedere a gran voce le ultime
uscite di fantascienza postapocalittica la facevano sorridere.
Non le importava cosa facessero nell'agio, o nel disagio, delle
loro case o nelle loro macchine malandate. Contrariamente
all'idea che si aveva di lei, sapeva bene cosa voleva dire essere
giovani, innamorati e senza paure: dopotutto viveva con Freya.
Ma la biblioteca non è una camera da letto o una camera di
motel, è un luogo dove si legge, si studia e si rimane in
silenzio. Quando i ragazzi cercavano di attenersi a quest'ultima
regola, un respiro profondo era spesso il suono più rumoroso.
A ogni modo, il pomiciare non era un'esclusiva dei ragazzi.
Qualche giorno prima Ingrid aveva dovuto tossire più volte per
assicurarsi che una coppia di mezz'età si fosse sciolta
dall'aggrovigliamento prima che lei passasse nel corridoio con
il carrellino.
Situata in un quadrilatero erboso di fronte al municipio e a
fianco di un parco pubblico e di un campo giochi, la biblioteca
civica di North Hampton era tanto pulita, organizzata e ben
tenuta quanto lo consentissero i suoi miseri fondi. Il bilancio
cittadino risentiva della crisi economica, ma Ingrid faceva del
suo meglio per continuare ad avere un buon assortimento di
libri. Amava tutto della biblioteca, e se alle volte avrebbe
voluto agitare la bacchetta magica (non che ne avesse una,
ma se ne avesse ancora avuta una) e mettere tutto in ordine ravvivare quei logori divani negli angoli per la lettura,

sostituire gli antiquati computer i cui schermi luccicavano
ancora di nero e verde, costruire un vero e proprio palco con un
teatro di marionette per i più piccoli -, si consolava con l'odore
d'inchiostro dei libri nuovi, quello polveroso dei vecchi e con la
luce del tardo pomeriggio che filtrava dalle finestre. La
biblioteca era su un appezzamento di fronte alla spiaggia, la
sala di consultazione aveva una vista spettacolare sull'oceano e
ogni tanto Ingrid si obbligava a fermarsi in un angolino
accogliente soltanto per guardare le onde che si schiantavano
sul bagnasciuga.
Purtroppo era proprio quella vista mozzafiato a minacciare
l'esistenza stessa della biblioteca. Di recente il sindaco di North
Hampton si era lasciato sfuggire in maniera non troppo
nascosta che la vendita delle proprietà di fronte alla spiaggia
sarebbe stata la maniera più semplice per ripagare i crescenti
debiti della città. Ingrid non era contraria a priori al progetto,
ma aveva sentito dire che il sindaco pensava fosse una buona
idea eliminare del tutto la biblioteca, ora che così tante
informazioni erano disponibili online. Lo smantellamento
burocratico della sua amata biblioteca era un pensiero troppo
angosciante, e Ingrid quella mattina stava cercando di non
sentirsi troppo impotente.
Grazie a dio, il sabato prima non era successo niente di
irreparabile alla festa di fidanzamento di Freya. Per un attimo
Ingrid si era preoccupata quando una delle composizioni
floreali aveva preso inspiegabilmente fuoco, ma con prontezza
un cameriere aveva spento le fiamme con una caraffa di tè
freddo, scongiurando ulteriori conseguenze. Era ovvio che
l'incendio fosse opera di Freya, i suoi nervi avevano messo in
subbuglio le sue indomite arti magiche. È comprensibile che

Freya fosse nervosa riguardo a un impegno di tale portata, ma
di solito dimostrava un maggior autocontrollo, in particolare
dopo secoli di vita sotto la restrizione. Per ora, Ingrid era ben
contenta di essere tornata al lavoro e alle abitudini della vita di
tutti i giorni, e si godeva la routine. Non molto tempo prima la
sua vita era stata molto diversa, il suo lavoro eccitante e
insolito. Ma quello era il passato, ed era meglio non
soffermarsi troppo.
Per fortuna la biblioteca non era soltanto il classico
avamposto isolato in periferia. Da quando era stata fondata
ospitava, grazie al generoso lascito di una ricca signora della
zona, una delle più importanti collezioni di disegni
architettonici del paese, dal momento che molti progettisti
famosi avevano costruito delle case nei dintorni. In quanto
archivista, Ingrid aveva la responsabilità di conservare quei
lavori per i posteri, il che implicava montare una tenda a
vapore dove i disegni venivano srotolati, e dopo essere stati
umidificati, lisciati e asciugati, venivano sistemati in cassettoni
e coperti da un velo di lino. In quel momento ce n'era uno sotto
la tenda di plastica, la carta impegnata ad assorbire tutta
quell'umidità. L'archiviazione era noiosa e la ripetitività
causava fastidi e stress, perciò a Ingrid piaceva fare una pausa
camminando e mettendo a posto i libri.
Tabitha Robinson, la bibliotecaria di mezz'età del reparto
ragazzi, una donna vivace e allegra con la passione per la
letteratura per l'infanzia, si fermò per una chiacchierata
amichevole quando si incrociarono nei corridoi. Ingrid voleva
bene a Tabitha, la quale era efficiente e professionale e
prendeva sul serio il proprio lavoro. Quando Tabitha non
leggeva l'ultimo romanzo di formazione, aveva un debole per

