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Nuovo Codice deontologico .pdf



Nome del file originale: Nuovo Codice deontologico.pdf
Titolo: NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
Autore: SALVATORE

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NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
NUOVO CODICE DEONTOLOGICO FORENSE 2014
(* Riferimenti alla Relazione Illustrativa della bozza del Codice Deontologico *)
E’ di immediata percezione una struttura più snella, sintetica e moderna rispetto al precedente testo.
È scomparsa la distinzione tra regola e canoni applicativi, a favore di una più comprensibile
suddivisione degli articoli in commi.
Il nuovo testo, che si compone di 73 articoli raccolti in sette titoli (a fronte dei cinque del codice
previgente), mira a tutelare l’interesse pubblico al corretto esercizio della professione e a
sottolineare la vocazione pubblicistica delle norme: ciò è principalmente testimoniato dall’inversione
dell’ordine tra il titolo relativo ai “Rapporti con il cliente e la parte assistita” (anticipato al Titolo II) e
quello sui “Rapporti con i colleghi” (che viene invece spostato al terzo posto) e dal fatto che
conquistano una posizione di rilievo, rispetto alla versione precedente, le norme che
regolamentano i rapporti con la clientela.
Nuova è l’introduzione di uno specifico titolo sui “Doveri dell’avvocato nel processo” (Titolo IV),
che riunisce tutte le regole attinenti alla funzione difensiva, e del Titolo VI che disciplina in via
autonoma i “Rapporti con le istituzioni forensi”, prevedendo peraltro una nuova norma che
sanziona sonoramente le irregolarità in sede di esame di abilitazione (art. 72).
Il Titolo I, contenente i “Principi generali”, contiene esclusivamente disposizioni di carattere generale
che individuano i principi ai quali l’attività dell’avvocato deve uniformarsi (tra gli altri probità, dignità,
decoro e indipendenza, fedeltà, diligenza, riservatezza, competenza, dovere di aggiornamento
professionale, dovere di adempimento fiscale, previdenziale, assicurativo e contributivo), e non
individua più ipotesi di violazioni specifiche.
Una della maggiori novità del Codice è relativa alle sanzioni; in ossequio al principio di tipizzazione,
sono espressamente previste sia le possibili sanzioni (avvertimento, censura, sospensione e radiazione)
sia le ipotesi di attenuazione e di aggravamento delle stesse (art. 22).
Tra le novità più rilevanti si segnalano quelle in tema di compensi e di doveri informativi.
Il nuovo art. 25, dopo aver affermato la assoluta libertà nella pattuizione dei compensi (fermo il
divieto di richiedere compensi o acconti manifestamente sproporzionati all’attività svolta o da svolgere
ex art. 29, comma 4), specifica che “è ammessa la pattuizione a tempo, in misura forfettaria, per convenzione avente
ad oggetto uno o più affari, in base all’assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o
prestazioni o per l’intera attività, a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene il destinatario
della prestazione, non soltanto a livello strettamente patrimoniale”. Inoltre la stessa disposizione prevede adesso
un divieto espresso del cd. patto di quota lite, la cui violazione è sanzionata in modo alquanto
pesante con la sospensione da due a sei mesi.
Per quanto riguarda i doveri di informazione verso i clienti, la norma di riferimento è l’art. 27, il
quale obbliga l’avvocato a fornire una serie di notizie e di elementi ulteriori rispetto al passato: è infatti
previsto che l’avvocato “deve informare il cliente e la parte assistita sulla prevedibile durata del processo e sugli oneri
ipotizzabili; deve inoltre, se richiesto, comunicare in forma scritta, a colui che conferisce l’incarico professionale, il
prevedibile costo della prestazione […]; deve informare la parte assistita chiaramente e per iscritto della possibilità di
avvalersi del procedimento di mediazione previsto dalla legge e deve altresì informarla dei percorsi alternativi al contenzioso
giudiziario, pure previsti dalla legge é [...]; deve rendere noti gli estremi della propria polizza assicurativa[...]; deve
informare il cliente e la parte assistita sullo svolgimento del mandato a lui affidato e deve fornire loro copia di tutti gli atti
e documenti”.

NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
Il Nuovo Codice deontologico promuove la correttezza dei comportamenti degli avvocati fuori e
dentro il processo, tutelando l’interesse pubblico al corretto esercizio della professione.
Secondo i “principi generali” del Codice, infatti, l’ avvocato sarà caratterizzato da indipendenza e
autonomia e osserverà le regole di una leale concorrenza; deve escludere conflitti di interesse con il
cliente/parte assistita; garantire diligenza (qualità della prestazione) e competenza, aggiornamento e
formazione continua; deve adempiere ad ogni onere fiscale, previdenziale, assicurativo, contributivo.
Non può rifiutare l’incarico “d’ufficio” né se in patrocinio a spese dello stato.
Fornisce informazioni sull’attività professionale coerenti con lo scopo di tutelare l’affidamento della
collettività. Può indicare la proprie specializzazioni ma non utilizzerà messaggi denigratori e suggestivi.
Nei rapporti con la stampa si ispirerà a equilibrio e misura e sempre e solo nell’interesse della parte
assistita/cliente.
Nel contempo il nuovo codice assicura agli avvocati la conoscibilità preventiva delle condotte
tendenzialmente rilevanti disciplinarmente e le sanzioni collegate.
Queste “garanzie” sono la conseguenza del principio di tendenziale tipizzazione degli illeciti
disciplinari e della previsione di sanzioni.
Principali novità
Di rilievo è l’inversione, rispetto all’attuale codice, tra il titolo II ( Rapporti con i colleghi) ed il III
(Rapporti con il cliente e la parte assistita) nel senso di dare precedenza a quest’ultimo, proprio a
sottolineare la vocazione pubblicistica delle norme.
Sono inoltre introdotti due nuovi titoli dedicati ai Doveri dell’avvocato nel processo e ai Rapporti
con le istituzioni forensi. Il primo riunisce tutte quelle previsioni deontologiche che attengono alla
tipicità della funzione difensiva e che risultavano in qualche modo presenti in diverse parti dell’attuale
codice.
Il secondo crea un presidio disciplinare al rafforzamento che vi è stato del rapporto
avvocato/istituzione nell’ambito della legge n. 247/12.
Sanzioni
Sono quattro: avvertimento, censura, sospensione, radiazione .
Oggi fattispecie prevede una sanzione e un meccanismo di aggravamento e di attenuazione in relazione
alla maggiore o minore gravità del fatto contestato. Nella determinazione della sanzione in concreto
dovrà tenersi conto anche del pregiudizio della parte assistita, del cliente, della compromissione della
vita professionale e dei precedenti.
Le regole deontologiche più rilevanti
Fissati i principi generali, questi sono articolati ed esplicitati in fattispecie nella parte, per così
dire,“speciale” del codice, presidiate ciascuna da una sanzione.
Rapporti con i clienti e parte assistita
Viene scandito il momento della nascita del rapporto professionale con la libera pattuizione del
compenso (salvo il divieto di patto di quota lite) e con i nuovi obblighi informativi (prevedibile
durata causa-oneri- preventivo scritto se richiesto- estremi della polizza assicurativa-possibilità di
avvalersi della mediazione e di tutti gli altri sistemi alternativi previsti per legge e di poter accedere se del
caso, al patrocinio a spese dello Stato. L’avvocato non deve consigliare azioni inutilmente gravose e
deve emettere documento fiscale ad ogni versamento ricevuto. Non deve subordinare l’adempimento
di prestazioni professionali al riconoscimento da parte del cliente /assistito del diritto a trattenere parte
delle somme riscosse per suo conto. Viene rafforzato il riserbo e il segreto professionale.

NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
Viene ribadito il divieto di accaparramento di clientela, che si articola anche nella rilevanza
disciplinare del fornire omaggi o prestazioni in luoghi pubblici o in luoghi dove per ragioni varie si
raccolgono persone; né è possibile offrire prestazioni al domicilio degli utenti o personalizzate.
Una corretta informazione prevede che l’avvocato fornisca informazioni sulla propria attività
professionale rispettando i doveri di verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo
in ogni caso riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale. Non sono ammesse
informazioni comparative né equivoche, ingannevoli, denigratorie, suggestive o che contengano
riferimenti a titoli, funzioni o incarichi non inerenti l’attività professionale né l’indicazione di nominativi
di professionisti non direttamente o organicamente collegati con lo studio dell’avvocato.
L’informazione è ammessa con ogni mezzo, ma il sito web deve avere dominio proprio senza reindirizzamento, direttamente riconducibile all’avvocato, allo studio legale associato o alla società di
avvocati alla quale partecipi, previa comunicazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza della forma
e del contenuto del sito stesso.
Il titolo di professore potrà essere speso solo in caso di docenza universitaria in materie giuridiche; il
praticante dovrà indicare per esteso il titolo “praticante avvocato” eventualmente “abilitato al
patrocinio”.
Rapporti tra colleghi
In generale si rafforza il rapporto di colleganza anche con i collaboratori di studio. L’avvocato dovrà
favorirne la crescita formativa, compensandone in maniera adeguata la collaborazione, tenendo conto
dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio. Ai praticanti dovrà assicurare l’effettività e la
proficuità della pratica forense e, fermo l’obbligo del rimborso delle spese, riconoscergli, dopo il primo
semestre di pratica, un compenso adeguato.
Doveri dell’avvocato nel processo
Dovere di difesa e rapporti di colleganza sono le direttive principali di questo titolo. Nel caso di
processi con più parti l’avvocato deve astenersi dall’ assumere la difesa di più indagati/imputati che
abbiano reso dichiarazioni accusatorie nei confronti di altri indagati/imputati nel medesimo processo; e
rinunciare al mandato se ha notizia di prove o documenti falsi prodotti in giudizio dalla parte assistita.
Dignità e reciproco rispetto nei rapporti con i magistrati, ma anche con arbitri, conciliatori, mediatori e
periti e consulenti tecnici.
Tra i doveri degli avvocati c'è anche quello di competenza: dovrà quindi valutare e nel caso rifiutare
assistenza nel caso non sia esperto della materia per la quale si richieda un parere o vera e propria
assistenza in giudizio. Non solo, nel corso dei primi colloqui con il cliente il professionista è tenuto a
informare degli iter alternativi, come la mediazione familiare e le altre forme di conciliazione previste
dal codice.
In caso di violazione delle regole deontologiche del proprio legale il cliente potrà rivolgersi all'Ordine
che a sua volta, dopo aver svolto un'istruttoria e ascoltato tutte le parti, potrà comminare una sanzione
che va dall'avvertimento alla radiazione dall'albo nei casi più gravi.
E proprio sul fronte delle sanzioni il nuovo codice ha "recepito" la legge 247/2012 che ha previsto la
tipizzazione degli illeciti disciplinari con l'indicazione delle sanzioni, ma anche un meccanismo di
aggravamento o di attenuazione in base alla gravità del fatto.
TUTELA DEL MINORE
E’ stata inserita una norma dedicata all’ascolto del minore per assicurare la maggior correttezza in un
ambito particolarmente delicato e l’incompatibilità ad assumere la difesa di uno dei genitori se in
precedenza si è assistito il minore per le medesime questioni familiari.

NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
Nuove facoltà. Anche nuove facoltà- come la notifica in proprio- o nuovi sistemi organizzativi
conteranno su un presidio disciplinare ad hoc per favorirne l’applicazione.
RAPPORTI CON LE ISTITUZIONI FORENSI
Si segnala l’ obbligo di collaborazione dell’avvocato iscritto ma soprattutto viene sanzionata
pesantemente l’ attività volte a favorire candidati durante l’esame di abilitazione, soprattutto da parte
dell’avvocato-commissario d’esame.
Pubblicità. Le nuove norme replicano quelle precedenti, confermando che non si potrà più far
riferimento al costo delle prestazioni utilizzandolo come veicolo per acquisire clientela facendo leva
sulla possibilità di risparmiare.
Inoltre, si chiarisce che la pubblicità non deve essere anonima, ma il professionista deve sempre
identificarsi con il proprio nome, spendendo la propria fama (se c’è) ed i propri titoli.
Quindi è vietato propagandare servizi legali in modo generico e senza nomi (il nostro staff di esperti
avvocati; un esercito di avvocati; ecc.); nonché propagandare, da parte di società, servizi legali a prezzi
scontatissimi, non soltanto per la viltà del prezzo (pareri a 20 euro, ma solo per oggi), quanto perché
l’avvocato resta anonimo nella fase dell’offerta e viola anche il codice deontologico sotto altro profilo,
utilizzando un agente che ovviamente incasserà una percentuale del compenso.

NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
CODICE DEONTOLOGICO FORENSE
(Approvato dal Consiglio nazionale forense nella seduta del 31 gennaio 2014)
TITOLO I
PRINCIPI GENERALI
Si è ritenuta una più appropriata confezione del titolo I riservato ai “principi generali” (concetti, nozioni e principi) con
una separazione, frutto non di una cesura bensì di una saldatura, tra quelli e le “parti speciali” di cui ai titoli II, III,
IV, V e VI che seguono e che sono più specificamente riservate alle “norme incriminatrici”, queste ultime articolate ora in
commi ed accompagnate ognuna dalla espressa indicazione della sanzione applicabile. In questo ambito si è ritenuto
opportuno anche sopprimere l’incipit del codice nella forma del “preambolo” (che nel 1997 riprendeva l’esempio del codice
europeo) senza mandarne disperso il contenuto che andava però in parte corretto, attualizzato e reso coerente con le
previsioni di principio della legge ordinamentale; al di là della opportunità di adottare o meno un preambolo (ne discussero
molto anche i padri costituenti per la nostra carta fondamentale, poi rinunciandoci) è apparso più funzionale alla nuova
impronta del codice, e tenuto conto che, a differenza del 1997, oggi abbiamo il nuovo ordinamento professionale che già
scolpisce ed individua la “missione” dell’avvocato, l’incipit diretto con l’art.1 dei principi generali (sulla cui rubrica si è
discusso – la traduzione della terminologia adottata in sede europea è resa appunto con “la missione dell’avvocato”privilegiando quella che figura nel testo e che nella sua asciutta assolutezza ha riscosso maggior favore).

Il titolo I costituisce la parte generale del codice che segna il quadro ed il perimetro in cui si cala la parte speciale

articolata nei successivi sei titoli che alla parte generale ovviamente si raccordano; si è cercato di conferire ai principi
generali, anche nella successione delle disposizioni, quella organicità e coerenza che spesso, ad un’attenta lettura,
risultavano deficitarie nella conformazione del codice attualmente in vigore. Così, se i primi 8 articoli attengono all’essenza
stessa della figura dell’avvocato ed agli aspetti più squisitamente di impianto, sotto il profilo soggettivo ed oggettivo, della
responsabilità deontologica, l’art. 9, come già accennato, riproduce la “valvola” collegata alla norma di chiusura contenuta
nelle legge forense (art. 3 comma 2) con il mantenimento e la valorizzazione, tra gli altri, dei principi di dignità e decoro
della professione che, con quelli poi ripresi ed enunciati negli artt. da 10 a 19, completano quello che, da sempre, costituisce
e deve costituire il naturale corredo deontologico dell’avvocato.
Art. 1 – L’avvocato
1. L’avvocato tutela, in ogni sede, il diritto alla libertà, l’inviolabilità e l’effettività della difesa,
assicurando, nel processo, la regolarità del giudizio e del contraddittorio.
2. L’avvocato, nell’esercizio del suo ministero, vigila sulla conformità delle leggi ai principi della
Costituzione e dell’Ordinamento dell’Unione Europea e sul rispetto dei medesimi principi, nonché
di quelli della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, a
tutela e nell’interesse della parte assistita.
3. Le norme deontologiche sono essenziali per la realizzazione e la tutela dell'affidamento della
collettività e della clientela, della correttezza dei comportamenti, della qualità ed efficacia della
prestazione professionale.
Art. 2 – Norme deontologiche e ambito di applicazione
1. Le norme deontologiche si applicano a tutti gli avvocati nella loro attività professionale, nei reciproci
rapporti e in quelli con i terzi; si applicano anche ai comportamenti nella vita privata, quando ne risulti
compromessa la reputazione personale o l’immagine della professione forense.
2. I praticanti sono soggetti ai doveri e alle norme deontologiche degli avvocati e al potere disciplinare
degli Organi forensi.
Art. 3 – Attività all’estero e attività in Italia dello straniero
1. Nell’esercizio di attività professionale all’estero l’avvocato italiano deve rispettare le norme
deontologiche interne, nonché quelle del Paese in cui viene svolta l’attività.

NUOVO CODICE DEONTOLOGICO 2014
2. In caso di contrasto fra le due normative prevale quella del Paese ospitante, purché non confliggente
con l’interesse pubblico al corretto esercizio dell’attività professionale.
3. L’avvocato straniero, nell’esercizio dell’attività professionale in Italia, è tenuto al rispetto delle
norme deontologiche italiane.
Art. 4 – Volontarietà dell’azione
1. La responsabilità disciplinare discende dalla inosservanza dei doveri e delle regole di condotta
dettati dalla legge e dalla
deontologia, nonché dalla coscienza e volontà delle azioni od omissioni.
2. L’avvocato, cui sia imputabile un comportamento non colposo che abbia violato la legge penale,
è sottoposto a procedimento disciplinare, salva in questa sede ogni autonoma valutazione sul fatto
commesso.
Art. 5 – Condizione per l’esercizio dell’attività professionale
L’iscrizione agli albi costituisce condizione per l’esercizio dell’attività riservata all’avvocato.
Art. 6 – Dovere di evitare incompatibilità
1. L’avvocato deve evitare attività incompatibili con la permanenza dell’iscrizione all'albo.
2. L'avvocato non deve svolgere attività comunque incompatibili con i doveri di indipendenza,
dignità e decoro della professione forense.
Art. 7 – Responsabilità disciplinare per atti di associati, collaboratori e sostituti
L’avvocato è personalmente responsabile per condotte, determinate da suo incarico, ascrivibili a
suoi associati, collaboratori e sostituti, salvo che il fatto integri una loro esclusiva e autonoma
responsabilità.
Art. 8 - Responsabilità disciplinare della società
1. Alla società tra avvocati si applicano, in quanto compatibili, le norme del presente codice.
2. La responsabilità disciplinare della società concorre con quella del socio quando la violazione
deontologica
commessa da quest’ultimo è ricollegabile a direttive impartite dalla società.
Art. 9 – Doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza
1. L’avvocato deve esercitare l’attività professionale con indipendenza, lealtà, correttezza, probità,
dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo costituzionale e sociale della
difesa, rispettando i principi della corretta e leale concorrenza.
2. L’avvocato, anche al di fuori dell’attività professionale, deve osservare i doveri di probità, dignità
e decoro, nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense.
Art. 10 – Dovere di fedeltà
L’avvocato deve adempiere fedelmente il mandato ricevuto, svolgendo la propria attività a tutela
dell’interesse della parte assistita e nel rispetto del rilievo costituzionale e sociale della difesa.
Art. 11 – Rapporto di fiducia e accettazione dell’incarico
1. L’avvocato è libero di accettare l’incarico.
2. Il rapporto con il cliente e con la parte assistita è fondato sulla fiducia.
3. L’avvocato iscritto nell’elenco dei difensori d’ufficio, quando nominato, non può, senza
giustificato motivo, rifiutarsi di prestare la propria attività o interromperla.
4. L’avvocato iscritto nell’elenco dei difensori per il patrocinio a spese del
lo Stato può rifiutare la nomina o recedere dall’incarico conferito dal non abbiente solo per giustificati
motivi.

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Art. 12 – Dovere di diligenza
L’avvocato deve svolgere la propria attività con coscienza e diligenza, assicurando la qualità della
prestazione professionale.
Art. 13 – Dovere di segretezza e riservatezza
L’avvocato è tenuto, nell’interesse del cliente e della parte assistita, alla rigorosa osservanza del
segreto professionale e al massimo riserbo su fatti e circostanze in qualsiasi modo apprese
nell’attività di rappresentanza e assistenza in giudizio, nonché nello svolgimento dell’attività di
consulenza legale e di assistenza stragiudiziale e comunque per ragioni professionali.
Art. 14 – Dovere di competenza
L’avvocato, al fine di assicurare la qualità delle prestazioni professionali, non deve accettare
incarichi che non sia in grado di svolgere con adeguata competenza.
Art. 15 – Dovere di aggiornamento professionale e di formazione continua
L’avvocato deve curare costantemente la preparazione professionale, conservando e accrescendo le
conoscenze con particolare riferimento ai settori di specializzazione e a quelli di attività prevalente.
Art. 16 – Dovere di adempimento fiscale, previdenziale, assicurativo e contributivo
1. L’avvocato deve provvedere agli adempimenti fiscali e previdenziali previsti dalle norme in
materia.
2. L’avvocato deve adempiere agli obblighi assicurativi previsti dalla legge.
3. L’avvocato deve corrispondere regolarmente e tempestivamente i contributi dovuti alle Istituzioni
forensi.
Art. 17 – Informazione sull’esercizio dell’attività professionale
1. È consentita all’avvocato, a tutela dell’affidamento della collettività, l’informazione sulla propria
attività professionale, sull’organizzazione e struttura dello studio, sulle eventuali specializzazioni e
titoli scientifici e professionali posseduti.
2. Le informazioni diffuse pubblicamente con qualunque mezzo, anche informatico, debbono essere
trasparenti, veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non denigratorie o suggestive e non
comparative.
3. In ogni caso le informazioni offerte devono fare riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione
professionale.
Art. 18 – Doveri nei rapporti con gli organi di informazione
1. Nei rapporti con gli organi di informazione l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e
misura, nel rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza; con il consenso della parte assistita, e
nell’esclusivo interesse di quest’ultima, può fornire agli organi di informazione notizie purché non
coperte dal segreto di indagine.
2. L'avvocato è tenuto in ogni caso ad assicurare l’anonimato dei minori.
Art. 19 -Doveri di lealtà e correttezza verso i colleghi e le Istituzioni forensi
L’avvocato deve mantenere nei confronti dei colleghi e delle Istituzioni forensi un comportamento
ispirato a correttezza e lealtà.
Art. 20 - Responsabilità disciplinare
La violazione dei doveri di cui ai precedenti articoli costituisce illecito disciplinare perseguibile
nelle ipotesi previste nei titoli II, III, IV, V, VI di questo codice.
Art. 21 - Potestà disciplinare
1. Spetta agli Organi disciplinari la potestà di applicare, nel rispetto delle procedure previste dalle

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norme, anche regolamentari, le sanzioni adeguate e proporzionate alla violazione deontologica
commessa.
2. Oggetto di valutazione è il comportamento complessivo dell’incolpato; la sanzione è unica anche
quando siano contestati più addebiti nell’ambito del medesimo procedimento.
3. La sanzione deve essere commisurata alla gravità del fatto, al grado della colpa, all’eventuale
sussistenza del dolo ed alla sua intensità, al comportamento dell’incolpato, precedente e successivo al
fatto, avuto riguardo alle circostanze, soggettive e oggettive, nel cui contesto è avvenuta la violazione.
4. Nella determinazione della sanzione si deve altresì tenere conto del pregiudizio eventualmente
subito dalla parte assistita e dal cliente, della compromissione dell’immagine della professione
forense, della vita professionale, dei precedenti disciplinari.
Art. 22 – Sanzioni
1. Le sanzioni disciplinari sono:
a) Avvertimento: consiste nell’informare l’incolpato che la sua condotta non è stata conforme alle
norme deontologiche e di legge, con invito ad astenersi dal compiere altre infrazioni; può essere
deliberato quando il fatto contestato non è grave e vi è motivo di ritenere che l’incolpato non
commetta altre infrazioni.
b) Censura: consiste nel biasimo formale e si applica quando la gravità
dell’infrazione, il grado di responsabilità, i precedenti dell’incolpato e il suo comportamento successivo
al fatto inducono a ritenere che egli non incorrerà in un’altra infrazione.
c) Sospensione: consiste nell’esclusione temporanea, da due mesi a cinque anni, dall’esercizio della
professione o dal praticantato e si applica per infrazioni consistenti in comportamenti e in
responsabilità gravi o quando non sussistono le condizioni per irrogare la sola sanzione della
censura.
d) Radiazione: consiste nell’esclusione definitiva dall’albo, elenco o registro e impedisce
l’iscrizione a qualsiasi altro albo, elenco o registro, fatto salvo quanto previsto dalla legge; è inflitta
per violazioni molto gravi che rendono incompatibile la permanenza dell’incolpato nell’albo, elenco
o registro.
2. Nei casi più gravi, la sanzione disciplinare può essere aumentata, nel suo massimo:
a) fino alla sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per due mesi, nel caso sia prevista
la sanzione dell’avvertimento;
b) fino alla sospensione dall’esercizio dell’attività professionale non superiore a un anno, nel caso
sia prevista la sanzione della censura;
c) fino alla sospensione dall’esercizio dell’attività professionale non superiore a tre anni, nel caso
sia prevista la sanzione della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale fi
no a un anno;
d) fino alla radiazione, nel caso sia prevista la sanzione della sospensione dall’esercizio dell’attività
professionale da uno a tre anni.
3. Nei casi meno gravi, la sanzione disciplinare può essere diminuita:
a) all’avvertimento, nel caso sia prevista la sanzione della censura;
b) alla censura, nel caso sia prevista la sanzione della sospensione dall’esercizio dell’attività
professionale fino a un anno;
c) alla sospensione dall’esercizio dell’attività professionale fino a due mesi nel caso si
a prevista la sospensione dall’esercizio della professione da uno a tre anni.
4. Nei casi di infrazioni lievi e scusabili, all’incolpato è fatto richiamo verbale, non avente carattere
di sanzione disciplinare.
In ossequio alla previsione legislativa si è ritenuto necessario ed opportuno riservare i due articoli finali del Titolo I alla
“potestà disciplinare” (art. 21) ed alle “sanzioni” (art. 22) in modo così da conferire ulteriore completezza ed esaustività
al codice.
E così l’art. 21 recupera e razionalizza i principi ed i criteri, conducenti ed ispiratori, anche sulla scorta del “consolidato”
giurisprudenziale, che presiedono al sistema sanzionatorio mentre l’art. 22 riproduce l’apparato punitivo previsto dalla
legge prevedendo e regolando, ai commi 2 e 3, ed una volta per tutte, il meccanismo del possibile aggravamento e della