quelli che Ingrid chiamava i 'torsi nudi', romanzi d'amore con
in copertina dei fusti a petto nudo. Gli 'strappa corsetti'
(scollature palpitanti che esplodevano dai busti) erano passati
di moda. Oggi andava forte il fisico da culturista. A ognuno il
suo, pensò Ingrid. I suoi piaceri proibiti comprendevano le
saghe storiche: aveva una predilezione per qualsiasi cosa
avesse a che fare con quei litigiosi Tudor. Si stavano
scambiando le solite battute e i pettegolezzi del paese come due
vecchie amiche e colleghe, quando il cellulare di Tabitha vibrò.
«Oh! È lo studio del dottore» disse raggiante. «Scusa, ma devo
rispondere» disse, allontanandosi in fretta, con la treccia che le
oscillava lungo la schiena.
Ingrid prese un altro libro da rimettere a posto: ecco, un
nuovo pesante tomo fermaporte dello scrittore locale, una sorta
di parassita. Era andato su tutte le furie trovando i propri libri
accumulati in scatoloni di fronte alla biblioteca per gli
avventori che volessero prenderli gratis. Ma cosa poteva farci
lei? Tenevano soltanto i libri che giravano con regolarità sugli
scaffali. Nessuno aveva letto il suo ultimo romanzo ed era
chiaro che anche questo sarebbe stato presto destinato al cesto
delle rese.
Ingrid cercava di essere imparziale con tutti gli autori,
mettendo in esposizione i libri meno popolari suggerendo tìtoli
poco noti a chi chiedeva consigli, e dando in prestito ogni
volume almeno una volta. Ma uno non poteva pensare a tutto.
L'autore, un certo J.J. Ramsey Baker (buon dio, che cos'erano
quei quattro nomi? Di certo due iniziali erano troppe) aveva
scritto Sinfonia moribonda, l'oscurità al centro dell'essenza, e
più recentemente un chiaro e disperato tentativo di entrare nella
selezione del Club del libro, Gli elefanti della figlia del

calzolaio, il quale aveva solo un mese di tempo, prima di venir
messo da parte, per raccontare la storia di un ciabattino cieco
nel Libano del XIX secolo e degli elefanti ammaestrati di sua
figlia. Ingrid era convinta che neanche un tocco di magia
avrebbe potuto far vendere quel libro.
Era davvero un peccato che a nessuna di loro fosse più
permesso praticare la magia. Quello era l'accordo che avevano
raggiunto dopo che la sentenza era stata emessa. Basta voli.
Basta incantesimi. Basta amuleti e polveri, pozioni e malocchi.
Dovevano vivere come persone normali, senza l'uso dei loro
enormi poteri, delle loro abilità meravigliose e soprannaturali.
Nel corso degli anni ognuna di loro aveva imparato a convivere
a proprio modo con la restrizione. Freya bruciava la sua energia
facendo baldoria sfrenata, mentre Ingrid aveva adottato una
personalità severa in modo da sopprimere meglio la magia che
rischiava di erompere dal di dentro.
Visto che non poteva farci nulla, Ingrid aveva scoperto che
era meglio non lamentarsi della loro condizione limitata. Le
lamentele e i risentimenti non facevano che peggiorare le cose.
Perché sperare in ciò che non poteva accadere? Da secoli aveva
imparato a vivere come un topolino schivo, piccolo e
insignificante, e si era quasi convinta che fosse meglio così.
Ingrid si accarezzò la crocchia dietro la testa e parcheggiò il
carrellino contro il muro. Mentre andava verso il retro, vide
Blake Aland dare un'occhiata ai nuovi arrivi. Blake era un
costruttore di successo che per primo aveva dato al sindaco
l'idea di vendere la biblioteca, facendo un'offerta allettante se
mai la città avesse deciso di metterla sul mercato. Un mese
prima aveva portato i disegni architettonici della sua ditta, e
Ingrid aveva avuto il compito delicato di dirgli che i loro

progetti non erano abbastanza interessanti dal punto di vista
estetico per l'archivio. Blake la prese bene, ma invece non
prese altrettanto bene il rifiuto al suo invito a cena. Aveva
continuato a insistere fino a quando, la settimana precedente,
lei non aveva accettato di cenare con lui; la serata era stata un
disastro, con mani che schivavano mani sui sedili davanti della
macchina e ovunque sentimenti feriti. Era lui che doveva
ringraziare per l'odioso nomignolo Ingrid la Frigida.
Sfortunatamente oltre a essere un individuo spregevole era
anche intelligente.
Corse via prima che la vedesse. Nell'immediato non aveva
alcun desiderio di fronteggiare un polipo. Freya era stata così
fortunata a trovare Bran, ma Ingrid aveva sempre saputo che un
giorno Freya lo avrebbe incontrato. Lo aveva visto secoli prima
nella linea della vita della sorella.
Ingrid non aveva mai provato la stessa cosa nei confronti di
qualcuno. Inoltre, l'amore non era la soluzione a tutto, pensò,
sistemando delle lettere nascoste che teneva piegate in tasca.
Nel retro, controllò il disegno: quasi tutte le pieghe erano
sparite. Bene. L'avrebbe messo nel suo contenitore piatto e
quindi avrebbe messo un altro disegno sotto il vapore. Aveva
scritto un appunto sulla scheda, il nome dell'architetto e il
progetto, un museo sperimentale che non era mai stato
costruito.
Quando ritornò alla scrivania, sentì singhiozzare da quella
accanto, e alzando lo sguardo Ingrid vide Tabitha asciugarsi gli
occhi e posare il telefono. «Cosa c'è che non va?» chiese
Ingrid, anche se aveva la sensazione di saperlo già. C'era
soltanto una cosa che Tabitha desiderava ancora di più di una
visita alla biblioteca da parte di Judy Blume.

«Non sono incinta.»
«Oh, Tab» disse Ingrid. Si avvicinò e abbracciò l'amica. «Mi
dispiace tanto.» Le ultime settimane per Tabitha erano state
piene di speranza, dopo l'ennesima procedura in vitro, e lei era
ossessionata dalla certezza che questa volta avrebbe
funzionato, più che altro perché era il suo ultimo tentativo di
avere un figlio. «Di certo si potrà tentare qualcos'altro...»
«No, questo era il nostro ultimo tentativo. Non ce lo
possiamo più permettere. Questo è quanto. Non avrò figli.»
«Come procede la trafila per l'adozione?»
Tabitha si asciugò gli occhi. «A causa dell'invalidità di
Chad, siamo stati di nuovo scartati. Potrebbe essere un vicolo
cieco. E mi dispiace, lo so che è egoista, ma è sbagliato volerne
uno nostro? Soltanto uno?»
Ingrid aveva assistito fin dall'inizio alle trafile di Chad e
Tabitha, scoprendo tutto riguardo all'inseminazione
intrauterina, alle pillole di ormoni, ai cocktail per l'infertilità
(clomifene e leuprolide); l'aveva aiutata negli orari prestabiliti a
farsi delle punture da cavallo sul fianco sinistro. Sapeva
bene quanto volessero un bambino. Tabitha teneva sulla
scrivania una foto di lei e Chad a una festa hawaiana durante la
luna di miele a Kona, entrambi ridicoli con le camicie
hawaiane e le ghirlande di fiori. Era di quindici anni prima.
«Forse non è destino che diventi madre» disse Tabitha
piangendo.
«Non dirlo! Non è vero!»
«Perché no? Non lo sarebbe se qualcuno potesse aiutarmi»
singhiozzò Tabitha. «Devo smettere di sperare.»
Ingrid di nuovo abbracciò forte l'amica, e uscì dall'ufficio,
con le guance in fiamme e il cuore che le batteva forte in petto,