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possibile attenuazione della sanzione edittale che è stata espressamente indicata e prevista per ognuna delle norme della
parte speciale e ciò in stretto ossequio al dettato della legge.
L’individuazione di quest’ultima (sanzione edittale) è stata effettuata, generalmente, sulla scorta della esperienza
disciplinare e della casistica giurisprudenziale, nella consapevolezza che, come la dinamica applicativa del codice ancora in
vigore insegna e registra, esistono al riguardo sensibilità tra loro diverse e talora molto distanti.
Il comma 4 (art. 22) non tralascia il “richiamo verbale” che, pur non rivestendo carattere di sanzione disciplinare, viene
dalla legge espressamente individuato come uno degli esiti della decisione che definisce il procedimento disciplinare.
Per facilitare la delicata analisi ed applicazione, da parte dei Consigli degli Ordini e, a far data dal 1 gennaio 2015, da
parte dei Consigli Distrettuali di disciplina, dell’apparato sanzionatorio, verrà curata dal Consiglio Nazionale
un’apposita edizione e versione del codice che recherà, per ciascun articolo della parte speciale, la misura della sanzione
edittale accompagnata dall’indicazione di quella in forma attenuata e di quella in forma aggravata.
TITOLO II
RAPPORTI CON IL CLIENTE E CON LA PARTE ASSISTITA
L’inversione, rispetto al precedente codice, tra il titolo II (rapporti con i colleghi) ed il III (rapporti con il cliente e la parte
assistita) nel senso di dare precedenza a quest’ultimo rispetto all’altro.
In questo titolo, sulla scorta delle previsioni del nuovo ordinamento, è stato più puntualmente scandito il momento genetico
del rapporto e dell’incarico professionale, con particolare riferimento agli obblighi informativi ed alla pattuizione del
compenso (artt. 23, 25, 27); la previsione concernente il conflitto di interessi (art. 24) ne privilegia la nozione che lo
raccorda al concetto di “potenzialità” e non a quello di “effettività” (da qui il “possa determinare” rispetto all’attuale
“determini”; l’art. 25 (“accordi sulla definizione del compenso”) mutua la previsione da quella della legge n. 247/2012 e
reinserisce il divieto del patto di quota lite.
Art. 23 – Conferimento dell’incarico
1. L’incarico è conferito dalla parte assistita; qualora sia conferito da un terzo, nell’interesse proprio
o della parte assistita, l’incarico deve essere accettato solo con il consenso di quest’ultima e
va svolto nel suo esclusivo interesse.
2. L’avvocato, prima di assumere l’incarico, deve accertare l’identità della persona che lo conferisce e
della parte assistita.
3. L’avvocato, dopo il conferimento del mandato, non deve intrattenere con il cliente e
con la parte assistita rapporti economici, patrimoniali, commerciali o di qualsiasi altra natura, che in
qualunque modo possano influire sul rapporto professionale, salvo quanto previsto dall’art. 25.
4. L’avvocato non deve consigliare azioni inutilmente gravose.
5. L’avvocato è libero di accettare l’incarico, ma deve rifiutare di prestare la propria attività quando,
dagli elementi conosciuti, desuma che essa sia finalizzata alla realizzazione di operazione illecita.
6. L’avvocato non deve suggerire comportamenti, atti o negozi nulli, illeciti o fraudolenti.
7. La violazione dei doveri di cui ai commi 1 e 2 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione dei divieti di cui ai commi 3 e 4 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura. La violazione dei doveri di cui ai commi 5 e 6 comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni.
L’art.23 non presenta, rispetto al passato, significative innovazioni, mantenendo una consolidata impostazione di fondo
per quanto concerne gli aspetti deontologici del conferimento e del contenuto dell’incarico professionale e questo vale anche
per il comma 3, che esclude la commistione tra il rapporto professionale ed altri rapporti quando tale commistione possa
influire in qualunque modo sul rapporto professionale; degna di menzione è anche la formulazione del comma 1 là ove si
sottolinea, con passaggio non pleonastico, che l’incarico va sempre svolto nell’esclusivo interesse della parte assistita;
Art. 24 – Conflitto di interessi
1. L’avvocato deve astenersi dal prestare attività professionale quando questa possa determinare un
conflitto con gli interessi della parte assistita e del cliente o interferire con lo svolgimento di altro
incarico anche non professionale.

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2. L’avvocato nell’esercizio dell’attività professionale deve conservare la propria indipendenza e
difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti di ogni genere, anche correlati a interessi
riguardanti la propria sfera personale.
3. Il conflitto di interessi sussiste anche nel caso in cui il nuovo mandato determini la violazione del
segreto sulle informazioni fornite da altra parte assistita o cliente, la conoscenza degli affari di una parte
possa favorire ingiustamente un’altra parte assistita o cliente, l’adempimento di un precedente mandato
limiti l’indipendenza dell’avvocato nello svolgimento del nuovo incarico.
4. L’avvocato deve comunicare alla parte assistita e al cliente l’esistenza di circostanze impeditive per la
prestazione dell’attività richiesta.
5. Il dovere di astensione sussiste anche se le parti aventi interessi confliggenti si rivolgano ad avvocati
che siano partecipi di una stessa società di avvocati o associazione professionale o che esercitino negli
stessi locali e collaborino professionalmente in maniera non occasionale.
6. La violazione dei doveri di cui ai commi 1, 3 e 5 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni. La violazione dei doveri di
cui ai commi 2 e 4 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.
Con riferimento particolare riferimento al comma 5 ed al dovere di astensione che sussiste anche se le parti aventi interessi
configgenti si rivolgano ad avvocati che esercitino negli stessi locali, si evidenzia che tale situazione di incompatibilità,
casisticamente sempre più frequente per il fenomeno delle ricorrenti aggregazioni meramente di carattere logistico tra più
avvocati, è stata temperata e calmierata richiedendosi che, oltre alla “coabitazione”, vi sia, tra i legali interessati, anche un
rapporto di collaborazione professionale non occasionale; tale temperamento non è stato introdotto invece nelle previsioni di
cui agli artt. 61 (“arbitrato”) e 62 (“mediazione”) dovendosi privilegiare requisiti più rigorosi e stringenti quando
l’avvocato è chiamato a svolgere funzioni arbitrali o di mediatore, che richiedono non solo la sostanza ma anche
l’apparenza di un’assoluta terzietà, imparzialità ed indipendenza.
Art. 25 – Accordi sulla definizione del compenso
1. La pattuizione dei compensi, fermo quanto previsto dall’art. 29, quarto comma, è libera. È ammessa
la pattuizione a tempo, in misura forfettaria, per convenzione avente ad oggetto uno o più affari, in
base all’assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o prestazioni o per
l’intera attività, a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene il
destinatario della prestazione, non soltanto a livello strettamente patrimoniale.
2. Sono vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso, in tutto o in parte, una quota
del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa.
3. La violazione del divieto di cui al precedente comma comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
L’art. 25 mutua al comma 1 la previsione di cui all’art.13 della legge n.247/2012, richiamando il limite del compenso
od acconto “manifestamente sproporzionato all’attività svolta o da svolgere”; il comma 2 riproduce, anche letteralmente, il
comma 4 del citato art.13 in tema di patto di quota lite ( quella della esatta corrispondenza tra previsione
deontologica/disciplinare contenuta nella legge e sua riproduzione nell’ambito del codice era, in questo e negli altri casi,
una esigenza imprescindibile volta ad evitare irragionevoli contrasti forieri di evidenti problematiche sul piano
interpretativo ed applicativo). Vero è che la nozione di “patto di quota lite” si presta, ancora oggi, e senza richiamare in
questa sede la situazione ante e post legge n.248/2006 (di conversione del cosiddetto “decreto Bersani”), a possibili
equivoci indotti dal combinato, da una parte, del citato comma 4 dell’art.13 e, dall’altra, del comma 3 dello stesso articolo
per il quale la pattuizione dei compensi è ammessa anche “a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa
giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione”.Se dubbi non possono
sussistere sul confermato divieto di un compenso rappresentato da una parte dei beni o crediti litigiosi, altrettanto può
affermarsi, sempre sotto il profilo del divieto, per un compenso che si rapporti, percentualmente, ed a consuntivo, al
risultato ed all’esito della lite (con ciò trasformandosi il rapporto professionale da rapporto di scambio a rapporto
associativo con eliminazione, altresì, di ogni connotato aleatorio); diversamente è a dirsi per un compenso a percentuale
parametrata su quello che risulta essere il valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello
strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione.

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Art. 26 – Adempimento del mandato
1. L’accettazione di un incarico professionale presuppone la competenza a svolgerlo.
2. L’avvocato, in caso di incarichi che comportino anche competenze diverse dalle proprie, deve
prospettare al cliente e alla parte assistita la necessità di integrare l’assistenza con altro collega in
possesso di dette competenze.
3. Costituisce violazione dei doveri professionali il mancato, ritardato o negligente compimento di atti
inerenti al mandato o alla nomina, quando derivi da non scusabile e rilevante trascuratezza degli
interessi della parte assistita.
4. Il difensore nominato d’ufficio, ove sia impedito di partecipare a singole attività processuali, deve
darne tempestiva e motivata comunicazione all’autorità procedente ovvero incaricare della difesa un
collega che, ove accetti, è responsabile dell’adempimento dell’incarico.
5. La violazione dei doveri di cui ai commi 1 e 2 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione dei doveri di cui ai commi 3 e 4 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art.26 accorpa, con adeguata riformulazione, le previsioni di cui agli artt.12 e 38 del previgente codice deontologico.
Art. 27 – Doveri di informazione
1. L’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico,
delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le
iniziative e le ipotesi di soluzione.
2. L’avvocato deve informare il cliente e la parte assistita sulla prevedibile durata del processo e
sugli oneri ipotizzabili; deve inoltre, se richiesto, comunicare in forma scritta, a colui che conferisce
l’incarico professionale, il prevedibile costo della prestazione.
3. L'avvocato, all'atto del conferimento dell'incarico, deve informare la parte assistita chiaramente e
per iscritto della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione previsto dalla legge; deve
altresì informarla dei percorsi alternativi al contenzioso giudiziario, pure previsti dalla legge.
4. L’avvocato, ove ne ricorrano le condizioni, all’atto del conferimento dell’incarico, deve
informare la parte assistita della possibilità di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato.
5. L’avvocato deve rendere noti al cliente ed alla parte assistita gli estremi della propria polizza
assicurativa.
6. L’avvocato, ogni qualvolta ne venga richiesto, deve informare il cliente e la parte assistita sullo
Svolgimento del mandato a lui affidato e deve fornire loro copia di tutti gli atti e documenti, anche
provenienti da terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso sia in sede
stragiudiziale che giudiziale, fermo restando il disposto di cui all’art. 48, terzo comma, del presente
codice.
7. Fermo quanto previsto dall’art. 26, l’avvocato deve comunicare alla parte assistita la necessità del
compimento di atti necessari ad evitare prescrizioni, decadenze o altri effetti pregiudizievoli
relativamente agli incarichi in corso.
8. L’avvocato deve riferire alla parte assistita, se nell’interesse di questa, il contenuto di quanto
appreso legittimamente nell’esercizio del mandato.
9. La violazione dei doveri di cui ai commi da 1 a 5 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare dell’avvertimento. La violazione dei doveri di cui ai commi 6, 7 e 8 comporta l’applicazione
della sanzione disciplinare della censura.
L’art.27 rispetto alla previsione previgente dell’art.40, si caratterizza per un più compiuto, articolato ed organico
contenuto che dà conto del puntuale ed ampio spettro informativo che deve caratterizzare il rapporto professionale,
valorizzando, anche in questo caso, sul piano della chiarezza e della trasparenza, il portato della legge di riforma
dell’ordinamento professionale; di particolare pregnanza risultano anche le previsioni di cui ai commi 3 e 4 con riferimento
sia agli obblighi informativi in tema di mediazione obbligatoria e, comunque, in tema di altri percorsi alternativi al
contenzioso giudiziario pure previsti dalla legge (quali ad esempio la mediazione familiare, la conciliazione bancaria etc.)
sia a quelli concernenti la possibilità di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato. Espressamente previsto, al comma 5,

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anche l’obbligo informativo in ordine alla copertura assicurativa ed espressamente disciplinato al comma 6 l’obbligo
dell’avvocato, se richiesto, di fornire al cliente ed alla parte assistita copia di tutti gli atti e documenti, anche provenienti da
terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso, sia in sede stragiudiziale che giudiziale (l’eccezione
concerne la corrispondenza riservata tra colleghi).
Art. 28 – Riserbo e segreto professionale
1. È dovere, oltre che diritto, primario e fondamentale dell’avvocato mantenere il segreto e il
massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e
dalla parte assistita, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del
mandato.
2. L’obbligo del segreto va osservato anche quando il mandato sia stato adempiuto, comunque
concluso, rinunciato o non accettato.
3. L’avvocato deve adoperarsi affinché il rispetto del segreto professionale e del massimo riserbo sia
osservato anche da dipendenti, praticanti, consulenti e collaboratori, anche occasionali, in relazione a
fatti e circostanze apprese nella loro qualità o per effetto dell’attività svolta.
4. È consentito all’avvocato derogare ai doveri di cui sopra qualora la divulgazione di quanto
appreso sia necessaria:
a) per lo svolgimento dell’attività di difesa;
b) per impedire la commissione di un reato di particolare gravità;
c) per allegare circostanze di fatto in una controversia tra avvocato e cliente o parte assistita;
d) nell’ambito di una procedura disciplinare.
In ogni caso la divulgazione dovrà essere limitata a quanto strettamente necessario per il fine
tutelato.
5. La violazione dei doveri di cui ai commi precedenti comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura e,nei casi in cui la violazione attenga al segreto professionale, l’applicazione
della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni.
L’art. 28 (“riserbo e segreto professionale”), anche nella rubrica, affianca alla previsione del “segreto professionale” quella
del “riserbo”, che si vuole “massimo”, nell’obbligata coerenza, anche in questo caso, con la formulazione dell’art.6 della
legge n.247/2012.
Art. 29 – Richiesta di pagamento
1. L’avvocato, nel corso del rapporto professionale, può chiedere la corresponsione di anticipi,
ragguagliati alle spese sostenute e da sostenere, nonché di acconti sul compenso, commisurati alla
quantità e complessità delle prestazioni richieste per l’espletamento dell’incarico.
2. L’avvocato deve tenere la contabilità delle spese sostenute e degli acconti ricevuti e deve
consegnare, a richiesta del cliente, la relativa nota dettagliata.
3. L’avvocato deve emettere il prescritto documento fiscale per ogni pagamento ricevuto.
4. L’avvocato non deve richiedere compensi
o acconti manifestamente sproporzionati all’attività
svolta o da svolgere.
5. L’avvocato, in caso di mancato pagamento da parte del cliente, non deve richiedere un compenso
maggiore di quello già indicato, salvo ne abbia fatta riserva.
6. L’avvocato non deve subordinare al riconoscimento di propri diritti, o all’esecuzione di
prestazioni particolari da parte del cliente, il versamento a questi delle somme riscosse per suo
conto.
7. L’avvocato non deve subordinare l’esecuzione di propri adempimenti professionali al
riconoscimento del diritto a trattenere parte delle somme riscosse per conto del cliente o della parte
assistita.
8. L'avvocato, nominato difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato, non deve
chiedere né percepire dalla parte assistita o da terzi, a qualunque titolo, compensi o rimborsi diversi da
quelli previsti dalla legge.
9. La violazione dei doveri di cui ai commi da 1 a 5 comporta l’applicazione della sanzione