perché lei, più di chiunque altro, sapeva che ciò che aveva
detto Tabitha non era vero. C'era qualcuno che era in grado di
aiutarla, qualcuno che poteva cambiarle la vita, qualcuno più
vicino di quanto Tab sospettasse. Ma ho le mani legate, disse
Ingrid fra sé. Non c'è niente che possa fare per lei. A meno di
infrangere, a mio rischio e pericolo, il vincolo della restrizione.
Fece ritorno al suo posto dietro al bancone, nient'altro che
una bibliotecaria di provincia immersa nei suoi compiti
quotidiani. Aveva la maglia ancora umida per le lacrime
dell'amica. Fino ad allora Ingrid non si era mai ribellata contro
la situazione né si era mai risentita della restrizione imposta su
di loro. Be'. C'è sempre una prima volta.

3
Fuochi casalinghi
Le case d'epoca riuscivano a entrarti sotto la pelle, Joanna
Beauchamp lo sapeva bene; non soltanto sotto la pelle, ma
nell'anima, e anche a prosciugarti le tasche, sfidando la ragione
o la logica, in una ricerca senza fine della perfezione. Nel corso
degli anni la residenza dei Beauchamp, un'imponente dimora in
stile coloniale costruita a metà del Settecento nella parte
vecchia del paese, con bei frontoni e un tetto spiovente sulla
spiaggia, era stata rimodernata diverse volte: dei muri erano
stati abbattuti, le cucine spostate e le camere da letto
ridistribuite. Era una casa che aveva resistito agli anni e alle
intemperie, e i cui muri decrepiti echeggiavano di ricordi:
l'enorme caminetto in mattoni li aveva riscaldati durante
innumerevoli inverni, la moltitudine di macchie sui banconi in
marmo della cucina rievocavano l'intimità di numerosi pasti. I
pavimenti del salone erano stati rotti, rifatti e di nuovo rotti.
Prima quercia, poi travertino, e adesso di nuovo legno, un
luminoso ciliegio rosso. C'era una ragione per cui le case
d'epoca venivano chiamate sanguisughe, elefanti bianchi,
follie.
Joanna si divertiva a rinnovare da sola la casa. Per lei, un
rimodernamento era sempre in evoluzione e non finiva
praticamente mai. Inoltre, preferiva farlo da sola; la settimana
prima aveva piastrellato e rifatto il pavimento del bagno. Quel
giorno, toccava al salone. Inzuppò il rullo nella latta di vernice.

Le ragazze si sarebbero messe a ridere - la prendevano in giro
per la sua abitudine di cambiare per sfizio più volte all'anno i
colori delle pareti. Un mese i muri della sala erano granata
spento, quello dopo blu sereno. Joartna spiegava alle figlie che
vivere in una casa che non cambiava mai, era soffocante e
opprimente, e che modificare l'ambiente era ancora più
importante che cambiarsi i vestiti. Era estate, e quindi i muri
avrebbero dovuto essere gialli.
Indossava la sua solita tenuta per fare i lavori in casa: una
camicia a scacchi e un paio di jeans vecchi, guanti di plastica,
stivali Hunter verdi, una bandana rossa sopra i capelli grigi.
Che buffo quel grigio. Non importava quanto spesso si tingesse
i capelli, quando al mattino si svegliava erano sempre dello
stesso colore, una luminosa tinta argentea. Joanna, come le
figlie, non era né giovane né vecchia, e tuttavia il loro aspetto
fisici corrispondeva alle loro doti particolari. A seconda della
situazione Freya poteva avere tra i sedici e i ventitré anni, le
prime esperienze dell'Amore, mentre Ingrid, guardiana del
Cuore, dimostrava, e si comportava, come se avesse tra i
ventisette e i trentacinque anni, e poiché la Saggezza deriva
dall'esperienza, anche se nel cuore si sentiva come una
studentessa di sedici anni, l'aspetto di Joanna era quello di una
donna più vecchia, di una sessantina d'anni.
Era bello essere a casa e avere con sé le ragazze. Era durato
troppo e le erano mancate più di quanto avrebbe ammesso. Per
molti anni dopo che la restrizione era stata imposta, le ragazze
avevano vagabondato, da sole, senza una meta e uno scopo, e
non poteva neanche prendersela con loro. Si facevano vedere
una volta ogni tanto, solo quando avevano bisogno di qualcosa:
non soltanto soldi, ma anche rassicurazione, incoraggiamento,

comprensione. Joanna si era data del tempo, era consapevole
che alle ragazze piaceva sapere che ovunque andassero - Ingrid
aveva vissuto a Parigi e a Roma per buona parte del secolo
scorso, mentre Freya di recente aveva passato un sacco di
tempo a Manhattan - la madre sarebbe sempre stata al bancone
della cucina, a tagliare cipolle da mettere via, e che un giorno
finalmente sarebbero ritornate a casa da lei.
Terminò la parete ed esaminò il proprio lavoro. Aveva scelto
un pallido giallo narciso, con una sfumatura molto
Bouguereau: il colore del sorriso di una ninfa. Soddisfatta, si
dedicò a un'altra parete. Mentre pitturava con attenzione il
telaio della finestra, guardò il mare attraverso i pannelli di
vetro, verso Gardiners Island e Fair Heaven. Il subbuglio
intorno al fidanzamento di Freya era stato snervante, tutti gli
inchini e le cerimonie a quella madame Grobadan, la matrigna
di Bran, la quale non nascondeva di pensare che il ragazzo
fosse troppo per Freya. Joanna era contenta per la figlia, ma
anche preoccupata. Sua figlia si sarebbe davvero sistemata
quella volta? Sperava non si sbagliasse a proposito di Bran, che
fosse quello giusto, quello che aveva atteso per tutti quegli
anni.
Non che bisognasse per forza sposarsi. Joanna lo sapeva
bene. Aveva già fatto quell'esperienza. E si compiangeva solo
nei giorni in cui si sentiva come una vecchia piena di rughe con
il cuore secco come la polvere e con la pelle che non sfiorava
da troppo tempo quella di un uomo. Non che dovesse per forza
rimanere da sola, in paese c'erano diversi gentiluomini in là con
gli anni che avevano dichiarato che avrebbero gradito rendere
le sue notti meno solitarie. Tuttavia non era una vera e propria
vedova, e non era del tutto divorziata, il che significava che

non era libera e single come avrebbe desiderato. Era separata.
Quella era la parola giusta. Vivevano vite separate, e a lei
andava bene così.
Suo marito era stato un uomo buono, che aveva provveduto
a lei, la sua roccia nei momenti di bisogno. Ma non era stato in
grado di aiutarli durante la crisi, e per quello lei non l'aveva
mai perdonato. Chiaramente, non era lui il responsabile di tutta
quell'isteria e dello spargimento di sangue, ma non era stato
neanche in grado di fermare la sentenza del Consiglio, quando
il polverone si era calmato e il peggio era passato. Le sue
povere ragazze: vedeva ancora i profili dei loro corpi senza vita
nella luce del crepuscolo. Non l'avrebbe mai dimenticato, e
anche se le ragazze erano ritornate relativamente illese (se
illese significava l'essere state private dei propri poteri e
ammansite) non ebbe più il cuore di trovar spazio per lui nella
propria vita.
«Vero Gilly?» chiese, voltandosi verso il suo corvo
addomesticato Gillbereth, che era ben informato riguardo ai
suoi pensieri e che in quel momento era appollaiato sopra
l'orologio del nonno.
Gilly arruffò le ali e allungò il lungo collo nero verso la
finestra, e Joanna seguì il suo sguardo. Quando vide ciò che il
corvo voleva che vedesse, fece cadere il rullo, schizzando delle
gocce di vernice sul pavimento in pietra. Ci passò sopra lo
stivale, peggiorando la situazione.
Il corvo gracchiò.
«Va bene, va bene, andrò a vedere» disse, uscendo di casa
dalla porta sul retro e camminando dritta verso le dune.
Ovviamente, erano là: tre uccelli morti. Erano annegati;
avevano le piume macchiate e inzuppate, e la pelle intorno agli

artigli sembrava bruciata. I loro corpi formavano un orribile
croce in quel tratto incontaminato di spiaggia.
Joanna abbassò lo sguardo su quei piccoli corpi rigidi. Che
peccato. Che spreco. Erano uccelli molto belli. Grandi rapaci
dal petto immacolato e dai becchi d'ebano. Gli uccelli erano
originari di quella zona e ce n'era una grande colonia a
Gardiners Island, dove nidificavano proprio sulla spiaggia.
Quegli uccelli erano creature pericolose, predatori per
istinto, ma come tutte le creature selvagge, esposte alla marcia
del progresso e dello sviluppo.
Come le figlie, Joanna si sforzava di adattarsi ai limiti della
restrizione. Avevano stabilito di rispettarla in cambio della vita
immortale. Il Consiglio aveva confiscato le bacchette magiche
e quasi tutti i libri, bruciato i manici di scopa e sequestrato i
calderoni. Ma soprattutto, il Consiglio le aveva private della
comprensione di loro stesse. Avevano stabilito che non c'era
posto al mondo per loro con la magia, ma la realtà era che non
c'era posto anche senza magia.
Joanna iniziò a scavare con le dita la sabbia umida, e
seppellì con amore gli uccelli morti. Sarebbero state sufficienti
poche parole, il giusto incantesimo, per riportarli in vita, ma
chissà di che cosa l'avrebbe privata il Consiglio se solo avesse
tentato di esercitare una minima parte dei suoi eccezionali
poteri.
Quando ritornò a casa, scosse la testa alla vista della cucina.
C'erano padelle sporche ovunque, le ragazze avevano preso
l'abitudine di utilizzare ogni pezzo delle porcellane e
dell'argenteria su cui riuscivano a mettere le mani piuttosto che
far andare la lavastoviglie, così il lavandino e il bancone erano
sommersi da un ammasso disordinato di costosi e antichi piatti

di porcellana. La mensola delle ceramiche era quasi vuota. Se
le cose fossero andate avanti così, presto avrebbero mangiato
dai vassoi. Non andava bene. Uno si aspettava quel genere di
cose da Freya ovviamente, che era abituata al caos. Ingrid
aveva sempre un aspetto impeccabile e la biblioteca era
immacolata, ma non si poteva dir lo stesso delle sue abitudini
domestiche. Joanna aveva insegnato alle ragazze a essere dolci,
amabili, forti di carattere come in passato nei loro talenti
magici, e di conseguenza erano completamente inutili nelle
faccende domestiche.
Di certo, essendo la madre, non era del tutto priva di colpe
in questo. Dopotutto quella mattina avrebbe potuto fare le
pulizie invece di ridipingere il salone. Ma se le piaceva
rinnovare e rimodernare, detestava le faccende di tutti i giorni
che scandivano la vita domestica. O che quantomeno la
rendevano più igienica. Vide Siegfried, il gatto di Freya e di
famiglia, passare attraverso la gattaiola.
«Le ragazze hanno invitato un sacco di topi per te, non è
vero?» Sorrise, prendendolo e accarezzando la sua pelliccia
morbida. «Mi dispiace dirtelo, ma non andrà avanti per
molto, liebchen.»
Senza una bacchetta magica, la casa era perduta, pensò
Joanna. Se avesse potuto usare l'arte magica per pulire la casa,
non avrebbe avuto bisogno di una lavastoviglie. Suonarono alla
porta. Si pulì le mani sui jeans e corse ad aprire. Socchiuse la
porta e sorrise. «Gracella Alvarez?»
«Sì» disse sorridendo una donna minuta, dai capelli scuri,
che stava alla porta con un bambino.
«Bueno! Entri, entri pure» disse Joanna, spingendoli nella
sala dipinta a metà. «Grazie per essere venuti così in fretta.