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disciplinare della censura. La violazione dei doveri di cui ai commi 6, 7 e 8. comporta l’applicazione
della sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei a un anno.
L’art.29 specifica e tipizza il comportamento che l’avvocato deve tenere nei confronti del cliente per quanto concerne gli
aspetti più squisitamente legati alla dinamica del contenuto economico e retributivo del rapporto professionale; in questo
ambito si colloca anche, al comma 3, la tipizzazione dell’obbligo fiscale e, al comma 8, la rigorosa previsione che regola la
posizione dell’avvocato nominato difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato.
Art. 30 – Gestione di denaro altrui
1. L’avvocato deve gestire con diligenza il denaro ricevuto dalla parte assistita o da terzi
nell’adempimento dell’incarico professionale ovvero quello ricevuto nell’interesse della parte
assistita e deve renderne conto sollecitamente.
2. L’avvocato non deve trattenere oltre il tempo strettamente necessario le somme ricevute per conto
della parte assistita, senza il consenso di quest’ultima.
3. L’avvocato, nell’esercizio della propria attività professionale, deve rifiutare di ricevere o gestire
fondi che non siano riferibili ad un cliente.
4. L’avvocato, in caso di deposito fiduciario, deve contestualmente ottenere istruzioni scritte ed
attenervisi.
5. La violazione del dovere di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della
censura. La violazione dei doveri di cui ai commi 2 e 4 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei mesi a un anno. La
violazione del dovere di cui al comma 3 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della
sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni.
Gli artt.30 e 31 si saldano alla norma precedente e completano i presidi deontologici che attengono, in senso lato, alla
gestione del denaro che, a vario titolo, sempre nell’ambito del rapporto professionale, transita ed entra nella disponibilità
dell’avvocato; l’apparente tautologia tra la previsione di cui al comma 2 dell’art.30 e quella del comma 1 dell’art.31 trova
la sua chiave di lettura nel fatto che la prima si inquadra nell’ambito di un rapporto professionale deputato espressamente,
come si trae dalla stessa rubrica dell’articolo e dai restanti commi di quest’ultimo, alla “gestione di denaro altrui” mentre
la seconda, propria di qualsivoglia rapporto professionale privo di quell’oggetto specifico, vuole affermare, con la
perentorietà stessa della previsione, che le somme riscosse per conto della parte assistita debbono essere, illico et immediate,
riversate a quest’ultima; il comma 3 dell’art. 30, attiene anche alla delicata problematica della normativa in tema di
antiriciclaggio che, alla luce di elaborazioni regolamentari ancora in corso, comporterà probabilmente l’opportunità di
interventi integrativi della attuale previsione codicistica.
Art. 31 – Compensazione
1. L’avvocato deve mettere immediatamente a disposizione della parte assistita le somme riscosse
per conto della stessa.
2. L’avvocato ha diritto di trattenere le somme da chiunque ricevute a rimborso delle anticipazioni
sostenute, con obbligo di darne avviso al cliente.
3. L’avvocato ha diritto di trattenere le somme da chiunque ricevute imputandole a titolo di
compenso:
a) quando vi sia il consenso del cliente e della parte assistita;
b) quando si tratti di somme liquidate giudizialmente a titolo di compenso a carico della controparte
e l’avvocato non le abbia già ricevute dal cliente o dalla parte assistita;
c) quando abbia già formulato una richiesta di pagamento del proprio compenso espressamente
accettata dal cliente.
4. La violazione del dovere di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della
sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni. La violazione del dovere di cui al
comma 2 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.
Art. 32 – Rinuncia al mandato
1. L’avvocato ha la facoltà di recedere dal mandato, con le cautele necessarie per evitare pregiudizi
alla parte assistita.

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2. In caso di rinuncia al mandato l’avvocato deve dare alla parte assistita un congruo preavviso e deve
informarla di quanto necessario per non pregiudicarne la difesa.
3. In ipotesi di irreperibilità della parte assistita, l’avvocato deve comunicare alla stessa la rinuncia
al mandato con lettera raccomandata all’indirizzo anagrafico o all’ultimo domicilio conosciuto o a
mezzo p.e.c.; con l’adempimento di tale formalità, fermi restando gli obblighi di legge, l’avvocato è
esonerato da ogni altra attività, indipendentemente dall’effettiva ricezione della rinuncia.
4. L’avvocato, dopo la rinuncia al mandato, nel rispetto degli obblighi di legge, non è responsabile
per la mancata successiva assistenza, qualora non sia nominato in tempi ragionevoli altro difensore.
5. L’avvocato deve comunque informare la parte assistita delle comunicazioni e notificazioni che
dovessero pervenirgli.
6. La violazione dei doveri di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art.32 riprende sostanzialmente il contenuto del previgente art.47, seppur con una diversa formulazione ed articolazione
delle previsioni nell’ambito dei 5 commi che precedono il comma di chiusura, riservato, come sempre, alle sanzioni.
Art. 33 – Restituzione di documenti
1. L’avvocato, se richiesto, deve restituire senza ritardo gli atti ed i documenti ricevuti dal cliente e
dalla parte assistita per l’espletamento dell’incarico e consegnare loro copia di tutti gli atti e documenti,
anche provenienti da terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso sia in sede
stragiudiziale che giudiziale, fermo restando il disposto di cui all’art. 48, terzo comma, del presente
codice.
2. L’avvocato non deve subordinare la restituzione della documentazione al pagamento del proprio
compenso.
3. L’avvocato può estrarre e conservare copia di tale documentazione, anche senza il consenso del
cliente e della parte assistita.
4. La violazione del dovere di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione del divieto di cui al comma 2 comporta l’applicazione della
censura.
L’art.33, proprio per la sua collocazione che lo salda all’art. 32 che precede, dà conto di un dovere che sussiste ovviamente
anche e soprattutto dopo l’avvenuta cessazione del mandato; si riscontra altresì una naturale simmetria con il precedente
art.27 ed è prevista ora, al comma 3, la possibilità per l’avvocato di estrarre e conservare copia della documentazione
ricevuta, per l’espletamento dell’incarico, dal cliente e dalla parte assistita, anche senza il consenso di quest’ultimi;
Art. 34 – Azione contro il cliente e la parte assistita per il pagamento del compenso
1. L’avvocato, per agire giudizialmente nei confronti del cliente o della parte assistita per il
pagamento delle proprie prestazioni professionali, deve rinunciare a tutti gli incarichi ricevuti.
2. La violazione del dovere di cui al comma precedente comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art.34 prevede espressamente (a differenza della precedente formulazione dell’art.46 del codice), che “l’avvocato, per
agire giudizialmente nei confronti del cliente o della parte assistita per il pagamento delle proprie prestazioni professionali,
deve rinunciare a tutti gli incarichi ricevuti” e non solo a quello nell’ambito del quale si è registrata l’inadempienza nel
pagamento dei compensi.
Art. 35 – Dovere di corretta informazione
1. L’avvocato che dà informazioni sulla propria attività professionale deve rispettare i doveri di
verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo in ogni caso riferimento alla
natura e ai limiti dell’obbligazione professionale.
2. L’avvocato non deve dare informazioni comparative con altri professionisti né equivoche,
ingannevoli, denigratorie, suggestive o che contengano riferimenti a titoli, funzioni o incarichi non
inerenti l’attività professionale.
3. L’avvocato, nel fornire informazioni, deve in ogni caso indicare il titolo professionale, la
denominazione dello studio e l’Ordine di appartenenza.

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4. L’avvocato può utilizzare il titolo accademico di professore solo se sia o sia stato docente
universitario di materie giuridiche; specificando in ogni caso la qualifica e la materia di
insegnamento.
5. L’iscritto nel registro dei praticanti può usare esclusivamente e per esteso il titolo di “praticante
avvocato”, con l’eventuale indicazione di “abilitato al patrocinio” qualora abbia conseguito tale
abilitazione.
6. Non è consentita l’indicazione di nominativi di professionisti e di terzi non organicamente o
direttamente collegati con lo studio dell’avvocato.
7. L’avvocato non può utilizzare nell’informazione il nome di professionista defunto, che abbia fatto
parte dello studio, se a suo tempo lo stesso non lo abbia espressamente previsto o disposto per
testamento, ovvero non vi sia il consenso unanime degli eredi.
8. Nelle informazioni al pubblico l’avvocato non deve indicare il nominativo dei propri clienti o
parti assistite, ancorché questi vi consentano.
9. L’avvocato può utilizzare, a fini informativi, esclusivamente i siti web con domini propri senza
reindirizzamento, direttamente riconducibili a sé, allo studio legale associato o alla società di
avvocati alla quale partecipi, previa comunicazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza della
forma e del contenuto del sito stesso.
10. L’avvocato è responsabile del contenuto e della sicurezza del proprio sito, che non può contenere
riferimenti commerciali o pubblicitari sia mediante l’indicazione diretta che mediante strumenti di
collegamento interni o esterni al sito.
11. Le forme e le modalità delle informazioni devono comunque rispettare i principi di dignità e
decoro della professione.
12. La violazione dei doveri di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art.35 affina, semplifica e razionalizza gli articoli 17 e 17 bis del codice previgente e si pone in diretta saldatura con il
divieto di accaparramento di clientela; degne di particolare menzione sono le previsioni di cui ai commi 9 e 10 destinate a
presidiare, con la realistica consapevolezza dell’arduità del compito,il complesso ed articolato mondo di internet; il comma
11, con il valore che assume come previsione “di chiusura”, riflette una linea interpretativa da sempre fatta propria ed
avallata dalla giurisprudenza del Consiglio Nazionale Forense e della Corte di legittimità.
Art. 36 - Divieto di attività professionale senza titolo e di uso di titoli inesistenti
1. Costituisce illecito disciplinare l'uso di un titolo professionale non conseguito ovvero lo svolgimento
di attività in mancanza di titolo o in periodo di sospensione.
2. Costituisce altresì illecito disciplinare il comportamento dell'avvocato che agevoli o, in qualsiasi
Altro modo diretto o indiretto, renda possibile a soggetti non abilitati o sospesi l'esercizio abusivo
dell'attività di avvocato o consenta che tali soggetti ne possano ricavare benefici economici, anche
se limitatamente al periodo di eventuale sospensione dell'esercizio dell'attività.
3. La violazione del comma 1 comporta l'applicazione della sanzione disciplinare della sospensione
dall'esercizio dell'attività professionale da sei mesi a un anno. La violazione del comma 2 comporta
l'applicazione della sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio dell'attività professionale
da due a sei mesi.
Costituisce specificazione e tipizzazione del principio generale previsto all’art. 5 del presente codice.
Art. 37 – Divieto di accaparramento di clientela
1. L’avvocato non deve acquisire rapporti di clientela a mezzo di agenzie o procacciatori o con modi
non conformi a correttezza e decoro.
2. L’avvocato non deve offrire o corrispondere a colleghi o a terzi provvigioni o altri compensi quale
corrispettivo per la presentazione di un cliente o per l’ottenimento di incarichi professionali.
3. Costituisce infrazione disciplinare l’offerta di omaggi o prestazioni a terzi ovvero la corresponsione o
la promessa di vantaggi per ottenere difese o incarichi.
4. E’ vietato offrire, sia direttamente che per interposta persona, le proprie prestazioni professionali
al domicilio degli utenti, nei luoghi di lavoro, di riposo, di svago e, in generale, in luoghi pubblici o