Come vedete, abbiamo davvero bisogno di una mano, qui»
disse, guardando la casa come per la prima volta. Negli angoli
spuntavano gomitoli di polvere, sulle scale proliferavano
grandi sacchi di bucato, gli specchi erano così appannati che
era diventato impossibile vedersi.
Gli Alvarez erano stati caldamente raccomandati
dall'agenzia. Gracella avrebbe gestito la casa mentre suo marito
Hector si sarebbe preso cura dell'esterno, inclusa la piscina, il
terreno, il giardino, il tetto. Gracella spiegò che il marito stava
finendo un lavoro fuori città, ma che lo avrebbe incontrato quel
pomeriggio stesso. La famiglia sarebbe stata nel cottage sul
retro, e avevano portato in macchina la loro roba.
Joanna annuì. «E chi è questo cherubino?» chiese,
piegandosi per fare il solletico sulla pancia del bambino. Il
piccolo saltò via e agitò le braccia ridacchiando.
«Lui è Tyler.»
Spronato dalla madre, il bambino parlò. «Ho quattro anni»
disse lentamente, facendo dondolare i piedi. «Quattro. Quattro.
Quattro. Quattro.»
«Magnifico.» A Joanna venne in mente suo figlio, tanto
tempo prima. Si chiese se l'avrebbe mai più rivisto.
La maglia di Topolino di Tyler era macchiata e i suoi occhi
erano luminosi e allegri. Quando Joanna avanzò per stringergli
la mano, scappò via ma le permise di accarezzargli la testa.
«Piacere di conoscerti, Tyler Alvarez. Io mi chiamo Joanna
Beauchamp. Ora, mentre tua mamma si sistema, vuoi venire a
fare una passeggiata sulla spiaggia con me?»
Tyler passò il resto del pomeriggio a darsi un gran da fare.
Joanna lo guardava con affetto. Ogni tanto il bambino gettava
uno sguardo dietro di sé per vedere se era ancora là. Sembrò

affezionarsi subito a Joanna, come notò la madre prima di
lasciarlo andare alla spiaggia con lei. Quando si stancò di
correre, raccolsero le conchiglie. Lei trovò una conchiglia dalla
forma perfetta, che il bambino si portò subito all'orecchio. Rise
al suono e lei gli sorrise. Tuttavia, non poteva fare a meno di
sentirsi in apprensione, anche nella gioia di quella nuova
amicizia. Pulsava appena al di sotto di quel momento idilliaco,
sotto la superficie.
C'era qualcosa di strano nei tre uccelli morti sulla spiaggia
quella mattina, quelli che lei aveva seppellito a poca distanza,
ma Joanna non riusciva ad afferrare bene cosa. Erano una
minaccia? O un avvertimento? E perché? Rivolto a chi?

4
Ogni cosa che fa è magia
Fino all'autunno precedente, prima che venisse assunta una
certa barista dai capelli ricci, il North Inn era un posticino
sonnacchioso, il tipico pub senza pretese presso il quale la
gente del posto amava riunirsi per spettegolare e per incontrasi
senza dover combattere contro orde di ragazzini per avere un
tavolo. Passato il Giorno dei caduti, l'estate era ufficialmente
arrivata, e anche se il paese era sconosciuto e fuori mano, il
consueto flusso di turisti verso l'East End portava un buon
numero di visitatori entro i confini del paese, e diversi nuovi
locali avevano iniziato a rivolgersi a quelle folle, ma non il
North Inn. Le bevande alla spina erano forti e costavano poco,
e a parte una discreta vista del mare, non vi era granché d'altro.
Com'erano cambiate le cose. Era ancora un pub per gente
del posto, ma non era più tranquillo e silenzioso. Il posto, come
si suol dire, era scatenato. Sempre. C'era un grande juke-box
pulsante che suonava solo roba buona: quando il rock 'n' roll
era suonato da vere rockstar, un'altra specie in via d'estinzione
della nostra era. Gli uomini senza inibizioni in pantaloni
attillati che cantavano di donne, droghe e depravazione erano
stati consegnati alla parodia cinematografica o alla
disintossicazione nei reality. La vecchia spavalderia del rock
era ora di competenza esclusiva del rap, l'unico genere che
ancora celebrava il vizio in tutte le sue forme. I ragazzi con le

chitarre si erano dedicati a scrivere canzonette introspettive,
innocue e commoventi, ma che non facevano ballare nessuno.
A Freya piaceva il rap, ed era cosa nota che ogni tanto
ascoltasse a tutto volume gli ultimi successi gangster, ma al
North Inn preferiva i classici. Quelli inglesi: i Sex Pistols, i
Clash. Gli specialisti dell'opera rock anni '70: Queen, Yes, i
primi Genesis (era fondamentale: i Genesis guidati da Peter
Gabriel, non quelli inascoltabili di Phil Collins). Il metal: Led
Zeppelin, Deep Purple, Metallica. Il rock festaiolo: AC/DC.
Def Leppard. Motley Crue, se si sentiva un po' ironica. Da
quando era arrivata a lavorare al North Inn, il posto sparava
chitarre distorte e pezzi riempipista. Ma a paragone delle
bevande che serviva, la musica era quasi irrilevante.
La barista dai capelli rossi preparava dei cocktail perfetti:
Gin tonic pungenti e corroboranti, Dark and stormy deliziosi.
Ogni sera era una festa, e ogni sera terminava con i clienti che
ballavano sul bancone, senza pudore e ogni tanto senza vestiti.
Se arrivavi al North Inn da solo e triste, potevi andartene con
un nuovo amico o una sbornia, alle volte con entrambi.
Tuttavia, una settimana dopo la sua festa di fidanzamento, il
bar, come Freya, era un po' spento. Anche se la musica era
sempre forte e ad alto volume, aveva una triste eco di
sottofondo. I Rolling Stones cantavano Waiting on a
Friend: I'm not waiting for a lady, I'm just waiting on a
friend...' I cocktail erano insipidi e dolci, il Gin fizz non
frizzava, lo champagne era liscio, la birra diventava tiepida
dopo pochi minuti. Era come la festa di fidanzamento, ma
peggio. Era contenta che non ci fosse Ingrid a notarlo, non
voleva che la sorella diventasse ancora più sospettosa di quanto
già non fosse. Ciò che era successo con Killian quella sera era

stato un impulso del momento, ma adesso era finita e tutto
sarebbe andato a gonfie vele. Non bisognava farsi prendere dal
panico. Ma allora, come mai non riusciva a sognare nessun
altro all'infuori di Killian? E come mai le aveva invaso la
coscienza diventando il soggetto di ogni suo pensiero? Quando
chiudeva gli occhi vedeva il suo bel viso sopra di lei. Avrebbe
voluto scacciarlo. Avrebbe voluto scacciare lui. Se solo fosse
stato Killian a essere dall'altra parte del mondo e non il suo
amore.
Bran aveva chiamato poco prima, era arrivato sano e salvo
in Danimarca e si stava recando al convegno. Freya sapeva di
doversi abituare, fin dall'inizio le aveva spiegato che la sua vita
e il suo lavoro implicavano lunghi viaggi e assenze da casa, ma
stava progettando di prendersela più comoda dopo il
matrimonio. Sentire la sua voce l'aveva risollevata un po', ma il
suo cattivo umore continuò a crescere quando si appoggiò al
bancone a osservare l'arrivo dei clienti. Entrarono Dan Jerrods
e la sua nuova fidanzata Amanda Tumer e un'immagine balenò
nella mente di Freya: Dan teneva Amanda contro un muro,
ansimanti, l'uno avvinghiato all'altra, Amanda con la camicetta
sbottonata, Dan con i jeans alle caviglie. Risaliva a pochi
minuti prima che uscissero per venire al bar. La loro relazione
era appena iniziata, e il sesso era ancora il loro modo di
salutarsi. Freya di certo conosceva quel linguaggio.
Appena dietro alla coppia postcoito, c'era il sindaco Todd
Hutchinson (veemente masturbazione la sera prima di fronte al
computer), con un suo amico, il rozzo costruttore Blake Aland
(un confuso groviglio nella sua macchina la settimana
precedente: la visione era indistinta e sfocata, ma Freya avvertì
una certa frustrazione sessuale), quindi il buon reverendo con

sua moglie (un lampo di fruste di cuoio e maschere durante il
fine-settimana di festa). Alle volte Freya era frastornata da tutte
quelle informazioni. Avrebbe dovuto essersi abituata al suo
talento - si rifiutava di chiamarlo dono - e invece la
sorprendeva ancora. Quella era soltanto una delle
manifestazioni della sua natura, la capacità di vedere emozioni
intense, e non vedeva solo la passione sessuale o l'amore
romantico. Freya poteva leggere anche la rabbia impetuosa e
l'odio, il contrario dell'amore, per cosi dire: la furia omicida,
l'ansia opprimente. Nel corso dei secoli il suo talento si era
dimostrato molto utile. Anche se ve n'erano pochissimi, North
Hampton non era immune dai crimini. Quando avevano luogo,
di solito erano scandalosi e spettacolari, come l'agghiacciante
omicidio di una celebrità che era stata avvelenata alla propria
tavola, oppure tristi e insoliti, come quello di Bill e Maura
Thatcher. Quello stesso inverno li avevano trovati sulla
spiaggia, entrambi perdevano sangue dalla testa. Bill era morto
per le ferite, ma Maura era ancora in coma all'ospedale, in
terapia intensiva.
Freya aveva dato una mano a consegnare alla Giustizia
l'assassino della celebrità. Una colf rancorosa, che era una
cliente occasionale del bar, stava dietro all'omicidio
dell'ereditiera. Freya aveva visto con precisione come l'aveva
fatto, versando una goccia di veleno nello champagne,
togliendo il tappo con grande maestria. Aveva indirizzato la
polizia nella giusta direzione in modo che potessero montare il
caso. Gli investigatori trovarono una bottiglia di sostanza
tossica in possesso della colf, una prova schiacciante, una
conclusione del tutto inaspettata.

Era contenta di poter essere d'aiuto, di usare con discrezione
i suoi talenti naturali, in una maniera che, tecnicamente,
rientrava nella restrizione che le era stata imposta. In fin dei
conti non stava mettendo in pratica alcun incantesimo. Non
poteva evitare di vedere i moventi, le intenzioni e le colpe, e
poiché quasi tutti in città passavano dal North Inn Freya teneva
sotto controllo la vita della comunità. Sapeva sempre chi aveva
rubato dal registratore di cassa, o chi si era introdotto nel
punto, o chi aveva danneggiato la scuola pubblica. Se prima i
poliziotti erano scettici, poi non lo furono più, a parte
quell'investigatore che continuava a infastidirla per avere
spiegazioni relative alle sue intuizioni. E quindi era strano che
non avesse ancora idea di cosa fosse successo ai Thatcher, i
quali erano entrambi benvoluti. Forse la polizia aveva ragione,
era l'atto casuale di un vagabondo, un forestiero, ma il non
saperlo la deprimeva.
Servì da bere a Dan e Amanda. Sorrise alla coppia in luna di
miele (le prime due settimane di qualsiasi relazione erano luna
di miele per Freya). Le coppie aspettavano così tanto a
sposarsi, o vivevano insieme per anni, che la maggior parte
delle lune di miele avevano poca luna e poco miele. Il sesso, se
ve n'era, di solito non era niente di eccezionale, alla
missionaria. Molte coppie erano molto più eccitate dalle
lussuose camere d'albergo che dall'idea di vedere l'altro nudo.
Erano lontani i tempi in cui tremanti spose vergini si infilavano
sotto fredde lenzuola. Ecco perché Freya guardava con affetto
le coppie fresche. Erano la sua gente, gli adoratori del suo
tempio. Li benediceva con il sorriso e con consumazioni gratis.
Il reverendo e la moglie ordinarono una bottiglia di vino
passabile e Blake volle una birra. Posò le ordinazioni sul