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aperti al pubblico.
5. E’ altresì vietato all’avvocato offrire, senza esserne richiesto, una prestazione personalizzata e,
cioè, rivolta a una persona determinata per uno specifico affare.
6. La violazione dei doveri di cui ai commi precedenti comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art.37 il titolo II del codice e tutela l’affidamento della collettività e della clientela e riaffermano, con il rilievo sociale
della difesa, i valori della dignità e del decoro della professione forense.
TITOLO III
RAPPORTI CON I COLLEGHI
Nel titolo III troviamo i “rapporti con i colleghi”; rispetto all’attuale codice è stata espunta la previsione che riguarda i
rapporti con il Consiglio dell’Ordine che è andata a costituire, con altre, il nuovo titolo riservato ai rapporti con le
Istituzioni forensi; è stata anche espunta quella concernente il divieto di produzione in giudizio della corrispondenza
scambiata con il collega che è stata riversata nel titolo concernente i doveri dell’avvocato nel processo; la previsione in punto
di responsabilità dei collaboratori, sostituti ed associati trova ora collocazione nel titolo I (art. 7) così come sempre nel
titolo I, all’art. 8, si prevede la responsabilità disciplinare della società (l’enunciato è, allo stato, volutamente generico e
sommario stante che il regolamento della responsabilità disciplinare della società tra avvocati era demandato al decreto
legislativo che il Governo ha omesso di adottare nei termini previsti dall’art. 5 della legge n. 247/2012).
Art. 38 – Rapporto di colleganza
1. L’avvocato che intenda promuovere un giudizio nei confronti di un collega per fatti attinenti
all’esercizio della professione deve dargliene preventiva comunicazione per iscritto, salvo che
l’avviso possa pregiudicare il diritto da tutelare.
2. L’avvocato non deve registrare una conversazione telefonica con un collega; la registrazione nel
corso di una riunione è consentita soltanto con il consenso di tutti i presenti.
3. L’avvocato non deve riportare in atti processuali o riferire in giudizio il contenuto di colloqui
riservati intercorsi con colleghi.
4. La violazione del dovere di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione dei divieti di cui ai comma 2 e 3 comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della censura.
Si privilegia, con l’inserimento al comma 1, la previsione già contenuta nel canone II dell’art.22 previgente e che aveva già
subito una opportuna modifica rispetto alla originaria previsione che non incontrava il limite dei “fatti attinenti
all’esercizio della professione”; la previsione di cui al comma 3, saldandosi con quelle dell’art.48 e dell’art.51, tende ad
assicurare il più libero dispiegarsi dell’attività professionale che trova, nella corretta e riservata interlocuzione tra colleghi,
una delle sue caratteristiche più tipiche e sicuramente degna di essere mantenuta e salvaguardata proprio per la più efficace
tutela degli interessi delle parti assistite.
Art. 39 – Rapporti con i collaboratori dello studio
1. L’avvocato deve consentire ai propri collaboratori di migliorare la loro preparazione
professionale e non impedire od ostacolare la loro crescita formativa, compensandone in maniera
adeguata la collaborazione, tenuto conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio.
2. La violazione dei doveri di cui al presente articolo comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare dell’avvertimento.
Art. 40 – Rapporti con i praticanti
1. L’avvocato deve assicurare al praticante l’effettività e la proficuità della pratica forense, al fine di
consentirgli un’adeguata formazione.
2. L’avvocato deve fornire al praticante un idoneo ambiente di lavoro e, fermo l’obbligo del
rimborso delle spese, riconoscergli, dopo il primo semestre di pratica, un compenso adeguato,
tenuto conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio.
3. L’avvocato deve attestare la veridicità delle annotazioni contenute nel libretto di pratica solo in

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seguito ad un adeguato controllo e senza indulgere a motivi di favore o amicizia.
4. L’avvocato non deve incaricare il praticante di svolgere attività difensiva non consentita.
5. La violazione dei doveri di cui ai commi 1, 2 e 3 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare dell’avvertimento. La violazione del divieto di cui al comma 4 comporta l’applicazione
della sanzione disciplinare della censura.
Art. 41 – Rapporti con parte assistita da collega
1. L’avvocato non deve mettersi in contatto diretto con la controparte che sappia
assistita da altro collega.
2. L’avvocato, in ogni stato del procedimento e in ogni grado del giudizio, può avere contatti con le
altre parti solo in presenza del loro difensore o con il consenso di questi.
3. L’avvocato può indirizzare corrispondenza direttamente alla controparte, inviandone sempre copia
per conoscenza al collega che la assiste, esclusivamente per richiedere comportamenti determinati,
intimare messe in mora, evitare prescrizioni o decadenze.
4. L’avvocato non deve ricevere la controparte assistita da un collega senza informare quest’ultimo
e ottenerne il consenso.
5. La violazione dei doveri e divieti di cui al presente articolo comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della censura.
Art. 42 – Notizie riguardanti il collega
1. L’avvocato non deve esprimere apprezzamenti denigratori sull’attività professionale di un
collega.
2. L’avvocato non deve esibire in giudizio documenti relativi alla posizione personale del collega
avversario né utilizzare notizie relative alla sua persona, salvo che il collega sia parte del giudizio e
che l’utilizzo di tali documenti e notizie sia necessario alla tutela di un diritto.
3. La violazione dei divieti di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare dell’avvertimento.
Art. 43 – Obbligo di soddisfare le prestazioni affidate ad altro collega
1. L’avvocato che incarichi direttamente altro collega di esercitare le funzioni di rappresentanza o
assistenza deve provvedere a compensarlo, ove non adempia il cliente.
2. La violazione del dovere di cui al precedente comma comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
Si è reso l’obbligo più stringente nella consapevolezza di una deriva comportamentale e di un deteriore costume che si sono
registrati in questi ultimi anni.
Art. 44 – Divieto di impugnazione della transazione raggiunta con il collega
1. L’avvocato che abbia raggiunto con il collega avversario un accordo transattivo, accettato dalle
parti, deve astenersi dal proporne impugnazione, salvo che la stessa sia giustificata da fatti
sopravvenuti o dei quali dimostri di non avere avuto conoscenza.
2. La violazione del dovere di cui al precedente comma comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
Art. 45 – Sostituzione del collega nell’attività di difesa
1. Nel caso di sostituzione di un collega per revoca dell’incarico o rinuncia, il nuovo difensore deve
rendere nota la propria nomina al collega sostituito, adoperandosi, senza pregiudizio per l’attività
difensiva, perché siano soddisfatte le legittime richieste per le prestazioni svolte.
2. La violazione dei doveri di cui al precedente comma comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare dell’avvertimento.
TITOLO IV
DOVERI DELL’AVVOCATO NEL PROCESSO

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La previsione di un nuovo titolo (il IV) riservato ai doveri dell’avvocato nel processo; si è ritenuto di riunire in questo
ambito tutte quelle previsioni deontologiche che attengono alla tipicità della funzione difensiva (e la sottolineatura assume
anche un valore ideologico) e che risultavano in qualche modo disperse in diverse parti dell’attuale codice; è stato un modo
per recuperare anche le regole che sovraintendono ai rapporti con i magistrati e con gli altri operatori del processo senza
sottolineare, anche in questo caso con una sottile venatura sempre di ordine ideologico, un dovere ed un rapporto spesso “a
senso unico”; è questo un titolo che rafforza ed esalta la valenza pubblicistica del corredo deontologico dell’avvocato e che
conforta ulteriormente la scelta adottata dal Consiglio e della quale si è dato conto nella premessa della presente relazione.
Art. 46 – Dovere di difesa nel processo e rapporto di colleganza
1. Nell’attività giudiziale l’avvocato deve ispirare la propria condotta all’osservanza del dovere di
difesa, salvaguardando, per quanto possibile, il rapporto di colleganza.
2. L’avvocato deve rispettare la puntualità sia in sede di udienza che in ogni altra occasione di
incontro con colleghi; la ripetuta violazione del divieto costituisce illecito disciplinare.
3. L’avvocato deve opporsi alle istanze irrituali o ingiustificate che, formulate nel processo dalle
controparti, comportino pregiudizio per la parte assistita.
4. Il difensore nominato di fiducia deve comunicare tempestivamente al collega, già nominato
d’ufficio, l’incarico ricevuto e, senza pregiudizio per il diritto di difesa, deve sollecitare la parte a
provvedere al pagamento di quanto dovuto al difensore d’ufficio per l’attività svolta.
5. L’avvocato, nell’interesse della parte assistita e nel rispetto della legge, collabora con i difensori
delle altre parti, anche scambiando informazioni, atti e documenti.
6. L’avvocato, nei casi di difesa congiunta, deve consultare il codifensore su ogni scelta processuale
e informarlo del contenuto dei colloqui con il comune assistito, al fine della effettiva condivisione
della difesa.
7. L’avvocato deve comunicare al collega avversario l’interruzione delle trattative stragiudiziali,
nella prospettiva di dare inizio ad azioni giudiziarie.
8. La violazione dei doveri di cui ai commi da 1 a 6 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione del dovere di cui al comma 7 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
La previsione dell’art.46 specifica e tipizza i principi generali in tema di doveri di lealtà e correttezza verso i colleghi
(art.19), di diligenza (art.12) e di correttezza e probità (art.9). Le novità rispetto alle regole di comportamento contenute
nell’art.23 dell’ancora vigente codice sono previste nel comma 2, che contiene la previsione specifica di illecito disciplinare in
caso di ripetuta violazione del dovere di puntualità, così da porre l’accento anche su questo aspetto della vita professionale
molte volte trascurato (la bozza del codice, ora corretta, recava, per un mero refuso, il termine “divieto” in luogo di
“dovere”); il comma 4 riprende poi i doveri del difensore fiduciario subentrato al difensore d’ufficio, anche per quanto
riguarda gli aspetti economici, sottolineando la doverosità di tali comportamenti con l’uso del verbo “deve” in luogo della
precedente dizione “è tenuto” (è una modifica, questa, che si riscontra in diversi altri articoli del nuovo codice rispetto a
quello previgente).
Art. 47 – Obbligo di dare istruzioni e informazioni al collega
1. L’avvocato deve dare tempestive istruzioni al collega corrispondente e questi, del pari, è tenuto a
dare al collega sollecite e dettagliate informazioni sull’attività svolta e da svolgere.
2. L’elezione di domicilio presso un collega deve essergli preventivamente comunicata e da questi
essere consentita.
3. L’avvocato corrispondente non deve definire direttamente una controversia, in via transattiva,
senza informare il collega che gli ha affidato l’incarico.
4. L’avvocato corrispondente, in difetto di istruzioni, deve adoperarsi nel modo più opportuno per la
tutela degli interessi della parte, informando non appena possibile il collega che gli ha affidato
l’incarico.
5. La violazione dei doveri di cui ai commi 1, 2 e 4 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione del divieto di cui al comma 3 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.

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L’art. 47 tipizza i doveri di lealtà e correttezza verso i colleghi (art.19) e il dovere di diligenza (art.12), con la
sostanziale riproposizione delle norme di comportamento contenute nell’art.31 del previgente codice e con l’evidente finalità
di tutelare i rapporti tra colleghi nell’ambito del procedimento o del processo; la giurisprudenza disciplinare degli ultimi
anni, infatti, ha evidenziato molteplici casi di violazione di tali regole, soprattutto con riferimento all’omessa
comunicazione tra dominus e collega domiciliatario, cosicchè è apparso opportuno riproporre compiutamente tali regole di
comportamento;
Art. 48 – Divieto di produrre la corrispondenza scambiata con il collega
1. L’avvocato non deve produrre, riportare in atti processuali o riferire in giudizio la corrispondenza
intercorsa esclusivamente tra colleghi qualificata come riservata, nonché quella contenente proposte
transattive e relative risposte.
2. L’avvocato può produrre la corrispondenza intercorsa tra colleghi quando la stessa:
a) costituisca perfezionamento e prova di un accordo;
b) assicuri l’adempimento delle prestazioni richieste.
3. L’avvocato non deve consegnare al cliente e alla parte assistita la corrispondenza riservata tra
colleghi; può, qualora venga meno il mandato professionale, consegnarla al collega che gli succede, a
sua volta tenuto ad osservare il medesimo dovere di riservatezza.
4. L’abuso della clausola di riservatezza costituisce autonomo illecito disciplinare.
5. La violazione dei divieti di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art. 48 tipizza i doveri di riservatezza (art.13) e di lealtà e correttezza nei confronti dei colleghi (art.19), concorrendo,
nello stesso tempo, al corretto e leale svolgimento del contraddittorio processuale. Le novità delle nuova previsione, rispetto a
quella dell’art.28 del codice previgente, sono contenute nel 1 e nel 4 comma della norma: il comma 1 aggiunge infatti anche
la condotta, vietata, del “riportare in atti processuali”; usa il termine “corrispondenza”, intesa in senso lato, e non più la
parola “lettere” e specifica che il divieto riguarda, esclusivamente, le comunicazioni tra colleghi, recependo in tal modo
interpretazioni e chiarimenti della giurisprudenza disciplinare degli ultimi anni; è inoltre specificato che il principio di
riservatezza è applicabile non solo alla proposta transattiva ma anche alla relativa risposta da parte del collega
destinatario della comunicazione, così da fugare ogni dubbio sulla portata del divieto. Il comma 4 contiene la previsione,
assolutamente nuova, della rilevanza disciplinare dell’abuso della clausola di riservatezza stante che, nella casistica
giurisprudenziale, si è evidenziato un effettivo abuso di tale clausola che vincola, come noto, alla riservatezza il
destinatario della comunicazione anche per situazioni che non contengono alcunché di riservato; da qui la necessità di
sanzionare anche tali comportamenti onde limitare l’uso di tale clausola ai soli casi che impongono il rispetto del principio.
Art. 49 – Doveri del difensore
1. L’avvocato nominato difensore d’ufficio deve comunicare alla parte assistita che ha facoltà di
scegliersi un difensore di fiducia e informarla che anche il difensore d’ufficio ha diritto ad essere
retribuito.
2. L’avvocato non deve assumere la difesa di più indagati o imputati che abbiano reso dichiarazioni
accusatorie nei confronti di altro indagato o imputato nel medesimo procedimento o in
procedimento connesso o collegato.
3. L’avvocato indagato o imputato in un procedimento penale non può assumere o mantenere la
difesa di altra parte nell’ambito dello stesso procedimento.
4. La violazione del dovere di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione dei divieti di cui al commi 2 e 3 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei mesi a un anno.
Il comma 1 rafforza il dovere di informazione dell’assistito da parte del difensore d’ufficio, eliminando l’inciso “quando ciò
sia possibile” contenuto, invece, nel canone I del codice del 1997; il comma 2 rappresenta invece una novità dettata
dall’esigenza di riportare all’interno del codice tutte le previsioni di valenza deontologica contenute in leggi speciali quali,
nel caso, la legge processuale penale: la norma, infatti, riprende il contenuto dell’art.106 comma 4 bis del c.p.p., introdotto
dall’art.16 della legge 13.2.2001 n.45, norma questa di valenza deontologica poiché richiamata al comma 4 del
precedente art.105 c.p.p. che prevede la comunicazione, da parte dell’Autorità Giudiziaria, all’Organo disciplinare
forense, dei casi di abbandono della difesa, di rifiuto della difesa d’ufficio, di violazione da parte del difensore dei doveri di