bancone, quindi si rivolse all'ultimo cliente. «Cosa posso
portarle, signore?» chiese al sindaco.
«Whisky, liscio, grazie Freya.»
«Certo signor sindaco» disse. Todd Hutchinson era giovane,
viscido e ambizioso. Aveva grandi progetti per North Hampton,
ed era stato rieletto grazie alla campagna di donazioni di
persone come Blake Aland. Il giovane sindaco era popolare in
paese, anche se Freya sapeva che sua sorella Ingrid non era una
sua sostenitrice da quando aveva avuto il sentore che lui
avrebbe proposto dì vendere la biblioteca. Povera Ingrid, non
c'era niente che avrebbe potuto fare se la proposta fosse stata
approvata.
A differenza di Ingrid, Freya non aveva nulla contro Todd,
che era sempre gentile e lasciava mance generose. Era sposato
con una giornalista locale, la quale si diceva che fosse in
procinto di passare sul circuito nazionale. Forse per quello
aveva dovuto far ricorso al porno online. Due carriere
importanti implicavano che le coppie avessero poco tempo
l'uno per l'altra. Freya gli porse il whisky e si voltò.
«Che c'è stasera? E così tranquillo per essere venerdì» disse
il suo capo, Sal McLaughlin, che aveva avuto in eredità il
North Inn dal fratello andato in pensione. Sal era un uomo
allegro di una settantina d'anni, con sopracciglia sinuose e una
risata sonora. Aveva assunto Freya su due piedi e si comportava
come un nonno onorario. Sal tossì rumorosamente nel suo
fazzoletto e ansimò.
«Stai bene? Sembrava bello grosso eh?» lo stuzzicò, mentre
Sal si soffiava di nuovo il naso facendo un gran baccano.
«Allergia» disse alzando le spalle. «Dev'essere cambiato il
tempo.» Si asciugò il naso e sospirò, gli lacrimavano gli occhi.

«Mi colpisce sempre a giugno.» Il passaggio da una primavera
piovosa a un'estate umida era stato brusco, l'aria era spessa e
pesante, ancor più del normale. E di solito il caldo non era mai
così opprimente e afoso a inizio stagione.
«Sembra un funerale. Chi è morto?» Sal scherzò,
accendendo l'aria condizionata.
Freya si strinse nelle spalle. Sapeva bene che era la sua
energia a causare la cupezza, ma non riusciva a evitarlo. Era un
giorno di pausa. Non ci si poteva mica aspettare che si facesse
sempre festa, no? Una mano si agitò e Freya si spostò verso
l'altro lato del bancone a forma di U, dove Becky Bauman
stava ingollando Martini come fosse acqua. «Un altro?» chiese
Freya.
«Oh, perché no» sospirò Becky fissando il marito che
amoreggiava con la sua nuova compagna, dall'altra parte del
bancone. Becky e Ross di recente si erano separati. Non erano
stati sposati a lungo, ma avevano un bambino di sei mesi, e
Freya vide che una nuvola nera aveva oscurato l'amore che una
volta li teneva insieme, dato che la stanchezza e la mancanza di
sonno li aveva portati a discussioni infinite e a litigi che
lasciavano entrambi più tristi e insoddisfatti, fino a quando
Ross non ne aveva avuto abbastanza e se n'era andato di casa.
Ross in quel momento era impegnato in una fitta
conversazione con Natasha Mayles, un'ex modella che era una
delle troppo del paese: troppo ricca, troppo carina, troppo
difficile. Troppo per qualsiasi uomo che volesse avvicinarsi a
dir la verità. Le Natasha Mayles di questo mondo di sicuro
pensavano troppo a sé stesse per sistemarsi con qualcuno. Era
incredibile quello che stava facendo con Ross Bauman, che non
era ancora divorziato.

«Cosa ci è successo?» chiese Becky, mentre guardava Freya
preparare il suo cocktail. «Lo odio. Davvero. Non so cosa
farci.»
Freya colse il lampo di un'immagine: un'ennesima lite,
questa volta veemente e intensa, che culmina in una violenza
inedita: braccia che si agitano, il bimbo che piange, una spinta
giù dalle scale... Si voltò, esitante. A differenza di quello che
sua madre e sua sorella credevano, davvero non faceva niente
ai drink, a parte renderli più buoni, un effetto collaterale del
fatto che era lei a farli. Tutto quello che Freya cucinava o
preparava aveva un sapore delizioso, una conseguenza del suo
patrimonio di magia.
Ma la scena orribile a cui aveva appena assistito - e non
aveva capito esattamente chi fosse in pericolo, Becky, Ross o
loro figlio, l'immagine non rivelava abbastanza - la fece
pensare. Forse se non vi fosse stato un rimasuglio di amore fra
loro due, Freya non avrebbe mai preso in considerazione quello
che stava per fare. Ma c'era. Vide che i due, quando pensavano
che l'altro non stesse guardando, si lanciavano sguardi di
nascosto. Inoltre, Natasha Mayles non andava per niente bene
per Ross. Era solita entrare al North Inn piena di boria, con il
suo accento altezzoso e il suo atteggiamento annoiato, quasi
europeo.
A ogni modo era davvero una regola stupida, perché non
potevano usare la magia? Perché no? Soltanto perché delle
ragazze sciocche avevano mentito? E quindi un paio di cagne
bugiarde avevano avuto il permesso di rovinare per sempre le
loro vite? Freya non avrebbe mai dimenticato il modo in cui
quelle orribili ragazze avevano imbastito le loro invenzioni, le
loro scenate folli nell'aula di tribunale, la lista crescente di

sospetti, i carri che avevano condotto le condannate alla forca
di Gallows Hill. Era stata così cieca e testarda! Aveva dato per
scontato che nessuno avrebbe creduto alle loro accusatrici, che
nessun sano di mente avrebbe pensato che lei e Ingrid fossero
state capaci di una tale malvagità. Oltre al danno, la beffa: la
sua stessa famiglia, il Consiglio, dopo tutto quello che avevano
passato, dopo le punizioni durissime, le aveva private dei loro
poteri. Bene, ne aveva abbastanza. Era stanca di avere paura.
Stanca di sentirsi inutile. Stanca di provare a far finta di essere
qualcosa che non era. Stanca di nascondere la sua luce in un
angolo. Sotto un paralume, dietro una tenda, in una stanza
buia. Stanca.
Freya Beauchamp era fatta di magia. Senza magia era
soltanto una barista. Aveva fatto la brava per così tanto tempo,
come tutte loro, ma perché? Davvero, qual era il punto della
questione? Era uno spreco di talento, dovevano davvero vivere
nell'ombra e scomparire? Comportarsi come persone normali
per il resto delle loro vite immortali?
Freya pensò a tutto quello a cui avevano rinunciato: ad
esempio volare; si ricordava ancora come ci si sentiva a
sfrecciare nel cielo, il vento tra i capelli. Le mancavano anche
le capriole notturne nei boschi, i potenti rituali che erano tabù,
ora che 'pagano' era diventata una brutta parola. Il mondo si era
evoluto, ovviamente, ce lo si poteva aspettare, forse sarebbe
accaduto lo stesso anche senza la restrizione, ma non
l'avrebbero mai saputo. Come il resto della sua famiglia, era
bloccata da questa parte del ponte, senza alcuna possibilità di
tornare a casa.
Prese la decisione. Toccò il bicchiere di birra di Ross e
aggiunse un pizzico di radice di zenzero e scorza di limone.

Quindi lo mescolò con la cannuccia rossa del cocktail di Becky.
Per un attimo la pinta di birra divenne di un'accesa tonalità
rosa. Bene, quello era decisamente contro le regole, quel
piccolo intruglio che aveva preparato, quella piccola pozione
d'amore. Certo, aveva praticato un po' di magia prima, qui e là:
per esempio a New York, quel ragazzo che aveva curato,
l'amico del vampiro. Ma era successo all'East Village, dove, ne
era abbastanza certa, la piccola, insignificante magia che aveva
praticato era stata abilmente nascosta e assorbita dall'energia
cinetica della città.
Quella volta era diverso, diverso anche dai piccoli indizi che
aveva fornito alla polizia per risolvere casi. Quella era la prima
volta che preparava una pozione d'amore negli ultimi... Be',
erano passati così tanti anni, chi teneva più il conto? Inoltre,
era davvero un peccato che una coppia del genere si perdesse, e
rabbrividì al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere
non agendo: quella lite terribile, un bambino che cresceva
senza genitori, uno morto, l'altro in galera. Freya rese più forti
le bevande che stava per servire. Non doveva accadere. Tutto
quello di cui avevano bisogno era un aiuto per superare
l'ostacolo. Avevano solo bisogno di qualcosa che ricordasse
loro perché si erano messi insieme all'inizio. Mise il Martini di
fronte a Becky e la birra davanti a Ross. «Salute!» disse loro,
alzando il bicchiere.
«Alla nostra» borbottò Becky. Probabilmente era
imbarazzata di essersi aperta così tanto con Freya prima.
«Cin cin» fece Ross all'indirizzo di Becky dall'altra parte del
bancone. Fece un bel sorso dal bicchiere, e per un attimo la
faccia gli diventò grigia e sembrò che dovesse star male o
vomitare. Freya sentì un tremito ai nervi. E se avesse sbagliato

a mescolarlo? E se in qualche maniera lo avesse avvelenato? E
se avesse dimenticato le giuste quantità da mettere nell'elisir?
Si affrettò al suo fianco, sperando fosse ancora in tempo per
dargli un antidoto, quando il colore gli tornò sulle guance e
fece un grande sospiro. «Che cosa c'è qui dentro?» chiese a
Freya.
«Perché? C'è qualcosa che non va?» domandò, cercando di
non preoccuparsi troppo.
«Non c'è niente che non va! È buonissimo!» affermò, e lo
buttò giù con un'unica grande sorsata. Quando ebbe finito,
sembrò che gli occhi gli si illuminassero, e guardò sua moglie
dall'altra parte del bancone con il volto pieno di meraviglia,
innamorandosi di nuovo di lei. Becky ricambiò esitante il
sorriso, e in pochi minuti i due iniziarono a ridacchiare, e
quindi si sbellicarono dalle risate, mentre Natasha sembrava
confusa e imbronciata. A quel punto Ross chiese scusa alla
ragazza con cui era uscito, andò da sua moglie e le diede un
bacio piegandola all'indietro, come quello di Times Square per
la fine della Seconda guerra mondiale. Natasha se ne andò
stizzita pestando i piedi.
Freya tirò un sospiro di sollievo. Dopo pochi minuti
sorrideva sorniona. La pozione aveva funzionato. Si ricordava
ancora perfettamente come prepararle. In un attimo la musica
del juke-box prese vita: Axl Rose con voce stridula urlò una
canzone d'amore: Sweet Child O' Mine.
She's got a smile that it seems to me...
Reminds me ofchildhood memories...
La musica, appassionata e lasciva, iniziò a riempire la notte
e le ragazze afferrarono le mani dei loro ragazzi per portarli
sulla pista davanti al juke-box. Dan e Amanda iniziarono a fare


Documenti correlati


Documento PDF melissa de la cruz the beauchamp family 01 le streghe di east end by agartha
Documento PDF streghe
Documento PDF gems catalogue 2012 2013 low
Documento PDF portfoliomelissamagnoli
Documento PDF abolition of exequatur provisional paper libre
Documento PDF il sentiero della dea


Parole chiave correlate