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lealtà e probità nonché, appunto, di violazione del divieto di cui all’art. 106 comma 4 bis dello stesso codice. Si tratta di
una previsione finalizzata a garantire l’autonomia e la genuinità delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di un
soggetto indagato o imputato in un procedimento penale da parte di altri soggetti, pure indagati o imputati nello stesso
procedimento, o in procedimento connesso o collegato, che non devono essere assistiti dallo stesso difensore.
Art. 50 – Dovere di verità
1. L’avvocato non deve introdurre nel procedimento prove o elementi di prova, dichiarazioni o
documenti che sappia essere falsi.
2. L’avvocato non deve utilizzare nel procedimento prove o elementi di prova, dichiarazioni o
documenti prodotti o provenienti dalla parte assistita che sappia o apprenda essere falsi.
3. L’avvocato che apprenda, anche successivamente, dell’introduzione nel procedimento di prove o
elementi di prova, dichiarazioni o documenti falsi, provenienti dalla parte assistita, non può utilizzarli e
deve rinunciare al mandato.
4. L’obbligo di rinuncia al mandato non sussiste se produzione o introduzione avvengano ad opera
di parte diversa dal proprio assistito.
5. L’avvocato non deve impegnare di fronte al giudice la propria parola sulla verità dei fatti esposti
in giudizio.
6. L’avvocato, nel procedimento, non deve rendere false dichiarazioni sull’esistenza o inesistenza di
fatti di cui abbia diretta conoscenza e suscettibili di essere assunti come presupposto di un
provvedimento del magistrato.
7. L’avvocato, nella presentazione di istanze o richieste riguardanti lo stesso fatto, deve indicare i
provvedimenti già ottenuti, compresi quelli di rigetto.
8. La violazione dei divieti di cui al comma 1, 2, 3, 5 e 6 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni. La
violazione del dovere di cui al comma 7 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento.
La norma specifica i doveri di lealtà, correttezza e probità di cui all’art.9. Contiene importanti novità nei primi 3 commi:
innanzitutto la distinzione tra introduzione ed utilizzazione nel procedimento e l’ulteriore specificazione – rispetto al testo
dell’art.14 del previgente codice che faceva riferimento solo a “prove false” – che richiama gli “elementi di prova” o
“documenti”; ancora, la previsione del divieto di utilizzazione o della rinuncia al mandato da parte del difensore,
contenuta nel comma 3, nel caso in cui lo stesso apprenda, anche successivamente, dell’introduzione nel procedimento di
prove, elementi di prova o documenti falsi provenienti dalla parte assistita; il comma 1 ripropone sostanzialmente il canone
1 dell’art.14 del previgente codice, rafforzando però il divieto per l’avvocato di introduzione nel procedimento di “prove
false” atteso che viene usata, a tale proposito, l’espressione “non deve” in luogo di quella “non può” che figurava nella
precedente formulazione; oltre al divieto di introduzione nel procedimento (che si estende, dunque, in ambito penale, anche
alla fase delle indagini preliminari), il comma 2 vieta anche l’utilizzo di tali elementi che il difensore sappia o apprenda
essere falsi, se gli stessi siano prodotti o provengano dalla parte assistita. Il 3 comma contempla, come detto, la circostanza
della conoscenza, anche successiva, da parte del difensore e prevede il divieto di utilizzazione o, in alternativa, l’obbligo
della rinuncia al mandato in tutti i casi in cui tali elementi falsi provengano dalla parte assistita; la previsione richiama
dunque uno dei principi fondamentali posti a tutela del corretto esercizio dell’attività difensiva, e del corretto attuarsi della
funzione giurisdizionale, e mira, nel contempo, a salvaguardare la stessa figura del difensore il quale, in presenza di
situazioni di falsità probatoria ad opera della parte da lui assistita, non deve utilizzare gli elementi che sappia essere falsi
oppure non deve proseguire nell’incarico difensivo.
Art. 51 – La testimonianza dell’avvocato
1. L’avvocato deve astenersi, salvo casi eccezionali, dal deporre, come persona informata sui fatti o
come testimone, su circostanze apprese nell’esercizio della propria attività professionale e ad essa
inerenti.
2. L’avvocato deve comunque astenersi dal deporre sul contenuto di quanto appreso nel corso di
colloqui riservati con colleghi nonché sul contenuto della corrispondenza riservata intercorsa con
questi ultimi.
3. Qualora l’avvocato intenda presentarsi come testimone o persona informata sui fatti non deve

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assumere il mandato e, se lo ha assunto, deve rinunciarvi e non può riassumerlo.
4. La violazione dei doveri di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
La norma tipizza e specifica i doveri di correttezza e riservatezza nell’ambito del delicato perimetro della testimonianza
dell’avvocato; rispetto al codice previgente, la norma, così come è stata ora concepita, sottolinea l’assoluta inopportunità
della stessa testimonianza dell’avvocato il quale deve astenersi, salvo casi eccezionali, dal deporre e ciò superando quella
locuzione “per quanto possibile” presente nel codice del 1997; la giurisprudenza disciplinare degli ultimi anni ha
comunque opportunamente distinto, nell’ambito della eventuale testimonianza dell’avvocato, tra circostanze apprese
nell’esercizio dell’attività professionale e circostanze coperte invece dal segreto professionale. In tale contesto occorre anche
ricordare che il segreto professionale costituisce al tempo stesso l’oggetto di un dovere giuridico dell’avvocato, la cui
violazione è sanzionata penalmente, e l’oggetto di un diritto dello stesso avvocato, che non può essere obbligato a deporre su
quanto ha conosciuto per ragione del proprio ministero; accanto a questo dovere ed a questo diritto vi è però un ulteriore
diritto del cliente a che il legale si attenga al segreto professionale e non sveli notizie apprese nel corso del mandato
professionale e tale diritto assume i connotati di un diritto fondamentale, quello di difesa, perché senza tale garanzia il
diritto di difesa ne risulterebbe indebitamente e gravemente diminuito.
Il comma 2 dell’art. 51 prevede poi il divieto di testimonianza su quanto appreso nel corso di colloqui riservati con colleghi
e sul contenuto della corrispondenza riservata intercorsa con questi ultimi, previsione questa che si ricollega al contenuto
dell’art.48.
Art. 52 – Divieto di uso di espressioni offensive o sconvenienti
1. L’avvocato deve evitare espressioni offensive o sconvenienti negli scritti in giudizio e nell’esercizio
dell’attività professionale nei confronti di colleghi, magistrati, controparti o terzi.
2. La ritorsione o la provocazione o la reciprocità delle offese non escludono la rilevanza
disciplinare della condotta.
3. La violazione del divieto di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
della censura.
Art. 53 – Rapporti con i magistrati
1. I rapporti con i magistrati devono essere improntati a dignità e a reciproco rispetto.
2. L’avvocato, salvo casi particolari, non deve interloquire con il giudice in merito al procedimento
in corso senza la presenza del collega avversario.
3. L’avvocato chiamato a svolgere funzioni di magistrato onorario deve rispettare tutti gli obblighi
inerenti a tali funzioni e le norme sulle incompatibilità.
4. L’avvocato non deve approfittare di rapporti di amicizia, familiarità o confidenza con i magistrati
per ottenere o richiedere favori e preferenze, né ostentare l’esistenza di tali rapporti.
5. L’avvocato componente del Consiglio dell’Ordine non deve accettare incarichi giudiziari da parte
dei magistrati del circondario, fatta eccezione per le nomine a difensore d’ufficio.
6. La violazione dei doveri e divieti di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della censura.
Oltre ad una diversa ma, si è ritenuto, più efficace e stringente formulazione rispetto a quella del codice precedentemente in
vigore, contiene, al comma 5, una nuova previsione, mutuata dall’art.28 comma 10 della legge n.247/2012 e volta a
tutelare l’assoluta trasparenza ed indipendenza dei componenti del Consiglio dell’Ordine, prevedendo che i consiglieri non
debbano accettare incarichi giudiziari dai magistrati del circondario, fatta eccezione per le nomine a difensore d’ufficio, così
da fugare qualsiasi dubbio o sospetto su eventuali interessi collegati alla funzione ed all’incarico. Quella della legge, ora
recepita anche nell’ambito del codice deontologico, è una previsione che trova oggi la sua ratio anche nel compito e nel potere
che viene assegnato al Consiglio dell’Ordine (art.29 comma 1 lettera t legge n.247/2012) di vigilare sulla corretta
applicazione, nel circondario, delle norme dell’ordinamento giudiziario segnalando violazioni ed incompatibilità agli organi
competenti; trattasi naturalmente, anche per la previsione deontologica, di uno ius superveniens che troverà applicazione a
partire dalla elezione dei nuovi Consigli dell’Ordine, una volta esaurito il periodo transitorio e di proroga degli attuali
Consigli previsto sempre dalla legge di riforma dell’ordinamento professionale.

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Art. 54 – Rapporti con arbitri, conciliatori, mediatori, periti e consulenti tecnici
1. I divieti e doveri di cui all’art. 53, commi 1, 2 e 4, si applicano anche ai rapporti dell’avvocato
con arbitri, conciliatori, mediatori, periti, consulenti tecnici d’ufficio e della controparte.
2. La violazione dei divieti e doveri di cui al presente articolo comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della censura.
Si riprende la formulazione presistente aggiungendo i “periti” ed estendendo la previsione per i consulenti tecnici, oltrechè a
quelli d’ufficio, anche a quelli della controparte;
Art. 55 – Rapporti con i testimoni e persone informate
1. L’avvocato non deve intrattenersi con testimoni o persone informate sui fatti oggetto della causa
o del procedimento con forzature o suggestioni dirette a conseguire deposizioni compiacenti.
2. Il difensore, nell’ambito del procedimento penale, ha facoltà di procedere ad investigazioni
difensive nei modi e termini previsti dalla legge e nel rispetto delle disposizioni che seguono e di
quelle emanate dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali.
3. Il difensore deve mantenere il segreto sugli atti delle investigazioni difensive e sul loro
contenuto, finché non ne faccia uso nel procedimento, salva la rivelazione per giusta ca
usa nell’interesse della parte assistita.
4. Nel caso in cui il difensore si avvalga di sostituti, collaboratori, investigatori privati autorizzati e
consulenti tecnici, può fornire agli stessi tutte le informazioni e i documenti necessari per
l’espletamento dell’incarico, anche nella ipotesi di segretazione degli atti, imponendo il vincolo del
segreto e l’obbligo di comunicare esclusivamente a lui i risultati dell’attività.
5. Il difensore deve conservare scrupolosamente e riservatamente la documentazione
delle investigazioni difensive per tutto il tempo necessario o utile all’esercizio della difesa.
6. Gli avvisi che il difensore e gli altri soggetti eventualmente da lui delegati sono tenuti a dare per
legge alle persone interpellate ai fini delle investigazioni, devono essere documentati per iscritto.
7. Il difensore e gli altri soggetti da lui eventualmente delegati non devono corrispondere alle
persone, interpellate ai fini delle investigazioni, compensi o indennità sotto qualsiasi forma, salva la
facoltà di provvedere al rimborso delle sole spese documentate.
8. Per conferire con la persona offesa dal reato, assumere informazioni dalla stessa o richiedere
dichiarazioni scritte, il difensore deve procedere con invito scritto, previo avviso all’eventuale
difensore della stessa persona offesa, se conosciuto; in ogni caso nell’invito è indicata l’opportunità
che la persona provveda a consultare un difensore perché intervenga all’atto.
9. Il difensore deve informare i prossimi congiunti della persona imputata o sottoposta ad indagini
della facoltà di astenersi dal rispondere, specificando che, qualora non intendano avvalersene, sono
obbligati a riferire la verità.
10. Il difensore deve documentare in forma integrale le informazioni assunte; quando è disposta la
riproduzione, anche fonografica, le informazioni possono essere documentate in forma riassuntiva.
11. Il difensore non deve consegnare copia o estratto del verbale alla persona che ha reso
informazioni, né al suo difensore.
12. La violazione del divieto di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della
sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi. La violazione dei doveri, dei
divieti, degli obblighi di legge e delle prescrizioni di cui ai commi 3, 4 e 7 comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei mesi a un anno. La
violazione dei doveri, dei divieti, degli obblighi di legge e delle prescrizioni di cui ai commi 5, 6, 8, 9, 10
e 11 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.
L’articolo ripropone, con alcune modifiche, il contenuto dell’art.52 del preevigente codice in tema di rapporti con i
testimoni. Le modifiche riguardanti, sostanzialmente, il comma 2, che richiama le previsioni della legge processuale
(art.391 bis e ss. c.p.p.) e le indicazioni contenute nella delibera del Garante per la protezione dei dati personali n.60 in
data 6.11.2008, pubblicata nella G.U. n.275 del 24.11.2008 ed entrata in vigore il 1 gennaio 2009: non sono state
quindi ripetute tutte le indicazioni comportamentali già comprese nelle norme processuali e quelle contenute nella
richiamata deliberazione del Garante, denominata “codice di deontologia e di buona condotta per il trattamento dei dati
personali per svolgere investigazioni difensive”, in quanto richiamate nel predetto comma. I commi 4,5,6,7 e 8

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ripropongono, invece, alcune regole fondamentali che il difensore deve rispettare nell’attività di investigazione, desunte anche
da chiarimenti ed interpretazioni della giurisprudenza processuale; significativa, a tal proposito, la regola contenuta nel
comma 9 che prevede l’obbligo della preventiva informazione ai prossimi congiunti della persona imputata, o sottoposta alle
indagini, della facoltà di astenersi dal rispondere, estesa anche alla fase della indagini preliminari ed all’attività di Polizia
Giudiziaria dalla giurisprudenza di legittimità, così da allineare l’attività del difensore a quella del Pubblico Ministero e
della stessa Polizia Giudiziaria, anche e soprattutto in riferimento alla ipotesi di reato prevista dall’art.371 ter c.p. (false
dichiarazioni al difensore). Il comma 11 dell’art.55 prevede, infine, una modifica significativa rispetto alla analoga
disposizione contenuta nel canone 1 punto 16 dell’art.52 del previgente vigente codice; in luogo infatti della dizione “il
difensore non è tenuto a rilasciare copia del verbale alla persona che ha reso informazioni né al suo difensore” si prevede,
ora, il divieto di consegna di tale copia e tale previsione è giustificata da una serie di considerazioni quali: l’equiparazione
del difensore al Pubblico Ministero, come chiarito dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione; la
conseguente segretezza dell’atto di indagine difensiva fino all’eventuale deposito del verbale nel fascicolo del P.M.; l’obbligo
di segretezza che grava sul difensore ai sensi della previsione di cui al comma 3 dello stesso art. 55; la scelta indiscutibile
del difensore di non utilizzare il verbale di dichiarazioni rese dal soggetto interpellato, cosicchè l’eventuale consegna dello
stesso verbale alla persona che ha reso le informazioni o al suo difensore comporterebbe una potenziale lesione del diritto di
difesa conseguente alla divulgazione di un atto che lo stesso difensore potrebbe decidere di non utilizzare mai.
Art. 56 – Ascolto del minore
1. L’avvocato non può procedere all’ascolto di una persona minore di età senza il consenso degli
esercenti la responsabilità genitoriale, sempre che non sussista conflitto di interessi con gli stessi.
2. L’avvocato del genitore, nelle controversie in materia familiare o minorile, deve astenersi da ogni
forma di colloquio e contatto con i figli minori sulle circostanze oggetto delle stesse.
3. L’avvocato difensore nel procedimento penale, per conferire con persona minore, assumere
informazioni dalla stessa o richiederle dichiarazioni scritte, deve invitare formalmente gli esercenti la
responsabilità genitoriale, con indicazione della facoltà di intervenire all’atto, fatto salvo l’obbligo della
presenza dell’esperto nei casi previsti dalla legge e in ogni caso in cui il minore sia persona offesa dal
reato.
4. La violazione dei doveri e divieti di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei a un anno.
L’articolo 56 rappresenta una delle novità più significative del nuovo codice; il 1 comma si incarica di dettare, come
principio generale, il divieto per l’avvocato di procedere all’ascolto del minore senza il previo consenso degli esercenti la
responsabilità genitoriale e, anche se la previsione può apparire pleonastica perché, se non vi è conflitto di interessi, il figlio
minorenne non ha rappresentanza e difesa autonoma nel e fuori dal processo (lo rappresentano i genitori o il tutore se
quest’ultimi manchino o siano decaduti o sospesi dalla responsabilità genitoriale), vero è che essa tende a marcare e segnare
comunque un confine ed un’area di rispetto quando l’avvocato è chiamato ad occuparsi di questioni che coinvolgono la
persona del minore; è evidentemente, ed a contrario, fatta salva però l’ipotesi in cui sussista conflitto di interessi, anche solo
potenziale, tra gli esercenti la responsabilità genitoriale ed il minore stesso: in tale ipotesi l’avvocato, che sia nominato
curatore speciale del minore (ex art.78 c.p.c.), che lo difenda nell’eventuale sede contenziosa (art.86 c.p.c.), che lo assista in
sede negoziale e contrattuale (art.320 c.c. u.c.) – le funzioni di rappresentanza e di difesa, ancorchè cumulabili nella stessa
persona, sono diverse e restano sempre scindibili anche se le prassi applicative sono nel senso di nominare un avvocato che
poi, di solito, si costituisce nel procedimento - potrà (rectius: dovrà) procedere all’ascolto del minore, se non contrario
all’interesse di quest’ultimo, non necessitando ovviamente il consenso dell’esercente la responsabilità genitoriale che versi in
conflitto di interessi (situazione la cui presenza dà luogo e giustifica il ricorso a quelle figure “esterne”)e lo stesso è a dirsi,
o meglio a ripetersi, per il legale che sia nominato avvocato del minore; quanto alle modalità di ascolto del minore,
soprattutto con riferimento alla eventuale presenza di un esperto, soccorrerà la responsabilità decisionale dell’avvocato,
investito di quel munus e ciò in dipendenza della stessa età del minore, della sua capacità di discernimento, delle
circostanze tutte del caso concreto. Con il comma 2 sono regolamentate le ipotesi relative alle controversie in materia
familiare o minorile, con la previsione dell’assoluto divieto per l’avvocato del genitore di avere contatti e colloqui con i figli
minori sulle circostanze oggetto delle controversie stesse ( le patologie delle quali si è fino ad oggi occupata la giurisprudenza
disciplinare attengono prevalentemente a questa fattispecie). Infine il 3 comma disciplina le ipotesi in cui, nell’ambito di un
procedimento penale, il soggetto minore, imputato, parte offesa o testimone, debba essere ascoltato o assunto come
informatore, anche mediante il rilascio di dichiarazioni scritte, dall’avvocato: quest’ultimo,in tali casi, deve invitare

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formalmente gli esercenti la responsabilità genitoriale, con indicazione della facoltà di intervenire all’atto e fatto salvo
l’obbligo della presenza dell’esperto nei casi previsti dalla legge ed in ogni caso in cui il minore sia persona offesa dal reato.
Art. 57 – Rapporti con organi di informazione e attività di comunicazione
1. L’avvocato, fatte salve le esigenze di difesa della parte assistita, nei rapporti con gli organi di
informazione e in ogni attività di comunicazione, non deve fornire notizie coperte dal segreto di
indagine, spendere il nome dei propri clienti e assistiti, enfatizzare le proprie capacità professionali,
sollecitare articoli o interviste e convocare conferenze stampa.
2. La violazione dei divieti di cui al comma precedente comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
L’art.57 (“rapporti con organi di informazione e attività di comunicazione”) specifica, integra e tipizza, per quanto
possibile, i doveri già previsti dall’art.18 nell’ambito dei principi generali e, nello specifico di quest’ultimi per quanto qui di
interesse, valorizza, come criteri conducenti nel rapporto, oggi spesso patologico e degenerato, con il mondo dei media quelli
dell’equilibrio, della misura, della discrezione, della riservatezza, con il dovere di assicurare in ogni caso l’anonimato dei
soggetti minori di età (ed al riguardo, innovando rispetto alla già licenziata bozza del codice, è stato inserito ora il comma
2 in diretta saldatura con il principio già espresso in sede di art.18). La norma in commento non ha poi riprodotto il III
canone dell’art.18 del previgente codice deontologico la cui previsione concerneva un comportamento comunque consentito ed
entrato nella prassi (“tenere o curare rubriche fisse su organi di stampa con l’indicazione del proprio nome e…partecipare
a rubriche fisse televisive o radiofoniche”) e che richiedeva solo una preventiva comunicazione al Consiglio dell’Ordine,
prescindendo comunque da qualsiasi intervento autorizzativo di quest’ultimo; a reprimere gli abusi, come l’esperienza si è
incaricata di confermare, sono sufficienti le previsioni deontologiche in materia di accaparramento di clientela e di corretta
informazione;
Art. 58 – Notifica in proprio
1. Il compimento di abusi nell’esercizio delle facoltà previste dalla legge in materia di notificazione
costituisce illecito disciplinare.
2. Il comportamento di cui al comma precedente comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
L’art. 58 circoscrive e delimita l’illecito disciplinare al solo caso dell’abuso, restandone escluso il mero errore, nell’esercizio
della facoltà di notifica in proprio prevista dalla legge.
Art. 59 – Calendario del processo
1. Il mancato rispetto dei termini fissati nel calendario del processo civile, ove determinato
esclusivamente dal comportamento dilatorio dell’avvocato, costituisce illecito
disciplinare.
2. La violazione del comma precedente comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento.
L’art. 59 ha dovuto necessariamente tener conto di questa ipotesi disciplinare discendente da una previsione legislativa,
invero stravagante, limitando e circoscrivendo l’illecito al comportamento dilatorio dell’avvocato che, in violazione dei
generali doveri di correttezza e lealtà processuale, sia causa esclusiva del mancato rispetto dei termini fissati nel calendario
del processo civile.
Art. 60 – Astensione dalle udienze
1. L’avvocato ha diritto di astenersi dal partecipare alle udienze e alle altre attività giudiziarie quando
l’astensione sia proclamata dagli Organi forensi, ma deve attenersi alle disposizioni del codice di
autoregolamentazione e alle norme vigenti.
2. L’avvocato che eserciti il proprio diritto di non aderire alla astensione deve informare con
congruo anticipo gli altri difensori costituiti.
3. L’avvocato non può aderire o dissociarsi dalla proclamata astensione a seconda delle proprie
contingenti convenienze.

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4. L’avvocato che aderisca all’astensione non può dissociarsene con riferimento a singole giornate o a
proprie specifiche attività né può aderirvi parzialmente, in certi giorni o per particolari proprie attività
professionali.
5. La violazione dei doveri di cui ai commi 1 e 2 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione dei doveri di cui ai commi 3 e 4 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
L’art.60 (“astensione dalle udienze”) ha mantenuto ferma la previsione del comma 2 - pur nella mutata impostazione del
codice di autoregolamentazione che impone l’obbligo della comunicazione a carico di colui che si astiene ma dirigendosi
detta comunicazione soprattutto al giudice - volendo con ciò non discostarsi dall’id quod plerumque accidit ma soprattutto
volendo privilegiare il rapporto di colleganza ed il dovere di informazione tra colleghi.
Art. 61 – Arbitrato
1. L’avvocato chiamato a svolgere la funzione di arbitro deve improntare il proprio comportamento
a probità e correttezza e vigilare che il procedimento si svolga con imparzialità e indipendenza.
2. L’avvocato non deve assumere la funzione di arbitro quando abbia in corso, o abbia avuto negli
ultimi due anni, rapporti professionali con una delle parti e, comunque, se ricorre una delle ipotesi
di ricusazione degli arbitri previste dal codice di rito.
3. L’avvocato non deve accettare la nomina ad arbitro se una delle parti del procedimento sia assistita, o
sia stata assistita negli ultimi due anni, da altro professionista di lui socio o con lui associato, ovvero che
eserciti negli stessi locali.
In ogni caso l’avvocato deve comunicare per iscritto alle parti ogni ulteriore circostanza di fatto e
ogni rapporto con i difensori che possano incidere sulla sua indipendenza, al fine
di ottenere il consenso delle parti stesse all’espletamento dell’incarico.
4. L’avvocato che viene designato arbitro deve comportarsi nel corso del procedimento in modo da
preservare la fiducia in lui riposta dalle parti e deve rimanere immune da influenze e condizionamenti
esterni di qualunque tipo.
5. L’avvocato nella veste di arbitro:
a) deve mantenere la riservatezza sui fatti di cui venga a conoscenza in ragione del procedimento
arbitrale;
b) non deve fornire notizie su questioni attinenti al procedimento;
c) non deve rendere nota la decisione prima che questa sia formalmente comunicata a tutte le parti.
6. L’avvocato che ha svolto l’incarico di arbitro non deve intrattenere rapporti professionali con una
delle parti:
a) se non siano decorsi almeno due anni dalla definizione del procedimento;
b) se l’oggetto dell’attività non sia diverso da quello del procedimento stesso.
7. Il divieto si estende ai professionisti soci, associati ovvero che esercitino negli stessi locali.
8. La violazione dei doveri e divieti di cui ai commi 1, 3, 4, 5, 6 e 7 comporta l’applicazione della
sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
La violazione del divieto di cui al comma 2 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da sei mesi a un anno.
Art. 62 – Mediazione
1. L’avvocato che svolga la funzione di mediatore deve rispettare gli obblighi dettati dalla normativa in
materia e le previsioni del regolamento dell’organismo di mediazione, nei limiti in cui queste ultime
previsioni non contrastino con quelle del presente codice.
2. L’avvocato non deve assumere la funzione di mediatore in difetto di adeguata competenza.
3. Non deve assumere la funzione di mediatore l’avvocato:
a) che abbia in corso o abbia avuto negli ultimi due anni rapporti professionali con una delle parti;
b) se una delle parti sia assistita o sia stata assistita negli ultimi due anni da professionista di lui
socio o con lui associato ovvero che eserciti negli stessi locali.
In ogni caso costituisce condizione ostativa all’assunzione dell’incarico di mediatore la ricorrenza
di una delle ipotesi di ricusazione degli arbitri previste dal codice di rito.

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4. L’avvocato che ha svolto l’incarico di mediatore non deve intrattenere rapporti professionali con
una delle parti:
a) se non siano decorsi almeno due anni dalla definizione del procedimento;
b) se l’oggetto dell’attività non sia diverso da quello del procedimento stesso.
Il divieto si estende ai professionisti soci, associati ovvero che esercitino negli stessi locali.
5. L’avvocato non deve consentire che l’organismo di mediazione abbia sede, a qualsiasi titolo, o
svolga attività presso il suo studio o che quest’ultimo abbia sede presso l’organismo di mediazione.
6. La violazione dei doveri e divieti di cui al 1 e 2 comma comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura; la violazione dei divieti di cui ai commi 3, 4 e 5 comporta l’applicazione
della sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei
mesi.
Gli artt. 61 (“arbitrato”) e 62 (“mediazione”), nella loro mantenuta simmetria, non registrano, rispetto alle previsioni
del codice previgente, significative e sostanziali modifiche, ciò tenendo conto anche che la norma in materia di mediazione
(attualmente art. 55 bis) risulta di recente introduzione e che la stessa è stata positivamente valorizzata dall’art.84 del
D.L.21/6/2013 convertito nella legge 9/8/2013 n.98.
TITOLO V
RAPPORTI CON TERZI E CONTROPARTI
Il titolo V, depurato rispetto al previgente titolo IV delle previsioni rifluite nell’ambito dei doveri deontologici nel processo,
si concentra sui “rapporti con i terzi e controparti”, valorizzando deontologicamente, in coerenza con quanto previsto dai
principi generali, il comportamento anche extra professionale dell’avvocato (artt. 63 e 64); nella formulazione dell’art. 68
(art. 51 dell’attuale codice) è stata inserita una espressa previsione concernente l’avvocato che abbia assistito il minore in
controversie familiari.
Art. 63 – Rapporti con i terzi
1. L’avvocato, anche al di fuori dell’esercizio del suo ministero, deve comportarsi, nei rapporti
interpersonali, in modo tale da non compromettere la dignità della professione e l’affidamento dei terzi.
2. L’avvocato deve tenere un comportamento corretto e rispettoso nei confronti dei propri dipendenti,
del personale giudiziario e di tutte le persone con le quali venga in contatto nell’esercizio della
professione.
3. La violazione dei doveri di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare dell’avvertimento.
L’art. 63 si connota (rispetto alla struttura dell’art.56 del codice previgente), per una diversa struttura che privilegia, al
comma 1, un generale dovere di correttezza dell’avvocato nei rapporti interpersonali, anche al di fuori dell’esercizio
dell’attività professionale in senso stretto e, al comma 2, un altrettanto pregnante regola comportamentale nei confronti dei
propri dipendenti, del personale giudiziario e di tutte le persone con le quali l’avvocato venga in contatto nell’esercizio della
professione.
Art. 64 – Obbligo di provvedere all’adempimento di obbligazioni assunte nei confronti dei terzi
1. L’avvocato deve adempiere alle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi.
2. L’inadempimento ad obbligazioni estranee all’esercizio della professione assume carattere di
illecito disciplinare quando, per modalità o gravità, sia tale da compromettere la dignità della
professione e l’affidamento dei terzi.
3. La violazione dei doveri di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
L’art. 64 riproduce sostanzialmente la previsione del precedente art.59, optando però per una formulazione più stringente
e recuperando il criterio della compromissione della dignità della professione e dell’affidamento del terzo come parametro
alla stregua del quale valutare la ricorrenza dell’illecito deontologico.
Art. 65 – Minaccia di azioni alla controparte

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1. L’avvocato può intimare alla controparte particolari adempimenti sotto comminatoria di azioni,
istanze fallimentari, denunce, querele o altre iniziative, informandola delle relative conseguenze, ma non
deve minacciare azioni o iniziative sproporzionate o vessatorie.
2. L’avvocato che, prima di assumere iniziative, ritenga di invitare la controparte ad un colloquio nel
proprio studio, deve precisarle che può essere accompagnata da un legale di fiducia.
3. L’avvocato può addebitare alla controparte competenze e spese per l’attività prestata in sede
stragiudiziale, purché la richiesta di pagamento sia fatta a favore del proprio cliente.
4. La violazione dei doveri di cui ai precedenti commi comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
Riproduce, anche se con un diverso assetto di formulazione, la previsione dell’art.48 del previgente codice.
Art. 66 – Pluralità di azioni nei confronti della controparte
1. L’avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria
della controparte, quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita.
2. La violazione del dovere di cui al precedente comma comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
E’ identico, anche nella formulazione, al precedente art.49
Art. 67 – Richiesta di compenso professionale alla controparte
1. L’avvocato non deve richiedere alla controparte il pagamento del proprio compenso
professionale, salvo che ciò sia oggetto di specifica pattuizione e vi sia l’accordo del proprio cliente,
nonché in ogni altro caso previsto dalla legge.
2. L’avvocato, nel caso di inadempimento del cliente, può chiedere alla controparte il pagamento del
proprio compenso professionale a seguito di accordi, presi in qualsiasi forma, con i quali viene
definito un procedimento giudiziale o arbitrale.
3. La violazione del divieto di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento.
Sostanzialmente immutato nella previsione di cui al comma1, richiama, nel comma 2, quanto oggi disposto dall’art.13
comma 8 della legge n.247/2012.
Art. 68 – Assunzione di incarichi contro una parte già assistita
1. L’avvocato può assumere un incarico professionale contro una parte già assistita solo quando sia
trascorso almeno un biennio dalla cessazione del rapporto professionale.
2. L’avvocato non deve assumere un incarico professionale contro una parte già assistita quando
l’oggetto del nuovo incarico non sia estraneo a quello espletato in precedenza.
3. In ogni caso, è fatto divieto all’avvocato di utilizzare notizie acquisite in ragione del rapporto già
esaurito.
4. L’avvocato che abbia assistito congiuntamente coniugi o conviventi in controversie di natura
familiare deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno di essi in
controversie successive tra i medesimi.
5. L’avvocato che abbia assistito il minore in controversie familiari deve sempre astenersi dal
prestare la propria assistenza in favore di uno dei genitori in successive controversie aventi la
medesima natura, e viceversa.
6. La violazione dei divieti di cui al comma 1 e 4 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi. La
violazione
dei doveri e divieti di cui ai commi 2, 3 e 5 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni.
Sostituisce l’art.51 del previgente codice deontologico, variandone la rubrica (da “ex clienti” a “parte già assistita”) e
scandendo, con maggiore precisione ed efficacia, nella successione dei primi 4 commi, i divieti che limitano la possibilità per
l’avvocato di assumere un incarico nei confronti di una parte già assistita; nel comma 4 è stata inserita ed aggiunta la
parola “conviventi” dopo “coniugi” mentre previsione del tutto nuova è quella del comma 5 che rafforza quella rete di

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protezione, anche in campo deontologico, della persona minore di età, volendo sottolineare la particolare responsabilità
dell’avvocato in questo delicato ambito dell’agire professionale.
TITOLO VI
RAPPORTI CON LE ISTITUZIONI FORENSI
La previsione ancora di un ulteriore nuovo titolo (il VI) dedicato ai doveri verso le Istituzioni forensi alla luce del
rafforzamento che vi è stato del rapporto avvocato/istituzione nell’ambito della legge n. 247/2012.
Art. 69 – Elezioni e rapporti con le Istituzioni forensi
1. L’avvocato, chiamato a far parte delle Istituzioni forensi, deve adempiere l’incarico con diligenza,
indipendenza e imparzialità.
2. L’avvocato che partecipi, quale candidato o quale sostenitore di candidati, ad elezioni ad Organi
rappresentativi dell’Avvocatura deve comportarsi con correttezza, evitando forme di propaganda ed
iniziative non consone alla dignità delle funzioni.
3. È vietata ogni forma di iniziativa o propaganda elettorale nella sede di svolgimento delle elezioni e
durante le operazioni di voto.
4. Nelle sedi di svolgimento delle operazioni di voto è consentita la sola affissione delle liste elettorali e
di manifesti contenenti le regole di svolgimento delle operazioni.
5. La violazione del dovere di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
della censura. La violazione dei doveri e divieti di cui ai commi 2, 3 e 4 comporta l’applicazione
della sanzione disciplinare dell’avvertimento.
L’art. 69, rispetto alla previsione del previgente codice (art.57), presenta la novità del comma 1 che richiama i doveri
fondamentali di diligenza, indipendenza ed imparzialità per gli avvocati chiamati a ricoprire una carica all’interno delle
Istituzioni forensi, dal Consiglio dell’Ordine ai Consigli Distrettuali di disciplina, dal Consiglio Nazionale Forense alla
Cassa di Previdenza ed Assistenza così come ad altre articolazioni e proiezioni delle stesse entità istituzionali.
Art. 70 – Rapporti con il Consiglio dell’Ordine
1. L’avvocato, al momento dell’iscrizione all’albo, ha l’obbligo di dichiarare l’eventuale sussistenza
di rapporti di parentela, coniugio, affinità e convivenza con magistrati, per i fini voluti dall’ordinamento
giudiziario; tale obbligo sussiste anche con riferimento a sopravvenute variazioni.
2. L’avvocato deve dare comunicazione scritta e immediata al Consiglio dell’Ordine di appartenenza, e a
quello eventualmente competente per territorio, della costituzione di associazioni o società
professionali, dell’apertura di studi principali, secondari e di recapiti professionali e dei
successivi eventi modificativi.
3. L’avvocato può partecipare ad una sola associazione o società tra avvocati.
4. L’avvocato deve assolvere gli obblighi assicurativi previsti dalla legge, nonchè quelli contributivi
nei confronti delle Istituzioni forensi.
5. L’avvocato deve comunicare al proprio Consiglio dell’Ordine gli estremi delle polizze assicurative ed
ogni loro successiva variazione.
6. L’avvocato deve rispettare i regolamenti del Consiglio Nazionale Forense e del Consiglio dell’Ordine
di appartenenza concernenti gli obblighi e i programmi formativi.
7. La violazione dei doveri di cui ai commi 1, 2, 3, 5 e 6 del presente articolo comporta l’applicazione
della sanzione disciplinare dell’avvertimento; la violazione dei doveri di cui al comma 4 comporta
l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.
l’art.70 costituisce, con il successivo art.71, l’architrave di questo nuovo titolo deputato a presidiare, sotto il profilo
deontologico, i rapporti tra l’avvocato e le istituzioni forensi; in esso sono racchiusi alcuni doveri che discendono
direttamente dalla legge di riforma dell’ordinamento quali quello di cui al comma 1 che, opportunamente, interviene su una
casistica ormai sempre più diffusa ( la sussistenza di rapporti di parentela, coniugio, affinità e convivenza con magistrati,
rilevanti in relazione a quanto previsto dall’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario: cfr. art.7 comma 1 legge
n.247/2012); altrettanto è a dirsi per le previsioni di cui ai commi 4 e 5 in tema di obblighi assicurativi e di obblighi
contributivi verso le Istituzioni forensi ( al comma 4 è stata ora inserita, in coerenza al principio generale di cui all’art.16
del codice, anche la previsione concernente gli obblighi previdenziali che non figurava nella bozza del codice già licenziata);
i commi 2 e 3 riprendono obblighi già presenti nel testo del codice previgente, aggiornandoli e rendendoli coerenti, anche in

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questo caso, con le sopravvenute regole ordinamentali; il comma 6 infine è riservato al dovere che ha l’avvocato di rispettare
i regolamenti in materia di obblighi e programmi formativi;
Art. 71 – Dovere di collaborazione
1. L’avvocato deve collaborare con le Istituzioni forensi per l’attuazione delle loro finalità, osservando
scrupolosamente il dovere di verità; a tal fine deve riferire fatti a sua conoscenza relativi alla vita forense
o alla amministrazione della giustizia, che richiedano iniziative o interventi istituzionali.
2. Qualora le Istituzioni forensi richiedano all’avvocato chiarimenti, notizie o adempimenti in relazione
a situazioni segnalate da terzi, tendenti ad ottenere notizie o adempimenti nell’interesse degli stessi, la
mancata sollecita risposta dell’iscritto costituisce illecito disciplinare.
3. Nell'ambito di un procedimento disciplinare, o della fase ad esso preliminare, la mancata sollecita
risposta agli addebiti comunicatigli e la mancata presentazione di osservazioni e difese non
costituiscono autonomo illecito disciplinare, pur potendo tali comportamenti essere valutati dall'organo
giudicante nella formazione del proprio libero convincimento.
4. La violazione dei doveri di cui al comma 1 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare
dell’avvertimento. La violazione dei doveri di cui al comma 2 comporta l’applicazione della sanzione
disciplinare della censura.
l’art.71 riprende, armonizzandone il contenuto con quello del precedente articolo, le previsioni dell’art.24 del codice
deontologico previgente recependo le conclusioni cui è pervenuta, in senso correttivo rispetto al passato, la giurisprudenza
delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.
Art. 72 – Esame di abilitazione
1. L'avvocato che faccia pervenire, in qualsiasi modo, ad uno o più candidati, prima o durante la
prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito con la sanzione disciplinare della sospensione
dall’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
2. Qualora sia commissario di esame, la sanzione non può essere inferiore alla sospensione
dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni.
3. Il candidato che, nell'aula ove si svolge l'esame di abilitazione, riceva scritti o appunti di
qualunque genere, con qualsiasi mezzo, e non ne faccia immediata denuncia alla Commissione, è
punito con la sanzione disciplinare della censura.
292 9
l’art.72 recepisce, per le ricadute in ambito disciplinare, le previsioni dei commi 8,9 e 10 della legge n.247/2012.
Titolo VII
DISPOSIZIONE FINALE
Il titolo VII contiene la disposizione finale mutuata dalla legge ma che può costituire anche appropriata ed essenziale
norma di chiusura del codice.
Art. 73 – Entrata in vigore
Il presente codice deontologico entra in vigore decorsi sessanta giorni dalla pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale.
L’art.73 costituisce mera applicazione e riproduzione della previsione di cui al comma 4 dell’art.3 della legge
n.247/2012 che si coniuga, quanto al regime transitorio, con quella di cui al comma 5 dell’art.65 della stessa legge ed in
base alla quale “l’entrata in vigore del codice deontologico determina la cessazione di efficacia delle norme previgenti anche
se non specificamente abrogate”; innovando poi rispetto alla giurisprudenza del Consiglio Nazionale Forense e delle
Sezioni Unite della Corte di Cassazione, ispirata all’osservanza del principio per cui tempus regit actum, la norma da
ultimo richiamata prevede espressamente che “le norme contenute nel codice deontologico si applicano anche ai procedimenti
disciplinari in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato”.

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